Attacco israeliano: disperato tentativo di salvare la fallita campagna siriana

Land Destroyer 31 gennaio 2013

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Israele ha condotto dei raid aerei in Siria sulla base di “sospetti” trasferimenti di armi chimiche, in flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite, del diritto internazionale e della sovranità della Siria. The Guardian nel suo articolo “Israele compie un raid aereo sulla Siria“, afferma: “Gli aerei da guerra israeliani hanno attaccato un obiettivo vicino al confine siriano-libanese, dopo che da diversi giorni crescevano gli avvertimenti dei funzionari del governo sui depositi di armi della Siria.” Ha inoltre continuato: “Israele ha avvertito pubblicamente che avrebbe effettuato un’azione militare per impedire che le armi chimiche del regime siriano  cadano nelle mani di Hezbollah, in Libano, o dei “jihadisti globali” che combattono in Siria. L’intelligence militare israeliana dice che monitorava continuamente via satellite la zona in cui possibili convogli trasportano armi.”
In realtà, questi “jihaidisti globali” sono armati e finanziati da Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele almeno dal 2007. E sono anche, infatti, i beneficiari diretti della recente aggressione d’Israele. I “sospetti” israeliani sui “trasferimenti di armi”, ovviamente, restano confermati perché lo scopo dell’attacco non era impedire il trasferimento di “armi chimiche” a Hezbollah in Libano, ma provocare un conflitto più ampio volto non a difendere Israele, ma a sostenere le sconfitte forze dei terroristi inviate dall’occidente in Siria per tentare di sovvertire e rovesciare la nazione siriana.
Il silenzio delle Nazioni Unite è assordante. Mentre la Turchia ospita apertamente i terroristi stranieri, armati e finanziati dall’occidente, dall’Arabia Saudita e dal Qatar per condurre incursioni nella vicina Siria, qualsiasi attacco siriano in territorio turco avrebbe come conseguenza immediata la mobilitazione delle Nazioni Unite. Al contrario, alla Turchia viene consentita, da anni, condurre attacchi aerei e persino parziali invasioni terrestri nel vicino Iraq, per attaccare i gruppi curdi accusati di minacciare la sicurezza turca. E’ chiaramente lo stesso doppio standard da tempo applicato in favore d’Israele.

Israele, insieme ad Arabia Saudita e Stati Uniti, è tra i principali sponsor di al-Qaida
Va ricordato che nel lontano 2007, come è stato ammesso da funzionari degli Stati Uniti, dell’Arabia Saudita e libanesi che Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita hanno intenzionalmente armato, finanziato e organizzato questi “jihadisti globali” con legami diretti con al-Qaida, con l’esplicito scopo di rovesciare i governi di Siria e Iran. Come riportato dal vincitore del premio Pulitzer, il giornalista Seymour Hersh, nel suo articolo del New Yorker, “The Redirection“: “Per indebolire l’Iran, che è prevalentemente sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, sunnita, nelle operazioni clandestine destinate ad indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno inoltre preso parte ad operazioni segrete contro Iran e Siria, sua alleata. Una conseguenza di queste attività è stato il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e vicini ad al-Qaida“. Di Israele viene specificamente indicato: “Il cambiamento di politica ha portato l’Arabia Saudita e Israele a un abbraccio strategico, soprattutto perché entrambi i Paesi vedono l’Iran come una minaccia esistenziale. Sono coinvolti in colloqui diretti e i sauditi, che credono che la stabilità maggiore in Israele e Palestina darà una leva regionale in meno per l’Iran, sono sempre più coinvolti in negoziati arabo-israeliani.” Inoltre, funzionari sauditi hanno menzionato l’attento bilanciamento della loro nazione quando deve operare in modo da nascondere il suo ruolo di sostegno alle ambizioni USA-Israele nella regione: “Il saudita ha detto che, secondo il suo Paese, vi è un rischio politico nell’appoggiare gli Stati Uniti contro l’Iran: Bandar viene visto nel mondo arabo come troppo vicino all’amministrazione Bush. “Abbiamo due incubi”, mi ha detto l’ex diplomatico. “L’Iran che acquisisce la bomba e gli Stati Uniti che attaccano l’Iran. Preferirei che gli israeliani bombardino gli iraniani, in modo che possiamo condannarli. Se lo fanno gli USA, non potremmo condannarli“.
Può interessare i lettori sapere che mentre la Francia invade e occupa vaste aree del Mali in Africa, accusando il Qatar di finanziare e armare gruppi terroristici nella regione legati ad al-Qaida,  Francia, Stati Uniti e Israele cooperano con il Qatar per finanziare e armare questi stessi gruppi in Siria. In effetti, il think-tank statunitense Brookings Institution ha letteralmente un “Doha Centre” in Qatar, mentre il “Saban Centre” della Brookings del cittadino USA-israeliano Haim Saban, indice  conferenze e ha molti membri del suo consiglio di amministrazione anch’essi residenti a Doha, in Qatar. Doha è anche sede della più recente invenzione dell’occidente, la “Coalizione siriana” guidata da un sostenitore impassibile di al-Qaida, Moaz al-Qatib.
Tutto ciò fa parte della montatura materiale della cospirazione documentata da Seymour Hersh nel 2007. Il Wall Street Journal, sempre nel 2007, ha riferito dei piani degli Stati Uniti di Bush per creare una partnership con Fratelli musulmani della Siria, gruppo noto per essere d’ispirazione ideologica per le organizzazioni terroristiche collegate, tra cui al-Qaida stessa. Nell’articolo intitolato “Per controllare la Siria, gli Stati Uniti ricercano dei legami con i Fratelli musulmani“, si afferma: “In un pomeriggio umido di fine maggio, circa 100 sostenitori del più grande gruppo d’opposizione in esilio della Siria, il Fronte di Salvezza Nazionale, si riuniscono davanti all’ambasciata di Damasco per protestare contro il regime del presidente siriano Bashar Assad. I partecipanti hanno gridato slogan anti-Assad e alzato striscioni che proclamano: “Modificare il regime adesso”. Il FSN riunisce democratici liberali, curdi, marxisti e ex-funzionari siriani nel tentativo di trasformare il regime dispotico del presidente Assad. Ma la protesta di Washington è anche collegata a un paio di giocatori assai improbabili: il governo degli Stati Uniti e i Fratelli musulmani.” L’articolo segnalava anche: “Diplomatici e politici statunitensi hanno anche incontrato i deputati di partiti collegati ai Fratelli musulmani in Giordania, Egitto e Iraq, negli ultimi mesi, per ascoltare le loro opinioni sulle riforme democratiche in Medio Oriente, dicono i funzionari degli Stati Uniti. Il mese scorso, l’unità dell’intelligence del dipartimento di Stato ha organizzato una conferenza di esperti sul Medio Oriente per esaminare la fondatezza dell’impegno con i Fratelli, in particolare in Egitto e in Siria.” Descrive i legami ideologici e operativi tra la Fratellanza e al-Qaida: “Oggi, il rapporto tra la militanza della Fratellanza islamista e al-Qaida in particolare è la fonte di molte discussioni. Usama bin Ladin e altri leader di al-Qaida citano le opere del massimo intellettuale della Fratellanza, Sayyid Qutb, quale fonte d’ispirazione per la loro crociata contro i dittatori occidentali e arabi. I membri dei rami della Fratellanza egiziano e siriano continuato ad avere ruoli direttivi nel movimento di bin Ladin.”
Eppure, nonostante tutto questo, Stati Uniti, Arabia Saudita e Qatar, insieme a Israele e Turchia cospirano apertamente con essi, e da anni armano e finanziano questi i gruppi estremisti settari e terroristici in tutto il mondo arabo, dalla Libia all’Egitto, e ora in Siria e dintorni. I timori d’Israele che questi terroristi acquisiscano “armi chimiche” sono assurdi. Le hanno già acquisite con l’aiuto di Stati Uniti, NATO, dei britannici, sauditi, qatarioti e anche israeliani, in Libia nel 2011. In realtà, molti di questi terroristi libici guidano i gruppi stranieri militanti che si riversano in Siria attraverso il confine turco-siriano.

Che cosa significa davvero l’attacco d’Israele
In effetti, la spiegazione del perché Israele abbia colpito la vicina Siria è debole come non mai, non considerando la sua lunga relazione con la realtà documentata del finanziamento e armamento di molti “jihaidisti globali” di cui teme che possano impossessarsi di armi. I suoi timori su Hezbollah sono parimenti infondati. Se Hezbollah, i siriani o gli iraniani fossero stati interessati a inviare armi chimiche in Libano, l’avrebbero già fatto, e certamente l’avrebbero fatto con mezzi diversi dai grandi convogli che semplicemente “attraversano il confine”. Hezbollah ha già dimostrato di essere capace di sconfiggere l’aggressione di Israele con armi convenzionali, come dimostrato durante l’estate del 2006.
In realtà, la pressione esercitata sulle frontiere della Siria sia da Israele che dal suo partner la Turchia del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, a nord, fa parte di un piano documentato per alleviare la pressione sui terroristi armati e finanziati da sauditi, qatarioti occidentali ed israeliani che operano in Siria. Il già menzionato think-tank in politica estera degli Stati Uniti finanziato da Fortune 500, il Brookings Institution, ha stilato dei progetti per un cambiamento di regime in Libia così come per  la Siria e l’Iran, e l’ha pubblicato in particolare nel suo rapporto intitolato “Valutazioni per le opzioni di un cambio di regime“.
La Brookings descrive come gli sforzi israeliani nel sud della Siria, in combinazione con la Turchia che allinea grandi quantità di armi e truppe lungo il confine a nord, potrebbe contribuire a un violento cambiamento del regime in vigore in Siria: “Inoltre, i servizi segreti d’Israele hanno una forte conoscenza della Siria, così come delle attività nel regime siriano che potrebbero essere utilizzate per sovvertire la base di potere del regime e avviare la rimozione di Assad. Israele può posizionare forze su o vicino le alture del Golan e così facendo, potrebbe deviare le forze del regime dalla repressione dell’opposizione. Questa posizione può evocare delle paure nel regime di Assad su una guerra su più fronti, in particolare se la Turchia è disposta a fare lo stesso sul suo confine, e se l’opposizione siriana viene rifornita costantemente di armi e addestramento. Tale mobilitazione potrebbe forse convincere la leadership militare della Siria a cacciare Assad al fine di preservarsi. Consiglieri sostengono che questa pressione supplementare potrebbe far pendere la bilancia contro Assad in Siria, se altre forze vi si allineano in modo corretto“. Pagina 6, “Valutazione delle opzioni per un cambio di regime”, Brookings Institution.
Naturalmente, gli attacchi aerei sulla Siria vanno oltre gli “atteggiamenti” e indica forse il livello di disperazione in occidente, che sembra aver scelto il suo teppista preferito, Israele, per incrementare gli “interventi”, proprio come aveva previsto in riferimento a un attacco all’Iran, anch’esso documentato in un rapporto della Brookings dal titolo “Quale Via per la Persia?
Per quanto riguarda l’Iran, la relazione “Quale Via per la Persia?” della Brookings afferma specificamente: “Israele sembra aver effettuato accuratamente pianificazione e addestramento per un attacco, ed i suoi aerei si sono probabilmente già posizionati il più vicino possibile all’Iran. Quindi  Israele potrebbe essere in grado di lanciare l’attacco nel giro di settimane o addirittura giorni, a seconda del tempo e delle condizioni d’intelligence di cui necessita. Inoltre, dal momento che Israele avrebbe assai meno bisogno (o interesse) nel garantirsi un sostegno regionale per l’operazione, Gerusalemme probabilmente si sentirebbe meno motivata ad attendere una provocazione iraniana prima di attaccare. In breve, Israele potrebbe muoversi molto velocemente per implementare questa opzione, se i leader israeliani e statunitensi vogliano che accada. Tuttavia, come osservato nel capitolo precedente, gli stessi attacchi aerei sono in realtà solo l’inizio di questa politica. Anche in questo caso, gli iraniani senza dubbio ricostruirebbero i loro siti nucleari. Avvierebbero probabilmente ritorsioni contro Israele e potrebbero anche rivalersi contro gli Stati Uniti, (che potrebbero creare un pretesto per attacchi aerei o addirittura un invasione statunitensi)”. Pagina 91, “Quale Via per la Persia?”, Brookings Institution?
E in questa affermazione possiamo raccogliere l’intuizione dietro l’altrimenti irrazionale atteggiamento belligerante d’Israele nel corso della sua breve storia, così come nella sua ultima aggressione non provocata contro la Siria. Il ruolo d’Israele è quello del “teppista”. Come  testa di ponte regionale degli interessi aziendali e finanziari occidentali, fornisce il “piede nella porta” per i molti conflitti ricercati dall’occidente. Bombardando la Siria, spera di provocare un grande conflitto e l’intervento dell’occidente voluto e progettato da quando è esploso il violento conflitto in Siria nel 2011.
Per la Siria e i suoi alleati l’obiettivo, ora, deve essere scoraggiare ulteriori aggressioni israeliane ed evitare ad ogni costo che il conflitto si amplifichi. Se le forze terroristiche delegate dalla NATO sono deboli come appaiono, incapaci di vantaggi tattici o strategici, e si estinguono in disperati attacchi terroristici, sarà solo questione di tempo prima che la campagna della NATO sia bloccata. Come detto in precedenza, ad esempio un fallimento parziale della NATO sarà l’inizio della sua fine, e degli interessi occidentali che l’hanno usata come strumento per avere l’egemonia geopolitica.
Israele dovrebbe tentare di compiere atti sempre più disperati per provocare la Siria e l’Iran, essendo la sua leadership un’espressione diretta degli interessi aziendali-finanzieri stranieri, e non del popolo israeliano o dei suoi migliori interessi (tra cui la pace e perfino la sopravvivenza). Il popolo israeliano deve rendersi conto che la sua leadership, in effetti, non lo rappresenta e nenache rappresenta i suoi interessi, poiché vuole e desidera dissiparne vite e risorse al servizio degli interessi e dell’egemonia globale corporativo-finanziari stranieri.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Il Congresso degli Stati Uniti motore del patriottismo russo

Dedefensa 13 dicembre 2012

NGOs_2414727bLa pratica generale americanista del Congresso degli Stati Uniti d’interferire spudoratamente nella sovranità delle singole nazioni, forse probabilmente causerà un grave conflitto con la Russia, con il primo ampiamente possibile effetto di suscitare un raggruppamento patriottico in Russia. Robert Bridge, su RussiaToday del 12 dicembre 2012, riferisce delle reazioni della Duma dopo l’approvazione della legge Magnitskij al Senato degli Stati Uniti (vedi anche 10 dicembre 2012). Queste reazioni sono estremamente vive e mostrano la dinamica da Unione Nazionale dei parlamentari contro l’iniziativa degli Stati Uniti, partecipando e sostenendo tutti la legge Dima Jakovlev, che dovrebbe essere la risposta alla legge Magnitskij, riguardante argomenti estremamente sensibili sul comportamenti di cittadini od organizzazioni statunitensi nei confronti di cittadini russi, come nel caso dei bambini russi adottati negli Stati Uniti e sottoposti ad abusi.
Tra l’altro, se la legge Magnitskij produrrà qualcosa, sarà la formazione di un raro consenso tra i diversi membri della Duma di Stato. Tutte e quattro le fazioni presenti hanno co-firmato la legge Dima Jakovlev: Vladimir Vasilev (Russia Unita), Gennadij Zjuganov (Partito Comunista), Sergej Mironov (Russia Giusta) e Vladimir Zhirinovskij (LDPR). Il disegno di legge contiene disposizioni rivolte anche contro i cittadini statunitensi coinvolti in rapimenti e detenzioni illegali, e il perseguimento di punizioni infondate e ingiuste ai danni di cittadini russi. Il disegno di legge diventerà la risposta della Russia alla legge Magnitskij, potrebbe essere firmata come legge dal Presidente entro la fine dell’anno, ha detto a Russia Today il primo vicepresidente del Comitato per gli affari esteri della Duma di Stato, Vjaceslav Nikonov. La Russia e gli Stati Uniti potrebbero avviare un “confronto” nelle liste nere e nell’ampliamento delle limitazioni geografiche, perché Washington ha invitato gli altri paesi a compilare una propria versione della legge Magnitskij, ha detto. Dopo aver abrogato l’emendamento Jackson-Vanik, i legislatori degli Stati Uniti non potevano non sostituirlo con un’altra legge anti-russa, ha detto Nikonov. Per quanto riguarda le conseguenze possibili, la legge Magnitskij purtroppo potrebbe fare anche più danni dell’emendamento Jackson-Vanik, ha detto.”
Bridge ricorda le condizioni iniziali che hanno portato a tale confronto, come il blocco del funzionamento delle istituzioni del governo degli Stati Uniti, e in particolare l’irresponsabilità del Congresso, oggi soggetto solo alle pressioni delle lobby, all’estremismo e agli stati d’animo dell’uno o dell’altro centro di potere parlamentare, senza subire alcuna conseguenza per gli atti che vengono adottati in risposta a queste pressioni. La sequenza del funzionamento di questo potere improduttivo porta a situazioni grottesche, come l’iniziativa dell’esecutivo per richiedere di facilitare le relazioni vantaggiose con un paese straniero che, invece, porta ad una situazione peggiore di quella precedente.
Alla base di questo caso, vi era la volontà dell’amministrazione Obama di rimuovere l’emendamento Jackson-Vanik risalente alla Guerra Fredda e che istituiva condizioni sui diritti di tipo intrusivi nel buon rapporto commerciale USA-URSS (all’epoca), cosa che la Russia oggi considera una arcaica e inaccettabile intrusione alla propria sovranità. Il Congresso si è piegato, ma l’ha sabotato in modo irresponsabile stilando la legge Magnitskij, che sostituisce la legge Jackson-Vanik, ma che è ancora più insopportabile per i russi, aggiornandone l’assalto legislativo.
La legge Magnitskij incorpora le infinite accuse anti-russe del Congresso, l’invasione della sovranità russa, la famigerata illegalità degli atti del Congresso in questo tipo di casi… Il rimedio peggiore del male, quindi, e la reazione della Duma potrebbe esporre qualche fattaccio degli Stati Uniti, soprattutto nei confronti di bambini russi, in particolare, in cui l’emozione è forte peggiorando in modo significativo le reazioni politiche. Il caso apre un registro del confronto che potrebbe portare a situazioni estremamente gravi, in questo momento di comunicazione trionfante e irresponsabilità di certi organi (del Congresso degli Stati Uniti in particolare) che potrebbero surriscaldare situazioni già assai drammatizzate. Entrambe le assemblee si troveranno su un terreno in cui il confronto può degenerare, suscitando gravi tensioni diplomatiche e, forse, compromettere irreparabilmente ciò che resta del rilancio dei rapporti USA-Russia del presidente Obama, risalente al 2009.
La Camera pubblica della Federazione Russa, prendendo spunto dai legislatori statunitensi, si  prepara a stilare una lista degli statunitensi che hanno violato i diritti dei bambini russi adottati da famiglie statunitensi. Le tensioni diplomatiche tra Mosca e Washington si sono accese all’inizio di questo mese, quando i legislatori degli Stati Uniti hanno spacciato la cosiddetta legge Magnitsky come disegno di legge per normalizzare le relazioni commerciali con la Russia. Gli analisti politici dicono che fosse l’unico modo per l’amministrazione Obama per ottenere dai russofobi repubblicani la firma del molto controverso disegno di legge. La legge degli Stati Uniti trae nome da Sergej Magnitskij, indagato per il piano di una massiccia evasione fiscale. Magnitskij, il cui caso è ancora oggetto di indagine da parte delle autorità russe, è morto in custodia cautelare nel novembre 2009. Una delle disposizioni della legge Magnitskij conferisce al Presidente degli Stati Uniti il potere di  creare un elenco di cittadini russi presumibilmente “responsabili di omicidi”, vietandogli di entrare negli Stati Uniti.
Non sorprende che Mosca veda tale atto come grave interferenza negli affari interni della Russia, tanto più che l’inchiesta sulla morte dell’ex dirigente della Hermitage Capital è ancora aperta. Ora i parlamentari russi sono impegnati a lavorare su una legge anti-Magnitskij,  chiamata in onore di Dima Jakovlev, un 18enne russo morto subito dopo che il padre adottivo statunitense l’aveva lasciato chiuso all’interno dell’auto per diverse ore durante una caldissima giornata estiva. Le autorità russe sono pronte a sottolineare, tuttavia, che il tragico caso di Dima Jakovlev rappresenta la punta dell’iceberg degli abusi degli Stati Uniti contro i cittadini russi.

La Camera pubblica ha detto che molte persone hanno familiarità con i casi sensazionali di Viktor Bout e Konstantin Jaroshenko, due cittadini russi arrestati all’estero da funzionari statunitensi, e che ora scontano la pena nel sistema carcerario degli Stati Uniti. Ma vi sono molti casi assai meno conosciuti, in cui funzionari statunitensi non sono riusciti a reagire od hanno agito in modo inadeguato nei casi di bambini russi adottati e sottoposti ad abusi, se non anche uccisi, per mano delle loro nuove famiglie statunitensi…”
La schermaglia mostra perfettamente le condizioni di questa nuova era della psicopolitica in cui  trionfa il sistema della comunicazione, dal momento che si tratta dello scontro tra poteri esecutivi, mentre due dirigenti (Obama e Putin) cercano l’appeasement delle loro relazioni. Ma nel regno della comunicazione, i parlamentari agiscono in base ad esso, soprattutto perché dispongono di procedure e strumenti che meglio si adattano alle condizioni della comunicazione, alla copertura dei media, alla pressione pubblica causata dall’emozione, ecc. Ciò ammesso, constatando le condizioni molto particolari di questo periodo, in cui il potere diretto viene spesso paralizzato dai poteri indiretti, rimane essenziale la questione politica. In questo caso, il Congresso continua con la sua irresponsabilità, molto indicativa per il sistema della comunicazione, nel basarsi sulla natura  violentemente anti-russa della politica americanista, un sostituto della politica-Sistema. (Si ritrova questo carattere anti-russo nella politica mediatica guidata, questa volta, dal Dipartimento di Stato, in particolare tra l’autunno 2011 e l’estate 2012, per fermare l’espulsione dell’USAID dalla Russia: è quindi una politica caratterizzata dalla comunicazione a cui l’esecutivo si adatta, e non solo una tendenza del Congresso o del carattere anti-russo della politica americanista/politica-Sistema, come ampiamente dimostrata.)
Il problema è che il Congresso ha in gran parte accresciuto il sentimento patriottico dei russi, in questo caso perpetuando con notevole costanza la goffa stupidità del carattere invadente ed indifferente ai principi di questa politica americanista. (Gli Stati Uniti,  Congresso in testa e, questa volta, con l’ansioso aiuto dell’UE, raggiungeranno lo stesso risultato con l’Iran, dove le varie sanzioni e intrusioni aggressive hanno rafforzato il generale supporto degli iraniani al potere, in nome del patriottismo.) L’avevamo già evidenziato, in primavera, durante le varie scappatelle dell’ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca, McFaul, mentre alcune ONG e altri “dissidenti” pro-americanisti russi restavano un po’ imbarazzati dal comportamento visto da parte statunitense, che interveniva spudoratamente negli affari interni della Russia. Ci furono dichiarazioni dell’opposizione, sostenuta dal blocco  BAO, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero potuto suscitare le reazioni patriottiche dei russi, e alcune ONG hanno anche abbandonato l’alleanza troppo appariscente con gli Stati Uniti.
Il raggruppamento riportato alla Duma va nella stessa direzione. Ciò che fanno le persone del Congresso, nella loro abituale cecità e totale impotenza nel capire ciò che non è statunitense (oltre alla loro incapacità di immaginare qualcuno che, non reputando essere come gli Stati Uniti, ritenersi comunque degno di vivere), genera una grande reazione patriottica in Russia. I parlamentari statunitensi non sanno nulla ovviamente della Russia, della sua tradizione di antica nazione e di patriottismo che l’accompagna; i parlamentari statunitensi provengono da un paese che non è una nazione e che si basa sulla sabbia del sistema mediatico. Pertanto, il confronto tra il Senato e la Duma, che appare a prima vista prodotto dal sistema della comunicazione e dalla paralisi che impone al sistema politico, e lo è effettivamente, se si tiene conto degli effetti sulle tradizionali reti politiche, appare in seconda analisi come un formidabile indicatore e un detonatore potenziale di una reazione di notevole importanza.
Tutti questi casi di “aggressione morbida” del blocco BAO-USA, risveglieranno, o meglio già risvegliano, il patriottismo russo, composto da un materiale ben più temprato rispetto alla versione hollywoodiana di ciò che si chiama “patriottismo americano”, che non è mai stato un media usato per mantenere all’ordine le masse informe di popolazioni raccattate in successione dagli Stati Uniti per gestirne la macchina economica. Il Patriottismo russo ha una dimensione spirituale di grande interesse oggi, perché oltre ad affermare la nazione che l’onora, avvia il processo di dissoluzione della modernità americanista-occidentalista che avviluppa il Sistema. Infine, arriviamo a vedere che il Congresso statunitense ha una qualche utilità… aver sicuramente suscitato l’impegno della leadership e della popolazione della Russia a questa “guerra morbida” che la Russia sembra pronta ad avviare in risposta all’”aggressione morbida” degli Stati Uniti e del blocco BAO.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Riavviato il Movimento dei Non Allineati

Dmitrij Sedov Strategic Culture Foundation 06.09.2012

E’ un dato di fatto, che fin dall’inizio la conferenza del Movimento dei Non Allineati (NAM), convocata alla fine di agosto a Teheran, attirasse i titoli dei giornali internazionali. In un’epoca indimenticabile, l’organizzazione, fondata nel 1961 come alleanza di 120 paesi dal trio carismatico Josip Broz Tito, Jamal Abdel Nasser e Jawaharlal Nehru, era emersa quale forza influente, in grado di essere autonoma dalla NATO e dal blocco orientale. Anche se l’adesione al NAM non implica obblighi formali, i componenti hanno raggiunto un impressionante livello di coordinamento, resistendo al neocolonialismo e tutelando il loro diritto a un modello di sviluppo originale; e al NAM si deve il merito di aver svolto un ruolo apprezzabile facendo moderare agli Stati Uniti le loro avventure militari nel Sud-Est Asiatico, nonché fornendo un supporto fondamentale ai movimenti di liberazione in Africa e America Latina.
Restando separati dall’arena del mondo bipolare, i pilastri del NAM in varia misura hanno aderito all’idea di costruire la società sulle fondamenta della giustizia e del progresso sociale, condannando il dettato occidentale e, se necessario, affrontando anche il blocco orientale. I meccanismi interni del NAM cambiarono in seguito al crollo di quest’ultimo e con l’avvento della globalizzazione, che ha sostituito l’ordine del giorno neocoloniale con nuovi imperativi. In questi giorni, il NAM sembrava diviso, con molti dei suoi membri: India, Indonesia, Egitto, Arabia Saudita, Afghanistan, Iraq, ecc ora saldamente nell’orbita degli Stati Uniti, e altri: Jugoslavia e Libia, minate e infine distrutte dai leader del mondo globalizzato. Altri ancora, Romania e Finlandia, ad esempio, decisero la loro uscita dal NAM, le loro priorità le allontanarono dal programma dell’alleanza. Da una prospettiva più ampia, il rifiuto del modello di sviluppo socialista ha innescato la crisi di identità del NAM, spingendo la maggior parte dei suoi membri alla ricerca di strategie alternative e a passare a forme diluite di partecipazione all’alleanza. Il NAM continua a operare, tuttavia, ed indice dei congressi ogni tre anni, ma ha solo l’ombra dell’influenza internazionale di una volta. La diplomazia statunitense ha frettolosamente dichiarato estinto il NAM in quanto tale, e l’idea che nel mondo di oggi non ci sia posto per esso viene sostenuta da molti osservatori del mondo, ma ciò potrebbe rivelarsi un’esagerazione. La conferenza del NAM a Teheran, ha visto gli alti rappresentanti di 116 paesi, tra i quali 36 presidenti, vicepresidenti e primi ministri, e più di 80 ministri degli esteri ed inviati speciali; indicativo dell’importanza attuale dell’alleanza. Dimostrandosi in grado di ospitare un evento di tali proporzioni, Teheran ha in gran parte dissipato il mito statunitense che l’Iran sia percepito, mondialmente, come un paese canaglia. In realtà, per il momento Washington deve rendersi conto che i suoi sforzi per avere il sostegno per un giro di vite contro l’Iran, non ha prodotto alcun risultato, se si considera che solo una manciata di paesi, oltre la NATO, sosterrebbe la condanna del controverso programma nucleare iraniano. Al contrario, l’ampio congresso del NAM ha rimproverato gli Stati Uniti per la loro politica intransigente e ribadito il diritto dell’Iran a un programma nucleare pacifico, compreso anche al ciclo di arricchimento completo. E’ giusto dire che il NAM prende una posizione decisa sulla questione chiave, che da sola ha fatto della conferenza un evento internazionale culminante. L’Iran, si deve ricordare, è firmatario del Trattato di non proliferazione e ribadisce l’impegno ad esso in ogni circostanza opportuna, mentre Israele, che minaccia di bombardare gli impianti nucleari iraniani, non ha firmato il Trattato, ed è noto che possiede un arsenale nucleare. Tel Aviv ha recentemente espresso nuove minacce contro l’Iran, e la cancelliera tedesca Angela Merkel ha esortato gli israeliani a dar prova di moderazione, ma lo spettacolo non deve far dimenticare che il mondo in via di sviluppo non gradisce la politica estera degli Stati Uniti, o il loro desiderio di far valere la propria visione riguardo il programma nucleare iraniano e altro. Emerge sempre più che, con il dipanarsi del conflitto sul programma nucleare iraniano, ancora una volta viene dimostrato che gli Stati Uniti dovrebbero adottare un approccio più sobrio negli affari internazionali, e almeno prendere coscienza delle allergie pervasive alla loro tendenza all’unilateralismo e ai ricatti.
Un serio dibattito sulla Siria è esploso alla conferenza del NAM. Diviso sulla questione, il forum, nonostante gli sforzi di Teheran, ha deciso di non discutere dell’attuale crisi siriana nel suo documento finale. Il discorso pronunciato dal presidente egiziano Mohammad Morsi, non ha lasciato alcun dubbio sul fatto che certi leader hanno adottato il quadro dipinto dalla propaganda occidentale, e non riescono ad afferrare l’essenza di ciò che sta accadendo in Siria. In un discorso emotivo, Morsi ha biasimato B. Assad, affermando che il sostegno all’opposizione siriana era un “dovere morale” per il NAM, sottolineando la continuità tra i cambi di regime in Tunisia, Libia e Yemen e l’incombente transizione siriana. Di conseguenza, la dinamica del forum ha preso una piega sfavorevole alla Siria. La dichiarazione di Morsi ha suscitato la critica indiretta dell’Ayatollah Khamenei, e il consigliere per il Medio Oriente del parlamento iraniano, Hossein Sheikholeslam, ha detto all’agenzia stampa Mehr che Morsi “ha commesso un grosso errore avvalendosi della sua posizione (come presidente del NAM) per esprimere i punti di vista dell’Egitto, ignorando tutti i principi del NAM“. Infatti, il governo di Assad è del tutto legittimo e riconosciuto in tutto il mondo, mettendo Morsi in contrasto con il protocollo, ma dovrebbe essere ulteriormente preso in considerazione che il leader egiziano proviene dai Fratelli musulmani, un gruppo con un concetto curioso di ciò che significa libertà nella regione. I guerriglieri dei Fratelli musulmani combattono notamente dalla parte dell’opposizione in Siria.
La partecipazione alla conferenza del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon, è servita a sottolineare l’importanza dell’evento. Il Dipartimento di Stato ha espresso riserve sul piano di Ban Ki-moon di visitare l’Iran, ma il tour in realtà ha aperto nuove opportunità per significative e, in parte, impreviste discussioni. Mentre a Teheran, il Segretario Generale ha espresso preoccupazione per le presunte ambizioni nucleari dell’Iran e sui diritti dell’uomo. Parlando alla Scuola di Relazioni Internazionali iraniana, ha detto di aver chiesto il rilascio dei detenuti politici in Iran, nel corso di un incontro con l’ayatollah Khamenei, e ha anche detto che secondo il leader iraniano, riguardo la ricerca di armi nucleari è profondamente contrario e che non ha mai avuto niente del genere in mente, il che significa che le sanzioni contro l’Iran sono assolutamente infondate. L’osservazione dell’Ayatollah Khamenei sottolineava che tale trattamento spietato può solo rafforzare gli iraniani nella fede nella loro causa. Ha anche criticato la struttura del Consiglio di sicurezza dell’ONU come antidemocratica, irrazionale, equivalente a una dittatura mascherata che permette di attuare delle politiche da “prepotenze”. Vedere la situazione attraverso il prisma iraniano, ha certamente fornito a Ban Ki-moon un nuovo punto di vista realistico della situazione. Per Teheran, ospitare il Segretario Generale rafforza la richiesta iraniana per la leadership del NAM, una posizione che merita sicuramente il paese che guida l’opposizione al globalismo aggressivo.
Teheran ha chiaramente raggiunto i suoi obiettivi, ospitando la conferenza del NAM ha dimostrato che l’alleanza informale è in procinto di superare la sua crisi di identità. Il senso di coesione nel NAM è in crescita, in gran parte sulla base dell’anti-americanismo e l’Iran, quale paese costantemente tenuto sotto tiro da Washington, naturalmente deve esserne al timone. Nel complesso, l’attuale antiamericanismo del NAM, letto come più ampia tendenza anti-occidentale che si sta facendo strada mentre infuria la crisi economica mondiale, e mentre si moltiplicano i tentativi, in stile USA, di imporre la “democrazia” a nazioni sovrane. Il forum ha difeso il diritto dell’Iran al suo programma nucleare, riflettendo la posizione con la massima chiarezza. Non è un caso che con la conferenza del NAM riunitasi a Teheran, i paesi membri riconoscono la potenziale leadership iraniana, e con la sua presidenza dell’alleanza nei prossimi tre anni, Teheran farà del suo meglio anche per superare le aspettative.
L’ambasciatore itinerante della Russia, Konstantin Shuvalov, ha rappresentato Mosca alla conferenza del NAM. Il livello di rappresentazione sembrava un po’ basso per poter consentire una piena interazione con i leader nazionali in quel quadro, e vi è la probabilità che, a seguito della conferenza, la Russia invierà un alto diplomatico al prossimo forum.

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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