Obama, Erdogan, i ribelli siriani e la linea rossa

Seymour M. Hersh Global Research, 8 aprile 2014
obamaerdNel 2011, Barack Obama decise l’intervento militare alleato in Libia senza consultare il Congresso. Ad agosto, dopo l’attacco con il gas sarin su Ghuta, sobborgo di Damasco, era pronto a lanciare una nuova compagnia aerea alleata, questa volta per punire il governo siriano per aver attraversato la “linea rossa” che aveva tracciato nel 2012 sull’uso di armi chimiche. Poi, due giorni prima degli attacchi annunciò che avrebbe cercato l’approvazione del Congresso. L’attacco fu rinviato mentre il Congresso si preparava per le audizioni, solo per essere annullate quando Obama accettò l’offerta di Assad di cedere l’arsenale chimico a seguito di un accordo negoziato dalla Russia. Perché Obama ritardò e poi mollò l’attacco alla Siria quando non esitò in Libia? La risposta è nello scontro tra coloro che nell’amministrazione erano determinati a far rispettare la linea rossa e i capi militari che pensavano che una guerra fosse ingiustificata e potenzialmente disastrosa. Il motivo del ripensamento di Obama si trova a Porton Down, un laboratorio della difesa nel Wiltshire. I servizi segreti inglesi avevano ricevuto un campione del gas sarin usato dell’attacco del 21 agosto e le analisi dimostrarono che il gas utilizzato non corrispondeva a quello dell’arsenale chimico dell’esercito siriano. Venne rapidamente detto ai capi di Stato maggiore degli Stati Uniti che le le accuse contro la Siria non avrebbero retto. La relazione dal Regno Unito confermava i dubbi del Pentagono; i capi di stato maggiore già si preparavano a mettere in guardia Obama sui piani d’attacco su larga scala, con bombardamenti e missile sulle infrastrutture in Siria, che avrebbero causato una grande guerra in Medio Oriente. Perciò, gli ufficiali statunitensi avvertirono all’ultimo minuto il Presidente del loro avviso, infine portand alla cancellazione dell’attacco. Per mesi ci fu grande preoccupazione tra i militari e i capi della comunità d’intelligence, sul ruolo svolto nella guerra dai vicini della Siria, in particolare dalla Turchia. Il primo ministro Recep Erdogan era noto per il suo sostegno ad al-Nusra, una fazione jihadista della ribellione, e ad altri gruppi di insorti islamisti.  “Sapevamo che c’erano alcuni, nel governo turco“, ha detto un ex-alto ufficiale dell’intelligence statunitense, che ha accesso ai documenti, “che credevano di poter agguantare per le palle Assad coinvolgendolo nell’uso del gas sarin in Siria, costringendo Obama a rispondere“. I Capi di Stato Maggiore sapevano anche che le accuse dell’amministrazione Obama, secondo cui solo l’esercito siriano aveva accesso al sarin, erano false. I servizi d’intelligence statunitensi e inglesi sapevano fin dalla primavera 2013 che certe unità ribelli in Siria avevano prodotto armi chimiche. Il 20 giugno, gli analisti della Defense Intelligence Agency (DIA – servizi d’intelligence delle forze armate statunitensi) pubblicarono un rapporto di cinque pagine, altamente classificato, sui “punti discussi” in una riunione informativa del vicedirettore della DIA, David Shedd, secondo cui al-Nusra aveva prodotto del sarin: il suo programma, dice il rapporto, erano “sforzi più avanzati della cospirazione sul sarin di al-Qaida, già prima del 9/11“. (Secondo un consulente del dipartimento della Difesa, l’intelligence statunitense da tempo sapeva che al-Qaida aveva sperimentato armi chimiche, ed è in possesso di un video di tali esperimenti sui cani). Il documento della DIA continua: “Finora, l’attenzione dei servizi d’intelligence s’è concentrata quasi esclusivamente sulle armi chimiche siriane; ora vediamo che al-Nusra tenta di fabbricare le stesse armi… la relativamente grande libertà di manovra di al-Nusra in Siria ci porta a credere che il gruppo creerà difficoltà in futuro“. Il documento cita numerose informazioni classificate di molte organizzazioni. “Con l’intermediazione turca e saudita“, dice, “ha tentato di avere decine di chili di componenti per il sarin, probabilmente per avviarne la produzione su vasta scala in Siria“. (Alla domanda sul documento DIA, un portavoce del direttore della National Intelligence dichiarava: “Nessun rapporto è mai stato richiesto o prodotto dagli analisti dell’intelligence“).
A maggio, più di dieci membri del Fronte al-Nusra furono arrestati nel sud della Turchia, per quello che la polizia locale riferì alla stampa essere due chili di sarin. Nell’accusa di 130 pagine, il gruppo fu accusato di cercare di comprare detonatori, tubi per mortai e prodotti chimici per il sarin. Cinque degli arrestati furono rilasciati dopo una breve detenzione. Gli altri, tra cui il capo Haytham Qasab, per il quale il pubblico ministero chiese una pena di 25 anni, furono rilasciati in attesa di giudizio. Nel frattempo, la stampa turca diffuse la speculazione secondo cui l’amministrazione Erdogan avesse occultato la propria complicità con i ribelli. In una conferenza stampa della scorsa estate, Aydin Sezgin, ambasciatore della Turchia a Mosca, minimizzava gli arresti e disse ai giornalisti che il “sarin” fornito era semplicemente “antigelo”. Il documento della DIA dice che gli arresti sono la prova che al-Nusra aveva accesso alle armi chimiche. Dice che Qasab s’era “auto-identificato” come membro di al-Nusra direttamente correlato ad Abd al-Ghani, “l’emiro del Fronte addetto alla produzione militare.” Qasab e il suo partner Usta Qalid lavoravano con Halit Unalkaya, dipendente della società turca Zirve Export, che fornì i “preventivi per grosse quantità di componenti del sarin“. Il piano di Abd al-Ghani era che i due soci “perfezionassero la produzione del sarin, per poi recarsi in Siria ad addestrare altri nella produzione su larga scala, in un laboratorio non identificato in Siria”. Il documento della DIA afferma che uno dei suoi agenti aveva comprato un componente sul “mercato dei prodotti chimici di Baghdad“, “presidendo ad almeno sette tentativi di produrre armi chimiche, dal 2004“. Una serie di attacchi con armi chimiche, a marzo e aprile 2013, venne studiato nel mese successivo da una speciale missione delle Nazioni Unite in Siria. Una persona con conoscenza specifica delle attività delle Nazioni Unite in Siria, mi ha detto che c’erano prove che collegano l’opposizione siriana al primo attacco con il gas del 19 marzo a Qan Al-Asal, un villaggio nei pressi di Aleppo. Nella sua relazione finale di dicembre, la missione affermò che almeno 19 civili e un soldato siriano furono uccisi e decine feriti. La missione non era autorizzata ad indicare il responsabile dell’attacco, ma la persona a conoscenza delle attività delle Nazioni Unite mi ha detto: “Gli investigatori hanno intervistato le persone presenti, compresi i medici che curarono le vittime. Era chiaro che furono i ribelli ad usare il gas. L’informazione non fu resa pubblica perché nessuno avrebbe ascoltato“. Nei mesi precedenti gli attentati, mi ha detto un ex-alto funzionario del dipartimento della Difesa, la DIA diffuse un rapporto classificato, noto come SYRUP, su tutte le informazioni relative al conflitto siriano, tra cui le armi chimiche. Ma in primavera, la distribuzione di una parte del rapporto sulle armi chimiche fu gravemente ridotta su ordine di Denis McDonough, capo dello staff della Casa Bianca. “C’era qualcosa che innescò il nervosismo di McDonough“, ha detto l’ex-funzionario del ministero della Difesa. “A un certo punto, divenne un’enormità e poi, dopo gli attacchi con il sarin di marzo e aprile, schioccò le dita e puf, tutto finì“.  La decisione di limitare la distribuzione del rapporto fu presa mentre i capi di Stato Maggiore ordinavano la pianificazione dettagliata ed urgente della possibile invasione via terra della Siria, con l’obiettivo principale di eliminare le armi chimiche. L’ex funzionario dell’intelligence ha detto che molti della sicurezza nazionale degli Stati Uniti furono a lungo turbati dalla linea rossa del presidente: “I Joint Chiefs of Staff chiesero alla Casa Bianca “Cos’è la linea rossa? Che significa in termini militari? Truppe di terra? Attacchi massicci? Attacchi limitati?” Assegnarono uno studio all’intelligence militare su come attuare le minacce. Non seppero altro delle intenzioni del presidente“.
All’indomani dell’attacco del 21 agosto, Obama ordinò al Pentagono di redigere un elenco degli obiettivi da bombardare. All’inizio, ha detto l’ex-agente dell’intelligence, “la Casa Bianca respinse 35 elenchi forniti dai Capi di Stato Maggiore, per il fatto che non erano sufficientemente “dolorosi” per il regime di Assad”. Gli obiettivi iniziali includevano solo siti militari e non infrastrutture civili. Sotto la pressione della Casa Bianca, il piano di attacco degli Stati Uniti divenne una “mostruosità” e due flotte di bombardieri B-52 furono trasferite in basi aeree vicine alla Siria e sottomarini e navi armati di missili Tomahawk furono schierati. “Ogni giorno, l’elenco degli obiettivi si allungava“, ha detto l’ex-funzionario dell’intelligence. “I pianificatori del Pentagono dissero che non potevamo usare solo i Tomahawk per colpire i siti missilistici in Siria, perché le strutture erano troppo profonde, perciò i B-52 ebbero tale missione venendo dotati di bombe da una tonnellata. In secondo luogo, c’era bisogno di squadre di soccorso per recuperare i piloti abbattuti e di droni per gli obiettivi selezionati. Divenne una cosa enorme“. Il nuovo elenco dei bersagli fu progettato per “sradicare totalmente la capacità militare di Assad“, ha detto l’ex-funzionario dell’intelligence. L’elenco dei principali obiettivi includeva le reti elettriche ad alta tensione, giacimenti di petrolio e gas, tutti i depositi logistici e di armi, i posti di comando e di controllo, e tutti gli edifici militari e dell’intelligence noti. Gran Bretagna e Francia avrebbero svolto un ruolo. Il 29 agosto, giorno in cui il Parlamento (inglese) votò contro la proposta di Cameron di aderire all’attacco, The Guardian riferì  che Cameron aveva già ordinato il dispiegamento di sei caccia Typhoon a Cipro, e inviò un sottomarino in grado di lanciare missili Tomahawk. L’aviazione francese, attore chiave durante l’attacco del 2011 alla Libia, venne profondamente impegnata, secondo un articolo di Le Nouvel Observateur; François Hollande aveva ordinato a diversi caccia-bombardieri Rafale di partecipare all’attacco statunitense. I loro obiettivi furono localizzati nella Siria occidentale. A fine agosto, il presidente diede ai Capi di Stato Maggiore un termine per l’inizio delle operazioni. “L’ora zero doveva andare non oltre la mattina del 2 settembre, per un attacco massiccio volto a neutralizzare Assad“, ha detto l’ex-agente dell’intelligence. Quindi, fu per molti una sorpresa  quando in un discorso alla Casa Bianca nel Giardino delle Rose, il 31 agosto, Obama dichiarò che l’attacco veniva respinto e che si rivolgeva al Congresso per un voto. A questo punto, la supposizione di Obama secondo cui solo l’esercito siriano poteva usare il sarin, si disintegrò. Pochi giorni dopo l’attacco del 21 agosto, ha detto l’ex-capo dei servizi segreti, gli ufficiali dei servizi segreti militari russi aveva recuperato dei campioni dell’agente chimico di Ghuta. L’analizzarono e l’inviarono al servizio d’intelligence militare inglese; era il materiale inviato a Porton Down. (Un portavoce di Porton Down disse: “La maggior parte dei campioni analizzati nel Regno Unito risultò l’agente nervino sarin“, l’MI6 disse di non commentare gli affari dell’intelligence). L’ex funzionario dell’intelligence ha detto che il russo che diede il campione era “una fonte affidabile. Una persona che aveva accesso, conoscenze e fiducia”  Dopo la prima notizia sull’utilizzo di armi chimiche in Siria, lo scorso anno, le agenzie d’intelligence degli Stati Uniti e degli alleati “tentarono di scoprire cosa fosse stato utilizzato e la sua origine“, ha detto l’ex-funzionario dell’intelligence. “Usiamo i dati scambiati nel quadro della Convenzione sulle armi chimiche. La procedura della DIA è conoscere la composizione di ogni arma chimica di produzione sovietica. Ma non sapevamo che tipo di scorte avesse l’arsenale siriano. Nei giorni che seguirono l’incidente di Damasco, abbiamo chiesto a una fonte del governo siriano di darci un elenco delle scorte di proprietà del governo. Ecco perché siamo arrivati così rapidamente alla conclusione“. La procedura non operò così a primavera, ha detto l’ex-capo dei servizi segreti, perché gli studi dei servizi d’intelligence occidentali “non furono conclusivi sul tipo di gas utilizzato. La parola “sarin” non fu pronunciata. Ci fu molta discussione su ciò, ma dato che nessuno poteva decidere la natura del gas, non potemmo dire che Assad aveva attraversato la linea rossa del presidente“. Il 21 agosto, secondo l’ex-capo dell’intelligence, “l’opposizione siriana aveva chiaramente appreso la lezione e annunciò che il “sarin” dell’esercito siriano era stato utilizzato prima delle analisi, e la stampa e la Casa Bianca colsero al volo l’occasione. Per cui il sarin “doveva essere stato usato da Assad“. I militari del Regno Unito che trasmisero i risultati di Porton Down ai Capi di Stato Maggiore degli Stati Uniti inviarono un messaggio agli statunitensi, ha detto l’ex-ufficiale dell’intelligence: “Ve lo faremo avere” (ciò dà senso al messaggio laconico di fine agosto di un agente della CIA: “Non è opera del regime, Regno Unito e Stati Uniti lo sanno“). Si era a un paio di giorni dall’assalto e aerei, navi e sottomarini statunitensi, inglesi e francesi erano pronti.
Il responsabile per la pianificazione e l’esecuzione dell’attacco era il Generale Martin Dempsey, presidente del Joint Chiefs of Staff. Fin dall’inizio della crisi, ha detto l’ex funzionario dell’intelligence, i Capi di Stato Maggiore erano scettici sugli argomenti addotti dall’amministrazione per sostenere la colpevolezza di Assad. Esortarono DIA e altre agenzie a fornire  dati più conclusivi. “Pensarono che fosse impossibile che la Siria utilizzasse il gas in quella fase, perché Assad stava vincendo la guerra“, ha detto l’ex-funzionario dell’intelligence. Dempsey aveva fatto arrabbiare molte persone nell’amministrazione Obama durante l’estate, e avvertì ripetutamente il Congresso sul pericolo del coinvolgimento militare degli Stati Uniti in Siria. Lo scorso aprile, dopo una valutazione ottimistica dei progressi dei ribelli da parte del segretario di Stato John Kerry, davanti alla Commissione Esteri della Camera dei Rappresentanti, Dempsey disse alla Commissione Forze Armate del Senato che “è possibile che questo conflitto sia entrato in una fase di stallo”. L’ex-funzionario dell’intelligence ha detto che la prima idea di Dempsey dopo il 21 agosto, fu che l’attacco degli Stati Uniti alla Siria, nel caso in cui il governo di Assad fosse responsabile dell’attacco con il sarin, sarebbe stato un errore militare. La relazione di Porton Down spinse il Joint Chiefs of Staff a confidare al presidente la preoccupazione ancora più grave che il desiderio dell’attacco della Casa Bianca costituisse un atto di aggressione ingiustificata. Così i capi di Stato Maggiore fecero cambiare rotta ad Obama. La spiegazione ufficiale della Casa Bianca sul voltafaccia, secondo i media, fu che il presidente durante una passeggiata nel Giardino delle Rose con Denis McDonough, suo capo dello staff, improvvisamente decidesse di chiedere l’approvazione da un Congresso profondamente diviso, con cui era in conflitto da anni. L’ex-capo del dipartimento della Difesa ha detto che la Casa Bianca diede una spiegazione diversa ai membri della leadership civile del Pentagono: l’attacco era stato annullato a causa di informazioni secondo cui, in caso di attacco, “il Medio Oriente sarebbe andato in fumo“. La decisione del presidente di rivolgersi al Congresso fu inizialmente considerata dai vertici dalla Casa Bianca, ha detto l’ex-agente dell’intelligence, un recupero della tattica di George W. Bush nell’autunno del 2002, prima dell’invasione dell’Iraq: “Quando apparve chiaro che non c’erano ADM (armi di distruzione di massa) in Iraq, il Congresso, che aveva approvato la guerra in Iraq, e la Casa Bianca, condivisero le responsabilità invocando ripetutamente la disinformazione. Se l’attuale Congresso avesse votato a favore dell’attacco, la Casa Bianca poteva ancora vincere su due tavoli, colpendo la Siria con un attacco massiccio e confermando l’impegno della linea rossa del presidente, mentre poteva condividerne la colpa con il Congresso se si fosse scoperto che l’esercito siriano non era responsabile dell’attacco“. L’inversione fu una sorpresa anche per i capi democratici del Congresso. A settembre, il Wall Street Journal riportò che tre giorni prima del suo discorso al Giardino delle Rose, Obama telefonò a Nancy Pelosi, capo democratico alla Camera dei Rappresentanti, “per discutere le varie opzioni“. Poi disse ai colleghi, secondo il giornale, che non chiese al presidente di presentare un voto sul bombardamento al Congresso. La manovra di Obama per avere l’approvazione del Congresso entrò rapidamente in stallo. “Al Congresso non sarebbe passato“, ha detto l’ex-funzionario dell’intelligence. “Il Congresso indicò che, contrariamente all’autorizzazione della guerra in Iraq, ci sarebbero state ampie udienze. In quel momento c’era un senso di disperazione alla Casa Bianca“, ha detto l’ex-funzionario dell’intelligence. “E improvvisamente apparve il piano B. Si annullavano gli attacchi ad Assad se accettava di firmare unilateralmente il trattato sulle armi chimiche e di distruggere tutte le armi chimiche sotto il controllo delle Nazioni Unite“. Nel corso di una conferenza stampa a Londra, il 9 settembre, Kerry parlava ancora d’intervento: “il rischio di non agire è maggiore del rischio di agire“. Ma quando un giornalista gli chiese se c’era qualcosa che Assad poteva fare per fermare i bombardamenti, Kerry disse: “Certo. Potrebbe cedere tutte le sue armi chimiche alla comunità internazionale entro la prossima settimana… Ma lui non intende farlo, non può farlo ovviamente“. Secondo il New York Times del giorno dopo, l’accordo negoziato dai russi apparso subito dopo, era già stato negoziato da Obama e Putin nell’estate 2012. Anche se erano stati esclusi i piani d’attacco, l’amministrazione non cambiò la tesi ufficiale per giustificare la guerra. “A quel punto non c’è alcuna tolleranza per gli errori“, ha detto l’ex-funzionario dell’intelligence, parlando dei vertici della Casa Bianca. “Non potevano permettersi di dire: “Abbiamo sbagliato”.” (Il portavoce del DNI  dichiarò: “E’ solo il regime di Assad responsabile dell’attacco chimico del 21 agosto”).
L’estensione della cooperazione degli Stati Uniti con Turchia, Arabia Saudita e Qatar nel sostenere l’opposizione dei ribelli in Siria, è ancora da scoprire. L’amministrazione Obama non ha mai ammesso pubblicamente il suo ruolo nella creazione di ciò che la CIA definisce “linea dei ratti: linea di esfiltrazione/infiltrazione” clandestina in Siria. La “linea dei ratti” autorizzata nei primi mesi del 2012 fu utilizzata per inviare all’opposizione armi e munizioni dalla Libia alla Siria passando dal sud della Turchia. Molti di quelli che in Siria ricevettero le armi erano jihadisti, alcuni affiliati ad al-Qaida. (Il portavoce della DNI ha detto: “L’idea che gli Stati Uniti diano a chiunque le armi della Libia è falsa“). A gennaio, il comitato per l’intelligence del Senato degli Stati Uniti pubblicò un rapporto sull’attacco del settembre 2012 di una milizia locale contro il Consolato degli Stati Uniti e il centro clandestino della la CIA di Bengasi, che provocò la morte dell’ambasciatore Christopher Stevens e di altri tre. Le critiche nella relazione al dipartimento di Stato erano che non avesse fornito adeguata protezione al consolato e che i servizi segreti non avevano allertato l’esercito degli Stati Uniti sulla presenza dell’avamposto della CIA nella regione. Ciò fece sensazione e creò animosità a Washington, con i repubblicani che accusavano Obama e Hillary Clinton di cercare di coprirlo. Un allegato altamente classificato alla relazione, mai reso pubblico, descrive l’accordo segreto d’inizio 2012 tra Obama e il governo Erdogan sulla “linea dei ratti”. Secondo i termini dell’accordo, il finanziamento proveniva da Turchia, Arabia Saudita e Qatar; la CIA, con il sostegno dell’MI6 inglese, era responsabile dell’invio di armi dall’arsenale di Gheddafi alla Siria. Un certo numero di società di copertura fu creato in Libia, alcuni sotto la copertura di enti australiani. Gli ex-militari statunitensi, spesso ignari su chi fosse il loro vero datore di lavoro, furono assunti per gestire approvvigionamento e trasporto. L’operazione era guidata da David Petraeus, il direttore della CIA che presto si sarebbe dimesso dopo la rivelazione della sua relazione con l’autrice della sua biografia. (Un portavoce di Petraeus ha negato l’esistenza di tali operazioni). L’accordo non fu comunicato alle commissioni sull’intelligence e ai capi del Congresso, in violazione delle leggi dal 1970. Il coinvolgimento dell’MI6 permise alla CIA di evitare la legge classificando la missione come operazione di collegamento. L’ex-agente dell’intelligence mi ha detto che per anni fu riconosciuta una legge che consente alla CIA di non dichiarare le proprie operazioni di collegamento al Congresso (Tutte le operazioni segrete della CIA devono essere descritte sui documenti e approvate dai vertici del Congresso). La diffusione delle dichiarazioni fu limitata agli assistenti che prepararono la relazione e agli otto massimi dirigenti del Congresso, i capi democratici e repubblicani della Camera dei Rappresentanti e del Senato, e i capi democratici e repubblicani delle commissioni sull’intelligence di Camera e Senato. Questa misura non può essere considerata una volontà di controllo, dato che questi otto capi in realtà non hanno l’abitudine di porre domande o discutere le informazioni segrete che ricevono. L’allegato non dice nulla di ciò che successe a Bengasi prima dell’attacco, e non spiega perché il consolato degli Stati Uniti fu attaccato. “L’unica missione del Consolato era fornire la copertura per l’invio delle armi“, ha detto l’ex-agente dell’intelligence che lesse il programma. “Non ebbe alcun reale ruolo politico“. Dopo l’attacco al consolato, Washington interruppe bruscamente la partecipazione della CIA nel trasferimento di armi dalla Libia, ma la “linea dei ratti” fu mantenuta. “Gli Stati Uniti non controllavano più ciò che i turchi inviavano ai jihadisti“, ha detto l’ex-funzionario dell’intelligence. In poche settimane, non meno di quaranta lanciamissili portatili antiaerei, comunemente chiamati MANPADS, finirono nelle mani dei ribelli siriani. Il 28 novembre 2012, Joby Warrick del Washington Post riferì che i ribelli vicini ad Aleppo usarono il giorno prima, quasi certamente, un Manpad per abbattere un elicottero da trasporto siriano. “L’amministrazione Obama“, ha scritto Warrick, “si era sempre rifiutata di armare le forze di opposizione siriane con tali missili, avvertendo che queste armi potrebbero cadere nelle mani dei terroristi ed essere utilizzate per abbattere aerei civili“. Due agenti dell’intelligence in Medio Oriente indicarono il Qatar come fonte, e un ex-analista dell’intelligence negli Stati Uniti ipotizzò che i MANPADS potrebbero essere recuperati dagli avamposti militari siriani investiti dai ribelli. Non c’era alcuna indicazione che il possesso di MANPADS dei ribelli fosse l’involontaria conseguenza del programma illegale degli Stati Uniti, poi sfuggito al controllo.
Alla fine del 2012, l’opinione generale dominante nella comunità d’intelligence degli Stati Uniti era che i ribelli stavano perdendo la guerra. “Erdogan era arrabbiato“, ha detto l’ex-capo dei servizi segreti, “e si sentì abbandonato come un vecchio calzino. Aveva speso il suo denaro e vide la rottura come un tradimento“. Nella primavera del 2013, l’intelligence degli Stati Uniti apprese che il governo turco, attraverso elementi del MIT, l’agenzia di intelligence nazionale, e la gendarmeria, organizzazione per la repressione militare, lavoravano direttamente con al-Nusra e i suoi alleati per produrre armi chimiche. “Il MIT aveva legami politici con i capi dei ribelli, e la gendarmeria forniva logistica, consulenza e addestramento militare, anche per la guerra chimica“, ha detto l’ex-agente dell’intelligence. “Il rafforzamento del ruolo della Turchia nella primavera del 2013 fu visto come una soluzione ai problemi. Erdogan sapeva che se fermava il sostegno ai jihadisti, sarebbe finito. I sauditi non potevano sostenere la guerra a causa dei problemi logistici, la distanza e la difficoltà d’inviare armi. La speranza di Erdogan era creare un evento che permettesse agli Stati Uniti di attraversare la linea rossa. Ma Obama non rispose a marzo e aprile“. Non c’era alcun segno di discordia pubblica quando Erdogan e Obama s’incontrarono il 16 maggio 2013 alla Casa Bianca. Nel corso della conferenza stampa seguente, Obama disse di aver convenuto che Assad “deve andarsene”. Alla domanda se pensava che la Siria avesse varcato la linea, Obama riconobbe che non vi era la prova che fossero state utilizzate tali armi, ma aggiunse “è importante avere informazioni più precise su quanto accade esattamente”. La linea rossa era ancora intonsa. Un esperto di politica estera statunitense, che incontra regolarmente funzionari di Washington e Ankara, mi ha parlato di una cena di lavoro ospitata da Obama per Erdogan, durante la sua visita di maggio. Il pasto fu dominato dall’insistenza dei turchi secondo cui  la Siria aveva attraversato la linea e dalla loro richiesta d’intervenire verso cui Obama era riluttante. Obama era accompagnato da John Kerry e Tom Donilon, consigliere per la sicurezza nazionale uscente. Erdogan fu raggiunto da Ahmet Davutoglu, ministro degli Esteri della Turchia e da Hakan Fidan a capo del MIT. Fidan è noto essere un prossimo di Erdogan e un regolare finanziatore dell’opposizione dei ribelli radicali in Siria. L’esperto di politica estera mi ha detto che la relazione su questa riunione fu fatta da Donilon. (Fu poi confermato da un ex-funzionario statunitense, che l’aveva appreso da un alto diplomatico turco). Secondo l’esperto, Erdogan chiese una riunione per dimostrare a Obama che la linea rossa era stata attraversata, e s’era portato Fidan per perorare tale causa. Quando Erdogan cercò di far condurre la conversazione a Fidan, appena iniziò Obama lo fermò dicendo: “Sappiamo“. Erdogan provò una seconda volta a condurre la conversazione a Fidan e Obama ancora tagliò corto dicendo: “Lo sappiamo“. A questo punto, Erdogan esasperato disse: “Ma la tua linea rossa è stata superata!” E mi ha detto l’esperto, “secondo Donilon, Erdogan agitò il dito medio al Presidente, alla Casa Bianca”. Obama puntò il suo di dito su Fidan e disse: “Sappiamo cosa fate con gli estremisti in Siria“. (Donilon, che entrò al Council on Foreign Relations a luglio, non ha risposto alle nostre domande su questa storia. Il ministero degli Esteri turco non ha risposto alle domande sulla cena. Un portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale ha confermato che la cena ha avuto luogo e mi diede una foto che mostra Obama, Kerry, Donilon, Erdogan, Davutoglu e Fidan seduti intorno a un tavolo. “Oltre a ciò“, disse, “Non voglio dirvi i dettagli della discussione“). Ma Erdogan non se ne andò a mani vuote. Obama acconsentì ancora alla Turchia di continuare a sfruttare la vulnerabilità di un decreto presidenziale che vietava l’esportazione di oro in Iran, una delle sanzioni degli Stati Uniti contro quel Paese. Nel marzo 2012, in risposta alle sanzioni contro le banche iraniane dell’UE, il sistema di pagamento elettronico SWIFT, che facilita i pagamenti transfrontalieri, espulse decine di istituti finanziari iraniani, limitando gravemente il Paese nel commercio internazionale. Gli Stati Uniti le perpetuarono con un decreto a luglio, ma lasciarono ciò che in seguito fu noto come “scappatoia d’oro” permettendo di far continuare il traffico di oro a singoli privati iraniani. La Turchia è un importante acquirente di petrolio e gas iraniani, e ne approfittò depositando i versamenti in moneta turca in un conto iraniano in Turchia; questi fondi furono poi utilizzati per comprare oro turco da esportare in Iran. Oro per 13 miliardi dollari fu trasferito in Iran tra marzo 2012 e luglio 2013. Il programma divenne rapidamente una vacca da mungere per i politici e gli affaristi corrotti di Turchia, Iran ed Emirati Arabi Uniti. “Gli intermediari fecero quello che fanno sempre“, ha detto l’ex-agente dell’intelligence. “Con una tangente del 15 per cento, la CIA ha stimato che ben due miliardi di dollari furono scremati. Oro e lire turche scorrevano“. La cresta illegale fu svelata, suscitando lo scandalo “sulla benzina contro oro” in Turchia, a dicembre, e portando all’arresto di venti persone, tra cui uomini d’affari e funzionari governativi di primo piano, e alle dimissioni di tre ministri, tra cui uno invitato da Erdogan a dimettersi. Il direttore esecutivo della banca controllata dallo Stato turco, al centro dello scandalo, insistette sul fatto che gli oltre 4,5 milioni di dollari in contanti, trovati dalla polizia nelle scatole delle scarpe durante una perquisizione della casa, erano destinati alla beneficenza. L’anno scorso, Jonathan Schanzer e Mark Dubowitz scrissero sulla rivista Foreign Policy che l’amministrazione Obama aveva chiuso la scappatoia dell’oro nel gennaio 2013, ma “fece pressione per garantirsi che la legislazione non… entrasse in vigore prima di sei mesi”. Ipotizzarono che l’amministrazione volesse utilizzare il tempo come incentivo per portare l’Iran al tavolo dei negoziati sul suo programma nucleare, o per placare l’alleato turco sulla guerra civile siriana. Il ritardo permise all’Iran “di raccogliere miliardi di dollari supplementari in oro, minando ulteriormente il regime delle sanzioni“.
La decisione degli Stati Uniti di porre fine al sostegno della CIA all’invio di armi in Siria, espose Erdogan politicamente e militarmente. “Uno dei temi al vertice di maggio fu che la Turchia era l’unica via per rifornire i ribelli in Siria“, ha detto l’ex-agente dell’intelligence. “Non possiamo passare dalla Giordania, dato che il campo a sud è scoperto e i siriani sono ovunque. E non può passare attraverso le valli e le colline del Libano, non possiamo mai essere sicuri che non finiscano dall’altra parte“. Senza il sostegno militare degli Stati Uniti ai ribelli, ha detto l’ex-agente dell’intelligence, “il sogno di Erdogan di assoggettare lo Stato siriano evaporerà, e penserà che è stata colpa nostra. Quando la Siria vincerà la guerra, sa che i ribelli potranno perfettamente prendersela con lui, dove possono andare? A quel punto, avrà migliaia di estremisti a casa“. Il consulente del’intelligence degli Stati Uniti mi ha detto che un paio di settimane prima del 21 agosto, visionò informazioni altamente riservate preparate per Dempsey e il segretario della Difesa Chuck Hagel, che descrivevano l’”acuta preoccupazione” dell’amministrazione Erdogan sul tetro futuro dei ribelli. L’analisi avvertiva che i capi turchi avevano espresso “la necessità di fare qualcosa che potesse precipitare l’intervento militare degli Stati Uniti“. Alla fine dell’estate, l’esercito siriano era in vantaggio sui ribelli, ha detto l’ex-capo dei servizi segreti, e la potenza degli attacchi aerei degli Stati Uniti poteva invertire la tendenza. In autunno, ha continuato l’ex-capo dei servizi segreti, gli analisti dell’intelligence degli Stati Uniti continuavano a lavorare sugli eventi del 21 agosto “capendo che la Siria non era l’autrice dell’attacco con i gas. Ma la grande domanda era, chi? Abbiamo subito sospettato dei turchi, perché avevano tutti gli elementi per farlo“. Mentre furono raccolti informazioni e frammenti di dati sugli attacchi del 21 agosto, la comunità d’intelligence ebbe le prove dei propri sospetti. “Ora sappiamo che si trattava di una operazione segreta progettata dalla gente di Erdogan per spingere Obama ad attraversare la linea rossa“, ha detto l’ex-agente dell’intelligence. “Bisognava alzare la posta e scatenare un attacco con i gas nella zona di Damasco, mentre gli ispettori dell’ONU, arrivati il 18 agosto per indagare sugli attacchi dei gas precedenti, erano ancora presenti. Il piano era creare un’operazione spettacolare. I nostri alti ufficiali seppero da DIA e altre fonti d’intelligence che il sarin proveniva dalla Turchia, e non poteva arrivare senza il sostegno della Turchia. I turchi hanno anche addestrato alla produzione e alla manipolazione del gas. Gran parte delle conferme a questa versione proviene dagli stessi turchi, tramite le intercettazioni all’indomani dell’attacco. La prova principale proviene dalle molte intercettazioni con saluti e complimenti reciproci dopo l’attacco. Le operazioni sono sempre un grande segreto, durante la fase di preparazione, ma tutto crolla quando si tratta di congratularsene dopo. La maggiore vulnerabilità di tali operazioni sono gli autori che se ne vantano“. I problemi di Erdogan in Siria si sarebbero presto risolti. “Si invia il gas, e Obama dirà che la linea rossa è stata attraversata, e gli USA attaccheranno la Siria, almeno questo era il piano. Ma il piano non andò come previsto“. Le informazioni furono raccolte dopo l’attacco mancato della Casa Bianca. “Nessuno vuole parlarne“, ha detto l’ex-agente dell’intelligence. “C’è grande riluttanza nel contraddire il presidente, anche se le analisi dei servizi d’intelligence non supportano le sue conclusioni. Non ci sono mai state prove del coinvolgimento siriano nell’attacco con il sarin da quando la Casa Bianca ha annullato la rappresaglia. Il mio governo non può dirlo, perché abbiamo agito in modo totalmente irresponsabile. E poiché abbiamo accusato Assad, non possiamo tornare indietro e accusare Erdogan“.
La volontà della Turchia di manipolare gli eventi in Siria per i propri interessi sembra essere stata confermata alla fine del mese scorso, pochi giorni prima delle elezioni comunali, quando una registrazione tra Erdogan e i suoi assistenti è stata postata su Youtube. Sentiamo la conversazione su un’operazione sotto falsa bandiera (false flag) per giustificare l’incursione dell’esercito turco in Siria. Si parla di bombardare la tomba di Sulayman Shah, nonno di Osman primo venerato fondatore dell’impero ottomano che si trova vicino Aleppo, ceduta alla Turchia nel 1921 quando la Siria era sotto dominio francese. Una fazione dei ribelli islamici minacciava di distruggere la tomba, ai loro occhi simbolo d’idolatria, e il governo Erdogan minacciava pubblicamente ritorsioni. Secondo un articolo della Reuters su questa conversazione, una voce, apparentemente quella di Fidan, dice come creare una provocazione: “Guardate, mio comandante (Erdogan), se serve una giustificazione, inviamo quattro uomini dall’altra parte. Gli faccio sparare otto razzi su un campo vuoto (vicino alla tomba). Non è un problema. Una giustificazione si può trovare“. Il governo turco ha riconosciuto che la riunione della sicurezza nazionale riguardò le minacce provenienti dalla Siria, ma disse che la registrazione era manomessa. Il governo turco improvvisamente bloccò l’accesso a Youtube. A meno di un cambiamento importante nella politica di Obama, l’interferenza della Turchia nella guerra civile siriana è destinata a continuare. “Ho chiesto ai miei colleghi se ci sia un modo per fermare Erdogan nel continuare a sostenere i ribelli, soprattutto ora che va così male“, ha detto l’ex-agente dell’intelligence. La risposta è stata: “Siamo fottuti. Se fosse stato qualcuno di diverso da Erdogan, avremmo potuto rivelare tutto, ma la Turchia è un caso speciale, è un membro della NATO. I turchi non si fidano dell’occidente. Non rimarranno con noi se agiamo contro i loro interessi. Se rivelassimo ciò che sappiamo sul ruolo di Erdogan con il gas, sarebbe un disastro. I turchi ci dicono “Odiamo sentirci dire cosa possiamo e non possiamo fare“.

068_2142824Seymour Hersh London Review of Books
Copyright © 2014 Global Research

yeneTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Quinta Colonna islamista di Gaza diretta da Golfo e occidente: Egitto e Siria

Boutros Hussein e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 14 aprile 2014

331724_US-Saudi-ArabiaSe si vuole vedere il vicolo cieco del radicalismo taqfirista, allora basta osservare il mantra di odio e discordia a Gaza, perché questa realtà estraniata dice tutto sulla realtà internazionale di tale forma d’Islam. L’islamismo taqfirista non si preoccupa dell’identità nazionale, pertanto uccidere connazionali fa parte dell’attuale distruzione delle rispettive civiltà. Tale realtà significa che nazioni come USA, Francia, Israele, Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Regno Unito possono dirigerli manipolando vari ordini del giorno. Il risultato è che i “jihadisti internazionali” possono essere manipolati subito, mentre i “jihadisti interni” diventano la quinta colonna, come si vede in Afghanistan, Egitto, Iraq, Libia, Nigeria, Pakistan e Siria. In Egitto e in Siria i militanti islamici interni uccidono egiziani e siriani con gioia, perché la loro visione del mondo schizofrenica segue l’indottrinamento taqfirista e dei fratelli musulmani. Sarebbe stato impensabile, in passato, che i palestinesi desiderassero la jihad contro Egitto e Siria, piuttosto che occuparsi della questione palestinese. Tuttavia, i petrodollari del Golfo e la diffusione dell’ideologia salafita hanno modificato il panorama religioso e politico. Naturalmente, gli islamisti di Gaza non sono abbastanza potenti da cambiare gli eventi in Egitto e Siria. Nonostante ciò, è chiaro che gli islamisti di Gaza possono provocare caos nel Sinai e in Siria grazie ai rifornimenti di armi e partecipando al terrorismo. Allo stesso modo, se gli islamisti rispettano la melodia dei nuovi pifferai magici, continueranno a seminare altre divisioni. Ahimè, nella moderna Siria vari gruppi terroristici islamici taqfiristi, nel 2014 si massacrano a vicenda e ciò viene replicato in Afghanistan e in altre nazioni dove tale virus è libero. I petrodollari del Golfo seminano la frantumazione dei sunniti autoctoni, creando destabilizzazione, diffondendo settarismo, suscitando il terrorismo contro le minoranze non musulmane. USA, Francia, Israele, Turchia e Regno Unito “cavalcano tale tigre islamista” destabilizzando le nazioni che vogliono schiacciare. Naturalmente, l’Afghanistan fu il trampolino di lancio negli anni ’80 e primi anni ’90, ma l’evoluzione e la diffusione del salafismo è molto più potente oggi.
In Libia era necessaria la forza della NATO per bombardare e, naturalmente, agenti segreti erano  sul terreno alleati delle varie milizie e gruppi affiliati di al-Qaida. Allo stesso modo, in Siria è chiaro che gli affiliati di al-Qaida, i vari gruppi terroristici salafiti, collaborano con le potenze del Golfo e della NATO. Pertanto, in Libia e Siria sono principalmente i fratelli mussulmani, assieme ai jihadisti internazionali, che lavorano per USA, Francia, Israele, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito. Il colonnello Gheddafi in Libia non poteva mai prevedere che i libici avrebbero apertamente collaborato con le forze della NATO e che i jihadisti internazionali l’avrebbero ritenuto  un apostata. Eppure, la Libia è stata schiacciata tramite la manipolazione del malcontento interno  da parte di nazioni estere, le potenze della NATO e del Golfo e dalla terza trinità, da jihadisti internazionali e predicatori salafiti che istigano all’odio. La Siria affronta la stessa trinità, nonostante gli eventi sul campo siano assai diversi grazie alla persistenza delle Forze Armate della Siria ed altri fattori importanti. E’ interessante notare che mentre il caos abbonda in molte nazioni della cosiddetta “primavera araba”, che in realtà dovrebbe essere chiamata “cooperazione occidentale e del Golfo”, Israele e Arabia Saudita ne sono uscite indenni, mentre i jihadisti internazionali e militanti in Siria sono impegnati a combattere e uccidere in nome di Allah; è evidente che non si preoccupano d’Israele a sud e di Turchia e NATO a nord. Infatti, in più occasioni Israele ha bombardato la Siria e ciò non ha suscitati vere manifestazioni di massa, né convulsioni politiche in Medio Oriente. Allo stesso modo, è evidente che i gruppi affiliati ad al-Qaida siano notevolmente forti nel nord della Siria, potendo utilizzare la NATO in Turchia per i rifornimenti di armi.
In un video diretto ai militanti di Gaza, l’islamista shayq Ahmad Uwayda istiga all’odio verso la Siria, affermando che “è il momento del sangue e della distruzione, dell’invasione e delle battaglie“. Altre osservazioni nel video, durante la manifestazione a Gaza, sono dirette contro Egitto e Siria. Improvvisamente, il ruolo di NATO e Israele appare assai distante e chiaramente per gli intermediari delle potenze del Golfo ed occidentali, ciò è un risultato notevole. Dopo tutto, indica che l’Islam militante può essere usato come “cavallo di Troia” nella destabilizzazione interna. Pertanto, al momento giusto i jihadisti internazionali lavorano per le potenze del Golfo e occidentali. Uwayda ha dichiarato che in Egitto la “lancia dell’Islam punta al petto della spregevole laicità… Sei la nostra speranza che la shariah ritorni a ciò che era prima“.
Il Programma di studio sul terrorismo riferisce che “Post sulle bacheche jihadiste suggeriscono che ora è il momento per i jihadisti di attaccare l’Egitto per vendicarsi dell’esercito egiziano“. “Non è più possibile chiudere un occhio sul fatto ovvio che laici e miscredenti idolatri siano ostili all’Islam e gli  muovano guerra e odio“, ha detto Abdullah Muhammad Mahmud del gruppo jihadista Fondazione per gli studi e la ricerca Dawat al-Haq, scrivendo in un forum jihadista, come ha riportato il Long War Journal. “Se la jihad non viene dichiarata oggi per difendere la religione, quando lo sarà?” continuava: “I musulmani aspetteranno fin quando non verrà vietateo pregare nelle moschee?! Potranno attendere fino a quando la barba diventerà un’accusa punita con la reclusione?! Potranno aspettare fin quando i loro figli saranno nelle carceri a decine di migliaia, torturati, passandovi decine di anni della loro vita?” “O musulmani d’Egitto, se non fate la jihad oggi, allora è solo colpa vostra“. L’Egitto è molto più complesso, perché mentre Golfo e potenze occidentali hanno tutti governi anti-siriani, non succede lo stesso per questa nazione. Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo (tranne il Qatar pro-fratelli musulmani e terrorismo) sostengono finanziariamente l’Egitto perché temono di perdere la loro base di potere interna. Infatti, l’Arabia Saudita è contro l’ordine del giorno pro-fratelli musulmani dell’amministrazione Obama che ha provocato lo scontro tra Riyadh e Washington. Tuttavia, la questione della diffusione del salafismo è un problema reale per l’Egitto e altri Paesi come la Tunisia. Pertanto, i petrodollari del Golfo non devono poter diffondere l’ideologia islamista. In altre parole, i religiosi musulmani indigeni devono tendere allo spirito. Le questioni relative ai fratelli Musulmani devono essere risolte, perché tale movimento islamico vuole imporre la sua ideologia al popolo d’Egitto. Al-Ahram Weekly ha riferito nel periodo cruciale dell’anno scorso che: “Muhammad Guma, specialista di questioni palestinesi del Centro di studi politici e strategici al-Ahram, dice che mentre il “rapporto organico” tra Hamas e Fratellanza musulmana è da tempo noto, Hamas rischia di perdere quei legami mentre la brigata al-Qasam attraversa Gaza. Vi sono, dice Guma, differenze all’interno di Hamas su come rispondere agli sviluppi in Egitto. Alcuni nel movimento sollecitano moderazione ed evitano una retorica che possa essere vista come provocazione dall’esercito egiziano. La comparsa di un convoglio di al-Qasam, sostiene, suggerisce che tali voci perdono davanti allo zelo pro-fratellanza musulmana del contingente. Il governo di Hamas vede il Sinai come suo cortile di casa“, dice Guma, “un corridoio di sicurezza per armi e altre esigenze strategiche. Questo è il motivo per cui il movimento sostiene gli attacchi contro le forze di sicurezza egiziane nel Sinai. E spiega perché così tanti elementi palestinesi siano apertamente per le operazioni contro l’esercito“.
Il governo siriano nel frattempo lotta per la sua sopravvivenza contro la trinità blasfema contro questa nazione. Allo stesso modo, l’Egitto affronta convulsioni politiche interne e la minaccia terroristica nel Sinai e in altre parti del Paese. La Libia ha ceduto alla trinità e chiaramente la Siria affronta la stessa combinazione di forze, nonostante le situazioni interne siano molto diverse. Dopo tutto la Libia è stata solo “abbandonata ai lupi”, ma diverse potenti nazioni sostengono la Siria, nonostante il loro sostegno sia insufficiente rispetto a quello dei nemici della Siria. In altre parole, se le potenze del Golfo e occidentali decidono collettivamente la destabilizzazione, chiaramente le nazioni di Nord Africa e Medio Oriente vi sono assai vulnerabili. La grazia salvifica dell’Egitto è che la maggior parte delle nazioni del Golfo si oppone all’amministrazione di Obama, quando si tratta di essa. Tuttavia, la Siria non è così fortunata perché questa nazione affronta la manipolazione estera e la trinità brutale che rifiuta di andarsene. Gli islamisti di Gaza apertamente celebrano l’assassinio dei siriani e istigano all’odio contro questa nazione laica. In nessun punto mostrano la stessa volontà di morire contro Israele o la NATO in Turchia. Allo stesso modo, i jihadisti palestinesi taqfiristi sono coinvolti nella diffusione di terrorismo e caos nel Sinai, e più recentemente gli sciiti in Libano sono aggrediti dalle stesse forze che hanno abbandonato la causa palestinese. Pertanto, la schizofrenia islamista salafita è un ottimo strumento di USA, Francia, Israele, Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Regno Unito nel breve termine, nazioni che condividono la stessa visione.
Gli islamisti a Gaza ora esprimono odio principalmente contro la Siria, ma anche contro l’Egitto. Il Long War Journal ha riportato, lo scorso anno: “nel mercato aperto della jihad in Siria, i giovani islamci arrivano da ogni dove per combattere” contro il regime di Assad. L’autore stesso s’è vantato che “convogli di mujahidin” di Gaza si recano in Siria per combattere e che alcuni vi sono morti“. In altre parole, l’Islam militante è uno comodo strumento della manipolazione delle nazioni estere che desiderano cambiare il panorama politico e militare. Naturalmente, se l’Afghanistan e la Libia vengono visti nel lungo termine, proprio come la destabilizzazione dell’Iraq e le politiche autodistruttive del Pakistan, allora il lungo termine sarà molto diverso, a meno che non si sostengano Stati falliti, terrorismo, settarismo, misoginia e frantumazione religiosa e culturale.
Gli islamisti di Gaza sono solo un pezzo di un puzzle molto complesso. Tuttavia, se possono abbandonare la loro patria per uccidere altri musulmani e arabi, perseguitare minoranze religiose e partecipare alle politiche antisciite in Siria, allora ciò evidenzia la nuova forza sostenuta dal Golfo e dai circoli occidentali. Infatti, le nazioni estere non hanno bisogno di una presenza sul terreno come in Afghanistan e in Iraq. Invece, la trinità può fare tutto da lontano e, se è necessario un sostegno extra, allora si potenzieranno le ratlines assieme all’ulteriore indottrinamento salafita.

26cnd-hamas.600Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sanzioni contro la Russia: il loro impatto negativo sulla sicurezza energetica globale

Igor Alekseev, Route MagazineNsnbc
baltic_pipelineDopo una serie di dichiarazioni da testata sulla possibilità di “orientare” i consumatori europei verso il gas statunitense, i media degli USA si sono affrettati ad annunciare l’offensiva del petrolio e del gas di Obama contro la Russia. In realtà l’UE non è attualmente disposta, né tecnicamente né in termini di prezzi, ad acquistare risorse energetiche dagli Stati Uniti. Ci vorrebbero almeno dieci anni per adeguare anche il tecnicamente avanzato sistema energetico tedesco all’uso del gas statunitense. Nelle crisi, quando è particolarmente urgente avere un rapido ritorno degli investimenti, tali progetti sono irrealistici.
Se l’industria tedesca sia pronta a pagare di più il gas estero solo per il dubbio piacere di “punire” qualcuno, è una grande domanda. A differenza dei funzionari dell’UE, il governo tedesco non mette pubblicamente in discussione i suoi contratti a lungo termine con la Russia o il futuro del gasdotto South Stream. Il 13 marzo 2014, il presidente del consiglio di amministrazione di Gazprom, Aleksej Miller, ha partecipato a un incontro con il vicecancelliere e ministro dell’Economia e dell’Energia della Germania Sigmar Gabriel. “La Germania è il primo partner della Russia nel mercato del gas e dell’energia in Europa“, ha dichiarato Miller. “Il gas russo rappresenta il 40% di tutte le importazioni tedesche. E persino si nota l’aumento delle forniture di gas dalla Russia. Lo scorso anno, le esportazioni ammontavano ad oltre 40 miliardi di metri cubi, con un aumento annuale del 20%“. Guardando queste statistiche, è chiaro che tutte le chiacchiere sulla solidarietà atlantica non hanno alcun effetto sul razionale processo decisionale del governo tedesco. “Non abbiamo bisogno di un’escalation del conflitto“, ha affermato Sigmar Gabriel nella tavola rotonda degli esperti in politica energetica di fine marzo. “La Russia ha rispettato gli obblighi previsti dai contratti sul gas anche negli anni più bui della guerra fredda“. Sigmar Gabriel sa di cosa parla. Per l’Europa poter utilizzare pienamente le forniture di gas dagli Stati Uniti, sarà necessario costruire impianti costosi per decomprimere e immagazzinare il gas. Inoltre, al fine d’integrare il gas “americano” nei sistemi energetici locali, i Paesi europei avrebbero bisogno di costruire nuove stazioni di pompaggio.  L’infrastruttura associata ne aumenterà il prezzo al consumatore. Né i padroni dell’industria tedesca, né i leader politici responsabili, sosterranno tale politica.

Quindi chi c’è dietro la pretesa di punire la Russia?
Barack Obama continua a guardare all’Europa per fare pressione su Mosca. Non è un caso che le recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti in politica energetica coincidano con la sua visita in Arabia Saudita. Il presidente Obama è venuto a Riyadh per abbattere i prezzi, in cambio dello sviluppo delle strutture saudite per estrarre e liquefare il gas da inviare in Europa. E’ improbabile che anche lo stesso Charles Maurice de Talleyrand possa convincere i sauditi a riversare la maggior quantità di risorse possibile sul mercato e solo in cambio della nebulosa  promessa di un aiuto statunitense nell’avere nuovi impianti gasiferi, in un imprecisato futuro. Anche la posizione del Qatar deve essere considerata. Vi sono gravi disaccordi tra i sauditi e l’ex-emiro del Qatar, ipersensibile come nessuno in Medio Oriente sul bisogno di un nuovo concorrente nel settore del gas. Il tentativo di Obama di ripetere il trucco petrolifero di Ronald Reagan in Medio Oriente “abbattendo” i prezzi globali, dovrà affrontare molti ostacoli. L’abbattimento del prezzo del petrolio a 80 dollari susciterebbe un altro problema, la vera polemica nella campagna per la rielezione di Obama, e cioè cosa fare dell’Iraq. Anche un calo del 10% del prezzo del petrolio potrebbe eliminare l’economia irachena, ancora scossa dall’invasione degli Stati Uniti. E Israele osserva i tentativi della Casa Bianca di avviare il riavvicinamento con l’Iran. Se lo Zio Sam tenta d’imporre sanzioni energetiche contro la Russia per le sue posizioni politiche in Medio Oriente, presto scoprirà di aver caricato la pistola solo per spararsi ai piedi.
Il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Ernest Moniz, incaricato da Obama e appassionato di scisto, s’è esaltato nel dibattito su come “punire” la Russia. Ha promesso di prendere in considerazione nuovi sforzi per le navi metaniere dagli Stati Uniti all’Europa. In questo caso particolare, il suo intervento difficilmente rifletterebbe la posizione dei CEO delle major petrolifere.  Sanno molto bene che un vera svolta dei prezzi nel settore non si avvicina a quella di 30 anni fa, per via dell’inflazione e dei costi operativi sempre più elevati. Solo il terminale Sabine Pass da 10 miliardi di dollari, una struttura della Cheniere di Cameron Parish, ha l’approvazione necessaria dal dipartimento dell’Energia e dalla Regulatory Commission della Federal Energy statunitensi. Ai primi di marzo, l’economista statunitense Philip Verleger, che ha lavorato alla Casa Bianca e al Tesoro degli Stati Uniti negli anni ’70, ha parlato da esperto sulla questione di come usare l’energia per “punire” la Russia. Nella newsletter del 3 marzo 2014 che pubblica per i suoi clienti, Verleger ha scritto che gli Stati Uniti dispongono di uno strumento per influenzare la Russia, la sua Strategic Petroleum Reserve (SPR). La riserva statunitense attualmente è pari a circa 700 milioni di barili di petrolio, cinque milioni dei quali sono stati immessi sul mercato durante la visita a Washington del primo ministro ad interim ucraino Arsenij Jatsenjuk. “E’ quasi una sfida alla logica pensare non ci sia un legame“, ha osservato John Kingston, direttore della divisione notizie della Platts. Toccare l’SPR per manipolare il mercato globale sarebbe una decisione assai straordinaria. L’unico modo per esercitare una reale pressione sui prezzi mondiali del petrolio sarebbe cedere almeno il 50% di tutta la SPR e concedere licenze di esportazione a chiunque lo volesse. Il DoE statunitense non è ovviamente pronto a tali misure draconiane. Guardando il Rapporto 2014 scritto dagli analisti del DoE, noti per la loro fede quasi religiosa nelle energie alternative, il prezzo minimo per il petrolio nel 2015 sarà di 89,75 dollari/barile. Il bilancio nazionale russo, nel 2014, gravato dalle spese per le Olimpiadi, è stato redatto sulla base di un prezzo medio di 93 dollari al barile. Ergo, anche 80-90 dollari non sarebbero affatto un disastro per Mosca, tanto meno 100 dollari al barile. Inoltre, la pressione “non di mercato” dagli Stati Uniti potrebbe essere bilanciata dalle nazioni esportatrici. Ad esempio, con l’idea della “moneta energetica”, a lungo tema caldo presso l’OPEC e il Gas Exporting Countries Forum (GECF).
Per la prima volta nella storia delle relazioni USA-Russia, assistiamo a un dibattito pubblico sulla minaccia di sanzioni economiche che può avere ampi effetti negativi sulla sicurezza energetica globale. L’amministrazione Obama si comporta come se seguisse un vecchio libro di testo di economia politica sovietico. Al momento, a quanto pare, il dogma sacro del libero mercato, da Samuelson a Friedman, può essere comodamente trascurato solo per punire una nazione sovrana. Quando il capo dello Stato più influente del mondo parla di manipolazione dei prezzi di mercato per punire attori recalcitranti, di che tipo di “libero mercato globale” e fair play parla per davvero?

09670350-8cd2-45af-ac1c-2ea3331d3383Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA usano l’Ucraina come pretesto per lanciare la guerra energetica contro la Russia

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundatione 31.03.2014

1544468Quando è diventato chiaro che le sanzioni economiche contro la Russia si ritorcono contro Stati Uniti ed Unione europea, l’occidente ha iniziato a studiare altri modi per “punire” la Russia, come abbatterne le quote di mercato dell’energia. Obama ha promesso d’iniziare le forniture di gas dagli Stati Uniti direttamente all’Europa. Molti lo vedono come l’inizio della guerra energia contro la Russia. Il 26 marzo la commissione Esteri della Camera degli Stati Uniti ha tenuto un’audizione su “il potenziale geopolitico del boom dell’energia degli Stati Uniti” per studiare i modi per accrescere la produzione di energia negli Stati Uniti da poter usare contro la Russia. I parlamentari vogliono farla finita con le restrizioni all’esportazione di energia per ridurre la presenza russa in Europa orientale, vista come minaccia geopolitica. Ed Royce (R-CA), presidente della Camera per gli Affari Esteri, ha detto che la dipendenza dell’Europa dalle forniture energetiche della Russia paralizza la politica degli USA in Ucraina. L’influenza degli Stati Uniti e l’autorità del presidente degli Stati Uniti sono diminuiti a livello globale. Secondo Royce, il modo per porre rimedio alla situazione è indebolire la Russia respingendola dai mercati tradizionali e abbassando i prezzi dell’energia… “In poche parole, aumentando la produzione di energia degli Stati Uniti si dovrebbe aumentare la nostra sicurezza economica e nazionale. Riducendo la nostra dipendenza dalle importazioni di energia dal cartello dell’OPEC, gli Stati Uniti sarebbero meno vulnerabili alle perturbazioni politiche e della sicurezza del nostro approvvigionamento energetico. E aumentando le nostre esportazioni di energia, avanzerebbero i nostri interessi geopolitici, anche minando la leva coercitiva della Russia e di altri”, ha detto.
La crisi dell’Ucraina è vista come evento che dà impulso all’elaborazione di una nuova strategia degli Stati Uniti, mentre la riunificazione della Crimea con la Russia è usata come pretesto per dichiarare la guerra energetica. Già nel 2007 il Congresso statunitense approvò l’Energy Independence and Security Act, conosciuta come legge sulla politica energetica degli Stati Uniti, che prevedeva l’adozione di misure volte a ridurre la dipendenza dell’Ucraina e della Georgia da petrolio e gas della Russia. Il documento comprendeva diversi scenari per intraprendere azioni contro Mosca fino al blocco economico e all’embargo sulle importazioni di petrolio e gas russo verso l’Europa. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un pretesto, qualcosa che hanno cercato per tutti questi anni. Come è noto, dalla dichiarazione dell’indipendenza dell’Ucraina nel 1991, gli Stati Uniti hanno speso oltre 5 miliardi dollari per sottrarre l’Ucraina dalla sfera d’influenza della Russia. Non si preoccupano della sorte del popolo ucraino. Ma sanno che 40000 km di oleodotti passano sul territorio dell’Ucraina. Potrebbero essere tagliati tenendo l’Europa lontano dagli approvvigionamenti energetici. La questione della riduzione della dipendenza dell’Europa dalle forniture energetiche estere è stato un punto di riferimento per molti anni, dove più della metà della domanda europea dipende dalle importazioni. Il gas rappresenterà il 25% della domanda energetica europea fino al 2050, entro il 2030 l’Europa avrà speso circa 500 miliardi di euro per pagare le importazioni di energia. La Russia è il principale fornitore europeo di energia dal 2011, seguita da Norvegia, Algeria e altri Paesi. Lituania, Lettonia, Estonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Bulgaria dipendono al 100% dalle forniture di gas dalla Russia. Non importa se la Germania ha cercato per molti anni di ridurre la dipendenza, ha ancora importato il 28% del suo gas dalla Russia lo scorso anno. Non si può trovare un modo per ridurre bruscamente le importazioni. Ci sono poche alternative, soprattutto da Stati Uniti, Qatar e Iran.
L’esportazione degli Stati Uniti verso l’Europa è una prospettiva inverosimile, non può avvenire in un periodo di tempo prevedibile. Il boom del gas shale statunitense non influenza l’Europa più di tanto. È vero, la produzione di gas di scisto ha permesso agli Stati Uniti di diminuire la domanda di carbone esportato in Europa. Secondo le stime, entro il 2015 la Germania chiuderà centrali elettriche a gas per una capacità totale di 10 gigawatt, mentre attiverà centrali a carbone pari a una capacità totale di 7 gigawatt. Ciò significa che l’Europa deve discostarsi dai propri standard o gli sforzi fatti in molti anni per ridurre le emissioni di gas a effetto serra andranno in malora. L’importazione di gas statunitense implica gravi perdite finanziarie. Al momento non ci sono infrastrutture per le importazioni marittime. Ad esempio, la Germania non ha alcuna infrastruttura che consenta di ricevere gas liquefatto da oltreoceano. I tedeschi spenderanno 5 miliardi di dollari per i terminali volti a soddisfare gli obiettivi indicati dalla strategia energetica degli Stati Uniti? Anche se viene presa tale decisione, le prime forniture via mare inizieranno ad arrivare non prima di 5-6 anni. Se le aziende statunitensi otterranno le licenze, la capacità raggiungerà 60-70 miliardi di metri cubi entro il 2020. Nel 2013 la domanda totale dell’Europa era dieci volte maggiore e le forniture della Russia rappresentavano circa il 30% di essa. Il 10 per cento proveniente dagli USA non risolverà il problema. Aumentare le quote di esportazione significa aumentare i prezzi nel Paese riducendo la capacità dell’economia statunitense di competere. Gli Stati Uniti non hanno alcuna possibilità contro Gazprom. Nuovi gasdotti potrebbero essere costruiti dall’Iran all’Europa. Ma c’è lo stallo tra Iran e Washington, sostenuta dai suoi alleati europei. Le sanzioni che vietano gli investimenti nell’industria del gas dell’Iran sono in vigore da molti anni. L’UE ha imposto un embargo sulle forniture di gas naturale iraniano, comprendenti importazione, acquisizione, trasporti, finanziamenti e assicurazioni. E’ insensato parlare dell’Iran quale fornitore di gas finché l’embargo è in vigore. Ed anche se vengono abolite, non sarà così facile come può sembrare. Non vi è alcun motivo per vedere l’Iran quale alleato nella guerra energetica che gli Stati Uniti vogliono scatenare contro la Russia. I tentativi dell’occidente di corteggiare l’Iran, perseguono l’obiettivo di fare maggiori concessioni sul suo dossier nucleare, smettere di sostenere Bashar Assad e cedere alle pressioni riguardanti altre questioni legate alla situazione nella regione. L’Iran lo sa. Teheran non sacrificherà i suoi rapporti di buon vicinato con Mosca in cambio delle promesse dell’occidente. Il ministro del petrolio iraniano Bijan Namdar Zanganeh ha detto a Catherine Ashton, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, durante la sua recente visita in Iran, che ci sono tre condizioni per l’esportazione del gas verso l’Europa: l’annullamento di tutte le sanzioni economiche, finanziamenti per la costruzione dei gasdotti, il diritto di Teheran di prendere accordi con la Russia sulla politica dei prezzi. A differenza degli Stati Uniti, Mosca può collaborare con Teheran e accedere a un’ampia gamma di questioni.
Il Qatar rappresenta un quarto delle forniture di gas liquefatto per l’Europa, ma la sua importanza è spesso esagerata. È vero, riduce la competitività del gas russo in una certa misura. Ma il Qatar da tempo non vede l’Europa come una priorità. Proprio quest’anno ha ridotto le forniture al continente europeo a favore di Asia e America Latina. Ha bisogno di maggior gas per rispettare tali obblighi. Per incrementare le esportazioni, il Qatar ha bisogno di un oleodotto che passi attraverso Siria ed Iraq. Questi Stati sono in subbuglio ed è difficile immaginare come la sua costruzione potrebbe avvenire nelle condizioni attuali, e senza investimenti stranieri che potrebbero essere attratti per l’attuazione del progetto. Gli Stati Uniti dovranno rimandare i piani per trascinare il Qatar nella guerra energia prolungata contro la Russia.

1948172La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il terrorismo in Tunisia: Hamas s’infiltra nel Maghreb

Lilia Ben Rejeb, Tunisie Secret 17 marzo 2014

Oggi s’annuncia il tragico futuro tunisino con l’offensiva contro i terroristi islamici a Jinduba e Sidi Buzid, con la scoperta di un campo di addestramento jihadista a Monastir, e rivelazioni sui piani di criminali di ritorno dalla Siria… Che “belle” notizie da una Tunisia una volta pacifica e prospera.
map_of_tunisiaProve fotografiche in mano, il portavoce del ministero degli Interni, Muhammad Ali Larui, ha rivelato il 17 marzo 2014 l’esistenza di un campo di addestramento dei terroristi islamici nel governatorato di Monastir, la città natale di Burguiba! Più esattamente a Menzel Nur, dove un’operazione antiterrorismo è stata condotta il 13 marzo. È il risultato di questa operazione contro il campo di addestramento dei terroristi ad essere rivelato. “Abbiamo prove, documenti e foto di questo campo di addestramento dove giovani si allenano prima di essere inviati in Siria“, ha detto Muhammad Ali Larui. Secondo le nostre informazioni, 13 persone sono state arrestate, tra cui lo  sceicco Tawfiq, proprietario del “ristorante islamico” di Susa. Che in effetti si chiama Tawfiq al-Aisi ed è accusato di cospirazione e terrorismo, essendo un leader della rete di terroristi addestrati in Siria. Per ogni contingente inviato, prendeva 30000 dinari. Ma il portavoce degli Interni ha mentito su due punti. In primo luogo, non è l’unico campo di addestramento jihadista in Tunisia. Ve ne sono molti altri, soprattutto nella regione di Tatawin, Sfax, Biserta e Qalibia presso Huaria. In secondo luogo, i jihadisti non sono destinati alla Siria, dove la derattizzazione è al massimo. Si addestrano per la futura guerra santa che inghiottirà Tunisia, Libia e Algeria. E’ grazie a due operazioni antiterrorismo condotte congiuntamente a Jinduba e Sidi Buzid, la città natale del falso “martire” Tariq Buazizi, che il campo paramilitare Menzel Nur è stato scoperto. Nell’operazione a Jinduba, vi sono stati sei feriti tra le forze di polizia, tre morti tra gli islamo-terroristi e sei arresti: tre donne con niqab, tra cui Salwa Fijari, collegamento tra i finanziatori jihadisti e i terroristi nel Shambi. I tre terroristi eliminati erano Raqib Hanashi, Rabi Saydani e un terzo, non algerino contrariamente a quanto annunciato, ma palestinese di Hamas.
Secondo i nostri colleghi di Business News nella casa sequestrata la polizia ha trovato due Kalashnikov, due caricatori, una granata, una cintura esplosiva, una Smith & Wesson, un computer portatile, due pulci telefoniche e due documenti appartenenti a due agenti uccisi durante gli eventi di Uled Mana. Alla conferenza stampa, il portavoce del ministero degli Interni ha anche confermato la notizia che il fratello della “rappresentante del popolo” di al-Nahda, Sonia Ben Tumia, è uno dei capi delle bande terroriste che Ghanuchi e Marzuqi inviano in Siria. Secondo Muhammad Ali Larui, il fratello della poetessa dell’ANC attualmente è sul fronte siriano. È falso, ha detto la poetessa in una dichiarazione ad al-Sabah News, “Mio fratello è in Libia, dove lavora come meccanico!” Infatti, non è in Siria, essendo troppo codardo per andarci, ma a Tripoli dove gioca al meccanico con quei fratelli terroristi libici agli ordini dei loro mandanti del Qatar.
L’ultimo raccolto nella terra della “rivoluzione dei gelsomini”: jihadisti tunisini di ritorno dalla Siria hanno ideato un piano per attaccare, con il supporto di terroristi di varie nazionalità, una città tunisina e prendere il controllo dei suoi istituti di sicurezza. Ciò è almeno quello che ha confessato durante l’interrogatorio Qantari Salim (alias Abu Ayub), numero 2 del gruppo terroristico Ansar Sharia, ramo di al-Qaida, arrestato a Gabes, nella Tunisia meridionale. Secondo i nostri colleghi di Kapitalis, che citano il settimanale arabo al-Musawarterroristi di varie nazionalità arabe presenti sul territorio tunisino hanno ricevuto numerose armi dalla Libia. Pianificano lo scontro con l’esercito e la polizia e attendono rinforzi dalla Libia“.
Tali informazioni, diffuse in un solo giorno, indicano quanto la situazione sia pericolosa in Tunisia, un Paese una volta pacifico e prospero e il cui futuro è sempre più oscuro ed esplosivo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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