Fine della ‘Primavera araba’

Obama sacrifica i suoi servitori arabi, lo sceicco Hamad e il primo ministro
Karim Zmerli, Tunisie-Secret 16 giugno 2013

Era prevedibile per chiunque, tranne che per questi capicosca, che si credevano invulnerabili. Agli ordini di Washington, Hamad abdica in favore del figlio Tamim. Ma, sostenuto da Israele, il primo ministro di questo emirato wahhabita ha tentato di prendere il potere con la forza. Invano. La situazione non è ancora chiara in questo Paese microscopico, ma tutto indica che la sua politica estera cambierà totalmente.

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Mentre la stampa francese ha osservato omertosamente il segreto, il settimanale Le Point evocava il 5 giugno il ritiro di sheikh Hamad in favore del figlio. Le point ha scritto che “L’emiro del Qatar, lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani, organizza il passaggio di consegne a suo figlio Tamim. Al potere dal 1995, l’attuale emiro sembra stanco e vuole ritirarsi… Quindi questa è una transizione graduale, durante la quale il Primo ministro Hamad bin Jassim al-Thani, dovrebbe lasciare il posto. Inoltre, l’emiro aveva iniziato la trasmissione dei suoi beni immobiliari francesi a una delle figlie.”
L’unica piccola bugia, per omissione, è che lo sceicco Hamad non è né stanco, né malato, né desideroso di lasciare il potere, anche se a favore del figlio. Questo è un ordine di Barack Hussein Obama al capocosca del Qatar di sparire. Il motivo del licenziamento è duplice. In primo luogo, il fallimento del servitore arabo nel far cadere il regime siriano. In secondo luogo, l’indiscrezione con cui ha sostenuto l’ascesa al potere degli islamisti in Tunisia e in Egitto. Alleato strategico dei Fratelli musulmani, Obama avrebbe preferito che i suoi sostenitori servili operassero con tatto e discrezione. Peggio ancora, si credeva autorizzato a sostenere al-Qaida e altre organizzazioni terroristiche islamiche in Mali e nel continente africano. Secondo il nostro collega R. Mahmoudi di Algeria Patriottica, “Sembra che il ricchissimo principe non abbia più il favore dei suoi sponsor statunitensi che non apprezzano, da qualche tempo, l’incoscienza e l’avidità del loro alleato, e vorrebbero un socio più adatto alla nuova realtà… Si scopre che il suo fallimento in Siria e la cattiva situazione di tutti i Paesi che hanno sperimentato il cambiamento di regime, Tunisia, Libia ed Egitto, giocano contro di lui. Gli Stati Uniti, che fin dall’inizio hanno sostenuto la “primavera araba”, ora cercano di stabilizzare il mondo arabo, per evitare di danneggiare i loro interessi nella regione e la sicurezza d’Israele.”
La nostra ben informata fonte ha detto che a Doha, ieri, il Primo ministro e ministro degli Esteri Hamad bin Jassim, molto turbato da questo trasferimento di potere dal padre al figlio di Mozza, avrebbe tentato un colpo di Stato con l’appoggio dei suoi amici israeliani. Il fallito colpo di Stato è stato riferito dal quotidiano palestinese al-Manar, ripreso dall’agenzia di stampa iraniana IRIB, secondo cui “Il colpo di stato fallito è stato inscenato da un gruppo di leader politici e militari guidato dal primo ministro del Paese, Hamad bin Jassim.” Sempre secondo la nostra fonte locale, una trentina di funzionari militari e della sicurezza sono stati arrestati dalle guardie del corpo dell’emiro licenziato. Protetto da Israele e da alcuni potenti alleati neoconservatori statunitensi, Hamad bin Jassim non è stato arrestato, ma privato delle sue guardie del corpo e messo agli arresti domiciliari. Alcuni osservatori occidentali ben consapevoli ritengono che il nuovo emiro dovrà fare i conti con questo incrollabile alleato di Israele e Regno Unito. Di tutti questi avvenimenti, al-Jazeera e i media del Qatar non hanno lasciato filtrare nulla. Come affermato da al-Manar, “in effetti cercano di consolidare le basi del potere del futuro emiro, qualcosa che richiede la previa eliminazione dei leader del colpo di Stato.”
Nato nel 1980 ed erede ufficiale dal 2003, Tamim bin Hamad al-Thani si è laureato alla Royal Military Academy di Sandhurst, Regno Unito. E’ Presidente del Consiglio del QIA, il fondo di investimento del regno, e del Comitato Olimpico del Qatar. È l’uomo della politica sportiva dell’emirato, del PSG e della Coppa del mondo di calcio 2022. La sua influenza è cresciuta negli affari del Qatar in questi ultimi mesi. Da due giorni il giovane emiro ha cominciato le grandi pulire delle stalle di Augia. Ha dato ordine di rimpatriare le ONG pseudo-umanitarie che operano in Egitto, Tunisia, Libia e soprattutto nell’Africa nera. L’ambasciatore del Qatar a Tunisi è stato richiamato. Un’altra spettacolare inversione di tendenza, le figure emblematiche della Fratellanza musulmana residenti a Doha sono state invitate a lasciare rapidamente il territorio. Secondo il quotidiano al-Ahram al-Jadid del 15 giugno, il mercenario palestinese Khaled Mashaal è stato espulso lo scorso venerdì verso una destinazione sconosciuta. Il leader di Hamas che ha tradito i suoi ex protettori siriani per del denaro, viveva a Doha da due anni. Altri giornali egiziani indicano che è arrivato al Cairo con una ventina di compagni. Secondo la nostra fonte presente nella capitale del Qatar, anche Yusif Qaradawi sarebbe colpito da queste misure. Sembra anche che ieri davanti al palazzo dell’imam, chiamato dall’opinione araba “il mufti della NATO“, siano stati visti tre grandi camion in movimento. Destinazione probabile l’Egitto. Il Mufti della NATO ancora gode della cittadinanza del Qatar!
Riguardo all’emiro deposto, la sua scelta è caduta sulla Francia. Secondo le nostre fonti francesi, lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani probabilmente si stabilirà in uno dei suoi castelli, non lontano da Nizza, dove potrà finire i suoi giorni frequentando la “Biblioteca”, il più grande casinò della città.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qatar1Per saperne di più: QATAR: L’assolutismo del XXI Secolo

La guerra imperialista contro la Siria: Erdogan Pasha, l’ultimo sultano ottomano

Fida Dakroub, Global Research, 12 giugno 2013

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Generalità
Ad un ricevimento presso il palazzo presidenziale di Damasco, il 9 agosto 2011, il capo della diplomazia turca, Ahmet Davutoglu comunicò al presidente siriano Bashar al-Assad un messaggio duro e fermo, chiedendogli di porre fine alla “sanguinosa repressione delle manifestazioni pacifiche in Siria [1]” prima che fosse troppo tardi. In quella giornata indimenticabile, Davutoglu arrivò a Damasco, dopo giorni e notti a cavallo dell’altopiano anatolico. Al suo arrivo davanti le mura della città, evitò il suq e i caravanserragli del vecchio quartiere e rapidamente si precipitò a Qasr al-Muhajerin, il palazzo presidenziale, circondato da fiori di acacia e gardenia. Senza far seccare il sudore sulla fronte o togliendosi la polvere che gli copriva il becco [2] si appoggiò sul bastone e il guanto di Carlo Magno [3], e si pose davanti Assad come Gano [4] davanti Marsiglia [5], e pieno di arroganza, iniziò il suo discorso da messaggero della Santa Alleanza arabo-atlantica. Infatti, Ahmet Davutoglu era arrivato nella capitale degli omayyadi con un messaggio “deciso”, secondo le parole del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan; Davutoglu fu inviato dalla Santa Alleanza a consegnare al presidente siriano Assad un messaggio occidentale, dentro una busta araba e con timbro di spedizione della turca PTT (posta ve telgraf teskilati) [6].

Inizio della guerra imperialista contro la Siria
Basta fare un parallelo con le dichiarazioni dei leader arabo-atlantici nello stesso periodo, per sapere fino a che punto la Turchia sia coinvolta, fin dall’inizio, nella guerra contro la Siria. La prova è che durante il suo incontro con il presidente Assad, Davutoglu disse che la Turchia non poteva rimanere spettatrice degli eventi che si verificavano in un Paese con il quale condivide un confine di circa 900 km, e legami storici, culturali e familiari. [7] Aggiunse anche che il messaggio di Ankara sarebbe stato più rigoroso, forte e chiaro, avendo la Turchia quasi perso la pazienza, aggiunse. [8] La sera stessa, la segretaria di Stato degli Stati Uniti, Hillary Clinton, chiese a Davutoglu di dire al presidente Assad che doveva “rimandare i suoi soldati nelle caserme” [9]. Da parte sua, l’Unione europea previde nuove sanzioni. Il servizio diplomatico europeo fu incaricato di preparare una lista di opzioni per andare oltre ciò che era in vigore [10] e la Francia, che nascondeva un rancore  colonialista verso la Siria, si dichiarò per l’attuazione della transizione di potere, “il tempo dell’impunità è finito per le autorità siriane”, dichiarò Christine Fages, allora vice-portavoce del ministero degli Esteri. [11]
Va notato qui che gli emiri e sultani arabi, temendo di perdere il bavaglio [12], esortarono la Siria a porre fine al “bagno di sangue”. Re Abdullah dell’Arabia Saudita disse che la Siria aveva solo due scelte per il futuro: “optare volontariamente nella saggezza o impantanarsi nel caos e nella violenza“, riassunse in una dichiarazione dal tono insolitamente duro verso lo Stato siriano. Da parte sua, il capo della diplomazia del Kuwait, lo sceicco Mohammed al-Sabah, rese omaggio alla decisione dell’Arabia Saudita. Più tardi, lo Stato del Bahrein si unì alla festa, e prese parte al Rot [13]: “Il Bahrein ha deciso di richiamare il suo ambasciatore a Damasco per consultazioni e chiede saggezza alla Siria“, disse il ministro degli Esteri del Bahrein, sheikh Khalid bin Ahmad al-Khalifa [14]. In effetti, gli emiri e sultani arabi, questi despoti e tiranni delle monarchie assolute del mondo arabo, si precipitarono al festino del Fagiano [15] dell’Unione europea, non solo per celebrare l’inizio della guerra imperialista contro la Siria, ma anche per versare olio sul fuoco dell’odio per le minoranze musulmane eterodosse religiose di tutto il mondo musulmano. Nonostante le minacce dirette e sottintese, la Siria respinse l’ultimatum della Santa Alleanza e la consulente politica del presidente siriano, Dr. Bouthaina Shaaban, avvertì il diplomatico [turco] che avrebbe dovuto aspettarsi una gelida accoglienza e che la Siria avrebbe presentato ad Ankara un messaggio ancor più fermo di quello di Davutoglu, rifiutando l’ultimatum: “Se [...] Davutoglu viene per consegnare un messaggio duro alla Siria, allora sentirà propositi ancor più duri sulla posizione della Turchia. La Turchia non ha ancora condannato i brutali omicidi di civili e soldati da parte dei gruppi armati terroristici”, riferiva l’agenzia SANA. [16] Dopo il rifiuto dell’ultimatum da parte dello Stato siriano, la guerra imperialista contro la Siria fu innescata, e l’ingerenza straniera prese una linea ascendente. Davutoglu tornò ad Ankara deluso senza riuscire a “spaventare” il presidente siriano Assad e le sue minacce furono portate via dal vento, la Siria aveva già preso una ferma e determinata decisione: resistere, confrontarsi e portare il Paese alla vittoria decisiva, nonostante i notevoli sacrifici.
In risposta alla decisione dello Stato siriano, la Santa Alleanza decise di togliersi la maschera e mostrare il suo volto spaventoso: o le dimissioni di Assad o la Siria sarà distrutta completamente.  Così, i presunti oppositori si riunirono ad Istanbul per creare un fronte unito contro lo Stato siriano e il giorno dopo, il miserabile Consiglio nazionale siriano (CNS) nacque, allora presieduto da un docente universitario di Parigi, Burhan Ghalyun [17]. Due giorni dopo, il 4 ottobre 2011, la creazione del CNS fu seguita dal progetto di risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che condannava la Siria, ma subì l’opposizione del doppio veto russo e cinese. Mosca si oppose “all’approccio del confronto” che andava “contro una soluzione pacifica della crisi“, mentre Pechino respinse “l’interferenza negli affari interni” di un Paese [18]. Eravamo ancora agli inizi della guerra imperialista contro la Siria.

Erdogan Pasha: il sigillo del califfato ottomano
Tutto quello che abbiamo detto prima appartiene già alla storia, lo Stato siriano ha resistito non solo alla peggiore guerra imperialista del secolo, ma il suo esercito ottiene vittorie decisive sul terreno contro le ondate di “nuovi mongoli” che hanno invaso il territorio siriano con la grazia e la benedizione del califfo di Istanbul, Erdogan Pasha. Tuttavia, Erdogan oggi non è più un Sadrazam [19] o Davutoglu un Reis Effendi [20]. Nella seconda settimana di proteste senza precedenti, le forze democratiche turche apprendono i loro preparativi. Continuano a occupare luoghi pubblici e a gridare i loro slogan contro il governo Erdogan. I manifestanti sono attivisti della società civile, studenti, disoccupati, sostenitori della sinistra e dell’estrema sinistra all’opposizione e ambientalisti. Le loro richieste: in primo luogo, l’abbandono da parte del governo del progetto immobiliare a Piazza Taksim, l’epicentro della rivolta in corso a Istanbul e simbolo storico della repubblica e della laicità turche. Un progetto che prevede la costruzione di una moschea e di un enorme centro commerciale. Tuttavia, l’opposizione a questo progetto è solo un pretesto per molti turchi nella loro frustrazione nei confronti di ciò che avvertono come le limitazioni delle libertà civili e politiche antidemocratiche dell’AKP, il partito di governo.
Su un altro livello, vale la pena ricordare qui l’articolo pubblicato questa settimana sulla rivista britannica The Economist, che segue gli ultimi sviluppi in piazza Taksim a Istanbul. L’interesse di un tale articolo non è certo nei contenuti, dei contenuti che non rompono ovviamente con il “classico” discorso occidentale sull’Oriente e gli orientali, o l’approccio che l’autore segue, ma piuttosto nel titolo che presenta: “I moti della Turchia: democratico o sultano” [21], nonché il fotomontaggio del ritratto del sultano ottomano Selim III con la faccia del primo ministro turco Erdogan. Tutto ruota intorno al seguente: per la rivista The Economist, una rivista monopolio certamente legata ai centri di potere imperialisti, pubblicare un tale articolo con un titolo e una foto del genere, criticando l’alleato più fedele della Santa alleanza nella guerra contro la Siria, dovrebbe avere una buona ragione. Tuttavia, questa “buona” ragione non risiede necessariamente nei paragrafi dell’articolo, né nel suo discorso sulla diffusione della democrazia. In altre parole, l’impressione creata leggendo l’articolo è la seguente: Erdogan Pacha abusa della democrazia e la rivista The Economist l’ha avvertito, semplicemente! Purtroppo, una tale lettura è parte del cosiddetto “grado zero di pensiero critico” o “massimo stadio d’ingenuità politica.” Certo, il motivo per cui questo articolo appare su The Economist, oggi, risiede altrove, soprattutto quando si sa che questa non è la prima volta in 10 anni di governo, che Erdogan “abusa” della democrazia nel suo Paese, né la prima volta che getta benzina sul fuoco dello sciovinismo e dell’odio religioso contro i gruppi etnici e religiosi della Turchia, come curdi, armeni e alawiti, senza che sia protetto e coperto dal silenzio dei monopoli mediatici che hanno giocato finora il ruolo delle tre scimmiette davanti le pratiche ostili di Erdogan.
Ritornando ad Erdogan e il ministro degli Esteri Davutoglu, si presentano come la punta di diamante della guerra imperialista contro la Siria, e per oltre due anni hanno pronunciato “sorprendenti” discorsi sui diritti, la democrazia, la libertà, la giustizia, la tolleranza, promettendo al popolo delle “vecchie province arabe” dell’impero ottomano una nuova era di luce, giustizia e prosperità al punto in cui avremmo immaginato Voltaire e Montesquieu, la pace sia su di loro, rivolgersi alle masse arabe nelle persone di Erdogan e del Reis Effendi Davutoglu.
A maggior ragione, la pubblicazione di un tale articolo nella rivista The Economist deve essere letta nel contesto delle vittorie decisive riportate sul campo dall’esercito arabo siriano contro i gruppi takfiri, che hanno nelle regioni di confine turche con la Siria le proprie retrovie. In altre parole, va detto che i centri del potere imperialista non conoscono amici o nemici permanenti, ma piuttosto  interessi permanenti, e dopo due anni e rotti di guerra imperialista contro la Siria, dove i principali “attori” erano fino a ieri il Sadrazam Erdogan e il Reis Effendi Davutoglu, la Santa Alleanza non è riuscita a rovesciare il regime del presidente Assad, nonostante le cifre catastrofiche in perdite umane e materiali, malgrado l’uso di tutti i centauri [22] e i minotauri [23] dell’Ade. Ciò significa che le potenze imperialiste ora cercano di sostituire Erdogan, che ha appena ricevuto il “cartellino rosso”, con un altro “giocatore” turco che sarebbe pronto a correre come Maradona nella fase del  compromesso internazionale sulla Siria pianificato tra Mosca e Washington.

Il popolo turco chiede la dipartita di Erdogan
Un anno e mezzo fa, precisamente il 22 novembre 2011, Erdogan ha esortato il presidente siriano Bashar al-Assad a dimettersi al fine di “evitare ulteriori spargimenti di sangue” nel Paese: “Per la salvezza del tuo popolo, del tuo Paese e della regione, ora lascia il potere“, disse in Parlamento davanti al gruppo parlamentare del suo partito Giustizia e Sviluppo AKP [24]. Ora, diciotto mesi dopo, a Piazza Taksim e al Gezi Park di Istanbul, migliaia di attivisti della società civile e delle forze democratiche turche, che sono scesi ogni giorno per le strade di tutto il Paese, chiedono le dimissioni del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, che accusano di guidare un governo conservatore che cerca di islamizzare il Paese e di ridurne la democrazia e la laicità.

Nella pianura con i Dodici
Quindi Gesù discese dalla montagna con i dodici Apostoli e si fermò nella pianura. Vi era un gran numero di discepoli, e una folla di persone da tutta la Giudea, Gerusalemme e dal litorale di Tiro e  Sidone (…) Guardando poi i suoi discepoli, Gesù disse: “Perché vedi la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come potrai dire a tuo fratello, ‘ Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio’, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi vedrai bene per poter togliere la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello“. [25]

Fida Dakroub, Ph.D Sito ufficiale dell’autrice

Note
[1] Today’s Zaman (8 agosto 2011) Davutoglu to deliver harsh message to Damascus.
[2] Il becco è una scarpa del Medioevo (XIV secolo), con un estremità a punta allungata fino a 50 cm, di solito sollevata. Più si apparteneva a una classe sociale elevata, più la punta era lunga. Per i re, la dimensione della punta poteva essere grande quanto desiderato. L’estremità era imbottita con schiuma o canapa per irrigidirne la punta.
[3] Ne “La Chanson de Roland“, il bastone e il guanto di Carlo Magno sono la potenza conferita al messaggero.
[4] Personaggio letterario de “La Chanson de Roland“, Gano è il figlio di Grifone, Conte di Hautefeuille. È il patrigno di Orlando. È il messaggero di Carlo Magno presso il re di Saragozza.  Eppure fu lui che ha tradito Orlando mettendolo nella retroguardia che doveva essere attaccata dai saraceni. Per questo motivo è in qualche modo diventato, nella tradizione francese, l’archetipo del criminale o del traditore.
[5] Marsilio è il nome di un leggendario personaggio che appare ne “La Chanson de Roland” o “La canzone di Roncisvalle.” E’ il re saraceno di Saragozza nemico di Carlo Magno.
[6] Acronimo turco per “Posta ve Telgraf Teskilati Genel Müdürlügü” o Direzione Generale delle Poste e Telecomunicazioni della Turchia.
[7] Le Point (9 agosto 2011) Syrie: le chef de la diplomatie turque arrivé à Damas avec un message ferme pour Assad.
[8] Today’s Zaman, op. cit.
[9] Le Monde (8 agosto 2012) Le président syrien de plus en plus isolé après le rappel d’ambassadeurs de pays arabes.
[11] ibidem
[12] Nel Medioevo, il banchetto iniziava con insalata o frutta fresca di stagione per preparare lo stomaco a ricevere i piatti più ricchi.
[13] Nel Medioevo, il banchetto comprendeva anche il “Rot”, un piatto principale che consisteva di carni arrostite accompagnate da varie salse.
[14] Le Monde (8 agosto 2012) op.  cit.
[15] La corte di Borgogna sviluppò un’etichetta a tavola senza precedenti per la sua raffinatezza e ritualità. Fece di ogni banchetto uno spettacolo permanente. Il più famoso, dove centinaia di ospiti e spettatori parteciparono, fu il banchetto del Fagiano tenutosi a Lilla nel 1454.
[16] Le Devoir (8 agosto 2011)  Damas passe de nouveau à l’attaque.
[17] Le Devoir (4 ottobre 2011) Mabrouk! – Syrie : euphorie et émotion accueillent la création du Conseil national
[18] Radio Canada (5 ottobre 2011) Résolution de l’ONU sur la Syrie: le veto sino-russe critiqué par l’opposition, applaudi par Damas.
[19] Sadrazam o gran visir era il Primo ministro dell’Impero Ottomano.
[20] Il Reis Effendi era il ministro degli Esteri dell’Impero Ottomano.
[21] The Economist (8 giugno 2013) “Turkey’s troubles. Democrat or sultan?
[22] Nella mitologia greca, i centauri sono creature metà uomo metà cavallo. Discendono da Ixion, il primo uomo ad aver ucciso un membro della propria famiglia, che ideò il primo Centauro unendosi a una nuvola cui Zeus, il dio supremo, aveva dato la forma di sua moglie Hera. I centauri vivevano in Tessaglia, intorno a Monte Pelio, ed erano considerati esseri selvatici incivili.
[23] Nella mitologia greca, il Minotauro o “toro di Minosse” è un mostro abbastanza orrendo con  testa di toro e corpo umano. Il Minotauro è figlio dell’amore della regina Pasifae di Creta e di un toro bianco che Minosse non aveva sacrificato a Poseidone.
[24] Le Monde (22 novembre 2011) Le premier ministre turc demande le départ de Bachar Al-Assad.
[25] Vangelo di Gesù secondo Luca (6, 41-42).


Ricercatrice in Studi francesi (The University of Western Ontario, 2010), Fida Dakroub è scrittrice e ricercatrice in teoria di Bachtin. È attivista per la pace e i diritti civili.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: l’opposizione in rotta

Pjotr Lvov (Russia) New Oriental Outlook 7 giugno 2013 – Oriental Review

237633-a-syrian-soldier-displays-a-poster-of-president-bashar-al-assad-as-he-Con il sostegno finanziario di Qatar e Arabia Saudita in prosciugamento e il flusso di armi da Turchia e Libano in rallentamento, ciò che accade ora è che i ribelli iniziano a sbandarsi sotto l’assalto dell’esercito siriano. Ciò avviene sullo sfondo dei crimini commessi dai ribelli: Riyadh è chiaramente stanca di gettare soldi agli islamisti, sempre più dominati da Doha, piuttosto che dai sauditi; ci potrebbe essere un giro di vite nel governo del Qatar in qualsiasi momento, a causa della malattia dell’emiro, per il quale al momento è più importante risolvere il problema di nominare il principe ereditario capo dello Stato, mentre la Turchia è alle prese con la sua “primavera rivoluzionaria”. Il 4 giugno, le forze armate siriane sono riuscite a spazzare via i ribelli dalla città  strategicamente importante di al-Qusayr, che si trova nella Siria centrale presso il confine libanese.  I ribelli e le forze governative hanno combattuto per il controllo della città per circa sei mesi. Hama è stata quasi completamente liberata il 5 giugno. Secondo i rapporti le truppe fedeli al governo legittimo, comprese le unità speciali della Guardia, si preparano ad avviare nei prossimi giorni un’operazione per debellare i ribelli trinceratisi in alcuni quartieri. Se ciò accade, Damasco avrà il pieno controllo di tutte le principali città della Siria. Qualche sacca di resistenza può persistere per qualche tempo naturalmente, ma gli islamisti sono agli sgoccioli. Rendendosi conto della situazione disperata, dunque, alcuni estremisti hanno deciso di attaccare il centro della capitale con i mortai, ma senza ottenere il risultato desiderato. Inoltre, le truppe siriane hanno avviato le operazioni nella periferia di Damasco, dove l’esercito libero siriano è ancora presente.
Percependo ciò, i Paesi che avevano cercato il rovesciamento di Bashar al-Assad, in particolare la Francia, hanno deciso ancora una volta di giocare la “carta chimica.” Così, mentre il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius era a New York per firmare un accordo internazionale che disciplina la vendita delle armi convenzionali, consegnava un rapporto alle Nazioni Unite sulla base delle recenti “rivelazioni” del giornale Le Monde sul presunto uso, da parte dell’esercito siriano, di sostanze chimiche tossiche contro i combattenti dell’opposizione. Alcune oscure “analisi” sulla composizione di questi agenti tossici, compiuti in laboratori francesi, vi compaiono. Una cosa non è affatto chiara, chi ha usato le armi chimiche: le forze del governo o i ribelli? Dopo tutto, le prove ufficiali sono carenti. C’è solo da ipotizzare che qualcosa sta succedendo: mercenari estremisti con  fiale di Sarin arrestati recentemente in Turchia mentre tentavano di entrare in Siria, sono stati liberati quasi subito su pressione britannica. Non sembra strano che degli estremisti catturati con un tale carico mortale vengano trattati in questo modo? No, se si considera che Londra, ovviamente, non voleva che fossero arrestati, ma che entrassero in Siria dalla Turchia con il loro “carico” tossico e, quindi, creare un “caso” per poter accusare Damasco di utilizzare agenti tossici!
Carla del Ponte ha dato una buona risposta alle accuse di Fabius secondo cui Damasco ha usato armi chimiche. Ha detto che la prova è ancora carente riguardo chi abbia usato le armi chimiche, che hanno ucciso alcune persone, quando le armi convenzionali ne hanno uccise decine di migliaia. Mentre parlava domenica scorsa in qualità di membro della commissione d’indagine su eventuali violazioni dei diritti umani in Siria delle Nazioni Unite, gli esperti sospettano fortemente che siano i ribelli contrari al Presidente Assad ad aver usato armi chimiche. In un’intervista a una rete televisiva svizzera, ha detto che secondo le testimonianze delle vittime e dei medici, probabilmente furono i ribelli ad aver usato l’agente nervino Sarin. Ha anche sottolineato che gli esperti non hanno ancora prove concrete e ha ricordato che l’inchiesta è tutt’altro che completa.
Londra e Parigi chiaramente esaltano la storia delle armi chimiche solo per provocare un intervento militare straniero in Siria e spingere Stati Uniti e Israele a usare la forza militare contro Damasco. Dal momento che ciò non funziona, promuovono attivamente un tema diverso, l’intervento da parte di Hezbollah e dell’Iran, che presumibilmente combattono dalla parte delle forze di governo, come ad al-Qusayr. L’opposizione l’ha principalmente utilizzato come pretesto per evitare di partecipare alla conferenza di Ginevra 2, anche se è già stato accertato che non c’erano combattenti di Hezbollah ad al-Qusayr. Al contrario, il gruppo sciita ha contrastato i tentativi dei ribelli siriani di entrare in Libano dalla regione di al-Qusayr. Prostrarsi alla propaganda è l’arma principale usata da Gran Bretagna, Francia e Qatar, laddove al-Jazeera diffonde storie cui, a quanto pare, neanche i sostenitori dell’opposizione credono. Ma mi chiedo, che bisogno avrebbe Damasco della conferenza di Ginevra 2 se i ribelli subissero una grave sconfitta, prima che si svolga? Dopo tutto, il vincitore non ha bisogno di negoziare con il perdente. In cima a tutto il resto, la Francia ha detto tramite il suo ministro degli Esteri, che sarebbe meglio tenere la riunione a luglio invece che a giugno, perché dovrebbe essere una “conferenza di ultima istanza”. Poi è giunto un rapporto da Ginevra, la sera del 5 giugno, dopo un altro giro di consultazioni russo-statunitensi su Ginevra 2, dicendo che la riunione preparatoria potrebbe avvenire a fine giugno, e il vertice a luglio. In altre parole, la data viene spostata nuovamente. Evidentemente per evitare che non si svolga affatto. Infatti, prima delle vittorie del governo, molti in occidente speravano che al-Qusayr, Hezbollah, l’Iran e la questione delle armi chimiche divenissero pedine di scambio che avrebbero permesso all’opposizione e ai suoi sponsor di dettare condizioni. Sembrano abbiano sbagliato i calcolati ancora una volta. Dopo tutto, se le forze siriane continuano ad raccogliere successi e Damasco a riprendere il controllo sulle regioni dove i ribelli in precedenza erano forti, la conferenza non sarà più necessaria per altri motivi. Non ci sarà una vera e propria opposizione che possa prendere parte ai negoziati, perché potrebbe essere seppellita entro luglio, lasciando solo piccole sacche di terroristi a portare avanti la lotta contro Damasco, e i suoi leader potranno solo controllare la loro sede di Istanbul e le camere  nei due costosi hotel di Doha dove i ribelli vengono pagati e istruiti.
Per ora, tuttavia, i leader della Siria hanno intenzioni costruttive. Sono disposti a sedersi al tavolo delle trattative per elaborare un accordo riguardante il futuro del Paese sulla base di una soluzione politica. I ribelli dovrebbero essere dei pazzi a non approfittare del quadro pacifico che Damasco prospetta. In realtà, non possono esprimere le proprie condizioni, considerando l’attuale stato di cose in cui sono chiaramente in svantaggio. Inoltre, l’amministrazione Obama è ovviamente sempre meno desiderosa di vedere un regime islamista radicale in Siria. Come Israele. E senza  Washington, nessuno sponsor dell’opposizione deciderà d’intervenire militarmente in Siria, soprattutto dal momento che è sempre più difficile per la Turchia farlo.

Dr. Pjotr Lvov ha conseguito un dottorato in Scienze Politiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La geopolitica del gas e la crisi siriana

Dmitrij Minin Strategic Culture Foundation 31.05.2013

556754Come uno dei Paesi più democratici del Medio Oriente, la Siria, ha fatto divenire alcuni dei suoi pari occidentali dei feroci combattenti per la democrazia? L’irrazionalità e la mancanza di scrupoli dei Paesi occidentali riguardo la crisi siriana, quando le stesse persone che in Europa vengono considerate terroristi, sono chiamate “combattenti per la libertà” quando si tratta della Siria, diventano più chiare alla luce dell’aspetto economica della tragedia siriana. Ci sono tutte le ragioni per pensare che sostenendo la distruzione delle radici culturali e storiche della Siria, l’Europa combatta in primo luogo per le risorse energetiche. Un ruolo particolare è svolto dal gas che sta divenendo il principale combustibile del 21° secolo. I problemi geopolitici legati ai suoi produzione, trasporto e uso sono forse gli argomenti più di ogni altro seguiti dagli strateghi occidentali. Secondo la felice espressione di F. William Engdahl, “il gas naturale è l’ingrediente infiammabile che alimenta questa corsa folle all’energia nella regione”. Una battaglia che infuria sul fatto se i gasdotti  andranno verso l’Europa da est a ovest, dall’Iran e dall’Iraq alle coste mediterranee della Siria, o prenderanno una strada che va a nord del Qatar e dall’Arabia Saudita attraversando Siria e Turchia. Avendo capito che il gasdotto in stallo, il Nabucco e difatti l’intero corridoio meridionale, è alimentato solo dai giacimenti dell’Azerbaijan e non può eguagliare le forniture russe all’Europa od ostacolare la costruzione del South Stream, l’occidente ha fretta di sostituirli con le risorse del Golfo Persico. La Siria finisce per essere un elemento chiave in questa catena che appoggiandosi a Iran e Russia, ha spinto le capitali occidentali a decidere che il suo regime deve cambiare. La lotta per la “democrazia” è una falsa bandiera esposta per coprire scopi totalmente diversi.
Non è difficile notare che la rivolta in Siria sia esplosa due anni fa, quasi nello stesso momento della firma del memorandum di Bushehr, il 25 giugno 2011, riguardante la costruzione del nuovo gasdotto Iran-Iraq-Siria. Collegando per 1500 km Asaluyeh, nel più grande giacimento di gas al mondo, il North Dome/South Pars (in comune tra Qatar e Iran), a Damasco. La lunghezza del gasdotto sul territorio dell’Iran sarà di 225 km, 500 km in Iraq, e di 500-700 km in Siria. In seguito potrà essere steso lungo il fondo del Mar Mediterraneo fino alla Grecia. La possibilità di rifornire  gas liquefatto all’Europa attraverso i porti del Mediterraneo della Siria, è anche esaminata. Gli investimenti in questo progetto sono pari a 10 miliardi di dollari. (1) Questo gasdotto, soprannominato “oleodotto islamico”, avrebbe dovuto entrare in funzione nel 2014-2016. La sua capacità prevista è di 110 milioni di metri cubi di gas al giorno (40 miliardi di metri cubi l’anno). Iraq, Siria e Libano hanno già dichiarato il loro fabbisogno di gas iraniano (25-30 milioni di metri cubi al giorno per l’Iraq, 20-25 milioni di metri cubi per la Siria, 5-7 milioni di metri cubi fino al 2020 per il Libano). Una parte del gas sarà fornita tramite il sistema di trasporto del gas arabo in Giordania. Gli esperti ritengono che questo progetto potrebbe essere un’alternativa al gasdotto Nabucco promosso dall’Unione Europea (con una capacità prevista di 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno), che non dispone di riserve sufficienti. E’ stato previsto di costruire il gasdotto Nabucco da Iraq, Azerbaigian e Turkmenistan attraversando la Turchia. In un primo momento anche l’Iran venne considerato come fonte energetica, ma in seguito venne escluso dal progetto. Dopo la firma del memorandum sul gasdotto islamico, il capo della National Iranian Gas Company (NIGC), Javad Oji, ha dichiarato che South Pars, un giacimento di 16 trilioni di metri cubi di gas, è una “affidabile fonte di gas, un prerequisito per la costruzione di un gasdotto che il Nabucco non ha”. E’ facile osservare che circa 20 miliardi di metri cubi l’anno passeranno da questo gasdotto per l’Europa, che sarebbe in grado di competere con i 30 miliardi del Nabucco, ma non con i 63 miliardi dal South Stream.
Un gasdotto dall’Iran sarebbe estremamente vantaggioso per la Siria. Anche l’Europa potrebbe guadagnarci, ma è chiaro che a qualcuno in occidente non piace. Gli alleati che riforniscono l’occidente di gas del Golfo Persico non ne sono contenti, né la Turchia sarebbe rimasta il numero uno di questo traffico, in quanto sarebbe rimasta fuori dai giochi. La nuova “santa alleanza” da essi formata ha spudoratamente dichiarato che il suo obiettivo è “tutelare i valori democratici” in Medio Oriente, anche se a rigor di logica gli Stati Uniti e i loro alleati su ciò dovrebbero iniziare dai propri partner della coalizione contro la Siria, le monarchie del Golfo Persico che non sono irreprensibili in tale senso. I Paesi sunniti vedono anche la Pipeline islamica dal punto di vista delle contraddizioni interconfessionali, considerandola un “gasdotto sciita dall’Iran sciita che attraversa il territorio dell’Iraq dalla maggioranza sciita e arriva nel territorio sciita-alawita dell’amico Assad”. Come il noto ricercatore su questioni energetiche F. William Engdahl scrive, “questo dramma geopolitico è accresciuto dal fatto che il giacimento di South Pars si trova nel Golfo Persico direttamente al confine tra l’Iran sciita e il Qatar sunnita. Ma il piccolo Qatar, che non può gareggiare con la potenza dell’Iran, fa un uso attivo delle sue connessioni con la presenza militare degli Stati Uniti e della NATO nel Golfo Persico. Sul territorio del Qatar vi è l’importante nodo del Central Command del Pentagono e delle forze armate degli Stati Uniti, il quartier generale del Comando dell’US Air Force, l’83.th Air Expeditionary Group dell’aviazione inglese e il 379.th Air Expeditionary Wing dell’US Air Force”. Il Qatar, a parere di Engdahl, ha altri piani per la sua quota del giacimento di gas di South Pars e non desidera unirsi agli sforzi di Iran, Siria e Iraq. Non è affatto interessato al successo del gasdotto Iran-Iraq-Siria, che sarebbe del tutto indipendente dalle vie di transito per l’Europa usate da Qatar o Turchia. In effetti, il Qatar fa tutto il possibile per contrastare la costruzione del gasdotto, tra cui armare i combattenti dell’“opposizione” in Siria, molti dei quali provengono da Arabia Saudita, Pakistan e Libia.  (2)
la determinazione del Qatar è alimentata dalla scoperta di una società di prospezione geologica siriana, nel 2011, di un grande giacimento di gas in Siria, vicino al confine libanese, non lontano dal porto sul Mediterraneo di Tartus affittato alla Russia, e dell’individuazione di un importante giacimento di gas nei pressi di Homs. Secondo stime preliminari, queste scoperte dovrebbero aumentare notevolmente le riserve di gas del Paese, che in precedenza ammontavano a 284 miliardi di metri cubi. Il fatto che l’esportazione di gas, siriano o iraniano, verso l’Unione europea possa  avvenire attraverso il porto di Tartus, che ha legami con la Russia, scontenta il Qatar e i suoi protettori occidentali. (3) Il quotidiano arabo al-Akhbar cita informazioni secondo cui vi è un piano approvato dal governo degli Stati Uniti per creare un nuovo gasdotto dal Qatar all’Europa passando per la Turchia e Israele. La capacità di una tale pipeline non viene menzionata, ma considerando le risorse del Golfo Persico e della regione del Mediterraneo orientale, potrebbe superare sia quella  della pipeline islamica che il Nabucco, sfidando direttamente il South Stream della Russia. L’ideatore principale di questo progetto è Frederick Hoff, “responsabile per le questioni sul gas nel Levante” e membro del “comitato di crisi siriana” statunitense. Questo nuovo gasdotto partirebbe dal territorio del Qatar e dell’Arabia saudita, passerebbe quindi per il territorio della Giordania, aggirando così l’Iraq sciita e raggiungerebbe la Siria. Vicino ad Homs, la pipeline si dividerebbe in tre direzioni: Latakia, Tripoli, nel nord del Libano e Turchia. Homs, dove ci sono anche giacimenti di idrocarburi, è il “principale snodo del progetto”, e non sorprende che si svolgano in prossimità di questa città e della sua “chiave”, al-Qusayr, i combattimenti più feroci. È qui che il destino della Siria si decide. Le parti del territorio siriano dove i distaccamenti ribelli operano con l’appoggio di Stati Uniti, Qatar e Turchia, sono a nord, a Homs e nei dintorni di Damasco, che coincidono con il percorso che seguirebbe il gasdotto verso la Turchia e Tripoli in Libano. Un raffronto tra la mappa degli scontri armati e la mappa del gasdotto dal Qatar indica il legame tra le attività armate e il desiderio di controllare questi territori siriani da parte degli alleati del Qatar, che cercano di realizzare tre obiettivi: “rompere il monopolio del gas russo in Europa, liberare la Turchia dalla dipendenza dal gas iraniano e dare ad Israele la possibilità di esportare il suo gas verso l’Europa via terra, a basso costo”. (4) Come l’analista di Asia Times Pepe Escobar ha indicato, l’emiro del Qatar a quanto pare ha concluso un accordo con i “Fratelli musulmani” in base a cui ne sosterrà l’espansione internazionale in cambio di un trattato di pace in Qatar. Un regime dei “Fratelli musulmani” in Giordania e in Siria, sostenuto dal Qatar, muterebbe bruscamente l’intera geopolitica del mercato mondiale del gas decisamente a favore del Qatar e a scapito di Russia, Siria, Iran e Iraq. Sarebbe anche un colpo mortale per la Cina.  (5)
La guerra contro la Siria è volta a supportare questo progetto, così come a spezzare l’accordo tra Teheran, Baghdad e Damasco. La sua realizzazione è stata interrotta più volte a causa delle operazioni militari, ma nel febbraio 2013 l’Iraq ha dichiarato la sua disponibilità a firmare l’accordo quadro che permette la costruzione del gasdotto. (6) E’ interessante notare che dopo di ciò, nuovi gruppi di sciiti iracheni si sono levati a sostegno di Assad, che come il Washington Post ammette, non hanno “alcuna esperienza in battaglie” contro gli statunitensi nel loro Paese. Insieme ai combattenti di Hezbollah in Libano, sono una forza sempre più temibile. (7) La posta nel “gioco di eliminazione” iniziato in Siria dall’occidente per il gasdotto, continua a crescere. La fine dell’embargo dell’Unione europea alla fornitura di armi all’opposizione siriana, che secondo la BBC trovava la maggior parte dei paesi membri dell’UE contrari (8) (democrazia, dove sei?), non potrebbe aiutare i ribelli. Come per la civiltà e la giustizia, quando il profitto è in gioco, i sentimenti non hanno peso. La cosa principale è non giocare la carta sbagliata in questo gioco sleale che odora di sangue e di gas.

Note
1) Voltairenet
2) Global Research
3) Natural Gas Asia
4) Zebra Station Polaire
5) Asia Times
6) Day.az
7) Washington Post
8) BBC

arab gas pipelineLa ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La polizia turca trova armi chimiche in possesso ai terroristi di al-Nusra diretti in Siria

Gearóid Ó Colmáin, Global Research, 30 maggio 2013

913904_323161474476445_662576414_oSecondo un rapporto dell’agenzia statale turca Zaman, agenti della Direzione generale di sicurezza turca (Emniyet Genel Müdürlügü) hanno sequestrato 2 kg di gas Sarin nella città di Adana, alle prime ore di ieri mattina. Le armi chimiche erano in possesso ai terroristi di al-Nusra che si ritiene fossero diretti in Siria. Il Sarin è una sostanza inodore e incolore estremamente difficile da rilevare.  Il gas è vietato dalla convenzione sulle armi chimiche del 1993. L’EGM ha identificato 12 membri della cellula terroristica di al-Nusra ed ha anche sequestrato armi da fuoco e attrezzature digitali.  Questa è la seconda grande conferma ufficiale sull’uso di armi chimiche da parte dei terroristi di al-Qaida in Siria, dopo la recente dichiarazione dell’ispettore ONU Carla Del Ponte a confermare l’uso di armi chimiche da parte dei terroristi filo-occidentali in Siria. La polizia turca attualmente conduce ulteriori indagini sulle operazioni dei gruppi legati ad al-Qaida in Turchia. [1]
Questa ulteriore conferma che i ‘ribelli’ siriani usano armi chimiche mentre utilizzano anche la Turchia come base per le operazioni terroristiche contro la Siria, potrebbe causare ulteriori problemi al primo ministro Recep Tayyip Erdogan, che il leader dell’opposizione turca Kemal Kilicdaroglu ha chiamato ‘capo dei terroristi’. [2] La Coalizione nazionale siriana all’estero ha persistito nell’accusare il governo siriano di usare armi chimiche. Il responsabile dei media della coalizione nazionale siriana Khaled Saleh ha detto ad al-Jazeera il 26 maggio, che le autorità turche erano certe dell’uso di armi chimiche da parte del governo siriano. Saleh ha anche sostenuto che era in contatto con i combattimenti di diversi ‘brigate’ in Siria. Forse, Saleh dovrebbe essere avvisato di consultare la polizia turca, ora che una delle sue ‘brigate’ è stata arrestata per possesso di armi chimiche. [3]
nusra_grenadeNon sorprende che questa notizia turca non ha ottenuto titoli internazionali. Dall’inizio del conflitto siriano, le agenzie di stampa internazionali hanno tentato di ritrarre l’invasione di al-Qaida in Siria come ‘rivoluzione popolare’, iniziata come ‘protesta pacifica’ contro un ‘regime brutale’. Il fatto che non ci sia mai stata un briciolo di prova a sostegno di tali affermazioni non ha ostacolato la valanga di vituperi e la demonizzazione del presidente siriano Bashar al-Assad e della Repubblica araba siriana.
Il quotidiano francese Le Monde ha pubblicato un rapporto ‘esclusivo’ il 27 maggio 2013, che ha affermato di avere le ‘prove’ che il governo siriano usa armi chimiche ‘contro il proprio popolo’. Tuttavia, la relazione semplicemente si basa sulle dichiarazioni di ‘attivisti’ e “ribelli”, che la maggior parte dei commentatori più seri hanno descritto come fonti inaffidabili. L’articolo di Le Monde è apparso proprio nel momento in cui il governo francese spinge l’Unione europea a togliere l’embargo sulle armi ai terroristi in Siria. La conferma dai precedenti articoli di Le Monde che l’opposizione in Siria è di fatto al-Qaida [4], insieme alla riluttanza dei partner europei Germania, Austria e altri Paesi nel sostenere apertamente i terroristi, isolando Parigi e Londra e svelando i governi britannico e francese quali sponsor del terrorismo.
Nel gennaio 2013, la televisione russa RT aveva pubblicato documenti trapelati dalla British Defence Corporation Britam, che rivelava un piano del Qatar per inviare armi chimiche a Homs in Siria con l’aiuto della Britam Defence. La società inglese avrebbe addestrato personale ucraino affinché agissero come consiglieri militari russi, al fine di accusare il governo russo del crimine. L’e-mail ha suggerito che il Qatar fornisse “enormi” somme di denaro per il piano approvato da Washington. [5] L’organizzazione terroristica Jabhat al-Nusra non ha nascosto il desiderio di gasificare la minoranza alawita in Siria. Un video postato su YouTube il 4 dicembre 2012 mostra dei terroristi sperimentare armi chimiche su conigli, giurando di sterminare gli alawiti siriani in modo simile. [6] L’iraniana PressTV ha anche pubblicato un rapporto che mostra i terroristi con armi chimiche. [7]
Mentre i terroristi filo-occidentali perdono davanti alle forze governative in Siria, la probabilità di ulteriori massacri commessi dai terroristi e di accusarne il governo siriano cresce. Tuttavia, mentre sempre più rapporti contraddicono la versione ufficiale dei media sulla guerra siriana, le voci della verità acquisiscono la massa critica, minacciando di far cadere una volta per tutte l’oppressivo impero mediatico della NATO.

Note
[1] [2] [3] [4] [5] [6] [7]

Copyright © 2013 Global Research


Scoperto un complotto con armi chimiche di al-Qaida
Syria Report 1 giugno 2013

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Personale dell’intelligence militare irachena ha arrestato una cellula di al-Qaida specializzata nella produzione di composti chimici per i gas sarin, mostarda e nervino che intendevano usare in Iraq e nei Paesi limitrofi. Il ministero della difesa iracheno ha detto che la cellula terroristica di cinque membri è stata sottoposta a sorveglianza per tre mesi e che aveva apparentemente ricevuto istruzioni da un altro ramo di al-Qaida. L’avvio delle operazioni delle forze di sicurezza irachene ha portato all’arresto di decine di membri dell’organizzazione al-Qaida in Iraq.
Due giorni prima, Syria Report aveva rivelato un articolo dei giornali turchi che dettagliava dell’arresto di un gruppo di Jabhat al-Nusra ad Adana, Turchia.  La polizia antiterrorismo aveva sequestrato, tra l’altro, 2 kg di agente nervino sarin. Il 3 maggio, Syria Report ha pubblicato un ampio articolo su al-Qaida e il suo uso di armi chimiche, tra cui il dispiegamento di sarin. Il Sarin, o GB, è una sostanza inodore ed incolore estremamente difficile da rilevare. È usata come arma chimica grazie alla sua estrema potenza come agente nervino. E’ stata classificata arma di distruzione di massa nella risoluzione 687 dell’ONU. La produzione e il stoccaggio di Sarin è illegale secondo la Convenzione sulle armi chimiche del 1993, dove viene classificata sostanza Tabella 1. Il gas Sarin non è particolarmente difficile da produrre.
Questa è la terza grande conferma ufficiale sull’uso e il possesso di armi chimiche da parte dei surrogati di al-Qaida in Siria, dopo la recente dichiarazione dell’ispettrice ONU Carla Del Ponte a conferma dell’uso di armi chimiche da parte dei militanti di Khan al-Asal, Aleppo. La polizia anti-terrorismo turca attualmente conduce ulteriori indagini sulle operazioni dei gruppi legati ad al-Qaida in Turchia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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