L’Iraq ringrazia la Siria per aver bombardato il SIIS, e Obama aiuta il settarismo in Siria

Boutros Hussein e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 27 giugno 2014

10455051Il presidente degli USA Obama è ancora una volta coinvolto in nuovi intrighi sinistri, perché mentre lo Stato Islamico d’Iraq e Siria (SIIS) è intento a frazionare Iraq e Siria, l’unica risposta a tale realtà è, per Obama, cercare di portare altro caos e settarismo in Siria. Infatti, è evidente come l’assalto del SIIS in Iraq segua naturalmente le orme delle manovre militari in Giordania di USA e innumerevoli alleati. Mai SIIS e altre forze settarie e taqfiriste in Siria hanno temuto Israele e la NATO in Turchia. Al contrario, SIIS e altre forze settarie e taqfiriste prosperano all’ombra di Israele, Giordania e NATO in Turchia. Allo stesso modo, alcuni elementi del blocco anti-Hezbollah e anti-Aoun in Libano giocano con i taqfiristi e il demonio settario. Il recente attacco del SIIS in regioni dell’Iraq è stato accolto dalla solita bizzarria dell’amministrazione Obama. Ciò vale per l’illogica necessità di rafforzare le forze anti-siriane in Siria, così rafforzando SIIS e altre forze settarie e terroristiche. L’Iraq deve prendere atto che le potenze del Golfo e della NATO partecipano all’intera agenda settaria in Siria e, naturalmente, che tale realtà mina lo Stato nazione iracheno. Dopo tutto, le forze settarie taqfiriste in Siria sono sostenute da varie nazioni del Golfo e dalla Turchia, alleate degli USA e che ovviamente la destabilizzazione della Siria iniziò usando le enormi scorte militari rimaste in Libia. Allo stesso tempo, il cosiddetto controllo di CIA, MI6, DGSE e altre intelligence in Turchia e Golfo è una farsa, perché i terroristi inondano la Siria e l’Iraq da tutto il mondo. Infatti, l’unico controllo che sembra esserci è volto ad armare le varie forze settarie in Siria contro il governo laico del Presidente Bashar al-Assad.
USA ed alleati occidentali adorano la parola “democrazia” quando fa comodo, ma il popolo della Siria è dannato se vota o meno. Questa visione neo-coloniale di USA, Francia, Quwayt, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito è estremamente irritante. Pertanto i siriani, nel Paese e all’estero, che sostengono il governo di Assad, non contano. Ciò spinge Obama ad ignorare le elezioni in Siria, proprio come USA ed alleati occidentali ignorano la schiavitù delle donne nel Golfo. Allo stesso modo, l’Arabia Saudita è il paradiso dei pedofili perché vecchi possono sposare bambine di otto anni, mentre naturalmente il regno della Casa dei Saud supporta l’uccisione degli gli apostati verso il cristianesimo. Naturalmente, ciò non fa aggrottare la fronte, pur essendo  completamente nota tale realtà. Pertanto, con l’Iraq che affronta altro settarismo e barbarie taqfirista, non sorprende sentire Obama finanziare ulteriore settarismo e terrorismo in Siria. Anche le forze  antisiriane fuori dalla nazione non possono negare che l’esercito libero siriano (ELS) spesso combatte a fianco delle varie forze taqfiriste e settarie. Altre volte si combattono perché la loro unica caratteristica vincolante è uccidere, decapitare, perseguitare minoranze e applicare barbarie a chiunque capiti di essere in disaccordo con il loro dominio.
Diversamente dall’amministrazione Obama che cerca d’indebolire le forze centrali in Siria al fine di potenziare il SIIS, il governo siriano bombarda tale movimento barbaro presso il confine tra Iraq e  Siria. L’Iraq viene messo in pericolo da USA e satelliti di NATO e Golfo, accendendo il settarismo in Siria, con il risultato di mettere in pericolo Libano e Iraq. Allo stesso tempo, la Turchia di Erdogan non disdegna contrattare in Iraq con strutture di potere estranee a Baghdad. Ciò significa che l’Iraq deve affrontare la duplice minaccia della barbarie del SIIS e del ruolo della Turchia nell’ignorare le forze economiche centrali della nazione. Nel frattempo, mentre le potenze del Golfo e la Turchia giocano la carta settaria contro il governo della Siria, mettendo chiaramente in pericolo l’Iraq, la saggezza del Grande Ayatollah Ali al-Sistani entra in gioco. Ciò vale in particolare per i fedeli sciiti che ascoltano con passione il grande ayatollah dell’Iraq. Tuttavia, questo venerato leader religioso si rivolge a tutti i cittadini iracheni, a prescindere dall’appartenenza religiosa. Il grande ayatollah sa bene che le forze sinistre estranee all’Iraq cercano di trascinare la nazione, ancora una volta, nel settarismo. Nonostante ciò, il venerato leader sciita fa sapere che l’unità è essenziale contro SIIS e altre forze settarie che prosperano sulle divisioni nella società. Pertanto, a prescindere dall’aspetto politico dell’Iraq moderno, è chiaro che il SIIS cerca d’imporre uno status draconiano alla società, per imporle l'”anno zero”. Non sorprendono gli appelli all’unità dei leader sunniti e sciiti in Iraq, perché i leader religiosi sanno perfettamente che i taqfiristi odiano tutti. Allo stesso modo, gli studiosi religiosi in Iraq comprendono appieno che tali forze brutali lavorano all’ombra delle potenze del Golfo e della NATO.
Recentemente è stato riportato che la Siria ha bombardato il SIIS al confine tra Iraq e Siria. La BBC riferisce: “Il primo ministro Nuri al-Maliqi dell’Iraq ha detto alla BBC di sostenere l’attacco aereo sui militanti islamici in un valico di frontiera tra Iraq e Siria… Fonti militari e ribelli dicono che l’attacco ha avuto luogo nell’Iraq, all’incrocio Qaim, anche se Maliqi ha detto che s’è avuto sul lato siriano“. Tuttavia, mentre la Siria cerca di arginare la marea del SIIS, il governo USA è intento a promuovere la minaccia taqfirista sostenendo altre forze settarie in Siria contro il governo centrale.  Il New York Times: “Il presidente Obama ha chiesto 500 milioni di dollari al Congresso per addestrare ed equipaggiare ciò che la Casa Bianca chiama membri “adeguatamente controllati” dell’opposizione siriana, riflettendo maggiore preoccupazione per l’allargamento del conflitto siriano in Iraq“. Naturalmente, gli “opportunamente controllati” esistono solo nelle menti deliranti dell’amministrazione Obama. In effetti, un gran numero di massacri brutali sono dovuti a tali cosiddetti “moderati”, che in realtà sono settari e apertamente partecipi al banditismo di massa. Pertanto, mentre Baghdad e Damasco sono minacciate dai “taqfiri da anno zero”, l’amministrazione Obama cerca di versare ulteriore benzina sul fuoco sostenendo altra destabilizzazione in Siria. Ciò  deve aprire gli occhi ai leader dell’Iraq, perché sanno che gli alleati degli USA nel Golfo e la Turchia consentono che il virus settario, sedizioso e terrorista taqfirista si diffonda. Pertanto, i governi di Iraq, Iran, Siria e il movimento Hezbollah devono collaborare più strettamente, arginando l’agenda settaria e taqfirista di Arabia Saudita, Quwayt e Qatar, amplificata dalla NATO in Turchia e dal totale fallimento di USA, Francia e Regno Unito.

ap229496324122Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’ISIS e il piano di Wall Street per la guerra settaria

Caleb Maupin New Oriental Outlook 27/06/2014

856c25c6-f182-11e3-a2da-00144feabdc0.imgIn Siria, una campagna terroristica è in corso dal 2011. Oltre 150000 persone sarebbero già state uccise. Milioni di persone sono sfollate, costrette a divenire dei rifugiati, in Siria o nei Paesi limitrofi. Dall’inizio di tale campagna insurrezionale contro la Repubblica araba siriana, i terroristi hanno avuto il sostegno nei loro sforzi da regimi filo-USA come Turchia, Qatar, Giordania e Arabia Saudita, nonché direttamente dagli Stati Uniti. Gli Stati del Golfo, allineati agli Stati Uniti, non hanno contestato l’armamento e il sostegno ai gruppi ribelli armati. Il Regno dell’Arabia Saudita, in particolare, ha invocato il rovesciamento violento della Repubblica araba siriana. La maggior parte dei gruppi di insorti che combattono contro il governo siriano è formata da fanatici sunniti. Parlano di creare un “califfato” in Siria e di punire, se non sterminare, tutti coloro che praticano religioni diverse come cristiani, alawiti e sciiti. Il gruppo terrorista Stato Islamico dell’Iraq e Siria (ISIS), ora sotto i riflettori dei media mondiali, non s’è semplicemente materializzato dal nulla. Ha operato in Siria per lungo tempo, impegnandosi in una campagna di violenze e terrorismo insieme ad altri gruppi di insorti, come il Fronte al-Nusra e l’Esercito libero siriano. Recentemente, il governo siriano ha arrestato diversi combattenti dell’ISIS giunti in Siria anche dalla Malesia.

ISIS e Casa dei Saud
Quando i funzionari statunitensi descrivono i ribelli siriani che ricevono finanziamenti e armi dagli USA, sono sempre chiamati “opposizione”, “militanti”, “rivoluzionari” o qualche altro eufemismo colorato. Parole come “terrorista” non vengono utilizzate. I media occidentali hanno sempre rappresentato il governo siriano come il cattivo, e spesso descritto gli insorti come rivoluzionari romantici. Ora che un particolare gruppo terroristico, l’ISIS, è entrato in Iraq e sequestrato gran parte del suo territorio, i funzionari statunitensi improvvisamente cominciano a parlarne con ostilità. Obama ha annunciato l’invio di consiglieri militari statunitensi in Iraq per aiutare il governo iracheno, guidato da Nuri al-Maliqi, nella lotta all’ISIS. Il presidente iracheno Nuri al-Maliqi ha dichiarato apertamente che l’Arabia Saudita sostiene l’ISIS e l’ha perciò duramente condannata. I tentativi della stampa occidentale di “confutare” la sua affermazione sono ridicoli, i suoi articoli affermano che il governo saudita non ha inviato direttamente armi all’ISIS, basandosi solo sulle dichiarazioni dell’Arabia Saudita, che dicono proprio ciò. Eppure, anche coloro che difendono i sauditi sottolineano che la maggior parte del grande budget dell’ISIS deriva da “donatori” sauditi e di altri Stati del Golfo allineati agli Stati Uniti. Il fatto che il denaro saudita sia alla base del terrorismo dell’ISIS in Siria e Iraq non è contestato. Tutta la controversia riguarda se i fondi del terrorismo provengono dalla tesoreria dello Stato saudita, o semplicemente da generosi mecenati privati. Gli articoli sembrano dimenticare che il Regno dell’Arabia Saudita è un’autocrazia assoluta.  Se la Casa dei Saud disapprovasse le donazioni a ISIS, potrebbe facilmente fermarli per decreto e farli rispettare con la minaccia di morte. La ragione per cui i media occidentali sono fortemente motivati a “confutare” la realtà del denaro saudita diretto all’ISIS, è dovuta al fatto che l’Arabia Saudita non è un attore geopolitico indipendente. L’Arabia Saudita è direttamente responsabile nei confronti degli Stati Uniti. Il petrolio saudita è controllato dalle multinazionali petrolifere statunitensi. L’Arabia Saudita riceve milioni di dollari in aiuti statunitensi. L’Arabia Saudita ha ora il quarto budget militare sulla terra, secondo il recente rapporto del SIPRI, e le armi sono acquistate quasi esclusivamente negli Stati Uniti. L’uso dell’Arabia Saudita da intermediario finanziario dei terroristi allineati agli Stati Uniti non è nuovo. L’Arabia Saudita fu fondamentale nel trasferire fondi agli insorti filo-USA in Afghanistan mentre combattevano contro il Partito Democratico del Popolo e l’Unione Sovietica. L’Arabia Saudita aiutò l’amministrazione Reagan a finanziare i terroristi ribelli nel lontano Nicaragua, nella loro lotta contro i sandinisti. Il sostegno saudita all’ISIS, come tutte le attività saudite, non è un’azione geopolitica indipendente. Il sostegno saudita all’ISIS è solo il supporto indiretto degli Stati Uniti all’ISIS.

Chi vuole la guerra settaria?
In questo preciso momento, sui campi di battaglia dell’Iraq, due gruppi armati appoggiati dagli Stati Uniti si sparano usando armi e munizioni made in USA. La situazione in Iraq, da quando l’ISIS ha iniziato l’insurrezione, è diventata assai più violenta rispetto ai mesi precedenti. L’instabilità ha spinto altri gruppi della società irachena a combattere il governo Maliqi, tra cui anche il deposto partito Baath. Perché gli Stati Uniti ora inviano consiglieri militari in Iraq, con la pretesa di sostenere il governo iracheno, mentre sostengono indirettamente anche l’ISIS? Non è irrazionale stare con entrambi i lati di un conflitto? Se il conflitto in Iraq distruggesse i quartieri residenziali Hamptons di New York, i pozzi di petrolio in Texas o altri beni di valore dei ricconi che decidono la politica degli Stati Uniti, sarebbe davvero irrazionale perpetuare un conflitto armando entrambe le parti. Ma questo non è il caso, tuttavia. Nella guerra scoppiata ora in Iraq, come in tutti i combattimenti dal 2003, non sono i quartieri dei capitalisti di Wall Street ad essere distrutti, né i pozzi petroliferi dell’Exxon Mobil vengono fatti saltare in aria o messi fuori servizio. I combattimenti in Iraq non danneggiano gli interessi finanziari dei miliardari che controllano gli Stati Uniti. Piuttosto, si assicurano che non ci siano concorrenti stabili. Prima del 2003, la compagnia petrolifera statale dell’Iraq era un importante fattore nei mercati internazionali. Nel 2003, con missili da crociera, carri armati, truppe e altri mezzi di distruzione statunitensi, la compagnia petrolifera statale irachena fu rimossa dal mercato mondiale, facendo così diminuire l’offerta mondiale di petrolio. Ciò rese il petrolio delle compagnie statunitensi, che non era stato distrutto nella guerra del 2003, molto più prezioso.

Maliqi e la minaccia alla stabilità
Perché gli Stati Uniti ora cercano una grande conflitto in Iraq? La risposta è abbastanza semplice. Secondo la Reuters, l’Iraq ha prodotto 3,3 milioni di barili al giorno a giugno. Il picco delle esportazioni di petrolio iracheno dalla guerra del 2003. Nonostante il fatto che oltre un milione di iracheni sia morto dall’invasione Usa; che gran parte del Paese è ancora in rovina; che milioni di iracheni ancora vivano in miseria; per l’1% più ricco degli Stati Uniti, l’Iraq è diventato troppo stabile, esportando petrolio e riducendo il caos. Nuri al-Maliqi, il presidente iracheno, pur essendo il capo di un regime installato e sostenuto dagli Stati Uniti, ha visto questa crescente stabilità come un’opportunità per affermare l’indipendenza. Maliqi s’è avvicinato alla Repubblica islamica dell’Iran, altro Paese con una compagnia petrolifera statale concorrente degli Stati Uniti sui mercati internazionali. Dall’invasione statunitense del 2003, un gruppo di terroristi appoggiato dagli Stati Uniti, i “mujahdiin del Popolo” usa le basi in Iraq per attaccare l’Iran. Le Nazioni Unite hanno evacuato questi terroristi anti-iraniani dall’Iraq, sostenendo che il governo iracheno non adottava  misure per proteggerli. Alcuni hanno persino suggerito che il governo Maliqi collaborasse con l’Iran nel difendersi da tali terroristi filo-USA. Maliqi si era anche avvicinato ai due maggiori concorrenti degli Stati Uniti sul mercato globale, la Federazione Russa e la Repubblica popolare cinese. Come se la stabilità crescente non bastasse, Maliqi osò non essere più una semplice marionetta. Agendo nel proprio interesse, non da semplice ascaro ubbidiente agli interessi dei miliardari degli Stati Uniti. Non è una sorpresa che anche gli Stati Uniti inviino consiglieri militari a sostenere il suo governo, dato che i circoli dirigenti negli Stati Uniti ne chiedono l’allontanamento.

Sterilizzare la terra con la guerra settaria
I capi degli Stati Uniti non vogliono sostituire Maliqi con un leader più affidabile e responsabile, che possa eliminare l’ISIS e costruire un Iraq pacifico e stabile. I miliardari che gestiscono gli Stati Uniti desiderano sostituire Maliqi con bombe, cecchini, rapimenti, decapitazioni e signori della guerra che si combattono per il potere. Finanziano e armano il governo iracheno, e garantiscono che il denaro saudita continui a finanziare l’ISIS, così che i massacri possano degenerare. Dei Paesi vittime dell’aggressione militare degli Stati Uniti, nessuno è divenuto “più sicuro”. La Libia una volta aveva una compagnia petrolifera statale prima esportatrice in Africa. In Libia, i profitti del petrolio furono usati per sovvenzionare cibo, alloggio e istruzione per la popolazione, garantendo i più alti standard di vita nel continente africano. Ora la Libia è in rovina. Le bombe della NATO non hanno sostituito Gheddafi con “un governo di transizione pacifico”, ma con i signori della guerra in lotta per il potere tra povertà e caos. L’Afghanistan non è “più stabile”, dalla rimozione dei taliban per mano degli Stati Uniti. Il Paese è sommerso da violenza e caos. I campi di papavero che i taliban una volta bruciarono, sono stati restaurati e il caos dei cartelli dell’eroina è oggi un fattore importante nella vita afghana. La campagna di violenze che gli Stati Uniti hanno scatenato in Siria non porta a “libertà e democrazia”. Il Paese è invece finito in una crisi catastrofica, con milioni di rifugiati e forze religiose radicali che massacrano civili inermi e chiunque altro. Tutti i Paesi attualmente presi di mira dagli Stati Uniti hanno un fattore comune: lo sviluppo economico indipendente. Il Venezuela è guidato da socialisti bolivariani. Cuba, Cina e Corea popolare sono guidati dai comunisti. Siria e Federazione russa hanno governi laici guidati da nazionalisti. Il governo della Repubblica islamica iraniana è profondamente religioso. Ma tutti questi governi hanno osato sviluppare un’economia indipendente. Hanno cercato di costruire le proprie economie, e competere con Wall Street e Londra nei mercati globali e, indipendentemente dalla loro volontà, sono stati dichiarati nemici dagli Stati Uniti. L’Iraq di Sadam Husayin fece anche questo. Sadam Husayn fu sostenuto dagli Stati Uniti quando attaccò l’Iran ed usò armi chimiche contro il popolo iraniano. Ma presiedette anche un Paese stabile che esportava petrolio in concorrenza con Wall Street. Il suo rovesciamento con l’invasione militare statunitense ha reso l’Iraq un posto miserrimo. Ora, mentre un minimo di stabilità torna nel Paese, la guerra settaria dell’ISIS viene avviata. La speranza di Wall Street e Londra è che presto gli iracheni, sunniti e sciiti, si uccidono a vicenda in un bagno di sangue che possa diffondersi in tutta la regione. Come l’impero romano, che sparse il sale sulla terra dopo aver sconfitto Cartagine, gli Stati Uniti vogliono assicurarsi che nulla di stabile, pacifico od economicamente prospero possa mai emergervi.

25IN_IRAQ_AL_MALIKI_296276fCaleb Maupin analista politico e attivista di New York. Ha studiato scienze politiche presso il Baldwin-Wallace College ed è stato ispirato e coinvolto nel movimento Occupy Wall Street, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iraq: situazione dal 20 al 23 giugno

Alessandro Lattanzio, 24/6/2014
Iraqi army tanks take part in a parade in Baghdad's Green ZoneIn un’intervista ad al-Manar TV, il deputato della Coalizione per lo Stato di Diritto, Zaynab Wahid Salman, affermava che il ruolo distruttivo svolto dall’Arabia Saudita in Siria si ripeteva in Iraq. “Vuole controllare l’intera regione a scapito dei popoli della regione? L’Arabia Saudita non è soddisfatta dell’interferenza negli affari del di Bahrayn e Siria, perciò oggi conduce una guerra feroce tramite gruppi terroristici contro il processo politico e il progetto democratico dell’Iraq“. I media iracheni, riferivano che un ufficiale saudita era stato ucciso dalle forze irachene e che altri sauditi sono stati arrestati nella provincia di Dhi Qar. La maggior parte dei combattenti arrestati sono sauditi o che provengono dal regno saudita. L’attivista Fuad Ibrahim afferma che “Racconti sulla presenza di combattenti sauditi a Mosul, Salahuddin, Diyala e altrove traboccano sui social networking.” Alla fine del 2012, uno dei leader della Coalizione per lo Stato di Diritto, Sami al-Asqari, rivelò che al-Duri si era recato in Arabia Saudita dall’aeroporto di Irbil. Pochi mesi prima delle elezioni irachene, in un’intervista alla rivista Ahram al-Arabi, al-Duri disse, “L’Arabia Saudita rappresenta la base della fermezza e dell’opposizione ai complotti e tentativi contro l’identità della nazione. L’Iran safavide avrebbe dominato il Golfo e danneggiato questa regione vitale, il nostro Paese e la nostra nazione se il Regno dell’Arabia Saudita non fosse stato in allerta. Viva l’Arabia Saudita, e viva il suo ruolo rispettabile e le sue pure posizioni fedeli alla rivoluzione del popolo siriano, in Bahrain e nel Golfo in generale, così come verso il popolo dell’Iraq e la sua rivoluzione, il popolo d’Egitto, il suo esercito e  la sua rivoluzione, in Yemen, Palestina, Libano, Somalia e in qualsiasi Paese in cui vi sia una reale minaccia alla nazione (araba) e ai suoi interessi fondamentali”. Descrivendo ciò che accade in Iraq come “strenua resistenza” all’“egemonia dell’Iran”, al-Duri non menzionava i gruppi terroristici, ma parlava di “ribelli” utilizzando terminologie dei media sauditi. Al domanda se si aspettasse un cambiamento nella situazione irachena dopo le elezioni, al-Duri  sottolineava che la situazione sarebbe “peggiorata”, dicendo che il popolo iracheno “deve unirsi, abbracciare la strenua resistenza, sostenere le forze islamiche e nazionaliste per spazzare questo processo politico“. Parole in liena a ciò che il capo dell’intelligence saudita Turqi al-Faisal aveva detto durante la sessione plenaria della conferenza sulla sicurezza organizzata dal Center for Strategic, International and Energy Studies, in Bahrayn, il 22 aprile, “Se Nuri al-Maliqi, l’attuale primo ministro che ha terminato il  mandato, vincerò le prossime elezioni, l’Iraq sarà diviso“.
Molti non sanno che il regime baathista iracheno, seppur tendenzialmente laico in Iraq, nella politica regionale ha appoggiato, finanziato e armato organizzazioni islamiste e jihadiste, soprattutto in Siria e in Arabia Saudita, dove Baghdad finanziava la propaganda iqwanista (salafismo wahhbita locale) contro il dominio dei Saud. Perciò nulla di strano che il Baath oggi si alle forze del jhadismo taqfirista tramite organizzazioni sufi naqshbandi.
logo_of_the_army_of_the_men_of_the_naqshbandi_orderL’Esercito degli Uomini sulla Via Naqshbandi (Jaysh Rijal al-Tariqah al-Naqshbandiyah – JRTN), venne fondato nel 2006, per combattere contro le forze d’occupazione e il governo filo-iraniano, da ex-militanti del Baath e da sufi dell’ordine della Naqshbandiyah. Il presunto capo del gruppo si fa chiamare Abdallah Mustafa al-Naqshbandi. Al-Duri sarebbe a capo dell’Alto Comando per la Jihad e la Liberazione in Iraq (al-Qiyadah al-Aliya lil-Jihad wal-Tahrir) di cui il JRTN fa parte. Al-Duri sarebbe legato al ramo curdo sufi al-Qasnazaniyah. Le aree d’influenza andrebbero da Mosul (provincia di Ninawa) a Hawijah (presso Kirkuk), Baqubah (provincia di Diyala), Fallujah e Ramadi (provincia di Anbar). L’ultima azione nota del JRTN risalirebbe al 25 aprile 2013 quando occupò temporaneamente la città irachena di Sulayman Baq, presso Hawijah. Nel 2009 si riteneva che il JRTN avesse cercato di fondersi con altri gruppi insurrezionali che aveva anche sostenuto, come Ansar al-Sunnah, Brigata rivoluzionaria 1920, Jaysh Islamiyah e Stato islamico dell’Iraq, precursore del SIIS. Il 10 febbraio 2014 un attacco congiunto di JRTN e SIIS a sud di Mosul causò la morte di 15 soldati iracheni. Il 31 maggio un funzionario amministrativo di Qalis, provincia di Diyala, Uday al-Qadran, accennò ad un’alleanza tra JRTN e SIIS a Diyala, indicando i gruppi insurrezionali guidati da al-Duri nella zona: qatiba al-Mustafa, qatiba al-Mujahidin e Jaysh al-Tahrir. Infine, il quotidiano al-Quds al-Arabi afferma di avere le prove che oltre al SIIS, diversi altri gruppi insurrezionali hanno partecipato alla presa di Mosul: gruppi salafiti jihadisti come Jaysh al-Mujahidin, Ansar al-Sunnah e infine il JRTN, in un’alleanza basata esclusivamente nella comune ostilità verso gli sciiti. Infine, rappresentanti di al-Duri e del capo del SIIS Abu Baqr al-Baghdadi, si sarebbero incontrati nei pressi del villaggio al-Qiyarah per formare l’alleanza. Al-Muraqib al-Iraqi riferiva il 2 giugno 2014 di scontri ed esecuzioni tra SIIS e JRTN a Baquba, Bayji e Tiqrit, mentre secondo al-Masdar News del 12 giugno 2014, testimoni videro i ribelli del JRTN brandire le immagini di Sadam Husayn e al-Duri, assieme ai terroristi del SIIS esibire le loro bandiere nere dopo la caduta di Tiqrit. Il SIIS poi chiese al JRTN di rimuovere le immagini di Sadam e al-Duri da Mosul, il cui rifiuto scatenava scontri tra SIIS e JRTN a Mosul e Tiqrit. In realtà, lo scontro sarebbe stato provocato dalla decisione di al-Duri di costituire un governo a Mosul senza la leadership del SIIS. Infine, il 21 giugno 2014, pesanti combattimenti tra ISIS e JRTN venivano segnalati ad Hawijah, ad est di Kirkuk, provocando 17 morti: 8 terroristi del SIIS e 9 del JRTN, mentre Sayf al-Din al-Mashadani, membro del Baath e comandante del JRTN, veniva rapito da elementi del SIIS.
19 giugno, i militanti del SIIS avrebbero attaccato le guardie di frontiera iraniane presso la città iraniana di Qasre Shirin. Il 21 giugno, il Brigadier-Generale Ahmad Reza Purdastan, dell’esercito iraniano, affermava che gli aggressori erano dal gruppo militante curdo Partito per la vita libera del Kurdistan – Pejak, aggiungendo che le unità militari iraniane lungo i confini occidentali dell’Iran erano in allerta, tra cui unità dell’aviazione dell’esercito dotate di elicotteri d’attacco AH-1 Cobra e Bell-214 Isfahan.
20 giugno, 30 miliziani sciiti vengono uccisi a Muqdadiyah, una cittadina a nord-est di Baghdad, sulla strada per Baquba, da dove i terroristi furono respinti.
21 giugno, il valico di Qaim tra Iraq e Siria, a 200 km a ovest di Baghdad, viene occupato dal SIIS. 30 soldati governativi sarebbero stati uccisi. Presso Baghdad vengono respinto i terroristi, in un’operazione organizzata dal Generale Qasim Jasim della 9.na Brigata corazzata. Le forze di sicurezza irachena circondano i terroristi nel distretto di Muqdadiyah, 35 chilometri a nord-est di Baqubah. Le forze di sicurezza effettuano attacchi aerei contro i terroristi. Tuz Khurmat, nella provincia di Salahuddin, finisce sotto controllo curdo. Israele riceve una petroliera con greggio del Kudistan iracheno. Muqtada Sadr riattiva la milizia del Mahdi: 50000 miliziani marciano armati e in divisa a Baghdad. Parate simili si svolgono in altre nel sud e un piccolo corteo si svolge anche a Kirkuk. Alcuni combattenti portavano armi anticarro utilizzate efficacemente contro i blindati della NATO e che si ritiene provengano dall’Iran. Secondo un funzionario del Pentagono 28 carri armati Abrams dell’esercito iracheno sarebbero stati danneggiati in combattimento dai terroristi, di cui 5 seriamente danneggiati da ATGM (missili anticarro). Gli Stati Uniti hanno fornito 140 carri armati M1A1 Abrams all’Iraq tra il 2010 e il 2012, che sebbene dotati di nuove attrezzature per la sorveglianza, non hanno la protezione all’uranio impoverito che ne aumenta la resistenza alle armi anticarro. Diversi  video mostrano degli Abrams colpiti da ATGM usati dai terroristi nella provincia di Al-Anbar. I terroristi sono dotati di armi come gli ATGM 9K11 Kornet e i  lanciarazzi anticarro RPG-7 e M70 Osa. Quest’ultimo è un’arma jugoslava ampiamente utilizzata dai terroristi in Siria, e finora raramente vista in Iraq. Altri tipi di blindati dell’esercito iracheno sembrano aver subito maggiori perdite rispetto agli Abrams come Humvee distrutti o catturati, trasporto truppa corazzati (APC) M113 e veicoli MRAP. Il funzionario ha anche affermato che 6 elicotteri iracheni sono stati abbattuti e 60 danneggiati in combattimento tra il 1° gennaio e tutto maggio, e un altro elicottero è stato abbattuto da un cannone antiaereo leggero su al-Saqlawiyah il 16 giugno; i suoi due membri dell’equipaggio sono stati uccisi.
22 giugno, l’Ayatollah Khamenei dichiara: “Gli Stati Uniti sono dispiaciuti dalle elezioni con alta affluenza, perché intendono dominare l’Iraq sostenendo coloro che gli obbediscono“. Un consigliere di Moqtada Sadr avverte che ogni “consigliere” statunitense inviato in Iraq sarà considerato un occupante e obiettivo legittimo. L’Iran avrebbe inviato aerei in Iraq, secondo una fonte del Ministero della difesa di Baghdad. La fonte spiega che gli aerei possono colpire obiettivi nelle province di Niniwa e Anbar. Gli aerei sarebbero quelli confiscati da Teheran nel 1991, quando l’Iraq ve l’inviò per sottrarli alla guerra del Golfo del gennaio-febbraio 1991.
23 giugno, il segretario di Stato USA John Kerry visita Baghdad. Maliqi gli dice che la crisi: “rappresenta una minaccia non solo per l’Iraq ma per la pace regionale e internazionale“. I capi tribali di Tal Afar inviano una delegazione a Irbil chiedendo alle autorità curde l’adesione al Kurdistan iracheno, infatti Hugh Evans, consigliere inglese nel Kurdistan iracheno, dichiara di “sperare di vedere presto la Repubblica del Kurdistan“, evidenziando gli aiuti di Londra ad Irbil, pari a 8 milioni di dollari. Scontri nella provincia di Salahudin tra il SIIS e l’Esercito islamico. Il capo della tribù al-Abid, in Iraq, shayq Anwar al-Asi, oppositore del SIIS, viene aggredito. Si rifugia a Sulaymaniyah, presso il governatore di Kirkuk. L’Australia ha deciso di espellere qualsiasi cittadino collegato al SIIS. Il portavoce dell’esercito iracheno Qasim Ata dichiara che l’esercito iracheno s’è ritirato dalle città occidentali di Rawa e Ana. Il capo dell’Ufficio centrale dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), Adil Murad, afferma che il SIIS è uno strumento di Washington supportato da Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Secondo Murad gli Stati Uniti sono interessati solo a dividere l’Iraq e la crisi rientra nel grande piano statunitense per diffondere caos in Medio Oriente. “I partiti politici iracheni devono essere uniti e impedire i piani dei nemici. Il SIIS attacca solo le forze peshmerga del PUK a Jalawla, Sadiyah e Khanaqan, ma non attacca le forze del Kurdistan Democratic Party (KDP)” di Barzani.
Nel frattempo, i vertici di Teheran emettevano una serie di dichiarazioni sulla situazione in Iraq:
944837_Il Presidente Hassan Ruhani, ad Ankara, “La violenza e il terrorismo si sono aggravati per le interferenze di potenze trans-regionali”. “Se il governo iracheno vuole aiuto,… naturalmente aiuto e assistenza sono una cosa ed interferenza e scontro altra… L’entrata di truppe iraniane non è mai stata considerata… non abbiamo mai inviato nostre truppe in un altro Paese… Se gruppi terroristici si avvicinano ai nostri confini, sicuramente li affronteremo”. “I recenti avvenimenti in Iraq sono dovuti al fatto che i gruppi terroristici sono irritati dai risultati delle elezioni irachene, che mantengono gli sciiti e il primo ministro Nuri al-Maliqi al potere con mezzi democratici“. Hossein Amir Abdollahian, “Il ruolo di alcuni “lati stranieri” negli eventi di Mosul è evidente. Coloro che sostengono i taqfiri dovrebbero seriamente preoccuparsi per l’azione anti-sicurezza di tale corrente terrorista nei loro Paesi”. “Sosterremo potentemente l’Iraq nel suo confronto con il terrorismo“. Il comandante dei Basij dell’Iran, Generale Mohammad Reza Naqudi, “i gruppi taqfiri commettono crimini in linea ai minacciosi obiettivi di potenze arroganti che obbediscono a think tank occidentali e israeliani, supportati dai petrodollari di certi Paesi arabi”. “L’Arabia Saudita arma i terroristi in Siria con diverse armi in violazione di ogni norma e convenzione internazionale”. “I gruppi taqfiri e salafiti in diversi Stati regionali, soprattutto in Siria e in Iraq, sono sostenuti dagli Stati Uniti“. “Gli Stati Uniti manipolano i terroristi taqfiri per offuscare l’immagine dell’Islam e dei musulmani“. “Gli attacchi del SIIS in Iraq sono un nuovo complotto degli Stati Uniti dopo che Washington è stata sconfitta dalla resistenza nella regione. Gli Stati Uniti subiscono la sconfitta nello scontro e nei complotti contro gli alleati dell’Iran in Palestina, Libano e Siria, e ora hanno iniziato la stessa esperienza in Iraq… Un enorme forza popolare è attiva nella regione, che sventerà i loro inquietanti complotti. Queste forze popolari si sono formate negli Stati regionali divenendo una catena che si estende in tutto il Medio Oriente”. Il portavoce del  ministero degli Esteri Marziyeh Afkham sollecitava l’arresto immediato del sostegno ai gruppi terroristici da parte di certi Stati, invitando tutti i Paesi ad adottare misure collettive per combattere il terrorismo. Il Presidente del Majlis Ali Larijani, “E’ ovvio che gli statunitensi e i Paesi vicini hanno attuato tali mosse… Il terrorismo è uno strumento delle grandi potenze per conseguire i loro obiettivi“. “L’Iraq ha le forze necessarie e i militari preparati per combattere il terrorismo e gli estremisti… Qualsiasi mossa che complichi la situazione in Iraq non sarà nell’interesse dell’Iraq e della regione“. Alaeddin Brujerdi, presidente della Commissione per la politica estera e di sicurezza della Majlis, “Il sostegno degli Stati Uniti, con invio di armi e addestramento militare (dei gruppi taqfiri), è la causa principale della diffusione del terrorismo e dei crimini disumani nella regione… L’Ummah musulmana deve porre fine agli interventi degli Stati Uniti nella regione“. Il ministro degli Esteri iraniano Mohammed Zarif, in un’intervista alla rivista New Yorker: “E’ nell’interesse di tutti stabilizzare il governo iracheno. Se gli Stati Uniti si sono rendono conto che tali gruppi rappresentano una minaccia per la sicurezza della regione, e se vogliono davvero combattere il terrorismo e l’estremismo, allora c’è una causa comune globale“. Il Contrammiraglio Ali Shamkhani, segretario del Consiglio supremo della sicurezza nazionale dell’Iran accusava Washington della creazione del SIIS. “Tutto ciò confuta la presunta cooperazione USA-Iran sull’Iraq di cui vaniloquia la ‘guerra psicologica’ occidentale contro l’Iran. Terrorismo ed instabilità contro l’Iraq sono gli obiettivi che gli Stati Uniti perseguono creando gruppi terroristici come il SIIS, ricorrendo alla cooperazione finanziaria, d’intelligenza e logistica con certi Paesi regionali nell’attuare tale politica. Chiediamo agli iracheni di restare vigili contro i complotti delle potenze straniere e di difendere il loro Paese. Qualsiasi aiuto iraniano all’Iraq sarà su base bilaterale e non avrà nulla a che fare con un Paese terzo“.

kurdistan-KRG-452x450Fonti:
al-Manar
BAS News
BAS News
Eurasia Rossa
IBTimes
Indian Punchline
Kashf al-Niqab
Veterans Today
Vineyard Saker
Vineyard Saker
War is boring

La fine dell’egemonia anglo-statunitense

Dean Henderson 18 giugno 2014

capital-ppt-map-of-gulf-cooperation-council-countriesGli oligarchi e i loro gendarmi fascisti hanno sequestrato l’Ucraina mentre i ribelli islamisti del SIIS si riprendono le città in Iraq. Le nazioni BRIC, guidate dall’ancora una volta il male Putin, si preparano alla fine dell’impero finanziario anglo-statunitense. L’oligopolio di banche/energia/armi/droga dei Rothschild/Rockefeller, che ha schiavizzato l’umanità e decimato la Terra negli ultimi secoli, va a pezzi. L’arroganza e la stupidità dei sedicenti “illuminati” che operano dalla loro matrice della City di Londra, è chiara a tutti. Tornando alle truppe di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (EAU) entrate in Bahrayn per aiutare la petro-monarchia al-Qalifa nel reprimere le proteste pro-democrazia; tale intervento, approvato dalle potenze occidentali, rappresenta l’un ultimo tentativo di salvare il Gulf Cooperation Council (GCC), a capo del modus operandi neocoloniale che guida il regime di riciclaggio degli eurodollari di Londra, puntellando sterlina e dollaro. Ma le teste dei monarchi possono ancora cadere. I popoli delle nazioni del GCC sono in fermento, in particolare in Arabia Saudita e Bahrayn. Non a caso i i ribelli siriani finanziati dai Saud vengono inviati a destabilizzare l’Iraq. Gli sceicchi traggono beneficio quando nazionalisti come Assad vengono abbattuti dagli islamisti al soldo degli oligarchi. Gli eventi in Ucraina e la rivolta del SIIS in Iraq sono legati. L’oligarchia globale si basa su tali violenze.

L’islamismo è fascismo. Il fascismo è la religione delle élite, ovunque risiedano
db72a96c-5eeb-4fff-abf6-35c546d0be38 Le sei nazioni del GCC: Arabia Saudita, Quwayt, Bahrayn, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Oman, siedono sul 42% del petrolio mondiale. Le monarchie unifamiliari che le controllano furono radunate dall’impero inglese e collaborano con Israele sottraendo il greggio dal popolo arabo. Non la Cina o il Giappone, ma esse sono i maggiori acquirenti di titoli del Tesoro USA. I loro interessi non sono nel popolo, ma nella City di Londra e Wall Street. L’élite reale dei sei Paesi del GCC ha fortemente investito nelle economie occidentali. L’alto volume della produzione di greggio fa fluire tali investimenti a Wall Street e City di Londra, consentendo alle élite del CCG di vivere in modo opulento. Come il ministro del petrolio saudita Hisham Nazir ha detto, “Siamo legati dai nostri reciproci interessi e sicurezza“. Mentre la dipendenza occidentale dalle risorse del Terzo Mondo aumentava, divenne sempre più necessario ai banchieri internazionali e alle loro aziende includere le cricche elitarie locali nei programmi di accumulazione del capitale, rendendo un piccolo gruppo di indigeni estremamente ricco, in modo che collabori nello svendere risorse locali all’occidente. Un esempio dell’uso delle élite locali come surrogati si può vedere nel caso dell’uomo più ricco del mondo. Hassanal Bolkiah, sultano del Brunei, una piccola enclave petrolifera sull’isola del Borneo, dove Royal Dutch/Shell detiene il quasi monopolio petrolifero e paga bene il sultano per continuare così. Il sultano del Brunei possiede oltre 60 miliardi di dollari e vive in un palazzo di 1778 stanze. Tale élite locale, a sua volta, consegna le proprie ricchezze ai banchieri occidentali per proteggerle da svalutazione e fallimenti bancari. Ma essi derubano il proprio Paese dei capitali necessari, spesso precipitandoli nella svalutazione e crisi debitoria. Gli Stati Uniti stessi sono un Paese debitore, i cui debiti, in parte, appartengono alle élites del Terzo Mondo che possiedono migliaia di miliardi depositati presso le grandi banche statunitensi, mentre i loro connazionali vivono in condizioni di estrema povertà. Le élite egiziane, per esempio, detengono 60 miliardi di ollari di depositi in banche estere, mentre l’egiziano medio guadagna 650 dollari all’anno. Nel caso del GCC, la quantità di petrodollari riciclati che scorre negli investimenti occidentali è davvero sconcertante.
I sauditi hanno più di 600 miliardi di dollari investiti all’estero. Citigroup possiede il 33% della Saudi American Bank controllata dalla Casa di Saud. Nel 1993 il principe saudita al-Walid bin Talal, proprietario della Saudi Commercial Bank, versò 590000000 di dollari alla Citibank. Bin Talal ora possiede il 17,34% di Citigroup, mentre il principe ereditario Abdullah possiede una quota del 5,4%, divenendo i due maggiori azionisti della banca. Bin Talal è anche il secondo maggiore azionista della Rupert Murdoch Newscorp, proprietaria di Fox News e Wall Street Journal. Le operazioni di acquisto saudite di Citigroup furono facilitate dal Gruppo Carlyle di Washington, che per il 20% è di proprietà della famiglia Mellon, che possedeva Gulf Oil e ora possiede una grande quota di Chevron Texaco. Carlyle è guidata dall’ex-segretario alla Difesa di Reagan e Bush, e presidente della NSC di Reagan, Frank Carlucci. George Bush Sr., James Baker III e l’ex-primo ministro inglese John Major erano consulenti e membri del consiglio della Carlyle. Bush Sr. fu Investment Advisor alla Carlyle per la famiglia bin Ladin fino al novembre 2001. Nel 1995 il principe bin Talal collaborò con il finanziere canadese Paul Reichmann, il presidente di Loews Larry Tisch e il finanziere libanese Edmund J. Safra, amico intimo del criminale di guerra Henry Kissinger, per comprare il complesso Canary Wharf di Londra per 1,04 miliardi di dollari. Il monarca dell’UAE shayq Zayad gestisce l’Abu Dhabi Investment Authority. Gran parte del denaro è gestito da una finanziaria privata come Carlyle Group e Donaldson, la Lufkin & Jenrette di proprietà per il 18% del gruppo saudita Olayan. Olayan possiede anche grandi azioni di JP Morgan Chase e CS First Boston. Il direttore dell’Abu Dhabi Investment Authority è consigliere per l’Asia del Carlyle Group. Il Bahrayn svolge un ruolo nel riciclaggio di petrodollari, essendo un importante centro offshore bancario per gli sceicchi del CCG e i loro partner mega-bancari internazionali. Il Bahrayn è anche la base della Quinta Flotta e di un gran numero di raffinerie che lavorano il greggio saudita. Il Libano fu il primo centro bancario del Medio Oriente in passato, ma con Beirut ridotta in macerie dai bombardamenti israeliani, le banche se ne andarono nel porto franco di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, ora primo mercato dell’oro del pianeta. Le banche d’investimento sono in Quwayt. Ma è il Bahrayn ad ospitare i multi-miliardari mercati fondiari dei derivati dai ricavi in petrodollari di GCC/Quattro Cavalieri. La maggior parte delle banche in Bahrayn è di proprietà straniera e tutte le mega-banche statunitensi vi svolgono operazioni. Molte banche del Bahrayn sono di proprietà delle élite del GCC e sono un importante canale per il riciclaggio dei petrodollari. La Burgan Bank del Quwayt, per esempio, possiede una partecipazione del 28% di una delle più grandi banche del Medio Oriente, la Banca del Bahrayn.
osama-bin-bush L’azienda più potente in Bahrayn è Investcorp, che ha grandi quote del New York Department Store of Puerto Rico, Saks Fifth Avenue, BAT, Tiffany, Gucci, Color Tile, Carvel Ice Cream, Dellwood Foods, Circle K e Chaumet. Investcorp è stata co-fondata nel 1983 dal rampollo della famiglia regnante del Bahrayn shayq Qalifa bin Sulman al-Qalifa, che possedeva anche una grossa fetta dell’infame BCCI. Un recente prospetto dell’Investcorp elenca il ministro delle Finanze del Bahrayn quale proprietario. Il presidente d’Investcorp è Abdul-Rahman al-Atiqi, ex-ministro del Petrolio e delle Finanze del Quwayt. Il suo vicepresidente è Ahmad Ali Qanu della ricca famiglia saudita Qanu, che avrebbe 1,5 miliardi di dollari. L’ex-ministro del petrolio saudita shayq Yamani fu uno dei soci fondatori d’Investcorp insieme a sette membri della famiglia reale saudita. Investcorp ha  la sua sede di otto piani in Bahrayn, oltre a un ufficio a Park Avenue a New York e un ufficio a Mayfair a Londra. Partner dello sceicco al-Qalifa nel lancio d’Investcorp era Namir Qirdar, presidente della banca responsabile delle operazioni del Golfo Persico della Chase Manhattan. Numerosi dirigenti d’Investcorp sono ex-impiegati della Chase. Molti acquisti d’Investcorp si rivelarono dei flop e c’è un lato oscuro della banca. L’esecutivo della gioielleria francese Chaumet, Charles Lefevre, ha detto che Investcorp evitò d’informare gli azionisti di Chaumet mentre tentava di venderne le azioni a un prezzo superiore presso altri investitori del Golfo Persico. Un’altra denuncia sosteneva che Investcorp tentasse di saccheggiare la Saudi European Bank di Parigi. Il membro del consiglio d’Investcorp Abdullah Taha Baqsh, un miliardario saudita, ha investito pesantemente nell’Harken Energy di George W. Bush. Così fece anche lo sceicco del Bahrayn al-Qalifa. Bush e il co-proprietario Dick Cheney trasformarono la loro Arbusto Energy nell’Harken quando l’amico di Bush James Bath gli offrì 50000 dollari per l’avvio. La Skyway Aircrafts di Bath era sotto inchiesta della DEA per aver aiutato gli sceicchi del GCC ad inviare banconote da 100 dollari nelle Isole Cayman. Bath spesso prendeva in prestito denaro dagli sceicchi sauditi Qalid bin Mahfuz, primo azionista della BCCI, e Muhammad bin Ladin, che probabilmente gli diedero i 50000 dollari per lanciare ciò che divenne Harken Energy. Bin Mahfuz e bin Ladin aiutarono l’Harken a firmare un accordo esclusivo per la trivellazione petrolifera in mare, poco prima della Guerra del Golfo. Nel gennaio 1990 il presidente Bush Sr. aveva approvato lo status commerciale preferenziale del regime iracheno. Quello stesso mese Harken Energy s’aggiudicò la più grande concessione petrolifera in mare aperto nel Golfo Persico, al largo del Bahrayn. Altri investitori importanti della Harken furono i fratelli Bass di Ft. Worth, la famiglia sudafricana Rupert, l’Endowment Fund Harvard e il luogotenente dei Rothschild George Soros. Nel 1989 il governo del Bahrayn interruppe bruscamente i colloqui con l’Amoco sulla stessa concessione petrolifera, dopo che l’emiro al-Qalifa decise di concederla alla Harken Energy su richiesta del capo per le operazioni in Medio Oriente di Mobil Michael Ameen. Il finanziamento del progetto fu organizzato dall’amico di Bush Jr. Jackson Stephens, proprietario della Worthen Bank in Arkansas, determinante nel portare la BCCI negli Stati Uniti e che donò 100000 dollari a Bush Sr. per la campagna presidenziale del 1988. L’avvocato Allen Quasha di New York e suo padre William Quasha di Manila, favorirono l’accordo della Harken con il Bahrayn. Nel 1961 Bill Quasha aiutò George Bush Sr. a garantirsi i diritti di perforazione del primo pozzo petrolifero in Kuwait con la Zapata Offshore Oil Company. Più tardi Quasha fu consulente legale nelle Filippine della lavanderia della CIA Nugan Hand Bank. Suo figlio Allen era il maggiore azionista della Harken. Quasha aveva il 21%  di una società svizzera controllata dalla famiglia sudafricana Rupert, principale sostenitrice dell’ex-regime dell’apartheid del Paese.
Appena un mese prima che l’Iraq invadesse il Quwayt, George W. Bush vendette il 66% della sua partecipazione alla Harken Energy con un profitto del 200%. Mentre analisti come Charlie Andrews della 13D Research emettevano raccomandazioni contro gli “acquisti” dalla Harken, il 22 giugno 1990 Bush incassava 840mila dollari dalle azioni Harken, dicendo che “ho venduto per la buona novella“. Bush sapeva che Harken aveva violato i termini dei prestiti ed era ormai alle corde finanziariamente. Cinque settimane dopo Harken subì una perdita di 23 milioni di dollari e il suo prezzo azionario crollò. Bush segnalò la sua tempestiva vendita delle azioni Harken Energy solo nel marzo 1991. Ciò era illegale, ma Bush sostenne che la SEC smarrì i moduli e non fu mai perseguito. Nel 1993 Bush si dimise dal consiglio di amministrazione della Harken. Con il pesante sostegno finanziario della Enron, divenne governatore del Texas. Bush fu difeso nella causa per la truffa Harken dall’avvocato di Baker Botts Robert Jordan, pagato nel 2000 con la nomina ad ambasciatore degli Stati Uniti in Arabia Saudita. Il capo della SEC, clemente durante la debacle Harken, era Richard Breeden, uno dei maggiori sostenitori politici di Bush Sr. Al consiglio della SEC vi era James Doty, altro sostenitore di Bush che aiutò George W. ad acquistare la squadra di baseball dei Texas Rangers. Quando la Harken di George W. Bush si fuse con Spectrum 7 Energy, fu aiutato dall’insider d’Investcorp Abdullah Taha Baqsh, che acquistò il 17,6% della Harken tramite una holding nelle Antille olandesi. Alcuni dicono che Baqsh fosse un uomo dello sceicco Qalid bin Mahfuz. Baqsh fu  un importante investitore d’Investcorp in Bahrayn, avviata da ex-dirigenti della Chase Manhattan. Nel 1988 saccheggiò una banca araba di Londra. Baqsh fu anche accusato di saccheggio della Banca Saudita di Parigi, quando crollò nel 1988, poco prima del sorprendentemente simile crollo della BCCI. Baqsh è azionista della First Group Commercial Financial, una società di trading futures in materie prime di Chicago, sanzionata dalle autorità di regolamentazione degli Stati Uniti per check-kiting e frode. Poco prima della guerra del Golfo, Investcorp vendette il 25,8% delle azioni ad una società irachena, nonostante una legge del Bahrayn  vietasse tali operazioni.
1_23_201111248PM_3528182272 Sauditi e kuwaitiani sono leader negli investimenti del GCC all’estero. La Kuwaiti Investment Authority ha oltre 250 miliardi di dollari investiti all’estero ed è il primo investitore straniero in Giappone e Spagna. Citigroup e JP Morgan Chase gestiscono gli investimenti del Quwayt negli Stati Uniti, dove il clan al-Sabah possiede azioni in ciascuna delle 70 maggiori aziende quotate alla New York Stock Exchange. Le loro aziende statunitensi sono, per il 100% l’Occidental Geothermal, per il 29,8% le Great Western Resources, per il 100% l’Atlanta Hilton Hotel, per il 45% il Phoenician Hotel e per l’11% l’Hogg Robinson. In Germania possiede il 14% di Daimler-Chrysler, il 25% della Hoechst (erede della nazista IG Farben e seconda maggiore azienda farmaceutica del mondo), il 20% di Metallgesellschaft e parte del rivenditore tedesco Asko. In Italia possiede il 6,7% di Afil, l’holding della famiglia Agnelli che possiede FIAT e diverse altre iniziative. Nel Regno Unito possiede St. Martin’s Properties e il 5,4% di Sime Darby. In Malesia la sua società K-10 possiede la più grande testata, New Straits Times Press. Nella vicina Singapore, i kuwaitiani possiedono il 10,6% di Singapore Petroleum, il 37% di Dao Heng Holdings e il 49% della società d’intermediazione mobiliare JM Sassoon. La Kuwait Oil Company (KOC) fu tecnicamente nazionalizzata nei primi anni ’80, ma resta vicina ai suoi creatori Chevron Texaco e BP Amoco, vendendo a questi due cavalieri petrolio scontato. KOC ha reso ricchi gli emiri al-Sabah e la famiglia al-Ghanim, agente della società per decenni. Nel 1966 KOC comprò una controllata danese e divenne la prima compagnia petrolifera mediorientale a vendere benzina al dettaglio in Europa. La KOC fu la società della GCC più aggressiva negli investimenti all’estero. Nel 1982 acquistò centinaia di stazioni di servizio Q8 in tutta Europa. Nel 1987 possedeva più di 5000 rivenditori di benzina in Europa e Asia meridionale. Proprio la scorsa settimana KOC s’è aggiudicata un contratto per costruire le raffinerie di petrolio in Corea del Sud. I kuwaitiani hanno anche comprato in uno dei Quattro Cavalieri, la BP Amoco, di cui nel 1988 possedevano una quota del 22%. Poi ridussero la quota al 9,85%, ma sempre una quota di controllo. Acquistarono le operazioni di raffinazione a Napoli, Italia, della Mobil, possiedono quasi il 4% di ARCO (ora di BP Amoco) e il 2,39% di Phillips Petroleum (ora fusasi con Conoco). In Spagna i kuwaitiani dirigono l’azienda chimica Torras Hostench e in Giappone l’Arabian Oil.
Gli investimenti del GCC in banche e multinazionali occidentali totalizzano migliaia di miliardi. La maggior parte viene investita in titoli di Stato a lungo termine statunitensi e giapponesi. Gli sceicchi del GCC sono cruciali per mantenere l’intero castello di carte dell’economia globale. I loro acquisti sono garantiti dal debito degli Stati Uniti, in gran parte maturato con la spesa per la difesa del Golfo Persico, mantenendo un dollaro forte e impedendo che l’architettura finanziaria internazionale deperisca. Gli emiri e i loro amici elitari finanziano le operazioni segrete della CIA, mentre riequilibrano i loro surplus commerciali con l’occidente attraverso l’acquisto di armi degli Stati Uniti, per proteggere i propri feudi petroliferi. Gli eventi in Ucraina e Medio Oriente dimostrano la posizione disperata dell’oligopolio energetico Rockefeller/Rothschild. Putin ha appena iniziato a giocare potenti carte. Le marionette del GCC sono assediate. La fine dello standard petrolifero può essere scongiurata solo con un guerra permanente. Giorni curiosi.

31590-3x2-940x627Dean Henderson è autore di Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Il suo sito è  Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iraq: la grande sovversione

Alessandro Lattanzio, 13/6/2014

0F11317D-BBF3-4B8D-AAFC-6B821F7DD5BD_w640_r1_sPreludio
Ad Irbil, Amman e Istanbul si svolsero nei giorni precedenti gli eventi nel nord dell’Iraq, degli incontri tra esponenti sauditi, qatarioti e turchi per finanziare e sostenere un fronte unitario composto da partiti e figure sunnite irachene, la cosiddetta “Unione delle forze nazionali”. L'”Unione delle forze nazionali” s’impegnerebbe nella campagna “niente terzo mandato” e “Sì a un governo di partnership”, volta a destabilizzare il governo filo-iraniano e filo-siriano di al-Maliqi. L’obiettivo è
1- por termine alla lotta contro i terroristi, arruolare i resti del Baath iracheno, consegnare il dipartimento della Difesa e degli Interni a sunniti estremisti, e approvare quelle leggi che al-Maliqi ha bloccato.
2- consegnare ai curdi Kirkuk.
3- cercare di avvicinare l’Iraq alla Turchia.
4- emarginare politicamente gli sciiti, che costituiscono oltre il 65% della popolazione dell’Iraq, un obiettivo strategico delle bande wahhabite finanziate da Arabia Saudita e Qatar.
5- porre al-Maliqi sotto la tutela dei partiti sunniti e curdi.
L’attuazione di tale scenario produrrà caos, illegalità e sicurezza, permettendo il ritorno di al-Qaida nelle aree sunnite. Inoltre, l’ambasciata irachena a Parigi ha rivelato che il presidente della regione del Kurdistan, Masud Barzani ha incontrato segretamente la leader dell’organizzazione terroristica Mujahidin-e-Khalq (MeK), Maryam Rajavi, durante la sua visita in Francia a maggio. La riunione si tenne subito dopo l’incontro di Barzani con il capo della coalizione dell’opposizione siriana Ahmad al-Jarba. Barzani avrebbe confermato alla terrorista di origine iraniana Rajavi che non avrebbero permesso al Primo ministro Nuri al-Maliqi di accedere al terzo mandato. Barzani ha anche detto a Rajavi che per via della situazione regionale non avrebbe dichiarato pubblicamente il suo sostegno all’organizzazione terroristica ospitata a Camp Liberty, una base degli USA presso Baghdad.

Le incursioni
Il 7 giugno l’offensiva islamista del SIIL puntava su Samara distruggendo una stazione di polizia a 25 km a sud della città, uccidendo diversi poliziotti prima di entrare nella città da oriente e occidente, prendendo il controllo del palazzo municipale e dell’università. Ma la città non cadde, infatti i ribelli combatterono preso i centri comando iracheni vicino al santuario Askari, protetto da tre cinture di sicurezza, prima che l’aeronautica militare irachena attaccasse i terroristi obbligandoli a ritirarsi nella periferia della città. Almeno 11 terroristi furono eliminati in tale fase delle operazioni. Più di 900 persone sarebbero state uccise a maggio. A Mosul sono morti 21 poliziotti iracheni e 38 terroristi, nei due giorni di combattimenti nella città. Si noti che negli scontri presso questa città, che non è la seconda dell’Iraq come si continua a ripetere per evidenti scopi propagandistici filo-islamisti, hanno preso parte solo le forze di sicurezza e non le forze armate regolari irachene. Inoltre un duplice attentato suicida colpiva un quartiere di una minoranza nella città. Almeno 36 persone furono uccise nelle violenze, mentre si svolgevano combattimenti per liberare studenti e personale presi in ostaggio dai terroristi presso l’università al-Anbar di Ramadi. Il 12 giugno le truppe irachene respingevano i terroristi del SIIL dalla provincia di Tiqrit, occupata dai terroristi una settimana prima. Anche a Samara le forze di sicurezza irachene respingevano un nuovo assalto degli islamisti. I terroristi sarebbero entrati nell’area di Diyala, a nord-est di Baghdad, dopo che le forze di sicurezza si erano ritirate, mentre gli islamisti sarebbero giunti anche nella città di Dhuluiyah, a 90 chilometri da Baghdad. La Turchia riferiva di trattative per il rilascio di 53 suoi cittadini rapiti dagli islamisti nel nord dell’Iraq. “Siamo in contatto con tutti i gruppi in Iraq, tra cui curdi e turcomanni“, dichiarava un funzionario turco, mentre Kirkuk è stata occupata dalle milizie curde. A maggio, la Turchia aveva dichiarato che il Fronte al-Nusra, emanazione in Siria del SIIL, aveva commesso crimini di guerra contro i civili, mettendola nella lista delle organizzazioni terroristiche. Il governatore di Kirkuk Najm al-Din Karim ha detto che le forze curde hanno sostituito i soldati iracheni ritiratisi dalla provincia. In sostanza, l’offensiva jihadista permette ai curdi di prendere il controllo del territorio conteso a Baghdad. Infatti, le provincie infiltrate dagli islamisti di Ninive, Salahadin, Kirkuk e Diyala sono nel territorio rivendicato dal governo del Kurdistan, che ha propri confini, forze di sicurezza e governo, ma che dipende finanziariamente da Baghdad. “Abbiamo rafforzato il controllo di Kirkuk e attendiamo ordini per dirigerci verso le aree controllate dal SIIL“, ha detto il generale di brigata peshmerga Shirko Rauf. John Drake, analista della AKE Group, ha detto che la crisi aiuterà i curdi nella disputa territoriale, “potrebbero avere ulteriore controllo sul territorio conteso con Baghdad rafforzando le proprie forze di sicurezza a Kirkuk e Tuz Khurmatu. Il fatto che un grande organizzazione islamista sia presente proprio sulla porta di casa del Kurdistan, sarà grande fonte di preoccupazione per i potenziali investitori e residenti locali“. Per il giornalista Asos Hardi, se gli islamisti controlleranno le aree sunnite, “divideranno l’Iraq praticamente in tre parti differenti. Una situazione molto pericolosa… non solo per i curdi, ma per tutto l’Iraq“. Il ministro degli Esteri inglese William Hague, da parte sua esortava i leader politici iracheni a formare un “nuovo governo di coalizione in fretta“. “Faremo tutto il possibile per alleviare le sofferenze umanitarie e, naturalmente, per risolvere l’annosa crisi in Siria“.

L’alleanza Baath-al-Qaida
Da Mosul provenivano i principali dirigenti del partito Baath di Sadam Husayn, mentre la regione di Kirkuk ospita la seconda riserva di idrocarburi del Paese. Durante il precedente regime, Mosul era un centro di comando di vitale importanza per Baghdad ed oggi si trova al crocevia tra Siria, Turchia e Kurdistan. Chi controlla Mosul può indebolire il governo centrale. Difatti, al-Qaida, il gruppo sufi dei naqshabandi e ciò che resta del Baath iracheno di Izat Ibrahim al-Duri, cooperano a Mosul e nel provincia di Ninive. Gli ex-ufficiali baathisti avrebbero diretto l’assalto all’aeroporto, al governatorato e alla televisione di Mosul. Secondo molte testimonianze da Mosul, non solo le bandiere del SIIL sventolano sulle posizioni abbandonate dall’esercito iracheno, ma all’ingresso della città vi sono ora i ritratti di Sadam Husayn e Izat Ibrahim al-Duri. Questa alleanza avrebbe nominato un nuovo governatore, Azhar al-Ubaydi, ex-generale dell’esercito iracheno. Una parata militare con carri armati, blindati e tre elicotteri si sarebbe tenuta il 12 giugno davanti a capi del SIIL ed ex-ufficiali baathisti.
Il primo ministro Nuri al-Maliqi ha dichiarato che l’occupazione di Mosul è una “cospirazione”, poiché le forze di polizia e l’esercito avevano semplicemente abbandonato Mosul ai militanti dello Stato Islamico in Iraq e Levante (SIIL). Non a caso il ministro degli Esteri iracheno Zibari Hosyhar riconosceva che le forze di sicurezza addestrate da Washington si sono semplicemente ‘squagliate’. Maliqi ha anche detto che i terroristi combattono in Iraq avendo perso in Siria, e chiedeva l’autorizzazione del Parlamento a dichiarare lo stato di emergenza, ma non è riuscito ad avere il quorum per la votazione, poiché solo 128 dei 325 deputati erano presenti alla sessione annunciata due giorni prima. Al-Maliqi riconosce che l’unica soluzione è organizzare l’esercito popolare, formando un’organizzazione simile alle Forze di Difesa nazionale della Siria. Il primo ministro sarebbe anche in trattative con una parte del governo regionale curdo, per lanciare la controffensiva con l’aiuto dei peshmerga. In effetti, le forze che può disporre il SIIL sono solo 10000 elementi provenienti da Golfo, Africa del Nord ed Europa, armati e finanziati dall’Arabia Saudita; una forza che difficilmente gli permetterebbe di occupare stabilmente città come Falluja, Samara, Mosul e Ramadi. Il gruppo è guidato dal 2010 da Abu Baqr al-Baghdadi. Nel 2011 al-Baghdadi inviò i suoi migliori terroristi in Siria per costituire il Fronte al-Nusra. Nel 2003-2007 si sarebbe ‘radicalizzato’ durante la detenzione a Camp Bucca, struttura statunitense nel sud dell’Iraq, dove furono detenuti molti comandanti di al-Qaida, e dove probabilmente acquisì quelle capacità tattiche ed organizzative che secondo gli analisti rende la sua organizzazione la più efficiente nel panorama islamista. Come indicato, all’offensiva dell’organizzazione hanno anche aderito i baathisti di Izat Ibrahim al-Duri, ex-vicepresidente di Sadam Husayn, ed oltre 40 ufficiali del vecchio esercito iracheno e dei Fedayin di Sadam; inoltre alcuni comandanti iracheni della regione, come il generale Abud Qanbar, il tenente-generale Ali Ghaydan e il generale Mahdi al-Ghazawi, che provengono dal vecchio esercito quando nel 2003 si arresero agli statunitensi senza combattere. Infatti, come spiegare che 1500 terroristi del SIIL riescono ad entrare a Mosul, che ha una guarnigione di 52000 soldati?
In realtà, ciò che viene spacciato per occupazione islamista dell’Iraq, non è altro che una serie di incursioni contro obiettivi limitati effettuati allo scopo di presentare un quadro mediatico catastrofico per permettere un ulteriore intervento militare diretto di Washington, il cui scopo autentico è abbattere il governo di al-Maliqi, filo-iraniano e filo-siriano, e sostituirlo con un governo formato da ascari di Arabia Saudita e Israele.

_75471283_022624973Fonti:
al-Akhbar
AWD
Islam Times
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