La situazione in Libia dal 20 maggio al 9 luglio 2014

Alessandro Lattanzio, 9/7/2014
628x471Il 20 maggio, quattro massicce esplosioni colpivano la zona residenziale vicino alla strada per l’aeroporto di Tripoli, causando 4 morti e 7 feriti. La maggior parte delle forze del cosiddetto Scudo centrale della Libia era tornata a Misurata mentre un contingente era diretto verso Tripoli. L’Unione delle Famiglie dei Martiri di Misurata condannava le operazioni del generale Qalifa Haftar contro gli islamisti. Una milizia islamista aveva attacco l’ospedale di Derna. Uomini armati attaccavano anche la residenza del nuovo primo ministro libico Ahmad Mitiq. Le guardie di Mitiq risposero al fuoco ferendo e arrestando due aggressori.
Il 25 maggio gli Stati Uniti inviavano 1000 marine della nave d’assalto anfibio USS Bataan presso le coste Libiche, in vista dell’evacuazione dell’ambasciata degli Stati Uniti. Washington aveva suggerito ai suoi concittadini in Libia “di partire immediatamente“. Gli Stati Uniti dispiegavano a Sigonella 250 marine, 7 velivoli Osprey e 3 aerei da rifornimento. Muhammad Zahawi, capo di Ansar al-Sharia, avvertiva contro qualsiasi interferenza degli Stati Uniti nella rivolta in Libia, “Ricordiamo all’America le sconfitte in Afghanistan, Iraq e Somalia; dovrebbe affrontare qualcosa di molto peggio in Libia. E’ stata l’America ad inviare Haftar a portare il Paese verso la guerra e lo spargimento di sangue“. Un ufficiale delle forze speciali degli Stati Uniti affermava che il dispiegamento di droni e 80 soldati statunitensi in Ciad era volto ad intensificare le operazioni regionali, “E’ un’operazione che comprende le cosiddette operazioni antiterrorismo in Nigeria, Ciad, Niger, Mali, Libia e Algeria“.
Bernard-Henri Lévy il 22 maggio si era recato a Tripoli, dove rimase per 2 ore all’aeroporto internazionale di Mitiga, incontrandosi con il terrorista Ali Belhadj, per negoziare il ritorno di Ali Zaydan, l’ex primo ministro fuggito in Europa. Ad al-Aziziya, città a 55 chilometri a sud di Tripoli, si svolse il 25 maggio la Conferenza delle tribù libiche che riunì 2000 capi tribù libici. Il consiglio decise:
1 – Scioglimento del Congresso Generale Nazionale libico.
2 – Abolizione di tutte le leggi approvate da tale struttura illegale ed anche quelle adottate sotto la minaccia delle armi dal governo.
3 – Abolizione di tutti i contratti ed impegni sottoscritti dal governo, perché in contrasto con la sovranità del Paese.
4 – Scioglimento delle milizie e divieto ad esercito e polizia di schierare armi. Ammettere che attaccare una regione o una tribù è come attaccare l’intero Paese.
5 – Ritorno degli esiliati, instaurando il dialogo nazionale e l’amnistia per tutti coloro che non hanno ucciso o derubato libici.
6 – Rilascio di tutti i prigionieri e far decadere le accuse contro di loro.
7 – Ristabilire esercito, polizia e controllo delle frontiere.
8 – Aggiornamento dei documenti di identità per certificare la cittadinanza di chiunque affermi essere libico.
9 – Indennizzo per tutte le vittime della guerra che avranno diritto al titolo di martire.
10 – Si ordina a militari e poliziotti allontanatasi dai loro compiti di ritornare alle loro funzioni, recuperare le armi delle milizie e assicurare la protezione delle zone tribali e di frontiera.
11 – Appellarsi a tutte le organizzazioni internazionali affinché aiutino e proteggano la salvaguardia nazionale libica.
12 – Le tribù assicurano il rispetto degli interessi di individui e nazioni in tutto il territorio libico.
13 – Le tribù rifiutano qualsiasi governo che agisca sotto qualsiasi bandiera, che non tenga in considerazione l’integrità territoriale e il fatto che la nazione è la prima tribù nel Paese sul quale tutto si fonda.
14 – Il Consiglio supremo da il benvenuto a tribù, regioni o istituzioni civili che vogliano partecipare alla ricostruzione nazionale.
15 – Il Consiglio, nella fase di transizione, è pronto ad assumere il potere fino a quando il Paese avrà una Costituzione e potrà eleggere un Parlamento e un Presidente.
Unità del 4° Reggimento paracadutisti dell’esercito algerino operano fino a 200 chilometri entro la Libia, in operazioni coordinate con il Reggimento di Uargla (700 chilometri a sud di Algeri) e i tiratori del GIS (Gruppo Intervento Speciale) del DRS (Dipartimento di Intelligence e Sicurezza). Tali operazioni vengono condotte con l’assistenza delle milizie di Zintan e dei Warfala, sempre fedeli alla Jamhiriya e che controllano la città di Bani Walid. Tali operazioni sono svolte contro i campi di addestramento dei terroristi in Libia, dove almeno tredici capi dei gruppi terroristici vennero eliminati mentre progettavano attacchi agli impianti petroliferi di Hasi Masaud in Algeria. In un’altra operazione venne eliminato il capo della milizia islamista di Misurata. Anche la Tunisia ha impiegato il suo reggimento di elicotteri d’attacco dell’esercito contro gruppi terroristici a Ghardimau e nel governatorato di Jinduba.
Il 4 giugno un attacco suicida contro la residenza dell’ex-generale Qalifa Haftar uccideva quattro guardie, ad Abyar, 60 chilometri a est di Bengasi. L’attentato seguiva gli scontri tra le forze di Haftar e gli islamisti avutisi a Bengasi il 3 giugno, quando tre gruppi islamisti attaccarono una base di Haftar. Elicotteri delle forze di Haftar risposero all’attacco. Il governo ordinava la chiusura di scuole, università, negozi, aziende e dell’aeroporto. Almeno 20 i morti e 70 i feriti. Il 2 giugno un aereo da guerra di Haftar bombardava l’università durante un raid contro una vicina base islamista. mentre la sede del Primo Ministro a Tripoli veniva attaccata. Nel frattempo, gli scioperi nelle raffinerie causavano penuria di benzina; la produzione era comunque oramai pari solo al 10 per cento di quella precedente al 2011. Secondo Sadiq al-Qabir, governatore della Banca centrale, la Libia ha tratto solo 6 miliardi di dollari dalle esportazioni energetiche nei primi quattro mesi del 2014, meno di un quarto dei 18 miliardi previsti. Ciò suscitava attriti tra la Banca e il parlamento, che non potendo varare la finanziaria chiese alla banca centrale di sbloccare 110 miliardi di dollari di riserve valutarie. L’ex-premier al-Thani accusava Qabir di agire da “dittatore”, bloccando la spesa approvata dal parlamento e il vicegovernatore Ali Muhammad al-Habri chiedeva di licenziare  dipendenti statali. La valuta libica si svalutava del 7% verso il dollaro, sul mercato nero. Ciò colpiva i 30 miliardi di prodotti alimentari importati in Libia da Europa, Tunisia e Turchia.
Il 29 maggio, secondo il think tank inglese The Henry Jackson Society, un’operazione delle forze speciali statunitensi, francesi e algerine sarebbe scattata nella Libia meridionale contro i terroristi dell’AQIM, per distruggerne i depositi di armi, le infrastrutture di addestramento e comunicazioni. Il capo di AQIM, Muqtar Belmuqtar, sarebbe stato l’obiettivo prioritario dei commando algerini nell’operazione che coinvolgeva 3500 militari del Reggimento Paracadutisti e 1500 del gruppo di sostegno e supporto logistico. Un’altra fonte diplomatica affermava che i 5000 soldati mobilitati erano appoggiati da blindati BTR, veicoli armati 4×4, velivoli da trasporto, cacciabombardieri, elicotteri d’assalto e d’attacco Mi-24, aerei da ricognizione e UAV. Il Reggimento Paracadutisti è lo stesso dell’operazione Scorpion del gennaio 2013, per la liberazione del complesso gasifero Tiguenturin di In Amenas. Il ruolo dei paracadutisti algerini sarebbe stato sigillare il confine, chiudere i punti di rifornimento e tagliare la ritirata ai gruppi che cercavano di fuggire in Libia orientale. Per dissuadere una puntata nel Sahel, l’esercito ciadiano assicurava il controllo della striscia di Aozou e il Tibesti, lasciando poco margine ai jihadisti. L’esercito francese aveva richiamato il Comando Operazioni Speciali distaccato in Niger, dotato di veicoli da ricognizione, elicotteri d’attacco Tiger ed elicotteri d’assalto Caracal. I 5-800 uomini dell’esercito degli Stati Uniti, con Hercules ed Osprey, avrebbero inseguito i gruppi jihadisti nel Sud e occupato i siti petroliferi libici. L’obiettivo degli algerini era ripulire il Nalut Zintan, al confine con la Tunisia, dai campi di addestramento jihadisti e dalle basi per l’invio di armi in Algeria, per poi spingersi verso Sabha, nodo logistico nel deserto libico. Il Generale Bualim Madi, a capo della Direzione centrale informazioni e orientamento dell’ANP, l’esercito algerino, aveva dichiarato che “la situazione al confine era preoccupante“.
Le agenzie di sicurezza e d’intelligence egiziane, algerine e tunisine si riunivano agli inizi di luglio per coordinare la lotta contro l’espansione dello Stato Islamico (IS) in Libia, particolarmente di al-Qaida nel Maghreb islamico (AQIM). La Libia post-Jamahiriya è divenuta fonte d’instabilità e terreno per lo sviluppo della minaccia degli estremisti islamisti dello Stato Islamico in Iraq e Levante (SIIL). “Riceviamo rapporti che indicano jihadisti libici e tunisini rientrare nei Paesi d’origine per creare filiali del SIIL in Nord Africa”, affermava una fonte della sicurezza algerina al quotidiano al-Qabar. Il Qatar ha “un suo impatto sui salafiti jihadisti in Libia” mobilitandoli contro il SIIL, aggiungendo che agenti dei servizi segreti del Qatar avevano visitato ai primi di luglio Algeria, Tunisia e Libia. “L’Egitto opera sul controllo delle frontiere con la Libia dal territorio egiziano, piuttosto che inviare forze in Libia“, affermava l’esperto di strategia Ahmad Abdal Hamid. L’Egitto si coordina con Algeria e altri Paesi africani, così come con Giordania e Paesi del Golfo, per unificare la posizione araba e africana contro il terrorismo. Il presidente Abdal Fatah al-Sisi visitava l’Algeria a giugno, sviluppando le relazioni  strategiche tra Egitto ed Algeria. “La Libia va verso la secessione di tre Stati: Bengasi, Tripoli e Fezzan, e il governo egiziano è decisamente contrario a ciò“, affermava l’esperto Talat Mussa. Sisi aveva anche affermato che l’indipendenza del Kurdistan iracheno sarebbe una catastrofe. Secondo al-Qabar, i jihadisti di AQIM supportano il SIIL, provocando scontri interni, in Libia, tra terroristi di al-Qaida e jihadisti del SIIL.
Infine, 630000 dei 3,4 milioni di libici votarono il 25 giugno 2014 alle elezioni parlamentari, con un tasso di affluenza del 18,52%. In altre parole, l’81,5% degli elettori libici non partecipava all’elezione del Congresso generale nazionale.

mapoflibyaFonti:
Allain Jules
Cameroon Voice
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Palestine Solidarité
Strategika51
Wsws

Rivolta araba contro Obama

M K Bhadrakumar, 9 luglio 2014

bahrein_1L’espulsione dal Bahrayn di un alto funzionario del dipartimento di Stato USA, assistente del Segretario Tom Malinowski, durante le previste consultazioni a Manama, è un enorme affronto diplomatico che insulta e imbarazza l’amministrazione Obama senza spiegazioni. Che un tale piccolo Paese del Golfo, il più piccolo, potesse insultare così audacemente la superpotenza, era impensabile. Il Bahrayn vive sotto la copertura politica, economica e difensiva di Riyadh, ed è inconcepibile che il suo bellicoso snobbare l’amministrazione Obama non abbia avuto un qualche assenso saudita. Il punto è che a Manama sapevano che il lavoro di Malinowski presso Foggy Bottom è illuminare inesorabilmente i regimi autoritari che nel mondo calpestano i diritti umani e non adottano valori democratici, oggi è il Bahrayn, domani potrebbe essere l’Arabia Saudita. È vero, il Bahrain non poteva impedire che Malinowski arrivasse a Manama per un ‘giro d’ispezione’, quando Washington ha accettato la ‘pre-condizione’ che un mentore locale fosse presente in tutti i suoi incontri con attivisti dei diritti umani. Non sappiamo esattamente cosa sia successo, se Malinowski ha schivato il suo mentore, se ha articolato idee incendiarie mentre a Manama l’emiro è preda del panico, se ha incontrato persone che non doveva, e così via. In ogni caso, ad un certo punto il Bahrayn ha deciso che non poteva continuare. I governanti del Bahrayn sono assai sensibili sulla repressione sostenuta dai sauditi contro la popolazione a maggioranza sciita del Paese, che chiede a gran voce giustizia e responsabilità. Ciò è particolarmente vero oggi, quando le fratture settarie compaiono in tutta la regione. Infatti, il Bahrayn traccia una ‘linea rossa’ per l’amministrazione Obama. Washington s’interroga su “una serie di opzioni” in risposta all’affronto del Bahrayn, ma Riyadh e Manama non avrebbero sbagliato se hanno pesato i pro e i contro e concluso che gli Stati Uniti semplicemente non possono permettersi di reagire in modo eccessivo; la Quinta Flotta degli Stati Uniti è ancorata in Bahrayn, dopo tutto.
L’episodio sottolinea i sovrapposti modelli strategici degli Stati Uniti in Medio Oriente. Il Bahrayn ha sfidato l”eccezionalismo’ USA. La regione osserverà come Washington risponde alla sfida. Almeno in parte, i governanti del Golfo arabo mostrano assertività per via della polarizzazione nella politica statunitense. Obama è nel mirino per le sue politiche in Medio Oriente e i repubblicani lo criticano per aver abbandonato gli alleati tradizionali degli Stati Uniti nel mondo arabo, come l’egiziano Hosni Mubaraq e il saudita re Abdullah. L’affronto del Bahrayn non è isolato. In poche parole, gli alleati arabi degli Stati Uniti sono sempre più rudi e fuori controllo. I nervi sono tesi per la ‘primavera araba’. In Siria ed Egitto c’è una sfida strategica. Anche in questo caso, Washington ha dichiarato che avrebbe incrementato la potenza aerea di Baghdad per combattere lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante solo con un cambio di governo, e il primo ministro Nuri al-Maliqi ha semplicemente ignorato la richiesta e ricevuto gli aviogetti d’attacco da Russia e Iran, invece. Israele, naturalmente, è sempre un fatto a sé, caso particolare di coda che guida il cane, ma gli arabi del Golfo non possono sperare di arrivare ai livelli d’Israele. Gli oligarchi del Golfo sono irrimediabilmente compromessi, delegittimati e, quando in difficoltà, si aspettano la protezione statunitense. Inoltre, i petrodollari sono anche il cordone ombelicale che li lega al sistema bancario occidentale. Intreccio bidirezionale e reciproco dovuto dal riciclaggio dei petrodollari. Negli ultimi anni, anche la Turchia ha mostrato segni di autonomia ignorando i consigli degli Stati Uniti, anche questa è una sfida calibrata volta più ad impressionare il pubblico turco su ciò che un partito islamico potrebbe fare difendendo l’onore nazionale. Ma la linea di fondo è che la Turchia è un membro della NATO ed è acutamente consapevole della propria identità ‘europea’.
Ora, l’Afghanistan è l’ultima istanza del Grande Medio Oriente, dove l’influenza regionale degli Stati Uniti sarà testata. I candidati alle presidenziali Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani ascolteranno i consigli sensati di Washington di dar prova di moderazione o preferiranno fare le cose secondo l’immemore bazar afgano? Bisogna spiegarglielo.

16264812062541467327410Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo strano caso di Nuri al-Maliqi

Eric Draitser New Oriental Outlook 03/07/2014

pirhayati20121113210450680Mentre l’attenzione del mondo s’è fissata sulla rapida avanzata e conquista del territorio del SIIL in Iraq, un chiaro cambio nella retorica e nell’analisi ha avuto luogo contro il Primo ministro Nuri al-Maliqi e il suo governo. Anche se è stato elogiato da Washington mentre le truppe statunitensi  rimanevano sul suolo iracheno, nei quasi tre anni dalla loro ritirata s’è magicamente trasformato in un autocrate settario e brutale evocando gli aspetti peggiori del regime di Sadam e dei suoi vicini e alleati sciiti in Iran. Cosa potrebbe spiegare un tale drammatico voltafaccia? La questione allora è: il mondo ha semplicemente preso atto della dittatura di Maliqi, sullo sfondo della guerra contro il SIIL? Oppure può darsi che il racconto muta perché l’ordine del giorno e gli interessi degli Stati Uniti sono cambiati e, quindi, anche l’immagine di Maliqi. Da rappresentante democratico della maggioranza religiosa/etnica a feroce tiranno volto alla distruzione delle minoranze sunnite e curde, Maliqi ha subito un restyling politico scioccante. Infatti, Maliqi non è il primo, né è probabilmente l’ultimo, capo appoggiato, armato e sostenuto politicamente e militarmente dagli Stati Uniti divenire la proverbiale “maggiore minaccia a pace e stabilità regionali”. Tale fu il destino di Sadam, così pure di Jean-Bertrand Aristide ad Haiti. E sembra ora che Maliqi, come innumerevoli altri aspiranti burattini statunitensi che improvvisamente scoprono i propri interessi nazionali, è magicamente divenuto il centro del male in Iraq e nella regione. Va notato che l’esame di come la narrativa su Maliqi sia mutata non deve essere considerata un avallo di tutte le sue azioni politiche. Al contrario, una tale analisi si basa sull’esame di fatti e condizioni materiali, piuttosto che un appello emotivo a “schierarsi” e “sostenere il popolo”. Queste e altre frasi vuote hanno adornato le tesi di molti analisti su tale problema, nelle scorse settimane, senza esaminare a fondo le reali forze in gioco. In quanto tali, le frasi vuote diventano analisi superficiali che producono confusione sull’Iraq di oggi.

Washington, Teheran e le ‘colpe’ di Maliqi
Non sorprenderebbe nessuno, anche moderatamente consapevole di come la politica estera e la propaganda degli Stati Uniti operino storicamente, che la demonizzazione di Maliqi sia direttamente legata all’incapacità di Washington di controllarlo, o altrimenti detto, il suo rifiuto di accettare i diktat degli Stati Uniti. Di conseguenza, è diventato un capo cattivo, piuttosto che un leader che tenta di creare istituzioni indipendenti, in un Paese in cui tutte le istituzioni sono state create dalle autorità di occupazione militare. Quindi, la domanda è Maliqi cerca semplicemente di consolidare  il suo potere? O Maliqi tenta di eliminare dal governo agenti, clienti, marionette e altri uomini degli statunitensi? Come spesso accade, la risposta sarà nel mezzo. Ascoltando i punti del dipartimento di Stato, esperti ed “esperti di sicurezza”, si potrebbe pensare che l’amministrazione Obama e l’élite politica statunitense siano d’accordo che Maliqi sia un dittatore autocratico. Tuttavia, Obama disse tutto il contrario quando il Primo ministro iracheno giunse alla Casa Bianca meno di due anni e mezzo fa. Il 12 dicembre 2011, poche settimane prima del ritiro definitivo delle truppe statunitensi dall’Iraq, il presidente Obama accanto a Maliqi fece le seguenti osservazioni: “Oggi sono orgoglioso di accogliere il Primo Ministro Maliqi, leader legittimo di uno Stato sovrano, l’Iraq autosufficiente e democratico… che affronta grandi sfide ma che oggi riflette l’impressionante progresso che gli iracheni hanno compiuto. Milioni di persone hanno votato, alcune rischiando o dando la vita, per votare in elezioni libere. Il primo ministro guida ancora il governo iracheno più inclusivo. Gli iracheni lavorano per costruire istituzioni efficienti, indipendenti e trasparenti”. Esaminando queste e altre osservazioni di Obama e Bush prima di lui, appare chiaro che uno spostamento tettonico s’è verificato su come Maliqi sia visto da Washington. Una volta flessibile regime cliente, Maliqi è ormai l’incarnazione di corruzione, settarismo e brama di potere. Cosa avrà motivato un cambiamento così drastico?
In primo luogo gli atteggiamenti e le politiche di Maliqi verso l’occupazione e la presenza di personale militare e non militare statunitensi. In realtà, Maliqi si rifiuta di accogliere la richiesta degli Stati Uniti di mantenere basi militari nel Paese dopo il ritiro, inducendo i primi attacchi contro lui e il suo governo. Fu allora che l’immagine di Maliqi quale fantoccio iraniano è diventata veramente popolare, almeno nei media occidentali. Infatti, come The Guardian ha rilevato, al momento, “Il Pentagono voleva le basi per facilitare la lotta contro la crescente influenza iraniana in Medio Oriente. Solo pochi anni fa gli Stati Uniti avevano piani per lasciarsi alle spalle quattro grandi basi, ma di fronte alla resistenza irachena, il piano viene ridimensionato quest’anno a una forza di 10000. Ma anche questo era troppo per gli iracheni“. Maliqi ha anche compiuto il passo monumentale di chiudere Campo Ashraf ed eliminare od espellerne gli abitanti. Lungi dall’essere un campo per “esiliati politici iraniani”, come i media occidentali hanno tentato di ritrarre, Ashraf era la base dell’organizzazione terroristica iraniana Mujahidin-e-Khalq (MeK), un’organizzazione sostenuta a pieno dai neocon (così come dalla maggioranza dei “liberali”) nella sua guerra terroristica continua contro l’Iran. Naturalmente, poiché Maliqi ha osato purificare l’Iraq da tale teppa terroristica, fu immediatamente condannato dalla corte dell’opinione pubblica statunitense che ha descritto l’operazione come assalto ai “combattenti per la libertà” iraniani. Sappiamo fin troppo bene cosa significa per gli Stati Uniti quando descrive dei terroristi come combattenti per la libertà. E così, rifiutando i diritti alle basi, di estendere immunità e protezioni legali ai mercenari statunitensi che operano in Iraq, e spazzando via Campo Ashraf e il MEK, Maliqi è diventato il cattivo. Più precisamente, fu il suo rifiuto di consentire  che gli Stati Uniti e i alleati usassero l’Iraq come baluardo militare e politico contro l’Iran che gli valse l’ira dell’occidente. Lungi dal voler “un Iraq sovrano, autonomo e democratico”, come Obama eloquentemente proclamò, Washington aveva bisogno che il Paese rimanesse uno Stato cliente usato come arma dalla politica estera degli Stati Uniti nella regione. Rifiutandosi, Maliqi all’improvviso è diventato “un dittatore”. Ma il Maliqi dittatore è diventato un potente strumento per plasmare la narrativa sull’Iraq. Uno dei metodi principali di tale narrativa è indicare, e ribadire costantemente, che Maliqi ha consolidato il proprio potere eliminando dal governo i rivali politici. Mentre vi è indubbiamente qualcosa di vero nel fatto che Maliqi abbia cercato di emarginare alcuni personaggi politici che non volevano “giocare a palla” con il suo regime a Baghdad, questa è solo metà della storia, la sola che i media occidentali fanno ascoltare. L’altra metà di tale storia è il fatto che Maliqi ha ricevuto dagli Stati Uniti un governo fazioso e con personaggi che non rappresentavano l’Iraq ma gli interessi politici e finanziari occidentali. Uno dei modi con cui gli accusatori di Maliqi indicano come esempio della sua dittatura è l’epurazione di figure chiave dalle principali istituzioni irachene. Tuttavia, questi stessi accusatori non menzionano mai esattamente chi sia stato eliminato, e perché.
Uno degli esempi principali di tale epurazione di Maliqi è il licenziamento di due figure chiave nella dirigenza bancaria dell’Iraq. In particolare, Maliqi ha cacciato Sinan al-Shabibi, governatore della Banca Centrale dell’Iraq, e Husayn al-Uzri, ex-capo della Banca commerciale statale. Questi licenziamenti furono indicati come una presa del potere. Tuttavia, quasi mai si parla del fatto fondamentale che tali individui, molto potenti nella struttura finanziaria irachena, fossero amici e collaboratori di Ahmad Chalabi. Un nome che dovrebbe allarmare coloro che hanno seguito la tragedia dell’Iraq in questi ultimi dodici anni; Chalabi era il beniamino di Bush, Cheney e neocon.  Stretto alleato politico, Chalabi originariamente fu indicato da Cheney and Co. come capo del nuovo Iraq, un Iraq suscettibile agli interessi politici e corporativi statunitensi nel Paese. Sebbene Chalabi venisse respinto dal popolo iracheno, e non potesse mai imporsi politicamente, al momento lui e i suoi amici neocon poterono arraffare dal loro popolo gli istituti bancari iracheni, permettendo così l’effettivo controllo statunitense sul credito nel Paese. Come è da sempre noto, il potere sulle finanze è l’autorità politica de facto. Così, Maliqi cerca di consolidare tutto il potere a sé? O cerca di liberare le banche irachene dagli agenti corrotti del capitale finanziario occidentale imposti proprio dalle stesse forze che hanno propugnato con entusiasmo la distruzione dell’Iraq? Un altro dei gravi crimini di Maliqi è attaccare le compagnie petrolifere occidentali che cercano di trarre enormi profitti dai vasti giacimenti energetici dell’Iraq. Forse l’esempio più noto si ebbe nel 2012, quando la ExxonMobil firmò un accordo di esplorazione petrolifera nella regione semi-autonoma del Kurdistan nel nord dell’Iraq. Maliqi respinse la validità della transazione, rilevando che tutti i contratti petroliferi devono essere negoziati con il governo centrale di Baghdad, piuttosto che il governo filo-USA di Barzani ad Irbil. Il portavoce di Maliqi ne prese atto: “Maliqi vede tali offerte come un’iniziativa molto pericolosa che può provocare delle guerre… (e) spezzare l’unità dell’Iraq … Maliqi è pronto a fare il massimo per preservare la ricchezza nazionale e la necessaria trasparenza nell’investimento sulle ricchezze degli iracheni, in particolare sul petrolio… inviando un messaggio al presidente statunitense Barak (sic) Obama, la scorsa settimana, per sollecitarlo ad intervenire per evitare che ExxonMobil vada in tale direzione”. Non è un segreto che la volitiva resistenza di Maliqi a tale accordo, oltre al suo rifiuto di versare ad ExxonMobil 50 milioni di dollari per migliorare la produzione di un importante giacimento di petrolio del sud, ha spinto la compagnia petrolifera a ritirarsi dal lucroso progetto West Qurna-1. In sostanza, quindi, Maliqi ha affrontato potenti compagnie petrolifere (BP non è amica di Maliqi), cercando di avere un accordo migliore per l’Iraq. Sarebbe lecito ritenere che la corruzione endemica in Iraq avrebbe reso più facile a Maliqi e soci arricchirsi con tangenti e/o ricevendo versamenti da altri interessi petroliferi. Tuttavia, ciò è secondario rispetto al “crimine” principale di mettere in discussione l’egemonia delle compagnie petrolifere in Iraq. Maliqi non si rende conto che gli Stati Uniti hanno combattuto la guerra in Iraq anche per proteggere e promuovere gli interessi delle proprie compagnie petrolifere?
Senza dubbio, il maggiore peccato di Maliqi agli occhi di USA-NATO-Israele-GCC è il suo sostegno costante alla Siria e ad Assad. Maliqi s’è rifiutato di abbandonare Assad quando la macchina da guerra USA-NATO si stava preparando a bombardare la Siria. Proclamò a gran voce il suo sostegno ad Assad e la sua resistenza contro qualsiasi tentativo di convincere e persuadere l’Iraq ad allearsi contro di lui. Così, Maliqi ha affermato l’alleanza Teheran-Baghdad-Damasco-Hezbollah contro l’asse USA-NATO-Israele-CCG, e mettendosi in cima alla lista dei nemici di Washington. Alla fine del 2013, Maliqi, assieme ad Assad e alle autorità iraniane, partecipò al proseguimento dei negoziati sul gasdotto Iran-Iraq-Siria che porterà il gas iraniano e iracheno sul Mediterraneo attraverso la Siria, dando così a questi Paesi l’accesso diretto al mercato europeo. Naturalmente, ciò fu visto come sfida diretta all’alleato degli USA Qatar e al suo predominio sul commercio del gas mediorientale in Europa. Va notato che non è un caso che l’esplosione della guerra in Siria coincida perfettamente con i primi negoziati sul gasdotto. Quindi, piuttosto che un leader che difende gli interessi nazionali tentando d’impegnarsi nello sviluppo economico indipendente al di fuori dell’egemonia dei poteri politici e corporativi occidentali, Maliqi viene dipinto come un corrotto e brutale tiranno deciso a distruggere sunniti, curdi e chiunque altro l’ostacoli. Non è forse qualcosa che riguarda il fantoccio Maliqi contrario alla guerra contro la Siria? Quasi come un ripensamento, vi sono ancora altri motivi per cui Maliqi è demonizzato. Ha acquistato notevole materiale militare dalla Russia, come elicotteri d’attacco, piuttosto che fare esclusivamente affidamento sull’assistenza militare degli Stati Uniti. Maliqi ha permesso al vicepresidente iracheno Hashimi, politico noto per essere vicino a Qatar e Stati Uniti, di essere incriminato e processato quale mandante di un assassinio. Maliqi ha riorganizzato la vita politica irachena spezzando alcune istituzioni politiche deliberatamente disfunzionali create dagli occupanti statunitensi dopo la guerra. Ha cercato di utilizzare prestiti e crediti per ricostruire alcune infrastrutture distrutte. Ha rifiutato di permettere che la politica sciita sia territorio esclusivo dei sadristi ed altri. Queste ed innumerevoli altre azioni, ovviamente dimostrano a Stati Uniti ed alleati che “Maliqi deve andarsene”, come amano dire.

Gli Stati Uniti sostengono davvero Maliqi?
Uno degli aspetti più perniciosi della copertura del conflitto in Iraq è la propaganda mainstream e di certi media non tradizionali secondo cui gli Stati Uniti “sostengono” e “puntellano” Maliqi. Decine di articoli e interviste sono apparse nelle ultime settimane, in cui esperti sposano l’idea che l’amministrazione Obama cerca di mantenere al potere Maliqi. Nonostante le giravolte su logica e  fatti, tale racconto si diffonde ovunquei ed è la base su cui molti sostengono de facto il SIIL e gli insorti sunniti loro deboli alleati. Sembrerebbe che coloro che sostengono che gli Stati Uniti vogliano conservare la posizione di Maliqi in Iraq non facciano attenzione. Infatti, titoli come “I capi americani vogliono che l’iracheno Nuri al-Maliqi si dimetta in cambio degli attacchi aerei degli Stati Uniti sul SIIL“, dell’International Business Times, o “L’Iraq deve formare il nuovo governo, Kerry mette in guardia Baghdad” del Financial Times, mettono in discussione tale affermazione. In realtà, non è Maliqi che gli Stati Uniti cercano di preservare, ma la propria influenza sull’Iraq. Questo è il punto che molti cosiddetti esperti hanno totalmente omesso di cogliere; Maliqi non fa ciò che gli dicono, quindi gli Stati Uniti vogliono mettere al suo posto qualcuno che lo faccia, usando l’avanzata del SIIL come conveniente pretesto per il cambio di regime. E quale nome emerge dal dibattito su con chi gli Stati Uniti vorrebbero sostituire Maliqi? Nientemeno che il buon vecchio Ahmad Chalabi, lo stesso fantoccio che Bush e Co. tentarono di piazzare all’inizio. Ayad Alawi, altro politico iracheno con stretti legami con gli Stati Uniti, è anche in lizza. Così, due falliti fantocci statunitensi sono ora promossi a futuro “democratico” e “inclusivo” della politica irachena. E’ abbastanza per non fare ridere nessuno, o star male. E’ anche divertente sentire i cosiddetti esperti che parlano di come gli Stati Uniti inviano truppe in Iraq per aiutare Maliqi. Tale analisi superficiale rivela totale mancanza di comprensione di questioni militari e del modo di operare degli Stati Uniti all’estero. L’autorizzazione all’invio di 300 militari in Iraq non è la prova del tentativo di salvare Maliqi, ma di preservare certe infrastrutture politiche, finanziarie ed energetiche degli interessi occidentali. Gli Stati Uniti non proteggono Maliqi, ma se stessi e loro investimenti da Maliqi, se tentasse di aggrapparsi al potere. Quei soldati proteggeranno l’ambasciata statunitense, e anche saranno i consulenti chiave per la protezione dei giacimenti petroliferi e dei lavoratori petroliferi stranieri. Ciò non può essere scambiato con il sostegno militare a Maliqi, a meno che naturalmente  coloro che sposano tali assurdità convincano il mondo che Maliqi sia l'”uomo degli Stati Uniti in Iraq”.
Oggi l’Iraq è in guerra e rischia di frantumarsi. Con islamisti e insorti sunniti che combattono una guerra contro il governo di Baghdad, il Paese è vicino al collasso totale e alla partizione. Ma questa guerra non è iniziata con il SIIL che conquista Mosul. Non inizia con Maliqi che consolida il potere. E’ iniziata prima che le ultime truppe statunitensi lasciassero l’Iraq. Tutto è iniziato quando Maliqi decise di non farsi intimidire da minacce e diktat statunitensi, iniziando a cercare d’affermare un secondo Iraq indipendente. Perciò l’Iraq paga un prezzo vitale.

iraqEric Draitser è un analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online ” New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra per procura USA-NATO in Iraq e Siria: gli Stati Uniti finanziano e addestrano i ribelli “moderati” del SIIL in Siria

Shawn Helton, Global Research, 29 giugno 2014

10505604In quest’ultimo ‘incubo terroristico’ di marca occidentale in Iraq e in Siria, scopriamo che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha chiesto al Congresso di autorizzare aiuti militari diretti ed attrezzature da inviare ai ‘ribelli’ in Siria. Quest’ultima fase del piano di Washington sulla Siria varrebbe 500 milioni di dollari, ampliando le strutture di addestramento segrete di CIA/ELS  collegate al SIIL in Giordania e Turchia… L’ulteriore addestramento militare e l’invio di altre armi  degli Stati Uniti ai cosiddetti ribelli “moderati” è estremamente deciso e quasi sicuramente fatto in modo che i politici di destra e sinistra degli Stati Uniti possano condividerne le conseguenze, accettando di stanziare fondi per insorti dai comprovati legami con il SIIL, come il gruppo jihadista saudita “Fronte della Vittoria”, il gruppo responsabile degli ‘attacchi al cloro” che Washington sfruttò contro la Siria nel 2013, e i cui fondatori di prima e seconda generazione provengono dallo ‘Stato islamico dell’Iraq’, collegandoli direttamente alle strutture di addestramento in Giordania e  Turchia. La straordinaria tempesta mediatica degli Stati Uniti è incentrata sul SIIL, sollecitata dalle tante immagini drammatiche di esecuzioni di massa come ‘prova’ della loro presa sull’Iraq, e l’uso di tale ennesima crisi come pretesto per aumentare bilanci militari e minacce alla sicurezza interna. La maggior parte delle immagini di ‘esecuzione di massa’ sui nei media si sono dimostrate delle pure montature, anche se ciò non ha scoraggiato gli ‘esperti’ dei media statunitensi ed europei o del dipartimento di Stato degli Stati Uniti e i funzionari del Foreign Office del Regno Unito.
Mentre la ‘crisi del SIIL’ sembra andare fuori controllo, espone l’agenda governativa occidentale e delle aziende transnazionali, volta ad espandere la guerra per procura in Iraq e nelle nazioni confinanti, finanziando direttamente i ribelli del terrore, questa volta con l’approvazione del Congresso. Mentre molti think-tank e agenzie multimediali proclamano la netta opposizione al terrorismo del ramo di al-Qaida, SIIL, denunciandone pubblicamente le azioni, 500 milioni di dollari vengono stanziati per finanziare la distruzione radicale di Iraq e Siria. La campagna di destabilizzazione in Iraq avrà numerosi esiti imprevisti, tra cui la frattura di Siria e Iraq, e i prevedibili appelli di Irbil per il nuovo ‘Stato curdo’ nel nord dell’Iraq. Se 500 milioni di dollari sono inviati ai gruppi combattenti islamici in Siria (e Iraq), allora a chi esattamente viene consegnato tale denaro, chi gestirà e distribuita tale fortuna dei contribuenti statunitensi per procurarsi le armi sul campo? Molto probabilmente sarà gestito da militari e paramilitari privati statunitensi nel teatro di guerra. È un coinvolgimento diretto, indipendentemente da come Washington vorrebbe presentarlo. Se si seguono i terroristi, il denaro e le armi negli ultimi 4 anni, si arriva ai governi occidentali, ai loro alleati ed alle loro intelligence…

‘Le evasioni dei jihadista’ ricreano la minaccia terroristica globale
Già nel luglio 2013 vi fu un’evasione di terroristi, senza precedenti ed improbabile, in tre luoghi diversi, elevando la minaccia terroristica globale a livelli mai visti dai primi giorni della trasformazione di bin Ladin nell’uomo nero più famoso del mondo. Qui su 21Wire abbiamo riportato delle sensazionali evasioni: “La prima evasione si ebbe il 22 luglio, con più di 500 detenuti fuggiti da due prigioni diverse in Iraq. Al-Qaida rivendicò l’operazione che in qualche modo travolse 120 guardie irachene e le forze SWAT negli attacchi a Taji, a nord di Baghdad, e al famigerato carcere di Abu Ghraib. Cinque giorni dopo, il 28 luglio, l’imbranato portavoce della sicurezza Muhammad Hijazi ammise su Libya Herald che 1200 prigionieri erano fuggiti nel fine settimana dal centro di detenzione Quayfia di Bengasi. La terza evasione avvenne il giorno seguente, il 29 luglio, quando taliban e agenti di al-Qaida scesero sulla città di Dara Ismail Khan e fecero evadere 250 prigionieri taliban, ma non prima di aver ucciso 12 poliziotti pakistani e tagliato la gola a 4 prigionieri sciiti sulla via della fuga. In ogni occasione, le autorità locali ritengono che ci sia stato un certo aiuto ‘interno’. Tutto sommato, tale stringa epica di evasioni di jihadisti scatenò più di 2000 terroristi e killer mercenari. Forse tali tre tempestive evasioni furono compiute con tale precisione… senza l’aiuto e il sostegno di agenzie d’intelligence come CIA, MI6 e Mossad?” Molti critici affermano che tali evasioni avvantaggiarono direttamente gli interessi occidentali, mentre i militanti appena fuggiti potevano essere inviati in Iraq, Siria ed altri luoghi interessanti per la CIA. La tempistica è inquietante.

Gruppi terroristici filo-Stati Uniti e filo-Arabia Saudita spuntano in Siria
Gruppi terroristici operano in Siria da oltre tre anni, in gran parte con la tacita approvazione dei pianificatori bellici di Washington, Londra e Parigi. Spacciati come ‘ribelli siriani’, tali gruppi  terroristici hanno tutti ricevuto il pieno appoggio da NATO (armi) e Stati del Golfo come Qatar e Arabia Saudita (denaro). Comprendono, ma non solo, Jabhat al-Nusra o ‘Fronte al-Nusra’ appoggiato dall’intelligence saudita, Gruppo combattente islamico libico, brigate Abdullah Azam e brigata martire Bara ibn al-Maliq, il gruppo jihadista Ahrar al-Sham, PKK (nel nord-est della Siria) e qataib Mohadzherin del Caucaso russo, per citarne solo alcuni. I precedenti articoli sui criminali  terroristi ceceni infiltratisi in Siria, indicano che già tali salafiti uccisero i leader sufi della Federazione russa. Il Pakistan Christian Post riferisce: “Recentemente in Daghestan il leader spirituale sufi Efendi Chirkeiskij è stato ucciso da un attentatore suicida con alcuni seguaci. Ciò è accaduto a fine agosto e la vicinanza con il recente attacco contro i leader sufi in Tatarstan è un chiaro allarme sul salafismo quale forza potente in regioni della Federazione russa. Pertanto, non sorprende che la Federazione russa sia estremamente allarmata dalle grandi potenze occidentali che ancora una volta collaborano con ELS, al-Qaida e varie organizzazioni terroristiche salafite“.

I capi terroristi favoriti dagli USA liberati a Guantanamo
Vale la pena notare come il nuovo governatore della Libia a Tripoli, Abdal Haqim Belhadj, il capo del gruppo terrorista ceceno della qataib Mohadzherin, Ajrat Vakhitov, fossero sotto la supervisione degli Stati Uniti per anni, imprigionati a Guantanamo Bay, Cuba, dopo essere stati catturati nel 2002 dalle forze statunitensi in Afghanistan. Belhadj e Vakhitov furono rilasciati dal Pentagono solo per essere reinseriti sul campo, ritornando ad organizzare la lotta dei gruppi islamisti di al-Qaida nella regione, attivi nei Paesi in cui Stati Uniti e NATO hanno attivamente operato per il cambio di regime, Libia e Siria rispettivamente. Si traggano le conclusioni su ciò che Guantanamo sia in realtà, un fatto confermato dalle rivelazioni di Penny Lane sull’arruolamento di agenti doppi a Gitmo. Lo stesso articolo del New York Times menziona anche i piani teocratici dei terroristi per creare un califfato nella regione: “Un 56enne operativo di al-Qaida, conosciuto come Abu Thuha che vive nel quartiere Hawija di Kirkuk, in Iraq, ha detto a un giornalista iracheno del New York Times, “Abbiamo esperienza nel combattimento contro gli americani, e ancor più esperienza con la rivoluzione siriana”, ha detto. “La nostra grande speranza è creare uno Stato islamico siriano-iracheno per tutti i musulmani…”” Tutto ciò costituisce un netto crimine di guerra internazionale, direttamente dovuto a Stati Uniti e alleati. Al di là di ogni ragionevole dubbio, l’attuale ‘crisi del SIIL’ è il risultato diretto degli interessi occidentali che alimentano le guerre civili libica e siriana negli ultimi 4 anni.

Israele, Washington e oleodotti curdi
Ci sono anche indicazioni secondo cui l’inerzia apparente degli Stati Uniti nel coinvolgimento militare diretto sia in realtà un piano strategico dei pianificatori di Washington e Tel Aviv per impegnarsi in una guerra occulta infinita per procura, certamente è così nel Medio Oriente di oggi. La copertura mediatica tiene nell’ombra Israele, cosa per nulla insolita considerando il protocollo dei media degli Stati Uniti su qualsiasi sua attività illecita o regolare violazione del diritto internazionale, ma ora è nettamente ovvio che Israele svolga un ruolo centrale in questo teatro. È ancora più evidente se si considerano i recenti attacchi aerei israeliani sulla Siria, volti a fornire copertura aerea occulta ai terroristi dello Stato islamico in Iraq. Ho notato nel mio primo articolo su tale crisi che, per la prima volta, la nave cisterna SCF Altai ha consegnato una grande quantità di petrolio curdo ad Israele, il 20 giugno, e ciò indicherebbe il SIIL quale parziale creazione israeliana se il petrolio curdo proviene dai giacimenti controllati dai terroristi in Iraq. Il ministero dell’Energia israeliano ha rifiutato di commentare il contratto sul greggio con il governo regionale curdo. Va detto che l’Iraq ha boicottato Israele e non ha nessun contratto petrolifero ufficiale con esso. La regione curda ha anche inviato petrolio sul mercato internazionale bypassando il governo centrale di Maliqi a Baghdad. C’è da chiedersi quanto di questo petrolio vada in Israele?

Syria_AlQuaida_1Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iraq ringrazia la Siria per aver bombardato il SIIS, e Obama aiuta il settarismo in Siria

Boutros Hussein e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 27 giugno 2014

10455051Il presidente degli USA Obama è ancora una volta coinvolto in nuovi intrighi sinistri, perché mentre lo Stato Islamico d’Iraq e Siria (SIIS) è intento a frazionare Iraq e Siria, l’unica risposta a tale realtà è, per Obama, cercare di portare altro caos e settarismo in Siria. Infatti, è evidente come l’assalto del SIIS in Iraq segua naturalmente le orme delle manovre militari in Giordania di USA e innumerevoli alleati. Mai SIIS e altre forze settarie e taqfiriste in Siria hanno temuto Israele e la NATO in Turchia. Al contrario, SIIS e altre forze settarie e taqfiriste prosperano all’ombra di Israele, Giordania e NATO in Turchia. Allo stesso modo, alcuni elementi del blocco anti-Hezbollah e anti-Aoun in Libano giocano con i taqfiristi e il demonio settario. Il recente attacco del SIIS in regioni dell’Iraq è stato accolto dalla solita bizzarria dell’amministrazione Obama. Ciò vale per l’illogica necessità di rafforzare le forze anti-siriane in Siria, così rafforzando SIIS e altre forze settarie e terroristiche. L’Iraq deve prendere atto che le potenze del Golfo e della NATO partecipano all’intera agenda settaria in Siria e, naturalmente, che tale realtà mina lo Stato nazione iracheno. Dopo tutto, le forze settarie taqfiriste in Siria sono sostenute da varie nazioni del Golfo e dalla Turchia, alleate degli USA e che ovviamente la destabilizzazione della Siria iniziò usando le enormi scorte militari rimaste in Libia. Allo stesso tempo, il cosiddetto controllo di CIA, MI6, DGSE e altre intelligence in Turchia e Golfo è una farsa, perché i terroristi inondano la Siria e l’Iraq da tutto il mondo. Infatti, l’unico controllo che sembra esserci è volto ad armare le varie forze settarie in Siria contro il governo laico del Presidente Bashar al-Assad.
USA ed alleati occidentali adorano la parola “democrazia” quando fa comodo, ma il popolo della Siria è dannato se vota o meno. Questa visione neo-coloniale di USA, Francia, Quwayt, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito è estremamente irritante. Pertanto i siriani, nel Paese e all’estero, che sostengono il governo di Assad, non contano. Ciò spinge Obama ad ignorare le elezioni in Siria, proprio come USA ed alleati occidentali ignorano la schiavitù delle donne nel Golfo. Allo stesso modo, l’Arabia Saudita è il paradiso dei pedofili perché vecchi possono sposare bambine di otto anni, mentre naturalmente il regno della Casa dei Saud supporta l’uccisione degli gli apostati verso il cristianesimo. Naturalmente, ciò non fa aggrottare la fronte, pur essendo  completamente nota tale realtà. Pertanto, con l’Iraq che affronta altro settarismo e barbarie taqfirista, non sorprende sentire Obama finanziare ulteriore settarismo e terrorismo in Siria. Anche le forze  antisiriane fuori dalla nazione non possono negare che l’esercito libero siriano (ELS) spesso combatte a fianco delle varie forze taqfiriste e settarie. Altre volte si combattono perché la loro unica caratteristica vincolante è uccidere, decapitare, perseguitare minoranze e applicare barbarie a chiunque capiti di essere in disaccordo con il loro dominio.
Diversamente dall’amministrazione Obama che cerca d’indebolire le forze centrali in Siria al fine di potenziare il SIIS, il governo siriano bombarda tale movimento barbaro presso il confine tra Iraq e  Siria. L’Iraq viene messo in pericolo da USA e satelliti di NATO e Golfo, accendendo il settarismo in Siria, con il risultato di mettere in pericolo Libano e Iraq. Allo stesso tempo, la Turchia di Erdogan non disdegna contrattare in Iraq con strutture di potere estranee a Baghdad. Ciò significa che l’Iraq deve affrontare la duplice minaccia della barbarie del SIIS e del ruolo della Turchia nell’ignorare le forze economiche centrali della nazione. Nel frattempo, mentre le potenze del Golfo e la Turchia giocano la carta settaria contro il governo della Siria, mettendo chiaramente in pericolo l’Iraq, la saggezza del Grande Ayatollah Ali al-Sistani entra in gioco. Ciò vale in particolare per i fedeli sciiti che ascoltano con passione il grande ayatollah dell’Iraq. Tuttavia, questo venerato leader religioso si rivolge a tutti i cittadini iracheni, a prescindere dall’appartenenza religiosa. Il grande ayatollah sa bene che le forze sinistre estranee all’Iraq cercano di trascinare la nazione, ancora una volta, nel settarismo. Nonostante ciò, il venerato leader sciita fa sapere che l’unità è essenziale contro SIIS e altre forze settarie che prosperano sulle divisioni nella società. Pertanto, a prescindere dall’aspetto politico dell’Iraq moderno, è chiaro che il SIIS cerca d’imporre uno status draconiano alla società, per imporle l'”anno zero”. Non sorprendono gli appelli all’unità dei leader sunniti e sciiti in Iraq, perché i leader religiosi sanno perfettamente che i taqfiristi odiano tutti. Allo stesso modo, gli studiosi religiosi in Iraq comprendono appieno che tali forze brutali lavorano all’ombra delle potenze del Golfo e della NATO.
Recentemente è stato riportato che la Siria ha bombardato il SIIS al confine tra Iraq e Siria. La BBC riferisce: “Il primo ministro Nuri al-Maliqi dell’Iraq ha detto alla BBC di sostenere l’attacco aereo sui militanti islamici in un valico di frontiera tra Iraq e Siria… Fonti militari e ribelli dicono che l’attacco ha avuto luogo nell’Iraq, all’incrocio Qaim, anche se Maliqi ha detto che s’è avuto sul lato siriano“. Tuttavia, mentre la Siria cerca di arginare la marea del SIIS, il governo USA è intento a promuovere la minaccia taqfirista sostenendo altre forze settarie in Siria contro il governo centrale.  Il New York Times: “Il presidente Obama ha chiesto 500 milioni di dollari al Congresso per addestrare ed equipaggiare ciò che la Casa Bianca chiama membri “adeguatamente controllati” dell’opposizione siriana, riflettendo maggiore preoccupazione per l’allargamento del conflitto siriano in Iraq“. Naturalmente, gli “opportunamente controllati” esistono solo nelle menti deliranti dell’amministrazione Obama. In effetti, un gran numero di massacri brutali sono dovuti a tali cosiddetti “moderati”, che in realtà sono settari e apertamente partecipi al banditismo di massa. Pertanto, mentre Baghdad e Damasco sono minacciate dai “taqfiri da anno zero”, l’amministrazione Obama cerca di versare ulteriore benzina sul fuoco sostenendo altra destabilizzazione in Siria. Ciò  deve aprire gli occhi ai leader dell’Iraq, perché sanno che gli alleati degli USA nel Golfo e la Turchia consentono che il virus settario, sedizioso e terrorista taqfirista si diffonda. Pertanto, i governi di Iraq, Iran, Siria e il movimento Hezbollah devono collaborare più strettamente, arginando l’agenda settaria e taqfirista di Arabia Saudita, Quwayt e Qatar, amplificata dalla NATO in Turchia e dal totale fallimento di USA, Francia e Regno Unito.

ap229496324122Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’ISIS e il piano di Wall Street per la guerra settaria

Caleb Maupin New Oriental Outlook 27/06/2014

856c25c6-f182-11e3-a2da-00144feabdc0.imgIn Siria, una campagna terroristica è in corso dal 2011. Oltre 150000 persone sarebbero già state uccise. Milioni di persone sono sfollate, costrette a divenire dei rifugiati, in Siria o nei Paesi limitrofi. Dall’inizio di tale campagna insurrezionale contro la Repubblica araba siriana, i terroristi hanno avuto il sostegno nei loro sforzi da regimi filo-USA come Turchia, Qatar, Giordania e Arabia Saudita, nonché direttamente dagli Stati Uniti. Gli Stati del Golfo, allineati agli Stati Uniti, non hanno contestato l’armamento e il sostegno ai gruppi ribelli armati. Il Regno dell’Arabia Saudita, in particolare, ha invocato il rovesciamento violento della Repubblica araba siriana. La maggior parte dei gruppi di insorti che combattono contro il governo siriano è formata da fanatici sunniti. Parlano di creare un “califfato” in Siria e di punire, se non sterminare, tutti coloro che praticano religioni diverse come cristiani, alawiti e sciiti. Il gruppo terrorista Stato Islamico dell’Iraq e Siria (ISIS), ora sotto i riflettori dei media mondiali, non s’è semplicemente materializzato dal nulla. Ha operato in Siria per lungo tempo, impegnandosi in una campagna di violenze e terrorismo insieme ad altri gruppi di insorti, come il Fronte al-Nusra e l’Esercito libero siriano. Recentemente, il governo siriano ha arrestato diversi combattenti dell’ISIS giunti in Siria anche dalla Malesia.

ISIS e Casa dei Saud
Quando i funzionari statunitensi descrivono i ribelli siriani che ricevono finanziamenti e armi dagli USA, sono sempre chiamati “opposizione”, “militanti”, “rivoluzionari” o qualche altro eufemismo colorato. Parole come “terrorista” non vengono utilizzate. I media occidentali hanno sempre rappresentato il governo siriano come il cattivo, e spesso descritto gli insorti come rivoluzionari romantici. Ora che un particolare gruppo terroristico, l’ISIS, è entrato in Iraq e sequestrato gran parte del suo territorio, i funzionari statunitensi improvvisamente cominciano a parlarne con ostilità. Obama ha annunciato l’invio di consiglieri militari statunitensi in Iraq per aiutare il governo iracheno, guidato da Nuri al-Maliqi, nella lotta all’ISIS. Il presidente iracheno Nuri al-Maliqi ha dichiarato apertamente che l’Arabia Saudita sostiene l’ISIS e l’ha perciò duramente condannata. I tentativi della stampa occidentale di “confutare” la sua affermazione sono ridicoli, i suoi articoli affermano che il governo saudita non ha inviato direttamente armi all’ISIS, basandosi solo sulle dichiarazioni dell’Arabia Saudita, che dicono proprio ciò. Eppure, anche coloro che difendono i sauditi sottolineano che la maggior parte del grande budget dell’ISIS deriva da “donatori” sauditi e di altri Stati del Golfo allineati agli Stati Uniti. Il fatto che il denaro saudita sia alla base del terrorismo dell’ISIS in Siria e Iraq non è contestato. Tutta la controversia riguarda se i fondi del terrorismo provengono dalla tesoreria dello Stato saudita, o semplicemente da generosi mecenati privati. Gli articoli sembrano dimenticare che il Regno dell’Arabia Saudita è un’autocrazia assoluta.  Se la Casa dei Saud disapprovasse le donazioni a ISIS, potrebbe facilmente fermarli per decreto e farli rispettare con la minaccia di morte. La ragione per cui i media occidentali sono fortemente motivati a “confutare” la realtà del denaro saudita diretto all’ISIS, è dovuta al fatto che l’Arabia Saudita non è un attore geopolitico indipendente. L’Arabia Saudita è direttamente responsabile nei confronti degli Stati Uniti. Il petrolio saudita è controllato dalle multinazionali petrolifere statunitensi. L’Arabia Saudita riceve milioni di dollari in aiuti statunitensi. L’Arabia Saudita ha ora il quarto budget militare sulla terra, secondo il recente rapporto del SIPRI, e le armi sono acquistate quasi esclusivamente negli Stati Uniti. L’uso dell’Arabia Saudita da intermediario finanziario dei terroristi allineati agli Stati Uniti non è nuovo. L’Arabia Saudita fu fondamentale nel trasferire fondi agli insorti filo-USA in Afghanistan mentre combattevano contro il Partito Democratico del Popolo e l’Unione Sovietica. L’Arabia Saudita aiutò l’amministrazione Reagan a finanziare i terroristi ribelli nel lontano Nicaragua, nella loro lotta contro i sandinisti. Il sostegno saudita all’ISIS, come tutte le attività saudite, non è un’azione geopolitica indipendente. Il sostegno saudita all’ISIS è solo il supporto indiretto degli Stati Uniti all’ISIS.

Chi vuole la guerra settaria?
In questo preciso momento, sui campi di battaglia dell’Iraq, due gruppi armati appoggiati dagli Stati Uniti si sparano usando armi e munizioni made in USA. La situazione in Iraq, da quando l’ISIS ha iniziato l’insurrezione, è diventata assai più violenta rispetto ai mesi precedenti. L’instabilità ha spinto altri gruppi della società irachena a combattere il governo Maliqi, tra cui anche il deposto partito Baath. Perché gli Stati Uniti ora inviano consiglieri militari in Iraq, con la pretesa di sostenere il governo iracheno, mentre sostengono indirettamente anche l’ISIS? Non è irrazionale stare con entrambi i lati di un conflitto? Se il conflitto in Iraq distruggesse i quartieri residenziali Hamptons di New York, i pozzi di petrolio in Texas o altri beni di valore dei ricconi che decidono la politica degli Stati Uniti, sarebbe davvero irrazionale perpetuare un conflitto armando entrambe le parti. Ma questo non è il caso, tuttavia. Nella guerra scoppiata ora in Iraq, come in tutti i combattimenti dal 2003, non sono i quartieri dei capitalisti di Wall Street ad essere distrutti, né i pozzi petroliferi dell’Exxon Mobil vengono fatti saltare in aria o messi fuori servizio. I combattimenti in Iraq non danneggiano gli interessi finanziari dei miliardari che controllano gli Stati Uniti. Piuttosto, si assicurano che non ci siano concorrenti stabili. Prima del 2003, la compagnia petrolifera statale dell’Iraq era un importante fattore nei mercati internazionali. Nel 2003, con missili da crociera, carri armati, truppe e altri mezzi di distruzione statunitensi, la compagnia petrolifera statale irachena fu rimossa dal mercato mondiale, facendo così diminuire l’offerta mondiale di petrolio. Ciò rese il petrolio delle compagnie statunitensi, che non era stato distrutto nella guerra del 2003, molto più prezioso.

Maliqi e la minaccia alla stabilità
Perché gli Stati Uniti ora cercano una grande conflitto in Iraq? La risposta è abbastanza semplice. Secondo la Reuters, l’Iraq ha prodotto 3,3 milioni di barili al giorno a giugno. Il picco delle esportazioni di petrolio iracheno dalla guerra del 2003. Nonostante il fatto che oltre un milione di iracheni sia morto dall’invasione Usa; che gran parte del Paese è ancora in rovina; che milioni di iracheni ancora vivano in miseria; per l’1% più ricco degli Stati Uniti, l’Iraq è diventato troppo stabile, esportando petrolio e riducendo il caos. Nuri al-Maliqi, il presidente iracheno, pur essendo il capo di un regime installato e sostenuto dagli Stati Uniti, ha visto questa crescente stabilità come un’opportunità per affermare l’indipendenza. Maliqi s’è avvicinato alla Repubblica islamica dell’Iran, altro Paese con una compagnia petrolifera statale concorrente degli Stati Uniti sui mercati internazionali. Dall’invasione statunitense del 2003, un gruppo di terroristi appoggiato dagli Stati Uniti, i “mujahdiin del Popolo” usa le basi in Iraq per attaccare l’Iran. Le Nazioni Unite hanno evacuato questi terroristi anti-iraniani dall’Iraq, sostenendo che il governo iracheno non adottava  misure per proteggerli. Alcuni hanno persino suggerito che il governo Maliqi collaborasse con l’Iran nel difendersi da tali terroristi filo-USA. Maliqi si era anche avvicinato ai due maggiori concorrenti degli Stati Uniti sul mercato globale, la Federazione Russa e la Repubblica popolare cinese. Come se la stabilità crescente non bastasse, Maliqi osò non essere più una semplice marionetta. Agendo nel proprio interesse, non da semplice ascaro ubbidiente agli interessi dei miliardari degli Stati Uniti. Non è una sorpresa che anche gli Stati Uniti inviino consiglieri militari a sostenere il suo governo, dato che i circoli dirigenti negli Stati Uniti ne chiedono l’allontanamento.

Sterilizzare la terra con la guerra settaria
I capi degli Stati Uniti non vogliono sostituire Maliqi con un leader più affidabile e responsabile, che possa eliminare l’ISIS e costruire un Iraq pacifico e stabile. I miliardari che gestiscono gli Stati Uniti desiderano sostituire Maliqi con bombe, cecchini, rapimenti, decapitazioni e signori della guerra che si combattono per il potere. Finanziano e armano il governo iracheno, e garantiscono che il denaro saudita continui a finanziare l’ISIS, così che i massacri possano degenerare. Dei Paesi vittime dell’aggressione militare degli Stati Uniti, nessuno è divenuto “più sicuro”. La Libia una volta aveva una compagnia petrolifera statale prima esportatrice in Africa. In Libia, i profitti del petrolio furono usati per sovvenzionare cibo, alloggio e istruzione per la popolazione, garantendo i più alti standard di vita nel continente africano. Ora la Libia è in rovina. Le bombe della NATO non hanno sostituito Gheddafi con “un governo di transizione pacifico”, ma con i signori della guerra in lotta per il potere tra povertà e caos. L’Afghanistan non è “più stabile”, dalla rimozione dei taliban per mano degli Stati Uniti. Il Paese è sommerso da violenza e caos. I campi di papavero che i taliban una volta bruciarono, sono stati restaurati e il caos dei cartelli dell’eroina è oggi un fattore importante nella vita afghana. La campagna di violenze che gli Stati Uniti hanno scatenato in Siria non porta a “libertà e democrazia”. Il Paese è invece finito in una crisi catastrofica, con milioni di rifugiati e forze religiose radicali che massacrano civili inermi e chiunque altro. Tutti i Paesi attualmente presi di mira dagli Stati Uniti hanno un fattore comune: lo sviluppo economico indipendente. Il Venezuela è guidato da socialisti bolivariani. Cuba, Cina e Corea popolare sono guidati dai comunisti. Siria e Federazione russa hanno governi laici guidati da nazionalisti. Il governo della Repubblica islamica iraniana è profondamente religioso. Ma tutti questi governi hanno osato sviluppare un’economia indipendente. Hanno cercato di costruire le proprie economie, e competere con Wall Street e Londra nei mercati globali e, indipendentemente dalla loro volontà, sono stati dichiarati nemici dagli Stati Uniti. L’Iraq di Sadam Husayin fece anche questo. Sadam Husayn fu sostenuto dagli Stati Uniti quando attaccò l’Iran ed usò armi chimiche contro il popolo iraniano. Ma presiedette anche un Paese stabile che esportava petrolio in concorrenza con Wall Street. Il suo rovesciamento con l’invasione militare statunitense ha reso l’Iraq un posto miserrimo. Ora, mentre un minimo di stabilità torna nel Paese, la guerra settaria dell’ISIS viene avviata. La speranza di Wall Street e Londra è che presto gli iracheni, sunniti e sciiti, si uccidono a vicenda in un bagno di sangue che possa diffondersi in tutta la regione. Come l’impero romano, che sparse il sale sulla terra dopo aver sconfitto Cartagine, gli Stati Uniti vogliono assicurarsi che nulla di stabile, pacifico od economicamente prospero possa mai emergervi.

25IN_IRAQ_AL_MALIKI_296276fCaleb Maupin analista politico e attivista di New York. Ha studiato scienze politiche presso il Baldwin-Wallace College ed è stato ispirato e coinvolto nel movimento Occupy Wall Street, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iraq: situazione dal 20 al 23 giugno

Alessandro Lattanzio, 24/6/2014
Iraqi army tanks take part in a parade in Baghdad's Green ZoneIn un’intervista ad al-Manar TV, il deputato della Coalizione per lo Stato di Diritto, Zaynab Wahid Salman, affermava che il ruolo distruttivo svolto dall’Arabia Saudita in Siria si ripeteva in Iraq. “Vuole controllare l’intera regione a scapito dei popoli della regione? L’Arabia Saudita non è soddisfatta dell’interferenza negli affari del di Bahrayn e Siria, perciò oggi conduce una guerra feroce tramite gruppi terroristici contro il processo politico e il progetto democratico dell’Iraq“. I media iracheni, riferivano che un ufficiale saudita era stato ucciso dalle forze irachene e che altri sauditi sono stati arrestati nella provincia di Dhi Qar. La maggior parte dei combattenti arrestati sono sauditi o che provengono dal regno saudita. L’attivista Fuad Ibrahim afferma che “Racconti sulla presenza di combattenti sauditi a Mosul, Salahuddin, Diyala e altrove traboccano sui social networking.” Alla fine del 2012, uno dei leader della Coalizione per lo Stato di Diritto, Sami al-Asqari, rivelò che al-Duri si era recato in Arabia Saudita dall’aeroporto di Irbil. Pochi mesi prima delle elezioni irachene, in un’intervista alla rivista Ahram al-Arabi, al-Duri disse, “L’Arabia Saudita rappresenta la base della fermezza e dell’opposizione ai complotti e tentativi contro l’identità della nazione. L’Iran safavide avrebbe dominato il Golfo e danneggiato questa regione vitale, il nostro Paese e la nostra nazione se il Regno dell’Arabia Saudita non fosse stato in allerta. Viva l’Arabia Saudita, e viva il suo ruolo rispettabile e le sue pure posizioni fedeli alla rivoluzione del popolo siriano, in Bahrain e nel Golfo in generale, così come verso il popolo dell’Iraq e la sua rivoluzione, il popolo d’Egitto, il suo esercito e  la sua rivoluzione, in Yemen, Palestina, Libano, Somalia e in qualsiasi Paese in cui vi sia una reale minaccia alla nazione (araba) e ai suoi interessi fondamentali”. Descrivendo ciò che accade in Iraq come “strenua resistenza” all’“egemonia dell’Iran”, al-Duri non menzionava i gruppi terroristici, ma parlava di “ribelli” utilizzando terminologie dei media sauditi. Al domanda se si aspettasse un cambiamento nella situazione irachena dopo le elezioni, al-Duri  sottolineava che la situazione sarebbe “peggiorata”, dicendo che il popolo iracheno “deve unirsi, abbracciare la strenua resistenza, sostenere le forze islamiche e nazionaliste per spazzare questo processo politico“. Parole in liena a ciò che il capo dell’intelligence saudita Turqi al-Faisal aveva detto durante la sessione plenaria della conferenza sulla sicurezza organizzata dal Center for Strategic, International and Energy Studies, in Bahrayn, il 22 aprile, “Se Nuri al-Maliqi, l’attuale primo ministro che ha terminato il  mandato, vincerò le prossime elezioni, l’Iraq sarà diviso“.
Molti non sanno che il regime baathista iracheno, seppur tendenzialmente laico in Iraq, nella politica regionale ha appoggiato, finanziato e armato organizzazioni islamiste e jihadiste, soprattutto in Siria e in Arabia Saudita, dove Baghdad finanziava la propaganda iqwanista (salafismo wahhbita locale) contro il dominio dei Saud. Perciò nulla di strano che il Baath oggi si alle forze del jhadismo taqfirista tramite organizzazioni sufi naqshbandi.
logo_of_the_army_of_the_men_of_the_naqshbandi_orderL’Esercito degli Uomini sulla Via Naqshbandi (Jaysh Rijal al-Tariqah al-Naqshbandiyah – JRTN), venne fondato nel 2006, per combattere contro le forze d’occupazione e il governo filo-iraniano, da ex-militanti del Baath e da sufi dell’ordine della Naqshbandiyah. Il presunto capo del gruppo si fa chiamare Abdallah Mustafa al-Naqshbandi. Al-Duri sarebbe a capo dell’Alto Comando per la Jihad e la Liberazione in Iraq (al-Qiyadah al-Aliya lil-Jihad wal-Tahrir) di cui il JRTN fa parte. Al-Duri sarebbe legato al ramo curdo sufi al-Qasnazaniyah. Le aree d’influenza andrebbero da Mosul (provincia di Ninawa) a Hawijah (presso Kirkuk), Baqubah (provincia di Diyala), Fallujah e Ramadi (provincia di Anbar). L’ultima azione nota del JRTN risalirebbe al 25 aprile 2013 quando occupò temporaneamente la città irachena di Sulayman Baq, presso Hawijah. Nel 2009 si riteneva che il JRTN avesse cercato di fondersi con altri gruppi insurrezionali che aveva anche sostenuto, come Ansar al-Sunnah, Brigata rivoluzionaria 1920, Jaysh Islamiyah e Stato islamico dell’Iraq, precursore del SIIS. Il 10 febbraio 2014 un attacco congiunto di JRTN e SIIS a sud di Mosul causò la morte di 15 soldati iracheni. Il 31 maggio un funzionario amministrativo di Qalis, provincia di Diyala, Uday al-Qadran, accennò ad un’alleanza tra JRTN e SIIS a Diyala, indicando i gruppi insurrezionali guidati da al-Duri nella zona: qatiba al-Mustafa, qatiba al-Mujahidin e Jaysh al-Tahrir. Infine, il quotidiano al-Quds al-Arabi afferma di avere le prove che oltre al SIIS, diversi altri gruppi insurrezionali hanno partecipato alla presa di Mosul: gruppi salafiti jihadisti come Jaysh al-Mujahidin, Ansar al-Sunnah e infine il JRTN, in un’alleanza basata esclusivamente nella comune ostilità verso gli sciiti. Infine, rappresentanti di al-Duri e del capo del SIIS Abu Baqr al-Baghdadi, si sarebbero incontrati nei pressi del villaggio al-Qiyarah per formare l’alleanza. Al-Muraqib al-Iraqi riferiva il 2 giugno 2014 di scontri ed esecuzioni tra SIIS e JRTN a Baquba, Bayji e Tiqrit, mentre secondo al-Masdar News del 12 giugno 2014, testimoni videro i ribelli del JRTN brandire le immagini di Sadam Husayn e al-Duri, assieme ai terroristi del SIIS esibire le loro bandiere nere dopo la caduta di Tiqrit. Il SIIS poi chiese al JRTN di rimuovere le immagini di Sadam e al-Duri da Mosul, il cui rifiuto scatenava scontri tra SIIS e JRTN a Mosul e Tiqrit. In realtà, lo scontro sarebbe stato provocato dalla decisione di al-Duri di costituire un governo a Mosul senza la leadership del SIIS. Infine, il 21 giugno 2014, pesanti combattimenti tra ISIS e JRTN venivano segnalati ad Hawijah, ad est di Kirkuk, provocando 17 morti: 8 terroristi del SIIS e 9 del JRTN, mentre Sayf al-Din al-Mashadani, membro del Baath e comandante del JRTN, veniva rapito da elementi del SIIS.
19 giugno, i militanti del SIIS avrebbero attaccato le guardie di frontiera iraniane presso la città iraniana di Qasre Shirin. Il 21 giugno, il Brigadier-Generale Ahmad Reza Purdastan, dell’esercito iraniano, affermava che gli aggressori erano dal gruppo militante curdo Partito per la vita libera del Kurdistan – Pejak, aggiungendo che le unità militari iraniane lungo i confini occidentali dell’Iran erano in allerta, tra cui unità dell’aviazione dell’esercito dotate di elicotteri d’attacco AH-1 Cobra e Bell-214 Isfahan.
20 giugno, 30 miliziani sciiti vengono uccisi a Muqdadiyah, una cittadina a nord-est di Baghdad, sulla strada per Baquba, da dove i terroristi furono respinti.
21 giugno, il valico di Qaim tra Iraq e Siria, a 200 km a ovest di Baghdad, viene occupato dal SIIS. 30 soldati governativi sarebbero stati uccisi. Presso Baghdad vengono respinto i terroristi, in un’operazione organizzata dal Generale Qasim Jasim della 9.na Brigata corazzata. Le forze di sicurezza irachena circondano i terroristi nel distretto di Muqdadiyah, 35 chilometri a nord-est di Baqubah. Le forze di sicurezza effettuano attacchi aerei contro i terroristi. Tuz Khurmat, nella provincia di Salahuddin, finisce sotto controllo curdo. Israele riceve una petroliera con greggio del Kudistan iracheno. Muqtada Sadr riattiva la milizia del Mahdi: 50000 miliziani marciano armati e in divisa a Baghdad. Parate simili si svolgono in altre nel sud e un piccolo corteo si svolge anche a Kirkuk. Alcuni combattenti portavano armi anticarro utilizzate efficacemente contro i blindati della NATO e che si ritiene provengano dall’Iran. Secondo un funzionario del Pentagono 28 carri armati Abrams dell’esercito iracheno sarebbero stati danneggiati in combattimento dai terroristi, di cui 5 seriamente danneggiati da ATGM (missili anticarro). Gli Stati Uniti hanno fornito 140 carri armati M1A1 Abrams all’Iraq tra il 2010 e il 2012, che sebbene dotati di nuove attrezzature per la sorveglianza, non hanno la protezione all’uranio impoverito che ne aumenta la resistenza alle armi anticarro. Diversi  video mostrano degli Abrams colpiti da ATGM usati dai terroristi nella provincia di Al-Anbar. I terroristi sono dotati di armi come gli ATGM 9K11 Kornet e i  lanciarazzi anticarro RPG-7 e M70 Osa. Quest’ultimo è un’arma jugoslava ampiamente utilizzata dai terroristi in Siria, e finora raramente vista in Iraq. Altri tipi di blindati dell’esercito iracheno sembrano aver subito maggiori perdite rispetto agli Abrams come Humvee distrutti o catturati, trasporto truppa corazzati (APC) M113 e veicoli MRAP. Il funzionario ha anche affermato che 6 elicotteri iracheni sono stati abbattuti e 60 danneggiati in combattimento tra il 1° gennaio e tutto maggio, e un altro elicottero è stato abbattuto da un cannone antiaereo leggero su al-Saqlawiyah il 16 giugno; i suoi due membri dell’equipaggio sono stati uccisi.
22 giugno, l’Ayatollah Khamenei dichiara: “Gli Stati Uniti sono dispiaciuti dalle elezioni con alta affluenza, perché intendono dominare l’Iraq sostenendo coloro che gli obbediscono“. Un consigliere di Moqtada Sadr avverte che ogni “consigliere” statunitense inviato in Iraq sarà considerato un occupante e obiettivo legittimo. L’Iran avrebbe inviato aerei in Iraq, secondo una fonte del Ministero della difesa di Baghdad. La fonte spiega che gli aerei possono colpire obiettivi nelle province di Niniwa e Anbar. Gli aerei sarebbero quelli confiscati da Teheran nel 1991, quando l’Iraq ve l’inviò per sottrarli alla guerra del Golfo del gennaio-febbraio 1991.
23 giugno, il segretario di Stato USA John Kerry visita Baghdad. Maliqi gli dice che la crisi: “rappresenta una minaccia non solo per l’Iraq ma per la pace regionale e internazionale“. I capi tribali di Tal Afar inviano una delegazione a Irbil chiedendo alle autorità curde l’adesione al Kurdistan iracheno, infatti Hugh Evans, consigliere inglese nel Kurdistan iracheno, dichiara di “sperare di vedere presto la Repubblica del Kurdistan“, evidenziando gli aiuti di Londra ad Irbil, pari a 8 milioni di dollari. Scontri nella provincia di Salahudin tra il SIIS e l’Esercito islamico. Il capo della tribù al-Abid, in Iraq, shayq Anwar al-Asi, oppositore del SIIS, viene aggredito. Si rifugia a Sulaymaniyah, presso il governatore di Kirkuk. L’Australia ha deciso di espellere qualsiasi cittadino collegato al SIIS. Il portavoce dell’esercito iracheno Qasim Ata dichiara che l’esercito iracheno s’è ritirato dalle città occidentali di Rawa e Ana. Il capo dell’Ufficio centrale dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), Adil Murad, afferma che il SIIS è uno strumento di Washington supportato da Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Secondo Murad gli Stati Uniti sono interessati solo a dividere l’Iraq e la crisi rientra nel grande piano statunitense per diffondere caos in Medio Oriente. “I partiti politici iracheni devono essere uniti e impedire i piani dei nemici. Il SIIS attacca solo le forze peshmerga del PUK a Jalawla, Sadiyah e Khanaqan, ma non attacca le forze del Kurdistan Democratic Party (KDP)” di Barzani.
Nel frattempo, i vertici di Teheran emettevano una serie di dichiarazioni sulla situazione in Iraq:
944837_Il Presidente Hassan Ruhani, ad Ankara, “La violenza e il terrorismo si sono aggravati per le interferenze di potenze trans-regionali”. “Se il governo iracheno vuole aiuto,… naturalmente aiuto e assistenza sono una cosa ed interferenza e scontro altra… L’entrata di truppe iraniane non è mai stata considerata… non abbiamo mai inviato nostre truppe in un altro Paese… Se gruppi terroristici si avvicinano ai nostri confini, sicuramente li affronteremo”. “I recenti avvenimenti in Iraq sono dovuti al fatto che i gruppi terroristici sono irritati dai risultati delle elezioni irachene, che mantengono gli sciiti e il primo ministro Nuri al-Maliqi al potere con mezzi democratici“. Hossein Amir Abdollahian, “Il ruolo di alcuni “lati stranieri” negli eventi di Mosul è evidente. Coloro che sostengono i taqfiri dovrebbero seriamente preoccuparsi per l’azione anti-sicurezza di tale corrente terrorista nei loro Paesi”. “Sosterremo potentemente l’Iraq nel suo confronto con il terrorismo“. Il comandante dei Basij dell’Iran, Generale Mohammad Reza Naqudi, “i gruppi taqfiri commettono crimini in linea ai minacciosi obiettivi di potenze arroganti che obbediscono a think tank occidentali e israeliani, supportati dai petrodollari di certi Paesi arabi”. “L’Arabia Saudita arma i terroristi in Siria con diverse armi in violazione di ogni norma e convenzione internazionale”. “I gruppi taqfiri e salafiti in diversi Stati regionali, soprattutto in Siria e in Iraq, sono sostenuti dagli Stati Uniti“. “Gli Stati Uniti manipolano i terroristi taqfiri per offuscare l’immagine dell’Islam e dei musulmani“. “Gli attacchi del SIIS in Iraq sono un nuovo complotto degli Stati Uniti dopo che Washington è stata sconfitta dalla resistenza nella regione. Gli Stati Uniti subiscono la sconfitta nello scontro e nei complotti contro gli alleati dell’Iran in Palestina, Libano e Siria, e ora hanno iniziato la stessa esperienza in Iraq… Un enorme forza popolare è attiva nella regione, che sventerà i loro inquietanti complotti. Queste forze popolari si sono formate negli Stati regionali divenendo una catena che si estende in tutto il Medio Oriente”. Il portavoce del  ministero degli Esteri Marziyeh Afkham sollecitava l’arresto immediato del sostegno ai gruppi terroristici da parte di certi Stati, invitando tutti i Paesi ad adottare misure collettive per combattere il terrorismo. Il Presidente del Majlis Ali Larijani, “E’ ovvio che gli statunitensi e i Paesi vicini hanno attuato tali mosse… Il terrorismo è uno strumento delle grandi potenze per conseguire i loro obiettivi“. “L’Iraq ha le forze necessarie e i militari preparati per combattere il terrorismo e gli estremisti… Qualsiasi mossa che complichi la situazione in Iraq non sarà nell’interesse dell’Iraq e della regione“. Alaeddin Brujerdi, presidente della Commissione per la politica estera e di sicurezza della Majlis, “Il sostegno degli Stati Uniti, con invio di armi e addestramento militare (dei gruppi taqfiri), è la causa principale della diffusione del terrorismo e dei crimini disumani nella regione… L’Ummah musulmana deve porre fine agli interventi degli Stati Uniti nella regione“. Il ministro degli Esteri iraniano Mohammed Zarif, in un’intervista alla rivista New Yorker: “E’ nell’interesse di tutti stabilizzare il governo iracheno. Se gli Stati Uniti si sono rendono conto che tali gruppi rappresentano una minaccia per la sicurezza della regione, e se vogliono davvero combattere il terrorismo e l’estremismo, allora c’è una causa comune globale“. Il Contrammiraglio Ali Shamkhani, segretario del Consiglio supremo della sicurezza nazionale dell’Iran accusava Washington della creazione del SIIS. “Tutto ciò confuta la presunta cooperazione USA-Iran sull’Iraq di cui vaniloquia la ‘guerra psicologica’ occidentale contro l’Iran. Terrorismo ed instabilità contro l’Iraq sono gli obiettivi che gli Stati Uniti perseguono creando gruppi terroristici come il SIIS, ricorrendo alla cooperazione finanziaria, d’intelligenza e logistica con certi Paesi regionali nell’attuare tale politica. Chiediamo agli iracheni di restare vigili contro i complotti delle potenze straniere e di difendere il loro Paese. Qualsiasi aiuto iraniano all’Iraq sarà su base bilaterale e non avrà nulla a che fare con un Paese terzo“.

kurdistan-KRG-452x450Fonti:
al-Manar
BAS News
BAS News
Eurasia Rossa
IBTimes
Indian Punchline
Kashf al-Niqab
Veterans Today
Vineyard Saker
Vineyard Saker
War is boring

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