Magnate minerario australiano accusa la CIA di finanziare gruppi ambientalisti

Patrick O’Connor, Global Research, 23 marzo 2012 

Il quinto uomo più ricco d’Australia, il magnate minerario Clive Palmer, ha convocato una conferenza stampa per inveire contro un presunto complotto della CIA, volto a sabotare l’economia nazionale, finanziando gruppi di protesta anti-carbone e i verdi. L’episodio, alquanto strano, è servito a evidenziare un importante sviluppo politico, l’emergere di un’ala dell’elite aziendale, apertamente ostile al sostegno del governo laburista alle mosse provocatorie di Washington contro Pechino in Asia-Pacifico.
Palmer possiede Waratah Coal e Queensland Nickel e ha un patrimonio personale stimato di più di 5 miliardi di dollari. E’ da tempo attivamente coinvolto nella politica da destra, ed è tra i maggiori finanziatori del Partito Liberale Nazionale del Queensland e del Partito Liberale federale. Martedì scorso aveva presentato un documento interno prodotto da Greenpeace e da altre organizzazioni, “Arrestate il boom dell’export del carbone l’australiano“, che delinea diverse strategie per boicottare i progetti di estrazione del carbone. Parte del documento spiegava che le proposte erano “basate su ricerche approfondite nel settore del carbone australiano, rese possibili dal generoso sostegno del Fondo della Famiglia Rockefeller.”
Questa è finanziata dalla CIA,” ha dichiarato Palmer. “Basta tornare indietro e leggere il Rapporto Church degli anni ’70 e leggere le relazioni al Congresso degli Stati Uniti che hanno istituito la Fondazione Rockefeller come un condotto dei finanziamenti della CIA. Basta guardare il bilancio segreto che è stato approvato dal Congresso l’anno scorso, più grande della nostra intera economia nazionale“.
Ha affermato che i Verdi sono “uno strumento del governo degli Stati Uniti e dei Rockefeller.” Palmer ha continuato: “Non vogliamo la dominazione di una potenza straniera. Io sono prima un australiano, io non sono un americano … Ci teniamo a questo paese. E’ sotto attacco da parte di interessi stranieri. Credo che vogliono promuovere i loro prodotti a scapito dei nostri.”
Le accuse di  Palmer sembrano attingere dalle teorie del complotto per il “nuovo ordine mondiale” promosse dalla estrema destra nazionalista. La dirigenza politica e dei media è stata veloce, tuttavia, a disdegnare una qualsiasi ipotesi che agenti dei servizi segreti statunitensi svolgano un ruolo attivo nella politica australiana. Il coinvolgimento politico degli Stati Uniti, tuttavia, è una realtà ampiamente documentata, dai finanziamenti della CIA alla rivista di destra Quadrant e dalla promozione dei gruppetti anti-comunisti nel Partito Laburista negli anni ’50 e 60, alla rimozione del governo laburista Whitlam nel 1975, e al ruolo dell’ambasciata degli Stati Uniti nella rimozione di Kevin Rudd da primo ministro, attraverso le sue “fonti protette” nel partito laburista e nella burocrazia sindacale.
La questione resta comunque un argomento tabù nella politica ufficiale. In tutta la copertura sulle accuse contro i verdi, nessuna sezione dei media ha seguito le osservazioni di Palmer sul colpo di stato del 1975. “Pensate alle dimissioni di Whitlam“, ha dichiarato Palmer. “Questo è stato documentato, pensateci e dategli un’occhiata. Ciò era certamente [dietro] le dimissioni. Posso dirvelo, perché ero consapevole di ciò allora“.
Dietro la retorica anti-americana di Palmer vi sono precise preoccupazioni sull’impatto delle crescenti tensioni degli Stati Uniti con la Cina sulle sue imprese.
La classe dirigente australiana affronta il problema irrisolvibile di come allinearsi tra il suo più importante partner commerciale, la Cina, e il suo vecchio patron militare e diplomatico, gli Stati Uniti. Le sezioni dominanti della borghesia sono convinte che l’alleanza con Washington deve essere accolta, anche se l’amministrazione Obama inasprisce le sue operazioni aggressive in Asia, al fine di contrastare la crescente influenza della Cina. Rudd ha tentato di posizionare l’Australia come “media potenza” mediatrice tra le potenze rivali, ma è stato contrastato da Washington. La prima ministra Julia Gillard da allora ha allineato del tutto l’Australia all’orientamento della politica estera di Obama.
La posizione di Gillard, tuttavia, incide direttamente gli interessi commerciali di Palmer, il cui intero impero dipende, e si è sviluppato, in stretta collaborazione con la Cina. In primo luogo ha visitato la Cina da ragazzo, con il padre imprenditore, nel 1962 e, per proprio conto poi vi ha fatto più di 50 visite negli anni ’70, ’80, ’90 e dopo.
Tra i progetti più importanti di Palmer vi è il China First Coal Project nel Queensland, che dovrebbe essere la più grande miniera di carbone in Australia, quando la produzione inizierà nel 2014-2015.  Più di un miliardo di dollari in investimenti di capitale proveniente dalla banca statale cinese Eximbank. La China Metallurgical Corporation (MCC) statale è responsabile del progetto di ingegneria, approvvigionamento e costruzione. Gran parte del carbone esportato sarà acquistato nei prossimi 20 anni dalla China Power International Holding, che gestisce diverse centrali a carbone in Cina.
Palmer ha ripetutamente criticato i governi Rudd e Gillard per essersi inimicati il governo cinese. Nel 2009 e nel 2010 ha accusato il Foreign Investment Review Board (FIRB) di razzismo. “Se sei un americano e hai ucciso tua moglie, vai al Ku Klux Klan ogni settimana, vieni arrestato per droga, appena uscito di prigione puoi venire qui e investire 953 milioni dollari senza alcuna approvazione” ha detto alla Australian Financial Review. “Ma se sei un povero contadino cinese di Guangzhou, devi passare attraverso tutti i rifiuti del FIRB e probabilmente bussare di nuovo.”
Nel novembre dello scorso anno, il magnate minerario Gillard ha contestato l’annuncio che migliaia di marines degli Stati Uniti avrebbero stazionato nel nord dell’Australia. L’Australian Financial Review ha riportato che Palmer e altri dirigenti minerari avevano “snobbato” un pranzo ufficiale con il presidente Obama. “Perché pensate che dei capoccia del calibro di BHP e io, non siano andati in quella cena?” Palmer ha spiegato. “E’ perché non siamo così stupidi. Abbiamo interessi reali [in Cina] e sanno come agiscono i cinesi“.
Hugh White, un eminente analista di politica estera e critico verso gli orientamenti di Gillard riguardo gli Stati Uniti contro la Cina, aveva precedentemente sollecitato Palmer e i suoi colleghi del settore minerario a intervenire politicamente. In un articolo pubblicato lo scorso ottobre, ha spiegato: “Se le tendenze sono quelle attuali, la crescente competizione strategica tra gli Stati Uniti e la Cina è la traiettoria più probabile per il futuro dell’Asia … Alcune persone saranno scioccate dal suggerimento che i nostri dirigenti d’azienda dovrebbe iniziare a parlare di come l’Australia si debba muovere tra le secche geopolitiche future, ma in questo caso gli interessi aziendali e gli interessi pubblici coincidono. Abbiamo un interesse vitale a che il nostro governo gestisca  più seriamente il futuro dell’Australia in Asia, per contribuire a fermare l’escalation della rivalità strategica che sta già prendendo piede tra gli Stati Uniti e la Cina. Forse, se i grandi minatori lo dicessero, i nostri politici inizieranno ad ascoltare.”
Sorprendentemente, in tutta la copertura mediatica delle più recenti osservazioni di Palmer, nessuno di questi problemi è stato menzionato, tale è la loro acuta sensibilità. Tuttavia, è chiaro che enormi interessi finanziari sono alla base delle profonde divisioni all’interno della classe dirigente australiana riguardo al conflitto USA-Cina. L’aggressivo atteggiamento diplomatico/militare dell’amministrazione Obama verso la potenza asiatica può solo aggravare ulteriormente la crisi politica a Canberra, nel prossimo periodo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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