Quando la Cina incontra l’India

He Fan, The BRICS Post,19 maggio 2013

india_china_flagIl presidente cinese Xi Jinping ha scelto la Russia quando ha compiuto la sua prima visita di Stato.  Ora Li Keqiang, il nuovo premier, ha scelto l’India come prima tappa del suo debutto all’estero.  Entrambe le scelte echeggiano la politica della costruzione dei “nuovi rapporti tra grandi potenze”, una frase coniata di recente dalla nuova dirigenza. Ma cosa significa esattamente “nuovi rapporti tra grandi potenze” per la Cina e l’India? Le due nazioni sono così vicine, eppure così poco familiari. E’ quasi come se la Cina venisse da Marte e l’India da Venere. La Cina e l’India condividono un confine di oltre 2.000 chilometri, separati dall’Himalaya innevata. La prima visita di Li Keqiang in India, dopo che la secolare disputa di confine sull’Himalaya occidentale è divampata a metà aprile, quando l’India e la Cina vi hanno trasferito truppe. Il ministro degli Esteri indiano Salman Khurshid ritiene che questo stallo sia solo “l’acne che può essere risolto semplicemente applicando un unguento”. Probabilmente ha ragione, ma c’è da chiedersi perché ciò sia descritto soltanto come un esercizio “giovanile” tra due Paesi, due antiche civiltà confinanti che vantano una storia di 5000 anni.
La cooperazione economica è sempre stata convenientemente chiamata ad appianare le dispute di confine. Per coloro interessati al commercio e agli investimenti, la disputa di confine è insignificante. Il commercio bilaterale tra i due è aumentato da 2,9 miliardi dollari di dollari nel 2000 a circa 80 miliardi di dollari nel 2012. La Cina è ora il terzo partner nelle esportazioni dall’India e la più grande fonte di importazioni indiane.  L’India è il settimo partner nelle esportazioni dalla Cina e il 20° nelle importazioni cinesi. I leader di entrambi i Paesi hanno fiduciosamente proposto l’obiettivo di incrementare il commercio bilaterale a 100 miliardi di dollari entro il 2015. Secondo le nostre stime, il commercio bilaterale tra la Cina e l’India potrebbe raggiungere i 500-700 miliardi entro il 2020. Gli investimenti bilaterali, inoltre, sono aumentati in modo significativo dopo il 2000. Gli investimenti diretti della Cina in India sono aumentati di diciassette volte dal 2006 al 2011, e gli investimenti dell’India in Cina sono aumentati rapidamente dal 2000 al 2008, ma sono diminuiti dopo la crisi finanziaria globale. La relazione economica tra la Cina e l’India, tuttavia, è piuttosto asimmetrica. L’India ha un ampio deficit commerciale con la Cina, passando ai 27 miliardi dollari nel 2011 dai 4,3 miliardi nel 2006. E gli investimenti bilaterali, in particolare, sono insignificanti, considerando le economie emergenti dei due vicini. Gli investimenti in India della Cina sono circa lo 0,01-0,05 per cento degli investimenti esteri globali della Cina e gli investimenti dell’India in Cina corrispondono soltanto a circa lo 0,2 per cento degli investimenti esteri dell’India. Cercando di ridurre il crescente squilibrio commerciale con la Cina, l’India ha più volte avviato indagini anti-dumping sulle importazioni dalla Cina. D’altra parte, le imprese cinesi spesso lamentano la politica discriminante dell’India contro gli investimenti cinesi. E’ in questa prospettiva che la visita del premier cinese assume un ruolo importante.
La visita a Delhi di Li Keqiang offre un’occasione d’oro ad entrambi i Paesi per scrivere un nuovo e più positivo capitolo nelle relazioni Cina-India e non deve essere sprecata. Non può essere trascurato che le basi per forgiare legami più forti tra Pechino e New Deli dovrebbero poggiare sui vantaggi comparati dei due Paesi. Il settore manifatturiero della Cina è molto competitivo, anche per gli standard internazionali. Ma con l’aumento del costo del lavoro in Cina, e la politica dell’”andare all’estero” che incoraggia le imprese cinesi a investire in modo più aggressivo nei mercati esteri, sempre più aziende cinesi aumenteranno gli investimenti esteri. L’India può cogliere l’occasione per incoraggiare gli investimenti cinesi. Il vantaggio principale di avere maggiori investimenti cinesi non è l’acquisizione di tecnologie d’avanguardia, ma la creazione di maggiori opportunità di lavoro, soprattutto per i lavoratori non qualificati. Un altro settore chiave nell’incontro Cina-India dall’enorme potenziale sia negli investimenti che nelle infrastrutture. Negli ultimi anni, il famigerato “Made in China” affronta la grande sfida della nuova etichetta “Costruito dalla Cina”. Le dimensioni inaudite del nuovo sviluppo che ha caratterizzato gli ultimi tre decenni, ciò che alcuni hanno definito “miracolo cinese”, evidenziano ancora una volta l’importanza degli investimenti. Viaggiando in Cina vedrete grandi autostrade, ferrovie ad alta velocità, aeroporti e fantastici edifici moderni sorgere dappertutto. L’India ha ribadito in modo analogo l’importanza degli investimenti nel raggiungimento della crescita. Secondo il dodicesimo piano quinquennale dell’India, gli investimenti aumenteranno a 1,2 trilioni di dollari, rappresentando l’8-8,5 per cento del suo PIL. Un obiettivo così ambizioso ha bisogno di essere corretto dal sostegno degli investimenti esteri. L’India ha bisogno di espandere notevolmente le fonti e il volume del finanziamento per le infrastrutture disponibili.
Con il forte calo degli investimenti da Stati Uniti e Europa dopo la crisi finanziaria globale, l’India deve contare di più sulla cooperazione Sud-Sud e la Cina dovrebbe essere il partner più logico. Dei fondi d’investimento bilaterali o multilaterali India-Cina per le infrastrutture possono essere stabiliti per investire in settori quali l’energia, il trasporto, le telecomunicazioni e l’urbanistica. Se la Cina è chiamata la ‘fabbrica del mondo’, l’India è l”ufficio del mondo’. L’India ha aggiornato il suo assai dinamico settore dei servizi, soprattutto nel settore IT, in modo significativo dal 2000. L’India ha anche la sua nicchia nel settore farmaceutico da 26 miliardi di dollari nell’industria indiana dei farmaci generici che fornisce la gran parte delle medicine accessibili al mondo in via di sviluppo. Curiosamente, il nuovo corso delle riforme strutturali in Cina sottolinea anch’esso lo sviluppo del proprio settore dei servizi. IT e assistenza sanitaria sono tra le priorità del programma di riforme della nuova amministrazione cinese. Sarà abbastanza sorprendente vedere che tipo di cooperazione Cina e India possono concludere in queste aree. Uno sforzo congiunto qui, sicuramente, toccherebbe le leve di un nuovo tipo di rivoluzione industriale.
Entrambi i Paesi hanno la carta vincente, sotto forma di ampio serbatoio di ingegneri e scienziati di alta qualità, ma ancora dal relativamente basso salario, e di spinta dei grandi mercati nazionali. Non sarebbe sorprendente, allora, vedere la Cina e l’India compiere balzi per vincere nella concorrenza in molti settori dell’alta tecnologia. Tuttavia, vi sono questioni cruciali da affrontare prima di scatenare l’enorme potenziale della cooperazione reciproca tra le due dinamo della crescita. Per cominciare, l’India deve costruire una base produttiva più matura, e la Cina deve aprire il suo settore dei servizi. Un programma di cooperazione multi-paradigma a pieno titolo tra la Cina e l’India, avrebbe effetti tettonici di vasta portata e posizionerebbe le relazioni tra Cina e India su un’orbita diversa. Potrebbe anche aprirsi la strada a un coordinamento più stretto, negli affari internazionali e regionali, tra le due potenze più importanti della regione. E sarebbe una benedizione per l’Asia e il mondo intero, se i due vicini potessero farlo rispettando le reciproche preoccupazioni.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’editore.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il primo Drone-Killer della Cina?

David Axe Wired 10 maggio 2013

942114Un paio di foto sgranate prese da da lontano potrebbero essere ora la migliore prova del primo drone aereo militare, a getto e presumibilmente armato, di Pechino. Le immagini, una delle quali ritagliate e zummate dagli utenti di Internet, è stata qui riprodotta per la prima apparizione nel mondo anglofono, sul forum Web Secretprojects.co.uk. Le foto seguono a ruota l’altrettanto ambigue prime foto dei due prototipi di caccia stealth della Cina (nel 2010 e nel 2012) e del suo aereo da trasporto pesante (quest’anno). Una foto sfocata e presa da lontano, ancora più ambigua, forse raffigurante il nuovo drone, è apparsa su un sito russo a marzo.
Ancora i cinesi, ‘Ci risiamo?‘”, il giornalista Bill Sweetman di Aviation Week così ha scherzato, dopo aver visto le immagini dei presunti droni armati. C’è consenso tra gli osservatori della Cina sul fatto che il velivolo raffigurato nelle foto sia il Lijian, ossia “Spada affilata”, un Unmanned Combat Aerial Vehicle nato dalla collaborazione tra le aziende aerospaziali cinesi Shenyang e Hongdu. Propulso da un singolo motore a reazione e dotato di un carrello di atterraggio triciclo, l’UCAV Lijian sembra sfoggiare una cellula ad ala volante, condivisa da diversi prototipi di droni-killer made in USA. La cellula ad ala volante, utilizzata anche dal bombardiere stealth B-2, è ideale per i velivoli  radar-furtivi. Oltre alla sua fusoliera e alle possibili qualità radar-eludenti, non si sa molto del nuovo drone. Ma questo non significa che l’aspetto del robot sia inedito. La Cina ha già presentato un rudimentale drone armato ad elica. E nell’ultima edizione della relazione annuale del Pentagono (.pdf) sulle capacità militari cinesi, pubblicata all’inizio di questa settimana, ha previsto che un più sofisticato UCAV cinese avrebbe presto fatto la sua apparizione. “L’acquisizione e lo sviluppo di un Unmanned Aerial Vehicles a lungo raggio… e di un Unmanned Combat Aerial Vehicle, aumenterà la capacità della Cina di condurre ricognizioni a lungo raggio ed operazioni di attacco“, afferma il rapporto. Vale la pena notare che la Cina è l’ultima grande potenza aerospaziale a presentare un primo prototipo di drone armato a reazione e furtivo (con bassa firma radar). Gli Stati Uniti sono in testa, avendo testato non meno di cinque UCAV dalla fine degli anni ’90 e avendo anche una versione non armata, l’RQ-170, in servizio operativo. L’Europa ha i modelli Taranis e Neuron in fase di sviluppo e la Russia sta lavorando a una versione del MiG Skat.
Come i progettisti di droni di tutto il mondo hanno scoperto, le cellule sono spesso la parte più facile del sistema da realizzare. Ciò che è difficile sono il software, la trasmissione dati, i sistemi di controllo e i carichi utili che rendono quel che sono essenzialmente dei grandi aeromodelli efficaci armi robotiche. Ed è con questi sottosistemi principali che la Cina probabilmente avrà più problemi. Il rapporto sulla Cina del Pentagono elenca specificamente “elettronica a stato solido, microprocessori e sistemi di guida e controllo” le tecnologie che Pechino trova più facile comprare o rubare da Stati Uniti, Europa e Russia, piuttosto che sviluppare da sola. Gli esperti statunitensi temono che la Cina possa avere accesso alla tecnologia dei droni statunitensi grazie all’RQ-170 atterrato in Iran nel 2011.
Finora il Lijian sembra esser stato avvistato solo in fase di rullaggio lungo una pista, durante i test a terra. Non è chiaro se i suoi sviluppatori possano tentare un primo volo. Ancora meno chiaro è se e quando il drone armato cinese possa entrare in servizio.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’evoluzione della competizione strategica nell’Oceano Indiano

Salman Rafi Sheikh (Pakistan) Oriental Review 19 aprile 2013

L’area dell’Oceano Indiano sarà il vero nesso delle potenze mondiali e dei conflitti nei prossimi anni. E’ qui che la lotta per la democrazia, l’indipendenza energetica e la libertà religiosa sarà persa o vinta.” (Robert D. Kaplan)

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L’Oceano Indiano, una volta considerato un ‘oceano trascurato’, oggi, diventata il fulcro delle attività politiche, strategiche ed economiche a causa della presenza di navi convenzionali e nucleari delle grandi potenze della zona, e per la propria importanza economica e strategica. 36 Stati si affacciano sull’Oceano Indiano, presenti sulla sua fascia costiera. Inoltre, vi sono undici Stati nell’entroterra, ad esempio Nepal e Afghanistan che però sono senza sbocco sul mare, ma sono molto interessati dalla politica e dal commercio dell’Oceano Indiano. L’oceano contiene diversi minerali importanti: l’80,7% dell’estrazione mondiale di oro, il 56,6% dello stagno, il 28,5% del manganese, il 25,2% del nichel e il 77,3% della gomma naturale. Il più alto tonnellaggio delle merci mondiali, il 65% del petrolio mondiale e il 35% del gas, che si trovano nei Paesi rivieraschi, vi passano. La regione oggi è un’arena della geopolitica contemporanea. Strategicamente, l’Oceano Indiano ha un’importanza cruciale, soprattutto per la presenza delle maggiori potenze nella regione e del potenziale delle potenze regionali, di cui tre sono nucleari: Pakistan, Cina e India. Questo è il motivo per cui le potenze regionali ripongono grande fiducia nella realizzazione di una flotta di sottomarini lanciamissili e di SLBM per una seconda capacità di attacco, per mantenere l’equilibrio di potenza, al fine di scoraggiare l’egemonia di una qualsiasi potenza regionale o extra-regionale.
Gli USA hanno creato una loro base navale nell’Oceano Indiano a Diego Garcia, che costituisce una minaccia per gli Stati regionali e protegge gli interessi vitali degli Stati Uniti nella regione. Le relazioni politiche nel e intorno l’Oceano Indiano possono avere implicazioni significative per gli Stati Uniti riguardo la loro nuova strategia del “Perno Asiatico”. La nuova US Strategic Guidance 2012 collega l’economia e la sicurezza degli Stati Uniti agli sviluppi nel Oceano Indiano, elevando l’India alla posizione di partner strategico di lungo termine che serve “da ancoraggio regionale”. I documenti ufficiali dichiarano inoltre che l’Iran e la Cina sono i due Stati che più rischiano di utilizzare mezzi asimmetrici per contrastare le aree di interesse degli Stati Uniti. La collusione indo-statunitense nell’Oceano Indiano ha reso diffidenti Pakistan e Cina nelle loro aperture semi-ostili, quindi spingendo alla conseguente concorrenza strategica nella regione e all’impiego di strategie dipendenti dalle risorse, per contrastare e controbilanciare le manovre degli Stati avversari.
Il mondo starebbe entrando nell’era della geo-energia dove le questioni di sicurezza energetica (sicurezza della domanda e sicurezza dell’approvvigionamento) condizioneranno le relazioni tra Stati portando alla riconfigurazione della gerarchia delle potenze mondiali. La sicurezza energetica avrà un ruolo determinante nella creazione di situazioni di conflitto o cooperazione. Il Paese che detiene la posizione preminente nell’Oceano Indiano rischia di controllare il flusso di energia non solo per l’Asia orientale, futuro centro del potere economico mondiale, ma anche per altre regioni.  Attualmente, gli Stati Uniti d’America, la più potente forza navale del mondo, dominano la regione e gli Stati regionali, e in particolare la Cina cerca di bilanciare il potere degli Stati Uniti nella regione, al fine di proteggere gli interessi della propria economia in crescita e del proprio fabbisogno energetico. La domanda per cui è così importante dominare l’Oceano Indiano, può avere una risposta mettendo in evidenza il fatto che il petrolio inviato dal Golfo Persico a quasi tutto il mondo, attraversa l’Oceano Indiano e attraversa lo Stretto di Malacca diretto verso Cina, Corea e Giappone. Se un’altra potenza vi si ancora, i Paesi importatori di petrolio subirebbero duri colpi.  Poiché la strategia è dominare le rotte petrolifere, gli Stati Uniti hanno in questi ultimi anni coperto di attenzioni India, Vietnam e Singapore, che si trovano su tali rotte.
Le coste del Pakistan si affacciano solo sull’Oceano Indiano, un punto di accesso fondamentale per il commercio e in particolare per l’approvvigionamento energetico. I grandi interessi del Pakistan nell’Oceano Indiano impediscono all’India di dominare le zone più vicine al Pakistan stesso, e di proteggere le sue vitali vie d’importazione ed esportazione. Il Pakistan da solo può fare relativamente poco verso la presenza navale indiana nell’Oceano Indiano, pertanto, si è dedicato a due proposizioni: sviluppare la propria potenza navale e avere dei grandi contrappesi esterni. Probabilmente gli Stati Uniti non sono visti dal Pakistan come partner affidabili per puntellare la propria sicurezza nell’Oceano Indiano, soprattutto alla luce del crescente dialogo ai vertici tra Stati Uniti e India sulla sicurezza dell’Oceano Indiano. Il contrappeso più importante è la Cina. Il Pakistan si trova a beneficiare del “filo di perle”, a cui ha quindi consegnato dei diritti operativi. La partecipazione dell’Oceano Indiano alla sicurezza economica del Pakistan, come per l’India, è notevole: la sua fragile bilancia dei pagamenti dipende dal commercio marittimo, il 95% del suo commercio e il 100% delle sue importazioni di petrolio avvengono attraverso l’Oceano Indiano. Essendo obiettivo principale del Pakistan neutralizzare l’India per garantirsi i propri interessi economici ed energetici, si allea con la Cina e allo stesso tempo migliora la propria potenza navale e militare.
Mentre l’Oceano Indiano è un centro energetico, l’India cerca di migliorare il suo coinvolgimento nella regione, cercando di aumentare la sua influenza sul Plateau dall’Iran al Golfo di Thailandia.  L’India presto diventerà la quarta più grande consumatrice di energia del mondo, dopo gli Stati Uniti, la Cina e il Giappone: dipendente dal petrolio per circa il 33 per cento del suo fabbisogno energetico, del quale importa il 65 per cento, e il 90 per cento delle sue importazioni di petrolio potrebbe presto provenire dal Golfo Persico. Un’altra ragione alla base dello sviluppo della potenza navale dell’India è il “dilemma di Ormuz”, la sua dipendenza dalle importazioni che attraversano lo stretto vicino al coste di Makran, nel Pakistan, dove i cinesi aiutano i pakistani a sviluppare porti oceanici. Per proteggere i propri interessi vitali e per affermarsi come superpotenza, l’India amplia la sua flotta con lo stesso spirito. Con le sue 155 navi da guerra, la marina indiana è già una delle più grandi del mondo, e prevede di aggiungervi tre sottomarini a propulsione nucleare e tre portaerei nel 2015, rendendo la marina indiana una flotta oceanica. Gli obiettivi critici dell’India,  ampliando la sua marina, non sono solo economici e di sicurezza ma anche l’”autonomia strategica”, una politica in armonia con l’obiettivo indiano di raggiungere lo status di superpotenza, ed è in questo contesto che si vedrà più che mai l’India opporsi alla presenza di altre potenze regionali nell’Oceano Indiano. Per l’India, la presenza di potenze regionali esterne crea tensioni nella regione, cosa pregiudizievole per i suoi sensibili interessi; l’India vuole sostituire quelle potenze e dominare la regione. Tra gli ultimi sviluppi che la Marina indiana ha effettuato, vi è stata l’inaugurazione della più recente base della marina militare indiana, l’INS Dweeprakshak, nelle Isole Laccadive sotto il Comando Navale Sud, il 1° maggio 2102. È stata pensata per affrontare la strategia cinese del ‘filo di perle’ che separa l’India dalle altre nazioni dell’Oceano Indiano. Possiamo valutare il grado di ansia dell’India nel proiettarsi come superpotenza emergente, osservandone le spese per  questo aspetto della potenza. L’India prevede di spendere quasi 45 miliardi dollari nei prossimi 20 anni per 103 nuove navi da guerra, tra cui cacciatorpediniere e sottomarini nucleari. In confronto, gli investimenti della Cina nello stesso periodo sono stimati a circa 25 miliardi di dollari per 135 imbarcazioni.
Infatti, mentre l’India estende la sua influenza a est e ad ovest, a terra e in mare, si scontra con  la Cina, anch’essa preoccupata di proteggere i propri interessi in tutta la regione, espandendo la propria proiezione. La preoccupazione fondamentale che anima gli interessi cinesi nell’Oceano Indiano è la sicurezza energetica, un imperativo ampiamente dibattuto nei media e dagli studi accademici, che affronta il “dilemma di Malacca” (l’eccessiva dipendenza della Cina da questo stretto, a sua volta obiettivo degli USA per controllare politicamente questo stretto, per poter manipolare il fabbisogno energetico della Cina). Non è esagerato dire che chi controlla lo Stretto di Malacca controllerà le rotte energetiche della Cina. L’eccessiva dipendenza da questo stretto costituisce una grave minaccia potenziale alla sicurezza energetica della Cina. Lo Stretto di Malacca è senza dubbio una rotta marittima cruciale che permetterà agli Stati Uniti di cogliere la superiorità geopolitica, limitando l’ascesa della grande potenza e controllando il flusso di energia mondiale. Il governo cinese spera infine di bypassare, almeno in parte, lo stretto, trasportando petrolio e altri prodotti energetici attraverso autostrade e condotte dai porti sull’Oceano Indiano al cuore della Cina. Il governo cinese ha già adottato la strategia del “filo di perle” per l’Oceano Indiano, che consiste nel creare una serie di porti in Paesi amici lungo le coste settentrionali dell’oceano, come Gwadar in Pakistan, una porto a Pasni, in Pakistan, a 75 miglia est di Gwadar, a cui unirlo con una nuova autostrada, una stazione di rifornimento sulla costa meridionale dello Sri Lanka, e un impianto per  container dall’ampio accesso navale e commerciale a Chittagong, in Bangladesh. Il governo cinese  immagina anche un canale attraverso l’istmo di Kra, in Thailandia, per collegare l’Oceano Indiano alle coste sul Pacifico della Cina; un progetto pari al canale di Panama e che potrebbe far pendere ulteriormente la bilancia del potere in Asia a favore della Cina, fornendo alle fiorenti marina militare e flotta commerciale della Cina un facile accesso a una vasta continuità oceanica che si estende dall’Africa orientale al Giappone e alla penisola coreana. Oltre a questa strategia, la Cina coltiva rapporti con Paesi della regione attraverso accordi di aiuti, commerciali e per la difesa. Un fattore importante che spinge la Cina a costruire rotte alternative è il fatto che la Marina indiana presto sarà la terza più grande al mondo dopo quelle di Stati Uniti e Cina, operando come ostacolo all’espansione militare cinese. La marina popolare è in espansione anch’essa, e riconfigura il suo ruolo in vista delle mutate circostanze e della crescente importanza dell’Oceano Indiano. La Marina dell’Esercito di Liberazione popolare ha progressivamente aumentato la sua influenza marittima trasformandosi da flotta di difesa costiera a una forza capace di continue operazioni in mare aperto, ragionevolmente commisurata allo status di super-potenza della Cina.
Una delle sfide più grandi che gli Stati Uniti d’America si trovano ad affrontare nella politica mondiale è situata nell’Oceano Indiano, dove Cina e India emergono come principali potenze marittime e economiche, sfidando la decennale egemonia degli USA. Il compito della Marina degli Stati Uniti sarà, quindi, sfruttare tranquillamente la potenza navale dei suoi più stretti alleati: l’India nell’Oceano Indiano e il Giappone nel Pacifico occidentale, per imporre limiti all’espansione della Cina. Uno dei principali obiettivi degli Stati Uniti d’America è ridurre e rallentare l’aumento degli IDE cinesi nei Paesi regionali e di suscitare aree di conflitto. Com’è ovvio, gli Stati Uniti d’America sono interessati a istigare gli Stati regionali ad ostacolare l’espansione della Cina nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Cinese Orientale, nel limitare gli IDE cinesi e ad allontanare i Paesi dal campo cinese. Gli Stati Uniti d’America non vogliono che la regione sia dominata da un singolo Stato, perché potrebbe turbare gravemente gli interessi economici a lungo termine degli USA, così come disturbare l’equilibrio di potere nella regione. Ciò soprattutto in vista dello spostamento del centro economico da ovest a est. Se controllati da una qualsiasi nazione [asiatica], i punti chiave  nell’Oceano Indiano, tra lo Stretto di Malacca, lo Stretto di Hormuz e Bab el Mandeb, potrebbero mutare la bilancia commerciale ulteriormente a favore dell’Asia. La pirateria nello stretto di Malacca dimostra cosa può accadere quando non è possibile garantire l’accesso libero e sicuro attraverso un punto di passaggio. Ma il dilemma degli USA è che non possono impedire o bloccare i rifornimenti di Cina e India, in quanto ciò rallenterebbe l’economia mondiale, ma monopolizzare l’approvvigionamento energetico controllando gli Stati dell’Asia centrale. Un altro dilemma degli USA è che non possono emarginare del tutto la Marina cinese. Gli USA colgono ogni occasione per cercare d’incorporare la marina cinese nelle alleanze internazionali, mentre l’intesa USA-Cina sul  mare è fondamentale per la stabilizzazione della politica mondiale del XXI.mo secolo. Tuttavia, per raggiungere gli obiettivi regionali, gli USA giocano sul problema India-Cina per un proprio tornaconto. Continuando ad impegnarsi con l’India, perseguono la loro strategia di accerchiamento della Cina. Come parte della strategia, incoraggiano l’India a stabilire relazioni con gli Stati dell’Asia centrale e sud-orientale. Lo scopo è contenere l’influenza cinese. Gli USA rafforzano anche la loro presenza navale nella regione, riconoscendo il fatto che questa regione ottiene una posizione centrale negli affari politici mondiali. E’ in questo contesto che il cambiamento strategico del “perno asiatico” degli Stati Uniti dovrebbe essere compreso e analizzato.
L’Iran è l’altra potenza emergente dell’Oceano Indiano e che controlla lo Stretto di Hormuz, assai  importante, essendo un punto di transito che può potenzialmente innescare conflitti regionali. Come sottolineato in precedenza, questa via di transito è responsabile dei rifornimenti di petrolio alla maggior parte del mondo. Perciò, il controllo di questa rotta è di importanza strategica per gli Stati Uniti, ed è probabilmente più cruciale per l’Iran averne il controllo e usarlo come strumento per estendere il proprio potere e usarlo come leva per negoziare con gli Stati Uniti e i loro alleati sulla questione nucleare iraniana. Se o meno l’Iran scelga di bloccare lo stretto è una questione controversa, tuttavia, è evidente in molte dichiarazioni ufficiali iraniani che l’Iran considera questa opzione come praticamente realizzabile, per via della deterrenza cui è interessata. Rispondendo all’embargo petrolifero dell’Unione europea con lo spettacolo provocatorio della forza militare e di rinnovate minacce di chiudere lo Stretto di Hormuz, l’Iran avverte l’occidente che non sarà una vittima passiva della guerra economica. D’altro lato, preservare la sicurezza dello Stretto di Hormuz è una priorità della strategia della deterrenza difensiva dell’Iran nel Golfo Persico. La politica iraniana sarà certamente misurata e razionale, basata sulla piena responsabilità e tenendo conto delle realtà geo-politiche della regione, ma in nessun modo permetterà ad altri di mettere in pericolo i propri interessi legittimi.
Tutto ciò dimostra che l’Oceano Indiano ha assunto un ruolo centrale nelle strategie delle maggiori potenze mondiali e regionali. Come microcosmo del mondo in generale, la regione dell’Oceano Indiano si trasforma in una zona sia di “sovranità ferocemente custodite” (con economie e potenze militari in rapida crescita) che di “stupefacenti interdipendenze” (con i suoi oleodotti e rotte terrestri e marittime). Per la prima volta dall’assalto portoghese nella regione, nei primi anni del XVI° secolo, la potenza dell’occidente è in declino, ma in modo sottile e relativo. Sebbene gli USA cerchino di darvi nuovo impulso e di riconfigurarlo, potrebbero non essere in grado di affermare la propria posizione dominante nella regione. Gli indiani e i cinesi sono suscettibili di entrare nella dinamica della rivalità tra grandi potenze in queste acque, con i loro interessi economici da grandi partner commerciali, bloccandosi in un abbraccio disagevole, mentre il Pakistan continuerebbe a far valere la propria posizione stabilendo un’alleanza con la Cina e costruendo la propria potenza, soprattutto navale. Tenuto conto delle circostanze e delle realtà geo-politiche, gli USA dovranno cambiare atteggiamento, dal dominio a una sorta di relazione indispensabile con le potenze regionali, tra cui l’Iran e il Pakistan. In futuro, agirebbero da ‘bilanciamento’ tra Cina e India. Ciò che diventa evidente, con l’evolversi delle cose, è che nessun singolo Stato potrà dominare la regione da solo e, quindi, una sorta di sistemazione multilaterale dovrà stabilirsi, sulla cui base ogni Paese potrà “equamente” perseguire i propri obiettivi.

LI4B20FCB4026C7Note:
1.Quadrennial Defence Review Report, febbraio 2010, Department of Defence: Washington DC.
2.Asia Pacific Research Centre, “Energy in China: Transportation, Electric Power and Fuel Markets” (Tokyo: Asian Pacific Research Centre, 2004)
3.Robert D. Kaplan, “Center Stage for the Twenty-First Century”, (Foreign Affairs, marzo/aprile 2009)
4.Nathaniel Barber, Kieran Coe, Victoria Steffes, Jennifer Winter, “China in the Indian Ocean: Impacts, Prospects, Opportunities”, (Robert M. Lafollette School of Public Affairs, University of Wisconsin-Madison, Spring 2011)
5.Africa-Asia Confidential, “The battle for the Indian Ocean”, maggio 2009.
6.Selig S. Harrison ed. Super Power Rivalry in the Indian Ocean: Indian and American Perspectives (New York: Oxford University Press, 1989)

Oriental Review ringrazia Salman Rafi Sheikh, laureato in Relazioni Internazionali presso la Quaid-I-Azam di Islamabad, per il suo gentile contributo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché Washington non gradisce che la Russia esporti gas nell’Est asiatico?

Konstantin Penzev (Russia) Oriental Review 16 aprile 2013 – New Oriental Outlook

cooperation_sino_russeIl mondo sta diventando sempre più multipolare, e gli Stati Uniti sono solo uno dei poli. Hanno una grande marina e si sforzano disperatamente di controllare tutti gli oceani del mondo e, quindi, le principali rotte commerciali. Gli Stati Uniti sono anche il centro finanziario mondiale. Il dollaro funziona come moneta mondiale, e la Federal Reserve lo stampa. Gli Stati Uniti non fabbricano pantaloni, ma si possono acquistare dalla Cina. Il polo industriale si è spostato in Cina non molto tempo fa. La Cina ha un enorme forza lavoro qualificata che opera a buon mercato, ed ha anche un ambiente economico favorevole. La Cina ha bisogno di molto petrolio e gas per far sì che i pantaloni siano indossati da persone di tutto il mondo, non solo negli Stati Uniti. Le aziende cinesi usano i dollari per acquistare petrolio e gas in tutto il mondo, ma soprattutto dal mondo arabo, dai Paesi del Golfo Persico in particolare. Questi Paesi sono sotto il controllo militare e politico degli Stati Uniti (tranne l’Iran). Questo è un circolo chiuso. Gli Stati Uniti fanno tintinnare le loro sciabole, i lavoratori cinesi cuciono i jeans e gli sceicchi arabi hanno un vivace commercio con le materie prime energetiche.
C’è un Paese che è un esportatore di petrolio e gas da un lato e, dall’altro possiede un potente esercito e un grande arsenale di missili a testata nucleare, che non rientra in questo ben oliato sistema costruito da Washington. Questo Paese è la Russia. Inoltre, la Russia ha il GLONASS e veicoli spaziali, mentre gli Stati Uniti hanno il GPS ma non le astronavi. Le hanno perse a causa delle carenze di bilancio, che hanno avuto un ruolo preciso nella loro scomparsa. Così, gli Stati Uniti hanno dollari ma non astronavi, che affittano dalla Russia utilizzando i dollari, naturalmente.
Il problema è che il numero di dollari in circolazione è in aumento, ma il loro potere d’acquisto è in calo. Mille dollari significavano qualcosa dieci anni fa, ma non oggi. Non tanto perché la Russia ama di meno il dollaro, ma perché ha iniziato ad amare di più gli yuan, quei pezzi di carta colorata con il ritratto del grande presidente cinese Mao Tse-tung. Mao valutava i diritti umani ancor meno del compagno Stalin, ma è possibile acquistare un sacco di prodotti di alta qualità a buon mercato con gli yuan. Inoltre, i comunisti cinesi amano acquistare (o semplicemente copiare) le armi russe.  Potrebbe piacergli mettere le mani sulle armi statunitensi, preferibilmente quelle più avanzate, ma gli imperialisti di Washington non si fidano dei loro partner economici di Pechino. Liu Guchang, ambasciatore della Cina in Russia, ha colto l’essenza del conflitto (hegeliano) nella politica mondiale quando ha osservato che la Cina sta cercando di diversificare le sue importazioni energetiche, e la Russia le sue esportazioni di energia. Ha fatto questa dichiarazione in occasione del lancio del progetto per la costruzione dell’oleogasdotto ESPO.
Ciò che gli Stati Uniti vogliono è controllare tutto, soprattutto il commercio mondiale di energia. Il petrolio e il gas vengono pagati in dollari sul mercato mondiale, e non appena qualcuno vuole gli yuan o l’euro in cambio delle materie prime energetiche, questo “qualcuno” si scopre essere un dittatore e un tiranno che viola i diritti umani e che possiede armi chimiche. Gli Stati Uniti non amano tanto i Paesi che dispongono di armi nucleari, ma non possono fargli nulla. Il grande leader nordcoreano Kim Jong-Un ha recentemente promesso di scatenare un attacco nucleare contro le basi statunitensi in Corea del Sud, Hawaii, Guam e Giappone se provocato dagli Stati Uniti. Allora, cosa si può fare? Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha rinviato un lancio di prova di un suo ICBM Minuteman-3. Il Pentagono è giunto a tale decisione per evitare di aggravare la situazione nella penisola coreana. Gli statunitensi sono un popolo potente. Ma sono anche un popolo molto nervoso. Kim Jong-Un n’è consapevole e conduce periodicamente test missilistici o nucleari.
Tornando al tema della diversificazione dell’import-export, vorrei sottolineare che il presidente Obama e, soprattutto, la signora Clinton, non sono esattamente entusiasti del fatto che Cina e Russia  stiano migliorando le rispettive relazioni. In particolare che le vendite di petrolio e gas russi alla Cina siano in aumento. Mosca e Pechino possono infine rifiutarsi di utilizzare i dollari USA nel regolare i pagamenti, e poi la fine del mondo, che non si è avuta nel dicembre 2012 finalmente accadrebbe, almeno per i politici della Casa Bianca e i loro compatrioti della Federal Reserve.
Ancora una volta, gli statunitensi sono un popolo potente. La loro forza è che non sono abituati a restarsene fermi mentre qualcuno o qualcosa minaccia i loro profitti. Karl Marx ha detto una volta che i capitalisti sono capaci di ogni crimine per un profitto del 300%. Era così  prima, durante la dura era imperialista, quando gli Stati Uniti importavano schiavi dall’Africa, piuttosto che petrolio. Le cose oggi sono diverse. I capitalisti moderni sono ancora in grado di commettere qualsiasi crimine, ma per difendere i diritti umani e lottare contro la corruzione, non per dei soldi che disprezzano. Non appena è iniziata la costruzione dell’ESPO, Aleksej Navalnij, socio di minoranza della Rosneft, apparendo dal nulla ha annunciato al mondo attonito che ci sono dei ladri in Russia.  Poi si è scoperto che Navalnij ha apparentemente rubato alcune cose egli stesso: una distilleria, il denaro del partito e un po’ di legname. E’ difficile dire se l’ha fatto o no. Un comitato investigativo russo è attualmente all’opera al riguardo. Ma resta il fatto che la costruzione dell’ESPO ha generato un po’ di rumore, “ma senza interferenze esterne”, naturalmente. Il problema principale che gli Stati Uniti hanno con l’ESPO è che la Cina ottiene petrolio e gas dalla Russia attraverso un gasdotto  terrestre e non con le superpetroliere che attraversano lo Stretto di Malacca. Ciò significa che le portaerei statunitensi non rappresentano una minaccia per l’ESPO. Un’operazione di terra contro la Russia non avrebbe senso per nessuno, e l’esercito statunitense sicuramente non è all’altezza di un simile compito.
Un altro punto a favore è che il petrolio della Siberia orientale è migliore del petrolio degli Urali, che attualmente è la principale merce dell’esportazione petrolifera della Russia. Contiene meno zolfo e altre impurità, ed è più leggero. Avrà una domanda levata. Così, il prezzo fissato per il petrolio di Dubai, la cui produzione è controllata dagli sceicchi arabi (o da chi per loro) può essere messo in discussione in futuro. Questa situazione non ispira gli sceicchi arabi e i loro protettori di Washington dall’ottimismo storico, e sono nervosi. Quali azioni possono intraprendere i tizi del governo degli Stati Uniti e dei Paesi esportatori di petrolio, o meglio, hanno già fatto qualcosa per trovarsi in questa situazione, adesso? Dal momento che la pressione militare diretta sulla Russia non è molto promettente, possono ricorrere ai tradizionali metodi politici anglosassoni. Cioè, possono trovare delle persone in Russia, dal nobile titolo di “agenti di influenza”, che accetteranno di aiutarli a contrastare la costruzione dell’ESPO per soldi o per “il grande amore per la Patria”.
Prima di tutto, tutti coloro che in Russia combattono la corruzione sono mobilitati. C’è la corruzione in Russia, non c’è? Vi è qualcosa di eccezionale, non c’è motivo di elaborare qualcosa di simile alla lista Magnitskij o di usare qualcosa che già esiste. Cioè, si può tentare di intimidire alcuni alti funzionari del governo russo. Le grida sulla corruzione possono essere facilmente utilizzate come motivo per congelarne i conti bancari. E questo è un bene. In secondo luogo, tutti questi burattinai d’oltreoceano hanno mobilitato un gran numero di attivisti russi per proteggere l’ambiente, le tigri e le piante autoctone della taiga. Le tigri stanno soffrendo, e la vegetazione sta appassendo. In terzo luogo, ci sono i cosiddetti “patrioti” e “nazionalisti” che strillano sui loro blog che Vladimir Putin prevede di utilizzare l’ESPO per “smembrare la madre Russia e venderla ai cinesi.
Tutto questo meccanismo è in funzione da molto tempo. La maggior parte di coloro che si oppongono al “regime di Putin”, sono all’oscuro e non hanno nemmeno il sospetto di chi tira le fila. Tuttavia, nessuno gli ha promesso che sarebbe stato facile.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il vertice BRICS traccia chiare linee rosse su Siria e Iran

Sharmin Narwani, The BRICS Post 3 aprile 2013

12349176I BRICS sono diventati impossibili da ignorare. Alla chiusura del quinto vertice annuale dei BRICS a Durban, in Sud Africa, non c’era dubbio che questo gruppo di cinque economie in rapida crescita abbia avviato la revisione dell’ordine economico e politico mondiale. La Dichiarazione eThekwini, rilasciata al termine del vertice, è stata redatta in linguaggio non conflittuale, ma chiarisce palesemente che l’egemonia e l’unipolarità occidentali venivano presi di mira dal vertice. I BRICS hanno colpito alcuni dei principali punti deboli occidentali, annunciando la formazione di una banca di sviluppo comune finanziata con 50 miliardi di dollari, per rivaleggiare con il FMI e la Banca Mondiale. Sono stati firmati accordi per incrementare gli scambi inter-BRICS nelle rispettive valute, erodendo ulteriormente lo status del dollaro quale valuta di riserva mondiale. Una serie di inconfondibili sfide ai vecchi leader mondiali: riformate istituzioni ed economie, o lo faremo noi.
Con l’intento di riempire un vuoto della leadership economica e finanziaria globale, i BRICS hanno anche iniziato a tracciare alcune nette linee politiche. Per cominciare, il vertice era incentrato sullo sviluppo in Africa, un continente ricco di risorse in cui competono gli interessi economici, attirando linee di faglia geopolitica sempre più polarizzate negli ultimi anni. I BRICS sono stati invitati al tavolo africano dal loro nuovo Stato aderente, il Sud Africa, ed hanno usato questa opportunità per sostenere pienamente l’Unione africana (UA). L’UA è stata il tentativo africano di integrare e unificare economicamente il continente, attraverso la creazione di una moneta unica e di un fondo di sviluppo per poter bypassare il famigerato FMI, e militarmente attraverso la costituzione di organizzazioni di sicurezza/difesa e di forze militari congiunte, tra le altre cose. Per il successo dell’UA saranno necessari la riduzione dell’imperialismo occidentale vecchio stile nella regione, delle attività economiche estere di sfruttamento e impedire a forze straniere come l’AfriCom degli Stati Uniti (AFRICOM), d’insediarsi nel teatro militare africano.
Al centro dell’agenda del vertice vi è la determinazione dei BRICS di ancorare qualsiasi ordine globale emergente al “multilateralismo”, sia chiedendo seggi permanenti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sia erigendo costruzioni economiche alternative per modificare l’equilibrio di potere a loro favore, sia influenzando proattivamente i risultati nelle zone di conflitto mondiale.

Siria e Iran
Il vertice di Durban, pertanto, non aveva intenzione di ignorare le due questioni più importanti presso il Consiglio di sicurezza dell’ONU – Siria e Iran. I BRICS hanno collettivamente respinto ogni ulteriore militarizzazione di questi problemi, auspicando soluzioni politiche negoziate attraverso iniziative diplomatiche, esprimendo preoccupazione per le sanzioni unilaterali e avvertendo contro la violazione dell’”integrità territoriale e della sovranità” di queste nazioni. La Dichiarazione eThekwini dice dell’Iran: “Siamo convinti che non ci sia alternativa a una soluzione negoziata alla questione nucleare iraniana. Riconosciamo il diritto dell’Iran all’uso pacifico dell’energia nucleare, in linea con i suoi obblighi internazionali, e sosteniamo la risoluzione della questione attraverso mezzi e dialogo politici e diplomatici“. E sulla Siria, i BRICS hanno pienamente supportato i principi di Ginevra come quadro per risolvere il conflitto: “Crediamo che il comunicato congiunto del Gruppo di azione di Ginevra fornisca la base per la risoluzione della crisi siriana e riaffermiamo la nostra opposizione ad ogni ulteriore militarizzazione del conflitto. Un processo politico guidato dai siriani che conduca ad una transizione, può essere raggiunto solo attraverso l’ampio dialogo nazionale che soddisfi le legittime aspirazioni di tutte le componenti della società siriana, e il rispetto dell’indipendenza, dell’integrità territoriale e della sovranità siriana, come espresso dal Comunicato congiunto di Ginevra e dalle opportune risoluzioni del Consiglio di sicurezza“.
Le posizioni dei BRICS su Iran e Siria non possono, tuttavia, essere viste solo entro i parametri della dichiarazione del vertice. Per cominciare, l’affermazione non è una novità, i BRICS sono a favore di questi punti, in una forma o nell’altra, da quando rilasciarono il loro primo comunicato sulla politica estera nel novembre 2011. Per capire la profondità e l’ampiezza dell’impegno su queste prese di posizione sul Medio Oriente, vi è la necessità di guardare al di là del sterilizzato ambiente diplomatico del vertice. India, Brasile e Sud Africa, per esempio, non hanno fatto molti commenti  su Siria e Iran, lasciando ai loro colleghi, membri permanenti del Consiglio di sicurezza, Russia e Cina, il ruolo di portavoce dei BRICS su questi temi. All’inizio di marzo, il presidente cinese Xi Jinping ha visitato Mosca nel suo primo viaggio all’estero da capo di Stato, dove ha detto: “Dobbiamo rispettare il diritto di ogni Paese del mondo a scegliere autonomamente il proprio percorso di sviluppo e a poter contrastare l’interferenza negli affari interni da parte di altri Paesi“. Un chiaro avvertimento contro l’aggressivo interventismo occidentale, la visita di Xi al russo Vladimir Putin ha sottolineato l’importanza della loro “partnership strategica” nelle questioni geopolitiche. Sulla Siria, in particolare, la Russia è andata avanti con la benedizione dei suoi colleghi dei BRICS, tra cui la Cina; così la visione critica di Mosca della situazione deve essere presa in considerazione.
I russi hanno recentemente pubblicato un documento di riflessione sull’importanza della loro partecipazione ai BRICS, una visione che riflette probabilmente simili priorità dei vertici degli altri Stati membri.

I BRICS tracciano linee rosse
Per tutti i BRICS, considerazioni finanziarie ed economiche sono la spinta trainante nella formalizzazione di questa coalizione strategica. Vi è, dicono i Russi, “il desiderio comune dei BRICS di riformare l’obsoleta architettura finanziaria ed economica internazionale che non tiene conto della maggiore potenza economica delle economie emergenti e dei Paesi in via di sviluppo.” Ma affinché si abbiano cambiamenti economici fondamentali, deve aversi anche un simultaneo riequilibrio del potere politico nel mondo. Mosca ritiene che i BRICS “possano potenzialmente diventare un elemento chiave del nuovo sistema di governance globale, soprattutto nei settori economici e finanziari. Allo stesso tempo, la Federazione russa distingue un posizionamento favorevole ai BRICS nel sistema mondiale, come nuovo modello di relazioni globali, sovrastante le vecchie linee di divisione tra Est e Ovest, Nord e Sud“.
E’ un nuovo mondo coraggioso, ma v’è anche il valore reale in alcuni dei vecchi modi. Per esempio, i BRICS sono grandi sostenitori dello stato di diritto negli affari mondiali, concetti che l’occidente propaganda, ma a cui raramente aderisce nel perseguimento dei propri interessi strategici, cioè con  l’interventismo, il cambio di regime, la militarizzazione del conflitto. Per i russi, una priorità assoluta dei BRICS è “ottenere l’adesione degli Stati partecipanti allo stato di diritto nelle relazioni internazionali, aumentando progressivamente la cooperazione politica estera con i partner dei BRICS nell’interesse della pace e della sicurezza, nel rispetto della sovranità e integrità territoriale degli altri Stati e della non ingerenza nei loro affari interni“. I BRICS appoggiano il modulo delle Nazioni Unite nel contribuire al raggiungimento di questi principi di base. Per essi, non è il veicolo a essere rotto, il problema sono i suoi piloti. E in particolare l’idea che il cambiamento di regime, le sanzioni e gli interventi militari siano strumenti accettabili negli affari internazionali.
I BRICS, secondo Mosca, possono “migliorare ogni interazione possibile nelle Nazioni Unite, nonché preservare e rafforzare il ruolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come ente dalla responsabilità principale nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, impedendo l’uso dell’ONU, e prima di tutto del Consiglio di Sicurezza, per coprire la via alla rimozione dei regimi indesiderati e all’imposizione di soluzioni unilaterali a situazioni conflittuali, incluso l’uso della forza”. Per inciso, non è certo una coincidenza che il presidente siriano Bashar al-Assad abbia inviato una lettera ampiamente pubblicizzata, al vertice dei BRICS. Qui, dopo tutto, il capo di Stato di una nazione sovrana chiede aiuto ai BRICS in ascesa, per proteggere l’integrità territoriale della Siria contro la “palese interferenza straniera” che opera in contraddizione con la “Carta delle Nazioni Unite.” La lettera colpiva tutti i punti sensibili dei BRICS: stato di diritto nelle relazioni internazionali, conservazione della pace e della sicurezza mondiali, risoluzione pacifica dei conflitti, de-militarizzazione… e riconoscimento dell’importanza dei BRICS nel nuovo ordine mondiale. La lettera di Assad è arrivata il giorno dopo che la Lega Araba aveva assegnato il seggio della Siria alla coalizione dell’opposizione estera sostenuta dai nemici della Siria, una mossa che i russi definiscono “illegale e non valida”, un ostacolo alla risoluzione pacifica del conflitto. Può darsi che i BRICS diano l’esempio qui. Ricevendo questa lettera al vertice, si conferisce chiaramente legittimità ad Assad e alle sue richieste, ed è difficile immaginare che questo non sia stato un evento coordinato in anticipo.
Le posizioni di Mosca sulla questione siriana non possono essere escluse dal contesto dei principi condivisi dai BRICS. I russi potrebbero avere maggiori carte da giocare in ciò che accade in Siria, come anche altre in Iran, ma queste sono le linee rosse coerenti in ciò che i BRICS sperano di raggiungere a livello globale. E sono anche pronti a scommetterci sopra. Parte della scommessa è che le vacillanti economie occidentali non possono andare molto lontano, con l’attuale andazzo ci vorrà solo “tempo” per vedere materializzarsi questi cambiamenti globali. In ogni caso, poco dopo la conclusione del vertice, la Russia ha promesso di evitare qualsiasi misura del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per assegnare il seggio della Siria all’opposizione.
Il potenziale caos appare all’orizzonte, mentre un nuovo ordine politico emerge, e i BRICS non saranno timidi nel sostenere con forza i loro ordini del giorno collettivi, un compito reso più facile dal notevole peso che hanno acquisito. Durante il volo di ritorno da Durban a Mosca, Putin ha ordinato improvvise grandi manovre militari nel Mar Nero, vicino al nemico della Siria, la Turchia, una mossa che la maggior parte degli osservatori ritiene un avvertimento agli interventisti stranieri in Siria. E’ improbabile che le nazioni BRICS andranno lontane nel tracciare tali linee rosse, senza difenderle. Come ciò possa trasparire nei casi di Siria o Iran è incerto, è poco probabile che vedremo l’esercito dei BRICS combattere battaglie nell’immediato futuro. D’altra parte, questi rapporti strategici probabilmente daranno luogo a posizioni militari coordinate e a una pianificazione delle forze speciali esattamente per questo tipo di scenari. Ciò non è difficile da immaginare. I BRIC erano solo un acronimo creato dalla Goldman Sachs per descrivere alcune economie emergenti in rapida crescita, qualche anno fa. Oggi sono impegnati in esercitazioni militari bilaterali, nel finanziamento di banche, creazione di istituzioni e ridefinizione delle priorità globali del 21° secolo.

0_0_1_brics_summitLe opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle  editoriali.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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