In Italia la stampa di sinistra è merda

José Sant Roz Aporrea 25.07.2013

altan_scalfari_espressoChe guerra bestiale oramai conduce la stampa prostituta italiana contro il Venezuela. Attacchi isterici ripresi dai fogliacci spagnoli “El Pais” e del suo Grupo Prisa. Il gruppo editoriale più grande d’Italia, “La Repubblica” e “L’Espresso” (in teoria di sinistra), non lesinano argomenti di ogni genere per cercare di infangare il Venezuela. Basta prendere due esempi: dopo la vittoria elettorale in Venezuela di Maduro, “La Repubblica” ha parlato apertamente di frode (senza prove) e di “volontà popolare violentata e manipolata“. Inoltre, quando vi è stata la violenza provocata dall’opposizione del Majunche (lo squallido, cioè Capriles Radonski. NdT), ha intitolato semplicemente: “scoppia un’ondata di violenza scatenata dal furto elettorale e dalla forte repressione della polizia“… Evitando di parlare dei morti causati dalle bande impazzite dell’opposizione, istigate dall’appello del dannato Majunche. Questi media, come quelli spagnoli, difendono i propri interessi in America Latina, legati alle transnazionali, insieme a molti gringos. Sono potenti mafie. Tutta l’Europa vive di mafie (che naturalmente fanno le guerre). In quella merda la democrazia è solo uno scherzo  buono a nulla. Ma di solito si tratta della versione delle notizie sul Venezuela di media come The Miami Herald, confezionate dalla SIP.
In 14 anni di governo bolivariano non hanno mai detto niente di buono sul Venezuela. Questa è la strategia. Per loro Chavez era un mostro, un dittatore, un ladro e stupratore di diritti umani. Invece l’Italia, la Grecia, la Francia, la Germania e gli Stati Uniti sono le meraviglie che dovrebbero dettare i modelli del progresso e del benessere sociale a tutto il mondo, ma ogni giorno che passa affondano ulteriormente nella merda. Ogni italiano dovrebbe sottoporsi a un esame copro-rettale per vedere se riesce a cantare come Caruso o a giocare come Mesi, è il meglio che riescono a fare e l’unica cosa che conta per loro in questo mondo: poi li elevano a celebrità, finché non si schiantano contro la verità. Babbioni. Poiché non hanno le palle di vedere la fogna in cui si trovano, nel frattempo vivono ingoiando tutto il miasma che creano i loro media verso il nostro Paese.
Ecco un esempio: ‘L’America contro l’Nsa: da che pulpito viene la predica’

Commento:
8869 L’articolo linkato è un ennesimo articolo-spazzatura, anti-latinoamericano e anti-bolivariano, scribacchiato da tale Maurizio Stefanini, ‘esperto di processi di transizione alla democrazia’ (una qualifica che è un marchio distintivo), per conto della nota rivista di disinformazione Limes (oggi imitata nel suo piattume analitico e nel suo squallore ideologico, anche da certi ex-eurasiatisti scopertisi cheerleader del Pentagono). Inoltre, come ben nota il professor José Sant Roz, questo è il compito degli scribacchini e dei relativi mandanti, cui bisogna includere anche il Fattoquotidiano, parzialmente di proprietà di un ex-dirigente della Lazard Banque, banca specializzata in ‘consulenze internazionali'; ovvero privatizzazione dell’economia e svendita delle risorse dei Paesi del Terzo Mondo per conto del FMI e delle grandi istituzioni finanziarie internazionali. Repubblica, il Foglio, Fattoquotidiano mimano una farsa di dibattito sul teatrino della politichetta italidiota, ma come si sarà ben notato, quando si tratta di Medio Oriente, Eurasia e America Latina, cioè degli interessi dei loro veri finanziatori, allora adottano stranamente tutti la stessa posizione: filo-atlantismo sfegatato e pieno supporto agli interessi delle multinazionali e delle grandi banche internazionali anglosassoni e francesi. Ovviamente tutto ciò non è un caso, poiché a dettare la linea degli ‘organi di informazione’ italiana sono le veline dei Consigli di Amministrazione di queste grandi imprese, naturalmente dopo quelle delle ambasciate di USA e Israele.

José Sant Roz, direttore di Ensartaos.com.ve e Professore di matematica presso l’Università de Los Andes (ULA). Autore di oltre venti libri sulla politica e la storia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Laura Boldrini, lingua biforcuta e volto ‘umano’ della NATO

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A tutte quelle donne che, pur nascondendo i loro volti con una sciarpa perché temono ritorsioni, non rinunciano a denunciare gli abusi subiti e che con coraggio e determinazione testimoniano la tragedia di un popolo. A loro, la prova vivente delle atrocità commesse dal regime che si accanisce contro i suoi cittadini, va tutta la mia solidarietà, in una giornata che ricorda al mondo quanto essere donna significhi ancora, a ogni latitudine, essere discriminata, usata, violata. In Siria è in corso un disastro umanitario con milioni di persone in fuga ma il mondo sembra voltarsi da un’altra parte, sordo alla richiesta di porre fine a tanto spargimento di sangue. Per quanto ancora le voci di queste donne verranno ignorate?”
Le ‘atrocità commesse dal regime siriano’, ovviamente, questa è la posizione, espressa l’8 marzo 2013, quindi quest’anno, da Laura Boldrini, oggi eletta presidente della Camera dei deputati. Laura Boldrini è una giornalista che ha lavorato per la RAI, e dal 1989 per l’ONU. È stata portavoce dell’UNCHR, l’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU, per il quale ha coordinato anche le attività di informazione per l’Europa meridionale. Ritornando alla posizione assunta dalla portavoce ONUsiana sulla situazione in Siria, chiaramente si schiera con l’asse dell’aggressione anti-siriana, non soltanto elogiando l’operato della Turchia, che avrebbe allestito dei campi che ospiterebbero 65.000 profughi siriani; sebbene siano decine le testimonianze che indicano in questi campi null’altro che delle facciate per camuffare le basi operative della NATO, utilizzate per addestrare ‘65.000’ terroristi e mercenari integralisti islamisti, arruolati e infiltrati in territorio siriano per destabilizzare il governo socialista e patriottico di Damasco, allo scopo di disintegrare la Siria in tanti staterelli etnici governati da banditi salafiti proni agli interessi della NATO e delle petro-monarchie arabe.
Laura Boldrini sa benissimo quel che accade realmente in Siria, ma se ne guarda bene dall’indicarlo, poiché all’assalto concentrico alla Siria, hanno fornito un sostegno mediatico decisivo anche gli organismi ONUsiani proprio come accaduto in Libia, nel 2011. Non si trascuri questo passaggio: “...il mondo sembra voltarsi da un’altra parte, sordo alla richiesta di porre fine a tanto spargimento di sangue…”, ebbene, proprio come nel caso della Jamahiriya Libica, la richiesta di porre fine allo spargimento di sangue viene avanzata dagli esponenti del terrorismo integralista attivo in Siria, che chiedono che la ‘comunità internazionale’, ovvero la NATO e gli USA, invii armi ai cosiddetti ‘ribelli’, bombardi la Siria, e imponga aree protette e ‘corridoi umanitari’ con cui rifornire di armi la legione islamista-atlantista e avere a disposizione una porzione del territorio siriano per poter proclamare un governo provvisorio, a cui poter assegnare la qualifica di governo legittimo della Siria, e avviare l”intervento umanitario’ della NATO, come invocato da Boldrini, e come visto in modo lampante e netto in Libia.
A proposito della Libia, Laura Boldrini aveva già, nel 2010, aggredito, grazie alla copertura di esponente dell’UNCHR, l’accordo tra Libia e Italia riguardo la gestione del flusso di migranti dall’Africa all’Italia. Era chiaramente un’operazione mediatica di preparazione all’aggressione e all’invasione della Libia socialista. Un puro volgare pretesto, poiché la stessa Libia jamahiriyana ospitava ben 2,5 milioni di lavoratori immigrati africani e nordafricani, su circa 6 milioni di abitanti. La strumentalità delle posizioni di Laura Boldrini sono evidenziate dal suo assordante silenzio verso le attuali persecuzioni continue contro gli immigrati e la minoranza libica africana, attuate dagli integralisti-atlantisti finanziati dal Qatar, e armati dalla Turchia, che oggi saccheggiano e devastano ciò che resta della Libia.
Quando si bolla un migrante come clandestino non è un problema di semantica ma si compie una scelta politica … è ovvio che chi fugge da una guerra o una persecuzione non abbia il tempo di portare con sé un documento”. Laura Boldrini afferma così di preoccuparsi della sorte dei migranti che fuggono dalle guerre. Dovrebbe chiarire se fa rientrare in queste guerre anche la categoria degli ‘interventi umanitari’ dell’occidente in Costa d’Avorio, Libia, Mali, Afghanistan, ecc., e quindi se siano colpevoli del disastro umanitario quelle potenze che fomentano rivolte, sovversioni, guerre civili e cambiamenti di regime, tutti causanti una notevole quota di queste migrazioni forzate a mano armata. Ma finora, Laura Boldrini si è limitata ad accusare e a denigrare i governi di Libia e Siria, vittime, e non responsabili, delle guerre e dei conflitti che sfociano in massicci flussi di profughi. Qui, Boldrini può fare la voce grossa sul rispetto dei diritti umani, ma nel suo ruolo di ufficiale dell’ONU, appare chiaramente complice e collusa con le cause e i fautori proprio di quelle tragedie che formalmente denuncia.
Non paga del suo interventismo nel Grande Medio Oriente, svolgendo propaganda attiva a favore delle operazioni di Turchia, Giordania e Qatar in Siria e Libia, Laura Boldrini ha puntato la sua artiglieria ‘umanitaria’ anche contro il popolo greco, accusandolo di razzismo e persecuzione degli immigrati. Il totale disprezzo verso la sorte dei greci, è ben evidenziato da questo passaggio: “caso della Grecia è forse il più eloquente. Nel clima di esasperazione che da due anni vive una parte della società greca si sono insinuati gruppi di ispirazione neonazista che hanno tra gli obiettivi quello di tutelare i valori greci e “ripulire” il paese dagli immigrati considerati la causa dei problemi odierni. … Il partito Alba Dorata che siede nel Parlamento greco non fa mistero delle proprie idee ultra nazionaliste e della sua matrice d’ispirazione politica, così come ha fatto delle drastiche misure anti-immigrazione un suo cavallo di battaglia. … Sulla scorta dell’esperienza greca, a pochi mesi dalle elezioni e nel clima generale di smarrimento, l’avanzare di queste componenti politiche non dovrebbe forse destare preoccupazione e suscitare un serio dibattito?” E altrove ribadisce: “Con una telefonata mentre ero in Grecia: un paese in cui la crisi sociale sta mettendo a rischio in modo impressionante la sicurezza fisica stessa dei migranti di colore, che ormai vengono aggrediti e picchiati in strada senza che nessuno intervenga” Anche in questo caso, la popolazione greca viene colpevolizzata, la tragica situazione socio-economica totalmente ignorata, quando non strumentalizzata, e per l’ennesima volta s’invoca l’intervento armato (l’Eurogendfor? la Blackwater?) contro la Grecia. Un’ottima scusa, il razzismo, per avviare la repressione di un popolo giunto al limite della sopportazione a cause delle politiche economicide e sociocide della burocrazia dell’Unione europea. Burocrazia sovranazionale di cui fa parte la stessa Laura Boldrini.
La putrefazione ideologico-culturale cui è giunta la sinistra, viene per l’ennesima volta espressa da questa signora: sostegno all’intervento armato della NATO nel mondo extra-occidentale, supporto alla repressione armata della maggioranza della popolazione in Europa, utilizzando, in ognuna di tali occasioni, la copertura ideologica della difesa dei ‘più deboli’, ovviamente quelli ritenuti tali nel quadro di una visione liberal-liberista della società, quindi i più deboli sono le donne, ‘tutte le donne’ indistintamente intese; le minoranze sessuali, anche quando si tratta delle potenti lobby gay degli USA; una massa indistinta di ‘immigrati’ cui si vuole attribuire ‘carta bianca’. Lavoratori, operai, studenti, disoccupati, casalinghe, soprattutto se italiani, scompaiono totalmente dal quadro generale della situazione. Non hanno più diritto di cittadinanza, in quanto bianchi e italiani?
Si leggano la promesse elettorali della stessa Boldrini: “Si parta con la riforma della legge sulla cittadinanza, in modo da consentire l’inclusione di chi nasce, vive, studia e lavora in Italia … Bisogna superare la ‘Bossi-Fini’, così come il pacchetto sicurezza. L’attuale legislazione non ha in alcun modo facilitato il processo di integrazione e oggi assistiamo al dilagare dello sfruttamento e degli abusi su migranti e rifugiati, oltre ad un aumento esponenziale dei casi di razzismo e xenofobia”. “Valorizzare la figura del migrante vuol dire comprendere la mobilità contemporanea e gestire con realismo e serenità un fenomeno naturale del processo di globalizzazione.”
Valorizzare la globalizzazione, ovvero, niente tutele e garanzie per i cittadini normali, tutela e garanzie indiscriminate ai migranti. Ma perché al compimento del 18.mo anno di età di un immigrato di seconda generazione, non gli deve essere consentito di scegliere, come giustamente propone il M5S? Imporre una cittadinanza a priori, che senso ha? Nessuno governo espelle i figli minorenni di immigrati che vivono e lavorano regolarmente in Italia, o in Europa. Quindi qual’è il problema? Perché poi dev’essere una priorità modificare una delle poche leggi civili, quella sulla cittadinanza, varate in Italia? E questa storia della sicurezza? A che pro? Serve forse a fare entrare in Italia le oramai migliaia di terroristi-mercenari salafiti che hanno compiuto atti di sangue nel Medio oriente? Magari per costituire e fare agire liberamente e impunemente organizzazioni armate islamiste, e magari intruppate da galeotti e finanziate dai petrodollari provenienti dal Qatar, dall’Arabia Saudita e dagli altri regni petroliferi del Golfo Persico, verso cui Laura Boldrini ha mostrato, riguardo la loro politica regionale, più che comprensione, complicità?
Attenzione: sul suo account Twitter, al momento dell’elezione a presidente della Camera, ha scritto: “il mio pensiero a Jamila, Nur, Iman, Fadila e a tutte le donne siriane.” Prepariamo i già magri portafogli per finanziare la guerra ‘umanitaria’ contro la Siria di questi dirittumanitaristi al servizio del Pentagono.

Appendice – Orgogliose di aver bombardato la Libia:
Di seguito, un’intervista a Laura Boldrini, che ne traccia, elogiativamente, il ruolo di supporter dell’aggressione alla Jamahiriya Libica, contro cui ha condotto una campagna denigratoria allo scopo di preparare il terreno sia per la successiva distruzione della repubblica araba socialista nordafricana, sia per scardinare gli ultimi residui del sovranismo italiano.
Indicata come “Italiana dell’anno 2009” dal settimanale Famiglia Cristiana, in ragione del “costante impegno a favore di migranti, rifugiati e richiedenti asilo, oltre che della dignità e della fermezza mostrate nel condannare i respingimenti degli immigrati nel Mediterraneo..”, Laura Boldrini, aveva da poco pubblicato nell’aprile del 2010 per Rizzoli “Tutti Indietro”, un libro che ha squarciato il silenzio sulla realtà dei respingimenti in Libia, affidati dal governo italiano al braccio armato di Muhamar Gheddafi, in cambio di sostanziosi aiuti economici e in palese violazione di diritti riconosciuti dalla Costituzione della Repubblica italiana e dalla Convenzione ONU di Ginevra. Con Lei ho cercato di riflettere sugli atteggiamenti di paura e di difesa che la gran parte dei nostri concittadini ha assunto in questi ultimi 15 anni nei confronti del fenomeno dei migranti e, più in generale, sulla necessità culturale e politica di restare ben ancorati al rispetto di diritti umani uguali per tutti, nonostante la deriva prodotta in Italia dall’introduzione del reato di clandestinità e dalle politiche dei respingimenti. L’intervista, di cui sono particolarmente orgogliosa, è stata registrata tre giorni prima che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite autorizzasse – con la risoluzione 1973 – l’imposizione di una “no fly zone” sulla Libia e il successivo intervento militare delle forze internazionali a protezione dei civili libici.
Fonte: Telestense
Radere al suolo uno Stato, il più avanzato dell’Africa, per questi figuri continua ad essere un atto ‘umanitario’. Dietro a quello che Sartre definì il ‘razzismo delle anime belle’, in realtà si nascondono i più ripugnanti e spregevoli interessi neocolonialisti e imperialisti. Il razzismo insito nel ‘Fardello dell’Uomo bianco’ che esporta la civiltà, si aggiorna nel razzismo dell”antirazzismo’ dell’uomo bianco che esporta diritti umani con gli stessi mezzi: le cannoniere. Chissà poi, se fosse vero quanto segue, che sia possibile un linkage tra Laura Boldrini e l’ENI nell’operazione di sovversione e distruzione della Jamahiriya Libica nel 2011.
Infatti, Boldrini è presumibilmente, (non avendo trovato elementi determinati al riguardo) una discendente di Marcello Boldrini, stimato docente universitario amico di Dossetti, Lapira e di Enrico Mattei,  alla cui morte, occorsa nell’attentato aereo del 1962, divenne presidente dell’ENI. Nel 1919, Marcello Boldrini, casualmente, lavorò a Ginevra per la Società delle Nazioni, l’antenata dell’ONU. Una parentela probabile, suffragabile dall’idolatria cui è oggetto da parte del settimanale Famiglia Cristiana, che le ha assegnato il suddetto premio ‘Italiana del 2009′, e dal fatto di essere entrata in RAI a soli 24 anni, e già con la qualifica di giornalista… Siamo sempre in Italia, no?

Alessandro Lattanzio, 16/03/2013

Fonti:
Huffington Post
Africa-news
Huffington Post
Il Fattoquotidiano
Huffington Post
Vita
Boldrini

Il missile balistico anti-nave cinese e la cattura del drone RQ-170 Sentinel

AviationIntel 26 gennaio 2012

Dong Feng 21D missiles
Il misterioso programma dei missili balistici antinave della Cina Dongfeng-21D, presumibilmente è in grado di colpire portaerei e le loro navi di scorta statunitensi fino a circa 4.000 km. Il DF-21D utilizza il concetto balistico inviando il suo carico mortale a grande gittata e con un veicolo manovrabile di rientro nella fase terminale di attacco. Se ne è comprovata l’operatività, il DF-21D ha il potenziale di interdire i gruppi di portaerei degli Stati Uniti, negandogli totalmente l’accesso strategicamente imperativo nel Mar Cinese Meridionale. Questo sistema d’arma potenzialmente rivoluzionario, è descritto nel seguente articolo di The Diplomat.
La grande domanda è quanto sia realmente efficace questo sistema d’arma “killer di portaerei”? È un mortale missile strategico anti-portaerei verso cui gli Stati Uniti hanno scarsa difesa, o è solo un sogno, solo un’altra parte della partita strategica giocata dalla Cina contro gli Stati Uniti? E’ molto difficile cercare di stimare l’affidabilità reale e provata del missile “stando fuori a guardare”; ma possiamo dare un’occhiata all’altro meno glamour ma altrettanto importante pezzo di questo sistema missilistico balistico anti-nave, nella capacità della Cina di colpire con precisione i Gruppi di portaerei statunitensi oltre l’orizzonte, per valutare la validità di un tale concetto di così vasta portata. Inoltre, i recenti avvenimenti che riguardano la fuga della tecnologia di avanguardia statunitense degli Unmanned Aerial Vehicles, può aiutarci a meglio prevedere esattamente quanto realisticamente possa diventare efficace il sistema d’arma. Inizialmente il rilevamento dei Gruppi di portaerei statunitensi può essere fatto utilizzando una varietà di metodi, come un avanzato radar ‘oltre l’orizzonte’ (che la Cina sta sviluppando attivamente), il tradizionale velivolo da pattugliamento marittimo, pattugliamenti di sottomarini, navi di sorveglianza e da combattimento di superficie, sorveglianza satellitare e forse dai più efficienti e resistenti Unmanned Aerial Vehicles (UAV).
Per aumentare la possibilità di trovare ciò che equivale ad un ago in un pagliaio, un velivolo da pattugliamento marittimo utilizzerebbe il radar per rilevare inizialmente una flottiglia statunitense, mentre i satelliti potrebbero utilizzare gli infrarossi o i radar di sorveglianza ad apertura sintetica, e i sottomarini potrebbero utilizzare i sonar sia nel ruolo passivo che attivo. Inoltre, quasi tutte le piattaforme di cui sopra potrebbero teoricamente essere in grado di rilevare, inizialmente su un piano generale, un gruppo di battaglia, utilizzando sistemi di rilevamento elettronici (ESM), che potrebbero passivamente rilevare un gruppo di portaerei “ascoltandone” le emissioni elettroniche. In realtà esiste un cocktail iniziale di capacità di rilevamento dei bersagli, quando si tratta di localizzare le flotte statunitensi in navigazione nella vastità del Pacifico. Tuttavia, la capacità che sembra essere di grande interesse per i militari cinesi, così come in tutto il Mondo, è l’uso di un sistema di sorveglianza di ampie aree marittime (BAMS), impiegndo dei Unmanned Aerial Vehicles del tipo High Altitude Long Endurance (HALE). Qualcosa di simile allo statunitense RQ-4 Global Hawk, una piattaforma che con un radar ad apertura sintetica (SAR) ad alta risoluzione e capacità Moving Target Indicator (MTI), e con potenti sistemi elettro-ottici per seguire e condurre la scansione di fasce massicce del Pacifico, in cui navigano le navi da combattimento di superficie statunitensi. Inoltre, questo aereo, volando a oltre 20.000 metri, sarebbe in grado di controllare a grandi distanze le zone in cui si sospetta operi la flotta degli Stati Uniti, rendendolo un mezzo capace di sopravvivere al contrario dei prevedibili satelliti e dei meno efficienti aeromobili da pattugliamento marittimo con equipaggio, che sono più facili da distruggere durante una guerra.
La realtà è che la Cina ha costruito e fatto volare una cellula simile all’RQ-4 Global Hawk, così come una versione a getto analogo al Predator-B, altrimenti noto come MQ-9 Reaper statunitense, così come altre versioni di UAV più piccoli. Sembrerebbe che la progettazione e la produzione di cellule per la Cina non sia un problema, quanto utilizzare le funzionalità avanzate dei velivoli senza equipaggio. In realtà, sembrerebbe che sia il Global Hawk della Cina che l’UAV HALE simile al Predator-B, siano in realtà più avanzate aerodinamicamente rispetto ai loro equivalenti statunitensi. Questo può essere visto dall’impiego nell’UAV HALE cinese di un avanzata e sfalsata ala a forma romboidale, ottimizzata per l’efficienza aerodinamica ad alta quota, contrariamente alla semplice sottile ala diritta in stile U-2 del Global Hawk. Inoltre, un piccolo UAV, simile al ben noto MQ-9, viene testato attivamente dalla PLAAF. La principale differenza tra questo e il suo cugino statunitense, sembra essere l’utilizzo di un motore a reazione e di una cellula dalla resistenza aerodinamica inferiore, che pone l’aereo tra l’MQ-9 Reaper e il nuovo Predator-C a getto e furtivo, noto anche come Avenger, della General Atomics (creatrice dei velivoli della serie Predator), e questo per quanto riguarda la sola progettazione della cellula. Sono apparse delle foto di quello che sembra essere un UAV cinese molto simile, nella configurazione, al furtivo RQ-170 Sentinel e al relativo P-175 Polecat, anche se non ci sono informazioni interne di dominio pubblico in merito alla situazione dei test, o perfino delle vere dimensioni di questa macchina. Dove la Cina sembra avere carenze tecnologiche riguardo gli UAV, è nel campo delle trassmisioni dati avanzati, dei controlli di volo autonomi e, nel caso del concetto BAMS, di un potente radar di sorveglianza a bassa probabilità di intercettazione (LPI).
Cioè laddove il RQ-170 Sentinel, atterrato in modo morbido nel territorio iraniano, può rivelarsi estremamente utile per i cinesi. L’Iran ha già dichiarato che i russi e i cinesi hanno esaminato il drone, più di un mese prima, ma ci si può immaginare che ci sarà una vera e propria guerra delle offerte su chi, effettivamente, metterà le mani sul Sentinel per eseguire una ‘reverse engineering’. Visto che i cinesi sono davvero i migliori retro-ingegneri del Mondo ed hanno portafogli capienti, è quasi un dato certo che otterranno dati di prima mano, facendo tesoro di ciò che è nascosto all’interno della liscia carlinga a boomerang della “Bestia di Kandahar”. Indipendentemente da quanto sia invisibile ai radar il design dell’RQ-170, è ciò che vi è impacchettato all’interno che gli permette di realizzare delle missioni uniche e altamente stimolanti, e potrebbe essere proprio ciò di cui la Cina ha bisogno per produrre un suo UAV, attualmente, mentre sviluppa i giochi strategici per il Teatro del Pacifico, soprattutto se esso viene abbinato al nascente programma di missili balistici anti-nave. I data link furtivi dell’RQ-170 sono molto probabilmente i pezzi più avanzati in dotazione che permettono al velivolo di rischiare missioni clandestine altamente sensibili, essendo in grado di operare in modo semi-autonomo, mentre rinvia continuamente e in tempo reale informazioni ai controllori di terra, molto probabilmente in tutto il mondo, senza essere rilevato dalle postazioni nemiche in ascolto. Si tratta davvero di uno dei più grandi aspetti del Sentinel. Non vi può essere dubbio che come minimo, l’hardware che permette ciò, compreso ciò che si trova sotto le sue due “gobbe” per le telecomunicazioni, siano rimasti in gran parte intatti dopo la sua sfortunata caduta dietro le linee nemiche. Tale hardware sarà prezioso per gli ingegneri cinesi, che hanno un grande bisogno di integrare il data link LPI nel BAMS del loro HALE/UAV, al fine di consentirgli di rimanere inosservato mentre vola lontano da casa, permettendogli così di sopravvivere in un  conflitto.
Come abbiamo detto in passato, l’RQ-170 molto probabilmente utilizza la stessa architettura di controllo dell’RQ-4 Global Hawk, in particolare la sua avanzata stazione di terra costruita dalla Northrop Grumman. Poter comprendere da un lato questo collegamento circolare delle comunicazioni, senza dubbio aiuterà i cinesi a produrre l’interfaccia umano dall’altro lato. Eppure, per i cinesi, il pezzo più importante dell’hardware a bordo dell’RQ-170 caduto, molto probabilmente è il radar miniaturizzato ad apertura sintetica a bassa probabilità di intercettazione ed il suo avanzato indicatore di movimento dei bersagli. Un pezzo dell’equipaggiamento che può veramente permettere al DF-21D la distruzione di una portaerei. L’RQ-170 ha avuto dei lontani predecessori, come il Tacit Blue  e il Darkstar (molto di più si può leggere, riguardo all’oscuro albero genealogico del Sentinel, alla fine di questo articolo), che certamente sono stati costruiti per sfuggire ai radar di sorveglianza di o presso un territorio interdetto. Che cosa ha a che fare tutto ciò con il missile balistico antinave della Cina DF-21D? Molto in realtà. Se, infatti, l’RQ-170 sfoggia un così efficiente radar, come sembra essere dalle ultime foto ad alta risoluzione scattate mentre operava fuori dalla sua base a Kandahar, che si tratti di un avanzato radar a scansione elettronica attiva (AESA), o anche un più datato radar a scansione passiva dotato di funzionalità LPI, può solo far compiere un salto necessario alla Cina nella capacità d’intercettazione oltre l’orizzonte e di quasi invisibilità del suo programma dei missili balistici antinave DF-21D. Ciò che è più sorprendente, nella possibilità dei cinesi d’impadronirsi del drone RQ-170 perduto, non sono necessariamente i singoli sistemi di bordo, ma  il sistema di targeting in tempo reale e le capacità di collegamento dati che possiede e che potrebbero essere quasi direttamente adattati alla cellula dei loro droni HALE/BAMS. Un velivolo senza dubbio concepito per supportare il missile balistico anti-nave DF-21D in tempo reale, capace di restare in volo in modo continuo, con capacità avanzate di poter inseguire i movimenti degli obiettivi, e di cui hanno un così disperato bisogno per rendere efficace l’intero sistema. Quando si tratta di inseguire oggetti in movimento a grande distanza, l’alta qualità dei dati forniti su un bersaglio remoto è in grado di fornire la migliore possibilità che l’arma colpisca tale bersaglio, soprattutto se lanciato da migliaia di chilometri di distanza e centrandolo. Se la Cina ha infatti accesso ai sistemi di collegamento dati, di controllo del volo e ai sensori dell’RQ-170, non ci può essere alcun dubbio che la qualità dei dati sarà tale che la capacità dei loro UAV di raccogliere e trasmetterli farà un balzo in vanti di anni, se non di decenni.
Nel caso del DF-21D non è chiaro come il missile, volando a velocità ipersonica con testate indipendenti (un singolo missile DF-21D sarebbe in grado di trasportare più veicoli di rientro (MRV)) mentre punta verso le sue vittime marittime in movimento, possa in realtà individuare o agganciare gli obiettivi. Inizialmente, una sorgente di targeting, in questo caso un UAV di sorveglianza marittima a lungo raggio ad alta quota, ritrasmetterebbe le precise coordinate del bersaglio al centro comando e controllo, passando le coordinate a un sistema di lancio mobile terrestre, o possibilmente navale, di un DF-21D. Minuti dopo il lancio, mentre il missile è al suo apogeo e prima che la testata si separi, un aggiornamento dei dati in fase di volo può essere trasmesso dall’UAV collegandosi al missile tramite un satellite, per rendere più precisa la regolazione della fase finale del volo. Prima che la testata si separi, deve continuare a manovrare verso il suo obiettivo, cosa che equivale a colpire un francobollo che galleggia in uno dei Grandi Laghi. Un dispositivo di tracking terminale a bordo della testata, quindi entra in azione. Questo è il momento in cui le capacità reali del DF-21D diventano un mistero. Un attacco terminale guidato potrebbe essere realizzato utilizzando un sensore a infrarossi nel naso della testata o ‘veicolo di rientro’, che guiderebbe la fase finale dell’attacco. Avverrebbe così, dopo che le coordinate iniziali del target sono state inviate al momento del lancio e aggiornate, possibilmente, nel corso della fase di volo a “metà percorso” del missile. Il sistema di ricerca a infrarossi passivo di bordo, non essendo ad energia elettromagnetica, dovrebbe essere utilizzato per illuminare il bersaglio. Il sensore a infrarossi acquisirebbe l’area in cui la nave è più probabile che navighi, durante gli ultimi secondi di volo, nella speranza di bloccarsi sulla firma di calore della portaerei che manovra rapidamente. La portaerei statunitense cambierebbe rapidamente rotta e velocità, mentre i satelliti di allerta precoce per il rilevamento del lancio di missili balistici sicuramente rileverebbero la fase di spinta iniziale del DF-21, allertando il gruppo della portaerei del missile in arrivo, o più probabilmente, dei missili. Anche gli incrociatori e cacciatorpediniere lanciamissili classe AEGIS, del gruppo d’attacco della portaerei, tenterebbero di monitorare e inseguire il missile con le loro limitate capacità di difesa antimissili balistici.
Un altro modo per agevolare la fase finale dell’attacco del missile balistico antinave DF-21D è utilizzare i collegamenti dei dati non solo riportando le coordinate iniziali del bersaglio al lanciatore del missile, ma trasmettendone continuamente la posizione esatta mentre si muove nel tempo e nello spazio, via satellite, al missile, finché avvia l’attacco finale sul suo bersaglio. Ciò massimizza il data-linking e il radar dell’UAV, e la loro tecnologia per tracciare il movimento dei bersagli. Una piccola antenna che può resistere ai violenti effetti atmosferici al rientro di una testata, può essere in grado di fornire, in tempo reale, i dati necessari inviati da un UAV che utilizzi tecnologia derivata dal RQ-170, per colpire con precisione una portaerei in manovra, e con un elevato grado di affidabilità. In questo caso l’UAV, o qualsiasi altra piattaforma per il rilevamento a distanza, potrebbe letteralmente dire alla testata dove andare, tramite il collegamento dati, fino a quando non trapassa il ponte della portaerei volando a Mach 10. Un altro metodo, molto probabilmente, potrebbe utilizzare un sistema di ricerca radar attivo o passivo. Un ricercatore radar attivo, in pratica un piccolo radar come quello utilizzato per i missili aria-aria a medio raggio, potrebbe essere efficace, anche se la sensibilità del sistema è limitata, essendo fragile e complesso e suscettibile di inceppamenti. Un’alternativa più probabile, in questa fase della capacità tecnologica della Cina, almeno sarebbe di far puntare la testata, nella sua fase finale, sul bersaglio mentre attraversa l’atmosfera usando un vecchio, ma più robusto, sistema di guida radar terminale, noto come radar homing “semi-attivo”. Il radar homing “semi-attivo”, a volte chiamato “fascio a onda”, funziona in modo simile al già accennato radar dei missili aria-aria, come l’AIM-7 Sparrow, resosi popolare in Vietnam e con Desert Storm. Questa forma di targeting via radar utilizza una potente fonte radio per “dipingere” un bersaglio con una certa banda e frequenza di energia elettromagnetica. Poi lo stesso missile, dotato di una rudimentale testata di ricerca, sintonizzata per “vedere” l’energia riflessa del radar d’inseguimento lontano, semplicemente riconosce e insegue le onde radar riflesse dal target “dipinto”, fino al punto d’impatto o fino a quando si attiva il radar di bordo. Questa forma semplice, collaudata e affidabile di puntamento richiederebbe una fonte secondaria, in questo caso un UAV HALE/BAMS dotato di un radar potente, che traccia l’obiettivo per la testata attaccante, durante gli ultimi momenti del volo d’attacco. Utilizzando tecnologia ad alta potenza, ma compatta, AESA o ESA, dove un fascio di energia molto potente può individuare un bersaglio a grande distanza, si consentirebbe a un tale sistema di operare in modo efficiente. Inoltre, il potente radar degli UAV armati dovrebbe solo “dipingere” un obiettivo per un periodo di tempo continuo molto breve, solo pochi secondi, mentre la testata compie l’avvicinamento finale a velocità ipersonica.
Una volta che l’attacco è completato, il sistema di puntamento dell’UAV può passare alle “emissioni silenziose” e cambiare rotta per sfuggire alla rappresaglia, anche se sarebbe molto probabilmente oltre la portata di una squadra statunitense, in primo luogo. Inoltre, se la Cina può rigenerare i sistemi derivati dall’hardware del Sentinel per un tale compito, le informazioni da tale cellula furtiva permetterebbero al velivolo di avvicinarsi ulteriormente a una squadra statunitense. Anche se l’UAV venisse abbattuto da ciò che resta di un gruppo di portaerei, dopo un massiccio tiro di sbarramento di DF-21D, sarebbe un prezzo esiguo da pagare per quello che sarebbe l’attacco antinave di maggior successo in 70 anni. Tra le possibilità di targeting di cui sopra, alla fine, tra una decina di anni si potrà vedere un DF-21D dotato di una serie variabile di sistemi di guida terminale e di targeting, al fine di aumentarne le probabilità di successo quando ne viene sparata una raffica contro delle unità di superficie nemiche. In effetti, questo renderebbe più difficile per la nave presa di mira sapere quale tipo di attacco verrebbe perseguito contro di essa. Inoltre, l’uso di diversi metodi di guida terminale complicherebbe gravemente l’attuazione delle contromisure, come razzi direzionali agli infrarossi, dispositivi “accecanti” per le testate dotate di homing IR, o di chaff per testate dotate di homing radar.
Alla fine, la bassa probabilità di intercettazione dei collegamenti dati, sia per per il funzionamento dell’UAV che per indirizzare il missile nella fase iniziale e per guidarne la testata durante la sua fase terminale di volo, sarebbe il “Sacro Graal” di tale sistema d’arma, molto difficile da ingannare o confondere. A quel punto, solo una difesa basata su armi laser attive o “hit to kill” sarebbe in grado di respingere un attacco del genere, che potrebbe essere efficace contro un DF-21DS in rientro, e durante una bella giornata, ma inutile contro uno sbarramento massiccio. Un targeting a lungo raggio che utilizzi un UAV tipo High Altitude Long Endurance (HALE) in operazioni semi-autonome di tipo sorveglianza marittima su grandi aree (BAMS), dotato di data link a bassa probabilità di intercettazione (LPI) e radar di acquisizione ad alta potenza e ad alta risoluzione, sarebbe senza dubbio l’attivatore e il moltiplicatore di forza definitivo che permetterebbe al missile balistico antinave cinese DF-21D di raggiungere il suo pieno potenziale. Con la recente perdita di un avanzatissimo drone degli Stati Uniti, che quasi certamente era dotato di tutti i componenti sopra citati, i cinesi potrebbe compiere l’enorme salto tecnologico di cui hanno bisogno proprio al momento giusto, rendendo efficace tale pericolosa sistema d’arma d’interdizione di area. Un sistema volto a colpire al cuore la potenza degli Stati Uniti: i loro gruppi di portaerei.
Con tutta la sua potenza, un gruppo di portaerei statunitense è efficace solo se i suoi obiettivi rientrano nella gittata dei suoi aerei da combattimento e missile cruise. Un arsenale operativo di DF-21D, accoppiato a una efficace assistenza di targeting oltre l’orizzonte, negherebbe agli statunitensi la prossimità utile per colpire le coste cinesi e i mari circostanti, e con un margine enorme. La necessità di una robusta e resiliente forza di puntamento e sorveglianza a lungo raggio è così importante per il sistema DF-21D, che mi spingerei a dire che l’RQ-170 catturato dagli iraniani si presenta come una grande opportunità per la difesa della Cina, e un enorme aumento del rischio potenziale per la Marina degli Stati Uniti, di cui non c’è davvero alcun precedente noto. In sostanza, le capacità del RQ-170, se riprodotte in modo esatto, o anche in modo più rudimentale, possono benissimo aver dato ai progettisti cinesi il prezioso “anello mancante” che cercavano di avere per fare del loro pregiato DF-21D un vero “Carrier Killer” realmente operativo.

Potete leggere tutta la mia copertura sul RQ-170, nel link seguente, compresa la mia analisi fotografica e la serie sulle “Origini dell’RQ-170“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una questione di Stato e Rivoluzione: la Cina e il socialismo di mercato

Marxist-Leninist 19 maggio 2011

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la maggior parte dei paesi socialisti cadde tragicamente sotto l’assalto dell’imperialismo occidentale. Tra i colpi terribili inflitti al movimento comunista internazionale, cinque Stati socialisti resistono alla marea della controrivoluzione e, contro ogni previsione, mantengono il socialismo realmente esistente nel 21° secolo.
Anche se ognuno di loro affronta ostacoli molto specifici nella costruzione del socialismo, questi cinque paesi – Repubblica di Cuba, Repubblica socialista del Vietnam, Repubblica democratica popolare del Laos, Repubblica popolare democratica di Corea e Repubblica popolare cinese – affrontano la sfida al Golia dell’egemonia imperialista occidentale. Tra questi, tuttavia, la Cina è unica come paese socialista, la cui crescita economica continua a superare anche quella dei più potenti paesi imperialisti.
Anche se un numero imbarazzante di gruppi di “sinistra” occidentali contesta la designazione di socialista a ognuno di questi cinque paesi, nessun paese suscita maggiore opposizione della Cina. Molti gruppi di “sinistra” occidentali sostengono che la Cina moderna è un vero e proprio paese capitalista. A causa del loro patrimonio teorico ideologico fasullo come Leon Trotsky, Tony Cliffe e Hal Draper, alcuni gruppi sostengono che la Cina non è mai stato un paese socialista, sostenendo invece che lo stato cinese è ed è stato un capitalismo di stato.
Contrasteremo le loro reazionarie affermazioni oltraggiose con sei tesi:
In primo luogo, il socialismo di mercato cinese è un metodo per risolvere la contraddizione primaria rivolta alla costruzione del socialismo in Cina: le forze produttive arretrate.
In secondo luogo, il socialismo di mercato in Cina è uno strumento marxista-leninista importante per la costruzione socialista.
In terzo luogo, la continua leadership del Partito Comunista Cinese e il controllo dell’economia di mercato cinese sono fondamentali per il socialismo cinese.
In quarto luogo, il socialismo cinese ha catapultato uno stato operaio a livelli economici precedentemente sconosciuti.
In quinto luogo, l’elevazione del successo della Cina come moderna economia industriale ha posto le basi per forme “superiori” di organizzazione economica socialista.
E nel sesto luogo, la Cina  applica il socialismo di mercato nei suoi rapporti con il Terzo Mondo e svolge un ruolo importante nella lotta contro l’imperialismo.
Da queste sei tesi, traggo la conclusione che i marxisti-leninisti del 21° secolo devono studiare rigorosamente i successi del socialismo cinese. Dopo tutto, se la Cina è un paese socialista, la sua ascesa come prima potenza mondiale economica richiede l’attenzione di ogni rivoluzionario serio, soprattutto per quanto riguarda l’arduo compito della costruzione del socialismo nel Terzo Mondo cui è interessato.
Il socialismo di mercato è un metodo per risolvere la contraddizione primaria nella costruzione del socialismo in Cina: le forze produttive arretrate.
La rivoluzione cinese nel 1949 è stato un risultato straordinario del movimento comunista internazionale. Guidato da Mao Zedong, il Partito Comunista Cinese (PCC) aveva immediatamente tracciato un corso per la ricostruzione socialista di un’economia devastata da secoli di feudalesimo dinastico e di sottomissione imperiale a Europa e Giappone. Il PCC ha lanciato incredibili campagne progettate a coinvolgere le masse nella costruzione del socialismo e nella costruzione di un’economia che potesse soddisfare i bisogni della gigantesca popolazione cinese. Non si potranno mai esagerare i risultati incredibili delle masse cinesi in questo periodo, in cui l’aspettativa di vita media in Cina è passata da 35 anni nel 1949, a 63 anni alla morte di Mao nel 1975. (1)
Nonostante gli enormi benefici sociali portati dalla rivoluzione, le forze produttive della Cina sono rimaste gravemente sottosviluppate ed hanno lasciato il paese vulnerabile a carestie e altre calamità naturali. Lo sviluppo ineguale persiste tra la campagna e le città, e la crisi cino-sovietica escluse la Cina dal resto del blocco socialista. Questi seri ostacoli portarono il PCC, con Deng Xiaoping al timone, a identificare le forze produttive sottosviluppate cinesi come la contraddizione principale di fronte all’edificazione socialista. In un discorso del marzo 1979, in un forum del PCC dal titolo “Sostenere i quattro principi cardinali“, Deng delineò le due caratteristiche di questa contraddizione:
In primo luogo, partiamo da una base debole. Il danno inflitto per un lungo periodo dalle forze dell’imperialismo, del feudalesimo e del capitalismo burocratico hanno ridotto la Cina in uno stato di povertà e arretratezza”. (2)
Mentre concede che “fin dalla fondazione della Repubblica Popolare abbiamo raggiunto successi notevoli nella costruzione economica, istituendo un sistema industriale abbastanza completo“, Deng ribadisce che la Cina è comunque “uno dei paesi più poveri del mondo.” (2)
La seconda caratteristica di questa contraddizione è che la Cina ha “una grande popolazione, ma non abbastanza terra coltivabile.” Deng spiega la gravità di questa contraddizione:
Quando la produzione non è sufficientemente sviluppata, pone seri problemi in relazione al cibo, all’istruzione e al lavoro. Dobbiamo aumentare notevolmente i nostri sforzi in materia di pianificazione familiare, ma anche se la popolazione non crescerà per un certo numero di anni, avremo ancora il problema della popolazione per un certo periodo. Il nostro territorio vasto e ricco di risorse naturali è un grande vantaggio. Ma molte di queste risorse non sono ancora state rilevate e sfruttate, in modo che non costituiscono dei mezzi reali di produzione. Nonostante il vasto territorio della Cina, la quantità di terreno coltivabile è limitata, e né questo fatto né il fatto che abbiamo una grande popolazione, per la maggior parte contadina, possono essere facilmente cambiati.” (2)
A differenza dei paesi occidentali industrializzati, la contraddizione principale in Cina non era tra il proletariato e la borghesia, il proletariato e il suo partito avevano già abbattuto la borghesia nella rivoluzione del 1949, ma piuttosto tra l’enorme popolazione della Cina e le sue forze produttive sottosviluppate. Sebbene dalle buone e ambiziose intenzioni, le campagne come il Grande Balzo in avanti continuarono a non poter sollevare le masse cinesi da una povertà totale senza rivoluzionare le forze produttive del paese.
Da questa contraddizione, Deng ha proposto la politica del “socialismo con caratteristiche cinesi” o socialismo di mercato.
Dopo la morte di Mao nel 1975 e la fine della Rivoluzione Culturale, un anno dopo, il PCC, sotto la guida del presidente Deng Xiaoping, ha lanciato un’aggressiva campagna di ammodernamento delle sottosviluppate forze produttive in Cina. Conosciute come le quattro modernizzazioni, economica, agricola, scientifica e tecnologica, e difensiva, il PCC ha iniziato la sperimentazione dei modelli per il raggiungimento di questi cambiamenti rivoluzionari.
La modernizzazione non era qualcosa di estraneo alla costruzione del socialismo in Cina. Sulla scia del Grande Balzo in Avanti e dell’agitazione turbolenta della Rivoluzione Culturale, il PCC aveva capito che per costruire il socialismo duraturo, era necessaria una base industriale moderna. Senza una tale base, le masse cinesi continuerebbero a vivere alla mercé delle catastrofi naturali e della manipolazione imperialista. Deng delineò questo obiettivo in un discorso dell’ottobre 1978 davanti al IX Congresso Nazionale dei Sindacati cinesi:
Il Comitato Centrale sottolinea che questa è una grande rivoluzione, in cui l’arretratezza economica e tecnologica della Cina sarà superata e la dittatura del proletariato ulteriormente consolidata.” (3)
Deng prosegue descrivendo la necessità di riesaminare il metodo cinese di organizzazione economica:
Dal momento che il suo obiettivo è trasformare l’attuale stato arretrato delle nostre forze produttive, ciò comporta inevitabilmente molti cambiamenti nei rapporti di produzione, nella sovrastruttura e nelle forme di gestione nelle imprese industriali e agricoli, nonché i cambiamenti nell’amministrazione statale di queste imprese, in modo da soddisfare le esigenze della moderna produzione su larga scala. Per accelerare la crescita economica è essenziale aumentare il grado di specializzazione delle imprese, aumentare il livello tecnico di tutto il personale in modo significativo e formarlo e valutarlo attentamente, migliorare notevolmente la contabilità economica nelle imprese, e aumentare la produttività del lavoro e i tassi di profitto su livelli molto più alti.
Pertanto, è indispensabile attuare importanti riforme nei vari settori dell’economia, in relazione alla loro struttura e organizzazione, nonché alla loro tecnologia. Gli interessi a lungo termine della intera nazione sono imperniati su queste riforme, senza le quali non possiamo superare il ritardo attuale della nostra tecnologia di produzione e gestione”. (3)
Queste riforme proposte lanciarono il socialismo di mercato in Cina. Cominciando con la divisione delle Comuni Popolari dell’era del Grande Balzo in Avanti, in piccoli appezzamenti di terreno privati, il socialismo di mercato è stato applicato al settore agricolo della Cina, aumentando la produzione alimentare. Dal 1980 al 1992, lo Stato cinese delegò maggiori poteri ai governi locali e trasformò alcune industrie piccole e medie in imprese in attività, soggette a regolamentazione e alla direzione del PCC.
Dall’attuazione del socialismo di mercato, la Cina ha registrato un’espansione economica senza precedenti, con una crescita più veloce di ogni altra economia del mondo. Il socialismo di mercato di Deng ha decisamente fatto uscire le masse cinesi dalla povertà sistemica e fatto del paese un gigante economico la cui potenza supera probabilmente le maggiori economie imperialiste dell’Occidente.
Il socialismo di mercato in Cina è un’importante strumento marxista-leninista per la costruzione socialista.
Sebbene il concetto e l’attuazione del socialismo di mercato di Deng è un importante contributo al marxismo-leninismo, non è senza precedenti. La rivoluzione proletaria è storicamente scoppiata nei paesi in cui le catene dell’imperialismo erano più deboli. Una delle caratteristiche che uniscono  questi paesi è l’arretratezza delle forze produttive; sottosviluppati a causa di decenni di sottomissione coloniale e imperiale. Lungi dall’essere la prima volta che i comunisti usano i mercati per porre un fondamento industriale per il socialismo, il socialismo di mercato della Cina ha le sue radici nella Nuova Politica Economica (NEP) dei bolscevichi.
Di fronte a simili livelli di sottosviluppo e di disordini sociali, i bolscevichi attuarono la NEP, che permise ai piccoli imprenditori e ai contadini di vendere prodotti in un mercato limitato. Progettato e realizzato da Lenin nel 1921, la NEP è stata il successore della politica di Trotzkij del comunismo di guerra, che dava la priorità alla militarizzazione della produzione agricola e industriale per combattere le forze reazionarie dei bianchi. A causa delle loro condizioni materiali economicamente arretrate, furono prevalentemente i contadini a resistere al comunismo di guerra, provocando scarsità di cibo per l’Armata Rossa. Percependo correttamente l’importanza dell’instaurare una forte alleanza tra i contadini e la classe operaia urbana, Lenin usò la NEP come mezzo per modernizzare la campagna della Russia attraverso meccanismi di mercato.
In un articolo che spiega il ruolo dei sindacati nella NEP, Lenin descrive sinteticamente l’essenza del concetto che Deng avrebbe poi chiamato ‘socialismo di mercato':
La nuova politica economica introduce una serie di importanti cambiamenti nella posizione del proletariato e, di conseguenza, in quella dei sindacati. La grande massa dei mezzi di produzione nel settore industriale e del sistema dei trasporti, rimane nelle mani dello Stato proletario. Questo, insieme con la nazionalizzazione della terra, mostra che la nuova politica economica non cambia la natura dello Stato operaio, anche se deve modificare sostanzialmente le modalità e le forme di sviluppo socialista per permettere la rivalità economica tra il socialismo, che è attualmente in costruzione, e il capitalismo, che sta cercando di rivivere rispondendo alle esigenze delle grandi masse dei contadini attraverso il mercato.” (4)
Non si trascuri la gravità delle parole di Lenin in questo passaggio. Riconosce   che l’introduzione dei mercati nell’economia sovietica non modifica radicalmente il carattere proletario dello Stato. Più provocatoria è tuttavia la sua caratterizzazione dell’economia sovietica come “rivalità economica tra il socialismo, che ora è in fase di costruzione, e il capitalismo.” (4) Secondo Lenin, i rapporti di produzione capitalistici possono esistere all’interno e competere con il socialismo, senza cambiare l’orientamento di classe di uno stato proletario.
Ricordiamo che Deng sosteneva che il socialismo di mercato è stato fondamentale per la modernizzazione delle forze produttive e consolidare la dittatura del proletariato della Cina. Lenin sarebbe stato pienamente d’accordo con la valutazione di Deng, come articola in un testo dell’aprile 1921 intitolato “La tassa in natura“, Lenin scrive:
Il socialismo è inconcepibile senza una grande tecnica capitalistica basata sulle più recenti scoperte della scienza moderna. E’ inconcepibile, senza organizzazione statale pianificata, mantenere decine di milioni di persone alla più rigorosa osservanza di uno standard unificato nella produzione e nella distribuzione. Noi marxisti abbiamo sempre parlato di questo, e non vale la pena sprecare due secondi per parlare con persone che non capiscono nemmeno questo (anarchici e una buona metà dei socialisti-rivoluzionari di sinistra).” (5)
Le radici ideologiche del socialismo di mercato di Deng vanno più lontano di Lenin, però. In un’intervista dell’agosto 1980, la giornalista italiana Oriana Fallaci chiese a Deng se le riforme del mercato nelle zone rurali “avesse messo in discussione il comunismo stesso?”, Deng risponde:
Secondo Marx, il socialismo è la prima fase del comunismo e copre un lungo periodo storico in cui dobbiamo praticare il principio “a ciascuno secondo il suo lavoro” e coniugare gli interessi dello Stato, della collettività e del singolo, solo così possiamo suscitare l’entusiasmo del popolo per il lavoro e sviluppare la produzione socialista. Nella fase superiore del comunismo, quando le forze produttive saranno notevolmente sviluppate e il principio “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” sarà praticato, gli interessi personali verranno riconosciuti ancora di più e più esigenze personali saranno soddisfatte”. (6)
La risposta di Deng è un riferimento alla Critica del Programma di Gotha di Marx, del 1875. Marx descrive il processo di costruzione del socialismo in termini di fasi ‘alta’ e ‘inferiore':
Quello con cui abbiamo a che fare qui, è una società comunista, non come si è sviluppata sulla propria base ma, al contrario, così come emerge dalla società capitalistica, che è quindi, in ogni aspetto, economicamente, moralmente e intellettualmente, ancora impressa dalle voglie della vecchia società dal cui grembo emerge. Di conseguenza, il singolo produttore riceve dalla società – dopo le debite deduzioni – esattamente ciò che dà ad essa. …
Ma questi inconvenienti sono inevitabili nella prima fase della società comunista, essendone appena uscita dopo i lunghi travagli del parto dalla società capitalistica. Non potrà mai essere superiore alla struttura economica della società e del suo sviluppo culturale da cui è condizionata.” (7)
Si può concordare con il socialismo di mercato o meno, ma i fatti sono questi:
Fatto: il socialismo di mercato è in accordo con il marxismo-leninismo.
Fatto: la visione di Lenin è che i mercati e alcuni rapporti di produzione capitalistici non modificheranno sostanzialmente il carattere di classe proletario di uno stato socialista.
Fatto: Lenin riteneva che i paesi possono costruire il socialismo attraverso l’uso dei mercati.
Fatto: il principio che informa il socialismo di mercato di Deng “a ciascuno secondo il suo lavoro“, proviene direttamente da Marx.
La continua leadership del Partito Comunista Cinese e il controllo dell’economia di mercato cinese, è fondamentale per il socialismo cinese.
Commentatori occidentali hanno previsto che in Cina le riforme del mercato avrebbero portato alla caduta del PCC, quando Deng aveva annunciato il socialismo di mercato alla fine degli anni ’70. Questi stessi commentatori hanno ripetuto questa affermazione negli ultimi 30 anni, e sono stati costantemente smentiti da una Cina che usciva dalla povertà con il PCC al timone. Le riforme del mercato non hanno modificato le basi fondamentali della società socialista cinese, perché le masse e il loro partito continueranno a governare la Cina.
La cosiddetta ‘privatizzazione’ delle industrie statali piccole e medie, a metà degli anni ’90 e all’inizio del 2000, ha provocato una levata di scudi della ‘sinistra’ occidentale, affermando che questa rappresenta la vittoria finale del capitalismo in Cina. Ma dal momento che i gruppi di ‘sinistra’ sono spesso soggetti a litigare su definizioni oscure e irrilevanti (ma non meno verbose!) dibattendo su questioni storiche lontane, vediamo cosa i capitalisti stessi hanno da dire sulla ‘privatizzazione’ in Cina. Nel maggio 2009, Derrick Scissors della Fondazione Heritage pose la questione in un articolo intitolato “La liberalizzazione al rovescio“. Scrive:
Esaminare quali aziende sono veramente private è importante perché la privatizzazione è spesso confusa con la diffusione della partecipazione e della vendita di quote di minoranza. In Cina, la proprietà al 100 per cento è stata spesso diluita con la divisione delle proprietà in azioni, alcune delle quali sono messe a disposizione di attori non statali, come aziende straniere o altri investitori privati. Quasi due terzi delle imprese statali e delle filiali in Cina hanno intrapreso tali cambiamenti, portando alcuni osservatori stranieri a rietichettare queste imprese come “non statali” o anche “private”. Ma questa riclassificazione non è corretta. La vendita di azioni di per sé non altera per nulla il controllo dello Stato: decine di imprese non sono meno controllate solo perché sono quotate nelle borse estere. In pratica, tre quarti delle circa 1.500 società quotate come titoli nazionali, sono ancora di proprietà statale.” (8)
Finché il processo della cosiddetta ‘privatizzazione’ permette una certa proprietà privata, sia nazionale che estera, Scissors chiarisce che questo è un lamento lontano dalla privatizzazione vera e propria, come avviene negli Stati Uniti e altri paesi capitalisti. Lo Stato, guidato dal PCC, mantiene una quota di maggioranza nella società e traccia il percorso della società.
Più sorprendenti sono le industrie che rimangono saldamente sotto il controllo statale, che sono le industrie essenziali per il benessere delle masse cinesi. Scissors continua:
Non importa la loro struttura azionaria, tutte le società nazionali dei settori che compongono il nucleo dell’economia cinese sono tenute per legge a essere di proprietà o controllate dallo Stato. Tali settori comprendono la produzione e la distribuzione dell’energia, petrolio, carbone, petrolchimico e gas naturale, telecomunicazioni, armamenti, aviazione e trasporti marittimi, produzione di macchinari e automobili, tecnologie dell’informazione, costruzioni e la produzione di ferro, acciaio e metalli non ferrosi. Le ferrovie, la distribuzione del grano e le assicurazioni sono anch’esse dominate dallo stato, anche se non è ufficialmente sanzionato”. (8)
Nessun paese capitalistico nella storia del mondo ha mai avuto il controllo statale su tutti questi settori. In paesi come gli Stati Uniti o la Francia, alcuni settori come le ferrovie e l’assicurazione sanitaria possono avere proprietà statale, ma ciò finisce drasticamente nell’industria dominante. L’importanza di questa proprietà statale diffusa, è che gli aspetti essenziali dell’economia cinese sono gestiti dallo stato guidato da un partito il cui orientamento è verso la classe operaia e i contadini.
Particolarmente dannoso per l’argomentazione della Cina-come-capitalismo di Stato, è lo status delle banche e del sistema finanziario cinese. Scissors continua:
Lo Stato esercita il controllo sulla maggior parte del resto dell’economia attraverso il sistema finanziario, in particolare le banche. Entro la fine del 2008, i prestiti erano pari a quasi 5 trilioni di dollari, e la crescita del prestito annuale è stata quasi il 19 per cento, e accelerava; il prestito, in altre parole, è probabilmente la principale forza economica della Cina. Lo Stato cinese possiede tutte le grandi istituzioni finanziarie, la Banca popolare di Cina assegna loro quote di prestito ogni anno, e il prestito è diretto in base alle priorità dello Stato.” (8)
La Banca Popolare della Cina (PBC) mette in evidenza uno dei modi più importanti con cui il PCC utilizza il sistema di mercato per controllare il capitale privato e subordinarlo al socialismo. Ben lungi dal funzionare come una banca capitalista nazionale, che assegna la priorità per facilitare l’accumulazione di capitale da parte della borghesia, “questo sistema frustra i prestatori privati.” (8) Il PCC inonda il mercato con titoli pubblici, che hanno un effetto di spiazzamento sulle obbligazioni delle aziende private, che le imprese utilizzano per raccogliere capitali indipendenti. Sfruttando offerta e domanda sul mercato obbligazionario, la PBC impedisce alle imprese private, nazionali o straniere, d’accumulare capitale indipendentemente dalla gestione socialista.
Anche se la Cina moderna ha un sistema di mercato in espansione, il PCC usa il mercato per consolidare e far avanzare il socialismo. Invece di privatizzare le industrie più importanti, come spesso pretendono i detrattori, lo stato mantiene un vibrante sistema di proprietà pubblica socialista che impedisce il sorgere di una borghesia indipendente. Deng ha parlato in particolare di questo assai deliberato sistema nella stessa intervista con la Fallaci:
Non importa in quale misura ci apriamo al mondo esterno e ammettiamo capitale straniero, la sua grandezza relativa sarà piccola e non potrà incidere sul nostro sistema di proprietà pubblica socialista dei mezzi di produzione. Assorbire capitale e tecnologia straniera, e perfino consentire agli stranieri di costruire impianti in Cina, potrà giocare solo un ruolo complementare al nostro sforzo di sviluppare le forze produttive in una società socialista.” (6)
Analisti occidentali sembrano credere che il PCC abbia raggiunto questo obiettivo. Il capitalista Centro Studi Indipendenti (CIS) dell’Australia ha pubblicato, nel luglio 2008, un articolo che dice che coloro che pensano che la Cina stia diventando un paese capitalista “fraintendono la struttura dell’economia cinese, che rimane in gran parte un sistema dominato dallo stato piuttosto che dal libero mercato.”(9) L’articolo spiega:
Con il controllo strategico delle risorse economiche e rimanendo il principale erogatore di opportunità e successo economico nella società cinese, il Partito Comunista Cinese (PCC) sta costruendo istituzioni e sostenitori che sembrano radicare il monopolio del partito al potere. Infatti, in molti modi, le riforme e la crescita economica del paese hanno effettivamente migliorato la capacità del PCC di restare al potere. Invece di essere spazzato via dai cambiamenti, il PCC è per molti versi il suo agente e beneficiario.” (9)
Mentre il CSI continua a piangere lacrime di coccodrillo per la mancanza di libertà economiche e politiche in Cina, i marxisti-leninisti leggono tra le righe e riconoscono la verità: la Cina non è capitalista, il PCC non sta perseguendo lo sviluppo capitalistico e il socialismo di mercato è riuscito a porre le basi materiali per ‘il socialismo più alto’.
Il socialismo cinese ha catapultato uno stato operaio a livelli economici precedentemente sconosciuti.
Mentre il Grande Balzo in avanti è stato un ambizioso tentativo di porre le basi industriali necessarie per costruire il socialismo, i fatti sono questi: il prodotto interno lordo della Cina (PIL) nel 1960, dopo il GBA, era di 68,371 miliardi dollari. (10) Nel 2009, il PIL della Cina si trova a poco meno di 5.000 miliardi dollari, il che la rende la seconda economia del mondo. (11) In altre parole, l’economia moderna cinese è circa 73 volte la sua economia dopo il Grande Balzo in Avanti, che in precedenza era stata la più grande revisione economica socialista nella storia cinese.
La crudele ironia del socialismo cinese è che la maggior parte dei suoi ammiratori internazionali non sono ‘di sinistra’, ma piuttosto i capitalisti. Lungi dall’approvare il socialismo, questi capitalisti sono in soggezione davanti alla manipolazione dei mercati della Cina nel costruire una prospera società moderna senza ricorrere al libero mercato. Odiano le realizzazioni della Cina e il suo percorso socialista, ma non possono negarne il successo spettacolare. Anche Scissors riconosce nello stesso articolo dell’Heritage Foundation che, “tra giugno 2002 e giugno 2008, il PIL della Cina è più che triplicato e le sue esportazioni sono più che quadruplicate.” (8)
L’incredibile crescita del PIL in Cina è di vitale importanza per il socialismo. Scissors continua:
Questa rapida crescita del PIL ha creato posti di lavoro: entro la fine di giugno 2008, il tasso di disoccupazione tra gli elettori urbani registrati è stato un mero quattro per cento – addirittura inferiore all’ambizioso obiettivo del governo del 4,5 per cento. Questa cifra potrebbe sottovalutare la disoccupazione vera ignorando le campagne e l’occupazione urbana non registrata, ma riflette con precisione le tendenze più ampie della situazione del lavoro. Tanti lavoratori migranti provenienti dalle zone rurali sono stati assorbiti nel mercato del lavoro urbano, anche se 20 milioni di tali lavoratori avrebbero perso il lavoro, verso la fine del 2008, rimangono ben più di 100 milioni di migranti rurali con un posto di lavoro nelle città.” (8)
Che la Cina possa essenzialmente garantire la piena occupazione dei lavoratori, mette in evidenza un altro modo con cui il PCC usa i mercati per far avanzare il socialismo. Oltre a raggiungere la piena occupazione de facto, “i salari urbani sono saliti in modo significativo, del 18 per cento tra il 2007 e il 2008″, ciò rappresenta grandi guadagni materiali per la classe operaia cinese. (8)
A differenza delle masse espropriate dei paesi capitalisti, le masse cinesi sono sempre più soddisfatte e favorevoli all’economia della propria nazione. Uno studio del luglio 2008 condotto da Pew Global Attitudes Project, ha intervistato una campione di diverse persone in 24 paesi sviluppati, compresa la Cina prima delle Olimpiadi di Beijing. I risultati del Pew confermano la popolarità del socialismo di mercato tra le masse cinesi:
Mentre aspettano le Olimpiadi di Pechino, il popolo cinese esprime straordinari livelli di soddisfazione per il modo in cui stanno andando le cose nel loro paese e l’economia della loro nazione. Con più di otto su dieci che hanno una visione positiva di entrambi, la Cina è il numero uno tra i 24 Paesi riguardo ai due parametri del sondaggio 2008 del Pew Research Center del Project Pew Global Attitudes.“(12)
Per inciso, Pew rileva che “la soddisfazione cinese su questi aspetti della vita è migliorata solo in misura modesta negli ultimi sei anni, nonostante il drammatico aumento delle valutazioni positive delle condizioni e dell’economia nazionali.”(12) Mentre le masse cinesi celebrano il recente rapido aumento del livello di vita della nazione, la longevità della loro soddisfazione riflette un rapporto più profondo con lo Stato.
Tra le scoperte più interessanti del Pew, vi era il livello di persone che in Cina si preoccupano della crescente disuguaglianza di reddito. Mentre la disuguaglianza è la preoccupazione principale per le masse espropriate nei paesi capitalisti, i ricchi non si preoccupano per nulla della disuguaglianza dei redditi, in quanto costituisce la pietra angolare della loro classe. Le masse cinesi, però, rispondono a questa preoccupazione critica in modo molto diverso. Pew trova:
Circa nove su dieci (89%) identificano il divario tra ricchi e poveri come un problema grave e il 41% lo cita come un problema molto grande. Le preoccupazioni per la disuguaglianza sono comuni tra ricchi e poveri, vecchi e giovani, uomini e donne, così tra i diplomati che tra quelli meno istruiti. (12) A tale proposito, nonostante la crescita economica, le preoccupazioni per la disoccupazione e le condizioni per i lavoratori sono ampie, con il 68% e 56% rispettivamente che hanno segnalato questi grandi problemi.” (12)
L’universalità delle preoccupazioni circa la disparità di reddito, riguarda anche i cittadini più ricchi, dimostrando la supremazia costante dei valori socialisti in Cina. Norme culturali e valori derivano dalle condizioni materiali e dai rapporti di produzione. Se la Cina è un paese capitalista, la diffusione capillare dei valori socialisti, che attraversano tutti i livelli di reddito, non esisterebbe. Sostenere il contrario significa abbandonare un’analisi materialistica della cultura.
La riuscita avanzata della Cina come una moderna economia industriale, ha posto le basi per “superiori” forme di organizzazione economica socialista.
Il mercato non è un modo di produzione, ma piuttosto, il mercato è una forma di organizzazione economica. Deng spiega bene questa distinzione in una serie di conferenze date nel 1992. Afferma:
La proporzione di pianificazione sulle forze di mercato non è la differenza essenziale tra socialismo e capitalismo. Un’economia pianificata non è equivalente al socialismo, perché è progettata anche sotto il capitalismo, l’economia di mercato non è il capitalismo, perché ci sono i mercati anche nel socialismo. Le forze della pianificazione e del mercato sono entrambi mezzi per controllare l’attività economica.” (13)
I mercati non sono né capitalisti né socialisti, così come la pianificazione economica non è né capitalista né socialista. Entrambe queste forme di organizzazione economica sono solo strumenti della scatola degli attrezzi, e in alcune situazioni, i mercati sono un utile strumento per la costruzione socialista.
Per 30 anni, il PCC ha usato con successo i mercati come strumento per rivoluzionare le forze produttive del paese. Proprio a causa di questo successo, lo stato sta rapidamente muovendosi verso forme più avanzate di organizzazione industriale socialista, per sostituire il meccanismo di mercato.
Il socialismo di mercato è stato implementato nel settore agricolo con lo stesso obiettivo della NEP di Lenin: espandere in modo aggressivo e modernizzare la produzione alimentare. Tuttavia, il PCC ha introdotto i mercati come strumento per costruire il socialismo, piuttosto che come modalità permanente di funzionamento dell’organizzazione economica. Questa è una distinzione molto importante, perché significa che le riforme del mercato sono viste da Deng e dal PCC come una forma transitoria di ‘basso socialismo’, per usare un termine di Marx, che avrebbero sostituito con l’agricoltura collettivizzata, dopo che le condizioni materiali si fossero modificate. Deng lo spiega in un discorso al Comitato Centrale nel maggio 1980. Intitolato “Su questioni di politica rurale“, Deng risponde alle preoccupazioni sulle riforme contemporanee del mercato nel settore agricolo:
E’ certo che, finché la produzione si espande, la divisione del lavoro aumenta e l’economia si sviluppa bene, le forme inferiori di collettivizzazione nelle campagne si svilupperanno in forme più alte e l’economia collettiva acquisirà una base più solida. Il compito principale è espandere le forze produttive e quindi creare le condizioni per l’ulteriore sviluppo della collettivizzazione.” (14)
Deng comprende che costruire un’economia socialista agricola in grado di soddisfare le esigenze dell’enorme popolazione della Cina, richiede lo sviluppo delle forze produttive nelle campagne, che i mercati potrebbero compiere. Solo dopo aver rivoluzionato le forze produttive di tutto il paese, si potrebbero porre le basi materiali perché esista una economia pienamente collettiva del  ‘socialismo superiore’.
Mao ha detto che “La pratica è il criterio della verità“, e dopo 30 anni di pratica, le dichiarazioni di Deng si sono avverate. Nel 2006, il PCC ha annunciato una riforma rivoluzionaria della campagna cinese, e ha promesso di usare la ricchezza appena acquisita dalla Cina per trasformare le zone rurali in quello che il presidente Hu Jintao chiama una “nuova campagna socialista”. (15) Anche oggi, la maggior parte della popolazione cinese rimane nella provincia rurale del paese, ma l’applicazione di tecniche agricole moderne e di pratiche agricole meccanizzate hanno generato un netto avanzo della produzione di grano in Cina. Tra le numerose disposizioni di questa nuova politica, la nuova politica rurale della Cina promette “un aumento sostenuto dei redditi degli agricoltori, più il supporto industriale all’agricoltura e lo sviluppo rapido dei servizi pubblici“. (15) Ulteriori disposizioni permettono agli studenti contadini di ricevere “libri di testo gratuiti e sussidi di studio” e lo Stato “aumenterà i sussidi alle cooperative sanitarie rurali.” (15)
I massicci investimenti statali in infrastrutture agricole sono “un cambiamento significativo del precedente focus nello sviluppo economico“. (15) A causa del successo della modernizzazione, “si da maggiore peso alla redistribuzione delle risorse e al riequilibrio dei redditi.” (15) Invece di visualizzare il socialismo di mercato come un fine in sé, il PCC ha sfruttato il mercato come mezzo per generare una base industriale sufficiente a costruire il ‘socialismo superiore’. La straordinaria crescita del PIL dello Cina e lo sviluppo tecnologico attraverso il socialismo di mercato, consente di attuare tali rivoluzionari cambiamenti radicali.
Per l’assistenza sanitaria, Austin Ramzy di Time Magazine ha riferito, nell’aprile 2009, che “la Cina sta ponendo dei piani per riformare radicalmente il suo sistema sanitario, ampliando la copertura a centinaia di milioni di contadini, lavoratori migranti e residenti nelle città.” (16) I piani sono basati sulla spesa di “125 miliardi dollari nei prossimi tre anni per sviluppare migliaia di cliniche e ospedali, e per l’espansione della copertura sanitaria di base al 90% della popolazione.” (16) Invece di una inversione delle riforme  dell’era di Deng, la Cina ritorna verso la salute pubblica, logica evoluzione del sistema sanitario più moderno ed espansivo, realizzato attraverso 30 anni di socialismo di mercato.
Mentre il capitale straniero entrava in Cina, le corporations dei paesi imperialisti erano attratte dal grande bacino di lavoro della Cina, sfruttando alcuni lavoratori cinesi attraverso rapporti di produzione capitalistici. Lo sfruttamento dalle società estere costituisce una contraddizione importante nell’economia cinese, con il PCC che ha adottato misure concordate verso la sua soluzione. Mentre tutte il popolo della Cina conserva l’accesso a beni e servizi essenziali, come l’assistenza alimentare e sanitaria, il PCC pone delle restrizioni nei luoghi in cui operano le società straniere in Cina, limitando fortemente il loro potere politico-economico in Cina.
Lungi dall’abbandonare i lavoratori cinesi nel perseguimento della modernizzazione, il PCC ha annunciato il progetto di legge sul Contratto di Lavoro del 2006, per proteggere i diritti dei lavoratori alle dipendenze delle aziende straniere, assicurando il TFR e la messa fuori legge del lavoro senza contratto, che li renderebbe dei possibili sweatshops. Violentemente contrastata da Wal-Mart e da altre società occidentali, “le società straniere non attaccano la normativa perché fornisce ai lavoratori troppo poca protezione, ma perché ne fornisce troppa“. (17) Tuttavia, il progetto di legge sul Contratto di Lavoro, in cui “ai datori di lavoro è richiesto di contribuire ai conti previdenziali dei propri dipendenti, e d’impostare norme salariali per i lavoratori in tirocinio e gli straordinari“, è stato promulgato nel gennaio 2008. (18)
La recente serie di controversie sul lavoro tra lavoratori cinesi e società straniere, testimoniano l’orientamento verso la classe operaia dello stato cinese. In risposta agli scioperi diffusi nelle fabbriche e negli impianti di produzione degli occidentali, il PCC ha intrapreso una politica aggressiva di supporto dei lavoratori cinesi e sostiene le loro richieste di aumento dei salari. Il governo regionale di Beijing ha elevato il salario minimo due volte in sei mesi, tra cui un aumento del 21% alla fine del 2010. (19) Nell’aprile di quest’anno, il PCC ha annunciato degli aumenti salariali annuali del 15%, “promettendo di raddoppiare i salari dei lavoratori durante il 12° piano quinquennale, dal 2011 al 2015.” (20)
I grandi aumenti dei salari e dei benefici per i lavoratori cinesi, in particolare i lavoratori migranti, è un duro colpo per le società straniere e rende la Cina un hub di manodopera a basso costo decisamente meno attraente per gli investitori stranieri. (21) Contrariamente alle azioni di uno Stato capitalista di fronte alle agitazioni operaie, che in genere consiste in piccole riforme o nella repressione brutale, la risposta della Cina è stata lanciare un’offensiva contro l’accumulazione della ricchezza delle società straniere, costringendole a pagare salari sostanzialmente più elevati.
Lo stato è uno strumento di oppressione di classe. Gli stati borghesi a malincuore compiono le riforme per la classe operaia, come il salario minimo, quando nessun altra azione è possibile. Il loro orientamento è verso il miglioramento delle condizioni della borghesia e la subordinazione del lavoro al capitale. Gli Stati proletari hanno il coraggio di sostenere e rispondere immediatamente alle esigenze collettive dei lavoratori, perché costituiscono la classe dirigente nella società. Una maggiore disponibilità da parte del PCC nell’affrontare e attaccare il capitale straniero nell’interesse della classe operaia, è il prodotto deliberato del successo del socialismo di mercato nello sviluppo delle forze produttive della Cina. Dopo aver risolto la contraddizione primaria delle forze produttive arretrate, il PCC sta preparando il terreno per la contraddizione tra capitale straniero e lavoro.
Per quanto riguarda invece la situazione macroeconomica, l’applicazione del socialismo di mercato della Cina ha portato a gravi disparità di reddito. Mentre è senza dubbio un difetto del ‘socialismo inferiore’, lo stato cinese prende molto sul serio questa contraddizione e ha annunciato una inedita campagna di spesa pubblica nel marzo 2011, volta a colmare il divario dei redditi. (22) Aumentando la spesa pubblica del 12,5% nel prossimo anno, il PCC assegnerà risorse pubbliche enormi “per l’istruzione, la creazione di posti di lavoro, i bassi redditi, gli alloggi, l’assistenza sanitaria, le pensioni e le altre assicurazioni sociali.” (22) Lungi dall’essere una mossa studiata per placare eventuali disordini sociali, questa spinta monumentale della spesa sociale dimostra l’orientamento costante dello stato cinese verso le classi proletaria e contadina.
Una posizione corretta sulla Cina richiede prima di tutto un esame globale della economia del paese, collocato nel contesto del percorso del PCC verso la modernizzazione. Concentrarsi troppo sull’economia di mercato della Cina e i suoi difetti, offusca i fatti più importanti, e cioè che la classe operaia e i contadini ancora dominano la Cina attraverso il PCC, e il successo della modernizzazione attraverso l’economia di mercato ha aperto la strada per ‘il socialismo superiore’.
La Cina applica il socialismo di mercato nei suoi rapporti con il Terzo Mondo, e svolge un ruolo importante nella lotta contro l’imperialismo.
Capire che i mercati sono un strumento neutro e non-intrinseco al capitalismo, e utilizzabile da capitalisti e socialisti è fondamentale per analizzare correttamente la posizione internazionale della Cina. A differenza delle caratteristiche dell’imperialismo-colonialismo, del neocolonialismo, del super-sfruttamento e della dipendenza, il socialismo di mercato della la Cina promuove la cooperazione, il progresso collettivo, l’indipendenza e lo sviluppo sociale. (23)
Anche se fonti di informazione borghesi denunciano i rapporti economici della Cina con l’Africa come ‘imperialistici’, questo è un riflesso della mentalità commerciale occidentale, che non riesce a capire le eventuali relazioni economiche in termini diversi dallo sfruttamento spietato. Il premier Wen Jiabao ha detto, in un vertice del 2006 al Cairo, che le relazioni commerciali cinesi-africane sono progettate per “aiutare i paesi africani a svilupparsi da soli e a offrire formazione ai professionisti africani”. (24) L’obiettivo del vertice, secondo Wen, è “la riduzione e la liquidazione dei debiti, l’assistenza economica, la formazione del personale e gli investimenti da parte delle imprese“(24), Wen continua:
Sul fronte politico, la Cina non interferisce negli affari interni dei paesi africani. Noi crediamo che i paesi africani hanno il diritto e la capacità di risolvere i propri problemi.”(24)
Questo non è l’atteggiamento dell’imperialismo. La dichiarazione di Wen, qui, nemmeno riflette la retorica dell’imperialismo. Gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa, difendono costantemente il loro diritto di perseguire i propri interessi nelle altre nazioni, in particolare quelle nazioni che hanno ricevuto un sostanziale capitale occidentale. L’approccio della Cina è notevolmente diverso, in quanto utilizza il commercio come mezzo di sviluppo delle infrastrutture sociale africane sottosviluppate a causa di secoli di oppressione coloniale occidentale, e funziona soprattutto con una politica di non intervento. Ciò riflette l’impegno del PCC nella comprensione marxista-leninista dell’autodeterminazione nazionale.
I rapporti della Cina con l’Africa riflettono questi principi nella pratica.  Nel novembre 2009, la Cina ha promesso 10 miliardi di dollari in “prestiti preferenziali diretti verso programmi infrastrutturali e sociali” in tutto il continente africano. (25) Oltre a fornire le risorse per lo sviluppo infrastrutturale, “il finanziamento sarebbe servito ad eliminare i debiti” e “aiutare gli Stati ad affrontare il cambiamento climatico.” (25) Questi nuovi prestiti rappresentano un aumento del 79% negli investimenti diretti cinesi, che nella maggior parte si presentano sotto forma di “imprese cinesi per la costruzione di strade, porti, ferrovie, abitazioni e oleodotti.” (25)
Geopoliticamente, la Cina offre un campo internazionale completamente separato per le nazioni in conflitto con l’imperialismo degli Stati Uniti. Mentre gli Stati Uniti accrescono le tensioni con il Pakistan e continuano a violare la sua sovranità nazionale, sulla scia dell’assassinio di Osama bin Ladin, la Cina ha annunciato il 19 maggio 2011 che sarebbe rimasta un “partner affidabile” del Pakistan. (26) Il Premier Wen ha aggiunto, “l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale del Pakistan devono essere rispettati.” (26) Assieme ad un editoriale pubblicato lo stesso giorno, sul China Daily, il giornale ufficiale dello stato della Cina, dal titolo “Le azioni degli Stati Uniti violano il diritto internazionale“, su cui si possono facilmente vedere le gigantesche discrepanze tra il campo imperialista e la Cina. (27) Queste posizioni sono praticamente identiche alla minoranza degli accademici di sinistra negli Stati Uniti, come Noam Chomsky, e in netto contrasto con qualsiasi resoconto dominante sul coinvolgimento militare degli Stati Uniti in Pakistan.
La Cina ha sempre agito come un baluardo contro l’aggressione degli Stati Uniti verso altri paesi socialisti, come la Corea del Nord e Cuba. (28) (29) Nel vicino Nepal e in India, la Cina ha fornito un sostegno geopolitico alle due insurrezioni comuniste, durante i rispettivi periodi di guerra popolare. (30) (31) Dopo che i maoisti nepalesi hanno vinto le elezioni parlamentari del Paese con una stragrande maggioranza, il Presidente Prachanda ha visitato la Cina, subito dopo avere prestato giuramento come Primo Ministro. (32) Anche in America Latina, la Cina ha forgiato profondi legami economici e militari con il presidente venezuelano Hugo Chavez, mentre il paese continua ad andare avanti nella resistenza all’imperialismo USA e ad avanzare verso il socialismo. (33)
Mentre la Cina ha i suoi difetti riguardo le relazioni con l’estero, in particolare il suo rifiuto di porre il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro la Libia, persegue una politica estera qualitativamente diversa dagli altri paesi capitalisti. In termini di commercio, la Cina promuove l’indipendenza e l’autodeterminazione, laddove l’Occidente promuove dipendenza, sfruttamento e sottomissione. Geopoliticamente, supporta i movimenti popolari genuini contro l’imperialismo e fornisce supporto agli altri paesi socialisti esistenti. Si tratta di una politica estera di cooperazione profondamente influenzata dal marxismo-leninismo.
I marxisti-leninisti nel 21° secolo devono rigorosamente studiare i successi del socialismo cinese.
I paesi che hanno resistito all’assalto della controrivoluzione dopo la caduta dell’Unione Sovietica, devono studiare rigorosamente da marxisti-leninisti del 21° secolo. Ciascuno dei cinque paesi socialisti che persegue diversi percorsi di sopravvivenza offre delle lezioni, ma la Cina ha indiscutibilmente goduto del successo più grande.
Piuttosto che riecheggiare la menzogna controrivoluzionaria dei gruppi trotzkisti e della sinistra-comunista, circa la mancanza della Cina nell’impegnarsi alla loro definizione astratta e utopica di ‘socialismo’, i marxisti-leninisti devono abbracciare la Cina come un riuscito modello di socialismo, il cui potere economico supera quello del più grande dei paesi imperialisti. Alla base di tali falsità dei trotzkisti/sinistra comunista vi è un pessimismo cronico sul socialismo, che riflette il cinismo capitalista verso la rivoluzione proletaria. L’economia socialista della Cina è fiorente e più di 1/5 della popolazione mondiale è stata tolta dalla povertà, e la loro sciocca fazione irrilevante non è ancora al potere! Secondo loro, la Cina starebbe facendo qualcosa di sbagliato!
Naturalmente, i marxisti-leninisti sanno altrimenti. La Cina è un paese socialista ed è probabilmente il maggior successo economico nella storia. Questa realizzazione comporta enormi cambiamenti e dovrebbe spingere i marxisti-leninisti a studiare seriamente il modello e le opere di Deng Xiaoping. Ancora oggi, gli altri paesi socialisti stanno sperimentando variazioni del modello cinese e ottengono successi simili. Se il concetto di socialismo di mercato di Deng è una politica corretta per gli stati proletari che hanno forze produttive gravemente sottosviluppate, allora i rivoluzionari lo devono riconoscere come un contributo significativo al marxismo-leninismo.
Mentre la Cina ascende nella costruzione del ‘socialismo superiore’, i rivoluzionari di tutto il mondo dovrebbero guardare a Oriente per ispirarsi, mentre lottano per liberarsi dalle catene dell’imperialismo e per attualizzare la democrazia popolare.

Viva i contributi universali di Deng Xiaoping al marxismo-leninismo!
Stare con le masse cinesi e con il loro partito, nel processo entusiasmante della costruzione socialista!
Una rapida vittoria alla rivoluzione proletaria internazionale!

Note
(1) Mobo Gao, The Battle for China’s Past: Mao & The Cultural Revolution, Pluto Press, 2008, pg. 10
(2) Deng Xiaoping, “Uphold the Four Cardinal Principles”, 30 marzo 1979
(3) Deng Xiaoping, “The Working Class Should Make Outstanding Contributions to the Four Modernizations,” 11 ottobre 1978,
(4) V.I. (4) V.I. Lenin, “Role and Function of Trade Unions Under the New Economic Policy”, 30 dicembre 1921 – 4  gennaio 1922,
(5) V.I. Lenin, “The Tax in Kind”, 21 aprile 1921
(6) Deng Xiaoping, “Answers to the Italian Journalist Orianna Fallaci”, 21 agosto e 23 ottobre 1980
(7) Karl Marx, “Critique of the Gotha Programme“, Part I, maggio 1875
(8) Derek Scissors, Ph.D. “Liberalization in Reverse”, 4 maggio 2009, Fondazione Heritage
(9) John Lee, “Putting Democracy in China on Hold,” 28 maggio 2008, Center for Independent Studies
(10) World Bank, World Development Indicators, Gross Domestic Product
(11) Justin McCurry, Julia Kollewe, “China overtakes Japan as world’s second largest economy,” 14 febbraio 2011, The Guardian
(12) Pew Global Attitudes Project, “The Chinese Celebrate Their Roaring Economy as They Struggle with its Costs”, 22 luglio 2008, Pubblicato da The Pew Research Center
(13) Deng Xiaoping, “Excerpts from Talks Given in Wuchang, Shenzhen, Zhuhai and Shanghai”, 18 gennaio – 21 Febbraio, 1992
(14) Deng Xiaoping, “On Questions of Rural Policy”, 31 maggio 1980
(15) Jonathan Watts, “China vows to create a ‘new socialist countryside’ for millions of farmers,” 22 febbraio 2006, The Guardian
(16) Austin Ramzy, “China’s New Healthcare Could Cover Millions More”, 9 aprile 2009, TIME Magazine
(17) Jeremy Brecher, Tim Costello, Brendan Smith, “Labor Rights in China”, 19  dicembre 2006, Foreign Policy in Focus
(18) Xinhua, “New labor contract law changes employment landscape”, 2 gennaio 2008, Quotidiano del Popolo Online
(19) Jamil Anderlini, Rahul Jacob, “Beijing city to raise minimum wage 21%”, 28 dicembre 2010, Financial Times
(20) Caijing, “China Targets at Annualized Wage Rise of 15Pct”, 19 aprile 2011
(21) Zheng Caixiong, “Wage hike to benefit migrant laborers”, 3 marzo 2011,  China Daily
(22) Charles Hutzler, “China will boost spending, try to close income gap”, 6 marzo 2011, Associated Press, pubblicato su boston.com
(23) Dr. Armen Baghdoyan, “Part 1: The Relevance of Marx’s Das Kapital To the Contemporary Chinese Market Economy”, 26 aprile 2011, Nor Khosq
(24) Xinhua, “Chinese premier hails Sino-African ties of cooperation”, 18 giugno 2006 China View
(25) Mike Pflanz, “China’s $10 billion loan for African development ‘motivated by business not aid’”, 8 novembre 2009, The Telegraph
(26) Li Xiaokun, Li Lianxiag, “Pakistan assured of firm support”, 19 maggio 2011, China Daily
(27) Pan Guoping, “US action violates international law”, 19 maggio 2011, China Daily
(28) Andrew Salmon, “China’s support for North Korea grounded in centuries of conflict”, 26 novembre  2010, CNN
(29) Reuters, “China restructures Cuban debt, backs reform”, 23 dicembre 2010
(30) M.D. Nalapat, “China support spurs power grab by Maoists”, 4 maggio 2009, United Press International
(31) RSN Singh, “Maoists: China’s Proxy Soldiers”, luglio – settembre 2010,  Indian Defence Review, Vol. 25, Issue 3
(32) The Times of India, ”After Maoists, China woos Nepal’s communists”, 16 aprile 2009 
(33) Simon Romero, “Chávez Says China to Lend Venezuela $20 Billion”, 18 aprile 2010, The New York Times.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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