Le origini della guerra fredda: come Stalin sventò il ‘nuovo ordine mondiale’

Dott. K. R. Bolton, Foreign Policy Journal, 31 maggio 2010

stalin620Il fatto più congeniale per molti conservatori, soprattutto negli Stati Uniti, è che fu l’Unione Sovietica sotto Stalin che sventò l’ordine mondiale, senza la quale saremmo molto probabilmente stati soggiogati da un’autorità mondiale centrale subito, dopo la seconda guerra mondiale. Tale questione di realpolitik si affianca a un altro fattore di realismo politico: New York e Washington sono state storicamente le capitali della rivoluzione mondiale, [1] con le élite mondialiste che pompavano denaro ai movimenti rivoluzionari, mentre Stalin si occupava di eliminare il bolscevismo internazionale come minaccia trotzkista, e a invertire molti aspetti dell’esperimento bolscevico sociale interno. Questo saggio prende in esame le macchinazioni con cui Washington ha cercato di imporre un nuovo ordine mondiale post-bellico, e la risposta di Stalin; eventi che hanno continuato ad avere importanti influenze sulle politiche sovietiche e statunitensi.

Russia: la delusione perenne
La Russia non s’incastra mai bene nei piani di coloro che cercano di imporre un sistema uniforme all’umanità. La Russia è rimasta selvaggia agli occhi dei sofisticati liberali occidentali che cercano di instaurare un mondo unipolare globale, come lo erano  afrikaner, iracheni, iraniani, serbi e altri. La differenza è che i russi continuano a costituire una forte opposizione, che pertanto deve essere sovvertita. L’economia russa è stata considerata arretrata dai finanzieri occidentali e questo è il motivo per cui molti, non solo hanno accolto con favore le rivoluzioni del marzo e anche del novembre 1917, [2], ma anche fornito sostegno ai rivoluzionari per rovesciare il regime zarista [3] ritenuto un’anomalia nel mondo “progressista”. Industriali e finanzieri guardarono con ottimismo ad un Russia post-zarista, il cui regime si concentrava sul processo dell’industrializzazione, il che implicava la necessità di capitali e competenze esteri a prescindere dalla retorica rivoluzionaria sui capitalisti stranieri. Tuttavia, l’auto-descritto “establishment della politica estera”, il Consiglio delle Relazioni Estere (CFR), invitò gli investitori stranieri ad agire rapidamente in Russia, in quanto si accorse che la situazione poteva presto cambiare.
Peter Grosse [4], scrisse nell’equivalente di una virtuale “storia ufficiale” delle dichiarazioni del CFR, della prima relazione del Consiglio sulla Russia sovietica: “L’imbarazzante per i registri dell’Inchiesta [5], vi è l’assenza di un qualsiasi studio o analisi sul tema del bolscevismo. Forse semplicemente andava oltre l’immaginazione accademica dei tempi. Non prima del 1923, il Consiglio poté convocare le forze necessarie da mobilitare per un esame sistematico del regime bolscevico, installatosi infine dopo la guerra civile in Russia. L’impulso per questo primo studio fu la nuova politica economica di Lenin, che sembrava aprire l’economia di guerra bolscevica agli investimenti esteri. Metà del gruppo di studio del Consiglio proveniva da imprese che avevano effettuato vendite alla Russia pre-rivoluzionaria, e le discussioni sul futuro sovietico furono intense. La relazione conclusiva respinse il timore ‘isterico’ che la rivoluzione tracimasse oltre i confini della Russia all’Europa centrale o peggio che i nuovi rivoluzionari guidassero un’alleanza con i musulmani nazionalisti in Medio Oriente, per scacciare l’imperialismo europeo. I bolscevichi erano ‘sulla via dell’equilibrio e si adeguavano alle regole del commercio’, concluse il gruppo di studio del consiglio, ma l’accoglienza dai concessionari stranieri sarebbe stata, probabilmente, di breve durata. Pertanto, il consiglio dei saggi raccomandò nel marzo 1923, che gli uomini d’affari statunitensi entrassero in Russia finché l’invito di Lenin lo permetteva, fare soldi con i loro investimenti e poi uscirne il più rapidamente possibile. Pochi ascoltarono il consiglio, per settant’anni non si sarebbe più ripresentata una simile opportunità. [6]
Stalin, anche in questa fase embrionale del regime sovietico, era al timone. Mentre Trotzkij voleva proseguire gli investimenti esteri [7], come era avvenuto nel quadro della Nuova Politica Economica di Lenin, [8] Stalin affrontò con alcuni colpi decisi il cosiddetto blocco dell’opposizione, sostanzialmente guidato da Trotzkij, trattando da nemico naturale il capitale straniero. Con lo scoppio della guerra tra la Germania e l’URSS, vi fu la rinnovata speranza che la Russia venisse integrata nel nuovo ordine mondiale del dopoguerra. Stalin richiese mezzi tecnologici agli occidentali per la sua macchina da guerra in lotta contro i tedeschi. [9] Tuttavia Stalin era troppo duro e autoritario per essere subordinato o, addirittura, per diventare un socio paritario in una qualsiasi riorganizzazione globale post-bellica prevista dagli Stati Uniti.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite, base del Parlamento Mondiale
Le cose sembravano andare bene tra “Zio Joe” [10], Roosevelt e Churchill, mentre  combattevano il nemico comune. Tuttavia, Stalin aveva molta stima dei suoi temporanei partner occidentali, come ne aveva per i suoi alleati temporanei Kamenev e Zinoviev, quando i due manovravano nell’apparato bolscevico. Una volta che la posizione di Stalin era assicurata, a livello individuale, nell’apparato sovietico, i due scorbutici vecchi bolscevichi vennero emarginati e alla fine dovettero pagare il conto. Allo stesso modo, mentre la situazione pratica non concesse l’opportunità a Stalin di infliggere un simile trattamento ai suoi ex alleati occidentali, una volta che si era assicurato le posizioni del momento in tutta l’Unione Sovietica, rigettando quelli che, come gli sventurati Kamenev e Zinoviev, pensavano di poter manipolare Stalin e la Russia a proprio vantaggio. Dopo aver assicurato un accordo con gli alleati a Potsdam, per la creazione di un nuovo impero russo, nonostante la determinazione degli Stati Uniti che non i vecchi imperi europei sarebbero stati parte del dopo-guerra [11], ma piuttosto l’asse del controllo mondiale che si sarebbe incentrato sull’imperium del Dollaro, Stalin non volle compromettere la sua posizione di parità, e tanto meno esserne subordinato.
La prima frattura nell’alleanza bellica avvenne sul grande nuovo disegno con cui gli USA crearono l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) quale parlamento mondiale, concentrandosi su un “nuovo ordine mondiale”, come il presidente Wilson cercò di fare con la Società delle Nazioni dopo la Prima Guerra Mondiale. I parlamenti occidentali democratico-liberali, in generale, sono suscettibili alla manipolazione plutocratica; e questo è il loro scopo. Stalin però non era un parlamentare e non poteva essere comprato con la promessa di essere un partner del ‘Brave New World’. Il piano statunitense per l’ONU richiedeva di conferire potere all’Assemblea Generale in base alla votazione a maggioranza. La posizione sovietica era rendere il Consiglio di Sicurezza l’arbitro finale delle decisioni, tramite i membri aventi diritto di veto. La posizione degli Stati Uniti, infatti, permise alle Nazioni Unite di trasformarsi in uno strumento per imporre la volontà di un gruppo di Stati su tutti gli altri, soprattutto quando l’Unione Sovietica era l’unico membro socialista del Consiglio [12].
Nonostante la vecchia teoria della cospirazione conservatrice, secondo cui l’ONU è un complotto sovietico per creare uno stato mondiale controllato dai comunisti [13], fu l’URSS che rese l’ONU ridondante quale mezzo per imporre il nuovo ordine mondiale, de facto se non de jure; una situazione che continua ancora oggi grazie alle insistenze sovietiche sulla sovranità nazionale, o imperiale, per sé e per il suo blocco.

Il Piano Baruch per ‘internazionalizzare’ l’energia atomica
Il secondo pilastro della creazione di una nuovo ordine mondiale post-bellico, si fondava sulla presunta “internazionalizzazione” dell’impressionante potenza dell’energia atomica. Proprio come la facciata democratica del piano statunitense per l’Assemblea Generale quale parlamento mondiale, questa ‘internazionalizzazione’ fu percepita dall’URSS nel suo vero scopo di controllo statunitense. L’eminente storico statunitense Carroll Quigley, del Foreign Services School, presso Georgetown University, Harvard e Princeton, descrisse la situazione post-bellica che portò alla guerra fredda affermando che la politica immediata degli USA poggiava sul libero scambio e l’aiuto attraverso il Piano Marshall, compresa l’assistenza alla ripresa economica del blocco sovietico. Tuttavia l’URSS vide in ciò un mezzo degli USA per definire la sua supremazia post-bellica. Quigley, un globalista liberale che vedeva la “speranza” del mondo nel governo mondiale, scrisse: “Nel complesso, se una colpa deve essere assegnata, può essere affissa sulla porta dell’ufficio di Stalin al Cremlino. La disponibilità statunitense a cooperare continuò fino al 1947, come risulta evidente dall’offerta del Piano Marshall di aiuti statunitensi nello sforzo cooperativo per il risanamento dell’Europa, che fu rivolta all’Unione Sovietica, ma sembrava oramai chiaro che Stalin avesse deciso di chiudere la porta alla cooperazione adottando una politica unilaterale di aggressione limitata, nel febbraio e marzo 1946. L’inizio della guerra fredda può essere indicata nella data della presente decisione, o può essere posta successivamente, nella più ovvia data del rifiuto sovietico di accettare gli aiuti Marshall nel luglio 1947” [14]. Quigley si riferiva all’iniziativa statunitense per l’”internazionalizzazione” dell’energia atomica, e come questo indubbiamente pericolosissimo scenario da dominio del mondo venne nuovamente sabotato da Stalin: “L’esempio più critico del rifiuto sovietico di cooperare e della sua insistenza nel rientrare nell’isolamento, nel segreto e nel terrorismo, si può trovare nel rifiuto ad unirsi agli sforzi statunitensi per sfruttare la pericolosa potenza della fissione nucleare” [15].
Un comitato del dipartimento di Stato, diretto dal sottosegretario di Stato Dean Acheson e da David Lilienthal, in collaborazione con un “secondo comitato di cittadini” guidato dal banchiere internazionale e perenne consigliere presidenziale Bernard Baruch, venne convocato nel 1946 per redigere un piano “su un sistema di controllo internazionale dell’energia nucleare.” Il piano fu presentato da Baruch all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 14 giugno 1946 [16]. Avrebbe posseduto, controllato o posto sotto licenza tutto l’uranio dalla miniera alla raffinazione e all’uso, gestendo proprie strutture nucleari in tutto il mondo e ispezionando tutte le altre strutture analoghe, ponendo il divieto assoluto sulle bombe nucleari o sulla diversione di materiale nucleare da scopi non pacifici, punendone l’evasione o la violazione dei regolamenti liberi dal veto dalle grandi potenze, che normalmente gestivano il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [17]. Questo fu quindi un metodo per cercare di aggirare il problema del veto, su cui insisteva l’URSS per garantirsi la  sovranità, che aveva fin dall’inizio reso impotente le Nazioni Unite quale autorità mondiale. Quigley si lamentava che questa straordinaria “generosa offerta” da parte degli USA, “…fosse stata bruscamente respinta da Andrej Gromyko a nome dell’Unione Sovietica, entro cinque giorni…” [18] Quigley sottolineava che uno dei punti principali sollevati dell’URSS, nel respingere il Piano Baruch [19], era che non ci fosse la manomissione del potere di veto delle grandi potenze. Gromyko, ricordandosi quando era rappresentante sovietico nella Commissione per l’Energia Atomica delle Nazioni Unite, disse del Piano Baruch:
Le reali intenzioni dovevano essere camuffate dalla costituzione di un organismo internazionale per monitorare l’uso dell’energia nucleare. Tuttavia, Washington non tentò nemmeno di nascondere le sue intenzioni di occupare il ruolo principale in questo corpo, di controllare tutto ciò che aveva a che fare con la produzione e lo stoccaggio di materiale fissile e, con il pretesto della necessità di un controllo internazionale, di interferire negli affari interni delle nazioni sovrane” [20]. Baruch disse a Gromyko che tutte le industrie che si occupavano di materiale fissile sarebbero state controllate da esperti, Gromyko notò: “Inevitabilmente in quel momento sarebbero stati tutti statunitensi.” Nonostante l’indignazione morale di Quigley per il rifiuto dell’URSS, siamo ora nella posizione, col senno di poi considerando gli eventi mondiali più recenti, di comprendere i sospetti sovietici. La scelta morale non era così netta come supponeva Quigley. Il Giappone era stato bombardato con l’arma atomica mentre cercava condizioni di pace basate sulla salvaguardia dell’imperatore. La posizione USA era incondizionata e, naturalmente, si può presumere che l’amministrazione sapesse che i giapponesi non avrebbero potuto aderire a qualsiasi cosa che potesse compromettere Hirohito o la casa imperiale. Allen Dulles, che divenne il capo della CIA, disse in una intervista con Clifford Evans nel 1963 che era in contatto con fazioni giapponesi che potevano  chiedere la pace [21], e che l’unica preoccupazione giapponese era che l’imperatore, quale fattore unificante del Giappone, fosse lasciato. “Poche settimane dopo… Hiroshima e Nagasaki furono bombardate.” [22]
In un articolo informativo, Bob Fisk commenta il bombardamento del Giappone: “Stalin fu impressionato dell’effetto della nuova arma di Truman a Hiroshima. Volle fortemente la bomba per l’URSS. Quando gli statunitensi proposero di limitare la bomba ai soli USA, senza compromessi, gli scienziati di Stalin accelerato il loro lavoro” [23]. Si sospettava ai vertici Sovietici che sicuramente il bombardamento del Giappone fosse stato pensato come uno spettacolo della potenza statunitense nei confronti dell’URSS. Tuttavia, anche la Gran Bretagna era preoccupata per le intenzioni degli Stati Uniti, il primo ministro Clement Attlee spiegò: “Abbiamo dovuto mantenere la nostra posizione nei confronti degli statunitensi. Noi non potevamo permetterci di essere totalmente nelle loro mani… Avevamo lavorato fin dall’inizio per il controllo internazionale della bomba… Noi non potevamo accettare che solo gli USA dovessero avere l’energia atomica…” [24] URSS e Gran Bretagna erano egoisti, come implica indignato Quigley? Baruch stesso ha dichiarato: “Le conquiste dei nostri scienziati, tecnici e industriali produssero l’arma suprema di tutti i tempi: la bomba atomica, che non potremmo mai abbandonare, fino a quando una maggiore sicurezza per noi e per il mondo, sarà stabilito. Fino a quel momento, gli Stati Uniti resteranno i custodi della sicurezza. Ci si può fidare di noi…” [25]. La retorica di Baruch sugli Stati Uniti “custodi fidati” della pace e della libertà nel mondo è lo stesso mantra che il mondo sente da Woodrow Wilson a Obama.
Il guru pacifista Bertrand Russell scrisse nel 1946 sul Bollettino degli Scienziati Atomici, esprimendo con franchezza internazionalista l’atteggiamento liberale nei confronti dell’URSS, tutt’altro che benevolo. Russel, che doveva svolgere un ruolo chiave insieme a molti altri eminenti liberali e di sinistra, di guerriero freddo anti-stalinista del Congress for Cultural Freedom, fondato dalla CIA [26], chiarì che la bomba atomica rappresentava l’asso per la costituzione forzata di uno stato mondiale: “I governi americano e britannico… dovrebbe far capire che l’autentica cooperazione internazionale è ciò che più desideriamo. Ma anche se la pace dovesse essere il loro obiettivo, non devono lasciar capire che sono per la pace a qualsiasi prezzo. Ad un certo punto, quando i loro piani per un governo internazionale saranno maturi, sarà opportuno che l’offrano al mondo… Se la Russia accetterà di buon grado, tutto sarebbe andato bene. In caso contrario, sarebbe necessario esercitare pressioni fino al punto di rischiare di guerra” [27].
Russell propose ciò che era chiaramente l’intenzione del governo statunitense e degli altri globalisti, compreso il  cinico obiettivo del Piano Baruch, di garantirsi che l’energia atomica venisse monopolizzata da un “governo internazionale” con il potere di agire contro uno Stato reticente: “E’ del tutto evidente che vi è un solo modo con cui le grandi guerre possono essere definitivamente impedite, e questa è la costituzione di un governo internazionale con il monopolio di una seria forza armata. Quando parlo di governo internazionale, voglio dire uno che realmente governa, non una facciata amabile come la Società delle Nazioni, o una finzione pretenziosa come le Nazioni Unite nella sua attuale costituzione. Un governo internazionale, se vuole essere in grado di preservare la pace, solo esso deve possedere bombe atomiche, l’unico impianto per la loro produzione, l’aviazione, le corazzate e, in generale, qualsiasi cosa sia necessaria per renderla invincibile. Il suo personale atomico, i suoi squadroni aerei, gli equipaggi delle navi da battaglia ed i suoi reggimenti di fanteria devono totalmente essere composti da uomini di diverse nazioni, non ci deve essere nessuna possibilità di sviluppare il sentimento nazionale in qualsiasi unità più grande di una compagnia. Ogni membro della forza armata internazionale dovrebbe essere attentamente addestrato alla fedeltà al governo internazionale. L’autorità internazionale deve avere il monopolio dell’uranio, e di qualunque altra materia che possa, in futuro, essere ritenuta idonea alla fabbricazione di bombe atomiche. Deve avere un grande esercito di ispettori con il diritto di entrare in qualsiasi fabbrica senza preavviso, qualsiasi tentativo di interferire o di ostacolarne il lavoro deve essere trattato come un casus belli. Devono essere dotati di velivoli che gli permettano di scoprire gli impianti segreti che si costruissero in regioni vuote, vicine al Polo o nel mezzo dei grandi deserti” [28].
Si noti che Russell già dal quel momento denigra l’ONU come una cosa divenuta inutile per essere un “governo internazionale”, a causa dell’Unione Sovietica. Russell chiariva da che parta stesse riguardo l’egemonia statunitense: “Nel prossimo futuro, una guerra mondiale, comunque terribile, probabilmente finirebbe con la vittoria americana, senza la distruzione della civiltà dell’emisfero occidentale, e la vittoria americana senza dubbio porterebbe a un governo mondiale sotto l’egemonia degli Stati Uniti, un risultato che, da parte mia, accolgo con entusiasmo” [29].
Calcolata l’inutilità dell’ONU come governo mondiale, che sarebbe stato possibile con l’eliminazione dello spauracchio globalista, il veto delle Grandi Potenze imposto dai sovietici: “Se l’Organizzazione delle Nazioni Unite non è di alcuna utilità, tre successive riforme saranno necessarie. In primo luogo, il veto delle grandi potenze deve essere abolito, e la maggioranza deve essere dichiarata competente a decidere su tutti i quesiti che riguardano l’organizzazione; in secondo luogo, i contingenti delle forze armate delle varie potenze nell’organizzazione, devono essere aumentati fino a diventare più forti di tutte le forze armate nazionali; in terzo luogo, i contingenti invece di rimanere isolati nazionalmente, devono essere composti in modo che nessuna unità di notevole dimensione conservi il sentimento e una coesione nazionale. Quando tutte queste cose saranno fatte, ma non prima, l’Organizzazione delle Nazioni Unite potrà divenire un mezzo per evitare le grandi guerre” [30].
Nel 1961 Russell, nel considerare l’atteggiamento sovietico verso il Piano Baruch e l’ONU, disse quasi di sfuggita che “la Russia di Stalin era colma d’orgoglio per la vittoria sui tedeschi, sospettosa (e non senza ragione) delle potenze occidentali e consapevole del fatto che, in seno alle Nazioni Unite, poteva essere quasi sempre messa in minoranza.” [31]

Il piano del CFR per la guerra fredda
Il ripudio, anzi l’abbandono della fondazione del “nuovo ordine mondiale” basato sull’ONU, necessitava di una nuova valutazione dell’URSS da parte dell’autodefinitosi “establishment della politica estera” degli USA, il CFR [32]. Grosse afferma che le proposte internazionaliste per una “nuovo ordine mondiale” post-bellico ottennero un netto “Net” dell’Unione Sovietica: “In modo caratteristico, i pianificatori del Consiglio concepirono un gruppo di studio per analizzare l’ordine mondiale futuro.” Ciò che previdero era un gruppo di studio congiunto CFR-sovietici, per preparare le proposte per “l’ordine mondiale futuro” (sic): “Percy Bidwell, direttore del nuovo programma di studi del Consiglio, si era avvicinato con cortesia all’ambasciata sovietica già nel gennaio 1944 per stimolare l’interesse comune al piano. Fu ricevuto dall’ambasciatore Andrej Gromyko, la cui risposta sarebbe diventata troppo familiare negli anni a venire. Attraverso Gromyko la parola russa “Net” entrò nella lingua inglese. Senza alcuna pretesa di tatto diplomatico, l’ambasciatore (che sarà presto ministro degli Esteri) disse agli uomini del Consiglio che non avrebbe permesso che nessun responsabile sovietico partecipasse a tale discussione” [33].
La politica formulata dal rapporto per gli USA verso l’Unione Sovietica fu “il contenimento”, una parola coniata dal diplomatico e membro del CFR George Kennan [34]. Grosse è candido nel descrivere il modo clandestino, cospirativo?, con cui il CFR ha influenzato la politica della guerra fredda: “Il Council on Foreign Relations operava al centro del sistema pubblico istituzionale, nei primi anni della guerra fredda, ma solo dietro le quinte. Come un forum che forniva stimoli ed energie intellettuali, consentì di ben posizionarne i membri per trasmettere al pubblico il pensiero, ma senza far figurare il consiglio quale fonte da cui queste idee sgorgavano” [35]. Una prima relazione di George S. Franklin del 1946 raccomandava un tentativo di collaborare con l’Unione Sovietica, per quanto possibile, “almeno fin quando diventasse del tutto evidente che l’URSS non era interessata a una cooperazione...”. Tuttavia gli Stati Uniti dovevano perseguire la cooperazione da una posizione di forza militare: “Gli Stati Uniti devono essere potenti, non solo politicamente ed economicamente, ma anche militarmente. Non possiamo permetterci di dissipare la nostra forza militare, a meno che la Russia sia disposta contemporaneamente a diminuire la sua. Su questo poniamo grande enfasi. Dobbiamo cogliere ogni occasione per lavorare con i sovietici ora, quando la loro potenza è ancora assai inferiore alla nostra, e sperare di poter stabilire la nostra cooperazione su una base solida in un futuro non così lontano, quando avranno completato la loro ricostruzione e aumentato notevolmente la loro forza… La politica che sosteniamo è la fermezza accoppiata alla moderazione e alla pazienza“[36]. Tuttavia, questa politica moderatamente conciliante fu respinta del tutto. Grosse scrive: “La relazione Franklin del maggio 1946, che delineava caute speranze nella cooperazione tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, nel prossimo dopoguerra, era morta. Il comitato del consiglio d’amministrazione di studi ha formalmente deciso contro la sua pubblicazione a luglio; entro novembre tutti i simpatizzanti a un atteggiamento conciliante nei confronti di Mosca erano scomparsi dai corridoi della Pratt Harold House” [37].

Dopo-Guerra Fredda
L’ascesa di Gorbaciov, che nel frattempo s’era fatto un nome sulla scena mondiale quale membro dell’élite globalista, e il breve interregno dell’ubriacone Eltsin, devono essere sembrati il momento in cui la Russia era finalmente sul punto di entrare nella svolta globalista. Quali che fossero le influenze che avrebbero potuto operare dietro il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov, quando smantellò lo Stato sovietico nel 1991, creò la fondazione Gorbaciov per la pianificazione del “posto e del ruolo della Russia nel futuro ordine mondiale“, oltre ad avviare una più ampia politica per la promozione della “globalizzazione”. [38] Gorbaciov ebbe anche un ruolo più grande, affermando che “scopo dell’attività della fondazione è dirigersi verso una nuova civiltà.” [39] Lo stesso anno in cui Gorbaciov creava la sua fondazione a supporto del “nuovo ordine mondiale” in tandem con altri gruppi di riflessione globalisti, come la fondazione Soros e l’Open Society Institute, ecc., il presidente George H. W. Bush era entusiasta che, con la fine del blocco Sovietico, “un nuovo ordine mondiale” poteva finalmente emergere, come previsto dai fondatori dell’ONU: “… Finora il mondo che abbiamo conosciuto è stato un mondo diviso, un mondo di filo spinato e blocchi di calcestruzzo, di conflitti e guerra fredda. Ora possiamo vedere all’orizzonte un nuovo mondo. Un mondo in cui vi è la possibilità molto concreta del nuovo ordine mondiale… un mondo in cui le Nazioni Unite, liberatesi dalla situazione di stallo della guerra fredda, sono pronte a compiere la missione storica dei loro fondatori...” [40]
Le speranze dei globalisti sulla Russia furono, ancora una volta, deluse con l’avvento di Putin e l’emergere di forze influenti ancora più antagonistiche verso l’incorporazione della Russia nel “nuovo ordine mondiale” [41], tra cui l’ascesa della nostalgia per Stalin, per la Grande Potenza statale russa; com’è evidenziato dalla posizione della CFR nella relazione speciale prodotta dall’”establishment per la politica estera della East Coast“. Significativamente intitolata ‘La direzione sbagliata della Russia: ciò che gli Stati Uniti possono e devono fare’, l’atteggiamento egemonico della cricca dominante degli Stati Uniti non viene neppure dissimulata. La relazione traboccava della vecchia retorica da guerra fredda e biasimava la Russia di Putin per l’adozione della politica interna ed estera attuale, che “causa problemi agli Stati Uniti.” La raccomandazione corrente era una “cooperazione selettiva” piuttosto che un “partenariato che non è per ora fattibile.” La conclusione della dichiarazione di apertura era che “la Russia si muove nella direzione sbagliata.” [42]
John Edward e Jack Kemp, noti per il loro impegno nel portare “l’attenzione internazionale” sui tentativi di Putin “d’intimidire o far cessare l’attività delle organizzazioni non governative straniere e russe.” Vale a dire, Putin ha cercato di resistere alle organizzazioni che promanano soprattutto dalla rete di Soros e dal National Endowment for Democracy, che creano organizzazioni rivoluzionarie e sovversive, finanziano e addestrano agitatori e furono  responsabili delle “rivoluzioni colorate” in tutto il blocco sovietico e in altri Paesi [43].
La relazione della task force si lamentava che la cooperazione fosse un’eccezione piuttosto che la regola. La Russia viene criticata per essere “sempre più autoritaria”, mentre la politica estera statunitense promuove la “democrazia” in tutto il mondo [44], vale a dire, sovverte gli Stati che non soccombono all’egemonia statunitense con l’uso di quelle ONG che Putin viene biasimato d’”intimidire”. La politica della Russia verso la sua “periferia” è  oggetto di preoccupazione [45], intendendo che la Russia non desidera avere Stati ostili ai suoi confini, come la Georgia, diretti da regimi che installati dalle nobili ONG della rete di Soros, ecc. Il CFR raccomanda quindi che si dover fare di più per accelerare “l’integrazione di questi Stati all’occidente.” [46] Il CFR si raccomandava che il Congresso degli Stati Uniti interferisse direttamente nel processo politico russo, finanziando i movimenti di opposizione in Russia, con il pretesto del rafforzamento della democrazia, aumentando i finanziamenti in sostegno del Freedom Act, in questo caso con particolare riferimento alle elezioni presidenziali del 2007-2008 [47]. Degno di nota è Mark F. Brzezinski, uno degli autori che sotto Clinton fu consigliere per gli affari russi ed eurasiatici del Consiglio di Sicurezza Nazionale, come suo padre Zbigniew lo fu sotto Carter. Antonia W. Bouis viene citata quale direttrice esecutiva della Fondazione Soros (1987-92), James A. Harmon, consulente speciale del gruppo Rothschild, e altri.
Che cosa ci si può aspettare da Obama nei confronti della Russia? Nonostante la retorica elettorale, Obama ha perseguito le stesse politiche delle amministrazioni precedenti. Mark Brzezinski fu consigliere per la politica estera di Obama durante la campagna presidenziale. [48] Di particolare rilevanza è che tra i sostenitori di Obama, il principale sia George Soros, e ciò rende improbabile un atteggiamento verso la Russia diverso da quello sovversivo e bellicoso [49].

Note
[1] KR Bolton, “Socialism, Revolution and Capitalist Dialectics”, Foreign Policy Journal, 5 maggio 2010.
[2] Jacob H Schiff, “Jacob H Schiff Rejoices, By Telegraph to the Editor of the New York Times”, New York Times, 18 marzo 1917. Può essere visto in The New York Times archivi online. Schiff, “Loans easier for Russia”, The New York Times, 20 marzo 1917. John B Young (National City Bank) “Is A People’s Revolution”, The New York Times, 16 marzo 1917. “Bankers here pleased with news of revolution”, ibid. “Stocks strong – Wall Street interpretation of Russian News”, ibid.
[3] “Bolsheviki Will Not Make Separate Peace: Only Those Who Made Up Privileged Classes Under Czar Would Do So, Says Col. WB Thompson, Just Back From Red Cross Mission”, The New York Times, 27 gennaio 1918.
[4] anche scritto da Grosse, indicativo di qualche piccola correzione dal CFR.
[5] Il nome originale del think tank fondato dal consigliere principale del presidente Wilson, Edward House, che è poi diventato il CFR attuale.
[6] Peter Grosse, Continuing The Inquiry: The Council on Foreign Relations from 1921 to 1996, Il libro è interamente dipsonibile online: Council on Foreign Relations.
[7] Armand Hammer della Occidental Petroleum fu uno dei primissimi concessionari del regime Sovietico, disse del suo incontro con Trotzkij che gli aveva chiesto se i capitalisti USA vedessero la Russia come “un desiderabile campo per gli investimenti?” essendo Trotzkij tornato dagli Urali, una regione che riteneva dalle grandi possibilità per il capitale statunitense. Armand Hammer, Hammer: Witness to History (London: Coronet Books, 1988), p. 160.
[8] Lenin disse ad Hammer: “La Nuova Politica Economica richiede un nuovo sviluppo delle nostre possibilità economiche. Speriamo di accelerare il processo con un sistema di concessioni industriali e commerciali agli stranieri. Darà grandi opportunità agli Stati Uniti.” Ibid., p. 143.
[9] Antony Sutton, National Suicide: Military Aid to the Soviet Union (New York: Arlington House, 1973).
[10] Per i commenti di Roosevelt sull’amicizia con Stalin vedasi CIA essay: Gary Kern, How “Uncle Joe” Bugged FDR, Central Intelligence Agency.
[11] Andrej Gromyko, rappresentante Sovietico all’ONU e alla commissione per l’Energia Atomica dell’ONU, futuro ministro degli esteri e presidente Sovietico, notava: “Washington tende a vedere gli imperi coloniali come degli anacronismi e non fa segreto che non verserebbe lacrime per il loro smantellamento… In ogni caso è tempo per i vecchi padroni di sloggiare…” Andrej Gromyko, Memorie (London: Hutchinson, 1989). Ciò che avrebbe riempito il vuoto lasciato dagli imperi europei fu il neo-colonialismo di URSS e USA, spesso confuso per attività “comunista sovietica”.
[12] Gromyko, ibid.
[13] G Edward Griffin, The Fearful Master: A Second Look at the United Nations (Boston: Western Islands, 1964).
[14] Caroll Quigley, Tragedy and Hope (Macmillan) p. 892.
[15] Ibid., p. 893.
[16] Ibid., p. 895.
[17] Ibid.
[18] Ibid.
[19] Bernard Baruch, The Baruch Plan, 1946.
[20] Gromyko, op.cit.
[21] Dulles sospettò che l’iniziativa di pace provenisse dallo stesso imperatore.
[22] “Ladies of the Press”, panel-interview programme, WOR-TV, New York, 19 gennaio 1963.
[23] Bob Fisk, “The Decision to Bomb Hiroshima and Nagasaki” II, 1983.
[24] Ibid.
[25] Bernard Baruch, NY Tribune, 17 aprile 1951
947. cited by Fisk, ibid.
[26] Frances Stonor Saunders, The Cultural Cold War: The CIA and the World of Arts and Letters (New York: the New Press, 2000), p. 91.
[27] Bertrand Russell, “The Atomic Bomb and the Prevention of War”, Bulletin of Atomic Scientists , 1 ottobre 1946, p. 5.
[28] Ibid., p. 2.
[29] Ibid., p. 3.
[30] Ibid., p. 3.
[31] Bertrand Russell, Has Man a Future? (Hammondsworth: Penguin Books, 1961), 25.
[32] Peter Grosse nella sua semi-ufficiale storia del CFR, chiama il Consiglio “The East Coast foreign policy establishment.” Grosse, op.cit., Chapter: “’X’ Leads the Way”.
[33] Peter Grosse, ibid., “The First Transformation”.
[34] Peter Grosse, ibid., “X Leads the Way”. “X” era Kennan, un anonimo policy-maker.
[35] Ibid.
[36] Ibid., “The First Transformation”.
[37] Ibid.
[38] The Gorbachev Foundation, “About Us, The Foundation Projects and Structural Subdivisions.”
[39] Ibid.
[40] George HW Bush, discorso davanti al Congresso USA, 6 marzo 1991.
[41] Per esempio, il concetto “Eurasiatico” il cui maggiore proponente è il Prof. Aleksandr Dugin, a capo del Center for Conservative Research, Moscow State University, che invoca un mondo “multi-polare” di blocchi di potenze, come “vettore” a una alternativa alla globalizzazione.
[42] Jack Kemp, et al, Russia’s Wrong Direction: What the United States Can and Should do, Independent Task Force Report no. 57 (New York: Council on Foreign Relations, 2006) xi.
[43] Richard N Haass, CFR President, ibid.
[44] Ibid., p. 4.
[45] Ibid., p. 5.
[46] Ibid., p. 6.
[47] Ibid., p. 7.
[48] Michael Hirsh, “The Talent Primary”, Newsweek, 17 settembre 2007.
[49] KR Bolton, Obama – Catspaw of International Finance, 28 agosto 2008.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria, o tempo sospeso

Dedefensa 18 maggio 2013

Syria_Russia_pic_1Questo 18 maggio 2013, M. K. Bhadrakumar ha descritto, sul suo Indian PunchLine, la situazione in Siria dopo l’incontro Obama-Erdogan a Washington. Non che questo incontro sia stato critico, in qualche modo, ma perché, è vero, ha una posizione simbolica di rilievo nel quadro generale. Non è irragionevole osservare che identifica, colorando la percezione e il giudizio generale, tratti di amarezza e disillusione già intuiti in ciò che noi percepiamo quale sensazione depressiva, l’11 maggio 2013. (Parliamo soprattutto degli “Amici della Siria” del blocco BAO che volevano da due anni la testa di Assad, e quindi l’amarezza e la delusione riguardo ai loro piani. Ma crediamo che questi due sentimenti vanno ben oltre la portata di questo piano…) Questa volta, perché spesso commenta distinguendo il vincitore nella parte diplomatica che osserva, l’ex diplomatico M. K. Bhadrakumar non si occupa, giustamente a nostro avviso, del dettaglio della “vittoria”, ma piuttosto descrive il crollo generale che non comporta necessariamente la vittoria dell’uno o dell’altro, in senso costruttivo o possibilmente ri-strutturativo, cosa che appassiona uno spirito diplomatico.
La visita del primo ministro turco Recep Erdogan a Washington, che dovrebbe fare pressione sull’amministrazione Obama affinché prenda una posizione più dura contro il regime siriano. Erdogan avrebbe preteso l’imposizione di una ‘no-fly-zone’ degli USA in Siria e maggiori rifornimenti di armi ai ribelli. Invece, Obama si è opposto insistendo che non vi è alcuna “formula magica” per risolvere la crisi [...] In poche parole, Obama non è disposto a lasciare che gli Stati Uniti siano coinvolti in un altro pantano simile all’Iraq. Il cambio di regime è un obiettivo che va bene, ma ci deve essere una transizione negoziata [...] Il video scelto mostra un Erdogan in piedi ed insolitamente sottotono, sotto la pioggia nel Giardino delle Rose, mentre Obama dettava le condizioni. Erdogan ascoltava educatamente, ma poi alla Brookings ha preso per la tangente e ha colpito di nuovo laddove fa male agli interessi degli Stati Uniti, insistendo sul fatto che Hamas è un legittimo partecipante ai colloqui di pace in Medio Oriente. Ha rivelato che si sarebbe presto diretto in Russia e nei Paesi del Golfo per dei colloqui sulla Siria, “per valutarne la situazione”. Erdogan aveva ulteriormente ribadito l’intenzione di visitare Gaza il mese prossimo. Erdogan non è l’unico che si sente deluso. I sauditi sono lividi. Il quotidiano governativo Asharq al-Awsat ha stracciato la politica degli Stati Uniti sulla Siria, con un articolo d’opinione dal titolo “Il tradimento di Obama”, a firma del caporedattore del quotidiano Eyad Abu Shakra. Dice: “Obama ha scelto l’interpretazione russa… Washington ha accettato in realtà che Bashar al-Assad rimanga al timone in Siria fino alla fine del mandato presidenziale nel prossimo anno, esattamente come la Russia e l’Iran vogliono.” [.. .] Non sorprende che la Russia stia tenendo le dita incrociate. Come l’analista strategico di Mosca Fjodor Lukjanov ha osservato in un articolo di opinione per l’agenzia di stampa ufficiale Novosti, è davvero una situazione in cui le cose potrebbero andare in entrambi i modi, “un momento critico, per gli avvinghiati sostenitori ed oppositori della soluzione negoziata in Siria. Infatti, ciò che la Russia può fare per il momento è assicurarsi che ogni impresa avventuristica occidentale che oggi voglia adottare l’intervento militare in Siria, lo trovi costoso e inaccettabile”.”
Nel suo commento, M. K. Bhadrakumar cita in realtà il testo del 16 maggio 2013 di Eyad Abu Shakra, direttore del quotidiano arabo pubblicato a Londra e rappresentante gli interessi sauditi, Asharq al-Awsat. C’è in realtà tutta la rabbia e il risentimento di chi si sente tradito dagli altri, soprattutto dal primo traditore (“Il tradimento di Obama“); nel suo testo Eyad Abu Shakra designa anche la Turchia come altro “traditore” che segue la propria strada, non facendosi carico di alcun rischio verso la Siria (“La retorica del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan è cambiata completamente, sottolineando in difensiva che la Turchia “non sarà trascinata nella deliberata trappola siriana“). Si capisce quindi la logica nel ricercare altre nuove disposizioni, come farebbe l’Arabia Saudita proprio con l’Iran, a cui M. K. Bhadrakumar si riferisce indicando il testo di DEBKAfiles che abbiamo postato il 14 maggio 2013.
Tuttavia, se guardiamo oltre l’ingenuità nel credere che i diritti umani siano l’unico fattore che muove la grande politica internazionale, troviamo che i risultati del vertice anglo-statunitense di questa settimana non siano così sorprendenti. Non è necessario essere un genio per capire che il presidente Obama ha accettato l’interpretazione russa dell’accordo di Ginevra sulla Siria. È ormai chiaro che Washington ha accettato la realtà di un Bashar al-Assad che rimane alla guida della Siria fino alla fine del mandato presidenziale del prossimo anno, esattamente come la Russia e l’Iran hanno voluto. Nessuno crederà alla promesse di Obama, o a quelle del suo alleato britannico, la cui retorica ha ingannato molti in questi ultimi mesi: le promesse di “una Siria senza Assad” senza scadenze e senza affermare che la partenza di Assad sia preludio necessario a qualsiasi risoluzione politica. Questo discorso dolce è solo una copertura per i fallimenti di una politica estera priva di senso o totalmente cospirativa verso una regione vitale per gli interessi della gente di Washington, che non vi vedono nulla di male nell’ignorare[...] Alla luce degli eventi degli ultimi due anni, l’adozione da parte dell’amministrazione statunitense dell’interpretazione di Mosca dell’accordo di Ginevra, rappresenta un tradimento del popolo siriano che, per molti versi, è parallelo al tradimento di Obama del popolo palestinese, dopo le promesse fatte nella sua prima visita presidenziale in Medio Oriente.”
• Le posizioni della maggior parte dei soggetti esterni sono paradossalmente definite dalle fluttuazioni più estreme, che riflettono la confusione e il disordine di questo periodo di transizione, che sono il marchio della situazione in Siria e dintorni. Un caso esemplare è dato dalla posizione d’Israele, dove si moltiplicano i segni della divisione interna, confermati dalla visita in Russia di Netanyahu e dai suoi colloqui con Putin. Eli Bardenstein ha scritto su Ma’ariv del 16 maggio:
Il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu condivide le preoccupazioni della Russia sulla caduta di Assad e l’ascesa delle forze islamiche radicali, ha detto un funzionario russo al corrente della conversazione che Netanyahu ha intrattenuto con il presidente russo Vladimir Putin a Sochi. Detto questo, un alto funzionario russo al corrente della conversazione [...] ha spiegato le differenze tra gli atteggiamenti russo e israeliano: “Israele non vuole che continui il governo di Assad, ma ha paura delle alternative, considerando che la Russia vuole che Assad sia parte della soluzione politica nel Paese, almeno nella fase iniziale.” Tali valutazioni sono conformi al fatto che ci siano differenze di opinione in Israele sul fatto di sostenere azioni che avrebbero portato alla caduta di Assad. Funzionari dei servizi segreti israeliani ritengono che, nonostante ciò [la caduta di Assad] rafforzi le forze ribelli radicali in Siria e aumenti la minaccia del terrorismo contro Israele, fermare il programma nucleare iraniano è l’obiettivo supremo di Israele, e la caduta di Assad servirebbe allo scopo, perché distruggerebbe l’asse del male composto da Iran, Siria e Hezbollah. In alternativa, altri funzionari israeliani ritengono che l’aumento del terrorismo nella Siria del post-Assad sarebbe lo scenario più preoccupante. A quanto pare, Netanyahu sostiene la seconda ipotesi.
• D’altra parte, tra i cambiamenti più drammatici, vi sono alcune osservazioni sulla consegna dei missili della difesa aerea russi S-300 alla Siria, di cui non si sa ancora nulla di chiaro (sono già stati consegnati? Lo devono essere? Ancora nulla di fatto? Ecc.). Alcuni commentatori israeliani considerano l’eventualità peggiore, l’attacco agli S-300 da parte d’Israele. Su al-Monitor Israel Pulse del 17 maggio 2013, Ben Caspit esplora l’ipotesi di un attacco del genere in una varietà di opzioni. In tutti i casi presi in considerazione, il pericolo è la considerevole estensione della crisi siriana a una guerra generalizzata nella regione, anche con il coinvolgimento di potenze esterne dal peso enorme, in questo caso la Russia… (Va notato che tutte queste situazioni si basano sul fatto, che sembra dato per dimostrato dai commentatori, che l’S-300 sia un’arma terrificante che paralizza completamente l’attività delle forze aeree israeliane. Si è visto [13 maggio 2013] che alcuni esperti non condividono per nulla questo punto di vista.)
La situazione è più pericolosa che mai, soprattutto perché tutti i soggetti coinvolti, e sono molti, vengono trascinati in una situazione del tipo “Comma-22″. Israele non può accettare la presenza dei missili S-300 in Siria, dal momento che questi missili possono essere utilizzati per abbattere i jet della sua aviazione appena decollano dalle basi in Israele. Questo sarebbe un duro colpo per il datato dominio aereo d’Israele in Medio Oriente. D’altra parte, se Israele attaccasse quei missili, si troverebbe impelagato contro tutti i suoi nemici in una sola volta, e anche con la Russia. Cosa troppo difficile da gestire, anche per Israele...”
I russi hanno una linea, sono coerenti e nella confusione generale appaiono a tutti una potenza specifica e un polo di stabilità, con una politica ben definita e financo solidamente poggiata su principi ben strutturati. Ecco perché, ovviamente, dominano la situazione in termini di potenza e d’influenza, ora essenziali in questa regione. Il loro più grande rivale, quindi, è il disordine, suscitato dal controllo totale del movimento ribelle da parte degli estremisti islamici, un disordine che causerebbe altri danni agli USA se lasciassero la loro linea attuale (quale possa essere giudicata) per un improvviso e più assertivo intervento che potrebbe causare altri attacchi israeliani, e così via. Per questo motivo, i russi hanno abilmente determinato la loro posizione d’influenza, perché è anche una posizione di autorità che potrebbe anche adottare un certo atteggiamento arbitrale e di fermezza, che appare soggettivamente favorevole ad Assad, ma soprattutto perché Assad è al momento l’ordine e la sovranità. Il problema attuale è che la situazione è così confusa che l’”alleanza” del blocco BAO e soci va crepandosi fortemente da tutte le parti, che la posizione dei ribelli sul terreno è assai incerta, che esistono varie tentazioni per una qualsiasi spinta o un qualsiasi tentativo disperato, il cui risultato temuto dai russi sarebbe per lo meno la vittoria a sorpresa del campo anti-Assad e un’improvvisa accelerazione e rapida espansione di un disordine che diventerebbe incontrollabile. Per loro, quindi, l’incerta conferenza di Ginevra (Ginevra-2) è diventato l’obiettivo primario, non per una sua virtù intrinseca, ma perché manca di meglio, perché questa conferenza è l’unica speranza per la stabilizzazione istituzionalizzata, almeno temporanea, della situazione. (“La Russia sta tenendo le dita incrociate [...] s’è davvero nella posizione in cui le cose potrebbero andare in entrambi i modi”, “un momento critico, con gli avvinghiati sostenitori e  oppositori della soluzione negoziata in Siria”. “Infatti, ciò che la Russia può fare per il momento è di assicurarla...”)
La cosa più notevole dell’atteggiamento russo è, infatti come abbiamo visto, questo desiderio del principio dell’ordine quasi ad ogni costo, soprattutto in quel “quasi”. I russi vi arrivano grazie ad una convergenza nella fermezza delle due personalità, Putin e Lavrov, a non farsi travolgere dalla fragilità e dalla vulnerabilità potenziale dell’unico attore responsabile fino ad apparire come l’arbitro del dramma siriano, implicita nella loro posizione, come accadrebbe nel caso se, per esempio, abbandonassero il principio della fornitura degli S-300, apparendo improvvisamente deboli nel loro ruolo, avendo speso tutta l’autorità e l’influenza in questo ruolo, acquisendo una certa tregua a breve termine, ma perdendo autorità e influenza. Mantenendo questa fermezza nella loro politica, si assumono rischi a breve termine, ma risparmiano le possibilità a lungo termine, e infine rafforzano la loro posizione; d’altra parte dicendosi pronti a un confronto, se nuove e brutali condizioni lo rendessero necessario. Tuttavia, iniziando in modo molto incerto e incentrato solo sulla comunicazione sul possibile uso di armi chimiche in Siria, il periodo è diventato molto importante, se non fondamentale (ma non ancora decisivo); in realtà transitoria (“tempo sospeso”), ma per uno scopo (vertice alla conferenza Ginevra-2) che, se raggiunto, stabilirà una nuova situazione che a sua volta genererebbe nuovi disordini. Si tratta di un periodo di transizione, la cui alternativa è in primo luogo un “progresso” che porrebbe soltanto i termini della crisi siriana sulle diverse direzioni in cui il disordine si svilupperebbe, in un modo o nell’altro, a seconda della possibilità dell’accelerazione improvvisa del disordine. Tutta la brillantezza dei russi non può fare nulla, fondamentalmente perché nessuno può fare nulla di essenziale. La presenza di ciò che chiamiamo l’infrastruttura critica non consente una risoluzione della crisi siriana con un processo politico convenzionale: la crisi siriana è parte del contesto generale della crisi e del crollo del sistema che dipende totalmente dall’evoluzione generale della crisi, che si esprime come “crisi acuta” per eccellenza. Ciò supera le capacità degli attuali sapiens del XXI.mo secolo.

 

 

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I russi avanzano

Dedefensa 14 maggio 2013

942740Osserviamo anzitutto che oggi Netanyahu è andato a presentare i suoi rispetti a Putin, a Sochi-Canossa, come abbiamo visto in altri tempi, quando per problemi di questa portata e di questo settore (la consegna o meno degli S-300 alla Siria dove si svolge una guerra che preoccupa la “comunità internazionale”) ci si rivolgeva agli Stati Uniti, e quando un primo ministro israeliano, se aveva qualcosa da dire a Mosca in questo campo, consultava prima gli USA facendovi affidamento. Ma oggi gli Stati Uniti sono, diciamo, nello spirito dell’”isolazionismo“. Così Netanyahu vedrà direttamente Putin. Putin… che dirige una potenza che diventa sempre più importante nel Medio Oriente. Alcuni possono pensare che la Russia stia cercando di ritrovare il suo posto nel Medio Oriente dei tempi della guerra fredda. Noi tendiamo ad andare oltre, vale a dire, basta considerare che i russi cercano di avere un ruolo di rilievo, mentre gli Stati Uniti scompaiono… Abbiamo dettagliato alcuni fatti che sembrano andare in questa direzione, a favore dei russi, direttamente o indirettamente.
• La flotta russa si è stabilita definitivamente nel Mediterraneo, tornando laddove schierava il 5° Squadrone Navale nel Mediterraneo, attivo dal 1967 fino al suo scioglimento nel 1992. La decisione di trasferire un’unità autonoma russa nel Mediterraneo è stata presa ad aprile e ora abbiamo dettagli sulla flotta permanente, che avrà il proprio stato maggiore e che disporrà possibilmente di sottomarini lanciamissili nucleari. (Novosti 12 maggio 2013.) “La Task Force Mediterraneo della Russia include 5-6 navi da guerra e può essere ampliata includendovi dei sottomarini nucleari, ha detto l’Ammiraglio Viktor Chirkov. “Nel complesso, già da quest’anno abbiamo in programma di disporre 5-6 navi da guerra e da trasporto [nel Mediterraneo], che saranno sostituite a rotazione da navi di ciascuna delle flotte del Mar Nero, del Baltico, del Nord e, in alcuni casi, anche della flotta del Pacifico. A seconda dello scopo e della complessità delle assegnazioni, il numero di navi da guerra della Task Force potrebbe aumentare”, ha detto Chirkov a RIA Novosti. “La marina russa ha detto il comandante, potrebbe anche schierare sottomarini nucleari nel Mediterraneo, se necessario.” “Forse, in prospettiva. I sottomarini erano già presenti all’epoca del 5° Squadrone. C’erano sia sottomarini nucleari che diesel. Tutto dipenderà dalle circostanze”, ha detto.”
• E’ chiaro che dopo gli attacchi israeliani contro la Siria, decisione della Russia di consegnare S-300 alla Siria rafforza i legami tra la Russia e la Siria. Lo stesso potrebbe accadere con l’Iran, se il vecchio accordo tra la Russia e l’Iran sulla consegna agli iraniani di S-300, che la Russia ha finora rifiutato di onorare su richiesta del blocco BAO, venga risolto nella stessa direzione (consegnando gli S-300 all’Iran). Allo stesso modo, i russi hanno intenzione di accelerare le consegne di armi all’Iraq dopo lo sblocco (27 aprile 2013), del grande contratto sulle armi russe ordinate dall’Iraq. Ben inteso, naturalmente, si tratta dell’alleanza Teheran-Baghdad-Damasco che segue una dinamica particolare, godendo del supporto materiale e attivo della Russia.
•… A ciò dobbiamo ora aggiungere Hezbollah. Le notizie sono riprese, commentate e arricchite da Jean Aziz, giornalista libanese del quotidiano al-Akhbar e della stazione OTV, su al-Monitor Pulse del Libano del 12 maggio 2013, sui recenti contatti tra la Russia ed Hezbollah, e le prospettive che si aprono per queste due parti, secondo una nuova dinamica della cooperazione. Si segnala la constatazione che le due parti parlano di equilibrio generale, in cui la Russia verrebbe ora chiamata a svolgere un ruolo di primo piano. “Per la seconda volta in nove giorni, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha compiuto un discorso televisivo, sapendo che le due apparizioni rientrano nello stesso contesto politico, già discusso in precedenza in queste pagine, indicando tre ragioni dietro la tempistica delle due apparizioni e discorsi. La sezione precedente ha dettagliato del primo motivo dietro l’apparizione di Nasrallah, confermando i principi religiosi e la giustificazione ideologica della presa di posizione di Hezbollah sulla situazione siriana. La seconda ragione era direttamente collegata agli sviluppi politici in Libano e nelle regioni vicine, a cominciare dalla visita del viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov a Beirut, il 26 e il 28 aprile. La visita del ministro russo nella capitale libanese dopo Teheran e Damasco non è priva di significato. Chiaramente Russia, Iran, Siria ed Hezbollah si coordinano ad un certo livello e affrontano gli sviluppi regionali e le posizioni, assunte al riguardo, da uno degli elementi di questo nuovo asse [...] Nel frattempo, fonti consapevoli dei risultati della visita di Bogdanov nella capitale libanese, hanno rivelato ad al-Monitor che la conversazione affrontava nettamente il ruolo della Russia nel proteggere le forze che le sono vicine nella regione, così come l’importanza di affrontare Washington e spostare a proprio favore l’equilibrio del sistema globale regionale, nel Medio Oriente almeno. Inoltre, i funzionari hanno commentato sia le prospettive che l’imposizione della delimitazione delle sfere di influenze internazionali in questa regione. In una conversazione netta e diretta hanno chiarito sia le divergenze che le convergenze ideologiche, economiche, geostrategiche e relative alla sicurezza degli interessi di Mosca e delle forze locali nel raggiungimento di tali obiettivi”.
• L’ultimo punto riguarda ciò che potrebbe essere la riconciliazione tra Arabia Saudita e Iran, una manovra che non dispiacerebbe alla Russia, che ha buoni rapporti con l’Iran e collegamenti decenti  con l’Arabia Saudita. La notizia viene riportata da DEBKAfiles (13 maggio 2013), che ora segue con particolare aggressività la sequenza di eventi che segnano il degrado della posizione degli Stati Uniti in Medio Oriente. “L’Arabia Saudita ha deciso di esplorare un dialogo con il suo grande rivale regionale dell’Iran, per porre fine al conflitto siriano e garantendo il futuro politico del Libano, riportano le fonti dal Golfo di DEBKAfile. Hanno rinunciato alla politica degli Stati Uniti verso la Siria, vedendo l’inflessibile supporto russo e iraniano a Bashar Assad, le sue battaglie vinte con l’aiuto di Hezbollah e delle forze iraniane Basij, e l’inazione della Turchia dopo l’attentato terroristico di sabato nella città di Reyhanli vicino al confine siriano, che ha causato 46 morti. Il ministro degli esteri saudita Saud al-Faisal ha approfittato dell’Organizzazione della Conferenza Islamica-OCI, a Jeddah questa settimana sul conflitto in Mali, per incontrarsi il 13 maggio con il ministro degli Esteri iraniano Ali Akbar Salehi che vi partecipava. Le nostre fonti indicano che la prima priorità di Riyadh è stabilizzare il Libano attraverso un accordo tra Arabia Saudita e Iran sugli equilibri politici a Beirut. Sarebbero i sauditi i prossimi a cercare un accordo con Teheran sulle conseguenze del conflitto civile siriano. I governanti sauditi sono giunti alla conclusione, che l’occidente e Israele tardano a riconoscere, che poiché l’alleanza militare iraniano-siriano-Hezbollah progredisce nel conflitto siriano e raccoglie  vittorie, farebbero meglio a guardare ai loro interessi in Libano, dipendendo pesantemente dal clan sunnita guidato da Saad Hariri. Se aspettano che un Hezbollah vittorioso arrivi marciando prendendo il potere a Beirut, la salvaguardia della comunitaria sunnita del Libano sarebbe molto più difficile...”
Il testo fa riferimento al basso credito presso i sauditi del progetto della conferenza organizzata da Stati Uniti e Russia insieme, soprattutto alla luce della mancanza di entusiasmo dimostrata da Obama sulla cosa, sottolineata dai commenti di Obama nella conferenza stampa del 13 maggio con Cameron sul “persistente sospetto ereditato dalla guerra fredda, tra Russia e Stati Uniti“. Questa osservazione è molto strana, dal momento che questo sospetto non è uno stato persistente, ma ovviamente è una re-invenzione degli Stati Uniti, a colpi dei lobbies, di “attacchi soft”, di accuse umanitarie, ecc. contro la Russia, mentre la Russia ha invece a lungo respinto questo tipo di sospetto di cui Obama parla. La frase di Obama, che potrebbe sorprendere alcuni obamanofili, piuttosto evoca la paranoia persistente negli Stati Uniti, questa paranoia così naturale che non ha bisogno della memoria della guerra fredda per farsi sentire, e che piuttosto è alimentata da quella complessità psicologica di cui gli Stati Uniti non hanno bisogno di nessuno per farla suscitare nel loro capo… In tutti i casi, la frase evoca la luce meno amichevole dello “spirito dell’isolazionismo” di cui parla Stephen M. Walt, la luce del disincanto scoraggiato da ciò che è in realtà è molto più che un ritiro tattico degli Stati Uniti, ma una posizione sempre più costretta dal proprio declino e del crollo del proprio potere. In questo caso, allora è notevole vedere, nella prospettiva di un possibile fallimento del tentativo russo-statunitense della conferenza sulla Siria, un Paese come l’Arabia Saudita considerare di rivolgersi all’Iran, e quindi per semplice sequenza, in parte alla Russia, per trovare un modo per stabilizzare un pasticcio che sfugge sempre più al controllo degli attori esterni. Se si affermasse, questa dinamica certamente non lascerebbe né la Giordania, né l’Egitto insensibili… In tale interpretazione, c’è anche una considerazione alquanto amena sulla Turchia, le cui sfrenate manovre di destabilizzazione per quasi due anni, hanno portato alla situazione di stallo che affligge il proprio territorio, cosa rimproverata anche da Obama a Erdogan. (Gli Stati Uniti sono particolarmente preoccupati per i grandi progetti di riunificazione del Kurdistan turco, con le sue parti siriani e iracheni, a causa delle minacce che il progetto pone non solo all’Iraq, ma alla Turchia stessa. Ma Erdogan oppone a queste paure l’assicurazione impeccabile di se stesso e delle sue politiche.)
La conclusione è che, dati gli sviluppi in Siria, il campo costituito dal blocco BAO comincia a cedere alle tendenze della disintegrazione in tutte le direzioni, mentre la Russia gestisce la posizione centrale di una possibile mediazione che diventa sempre meno possibile, puntando sull’organizzazione di un nuovo raggruppamento in Medio Oriente definito dai suoi legami con Iran, Siria, Iraq ed Hezbollah, e forse altri che diserteranno il campo BAO. Tutto ciò avviene come se il disordine abbia cominciato a esaurire coloro che hanno contribuito a crearlo, con la dispersione di questa coalizione eterogenea, da cui la Russia necessariamente emergerà quale attore esterno chiave nel Medio Oriente. Questa sarebbe una ricompensa logica, e solo se lo si vuole, del ruolo che ha svolto. E per il momento non è nulla di più che un punto di vista, e il disordine è ben lungi dall’aver detto l’ultima parola, e senza dubbio avrà sempre voce in capitolo nel contesto della sequenze attuali. Ma la tendenza generale è sempre più chiara, e si afferma a partire dal carattere insopportabile del processo di autodistruzione del sistema, che respinge o colpisce tutti coloro che hanno scommesso sul sistema, con qualcuno che già adesso è alla ricerca di una via d’uscita dal gioco. In ogni caso, vi è ora la possibilità di un interessante rovesciamento che darebbe alla “primavera araba” un aspetto inatteso, e questa possibilità, se viene necessariamente caratterizzata dall’apparente caos mediorientale, lo sarà soprattutto in questo caso, dalla gerarchia di influenze esterne, con la Russia che ritorna con forza in questa regione, non essendo lontana dal poter  soppiantare gli USA sempre più amareggiati, impotenti nella loro incomprensione della situazione, più stanchi che dotati di spirito, infine. In questo contesto, è possibile che l’israeliano Netanyahu parli a Putin di qualcosa di molto diverso degli S-300, gli israeliani potrebbero anche valutare che la loro scelta di aver un esclusivo “padrino” americanista, sia diventata discutibile. Infatti, a parte questi eventi che hanno significati diversi e talvolta sorprendenti, compare il fenomeno dell’esaurimento, con conseguente spostamento della politica verso direzioni completamente inaspettate. Questo esaurimento psicologico è un fattore centrale della crisi del collasso del Sistema, mentre continuiamo a sottolinearne le radici storiche fondamentali. Non è che un apparente paradosso se questa stanchezza colpisce gli attori periferici della crisi siriana, più che gli attori diretti, perché questi attori periferici sono collegati direttamente alla crisi del collasso del sistema.  La forte posizione della Russia, che ovviamente tiene alla sua politica di principio, in realtà è basata sulla promozione e la tutela dei principi strutturali, ed è l’unico modo per sfuggire alla stanchezza causata dalle forze di destrutturazione e disintegrazione del Sistema.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qusayrgrad della III Guerra Mondiale?

SyriaNews

4117644-3x2-700x467[1]Una tranquilla città di confine di 30.000 abitanti circondata da bellissime orchidee, una città un tempo molto bella e in posizione strategica, come tutte le città siriane, la maggior parte strategiche al microscopio internazionale, ma questa volta non a causa di una qualsiasi ragione geografica, storia o artistica, ma per motivi molto più pericolosi, si tratta della guerra nucleare la cui fiamma nucleare potrebbe essere stata già accesa. La città di al-Qusayr prenderà presto il nome di ‘Qusayrgrad’.
Il vecchio Hafiz al-Assad ha detto una volta: “Siamo i migliori a giocare sul bordo del baratro, e se cadiamo, cadiamo sui corpi dei nostri nemici“, il giovane leone della Siria ha ereditato molte  funzioni dal padre, e questa è uno di esse. Dopo due anni, gli aggressori pensavano di avere il sopravvento nella crisi siriana, e nonostante le centinaia di avvertimenti da Damasco e dai suoi alleati, tra cui dal Presidente Bashar al-Assad: “Se la Siria cade, vi sarà un terremoto, un errore di calcolo e l’intera regione sarà devastata da un terremoto”. Gli strateghi occidentali notoriamente arroganti e razzisti, in altre parole stupidi, hanno sminuito gli avvertimenti di Assad, che continuava a dire che la Siria è diversa, non è la Libia, l’Iraq, la Somalia o qualsiasi altro Paese ‘democratizzato’ dall’occidente, come andavano dicendo saltellando i media occidentali tradizionali, sapendo e nascondendo l’infiltrazione in Siria più di 40.000 terroristi stranieri di al-Qaida, come l’inviato dell’ONU Ibrahim ha confermato. Sappiamo che è ciò che ne resta, oggi, su un totale di 125.000 almeno, unitisi ai criminali locali reclutati. I terroristi che controllavano la maggior parte delle campagne di Aleppo e la città di Raqqa, i migliaia provenienti dalla Giordania nel sud che occuparono la città di Daraa, caduta nelle loro mani, che infestarono la provincia di Damasco in molti luoghi, soprattutto Daraya e al-Utaibah, da cui i colpi di mortaio iniziarono a cadere sulla capitale. Non poteva andare meglio per i criminali Stati occidentali; la loro base nella città di al-Qusayr è il loro comando e centro di controllo principale, con ufficiali dei servizi segreti qatarioti, sauditi, israeliani turchi, francesi, statunitensi, inglesi e tedeschi infiltratisi dal Libano, in particolare i francesi, che scomparvero dalla loro base nel nord del Libano quando Damasco non cadde.
La Siria di Assad era sul bordo del baratro sempre più sottile, restando solo con il suo vertice superiore, ma le Forze di Difesa Nazionale avevano finito l’addestramento intensivo, a Hezbollah era stato chiesto di custodire i santuari religiosi con l’aiuto dei comitati locali, un’amnistia presidenziale era stata emanata il 16 aprile, e un mese era stato concesso ai criminali per arrendersi.  Un’amnistia presidenziale in mezzo a tutto questo?! L’EAS ha avuto l’ordine: liberare il Paese e sterminare i terroristi. E l’EAS l’ha eseguito.
600 terroristi a Jididet Fadhl, presso Damasco, sono svaniti in 3 ore, facendo impazzire i chierici  wahhabiti che avevano dichiarato la jihad contro la Siria, a cui non risponde più nessuno; la strada dal centro di Hama ad Aleppo, nel nord, è ripulita, un’altra strada è ripulita da Idlib, nel nord ovest, alla provincia di Latakia, assai infestata da terroristi infiltrati dall’intelligence turca, dove le enormi operazioni dell’EAS, delle FDN e della resistenza locale siriana hanno eliminato decine di terroristi, liberando Qirbet Solas, Quota 45 e altri siti strategici; la città di al-Utaibah vicino all’aeroporto internazionale di Damasco e centro di comando e controllo dei terroristi nel sud, provenienti e riforniti dall’Iraq e dalla Giordania, attraverso il deserto, è caduta nelle mani dell’EAS, che poi avvolge la provincia, spostandosi a nord e a sud, e recupera la città strategica di Qirbet Ghazalah, infliggendo così un colpo decisivo ai terroristi nel sud, uccidendo, almeno secondo le stime, 1600 terroristi. E più importante è l’avanzata tra i villaggi e le città ad ovest del fiume Oronte, nella provincia di al-Qusayr, liberandole una dopo l’altra, accerchiando la città e impedendo ai terroristi di fuggire verso il Libano. Le armi chimiche, il cui utilizzo da parte dell’esercito arabo siriano contro i civili, avrebbe attraversato la linea rossa di Obama, non sono state utilizzate; la linea rossa di Obama non é stata attraversata, e la confusione e l’isteria regnano nel campo occidentale da quando pensava di celebrare la vittoria, invece iniziando a ricevere brutte notizie dalla Siria, ma buone per il mondo intero. Israele viene coinvolto direttamente e compie un raid contro le galline dei pollai e un deposito di armi nei pressi di Damasco, molto probabilmente utilizzando mini-bombe nucleari, in coordinamento con i combattenti di al-Qaida che avevano attaccato 19 diversi posti di blocco dell’EAS intorno alla capitale, un altro epico fallimento. L’ex-ambasciatore statunitense in Siria, Robert S. Ford, il padre degli squadroni della morte iracheni noti per uccidere sciiti e sunniti iracheni, oltre ai marine, arriva in una città di confine tra Siria e Turchia, proprio quando una doppia esplosione si verifica in quella città uccidendo più di 40 esseri umani e ferendone circa 100; le accuse contro la Siria sono immediate. Perché questa pazzia improvvisa? La NATO perde, ma c’è altro.
L’esercito arabo siriano invita i terroristi di al-Qusayr ad arrendersi, non c’è più il corridoio per fuggire, il corridoio che hanno usato per entrare, e l’amnistia presidenziale è passata, i terroristi si rifiutano di arrendersi e le notizie di trattative segrete con il governo siriano, con cui l’occidente chiede all’EAS di riaprire il corridoio affinché coloro che sono nella città di al-Qusayr si ritirino in Libano, sono respinte dalla Siria, e John Kerry va a Mosca, Cameron il giorno successivo visita Mosca, Laurent Fabius, che insisteva su una soluzione militare della crisi siriana, improvvisamente afferma che ci deve essere una soluzione pacifica alla crisi politica. Dopo più di due anni, e per al-Qusayr avviene questa svolta? Aspettate. Kerry è d’accordo con i russi sulla soluzione pacifica e una nuova conferenza internazionale per risolvere la crisi siriana, con Ginevra 2; il giorno dopo Kerry sostiene che laddove non è riuscita Ginevra 1, fallirà Ginevra 2, ovvero la partenza di Assad.  Cameron è d’accordo con i russi sulla soluzione pacifica e la nuova conferenza internazionale per risolvere la crisi siriana, Ginevra 2, lascia la Russia per Washington e riprende di nuovo la storia delle armi chimiche! Cosa c’è nella città di al-Qusayr?
Ricapitoliamo: incursione d’Israele, attentati a Reyhanli, le ripetute accuse sulle armi di distruzione di massa ‘irachene’, funzionari occidentali in pellegrinaggio a Mosca e infine il dipartimento di Stato degli Stati Uniti che presente direttamente la seguente questione in inglese, arabo e persiano..!  Qusayr è la parola chiave principale:

Il dipartimento di Stato sui volantini a Qusayr, Siria
10 maggio 2013
DIPARTIMENTO DI STATO
Ufficio del Portavoce
10 Maggio 2013
2013/0551

DICHIARAZIONE DI JEN PSAKI, Portavoce

Volantini su Qusayr, Siria
Siamo profondamente preoccupati per le notizie secondo cui il regime di Assad ha lanciato volantini su Qusayr dicendo ai civili di evacuare o saranno considerati combattenti. Condanniamo con forza qualsiasi bombardamento di civili o minacce di farlo. Disporre un diverso dislocamento della popolazione civile in queste circostanze, è l’ultima dimostrazione di brutalità da parte del regime.
I continui indiscriminati bombardamenti aerei del regime su aree civili, tra cui panifici, file per il pane e ospedali, viola il diritto internazionale umanitario. Mentre notizie terribili su atrocità e massacri del regime continuano ad emergere, il regime di Assad e tutti i suoi sostenitori che commettono crimini contro il popolo siriano, dovrebbero sapere che il mondo sta guardando e che saranno identificati e ritenuti responsabili. Mentre il popolo siriano affronta tali responsabilità, gli Stati Uniti continueranno a lavorare con i siriani e la comunità internazionale per sostenere la documentazione delle violazioni.

Parole chiave: Siria, Qusayr, diritti umani, violazioni del diritto umanitario
IIPdigital

Perché non ci sono state dichiarazioni simili per Utaibah, Qirbet Ghazalah, Jididet Fadhl, la provincia meridionale di Aleppo, e tutto il resto?  L’occidente scatenerà stupidamente la Terza Guerra Mondiale, l’Armageddon per salvarsi dall’umiliazione di ciò che il mondo conoscerà su al-Qusayr? L’Iran ha mostrato solidarietà alla Siria, Hezbollah ha dichiarato che si unirà alla lotta  contro l’intervento straniero. L’esercito turco, sicuramente, secondo l’autore, non appoggerà il Primo ministro dei Fratelli musulmani Erdogan e si rifiuterà di essere coinvolto in una guerra tra Paesi musulmani per niente. I russi non permetteranno che il loro unico punto d’appoggio al mondo, al di fuori del Mar Nero, cada, non aderiranno alla lotta, ma sosterranno i loro alleati.
L’occidente è in grado di commettere stupidità e grandi crimini, speriamo che ci sia qualcuno sano di mente che l’impedisca.
Nel frattempo, guardate questo breve reportage dalla periferia di al-Qusayr:

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I sei modi con cui Assad ha cambiato la marea in Siria

Max Fisher The Washington Post 13 maggio 2013

40817Il presidente siriano Bashar al-Assad e le sue forze “stanno cominciando a cambiare il corso della guerra nel Paese“, Liz Sly del Washington Post riferisce da Beirut, spiegando che Assad è “sospinto da una nuova strategia, con il sostegno di Iran e Russia e l’assistenza dei combattenti del movimento Hezbollah del Libano.” Sly scopre che “il pendolo sta oscillando in favore di Assad“.
Come hanno fatto le forze di Assad? Ecco alcune delle tendenze che Sly ha trovato, più una da un’altra fonte:
1) Rimpasto settario all’interno delle forze armate. La maggior parte dei siriani è sunnita, e così lo sono i ribelli siriani. Ma il regime siriano è dominato da gruppi minoritari come gli alawiti. Hezbollah, un gruppo militante libanese, alleato della Siria, è sciita. Mettendo l’accento sui combattenti delle minoranze il regime aggira il problema sunnita, con un minor numero di defezioni e soldati più impegnati, anche se rischia di esacerbare le tensioni settarie.
2) Impiego delle milizie. Il regime ha integrato 60.000 “irregolari” miliziani nelle forze armate, dando loro sia più potenza di fuoco che un qualitativamente diverso tipo di potenza di fuoco, più adatta ad affrontare i ribelli sul loro stesso terreno.
3) L’addestramento di Hezbollah nella guerra urbana. I ribelli avevano un vantaggio nella città, nei combattimento da strada. Ora, con l’aiuto di esperti, le forze del regime stanno colmando il gap.
4) Escludere i ribelli dalle linee di approvvigionamento, indica Sly: “I lealisti di Assad premono costantemente sui ribelli, isolandoli gli uni dagli altri e tagliando i loro approvvigionamenti, dicono i ribelli. Le unità sono a corto di munizioni, e qualcuna è sempre più disperata.”
5) Concentramento di tutta l’energia sui principali nodi, il regime sembra puntare la propria schiacciante forza militare su una manciata di “nodi” strategici: periferia di Damasco, il crocevia “cruciale” di Homs e i porti costieri, tra gli altri. Ciò significa trascurare le zone meno strategiche per ora, ma probabilmente non per sempre.
6) Capisaldi impenetrabili. CJ Chivers del New York Times, in una recente intervista a “Fresh Air” di NPR, ha spiegato che il regime ha usato il suo vantaggio tecnologico ritirandosi in una serie di capisaldi nel Paese, da cui impiega l’artiglieria, i mortai e gli attacchi aerei contro i ribelli. Poiché i ribelli non hanno la potenza di fuoco per colpire queste strutture, non possono impedire o sottrarsi al bombardamenti.

© The Washington Post Company

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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