Un lobbista della Shell a capo della Coalizione nazionale siriana

Le tante facce di Sheikh Ahmad Moaz al-Khatib
Thierry Meyssan Voltairenet, Damasco (Siria), 19 novembre 2012

Totalmente sconosciuto al grande pubblico internazionale solo una settimana fa, Sheikh Moaz al-Khatib è stato nominato presidente della Coalizione nazionale siriana, che rappresenta l’opposizione  filo-occidentale al governo di Damasco. Descritto da una intensa campagna di pubbliche relazioni come un’alta personalità morale senza legami partigiani o economici, in realtà è sia un membro dei Fratelli musulmani che un dipendente della compagnia petrolifera Shell.

La frammentazione dell’esercito dell’opposizione siriana riflette i conflitti tra gli Stati che cercano un “cambio di regime” a Damasco. Particolarmente noto è il Consiglio Nazionale (CNS), anche noto come Consiglio di Istanbul perché è stato creato lì. Controllato con pugno mano di ferro dal DGSE francese e finanziato dal Qatar. I suoi membri, che hanno avuto il diritto di soggiornare in Francia e varie agevolazioni, sono costantemente messi sotto pressione dai servizi segreti che gli dettano qualsiasi intervento. Il Comitato di Coordinamento Locale (CCL) è formato da civili locali che sostengono la lotta armata. Infine, l’Esercito libero siriano (ELS), inquadrato principalmente dalla Turchia, incorpora la maggior parte dei combattenti, tra cui le brigate di al-Qaida. L’80% delle sue unità riconosce come leader spirituale il takfirista saudita Sheikh Adnan al-Arour. Cercando di recuperare la leadership e ristabilire l’ordine in questa cacofonia, Washington ha invitato la Lega Araba a convocare una riunione a Doha, per liquidare il CNS e costringere il maggior numero possibile di piccoli gruppi ad aderire a una singola struttura: la Coalizione nazionale delle forze di opposizione e della rivoluzione. Dietro le quinte, l’ambasciatore Robert S. Ford ha distribuito cariche e prebende. In ultima analisi, è emerso come presidente della Coalizione una personalità che non era mai stata citata dalla stampa: Sheikh Ahmad Moaz al-Khatib.
Robert S. Ford è considerato il massimo esperto di Medio Oriente presso il Dipartimento di Stato. E’ stato assistente di John Negroponte dal 2004 al 2006, quando il capo delle spie in Iraq applicava il metodo che aveva sviluppato in Honduras: l’uso intensivo degli squadroni della morte e dei Contras. Poco prima degli eventi in Siria, è stato nominato dal Presidente Obama ambasciatore a Damasco, insediandolo nonostante l’opposizione del Senato. Immediatamente applicava il metodo di Negroponte in Siria, con i risultati che conosciamo. La moglie dell’ambasciatore Robert S. Ford, Alison Barkley, sovrintende alla logistica dell’ambasciata degli Stati Uniti in Arabia Saudita.
Se la creazione della Coalizione nazionale serve a Washington per riprendersi il controllo dell’opposizione armata, non affronta la questione della rappresentatività. Subito le varie componenti dell’ELS si sono dissociate. In particolare, la Coalizione esclude l’opposizione ostile alla lotta armata, tra cui il Coordinamento Nazionale per il Cambiamento Democratico di Haytham al-Manna. La scelta di Sheikh Ahmad Moaz al-Khatib risponde a un bisogno apparente: per essere riconosciuti dai combattenti è necessario che il presidente della Coalizione sia un religioso, ma per essere accettato dall’Occidente, deve apparire un moderato. Soprattutto in questo periodo di intensi negoziati, é necessario che questo presidente possa contare su forti competenze per discutere sul futuro del gas siriano, ma non deve parlarne in pubblico. Gli spin doctors statunitensi hanno subito rinnovato il fascino di Sheikh Ahmad Moaz al-Khatib. Alcuni media ne hanno già fatto un leader “modello”. Quindi, un grande giornale statunitense lo descrive come “un prodotto unico della sua cultura, come Aung San Suu Kyi in Birmania” [1].
Ecco il ritratto che traccia Agence France Presse (AFP): “Lo sceicco Ahmad Al-Khatib Moaz, l’uomo del consenso Nato nel 1960, lo sceicco Ahmad Moaz al-Khatib è un moderato religioso, un tempo imam della Moschea degli Omayyadi di Damasco, e non appartiene ad alcun partito politico. E’ questa indipendenza e la sua vicinanza a Riad Seif, ispiratore dell’iniziativa per una vasta coalizione, che ha fatto di lui un candidato ampiamente riconosciuto per la leadership dell’opposizione. Sufi dell’Islam, il religioso ha studiato relazioni internazionali e diplomazia, e non è legato ai Fratelli musulmani o a una qualsiasi forza di opposizione islamista. Più volte arrestato nel 2012 per aver chiesto pubblicamente la caduta del regime di Damasco, gli è stato proibito di parlare in moschea dalle autorità siriane, ed ha trovato rifugio in Qatar. Originario di Damasco, ha svolto un ruolo decisivo nella mobilitazione nella periferia della capitale, soprattutto a Douma, molto attiva sin dall’inizio della mobilitazione pacifica nel marzo 2011. “Shaykh al-Khatib è una figura di spicco che ha un reale sostegno popolare”, ha detto Khaled al-Zayni, membro del Consiglio nazionale siriano (CNS)” [2].
La verità è ben diversa. In realtà, non vi è alcuna prova che lo sceicco Ahmad Moaz al-Khatib abbia mai studiato relazioni internazionali e diplomazia, ma ha un background ingegneristico in geofisica e ha lavorato per sei anni presso la al-Furat Petroleum Company (1985-91). Questa società è una joint venture tra l’azienda nazionale e le compagnie petrolifere estere, tra cui l’anglo-olandese Shell, con il quale ha mantenuto dei legami. Nel 1992, ha ereditato dal padre sceicco Muhammad Abu al-Faraj al-Khatib, la carica di prestigioso predicatore della Moschea degli Omayyadi. È stato subito  sollevato dal suo incarico e gli è stato proibito la predicazione in tutta la Siria. Tuttavia, questo episodio non accadde nel 2012 e non ha nulla a che fare con gli eventi in corso, ma avvenne venti anni fa, sotto Hafez al-Assad. La Siria allora sosteneva l’intervento internazionale per liberare il Kuwait, che assieme al rispetto del diritto internazionale, voleva farla finita con il rivale iracheno e  avvicinarsi all’Occidente. Lo sceicco, a sua volta, si era opposto a “Desert Storm” per gli stessi motivi di carattere religioso enunciati da Usama bin Ladin, a cui si richiamava all’epoca, tra cui il rifiuto della presenza occidentale nella terra saudita, considerata un sacrilegio. Questo lo portò a pronunciare discorsi antisemiti e anti-occidentali.
Successivamente, lo sceicco ha continuato l’attività di educazione religiosa, in particolare presso l’Istituto olandese a Damasco. Ha intrapreso numerosi viaggi all’estero, soprattutto nei Paesi Bassi,  Regno Unito e Stati Uniti. Infine, si stabilì in Qatar. Nel 2003-04 è tornato in Siria come lobbista della Shell per l’aggiudicazione di concessioni su petrolio e gas. Era ritornato in Siria agli inizi del 2012, per istigare il quartiere di Douma (sobborgo di Damasco). Arrestato, poi graziato, ha lasciato il paese a luglio e si è stabilito a Cairo. La sua famiglia è di tradizione sufi, ma a differenza delle pretese di AFP, è un membro dei Fratelli musulmani e l’ha anche dimostrato alla fine del suo discorso inaugurale a Doha. Con la solita tecnica della Fratellanza, adatta non solo la forma ma anche la sostanza del suo discorso al pubblico. A volte, è a favore di una società multi-religiosa, a volte per il ripristino della sharia. Nei suoi scritti ha definito il popolo ebraico come “nemico di Dio” e i musulmani sciiti “eretici negazionisti”, epiteti che equivalgono alla condanna a morte.
In ultima analisi, l’ambasciatore Robert S. Ford ha giocato bene. Washington, ancora una volta ha ingannato i suoi alleati. Come in Libia, la Francia si è assunta tutti i rischi, ma dal grande accordo che si annuncia Total non trarrà alcun beneficio.

Thierry Meyssan

[1] “A model leader for Syria?” editoriale del Christian Science Monitor, 14 novembre 2012.
[2] “Un religieux, un ex-député et une femme à la tête de l’opposition syrienne“, AFP, 12 novembre 2012.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I “ribelli” siriani filo-USA sbandati alla conferenza del Qatar

Bill Van Auken, WSWS 6 novembre 2012

I quattro giorni del vertice di Doha, la capitale del Qatar, degli elementi filo-occidentali che appoggiano il rovesciamento del governo siriano, hanno avuto iniziato nel caos, dopo la richiesta, la scorsa settimana, della segretaria di Stato degli USA Hillary Clinton per una ristrutturazione della cosiddetta leadership dei ribelli. Clinton ha dato agli oppositori siriani l’ordine di marcia, dichiarando che il Consiglio nazionale siriano (CNS), formatosi solo un anno prima e riconosciuto da Washington come “legittimo rappresentante” del popolo siriano, aveva perso il sostegno degli Stati Uniti. Ha definito la leadership che gli Stati Uniti avevano in precedenza sostenuto, una banda di esuli irrilevanti che non mettevano piede in Siria da decenni, e insisteva sul fatto che Washington vuole entrare in contatto con coloro che sono pronti a “combattere e morire” nella guerra civile che infuria nel paese mediorientale.
In realtà, è diventato chiaro che gli Stati Uniti hanno deciso di modellarsi una leadership “rispettabile”, con i rappresentanti dei vari gruppi religiosi ed etnici che compongono la popolazione siriana, al fine di meglio mascherare il carattere feroce del conflitto settario che Washington alimenta, così come il ruolo sempre più importante svolto dalle milizie islamiste collegate ad al-Qaida. La conferenza a Doha ha avuto inizio con una riunione del CNS sponsorizzata dalla Lega araba e dalla monarchia sunnita del Qatar, volta ad inserirvi nuovi membri, nel tentativo di evitare l’azione degli Stati Uniti per privarla del suo marchio di opposizione siriana filo-imperialista. Dominato in gran parte dal ramo siriano della Fratellanza musulmana, il CNS ha manifestato il suo forte disaccordo con la mossa degli Stati Uniti, mentre non chiarisce in via preliminare, se semplicemente rifiuterà o contratterà un accordo migliore con Washington.
Il Dipartimento di Stato degli USA ha reso noto di essere pronto ad offrire al CNS 15 seggi su 50 membri alla guida del nuovo fronte che sta per essere creato da Washington. Denominato Iniziativa nazionale siriana, questo nuovo fronte dovrebbe essere convocato a Doha. Secondo quanto riportato dalla stampa, il capo del CNS Abdelbaset Sieda ha respinto la proposta degli Stati Uniti, pur sostenendo che il suo Consiglio nazionale siriano dovrebbe avere almeno il 40 per cento dei seggi nella nuova Iniziativa nazionale siriana. Nell’annunciare il mutamento nell’azione politica degli Stati Uniti, nel corso di una conferenza stampa la scorsa settimana in Croazia, Clinton ha chiarito che Washington ha raccolto una leadership siriana che intende installare come governo di transizione che servirebbe da fantoccio degli Stati Uniti.
Il Dipartimento di Stato, ha detto, aveva “raccomandato nomi e organizzazioni che riteniamo devono essere inclusi in qualsiasi struttura della leadership.” L’annuncio ha apparentemente colto di sorpresa gli alleati di Washington. “Il governo degli Stati Uniti non ha dato alcun preavviso sulla sua intenzione di rinunciare al consiglio come principale gruppo ombrello, hanno detto dei diplomatici di tre paesi“, avevano riferito i giornali McClatchy. “Hanno detto che i loro governi hanno saputo dell’iniziativa dai notiziari.” Un diplomatico occidentale, citato da McClatchy, ha messo in dubbio l’opportunità delle osservazioni della Clinton circa la raccolta di individui e organizzazioni da includere in una nuova leadership. “I Siriani diranno che gli americani impongono dei nomi”, ha detto. “E non sono sicuro che gli americani proporranno le persone giuste.”
La Turchia, che ha svolto un ruolo importante nel rifornire i cosiddetti ribelli di armi, addestramento militare, basi e altre forme di sostegno, ha risposto in modo criptato al cambiamento degli Stati Uniti, convocando un incontro di due ore tra il ministro degli esteri Ahmet Davutoglu e la direzione del CNS ad Ankara. Non è chiaro se il governo sunnita islamista di Ankara e la monarchia sunnita del Qatar, che avrebbe incanalato grandi quantità di armi alle milizie islamiche che combattono in Siria, siano in accordo con la mossa degli Stati Uniti. La creazione della nuova Iniziativa nazionale siriano ad opera degli USA è stata soprannominata “Piano di Riad Seif,” dal nome della persona proposta dal Dipartimento di Stato alla sua guida. Seif è un capitalista siriano che aveva iniziato come produttore tessile, prima di avere il franchise Adidas per la Siria nel 1990. Ha cercato di costruire un partito borghese come alternativa ai dirigenti baathisti e di impegolarsi contro il regime di Assad, sfidandolo in un accordo che ha posto una grande azienda di telefonia mobile del paese nelle mani di un membro della famiglia Assad. Come i cabli classificati dell’ambasciata, e resi pubblici da Wikileaks, hanno precisato, Seif ha tenuto riunioni regolari con i funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti a Damasco, per informarli delle proprie attività, nonché per dare la sua valutazione sugli sviluppi nel regime di Assad. In altre parole, è l’uomo di Washington.
Nella sua dichiarazione la scorsa settimana, Clinton ha emesso il suo ultimatum al CNS, dichiarando che “non può più essere visto come il palese dirigente dell’opposizione.” Questa curiosa scelta di parole suggerisce che vi è la necessità di una leadership “visibile”, laica, solidamente borghese e filo-occidentale, che serva da copertura per le vere forze che conducono la guerra per il cambio di regime in Siria, sempre più settarie e islamiste, tra cui un gran numero di combattenti stranieri legati ad al-Qaida che si sono riversati nel paese da Iraq, Libia, Arabia Saudita, Algeria, Cecenia e altrove. Questa leadership “visibile” renderebbe politicamente più fattibile, per Washington, intervenire molto più direttamente nella guerra in Siria, dopo le elezioni presidenziali degli Stati Uniti. Il governo russo ha denunciato la convocazione del nuovo fronte di opposizione a Doha, dichiarando che Washington viola un accordo raggiunto a Ginevra la scorsa estate, che impegna tutte le parti a porre fine ai combattimenti e avviare una transizione negoziata per un nuovo governo in Siria.
Il Dipartimento di Stato, accusa in un comunicato il ministero degli esteri russo, ha emesso “ordini diretti su ciò che l’opposizione siriana deve fare per formare un ‘governo in esilio’, e su chi deve partecipare a tale governo.” Mentre Washington lavora per impostare il suo nuovo fronte di opposizione a Doha, la feroce guerra civile che infuria in Siria, ha continuato a smentire tutti i discorsi su una preoccupazione umanitaria e la transizione democratica. Un’autobomba è esplosa in un quartiere densamente popolato di Damasco, uccidendo 11 persone e ferendone almeno altre due dozzine, molte di loro in modo critico. Tra le vittime donne e bambini. Un altro attentatore suicida ha attaccato ad Hama. L’agenzia di stampa ufficiale di Stato, Sana, ha riferito che due civili sono stati uccisi nell’esplosione e altri 10 feriti in un attacco a una agenzia di sviluppo statale. Fonti dell’opposizione hanno affermato di aver colpito un avamposto delle forze di sicurezza siriane e ucciso 50 persone. In un terzo attacco, due persone sono state uccise nei pressi di Damasco da una bomba.
L’ondata di attentati sarebbe stato denunciato da Washington come terrorismo, se avesse avuto luogo in altre parti della regione, ma in Siria tali attentati godono del sostegno degli Stati Uniti. Dopo il massacro di almeno una dozzina di soldati siriani catturati dai miliziani islamisti, presso  Saraqeb, nel nord-ovest della Siria. Un video del massacro caricato sul social media nello stesso giorno, ha mostrato i miliziani picchiare e prendere a calci i soldati feriti che invocavano la salvezza della vita. Urlando “cani di Assad” hanno costretto i soldati disarmati in un angolo e poi li hanno massacrati a colpi di fucile automatico.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Damasco sopravviverà all’ultimo tentativo di Washington di imporre un governo fantoccio alla Siria?

Stephen Gowans Global Research, 3 Novembre 2012

La segretaria di Stato degli USA Hillary Clinton dice che Washington ha bisogno di “un’opposizione che sappia resistere decisamente agli sforzi degli estremisti di dirottare la rivoluzione siriana” (1), ma non riesce ad aggiungere che anche gli Stati Uniti devono essere disposti a fare la stessa cosa. Le rivolte per rovesciare dei governi vengono spesso divise tra i militanti che fanno il lavoro sporco sul terreno e i politici che guidano la lotta nella sfera politica. Secondo le regole, le potenze straniere preparano un politico accettabile come leader da inserire nel vuoto creato, se e quando l’attuale governo venisse rovesciato. Il leader deve essere gradito sia ai suoi sostenitori stranieri che ai militanti sul terreno. Washington ha deciso che il Consiglio nazionale siriano, che aveva “inizialmente sostenuto” nel “galvanizzare l’opposizione” (2) al governo baasista della Siria, è inaccettabile per i ribelli siriani e, quindi, non ha alcuna speranza di guidare un governo successore. In alternativa al consiglio fallimentare, ha recuperato i leader di un nuovo governo in esilio, che sarà presentato a Doha il 7 novembre, e subito dopo riceverà la preorganizzata benedizione della Lega Araba e degli amici della Siria. Non si commetteranno errori. Ciò che emergerà a Doha sarà una creazione degli Stati Uniti, destinata a rappresentare gli interessi degli Stati Uniti in Siria e Medio Oriente.
In una conferenza stampa dopo la riunione del 30 ottobre con il presidente della Croazia, la segretaria di Stato degli USA Hillary Clinton ha rivelato che il Consiglio nazionale siriano, scelto inizialmente da Washington nel condurre l’opposizione al governo di Assad, non aveva più il sostegno di Washington. Il CNS, secondo Washington, è diventato irrilevante. L’opposizione armata al governo Assad è guidata dall’esterno della dirigenza del CNS, un’organizzazione di esuli senza legittimità in Siria e divisa al suo interno da litigi incessanti tra le fazioni islamiste e laiciste. Il CNS, ha commentato uno ribelle armato, “è superato da molto tempo, i combattenti ne parlano solo con sarcasmo.” (3) Altrettanto problematico per Washington è la ristretta base politica del CNS. “Fin dall’inizio, il consiglio è stato visto come un veicolo dei Fratelli musulmani, da molto tempo in esilio” (4) e quindi “non è riuscito ad attrarre una significativa rappresentanza delle minoranze”, (5) tra cui alawiti, cristiani e curdi. Data la sua incapacità di avere il sostegno dei combattenti e di espandersi al di là di una stretta base settaria, è difficilmente consigliabile per poter avere un valido governo in esilio. Ciò suona come una campana a morto per il consiglio, Clinton ha decretato “che il CNS non può più essere visto come la direzione visibile della opposizione.” (6) Per settimane, Robert Ford, l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Siria, ha messo insieme un piano per promuovere un nuovo governo in esilio approvato dagli USA. L’iniziativa è conosciuta come “piano di Riad Seif” (7), dal nome di un ricco uomo d’affari di Damasco ed ex parlamentare siriano che ha svolto a lungo un ruolo attivo nell’opposizione al governo Assad. Accettabile per Washington a causa del suo liberismo (contrario all’impegno ideologico ba’athista nel dominare tramite lo stato l’economia, nella marginalizzazione del settore privato e nei controlli sugli investimenti esteri (8)), Seif è gradito da Washington per poter guidare un governo post-baathista. Sperano che le sue credenziali, essendo stato imprigionato dal governo siriano per le sue attività di opposizione, lo mettano sotto una buona luce presso i ribelli armati.
Il piano prevede la creazione di un “proto-parlamento” composto da 50 membri, 20 dell’opposizione interna, 15 del CNS (vale a dire, l’opposizione esilio) e 15 da altre organizzazioni dell’opposizione siriana. Un organo esecutivo composto da 8 a 10 membri, approvati dal Dipartimento di Stato degli USA (9), lavorerà direttamente con gli Stati Uniti ed i loro alleati. (10) Washington e i suoi subordinati, la Lega Araba e i malnominati Amici della Siria, appartengono al club dei nemici della democrazia delle plutocrazie e delle petro-monarchie, e cercheranno di rendere l’entità accettabile ai siriani riconoscendola come legittimo rappresentante del popolo siriano. Non c’è garanzia che il piano funzioni. Uno dei suoi obiettivi è emarginare l’influenza dei jihadisti, molti, se non tutti, si sono riversati in Siria provenienti da altri paesi, decisi a rovesciare un regime laico guidato da un presidente la cui fede Alawi insultano come eretica. Se i jihadisti potranno essere messi da parte, Washington potrebbe essere in grado di incanalare armi ai gruppi militanti “accettabili”, senza paura che li utilizzino in seguito contro obiettivi statunitensi. Ma c’è un punto interrogativo che incombe sull’appello di Seif ai militanti d’ispirazione religiosa, soprattutto quando le mani del puparo, il Dipartimento di Stato degli USA, sono così visibili. Lo stesso vale per l’appello antimperialista del nuovo consiglio dell’opposizione laica, “contro ogni nuovo soggetto politico che diventi oggetto delle agende di paesi stranieri.” (11) E non ci sono dubbi che il nuovo Consiglio ‘Made-in-USA’ sarà oggetto dell’agenda politica degli Stati Uniti.
Non abbiamo bisogno di indugiare a lungo per sfatare l’ingenua convinzione che l’intervento di Washington negli affari siriani abbia una minima connessione con la promozione della democrazia. Se la promozione della democrazia motiva la politica estera statunitense, le monarchie assolutiste con i loro esecrabili record sui diritti umani e la repressione violenta delle rivolte popolari contro i loro governi dittatoriali, non costituirebbero la maggior parte degli alleati arabi degli Stati Uniti. L’ultima cosa che i ricchi investitori, i banchieri e i pesi massimi aziendali che compongono la classe dirigente degli Stati Uniti vogliono è la democrazia, sia a casa che all’estero. Vogliono il suo opposto plutocratico, il governo dei ricchi allo scopo di accumulare sempre più ricchezze attraverso lo sfruttamento del lavoro degli altri popoli e della terra, delle risorse e dei mercati degli altri paesi. Quando l’Arabia Saudita ha inviato carri armati e truppe in Bahrain, il 14 marzo 2011, per schiacciare la locale primavera araba, gli Stati Uniti non fecero nulla per impedire assalto del loro alleato aborra-democrazia alla rivolta popolare, se non pubblicando un invito al “dialogo politico”; come il New York Times ha spiegato, “Le ragioni della reticenza di Obama erano chiare: il Bahrain si trova al largo delle coste saudite, ed i sauditi non avrebbero mai permesso l’improvvisa fioritura della democrazia nel vicino… Inoltre, gli Stati Uniti mantengono una base navale in Bahrain… fondamentale per il controllo del flusso di petrolio dalla regione. ‘Ci siamo resi conto che la possibilità di tutto ciò che accade in Arabia Saudita, è che non dovrebbe diventare realtà’, ha dichiarato William M. Daley, capo del staff del Presidente Obama. “Per l’economia globale, questo non dovrebbe accadere.” (12) Considerando che William Daley è un banchiere d’investimento di una famiglia politicamente ben collegata, “mantenere il flusso di petrolio” significa “mantenere il flusso di proventi del petrolio per i giganti del petrolio degli Stati Uniti“, e che per “l’economia globale”, i “rendimenti degli investitori”, è chiaro perché la plutocrazia condoni la repressione da parte del loro alleato della rivolta in Bahrain. Sotto il dominio plutocratico, i passi verso la democrazia, anche i bambini lo sanno, non sono permessi che dai profitti. Né è necessario indugiare sulla convinzione ingenua che il governo scelto da Washington, di cui il Dipartimento di Stato ha “raccomandato nomi e organizzazioni che …. dovrebbero essere inclusi in qualsiasi struttura della leadership” divulgata dalla Clinton (13), rappresenterà gli interessi siriani contro quelli del suo sponsor.
Gli interessi degli Stati Uniti in Siria non hanno alcun rapporto intrinseco nella protezione di Israele, che con il suo esercito formidabile, finanziato ogni anno con 3 miliardi di dollari di aiuti militari dagli USA e un arsenale di 200 armi nucleari, difficilmente ha bisogno di ulteriore assistenza nel difendersi contro Iran, Hezbollah e Hamas, nessuno dei quali è una grave minaccia per Israele, in ogni caso, ma che anzi sono minacciati da esso. Indebolire l’Iran, alleato della Siria, potrebbe essere uno degli obiettivi di Washington nel tentativo di orchestrare la cacciata di Assad, ma non perché l’Iran possa acquisire lo status nucleare e quindi minacciare Israele (cosa che non poteva fare in ogni caso, visto che è fortemente surclassato militarmente (14)), ma perché, come la Siria,  salvaguarda gelosamente il proprio territorio economico dai disegni della plutocrazia degli Stati Uniti, consentendo allo Stato di dominare l’economia e proteggere le sue imprese nazionali, la terra e le risorse dal dominio estero. La vera ragione della plutocrazia degli Stati Uniti nel voler rovesciare i governi siriano e iraniano, è perché danneggiano gli interessi commerciali della plutocrazia. La democrazia, le minacce all’esistenza di Israele e la non proliferazione nucleare, non hanno nulla a che fare con tutto ciò.
Il governo siriano non è estraneo a sfide formidabili. Ha condotto una lunga guerra contro gli islamisti che rifiutarono l’orientamento secolare baathista fin dall’inizio. La guerra contro la pulizia etnica del regime dei coloni di Tel Aviv oscilla tra il caldo e il freddo. Gli Stati Uniti hanno intrapreso una guerra economica contro la Siria per anni, e furono conniventi nel rovesciamento del suo primo governo. Eppure, Damasco si trova in un punto particolarmente difficile ora. Le plutocrazie più forti del mondo hanno intensificato le loro ostilità. I terroristi jihadisti provenienti dall’estero, per non parlare di quelli interni, stanno facendo del loro meglio per sconvolgere il governo  baathista. Ma il sostegno dei militari siriani e di una parte consistente della popolazione siriana, più l’assistenza di Russia e Iran, hanno permesso di resistere. Di fronte all’opposizione imperialista e islamista, il suo futuro appare fosco, ma i suoi governi hanno affrontato prospettive più buie prima e sono sopravvissuti, alcuni hanno anche prosperato.
A dire il vero, ci sono profonde differenze tra il governo Assad e il primo regime bolscevico, ma il governo siriano e i suoi sostenitori possono rincuorarsi sapendo che, a un certo punto, sembrava quasi certo che il governo nascente di Lenin stesse per cadere. La carestia aveva colpito le città. Una guerra imperialista aveva gettato l’industria della Russia nel caos e rovinato tutto il suo sistema dei trasporti. La guerra civile era scoppiata e gli stati predatori ostili avevano lanciato delle invasioni militari per soffocare nella culla il neonato governo. Eppure, di fronte a queste sfide enormi, i bolscevichi sopravvissero e nel corso dei settantanni successivi continuarono a costruire una grande potenza industriale eliminando disoccupazione, superlavoro, insicurezza economica, l’estrema disuguaglianza e crisi economiche, mentre pressoché da soli sradicarono il flagello del nazismo. E lo hanno fatto senza sfruttare altri paesi, ma aiutandoli a sviluppare le loro economie e a sfuggire al dominio del colonialismo imperialista, spesso a caro prezzo. Allo stesso modo, il governo siriano può superare le sue sfide, sia interne che esterne, e portare avanti una via indipendente di auto-sviluppo, senza il ritardo del fondamentalismo islamico, del settarismo e del dominio delle più grandi plutocrazie del mondo. Speriamo bene.

Note
1. Neil MacFarquhar and Michael R. Gordon, “As fighting rages, Clinton seeks new Syrian opposition”, The New York Times, 31 ottobre 2012
2. Jay Solomon and Nour Malas, “U.S. pulls support for key anti-Assad bloc”, The Wall Street Journal, 31 ottobre 2012
3. MacFarquhar and Gordon
4. MacFarquhar and Gordon
5. MacFarquhar and Gordon
6. Hillary Clinton’s Remarks With Croatian President Ivo Josipovic After Their Meeting, 31 ottobre 2012.
7. Josh Rogin, “Obama administration works to launch new Syrian opposition council”, Foreign Policy, 30 ottobre 2012.
8. See the Syrian page of The Heritage Foundations’ Index of Economic Freedom
9. Andrew Quin, “Hillary Clinton calls for overhaul of Syria opposition”, The Globe and Mail, 31 ottobre 2012
10. Rogin
11. MacFarquhar and Gordon
12. Helene Cooper and Robert F. Worth, “In Arab Sprint, Obama finds a sharp test”, The New York Times, 24 settembre 2012
13. Quin
14. Stephen Gowans, “Wars for Profits: A No-Nonsense Guide to Why the United States Seeks to Make Iran an International Pariah”, what’s left, 9 novembre 2011.

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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