La guerra delle sanzioni: Washington minaccia la Russia sull’”accordo anti-petrodollari”

Mosca si vendica, accordi commerciali bilaterali con “il Gold Standard dei Petro-Rubli”
Tyler Durden Global Research, 5 aprile 2014

Russia100rubles04frontSulla scia del possibile “Santo Graal” dell’accordo gasifero tra Russia e Cina (2) e dell’accordo Russia-Iran sul “baratto” petrolifero (3), sembra che gli Stati Uniti siano molto preoccupati per l’onnipotenza del loro petrodollaro.
- Gli USA avvertono Russia e Iran contro il possibile accordo petrolifero
- Gli USA dicono che tale accordo innescherebbe delle sanzioni
- Gli USA hanno espresso preoccupazioni al governo iraniano tramite ogni canale
Abbiamo il sospetto che le sanzioni avranno più denti di pochi divieti di visto, ma come abbiamo notato in precedenza, è altrettanto probabile che sarà un’altra epica debacle geopolitica dovuta a ciò che originariamente doveva essere una dimostrazione di forza, che invece si trasforma rapidamente nella definitiva conferma della debolezza. Come abbiamo spiegato all’inizio della settimana, la Russia sembra perfettamente felice di far capire di essere disposta ad utilizzare il baratto (e “il cielo non voglia” l’oro) e prossimamente altre valute “regionali”, al posto del dollaro statunitense, a scorno invece di quanto previsto dal blocco occidentale, che sembra essere fallito danneggiando perciò l’intoccabilità del Petrodollaro…
Se Washington non fermerà questo accordo, sarà il segnale per gli altri Paesi che gli Stati Uniti non rischieranno ulteriori dispute diplomatiche a spese delle sanzioni“. Ed ecco Voce della Russia, “la Russia si prepara ad attaccare il petrodollaro”: “ La posizione del dollaro come valuta di base del commercio globale dell’energia fornisce agli Stati Uniti una serie di vantaggi sleali. Sembra che Mosca sia pronta ad evitare tali vantaggi”. (4) I “petrodollari” sono uno dei pilastri della potenza economica degli USA perché creano la forte domanda estera di banconote statunitensi, permettendo agli Stati Uniti di accumulare impunemente enormi debiti. Se un acquirente giapponese compra un barile di petrolio saudita, deve pagarlo in dollari anche se nessuna compagnia petrolifera statunitense tocca quel barile. Il dollaro da tempo ha una posizione dominante nel commercio globale, tanto che anche i contratti sul gas della Gazprom con l’Europa hanno prezzi e sono pagati in dollari statunitensi. Fino a poco prima, una parte significativa degli scambi UE-Cina avveniva in dollari. Ultimamente, la Cina ha tentato, presso i BRICS, di sloggiare il dollaro dalla posizione di prima valuta globale, ma la “guerra delle sanzioni” tra Washington e Mosca ha dato impulso al tanto atteso lancio del petrorublo sottraendo le esportazioni energetiche russe alla valuta statunitense. I principali sostenitori di questo piano sono Sergej Glazev, consigliere economico del presidente russo, e Igor Sechin, amministratore delegato di Rosneft, la maggiore compagnia petrolifera russa e stretto alleato di Vladimir Putin. Entrambi assai decisi nel tentativo di sostituire il dollaro con il rublo russo. Ora, alcuni alti funzionari russi portano avanti il piano.
In primo luogo, è stato il ministro dell’Economia Aleksej Uljukaev a dire al notiziario Russia 24 che le compagnie energetiche russe dovrebbero abbandonare il dollaro. “Devono essere più coraggiose firmando contratti in rubli e valute dei Paesi partner“, ha detto. Poi il 2 marzo, Andrej Kostin, amministratore delegato della statale VTB Bank, ha dichiarato alla stampa che Gazprom, Rosneft e Rosoboronexport, azienda statale specializzata nelle esportazioni di armi, inizieranno ad operare in rubli. “Ho parlato con le direzioni di Gazprom, Rosneft e Rosoboronexport e non sono preoccupate di passare al rublo per l’esportazione. Hanno solo bisogno di un meccanismo per farlo“, ha detto Kostin ai partecipanti della riunione annuale dell’Associazione delle banche russe. A giudicare dalla dichiarazione fatta nella stessa riunione da Valentina Matvenko, speaker della Camera alta del Parlamento russo, è lecito ritenere che nessuna risorsa verrà risparmiata per creare tale meccanismo. “Alcuni decisori ‘teste calde’ hanno già dimenticato che la crisi economica globale del 2008, che colpisce ancora il mondo, ha avviato il crollo di alcuni istituti di credito di Stati Uniti, Gran Bretagna e altri Paesi. Questo è il motivo per cui riteniamo che eventuali azioni finanziarie ostili siano una lama a doppio taglio e anche il minimo errore gli tornerà contro come il boomerang degli aborigeni“, ha detto. Sembra che Mosca abbia deciso il responsabile del “boomerang”. Igor Sechin, l’amministratore delegato di Rosneft, nominato a presiedere il consiglio di amministrazione della Borsa di San Pietroburgo, una borsa specializzata. Nell’ottobre 2013, intervenendo al World Energy Congress in Corea, Sechin ha chiesto un “meccanismo globale per il commercio del gas naturale” e suggerito che “era opportuno creare una borsa internazionale tra i Paesi partecipanti, in cui le operazioni possano essere registrate in valute regionali“. Ora, uno dei leader più influenti della comunità di commercio energetico globale ha lo strumento perfetto per realizzare questo piano. Una borsa in cui i prezzi di riferimento del petrolio e del gas naturale russi saranno fissati in rubli anziché in dollari, infliggendo un forte colpo ai petrodollari. Rosneft ha recentemente firmato una serie di grandi contratti per le esportazioni di petrolio in Cina ed è prossima a firmare un “accordo jumbo” con le aziende indiane. In entrambe le occasioni non si parla in dollari. Reuters riferisce che la Russia è prossima a una transazione beni-per-petrolio con l’Iran che darà a Rosneft circa 500000 barili di petrolio iraniano al giorno da vendere sul mercato globale. Casa Bianca e russofobi del Senato sono lividi e cercano di bloccare la transazione perché apre certi serissimi scenari sgradevoli per i petrodollari. Se Sechin decide di vendere il petrolio iraniano in rubli attraverso la borsa russa, tale mossa aumenterà le possibilità del “petrorublo” di danneggiare i petrodollari.
Si può dire che le sanzioni statunitensi hanno aperto il vaso di Pandora dei problemi per la banconota statunitense. La rappresaglia russa sarà sicuramente spiacevole per Washington, ma cosa succederà se altri produttori e consumatori del petrolio decidessero di seguire l’esempio della Russia? Il mese scorso la Cina ha aperto due centri per elaborare i flussi commerciali in yuan, a Londra e a Francoforte. I cinesi preparano una mossa simile contro il biglietto verde? Lo scopriremo presto. Infine, chi è curioso di ciò che può succedere, non solo in Iran, ma in Russia, è invitato a leggere “Dal petrodollaro al petro-oro: Gli Stati Uniti cercano di tagliare l’accesso dell’Iran all’oro“. (5)

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ucraina: sanzioni russe e isolamento occidentale

Alessandro Lattanzio, 22/3/2014809px-krim_of_Russia-grayIl presidente russo Vladimir Putin ha firmato la legge sull’adesione di Crimea e Sebastopoli alla Russia e sulla formazione delle due nuove regioni russe, che il 20 marzo la Duma ha ratificato, con 443 voti contro uno, e il Consiglio Federale ha approvato con 155 su 166 senatori che hanno votato a favore. Il trattato tra la Crimea e la Russia è stato firmato al Cremlino il 18 marzo dal Presidente Vladimir Putin, dal presidente del Consiglio Supremo di Crimea Vladimir Konstantinov, dal Primo ministro di Crimea Sergej Aksjonov e dal sindaco di Sebastopoli Aleksej Chaly. “Il trattato si basa sulla libera espressione e volontà del popolo di Crimea nel referendum tenutosi nella Repubblica Autonoma di Crimea e nella città di Sebastopoli il 16 marzo 2014, durante cui il popolo di Crimea ha deciso di riunirsi con la Russia“, dice una nota del trattato. La Federazione Russa garantisce il diritto a conservare la lingua madre e s’impegna a creare le condizioni per studiare e sviluppare la lingua natia di tutti i popoli della Repubblica di Crimea e della città federale di Sebastopoli. Russo, ucraino e tartaro sono state dichiarate lingue ufficiali della Repubblica di Crimea. La frontiera terrestre della Repubblica di Crimea con l’Ucraina è il confine di Stato della Federazione Russa. Le acque di Mar Nero e Mar d’Azov sono delimitate in base a trattati internazionali, norme e principi del diritto internazionale. Dal giorno dell’adesione di Crimea alla Russia, i cittadini ucraini e apolidi che risiedono permanentemente nella repubblica o a Sebastopoli devono essere riconosciuti cittadini russi, ad eccezione di coloro che dichiarino entro un mese il desiderio di conservare un’altra cittadinanza. La Corte Costituzionale russa ha indicato che il trattato internazionale dell’adesione della Repubblica di Crimea e della città di Sebastopoli alla Federazione russa è in linea con la Costituzione, ha detto il presidente della Corte Costituzionale russa Valerij Zorkin. “La Corte Costituzionale riconosce che il Trattato corrisponde alla Costituzione russa“. I primi passaporti sono stati consegnati dopo che il trattato di adesione “è stato firmato… E tutti coloro che in Crimea hanno fatto appello al Servizio federale dell’immigrazione, riceveranno i loro passaporti. Questo lavoro è iniziato. Alcuni passaporti sono stati emessi oggi“, dichiarava Konstantin Romodanovskij, direttore del Servizio federale dell’immigrazione. Romodanovskij ha anche detto che la Russia è interessata dai sintomi di un’imminente “catastrofe umanitaria” in Ucraina. “Un segnale è il numero più che raddoppiato di anziani e bambini che entrano in Russia. Abbiamo condiviso tali preoccupazioni con l’ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. In una certa misura, le nostre preoccupazioni sono state comprese e abbiamo iniziato un’interazione con l’organizzazione“. Inoltre il Ministero del Lavoro porterà le pensioni della Crimea al livello russo. “Tutti i cittadini della Russia devono essere posti nelle medesime condizioni. Come, è vostro affare. Ci pensino i deputati della Duma di Stato e lo facciano. Non devono esserci ritardi. Lo si faccia al più presto possibile“, ha detto il Presidente Putin al ministro del Lavoro Maksim Topilin. Secondo Topilin, attualmente vi sono 677000 pensionati in Crimea, che ricevevano circa 160 dollari dallo Stato ucraino. “È significativamente inferiore alla media in Russia”, ha sottolineato Topilin, aggiungendo che sono la metà di quelle in Russia.
Le forze di autodifesa di Crimea aderiranno alle forze armate russe, “Dopo che Crimea e Sebastopoli si sono unite alla Russia, le forze di autodifesa dovrebbero divenire parte del Distretto Militare del Sud della Russia“, ha detto Vladimir Komoedov, presidente della commissione Difesa nella camera bassa del Parlamento russo. Komoedov, ex-comandante della Flotta del Mar Nero della Russia, ha sottolineato che il passaggio dovrebbe essere accelerato data la mobilitazione dei riservisti in Ucraina e la necessità di garantire la sicurezza della Crimea. Comunque, 72 unità militari ucraine di stanza in Crimea, tra cui 25 navi della marina, hanno issato la bandiera russa. “72 unità militari quasi a piena forza hanno deciso di unirsi alle forze armate russe. Ora trattiamo del servizio e della cittadinanza di ufficiali e soldati di queste unità“, ha detto il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu. In effetti, la bandiera di Sant’Andrea della Marina militare russa è stata issata anche sull’unico sottomarino dell’Ucraina, il Zaporozhja. Il Capitano Anatolij Varochkin, comandante della flottiglia sottomarini della Flotta del Mar Nero, ha detto che “Metà dell’equipaggio del sottomarino è pronto a servire la Russia e ad adempiere ai propri compiti. Sa di essere sulla sua nave e continuerà il servizio“. Anche la 36.ma Brigata della guardia costiera della Marina ucraina, di stanza a Perevalnoe, provincia di Simferopoli in Crimea, ha deciso di aderire alle Forze armate russe. “L’unità ha innalzato la bandiera della Russia“, sottolineava il comando dell’unità. Circa 100 soldati saranno trasferiti in altre regioni d’Ucraina, ma gli altri 400 continueranno ad operare nell’esercito russo.
1606880Secondo il Primo ministro russo Dmitrij Medvedev, Kiev deve restituire 16 miliardi di dollari di prestiti russi. “Penso che sia perfettamente legittimo sollevare la questione del ritorno di questi fondi dal bilancio dell’Ucraina, che può avvenire tramite tribunali, in base alle regole dell’accordo. Certo, si tratta di misure dure, ma (…) abbiamo fatto un accordo. I nostri partner ucraini devono capire che devono pagare“. In base all’accordo di Kharkov la Russia concedeva all’Ucraina uno sconto di 100 dollari ogni 1000 metri cubi di gas in cambio della permanenza della Flotta russa del Mar Nero in Crimea. “In effetti, è stato un passo avanti, in accordo con le disposizioni speciali di quel periodo. E in fondo, non avremmo dovuto pagare, ma l’abbiamo fatto tenendo conto dei termini del contratto, aiutando lo Stato ucraino. Ma nelle nuove circostanze questo prestito deve essere restituito“. Nel corso della riunione straordinaria del Consiglio della Federazione, Putin ha detto che la Russia aveva concesso all’Ucraina uno sconto sul gas anticipato, “considerando il prolungamento della permanenza della flotta iniziato nel 2017. Voglio dire, abbiamo dato questi soldi. L’importo totale delle passività (ucraina) raggiunge una cifra notevole”. Il debito totale dell’Ucraina con la Russia è di 16 miliardi di dollari. “L’Ucraina ha un grande debito nei confronti della Federazione russa, sia pubblico che aziendale (…) Crediamo di non permetterci di perdere quei soldi, dato che il nostro budget subisce delle difficoltà. Anche tenendo a mente i 3 miliardi di finanziamento concesso recentemente concesso, con i nostri accordi, sotto forma di acquisto di eurobond. Il debito accumulato verso Gazprom è di circa 2 miliardi. Pertanto, l’importo totale del debito (ucraina) é di 16 miliardi di dollari“.
Kiev invece continua ad istigare violenze contro i cittadini russofoni dell’Ucraina orientale. In un discorso televisivo il “premier” di Scientology Arsenij Jatsenjuk ha minacciato le popolazioni delle città dell’Ucraina orientale, dicendo che Kiev avrebbe fatto in modo che “il terreno bruci sotto i loro piedi”, e difatti i funzionari vengono minacciati dai neonazi di Fazione Destra che li rimuove fisicamente dai loro incarichi. Il 14 marzo, il sindaco di Poltava Aleksandr Mamaj è stato aggredito, picchiato, rapito e costretto a firmare le dimissioni. Il “candidato presidenziale” Oleg Ljashko ha rapito un parlamentare filo-russo dell’Oblast di Lugansk, mentre un altro ducetto nazista, Aleksandr Muzichko, ha minacciato le autorità dell’Oblast di Rovno, un procuratore locale e il parlamento regionale, brandendo un AK-47. Secondo l’agenzia ceca CTK, il governo ceco organizzerà l’emigrazione dei cechi dalla Volinja ucraina. Secondo il presidente del parlamento Jan Hamacek, il rimpatrio deve essere preparato in fretta. Emma Snidevic, presidente della comunità ceca di Volin, nella regione di Zhitomir in Ucraina, afferma che 40 famiglie hanno già chiesto formalmente alle autorità ceche di essere rimpatriate. Sempre secondo Snidevic, la situazione in Ucraina peggiora di giorno in giorno.
Il Cremlino ha infine annunciato sanzioni contro nove politici statunitensi: i senatori John McCain e Daniel Coats, il presidente della Camera dei rappresentanti John Boehner, Caroline Atkinson, viceconsigliere per la sicurezza nazionale del presidente degli Stati Uniti, i consiglieri di Barack Obama Benjamin Rhodes e Daniel Pfeiffer, Harry Reid, leader della maggioranza democratica del Senato, Robert Menendez, presidente della commissione Esteri del Senato e la senatrice Mary Landrieu. “In risposta alle sanzioni annunciate dal governo degli Stati Uniti il 17 marzo 2014 contro alcuni alti funzionari e membri del Parlamento Federale russi, come “punizione” per il sostegno al referendum in Crimea, la Russia ha annunciato l’introduzione di sanzioni sulla base della reciprocità verso lo stesso numero di alti funzionari e legislatori statunitensi. Abbiamo ripetutamente avvertito che l’uso delle sanzioni è un’arma a doppio taglio per gli Stati Uniti“, ha detto il Ministero degli Esteri russo. “È inaccettabile e controproducente parlare con il nostro Paese in questo modo. Gli Stati Uniti continuano a credere ciecamente nell’efficacia di tali metodi, presi dall’arsenale del passato e non vogliono ammettere l’ovvio: che nel pieno rispetto del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, i residenti di Crimea hanno democraticamente votato per la riunificazione con la Russia, e la Russia ha accettato e rispettato questa volontà. Non ci dovrebbe essere alcun dubbio che risponderemo in modo adeguato ad ogni ostilità“.
Gli USA hanno intanto preso nuove misure contro altri funzionari che secondo Washington supporterebbero le azioni del governo russo. Obama ha aggiunto una banca russa alla lista dei sanzionati. Il portavoce del governo degli Stati Uniti ha specificato che la nuova lista comprende 20 funzionari russi. Obama ha detto di aver firmato anche un nuovo ordine esecutivo che consente all’amministrazione statunitense di applicare sanzioni contro settori chiave dell’economia russa. Tuttavia, il presidente ha riconosciuto che l’applicazione di tali misure potrebbe avere un impatto negativo sull’intera economia mondiale. Inoltre, il documento permette d’introdurre misure punitive nei confronti di persone e organizzazioni che operano nell’interesse dell’industria militare della Russia, oltre che a fornire sostegno materiale alle persone incluse nella lista nera. A sua volta, Vitalij Katsenelson, CEO dell’Investment Management Associates, dice: “La comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti, può mostrare il proprio sdegno, ma le opzioni si limitano a togliere l’amicizia alla Russia su Facebook o, nel peggiore dei casi, se le cose davvero degenerano, smettere di seguire la Russia su Twitter“. L’autore Simon Jenkins sul Guardian scrive “La Russia è ormai un serio attore economico, anche se non del peso della Cina. Ma non si tratta di Iraq, Afghanistan o Myanmar, piccoli Paesi poveri che i governi occidentali possono facilmente impoverire per soddisfare i loro capricci morali. La Russia può almeno rispondere con un certo grado di caos, come indicato nel memorandum trapelato (e sensibile) di Downing Street. La Germania, sempre punto di salute mentale nella diplomazia europea, si oppone chiaramente al taglio rapporti con la Russia sulla Crimea. I rapporti commerciali sono di totale interesse per l’Europa, ed a lungo termine ridurranno l’attrito tra Europa e Russia“. L’ex segretario alla Difesa USA Robert Gates, aveva detto, il 9 marzo, “Penso che i russi si riprenderanno un territorio che gli apparteneva, e non credo che la Crimea gli sfuggirà dalle mani“. Gates ha osservato che la questione non è se l’incursione russa in Crimea sia “aggressiva” o “illegittima”, ma se “qualcuno possa farci nulla“.
523596Il Parlamento PanAfricano (PAP) ha espresso sostegno alla posizione della Russia sulla Crimea, affermando che nessuno ha il diritto di ignorare la volontà del popolo di Crimea, espresso nel referendum in questione, ha dichiarato Mikhail Margelov, inviato speciale del presidente russo per la cooperazione con l’Africa e a capo del Comitato per gli affari esteri del Consiglio della Federazione. L’ex-Presidente del Ghana Jerry Rawlings “Ha dato il suo sostegno pieno e assoluto alla posizione della Russia in Crimea. I deputati lo hanno applaudito. Dopo di che, è venuto da me e mi ha stretto la mano. Il presidente ugandese Yoweri Museveni ha detto lo stesso in una conversazione privata“. I deputati panafricani gli hanno detto che i giorni del mondo unipolare sono finiti perché la Russia era di nuovo forte: “Siete la nostra speranza“. Il Parlamento panafricano riunisce i 54 Paesi africani ed è l’organo legislativo principale dell’Unione Africana, i cui “deputati hanno sottolineato che nessuno può sfidare la volontà popolare espressa nel referendum e che nessuno ha cancellato il diritto delle nazioni all’autodeterminazione. I parlamentari africani hanno criticato l’occidente per la sua politica del doppio standard, che gli Stati africani subiscono. E’ di vitale importanza per essi che la Russia difenda i propri interessi nazionali. Questo è la mia maggiore impressione da questa sessione“, ha sottolineato Margelov. “Gli africani sono disposti a partecipare al St. Petersburg International Economic Forum. Se l’occidente decide di tagliare i rapporti con la Russia, siamo pronti a discutere su come orientarci verso l’Africa e continuare il dialogo che il presidente russo Vladimir Putin ha iniziato con i 20 leader africani a margine del vertice BRICS tenutosi in Sud Africa nel 2013. Gli africani ritengono che possiamo collaborare sul piano dell’economia e del commercio“. Le isole Malvinas sono sempre appartenute all’Argentina come la Crimea è sempre appartenuta alla Russia, ha detto a sua volta la Presidentessa dell’Argentina Cristina Fernandez de Kirchner, aggiungendo che la situazione in Ucraina dovrebbe essere risolta nel quadro di un negoziato politico. “Non si può essere d’accordo con l’integrità territoriale in Crimea e in disaccordo con l’integrità territoriale dell’Argentina. O si è d’accordo con tutti sull’integrità territoriale e il rispetto della sovranità e della storia di tutti i Paesi… rispettando gli stessi principi per tutti, o vivremo in un mondo senza legge, dove non c’è rispetto per ciò che diciamo, ma solo rapporti fondamentalmente brutali. Se non ha nessun valore il referendum in Crimea, a pochi chilometri dalla Russia, tanto meno l’ha in una colonia a 13000 chilometri di distanza“. Da questa duplice posizione, ha insistito la presidentessa dell’Argentina, riferendosi ai Paesi occidentali, “non si può continuare a cercare di presentarsi da garanti di un governo mondiale“.
Secondo Nikolaj Stolpkin, l’obiettivo principale dell’occidente, piaccia o no, è fermare l’avanzata della Cina indebolendo il suo principale alleato, la Russia, e la Siria e l’Ucraina vanno chiaramente in quella direzione. Non è un caso che l’area d’influenza della NATO in questi ultimi anni si sia progressivamente estesa. Cina e Russia, quindi, sono obbligate ad affrontare l’ingegneria geopolitica delle forze occidentali guidate dagli Stati Uniti in collaborazione con l’UE, volte al controllo assoluto delle fonti di energia. Non affrontandole, le proiezioni economiche future di Russia e Cina potrebbero essere pregiudicate, come è stato dimostrato in Iraq e Libia, e con il rallentamento economico che ha colpito Siria e Iran. Il motivo per cui  l’occidente non affronta direttamente Cina e Russia è dovuto solo ai forti interessi economici tra la Russia e l’Europa e tra Cina e USA-UE. Un segnale deciso di un confronto verso l’ingegneria geopolitica occidentale sarebbe lo sviluppo di un organo o struttura simile alla NATO, per proteggere gli interessi del blocco orientale e frenare l’avanzata di USA e UE sulle sue aree d’influenza. Cina e Russia sono chiamate a proseguire su questa strada se vogliono espandersi economicamente e soddisfare il loro crescente bisogno di energia. Vale lo stesso per i Paesi dalla grande mobilità economica (“emergenti“) che potrebbero essere ostacolati dal blocco occidentale (con attacchi militari o blocchi economici). Un’azione collettiva avrà un impatto maggiore che non l’azione di una sola potenza. Cina e Russia devono fornire maggiore sicurezza alle loro proiezioni e agire di slancio con i loro alleati. Il blocco capitalista per natura aspira al dominio nello scenario economico, pertanto non sarebbe illogico rispondere su tutto ciò che riguarda i propri interessi di blocco. Il blocco orientale deve agire in maniera collettiva come avviene presso il suo omologo, dovrebbe anche direttamente appropriarsi dei due cavalli da tiro dell’occidente nel legittimare le proprie azioni: l’uso del termine “comunità internazionale” e penetrazione multimediale orientale in occidente. L’Est, mentre cresce, ha il dovere di costringere l’occidente ad accettare il proprio declino economico.
Wang Yiwei, scrive sul Quotidiano del Popolo cinese, che l’Ucraina è il campo di battaglia finale della “guerra fredda”, e c’è la possibilità che la crisi attivi una seconda “guerra fredda”. Il braccio di ferro tra Russia e Paesi occidentali ci insegna quattro cose.
Il conflitto geostrategico conduce alla tragedia della politica delle grandi potenze: la crisi finanziaria ha causato un conflitto di civiltà, spingendo l’Ucraina sull’orlo della bancarotta e della frammentazione, creando un vuoto che ha fornito alle grandi potenze l’incentivo per immischiarsi negli affari dell’Ucraina.
La super-dipendenza dell’Ucraina dalla Russia, è il ventre molle della sua sicurezza nazionale: negli ultimi anni i Paesi occidentali sono riusciti a promuovere diversi cambi di regime. L’Ucraina è sull’orlo del default e del fallimento. L’eccessiva dipendenza economica dell’Ucraina dalla Russia è il ventre molle della sua sicurezza nazionale. I Paesi occidentali hanno approfittato di questo punto debole nel promuoverne il cambio di regime.
Il fallimento dei Paesi occidentali nel capire le lezioni del passato: il crollo dell’Unione Sovietica e la fine della guerra fredda ha generato una certa compiacenza in occidente. Con l’ascesa del neo-conservatorismo e del neo-imperialismo, gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq e l’Afghanistan. Questi punti di stress sono il risultato dell’incapacità occidentale di comprendere le lezioni della storia.
I doppi standard dei Paesi occidentali ne dimostrano l’ipocrisia: alcuni Paesi occidentali sostennero il referendum sull’indipendenza della provincia autonoma di Kosovo e Metohija, ma ora obiettano sul referendum in Crimea. In passato hanno sostenuto il diritto all’autodeterminazione contro la sovranità, ora sostengono la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina. Tale doppiopesismo occidentale è interamente determinato da interessi”.
4BRICSPer Viktor Kuzmin, Russia e India hanno ricevuto l’inaspettata opportunità di aumentare notevolmente il commercio bilaterale. Le sanzioni economiche che gli Stati Uniti e l’Unione europea preparano contro la Russia costringeranno Mosca a riorientarsi verso l’Oriente. Nel 2012 la Russia tenne il vertice APEC a Vladivostok, gettando le basi per la cooperazione con le economie dei Paesi asiatici, e scambi di visite con Cina, India, Giappone, Corea del Sud, Indonesia, Vietnam e altri Paesi della regione divenuti partner importanti. Queste iniziative contribuiranno a preservare la stabilità economica di Mosca. Inoltre New Delhi potrebbe diventare il principale beneficiario avendo Russia e India notevoli relazioni commerciali. Mosca sarà interessata ad una significativa intensificazione della cooperazione commerciale con Delhi, secondo Maksim Pleshkov, analista presso l’agenzia di rating RusRating. Il primo passo è stato la creazione di un gruppo di ricerca speciale, la CECA (Accordo di cooperazione economica globale), per studiare come aprire una zona di libero scambio tra l’India e l’Unione doganale. I suoi obiettivi sono la definizione del concetto di zona, la sua portata, le principali aree di negoziazione e le conseguenze economiche previste. L’India potrebbe essere interessata ai prodotti high-tech e alla tecnologia avanzata russe. Questo vale soprattutto per armi, navi, aerei, tecnologia missilistica e sviluppo congiunto di sistemi missilistici, così come la cooperazione nell’energia nucleare. A febbraio i due Stati hanno confermato i piani per incrementare la cooperazione nell’energia nucleare, per la costruzione di altre unità per il Kudankulam Nuclear Power Project (KNPP) e in altre regioni dell’India. Inoltre, l’India e la Russia firmeranno un accordo finalizzato alla costruzione di un gasdotto. Organizzazioni russe possono inoltre partecipare alla creazione e ricostruzione delle infrastrutture indiane, come autostrade, metropolitane, oleodotti e gasdotti. “Il settore dell’estrazione del carbone e l’industria meccanica indiane hanno un buon potenziale. Inoltre, l’India ha partecipato alla ricostruzione del porto commerciale di Novorossijsk, aziende farmaceutiche indiane hanno investito nel settore farmaceutico russo, così come nella lavorazione dei diamanti, nei tessuti, tè, tabacco e altri prodotti agricoli. Sullo sfondo della svalutazione del rublo, è possibile la crescita del commercio della Russia con i Paesi asiatici in molti segmenti dei beni di consumo“, afferma il Direttore Generale della Sovtransavtoekspeditsij Leonid Shljapnikov. La società russe possiedono una quota sostanziale del mercato di nichel, oro e platino: “limitando l’offerta di platino nel mercato possono danneggiare l’industria automobilistica europea, in quanto comporterà l’aumento dei costi delle componenti. E ci sarà un impatto positivo sul settore agricolo indiano, con la Russia che si concentrerà sull’esportazione di concimi minerali“. Nel 2012, il volume del commercio bilaterale ha raggiunto gli 11 miliardi e nel 2013 l’importazione dell’India di armi russe ha raggiunto i 4,78 miliardi di dollari. Un settore che attira l’India sono le armi intelligenti prodotte dalla russa Morinformsystem-Agat Concern.
Il 18 marzo, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peshkov ha affermato che la Russia dovrebbe passare a nuovi partner in caso di sanzioni economiche dall’Unione europea e dagli Stati Uniti, sottolineando che il mondo moderno non è unipolare e la Russia ha forti legami con altri Stati. Questi “nuovi partner” sono i BRICS, (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) che rappresentano il 42 per cento della popolazione mondiale e un quarto dell’economia mondiale. Un blocco dal peso globale. I Paesi BRICS sostengono il ruolo centrale del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e i principi del non-uso della forza nelle relazioni internazionali. Tuttavia, la cooperazione tra Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa va oltre gli aspetti politici, come dimostrato dal commercio dinamico e dai progetti in diversi settori. Oltre 20 iniziative di cooperazione nei Paesi BRICS sono attive. Ad esempio, a febbraio è stato raggiunto un accordo sulla cooperazione scientifica e tecnica in 11 campi, dall’aeronautica alla bio-nanotecnologie. Al fine di modernizzare il sistema economico globale è stata creata l’Alleanza borsistica dei BRICS e si lavora alla creazione di una banca di sviluppo per il finanziamento dei grandi progetti infrastrutturali. Mentre l’occidente cerca di colpire la Russia, questa è pronta a passare ad altri mercati, aumentando il volume degli scambi con i Paesi del BRICS. Infatti, la Russia acquista una notevole quantità di prodotti provenienti da Stati membri della NATO. Tuttavia la Russia intensifica i propri rapporti economici con il mondo in via di sviluppo. Durante l’ultimo anno, le relazioni tra la Russia e la Cina si sono sviluppate attivamente in vari ambiti. Nel 2013 hanno firmato 21 accordi commerciali, tra cui un nuovo accordo sulla fornitura di 100 milioni di tonnellate di petrolio alla cinese Sinopec. Nell’ottobre 2013, l’agenzia Xinhua ha anche riferito che i due governi avevano firmato un accordo per costruire una raffineria di petrolio a Tianjin, ad est di Pechino, mentre la Cina ha promesso 20 miliardi di dollari di investimenti nei progetti nazionali in Russia, come infrastrutture per i trasporti: autostrade, porti e aeroporti. Nel 2013 il volume degli scambi tra i due Stati ha raggiunto gli 89 miliardi di dollari, puntando ad arrivare ai 100 miliardi entro il 2015. Nel 2013 il maggiore produttore indipendente di gas naturale della Russia, Novatek, ha firmato un memorandum preliminare con la CNPC per vendere almeno 3 milioni di tonnellate di GNL all’anno. La Rosneft, per il 75 per cento di proprietà dello Stato, espande notevolmente i suoi progetti sul GNL concentrandosi sui mercati orientali, come il Giappone e la Cina. Nel 2014,  Russia e Cina hanno un’ampia agenda sulla cooperazione bilaterale, che comprende non solo commercio ma anche energia, costruzione di aeromobili, ingegneria meccanica, cooperazione militare e scientifica, turismo e rapporti culturali. I leader di Russia e Cina hanno anche deciso di preparare congiuntamente gli eventi per celebrare il 70° anniversario della vittoria sul fascismo tedesco e il militarismo giapponese nel 2015. Un altro aspetto importante della cooperazione tra Russia, Cina e India riguarda l’Afghanistan, che potrebbe diventare un fattore importante per la leadership afgana dopo il ritiro degli Stati Uniti, oltre ad essere fondamentale per la sicurezza regionale di Russia, Cina e India. Un altro aderente ai BRICS, il Brasile esporta in Russia anche caffè, zucchero, succhi di frutta e alcool ed importa principalmente fertilizzanti. Ad esempio, nel 2012 la Russia ha comprato il 41 per cento della carne bovina dal Brasile. Mosca e Brasilia si sono impegnati a sviluppare la cooperazione globale in diversi altri settori. Ad esempio, nel dicembre del 2012 hanno firmato un trattato per la forniture di elicotteri russi al Brasile. Il volume totale degli scambi tra la Russia e il Brasile nel 2013 arrivava a 5,7 miliardi di dollari. L’indice commerciale nel gennaio 2014 aveva già raggiunto i 438,9 milioni dollari.
Non sarà razionale per Stati Uniti ed Unione europea isolare la Russia: la Russia è il maggiore produttore di petrolio e gas nel mondo; investe massicciamente nel mercato finanziario statunitense, di conseguenza, se la Russia decidesse di ritirare i suoi investimenti in risposta alle sanzioni occidentali, danneggerebbe seriamente l’economia degli Stati Uniti. Infine, il mercato russo è uno dei più grandi mercati di sbocco per le merci dell’UE. In caso di peggioramento delle relazioni tra la Russia e l’occidente, l’UE subirebbe danni permanenti con la cancellazione delle sue joint-ventures con la Russia.

0_0_1_brics_summitFonti:
English Russia
FBII
ITAR-TASS
Nsnbc
People Daily
Poder en la Red
RBTH
RussiaToday
RussiaToday
RIAN
RIAN
RIAN
RIAN
RIR
Russia Today
Russia Today
Voice of Russia
Voice of Russia
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Perché lo shale stagnerà e non si avranno bassi prezzi del petrolio

Rakesh Krishnan Simha RIR 1 dicembre 2013

53369petroleo7Gli Stati Uniti detronizzeranno l’Arabia Saudita e la Russia da pesi massimi del mercato energetico mondiale? L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) nel suo World Energy Outlook 2013 pubblicato a novembre, dice che gli Stati Uniti sorpasseranno la Russia quale primo Paese produttore di petrolio nel mondo, entro il 2015. Il rapporto ha fatto esplodere un pozzo di commenti nei media statunitensi, promettendo la nuova indipendenza energetica agli Stati Uniti. Inoltre,  presentano un profluvio di previsioni sull’economia russa, fortemente dipendente dal petrolio e dal gas, secondo cui probabilmente crollerà. E’ vero che vi è stato un balzo enorme nella produzione di petrolio e gas negli Stati Uniti. La nuova parola con la F negli USA è fracking o fratturazione idraulica, basata sul pompaggio di un cocktail di acqua e sostanze chimiche nelle formazioni rocciose di scisto, spezzandolo e rilasciando petrolio e gas intrappolati nella roccia. Inoltre, gli Stati Uniti si gettano nella perforazione orizzontale, che permette a un pozzo verticale di attingere  ampiamente petrolio e gas da un intero strato.
Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama spera che il fracking trasformi gli USA nell’”Arabia Saudita del gas”. Altri sono più diretti. I repubblicani, presentando un disegno di legge che permetta l’esportazione di gas dagli Stati Uniti, credono che la nuova normativa “promuova la sicurezza energetica dei principali alleati degli Stati Uniti, aiutando a ridurne la dipendenza da petrolio e gas di Paesi come Russia e Iran“. Ma quando qualcosa è troppo bello per essere vero, probabilmentenon lo è. Vi sono due problemi. Uno, i prodotti chimici utilizzati nel fracking sono estremamente pericolosi e possono filtrare nelle riserve idriche nel terreno. I residenti nelle zone in cui fracking dilaga scoprono che le fonti d’acqua sono ormai imbevibili. Resta da vedere per quanto il pubblico statunitense tollererà la distruzione del proprio habitat. In secondo luogo, la perforazione orizzontale e la fratturazione idraulica hanno breve durata. Secondo Route Magazine, vi saranno picchi di produzione per uno o due anni, ma poi il flusso iniziale si esaurirà. “La durata complessiva dei pozzi di scisto in Texas è di circa otto anni“, dice. “Le aziende di perforazione devono investire continuamente in nuovi pozzi o riaprire quelli vecchi. In confronto i convenzionali pozzi perforati verticalmente dimostrano una durata di 20-30 anni“.

Nonostante il scisto, i prezzi aumentano
Il singolo fattore più importante che nega il boom di scisto e mantiene elevati i prezzi è l’insaziabile domanda di energia dai Paesi emergenti. Con il commercio globale di energia già ri-orientato dall’Atlantico alla regione Asia-Pacifico, la Cina è destinata a diventare il più grande Paese importatore di petrolio al mondo. E dal 2020, l’India dovrebbe diventare la principale fonte della crescita della domanda mondiale di petrolio, dice l’IEA. Ed è anche sulla buona strada per diventare il più grande importatore di carbone dal 2020. Uno sviluppo interessante è il Medio Oriente che si  afferma quale importante centro di consumo, emergendo come secondo più grande consumatore di gas entro il 2020 e terzo più grande consumatore di petrolio entro il 2030. L’AIE dice che il centro di gravità della domanda globale di energia si passa decisamente verso le economie emergenti. Entro il 2035 rappresenteranno oltre il 90 per cento della crescita netta della domanda di energia. Quindi, anche se gli Stati Uniti potranno inondare il mercato con nuovo petrolio, Cina e India l’assorbiranno.

Il fattore saudita
Anche se non più dominante come negli anni passati, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC) guidata dall’Arabia Saudita è ancora un elemento chiave nel business del petrolio. L’Arabia Saudita per decenni ha subito i termini dettati dagli Stati Uniti, in cambio dell’ombrello della sicurezza. E’ un fatto che la famiglia reale al-Saud non durerebbe una settimana senza la protezione statunitense. Negli anni ’80, gli Stati Uniti fecero pressione sull’Arabia Saudita per spalancare le fonti petrolifere del regno e inondare i mercati mondiali con greggio a buon mercato, deprimendo i prezzi. Ciò allo scopo di danneggiare l’economia sovietica, a cui i sauditi felicemente adempirono. Con la fine dei “senza Dio” dell’Unione Sovietica e di fronte all’enorme buco nel bilancio, i sauditi non furono più così desiderosi di ridurre il prezzo del petrolio.

La rivoluzione russa
La grande novità sul fronte russo è lo scatto avutosi, soprattutto con la Gazprom, nella produzione  petrolifera della Russia, con un nuovo record post-sovietico di 10,59 milioni di barili al giorno nell’ottobre 2013. Il balzo russo è arrivato contro ogni proiezione disperante emessa dagli analisti occidentali. Anche se non si sviluppano nuovi giacimenti da tempo, la Russia prevede di sbloccarne di ulteriori cercando investimenti cinesi per perforare altri pozzi. Con il padre di tutte le offerte del giugno 2013, Rosneft, il più grande produttore di petrolio del mondo, accettava di fornire alla China National Petroleum Corp. 300000 barili di greggio al giorno per un periodo di 25 anni, un accordo pari a 270 miliardi di dollari. Molte altre offerte stipulate dai relativamente piccoli rivali russi della Gazprom con le raffinerie cinesi vedranno petrolio e gas, originariamente destinati al”Europa, finire ad est, verso la Cina.

Lo Shale non è un punto di svolta
L’AIE potrebbe screditare la crescita della produzione statunitense sul boom dello scisto, ma osserva che la produzione stagna ed infine diminuirà quando i principali giacimenti petroliferi in Texas e North Dakota avranno superato il primo momento. Inoltre, l’aumento della produzione statunitense non significherà prezzi bassi, perché tutto ciò che produce viene consumato internamente. Si tratta semplicemente di sostituire petrolio canadese e venezuelano importato con quello prodotto internamente. E poiché il petrolio è un bene internazionale, non vi sarà alcun impatto significativo sui prezzi. Quindi, a meno che gli Stati Uniti diventino un grande esportatore di energia, scenario improbabile, il petrolio di scisto non sarà il punto di svolta. Route Magazine riporta che a causa del forte movimento popolare anti-fracking in Europa, molti Paesi hanno accantonato gli irrealistici progetti sul scisto, nonostante il fatto che i prezzi energetici europei siano il doppio di quelli degli Stati Uniti. La Germania ha fissato forti barriere contro il fracking e il presidente francese Hollande ha bloccato le iniziative relative. “L’unico apologeta del fracking nell’Unione europea è la Gran Bretagna, fortemente influenzata dalle aziende statunitensi che cercano di vendere attrezzature di perforazione“, dice la rivista. La Polonia, un altro fedele alleato, ha consentito il fracking sul suo territorio, ma anche lì la gente protesta.

Lo shale non è del tutto un male
Il fracking può essere rischioso per l’ambiente e causare terremoti, ma se gli Stati Uniti perseveranno nel programma di esplorazione del scisto, qualcosa di buono potrebbe venirne. Se il più grande importatore mondiale diventasse autosufficiente, finirà l’era in cui l’Arabia Saudita poteva influenzare i prezzi sul mercato mondiale del petrolio. Insieme a ciò, finirà la capacità del regno di esportare il suo altro grande bene, il fondamentalismo wahabita.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia ha vinto la lunga battaglia degli oleodotti, ma ora cosa succederà?

Steve LeVine Osnetdaily 1 luglio 2013

sd_export_routes_20121La Russia ha ottenuto una grande vittoria nella battaglia quasi ventennale con l’occidente sul gas del Mar Caspio. Ma la vittoria del 28 giugno è contraddittoria per Mosca, perché aiuta a minare le ragioni di un altro progetto russo, un’arma chiave nella lotta del Paese per il predominio energetico. La storia è aggrovigliata, e prima di passare ai dettagli, diciamo solo d’identificare un sorprendente vincitore, la sofferente Grecia. Passerà da essa la rotta del gasdotto Trans-Adriatico (TAP), che ha battuto il Nabucco sostenuto dall’occidente, il corridoio per cui l’occidente ha contrastato la Russia dalla metà degli anni ’90. Con la vittoria del TAP, assieme al Primo ministro greco Antonis Samaras, il mondo dovrebbe capire che una Grecia economicamente in lotta è sulla buona strada per riprendersi. Dopo tutto, “chi avrebbe investito denaro in un Paese che affronta minacce economiche, sociali e politiche?“, ha detto Samaras in una dichiarazione.

Gli USA hanno tramato per tenere la Russia fuori dal suo cortile di casa
La storia risale al crollo dell’Unione Sovietica. Dopo aver sconfitto il loro rivale della Guerra Fredda, gli Stati Uniti tracciarono una linea intorno alla metà meridionale dell’URSS, gli otto nuovi Stati del Caucaso e dell’Asia centrale, e annunciarono la strategia per impedire che dovessero mai cadere nuovamente nella morsa di Mosca. Il piano degli Stati Uniti era sostenere la costruzione di oleogasdotti per trasportare l’energia della regione ai mercati occidentali evitando il suolo russo e, quindi, rafforzarne l’indipendenza economica. Nel 2006, la prima linea si materializzò, l’oleodotto dall’Azerbaijan al Mediterraneo Baku-Ceyhan, lungo circa 1500 km. Un gasdotto parallelo presto  sarebbe seguito. Occupando la parte Caucasica del Caspio. Ma gli Stati dell’Asia centrale, i cosiddetti “stan”, si comportarono diversamente. Lì, gli Stati Uniti e l’Europa immaginarono un gasdotto di circa 5.600 chilometri che dal Turkmenistan attraversasse il Mar Caspio per arrivare in Europa. Tale linea avrebbe dato all’Asia centrale lo stesso canale economico indipendente di cui ora godeva il Caucaso. Solo che il Turkmenistan esitava. Anno dopo anno, non poteva apparire impegnato in tale linea o in un qualsiasi accordo di trivellazione con una società occidentale, per avviare le esportazioni di gas necessarie. Alcuni dicevano che il Turkmenistan avesse paura della Russia, altri ne incolparono i suoi profondi sospetti verso tutti gli stranieri. Comunque sia, le speranze di un decisivo abbraccio turkmeno del gasdotto trans-Caspio sembravano perdute.

Poi gli Stati Uniti decisero di abbandonare l’Asia centrale
Nel 2002, l’occidente cambiò posizione, propose un nuovo e più corto gasdotto denominato Nabucco (dal nome di un’opera verdiana), che saltasse il Turkmenistan e invece iniziasse dall’Azerbaigian. Questa proposta sembrava avere una migliore possibilità di successo, ma venne completamente ignorata l’originale motivazione del gasdotto, l’Asia centrale non sarebbe stata più liberata dalla morsa della Russia. Ma gli Stati Uniti e l’Unione europea sostennero che, mentre non potevano più salvare l’Asia centrale, avrebbero salvato l’Europa che, affermavano, dipendeva  troppo dal gas russo. Lo sforzo ottenne uno slancio particolare dal 2006, quando la Russia, in una serie di dispute con l’Ucraina, chiuse temporaneamente i rifornimenti di gas per l’Europa.
Nel 2007, Vladimir Putin rispose con la stessa arma, avrebbe costruito “South Stream“, un oleodotto da 39 miliardi di dollari lungo 1.900 km che, sfidando direttamente il Nabucco, avrebbe portato il gas russo nel cuore dell’Europa. Ma sembrava a molti esperti che le due linee, Nabucco e South Stream, fossero incompatibili. Per ragioni sia di offerta che di domanda, solo una sarebbe stata finanziata e costruita. Nel frattempo, i giocatori più piccoli emersero dalle infangate prospettive di un successo del Nabucco in Azerbaigian. Tra di essi vi era il TAP, una relativamente piccola linea che avrebbe trasportato solo un terzo del volume promesso da Nabucco, ma che sarebbe anche costata molto meno.

TAP, Nabucco e altri rivali del Caspio
Il culmine si ebbe il 28 giugno. In Azerbaijan, un consorzio guidato da BP annunciava di voler costruire il TAP. Sembra che tale decisione, almeno a questo stadio, si basasse su ragioni economiche. Il TAP è assai meno costoso della versione accorciata e ancora più compatta del Nabucco, chiamata “Nabucco West“. Mantenendo la pressione sul Nabucco, Putin condizionava tempo e ritmo della realizzazione del TAP. Questo costituisce una minaccia assai minore al predominio della Russia sul mercato europeo del gas. Il TAP fornirà solo 10 miliardi di metri cubi all’anno di gas rispetto ai 30 miliardi di metri cubi che il Nabucco originariamente avrebbe dovuto inviare nel continente.

Senza il Nabucco, qual’è la logica del South Stream?
Così il gasdotto South Stream della Russia potrebbe da ora avere la strada spianata. Putin non ha ancora commentato, ma in passato ha detto che costruirà il South Stream indipendentemente dal destino del Nabucco. E una serie di accordi bilaterali lungo la sua rotta, suggerisce un progetto già deciso. Eppure la matematica viene sfidata. Per finanziare i grandi accordi petroliferi firmati il 21 giugno con la Cina, Rosneft, pesantemente indebitata, ha dovuto ottenere degli anticipi da Pechino per un totale di 60 miliardi su 70 miliardi di dollari. In una dichiarazione del 28 giugno, Aleksej Miller, il CEO della Gazprom, parlava di enormi impianti per la liquefazione del gas (GNL) a Vladivostok e sul Mar Baltico, aspirando a fornire il 15% del GNL del mondo. Tali impianti costano miliardi di dollari. Insomma, la Russia ha notevoli esigenze concorrenti per la sua liquidità. Nel frattempo, il mercato europeo non è invitante: la concorrenza sui gas è dura con Norvegia e Qatar, e le potenziali forniture, entro la fine del decennio, da Stati Uniti, Israele e Mozambico. L’Europa si rivolge anche al più economico carbone. E il suo appetito di energia nel complesso è stagnante, nella migliore delle ipotesi. Quindi vi è ragione di mettere in questione, almeno sul piano economico, il South Stream. E ora che Nabucco è morto, non c’è gloria nella vittoria su di esso.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Rosneft diventa la prima società petrolifera mondiale

Alfredo Jalife-Rahme, Rete Voltaire, Città del Messico (Messico) 12 novembre 2012

Dopo aver acquistato la maggior parte di Jukos ed essere entrata in una joint venture con Exxon-Mobil per l’estrazione di petrolio nel Mar Nero, la Rosneft ha assorbito la TNK-BP. In tal modo, la Russia, che controlla la Gazprom, la prima società gasifera del mondo, acquisisce anche la prima azienda petrolifera del mondo. L’analista Alfredo Jalife-Rahme confronta la strategia nazionale di Vladimir Putin con la logica mercantile liberale che prevale nel suo paese, il Messico, un parallelo che è un esempio.

Il petrolio resta sempre la materia prima geostrategica per eccellenza del pianeta, e sarebbe un grave errore analizzare la sua acquisizione da parte dello Stato in una prospettiva puramente mercantilista: ciò che è in gioco è la sicurezza energetica dei paesi produttori. Se gli Stati Uniti, i principali acquirenti di petrolio messicano, ammettono che il petrolio è strategico, è inconcepibile che i paesi venditori non prendano in considerazione ciò. Eppure è qui che è stato commesso il peccato mortale dei dirigenti formatisi all’ITAM (Istituto Tecnologico Autonomo del Messico) in Messico, dimostrando una patetica ignoranza geopolitica; la questione non è privatizzare o nazionalizzare, termini variabili che hanno un significato spesso superficiale, sia negli Stati Uniti che in Messico, ma di concentrarsi su chi controlla le materie prime di importanza geostrategica in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, le aziende private degli idrocarburi, come Exxon-Mobil, fanno parte dell’ampio sistema di sicurezza nazionale ed internazionale, in Messico non vi è alcuna garanzia a questo proposito, nel caso delle imprese private a capitale straniero o nazionale operanti in Messico e spesso soggetti al credito di Wall Street, che trucca ai dadi e mette a repentaglio la sicurezza nazionale, dal momento che nessun controllo effettivo può essere esercitato su di essi: nel quadro della deregolamentazione finanziaria generale, il loro finanziamento diventa casuale. [1]
Il Messico neoliberista “educato” dall’ITAM è l’eccezione, dal momento che le grandi potenze recuperano le loro risorse petrolifere perse con una vasta ri-nazionalizzazione e de-privatizzazione: come nel caso della riorganizzazione del portfolio della Rosneft in Russia, subito dopo quella della leggendaria BP inglese, simbolo dell’indipendenza inglese. Il sito geopolitico StratRisks della Florida, ha detto che Rosneft ha sostituito Exxon-Mobil al primo posto della produzione mondiale, dopo l’acquisizione della TNK-BP (joint venture costituita da oligarchi russi e britannici, condensata nell’azienda AAR). TNK-BP era tra le prime 10 compagnie petrolifere private più grandi al mondo, e nel 2010 ha prodotto 1,74 milioni di barili al giorno dai suoi siti attivi in Russia e Ucraina. Putin ritiene che l’operazione, dalla portata senza precedenti, consentirà la produzione di più di 4 milioni di barili al giorno. Parlando delle tribolazioni della TNK-BP, già una volta una multinazionale privata, il suo riscatto dalla Rosneft è stata una ri-nazionalizzazione e de-privatizzazione in due fasi: in primo luogo la “Rosneft acquisisce il 50% di TNK-BP con un’alleanza strategica (joint venture) con la BP, in cambio di contanti e azioni della Rosneft per un importo di 27 milioni di dollari, assegnando il 19,75% di BP alla Rosneft“. In una seconda fase, “gli oligarchi dell’AAR otterrebbero 28 miliardi dollari (in contanti) per la metà della co-proprietà della TNK-BP, anche se l’accordo non è stato ancora concluso.” E l’impresa statala (sic) Rosneft erogherà 55 miliardi dollari per averne la maggioranza, con una minoranza della BP, società privata (sic) la cui posizione è di molto ridotta: si tratta proprio di una de-privatizzazione, concomitante con la ri-nazionalizzazione della Rosneft.
Per StratRisks, si tratta realmente di una nazionalizzazione: Putin ha saputo creare un gigante petrolifero nazionale che gli permetterà di attuare il suo piano per rafforzare l’influenza russa nel mondo attraverso il controllo dei fabbisogni energetici degli altri paesi. In questo nuovo quadro, Rosneft sarà in grado di estrarre quasi la metà del petrolio prodotto in Russia, un cifra enorme se confrontata con l’Arabia Saudita: la Russia è una superpotenza energetica e nazionalizzando gradualmente le risorse, Putin rafforza il controllo sul fabbisogno europeo. Rimane un problema: la Russia non ha sufficiente know-how tecnologico nel settore degli idrocarburi, motivo per cui ha assicurato la permanenza della BP come azionista di minoranza, per non commettere l’errore dell’Arabia Saudita che aveva nazionalizzato il settore petrolifero nel 1980, quando produceva più di 10 milioni di barili al giorno, e che in cinque anni con l’Aramco (di proprietà statale) ha visto diminuire la sua produzione del 60%. Putin ritiene che la sua influenza a livello internazionale aumenterà dopo l’operazione della Rosneft. La sua mossa strategica aumenterà il prezzo del petrolio e porterà a un incredibile incremento del mercato dell’energia.
A mio parere, con le sue testate nucleari, Putin gioca scaltramente la sua carta petrolifera, mentre in Messico, la kakistrocrazia (“il governo del peggio”) dell’ITAM ha perso completamente la visione geostrategica del presidente Lázaro Cárdenas (che aveva espropriato e nazionalizzato tutte le risorse del sottosuolo, nel 1938). Quest’ultimo, un buon generale, aveva già  capito, 74 anni fa, il significato geostrategico degli idrocarburi. Si tratta si sapere, in ultima analisi, chi ha il controllo del petrolio messicano, in una prospettiva multidimensionale, e chi ne garantisce la disponibilità, quando lo Stato si allontanerà: ciò si chiama Sicurezza Nazionale. Cerchiamo di creare l’equivalente di una Televisa (conglomerato multimediale del Messico, il più grande in America Latina e nel mondo ispanico) con il petrolio messicano, che ci consegnerà ai suoi interessi totalitari? In Messico, il petrolio era nelle mani degli inglesi, con i risultati catastrofici che conosciamo, oltre al danno ambientale che abbiamo ereditato [dopo la marea nera causata dalla piattaforma petrolifera BP Deepwater Horizon nel 2010, il gruppo petrolifero del Regno Unito è in avanzate trattative con gli Stati Uniti per cedere i giacimenti petroliferi nel Golfo del Messico per 7 miliardi di dollari, scrive il Wall Street Journal. Ma altri gruppi hanno espresso interesse per le attività della BP, e un altro acquirente potrebbe emergere, afferma il giornale finanziario. Fonte: Le Figaro, 20 settembre 2012].
Il sito StratRisks sottolinea che l’Europa dipende dal petrolio e dal gas russo, e che la manovra di Putin rafforza questa dipendenza, così come il potere della Russia; e ciò va dalla costruzione degli oleodotti fino a controllare il 40% della capacità di arricchimento dell’uranio complessiva. L’acquisizione delle due metà della TNK-BP da parte della Rosneft, una società statale, ne farà un Golia nel settore petrolifero globale, in modo che la Russia possa asfissiare controllando l’offerta, se decide un aumento dei prezzi. Secondo  StratRisks, con una eventuale adesione della Russia all’OPEC, il cartello petrolifero controllerebbe più della metà e la maggior parte delle riserve potenziali del mondo, e con tale influenza i paesi dell’OPEC potrebbero decidere a loro discrezione i prezzi che il resto del mondo dovrebbe semplicemente pagare. Non è così facile, ciò potrebbe portare a una guerra mondiale, ma non è neanche impossibile. In sintesi, secondo StratRisks, la Gazprom, la società gasifera russa, già controlla il gas europeo e la Rosneft il petrolio, potendo così strangolare la supremazia occidentale e aprendo la via ad un nuovo ordine mondiale guidato dalla Russia. Si tratta di geopolitica, ben lungi dall’animo da pezzente decorato dalla paccottiglia modernista che caratterizza il governo neoliberista messicano, che pretende di consegnare ad altri, e a occhi chiusi, il petrolio messicano, dimenticando che il petrolio e il potere, foneticamente simili, vanno profondamente assieme.

Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada (Messico)

[1] Cfr. La vulnerabilità finanziaria di Petrobras e la sua dipendenza da Wall Street e dalla City, nel nostro articolo su La Jornada del 24 ottobre 2012.

Traduzione di Alessandro Lattanzio -  SitoAurora

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