I libanesi affiliati ad al-Qaida aprono il fronte libanese nella guerra siriana?

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 23 giugno 2013

_68337125_018412604Gli Stati Uniti e i loro alleati lavorano per aprire un nuovo fronte del conflitto siriano in Libano. Il Libano si trova nel limbo per l’assenza di un governo e il rinvio delle elezioni parlamentari. A complicare le cose, molte figure istituzionali e comandanti militari sono andati in pensione e il governo provvisorio non è in grado di sostituirli. L’intervento di Hezbollah nel conflitto siriano ha dato una spinta al governo siriano contro le forze antigovernative che tentano di invadere la Siria. Ciò ha portato l’attenzione degli Stati Uniti e dei loro alleati sul Libano come nuovo campo di battaglia. Razzi vengono lanciati dalle forze antigovernative dalla Siria, e persino dal Libano, contro le roccaforti politiche di Hezbollah e contro i villaggi sciiti. L’obiettivo è accendere le fiamme della sedizione tra sciiti e sunniti in Libano.

Al-Qaida in Libano
La bandiera di al-Qaida ha sventolato in Libano per anni. Recandosi all’aeroporto di Beirut o viaggiando sulla strada per Sidone (Saida) è possibile vedere le bandiere nere di al-Qaida sventolare. Lo stesso vale per Tripoli (Trablos) e alcune aree di Beirut. Dal conflitto siriano è possibile vederle accanto alla bandierina dei ribelli siriani. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno effettivamente chiuso un occhio sul supporto che il partito Futuro di Saad Hariri fornisce ad al-Qaida. Vale la pena notare che l’attuale capo del Dipartimento affari politici del segretario di Stato USA, Jeffrey Feltman, ex ambasciatore USA in Libano prima di essere promosso al dipartimento di Stato degli Stati Uniti, ha chiuso un occhio sul supporto ad al-Qaida del partito Futuro della famiglia Hariri e della sua Alleanza del 14 Marzo.
La famiglia Hariri ha una lunga alleanza con i taqfiristi e i sostenitori di al-Qaida. In Libano sono alleati politicamente con i gruppi che apertamente venerano Usama bin Ladin. Furono la famiglia Hariri e i membri del loro partito Futuro che fecero anche entrare i combattenti che avrebbero formato Fatah al-Islam in Libano. Tale uso delle milizie taqfiriste in Libano da parte della famiglia Hariri era volto ad attaccare Hezbollah. Sul piano regionale, la stessa strategia coinvolge i sovvenzionatori sauditi della famiglia Hariri e l’amministrazione di George W. Bush, che addestravano e armavano queste milizie nella lotta contro la Siria e l’Iran. Gli Hariri s’infuriarono quando Seymour Hersh li smascherò, rimproverandolo pubblicamente. Mesi dopo Fatah al-Islam sarebbe andato fuori controllo. L’Alleanza del 14 Marzo di Hariri  in modo disonesto cercò d’incolpare la Siria e i palestinesi del sostegno e della creazione del gruppo. Seymour Hersh si sarebbe vendicato. I combattimenti in Libano tra i militari libanesi e Fatah al-Islam prefigurava gli eserciti che si ammassavano per il cambiamento di regime in Libia e Siria.

Tripoli e Sidone come estensioni del conflitto siriano
La seconda città del Libano, Tripoli, ha visto intensi combattimenti tra la comunità alawita libanese, rappresentata dal Partito Democratico arabo, e gli alleati taqfiristi della famiglia Hariri. Gli alleati di Hariri a Tripoli sono aperti sostenitori di al-Qaida e delle forze antigovernative in Siria, hanno contrabbandato armi attraverso il confine libanese-siriano e inviato un gran numero di combattenti in Siria per rovesciare il governo di Damasco. Il partito Futuro venne anche coinvolto nel  coordinamento di tutto ciò. La terza città più grande del Libano, Sidone, è stata anche teatro di scontri e tensioni tra Ahmed al-Assir, alleato di Hariri, e sostenitori e alleati di Hezbollah. Gli uomini di al-Assir hanno anche tentato di uccidere uno principali religiosi musulmani sunniti di Sidone, perché ha sempre detto che v’è il tentativo d’innescare un conflitto tra sciiti e sunniti in Libano e nella regione. Un contingente di militari libanesi ha dovuto mantenere la pace in città.
Gli uomini di al-Assir hanno attaccato e ucciso membri delle forze armate libanesi senza nessun motivo apparente, il 23 giugno 2013. Questo ha acceso la battaglia a Sidone. Lo spesso fumo della città poteva essere visto da lontano. E’ stato riportato che membri delle forze antigovernative provenienti dalla Siria vi si erano uniti. L’esercito libanese ha schierato armi pesanti per combattere il gruppo di al-Assir.

L’obiettivo è costringere Hezbollah a ritirarsi dalla Siria colpendo il Libano
Lo Stato libanese è ora preso di mira. Vi è un crescente numero di attentati contro l’esercito libanese dal confine siriano, da quando Hezbollah è intervenuto in Siria. Vi erano già attacchi al Libano prima ancora che Hezbollah intervenisse nel conflitto siriano, ma erano per lo più destinati a provocare Hezbollah. Chi aggredisce lo Stato libanese, approfitta dell’assenza del governo e dell’assenza di leader in diverse istituzioni nazionali, per creare il caos in Libano. Vi sono attacchi contro villaggi sciiti e sunniti nella valle della Beqaa e violenze sono iniziate. E’ chiaro che l’obiettivo è far scontrare sciiti e sunniti. Questo è il motivo per cui Hezbollah ha chiesto agli sciiti della Beqaa di mantenere la calma. Proteste sono scoppiate in Libano.
Le violenze di Sidone sono parte di una strategia. L’attacco non provocato di al-Assir contro l’esercito libanese è destinato a far aumentare la pressione sullo Stato libanese e ad esacerbare le tensioni tra sciiti e sunniti. Hezbollah si rifiuta di farsi coinvolgere in una battaglia confessionale in Libano. Mentre il movimento Amal, partito politico sciita alleato di Hezbollah, ha mobilitato le sue milizie e ha iniziato a presidiare le strade del sud e dell’est di Sidone, Hezbollah mantiene la calma.  I media di Amal hanno riferito ampiamente degli eventi, anche in modo settario, ma i media di Hezbollah hanno dichiarato calma e ne hanno parlato poco.
Il Libano è al centro del mirino, allo scopo di costringere Hezbollah a ritirarsi dalla Siria, ripiegando all’interno. Essenzialmente, ora è il secondo fronte nel conflitto siriano. Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno probabilmente chiesto alla famiglia Hariri di chiedere ai loro clienti affiliati ad al-Qaida di avviare le violenze in Libano e approfittare della debolezza dello Stato libanese.

Mahdi Darius Nazemroaya è sociologo e ricercatore associato del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG). Attualmente riferisce dal Libano. Era a Sidone durante gli scontri e il dispiegamento delle forze armate libanesi.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra al Libano e la battaglia per il petrolio

Prof. Michel Chossudovsky Global Research, 21 ottobre 2012

Nota dell’autore I recenti sviluppi in Siria e Libano puntano verso l’escalation militare, vale a dire verso una grande guerra regionale, che è sul tavolo del Pentagono dal 2004. I confini di Siria e Libano sono circondati. Truppe inglesi e statunitensi sono di stanza in Giordania, l’Alto Comando turco in collaborazione con la NATO sta fornendo sostegno militare all’esercito libero siriano. Le forze navali alleate sono dispiegate nel Mediterraneo orientale. Secondo un recente rapporto d’intelligence del Debka News Service israeliano: “Le truppe statunitensi inviate al confine Giordania-Siria stanno costituendo un quartier generale in Giordania per rafforzarne le capacità militari, nel caso le violenze si riversassero dalla Siria, suggerendo un ampliamento dell’intervento militare statunitense nel conflitto siriano.”
Il dispiegamento di truppe alleate al confine meridionale della Siria è coordinato con le azioni intraprese dalla Turchia e dai suoi alleati al confine nord della Siria. Nel frattempo, il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu ha chiesto il sostegno della NATO contro la Siria, secondo la dottrina della sicurezza collettiva. “Faremo ciò che deve essere fatto, se la nostra frontiera sarà violata di nuovo“, aveva detto ai giornalisti il 13 ottobre. Davutoglu aveva sottolineato la presunta violazione del confine della Turchia da parte della Siria come una violazione dei confini della NATO. Ai sensi dell’articolo 5 del Trattato di Washington, l’attacco a uno stato membro dell’Alleanza Atlantica è considerato come un attacco contro tutti gli stati membri della NATO. “In questo contesto, ci aspettiamo il sostegno dei nostri alleati”, aveva detto Davutoglu, intendendo che sia la Germania che gli altri Stati membri dell’alleanza atlantica dovrebbero agire per difendere la Turchia secondo la dottrina della sicurezza collettiva: “Se un tale attacco si producesse, ciascuna di essi, nell’esercizio del diritto individuale o collettiva alla legittima difesa … assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, compreso l’uso della forza armata per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale…” (Vedi testo completo dell’articolo 5 del Trattato di Washington, aprile 1949).
Inoltre, le azioni di Israele e Turchia sono coordinate nel contesto di una trentennale alleanza militare diretta contro la Siria. In base a tale patto bilaterale, Turchia e Israele sono d’accordo “a collaborare nella raccolta d’intelligence” dalla Siria e dall’Iran. Durante l’amministrazione Clinton, un’intesa triangolare militare tra Stati Uniti, Israele e Turchia venne creata. Questa ‘triplice alleanza’, controllata dall’US Joint Chiefs of Staff, integra e coordina le decisioni dei comandi militari tra Washington, Ankara, Tel Aviv e il quartier generale della NATO, a Bruxelles, riguardanti il Medio Oriente. La triplice alleanza è anche accoppiata all’accordo di cooperazione militare NATO-Israele del 2005, in base al quale Israele è diventato un membro de facto dell’alleanza atlantica. Questi legami militari con la NATO sono visti dai militari israeliani come un mezzo per “rafforzare la capacità di deterrenza d’Israele verso potenziali nemici che lo minacciano, soprattutto l’Iran e la Siria.”

L’ultima bomba a Beirut
L’attentato dinamitardo che ha devastato un quartiere cristiano di Beirut il 19 ottobre, ha provocato 8 morti e più di 80 feriti. Poche ore dopo l’attacco, i media occidentali, così come il Dipartimento di Stato USA, hanno accusato, senza uno straccio di prova, Damasco di essere dietro l’attentato e la morte del direttore del servizio di sicurezza interno del Libano, il Brigadier-Generale Wissam al-Hassan. A seguito di tali segnalazioni, il governo siriano è stato accusato di aver ordinato l”assassinio politico’ di Wisssam al-Hassan, che viene descritto come un componente della fazione anti-siriana di Saad Hariri. “Volevano farlo, e l’hanno fatto“, ha detto Paul Salem, analista regionale della Carnegie Middle East Center. Mentre non vi è alcuna prova del coinvolgimento del governo siriano in questo attentato, molti osservatori hanno sottolineato il fatto che il bombardamento del quartiere cristiano di Beirut assomiglia a quelli svolti dall”opposizione’ dell’esercito libero siriano (ELS) contro la comunità cristiana in Siria.
Il bombardamento di Beirut del 19 ottobre ha le caratteristiche di un attacco sotto falsa bandiera, una provocazione destinata a scatenare una guerra settaria in Libano, così come a destabilizzare il governo della Coalizione 8 marzo, che ha il sostegno di una parte della comunità cristiana. L’obiettivo è forzare alle dimissioni il governo della Coalizione 8 marzo. Il 21 ottobre, due giorni dopo l’attentato di Beirut, Israele e Stati Uniti hanno avviato grandi esercitazioni di guerra, simulando “un attacco missilistico iraniano, siriano e/o di Hezbollah su Israele.” Soldati statunitensi sono ora presenti in Israele e Giordania. Forze speciali britanniche sono state inviate in Giordania.

La guerra del 2006 contro il Libano
Lo sfondo storico di questi eventi recenti dovrebbe essere inteso. Nel 2006, il Libano è stato bombardato dalle forze aeree israeliane. Le truppe israeliane attraversarono il confine e furono respinte dalle forze di Hezbollah. La guerra del 2006 contro il Libano era parte di un piano militare attentamente pianificato e coordinato. L’estensione della guerra del 2006 contro il Libano alla Siria era stata contemplata dai pianificatori militari degli Stati Uniti e di Israele. Quest’ampia agenda militare del 2006 era strettamente legata alla strategia del petrolio e degli oleodotti. Era sostenuta dai giganti petroliferi occidentali che controllano i corridoi petroliferi.
Uno degli obiettivi militari formulati nel 2006 era che Israele ottenesse il controllo delle coste libanese e siriana del Mediterraneo orientale, cioè la creazione di un corridoio costiero che si estendesse da Israele alla Turchia. Il seguente testo scritto nel 2006, al culmine della guerra del Libano del 2006, esamina la geopolitica dei corridoi e dei gasdotti dell’energia e del petrolio, attraverso il Libano e la Siria. Un altro importante obiettivo strategico d’Israele è il controllo sulle riserve di gas offshore nel Mediterraneo orientale, comprese quelle di Gaza, Libano e Siria. Queste riserve di gas costiere si estendono dal confine d’Israele con Egitto al confine turco.

La guerra al Libano e la battaglia per il petrolio
Michel Chossudovsky, Global Research, 26 luglio 2006

Esiste una relazione tra il bombardamento del Libano e l’inaugurazione del più grande oleodotto strategico del mondo, che destinerà più di un milione di barili di petrolio al giorno ai mercati occidentali? Virtualmente ignota, l’inaugurazione dell’oleodotto Ceyhan-Tblisi-Baku (BTC), che collega il Mar Caspio al Mediterraneo Orientale, ha avuto luogo il 13 luglio, fin dall’inizio dei bombardamenti israeliani in Libano. Un giorno prima degli attacchi aerei israeliani, i principali partner e azionisti del progetto BTC, tra cui molti capi di Stato e dirigenti di compagnie petrolifere, erano presenti nel porto di Ceyhan. Poi si precipitarono a un ricevimento inaugurale ad Instanbul, patrocinato dal presidente turco Ahmet Necdet Sezer, nei lussuosi dintorni del Palazzo Cyradan. Vi parteciparono l’Amministratore Delegato della British Petroleum (BP), Lord Browne, insieme ad alti funzionari governativi di Gran Bretagna, Stati Uniti e Israele. La BP guida il consorzio dell’oleodotto BTC. Altri principali azionisti occidentali sono Chevron, Conoco-Phillips, la francese Total e l’italiana ENI. Il ministro dell’energia e delle infrastrutture di Israele, Binyamin Ben-Eliezer era presente assieme ad una delegazione di alti funzionari israeliani del settore petrolifero.
L’oleodotto BTC elude del tutto il territorio della Federazione Russa. Transita attraverso le repubbliche ex-sovietiche dell’Azerbaijan e della Georgia, che sono entrambe diventate ‘protettorati’ degli Stati Uniti, ben integrate in un’alleanza militare con gli Stati Uniti e la NATO. Inoltre, sia l’Azerbaigian che la Georgia hanno accordi di cooperazione militare di lunga data con Israele. Israele ha una quota dei campi petroliferi azeri, dai quali importa circa il venti per cento del suo petrolio. L’apertura del gasdotto aumenterà in modo sostanziale le importazioni petrolifere israeliane dal bacino del Mar Caspio. Ma c’è un’altra dimensione che si correla direttamente alla guerra in Libano. Considerando che la Russia è stata indebolita, Israele è destinato a giocare un ruolo strategico importante nel ‘proteggere’ i corridoi di Ceyhan e la pipeline del Mediterraneo orientale.

La militarizzazione del Mediterraneo Orientale
Il bombardamento del Libano è parte di un piano militare attentamente pianificato e coordinato. L’estensione della guerra alla Siria e all’Iran è già stata contemplata dai pianificatori militari degli Stati Uniti e di Israele. Questa più ampia agenda militare è intimamente legata alla strategia sul petrolio e gli oleodotti. È sostenuta dai giganti petroliferi occidentali che controllano i corridoi petroliferi. Nel contesto della guerra in Libano, Israele cerca il controllo territoriale delle litoraneo del Mediterraneo orientale. In questo contesto, l’oleodotto BTC, controllato dalla British Petroleum, ha cambiato drammaticamente la geopolitica del Mediterraneo orientale, che adesso è collegata, mediante un corridoio energetico, al bacino del Mar Caspio: “[L'oleodotto BTC] cambia considerevolmente lo status dei paesi della regione e cementa una nuova alleanza pro-occidente. Avendo collegato l’oleodotto al Mediterraneo, Washington ha praticamente creato un nuovo blocco con Azerbaijan, Georgia, Turchia e Israele“. (Komersant, Mosca, 14 luglio 2006) Israele fa ora parte dell’asse militare anglo-statunitense, che serve gli interessi dei giganti petroliferi occidentali in Medio Oriente e Asia Centrale. Mentre i rapporti ufficiali dichiarano che l’oleodotto BTC “porterà petrolio ai mercati occidentali“, quello che non viene riconosciuto è che parte del petrolio del Mar Caspio sarà direttamente incanalato verso Israele. A questo proposito, il progetto di oleodotto sottomarino israelo-turco è previsto che colleghi Ceyhan al porto israeliano di Ashkelon e da lì, attraverso le pipeline principali d’Israele, al Mar Rosso.
L’obiettivo di Israele non è solo acquisire petrolio dal Mar Caspio per il proprio consumo interno, ma anche svolgere un ruolo chiave nella riesportazione del petrolio del Caspio verso i mercati asiatici, attraverso il porto di Eilat sul Mar Rosso. Le implicazioni strategiche di questo re-instradamento del petrolio dal Mar Caspio, sono di vasta portata. Così è previsto il collegamento dell’oleodotto BTC alla pipeline Trans-Israele Eilat-Ashkelon, anche noto come Tipline d’Israele, da Ceyhan al porto israeliano di Ashkelon. Nell’aprile 2006, Israele e Turchia annunciarono piani per quattro oleodotti sottomarini che ignorano il territorio siriano e libanese. “La Turchia e Israele stanno negoziando la costruzione di un progetto multi-milionario per il trasporto di acqua, elettricità, gas naturale e petrolio mediante degli oleodotti per Israele, con il petrolio da inviare da Israele verso l’Estremo Oriente. La nuova proposta israelo-turca in discussione, vedrebbe il trasferimento di acqua, elettricità, gas naturale e petrolio ad Israele mediante quattro oleodotti sottomarini”. JPost
Il petrolio di Baku può essere trasportato ad Ashkelon attraverso questo nuovo oleodotto, e da lì  all’India e all’Estremo Oriente. [Attraverso il Mar Rosso]. Ceyhan e il porto mediterraneo di Ashkelon sono situati a soli 400 km di distanza. Il petrolio può essere trasportato in città con petroliere o mediante una pipeline appositamente costruita sott’acqua. Da Ashkelon, il petrolio può essere pompato attraverso oleodotto già esistente verso il porto di Eilat sul Mar Rosso, e da lì può essere trasportato in India e in altri paesi asiatici, su navi petroliere”. (REGNUM)

Acqua per Israele
Parte di questo progetto è una condotta per l’acqua diretta a Israele, pompata dalle riserve del sistema fluviale a monte del Tigri e dell’Eufrate, in Anatolia. Questo è da tempo un obiettivo strategico di Israele a detrimento della Siria e dell’Iraq. L’agenda di Israele riguardo l’acqua è sostenuta dall’accordo di cooperazione militare tra Tel Aviv e Ankara.

Il reindirizzo strategico del petrolio dell’Asia centrale
Il reindirizzo del petrolio dell’Asia centrale e del gas verso il Mediterraneo Orientale (sotto la protezione militare israeliana) per riesportarlo verso l’Asia, serve a minare il mercato dell’energia inter-asiatico, che si basa sullo sviluppo dei corridoi petroliferi che collegano l’Asia centrale e la Russia all’Asia del Sud, alla Cina e all’Estremo Oriente. In definitiva, questo progetto ha lo scopo di indebolire il ruolo della Russia in Asia Centrale e di escludere la Cina dalle risorse petrolifere dell’Asia centrale. È inoltre destinato a isolare l’Iran. Nel frattempo, Israele è emerso come nuovo e potente giocatore nel mercato globale dell’energia.

La presenza militare della Russia in Medio Oriente
Nel frattempo, Mosca ha risposto al progetto di USA-Israele-Turchia per militarizzare il litoraneo  del Mediterraneo Orientale con l’intenzione di stabilire una base navale russa nel porto siriano di Tartus: “Fonti del ministero della difesa ricordano che una base navale a Tartus permetterà alla Russia di consolidare le proprie posizioni in Medio Oriente e garantire la sicurezza della Siria. Mosca intende dispiegare un sistema di difesa aereo attorno alla base, per fornire copertura aerea alla stessa base e a una parte consistente del territorio siriano. (I sistemi S-300PMU-2 Favorit non saranno consegnati ai siriani, ma saranno gestiti da personale russo.)(Kommersant, 2 giugno 2006) Tartus è strategicamente situata a 30 km dal confine con il Libano. Inoltre, Mosca e Damasco hanno raggiunto un accordo per la modernizzazione delle difese aeree siriane così come un programma di sostegno alle forze terrestri, per la modernizzazione dei caccia MiG-29 e dei sottomarini. (Kommersant, 2 giugno 2006). Nel contesto di una escalation a un conflitto, questi sviluppi hanno implicazioni di vasta portata.

Guerra e oleodotti
Prima del bombardamento del Libano, Israele e Turchia avevano annunciato degli oleodotti sottomarini che evitavano la Siria e il Libano. Questi oleodotti sottomarini non violano apertamente la sovranità territoriale del Libano e della Siria. D’altra parte, lo sviluppo di corridoi terrestri alternativi (per il petrolio e l’acqua) attraverso il Libano e la Siria richiederebbe il controllo territoriale israelo-turco delle coste del Mediterraneo orientale di Libano e Siria. L’implementazione di un corridoio terrestre, in contrasto con il progetto di gasdotto sottomarino, richiede la militarizzazione del litoraneo del Mediterraneo orientale, che si estende dal porto di Ceyhan e, attraverso Siria e Libano, arriva al confine israelo-libanese. Non è forse questo uno degli obiettivi occulti della guerra in Libano? Aprire uno spazio che permetta ad Israele di controllare un vasto territorio che si estende dal confine libanese alla Turchia attraverso la Siria.
Vale la pena notare che l’Accademia militare degli Stati Uniti aveva previsto la formazione di un “Grande Libano” che si estenda lungo la costa tra Israele e la Turchia. In questo scenario, tutta la costa siriana sarà collegata ad un protettorato israelo-anglo-statunitense. Il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha dichiarato che l’offensiva israeliana contro il Libano “durerà molto tempo“. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno accelerato l’invio di armi a Israele. Vi sono obbiettivi strategici sottesi alla “Lunga Guerra”, collegati al petrolio e agli oleodotti. La campagna aerea contro il Libano è inestricabilmente legata agli obiettivi strategici israelo-statunitensi sul Medio Oriente, compresi Siria e Iran. Recentemente, la Segretaria di Stato Condoleeza Rice ha dichiarato che lo scopo principale della sua missione in Medio Oriente non è cercare un cessate il fuoco in Libano, ma piuttosto isolare la Siria e l’Iran. (Daily Telegraph, 22 luglio 2006). In questo particolare momento, il rifornimento di scorte a Israele di armi di distruzione di massa degli Stati Uniti, punta ad un’escalation della guerra sia entro che oltre i confini del Libano.

Michel Chossudovsky è l’autore del best seller internazionale “The Globalization of Poverty”, pubblicato in undici lingue. E’ Professore di Economia presso l’Università di Ottawa e Direttore del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione.  È anche collaboratore dell’Enciclopedia Britannica. Il suo libro più recente è intitolato: La “guerra al terrorismo” dell’America, Global Research, 2005. Per ordinare il libro di Chossudovsky, clicca qui.

Per ulteriori informazioni sulla campagna contro l’oleodotto BTC

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I Fratelli musulmani dell’Egitto, fantocci dell’occidente, invocano la guerra in Siria

Tony Cartalucci, Land Destroyer, 28 maggio 2012

Ci si aspetterebbe che dei presumibilmente “espliciti” critici di Stati Uniti e Israele rappresentino l’antitesi di qualsiasi politica estera congiunta USA-israeliana, soprattutto quando si tratta dei grandi massacri di arabi per espandere l’egemonia occidentale in Medio Oriente. Eppure, la Fratellanza musulmana egiziana ha fatto l’esatto contrario, dopo una lunga campagna di finto anti-americanismo e di finta propaganda anti-israeliana, durante la corsa presidenziale egiziana la Fratellanza musulmana ha aderito alla richiesta di statunitensi, europei ed israeliani per l’intervento  “internazionale” in Siria.
Il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha recentemente chiesto un intervento internazionale in Siria, citando il presunto massacro di Houla, cosa riecheggiata in Egitto dal portavoce dei Fratelli musulmani Mahmoud Ghozlan, che ha dichiarato la stessa cosa. Il ramo siriano della Fratellanza musulmana vi è coinvolta pesantemente, guidando di fatto la violenza settaria sostenuta da Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e Qatar che sta devastando la Siria da oltre un anno. In uno articolo del 6 maggio 2012, la Reuters ha affermato:
Lavorando con calma, la Fratellanza ha finanziato i disertori dell’esercito libero siriano in Turchia e ha fornito denaro e rifornimenti in Siria, ravvivando la sua base tra i piccoli agricoltori e la classe media sunniti, dicono le fonti dell’opposizione.”
Se la Reuters non riesce a spiegare il “come” dietro la resurrezione della Fratellanza, ciò viene rivelato in un articolo del 2007 del New Yorker, intitolato The Redirection di Seymour Hersh, secondo cui la Fratellanza era direttamente sostenuta da Stati Uniti e Israele, che stavano incanalando aiuti attraverso i sauditi, in modo da non compromettere la “credibilità” del cosiddetto movimento “islamico”. Hersh ha rivelato che i membri della cricca libanese di Saad Hariri, allora guidata da Fouad Siniora, era stata l’intermediaria tra gli strateghi statunitensi e la Fratellanza musulmana siriana.
Hersh riferisce che la fazione libanese di Hariri aveva incontrato Dick Cheney a Washington e gli aveva riferito personalmente dell’importanza di utilizzare i Fratelli musulmani siriani in ogni mossa contro il governo in carica:
“[Walid] Jumblatt poi mi ha detto che aveva incontrato il vicepresidente Cheney a Washington, lo scorso autunno, per discutere, tra l’altro, della possibilità di minare Assad. Lui e i suoi colleghi avevano consigliato Cheney che, se gli Stati Uniti tentavano di agire contro la Siria, i membri della Fratellanza musulmana siriana sarebbero stati “quelli con cui parlare”, aveva detto Jumblatt.”- The Redirection, Seymour Hersh
L’articolo avrebbe continuato spiegando come già nel 2007, il sostegno da Stati Uniti e Arabia aveva cominciato a dare benefici alla Confraternita:
Ci sono prove che la strategia di reindirizzamento dell’Amministrazione ha già dato dei frutti alla Fratellanza. Il Fronte di Salvezza Nazionale siriano è una coalizione di gruppi di opposizione, i cui principali soci sono una fazione guidata da Abdul Halim Khaddam, ex vicepresidente siriano che disertò nel 2005, e la Fratellanza. Un ex alto ufficiale della CIA mi ha detto: “Gli americani hanno fornito sostegno politico e finanziario. I sauditi stanno prendendo l’iniziativa con il supporto finanziario, ma non vi è coinvolgimento americano.” Ha detto che Khaddam, che ora vive a Parigi, aveva ottenuto denaro dall’Arabia Saudita, con la consapevolezza della Casa Bianca. (Nel 2005, una delegazione di membri del Fronte si era incontrata con funzionari del National Security Council, secondo la stampa.) Un ex funzionario della Casa Bianca mi ha detto che i sauditi avevano fornito ai membri del Fronte i documenti di viaggio.”- The Redirection, Seymour Hersh.
Fu avvertito che tale supporto avrebbe giovato alla Fratellanza nel suo complesso, non solo in Siria, e avrebbe colpito l’opinione pubblica anche per quanto riguarda l’Egitto, dove aveva combattuto una lunga battaglia contro i fautori della linea dura per mantenere il governo laico egiziano.  Chiaramente, la Fratellanza non salirà spontaneamente al potere in Siria, è stata resuscitata da contanti, armi e direttive di Stati Uniti, Israele, Arabia.

Le pubbliche relazioni avviate per orchestrare una guerra regionale
Per il pubblico generale, la violenza in Libano sembra essersi “riversata” dalla Siria, con personaggi come Saad Hariri, una figura di spicco nello sforzo di alimentare la divisione regionale tra musulmani sunniti e sciiti, che vengono improvvisamente “coinvolti” nella violenza in corso. Per il grande pubblico, a causa dei mass media volutamente ingannevoli, la richiesta dell’intervento straniero dei Fratelli musulmani, subito supportata dal fronte USA-Euro-israeliano e dagli Stati del Golfo, sembra una reazione spontanea alla cosiddetta strage di Houla.
In realtà, per coloro che sono informati della vera storia passata del riordino geopolitico del mondo arabo, l’opinione pubblica non è altro che l’attuazione del complotto orchestrato da anni, in cui ogni attore ha a lungo praticato il suo ruolo dietro le quinte, prima di uscire sul palco tutti insieme per essere presentati al pubblico. In effetti, la Fratellanza musulmana e Saad Hariri hanno collaborato con Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita per anni. La resurrezione politica della Fratellanza musulmana è dovuta solo alla “Primavera araba” architettata dagli USA e a torrenti di denaro e di sostegno diplomatico da dietro le quinte. Il Dipartimento di Stato USA si è preparato almeno dal 2008, quando i leader della protesta egiziani volarono a New York per essere addestrati, equipaggiati e finanziati su cortesia dei contribuenti degli Stati Uniti, prima di essere rispediti a destabilizzare l’Egitto all’inizio nel 2010, culminando nella “primavera araba” del 2011.
E mentre i Fratelli musulmani si occupavano di fingere odio e belligeranza verso gli Stati Uniti e Israele, che a loro volta hanno simulato paura e dispiacere per l’avanzata della Fratellanza nella destabilizzazione politica che l’Occidente stesso aveva creato e perpetuato, solo per rimettere al potere la Fratellanza. Questa mossa è forse meglio dimostrata con l’ascesa e la caduta di un altro filooccidentale appoggiato dagli USA, l’egiziano Mohamed al-Baradei.

Quelli che “odiano” per lo più…
In effetti, la più irragionevole formazione dalla retorica schiumante anti-americana e anti-israeliana, probabilmente ha in effetti collaborato direttamente con l’Occidente, usando la retorica come una cortina di fumo. Mohamed al-Baradei, ad esempio, ha cercato di cavalcare l’onda del sentimento anti-occidentale, sottolineando regolarmente quanto fosse in disaccordo con gli USA sull’Iraq e l’Iran. Israele e Stati Uniti, a loro volta, lo accusavano di essere un agente “iraniano”, e al-Baradei periodicamente minacciava di muovere guerra a Israele, se fosse stato eletto presidente dell’Egitto. Vedremo quanto assurda sia stata tutta questa farsa.
In realtà, al-Baradei siede come fiduciario nel think-tank finanziato dalle aziende finanziarie statunitense, l’International Crisis Group (ICG), assieme al criminale riconosciuto e speculatore miliardario di Wall Street, George Soros, al consigliere in geopolitica Zbigniew Brzezinski, al sospettato criminale finanziario Lawrence “Larry” Summers e al neo-conservatore Richard Armitage. Inoltre, seduti attorno allo stesso tavolo con al-Baradei vi sono il Presidente di Israele, Shimon Peres, Stanley Fischer governatore della Banca d’Israele e l’ex-ministro degli esteri di Israele, Shlomo Ben-Ami.
Al di là di questa prova, e prima che la “primavera araba” esplodesse, un altro finanziere statunitense del think-tank corporativo Council on Foreign Relations, aveva sottolineato la necessità di manipolare l’opinione pubblica per manovrare i regimi clientelari al potere. In un articolo del marzo 2010 intitolato “Al-Baradei è l’eroe dell’Egitto?” pubblicato su “Affari esteri” del CFR, aveva affermato:
Inoltre, la relazione stretta tra Egitto e Stati Uniti è diventato un fattore critico e negativo nella politica egiziana. L’opposizione ha utilizzato questi legami per delegittimare il regime, mentre il governo si è impegnato nei suoi schermi di anti-americanismo per evitare tali accuse. Se al-Baradei in realtà ha una ragionevole possibilità di promuovere la riforma politica in Egitto, allora i politici americani farebbero meglio a sostenere la sua causa non agendo con forza“.
Chiaramente, la stampa occidentale e israeliana ha solo evitato di “agire con forza“, ha finto di avere un dispiacere immenso per l’ascesa nella politica egiziana di al-Baradei, e al tempo stesso ha fatto piovere sui suoi nemici e avversari un supporto con cui ha ingannato gli occhi di un emotivo, e apparentemente facilmente manipolabile, pubblico globale.
In questa luce è difficile prendere i finti sentimenti anti-occidentali di al-Baradei come qualcosa di più di un inganno assoluto, coordinato per mascherare il fatto che è in realtà un rappresentante diretto di questi manipolatori assai insidiosi. Allo stesso modo i Fratelli musulmani fanno il doppio gioco, sfruttando l’odio coltivato con cura verso gli USA e Israele, mentre in realtà questi estremisti settari, piuttosto recalcitranti, portano a compimento le macchinazioni occidentali. Non solo ciò è evidente nel gioco di propaganda svolto sia dalla Confraternita che dalle sue controparti a Washington, Londra, Doha e Tel Aviv, ma dimostra come l’agenda della Fratellanza sia ora apertamente convergente con quella di Stati Uniti e Israele verso la Siria, come nel 2007 aveva affermato accadesse Seymour Hersh.
Sembra quasi inimmaginabile che un qualsiasi arabo, a prescindere dalla sua opinione su Iran, Siria, o Hezbollah in Libano, possa credere che l’eliminazione di questi contrappesi nei confronti dell’Occidente e d’Israele gli sia vantaggioso, soprattutto perché è evidente che i suoi “nuovi” leader installati dalla Primavera araba, stiano infatti lavorando per, e non contro, l’espansione egemonica occidentale su tutto il mondo arabo.

La Primavera araba porta regimi clientelari dell’occidente
Oltre alla crescita della Fratellanza musulmana in Egitto e in Siria, in Tunisia si servono gli interessi occidentali con la recente nomina di Moncef Marzouki, formalmente della Lega tunisina per i diritti umani, membro dell’organizzazione International Federation for Human Rights (FIDH) finanziata dall’US National Endowment for Democracy e dalla Open Society di George Soros. Marzouki, che ha trascorso vent’anni in esilio a Parigi, in Francia, è stato anche il fondatore e capo della Commissione Araba per i Diritti Umani, un istituto che collabora con il World Movement for Democracy (WMD) del NED degli Stati Uniti, anche alla “Conferenza degli Attivisti dei diritti umani in Esilio” e che ha partecipato alla “terza assemblea” del WMD, assieme alla Lega tunisina per i diritti umani di Marzouki, sponsorizzata da NED, Open Society di Soros e USAID.
Nella vicina Libia, la controparte di Marzouki, il primo ministro Abdurrahim al-Keib, installato dalla NATO, viene indicato come “Professore e Presidente” dell’Istituto Petroleum di Abu Dhabi, UAE, e sponsorizzato da British Petroleum (BP), Shell, Total, dall’Oil Development Company del Giappone e dalla Abu Dhabi National Oil Company. Marzouki ed al-Keib sostengono apertamente gli sforzi occidentali di cambio di regime in Siria, e la Libia ha fornito denaro contante, armi e combattenti tratti dall’organizzazione terroristica, secondo il Dipartimento di Stato statunitense,  Gruppo combattente islamico libico (LIFG).
Chiaramente con il cambiamento di regime sul tavolo dalla prima guerra del Golfo del 1990, inviti specifici a un cambiamento di regime furono già fatti nel 2002, e un complotto articolato per  utilizzare i militanti settari per rovesciare la Siria, Hezbollah in Libano e, a sua volta, minare e destabilizzare l’Iran, agisce dal 2007; il tutto imperniato sulla creazione di un fronte di regimi clienti dell’occidente in tutto il mondo arabo. La “Primavera araba” ideata dagli USA, ha dimostrato la creazione di questo fronte, che a sua volta ha contribuito apertamente all’obiettivo di isolare, indebolire e rovesciare violentemente Libano, Siria e Iran.
Per il mondo arabo dovrebbe essere chiaro che il “nemico del mio nemico” non è sicuramente “il mio amico“, soprattutto quando quel “nemico” è il risultato di una strategia della tensione artificiale, creata da coloro che si presentano quali “alleati”. I musulmani sunniti condividono un nemico comune non solo con i loro vicini sciiti, ma con tutti i popoli, razze, religioni dell’Africa e dell’Asia.  Questo nemico è l’imperialismo anglo-statunitense che si perpetuata da secoli, grazie a nient’altro che alla sua capacità di dividere, distruggere, conquistare e spingere le nazioni contro le nazioni, nord contro sud, una religione contro le altre, una tribù contro l’altra. Questo è il modo in cui soggiogano enormi porzioni di Africa, Centro e Sud-Est asiatico, e questo è esattamente il modo con cui stanno ora conquistando il mondo arabo.
 
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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