Il GCC e la NATO stanno perdendo la loro leadership

Il doppio veto che impedisce la guerra imperiale contro la Siria
Thierry Meyssan Réseau Voltaire Damasco (Siria) 5 febbraio 2012

Contrariamente a quello che era successo durante l’attacco contro l’Iraq, la Francia non ha difeso i principi del diritto internazionale nel caso della Siria, ma si è unita al campo imperiale e alle sue menzogne. Con il Regno Unito e Stati Uniti, ha subito una storica sconfitta diplomatica, mentre la Russia e la Cina sono diventate i campioni della sovranità dei popoli e della pace. Il nuovo equilibrio del potere internazionale non è solo una conseguenza del declino delle forze armate statunitensi, ma sanziona anche il declino del loro prestigio. In definitiva, gli occidentali hanno perso la leadership che hanno condiviso per tutto il ventesimo secolo, perché hanno abbandonato ogni legittimità, tradendo i propri valori.

La fine del mondo unipolare
Questo quadruplo veto sigilla la fine di un periodo delle relazioni internazionali che ha avuto inizio con il crollo dell’Unione Sovietica, ed è stato marcato dal dominio completo degli Stati Uniti sul mondo. Ciò non significa un ritorno al precedente sistema bipolare, ma l’emergere di un nuovo modello i cui contorni restano indefiniti. Nessuno dei progetti del Nuovo Ordine Mondiale si è concretizzato. Washington e Tel Aviv non sono riusciti a istituzionalizzare l’operazione unipolare che volevano stabilire come paradigma intangibile, mentre il BRICS non è riuscito a creare un sistema multipolare che avrebbe permesso ai suoi membri di raggiungere un livello più alto.
Come anticipato giustamente dallo stratega siriano Imad Fawzi Shueibi, è la crisi siriana che ha cristallizzato un nuovo equilibrio di potere, e da lì, una ridistribuzione del potere che nessuno ha pensato o voluto, ma che ora è vincolante per tutti [1].
In retrospettiva, la dottrina do Hillary Clinton della “leadership da dietro” appare come un tentativo degli Stati Uniti di testare i limiti che non possono superare, facendo sopportare la responsabilità e le conseguenze ai loro alleati inglesi e soprattutto francesi. Sono questi ultimi che si sono messi in prima fila come leader politici e militari, durante il rovesciamento della Jamahiriya araba libica, e che aspiravano ad esservi di nuovo, nel rovesciare la Repubblica araba siriana, anche se agivano da vassalli e mercenari dell’impero statunitense. Sono quindi Londra e Parigi, più che Washington, che hanno subito una sconfitta diplomatica e ne sopporteranno le conseguenze in termini di perdita di influenza.
Gli Stati del Terzo Mondo non mancheranno di trarre le loro conclusioni dagli avvenimenti recenti: coloro che cercano di servire gli Stati Uniti, come Saddam Hussein, o  di negoziare con essi, come Muammar al-Gheddafi, possono essere eliminati dalle truppe imperiali e il loro paese potrà essere distrutto. Al contrario, coloro che resistono, come Assad e costruiscono alleanze con la Russia e la Cina sopravviveranno.

Trionfo nel mondo virtuale, sconfitta nel mondo reale.
Lo scacco del GCC e della NATO mostra un rapporto di potere che molti sospettavano, ma nessuno poteva verificare: l’Occidente ha vinto la guerra mediatica e ha dovuto rinunciare alla guerra militare. Parafrasando Mao Zedong: è diventata una tigre virtuale.
Durante questa crisi, e ancora oggi, i leader occidentali e i monarchi arabi sono riusciti ad avvelenare non solo i loro popoli, ma una gran parte dell’opinione pubblica internazionale. Sono riusciti a far credere che la popolazione siriana si fosse ribellata al loro governo e che questo reprimesse la protesta politica nel sangue. Le reti satellitari non solo hanno creato dei falsi per ingannare il pubblico, ma hanno anche ripreso immagini fabbricate negli studi, ai fini della loro propaganda. In definitiva, il GCC e la NATO hanno inventato e fatto vivere mediaticamente per dieci mesi una rivoluzione che esisteva solo nelle immagini, mentre sul terreno, la Siria si trovava ad affrontare solo una guerra a bassa intensità condotta dalla Legione wahhabita supportata dalla NATO.
Tuttavia, la Russia e la Cina avendo fatto uso, per la prima volta, del loro diritto di veto, e l’Iran avendo annunciato l’intenzione di combattere a fianco della Siria, se necessario, gli Stati Uniti e i loro vassalli hanno dovuto ammettere che se continuavano nel loro piano, sarebbero stati assorbiti in una guerra mondiale. Dopo mesi di estrema tensione, gli Stati Uniti hanno ammesso che stavano bluffando e che non avevano delle buone carte per il loro gioco
Nonostante un bilancio militare di oltre 800 miliardi di dollari, gli Stati Uniti sono un colosso dai piedi d’argilla. Infatti, se le forze armate sono in grado di distruggere gli Stati in via di sviluppo, sfiniti da guerre precedenti o da embarghi di lunga data, come Serbia, Iraq o Libia, non possono occuparne il territorio, né possono misurarsi con Stati in grado di reagirgli e di portare la guerra in America.
Nonostante le certezze del passato, gli Stati Uniti non sono mai stati una significativa potenza militare. Non sono che intervenuti un paio di settimane dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, contro un nemico già esaurito dall’Armata Rossa, e sono stati sconfitti in Corea del Nord e Vietnam, non sono stati in grado di controllare nulla in Afghanistan e sono stati costretti a fuggire dall’Iraq, per paura di esservi schiacciati.
Nel corso degli ultimi due decenni, l’impero statunitense ha cancellato la realtà umana delle sue guerre e ha comunicato equiparando la guerra ai videogiochi. Su questa base ha condotto campagne di reclutamento, e sempre su tale base ha addestrato i suoi soldati. Oggi, ha centinaia di migliaia di videogiocatori camuffati da soldati. Pertanto, al minimo contatto con la realtà, le loro forze armate vengono demoralizzate. Secondo le proprie statistiche, la maggior parte dei loro morti non cade in battaglia, ma si suicida, mentre un terzo del personale delle proprio forze armate, è affetto da disturbi psichiatrici che li rendono inadatti al combattimento. Lo smisurato bilancio militare del Pentagono non è in grado di compensare le risorse umane al collasso.

I nuovi valori: l’onestà e la sovranità
Il fallimento degli Stati del GCC e della NATO è anche quello dei loro valori. Si presentarono come i difensori dei diritti umani e della democrazia, mentre hanno fatto delle torture un sistema di governo, e la maggior parte di essi sono contrari al principio della sovranità popolare.
Anche se l’opinione pubblica in Occidente e nel Golfo è disinformata su questo argomento, gli Stati Uniti e i loro vassalli hanno avviato dal 2001 una vasta rete di prigioni e centri di tortura segreti, anche sul territorio dell’Unione europea. Con il pretesto della guerra contro il terrorismo, hanno diffuso terrore sequestrando e torturando più di 80.000 persone. Nello stesso periodo, hanno creato unità per operazioni speciali dotate di un budget di quasi 10 miliardi dollari ogni anno, compiendo omicidi politici in almeno 75 paesi, secondo i propri rapporti.
Per quanto riguarda la democrazia, gli Stati Uniti di oggi non fanno mistero di ciò che non significa ai loro occhi “governo del popolo, dal popolo, per il popolo” nelle parole di Abraham Lincoln, ma solo la soggezione dei popoli alla loro volontà, come dimostrano le parole e le guerre del presidente Bush. Inoltre, la loro costituzione respinge il principio della sovranità popolare e hanno sospeso le libertà costituzionali fondamentali nella creazione di uno stato permanente di emergenza con il Patriot Act. Quanto ai loro vassalli del Golfo, non è necessario ricordare che si tratta di monarchie assolute.
Questo modello, che combina sfacciatamente crimini di massa e discorso umanitario, è stato sconfitto dalla Russia e dalla Cina; gli Stati, il cui bilancio sui diritti umani e la democrazia, per quanto sia molto discutibile, è comunque infinitamente superiore a quelli del GCC e della NATO.
Facendo uso del loro diritto di veto, Mosca e Pechino hanno difeso due principi: il rispetto per la verità, senza la quale la giustizia e la pace sono impossibili, e il rispetto per la sovranità dei popoli e degli stati, senza cui nessuna democrazia è possibile.
E’ tempo di lottare per ricostruire la società umana dopo il periodo di barbarie.

[1] “Russia and China in the Balance of the Middle East: Syria and other countries“, Imad Fawzi Shueibi, Voltaire Network, 27 gennaio 2012. 
 
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La riconquista della Libia e la putrefazione morale della sinistra europea

Bahar Kimyonpur Michel Collon.info 5 dicembre 2011 – La Voix de la Libye

Come è possibile che il movimento contro la guerra abbia lasciato fare? Come è possibile che degli scaltri attivisti siano arrivati ad inghiottire tutto ciò che Sarkozy, TF1, Le Monde, France 24 e BBC hanno rovesciato su Gheddafi? Come è possibile che esseri dotati di coscienza e di acuta intelligenza non abbiano imparato la lezione della tragedia che tuttora si sta svolgendo sotto i loro occhi in Afghanistan e in Iraq? Come è possibile che l’estrema sinistra europea abbia potuto applaudire la coalizione militare più predatrice al mondo? Come è possibile che il linciaggio di un capo del terzo mondo, torturato a calci, pugni e calci di fucile, sodomizzato con un cacciavite; il supplizio di un nonno di 69 anni, che ha visto quasi tutta la sua famiglia spazzata via, compresi dei neonati, abbia riunito nel medesimo coro gli “Allah o Akbar” dei teppisti jihadisti, il “Mazel Tov” del filosofo Legion d’honore franco-israeliano Bernard-Henri Lévy, il cin-cin dei signori della NATO, l’esplosione di gioia cinica di Hillary Clinton sulla CBS e gli applausi dei pacifisti europei?
Ricordiamoci che per evitare l’invasione dell’Iraq, il cui regime era molto più dispotico di quello di Muammar Gheddafi, eravamo  dieci milioni in tutto il mondo. Da Jakarta a New York, da Istanbul a Madrid, da Caracas a New Delhi, da Londra a Pretoria, avevamo messo da parte la nostra ostilità nei confronti della dittatura baathista, per fermare l’atto più irreparabile, più distruttivo, più vergognoso, più terroristico e barbaro, e cioè la guerra.
A parte le molte espressioni di sostegno alla Jamahiriya libica, organizzate nel continente africano e, in misura minore, in America Latina e in Asia, la solidarietà con il popolo libico è stata quasi inesistente. Questo popolo composto da una miriade di tribù, di costumi e di volti, questo popolo che ha commesso il crimine di amare il suo dirigente e “dittatore”, di appartenere alla parte sbagliata, alla tribù cattiva, alla zona sbagliata o al quartiere sbagliato, non ha ricevuto alcuna compassione.
I media allineati hanno ignorato l’esistenza di questo popolo che, il 1° luglio, di nuovo, era un milione per le strade di Tripoli a difendere la propria sovranità nazionale, la sua vera rivoluzione autentica, e questo in barba ai cacciabombardieri della NATO. Allo stesso tempo, un altro popolo, quasi identico a quello di Tripoli, un popolo altrettanto innocente, che non aveva raccolto più di poche decine di migliaia di manifestanti, anche con l’appoggio schiacciante dei commandos del Qatar [1], dei propagandisti della Jihad di Egitto, Siria e Giordania [2], anche con le ingannevoli tecniche di ripresa di al-Jazeera per amplificare l’effetto della folla, vennero scelti nel ruolo di “unico popolo.”
Questo popolo godette di ogni favori e attenzione. Anche di ogni armi e ogni impunità. L’umanesimo paternalistico e interessato della NATO verso questi poveracci, ha commosso i nostri sinistri, al punto di  fargli dire: “Per una volta, la NATO ha fatto bene a intervenire“.
Non c’è dubbio che il miraggio degli sconvolgimenti sociali, chiamati abusivamente “Primavera araba“, ha contribuito a confondere le acque, probabilmente l’inversione di tendenza (in coincidenza con le dimissioni di molti giornalisti indipendenti), dei canali satellitari arabi come al-Jazeera, che ora sono i giocattoli delle monarchie del Golfo e degli strateghi statunitensi, ha creato confusione, non c’è dubbio che la guerra di propaganda questa volta era meglio preparata, probabilmente le farneticazioni di Muammar Gheddafi e del figlio Saif al-Islam, deliberatamente tradotte male dalle agenzie stampa internazionali, hanno aiutato la propaganda occidentale a rendere questi uomini odiosi. Tuttavia, questo può spiegare l’incredibile silenzio di approvazione dei movimenti alternativi europei, che sostenevano il cambiamento sociale.

Difendere i deboli contro i forti
Sin dagli albori dell’umanità, è una virtù che da sempre ha sollevato l’uomo, il senso della giustizia. Quando la giustizia è assente, a volte, gli uomini sono presi da una sete inestinguibile e lottano per essa, a costo della loro vita. Nel corso della storia, diversi movimenti filosofici e sociali hanno preso la causa della giustizia.
Oggi e nei nostri paesi, le donne e gli uomini che bruciano per Dame Themis, si dicono spesso di essere di sinistra. Hanno fatto della difesa dei deboli contro i potenti la loro lotta, a volte, il loro scopo. Rifiutano categoricamente la legge della giungla. Scrutando la storia, questi amanti della giustizia si pongono quasi per riflesso dalla parte degli Spartani contro le truppe del re persiano Serse, dalla parte dei Galli e dei Daci contro le legioni romane, dalla parte degli Aztechi o degli Incas contro i conquistadores di Pizarro o Cortes, o dalla parte dei Cheyenne contro la Cavalleria USA del colonnello Chivington o del Generale Custer [3].
Il giusto non si lascia ingannare. Sa che è in nome delle nobili cause come civiltà, modernità o diritti umani, che il colonizzatore ha ridotto i “barbari” in stato di schiavitù e distrutto quasi 80 milioni di indiani americani.
Sa anche che difendendo il diritto alla vita degli amerindi, ad esempio, indirettamente avvalla società che erano impegnate in conflitti fratricidi e in guerre di annessione, che praticavano sacrifici umani o lo scalpo. Il Giusto è consapevole che se si opponeva alla guerra in Iraq, riconosceva implicitamente la sovranità nazionale dell’Iraq e, quindi, la continuazione del potere di Saddam Hussein. Questo paradosso non ha impedito la giusta indignazione del trattamento da parte del regime iracheno baathista o dalla Jamahiriya libica, dei loro avversari. Ha giustamente denunciato l’abuso di potere e alcuni privilegi del sistema Gheddafi, a cominciare dalla Guida stessa, dalla sua famiglia e dal suo clan, torture e esecuzioni sommarie perpetrate dai servizi di sicurezza libici, le operazioni di seduzione che il regime aveva lanciato verso le potenze imperialiste corrompendone i capi di Stato.
Ma quando i dissidenti libici si sono compromessi coi peggiori nemici del genere umano, quando divennero dei volgari agenti dell’Impero e si sono a loro volta impegnati in tali atti barbarici contro i lealisti, le loro famiglie, i libici neri e i migranti sub-sahariani, i nostri giusti non hanno fatto marcia  indietro. Non hanno denunciato l’impostura. Avrebbero potuto dire “piuttosto che  fare la guerra in Libia, salviamo il Corno d’Africa sacrificato dai mercati finanziari“.
Distruggendo il paese più prospero e più solidale dell’Africa, mentre il Corno d’Africa muore di fame e di siccità, l’Impero ci ha dato un’opportunità unica per schiaffeggiarlo. Ma invece di richiamare la realtà crudele ma anche intelligibile e concreta di un semplice slogan di lotta, il nostro giusto si sono rifugiati nel silenzio, accontentandosi di rivangare gli stessi vecchi luoghi comuni sul regime libico, per sentirsi bene e giustificare la loro codardia.
Eppure il giusto non sta mai zitto con gli stolti, come non ulula mai con i lupi. Non accosta mai indietro il piccolo e il grande tiranno. Non che lui apprezzi il piccolo tiranno, ma sente che in un mondo in cui il Leviatano atlantista è caratterizzato da avidità, violenza e criminosità senza pari, sia indegno di unire le forze con esso per schiacciare il piccolo tirano, in questo caso Gheddafi.
Se la resistenza anti-regime, che ha avuto inizio in Cirenaica, roccaforte dei monarchici, dei salafiti e di altri funzionari filo-occidentali, avesse rilevato un qualche slogan anti-imperialista, se fosse un poco patriottico, progressista, onesto, coerente e organizzato, allora la questione del sostegno non si sarebbe postam perché con un tale programma e un tale profilo, non riuscendo a corromperla, la NATO avrebbe almeno cercato di sostenere l’altra parte, cioè quella di Gheddafi.
Ma dall’inizio della rivolta, era ovvio che la presenza al suo interno di alcuni intellettuali e cyber-dissidenti vuoti, ricevessero un eccezionale sostegno multimediale (anche se, ovviamente, non rappresentavano che se stessi e i loro protettori occidentali), non ne facevano un movimento democratico e rivoluzionario.
Pertanto, in Libia, il Giusto doveva difendere Gheddafi, nonostante Gheddafi. Doveva difenderlo non per simpatia per la sua ideologia o le sue pratiche, ma per realismo. Perché, nonostante alcuni aspetti discutibili delle sue manovre diplomatiche e del suo governo, in Libia, in Africa e nel Terzo Mondo, Gheddafi rappresentava con i suoi investimenti economici, programmi sociali, il suo sistema secolare, il tentativo (anche se senza successo) di creare una democrazia diretta garantita dalla Carta verde del 1988, la sua politica monetaria che sfidava la dittatura del franco CFA e, infine, le sue forze armate, l’unica alternativa reale e pratica al dominio coloniale, in assenza di qualcosa di meglio in una regione dominata da correnti oscurantiste e servili.

La stupidità del “né-né”
Né la NATO né Slobodan. Né Saddam né gli USA. Né gli Stati Uniti né i taliban. In ogni guerra, ci servono la stessa ricetta. Di fronte a un predatore che l’umanità non ha mai sperimentato prima, che ora controlla terra, mare e cielo, un nemico senza legge che ha giurato di mettere l’umanità in ginocchio e di far dominare il secolo americano, il loro motto è un vibrante “né-né”. Mentre il vaso di ferro ha polverizzato il vaso di coccio, ciò che trovano da dire è semplicemente un “né-né”. Questa posizione di apparente innocenza, serve solo a scoraggiare e a smobilitare le forze della democrazia e della pace. Offre quindi un assegno in bianco alle forze che dirigono le operazioni di conquista della Libia.
Tra i “né-né” alcuni intellettuali che si pretendono trotskisti come Gilbert Achcar, che ha tristemente applaudito la guerra di conquista della NATO. [4]
Altri, come il Nuovo Partito Anticapitalista (NPA), hanno adottato un atteggiamento schizofrenico, che va dalla critica “formale” della NATO (quando comunque non passano che per dei pro-imperialisti, in ogni caso) e l’approvazione delle sue missioni per eliminare Gheddafi. [5]
Altri attivisti vicini allo stesso movimento [6], sono giunti a chiedere di lanciare armamenti ai mercenari jihadisti al soldo della NATO, quegli stessi fanatici che vogliono combattere il nazionalismo di Gheddafi considerato una minaccia al loro progetto pan-islamico, bruciando il suo Libro Verde, tacciato di essere una “opera perversa”, “comunista e atea“, volta a “sostituire il Corano“.
Secondo alcuni membri di una IV Internazionale tanto ipotetica quanto inoffensiva, il CNT sarebbe malgrado tutto ancora una “forza rivoluzionaria”. Poco importa se il CNT è composto da ex torturatori di Gheddafi, da mafiosi e  islamisti sgozzatori di “miscredenti laici”, poco importa che il CNT sia nostalgico del fascismo e del colonialismo italiano [7] e che desideri consegnare la Libia all’Impero su un piatto d’argento, se il CNT è finanziato e armato dalla CIA, dai commandos britannici delle SAS, dai regni del Qatar e dell’Arabia Saudita e anche dal presidente sudanese Omar al-Bashir, perseguito dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità, indipendentemente dal fatto che la NATO abbia commesso crimini contro la popolazione civile della Jamahiriya, i nostri amici trotzkisti hanno deciso: il CNT è l’avanguardia rivoluzionaria…
Nostalgici della guerra civile spagnola come sempre, alcuni di loro mi hanno detto che bisognava offrire ai ribelli libici delle nuove brigate internazionali. Senza dubbio erano contenti quando il bullo dei salotti, il grande amatore delle tirate anti-franchiste, il rinomato BHL li ha dato ascolto. Brandendo la clava della libertà che riflette la sua sacra immagine e con la bandiera fregiata con l’invincibile rosa dei venti, il Durruti miliardario ha sbaragliato le truppe di Gheddafi battendosi il suo petto glabro. Entrò a Tripoli senza fretta alla testa della sua Brigata Internazionale, a cavallo di un missile Tomahawk
Non è forse alquanto ridicolo, per dei sinistri che non hanno mai toccato una pistola nella loro vita e che sputano su tutti i guerriglieri marxisti del mondo, perché sono stalinisti, fare campagna per la consegna di armi prodotti dalla fabbrica bellica belga FN di Herstal, destinate ai mercenari indigeni al soldo della nostra élite?
Compagni trotzkisti, diteci allora quante armi avete inviato ai “vostri” liberatori? Quanti brigatisti avete inviato sul campo di battaglia? Quanti corrieri avete reclutato? Onestamente, tra gli ausiliari barbuti della NATO e i soldati dell’esercito di Gheddafi arruolati sotto la bandiera del panafricanismo, chi assomiglia di più alle Brigate Internazionali? Come una tale cecità, un tale decadimento ideologico e morale si sono potuti verificare tra le forze che si pretendono radicali e progressiste?
Dopo averci scioccato e, a volte disgustato, per le sue scappatelle, il suo orgoglio e la sua eccentricità, Muammar Gheddafi, al termine della sua vita, ha almeno avuto il merito di riconnettersi con il suo passato rivoluzionario. Al momento più critico della sua vita, ha resistito alla NATO. E’ rimasto nel suo paese, sapendo che l’esito della battaglia sarebbe stato fatale. Ha visto i suoi figli e i suoi nipoti essere massacrati, e tuttavia non ha tradito le sue convinzioni e il suo popolo.
Possiamo sperare che un giorno un terzo del quarto del coraggio, dell’umiltà e della sincerità di Gheddafi, sia nei nostri compagni della sinistra europea, nella loro lotta contro il comune nemico del genere umano?

Note
[1] Su ammissione del generale Hamad bin Ali al-Attiya, Capo di Stato Maggiore del Qatar. Fonte: Libération, 26 ottobre 2011
[2] Ribelli “libici” che parlavano dialetti provenienti da diversi paesi arabi, sono stati regolarmente mostrati sui canali satellitari arabi.
[3] In tutti questi casi, tribù in lotta con i loro fratelli nemici hanno chiamato o si sono alleati con gli invasori. L’alleanza CNT-NATO è l’episodio finale della lunga storia di guerre di conquista supportate dai popoli indigeni.
[4] Intervista a Gilbert Achcar di Tom Mills sul sito britannico New Left Project, 26 agosto 2011. Versione in francese dell’intervista disponibile su Alencontre.org
[5] Comunicato della NPA del 21 agosto e 21 ottobre 2011.
[6] Lega Internazionale dei Lavoratori – Quarta Internazionale (VI Internazionale), Partito Operaio argentino…
[7] L’8 ottobre 2011, il Presidente del Consiglio nazionale di transizione (CNT) libico, Mustafa Abdel Jalil ha celebrato il centenario della colonizzazione italiana della Libia assieme al ministro della difesa italiano Ignazio La Russia, del Movimento sociale italiano (MSI), un partito neofascista. Questo periodo di deportazioni, esecuzioni e saccheggi per Abdel Jalil era l’”era dello sviluppo“. Fonte: Manlio Dinucci, Il Manifesto, 11 ottobre 2011

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preparare la scacchiera allo “scontro di civiltà”: dividere, conquistare e dominare il “Nuovo Medio Oriente”

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 26 novembre 2011

Il nome di “primavera araba” è uno slogan inventato in uffici lontani, a Washington, Londra, Parigi e Bruxelles, da individui e gruppi che, oltre ad avere qualche conoscenza superficiale della regione, sanno molto poco degli arabi. Cosa sta accadendo tra i popoli arabi è naturalmente un fatto pacchetto misto. L’insurrezione fa parte di questo pacchetto quale opportunismo. Dove c’è la rivoluzione, c’è sempre la contro-rivoluzione.
Gli sconvolgimenti nel mondo arabo non sono un “risveglio” arabo, una tale termine implica che gli arabi abbiano sempre dormito mentre la dittatura e l’ingiustizia li circondavano. In realtà, il mondo arabo, che fa parte del più ampio mondo turco-arabo-iranico, è stato attraversato da frequenti rivolte che hanno abbattuto dittatori arabi, in coordinamento con paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. E’ stata l’interferenza di queste potenze, che ha sempre agito come contro-bilanciamento alla democrazia e continueranno a farlo.

Divide et impera: come la prima “Primavera araba” è stata manipolata
I piani per la riconfigurazione del Medio Oriente, iniziarono diversi anni prima della Prima Guerra Mondiale. E’ stato durante la prima guerra mondiale, tuttavia, che la manifestazione di questi disegni coloniali poterono rendersi visibili con la “Grande Rivolta Araba” contro l’Impero Ottomano.
Nonostante il fatto che  italiani, inglesi e francesi fossero le potenze coloniali che avevano impedito agli arabi di godere di una qualsiasi libertà in paesi come Algeria, Libia, Egitto e Sudan, queste potenze coloniali riuscirono a ritrarre se stesse come amiche e alleate della liberazione araba.
Durante la “Grande Rivolta Araba“, gli inglesi e i francesi effettivamente utilizzarono gli arabi come soldati di fanteria contro gli ottomani per promuovere i propri schemi geo-politici. L’accordo segreto Sykes-Picot tra Londra e Parigi ne è un esempio calzante. Francia e Gran Bretagna riuscirono solo ad utilizzare e manipolare gli arabi vendendogli l’idea della liberazione araba dalla cosiddetta “repressione” degli ottomani.
In realtà, l’Impero Ottomano era un impero multietnico. Ha dato l’autonomia locale e culturale a tutti i suoi popoli, ma fu manipolata per divenire una entità turca. Anche il genocidio armeno che ne deriverò nell’Anatolia ottomana, deve essere analizzato nel contesto stesso della contemporanea aggressione ai cristiani in Iraq, come parte di una esplosione settaria scatenata da attori esterni per dividere l’impero Ottomano, l’Anatolia e i cittadini dell’Impero Ottomano.
Dopo il crollo dell’Impero Ottomano, Londra e Parigi, mentre negarono la libertà agli arabi, sparsero i semi della discordia tra i popoli arabi. I corrotti leader locali arabi furono anche i partner del piano e molti di loro erano assai felici di diventare clienti di Gran Bretagna e Francia. Nello stesso senso, la “primavera araba” viene oggi manipolata. Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e altri lavorano con l’aiuto dei leader e personaggi arabi corrotti a ristrutturare il mondo arabo e l’Africa.

Il Piano Yinon: Ordine dal Caos…
Il Piano Yinon, che è una continuazione dello stratagemma britannico in Medio Oriente, è un piano strategico di Israele per garantire la superiorità regionale israeliana. Insiste e stabilisce che Israele deve riconfigurare la sua area geo-politica attraverso la balcanizzazione degli stati arabi circostanti, in stati più piccoli e più deboli.
Gli strateghi israeliani vedevano l’Iraq come la loro più grande sfida strategica da uno stato arabo. Ed è per questo che l’Iraq è stato delineato come il fulcro per la balcanizzazione del Medio Oriente e del mondo arabo. In Iraq, sulla base dei concetti del Piano Yinon, gli strateghi israeliani hanno chiesto la divisione dell’Iraq in uno stato curdo e due stati arabi, uno per i musulmani sciiti e l’altro per i musulmani sunniti. Il primo passo verso la creazione di ciò, fu la guerra tra Iraq e Iran, che il Piano Yinon discusse.
The Atlantic, nel 2008, e l’Armed Forces Journal dell’esercito statunitense, nel 2006, pubblicarono le mappe ampiamente diffuse che seguivano da vicino lo schema del Piano Yinon. A parte un Iraq diviso, che anche il Piano Biden chiede, il Piano Yinon prevede Libano, Egitto e Siria divise. La divisione di Iran, Turchia, Somalia e anche Pakistan ricadono tutti nella linea di questi punti di vista. Il Piano Yinon chiede anche la dissoluzione del Nord Africa e  prevede di iniziare da Egitto per poi scendere su Sudan, Libia e il resto della regione.

Consolidare il Regno: Ridefinire il mondo arabo
Anche se ottimizzato, il Piano Yinon è in movimento e prese vita sotto il “Clean Break“. Questo avviene attraverso un documento politico scritto nel 1996 da Richard Perle e dal Gruppo di Studio per “Una nuova strategia israeliana verso il 2000” per Benjamin Netanyahu, il primo ministro di Israele in quel momento. Perle è stato un ex sottosegretario del Pentagono al tempo di Roland Reagan e poi consigliere militare di George W. Bush Jr. e della Casa Bianca. A parte Perle, il resto dei membri del Gruppo di Studio su “Una nuova strategia israeliana verso il 2000” era composta da James Colbert (Istituto Ebraico per gli Affari di Sicurezza Nazionale), Charles Fairbanks Jr. (Johns Hopkins University), Douglas Feith (Feith and Zell Associates), Robert Loewenberg (Istituto per gli Studi Strategici e Politici Avanzati), Jonathan Torop (‘Istituto di Washington per la Politica nel Vicino Oriente), David Wurmser (Istituto per gli Studi Strategici e Politici Avanzati), e Meyrav Wurmser (Johns Hopkins University). A Clean Break: Una nuova strategia per la Protezione del Regno è il nome completo di questo documento del 1996 sulla politica di Israele. Per molti aspetti, gli Stati Uniti persegue  gli obiettivi delineati nel documento politico di Tel Aviv del 1996, per garantire il “regno“. Inoltre, il termine “regno” implica la mentalità strategica degli autori. Un regno si riferisce sia al territorio governato da un monarca o a territori che ricadono sotto il regno di un monarca, ma non sono fisicamente sotto il loro controllo poiché hanno i vassalli che lo gestiscono. In questo contesto, la parola regno viene usata per indicare il Medio Oriente come il regno di Tel Aviv. Il fatto che Perle, sia qualcuno che fu essenzialmente un funzionario di carriera del Pentagono, ha aiutato l’autore del testo israeliano a chiedersi se il sovrano del regno concettualizzato sia Israele o gli Stati Uniti, o entrambi?

Consolidare il Regno: i progetti di Israele per destabilizzare Damasco
Il documento israeliano del 1996 chiede il “rollback della Siria“, già intorno al 2000 e successivamente, respingendo i siriani fuori dal Libano e destabilizzando la Repubblica araba siriana, con l’aiuto di Giordania e Turchia.  Questo ha avuto luogo rispettivamente nel 2005 e nel 2011. Il documento del 1996 afferma: “Israele può plasmare il suo contesto strategico, in cooperazione con la Turchia e la Giordania, indebolendo,  contenendo e anche respingendo la Siria, Questo sforzo può concentrarsi sulla rimozione di Saddam Hussein dal potere in Iraq – un importante obiettivo strategico israeliano di diritto – come mezzo per sventare le ambizioni regionali della Siria“. [1]
Come primo passo verso la creazione di un “Nuovo Medio Oriente” dominato da Israele e per circondare la Siria, il documento del 1996 chiede la rimozione del presidente Saddam Hussein dal potere a Baghdad, e allude anche alla balcanizzazione dell’Iraq e di forgiare un’alleanza strategica regionale contro Damasco, che includa un “Iraq Centrale” musulmano sunnita. Gli autori scrivono: “Ma la Siria entra in questo conflitto con potenziali punti deboli: Damasco è troppo preoccupata di trattare con la minacciata nuova equazione regionale, per permettersi distrazioni nel fianco libanese, e Damasco teme che il ‘asse naturale’ con Israele da un lato, con l’Iraq centrale e la Turchia dall’altra, e la Giordania, nel centro, stringerebbe e staccherebbe la Siria dalla penisola saudita. Per la Siria, questo potrebbe essere il preludio ad una ridefinizione della mappa del Medio Oriente, che potrebbe minacciare l’integrità territoriale della Siria“. [2]
Perle e il Gruppo di Studio su “Una nuova strategia israeliana verso il 2000” chiedono anche di cacciare i siriani dal Libano e di destabilizzare la Siria, utilizzando gli esponenti dell’opposizione libanese. Il documento afferma: “[Israele deve distogliere] l’attenzione della Siria usando elementi dell’opposizione libanese per destabilizzare il controllo siriano del Libano“  [3] Questo è ciò che sarebbe accaduto nel 2005 dopo l’assassinio di Hariri, che ha contribuito a lanciare la cosiddetta “rivoluzione dei cedri” e a creare la veemente anti-siriana Alleanza del 14 Marzo, controllata dal corrotto Said Hariri.
Il documento invita inoltre a Tel Aviv a “cogliere [l']occasione per ricordare al mondo la natura del regime siriano“. [4] Questo rientra chiaramente nella strategia israeliana di demonizzazione dei suoi avversari attraverso l’uso delle campagne di pubbliche relazioni (PR). Nel 2009, i media israeliani ammisero apertamente che Tel Aviv, attraverso le sue ambasciate e missioni diplomatiche, aveva lanciato una campagna globale per screditare le elezioni presidenziali iraniane, prima ancora che si svolgesse, attraverso una campagna mediatica, e ad organizzare proteste davanti alle ambasciate iraniane. [5]
Il documento menziona anche qualcosa che assomiglia a ciò che è attualmente in corso in Siria. Esso afferma: “La cosa più importante, è comprensibile che Israele abbia interesse nel sostegno diplomatico, militare e operativo della Turchia e della Giordania nelle azioni contro la Siria, ad esempio garantire alleanze tribali con le tribù arabe che attraversano il territorio siriano e sono ostili all’élite al potere siriana.” [6] Con gli eventi del 2011 in Siria, il movimento dei ribelli e il contrabbando di armi attraverso i confini giordano e turco, sono diventati un grave problema per Damasco.
In questo contesto, non sorprende che Ariel Sharon e Israele dicessero a Washington di attaccare la Siria, la Libia e l’Iran, dopo che l’invasione anglo-statunitense dell’Iraq. [7] Infine, è utile sapere che il documento israeliano ha anche sostenuto la guerra preventiva per formare il contesto geostrategico di Israele e ritagliarsi il “Nuovo Medio Oriente“. [8] Questa è una politica che gli Stati Uniti avrebbero anche adottato nel 2001.

L’eliminazione delle Comunità cristiane del Medio Oriente
Non è un caso che i cristiani egiziani siano stati attaccati nello stesso momento del Referendum nel Sud Sudan e prima della crisi in Libia. Né è un caso che i cristiani iracheni, una delle più antiche comunità cristiane del mondo, siano costretti all’esilio, lasciando le loro terre ancestrali in Iraq. In coincidenza con l’esodo dei cristiani iracheni, avvenuto sotto gli occhi attenti degli Stati Uniti e delle forze militari britanniche, i quartieri di Baghdad divennero settari mentre musulmani sciiti e sunniti furono costretti dagli squadroni della violenza e della morte a formare enclave settarie. Tutto questo è legato al Piano Yinon e alla riconfigurazione della regione come parte di un obiettivo più ampio.
In Iran, gli israeliani hanno cercato invano di ottenere cje la comunità ebraica iraniana se ne andasse. La popolazione ebraica iraniana è in realtà la seconda più grande del Medio Oriente e probabilmente la più antica comunità ebraica indisturbati in tutto il mondo. Gli ebrei iraniani si considerano iraniani legati all’Iran come loro patria, proprio come i musulmani e cristiani iraniani, e per loro il concetto di doversi trasferire in Israele, perché sono ebrei, è ridicolo.
In Libano, Israele ha lavorato ad esacerbare le tensioni settarie tra le varie fazioni cristiane e musulmane, così come i drusi. Il Libano è un trampolino di lancio verso la Siria e la divisione del Libano in diversi stati, è anche visto come un mezzo per balcanizzare la Siria in piccoli diversi stati arabi settari. Gli obiettivi del Piano Yinon sono dividere il Libano e la Siria in stati diversi, sulla base delle identità religiose e settarie, musulmani sunniti, sciiti, cristiani e drusi. Ci potrebbe anche essere l’obiettivo dell’esodo dei cristiani in Siria.
Il nuovo capo della Chiesa siro-cattolica maronita di Antiochia, la più grande delle autonome Chiese orientali cattoliche, ha espresso i suoi timori circa una epurazione dei cristiani arabi dal Levante e dal Medio Oriente. Il Patriarca Mar Beshara Boutros al-Rahi e molti altri leader cristiani in Libano e Siria, hanno paura dell’avvento dei Fratelli Musulmani in Siria. Come l’Iraq, gruppi misteriosi stanno attaccando le comunità cristiane in Siria. I leader della Chiesa cristiana ortodossa orientale, tra cui il patriarca ortodosso di Gerusalemme Est, hanno tutti espresso pubblicamente le loro gravi preoccupazioni. A parte gli arabi cristiani, questi timori sono condivisi anche dalla comunità assira e armena, che sono per lo più cristiane.
Sheikh al-Rahi è stato recentemente a Parigi, dove ha incontrato il presidente Nicolas Sarkozy. È stato riferito che il patriarca maronita e Sarkozy avevano disaccordi circa la Siria, cosa che ha spinto Sarkozy a dire che il regime siriano crollerà. La posizione del patriarca al-Rahi era che la Siria deve essere lasciata sola e permetterle la riforma. Il patriarca maronita ha anche detto a Sarkozy, che Israele doveva essere trattata come una minaccia, se la Francia vuole legittimamente che Hezbollah disarmi.
A causa della sua posizione in Francia, al-Rahi è stato immediatamente ringraziato dai leader religiosi cristiani e musulmani della Repubblica araba siriana, che lo hanno visitato in Libano. Hezbollah e i suoi alleati politici in Libano, che comprende la maggior parte i parlamentari cristiano nel parlamento libanese, ha anche lodato il Patriarca maronita, che poi fatto un tour nel Sud del Libano.
Sheikh al-Rahi è ora politicamente attaccato dall’Alleanza del 14 Marzo di Hariri, a causa della sua posizione su Hezbollah e il suo rifiuto a sostenere il rovesciamento del regime siriano. Una conferenza di figure cristiane è in realtà programmata da Hariri per opporsi al patriarca al-Rahi e alla posizione della Chiesa maronita. Dal momento che al-Rahi ha annunciato la sua posizione, il Partito Tahrir, che è attivo sia in Libano che in Siria, ha iniziato a bersagliarlo con le critiche. E’ anche stato riportato che alti funzionari statunitensi hanno anche cancellato i loro incontri con il patriarca maronita, come segno del loro disappunto circa le sue posizioni su Hezbollah e la Siria.
L’Alleanza del 14 Marzo in Libano di Hariri, che è sempre stata una minoranza popolare (anche quando si trattava di una maggioranza parlamentare), ha lavorato mano nella mano con Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Giordania, e gruppi che utilizzano la violenza e il terrorismo in Siria. I Fratelli Musulmani e altri cosiddetti gruppi salafiti provenienti dalla Siria, sonno coordinato ed hanno colloqui segreti con Hariri e i partiti politici cristiani in seno all’Alleanza del 14 Marzo. Questo è il motivo per cui Hariri e i suoi alleati hanno attaccato il Cardinale al-Rahi. Hariri e l’Alleanza del 14 Marzo che hanno anche portato Fatah al-Islam in Libano e hanno aiutato alcuni dei suoi membri a fuggire per andare a combattere in Siria.
Ci sono cecchini sconosciuti che stanno prendendo di mira i civili siriani e l’esercito siriano, al fine di causare caos e conflitti interni. Le comunità cristiana in Siria è anch’essa presi di mira da gruppi di sconosciuti. E’ molto probabile che gli aggressori siano una coalizione di forze di Stati Uniti, Francia, Giordania, Israele, Turchia, Arabia e Khalij (Golfo) che collaborano con alcuni siriani al suo interno.
Un esodo cristiano è in programma per il Medio Oriente per volontà di Washington, Tel Aviv e Bruxelles. E’ stato riferito che a Sheikh al-Rahi è stato detto a Parigi, dal presidente Nicolas Sarkozy, che le comunità cristiane del Levante e del Medio Oriente possono stabilirsi nell’Unione europea. Questo non è un’offerta generosa. E’ uno schiaffo in faccia dalle stessi potenze che hanno deliberatamente creato le condizioni per sradicare le antiche comunità cristiane del Medio Oriente. Lo scopo sembra essere il reinsediamento delle comunità cristiane al di fuori della regione o a delimitarle in enclavi. Entrambe le cose potrebbero essere degli obiettivi.
Questo progetto ha lo scopo di delineare le nazioni arabe lungo le linee nazioni esclusivamente musulmane ed è in conformità con il Piano Yinon e gli obiettivi geopolitici degli Stati Uniti per il controllo dell’Eurasia. Una grande guerra potrebbe esserne l’esito. Gli arabi cristiani oggi hanno molto in comune con gli arabi di pelle nera.

Ri-Divisione dell’Africa: Il Piano Yinon è molto vivo e opera sul posto…
Per quanto riguarda l’Africa, Tel Aviv vede assicurarsi l’Africa come parte della sua periferia più ampia. Questa ampia cosiddetta “nuova periferia“. è diventata una base geo-strategica di Tel Aviv dal 1979, quando la “vecchia periferia” contro gli arabi che comprendeva l’Iran, che era uno dei più stretti alleati di Israele durante il periodo Pahlavi, cedette e crollò con la rivoluzione iraniana del 1979. In questo contesto, la “nuova periferia” di Israele è stata concepita con l’inclusione di paesi come Etiopia, Uganda e Kenya contro gli stati arabi e la Repubblica islamica dell’Iran. È per questo che Israele è stato così profondamente coinvolto nella balcanizzazione del Sudan.
Nello stesso contesto, come con le divisioni settarie in Medio Oriente, gli israeliani hanno illustrato i programmi per riconfigurare l’Africa. Il Piano Yinon cerca di delineare l’Africa sulla base di tre aspetti: (1) etno-linguistica, (2) colore della pelle e, infine, (3) religione. Per proteggere il regno, succede anche che l’Istituto di Alti Studi Strategici e Politici (IASPS), il think-tank israeliano che comprendeva Perle, ha anche spinto per la creazione da parte del Pentagono dell’Africa Command (AFRICOM) degli Stati Uniti.
Un tentativo di separare il punto di fusione delle identità araba e africana è in corso. Si cerca di tracciare le linee di divisione in Africa, tra una cosiddetta “Africa Nera” e un presunto  Nord Africa “non nero“. Questo fa parte di uno schema per creare uno scisma in Africa, tra ciò che si presume sia “arabo” e i cosiddetti “neri“.
Questo obiettivo è il motivo per cui l’identità ridicola di un “Sud Sudan africano” e un “Nord Sudan arabo” è stata favorita e promossa. È anche per questo i libici di pelle nera sono stati oggetto di una campagna per “ripulire il colore” della Libia. L’identità araba del Nord Africa si sta slegando dalla sua identità africana. Contemporaneamente vi è un tentativo di sradicare le grandi popolazioni di “pelle nera araba” in modo che vi sia una chiara demarcazione tra “Africa nera” e un nuovo Nord Africa “non nero“, che sarà trasformato in un terreno di lotta tra i rimanenti berberi e arabi “non neri“.
Nello stesso contesto, le tensioni vengono alimentate tra musulmani e cristiani in Africa, in posti come il Sudan e la Nigeria, per creare ulteriori linee e punti di frattura. Alimentare queste divisioni sulla base del colore della pelle, della religione, etnia e lingua, ha lo scopo di alimentare la dissociazione e la disunione in Africa. Tutto questo fa parte di una strategia più ampia per staccare l’Africa del Nord dal resto del continente africano.

Preparare la Scacchiera allo “scontro di civiltà
E’ a questo punto che tutti i pezzi devono essere messi insieme ed i punti devono essere collegati.
La scacchiera è stata organizzata per un “scontro di civiltà” e tutti i pezzi degli scacchi sono stati piazzati. Il mondo arabo è in procinto di essere chiuso e le linee di demarcazione netta si stanno creando. Queste linee di demarcazione stanno sostituendo le linee di transizione senza soluzione di continuità tra i diversi gruppi etno-linguistici, di colore della pelle e religiosi.
Nell’ambito di questo regime, non può più esserci una transizione alla fusione tra società e paesi. È per questo che i cristiani in Medio Oriente e Nord Africa, come i copti, sono presi di mira. È anche per questo che arabi e berberi di pelle nera, così come altri gruppi di popolazione del Nord Africa, che sono neri di pelle, si trovano ad affrontare il genocidio in Nord Africa.
Dopo l’Iraq e l’Egitto, la Libia e la Repubblica araba siriana sono entrambe rispettivamente importanti punti di destabilizzazione regionale in Nord Africa e Sud-Ovest asiatico. Ciò che succede in Libia avrà conseguenze per l’Africa, come quello che accade in Siria avrà effetti sul sud-ovest asiatico e oltre. Sia l’Iraq che l’Egitto, in connessione con quanto afferma il Piano Yinon, hanno agito come starter per la destabilizzazione di entrambi questi stati arabi.
Ciò che viene messo in scena è la creazione di un “Medio Oriente esclusivamente musulmano“, un’area (escluso Israele) che sarà in agitazione a causa degli scontri sciiti-sunniti. Uno scenario simile è stato attuato per un “Nord Africa non nero“, zona che sarà caratterizzata dallo scontro tra arabi e berberi. Allo stesso tempo, secondo il modello di “scontro di civiltà“, il Medio Oriente e il Nord Africa sono candidati ad essere contemporaneamente in conflitto con il cosiddetto “Occidente” e l’”Africa Nera“.
Questo è il motivo per cui sia Nicolas Sarzoky, in Francia, che David Cameron, in Gran Bretagna, in mutue dichiarazioni, durante l’inizio del conflitto in Libia, secondo cui il multiculturalismo è morto nelle loro rispettive società occidentali europee. [9] Il multiculturalismo reale minaccia la legittimità del programma di guerra della NATO. Esso costituisce anche un ostacolo alla realizzazione dello “scontro di civiltà“, che costituisce la pietra angolare della politica estera degli Stati Uniti.
A questo proposito, Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, spiega perché il multiculturalismo è una minaccia per Washington e i suoi alleati: “L’America diventa una società sempre più multiculturale, e può risultare più difficile costruire un consenso sulla politica estera [ad esempio, la guerra contro il mondo arabo, la Cina, l'Iran o la Russia e l'ex Unione Sovietica], tranne che nelle circostanze di una minaccia esterna diretta veramente grande e ampiamente percepita. Tale consenso generale, esisteva tutta la seconda guerra mondiale e anche durante la guerra fredda [e ora esiste a causa della 'Guerra Globale al Terrore'].” [10] La frase successiva di Brzezinski qualifica il motivo per cui le popolazioni si sarebbero opposte nel sostenere le guerre: “[Il consenso] era radicato, però, non solo in profondità nei valori democratici condivisi, quali il pubblico percepiva esser minacciati, ma anche in una cultura e affinità etniche per le vittime prevalentemente europee dei totalitarismi ostili“. [11]
Rischiando di essere ridondante, è da ricordare ancora una volta che è proprio con l’intenzione di rompere queste affinità culturali tra il Medio Oriente-Nord Africa (MENA) e il cosiddetto “mondo occidentale” e sub-sahariano, che i cristiani e i popoli di pelle nera sono presi di mira.

Etnocentrismo e ideologia: Giustificare oggi le “guerre giuste
In passato, le potenze coloniali dell’Europa occidentale avrebbero indottrinato i loro popoli. Il loro obiettivo era quello di acquisire il sostegno popolare per la conquista coloniale. Questo ha preso la forma della diffusione del cristianesimo e promuovere dei valori cristiani, con l’appoggio di mercanti armati ed eserciti coloniali.
Allo stesso tempo, le ideologie razziste sono state messe avanti. I popoli le cui terre furono colonizzate furono descritti come “sub-umani“, inferiori o senz’anima. Infine, il “fardello dell’uomo bianco“, l’assumere una missione di civilizzazione dei cosiddetti “popoli incivili del mondo” venne utilizzato. Questo quadro ideologico coerente è stato utilizzato per ritrarre il colonialismo come una “giusta causa“. Quest’ultima, a sua volta, è stata utilizzata per fornire legittimità nel condurre “guerre giuste” come mezzo per conquistare e “civilizzare” terre straniere.
Oggi, i disegni imperialisti di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania non sono cambiati. Ciò che è cambiato è il pretesto e la giustificazione per scatenare le loro guerre di conquista neo-coloniali. Durante il periodo coloniale, le narrazioni e le giustificazioni per a guerra sono state accettate dall’opinione pubblica dei paesi colonizzatori, come Gran Bretagna e Francia.  Oggi “guerre giuste” e “giuste cause” sono in corso sotto le insegne dei diritti delle donne, diritti umani, dell’umanitarismo e della democrazia.

Mahdi Darius Nazemroaya è un pluripremiato scrittore da Ottawa, Canada. È un sociologo e ricercatore associato presso il Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG), Montreal. Era un testimone della “primavera araba” in azione nel Nord Africa. Mentre era presente in Libia durante la campagna di bombardamenti della NATO, è stato inviato speciale per il sindacato investigativo del programma KPFA Flashpoints, che va in onda da Berkeley, California.

NOTE
[1] Richard Perle et al., A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm (Washington, DC and Tel Aviv: Institute for Advanced Strategic and Political Studies), 1996.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
[5] Barak Ravid, “Israeli diplomats told to take offensive in PR war against Iran,” Haaretz, 1 giugno 2009.
[6] Perle et al., Clean Break, op. cit.
[7] Aluf Benn, “Sharon says US should also disarm Iran, Libya and Syria,” Haaretz, 30 settembre 2009.
[8] Richard Perle et al., Clean Break, op. cit.
[9] Robert Marquand, “Why Europe is turning away from multiculturalism,” Christian Science Monitor, 4 marzo 2011.
[10] Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives (New York: Basic Books October 1997), p.211.
[11] Ibidem.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le commemorazioni orwelliane dell’11 settembre annunciano nuove guerre

Thierry Meyssan, Réseau Voltaire Beirut (Libano) 11 settembre 2011

Il decimo anniversario degli attacchi dell’11 settembre ha dato luogo a una grande varietà di articoli, documentari e programmi audiovisivi per certificare la versione Bushita degli eventi, mentre l’opinione pubblica mondiale è diventata in gran parte scettica. Per Thierry Meyssan, che ha all’origine del dibattito mondiale sull’interpretazione degli attacchi, questa massiccia campagna dei media è l’ultimo tentativo del sistema imperiale di preservare la sua legittimità apparente e giustificare le sue guerre future.

Nicolas Sarkozy: “Sono passati dieci anni che non hanno cancellato il ricordo di quei destini spezzati, e tutti i francesi ricordano quello che facevano quell’11 settembre, tanto erano sconvolti da ciò che vi è successo. E la sera dell’11 settembre, in fondo, noi francesi ci siamo sentiti americani come mai prima. (…) La migliore risposta a questi omicidi di massa e a questi assassinii, è la liberazione dei popoli arabi, intorno ai valori che hanno sempre incarnato l’America e la Francia, la democrazia.
© Elysée

E’ strano osservare come la stampa occidentale stia celebrando il decimo anniversario degli attacchi dell’11 settembre: Mentre il tema potrebbe essere affrontato da diverse angolazioni, s’è imposto o è stato imposto uno slogan. I media fanno a gara in fatto di testimonianze sul tema: “Che stavi facendo in quel giorno, in quel momento?“. Questo approccio dimostra la volontà collettiva di non studiare, non analizzare l’evento e le sue conseguenze, limitandosi al solo registro dell’emozione del momento, buono non per fare giornalismo, ma un grande spettacolo.
Questa commemorazione è accompagnata da ingiunzioni orwelliane: “Come osate dubitare della versione ufficiale di fronte al dolore delle famiglie delle vittime?” O “coloro che mettono in dubbio la versione ufficiale sono dei negazionisti nemici della democrazia!“. Ora, precisamente, il rispetto per le vittime, non solo quelle che morirono quel giorno negli Stati Uniti, ma anche coloro che sono morte per le conseguenze in Afghanistan, Iraq, Libia e altrove, esige che si cerchi la verità invece di accontentarsi di assurde bugie. E come possiamo vivere la democrazia se non ci poniamo domande sulle verità ufficiali, peggio ancora se sostituiamo il dibattito argomentato con l’insulto?
Nei giorni successivi agli attacchi, attraverso una serie di articoli, e poi nei mesi successivi, attraverso i libri e le conferenze, ho contestato la versione Bushita dell’evento ed ho accusato una fazione del complesso militar-industriale USA, dominato dagli straussiani, di averla organizzata. Anche se inizialmente ero solo nel mio approccio, e benché insultato dalla stampa atlantista, ho gradualmente mobilitato l’opinione pubblica internazionale, anche negli Stati Uniti, fin quando le mie domande fecero irruzione, lo scorso anno, nella tribuna dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Inoltre le autorità statunitensi hanno cercato di contraddirmi, ma hanno contraddetto se stesse, e inoltre, il dubbio s’è diffuso. Oggi è in maggioranza.
Come sempre quando il vento gira, gli opportunisti preservare il loro futuro prendendo le distanze dalla versione che hanno a lungo difeso e che fa acqua da tutte le parti. Questo è stato il caso, ieri, dei signori Kean e Hamilton, i co-presidenti della Commissione presidenziale sugli attentati, che hanno preso le distanze dalla loro relazione, oggi, è il signor Clarke, consulente per l’antiterrorismo di Clinton e Bush, che accusa i suoi colleghi di fare finta di niente nascondere. In 10 anni, le autorità statunitensi e britanniche non erano in grado di produrre quelle prove che avevano tuttavia promesso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, per giustificare le loro azioni di “autodifesa” in Afghanistan. Al contrario, esse hanno dimostrato che avevano un grave segreto da nascondere, e hanno continuato a moltiplicare le bugie per nasconderlo. Chi avrebbe ancora il coraggio di rivendicare, come Colin Powell al Consiglio di Sicurezza, che Saddam Hussein era complice dell’11 settembre, o come Tony Blair, secondo cui Usama bin Ladin aveva architettato gli attentati di Londra?
Durante questi dieci anni, un numero crescente di esperti ha dimostrato le incongruenze nella versione di Bush, che altri esperti hanno sostenuto. Se gli argomenti di questi fossero stati convincenti, la polemica sarebbe morta. Ma questo dibattito è così poco scientifico, che la divisione tra gli esperti segue una linea di divisione esclusivamente politica. Se approvano l’invasione dell’Afghanistan e il Patriot Act, allora sostengono che le strutture metalliche delle Torri Gemelle non hanno resistito al calore del fuoco, che la Torre 7 era troppo fragile e che un aereo s’è disintegrato dentro il Pentagono. Al contrario, se sono sconcertati dall’espansione imperiale militare e dalla legittimazione della tortura, ritengono impossibile che le Torri Gemelle siano state le uniche al mondo a crollare così, che l’edificio 7 è crollato per simpatia e che un grosso Boeing sia evaporato all’interno del Pentagono.
La versione bushita dell’11 settembre è diventata il dogma centrale dell’imperialismo. Siamo chiamati a crederci come a una verità rivelata. Altrimenti mettiamo in discussione il Nuovo Ordine Mondiale e veniamo respinti come eretici e complici intellettuale del terrorismo.
La linea di demarcazione è la seguente: da una parte, le élite occidentali o globalizzate si aggrappano alla versione ufficiale, dall’altra la maggior parte delle popolazioni occidentali e del Terzo Mondo gridano alla menzogna.
La sostanza del dibattito non è sapere come degli individui, che non apparivano sulla lista dei passeggeri a bordo di un aereo, possano dirottarlo in volo, o come un Boeing possa piegare le sue ali per entrare attraverso una piccola porta e  volatilizzarsi nel Pentagono, ma se l’Occidente sia stato da quel giorno il bersaglio di una cospirazione globale islamica, o se una fazione degli Stati Uniti ha organizzato questo evento per lanciarsi impunemente alla conquista del mondo. 
I filosofi che studiano la storia delle scienze, assicurano che gli errori scientifici non sempre scompaiono con la loro confutazione. Bisogna talvolta attendere che scompaia la generazione che la professava. Questo permette a una verità di  sostituire un errore, e cioè che nel tempo la verità conservi un potere esplicativo, mentre l’errore lo perde.
Dal 2001, ho concluso la mia analisi mettendo in guardia contro la generalizzazione di leggi draconiane. Ho respinto la presentazione di al-Qaida come organizzazione terrorista anti-occidentale, e ho sostenuto invece che si trattava di mercenari arabi utilizzati dalla CIA nei vari conflitti contro i sovietici in Afghanistan, in Bosnia-Erzegovina e in Kosovo contro i serbi, e in Cecenia contro i russi, conformemente alla strategia di Brzezinski. Infine, ho annunciato l’imminente invasione dell’Iraq e il rimodellamento del Medio Oriente voluto dal neo-conservatori, per una volta alleati di Kissinger.
All’epoca, la stampa ufficiale ha deriso la mia analisi su quattro punti principali.
Le Monde ha spiegato che gli USA non avrebbero attaccato l’Iraq perché avevano già risolto il problema con “Desert Storm“, e che solo il mio primordiale anti-americanismo mi ha portato a vedere il contrario.
Le Monde Diplomatique ha detto saccentemente che io non sapevo nulla della politica degli USA, immaginando una alleanza neocon-Kissinger.
Il Washington Post ci bombardava di dettagli di quel complotto islamico mondiale tentacolare, che mi rifiutavo di prendere in considerazione, essendo accecato dalla presenza araba in Francia.
E il New York Times ha elogiato il Patriot Act e la creazione del Dipartimento della Sicurezza Interna, per cui solo un pacifista europeo imbevuto dello spirito di Monaco, avrebbe potuto opporsi.
Tuttavia, 10 anni dopo, sui quattro punti che sono stati contestati dalla mia analisi politica, si può vedere che avevo ragione io e che i miei detrattori hanno sbagliato. Ora stanno cercando di recuperare, concedendo forte e chiaro che l’amministrazione Bush ha “usato” l’11 settembre per imporre la propria agenda. Nel corso del tempo, alla fine riconosceranno che non sono un visionario che ha previsto per caso un  futuro che non avevano sospettato, ma che una rigorosa analisi politica permetterà di capire in anticipo che gli sponsor dell’11 settembre intendevano attuare tale agenda.
Mentre la NATO ha posto al potere a Tripoli i compagni di Bin Ladin, è più che mai essenziale comprendere l’11 settembre per identificare le vere minacce alla pace mondiale e come affrontarle. Come non vedere che le persone che celebrano questa ricorrenza con enfasi, supporteranno in futuro delle nuove guerre in Medio Oriente e Nord Africa?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

Alleati dubbi – L’accozzaglia dei ribelli libici

Patrick Cockburn Counterpunch 11/8/2011

Ribelli, dalla Guerra delle Rose fino all’attuale guerra civile in Libia, di solito cercano di rinviare le divisioni in fazioni e il mutuo ammazzarsi solo dopo aver preso il potere e averne il pieno controllo. Tuttavia le loro divisioni profonde, sono tenute segrete al mondo.
Non così con i ribelli libici. I membri del loro Consiglio nazionale di transizione (CNT) a Bengasi, lo scorso mese, hanno arrestato il loro leader militare, il generale Abdel Fatah Younes, con l’accusa di tradimento, attirandolo lontano dalle sua guardie del corpo, e l’hanno ucciso. Questa settimana il capo del CNT, Mustafa Abdel Jalil, ha licenziato l’intero suo governo per il fatto che alcuni erano stati complici dell’omicidio. Era evidentemente costretto a farlo, per sedare la rabbia della potente tribù Obeidi a cui apparteneva Younes.
Un aspetto ridicolo della faccenda è che, nel momento in cui i capi dei ribelli sono ai ferri corti, vengono riconosciuti da un paese dopo l’altro, come il legittimo governo della Libia. Questa settimana diplomatici del CNT hanno preso in carico le ambasciate libiche a Londra e Washington e sono in procinto di farlo a Ottawa. In un capolavoro di mistificazione, la Gran Bretagna ha riconosciuto il governo ribelle nel giorno in cui alcuni dei suoi membri sparavano al loro comandante in capo e ne bruciavano il corpo.
Se è così che i ribelli si comportano oggi, quando è per loro di estremo interesse dare dimostrazione di unità, come potranno agire una volta che saranno al potere a Tripoli? Ma la sola politica della NATO è fare proprio questo. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, destinata per motivi umanitari a fermare i carri armati di Gheddafi che stavano prendendo Bengasi, do marzo, si è trasmutata rapidamente in un tentativo di rovesciarlo. Gran Bretagna e Francia, con il sostegno indispensabile degli Stati Uniti, continuano a sostenere che il bene del popolo libico richiede la sostituzione di Gheddafi con quei solidi democratici di Bengasi e della Libia orientale, rappresentati dal CNT.
Potrebbe una strategia della forza bruta funzionare in un senso puramente militare? Potrebbero le colonne ribelli sui pick-up con le mitragliatrici di nuovo in avanzata, catturare Tripoli dietro uno sbarramento continuo fornito dalla potenza di fuoco della NATO? La capitale libica è sempre più a corto di carburante, beni di consumo e di energia elettrica.
I ribelli hanno fatto avanzate a est e a sud-ovest della capitale. Ma anche con l’appoggio degli attacchi aerei della NATO, i progressi sono stati lenti. Se i ribelli faranno un boccone prendendo una città come Brega, con una popolazione di 4.000, nel Golfo della Sirte, potranno davvero combattere per le strade di Tripoli, con una popolazione di 1,7 milioni di abitanti? 
Gheddafi potrebbe cadere, ma sembra sempre più che, se così fosse, sarà per mano di una raccolta di milizie straccione, il cui successo è sempre più dipendente dal supporto tattico degli aerei della NATO. Dato la mancanza di una leadership coerente dei ribelli, o di una forza militare unita, è improbabile che il risultato sia una netta vittoria. Anche in caso di vittoria, i ribelli dipenderanno dal sostegno straniero ad ogni livello, nel poter esercitare autorità su questo vasto paese.
Come in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna trovarono ciò che poté rovesciare i taliban o Saddam Hussein e con chi sostituirli. Trattare dei dubbi alleati locali come il governo legittimo, ha un valore propagandistico, ma non è saggio far finta che il partner locale eserciti una vera autorità. Con questa esperienza alle spalle, è da vera irresponsabile, per la Gran Bretagna, immergersi in un altro conflitto sul presupposto che questa volta abbiamo scommesso sul vincitore sicuro. Gheddafi può essere rovesciato, ma la lotta per il potere tra le fazioni interne è destinata a continuare.

Colorati, ma tristemente fuorvianti
I media stranieri hanno  fallito in Iraq, ancor più in Afghanistan, ma hanno raggiunto il loro nadir nella copertura della guerra in Libia. L’informazione è in gran parte militarizzata. Gran parte di essa sono note di colore dalla prima linea sulle avanzate e le ritirate dei miliziani ribelli. Ci vuole coraggio per segnalarlo e i reporter e naturalmente simpatizzano con i giovani con i quali condividono la trincea. La loro copertura tende ad essere interamente a favore dei ribelli e contraria a Gheddafi.
Quando Abdel Fatah Younes è stato assassinato, quasi nessuno nei media stranieri ha dato una spiegazione di come o perché fosse successo. La leadership dei ribelli, in precedenza dipinta come una banda di eroici fratelli, si è rivelato essere divisa da rivalità e vendette omicide. Alcuni giornalisti sostengono semplicemente rigurgitato le improbabili dichiarazioni delle autorità ribelle, secondo cui il generale era stato ucciso da  combattenti pro-Gheddafi nei campi vicini a Bengasi, mentre altri hanno detto che c’erano 30 diverse milizie islamiche nella città.
Fino ad oggi i politici giustificano l’intervento della NATO in Libia citando le presunte atrocità compiute dalle forze pro-Gheddafi, come lo stupro di massa o un uso estensivo di mercenari. Organizzazioni dei diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch, tempo fa, hanno rivelato che non c’erano prove per la maggior parte delle storie di atrocità, come ha fatto una commissione delle Nazioni Unite presieduta dal distinto giurista Cherif Bassiouni. Queste ben studiate relazioni sono state quasi del tutto ignorate dai media, che per prime hanno pubblicato le storie sulle atrocità di Gheddafi.
La militarizzazione dei reportage in Iraq e in Afghanistan è stata incentivata dal sistema d”inclusione’ dei reporter nelle unità militari. Questo era inevitabile per il grado di pericolo rappresentato dagli insorti iracheni e taliban. Ma il risultato è stato che giornalismo di guerra è tornato a quello che era durante i conflitti imperiali del 19° secolo, con il mondo che riceve solo resoconti parziali e spesso fuorvianti, di ciò che sta accadendo in Libia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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