I denti spuntati della guerra siriana: il Qatar ne risente

Armin Akopjan (Armenia) N-idea, 17 gennaio 2013 – Oriental Reviewt1larg_syria_afp_giLa “primavera araba” istigata dal Qatar e dei suoi alleati in Siria, sta lentamente ma inesorabilmente cominciando a esaurirsi, e i personaggi dietro lo spettacolo terribile della cosiddetta “rivoluzione siriana”, vengono spietatamente e cinicamente smascherati. Alti funzionari del Qatar, che hanno preferito mantenere l’anonimato, affermano alle agenzie di stampa arabe che la monarchia del Qatar è sempre più disillusa verso i ribelli e l’opposizione siriani. Vari casi di corruzione e dissipazione dei fondi, da parte dei leader ribelli che “passano sempre più tempo negli alberghi in Turchia, Europa, paesi del Golfo ed Egitto“, invece di compiere missioni di combattimento, sono responsabili di questo cambiamento dell’atteggiamento di coloro che sono dietro la rivoluzione siriana. Sia la coalizione recentemente organizzata che la vecchia opposizione siriane hanno preferito tenerei i miliardi di dollari messigli a disposizione della monarchia del Qatar per la lotta contro il governo siriano, nei loro conti bancari personali negli Stati Uniti e in altri paesi.
Dopo aver ricevuto enormi somme di denaro, nel frattempo, diversi capi dell’Esercito libero siriano (ESL) sono scomparsi per sempre, spezzando ogni legame con la rivoluzione. Per questo motivo i donatori del Qatar hanno deciso, alcuni mesi fa, che avrebbero soltanto finanziato specifiche operazioni militari in Siria, che a loro volta hanno portato all’incremento di attacchi tanto spettacolari quanto inutili. Questi attacchi non hanno assicuro nessuna vittoria militare all’opposizione siriana, ma hanno fatto sì che il denaro continuasse ad essere inviato dal Qatar,  assicurandone la necessaria pubblicità mediatica. E mentre i dirigenti si godevano la bella vita, i ribelli sul campo prendevano comunque meno di 200 dollari al mese. La connivente brama di denaro dei leader s’è perfezionata a tal punto, che hanno presto presentato al Qatar elenchi di ribelli inesistenti per rivendicarne il salario. Questo denaro è poi finito dritto nelle tasche di alti funzionari. Inoltre, alcune delle azioni dei mercenari contro la popolazione locale hanno già suscitato gravi irritazioni e provocato conflitti non solo con i cittadini stessi, ma anche tra i combattenti siriani dell’ELS che trovano il comportamento dei mercenari del tutto inaccettabili, soprattutto di coloro che operano sotto l’egida di al-Qaida. In termini di salute mentale, le atrocità raggiungono un livello inspiegabile: i media arabi riportano testimonianze di come i mercenari costringano i genitori a consegnare i loro figli e figlie a esseri che hanno perso ogni traccia di umanità. Forzano i genitori minacciando le loro vite.
Il sito notiziario e di analisi libanese al-Safir ha riferito che Muhammad Abd al-Rahman al-Arifi, un clerico saudita wahabita ha già espresso la sua approvazione per simili azioni dei mercenari, non solo contro i siriani, ma anche tra di loro. Alla fine dell’articolo si legge: “In verità, la fine del mondo è cominciata“. Proprio l’altro giorno, una famiglia di sette persone è stata uccisa ad Aleppo dopo essere stata sottoposta ad abusi da questi stessi mercenari. Per cominciare, le vittime sono state costrette a spogliarsi congelando sotto una fredda pioggia torrenziale e sono stati poi aggredite. Questo è stato segnalato alla stampa libanese da una donna che non aveva voluto dare il suo nome. La famiglia aveva cercato di allontanarsi dalla zona dei combattimenti quando è stata fermata dai ribelli armati. Anche di recente, i ribelli hanno sparato su una manifestazione pacifica organizzata dai residenti di uno dei quartieri in Aleppo, che protestavano chiedendo che la città venisse purificata dai terroristi. I mercenari stranieri e i ribelli locali subiscono perdite considerevoli ogni giorno, affrontando una situazione assai difficile, perdendo il controllo di se stessi. Di tanto in tanto, iniziano a spararsi a vicenda quando intravedono un tradimento o contatti con i servizi di sicurezza siriani. Infatti, cinque di loro sono stati giustiziati recentemente.
Va notato che i soldati dell’esercito siriano spesso trovano armi di fabbricazione israeliana presso i corpi dei ribelli uccisi. I media arabi recentemente hanno scritto del coinvolgimento di due cittadini israeliani nelle operazioni militari in Siria. Gli israeliani sono entrati in Siria dalla Turchia, ma quando vollero tornare in Israele scoprirono che i ribelli avevano bruciato i loro passaporti, giustificandosi dicendo che una volta schieratisi con i ribelli, non c’era modo di tornare indietro. Secondo la stessa pubblicazione, il ministero degli esteri israeliano aveva commentato l’evento spiegando che erano già entrati in contatto con la Turchia al fine di chiarire le coordinate esatte dei due cittadini, e al tempo stesso indicando il probabile coinvolgimento dei due israeliani, di origine araba, nella fazione di sheikh Raed Salah con cui avevano collaborato e arruolato arabo-israeliani che prendono parte alla lotta contro il presidente siriano. Da ciò che è stato detto, è possibile almeno capire un fatto con una certa sicurezza: Israele stesso ha ammesso che i suoi cittadini combattono in Siria contro il regime siriano. Il resto della dichiarazione, per quanto riguarda l’identità dei ribelli, rimane una speculazione degli israeliani.
Nel travagliato contesto generale dell’opposizione civile e militare in Siria, le parole del capo di Stato Maggiore Generale siriano, secondo cui il complotto contro la Siria è fallito a causa del coraggio dei soldati siriani e del sostegno della popolazione, ottiene credibilità. Allo stesso tempo, la vita politica in Siria non è arrivata a un punto morto e diversi personaggi politici e pubblici in Siria hanno recentemente annunciato la creazione del “Movimento nazionale per salvare la Siria”, cui uno degli obiettivi principali è opporsi a qualsiasi interferenza esterna negli affari interni della Siria. I membri del movimento sostengono l’idea di unità dello Stato siriano ed esortano i siriani ad aprire un dialogo nazionale e a denunciare le azioni dei vari gruppi di fanatici. Secondo uno dei membri del movimento, si accingono a dimostrare l’esistenza di un legame tra la nuova organizzazione creata in Qatar, la coalizione dell’opposizione siriana, e al-Qaida che sogna di trasformare la Siria in un secondo Afghanistan e di distruggere il popolo siriano. Per quanto riguarda il ruolo della Turchia nella guerra siriana, coloro che hanno creato il movimento sono convinti che la Turchia abbia sbagliato i suoi calcoli sperando che Assad venisse eliminato in modo rapido, facendo trionfare il potere di Erdogan in Siria, come accaduto in Libia e in Egitto.
In contrasto con le autorità, il popolo e l’esercito siriano che agiscono uniti, l’opposizione siriana è completamente in disaccordo. Questo è il motivo per cui non solo fallisce sul campo, ancora una volta, ma anche per cui viene corrosa all’interno, divorata dai vermi della corruzione, dell’avidità e dell’amoralità. Per dimostrare la sua laidezza esterna e interna, la cosiddetta “opposizione siriana” sta facendo al popolo siriano probabilmente il più grande dei favori possibili: ora sa esattamente chi deve appoggiare. C’è una lotta per il potere in corso nei gruppi armati in Siria, tutto quello che fanno è rivolto contro l’altro e a spaventare il popolo siriano, lo stesso nell’opposizione civile. Le fasi costruttive del governo siriano non hanno trovato sostegno da parte loro, dimostrando da tempo le loro vere intenzioni sul futuro della Siria.
Questo quadro potrebbe creare l’impressione illusoria che il potere nel paese non andrebbe a nessuno di specifico, dopo la caduta di Assad. Tuttavia, è molto più facile governare un paese decentrato, motivo per cui la questione del trasferimento del potere è probabilmente irrilevante. I terroristi diverrebbero il vero potere se Assad cadesse. Se si tratti del potere politico o militare non importa nemmeno più. L’opposizione interna, che praticamente ha accusato la coalizione siriana di avere legami con al-Qaida, non ha le risorse di politica estera necessarie per governare un paese: i governanti dei paesi del Golfo e i loro alleati semplicemente l’abbandonerebbero senza alcun riguardo. La differenza tra ELS e mercenari stranieri è stata sottolineata per giustificare un’invasione straniera e le “operazioni di pulizia” per liberare la Siria dai terroristi che “minacciano” i paesi confinanti.
Le cose hanno sempre funzionato così, in tali casi. La guerra in Siria ha confini geografici e metafisici molto più ampi, ed è molteplice. Oltre a distruggere fisicamente i siriani, assesta anche colpi mortali al loro sistema di convinzioni e valori. Passo dopo passo, come nel caso dell’Iraq e della Libia, i contorni tradizionali dell’Islam e dell’auto-identità araba vengono gradualmente erosi, ogni traccia dei risultati conseguiti in passato, dei loro eroi, vengono cancellati; alla gente viene vietato di pensare come un gruppo spirituale, poiché tutti i suoi pensieri sono occupati dalla sopravvivenza e dalla lotta per un pezzo di pane. La deformazione morale e spirituale si erge sulle antiche tradizioni e principi. Questo tipo di persone non ha un futuro, in quanto il suo passato e presente è già deformato in modo irriconoscibile. Non è questo il vero significato della “primavera araba”? E’ Assad la vera questione?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Egitto: i Fratelli e il Grande Muto

Ahmed Bensaada Reporters, 29 dicembre 2012

Mursi-sacks-Tan8618Quando lo scorso agosto Mohamed Morsi, il primo civile eletto presidente egiziano, ha attaccato l’esercito del suo paese, i titoli dei media “mainstream” applaudirono la sua “epica” impresa e l’esplosione di titoli ditirambici fu immediata: “Il Presidente egiziano colpisce il vertice dell’esercito”, “Il presidente Mohamed Morsi sfida l’esercito”, “Il Presidente Morsi assesta un colpo contro l’esercito,” ecc. Un “esperto” ha spinto il ragionamento facendo uso di espressioni tratte da un racconto africano, confrontando Morsi a una mangusta che attacca il cobra la cui “unica possibilità di sopravvivenza è mordere il temibile mammifero prima che l’afferri alla gola.” E conclude: “E’ così che il presidente islamista Mohamed Morsi affronta l’esercito” [1]: la vittoria straordinaria del Presidente-mangusta sul formidabile esercito-cobra, conferma l’onnipotenza della fratellanza dei Fratelli Musulmani (da cui proviene Morsi) e prova l’inesorabile marcia verso la democrazia, eliminando tutto ciò che trova nel suo percorso.

Morsi e lo SCAF
E’ vero che il presidente Morsi è stato (apparentemente) in grado di “spingere” alla pensione il maresciallo Hussein Tantawi (77 anni), immobile ministro della difesa per venti anni, e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il generale Sami Anan (64), il numero due del Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF),  compito non facile. Per dare sostanza all’atto, questa decisione presidenziale è stata anche accompagnata da voci di arresti domiciliari per i due nuovi “pensionati”, ma sono state subito smentite. Tuttavia, questi media sono stati meno verbosi circa il fatto che il nuovo rais non solo ha deciso di nominarli entrambi “consiglieri del Capo dello Stato”, ma li ha decorati due giorni dopo il loro cosiddetto licenziamento. Si noti, per inciso, che la cerimonia della decorazione è stata trasmessa dalla televisione nazionale, sottolineando l’importanza dell’evento.
Abbiamo visto un presidente profondersi in ringraziamenti verso Tantawi: “Data la vostra fedeltà e il vostro amore per la nazione, questo è un gesto di gratitudine del popolo d’Egitto, e non solo del suo presidente, verso un uomo che è stato fedele al suo popolo e al suo Paese. Dio vi doni il successo!“[2]. Il maresciallo ha ricevuto la “Collana del Nilo”, la più alta onorificenza del paese, mentre al generale è stata assegnata la “Medaglia della Repubblica.” Il maresciallo Hussein Tantawi è stato sostituito da Abdel Fattah al-Sissi, capo dell’intelligence militare. Questo generale si è fatto conoscere, nell’era post-Mubaraq, giustificando i “famosi” test di verginità cui i militari sottoposero le manifestanti egiziane. [3]
Anche se alcuni osservatori hanno interpretato la cerimonia della decorazione come il desiderio di Morsi di risparmiare l’esercito, sembra piuttosto che la decisione delle “dimissioni” sia stata presa in accordo con militari e lo SCAF [4]. Soprattutto, come sembra secondo fonti informate, che il generale Anan “goda di ottimi rapporti con i Fratelli musulmani” [5], come ci renderemo conto in seguito.

Morsi e le commemorazioni storiche
Ma il presidente Morsi non solo ha adempiuto alla cerimonia. Infatti, meno di due mesi dopo questo evento, ha approfittato della ricorrenza della “guerra dell’ottobre 1973″ per decorare, postumo, l’ex presidente Anwar Sadat. Una distinzione assegnata allo stesso maresciallo Tantawi è stata data al figlio del presidente. Ironia della sorte, è in questa stessa cerimonia che, 31 anni fa, quasi nello stesso giorno, venne assassinato Sadat da soldati appartenenti al movimento della Jihad islamica egiziana, fondata da ex membri dei Fratelli Musulmani. Tentando una spiegazione di questo gesto altamente politico, il quotidiano libanese “al-Safir” dice che l’azione del presidente islamista “illumina il rapporto interessante nato negli anni ’70 del secolo scorso, tra Sadat e i vertici islamisti, tra i più fondamentalisti, di cui liberò molti dei membri dalle carceri di Nasser, e che utilizzò in un modo o nell’altro per indebolire i suoi avversari politici nasseriani, i gruppi nazionalisti e di sinistra, ed altri, prima che gli islamici non gli si rivoltassero contro, fino al suo assassinio sul palco per la commemorazione della guerra di ottobre“[6]. Alcuni teorici della “mangusta” hanno avanzato la spiegazione che “mettendo da parte” i due alti ufficiali, il presidente Morsi porrebbe fine alla “generazione del 1973″, per far posto a militari più giovani. [7] Con la decorazione postuma di Sadat, il ciclo si sarebbe chiuso.
Va da sé che questa improvvisa frenesia del presidente nell’assegnare decorazioni militari, che non dimentichiamolo è un civile, è molto curiosa, soprattutto se si tiene conto del breve periodo trascorso dalla sua ascesa alla presidenza e il tormentato rapporto tra la Fratellanza e l’esercito egiziano negli ultimi decenni. Ma cosa più interessante in questo caso è che alcune persone che hanno segnato indelebilmente la storia dell’Egitto moderno, sono state deliberatamente oscurate dal presidente Morsi. A questo proposito, alcuni osservatori hanno notato che all’innegabile leader storico, il compianto Presidente Jamal Abdel Nasser, non è stato decorato (postumo) durante le celebrazioni del 60° anniversario della “rivoluzione del 23 luglio 1952.” Peggio ancora, il presidente dei Fratelli Musulmani ha semplicemente svolto un discorso televisivo in cui ha criticato in modo implicito ed esplicito Nasser. [8] Commentando quell’epoca, Neveen Ahmed ha scritto: “Nessuno può negare che questo periodo sia molto doloroso, nella mente di molti dei Fratelli musulmani, per le detenzioni e le torture nelle carceri. Vi è quindi una storica ostilità tra i fratelli e l’era di Nasser“. [9]
Con questa verità lapalissiana, possiamo solo chiederci, assieme ai sempre (più numerosi) critici del nuovo rais, se Morsi sia il presidente di tutti gli egiziani o solo dei Fratelli musulmani, come suggerito dalla sua selettiva memoria storica. Certo, Nasser è considerato dalla confraternita come il “distruttore” dell’islamismo, ma non è questo aspetto della politica nasseriana che giustifica tale “amnesia” selettiva. Infatti, è ben noto che sia l’esercito egiziano che il governo islamista al potere sono alleati del governo degli Stati Uniti. Il primo riceve una rendita generosa, mentre il secondo gode di un innegabile sostegno politico “post-primavera”. Piuttosto, Nasser e gli Stati Uniti si vedevano come nemici. Per illustrarlo, la cosa che potrebbe essere più eloquente è la famosa affermazione di Nasser: “Se vedete che gli Stati Uniti si compiacciono di me, allora saprete che sono sulla strada sbagliata“.
Se si crede a Bernard Lugan, l’esercito egiziano sarebbe diviso in tre gruppi distinti: “uno stato maggiore composto da vecchi sodali di Washington, una fazione islamista difficilmente quantificabile, e una maggioranza composta da ufficiali e sottufficiali nazionalisti che hanno per modello Nasser“. [10] In questo caso, tenendo conto del fatto che per una frangia significativa della popolazione e di intellettuali egiziani, Nasser non è solo il figlio prediletto dell’Egitto, ma anche un eroe del pan-arabismo, va da sé che Morsi corre il rischio di alienarsi una parte dell’esercito e dell’opinione pubblica, se non è in grado di migliorare la propria immagine di “presidente dei Fratelli.”

Morsi e lo Sceicco Cieco
Durante il suo discorso simbolico a Piazza Tahrir, pochi giorni dopo la sua elezione alla più alta carica dello Stato, Morsi fece una dichiarazione sottaciuta dalla stampa internazionale, ma che non passò inosservata negli Stati Uniti. Ha strombazzato ad alta voce: “Io farò tutto il possibile per la liberazione dei [...] prigionieri, tra cui lo sceicco Omar Abdel-Rahman” condannato nel 1995 all’ergastolo dai tribunali degli Stati Uniti per aver ideato l’attacco contro obiettivi a New York e l’assassinio dell’ex presidente Hosni Mubaraq. [11] Ma chi è questo sceicco di cui Morsi ha sentito l’obbligo  di citare in uno dei suoi primi discorsi presidenziali, come se si trattasse di una questione cruciale per il paese? In realtà, lo sceicco Omar Abdel-Rahman, noto come lo “Sceicco Cieco”, a causa della sua cecità contratta durante l’infanzia, è il leader spirituale della Jamaa al-Islamiya, organizzazione islamista egiziana che ha recuperato i resti della Jihad islamica egiziana ed è stata responsabile di diversi attacchi terroristici in Egitto e negli Stati Uniti. Condannato per il primo attacco contro il World Trade Center nel 1993, lo sceicco Abdel-Rahman sta attualmente scontando la pena negli Stati Uniti. [12]
La richiesta della “liberazione” dello sceicco da parte del neoeletto presidente, ha fatto arrabbiare molti politici statunitensi, come è possibile comprendere leggendo queste reazioni. Il senatore Charles Schumer ha dichiarato che “le offensive dichiarazioni del presidente Morsi sono un insulto alla memoria delle vittime dell’attentato al World Trade Center“, e lo sceicco Abdel-Rahman è “un terrorista che aveva pianificato l’assassinio di americani innocenti, non vi preoccupate, rimarrà al suo posto, in carcere per il resto della sua vita.” La senatrice Kirsten Gillibrand ha, nel frattempo, descritto la dichiarazione di Morsi “non solo scandalosa, ma che rappresenta una fonte di profonda preoccupazione per il rispetto di Mohammed Morsi per lo Stato di diritto e la democrazia“. [13]
Va notato che nel 2006, Ayman al-Zawahiri, da tempo numero due di al-Qaida, ed egli stesso ex-membro di spicco della Jihad islamica egiziana, aveva annunciato la fusione della Jamaa al-Islamiya con al-Qaida. [14] Uno dei motivi avanzati per  tale alleanza, era proprio l’incarcerazione dello sceicco Abdel-Rahman. Elemento interessante in questa storia: lo sceicco è stato incarcerato in seguito all’assassinio del presidente Sadat, accusato di aver emesso una fatwa che ne autorizza l’abbattimento [15] e per avere istigato l’attentato. A causa di mancanze di prove, lo sceicco è stato successivamente rilasciato ma deportato.
Così, è facile vedere l’ambivalenza politica del presidente Morsi: è in grado di decorare postumo un presidente assassinato e chiedere il rilascio della persona su cui pesa il grave sospetto di essere il mandante. Questo caso illustra il doppio gioco di Morsi: vuole essere “il presidente di tutti” onorando i suoi predecessori, ma non dimentica i suoi “compagni” islamisti, la prova della sua lealtà alla confraternita e alla sua “Mourchid” (guida suprema dei Fratelli musulmani).

Un matrimonio molto speciale
Il 31 agosto 2012, poco più di due settimane dopo il “pensionamento obbligatorio” del maresciallo Tantawi e del generale Sami Anan, l’hotel a cinque stelle “al-Masah” di Cairo ha ospitato un matrimonio elegante. L’eccitazione che ha colto l’edificio, di proprietà delle forze armate egiziane, era al culmine per la notorietà degli sposi, ma soprattutto di quella degli ospiti. Quel giorno, Mohamed Mamdouh Shahin convolava a nozze con Ithar Kamal al-Katatni. La coppia felice è formata dal figlio del generale Mamdouh Shahin, membro influente del SCAF e assistente del ministro della difesa responsabile per le questioni giuridiche e costituzionali. La bella moglie di 25 anni, è la figlia dell’ingegnere Kamal al-Katatni parente di Saad al-Katatni, ex presidente della disciolta Assemblea del popolo egiziano, membro del Consiglio direttivo della Fratellanza musulmana e attuale presidente del Partito per la Libertà e la Giustizia (la vetrina politica della Fratelli musulmani).
Ma al di là della vita mondana, il matrimonio tra i figli di un alto militare e di un membro della famiglia di un anziano islamista dei Fratelli musulmani, ha fatto i titoli dei giornali. In primo luogo, la presenza del generale Sami Anan seduto accanto a Saad al-Katatni non poteva passare inosservata. La prima apparizione pubblica del generale “licenziato” ha posto fine alle voci sui suoi arresti domiciliari. Anzi, Sami Anan era arrivato con la stessa auto di servizio che aveva durante lo svolgimento delle sue funzioni, ed era protetto da guardie del corpo. D’altra parte, il quotidiano “al-Youm al-Sabii” ha riferito che alla fine della cerimonia nuziale, il “generale Sami Anan era entrato in una sala VIP con il dottor Saad al-Katatni, e la porta della stanza si era chiusa dietro di loro“. [16] Lo stesso giornale ha pubblicato numerose fotografie dell’evento, tra cui personaggi che è difficile immaginare insieme: il Mufti della repubblica, personalità salafite, sufi o dei Fratelli musulmani, ex ministri, uomini d’affari, ecc. Questo gruppo eterogeneo mostrava come l’esercito e gli islamisti possano vivere in “perfetta armonia” e indicava come Sami Anan coltivi buoni rapporti con i Fratelli musulmani, come accennato in precedenza. Il suo pensionamento e quello del suo superiore, da parte del presidente islamista Morsi, non può essere interpretato come un “licenziamento”, ma piuttosto come un accordo tra le due istituzioni più grandi sulla scena egiziana: l’esercito egiziano e la fratellanza.

L’esercito soccorre Morsi
Contrariamente a ciò che dicono oggi, gli islamisti non sono “rivoluzionari” della prima ora. Erano molto scettici, all’inizio delle rivolte contro Mubaraq, e si sono uniti al movimento di protesta molto tardi. Inoltre, pochi mesi dopo la caduta del presidente deposto, hanno reso pubblico il loro desiderio di dividersi dal movimento pro-democrazia, nato in piazza Tahrir. Commentando questo periodo, il professor Stéphane Lacroix scrive: “Siaono stati alleati o no durante la rivoluzione, i giovani rivoluzionari e i Fratelli hanno rapidamente scelto percorsi diversi. I Fratelli prendono le distanze dalla piazza, preferendo investire nel gioco politico delle istituzioni. Fanno finta di mostrare la loro fiducia nel processo di “transizione” guidato dal Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF), con la quale, riprendendo le abitudini dell’era Mubaraq, non esitano a negoziare dietro le quinte“. [17] Da allora, i fratelli vengono regolarmente accusati di collusione con i militari. Già nel luglio 2011 (un anno prima del pensionamento dei due anziani membri del SCAF), Mohammed Badie, Mourchid dei Fratelli musulmani, mostrava il cammino ai membri della sua fratellanza. Dopo gli incidenti di piazza Abbassiya, che fecero quasi 300 feriti nelle file dei manifestanti pro-democrazia che volevano marciare sul Ministero della Difesa, ha detto: “Noi difenderemo sempre l’esercito e l’esercito ci difenderà” [18].
Con la promulgazione del decreto del 22 novembre 2012, Morsi si è dato dei poteri definiti “faraonici” dai suoi oppositori. Sono seguite battaglie campali tra gli islamisti e l’opposizione liberale che hanno lasciato sette morti e centinaia di feriti. I carri armati sono ricomparsi per le strade di Cairo e Morsi ha ordinato all’esercito di proteggere il paese. Gli ha dato il diritto di arrestare i civili, potere molto criticato dai “rivoluzionari” durante la transizione post-Mubaraq. Quindi, l’esercito è di nuovo sulla ribalta politica del paese, proteggendo gli islamisti su loro richiesta, come previsto più di un anno prima dal Mourchid, e per impedire al paese di scadere nel caos. Il Fronte di salvezza nazionale (NSF), è la principale coalizione dei movimenti di opposizione di sinistra, laici e liberali mobilitati contro l’autocratico presidente Morsi. La coalizione è fortemente contraria alla volontà del governo di forzare la riscrittura della costituzione, accelerata dagli islamisti, e d’indire assai rapidamente un referendum costituzionale. In considerazione della pericolosa polarizzazione della società egiziana, l’esercito egiziano ha chiesto al governo islamista e all’opposizione di dialogare. Il portavoce delle forze armate ha affermato che, senza dei colloqui, l’Egitto prenderà “un sentiero oscuro, che porterebbe a un disastro“, cosa che l’esercito “non può permettere“. [19]
Pertanto, contrariamente a quanto è stato trasmesso dai media “mainstream”, al momento dell’apparente “spiazzamento” di Tantawi e Anan, le forze militari del paese mostrano unilateralmente come l’esercito non sia sottoposto a un potere e rimanga al timone del paese. Anche se l’incontro tra le due parti infine non ha avuto luogo, si deve rilevare che l’esercito non ha abbandonato l’idea del vertice se non dopo essersi assicurato che il NSF abbia richiesto ai suoi di partecipazione al referendum costituzionale, riducendo notevolmente la tensione politica nel paese. In ultima analisi, tutto indica che l’esercito ha scelto di cooperare con il gruppo politico del paesaggio politico dell’Egitto più forte e più organizzato, vale a dire i Fratelli musulmani. Questa opzione è stata probabilmente “incoraggiata e consigliata” dal governo degli Stati Uniti [20], che ha stretti rapporti con entrambe le parti da decenni. Pertanto, la decisione di mandare in pensione il maresciallo Tantawi e il generale Anan sembra essere stata presa di comune accordo e consensualmente con l’esercito dal governo islamico Morsi. Secondo l’opposizione, la collusione tra le due istituzioni si riflette nell’articolo 197 della nuova costituzione del paese, in cui il bilancio militare non viene realmente posto sotto controllo, potendo così continuare a proteggere i privilegi goduti dall’esercito sotto Mubaraq. [21]
Il 22 dicembre, il giorno della seconda fase del referendum sulla costituzione, Anne Patterson, l’ambasciatrice statunitense a Cairo, ha visitato un certo numero di seggi elettorali nella capitale egiziana. Vedendo la diplomatica, gli elettori hanno iniziato a cantare “Islamiya, Islamiya” (islamico, islamico) [22], vedendo nella visita della signora Patterson un’interferenza degli Stati Uniti negli affari interni del loro paese. Questa animosità popolare ha costretto l’ambasciatrice a rientrare e ad evitare certi uffici “inospitali”. Un aneddoto che mostra come la diffidenza del “piccolo popolo” contro l’onnipresenza statunitense in Egitto (prima e dopo la caduta di Mubaraq), sia in netto contrasto con la qualità delle relazioni tra l’esercito egiziano e i Fratelli musulmani con l’amministrazione statunitense.
Nella mitologia dell’antico Egitto, il dio “Ra” si trasforma in un’enorme “ichneumon” (mangusta) per combattere “Apophis” (serpente gigante che personifica il male). In Egitto, oggi, la mangusta e il cobra più probabilmente danzano insieme al suono del flauto suonato da un incantatore dotato di grande destrezza. Ma gli spettatori non sembrano apprezzare la musica.

Ahmed Bensaada Montreal, 25 dicembre 2012
Questo articolo è stato pubblicato 29 dicembre 2012 dalle quotidiano algerino Reporters

Riferimenti
1 – Christophe Ayad, «Le président égyptien frappe l’armée à la tête», Le Monde, 13 agosto 2012
2 – AFP, «En Égypte, Mohamed Morsi décore les généraux qu’il a limogés», Le Monde, 14 agosto 2012
3 – AFP, «Un général égyptien justifie les “tests de virginité” sur des manifestantes», Le Point.fr, 26 giugno 2011
4 – Karim Kebir, «Morsi écarte l’armée du pouvoir», Liberté, 13 agosto 2012
5 – Maghreb Intelligence, «Le général Anan, au chevet de l’Égypte», 3 agosto 2012
6 – Essafir, «Morsi décore Sadate!», 4 ottobre 2012
7 – Alain Gresh, « Égypte, de la dictature militaire à la dictature religieuse?», Le Monde diplomatique, novembre 2012
8 – Essafir, Op.Cit.
9 – Névine Ahmed, «Entre Nasser et Morsi, des jeunes si semblables…si différents!», Le Progrès Égyptien, 24 luglio 2012
10 – Bernard Lugan, «Irak, Libye, Syrie, Égypte et demain Iran. La stratégie du chaos», Metamag, 14 dicembre 2012
11 – AFP, «Morsi promet d’agir pour faire libérer Omar Abdel-Rahman aux États-Unis», Romandie.com
12 – David D. Kirkpatrick, «Egypt’s New Leader Takes Oath, Promising to Work for Release of Jailed Terrorist», The New York Times, 29 giugno 2012
13 – Jonathan Dienst, «Area Pols Condemn Egypt’s Next President for Supporting ’93 WTC Terrorist», NBC New York, 29 giugno 2012
14 – Andrew Cochran, «New Al Qaeda Tape Announces “Merger” With Egyptian Islamic Group, a.k.a. Gamaa Islamiya», Counter Terrorism Blog, 5 agosto 2006
15 – Christophe Ayad, «Géopolitique de l’Égypte», Editions Complexe, Bruxelles, 2002, pp. 143
16 – Mohamed Ahmed Tantaoui, «En photos: Le général Anan assiste au mariage du fils du général Mamdouh Chahine et rencontre l’ancien chef de l’assemblée du peuple Saad el-Katatni», El-Youm el-Sabii, 31 août 2012
17 – Stéphane Lacroix, «L’Égypte, l’armée et les Frères», Le Monde, 25 juin 2012
18 – Alexandre Buccianti, «Égypte: les Frères musulmans confirment leur rapprochement avec l’armée contre les révolutionnaires», RFI, 25 luglio 2011
19 – AFP, «L’armée égyptienne somme pouvoir et opposition de dialoguer», Libération, 8 dicembre 2012
20 – Jacques Chastaing, «Égypte: la révolution et les islamistes», Culture & Révolution, 28 settembre 2012
21 – R.B., «Égypte: pourquoi le projet de Constitution inquiète» Le Parisien.fr. 23 dicembre 2012
22 – Bahjat Abou Deif, «Les électeurs scandent contre l’ambassadrice américaine “islamique … islamique”», El-Youm el-Sabii, 22 dicembre 2012

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Damasco: una trappola per i ribelli?

Dedefensa - 17/12/2012

Bashar_Al_Assad_Military_Defensive_Exercise_17-10_2009Il ribollio siriano si nutre di innumerevoli voci, caratterizzate da violenza, sensazionalismo e da un continuo rumorio, ma raramente dalla precisione. La scorsa settimana o le ultime due settimane, sono state tipiche in questo senso, come una gatta, saggia e scaltra, ma che non riesce mai a ritrovare i suoi piccoli… voci sempre più esagerate sui ribelli lanciati verso la vittoria contro un Assad che vacillava. Certo, non era la prima volta, ma si poteva pensare che fosse vero. Il blocco BAO era euforico, ovviamente … beh, tutto si è taciuto e si è sgonfiato come un soufflé. Che cosa é successo? Ecco un articolo da una delle fonti che ci capita di apprezzare, il quotidiano indipendente di sinistra libanese as-Safir, tradotto dall’arabo all’inglese. (Cfr. 14 dicembre 2012 per l’edizione originale.)
Torniamo alla penna di Ezeddin Nader, per un resoconto molto dettagliato e accurato di ciò che sarebbe successo, che è naturalmente il contrario di ciò che ci era stato pubblicizzato con così tanto entusiasmo. In una parola: l’assalto dei ribelli su Damasco sarebbe stato l’effetto di una trappola in cui i ribelli si sono infilati a testa bassa. Questo è uno dei primi esempi di dove una grande mossa militare tattica viene descritta in dettaglio e in modo coerente, nel conflitto siriano finora caratterizzato da confusione, interferenze e distorsioni mediatiche che l’accompagnano. Si noti che questa versione dei fatti è ampiamente supportata da Patrick Cockburn, sul The Independent del 16 dicembre 2012. (L’articolo di as-Safir è citato in un altro articolo  di Cockburn sul The Independent, anche il 9 dicembre 2012, sempre in questo senso.)
(Si evidenziano, sganciandolo dal resto dell’articolo e senza commenti, inconsapevoli dell’esistenza di un accordo sulla questione, le poche righe alla fine dell’articolo che suggeriscono un accordo tra gli Stati Uniti e la Russia sulla soluzione della crisi siriana, alla fine di gennaio 2013, ai sensi della conferenza di Ginevra del 30 giugno [vedasi 3 luglio 2012]. “Per quanto riguarda i giorni a venire, fonti affermano che gli USA hanno concesso ai ribelli dell’opposizione un mese per lanciare una terza serie di attacchi a Damasco, nel tentativo di ottenere un serio vantaggio sul campo di battaglia, che contribuirebbe a rafforzare le condizioni dell’accordo russo-statunitense. L’accordo sarebbe pronto entro la fine di gennaio, sulla base dell’accordo raggiunto a Ginevra. Va notato che queste osservazioni sono correlate con quanto è stato detto in un precedente articolo di as-Safir sull’incontro “tra Clinton e Lavrov a Dublino” [vedasi 11 dicembre 2012].)

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L’esercito siriano potrebbe aver teso una trappola ai ribelli, presso Damasco
Fin dall’inizio del seconda fase dell'”operazione per l’invasione di Damasco”, le informazioni erano contrastanti. A volte, le notizie affermavano che i ribelli armati avevano occupato posizioni chiave nella capitale siriana, e in altri rapporti si affermava che l’esercito siriano aveva teso un agguato ai ribelli, infliggendo gravi danni alle fila dell’opposizione. Dopo più di due settimane di scontri nel governatorato di Rif Dimashq, la nebbia cominciava a dissolversi sull’invasione dei ribelli. A quanto pare, durante l'”invasione”, l’opposizione armata  – Jabhat al-Nusra in particolare – ha subito gravi perdite. Secondo le informazioni ottenute da as-Safir da fonti ben informate, il regime siriano sapeva da settimane del piano dei ribelli di prendere d’assalto la capitale, coinvolgendo migliaia di combattenti di tutte le nazionalità.
Il piano era volto a prendere il controllo delle città di Harasta e Duma, che sarebbero servite da trampolino di lancio per attaccare Damasco. I ribelli hanno cercato di prendere il controllo della città di Jaramana, dopo una serie di attentati mirati nei dintorni, per scacciare via i residenti della zona. Tuttavia, su consiglio di un servizio di intelligence – di un Paese alleato del regime siriano – e in coordinamento con l’esercito siriano, un piano proattivo è stato impostato per contrastare l’attacco che avrebbe dovuto aver luogo la mattina del primo sabato di dicembre. Il punto chiave del piano era attirare subito i militanti in una battaglia, disperdendone le fila e poi  infliggendogli il colpo fatale.
Il settimanale russo Argumentij Nedelij ha recentemente rivelato che “l’esercito siriano è riuscito a lanciare il primo attacco contro gli insorti, disperdendo le loro fila con l’aiuto dei servizi segreti russi, che ha fornito al regime alcuni consigli su come effettuare un attacco  proattivo“. Pochi giorni prima, il regime siriano aveva effettuato una manovra tattica su consiglio dei servizi segreti alleati, secondo il seguente scenario: le armi strategiche furono rimosse dai loro depositi, dando la falsa impressione di essere state portate in un luogo più sicuro. Nel frattempo, i satelliti stranieri, in particolare degli Stati Uniti, registravano le attività dell’esercito siriano. Questo ha scatenato i timori della comunità internazionale che le forze siriane stessero per utilizzare un particolare tipo di armi, mentre fughe mediatiche suggerivano l’eventuale uso di armi chimiche. I nemici del regime siriano hanno contribuito alla promozione di questo scenario, pensando che ciò avrebbe portato ad un intervento straniero o a una pressione sul regime affinché si accontentasse di minimi vantaggi politici. Tuttavia, la propaganda sulle armi chimiche è andata a svantaggio dei militanti, influenzando negativamente le loro prestazioni in combattimento.
Altre fonti hanno anche indicato che il piano era volto a diffondere false informazioni su diffuse defezioni nei ranghi delle forze del regime siriano che proteggevano Damasco. Inoltre, venne segnalato che le truppe siriane fossero completamente in rotta. Perciò, vennero diffuse notizie sulla caduta dei centri e delle principali basi nella capitale, e di grandi diserzioni nelle file dell’esercito. Tutto ciò spinse a mobilitare i militanti alla periferia della capitale e a lanciare un attacco precoce. Le voci diffuse dal regime siriano diedero agli insorti l’incentivo ad attaccare immediatamente Damasco.
Promuovendo la storia del crollo dell’esercito siriano nella capitale, con i rapidi progressi  dei ribelli, in pochi giorni e senza incontrare alcuna resistenza significativa, in quanto l’esercito siriano aveva liberato un certo numero di sue posizioni militari. La manovra era volta a provocare una vuoto tra i gruppi militanti e le loro linee di rifornimento. Secondo il quotidiano britannico The Independent, “Il governo siriano ha adottato una nuova strategia, nelle ultime settimane, in cui  ritira le sue truppe dalle basi indifendibili, per concentrarle a Damasco e in altre città ritenute  strategicamente cruciali.” Questa ritirata ha consentito all’esercito di lanciare una riuscita controffensiva la scorsa settimana, per alleviare la pressione militare sulla capitale e migliorando la propria posizione negoziale. Il giornale ha anche citato una fonte di Damasco, che affermava che “Il governo dice che ha compiuto una scelta strategica non difendendo gli avamposti più piccoli.” Inoltre, fonti hanno indicato che gli insorti e i loro sostenitori fossero sotto l’impressione che la caduta del regime fosse in vista. Così, hanno lanciato il loro attacco due giorni prima del previsto, giovedì 29 novembre, come il regime aveva previsto.
All’inizio dell’attacco, le comunicazioni di ogni tipo nel paese furono sospese, infliggendo un primo shock ai gruppi armati, che non erano più in grado di aggiornarsi sulla situazione delle battaglie. Fonti hanno descritto l’assalto a Damasco come il più grande e più grave dall’inizio della crisi siriana. I gruppi armati sono caduti nella trappola tesa dalle truppe siriane, che hanno ricevuto  un addestramento completo, in Russia e Iran, su come lanciare controffensive contro bande armate. Si deve notare che la Russia e l’Iran hanno accordi regionali di cooperazione strategica e lo scambio di competenze tecniche e di sicurezza con la Siria.
La battaglia ha comportato dei bombardamenti pesanti sulle posizioni ribelli, disperdendone le file su più aree. Le truppe siriane hanno lanciato una controffensiva da est e da ovest, allo stesso tempo, dopo aver attirato i ribelli verso zone situate a più di 40 km dalla capitale e a 20 km dalle loro linee di rifornimento. Questi gruppi di ribelli furono costretti a dirigersi verso le città di Harasta e Duma, proprio sotto il fuoco delle truppe governative, era ciò che il regime aveva previsto. Gli scontri sono anche infuriati lungo il fronte di Ghouta, nella parte orientale di Damasco. La forza dei ribelli si è esaurita prima che giungessero nella periferia dell’aeroporto, in particolare nelle città di Haran al-Awamid, al-Delba, Sakka, Deir al-Asafir, al-Maliha, Babila, Damir, al-Hujaira e Khan al-Sheik.
La battaglia si è conclusa nella città di Daraya, dove sono stati uccisi centinaia di militanti, diversi dei quali non erano siriani. Secondo le fonti, il numero di morti tra le fila dei gruppi armati è molto più alto di quello riportato dai media. [...]

Ezeddin Nader (as-Safir)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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