La fine dell’alleanza mediorientale degli USA

Alessandro Lattanzio, 3/9/2014

Barack Obama, King AbdullahGrandi mutamenti si sono avuti ad agosto in politica internazionale. Non solo si registrava la sconfitta della NATO in Ucraina, con la grande offensiva dell’Esercito Popolare di Novorossija, ma anche in Nord Africa/Medio Oriente, dove, dopo il sussulto causato dall’avanzata dell’esercito islamo-atlantista del SIIL (Stato Islamico in Iraq e Levante) in Iraq settentrionale e Siria orientale, le forze regionali del campo filo-USA, profondamente divise e contrapposte, avviavano la controffensiva al piano islamo-atlantista avviato nel dicembre 2010, noto come ‘Primavera araba’, radicalizzatosi immediatamente dal febbraio 2011 con le operazioni sovversive in Egitto, l’infiltrazione in Siria e il golpe-invasione in Libia. La serie di operazioni occulte e destabilizzanti attuate nel corso di questi tre anni da Washington, Tel Aviv, Parigi, Londra, Berlino, Roma e Ankara tramite le reti Stay Behind della NATO e con il supporto della Fratellanza mussulmana finanziata dal petroemirato del Qatar, hanno portato alla formazione dell’ultimo avatar di al-Qaida, ovvero il già citato SIIL. Tale organizzazione terroristica, una sorte di ‘super-clan’ delle dune, è un prodotto delle operazioni spionistiche e di guerra psicologica delle agenzie d’intelligence israeliane e statunitensi, allo scopo di scavalcare i Paesi arabi, soprattutto l’Arabia Saudita, nel controllo della legione islamista, composta da decine di migliaia di mercenari e terroristi islamisti, salafiti e taqfiriti radunati in Turchia, dove vengono addestrati, armati e finanziati. Ciò è dettato dell’inefficienza operativa dimostrata dai Paesi del Golfo e dalla Giordania nell’aggressione alla Siria, e dalla conseguente incapacità di affrontare seriamente l’Asse della Resistenza in costruzione, imperniata nell’Iraq risorgente di al-Maliqi. Tale inefficienza ha spinto Washington non solo a creare direttamente il suo esercito islamista, appunto il SIIL, ma ad iniziare ad usarlo in modo sotterraneo anche contro l’Arabia Saudita, una volta rivelatosi impossibile controllare la produzione petrolifera irachena, eliminare la Siria baathista, controllare il caos in Libia, dominare totalmente la stessa Turchia, imporre il dominio islamista in Egitto e Libano, ed allontanare l’Iran dall’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai. Dopo tutto ciò, rimane Ryadh quale ultimo bersaglio apparentemente abbordabile. L’occupazione degli enormi giacimenti petroliferi sauditi, di cui disporre a piacimento, sicuramente balena da decenni nelle menti del Pentagono e di Langley. E a Ryadh, e nelle capitali degli altri petroemirati del Golfo Persico, si sarà di certo intuito che qualcosa di torbido, a Washington, si muove dalla Siria alla penisola arabica. Da qui la probabile ragione dell’ultimo intervento del decrepito monarca saudita, re Abdullah, che il 29 agosto a Ryadh, ricevendo i nuovi ambasciatori accreditati in Arabia Saudita, tra cui quello degli Stati Uniti, si dichiarava “sorpreso dall’inazione verso il terrorismo del SIIL, da egli ritenuto ‘inaccettabile’ e verso cui reagire con forza e determinazione. “Vedete come (i jihadisti) decapitino e mostrino ai bambini teste mozzate per strada“, aveva detto condannando la crudeltà di tali atti. Piuttosto sorprendente da un re che aveva massicciamente sostenuto tali barbari criminali quando devastavano la Siria. Re Abdullah, che sembra aver ripreso coscienza, ha continuato: “Non è un segreto per voi ciò che fanno e faranno ancora. Se li ignorate, sono sicuro che arriveranno in un mese in Europa e dopo due in America“. Infatti, ciò non è un segreto per certi Paesi occidentali, complici nella nascita e metastasi di tale cancro islamo-terrorista. Sempre il 29 agosto, il principe saudita Walid bin Talil si recava a Parigi in visita privata, venendo ricevuto da François Hollande all’Eliseo. Tale incontro ebbe luogo pochi giorni prima dell’arrivo a Parigi del principe ereditario saudita Salman bin Abdul Aziz, ricevuto il 1 settembre all’Eliseo da François Hollande, nell’ambito della visita ufficiale per la cooperazione militare nella crisi in Medio Oriente. Il principe ereditario si recava in Francia per dire ciò che re Abdullah aveva detto ai diplomatici in Arabia Saudita. In altre parole, non si dovrebbe più giocare con il fuoco del fondamentalismo, perché vi è il pericolo dell’incendio. Era questo che ha spinto a reagire il re saudita, temendo per il suo regno l’indecisione e l’inazione di Barack Hussein Obama negli attacchi aerei contro i jihadisti del SIIL. Il 30 agosto 2014, il quotidiano saudita Asharq al-Awsat e la rete TV al-Arabiya riferivano tali propositi del re saudita. Abdullah aveva anche detto che “il terrorismo non conosce confini e può interessare diversi Paesi al di fuori del Medio Oriente“, dove i jihadisti del SIIL devastano barbaramente i territori conquistati in Siria e in Iraq grazie al denaro saudita e qatariota, e alle armi fornite da statunitensi, inglesi e francesi. Anche se ritardataria, la posizione di re Abdullah è un’importante svolta nella politica saudita. Rientra nella logica del sostegno saudita al Generale Abdelfatah al-Sisi contro la Fratellanza musulmana in Egitto. “Ma questa politica sarà ambigua fin quando non sarà avviato un cambiamento radicale nella crisi siriana, e non sia imposta una giusta correzione allo Stato canaglia del Qatar, principale finanziatore del terrorismo islamico nel mondo arabo, africano e occidentale.”
A ciò si aggiunga gli ultimi eventi nella Libia oramai martirizzata da tre anni d’interventismo islamo-atlantista, “A fine agosto 2014, il Paese aveva due parlamenti: uno eletto dal popolo libico, e l’altro legittimato esclusivamente dal supporto straniero. La situazione sembrava così difficile, a quel punto, che era possibile l’intervento militare da parte degli Stati regionali, capeggiati dall’Egitto, per l’obiettivo di stabilizzare il Paese eliminando i jihadisti finanziati e armati dall’estero e che utilizzano la Libia come trampolino di lancio della guerra islamista contro l’attuale governo egiziano. … Il Qatar ha creato un “esercito libero egiziano” nel deserto della Cirenaica, modellato sull'”esercito libero siriano” che Qatar, Turchia e Stati Uniti avevano costruito per sfidare il leader siriano Bashar al-Assad. … Nell’agosto 2014, i terroristi jihadisti legati ai gruppi salafiti collaboravano con i Fratelli musulmani (Iqwan) radicati in Cirenaica e sostenuti da Qatar, Turchia e Stati Uniti. … Il 18 agosto 2014, la situazione si era deteriorata al punto che aerei da combattimento degli Emirati Arabi Uniti (EAU), operando da basi egiziane, effettuarono attacchi contro le milizie jihadiste a Tripoli, senza preavvisare gli Stati Uniti. L’operazione fu coordinata con il governo dell’Arabia Saudita, che permise agli aerei dell’aeronautica degli Emirati Arabi Uniti si sorvolare il regno saudita verso l’Egitto. Gli aerei dell’aeronautica emirota utilizzarono le aviocisterne Airbus A330MRTT per rifornirsi in volo e raggiungere la base aerea di Marsa Matruh, o un’altra base aerea avanzata egiziana, da cui effettuare gli attacchi sugli obiettivi libici. I primi attacchi, il 18 agosto 2014, colpirono gruppi di terroristi; i successivi, del 23 agosto 2014, colpirono lanciarazzi e veicoli militari dei terroristi forniti dal Qatar. Gli attacchi non impedirono alle milizie della coalizione islamista di Misurata, Fajr al-Libiya (Alba della Libia), di occupare il 24 agosto Tripoli, sottraendola al controllo della milizia di Zintan. L’UAE colpì anche Ansar al-Sharia, altro gruppo islamista sostenuto da Washington”.
Il 25 agosto 2014, Stati Uniti, Francia, Germania, Italia e Regno Unito rilasciarono una dichiarazione che denunciava le “interferenze esterne” in Libia, che “aggravano le divisioni attuali e minano la transizione democratica della Libia“, nascondendo la realtà che gli Stati Uniti dal 2011 interferiscono in Libia continuando a sostenere l’invadenza del Qatar. Allo stesso tempo, sempre con l’incoraggiamento degli Stati Uniti, l’ex-parlamento islamista, senza mandato, veniva riconvocato il 25 agosto 2014 per deliberare lo scioglimento del governo ad interim votato dal Parlamento neoeletto e contrario agli islamisti. Il Parlamento non controllato dagli islamisti continua a riunirsi a Tobruq, in Cirenaica, dove il 24 agosto licenziava il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, generale Abdesalam Jadallah al-Ubaydi, sostituendolo con il colonnello Abdelrazaq Nadhuri, promosso generale per l’occasione. Nadhuri, della città di Marj, a 1100 km ad est di Tripoli, ha partecipato con il ministro degli Esteri della Libia e agli omologhi regionali, al vertice di Cairo per discutere la minaccia islamista. Nadhuri sostiene l’operazione anti-islamista Qarama (Dignità) del generale Qalifa Haftar. All’annuncio della nomina di Nadhuri, alcuni generali libici espressero la loro contrarietà dichiarando “di rifiutarsi di lavorare al comando di un ufficiale che supporta l’operazione Qarama, e di riconoscere solo il generale al-Ubaydi come Capo di stato maggiore“. Intanto, il 25 agosto il Congresso Nazionale Generale (GNC), ufficialmente sostituito dal nuovo Parlamento, nominava una figura islamista, Umar al-Hasi, per formare un “governo di salvezza” che riceveva il riconoscimento degli Stati Uniti. Quindi la Libia oggi ha due parlamenti e due governi. Il ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqri avrebbe detto, il 25 agosto, che la situazione in Libia minaccia la regione, “Gli sviluppi in Libia colpiscono la sicurezza dei Paesi vicini, per la presenza di movimenti estremisti e gruppi terroristi i cui attivisti non solo non si fermano ai territori libici ma s’infiltrano nei Paesi vicini”, affermando anche che la diffusione dell’illegalità dalla Libia potrebbe richiedere l’intervento straniero. La posizione di Egitto, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti svela la divisione tra gli ex-alleati di Washington. Sottolineando ciò, il presidente egiziano Abdelfatah al-Sisi dichiarava, sempre il 24 agosto, che Qatar, Turchia, Stati Uniti e Fratellanza musulmana finanziano nuovi piani mediatici che “volti a minare la stabilità dell’Egitto“. Tali potenze, ha detto, “non esitano a spendere decine di milioni, o addirittura centinaia di milioni di dollari per tali siti, promuovendo idee che mirano a minare la stabilità dell’Egitto”.
Gli Stati Uniti, ed Israele, si alienano i principali alleati regionali nel perseguimento di obiettivi strategici confusi e indefiniti, volti solo a generare caos e, forse, creare terreno bruciato economico-sociale intorno all’Asse eurasiatico, il cui nucleo è rappresentato dal riallineamento strategico tra Mosca, Beijing e Tehran, verso cui gravitano sempre più Turchia, Siria, Iraq ed Egitto.

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Il senatore interventista neo-con McCain e, cerchiato in rosso, al-Baghdadi, presunto califfo del SIIL

Fonti:
Il re saudita non sostiene più i terroristi islamici! 1 settembre 2014
La Libia al centro della frattura tra gli alleati regionali degli USA  31/08/2014

Libia, agosto 2014

Alessandro Lattanzio, 28/8/20141114-world-odu-libya_full_600Il 25 luglio riesplodevano gli scontri a Tripoli tra le milizie di Zintan e quelle di Misurata. Gli statunitensi evacuavano l’ambasciata mentre all’aeroporto si svolgeva una battaglia tra miliziani. L’ambasciata USA era stata bombardata da sistemi lanciarazzi Grad. Tripoli era priva da due settimane di benzina ed elettricità, mentre 36 soldati venivano uccisi e altri 50 feriti negli scontri fra i “rivoluzionari della Shura di Bengasi” e le forze speciali libiche ‘Saiqa’, e a Tripoli 23 operai egiziani venivano assassinati dalle milizie.
Il 28 luglio, gli islamisti di Ansar al-Sharia di Bengasi sequestravano il quartier generale delle Forze Speciali libiche, dopo una settimana di combattimenti che causarono oltre 60 morti. Il 13 luglio precedente gli islamisti di Misurata e Bengasi lanciarono un’offensiva contro le brigate di Zintan che occupavano l’aeroporto di Tripoli dal 2011. Il nuovo parlamento libico indiceva la sua prima sessione a Tobruq, dopo le elezioni del 25 giugno, quando i nazionalisti ottennero 160 dei 188 seggi. Dal 16 maggio continuavano gli scontri tra gli islamisti e le forze dirette dal Generale Haftar, che poteva contare su circa 40000 combattenti: 6/7000 provenienti dalle forze armate, 15000 dalle milizie di Zintan, Sawaiq e Qaqa, dirette da Jamal Habil e Ali Naluti, e gli uomini delle forze speciali al-Saiqa del comandante Wanis Buqamada, della National Force Alliance del capo del CNT golpista Mahmud Jibril e delle milizie di Iz al-Din Waqwaq, che controllava l’aeroporto Benina di Bengasi assieme al comandante delle forze aeree di Haftar, Saqr Jarushi. In effetti, Haftar avrebbe a disposizione 4 caccia MiG-21 e 4 elicotteri d’attacco Mi-24 operanti dalle basi aeree di Benina-Bengasi, Labraq, Matuba-Derna e Tobruq. Il centro comando delle forze di Haftar si trova a Barqah. Le forze di Haftar si scontravano a Bengasi con gli islamisti di Ansar al-Sharia, guidata da Muhammad Zahawi, che il 21 luglio, assieme alle milizie taqfirite Scudo Libico di Wisam bin Hamid e brigata al-Batar, assaltarono Campo 319 delle al-Saiqa e la base del 36° battaglione dell’esercito, entrambi nel quartiere Bu Atni di Bengasi. Il 16 giugno gli aerei di Haftar bombardarono la pista d’atterraggio di Tiaq, a sud di Bengasi, utilizzata dagli islamisti per ricevere le armi inviate da Qatar e Turchia. Dal 13 luglio vi furono scontri a Tripoli, per il controllo dell’aeroporto, tra gli islamisti di Misurata del partito Giustizia e Costruzione della Fratellanza musulmana, e le milizie di Zintan, distruggendo una decina di aerei di linea e causando 102 morti e 452 feriti.
Il 16 agosto, 60 persone furono uccise e circa 400 ferite nei combattimenti per l’aeroporto internazionale tra le brigate di Zintan che lo controllano e i militanti islamisti della coalizione Fajr di Misurata. Oltre 700 famiglie fuggirono a Bani Walid, roccaforte della resistenza jamahiriyana, 180 km a sud-est di Tripoli. Aerei da guerra senza contrassegni furono visti bombardare le posizioni delle milizie nella capitale. Il 25 agosto, dopo aver conquistato l’aeroporto internazionale di Tripoli, gli islamisti di Misurata occupavano Tripoli e convocavano una seduta del vecchio Congresso generale nazionale, mentre quello eletto il 25 giugno si era riunito due settimane prima a Tobruq. Il vecchio Parlamento, dove gli islamisti avevano la maggioranza, nominava un suo ‘premier’, l’islamista Umar al-Hasi, in contrapposizione al premier in carica al-Thini.
Mideast Libya Misurata, città islamista in contrasto con le milizie di Zintan, lanciava l'”operazione Alba” in risposta all'”operazione Dignità” di Haftar a Bengasi, fallita con la ritirata di Haftar a Tobruq. Inoltre, Egitto ed Emirati Arabi Uniti avrebbero attuato attacchi aerei sulla Libia senza informarne gli Stati Uniti. Gli Emirati Arabi Uniti avrebbero inviato cacciabombardieri F-16 e aerei da rifornimento nelle basi egiziane, per colpire Tripoli almeno due volte ad agosto. Nel primo caso, il 18 agosto, fu colpito un deposito di armi controllato dalle milizie islamiste a Tripoli, eliminando 6 terroristi; nel secondo, il 23 agosto, furono distrutti lanciarazzi e autoveicoli, e un magazzino fu danneggiato presso il ministero degli Interni di Tripoli, sempre controllato delle milizie di Misurata, eliminando 15 terroristi e ferendone altri 30. Inoltre, una squadra delle Forze Speciali egiziane avrebbe distrutto una base islamista nella Cirenaica. L’ex-ministro degli Esteri egiziano Amir Musa, aveva detto “staterelli, sette e fazioni estremiste in Libia minacciano direttamente la sicurezza nazionale dell’Egitto. Chiedo un ampio dibattito per sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi e costruire il supporto necessario nel caso dovessimo esercitare il nostro diritto all’autodifesa“. Il Presidente al-Sisi affermava che l’opzione per addestrare l’esercito libico, e che l’Accademia di polizia egiziana era disponibile ad addestrare la polizia libica, assicurando che la sicurezza della Libia rientra nella stabilità dell’Egitto e di tutta la regione. Il 25 agosto, l’Egitto aveva un vertice sulla situazione libica con Tunisia, Algeria e Libia. La delegazione libica a Cairo era composta dal ministro degli Esteri Muhammad Abdelaziz, dal capo del parlamento Uqayla Salah e dal capo di Stato Maggiore Abdelrazaq al-Nazury, che aveva dichiarato che il suo Paese ricostruirà un nuovo esercito in cooperazione con l’Egitto. Funzionari del governo statunitense avevano affermato che l’amministrazione Obama era stata colta di sorpresa. “Egitto ed Emirati Arabi Uniti hanno agito senza informare Washington o cercarne il consenso, emarginando l’amministrazione Obama“. In conseguenza di tali azioni, i governi di Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti rilasciavano un’ipocrita dichiarazione congiunta che condannava le “interferenze esterne in Libia, aggravando le divisioni attuali e minando la transizione alla democrazia della Libia“. Secondo l’inviato delle Nazioni Unite in Libia, Tariq Mitri, “I dati sugli sfollati indicano che oltre 100000, e forse 150000, persone hanno cercato rifugio all’estero, compresi i lavoratori migranti che hanno abbandonato il Paese“.
La Gran Bretagna ospita il capo spirituale degli islamisti libici, il Gran Muftì shayq Sadiq al-Ghariani, che aveva celebrato l’occupazione di Tripoli da parte della milizia islamista di Misurata su una TV satellitare, Tanasuh, registrata a nome di un familiare, Sohayl al-Ghariani, residente ad Exeter. Ghariani s’era congratulato con gli islamisti di Misurata, “Mi congratulo con i rivoluzionari per la loro vittoria, e benedico i martiri“, dell’occupazione di Tripoli. Il predicatore salafita aveva anche chiesto che gli islamisti attaccassero Bayda, sede del governo, e Tobruq, dove si trova il parlamento. “Invito città come Tobruq e Bayda, che svolsero un lavoro incredibile nella rivoluzione (il golpe contro la Jamahiriya. NdT)… ad unirsi ai loro fratelli rivoluzionari della Libia, in modo da unirsi. I Paesi che contribuirono alla rivoluzione del 17 febbraio… devono scommettere sulla gente, non sui governanti“. Nominato due anni prima Gran mufti, al-Ghariani sostiene le fazioni islamiste con fatwa che vietano anche l’importazione di lingerie. “Il mufti è sempre stato un elemento di disturbo“, affermava Hasan al-Amin, un politico libico fuggito in Gran Bretagna dopo esser stato minacciato dalle milizie. “Questo tizio era in Gran Bretagna ad istigare queste cose”.

999947Fonti:
IlSole24ore
IlSole24ore
ITAR-TASS
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Repubblica
RIAN
RID
RussiaToday
Wsws

Il Qatar ha inviato 5000 terroristi del SIIL in Libia

Nabil Ben Yahmad, Tunisie Secret 9 agosto 2014

L’afferma Rafiq Shely, ex-direttore della sicurezza presidenziale (1984-1987), ex-alto ufficiale dei servizi segreti tunisini e attuale Segretario Generale del “Centro Studi sulla Sicurezza Globale” tunisino, in un’intervista al quotidiano arabo al-Tunisya. Ciò significa che dopo il ruolo attivo nei disordini in Siria e Iraq, il Qatar vuole incendiare con le fiamme della guerra civile e la barbarie in Libia inevitabilmente Tunisia e Algeria.

article-2506545-1964AE9B00000578-195_634x411In primo luogo va chiarito, contrariamente a quanto è stato detto in qualche media tunisino, che l’intervista di Rafiq Shely non è stata pubblicata dal quotidiano algerino “al-Qabar”, ma dal giornale tunisino al-Tunisya il 4 agosto 2014.

Con il suo silenzio, la troika sostiene Abu Iyadh
Alla domanda “E’ vero che l’occupazione della Tunisia, come alcuni osservatori pessimisti ritengono, da parte di organizzazioni terroristiche è solo questione di tempo, e che subiremo lo scenario libico, siriano e iracheno?” L’ex alto funzionario del Ministero degli Interni Rafiq Shely ha risposto: “Dobbiamo prima tornare alle vicende storiche che ci hanno portato alla situazione attuale. Inoltre, dopo l’annuncio di Abu Iyadh della creazione di Ansar al-Sharia, nell’aprile 2011, ha goduto di un’amnistia generale, compì una dimostrazione di forza nel maggio 2012 lasciando a Qayruan 5000 seguaci. Nonostante la minaccia per la sicurezza nazionale, la troika ha osservato il silenzio e incoraggiato Abu Iyadh e le sue truppe a ricomparire l’anno successivo, affermando che può mobilitare 50000 persone. Sua intenzione è approfittare della situazione per dichiarare la città di Qayruan emirato islamico, preoccupando al-Nahda che vietò la manifestazione per preservare l’immagine presso l’opinione pubblica tunisina e internazionale…” Secondo Rafiq Shely, dopo l’assassinio di Shuqri Belaid e Muhammad Ali Larayadh Brahmi, al-Nahda fu costretta a classificare Ansar al-Sharia organizzazione terroristica, nonostante l’opposizione radicale di qualche capo di al-Nahda. A causa di tale ritardo i capi di Ansar al-Sharia fuggirono dalla Tunisia in Libia unendosi ad Abu Iyadh e formando campi di addestramento a Sabrata e Derna.

Il Qatar rimpatria i jihadisti del SIIL
Alla seconda domanda, “Non pensa che il fallimento degli islamisti in Libia abbia messo in pericolo immediato tutta la regione?” Rafiq Shely ha risposto che “il totale fallimento degli islamisti nelle ultime elezioni del Consiglio nazionale è una svolta pericolosa. C’è l’operazione dell’aeroporto (in Libia), poi il viaggio di Abdelhaqim Belhadj, Belqaid e Ali Salabi in Turchia, Qatar e Iraq per incontrare il SIIL per due motivi: rimpatriare i jihadisti nordafricani in Libia e stipulare accordi per la vendita di armi moderne, con l’appoggio di certi Paesi. L’aeroporto di Sirte è stato costruito per ospitare carichi di armi, così come l’aeroporto Mitiqa“. Citando fonti attendibili, Rafiq Shely ha aggiunto che “gli aerei sono arrivati in Libia dal Qatar carichi di jihadisti, spiegando il successo di Ansar al-Sharia nell’occupare una base militare di Bengasi… Il numero di terroristi del SIIL, molti tunisini, oscilla tra 4000 e 5000. Loro obiettivo è imporre il dominio sulla capitale, poi prendere Zintan, in tal caso il pericolo della Tunisia sarà ancora maggiore alla frontiera...”  Contattato dal corrispondente a Tunisi di Tunisie-Secret, Rafiq Shely ha detto che tra questi 5000 jihadisti quasi 200 sono di nazionalità francese. In altre parole, binazionali.

Vertice segreto nella città turca
Si ricorda che già nel gennaio 2014 Rafiq Shely ha detto al quotidiano al-Tunisya (17 gennaio) che “4500 jihadisti tunisini appartenenti al movimento Ansar al-Sharia sono attualmente nei campi d’addestramento in Libia“. I 5000 jihadisti in questione torneranno al punto di partenza, in Libia, dove furono addestrati e da dove i servizi del Qatar li inviarono in Siria alla fine del 2011. Infine, è chiaro che sulla base dei rapporti d’intelligence ricevuti dal quotidiano algerino “Bilad al-Jazairiya” del 4 luglio, i jihadisti libici appartenenti a Ansar al-Sharia ed elementi del SIIL si sono incontrati in una città turca per concludere l’accordo per inviare i jihadisti nordafricani dall’Iraq in Libia, per rafforzare Ansar al-Sharia in questo Paese e in Tunisia. Lo stesso rapporto d’intelligence indica che il SIIL ha deciso di estendere la sua jihad nel Maghreb arabo e Sahel, lontano da un Medio Oriente già parzialmente occupato.

erdogan-qatar2Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La situazione in Libia dal 20 maggio al 9 luglio 2014

Alessandro Lattanzio, 9/7/2014
628x471Il 20 maggio, quattro massicce esplosioni colpivano la zona residenziale vicino alla strada per l’aeroporto di Tripoli, causando 4 morti e 7 feriti. La maggior parte delle forze del cosiddetto Scudo centrale della Libia era tornata a Misurata mentre un contingente era diretto verso Tripoli. L’Unione delle Famiglie dei Martiri di Misurata condannava le operazioni del generale Qalifa Haftar contro gli islamisti. Una milizia islamista aveva attacco l’ospedale di Derna. Uomini armati attaccavano anche la residenza del nuovo primo ministro libico Ahmad Mitiq. Le guardie di Mitiq risposero al fuoco ferendo e arrestando due aggressori.
Il 25 maggio gli Stati Uniti inviavano 1000 marine della nave d’assalto anfibio USS Bataan presso le coste Libiche, in vista dell’evacuazione dell’ambasciata degli Stati Uniti. Washington aveva suggerito ai suoi concittadini in Libia “di partire immediatamente“. Gli Stati Uniti dispiegavano a Sigonella 250 marine, 7 velivoli Osprey e 3 aerei da rifornimento. Muhammad Zahawi, capo di Ansar al-Sharia, avvertiva contro qualsiasi interferenza degli Stati Uniti nella rivolta in Libia, “Ricordiamo all’America le sconfitte in Afghanistan, Iraq e Somalia; dovrebbe affrontare qualcosa di molto peggio in Libia. E’ stata l’America ad inviare Haftar a portare il Paese verso la guerra e lo spargimento di sangue“. Un ufficiale delle forze speciali degli Stati Uniti affermava che il dispiegamento di droni e 80 soldati statunitensi in Ciad era volto ad intensificare le operazioni regionali, “E’ un’operazione che comprende le cosiddette operazioni antiterrorismo in Nigeria, Ciad, Niger, Mali, Libia e Algeria“.
Bernard-Henri Lévy il 22 maggio si era recato a Tripoli, dove rimase per 2 ore all’aeroporto internazionale di Mitiga, incontrandosi con il terrorista Ali Belhadj, per negoziare il ritorno di Ali Zaydan, l’ex primo ministro fuggito in Europa. Ad al-Aziziya, città a 55 chilometri a sud di Tripoli, si svolse il 25 maggio la Conferenza delle tribù libiche che riunì 2000 capi tribù libici. Il consiglio decise:
1 – Scioglimento del Congresso Generale Nazionale libico.
2 – Abolizione di tutte le leggi approvate da tale struttura illegale ed anche quelle adottate sotto la minaccia delle armi dal governo.
3 – Abolizione di tutti i contratti ed impegni sottoscritti dal governo, perché in contrasto con la sovranità del Paese.
4 – Scioglimento delle milizie e divieto ad esercito e polizia di schierare armi. Ammettere che attaccare una regione o una tribù è come attaccare l’intero Paese.
5 – Ritorno degli esiliati, instaurando il dialogo nazionale e l’amnistia per tutti coloro che non hanno ucciso o derubato libici.
6 – Rilascio di tutti i prigionieri e far decadere le accuse contro di loro.
7 – Ristabilire esercito, polizia e controllo delle frontiere.
8 – Aggiornamento dei documenti di identità per certificare la cittadinanza di chiunque affermi essere libico.
9 – Indennizzo per tutte le vittime della guerra che avranno diritto al titolo di martire.
10 – Si ordina a militari e poliziotti allontanatasi dai loro compiti di ritornare alle loro funzioni, recuperare le armi delle milizie e assicurare la protezione delle zone tribali e di frontiera.
11 – Appellarsi a tutte le organizzazioni internazionali affinché aiutino e proteggano la salvaguardia nazionale libica.
12 – Le tribù assicurano il rispetto degli interessi di individui e nazioni in tutto il territorio libico.
13 – Le tribù rifiutano qualsiasi governo che agisca sotto qualsiasi bandiera, che non tenga in considerazione l’integrità territoriale e il fatto che la nazione è la prima tribù nel Paese sul quale tutto si fonda.
14 – Il Consiglio supremo da il benvenuto a tribù, regioni o istituzioni civili che vogliano partecipare alla ricostruzione nazionale.
15 – Il Consiglio, nella fase di transizione, è pronto ad assumere il potere fino a quando il Paese avrà una Costituzione e potrà eleggere un Parlamento e un Presidente.
Unità del 4° Reggimento paracadutisti dell’esercito algerino operano fino a 200 chilometri entro la Libia, in operazioni coordinate con il Reggimento di Uargla (700 chilometri a sud di Algeri) e i tiratori del GIS (Gruppo Intervento Speciale) del DRS (Dipartimento di Intelligence e Sicurezza). Tali operazioni vengono condotte con l’assistenza delle milizie di Zintan e dei Warfala, sempre fedeli alla Jamhiriya e che controllano la città di Bani Walid. Tali operazioni sono svolte contro i campi di addestramento dei terroristi in Libia, dove almeno tredici capi dei gruppi terroristici vennero eliminati mentre progettavano attacchi agli impianti petroliferi di Hasi Masaud in Algeria. In un’altra operazione venne eliminato il capo della milizia islamista di Misurata. Anche la Tunisia ha impiegato il suo reggimento di elicotteri d’attacco dell’esercito contro gruppi terroristici a Ghardimau e nel governatorato di Jinduba.
Il 4 giugno un attacco suicida contro la residenza dell’ex-generale Qalifa Haftar uccideva quattro guardie, ad Abyar, 60 chilometri a est di Bengasi. L’attentato seguiva gli scontri tra le forze di Haftar e gli islamisti avutisi a Bengasi il 3 giugno, quando tre gruppi islamisti attaccarono una base di Haftar. Elicotteri delle forze di Haftar risposero all’attacco. Il governo ordinava la chiusura di scuole, università, negozi, aziende e dell’aeroporto. Almeno 20 i morti e 70 i feriti. Il 2 giugno un aereo da guerra di Haftar bombardava l’università durante un raid contro una vicina base islamista. mentre la sede del Primo Ministro a Tripoli veniva attaccata. Nel frattempo, gli scioperi nelle raffinerie causavano penuria di benzina; la produzione era comunque oramai pari solo al 10 per cento di quella precedente al 2011. Secondo Sadiq al-Qabir, governatore della Banca centrale, la Libia ha tratto solo 6 miliardi di dollari dalle esportazioni energetiche nei primi quattro mesi del 2014, meno di un quarto dei 18 miliardi previsti. Ciò suscitava attriti tra la Banca e il parlamento, che non potendo varare la finanziaria chiese alla banca centrale di sbloccare 110 miliardi di dollari di riserve valutarie. L’ex-premier al-Thani accusava Qabir di agire da “dittatore”, bloccando la spesa approvata dal parlamento e il vicegovernatore Ali Muhammad al-Habri chiedeva di licenziare  dipendenti statali. La valuta libica si svalutava del 7% verso il dollaro, sul mercato nero. Ciò colpiva i 30 miliardi di prodotti alimentari importati in Libia da Europa, Tunisia e Turchia.
Il 29 maggio, secondo il think tank inglese The Henry Jackson Society, un’operazione delle forze speciali statunitensi, francesi e algerine sarebbe scattata nella Libia meridionale contro i terroristi dell’AQIM, per distruggerne i depositi di armi, le infrastrutture di addestramento e comunicazioni. Il capo di AQIM, Muqtar Belmuqtar, sarebbe stato l’obiettivo prioritario dei commando algerini nell’operazione che coinvolgeva 3500 militari del Reggimento Paracadutisti e 1500 del gruppo di sostegno e supporto logistico. Un’altra fonte diplomatica affermava che i 5000 soldati mobilitati erano appoggiati da blindati BTR, veicoli armati 4×4, velivoli da trasporto, cacciabombardieri, elicotteri d’assalto e d’attacco Mi-24, aerei da ricognizione e UAV. Il Reggimento Paracadutisti è lo stesso dell’operazione Scorpion del gennaio 2013, per la liberazione del complesso gasifero Tiguenturin di In Amenas. Il ruolo dei paracadutisti algerini sarebbe stato sigillare il confine, chiudere i punti di rifornimento e tagliare la ritirata ai gruppi che cercavano di fuggire in Libia orientale. Per dissuadere una puntata nel Sahel, l’esercito ciadiano assicurava il controllo della striscia di Aozou e il Tibesti, lasciando poco margine ai jihadisti. L’esercito francese aveva richiamato il Comando Operazioni Speciali distaccato in Niger, dotato di veicoli da ricognizione, elicotteri d’attacco Tiger ed elicotteri d’assalto Caracal. I 5-800 uomini dell’esercito degli Stati Uniti, con Hercules ed Osprey, avrebbero inseguito i gruppi jihadisti nel Sud e occupato i siti petroliferi libici. L’obiettivo degli algerini era ripulire il Nalut Zintan, al confine con la Tunisia, dai campi di addestramento jihadisti e dalle basi per l’invio di armi in Algeria, per poi spingersi verso Sabha, nodo logistico nel deserto libico. Il Generale Bualim Madi, a capo della Direzione centrale informazioni e orientamento dell’ANP, l’esercito algerino, aveva dichiarato che “la situazione al confine era preoccupante“.
Le agenzie di sicurezza e d’intelligence egiziane, algerine e tunisine si riunivano agli inizi di luglio per coordinare la lotta contro l’espansione dello Stato Islamico (IS) in Libia, particolarmente di al-Qaida nel Maghreb islamico (AQIM). La Libia post-Jamahiriya è divenuta fonte d’instabilità e terreno per lo sviluppo della minaccia degli estremisti islamisti dello Stato Islamico in Iraq e Levante (SIIL). “Riceviamo rapporti che indicano jihadisti libici e tunisini rientrare nei Paesi d’origine per creare filiali del SIIL in Nord Africa”, affermava una fonte della sicurezza algerina al quotidiano al-Qabar. Il Qatar ha “un suo impatto sui salafiti jihadisti in Libia” mobilitandoli contro il SIIL, aggiungendo che agenti dei servizi segreti del Qatar avevano visitato ai primi di luglio Algeria, Tunisia e Libia. “L’Egitto opera sul controllo delle frontiere con la Libia dal territorio egiziano, piuttosto che inviare forze in Libia“, affermava l’esperto di strategia Ahmad Abdal Hamid. L’Egitto si coordina con Algeria e altri Paesi africani, così come con Giordania e Paesi del Golfo, per unificare la posizione araba e africana contro il terrorismo. Il presidente Abdal Fatah al-Sisi visitava l’Algeria a giugno, sviluppando le relazioni  strategiche tra Egitto ed Algeria. “La Libia va verso la secessione di tre Stati: Bengasi, Tripoli e Fezzan, e il governo egiziano è decisamente contrario a ciò“, affermava l’esperto Talat Mussa. Sisi aveva anche affermato che l’indipendenza del Kurdistan iracheno sarebbe una catastrofe. Secondo al-Qabar, i jihadisti di AQIM supportano il SIIL, provocando scontri interni, in Libia, tra terroristi di al-Qaida e jihadisti del SIIL.
Infine, 630000 dei 3,4 milioni di libici votarono il 25 giugno 2014 alle elezioni parlamentari, con un tasso di affluenza del 18,52%. In altre parole, l’81,5% degli elettori libici non partecipava all’elezione del Congresso generale nazionale.

mapoflibyaFonti:
Allain Jules
Cameroon Voice
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Palestine Solidarité
Strategika51
Wsws

Bengasi, CIA e guerra in Libia

Eric Draitser New Oriental Outlook 09/06/2014
LIBYA-UNREST-POLITICSLa violenza e il caos esplosi nella seconda città della Libia, Bengasi, dovrebbero essere intesi come lotta di potere tra fazioni per affermare la propria autorità sul critico centro commerciale. Tuttavia, ciò che viene volutamente omesso dai media occidentali è il fatto che entrambi i gruppi, uno militare guidato dal generale libico Haftar, l’altro terroristico islamista Ansar al-Sharia, sono ascari degli Stati Uniti, da cui hanno ricevuto sostegno da vari canali, in questi ultimi anni. Visto così, i disordini in Libia devono essere intesi come continuazione della guerra intrapresa contro il Paese dalle forze USA-NATO. Mentre scontri a fuoco, esplosioni e attacchi aerei sono la norma a Bengasi e nelle aree circostanti, la natura del conflitto rimane oscura. Da un lato c’è il generale Qalifa Belqasim Haftar, vecchio comandante militare sotto Gheddafi fuggito dalla Libia negli Stati Uniti dove divenne una notevole risorsa della CIA fino al suo ritorno in Libia durante l’assalto USA-NATO contro questo Paese. Dall’altra c’è l’organizzazione islamista Ansar al-Sharia, guidata da Ahmad Abu Qatala, implicata nell’attacco dell’11 settembre 2012 al compound USA-CIA di Bengasi che uccise l’ambasciatore statunitense Chris Stevens. Esaminando il conflitto e le connessioni tra questi due individui e le fazioni che guidano, le tracce dell’intelligence degli Stati Uniti non potrebbero essere più evidenti. Tuttavia, la situazione a Bengasi e nella Cirenaica in generale, è molto più complessa che non semplicemente tali due fazioni. Ci sono altre importanti milizie che hanno svolto un ruolo significativo nel portare la regione sull’orlo della guerra totale. I conflitti intestini tra le milizie dei movimenti/coalizioni bloccano i porti petroliferi di Bengasi e Cirenaica, tali milizie non hanno nemmeno pensato alla possibilità di una riconciliazione. E così, nonostante la guerra USA-NATO in Libia sia conclusa quasi tre anni fa, il Paese è ancora innegabilmente in guerra.

La guerra di Bengasi
Le notizie da Bengasi sono sempre più preoccupanti. Il 2 giugno, quasi un centinaio di libici, molti dei quali civili, sono stati uccisi o feriti nella metropoli costiera e nelle città circostanti, quando la milizia islamista Ansar al-Sharia ha attaccato un accampamento delle forze fedeli al generale dell’esercito Haftar. Gli uomini di Haftar, dotati di una modesta ma efficace forza aerea tra cui elicotteri da combattimento, risposero all’attacco respingendo i molti militanti di Ansar al-Sharia. Nel processo però, gli abitanti di Bengasi sono stati costretti a fuggire o rifugiarsi a casa, mentre aziende e scuole rimasero chiuse per via degli spari e dei combattimenti. Anche se lo scontro era di modesta portata rispetto agli orrori della guerra USA-NATO alla Libia nel 2011, è un duro monito sulla triste realtà attuale della Libia. Nazione una volta orgogliosa, ora è ridotta a un mosaico di milizie, clan e tribù in lotta, senza un’autorità centrale che governi il Paese, priva di servizi sociali affidabili e in completa assenza dello Stato di diritto. Nel vortice del conflitto politico e sociale va esaminata la natura del conflitto a Bengasi. La città è scossa da scontri e manifestazioni politiche dal rovesciamento e assassinio di Gheddafi nel 2011. Mentre un governo provvisorio a Tripoli fu istituito dal cosiddetto Consiglio nazionale di transizione (Cnt), il potere reale viene esercitato dalle milizie concorrenti affiliate a tribù e/o clan, di solito limitate a una importante cittadina o città. Anche se vi sono numerose milizie islamiste operanti presso Bengasi, le due più potenti e ben organizzate sono la Brigata dei martiri del 17 febbraio e Ansar al-Sharia. Mentre entrambe le organizzazioni sono nominalmente indipendenti, ognuna ha un’affiliazione diretta o indiretta al terrorismo di al-Qaida.
Ad opporsi a 17 febbraio e Ansar al-Sharia è il cosiddetto Libyan National Army, una raccolta di milizie e unità minori fedeli al generale Haftar. Avendo recentemente avuto notorietà dichiarando un quasi-colpo di Stato contro il governo di Tripoli, nel febbraio 2014, l’esercito nazionale libico conduce una guerra di bassa intensità contro le milizie islamiste nella speranza di avere il controllo di Bengasi e Cirenaica. Naturalmente, i piani del generale Hafter vanno ben oltre Bengasi, volendo utilizzare il conflitto come pretesto con cui sperare di mettere il Paese sotto la sua guida. Mentre alcuni vedono ciò come improbabile, è comunque una parte importante del calcolo strategico. Infine, c’è la questione persistente delle altre milizie che, in momenti diversi, controllano terminali petroliferi e impianti portuali a Bengasi e nell’Oriente in generale. Di particolare nota è la milizia di Ibrahim al-Jathran, capo tribale che ha chiesto l’autonomia regionale della Cirenaica dal governo centrale di Tripoli. Jathran e i suoi uomini hanno più volte bloccato gli impianti petroliferi avanzando le loro richieste. Anche se ancora non sono riuscite che a causare problemi politici e diplomatici a Tripoli, la milizia di al-Jathran e altre simili, complicano ulteriormente l’infinitamente complessa politica della piazza libica.

“Rivoluzione” libica e intelligence USA
Fin dall’inizio della guerra contro la Libia, Stati Uniti e loro alleati della NATO utilizzarono diversi gruppi terroristici e agenti dell’intelligence per rovesciare il governo di Gheddafi. Mentre alcuni erano direttamente legati alla CIA, altri furono tratti dalla stalla delle organizzazioni terroristiche utilizzate in tempi diversi dagli Stati Uniti, come i mujahidin in Afghanistan, Kosovo e altrove. In sostanza quindi gli Stati Uniti hanno sviluppato una rete a maglie larghe di ascari, alcuni ideologicamente oppositori degli Stati Uniti e altri, scatenati sulla Libia per fare il lavoro sporco di Washington. Un gruppo chiave alleato dell’intelligence degli Stati Uniti è il Libyan National Army di Haftar. L’organizzazione fu fondata da Haftar dopo la sua defezione (o espulsione) dalla Libia nei primi anni ’80. Da lì, Haftar divenne un agente significativo della CIA nel tentativo di rovesciare Gheddafi. Usando la forza di Haftar in Ciad durante la guerra alla Libia, nei primi anni ’80, la CIA tentò il primo di molti tentati cambi di regime in Libia. Come il New York Times riportò nel 1991: “L’operazione paramilitare segreta, avviata negli ultimi mesi dell’amministrazione Reagan, fornì aiuti militari e addestramento a circa 600 soldati libici catturati durante gli scontri al confine tra Libia e Ciad nel 1988… furono addestrati da agenti dell’intelligence statunitensi in sabotaggio e altre attività di guerriglia, dissero gli agenti, in una base nei pressi di N’Djamena, capitale del Ciad. Il piano per utilizzare gli esuli si adattava perfettamente al desiderio dell’amministrazione Reagan di rovesciare il colonnello Gheddafi”.
L’articolo del Times sopra citato osserva che gli sforzi per il cambio di regime fallirono e Haftar ed i suoi soci furono  poi trasferiti al sicuro e ospitati negli Stati Uniti. Un portavoce del dipartimento di Stato al momento spiegò che gli uomini avrebbero avuto “accesso alla normale assistenza al reinsediamento, tra cui corsi di lingua inglese e professionali e, se necessario, assistenza finanziaria e medica”. Infatti Haftar trascorse quasi vent’anni vivendo comodamente in una casa di periferia in Virginia, a breve distanza dal quartier generale della CIA a Langley. Era noto come “l’uomo di punta in Libia” della CIA per aver preso parte a numerosi tentativi di cambio di regime, tra cui il tentativo fallito di rovesciare Gheddafi nel 1996. E così, quando Haftar convenientemente apparve di nuovo in Libia per partecipare al cambio di regime del 2011, molti osservatori politici notarono che ciò significava che la mano della CIA era intimamente coinvolta nella rivolta. Infatti, come la guerra mutava e divenne chiara la connessione profondamente radicata tra intelligence degli Stati Uniti e cosiddetti “ribelli”, la verità su Haftar non poté essere nascosta. Tuttavia, Haftar non era certo il solo burattino di NATO e CIA. Un altro gruppo importante era il famigerato Gruppo combattente islamico libico (LIFG), guidato dal terrorista internazionale Abdelhaqim Belhadj che avrebbe ucciso statunitensi in Afghanistan, oltre ad essere direttamente legato ad al-Qaida. Dopo essere stata incarcerata da Gheddafi, la leadership del LIFG cercò di allinearsi agli Stati Uniti nella speranza di occupare il vuoto di potere post-Gheddafi. Guidato da Belhadj, il LIFG fu parte fondamentale della ribellione che rovesciò Gheddafi, prendendo l’iniziativa dell’attacco al compound di Gheddafi a Bab al-Aziziya. A tal proposito, il LIFG ebbe intelligence e probabilmente supporto tattico, dall’intelligence e dall’esercito degli Stati Uniti, in particolare attraverso la rete di AFRICOM di Camp Lemonnier a Gibuti. Una volta che Gheddafi cadde, Belhadj divenne il capo militare di Tripoli, agendo temporaneamente da dittatore. Tuttavia, pur di continuare a spacciare la mitologia della “democrazia libica”, i finanziatori USA-NATO di Belhadj decisero di mettere al suo posto il cosiddetto “governo di transizione”, considerato inefficace, nella migliore delle ipotesi, e assolutamente irrilevante nella peggiore.
La Brigata dei martiri del 17 febbraio è un altro gruppo terroristico con stretti legami con il “governo” di Tripoli e soprattutto la CIA. Dopo esser apparso nell’operazione di cambio di regime come milizia ben addestrata, ben armata e organizzata, la Brigata dei martiri del 17 febbraio subito salì alla ribalta nel panorama politico del dopoguerra. Atteggiandosi a forza affidabile delle autorità di Tripoli, la 17 febbraio subito divenne un’agenzia di sicurezza a noleggio. Qui CIA e 17 febbraio entrarono in contatto diretto. Il Los Angeles Times ha riferito: “Nell’ultimo anno, una volta assegnate le milizie a protezione della missione degli Stati Uniti a Bengasi, addestrate da personale di sicurezza statunitensi alle loro armi, occuparono gli ingressi, superarono le mure e ingaggiarono combattimenti corpo a corpo… I miliziani negarono seccamente di sostenere gli assalitori, ma riconobbero che la grande forza alleata al governo, nota come Brigata dei martiri del 17 febbraio, potesse includere elementi antiamericani… La brigata 17 febbraio è considerata una delle milizie più capaci della Libia orientale”. È essenziale notare che il cosiddetto “consolato” di Bengasi non era la tipica missione diplomatica, ma piuttosto un impianto della CIA probabilmente utilizzato dall’ambasciatore Stevens come quartier generale da cui organizzare l’invio di armi e combattenti per destabilizzare la Siria. Così, esaminando esattamente ciò che il regime di Bengasi è stato, si dovrebbe dire che gli Stati Uniti agirono da mecenate e mandante dell’organizzazione terroristica i cui membri ammettono che il loro gruppo “potrebbe includere elementi antiamericani“.
Ansar al-Sharia, naturalmente, rientra nella narrazione dell’attacco dell’11 settembre 2012 convenientemente da aggressore al compound della CIA difeso dai suoi rivali (e a volte alleati) della Brigata dei martiri del 17 febbraio. Ansar al-Sharia, guidata da Ahmad Abu Qatala, è ritenuta il gruppo che attaccò la stazione della CIA a Bengasi. In realtà, Qatala ammette di aver preso parte all’assalto al compound, anche se ammette solo di essere stato presente, non di guidarlo.
Nonostante professino un islamismo antioccidentale e radicato nella sharia, Ansar al-Sharia e Qatala in particolare, non sembrano particolarmente turbati dalla collaborazione con gli “infedeli americani.” In effetti, il New York Times ha osservato che Qatala e la sua organizzazione probabilmente svolsero il ruolo di carnefice in uno dei più significativi assassini (a parte quello di Gheddafi) di tutto il conflitto. Il rapimento e l’assassinio del generale libico Abdalfatah Yunis, fino al 2011 considerato il successore prescelto degli USA di Gheddafi, fu un importante punto di svolta. Come Times spiega, “Dopo che gli islamisti inviarono una squadra per prendere il generale per un processo improvvisato, nel luglio 2011, i suoi carcerieri lo trattennero di notte nella sede della brigata di Abu Qatala. I corpi di Yunis e due suoi aiutanti furono trovati su una strada il giorno dopo, crivellati di pallottole”. Allora, anche secondo i resoconti ufficiali, Qattala e Ansar al-Sharia sono almeno indirettamente, se non direttamente, responsabili della morte di Yunis. Ciò diventa particolarmente importante alla luce della vecchia competizione tra Yunis e Haftar per il controllo delle forze “laiche” nella Libia post-Gheddafi. Sarebbe giusto quindi sostenere che, nella lotta di potere tra Haftar e Yonis, Haftar, caro alla CIA, trasse vantaggio dalle azioni dell’organizzazione terroristica. E ora queste due fazioni sono in guerra. Così va nell’attuale Libia.
Qualsiasi analisi del conflitto in Libia, e in particolare a Bengasi, deve tener conto del ruolo degli Stati Uniti (e di altre nazioni), le cui agenzie d’intelligence vi sono profondamente coinvolte fin dall’inizio. In particolare, esaminando la natura dei combattimenti, Bengasi deve essere intesa come campo di battaglia e lotta ideologica. Da un lato, si tratta di controllare la città più importante del Paese dopo la capitale Tripoli. Dall’altro, è la lotta esistenziale per il futuro della Libia. Haftar e la sua fazione immaginano una Libia laica aperta a finanzieri, speculatori e società occidentali. Ansar al-Sharia e gli altri gruppi terroristici vedono la Libia elemento costitutivo dello Stato islamico governato dalla sharia. E, in agguato sullo sfondo, sopra e dietro tutti i principali attori del conflitto, la CIA e l’agenda geopolitica degli Stati Uniti. E così la guerra continua; nessuna fine in vista.

999947Eric Draitser è un analista geopolitico indipendente di New York City e fondatore di StopImperialism.org, editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Haftar: il “socio effettivo” degli Stati Uniti in Libia

Ahmed Bensaada Global Research, 3 giugno 2014  –  Reporters
dataIl discorso pronunciato dal presidente Obama il 28 maggio 2014 presso la prestigiosa Accademia Militare di West Point [1] sembra segnare un aggiustamento importante nella politica estera degli Stati Uniti verso il mondo arabo. Sono finiti i giorni del teatrale elogio della “Primavera araba”: questa espressione non è stata pronunciata una volta sola in tutto il suo discorso. È stata sostituita da “sconvolgimenti nel mondo arabo”, cioè “rivolta (o sommossa) nel mondo arabo”. La parola “democrazia” è stata detta solo due volte, ma in un contesto molto generale. Realpolitik oblige, Obama ha dichiarato che “il sostegno statunitense a democrazia e diritti umani va oltre l’idealismo;  è una questione di sicurezza nazionale“. Non poteva essere più chiaro. Dopo i fiaschi politici delle “campagne” in Iraq e Afghanistan, il presidente degli Stati Uniti ha chiesto un cambio di strategia nella lotta al terrorismo. “Penso che dobbiamo riorientare la nostra strategia antiterrorismo, costruendola sui successi e le lacune della nostra esperienza in Iraq e in Afghanistan, con partenariati più efficaci con i Paesi in cui le reti terroristiche cercano di prendere piede” ha detto. Ciò non significa necessariamente che l’intervento militare diretto non sia più possibile, anzi. Serve solo, dice, “soddisfare standard che riflettano i valori americani“.
Due esempi libici illustrano tale nuova strategia degli Stati Uniti. L’istituzione di “partenariati efficaci” è essenziale per impedire tragedie come l’omicidio nel 2012 dell’ambasciatore USA in Libia Christopher Stevens e altri tre statunitensi [2]. Ricordiamo, a tal fine, che tale crimine commesso esattamente nell’undicesimo anniversario degli attacchi dell’11 settembre 2001, è stato attribuito agli islamisti di Ansar al-Sharia. [3] Interventi militari mirati, a loro volta, sono necessari per “neutralizzare” i terroristi coinvolti negli attacchi contro interessi statunitensi, come nel caso di Abu Anas al-Libi. Infatti, il 5 ottobre 2013, un commando statunitense lo catturò in pieno giorno con uno spettacolare raid a Tripoli. Tale ex-capo islamista, la cui taglia dell’FBI era di 5 milioni di dollari, è accusato del coinvolgimento negli attentati del 1998 contro le ambasciate statunitensi in Tanzania e Kenya. [4]
Tale politica “antiterrorismo” delineata dal presidente Obama a West Point sembra essere già attuata in Libia. Infatti, uno dei dispositivi che attualmente forniscono un “partenariato efficace” con la Libia si basa sulla collaborazione con il generale Qalifa Haftar (o Hiftar) le cui “gesta” sono ancora in prima pagina. La sua missione è lo sradicamento del terrorismo islamista che prolifera nel Paese dalla morte del colonnello Gheddafi. Il suo obiettivo principale: Ansar al-Sharia contro cui molte voci statunitensi si sono alzate chiedendo una rappresaglia per vendicare la morte dei diplomatici statunitensi brutalmente assassinati [5], accusando Obama di non aver fatto molto in tal senso [6].
La ricomparsa di Qalifa Haftar è molto istruttiva, soprattutto dopo la fuga precipitosa dell’ex-primo ministro Ali Zaydan in Germania [7], dopo il suo licenziamento da parte del parlamento libico. Ali Zaydan è il cofondatore, con Muhammad Yusif al-Magaryaf, del Fronte nazionale per la salvezza della Libia (FNSL) nel 1981. [8] Tale organizzazione, notoriamente addestrata e sostenuta dalla CIA [9], perpetuò l’opposizione armata con diversi tentativi di golpe contro il colonnello Gheddafi. Zaydan e la sua collusione con il governo degli Stati Uniti furono denunciati dopo l’arresto di Abu Anas al-Libi. Infatti, l’ex-primo ministro fu brevemente rapito il 10 ottobre 2013 da un gruppo di ex-ribelli islamici che l’accusavano di avere collaborato con il governo degli Stati Uniti nell’arresto di al-Libi, ex-membro di al-Qaida. [10] D’altra parte, nessun commento sulla fuga di Ali Zaydan o accuse di frode contro di lui furono espressi dal dipartimento di Stato. Invece, il suo portavoce “lodò” il lavoro di Zaydan “che ha guidato il fragile periodo della transizione in Libia”. [11] Dopo la fuga di Zaydan, che era nelle grazie del governo statunitense, era indispensabile riattivare “un partner efficace” nella persona del generale Haftar. Descritto come un “generale della rivoluzione”, Haftar apparve nel “quadro” insurrezione libico nel marzo 2011 “apportando qualche coerenza tattica alle forze ribelli anti-Gheddafi” [12]. Ma chi è questo Haftar lodato in tal modo dai media mainstream e la cui collaborazione è apprezzata dagli Stati Uniti? Il generale Qalifa Haftar era un alto ufficiale dell’esercito libico che partecipò al colpo di Stato che portò al potere Gheddafi nel 1969. [13] Principale ufficiale nel conflitto ciadiano-libico per la striscia di Aozou (ricco di uranio e altri metalli rari), guidò per sette anni la guerra contro le truppe di Habré, ex-presidente del Ciad sostenuto da CIA e truppe francesi. [14] Aiutati da forze francesi, Mossad israeliano e CIA, i ciadiani inflissero una grave sconfitta alle truppe libiche, il 22 marzo 1987 a Wadi Dum (Ciad settentrionale) [15]. Haftar e i suoi uomini (un gruppo di 600-700 soldati) furono catturati e imprigionati. Rinnegato da Gheddafi, che non avrebbe apprezzato la sconfitta che gli fece perdere la striscia di Aozou, infine il generale disertò presso il FNSL [16]. Supportato da Ciad, CIA e Arabia Saudita, si formò nel 1988 l’esercito nazionale libico, l’ala militare del FNSL, per cercare di rovesciare Gheddafi. [17] Un articolo del New York Times del 1991 dice che i membri di tale esercito “furono addestrati da agenti segreti statunitensi nel sabotaggio e altre azioni di guerriglia in una base nei pressi di N’Djamena, capitale del Ciad” [18]. Quando Deby salì al potere nel 1990 a N’Djamena, la situazione cambiò completamente per i ribelli libici, dato che il nuovo padrone del Ciad era in buoni rapporti con Gheddafi. Il buon rapporto tra i due uomini continuò fino alla caduta del leader libico. Infatti, Déby inviò anche truppe a sostenerlo contro la “primavera libica” [19].
libya_nfsl_logoHaftar e i suoi uomini dovettero lasciare il Ciad e gli statunitensi che l’infiltrarono organizzarono un ponte aereo con Nigeria e Zaire. [20] Furono quindi accolti come rifugiati negli Stati Uniti, beneficiando di molti programmi di reinserimento, comprese formazione, assistenza finanziaria e medica. Secondo un portavoce del dipartimento di Stato “i resti dell’esercito di Haftar erano sparsi in tutti i cinquanta Stati” [21]. Prima di tornare a supervisionare le forze ribelli durante la “primavera” libica, Haftar trascorse vent’anni nella provincia della Virginia. Alla domanda sul reddito del generale, uno dei suoi vecchi conoscenti confessò “che non sapeva esattamente come Haftar si mantenesse”. [22] Secondo un’altra fonte, “viveva assai bene e nessuno sa come campasse“, aggiungendo che la famiglia di Haftar non era ricca [23]. Tale frase diede luogo all’interpretazione chiara del fatto che Haftar vivesse a Vienna, in Virginia, a otto miglia dal quartier generale della CIA di Langley: “Per chi sa leggere tra le righe, questo profilo è un’indicazione sottilmente velata del ruolo di Haftar come agente della CIA. Altrimenti, come un ex-alto comandante libico poté entrare negli Stati Uniti nei primi anni ’90, pochi anni dopo l’attentato di Lockerbie, e stabilirsi nei pressi della capitale degli Stati Uniti, se non con il permesso e il sostegno attivo delle agenzie d’intelligence degli Stati Uniti?”. [24] “Quando ero negli Stati Uniti, ero protetto da ogni mossa di Gheddafi contro di me e i suoi tentativi di assassinio da tutte le agenzie degli Stati Uniti“, ha detto. “Mi spostavo dagli Stati Uniti in Europa e mi sentivo al sicuro perché ero protetto“. [25] Secondo il Washington Post, Haftar ha ottenuto la cittadinanza statunitense avendo votato due volte (2008 e 2009) nelle elezioni dello Stato della Virginia. [26] Da parte sua, il New York Times dice senza mezzi termini che il generale è “un cittadino degli Stati Uniti”. [27] Haftar ha anche riconosciuto che poco prima della sua partenza per Bengasi, fu contattato dall’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia Gene Cretz, che alloggiava a Washington da gennaio, e da agenti della CIA. [28] Al suo arrivo a Bengasi, nel marzo 2011, il generale Haftar fu nominato capo dell’esercito del CNT e partecipò attivamente alla guerra contro le forze di Gheddafi. Ma travolto dalla sua nomea di “agente della CIA”, fu licenziato dopo il rovesciamento della “guida” libica [29]. Tuttavia, il caos anarchico che ha colpito il Paese, la debolezza del governo centrale verso la profusione di milizie islamiste che governano ognuna una propria roccaforte e le tendenze separatiste che minacciano la Libia, ne hanno permesso il ritorno alla ribalta libica. Già il 14 febbraio 2014 sorprese tutti gli osservatori annunciando una nuova tabella di marcia per il Paese, la sospensione del parlamento e la formazione di un comitato presidenziale per governare il Paese organizzando nuove elezioni. [30] Tale tentativo di presa del potere fallì. Ma non per molto. Dopo la fuga dell’ex-primo ministro Ali Zaydan, Haftar tornava alla carica a metà maggio 2014. Dopo pesanti combattimenti contro le milizie islamiste a Bengasi e contro il Parlamento libico, che fecero decine di morti e feriti, ribadì le stesse affermazioni. [31] Diceva di rispondere solo all'”appello del popolo a sradicare il terrorismo in Libia”. Haftar smentiva le accuse di un colpo di Stato. [32] Sorprendentemente parlò, come nel febbraio 2014, per conto di un “esercito nazionale libico”, nome usato nel 1988 dall’ala militare del FNSL.
A differenza del precedente tentativo, questa volta è sostenuto da molti civili e militari nell’operazione militare chiamata “al-Qarama” (Dignità in arabo) con cui sembra unire diverse forze che “sembrano poter distruggere gli islamisti che dominano il Parlamento, che ha aperto la porta agli estremisti e alimenta il caos che scuote la Libia“. [33] E gli Stati Uniti in tutto questo? A tal proposito, l’autore e giornalista statunitense Justin Raimondo dubita che sia “una coincidenza che il generale Qalifa Haftar colpisca appena quattro giorni dopo che gli Stati Uniti schierassero 200 soldati in Sicilia, una “squadra d’intervento di crisi” inviata su richiesta del dipartimento di Stato” [34]. Da parte sua, John Hudson di “Foreign Policy” ha detto che “il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha raddoppiato il numero di aeromobili in attesa in Italia e schierato centinaia di marines in Sicilia nel caso fosse necessario evacuare frettolosamente l’ambasciata [in Libia Stati Uniti], una decisione che verrebbe presa letteralmente in qualsiasi momento“. [35] D’altra parte, è interessante notare che durante tale periodo travagliato e violento, gli Stati Uniti avevano attività diplomatiche in Libia (anche se il loro ambasciatore aveva lasciato il Paese, apparentemente per motivi familiari), mentre Paesi come Algeria e Arabia Saudita chiusero le loro ambasciate. [36] Poi il 27 maggio 2014  raccomandarono ai loro cittadini di lasciare “immediatamente” la Libia a causa della situazione “imprevedibile ed instabile”, pur mantenendo “personale limitato presso l’ambasciata di Tripoli”.[37] Situazione curiosa, francamente, per questo Paese presuntamente democratizzato dalla grazia dei bombardamenti della NATO e dei “buoni uffici” di un famoso filosofo francese, amante delle camicie bianche e acerrimo appassionato di guerre “senza amarle”.
Va detto che a Washington, alcuni esperti e funzionari del dipartimento di Stato espressero sottovoce soddisfazione nel vedere qualcuno lottare contro gli islamisti come Ansar al-Sharia [38], la milizia accusata di essere l’autrice dell’attacco contro la missione diplomatica degli Stati Uniti di Bengasi che causò la morte dell’ambasciatore Christopher Stevens. Inoltre, ciò permise a Muhammad Zahawi, capo della brigata della milizia (la Brigata Bengasi), di accusare il governo degli Stati Uniti di sostenere Haftar [39].
Deborah Jones, l’ambasciatrice degli Stati Uniti in Libia, ha detto che la sua squadra non ha condannato le azioni del generale Haftar che ha dichiarato guerra ai terroristi “islamici” in Libia. Parlava presso il Centro Stimson di Washington. [40] Un modo indiretto di sostenere Haftar, uno dei concittadini rientrato nel Paese per guidarne la guerra e che godeva da anni della generosità e calda comodità degli accoglienti sobborghi statunitensi della Virginia. Un concittadino, almeno per ora, parte dell’arsenale dei “partner più efficaci” degli Stati Uniti.

Zaydan e Kerry

Zaydan e Kerry

Riferimenti:
1. The New York Times, «Transcript of President Obama’s Commencement Address at West Point», 28 mai 2014
2. Barney Henderson et Richard Spencer, «US ambassador to Libya killed in attack on Benghazi consulate», The Telegraph, 12 septembre 2012
3. AP, «U.S. names militants involved in Benghazi attack», CBS News, 10 janvier 2014
4. AFP, «Abou Anas al-Libi, un leader présumé d’Al-Qaida méconnu chez lui», 20 Minutes, 7 octobre 2013
5. Ron DeSantis, «DESANTIS: Justice, absent in Damascus, awaits in Benghazi, too», The Washington Times, 11 septembre 2013
6. Lucy McCalmont, «John Bolton: Obama hasn’t avenged Chris Stevens’s death in Benghazi», Politico, 6 mars 2014
7. Reuters, «L’ex-Premier ministre libyen Ali Zeidan a fui en Europe», Le Nouvel Observateur, 12 mars 2014
8. The Indian Express, «New Libyan PM Ali Zeidan has strong India links», 15 October 2012
9. Ahmed Bensaada, livre à paraître.
10.AFP, «Libye: le premier ministre brièvement enlevé par d’ex-rebelles», Le Monde, 10 octobre 2013
11. AFP, «Libye: le Congrès limoge le premier ministre, Ali Zeidan», Le Monde, 12 mars 2014
12.Walter Pincus, «Only a few of Libya opposition’s military leaders have been identified publicly», The Washington Post, 1er avril 2011
13. Ibid.
14. Russ Baker, «Is General Khalifa Hifter The CIA’s Man In Libya?», Business Insider, 22 avril 2011
15. J ean Guisnel, «Quand un espion raconte…», Le Point, 5 janvier 2001
16. Russ Baker, «Is General Khalifa Hifter The CIA’s Man In Libya?», art. cit.
17. Walter Pincus, «Only a few of Libya opposition’s military leaders have been identified publicly», Op. cit.
18. Neil A. Lewis, «350 Libyans Trained to Oust Qaddafi Are to Come to U.S.», The New York Times, 17 mai 1991
19. Pierre Prier, «La garde tchadienne au secours du colonel Kadhafi», Le Figaro, 23 février 2011
20. Pierre Prier, «Le nouvel état-major libyen sous tension», Le Figaro, 23 février 2011
21. Russ Baker, «Is General Khalifa Hifter The CIA’s Man In Libya?», Op. cit.
22. Chris Adams, «Libyan rebel leader spent much of past 20 years in suburban Virginia», McClatchy Newspapers, 26 mars 2011
23. Abigail Hauslohner et Sharif Abdel Kouddous, «Khalifa Hifter, the ex-general leading a revolt in Libya, spent years in exile in Northern Virginia», The Washington Post, 19 mai 2014
24. Patrick Martin, «A CIA commander for the Libyan rebels», WSWS, 28 March 2011
25. Shashank Bengali, «Libyan rebel leader with U.S. ties feels abandoned», McClatchy DC, 12 avril 2011
26. Abigail Hauslohner et Sharif Abdel Kouddous, «Khalifa Hifter, the ex-general leading a revolt in Libya, spent years in exile in Northern Virginia», Op. cit.
27. Ethan Chorin, «The New Danger in Benghazi», The New York Times, 27 mai 2014
28. Shashank Bengali, «Libyan rebel leader with U.S. ties feels abandoned», Op. cit.
29. Armin Arefi, «Khalifa Haftar, un général made in USA à l’assaut de la Libye», Le Point, 19 mai 2014
30. RFI, «Libye: rumeurs de coup d’État sur la chaîne Al-Arabiya», 14 février 2014
31. Claire Arsenault, «En Libye, le général dissident Khalifa Haftar tente le coup», RFI, 23 mai 2014
32. Armin Arefi, «Khalifa Haftar, un général made in USA à l’assaut de la Libye», Op. cit.
33. Esam Mohamed et Maggie Michael, «Un général dissident reçoit des appuis», Le Devoir, 21 mai 2014
34. Justin Raimondo, «The Libyan ‘Coincidence’. CIA-backed general launches Libyan coup», Antiwar, 21 mai 2014
35. John Hudson, «It’s Not Benghazi, It’s Everything», Foreign Policy, 20 mai 2014
36. Renseignor, «Devant la dégradation de la situation sécuritaire en Libye l’Arabie saoudite ferme son ambassade à Tripoli…», n°823, p.3, 25 mai 2014
37. AFP, «Les États-Unis conseillent à tous leurs ressortissants d’évacuer la Libye», Le Monde, 28 mai 2014
38.Ethan Chorin, «The New Danger in Benghazi», Op. cit.
39. AP, «As Libya deteriorates, U.S. prepares for possible evacuation», CBS News, 27 mai 2014
40. Barbara Slavin, «US ambassador says Libyan general is going after ‘terrorists’», Al Monitor, 21 mai 2014

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, una nuova guerra per liberarsi degli islamisti

Alessandro Lattanzio, 20/5/2014
685656-libya-photo-collection.8191917_stdSecondo l’ex-capo dei golpisti del CNT, Mahmud Jibril, “Gli Stati Uniti hanno perseguito una politica di doppiezza in Libia. Il loro obiettivo principale era mettere al potere i fratelli musulmani in Egitto, Libia e Tunisia per contenere il terrorismo, affidando il programma ai suoi alleati regionale Turchia e Qatar. La caduta di Mubaraq contribuì al successo del piano degli Stati Uniti. Ma il Generale Abdalfatah al-Sisi, il ministro della Difesa egiziano che ha tolto di mezzo il presidente egiziano islamista Muhammad Mursi, ha inferto un duro colpo al piano. Il Qatar supportò la rivolta anti-Gheddafi, imponendo l’emiro del Gruppo islamico combattente libico in Afghanistan (LIFG), Abdalhaqim Belhadj, a capo dei rivoluzionari libici. L’emiro del Qatar, Hamad bin Qalifa, rifiutò di disarmare le milizie e di recuperare le armi fornite dal Qatar, su raccomandazione della Francia, che gli islamisti ricevevano all’aeroporto di Bengasi sotto la supervisione di ufficiali dei servizi segreti del Qatar. Perciò ci siamo rivolti al Sudan per avere le armi. Per le sue operazioni, il Qatar assieme a Mustafa Abdaljalil, presidente del CNT, aveva deciso che sarei stato sollevato dalla carica di ministro degli Interni e della Difesa. Mustafa Abdaljalil aveva già “giurato fedeltà al Qatar, nutrendo simpatie per fratelli musulmani. Con mia grande sorpresa, appresi che Abdalhaqim Belhadj fu presentato ai capi di Stato Maggiore della NATO in una riunione della coalizione a Doha, nell’agosto 2011, dove ebbe un briefing sulla situazione militare in Libia, in vista dell’offensiva contro Tripoli. Il comando operativo fu poi trasferito dall’isola di Djarba in Tunisia, sotto l’autorità del partito islamista al-Nahda di Rashid Ghannuchi, uomo del Qatar, a Zintan nel Jabal al-Nafusa, nella Libia occidentale. Infine, l’assalto contro Tripoli fu ritardato di diverse settimane a causa del fatto che il Qatar aveva invocato l’opposizione della NATO a tale operazione quale scusa per l’incapacità nel distruggere le difese della capitale. Quando arrivammo a Tripoli, scoprimmo che 24 dei 28 obiettivi cruciali per paralizzare le difese della capitale furono distrutti. Il Qatar sfruttò il pretesto dell’opposizione della NATO per permettere a Belhadj di entrare per primo”.
Il 24 marzo 2014, la petroliera Morning Glory veniva sequestrata a largo di Cipro da un commando di 24 Navy SEAL imbarcati sui natanti veloci di un incrociatore lanciamissili di scorta alla portaerei USS Roosevelt. L’equipaggio di 21 persone della petroliera venne trasbordato sulla portaerei statunitense per essere poi processato per “acquisto illegale di petrolio” in Libia. “L’equipaggio sarà deferito alle autorità giudiziarie competenti“, secondo il tenente-colonnello Salim al-Shawirf. “L’equipaggio della petroliera è ora sotto la mia autorità ed è indagato“, aveva detto il procuratore neo-coloniale libico Abdalqadir Radwan, sebbene senza l’intervento delle forze speciali e della marina atatunitensi la nave non sarebbe mai stata presa. La petroliera era di proprietà di una società degli Emirati Arabi Uniti, ed era noleggiata da una società saudita, batteva la bandiera della Corea democratica, ma Pyongyang l’aveva radiata dal suo registro navale in quanto violava la legge “sul registro e i contratti marittimi che vietano il trasporto di merci di contrabbando“.
A metà aprile, esplosero proteste a Zawiya, pochi giorni dopo che il governo aveva ceduto il controllo di due porti petroliferi all’esercito per porre fine alla crisi e alle controversie tra le autorità regionali cirenaiche e quelle centrali. L’esercito aveva preso il controllo dei porti di Zuaytina e Mars al-Hariga. Però l’11 aprile i manifestanti riuscirono ad occupare la raffineria di Zawiya chiudendone la produzione di 120000 barili al giorno. Il 13 aprile, i “ribelli” della regione autonoma della Cirenaica si accordarono per consegnare al governo centrale i terminali petroliferi dei porti di Ras Lanuf e Sidra, occupati dal luglio 2013. La disputa ha ridotto le esportazioni di petrolio della Libia di 1,25 milioni di barili al giorno, con la conseguente perdita di circa 14 miliardi di dollari di entrate.
Nel giugno 2013, un comandante di al-Qaida, Ibrahim Ali Abu Baqr al-Tantush, prendeva il controllo di una base segreta creata dalle forze speciali statunitensi sulla costa libica: Campo 27. Nell’estate del 2012, i Berretti Verdi statunitensi ristrutturarono la base militare a 27 chilometri ad ovest di Tripoli, per ospitare e addestrare i combattenti per le operazioni speciali antiterrorismo della Libia. Ma due anni dopo, il campo di addestramento veniva utilizzato da al-Qaida fomentando il caos nella Libia post-Jamahiriya. “Un funzionario della Difesa degli Stati Uniti affermava che il campo oggi viene considerato ‘zona negata’ o luogo in cui le forze USA dovrebbero aprirsi la strada per accedervi“. Seth Jones, esperto di al-Qaida della Rand Corporation, aveva detto che la Libia è oggi un rifugio di al-Qaida nordafricana. “V’è una serie di campi di addestramento di al-Qaida e dei vari gruppi jihadisti emersi nel sud-ovest della Libia, intorno a Tripoli, e nel nord-est della Libia, intorno a Bengasi”. Nel marzo 2014, il generale David Rodriguez, a capo dell’US Africa Command, affermò al Comitato dei Servizi Armati del Senato che un paio di migliaia di combattenti stranieri era transitato dal nord Africa alla Siria e che al-Qaida ne coordinava le attività. Ed ora questi militanti avevano una base presso Tripoli, oltre a una serie di dispositivi tattici avanzati. “La sfida più grande sono munizioni, armi ed esplosivi che dalla Libia continuano a fluire in tutta la regione del nord-ovest dell’Africa“. Alla domanda se tali armi rafforzassero al-Qaida in Africa, Rodriguez rispose: “Li rafforza in tutto il nord-ovest dell’Africa“.
Nel frattempo, il Congresso Nazionale Generale della Libia non riusciva a nominare un nuovo primo ministro, avendo il candidato Ahmad Mitiq ottenuto solo 113 dei 120 voti necessari. La Libia era senza premier da quando Ali Zaydan era scappato in Europa a marzo e il primo ministro ad interim Abdullah al-Thini rimaneva in carica fino alla nomina di un successore. Al-Thini aveva annunciato a metà aprile che si sarebbe dimesso, spaventato da uno scontro a fuoco in una zona residenziale che lo vide oggetto. Il primo vicepresidente del Congresso, Az al-Din al-Awami dichiarava chiuso un primo procedimento per eleggere il nuovo premier; ma esso venne illegalmente riaperto dal secondo vicepresidente, Salah Maqzum, dove Mitiq riceveva 121 voti. Infine la situazione venne risolta dal presidente del Congresso Nuri Abu Sahmayn che nominava Mitiq nuovo primo ministro. Il portavoce del primo ministro al-Thini, Ahmad Lamin, affermava che una volta raggiunto l’accordo, al-Thini sarebbe rimasto in carica finché Mitiq avesse stilato il nuovo governo e il Congresso l’avesse approvato. Ma proprio ci si avviava verso l’adempimento di tale processo, esplosero nuovi scontri a Bengasi. Secondo il quotidiano algerino al-Qabar del 12 maggio, il Feldmaresciallo egiziano Abdalfatah al-Sisi avrebbe deciso di estirpare il terrorismo islamista in Egitto intervenendo militarmente contro le relative basi in Libia. Il direttore dell’intelligence egiziana Muhammad Farid al-Tuhamy avrebbe visitato Washington per spiegare al governo degli Stati Uniti le minacce poste da al-Qaida all’Egitto dalla Libia, affermando che i combattenti dallo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL) provengono dall’Egitto e che il nuovo governo di Cario li combatte. Il 10 maggio al-Qabar aveva pubblicato un articolo che avvertiva dell’imminente guerra in Libia, che avrebbe potuto propagarsi anche in Tunisia. Gli Emirati Arabi Uniti avrebbero sostenuto l’azione contro la Libia per stabilizzarvi la situazione e por fine alle minacce poste dagli islamisti. Lo sceicco Muhammad bin Zayid bin Sultan al-Nuhayan, principe ereditario di Abu Dhabi, sosterrebbe l’Egitto nella repressione dei gruppi islamisti che minacciano la stabilità regionale.
general-khalifa-haftar-attends-news-conference-abyar-small-town-east-benghaziLa mattina del 16 maggio, l’ambasciatore d’Algeria a Tripoli, Abdalhamid Buzhar, subiva un tentativo di rapimento da parte di uomini armati, presso la sua residenza a Qarqas, Tripoli. Ma la scorta del personale diplomatico algerino riusciva ad evacuare l’ambasciatore presso l’aeroporto di Tripoli e da lì ad Algeri. Il resto del personale della rappresentanza diplomatica venne evacuato il giorno dopo e l’ambasciata venne chiusa. Questo tentato rapimento era l’ultimo di una serie di attacchi alle missioni diplomatiche in Libia. Un diplomatico tunisino e l’ambasciatore giordano furono rapiti e poi rilasciati. A Bengasi, sempre il 16 maggio, esplosero scontri armati tra l”esercito nazionale libico’ dell’ex-generale golpista Qalifa Haftar e le milizie islamiste, causando 79 morti e oltre 140 feriti. A Tripoli, un comunicato del presidente del Congresso nazionale generale, Nuri Abu Sahmayn, accusava Haftar di essere “al di fuori della legittimità dello Stato” e di compiere un vero e proprio “colpo di Stato”. Il generale negava, “L’operazione lanciata venerdì e battezzata ‘Restaurare la dignità della Libia’ mira a ripulire il Paese dai terroristi. Abbiamo cominciato questa battaglia e continueremo fino a raggiungere il nostro scopo. Il popolo libico è con noi”. L”esercito nazionale’ guidato da Qalifa Haftar, ex-capo dei golpisti che nel 2011 rovesciarono Muammar Gheddafi, aveva il sostegno di un aereo da guerra e di elicotteri che bombardarono la caserma occupata dalla milizia islamista “Brigata 17 febbraio”, mentre i miliziani attaccarono la base del gruppo islamista Rafallah al-Sahati. I combattimenti si svolgevano nella zona di Sidi al-Fradj, a sud di Bengasi. Il Capo di stato maggiore dell’esercito libico, Abdalsalam Jadallah al-Ubaydi, “nega che le forze armate siano coinvolte negli scontri a Bengasi“. “In una dichiarazione alla televisione nazionale, al-Ubaydi ha chiesto all’esercito e ai rivoluzionari di opporsi a qualsiasi gruppo armato che cerchi di controllare Bengasi con la forza”. Invece molti soldati aderivano all”esercito nazionale’ dopo i numerosi attacchi compiuti dalle milizie legate ad al-Qaida fin dall’invasione USA-NATO. Al-Ubaydi vietava inoltre alle forze armate di entrare a Bengasi per sostenere Haftar. Per al-Ubaydi l’azione di Haftar era un “colpo di Stato”. Il primo ministro ad interim Abdullah al-Thini affermava che solo un aviogetto aveva attaccato i gruppi islamisti e senza il permesso del governo, “E’ il tentativo di sfruttare l’attuale insicurezza contro la rivoluzione”. Muhammad al-Hijazi, portavoce dell”esercito nazionale’, dichiarava alla TV libica al-Ahrar che unità dell’esercito regolare si erano unite alle forze di Haftar nella lotta agli islamisti, tra cui forze aeree e forze speciali. Gli “scontri non si fermeranno fin quando l’operazione raggiungerà i suoi obiettivi“. Sempre secondo al-Hijazi anche i militari dell’aeroporto di Bengasi, Benina, avevano aderito all’azione di Haftar. Reuters riferiva che le autorità libiche avevano chiuso l’aeroporto di Bengasi, “Abbiamo chiuso l’aeroporto per la sicurezza dei passeggeri, ci sono scontri in città. L’aeroporto sarà riaperto a seconda della situazione della sicurezza”. L’agenzia LANA citava Milad al-Zuwi, portavoce delle forze speciali, che negava il coinvolgimento delle sue truppe. Il portavoce dell”esercito libico nazionale’ Muhammad al-Hijazi riferiva che i combattenti al comando di Haftar “hanno bombardato le basi appartenenti ad Ansar al-Sharia e ad altri gruppi islamisti a Bengasi“. Quindi alcuni elicotteri e un caccia MIG-21 bombardarono le basi bengasine di Ansar al-Sharia, Rafallah al-Sahati e battaglione ’17 Febbraio’. A Tripoli, le milizie di Zintan attaccarono una base dei miliziani filo-governativi. Il 17 maggio, velivoli libici bombardavano la stazione radio di Ansar al-Sharia di Bengasi. Le operazioni proseguirono il 18 maggio a Tripoli, con l’assalto al parlamento, causando 2 morti e decine di feriti, e a cui parteciparono le brigate di Zintan al-Qaqa, al-Sawaiq e al-Madani che, insieme ad unità dell’esercito libico, assaltarono anche diverse basi islamiste, tra cui quella della 27ª brigata di Misurata comandata da Buqa, capo della milizia islamista governativa ‘Scudo della Libia‘. Il 19 maggio, il Capo di Stato Maggiore generale al-Ubaydi ordinava alle milizie islamiste filo-governative di proteggere le sedi governative di Tripoli, mentre l’ex-premier al-Thini confermava che 120 mezzi dell’esercito governativo erano passati con Haftar nell’offensiva contro gli islamisti di Bengasi. Il generale Haftar ribadiva che il suo obiettivo era la “liberazione della Libia dal governo islamista che ha consegnato il Paese ai terroristi”. Un ex-comandante delle forze armate libiche, colonnello Adan al-Jarushi, affermava che anche le forze armate prendevano parte all’azione contro i taqfiriti di Bengasi. Al-Jarushi si appellava ai soldati ad unirsi all’operazione e ordinava a tutte le basi aeree di bombardare le posizioni dei terroristi.
L”esercito nazionale libico’ (ENL) di Haftar è formato da circa 6000 tra miliziani irregolari e soldati dell’esercito, e dalle forze speciali di stanza a Bengasi guidate dal colonnello Abu Qamada. Inoltre l’ENL controlla le basi aeree di Bengasi e Tobruq e 200 tra blindati, carri armati e pickup armati di mitragliatrici, lanciarazzi o mortai. L’offensiva sembra godere di un certo sostegno popolare e di alcune milizie tribali in cerca di vendetta per i crimini commessi dagli islamisti. Bengasi subisce da tre anni assassini e attentati perpetrati dalle stesse milizie islamiste che il CNT aveva nominato ‘forze di sicurezza’. Il capo dei Fratelli musulmani in Libia, Bashir al-Qabti, aveva dichiarato: “Il sangue libico versato è responsabilità del governo debole mentre dita straniere giocano con il destino e il sangue dei libici per schiacciare la rivoluzione del 17 febbraio, nell’ambito di una guerra programmata contro la primavera araba“. Anche il portavoce del governo libico affermava che potenze estere tentavano di conferire legittimità alle azioni di elementi fuorilegge dell’esercito. “Vengono presentati da certi media come dei patrioti, anche se non sono altro che dei ribelli, secondo la convenzione militare“, insisteva Ahmad al-Amin, portavoce delle autorità-fantoccio della NATO e del Qatar in Libia. L’Algeria intanto schierava 10000 militari lungo i 6000 km di confine con la Libia ed alzava il livello di allerta delle forze di sicurezza algerine, per preparale ad affrontare una possibile intrusione libica sul territorio nazionale. Anche la Tunisia rafforzava i presidi al confine con la Libia, mentre già dal 13 maggio gli statunitensi avevano inviato a Sigonella 250 marines e 8 convertiplani V-22 Osprey. Il portavoce del Pentagono, colonnello Steve Warren, “ha sottolineato che mentre i marines sono “senza dubbio” dediti alla protezione delle ambasciate, non ha escluso la possibilità che possano essere chiamati per una missione diversa“. Ai marines statunitensi verrebbe ordinato di proteggere i giacimenti petroliferi. La portavoce del dipartimento di Stato USA Jen Psaki affermava “Ribadiamo il nostro invito a tutte le parti ad astenersi dalle violenze e a cercare una soluzione con mezzi pacifici“. Reuters riferiva che il giacimento al-Fil era stato chiuso per le proteste e quello di al-Sharara rimaneva chiuso, riducendo la produzione petrolifera nazionale libica a circa 200000 barili al giorno, lontani dagli 1,4 milioni di barili al giorno pompati nel 2013.
Come già detto, il 18 maggio la milizia di Haftar attaccava il parlamento libico, che veniva evacuato. Poco prima, il nuovo premier Ahmad Mitiq aveva formato il nuovo governo che attendeva la fiducia del parlamento. I miliziani di Haftar assaltarono il parlamento chiedendone la sospensione e il passaggio dei poteri ad un organismo di 60 elementi eletti per redigere la nuova costituzione del Paese nordafricano. Il Congresso Nazionale Generale (GNC) veniva incendiato dopo che i miliziani avevano sequestrando dieci deputati, prima di ritirarsi. Sparatorie esplosero in tutta Tripoli. “Annunciamo il congelamento del GNC“, affermava il colonnello Muqtar Firnana, ex-ufficiale della polizia militare di Zintan, su al-Ahrar TV a nome dell”esercito libico nazionale’ di Haftar. Secondo fonti, gli assalitori, forse miliziani di Zintan, arrivarono a bordo di blindati provenendo dalla strada che collega la capitale all’aeroporto. Le brigate di Zintan detengono Sayf al-Islam Gheddafi, ma si sono sempre rifiutate di consegnarlo a Tripoli.

Libyan_soldiers_with_Palmaria_artillery_gun_at_the_west_gate_of_town_Ajdabiyah_March_16_2011_001Fonti:
WSWS
Secret Difa3
RID
Nsnbc
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Nsnbc
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Moon of Alabama
Mondialisation
Jeune Independant
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