Qatar, campione di bugie e di occultamenti

Majed Nehme Le Grand Soir 29 aprile 2013

xin_0620306302006968138266AFRICA-ASIA: Senza sponsor e in piena indipendenza, controcorrente rispetto ai libri attualmente ordinati e recentemente pubblicati in Francia sul Qatar, Nicolas Beau e Jacques-Marie Bourget* hanno indagato su questo piccolo Stato tribale, oscurantista e ricco, che a colpi di milioni di dollari e di false promesse sulla democrazia, vuole giocare nel cortile dei grandi imponendo a tutto il mondo la sua interpretazione fondamentalista del Corano. Un lavoro rigoroso e appassionante sulla dittatura morbida, di cui ci parla Jacques-Marie Bourget. Scrittore ed ex giornalista nell’editoria francese, Jacques-Marie Bourget ha seguito molte guerre: Vietnam, Libano, El Salvador, la Guerra del Golfo, la Serbia e il Kosovo, Palestina… a Ramallah un proiettile israeliano lo ferì gravemente. Conoscitore del mondo arabo e di quello occulto, ha pubblicato lo scorso settembre, con il fotografo Marc Simon, Sabra e Shatila nel cuore (Erick Bonnier Publishing, vedasi Africa-Asia ottobre 2012). Nicolas Beau è stato a lungo giornalista investigativo di Libération, Le Monde e Canard Enchainé prima di fondare e dirigere il sito satirico francese Bakchich.info. Ha scritto libri d’inchiesta su Marocco, Tunisia e Bernard-Henri Lévy.

Cosa ti ha portato a scrivere un libro sul Qatar?
Il caso e la necessità. Ho visitato il Paese diverse volte e sono tornato impressionato dal vuoto che emerge a Doha. Si ha l’impressione di stare in un Paese virtuale, una sorta di video globale. Mi sono interessato a capire come un tale piccolo Stato artificiale possa avere, grazie ai dollari e alla religione, un posto del genere nella storia che viviamo. D’altra parte, all’altra estremità della catena, con l’indagine nelle periferie francesi fatta dal mio co-autore Nicolas Beau, ci siamo subito convinti che vi sia una strategia affinché il Qatar diventi finalmente il padrone dell’Islam anche in Francia e in tutto il Medio Oriente e l’Africa. Imponendo la propria interpretazione del Corano, il wahhabismo, quindi essenzialmente una interpretazione salafita, fondamentalista, degli scritti del Profeta. L’esternalizzazione dell’educazione religiosa in Francia agli imam musulmani nominati dal Qatar sembrava incompatibile con l’idea e i principi della Repubblica. Immaginate il Vaticano che diventa improvvisamente produttore di gas, usare i suoi miliardi per congelare il mondo cattolico nelle idee fondamentaliste di Mons. Lefebvre, questi gruppuscoli fondamentalisti che dimostrano violentemente contro il “matrimonio per tutti” in Francia. La nostra società diventerebbe insopportabile, l’oscurantismo e il fondamentalismo sono i peggiori nemici della libertà.
In questo piccolo Paese, abbiamo iniziato pubblicando un dossier per una rivista. Ma l’abbiamo subito trasformato in un libro. Il paradosso del Qatar, che predica la democrazia, senza applicarne un grammo a casa sua, ci ha colpiti. Il nostro libro verrà certamente definito animato da malafede, il pamphlet che colpisce il Qatar… ciò è sbagliato. In questo ambito non abbiamo né controllo, né incontrato amici e sponsor. Per svolgere questo lavoro, è stato sufficiente leggere e osservare. Osservando il Qatar per quel che è: un micro-impero controllato da un satrapo, una dittatura sorridente.

Negli ultimi anni, questo piccolo petro-emirato geopoliticamente insignificante è diventato, almeno mediaticamente, un attore politico che vuole giocare ai grandi e influenzare la storia del mondo musulmano. È megalomania? Il Qatar segue un progetto che lo trascende?
C’è un delirio di grandezza, che viene incoraggiato dai consiglieri e cortigiani che sono riusciti a convincere l’emiro che è sia uno zar che il comandante dei fedeli. Ma è marginale. L’altra verità è, secondo noi, che per paura del suo vicino e potente nemico Arabia Saudita, imita la rana. Senza avere centinaia di migliaia di chilometri quadrati nel Golfo, il Qatar occupa una superficie politico-mediatica, un impero di carta. Doha ritiene che questa espansione sia un mezzo di protezione e sopravvivenza. Infine, vi è la religione. Un profondo sogno messianico cresce a Doha, la conquista di anime e territori. Qui si può confrontarlo con il piccolo Vaticano, che nel XIX.mo secolo inviava missionari in ogni continente. L’emiro è convinto di poter nutrire e far crescere la rinascita dell’Umma, la comunità dei credenti. Questa strategia ha due facce, quella di un possibile incidente, e l’ambizione di portare i sogni del Qatar troppo lontano dalla realtà. Da non dimenticare, inoltre, che Doha occupa un posto vuoto, a suo tempo lasciato dall’Arabia Saudita coinvolta negli attentati dell’11 settembre e costretta ad essere più discreta verso jihad e wahhabismo. Lo scandaloso via libera di cui gode il Qatar nell’aderire alla Francofonia, contribuisce all’obiettivo della “wahhabizzazione” dell’Africa, dove le istituzioni che promuovono la lingua francese possono essere trasformate in scuole islamiche, e Voltaire e Hugo essere sostituiti dal Corano.

Questa megalomania può rivoltarsi contro l’attuale emiro? Soprattutto se guardiamo la breve storia di questo emirato, creato nel 1970 dagli inglesi, scandito da colpi di Stato e rivoluzioni di palazzo.
Megalomania e ambizione dell’emiro Al-Thani sono, è vero, tranquillamente criticati dai “vecchi amici” del Qatar. Alcuni sostengono che il sovrano è un re malato, spingendo l’ascesa al trono del figlio designato come erede, il principe Tamim. Una volta al potere, il nuovo padrone ridurrebbe le ambizioni, tra cui il sostegno di Doha ai jihadisti, come nel caso di Libia, Mali e la Siria. Questa opzione è assai ben considerata dai diplomatici statunitensi, preoccupati da questo nuovo radicalismo islamista nel mondo. Quindi, va ricordato, il Qatar è innanzitutto uno strumento della politica di Washington, con cui è legato da un patto d’acciaio. Detto questo, promuovere Tamim non è semplice in quanto l’emiro, che scacciò il padre con un colpo di Stato nel 1995, non ha annunciato il suo ritiro. Inoltre, il primo ministro Jassim, cugino dell’emiro, l’onnipotente e ricco “HBJ”, non ha intenzione di lasciare un centimetro del suo potere. Meglio: se necessario, gli Stati Uniti sono disposti a sacrificare l’emiro e il figlio per insediarvi “HBJ”, devoto anima e corpo a Washington e Israele. Nonostante l’opulenza che mostra, l’emirato non è così stabile come sembra. Sul fronte economico, il Qatar è indebitato a tassi “europei” e lo sfruttamento del gas di scisto è una dura concorrenza, a partire dagli Stati Uniti.

La presenza della più grande base statunitense al di fuori degli Stati Uniti, sul suolo del Qatar, può essere considerata come una polizza di assicurazione per la sopravvivenza del regime o piuttosto è una spada di Damocle che sarà fatale nel prossimo futuro?
La presenza della grande base al-Udai è un’immediata assicurazione sulla vita per Doha. Gli USA hanno qui un luogo ideale per monitorare, proteggere o attaccare a volontà la regione. Proteggere l’Arabia Saudita e Israele dagli attacchi dell’Iran. La Mecca ebbe le sue rivolte, l’ultima repressa dal capitano Barril e dalla logistica francese. Ma Doha potrebbe conoscere una rivolta guidata da pazzi di Allah scontenti della presenza del “Grande Satana” nella terra wahhabita.

Questo regime, dall’aspetto moderno, è fondamentalmente tribale e oscurantista nella realtà. Perché così poche informazioni sulla sua vera natura?
A rischio di essere noioso, finalmente il pubblico deve sapere che il Qatar è il campione del mondo della doppia morale: quella della menzogna e della dissimulazione come filosofia politica. Ad esempio, da Doha partono aerei per bombardare i taliban in Afghanistan, mentre questi guerriglieri religiosi hanno un ufficio di coordinamento a Doha, a pochi chilometri dalla base da cui decollano i caccia che li uccidono. Questo si applica in tutti i settori, anche nel caso della politica interna di questo piccolo Paese. Guardate quello che sta succedendo in questo angolo di deserto. Le libertà sono assenti, si praticano punizioni corporali, la lettre de cachet, ovvero l’incarcerazione senza accusa, è una pratica comune. Il voto non esiste che per eleggere alcuni consiglieri, così come associazioni e partiti politici sono vietati, come anche la stampa indipendente… Una costituzione redatta dall’emiro e dal suo clan, non viene nemmeno applicata in tutti i suoi articoli. Un milione e mezzo di lavoratori stranieri impiegati in Qatar, la sua colonna vertebrale, sono sottoposti a ciò che le associazioni dei diritti umani chiamano “schiavitù”. Questi sfortunati, privati dei loro passaporti e pagati con una miseria, sopravvivono in odiosi campi senza il diritto di lasciare il Paese. Molti di loro, aggrappandosi al cemento dei grattacieli che costruiscono, muoiono d’infarto o precipitando (diverse centinaia di morti ogni anno).
La “giustizia” a Doha viene amministrata direttamente dal palazzo dell’emiro, attraverso giudici che sono spesso dei mercenari provenienti dal Sudan. Sono coloro che hanno condannato il poeta al-Ajami all’ergastolo, perché ha pubblicato su internet una battuta su al-Thani. Osserviamo una doppia morale: poiché questo letterato non è Solzhenitsyn, nessuno pensa di marciare a Parigi per difendere il martire della libertà. Con un aneddoto, quest’anno, poiché il suo insegnamento non era “islamico”, una scuola francese a Doha è stata semplicemente tolta dalla lista delle istituzioni gestite da Parigi.

Fermiamoci qui, perché la situazione dei diritti in Qatar è un attentato permanente ai diritti.
Eppure si cade sul famoso paradosso, Doha non esita, fuori del suo territorio, a predicare la democrazia. Il miglior forum annuale su questo tema viene organizzato nella capitale. Il suo titolo, “Democrazia nuova o restaurata“, mentre in Qatar non c’è democrazia che sia “nuova” o “restaurata”… Secondo la classifica di The Economist, solo in termini di democrazia, il Qatar è il 136.mo su 157 Stati, classificatosi dietro la Bielorussia. Stranamente, mentre tutte le anime belle evitano il dittatore baffuto Lukashenko, non provano vergogna o rabbia a stringere la mano ad al-Thani. E l’inferno del Qatar non impedisce ai grandi difensori dei diritti umani, tra cui gli ospiti francesi, di venire a prendersi il sole di Doha: Segolene Royal, Najat Belkacem-Vallaud, Dominique de Villepin, Bertrand Delanoë.

Come può un Paese che è essenzialmente antidemocratico presentarsi quale promotore della primavera araba e della libertà di espressione?
Alla luce della “primavera araba” il Qatar ha un ruolo fondamentale, si osservano due fasi. In un primo momento, Doha urla assieme alla gente giustamente indignata. Questo si chiama “democrazia e libertà”. Abbattuti i dittatori, il potere viene preso dai Fratelli musulmani, che sono i veri alleati di Doha. E dimenticano le parole d’ordine di ieri. Come indicato nei supermercati, “libertà e democrazia” sono solo prodotti di grido, sono solo “com” (propaganda). Se il coinvolgimento del Qatar nella “primavera” è apparso sorprendente, è la strategia di Doha che resta discreta. Da anni l’emirato ha rapporti molto stretti con i militanti islamici perseguitati dai potentati arabi, ma anche con gruppi di giovani blogger e utenti di Internet cui offrono corsi sulla “rivolta nella rete.” La politica dell’emiro è duplice. In primo luogo, spediscono avanti la “facciata” dei giovani con i loro Facebook e blogger, ma a mani nude davanti ai fucili della polizia e dei militari. Sconfitti questi, sgomberato il campo, giunge il momento di spiattellare questi islamisti tenuti al caldo e in riserva, sacralizzati dalle saghe eroiche ingigantite da al-Jazeera.

Come si spiega il coinvolgimento diretto del Qatar prima in Tunisia e Libia, e ora in Egitto, nel Sahel e in Siria?
In Libia, come dimostriamo nel nostro libro, l’obiettivo era sia di ripristinare il regno islamico di Idriss che tentare di prendere il controllo di 165 miliardi, l’ammontare del risparmio nascosto da Gheddafi. Nel caso della Tunisia e dell’Egitto, vi è l’applicazione della strategia fredda per “ridisegnare il Medio Oriente”, degno dei “neocon” statunitensi. Ma, ancora una volta, non fu solo  il Qatar che ha rovesciato Ben Ali e Mubaraq, la loro caduta è stata inizialmente il risultato della loro corruzione e della loro politica tirannica e cieca. Nel Sahel, i missionari del Qatar sono presenti da cinque anni. Con le reti delle moschee, l’applicazione sapiente della zaqat, la beneficenza islamica, il Qatar si è ritagliato nel Niger e in Senegal un territorio dipendente dal seno dorato di Doha. Inoltre, in Niger, come in altri Paesi poveri nel mondo, il Qatar ha acquistato centinaia di migliaia di ettari trasformando dei poveri affamati in “contadini senza terra”. Alla fine del 2012, quando i jihadisti presero il controllo del nord del Mali, fu osservato che i membri della mezzaluna rossa del Qatar si recavano a Gao per aiutare i terribili killer del MUJAO…
La Siria è un’estensione del campo della lotta con, in aggiunta, una esagerazione: mostrare concorrenza perfino con il nemico saudita nel sostegno alla jihad. Ecco, è difficile leggere chiaramente lo scopo politico dei due migliori amici del Qatar, gli Stati Uniti e Israele, poiché Doha sembra giocare con il fuoco dell’Islam radicale…

Fatah accusa il Qatar di seminare discordia e divisione tra i palestinesi sostenendo pienamente Hamas, che fa parte della nebulosa della Fratellanza musulmana. Per molti osservatori, questa strategia avvantaggia solo Israele.  Sei d’accordo con questa analisi?
Quando si vuole discutere del volto politico del Qatar verso i palestinesi, dobbiamo attenerci alle immagini. Tzipi Livni, che con Ehud Barak fu il perno dell’Operazione Piombo Fuso a Gaza, nel 2009, che fece 1.500 morti, fa regolarmente shopping nei centri commerciali di Doha. Ne approfitta quando viaggia per salutare l’emiro. Un sovrano che, durante una visita segreta, si recò a Gerusalemme per visitare la signora Livni… Ricordiamoci del patto firmato da un lato da HBJ e dal sovrano al-Thani e dall’altro dagli Stati Stati: la priorità è aiutare la politica di Israele. Quando il “re” di Doha arrivò a Gaza, promise milioni, un modo di coinvolgere Hamas nel clan dei Fratelli musulmani, spezzando al meglio l’unità palestinese. Si tratta di una politica patetica. Ora, Mishaal, capo di Hamas, vive a Doha nel palmo della mano dell’emiro. Il suo sogno, avendo Hamas abbandonato ogni idea di lotta, è mettere Mishaal alla guida della Palestina annessa alla Giordania, una volta abbattuto re Abdullah. Israele potrebbe quindi estendersi in Cisgiordania. Interessante fantapolitica.

Il Qatar ha “comprato” l’organizzazione della Coppa del Mondo di calcio nel 2022?
Un grande e vecchio amico del Qatar ha detto: “Il loro dramma è che riescono sempre a farsi dire che “ancora una volta, hanno pagato””. Certo, vi sono dei sospetti. Si noti che le federazioni sportive sono così sensibili alla corruzione che con il denaro, l’acquisto di una gara è possibile. Lo abbiamo visto con le Olimpiadi stranamente attribuite a degli outsider…

Nella disputa di confine tra Qatar e Bahrain, si è scoperto che uno dei giudici della Corte internazionale di giustizia dell’Aja è stato comprato dal Qatar. Il caso può essere rivisto alla luce di queste rivelazioni?
Un libro, uno serio, recentemente pubblicato suggerisce una possibile manipolazione del Qatar durante il giudizio arbitrale che ha risolto la controversia di confine tra il Qatar e il Bahrain. La posta in gioco è alta, perché sotto il mare e le isole, c’è il gas. Un esperto mi ha detto che questa rivelazione potrebbe essere utilizzata per riaprire il caso davanti alla Corte dell’Aja…

I legami pericolosi tra il francese Sarkozy e il Qatar continuano con François Hollande. Come si spiega questa continuità?
Parlando del Qatar, si parla di Sarkozy e viceversa. Dal 2007 al 2012, diplomatici e spie francesi ne sono testimoni, è l’emiro che ha impostato la “politica araba” della Francia. E’ divertente sapere oggi che Bashar al-Assad è stato l’uomo che ha introdotto i “Sarkozi” presso l’allora suo migliore amico, l’emiro del Qatar. Non vi è alcuna buona commedia senza traditori. Gheddafi è stato un altro grande amico di al-Thani, è l’emiro che ha facilitato il divertente soggiorno del colonnello e della sua tenda a Parigi. Senza menzionare casi incidenti come l’epopea del rilascio delle infermiere bulgare. Il rapporto tra il Qatar e Sarkozy è sempre stato sostenuto da prospettive finanziarie. Doha oggi ha promesso d’investire 500 milioni di euro in un fondo d’investimento che dovrebbe essere lanciato dall’ex presidente francese a Londra. Lo scambio di buone pratiche avviene con la propaganda o la mediazione di avventure, come quelle sportive, in Qatar.
François Hollande, in rapporto al Qatar, è in bilico. Un giorno il Qatar è il “partner indispensabile” che ha salvato, nella sua roccaforte di Tulle, la fabbrica di borse Tanner, il giorno dopo, bisogna stare in guardia dai suoi amici jihadisti. Nessuna politica è saldamente disegnata, e i diplomatici del Quai d’Orsay nominati da Sarkozy, continuano a giocare la partita di una Doha che deve rimanere l’amica numero uno. In tempi di crisi, gli ambiti miliardi di al-Thani comportano, inoltre, una qualche forma di amicizia nel nome di uno slogan falso e ridicolo secondo cui il Qatar “può salvare l’economia francese”… La realtà è meno entusiasmante: tutti gli investimenti industriali di Doha in Francia sono fallimentari… resta solo l’investimento nel mattone, la vecchia calza di ogni ricchezza. Notiamo ancora un’altra patetica spaccatura: Hollande ha mandato il suo ministro della difesa a Doha per cercare di compensare i costi dell’operazione militare francese in Mali, condotta contro i jihadisti ben visti dall’emiro.

*Le Vilain Petit Qatar – Cet ami qui nous veut du mal, Jacques-Marie Bourget e Nicolas Beau, ed.  Fayard, 300 p., 19 euro

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Vedasi: Qatar – L’assolutismo del XXI.mo secolo

Uccidere la speranza: Laura Boldrini, Eritrea e Libia

Il rovesciamento della Jamahiriya Libica e l’assassinio del suo leader non avevano nulla a che fare con i diritti umani e altra spazzatura ideologica. “Chi oggi cerca di far credere ciò, dovrebbe essere accusato di apologia di crimini di guerra e complicità dalla Corte penale internazionale, se questa vuole ancora avere un minimo di credibilità.”

'Combattenti per la Libertà' in Siria, per i quali Laura Boldrini, come ha già fatto in occasione della distruzione della Libia, invoca il supporto della Comunità Internazionale (ovvero, l'intervento armato della NATO contro lo Stato e il Popolo siriani)

‘Combattenti per la Libertà’ in Siria, per i quali Laura Boldrini, come ha già fatto in occasione della distruzione della Libia, invoca il ‘supporto della Comunità Internazionale’ (ovvero, l’intervento armato della NATO contro lo Stato e il Popolo siriani)

Nell’estate del 2010, montò un’aspra campagna anti-libica, volta a sabotare gli accordi strategici tra Tripoli e Roma. In vista anche dell’assalto e della distruzione della Repubblica popolare socialista delle Masse (Jamahiriya) di Libia. La campagna propagandistica, attuata dai mass media di sinistra: l’Unità, Repubblica-L’espresso, Rai3/TG-3, ecc. verteva su una storia diffusa da alcune ONG e dal CIR (Consiglio Italiani  dei Rifugiati) che, basandosi sulle oramai oggi famose e fumose ‘anonime voci locali’, affermavano che il 30 giugno 2010, 247 ‘profughi’ eritrei e somali sarebbero stati “caricati a forza su tre container e, dopo un viaggio di 10 ore, portati a Saba (ma le stesse fonti poi parlano di  Misurata. NdR), nel mezzo del deserto del Sahara, come punizione per una rivolta e un tentativo di fuga dal centro di ‘detenzione’ di Misurata”.
A queste ‘notizie’, il PD, la sinistra e i verdi prontamente scattavano chiedendo l’intervento del premier Silvio Berlusconi, del ministro degli Esteri Franco Frattini e di quello degli Interni Roberto Maroni, affinché “l’Italia si faccia carico di queste persone”. In tale quadro, i Verdi, oramai in via di estinzione, nel tentativo di riguadagnare i galloni da campo agli occhi della dirigenza atlantista, scattavano a loro volta pretendendo “un’inchiesta internazionale immediata e ai massimi livelli“, mentre il loro presidente Angelo Bonelli insisteva “é materia da Tribunale penale internazionale, se le notizie che arrivano dai campi libici fossero confermate, avremmo una violazione dei diritti fondamentali dell’uomo, con una implicita complicità dell’Italia, cosa che getterebbe vergogna e fango sulla storia della nostra democrazia“. I Verdi, come da tradizione, accorrevano ad oliare i fucili della NATO, assieme ad altri figuri, come il senatore dell’UDC Giampiero D’Alia che invitava il governo a “non mettere la testa sotto la sabbia e a dimostrare almeno una volta di non essere succube del colonnello Gheddafi“, mentre il deputato del PdL Enrico Pianetta, ex-presidente della Commissione Diritti Umani del Senato, si appellava a Frattini e Maroni “Per salvare i nostri 300 fratelli eritrei che hanno diritto ad avere asilo politico e non di essere trattati come bestie dalla Libia…” concludendo che era una cosa “più grande degli interessi geopolitici internazionali”. E difatti, un anno dopo, nel 2011, Frattini accoglieva l’appello strappalacrime mettendo davanti agli interessi nazionali ben altri interessi… Pianetta se ne sarà felicitato.
Infatti, la ben istruita Amnesty International avviava la sua ben rodata prassi di disinformazione e propaganda negativa contro i prossimi bersagli della NATO; Riccardo Noury di Amnesty International Italia collegava le due ‘feroci dittature’ libica ed eritrea, da sempre invise sia alla NATO che ai suoi petro-ascari arabi: “Il destino per chi viene rispedito in Eritrea è il carcere, torture e maltrattamenti per loro e i familiari. Chiediamo alla Libia il rispetto degli obblighi umanitari”, corredandole di accuse contro Asmara: leva militare permanente, mancanza di libertà di stampa, persecuzioni religiose, ecc. Al solito, tutto l’occorrente hollywoodiano per creare il fantoccio del nemico perfetto da bombardare in modalità ‘politically correct’.
Difatti, nel dicembre 2009, le Nazioni Unite imponevano le routinarie sanzioni all’Eritrea, compreso il congelamento dei beni e il divieto di espatrio dei membri del Governo. Le solite cose viste, regolarmente applicate ai nemici della NATO e delle istituzioni finanziarie internazionali, come le agenzie finanziarie di George Soros, bandito transnazionale, uso pagare ONG e guitteria dirittumanitarista affinché svolgano i richiesti servizi mirati di disinformazione strategica. Infatti, il governo libico, davanti alle operazioni di ingerenza interna imbastita guarda caso dall’Alto Commissariato dei Rifugiati delle Nazioni Unite, la cui portavoce era proprio Laura Boldrini, decideva di espellere dalla Libia l’UNCHR, per l’opera di destabilizzazione che stava svolgendo soprattutto, sempre un caso, a Misurata, futura roccaforte della sovversione salafita-atlantista del 2011.
Di fronte alla pronta reazione di Tripoli, scattavano la controffensiva mediatica delle varie guapperie del ‘politically correct’ viola o arancione che fossero. In sostanza le associazioni anti-razziste, pro-migranti, dirittumanitariste a senso unico, iniziavano il battage pubblicitario anti-libico, ottenendo il sostegno dei su ricordati pavidi ‘personaggi istituzionali’, nel mettere sotto pressione il governo italiano, affinché auto-sabotasse la propria iniziativa verso la Jamahiriya Libica. All’orizzonte, intanto, si profilava il golpe-insurrezionale anglo-franco-qatariota di Bengasi. Fonte principale di questa storia dei profughi eritrei picchiati e internati in Libia, erano le ONG Fortress Europe e Habesha, che da Roma raggiunsero agevolmente alcuni presunti ‘detenuti’ a Misurata. Resta da spiegare come fosse possibile che dei ‘detenuti vessati e picchiati’, potessero colloquiare tranquillamente al telefono con esponenti di note ONG eritree anti-governative e foraggiate da frazioni della dirigenza italiana e dal Vaticano. Ma nonostante tutto, la terribile repressione denunciata dall’ONG Habesha riguardava dei feriti e dei tentati suicidi “per evitare la compilazione dei moduli di identificazione”; una pratica normale in qualsiasi Paese.
Va ricordato che Habesha è un’agenzia diretta e gestita da elementi contrari al governo di Asmara, e che a sua volta rilanciava tali notizie presso l’UNCHR, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), il CIR, e gli immancabili Amnesty International e Human Rights Watch. Lo scopo come detto era sabotare un’intesa italo-libica, da sempre contrastata dai partiti di centro-sinistra e della destra filo-sionista, da sempre totalmente proni agli interessi statunitensi, inglesi, francesi e israeliani, come ben dimostra la carriera ONUsiana dell’attuale presidente della Camera Laura Boldrini. Anche lei direttamente coinvolta e partecipe in tali eventi dalle origini e modalità più che dubbie.
Esilarante, poi, quando quell’estate 2010 accade un evento che sebbene svoltosi sotto gli occhi di un pubblico di milioni telespettatori, sfuggì totalmente alla loro attenzione. Ebbene, il TG-3, il telegiornale di sinistra, gestito dal PD in base alla spartizione partitocratica (e privatistica) delle risorse pubbliche, trasmise per alcuni giorni la notizia allarmante sui migranti eritrei, lanciando l’allarme sulle brutali condizioni vigenti nei ‘campi di concentramento’ di Gheddafi, dove perfino un milione, dicevano, di africani veniva brutalizzato e perfino lasciato morire. I ‘migranti eritrei’ denunciavano al TG-3 i maltrattamenti subiti dalla polizia di Gheddafi: torture, bastonature, incatenamenti, isolamento, denutrizione, maltrattamenti, malattie e fame. Sembrava che tutte le storie horror delle varie agenzie antirazziste, oggi scopertesi al soldo della NATO, del social-colonialismo parigino e dei petro-emirati del Golfo Persico, venissero verificate e dimostrate. Ma la cosa strana, che ai giornalisti del TG-3 sfuggì, o che semplicemente ignorarono contando sulla dabbenaggine del telespettatore medio di ‘sinistra’, era dato dal fatto che i poveri migranti eritrei, ‘internati e torturati’ nei lager gheddafiani, potessero tranquillamente spargere questa disinformazione intervenendo in diretta, durante il telegiornale stesso, parlando con lo speaker del TG-3 che, candidamente, diceva al pubblico che i “migranti-prigionieri” intervenivano grazie alla disponibilità di un telefono satellitare. Ovviamente si guardarono bene dallo specificare come fosse possibile che dei ‘prigionieri’ incatenati in un lager, avessero a disposizione, e chissà grazie a chi, addirittura un telefono satellitare con cui poter screditare il sistema libico parlando in diretta con i giornalisti del TG-3.
Il TG 3 si era prestato ad un’operazione di disinformazione strategica e di preparazione all’aggressione bellica alla Jamahiriya Libica, e questo ben sei-sette mesi prima che si sentisse parlare di “Primavera Araba”, con ciò dimostrando che l’intervento contro la Libia Popolare era in preparazione da molto tempo, anni se non decenni prima del 2011. Come si vedrà, la presunta ‘Primavera Araba’ in Libia è sempre stata seguita, coccolata e protetta fin dal primo giorno della “rivolta” di Bengasi. Altrimenti, cosa ci facevano la Portaeromobili Garibaldi e la nave-spia Elettra della marina militare italiana, nelle acque al largo di Bengasi, proprio nei giorni dell’esplosione della rivolta contro Gheddafi? Senza parlare poi della nave da carico utilizzata dalla nota ONG Emergency per prestare soccorso ai golpisti islamisti di Misurata (e solo a loro), che veniva regolarmente utilizzata per trasportare armi, mercenari, terroristi e consulenti occidentali, addirittura dei droni canadesi, per supportare la sanguinaria rivolta islamista e atlantista contro la Libia socialista e popolare.


Assalto all’ambasciata jamhiriyana libica di Roma da parte delle forze politiche (sinistra italiana e islamisti nordafricani) di cui, oggi, è espressione la neo-eletta presidente della camera Laura Boldrini.

Come mai al centro di queste vicende si trovano dei profughi eritrei? E come mai la pronta sollecitudine di ONG eritree, o presunte tali, nel denunciare sia Tripoli che Asmara? Come scrive un intellettuale-gangster nemico di Gheddafi e di Afeworki: “Se si dovesse ricomporre una vecchia canzone eritrea per descrivere quante volte il Presidente eritreo ha visitato la Libia negli ultimi dieci anni, uno dei versi reciterebbe così: ‘L’aereo vola, vola, viaggiare da Asmara a Tripoli è diventato un divertimento’”.
Isaias Afeworki è il leader del Fronte Popolare di Liberazione Eritreo e  presidente dell’Eritrea. In un’intervista del presidente eritreo ai media libici, del 5 gennaio 2011, descrisse la relazione tra i due Paesi come speciale e storica. Aveva anche dichiarato di aver visitato la Libia durante le sanzioni delle Nazioni Unite imposte alla Jamahiriya Libica dal 1992 al 2003, sottolineando la forte opposizione della Libia quando sanzioni analoghe sono state inflitte Eritrea, nel 2007. L’ultimo viaggio del Presidente Isaias Afeworki in Libia avvenne il 9-12 ottobre 2010, mentre l’ultimo incontro tra i due leader libico ed eritreo, avvenne a N’djamena, in Chad, il 21 luglio e poi in Libia il 23 dello stesso mese. Aferworki si recava in Libia per avere supporto materiale e politico, per affrontare le cospirazioni organizzategli contro. Afeworki compì la sua prima visita in Libia il 3 febbraio 1998, stabilendo in quell’occasione le relazioni diplomatiche tra i due Paesi, che migliorarono notevolmente dopo la guerra eritreo-etiopica del maggio 1998, quando l’Eritrea ricevette il sostegno dalla Libia, che dopo di allora chiese di spostare la sede dell’OUA da Addis Abeba a Tripoli.
In tale quadro, il 4 febbraio 1998, la Jamahiriya Libica creò la Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara (CEN-SAD), con sede a Tripoli. La Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara è una delle Comunità economiche regionali del continente (CER) riconosciuti dall’Unione africana. L’Unione Africana riconosce attualmente otto CER, ognuna di esse ha un ruolo chiave nel processo d’integrazione africana. Al vertice di fondazione del CEN-SAD parteciparono Gheddafi, i capi di Stato di Mali, Chad, Niger, Sudan e un rappresentante del presidente del Burkina Faso (come non notare tra essi i diversi Paesi aggrediti negli ultimi anni, dalle forze atlantiste). Le relazioni tra i due Paesi divennero ancora più strette dopo che l’Eritrea aderì all’organizzazione nell’aprile 1999. Difatti, il CEN-SAD arrivò a riunire 23 Strati (circa il 43% di tutti i membri dell’Unione Africana) divenendo a sua volta una piccola Unione africana. In ultima analisi, in questo attivismo anti-coloniale della Libia, che ostacolava l’invadenza dell’Unione del Mediterraneo, sponsorizzata dalla Francia, e del Comando Africa degli USA (AFRICOM), sul continente africano, risiede la motivazione profonda dell’aggressione e della distruzione della Jamahiriya Libica. Aggressione e distruzione sponsorizzate da Laura Boldrini, che nel suo ruolo di esponente dell’UNCHR, ha condotto la campagna mediatica volta a promuovere il bombardamento umanitario della Libia, così come oggi, marzo 2013, la medesima Boldrini svolge una campagna mediatica per promuovere il bombardamento della Siria baathista.
Gheddafi, promuovendo la sua politica panafricana, avviò il CEN-SAD per conseguire i seguenti obiettivi:
- la creazione di un’unione economica basata sull’attuazione complessiva di un piano di sviluppo della comunità integrando e supportando i piani di sviluppo nazionali dei Paesi membri, comprendenti diverse aree di sviluppo economico e sociale come l’agricoltura, l’industria, l’energia, le iniziative sociali, culturali e sanitarie
- L’eliminazione di tutte le restrizioni che ostacolano:
• La libera circolazione delle persone, dei capitali e degli interessi dei cittadini degli Stati membri
• Le libertà di residenza, proprietà ed esercizio di attività economiche
• Le libertà di commercio e di circolazione di beni, prodotti e servizi degli Stati membri
• La promozione del commercio estero e di una politica di investimenti negli Stati membri
• Lo sviluppo dei trasporti tra gli Stati membri e di congiunti progetti per le comunicazioni terrestri, aerei e marittime
• Riconoscimento ai cittadini degli Stati membri degli stessi diritti e obblighi
• Armonizzazione dei sistemi di istruzione, educativi, scientifici e culturali Sempre più Stati africani s’interessavano ai piani di Gheddafi.
Nel 2009, all’ottavo vertice dell’organismo erano presenti 28 Stati: Libia, Burkina Faso, Mali, Chad, Sudan, Niger, Repubblica Centrafricana, Eritrea, Senegal, Gambia, Gibuti, Egitto, Marocco, Tunisia, Nigeria, Somalia, Togo, Benin, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Ghana Sierra, Leone, Guinea, Comore, Kenya, Mauritania, Sao Tome e Principe, Liberia. In conclusione: in meno di dieci anni l’organizzazione del CEN-SAD era riuscita a riunire 28 paesi con 350 milioni di abitanti, che si estendevano dall’Atlantico al Oceano Indiano, dal Mar Mediterraneo al Golfo di Guinea, cioè la metà settentrionale del continente. Il governo jamahiriyano libico copriva il 15 per cento dell’intero bilancio dell’Unione Africana, pagando le quote annuali degli stati africani più piccoli e poveri. Negli ultimi dieci anni, aveva donato miliardi di dollari in aiuti a vari Paesi africani, e aveva istituito un fondo di 1,5 miliardi dollari per l’Africa.
Fu questo imponente e rapido processo che spinse le potenze occidentali, soprattutto le vecchie potenze coloniali come Francia e Regno Unito, ad organizzare il sabotaggio di questo programma, con l’attivo supporto di frange dell’ONU e delle ONG finanziate o da Parigi/Londra, o dai loro nuovi alleati del Golfo Persico, gli oscurantisti regni petro-islamisti del Golfo Persico come Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Quwait e Oman. Gli USA a loro volta reagirono costituendo nel 2004 l’iniziativa antiterrorismo trans-sahariana e nel 2008 l’AFRICOM. Per poter giustificare la nuova ingerenza delle potenze della NATO, vennero ricreati e favoriti i locali ‘gruppi islamici terroristi’ come Ansar al-Din, MUJAO o l’AQMI, al-Qaida nel Maghreb Islamico, di cui fa parte il Gruppo islamico combattente in Libia (LIFG), armato e finanziato dalla NATO allo scopo di distruggere la Libia. Il LIFG é principale ispiratore della repressione degli immigrati africani e della minoranza libica-africana,la cittadina di Tarhouna, composta da 40000 abitanti discendenti degli schiavi africani, è stata rasa al suolo, sotto lo sguardo compiaciuto di Laura Boldrini e di quelle ONG dirittumanitariste e ‘antirazziste’ che per prima sparsero la voce che i 2,5 milioni di immigrati presenti nella Jamahiriya Libica fossero ‘mercenari di Gheddafi’. Menzogna diffusa per giustificare i veri crimini contro l’umanità commessi dai mercenari salafiti-taqfiriti arruolati dalla NATO e dal Qatar.
Gheddafi visitò l’Eritrea il 7-9 febbraio 2003, dove fu ricevuto a Massaua e ad Asmara da migliaia di eritrei. Fu proprio in quel periodo che l’agenzia para-governativa bzrezinskiana statunitense Human Rights Watch lanciò l’offensiva mediatica mondiale tesa a screditare l’Eritrea. Allo scopo sono stati fondati e finanziati ONG e Partiti di Opposizione che, come il Partito Nazionale Wufaq, che apertamente invoca la rivolta armata per rovesciare il governo eritreo, prendendo come esempio le ‘Primavera araba’. Il Partito Wufaq fa parte del Congresso nazionale per il cambio democratico (NCDC); più che un titolo un marchio di fabbrica che porta direttamente alle agenzie d’influenza e d’intelligence statunitensi, come il NED, l’IRI e la CIA. La sigla standard di ‘Congresso democratico’ è già stata ampiamente utilizzata dagli ascari delle forze d’opposizione siriane, irachene e iraniane, che hanno sempre fatto ricorso al terrorismo e hanno sempre invocato l’intervento armato della NATO contro i rispettivi Paesi. Ed è a questo tipo di forze che si richiama Laura Boldrini, quando parla di “richieste di pace e libertà” in Siria.
Ritornando al NCDC, non è una pura coincidenza che abbia sede ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, con cui l’Eritrea è in conflitto da decenni. Nel frattempo i cosiddetti Democratici ed attivisti dei diritti umani eritrei, radunati dalla Rete della Società Civile eritrea in Europa (NESC-Europe), dopo aver trovato “edificante vedere questa nuova ondata democratica che attraversa l’Africa, l’emergere dell”Africa in movimento’”, ovvero l’intervento della NATO in Costa d’Avorio, Libia, Repubblica centrafricana e Mali, i ‘democratici euro-eritrei’ chiedono all’Unione europea di saper cogliere “l’ora della resa dei conti” con il governo di Asmara, per “cambiamento strategico”. Cambiamento, l’attuale parola d’ordine degli ascari del Pentagono e di Wall Street risuona in continuazione in questi ultimissimi anni, in tutti gli angoli in cui vi siano interessi degli statunitensi e dei loro alleati. Infatti, la Rete NESC-Europa chiede all’UE supporto finanziario-politico; l’avvio di una campagna d’infiltrazione presso la ‘società civile’ eritrea, ovvero preparare l’ennesima rivoluzione colorata; il riconoscimento di unico rappresentante legittimo dell’Eritrea; ecc.
Insomma, il solito armamentario mieloso, che serve solo a nascondere i proiettili e le bombe dell’armamentario effettivo. Non a caso una copia di tale ‘appello’ era stata speranzosamente inviata a Nicolas Sarkozy, l’ex-presidente della Repubblica francese, primo responsabile della tragedia libica. E infatti, l’UE, e soprattutto Roma, ha prestato orecchio a tale commovente appello. L’Intergovernmental Authority on Development (IGAD) è un’ente regionale per lo sviluppo del Corno d’Africa, rifondato nel 1996, e che riunisce Gibuti, Eritrea, Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Uganda. Notare che nel 2007 l’Eritrea è stata sospesa, mentre l’inesistente Somalia, e lo Stato fantoccio Sud Sudan, prede di una inestinguibile guerra civile, continuano a farne parte, ricevendo i sostanziosi fondi elargiti dai ‘partner’ occidentali dell’IGAD, riuniti nel FPI (Forum dei Partner dell’IGAD), fondato a Roma nel gennaio 1998, dove si decise d’istituire il Comitato di attuazione del progetto, poi attivato nel novembre 1998. Il Presidente dell’IGAD è il Presidente del FPI, e il governo italiano è il primo co-presidente. Si noti che all’FPI fa parte anche la già accennata Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), coinvolta nella sovversione in Libia. In sostanza, l’Eritrea è stata sospesa dall’IGAD, e quindi esclusa da qualsiasi finanziamento per lo sviluppo dall’UE e dagli USA, e l’Italia in tale decisione ha avuto un ruolo determinate. Si ricordi che all’epoca era al governo in Italia il centro-sinistra, cui ideologicamente si richiama Laura Boldrini.
Le ONG eritree, soprattutto quelle che si occuperebbero di migranti e profughi, sono finanziate dai Paesi occidentali, dal Vaticano e dalle petro-monarchie, tutti nemici dichiarati del governo Afeworki. Quindi, non è una casualità che si sia colta l’occasione dei presunti abusi, probabilmente inventati, sugli immigrati eritrei in Libia. Si è cercato di colpire non solo i rapporti tra Roma e Tripoli, ma anche quelli tra Tripoli e Asmara. L’Eritrea, come visto, aveva un grande amico in Gheddafi, colpendo i legami tra Eritrea e Libia, quindi, si è cercato di destabilizzare anche Aferworki, giocando la carta di una presunta persecuzione dei migranti eritrei pur di suscitare una reazione tra la popolazione eritrea contro il governo in Patria.
Tale accanimento contro l’Eritrea è dettato soprattutto dall’importante posizione strategica che occupa, sul Mar Rosso, laddove passa la maggior parte del flusso petrolifero che va dal Golfo Persico al Mediterraneo-Europa occidentale. Asmara coltiva solidi rapporti con potenze eurasiatiche come l’Iran e la Cina popolare, Stati percepiti come avversari strategici dagli USA, e quindi dalla NATO, e dai loro petro-ascari delle monarchie oscurantiste arabe e delle varie fazioni terroristiche salafite che tormentano il Medio Oriente. E quindi non è un caso che, dopo la farsa del presunto ‘golpe’ del gennaio 2013, quando vi fu un’azione sconclusionata di alcuni squinternati in cerca di denaro, venne gonfiata e trasfigurata in una ‘rivoluzione’ dagli organi di disinformazione occidentali. Tra queste, in prima linea, la solita al-Jazeera, e quindi l’emiro del Qatar, che cercava di esportare la sua ‘democrazia’ anche in Eritrea. Giustamente il governo di Asmara ha adottato i provvedimenti necessariamente adeguati nei confronti delle spie e dei propagandisti del salafismo militante qatariota, espellendoli dal Paese. Difatti, anche in Eritrea il regime del Qatar ha dimostrato di cooperare con Israele.
Secondo il think tank statunitense Stratfor:Iran, Qatar, Arabia Saudita ed Egitto stanno diventando stretti alleati del piccolo Paese africano. L’Iran ha fornito armi e addestra i ribelli yemeniti al-Houthi sistemati sulle coste eritree. Ciò ha svegliato l’interesse dell’Arabia saudita per l’Eritrea, poiché Riyadh vuole contenere i ribelli. Il Qatar, che vuole aumentare la sua influenza in Africa orientale, ha mediato nella disputa di confine tra Eritrea e Gibuti”. D’accordo con il governo di Asmara, nel 2008 l’Iran ha attivato una piccola guarnigione militare a protezione della raffineria di Assab, e nel 2009 l’Export Development Bank of Iran ha investito nel paese 35 milioni di dollari. Secondo Stratfor, per l’Iran è importante la posizione strategica dell’Eritrea, che controlla lo stretto di Bab el-Mandeb, importante passaggio del traffico marittimo internazionale, soprattutto del trasporto di greggio.
Sempre secondo Stratfor,Israele ha una piccola ma significativa presenza” in Eritrea: una stazione di ascolto ad Amba Soira e un attracco nell’arcipelago delle isole Dahlak. “L’arrivo degli israeliani, secondo fonti dell’intelligence italiana, è stato mascherato da investimenti nel settore ittico, in particolare nella costruzione di progetti per l’allevamento intensivo dei gamberetti. La funzione di questa presenza sarebbe tenere sotto controllo i movimenti degli iraniani, senza però ledere le relazioni, importanti per la politica africana di Israele, con l’Etiopia. Secondo la stampa israeliana, l’attracco nelle isole Dahlak verrebbe utilizzato dai sottomarini israeliani nelle operazioni per contrastare il presunto traffico di armi dall’Iran verso Hamas ed Hezbollah, via Sudan.” E secondo l’intelligence italiana, nel Paese vi sarebbero anche i cinesi, che controbilanciano la presenza nella confinante Gibuti di statunitensi e francesi, tutte presenze che rientrano nelle missioni navali antipirateria di NATO, Russia India, Iran e Cina popolare, che pattugliano Bab el-Mandeb e le acque del Golfo di Aden.

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Fonti:
RAI-news24
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Alessandro Lattanzio, 18/03/2012

L’uranio del Niger: un crocevia strategico

Julien Teil, Global Research, 17 gennaio 2013

Niger e Françafrique
NIGERIl Niger è ancora considerato dall’UNDP (United Nations Development Programme) il Paese più povero del mondo. (1) Questa povertà è principalmente il risultato dell’incapacità del popolo nigerino di esprimere la propria sovranità attraverso il suo apparato statale. Per la Francia, la questione del Niger è molto antica e risale al periodo coloniale. Nel 1956, studi geologici rivelarono la presenza di miniere di uranio di grandi dimensioni nel Sahara, in particolare nel Sahel: in Niger.
Il Sahel è la zona di transizione tra il deserto del Sahara e la savana. Secondo il periodo e gli autori, questa zona era considerata separatamente o dipendente dal Sahara. Evento spesso dimenticato, nel 1957 la Francia volle migliorare il suo impero coloniale con la creazione di un unico Stato del Sahara: l’OCR (Organizzazione Comune delle Regioni del Sahara). Fu un progetto per lo sviluppo economico della regione (o meglio una nazionalizzazione de facto delle risorse), presentata al parlamento francese da Houphouet Boigny. L’OCR centralizzava a Parigi la gestione economica di 8 territori distinti dell’Unione francese (che venivano così privati di questo privilegio, ma potevano aspettarsi in cambio maggiori e razionali investimenti).
La creazione dell’OCR corrispondeva con quello di un ministero del Sahara e un comando del Sahara: il ministro della regione univa le sue funzioni a quello di Segretario Generale dell’OCR. Si trattava infine di creare un Sahara francese, uno Stato autonomo nell’Unione francese. L’OCR, che comprendeva il sud dell’Algeria, fu sciolto con l’indipendenza dell’Algeria nel 1962. (2) Ma il 7 aprile 1961, la Francia legò le sue ex colonie con accordi sulla difesa “che davano accesso esclusivo alle risorse africane, tra cui l’uranio del Niger”. Hamani Diori, allora leader del Niger e del suo partito, rimase al potere per quasi 14 anni.
Vi era la guerra fredda e gli Stati Uniti avevano bisogno di un alleato cui esternalizzare i loro interessi in Africa. La Francia del Generale de Gaulle, colta nel bel mezzo degli scontri geopolitici est-ovest, decise di lanciare un programma che doveva garantirle l’indipendenza energetica e lo sviluppo economico. A tal fine, vennero create le reti franco-africane e un’incredibile politica non ufficiale permise alla Francia di sfruttare illegalmente le risorse delle sue ex colonie africane. Nel frattempo, le rivoluzioni comuniste in Africa venivano continuamente annientate dai diversi leader africani sostenuti dalla diplomazia francese, visibilmente a favore dei sovrapposti interessi franco-statunitensi. Questi interessi, appena visibili sulla scena diplomatica, furono svelati in seguito dalle indagini dell’associazione Survie e del suo compianto fondatore e presidente François-Xavier Verschave. (3)
Ciò metteva in evidenza i rilevanti collegamenti tra la rete franco-africana del SAC (Servizio di Azione Civica), la milizia personale del Generale de Gaulle, di cui Charles Pasqua e Jacques Daniel Léandri Foccart furono i fondatori, e le reti anticomuniste statunitensi. D’ora in poi queste reti non apparivano come risultanti dal sovranismo anti-americano, ma come occulto compromesso “diplomatico” che permise alla Francia di mantenere la sua sfera di influenza contro l’Unione Sovietica e la Cina. Tuttavia, Washington cogestiva progressivamente assieme a Londra l’area africana anglofona, le cui motivazioni non erano più dettate semplicemente dalla Guerra Fredda. Una trasmissione lenta ma diretta del “complesso Fashoda” a favore degli Stati Uniti, ebbe luogo. Sul versante francese, accordi informali erano chiaramente collegati alla valorizzazione delle ex colonie francesi.
Questi accordi evidenziarono accordi illegali per lo meno sorprendenti. Per esempio, nel caso del petrolio angolano che la Elf condivise con la Chevron. (4) Si può includere anche la scelta di “Mr. Africa” di François Mitterrand, François Durand de Grossouvre, in precedenza responsabile della Stay-Behind francese, unità costituita congiuntamente dalla CIA e dalla NATO. (5) Nonostante questi legami inestricabili, nacque gradualmente una rivalità tra la Francia e gli Stati Uniti, questi ultimi con illimitate ambizioni imperiali.

Rivalità franco-statunitense e primo shock petrolifero
In primo luogo, questa rivalità si espresse nelle differenze sull’integrazione europea: de Gaulle voleva un’Europa indipendente dagli Stati Uniti e quindi propose un accordo in tal senso con la Germania. Ma gli Stati Uniti cortocircuitarono questo processo e Willy Brandt, l’allora ministro degli esteri della Germania, progressivamente eliminò la proposta del generale De Gaulle. Anche se i due uomini erano d’accordo su alcuni punti, Willy Brandt sostenne instancabilmente l’ingresso della Gran Bretagna nel Mercato comune e il mantenimento di forti relazioni transatlantiche. (6)
Questa opposizione tra l’idea di una Europa Stati Uniti-centrica e un federalismo europeo voluto dalla Francia fu alla base di numerose decisioni in politica estera francese. Infatti, per mantenere la propria indipendenza e beneficiare così del ruolo di oppositore, la Francia doveva garantirsi il tergo. In particolare, il controllo dell’uranio sarebbe stato cruciale per la sua autonomia energetica.
Gli Stati Uniti nel frattempo attraversavano una profonda crisi economica. Ma questa crisi fu causata dalla strategia di Washington che intendeva utilizzare l’abbandono della conversione oro-dollaro, per far pesare sull’economia globale le conseguenze economiche della guerra del Vietnam, cosa che de Gaulle respinse. La conversione oro-dollaro venne abbandonata nel 1971, con Pompidou. A quel tempo, si profilava una nuova politica energetica e il corso dell’uranio prese il volo. Nel frattempo, il Niger, la cui principale risorsa è l’uranio, attraversava una dolorosa crisi umanitaria. Hamani Diori, consapevole dell’inganno francese, decise di aggiornare il prezzo dell’uranio del Niger. Firmò la propria condanna, ma la sua caduta, il 15 aprile 1974, conteneva alcune indicazioni:
La sesta riunione speciale delle Nazioni Unite si tenne dal 9 aprile al 2 maggio 1974 a New York. Diori fu rovesciato solo due giorni prima della sua partenza in rappresentanza degli interessi del Niger. Questa sessione affrontò due diverse questioni essenziali che opponevano gli Stati Uniti alla Francia: la questione del progressivo abbandono degli accordi di Bretton Woods, in favore di un “nuovo ordine economico internazionale”, e la questione delle risorse energetiche, del neo-colonialismo e della sovranità dei Paesi in via di sviluppo. In quell’occasione, una commissione speciale venne creata e il suo presidente non fu altri che il Primo ministro iraniano Fereydoun Hoveyda, il cui appoggio dagli Stati Uniti è ben documentato. (7)
Hamanai Diori aveva deciso di gettare il sasso nello stagno, invocando pubblicamente il problema dell’uranio del Niger? Dovevano essere a margine della riunione gli incontri che avrebbero potuto creare nuove e più promettenti opportunità? Molte fonti ne parlano. La preoccupazione di Hamani Diori per liberarsi dal dominio francese sulla risorsa principale del proprio Paese, viene spesso citata come l’unica causa della sua caduta con il colpo di stato militare.

Piano Mesmer contro Piano statunitense
Alla vigilia della crisi petrolifera del 1973, l’80% dell’energia francese veniva importata, il petrolio ne copriva i 2/3. Tenuto conto di questa dipendenza, solo lo sviluppo nucleare avrebbe permesso alla Francia di emanciparsi. Per ottenere ciò, doveva anche controllare una efficace ed efficiente tecnologia per l’arricchimento dell’uranio. Gli Stati Uniti aveano tale tecnologia di arricchimento, di oltre il 3%, basata sui reattori PWR (Pressurized Water Reactor), e poi dominavano lo sviluppo dell’energia nucleare civile. Da parte francese, nel 1945, il Generale de Gaulle creò il CEA (Commissariat à l’Energie Atomique). Da cui risultò nel 1948, la prima pila atomica francese, la pila ZOE. Nel 1954, venne creata la prima centrale statunitense, e nel 1956 la prima centrale francese venne costruita a Marcoux. Quest’ultima operava con tecnologia francese basata su un reattore ad uranio non-arricchito, del tipo gas-grafite (GCR), voluto dallo Stato francese e fortemente difeso da de Gaulle.
Nel 1958, Schneider stipulò un accordo con gli Stati Uniti per importarne la tecnologia in Francia, ma fu rifiutato dal Generale de Gaulle. Lo stesso anno, le intenzioni franco-statunitensi portarono alla fondazione della Framatome (Società franco-americana di costruzioni atomiche), nata dalla fusione di diversi gruppi: Schneider, Merlin Gerin e Westinghouse. Venne emesso un bando di gara per un reattore ad acqua pressurizzata (PWR) per una centrale franco-belga. Nel 1959, l’EDF desiderava sperimentare la tecnologia statunitense, ma il generale De Gaulle si oppose ancora. Così, quindi, l’esperienza venne fatta in Belgio. Nel 1969, de Gaulle non era più al potere e il suo successore, Pompidou, decide di autorizzare il reattore PWR a condizione che la Francia ottenesse l’indipendenza tecnologica al più presto, permettendo all’EDF di costruire il PWR. Nel 1973, la Francia lanciava il piano Mesmer, firmando la costruzione di 16 unità nucleari.
Da parte loro, anche gli Stati Uniti aspiravano a sviluppare al massimo il nucleare civile per la loro nazione. A quel tempo, le previsioni dicevano che vi sarebbero state 210 unità nucleari nel 2000. Ma il disastro di Three Mile Island, nel 1979, e la recessione economica, costrinsero gli Stati Uniti ad abbandonare tale idea. (8)

Areva e il rilancio del piano nucleare civile statunitense
Il Protocollo di Kyoto nel 1997, a poco a poco sospinse la questione nucleare sulla scena internazionale. Gli Stati Uniti cercarono di sollecitare Areva, nel 2003, tramite il segretario all’Energia del presidente Bush, Spencer Abraham. (9) Negli anni successivi la consapevolezza ambientale sulle presunte emissioni globali di CO2, fece nascere, tra l’altro, l’idea che l’energia nucleare sia la più pulita. Questa teoria venne ulteriormente favorita da una relazione della Commissione Trilaterale del 2007, scritta da Anne Lauvergeron (presidente e CEO di Areva) John M. Deutch (10) (direttore della CIA sotto l’amministrazione Clinton, accusato di avere trattenuto informazioni relative alla sicurezza interna, prima di essere graziato da Bill Clinton nel suo ultimo giorno in carica); Widhyawan Prawiraatmadja (CEO della società petrolifera indonesiana PT Pertamina). Si tratta di un rapporto dalla classica visione della Commissione Trilaterale, quindi, considerando le questioni energetiche nei tre centri economici di Europa, Asia e Stati Uniti; questi ultimi sono il punto centrale della strategia: giungere a una soluzione globalista della questione a vantaggio degli interessi energetici e ambientali degli Stati Uniti e dei suoi alleati. (11)
Areva è il leader mondiale nel nucleare civile, e non poteva esserci interlocutore migliore e possibile partner per rilanciare il piano nucleare degli Stati Uniti, fallito nel 1979, rafforzando nel contempo le normative strategiche globali richieste dagli Stati Uniti. Tuttavia, non è chiaro se i cambiamenti in Areva siano semplicemente il risultato di una pressione degli Stati Uniti, o se siano il risultato di alleanze strategiche. In primo luogo, si ricordi che Areva è nata dalla fusione di Framatome e COGEMA nel 2000, sotto l’autorità di Anne Lauvergeon. Fu quindi una frattura profonda rispetto alle prospettive gaulliste sullo sviluppo nucleare francese, accettando adesso la collaborazione con gli Stati Uniti.
- Il primo segno di questi cambiamenti fu quindi la nomina di Anne Lauvergeon a capo della Cogema. Venne reclutata da Edouard Stern della Lazard, in seguito al suo lavoro di consigliere economico di Mitterrand. Questo le permise di vendere il suo libro di ordini pubblico ai privati. Dopo aver trascorso alcuni mesi presso lo Studio Lazard Frères & Co. di New York, ne divenne managing partner nel 1995. Durante questo passaggio presso Lazard nel 1996, Anne Lauvergeon venne reclutata come junior leader della FAF (Fondazsione Francese-Americana). Poi Edouard Stern rinviò Anne Lauvergeon alla Lazard, quando entrò nel Consiglio di Amministrazione di Pechiney, ma non prima di aver venduto la sua influenza presso Lazard durante la privatizzazione della Pechiney, per occupare questa carica. Fu poi nominata dal governo della sinistra plurale a capo della Cogema (una decisione dovuta principalmente a Dominique Strauss-Kahn).
- Nathalie Koszisuco-Morizet, a sua volta venne assegnata alle questioni ambientali ed energetiche  del governo francese del 1997. Durante il secondo termine di Jacques Chirac, venne nominata relatrice della Carta ambientale, approvata al congresso del 28 febbraio 2005. Vi contribuì in modo particolare Bertrand Collomb, allora presidente del WBCSD (Consiglio Mondiale per lo Sviluppo Sostenibile). Nello stesso anno fu anche al FAF come junior leader. Sempre nel 2005, un secondo elemento accelerò le incursioni statunitensi nella gestione della vita politica ed economica francese. Infatti, Christine Lagarde, ministra del commercio estero del governo De Villepin, aprì la strada a diverse possibilità per l’industria statunitense. (12) Allo stesso tempo, fu membro del Comitato per l’ampliamento euro-atlantico del CSIS.
- Nel 2006, Spencer Abraham venne nominato da Anne Lauvergeon a capo della filiale statunitense di Areva. (13) Questi era l’ex segretario per l’Energia dell’amministrazione Bush. Venne poi convocato in occasione della riunione annuale del gruppo Bilderberg a Ottawa, e invitato a Sitges nel 2010, quando entrò a far parte della Commissione Trilaterale Europa. Nel 2006, Frédéric Lemoine, presidente del Consiglio di Sorveglianza di Areva (che lasciò nel 2009) venne altresì assunto come junior leader della FAF. Infine, fu la volta di François Xavier Rouxel, nel 2009, vicepresidente esecutivo di Areva.
La CEA, che fu creata per garantire l’indipendenza energetica della Francia e rafforzare il ruolo dello Stato nella gestione del capitale nucleare francese, rimane aggregato al governo. Lo Stato francese mantiene la maggiore partecipazione su Areva attraverso la CEA (73,3%), l’Alto Commissario è nominato dal Consiglio dei ministri. Nel 2009, Nicolas Sarkozy nominò Catherine Cesarsky Alto Commissario della CEA, occupandosi del futuro del nucleare francese. La carriera esemplare di Catherine Cesarsky la portò ad avere un dottorato di ricerca in astronomia presso l’Harvard University nel 1971. Nel 1977, entrò a far parte del Weizmann Institute, centro di ricerca universitario di fama mondiale, situato a Revohot, in Israele. Entrò nella CEA nel 1985, dove guidò il dipartimento di astrofisica, poi continuò la carriera diventando direttrice delle scienze della materia nel 1994, prima di esserne nominata alla sua guida. E’ anche membro della National Academy of Science, che dipende direttamente dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti.
Il 14 novembre 2010, Nathalie Kosciusko-Morizet venne naturalmente nominata ministra dell’Ecologia, dello sviluppo sostenibile, dei trasporti e dell’edilizia abitativa nel governo Fillon II. Andò alla conferenza di Cancun del dicembre 2010, ma prima compì una breve deviazione in India con Nicolas Sarkozy, per vendere due centrali nucleari allo Stato indiano per conto di Areva. Una volta a Cancun, fu accompagnata da Brice Lalonde (14), la presidente messicana l’incaricò del gruppo di lavoro sul trasferimento tecnologico, il clima e le energie rinnovabili. Sul suo blog personale, riassume il suo ruolo nel gruppo di lavoro con queste parole: “Quello che abbiamo qui delineato, è un percorso per lo sviluppo sostenibile che i Paesi possono adottare; se seguiranno oggi lo stesso percorso degli Stati Uniti, senza dubbio provocheranno la distruzione vera e propria del nostro mondo. Bisogna che i Paesi si sviluppino, e bisogna trasferire una tecnologia per lo sviluppo  “pulito”, oggi. Questo è ciò che siamo stati in grado di includere nel testo sottoposto al consenso internazionale.” (15)
Si tratta quindi di sostenere la strategia degli Stati Uniti per ridefinire la politica energetica globale, a scapito dei Paesi in via di sviluppo, mentre s’impongono le tecnologie nelle mani delle potenze alleate degli Stati Uniti. Il 23 dicembre 2010, l’assemblea degli azionisti approvava l’apertura del capitale di società di Areva a 900 milioni di euro, a beneficio del fondo sovrano del Kuwait (KIA) e dello Stato francese (600 milioni dal KIA, 300 milioni dallo Stato francese). KIA detiene il 4,8% del capitale di Areva, diventandone il terzo azionista (dopo la CEA e lo Stato francese). (16)
Il 2011 segna la fine del regno di Anna Lauvergeon su Areva, precisamente a giugno. Nel dicembre 2010, Alexander Juniac era andato alla guida di Areva. Era capo dello staff della ministra dell’Economia Christine Lagarde, ed era anche junior leader della FAF (classe 2002). Questa candidatura venne respinta dallo Stato perché sarebbe stata in contrasto con la sua missione presso Christine Lagarde. Da allora, molti nomi circolano per sostituire Anne Lauvergeon: Denis Ranque (membro della Trilateral Comission Europe), Marwan Lahoud, junior leader della FAF (1999), membro del Consiglio di sorveglianza dell’Aspen Institut France e fratello di Emile Lahoud, il famoso “corvo” della vicenda Clearstream II. Nicolas Sarkozy sostiene invece la candidatura di Henri Proglio.
La riconciliazione tra gli interessi degli Stati Uniti e quelli di Areva, grazie in particolare a Christine Lagarde, rivelano la visione carrierista di gran parte della élite politica ed economica francese, senza il quale queste cose avrebbero potuto essere fatte. Tuttavia, questo non sarebbe stato possibile senza il lavoro degli istituti statunitensi che hanno cercato di cooptare coloro che sarebbero poi stati dalla loro parte. Pertanto, la strategia per creare un’organizzazione mondiale ambientale USA-centrica viene ora supportata da Areva e dalla Francia, come NKM ha dichiarato: “Sento che il mondo è finalmente maturo per la creazione dell’Organizzazione Mondiale dell’Ambiente. Ne abbiamo bisogno. Ritengo inoltre che il nostro Paese sia in grado di supportare attivamente questo progetto.” (17)

Conclusioni
Visti i fatti presentati, sarebbe facile indovinare le intenzioni degli Stati Uniti. E’ comunque certo che de Gaulle aveva intuito il rischio dell’egemonia statunitense e tentato di mantenere una relativa indipendenza della Francia durante la Guerra Fredda. Questa politica fu in parte basata sugli accordi franco-africani e le reti informali che vi ruotavano attorno, ma anche su una politica nazionale di cui Cogema e CEA sono stati dei simboli così potenti. Per quanto riguarda il know-how francese acquisito nel settore civile dell’energia nucleare, gli Stati Uniti hanno attirato Areva nelle loro reti. Ma riguardo l’uranio del Niger di cui Areva beneficia da molti anni? Il processo europeo ha forzato l’ingresso della Francia nell’orbita statunitense, la gestione delle ex colonie francesi potrebbe finalmente essere consegnata agli Stati Uniti. Questo è ciò che vedremo nella seconda parte.

Note
1 Priorità dello sviluppo delle Nazioni Unite in Niger
2 Mali-Francia breve storia condivisa; GEMDEV, Università del Mali, 2005
3 Noir Silence, François-Xavier Verschave, 2000
4 La seconda compagnia petrolifera degli Stati Uniti controllata da Condoleezza Rice nel 1991-2000
5 Suicidio di Stato all’Eliseo, Eric Raynaud – 2009
6 Willy Brandt, Ricordi, Albin Michel, Paris, 1996. Horst Möller / Maurice Vaisse (sd), Willy Brandt und Frankreich, Oldenbourg, Monaco di Baviera, 2005
7 Quest’ultimo poi ottenne la cittadinanza degli Stati Uniti e morì nel 2006 negli Stati Uniti, dove ha proclamato vivacemente la sua opposizione al regime di Mahmoud Ahmadinejad.
8 Sull’impatto del primo shock petrolifero su entrambi i lati dell’Atlantico, Bertrand Barré Engineers Journal – Marzo / Aprile 2008
9 Comunicato stampa Areva: Bush vuole ridurre la dipendenza energetica degli Stati Uniti, l’energia nucleare è a favore, 21 novembre 2003
10 Direttore della CIA sotto l’amministrazione Clinton, è stato accusato di conservare delle informazioni relative alla sicurezza interna prima di essere graziato da Bill Clinton, nel suo ultimo giorno in ufficio
11 Sicurezza energetica e cambiamento climatico, Commissione Trilaterale, 2007
12 Con Christine Lagarde, l’industria USA entra nel governo francese, Réseau Voltaire, 22 giugno 2005
13 L’ex segretario dell’Energia dell’amministrazione Bush, Spencer Abraham, è stato nominato direttore della filiale americana di Areva, Rete Voltaire, 9 marzo 2006
14 Nel 1971 Brice Lalonde crea la filiale francese degli Amici della Terra. Legato alla ricca famiglia Forbes, ed è anche partner della Coudert Brothers di Parigi, studio legale alleato con la famiglia Rockefeller.
15 Blog di Nathalie Kosciusko-Morizet, Rendezvous Cancun, 14 dicembre 2010
16 Assemblea Nazionale; affari economici della Commissione, 14 dicembre 2010, verbale n° 27; Audizione della signora Anne Lauvergeon, CEO di Areva.
17 op.cit. Rendezvous Cancun

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

L’Algeria all’ombra della “primavera araba”

Djerrad Amar, Reflexion, 13 febbraio 2013 – Counterpsyops

610px-Flag_and_map_of_Algeria_svgPropaganda, sovversione e menzogne contro l’Algeria, che deve rimanere sotto il controllo dei predatori o, nel migliore dei casi, essere guidata da burattini. Chi può servire al meglio tra i suoi traditori? Quanti di loro, per frustrazione o vendetta, hanno scelto l’esilio criticando il proprio paese o servendo forze ostili, sotto l’etichetta di “oppositore”. Uno di loro all’estero, spinto dall’impotenza, arriva a dire “… per fortuna, il popolo algerino, grazie agli oppositori, sa che gli attuali leader della dittatura non sono algerini!” Niente di meno!
Questi servi, che si credono lungimiranti, arrivano a mentirci, dall’”estero”, su cose che viviamo qui. Avendo conosciuto, in maggioranza, il potere che li ha cacciati spesso per buone ragioni, si permettono di dettarci, con disprezzo, ciò che dobbiamo ricordare e fare. Capite: ”Ribellatevi!”, mentre costoro, con i loro seguaci, fanno affari. La vendetta brilla nei loro scritti che, più che altro, appaiono pieni di commenti sprezzanti, denigranti e di propositi spregevoli, piuttosto che di analisi obiettive!! Tutti sono uguali a se stessi nel strombazzare le tesi dei loro padroni. Il loro obiettivo rimane l’esercito e i suoi ufficiali, che sarebbero l’apice del male che ha frustrato le loro speranze di vendetta, non avendo strappato o mantenuto la sperata briciola di potere. In realtà, vogliono solo sostituirsi a questo potere, con l’aiuto di Stati noti per il loro passato immorale e il loro presente devastante, o da ricchi Stati lontani dai valori che sostengono di difendere.
La realtà, in contrasto con la loro propaganda, è che oggi ci sentiamo assai meglio e più sicuri di quanto lo fummo durante il “decennio nero” di fuoco e sangue, dove molti dei nostri “amici” stranieri incoraggiarono il disordine. Non sentiamo una repressione tale da spingerci a fuggire o a ribellarsi. Far credere che viviamo in un “regime dittatoriale e repressivo” è una menzogna. La libertà è reale e gli effetti della crisi globale ‘sono ben sopportati’.

Il ‘ciclone’, sperato per l’Algeria, è già passato 24 anni fa
L’Algeria ha abbastanza ricchezze. I programmi di sviluppo e costruzione sono in pieno svolgimento. Lo Stato investe nei grandi progetti. Il piano quinquennale 2010/2014 ha stanziato circa 286 miliardi dollari di investimenti in tutti i settori. 130 miliardi dollari per il completamento dei vecchi progetti (ferrovie, strade, acquedotti…) e 156 miliardi dollari per i nuovi progetti. Vi sono  ancora carenze, il problema della disoccupazione, di questa corruzione maledetta che non si “basa  sul dogma” come si suol dire. Resta anche questa ingiustizia nell’accesso ad alcune professioni, la persistenza della burocrazia in alcuni settori, i dettami degli speculatori, la carenza della qualità dei servizi, in particolare nella sanità, assicurazioni sociali e, soprattutto, l’abuso di ufficio. Servono coerenza del sistema di governo e una migliore distribuzione delle ricchezze, ecc. Tuttavia, “l’avena del mio Paese è migliore del grano dall’estero“, dice un vecchio saggio.
Riconosciamo che lo Stato ha saputo uscire dai torbidi, rafforzando le leggi e investendo nei grandi progetti, infrastrutture, edilizia popolare che resta ancora insufficiente rispetto alla capacità disponibile. Il ‘ciclone’, sperato per l’Algeria, è già passato 24 anni fa, quando abbiamo visto i mali dell’incompetenza, dell’interferenza e della falsità. Naturalmente non tutto è perfetto, come ovunque nel mondo, ma credere che avrebbero fatto meglio se ne avessero il potere, è un inganno. Le cose diventano più sottili e difficili quando si tratta di potere, e a maggior ragione, quando si è sponsorizzati dall’estero, come si può notare in Egitto, Tunisia e Libia. “Disegnare sembra facile se ti guarda papà!” si dice.
Nei cosiddetti Stati di “diritto”, non vi sono di questi difetti! Abbiamo visto tutti gli “scandali” sulle tangenti in cui alti funzionari di questi Paesi, di diritto, sarebbero coinvolti come in altri casi di corruzione e frode. Sappiamo dove portano, oggi, le loro teorie e ideologie. L’opposizione non è un “satellite” del potere come cercano di farci credere. La libertà di stampa e di critica sono reali, non agli “ordini” come si accusa intenzionalmente. La giustizia ha compiuto grandi sforzi. Conosciamo i nostri difetti e mancanze, le soluzioni richiedono pensiero, tattica, tempo e pazienza. Guardate invece come lavorano costantemente, per ingannare i nostri figli incoraggiandoli a ribellarsi e a realizzare le loro ambizioni sul “caos”; non si tratta di intelligenza o di politica, ma d’ipocrisia e di pettegolezzi.

Inganno!
Tutti questi “dissidenti all’estero” si spacciano per “antisionisti, anticolonialisti, ecc.”, peroranti gli interessi del popolo. L’impero colonialista e imperialista, hanno perfino detto, “difende la gente contro i suoi tiranni”, portando “libertà” e “democrazia”, come a palestinesi, libici, iracheni, afghani, ivoriani, somali, sudanesi, maliani e siriani. Inganno! L’impero è, nella sua essenza, un pericoloso predatore, anche si veste di stracci lodevoli.
Osservate: nei loro scritti e dichiarazioni  sostengono la stessa linea della NATO e dei sionisti. Sostengono la politica del Marocco, il suo colonialismo nel Sahara occidentale, incolpando il governo algerino di difendere il popolo Sahrawi, così come la volontà del Marocco di aprire le frontiere, mentre ne è la causa della loro chiusura. Inoltre l’accusano di non essersi allineato con l’occidente contro le “dittature” in Libia e Siria. Per questo mettono tutte le istituzioni agli “ordini dei militari”, compresi partiti, associazioni e giornali. La loro dissociazione psichica viene attribuita al Presidente, agli ufficiali dell’esercito e alla giustizia. Sapendo che sono i pilastri della stabilità del Paese, si comprende bene quali siano le loro intenzioni. In Libia hanno sostenuto gli “assassini” e il CNT, un gruppo di rinnegati (quasi tutti targati NED/CIA) che ha fatto appello alla NATO e al sostegno del sionista BHL. Oggi la Libia è insultata e lacerata, governata da una cricca di mafiosi dalle stravaganti ambizioni, dai vari tutori, composta da liberali, monarchici, islamisti vicini ai ”fratelli” jihadisti del Qatar e di al-Qaida, dove circolano oggi terroristi ed armi, e si stabiliscono reti d’intelligence dirette dall’estero.
In Siria sostengono la cospirazione USA-arabo-sionista che si sforza di cambiare il regime della resistenza, che si oppone  agli islamo-fascisti occidentali, per imporre una cricca simile a quella libica, affiancata da un’orda eterogenea di assassini mercenari “arabo-musulmani”. Un “CNS di ausiliari di Istanbul”, fallito e rapidamente sostituito da un’”Alleanza di Doha” con gli stessi criminali! Dopo 24 mesi di aggressione, la feroce resistenza siriana sembra, alla luce degli sviluppi politici e soprattutto militari, dirigersi verso la loro sconfitta.
Sul Mali, tergiversano sulla posizione di principio dell’Algeria, volendo intrappolare il Paese cercando di comprometterlo e indebolirlo. E’ l’operazione libica, guidata dalla Francia, che è all’origine della militarizzazione del Mali. Come è possibile che la Francia, che ha sempre giocato sul separatismo e il ricatto tuareg, ora passi a difendere “l’integrità territoriale” del Paese giocando sulle etnie, le religioni e i locali spaventapasseri islamisti? Se la Francia vuole oggi finalmente ‘spezzare’ il terrorismo in Mali, mentre lo sostiene in Siria assieme al Qatar, sono affari suoi. L’Algeria, che vi ha avuto a che fare per anni, se ne occuperà da sola, e solo se si avventureranno a casa sua!
Questi ostaggi? Si tratta da una parte di umiliare e intrappolare l’Algeria nei suoi principi, per farla percepire debole e incosciente, e dall’altra, vista la scelta degli ostaggi stranieri, spingere i loro Paesi a fare pressione sull’Algeria per farla cedere. La velocità e la fermezza con cui è stata risolta questa vicenda degli ostaggi, ha sconcertato i congiuranti. Si deve capire che, nella visione algerina, l’infame ricatto sugli ostaggi è un atto che deve essere affronto annientandolo, a qualunque prezzo! Quando la morte è percepita certa, in questo modo e senza risultati, i potenziali rapitori non ci proveranno di nuovo!

La prova di forza dell’ANP ad In Amenas è uno schiaffo al nemico!
L’Algeria può cooperare, senza essere coinvolta, in conformità alle decisioni delle Nazioni Unite. Per quanto riguarda la propaganda e la speculazione su questo complotto, rispondo con questo estratto di Aisha Lemsin: “La ‘strategia del segreto’ che circonda le operazioni militari, è una famosa tradizione algerina acquisita… dall’ALN e trasmessa di generazione in generazione all’ANP… Mentre i media internazionali, e alcuni Paesi occidentali, deploravano l’”opacità” delle Unità speciali d’assalto dell’ANP per liberare gli ostaggi… spacciando il falso per vero, o… dando prova della massima ipocrisia, e anche di complicità con i rapitori!… Inoltre, delle armi, non di “ribelli” o “attivisti” come li definivano improvvisamente alcuni farisei dei media francesi (BFM, TF1, ARTE, F24, ecc.), e altri dello stesso tipo, ma un vero e proprio arsenale… Infine, il fallimento della destabilizzazione dell’Algeria è uno schiaffo nazionale e patriottico ai suoi mandanti stranieri“.
Le reazioni degli stranieri sembrano, nel complesso, favorevoli. Non dicono niente del recupero delle rivolte in Tunisia ed Egitto da parte dei ‘fratelli’ supportati dalle stesse forze occidentali. Tacciono inoltre sulle rivolte in Bahrain e Arabia Saudita, dove pacificamente si rivendicano diritti legittimi. Sostengono la tesi dell’impero quando interferisce negli affari degli Stati. Mentre i media cosiddetti “mainstream” li sostengono. Si alleano con il diavolo, pur di soddisfare il loro egoismo. La loro propaganda mostra senza ambiguità le loro tendenze e le loro mire. Non abbiamo trovato in nessuno dei loro scritti una condanna “chiara” del terrorismo. Le loro affermazioni sono sempre suscitate dall’ambiguità dei loro mandanti, come “coloro che li chiamano terroristi“, quando sanno “chi uccide chi” e “chi protegge chi” in tutti quei Paesi in cui questi assassini vengono infiltrati. Le loro idee, posizioni e dichiarazioni sono agli antipodi di quelle della maggioranza del popolo, quindi come fidarsi di loro? Tutti questi re arabi, vassalli, vengono acquisiti alle tesi USA-sioniste. L’occidente si fa sonoramente beffe della libertà, della democrazia e dei diritti dell’uomo in queste terre utili. Che i nostri arabo-musulmani rimangano arcaici e oscurantisti non è una sua preoccupazione quanto la salvaguardia dei suoi interessi.
Tutti questi “oppositori” arabi sono sponsorizzati. Sono coloro che “aiutano” a rovesciare regimi non allineati e vengono messi al potere quali “legittimi rappresentanti”… fino a nuovo avviso. L’Egitto di Morsi ha detto di essere ora “pronto al dialogo con Israele” e al “ritorno degli ebrei egiziani”. Sarebbe bello dire “tutti gli ebrei nella loro patria d’origine.” Il sinistro sceicco qataro-egiziano Qaradawi, che emette fatwa sugli assassini, incoraggia a votare per la Costituzione “comprata dai dollari del Qatar”, ha detto recentemente: “dobbiamo porre fine a questi governi di ”famiglie”, ad eccezione delle monarchie.” In Tunisia, Ghannouchi si è recato a Washington per ricevere il premio di “grande intellettuale del 2011“, assegnato dalla rivista Foreign Policy. Ha partecipato alla cerimonia assieme a Dick Cheney, Condoleezza Rice, Hillary Clinton, Robert Gates, John McCain, Nicolas Sarkozy, RT Erdogan, il franco-sionista BH Levy. Ecco, al dunque, il potere sostenuto dalle monarchie del Golfo.
L’Islam di queste monarchie è strano. Si regola in base ai loro interessi, diventando uno strumento di guerre vere e proprie tra i “fratelli”. Per questo hanno usato tutti i mezzi finanziari e irreggimentato e indottrinato i media-religiosi, aiutando di colpo i critici dell’Islam giustificandone inaspettatamente i loro argomenti islamofobici”. Questi critici sostengono, ora, come prove le azioni di coloro che sono considerati “eminenze religiose”. Gli occidentali dicono, con arroganza e degrado della coscienza, di condurre “guerre umanitarie” per “il nostro bene”. Che altruismo! Questo è il motivo per cui hanno attaccato l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia, il Sudan e hanno cercato di dividere la Siria, collocato il loro fantocci in Egitto, Tunisia e Yemen, e combattono per sconfiggere la rivolta in Bahrein e in Arabia Saudita. Sono quelli che i nostri “oppositori” sostengono quando dicono con soddisfazione che “… i regimi illegittimi e corrotti della nostra regione araba… stanno cadendo uno dopo l’altro“, quando sanno che è un’operazione attuata in conformità ai piani previsti nel cosiddetto “Nuovo Medio Oriente”, ideato dal piano sionista “Yinon”, che mira a dividere il mondo arabo in piccoli ”Stati” impotenti.  Insomma un Sykes-Picot 2.
Sono questi l’approccio e le tattiche seguite dai nostri “oppositori all’estero”, per indebolire lo Stato algerino, ripetendo all’infinito sempre gli stessi temi e le stesse menzogne, fino alla nausea, per anni. A loro si aggiungono gli zotici “autonomisti” convertitisi in politici di contrabbando, sostenendo le milizie dei nostalgici e che si infeudano a Tel Aviv. Hanno siti web e canali TV, ad esempio ‘Rashad TV’ o ‘al-Magharebia’, a Londra, e che supportano il Qatar. Anche se lo chiamano ‘Maghreb’, il 95% del programma è volto a colpire l’Algeria. È finanziato anche dal figlio di Abassi, un “uomo d’affari”, come dice il suo direttore, anche se lo nasconde, però (secondo algerie-dz.com ‘) “Salim Madani, figlio di Abassi Madani,… ha visitato il Marocco, incontrando… molti sceicchi salafiti e membri della famiglia reale, nonché funzionari del Makhzen… [gli] ha offerto il supporto della rete al-Magharebia che trasmette programmi… dell’opposizione in Algeria e… ricevendo una compensazione finanziaria, hanno detto fonti informate a “Numidianews”.
Ci accusano di non essere governati da chi avrebbero voluto loro, ammettendo, per ciò, il “caos”. Si accaniscono nel far passare le loro frustrazioni come le nostre, incoraggiando i nostri giovani alla rivolta, non essendo riusciti a realizzare le loro ambizioni. Le loro azioni sono così obsolete da non risultare efficaci. Nessuno prende sul serio la loro diarrea verbale e la loro arte del voltafaccia. Tutti sanno che non c’è nulla di coerente nella loro melma, che usano come loro argomentazione. Blaterano da anni, e senza prove, di ‘falsità’ e menzogne. La maggior parte di loro non ha mai fatto nulla di utile per il proprio Paese. Soltanto una volta ‘cacciati’ dal loro lungo bagno nel lusso e nell’inganno scoprono le virtù e la competenza… la devozione che usano come piedistallo per ingannare.

Il nostro esercito è un’istituzione coerente e stabile
Il nostro esercito è un’istituzione coerente e stabile. E’ popolare e quindi in armonia con i cittadini. Non è al servizio di una classe. Gli eserciti di tutto il mondo esistono solo per difendere il proprio Paese dalle aggressioni esterne, dalla sovversione e dal rischio del caos. In Algeria, questi elementi sono stati raggiunti e provati, il suo intervento era pertanto legittimo, giustificato, desiderato.
L’opposizione patriottica offre soluzioni reali ai problemi del suo Paese e non perché manipola i fatti e denigra le istituzioni al fine di destabilizzarle. Dovrebbe mirare, attraverso la critica costruttiva, ai servizi politici, economici e sociali, e non all’esercito, ai suoi quadri e ai suoi servizi di sicurezza. In caso contrario, si tratterebbe della volontà di sabotare. La nostra democrazia è sicuramente incompleta perché vi sono certi interessi e interferenze, ma il regime in Algeria è ben lungi dall’essere qualificato moribondo, paragonandolo, di proposito ad alcuni regimi arabi dispotici e nepotistici. Nessuno dei presidenti e dei governi che si sono succeduti, dopo l’indipendenza, è stato succube di nessuno, tanto meno dei sionisti, come vengono ingannevolmente accusati.
La maggior parte dei Paesi arabi condividono le idee supportate dall’occidente colonialista e imperialista, mentre l’Algeria è rimasta oggetto della loro cupidigia di destabilizzazione con tutti i mezzi. Sono incomparabili. La Francia nostalgica, rimane agli occhi degli algerini la più pericolosa. MY Bonnet, ex capo del DST, parla di una “lobby anti-algerina al Quai d’Orsay“. Sappiamo che comprende dei “sionisti” che dettano la politica estera della Francia. Ha aggiunto che la “primavera araba” non è “esente da manipolazioni esterne dovute a delle costanti, la storia, la geografia del Mediterraneo, e a un’altra costante che io chiamo interferenze. Sfido chiunque a dimostrarmi che l’interferenza sia stata utile… nella storia del genere umano.” Anche qui un passaggio del testo di Tony Cartalucci (tradotto da “resistenza 71”) “Tornando all’agosto 2011, Bruce Riedel, del think-tank della Brookings Institution, finanziato dal cartello dei monopoli, ha scritto ‘L’Algeria sarà la prossima a cadere, indicando che il sperato successo in Libia spingerà gli elementi radicali in Algeria, in particolare quelli dell’AQIM. Tra le violenze estremiste e l’anticipazione degli attacchi aerei francesi, Riedel sperava di vedere la caduta del governo algerino.” Quindi attenzione!

Lasciamoli quindi marcire e incanaglirsi, mentre l’Algeria progredisce
Come diffidare di questa impostura della “confessione del Generale X” adottata da diversi siti ‘on line’. Questo è in realtà parte della propaganda sovversiva finalizzata a creare un clima di sospetto, come preludio all’avvio di un piano per destabilizzare l’Algeria. Termini, citazioni, formulazioni,  errori, il francese dei ‘negri’ professionali suscita un forte sospetto su o due “oppositori” algerini sopraffatti, collassati. Per coincidenza, è apparsa subito dopo l’azione francese in Mali e 15 giorni prima dell’attacco del complesso gasifero di Tiguenturin. Un’altra bugia viene distillata, facendo credere che i nostri figli del “Servizio nazionale” verrebbero inviati a combattere in Mali.
Terminiamo la nostra riflessione con l’uscita, su una rete TV francese, di Ziad Takieddine, questo trafficante d’armi tra la Francia e alcuni Paesi arabi, in particolare. Uscita inaspettata che rivela la corruzione e la criminalità di cui sono colpevoli dei leader francesi, che mette la Francia, nuda, in una posizione più scomoda. Takieddine considera Sarkozy il principale responsabile della cospirazione contro la Libia e dell’uccisione di Gheddafi, quando dice: “…la guerra in Libia è stata una guerra fabbricata… che gli americani non volevano, e la Francia voleva con il Qatar… si doveva uccidere Gheddafi… perché se vinceva poteva andare al tribunale internazionale e dire un sacco di cose… incluse delle prove micidiali contro il governo in Francia… penso fortemente che i servizi speciali francesi l’abbiano ucciso… la corruzione in Francia ha causato l’attentato a Karachi… la guerra contro la Libia“. Secondo lui, i suoi “amici” francesi, che gli hanno affidato compiti e dato tangenti, l’hanno mollato poco prima dei suoi problemi giudiziari, fino a negare questa “amicizia” con lui. Da qui le rivelazioni (parziali) sulla corruzione e la criminalità in collaborazione con il Qatar. Ha detto che ha le prove di tutto ciò che dice.
Il mondo, che è fondato sul bene, è progettato in modo che le ingiustizie o le vittorie con la forza non durino mai più di un momento, indipendentemente dalla forza dell’oppressore o dalla potenza dell’aggressore. La preda può anche causare danni al felino, cosa che spesso si dimentica. Vale a dire che in questi ambienti, con cui i nostri oppositori “arabi” si acconciano, sono formati solo da banditi, falsari, corrotti, bugiardi, manipolatori e assassini infiltratisi con false pretese nella politica per arricchirsi ingannando tutti. Ma saranno sempre abbandonati una volta raggiunti gli obiettivi. La cosa più scioccante, è che i nostri sciocchi persistono nei loro sofismi inculcatigli, anche se la realtà li contraddice, anche se i manipolatori confessano le loro menzogne. Purtroppo, “la ragione e la logica non possono fare nulla contro la testardaggine e la stupidità“. (Sasha Guitry). Lasciamoli quindi marcire e incanaglirsi, mentre l’Algeria progredisce.

*Nota sulla sovversione
La sovversione è un’azione che riunisce i mezzi psicologici volti a screditare e indebolire il potere costituito sui territori politicamente o militarmente ambiti (Volkoff, 1986; Durandin, 1993). Ha lo scopo di stimolare un processo di degenerazione dell’autorità, mentre un gruppo è disposto a prendere il potere impegnandosi in una guerra “rivoluzionaria” (Mucchieli; Volkoff, 1986).
Uno Stato può utilizzare la sovversione per creare il caos in un Paese straniero. E’ la base del terrorismo e della guerriglia.
Gli obiettivi della sovversione sono i seguenti:
1 – demoralizzare la popolazione e disintegrare gruppi costituenti,
2 – screditare le autorità,
3 – neutralizzare le masse per evitare l’intervento generale a favore di un ordine costituito (Mucchieli; Volkoff, 1986).
La sovversione utilizza i mass media per manipolare l’opinione pubblica attraverso la “pubblicità” che le notizie concedono alle azioni spettacolari (Mucchieli; Volkoff, 1986). Questa pubblicità si verifica, spingendo l’ascoltatore a cambiare la percezione degli oppositori, sotto forma di identificazione con l’aggressore (Mucchieli; Volkoff, 1986).
Le autorità sono viste sempre più deboli e irresponsabili, mentre gli agenti della sovversione sembrano più potenti e più convinti della loro causa (Mucchieli; Volkoff, 1986). L’opinione pubblica vacillerà un giorno dalla parte degli agenti sovversivi. Senza contare che i gruppi sovversivi possono utilizzare la disinformazione e la propaganda sui loro giornali e le loro stazioni radio, rafforzando la manipolazione dell’opinione pubblica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra in Mali e l’Agenda di AFRICOM: obiettivo Cina

F. William Engdahl, Global Research, 10 febbraio 2013

Consegnateci le nostre armi

Consegnateci le nostre armi

Parte I: La nuova guerra dei trent’anni in Africa?
Il Mali a prima vista sembra il luogo più improbabile per le potenze della NATO, guidata dal governo neo-colonialista francese del presidente socialista Francois Hollande (e silenziosamente sostenuto fino in fondo dall’amministrazione Obama), per lanciare quello che viene chiamata da alcuni una nuova Guerra dei Trent’anni contro il terrorismo.
Il Mali, con una popolazione di circa 12 milioni di abitanti, e una superficie tre e mezzo volte più grande della Germania, è un paese senza sbocco sul mare, nel deserto del Sahara, in gran parte al centro dell’Africa occidentale, confina con l’Algeria a nord, la Mauritania ad ovest, Senegal, Guinea, Costa d’Avorio, Burkina Faso e Niger a sud. Le persone che conosco e che hanno passato del tempo prima che i recenti sforzi di destabilizzazione le cacciassero, l’hanno definito uno dei luoghi più tranquilli e belli della terra, la casa di Timbuktu. I suoi abitanti sono per il novanta per cento musulmani delle diverse confessioni. Ha una agricoltura di sussistenza rurale e l’analfabetismo degli adulti è quasi al 50%. Eppure questo Paese è improvvisamente al centro di una nuova “guerra globale al terrore”.
Il 20 gennaio il Primo ministro britannico David Cameron annunciava la curiosa volontà del suo Paese di affrontare “la minaccia del terrorismo” in Mali e in nord Africa. Cameron aveva dichiarato: “E’ necessaria una risposta di anni, anche di decenni, anziché di mesi, e richiede una risposta con… l’assoluta ferrea volontà di risolverla…” [1] La Gran Bretagna nel suo periodo di massimo splendore coloniale non ha mai avuto una presenza in Mali. Fino a quando non ottenne l’indipendenza, nel 1960, il Mali era una colonia francese. L’11 gennaio, dopo più di un anno di pressioni occulte sulla vicina Algeria per implicarla nell’invasione del Mali, Hollande ha deciso di effettuare un diretto intervento militare francese, con l’appoggio degli Stati Uniti. Il suo governo ha lanciato attacchi aerei nel nord del Mali, in mano ai ribelli, contro un gruppo di fanatici tagliagole salafiti jihadisti autodenominatosi al-Qaida nel Maghreb islamico (AQIM).
Il pretesto per l’azione apparentemente rapida dei francesi, è stata l’azione militare di un piccolo gruppo di jihadisti islamici del popolo tuareg, Ansar al-Din, affiliato alla più grande AQIM. Il 10 gennaio Ansar al-Din, sostenuta da altri gruppi islamici, ha attaccato la città meridionale di Konna. È stata la prima volta dalla ribellione tuareg, all’inizio del 2012, che i ribelli jihadisti sono usciti dal territorio tradizionale dei tuareg, nel deserto del nord, per diffondere la legge islamica nel sud del Mali. Come ha osservato il giornalista francese Thierry Meyssan, le forze francesi erano molto ben preparate, “Il Presidente transitorio Dioncounda Traore ha dichiarato lo stato di emergenza e ha chiesto aiuto alla Francia. Parigi è intervenuta in poche ore per evitare la caduta della capitale, Bamako. La lungimiranza dell’Eliseo aveva già pre-posizionato in Mali le truppe del 1° Reggimento Paracadutisti Fanteria di Marina (“i Coloniali”) e del 13° Reggimento Dragoni Paracadutisti, gli elicotteri del COS (Special Operations Command), tre Mirage 2000D, due Mirage F-1, tre C-135, un Hercules C-130 e un C-160 Transall“.[2] Che conveniente coincidenza.
Dal 21 gennaio aerei da trasporto dell’US Air Force hanno iniziato a sbarcare in Mali centinaia di soldati d’elite ed equipaggiamento militare francesi, apparentemente per attuare quello che dicevano essere la controffensiva contro la precipitosa avanzata verso sud dei terroristi, diretti verso la capitale del Mali.[3] Il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian ha detto ai media che il numero dei suoi “stivali sul terreno in Mali” aveva raggiunto i 2.000, aggiungendo che “circa 4.000 truppe saranno mobilitate per questa operazione”, in Mali e fuori.[4] Ma vi sono forti indicazioni che l’azione francese in Mali sia tutt’altro che umanitaria. In un’intervista alla TV France 5, Le Drian con noncuranza ha ammesso, “L’obiettivo è la riconquista totale del Mali. Non lasceremo sacche.” E il presidente Francois Hollande ha detto che le truppe francesi sarebbero rimaste nella regione abbastanza a lungo “da sconfiggere il terrorismo.” Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Belgio, Germania e Danimarca hanno detto che avrebbero sostenuto l’operazione francese contro il Mali.[5]
Lo stesso Mali, come gran parte l’Africa, è ricco di materie prime. Ha grandi giacimenti di oro, uranio e, più recentemente, anche se le compagnie petrolifere occidentali cercano di nasconderlo, petrolio, molto petrolio. I francesi hanno preferito ignorare le vaste risorse del Mali, mantenendo il Paese nella povertà dell’agricoltura di sussistenza. Sotto il deposto, ma democraticamente eletto, Presidente Amadou Toumani Toure, per la prima volta il governo aveva avviato una mappatura sistematica delle grandi ricchezze del suo sottosuolo. Secondo Igor Mamadou Diarra, ex-ministro delle Miniere, il suolo del Mali contiene rame, uranio, fosfati, bauxite, gemme e, in particolare, una grande percentuale di oro, oltre a petrolio e gas. Così, il Mali è uno dei primi Paesi al mondo per  materie prime. Con l’estrazione dell’oro, il Paese è già uno dei primi sfruttatori, subito dopo Sud Africa e Ghana.[6]
Due terzi dell’energia elettrica francese è di origine nucleare, e nuove fonti di uranio sono essenziali. Attualmente la Francia riceve le più significative importazioni di uranio dal vicino Niger. Ma ora il quadro diventa un po’ complesso. Secondo gli esperti, di solito affidabili ex militari statunitensi con familiarità diretta con la regione, dicono in condizione di anonimato che in realtà Forze Speciali degli Stati Uniti e della NATO hanno addestrato le stesse bande di “terroristi” per giustificare l’invasione neo-coloniale del Mali della Francia, appoggiata dagli USA. La questione principale è perché Washington e Parigi addestravano i terroristi che ora vogliono distruggere in una “guerra al terrore?” Erano veramente sorpresi per la mancanza di fedeltà alla NATO dei loro allievi? E cosa c’è dietro l’acquisizione francese del Mali, sostenuta dall’AFRICOM statunitense?

Parte II: AFRICOM e i ‘Segreti di Vittoria’
La verità su ciò che sta realmente accadendo in Mali, ad opera di AFRICOM e dei Paesi della NATO, in particolare della Francia, è un po’ come la geopolitica del “Segreto di Vittoria”, quello che si pensa di vedere non è sicuramente quello che si avrà. Ci è stato detto più volte negli ultimi mesi, che qualcosa che si suppone si definisca al-Qaida, l’organizzazione ufficialmente accusata dal governo degli Stati Uniti di essere la responsabile della polverizzazione di tre grattacieli del World Trade Center, e di aver fatto un buco su un lato del Pentagono l’11 settembre 2001, si sia raggruppata.
Secondo la vulgata dei media e le dichiarazioni di diversi funzionari governativi dei Paesi membri della NATO, il gruppo originario del defunto Usama bin Ladin, rintanato, come avremmo dovuto credere, da qualche parte nelle grotte di Tora Bora in Afghanistan, abbia evidentemente adottato un modello da moderno business e starebbe schierando agenti del franchising al-Qaida con una modalità in stile ‘McDonalds del terrorismo’, da al-Qaida in Iraq al Gruppo combattente islamico libico in Libia, e ora al-Qaida nel Maghreb islamico. Ho anche sentito che un nuovo franchise “ufficiale” di al-Qaida è appena stato assegnato, per quanto bizzarro possa sembrare, a qualcosa che si chiama DRCCAQ, o al-Qaida nella Repubblica Democratica del Congo cristiano (sic).[7] Ora, ciò è un aspetto che ricorda quello di una setta altrettanto bizzarra, chiamata Ebrei per Gesù, creata dagli hippie durante la guerra del Vietnam. Può essere che gli architetti di tutti questi gruppi abbiano una così scarsa torbida immaginazione?
Se dobbiamo credere alla versione ufficiale, il gruppo che viene accusato di essere il maggior responsabile di tutti i problemi in Mali, è al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM in breve). L’AQIM, di per sé oscuro, è in realtà un prodotto creato occultamente. In origine si basava in Algeria, al confine con Mali, e si chiamava Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC, in francese). Nel 2006 il guru alla guida di al-Qaida, in assenza di Usama bin Ladin, il jihadista egiziano Ayman al-Zawahiri, annunciò pubblicamente la concessione all’algerino GSPC del franchising al-Qaida. Il nome fu cambiato in al-Qaida nel Maghreb Islamico e le operazioni antiterrorismo spinsero gli algerini, negli ultimi due anni, oltre il confine desertico nel nord del Mali. L’AQIM sarebbe poco più di una ben armata banda di criminali, che raccoglie denaro trasportando cocaina dal Sud America all’Africa verso l’Europa, o con il traffico di armi e di esseri umani.[8]
Un anno dopo, nel 2007, l’intraprendente al-Zawahiri aggiunse un altro tassello alla sua catena di teppisti di al-Qaida, quando annunciò ufficialmente la fusione tra il LIFG libico e al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM). Il LIFG o Gruppo combattente islamico libico, è stato fondato da un jihadista di origine libica, Abdelhakim Belhaj. Belhaj è stato addestrato dalla CIA con i mujahidin finanziati dagli USA, in Afghanistan, nel corso degli anni ’80, accanto ad un altro allievo della CIA, Usama bin Ladin. In sostanza, come osserva il giornalista Pepe Escobar, “a tutti gli effetti, da allora, LIFG/AQIM sono la stessa cosa, e Belhaj era/è il suo emiro“.[9] Ciò diventa ancora più interessante quando scopriamo che gli uomini di Belhaj, che come Escobar scrive, erano in prima linea nella milizia berbera delle montagne a sud-ovest di Tripoli, la cosiddetta Brigata Tripoli, erano stati addestrati in segreto per due mesi dalle Forze Speciali statunitensi.[10]
Il LIFG ha giocato un ruolo chiave nel rovesciamento di Gheddafi in Libia, orchestrato da Stati Uniti e Francia, trasformando la Libia di oggi in quello che un osservatore descrive come “il più grande bazar delle armi del mondo“. Quelle armi che ora da Bengasi inonderebbero il Mali e altri vari obiettivi caldi della destabilizzazione, tra cui, in base a quanto suggerito in occasione della recente testimonianza al comitato per le Relazioni estere del Senato degli Stati Uniti, dall’uscente segretaria di Stato Hillary Clinton, l’invio di armi dalla Libia alla Turchia, dove vengono incanalate ai vari ribelli terroristici stranieri, spediti in Siria per alimentarne la distruzione.[11]
Ora, che cosa intende fare quest’insolito conglomerato di organizzazioni terroristiche globalizzate, il LIFG-GPSC-AQIM, in Mali e altrove, e come ciò si adatta agli obiettivi di AFRICOM e dei francesi?

Parte III: Il curioso golpe in Mali e il perfetto tempismo terroristico di AQIM
Gli eventi nel già pacifico e democratico Mali, iniziarono ad essere molto strani il 22 marzo 2012, quando il presidente del Mali Amadou Toumani Toure venne estromesso ed esiliato con un colpo di stato militare, un mese prima delle programmate elezioni presidenziali. Toure aveva già istituito un sistema democratico multi-partitico. Il leader del putsch, il capitano Amadou Haya Sanogo ha ricevuto l’addestramento militare negli Stati Uniti, a Fort Benning, in Georgia e nella base dei marine di Quantico, in Virginia, secondo il portavoce di AFRICOM.[12]
Sanogo ha sostenuto che il colpo di stato militare era necessario perché il governo Toure non stava facendo abbastanza per sedare i disordini dei tuareg nel nord del Mali. Come sottolinea Meyssan, il colpo di stato militare contro Toure del marzo 2012, era sospetto in ogni senso. Un mai sentito gruppo chiamato CNRDRE (Comitato Nazionale per il Recupero della democrazia e la restaurazione dello Stato) rovesciava Touré e dichiarava l’intenzione di ristabilire la legge e l’ordine nel Mali del nord. “Il risultato è una grande confusione“, prosegue Meyssan, “in quanto i golpisti non erano in grado di spiegare in che modo le loro azioni avrebbero migliorato la situazione. Il rovesciamento del presidente non aveva senso, in quanto le elezioni presidenziali si sarebbero tenuto cinque settimane più tardi e il presidente uscente non era candidato. Il CNRDRE è composto da ufficiali addestratisi negli Stati Uniti. Sospesero il processo elettorale e consegnarono il potere a uno dei loro candidati, che casualmente era il francofilo Dioncounda Traore. Questo gioco di prestigio è stato legalizzato dalla CEDEAO (o ECOWAS, Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), il cui presidente non è altri che Alassane Ouattara, messo al potere in Costa d’Avorio dall’esercito francese, un anno prima.”[13] Alassane Ouattara, laureatosi in economia negli Stati Uniti, è un ex alto funzionario del FMI, che nel 2011 abbatté il suo rivale presidenziale in Costa d’Avorio con l’assistenza militare francese. Deve la sua opera non al “New York Times“, ma alle forze speciali francesi.[14]
Al momento del colpo di stato militare, i disordini in questione erano causati da una tribù, i tuareg, un gruppo laico di nomadi e pastori che chiedono l’indipendenza dal Mali fin dai primi mesi del 2012. La ribellione dei tuareg sarebbe stata armata e finanziata dalla Francia, che aveva rimpatriato i tuareg che avevano combattuto in Libia, al fine di dividere il nord del Mali, lungo il confine algerino, dal resto del Paese dichiarando la legge della Sharia. Ciò durò solo da gennaio ad aprile 2012, momento in cui i combattenti tuareg si diffusero dalle loro tende nomadi nel Sahara centrale ai confini del Sahel, coprendo una vasta area del deserto sconfinato tra la Libia l’Algeria, il Mali e il Niger. Lasciando l’algerino-libico LIFG/al-Qaida nel Maghreb islamico e i loro associati jihadisti di Ansar al-Din, a svolgere il lavoro sporco per conto di Parigi. [15] Nella loro battaglia per l’indipendenza dal Mali, nel 2012, i tuareg avevano concluso una diabolica alleanza con l’AQIM jihadista. Entrambi i gruppi si unirono brevemente con Ansar al-Din, un’altra organizzazione islamista guidata da Iyad Ag Ghaly. Ansar al-Din avrebbe legami con al-Qaida nel Maghreb islamico, guidato dal cugino di Ag Ghaly, Hamada Ag Hama. Ansar al-Din vuole l’imposizione rigorosa della sharia in Mali. I tre gruppi principali hanno brevemente unito le forze, nel momento in cui il Mali era immerso nel caos dopo il colpo di stato militare del marzo 2012.
Il leader del golpe era il capitano Amadou Haya Sanogo, addestratosi nel campo del Corpo dei marine di Quantico, Virginia, e in Georgia, a Fort Benning, dalle Forze Speciali degli Stati Uniti. In un bizzarro gioco di eventi, nonostante l’affermazione che il colpo di stato sia stato causato dal fallimento del governo civile nel contenere la ribellione nel nord, l’esercito del Mali ha perso il controllo dei capoluoghi di regione come Kidal, Gao e Timbuktu, a dieci giorni dalla presa del potere di Sanogo. La Reuters descrive il colpo di Stato farsesco come “uno spettacolare autogol“. [16]
La violazione della costituzione del Mali da parte dei militari è stata utilizzata per far scattare severe sanzioni contro il governo militare. Il Mali è stato sospeso dall’Unione Africana, e la Banca mondiale e la Banca africana per lo sviluppo hanno sospeso gli aiuti. Gli Stati Uniti hanno tagliato la metà dei 140 milioni di dollari di aiuti che invia ogni anno; tutto ciò ha creato il caos in Mali e ha reso praticamente impossibile al governo rispondere alla continua perdita di territorio a nord, per mano dei salafiti.

Parte IV: Terrorismo-antiterroristico
Ciò che poi ne è seguito è una pagina strappata sulla rivolta-contro-insurrezionale del manuale del brigadier-generale inglese Frank E. Kitson. Le operazioni dei britannici contro i Mau Mau in Kenya, negli anni ’50. L’insurrezione jihadista nel nord e il contemporaneo colpo di stato militare nella capitale, hanno portato a una situazione in cui il Mali è stato immediatamente isolato e massicciamente punito con sanzioni economiche. Agendo con una fretta indecente, i 15 membri della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), organizzazione regionale controllata dagli Stati Uniti e dai francesi, ha richiesto ai golpisti di ripristinare lo stato civile.
Il 26 marzo, gli Stati Uniti tagliavano tutti gli aiuti militari al paese impoverito, garantendo il massimo caos mentre i jihadisti hanno fatto la loro parte, con una grande spinta verso sud. Poi, in un incontro del 2 aprile a Dakar, Senegal, i membri dell’ECOWAS chiusero le frontiere dei loro Paesi con il Mali, imponendogli delle severe sanzioni, tra cui l’esclusione dell’accesso alla banca regionale, creando la possibilità che il Mali presto non sarebbe stato in grado di comprare beni di prima necessità, tra cui la benzina. Gli stessi che hanno “addestrato” i terroristi, addestrano anche gli “anti-terroristi”. Questa sembra una bizzarra contraddizione politica solo quando non si riesce a cogliere l’essenza dei metodi statunitensi e britannici della guerra irregolare, sviluppati e impiegati attivamente sin dai primi anni ’50. Il metodo è stato originariamente definito ‘Guerra a Bassa Intensità’ dall’ufficiale dell’esercito britannico che ha sviluppato e affinato il metodo dell’esercito britannico per controllare le aree assoggettate in Malesia, in Kenya durante le lotte per libertà dei Mau Mau, negli anni ’50, e più tardi in Irlanda del Nord.
La Guerra a bassa intensità, come viene definita in un libro con quel nome, [17] comporta l’uso dell’inganno, dell’infiltrazione di agenti doppi, provocatori, e disertori nei legittimi movimenti popolari nelle lotte per l’indipendenza coloniale, dopo il 1945. Il metodo viene a volte indicato come “banda/anti-banda”. L’essenza è che l’agenzia d’intelligence o i militari delle forza d’occupazione, che sia l’esercito britannico in Kenya o la CIA in Afghanistan, orchestrano e di fatto controllano le azioni di entrambe le parti in un conflitto interno, creando piccole guerre civili o guerre per bande allo scopo di dividere il movimento legittimo e creando il pretesto per l’intervento di una forza militare esterna in quella che gli Stati Uniti, oggi, hanno ingannevolmente rinominato “operazioni di pace” o PKO.[18] Nel suo corso avanzato sugli interventi militari statunitensi dal Vietnam, Grant Hammond, dell‘US Air War College, si riferisce apertamente alle Operazioni di mantenimento della Pace nei conflitti a bassa intensità, come a “una guerra con un altro nome“.[19]
Cominciamo a vedere le impronte insanguinate di una ricolonizzazione francese poi non così ben camuffata, dell’ex Africa francese, questa volta usando il terrorismo di al-Qaida come trampolino di lancio per dirigere la presenza militare, per la prima volta in più di mezzo secolo. Le truppe francesi probabilmente resteranno ad aiutare il Mali nell’”operazione di mantenimento della pace.” Gli Stati Uniti sostengono completamente la Francia, come “zampa di gatto” dell’AFRICOM. E al-Qaida nel Maghreb islamico e i suoi spin-off rendono possibile l’intero intervento militare della NATO. Washington sosteneva di essere stata colta di sorpresa dal colpo di stato militare. Secondo quanto riportato dalla stampa, un documento interno riservato, stilato nel luglio 2012 dall’Africa Command (AFRICOM) del Pentagono, ha concluso che il colpo di Stato si era svolto in modo troppo veloce affinché gli analisti dell’intelligence statunitensi rilevassero eventuali chiari segnali di pericolo. “Il colpo di stato in Mali si è svolto molto rapidamente e con scarso preavviso“, ha detto il portavoce di AFRICOM, colonnello Tom Davis. “La scintilla che l’ha accesa è scaturita tra le fila dei giovani militari, che alla fine hanno rovesciato il governo, ma non a livello di vertice, in cui i segnali di pericolo avrebbero potuto essere più facilmente notati.”[20] Questo punto di vista è fortemente contestato.
In un’intervista ufficiosa al New York Times, un ufficiale delle Forze per le operazioni speciali non era d’accordo, dicendo: “Questa è stata programmata da cinque anni. Gli analisti si compiacciono dei loro assunti e non vedono i grandi cambiamenti e gli impatti su di essi, come la grande quantità di armi che esce dalla Libia e i tanti, diversi combattenti islamici che ritornano“.[21] Più precisamente, a quanto pare AFRICOM aveva “preparato” la crisi da cinque anni, da quando ha iniziato ad operare alla fine del 2007. Il Mali per il Pentagono non è che il blocco successivo nella militarizzazione di tutta l’Africa da parte di AFRICOM, utilizzando forze delegate come la Francia, per svolgere il lavoro sporco.
L’intervento in Mali con la Francia come facciata, è uno dei primi passi del programma per la militarizzazione totale dell’Africa, il cui primo obiettivo non è impadronirsi delle risorse strategiche come minerali,  petrolio, gas, uranio, oro o ferro. L’obiettivo strategico è la Cina e la presenza commerciale cinese in rapida crescita in tutta l’Africa, negli ultimi dieci anni. L’obiettivo di AFRICOM è scacciare la Cina dall’Africa o almeno paralizzarne irrimediabilmente l’accesso indipendente alle risorse africane. Una Cina economicamente indipendente, così pensano in vari uffici del Pentagono, di Washington o dei gruppi di riflessione neo-conservatori, sarebbe una Cina politicamente indipendente. Dio non voglia! Così credono.

Parte V: L’ordine del giorno di AFRICOM in Mali: obiettivo Cina
L’operazione in Mali è solo la punta di un enorme iceberg africano. AFRICOM, il Comando Africa del Pentagono degli Stati Uniti, è stato creato dal presidente George W. Bush alla fine del 2007. Il suo scopo principale è contrastare la drammaticamente crescente influenza economica e politica cinese in tutta l’Africa. Campanelli d’allarme hanno suonato a Washington nell’ottobre 2006, quando il presidente cinese ospitò uno storico vertice a Pechino, il Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC), che portò quasi cinquanta capi di Stato e ministri africani nella capitale cinese.
Nel 2008, in anticipo di dodici giorni al tour delle otto nazioni in Africa: il terzo viaggio del genere da quando  assunse la carica nel 2003, il presidente cinese Hu Jintao annunciava un programma triennale da 3 miliardi di dollari di prestiti agevolati e di aiuti all’Africa. Questi fondi si sovrappongono ai 3 miliardi di dollari in prestiti e 2 miliardi di crediti all’esportazione che Hu aveva annunciato in precedenza. Gli scambi commerciali tra la Cina e i Paesi africani esplose nei successivi quattro anni, mentre l’influenza francese e degli Stati Uniti sul “Continente Nero” scemava. Il commercio della Cina con l’Africa ha raggiunto i 166 miliardi dollari nel 2011, secondo le statistiche cinesi, e le esportazioni africane verso la Cina, in primo luogo le risorse per alimentare le industrie cinesi, sono salite a 93 miliardi di dollari dai 5,6 miliardi dollari negli ultimi dieci anni. Nel luglio 2012 la Cina ha offerto ai Paesi africani 20 miliardi di dollari in prestiti nei prossimi tre anni, il doppio della quantità promessa nel precedente triennio.[22]
Per Washington, rendere AFRICOM operativo nel più breve tempo possibile è una urgente priorità geopolitica. E’ entrato in funzione il 1° ottobre 2008, nel quartier generale di Stoccarda, in Germania. Quando l’amministrazione Bush-Cheney ha firmato la direttiva che creava l’AFRICOM nel febbraio 2007, fu una risposta diretta alla riuscita diplomazia economica africana della Cina. AFRICOM definisce la sua missione come segue: “L’Africa Command ha la responsabilità amministrativa del sostegno militare degli Stati Uniti alla politica governativa degli Stati Uniti in Africa, includendo i rapporti militari con 53 nazioni africane.” Ammettendo di lavorare a stretto contatto con le ambasciate del dipartimento di Stato degli Stati Uniti in tutta l’Africa; un’ammissione insolita che comprende anche l’USAID: “L’US Africa Command fornisce personale e supporto logistico alle attività finanziate dal dipartimento di Stato. Il personale del comando opera in stretta collaborazione con le ambasciate USA in Africa per coordinare i programmi di formazione, per migliorare la capacità della sicurezza delle nazioni africane“.[23] Parlando all’International Peace Operations Association di Washington DC, il 27 ottobre 2008, il generale Kip Ward, comandante di AFRICOM, definiva la missione del comando come: “cooperazione con le altre agenzie governative degli Stati Uniti e partner internazionali, per assolvere gli impegni di sicurezza sostenuti attraverso i programmi militari, attività sponsorizzate dai militari e altre operazioni militari dirette a promuovere un ambiente africano stabile e sicuro, a sostegno della politica estera degli Stati Uniti.”[24]
Diverse fonti di Washington dichiarano apertamente che AFRICOM è stato creato per contrastare la crescente presenza della Cina in Africa, e il successo crescente della Cina nel garantirsi accordi economici a lungo termine sulle materie prime provenienti dall’Africa, in cambio di aiuti cinesi e accordi per la condivisione della produzione e delle royalties. Secondo fonti informate, i cinesi sono stati molto furbi. Invece di offrire il selvaggio dettato dell’austerità del FMI e il caos economico, come ha fatto l’occidente, la Cina offre grandi crediti, prestiti agevolati per la costruzione di strade e scuole, al fine di crearsi una buona volontà. Il Dr. J. Peter Pham, un insider leader di Washington e consigliere dei dipartimenti di Stato e della Difesa statunitensi, afferma apertamente che tra gli obiettivi del nuovo AFRICOM, vi è “proteggere l’accesso agli idrocarburi e ad altre risorse strategiche che l’Africa possiede in abbondanza… un compito che include la garanzia contro la vulnerabilità di queste ricchezze naturali, la garanzia che nessun altro terzo interessato come la Cina, l’India, il Giappone o la Russia ne ottenga il monopolio o dei trattamenti di favore.”
In una testimonianza al Congresso degli Stati Uniti per sostenere la creazione di AFRICOM, nel 2007, Pham, strettamente associato al think-tank neo-conservatore ‘Fondazione per la Difesa delle Democrazie’, ha dichiarato: “Questa ricchezza naturale rende l’Africa un obiettivo invitante per le attenzioni della Repubblica popolare cinese, la cui dinamica, con una crescita in media del 9 per cento annuo nel corso degli ultimi due decenni, induce una sete insaziabile di petrolio, nonché la necessità di altre risorse naturali per sostenerla. La Cina attualmente importa circa 2,6 milioni di barili di greggio al giorno, circa la metà del suo consumo;… circa un terzo delle sue importazioni proviene da fonti africane… forse nessun altro rivale straniero vede la regione Africa come oggetto di interesse costante strategico come Pechino, negli ultimi anni… Molti analisti si aspettano che l’Africa, in particolare gli Stati lungo le sue coste occidentali ricche di petrolio, sarà sempre più teatro della competizione strategica tra gli Stati Uniti e il suo unico vero concorrente mondiale, la Cina, in quanto entrambi i Paesi cercano di espandere la loro influenza e garantirsi l’accesso alle risorse.”[25]
Per contrastare la crescente influenza cinese in Africa, Washington ha arruolato l’economicamente debole e politicamente disperata Francia, con la promessa di sostenere la riconquista francese del suo ex-impero coloniale africano, in una forma o nell’altra. La strategia, come emerge dall’uso dei terroristi di al-Qaida da parte di Francia-USA per far cadere Gheddafi in Libia, e ora per devastare il Sahara dal Mali, promuovere le guerre etniche e l’odio settario tra berberi, arabi e altri in Nord Africa. Divide et impera. Sembra ancora che abbiano cooptato un vecchio progetto francese per il controllo diretto. In un’analisi innovativa, l’analista geopolitico e sociologo canadese Mahdi Darius Nazemroaya, scrive: “Una mappa utilizzata da Washington per combattere il terrorismo, sotto l’Iniziativa Pan-Sahel, la dice lunga. Il campo o area di attività dei terroristi, entro i confini di Algeria, Libia, Niger, Ciad, Mali e Mauritania, in base alla designazione di Washington, è molto simile ai confini dell’entità coloniale territoriale che la Francia aveva cercato di creare in Africa nel 1957. Parigi aveva progettato di sostenere questa entità africana nel Sahara centro-occidentale come dipartimento francese (provincia), direttamente collegata alla Francia tramite le coste dell’Algeria“.[26] I francesi la chiamarono l’Organizzazione Comune delle Regioni del Sahara (Organisation commune des regions sahariennes, OCR). Comprendeva nei suoi confini paesi del Sahel e del Sahara come Mali, Niger, Ciad e Algeria. Parigi voleva usarla per controllare i Paesi ricchi di risorse, e per lo sfruttamento francese di tali materie prime come petrolio, gas e uranio.

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La mappa del Sahara francese del 1958, comparata alla mappa dell’Iniziativa Pan-Sahal dell’USAFRICOM (in basso) sulla minaccia terroristica nel Sahara oggi.
Fonte: GlobalResearch.ca

Aggiunge che Washington aveva chiaramente in mente questa zona ricca di energia e di risorse, quando ha tracciato le aree dell’Africa che hanno bisogno di essere “ripulite” da presunte cellule e bande terroristiche. Almeno ora AFRICOM ha “un piano” per la sua nuova strategia africana. L’Istituto Francese di Relazioni Estere (Institut français des relazioni internazionali, IFRI) ha apertamente discusso questo legame tra i terroristi e le zone ricche di idrocarburi, in un report del marzo 2011.[27]
La mappa utilizzata da Washington per combattere il terrorismo sotto la Pan-Sahel Initiative del Pentagono, mostra l’area di attività dei terroristi interna ad Algeria, Libia, Niger, Ciad, Mali e Mauritania, secondo la designazione di Washington. La Trans-Saharan Counterterrorism Initiative (TSCTI) è stata avviata dal Pentagono nel 2005. Mali, Ciad, Mauritania e Niger furono raggiunti da Algeria, Mauritania, Marocco, Senegal, Nigeria e Tunisia, in un anello di cooperazione militare con il Pentagono. L’Iniziativa antiterrorismo Trans-Sahariana è stata trasferita al comando Africom il 1° ottobre 2008.[28]
La mappa del Pentagono è molto simile ai confini o frontiere dell’entità coloniale territoriale che la Francia aveva tentato di creare in Africa nel 1957. Parigi aveva programmato di creare questa entità africana nel Sahara centro-occidentale, come dipartimento francese (provincia) direttamente collegata alla Francia, insieme alle coste dell’Algeria, dell’Organizzazione Comune delle Regioni del Sahara (Organisation commune des regions sahariennes, OCR). Comprendeva entro i suoi confini paesi del Sahel e del Sahara come Mali, Niger, Ciad e Algeria. I piani furono sventati durante la Guerra Fredda, dalle guerre d’indipendenza degli algerini e degli altri Paesi africani contro il dominio coloniale francese, il “Vietnam” della Francia. La Francia fu costretta a sciogliere l’OCR nel 1962, a causa dell’indipendenza algerina e dello stato d’animo anti-coloniale in Africa. [29]
Le ambizioni neo-coloniali di Parigi però, non scomparvero. I francesi non fanno segreto del loro allarme per la crescente influenza cinese nell’Africa ex francese. Il ministro delle Finanze francese Pierre Moscovici ha dichiarato ad Abidjan, lo scorso dicembre, che le imprese francesi devono passare all’offensiva e combattere la crescente influenza della rivale Cina, partecipando ai mercati sempre più competitivi dell’Africa. “E’ evidente che la Cina è sempre più presente in Africa… le società (francesi) che ne hanno i mezzi devono passare all’offensiva. Devono essere più presenti sul terreno. Devono combattere“, ha dichiarato Moscovici durante un viaggio in Costa d’Avorio. [30]
Chiaramente Parigi aveva in mente un’offensiva militare per sostenere l’offensiva economica prevista dalle imprese francesi in Africa.

Note
[1] James Kirkup, David Cameron: North African terror fight will take decades, The Telegraph, London, 20 gennaio 2013.
[2] Thierry Meyssan, Mali: One war can hide another, Voltaire Network, 23 gennaio 2013.
[3] Staff Sgt. Nathanael Callon United States Air Forces in Europe/Air Forces Africa Public Affairs, US planes deliver French troops to Mali, AFNS, 25 gennaio 2013.
[4] S. Alambaigi, French Defense Minister: 2000 boots on ground in Mali, 19 gennaio 2013.
[5] Freya Petersen, France aiming for ’total reconquest’ of Mali, French foreign minister says, 20 gennaio 2013.
[6] Christian v. Hiller, Mali’s hidden Treasures, 12 aprile 2012, Frankfurter Allgemeine Zeitung.
[7] Fonti da private discussioni con ex militari sttaunitensi attivi in Africa.
[8] William Thornberry and Jaclyn Levy, Al Qaeda in the Islamic Maghreb, CSIS, settembre 2011, Case Study No. 4.
[9] Pepe Escobar, How al-Qaeda got to rule in Tripoli, Asia Times Online, 30 agosto 2011.
[10] Ibid.
[11] Jason Howerton, Rand Paul Grills Clinton at Benghazi Hearing: ‘Had I Been President…I Would Have Relieved You of Your Post’w, ww.theblaze.com, 23 gennaio 2013.
[12] Craig Whitlock, Leader of Mali military coup trained in U.S., 24 marzo 2012, The Washington Post.
[13] Thierry Meyssan, op. cit.
[14] AFP, Ivory Coast’s ex-President Gbagbo ‘arrested in Abidjan’ by French forces leading Ouattara troops, 11 aprile 2011.
[15] Thierry Meyssan, op. cit.
[16] Cheick Dioura and Adama Diarra, Mali Rebels Assault Gao, Northern Garrison, The Huffington Post, Reuters.
[17] Frank E. Kitson, Low Intensity Operations: Subversion, Insurgency and Peacekeeping, London, 1971, Faber and Faber.
[18] C.M. Olsson and E.P. Guittet, Counter Insurgency, Low Intensity Conflict and Peace Operations: A Genealogy of the Transformations of Warfare, 5 marzo 2005 paper presented at the annual meeting of the International Studies Association.
[19] Grant T. Hammond, Low-intensity Conflict: War by another name, London, Small Wars and Insurgencies, Vol.1, Issue 3, dicembre 1990, pp. 226-238.
[20] Defenders for Freedom, Justice & Equality, US Hands Off Mali An Analysis of the Recent Events in the Republic of Mali, MRzine, 2 maggio 2012.
[21] Adam Nossiter, Eric Schmitt, Mark Mazzetti, French Strikes in Mali Supplant Caution of US, The New York Times, 13 gennaio 2013.
[22] Joe Bavier, French firms must fight China for stake in Africa—Moscovici, Reuters, 1 dicembre 2012.
[23] AFRICOM, US Africa Command Fact Sheet, 2 settembre 2010.
[24] Ibid.
[25] F. William Engdahl, NATO’s War on Libya is Directed against China: AFRICOM and the Threat to China’s National Energy Security, 26 settembre 2011.
[26] Mahdi Darius Nazemroaya and Julien Teil, America’s Conquest of Africa: The Roles of France and Israel, GlobalResearch, 6 ottobre 2011.
[27] Ibid.
[28] Ibid.
[29] Ibid.
[30] Joe Bavier, Op. cit.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio -  SitoAurora

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