L’US Special Operations Command (SOCOM), svelati i segreti dell’esercito segreto

Nick Turse Global Research, 27 gennaio 2014

mcraven obamaAgiscono nello splendore verde della visione notturna nel sud-ovest asiatico e negli agguati nelle giungle del Sud America. Strappano [1] gli uomini dalle loro case nel Maghreb [2] e attaccano militanti pesantemente armati nel Corno d’Africa. Sentono gli spruzzi salati quando volano sulle onde turchesi dei Caraibi e azzurro intenso del Pacifico, svolgono missioni nei soffocanti deserti del Medio Oriente e nella gelida Scandinavia [3]. L’amministrazione Obama ha intrapreso una guerra segreta planetaria [4] la cui ampiezza finora non è mai stata pienamente rivelata. Dall’11 settembre 2001, le forze speciali degli Stati Uniti sono cresciute in modo inimmaginabile, sia in numeri che in budget. La cosa più significativa, tuttavia, è l’aumento delle operazioni speciali a livello globale. Questa presenza, oggi in quasi il 70% delle nazioni del mondo, fornisce un’ulteriore prova della dimensione e della portata della guerra segreta che si estende dall’America Latina alle terre più remote dell’Afghanistan, dalle missioni di addestramento con i loro alleati africani alle operazioni di spionaggio nel cyberspazio. Come notato, negli ultimi giorni della presidenza Bush, le forze speciali erano dispiegate [5] in 60 Paesi nel mondo. Nel 2010 erano 75, secondo [6] Karen DeYoung e Greg Jaffe del Washington Post. Nel 2011, il portavoce del Special Operations Command (SOCOM), colonnello Tim Nye disse  [7] a TomDispatch che la cifra totale era 120. Attualmente, questa cifra è ancora più elevata. Nel 2013, le forze d’elite statunitensi sono state schierate in 134 Paesi nel mondo, secondo il comandante Matthew Robert Bockholt, delle Pubbliche Relazioni del SOCOM. Tale aumento del 123% nel decennio di Obama dimostra come, oltre alla guerra convenzionale e alla campagna dei droni della CIA [8], alla diplomazia pubblica e all’ampio spionaggio elettronico [9], gli Stati Uniti siano impegnati in un’altra forma importante e crescente di proiezione di potenza all’estero. In gran parte condotte nell’ombra dalle truppe d’elite degli Stati Uniti, tali missioni avvengono lontano da occhi indiscreti, dei media e da qualsiasi tipo di controllo esterno, aumentando la possibilità di ritorsioni dalle conseguenze imprevedibili e catastrofiche.

Un settore in crescita
Formalmente istituito nel 1987, il Comando Operazioni Speciali è cresciuto rapidamente con l’11 settembre. Siamo stati informati che il SOCOM starebbe per raggiungere i 72000 effettivi nel 2014, dai 33000 nel 2001. I finanziamenti globali sono aumentati in proporzioni geometriche, tanto che il bilancio del 2001 di 2,3 miliardi di dollari ha raggiunto i 6,9 miliardi nel 2013 (10,4 se si aggiungono i finanziamenti supplementari). Lo schieramento di effettivi all’estero è esploso da 4900 uomini nel 2011 a 11500 nel 2013. In una recente indagine [10], TomDispatch, consultando i comunicati stampa del governo, documenti aperti e notizie, ha trovato le prove che le forze speciali degli Stati Uniti hanno cooperato con gli eserciti di 106 nazioni nel 2012-2013. Inoltre, durante il periodo i cui è stato preparato questo articolo, circa un mese [11], il SOCOM ha fornito statistiche precise sul numero totale di Paesi in cui ha schierato personale speciale: Berretti Verdi e Rangers, Navy SEAL e commando Delta Force. “Non l’abbiamo a portata di mano“, disse Bockholt del SOCOM in una intervista telefonica, mentre l’articolo era quasi finito. “Dobbiamo cercare tra molte altre cose. Ci vuole molto tempo“. Poche ore dopo, poco prima della pubblicazione, rispose alla domanda fattagli a novembre. “Le forze speciali sono state schierate in 134 Paesi“, nell’anno fiscale 2013, ha detto Bockholt in una e-mail.

Operazioni speciali globalizzate
6a0133f3a4072c970b014e884f866b970d-350wiL’anno scorso, il capo del Comando Operazioni Speciali, ammiraglio William McRaven, ha spiegato la sua visione della globalizzazione delle operazioni speciali. In una dichiarazione alla Commissione forze armate del Congresso, ha detto: “USSOCOM lavora a migliorare la rete globale delle forze per le operazioni speciali, supportando le nostre relazioni inter-istituzionali e i nostri partner internazionali, in modo da avere ampia conoscenza delle minacce e opportunità emergenti. La rete consente una presenza limitata e persistente nelle aree critiche e facilita l’opportunità di attuarle ove necessario e opportuno“. Anche se questa “presenza” può essere limitata, la portata e l’influenza di tali forze speciali è un’altra questione. Il salto del 12% di schieramenti, da 120 a 134, durante il periodo McRaven, ne riflette il desiderio di piazzarsi sul campo in tutto il pianeta. Il SOCOM non cita le nazioni interessate, rispettando la sensibilità delle nazioni ospiti e degli effettivi statunitensi, ma gli schieramenti che conosciamo gettano un po’ di luce sulla piena portata delle missioni segrete dell’US Army nel mondo. Ad esempio, gli scorsi aprile e maggio, il personale delle Operazioni Speciali ha partecipato ad esercitazioni a Gibuti, Malawi e isole Seychelles nell’Oceano Indiano. A giugno, i SEAL dell’US Navy si sono riuniti con forze irachene, giordane, libanesi e di altri alleati mediorientali realizzando simulazioni di guerra asimmetrica ad Aqaba, in Giordania. Il mese successivo, i Berretti Verdi si recarono a Trinidad e Tobago per avviare piccole unità tattiche  con le forze locali. Ad agosto, i Berretti Verdi hanno addestrato i marinai dell’Honduras [12] nel sabotaggio. A settembre, secondo il comunicato stampa [13], le forze speciali degli Stati Uniti si sono unite alle truppe d’elite dei 10 Paesi membri dell’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico: Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore, Thailandia, Brunei, Vietnam, Laos, Myanmar e Cambogia, così come con le loro controparti di Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Corea del Sud, Cina, India e Russia per esercitazioni antiterrorismo congiunte nel centro di addestramento di Sentul, Java occidentale. Ad ottobre, le truppe d’elite statunitensi hanno condotto raid [14] con i commando in Libia e Somalia, sequestrato [15] un sospetto di terrorismo nella prima nazione mentre i SEAL hanno ucciso almeno un militante nella seconda, prima che l’esercito li espellesse [16]. A novembre, le truppe per Operazioni Speciali hanno compiuto numerose operazioni umanitarie nelle Filippine per aiutare i sopravvissuti del tifone Hayan. Il mese successivo, i membri del 352° Gruppo Operazioni Speciali compiva [17] un’esercitazione in cui 130 piloti e sei aerei parteciparono da una base aerea in Inghilterra, e molti Navy SEAL furono feriti durante la partecipazione [18] a una missione di evacuazione in Sud Sudan. I Berretti Verdi hanno iniziato il 1° gennaio di quest’anno una missione di combattimento congiunta con le truppe d’élite afgane nel villaggio di Balhozi, provincia di Kandahar.
Tuttavia, tale schieramento in 134 Paesi non sembra sufficiente al SOCOM. Nel novembre 2013, il comando ha annunciato di avere cercato d’identificare dei partner industriali che potessero, nel quadro dell’Iniziativa della rete transregionale del SOCOM, “potenzialmente sviluppare nuovi siti internet diretti al pubblico straniero“, integrandosi alla rete globale dei dieci siti esistenti su internet dedicati alla propaganda diretta dai diversi comandi combattenti e volti ad assomigliare a media legittimi, come CentralAsiaOnline.com, Sabahi che puntano al Corno d’Africa, quello per il Medio Oriente noto come al-Shorfa.com, così come un altro per l’America Latina denominato Infosurhoy.com L’incremento di SOCOM nel cyberspazio riflette lo sforzo concertato del comando per integrarsi sempre più profondamente “nella rete.” “Ho corrispondenti in tutte le agenzie qui a Washington DC, CIA, FBI, National Security Agency, National Geo-Space Agency, Defense Intelligence Agency”, ha detto il comandante del SOCOM, ammiraglio McRaven, nel corso di una tavola rotonda al Centro Wilson di Washington, lo scorso anno. Quando parlava alla Biblioteca Ronald Reagan, a novembre, disse che il numero di dipartimenti e agenzie in cui è presente il SOCOM [19] è 38.

134 possibilità di ritorsione
Anche se eletto nel 2008 da coloro che lo vedevano come il candidato contrario alla guerra [20], il presidente Obama ha dimostrato di essere un comandante in capo risolutamente duro, le cui politiche hanno prodotto notevoli esempi di ciò che nel gergo della CIA si chiama “ritorsione” [21]. Sebbene l’amministrazione Obama abbia curato il ritiro delle truppe dall’Iraq (negoziato [22] dal suo predecessore), e la riduzione [23] delle truppe statunitensi in Afghanistan (dopo l’incremento significativo della presenza militare [24] in questi Paesi), il presidente ha deciso l’aumento della presenza militare statunitense in Africa [25], rivitalizzando [26] gli sforzi [27] in America Latina e tenendo un duro discorso sul riequilibrio o perno in Asia [28] (anche se finora poco è stato fatto in tale direzione). La Casa Bianca ha anche supervisionato la crescita esponenziale della guerra dei droni. Mentre il presidente Bush ha lanciato 51 di tali attacchi, il presidente Obama ne ha ordinato circa 330 [29], secondo un sondaggio del Bureau of Investigative Journalism di Londra. Proprio l’anno scorso, se ne contano in Afghanistan, Libia [30], Pakistan [31], Somalia [32] e Yemen [33]. Le recenti rivelazioni di Edward Snowden [34] sulla National Security Agency hanno dimostrato la terribile grandezza e portata globale della sorveglianza elettronica degli Stati Uniti negli anni di Obama. E ombra profonda, le forze speciali sono state schierate quest’anno in un numero più che doppio di nazioni che alla fine della presidenza Bush. Tuttavia, negli ultimi anni le conseguenze non intenzionali delle operazioni militari degli Stati Uniti hanno contribuito a seminare malcontento e indignazione, incendiando intere regioni. Più di 10 anni dopo la “missione compiuta” [35] degli Stati Uniti, e sette anni dopo il vantato incremento [36] di truppe dispiegate dagli Stati Uniti, l’Iraq è in fiamme [37]. Un Paese in cui non vi era alcuna presenza di al-Qaida prima dell’invasione degli Stati Uniti [38] e il cui governo si era opposto [39] ai nemici degli Stati Uniti di Teheran, ora vede il suo governo centrale allineato [40] all’Iran e in due delle sue città [41] sventolarvi la bandiera di al-Qaida.
Il recente  intervento statunitense per precipitare il rovesciamento del dittatore libico Muammar Gheddafi ha contribuito a spingere nella spirale il vicino Mali, baluardo regionale filo-Stati Uniti contro il terrorismo, quando un ufficiale addestrato dagli Stati Uniti ha effettuato un colpo di Stato che finalmente ha prodotto il sanguinoso attacco terroristico contro un impianto gasifero algerino, scatenando una sorta di diaspora del terrore [42] nella regione. In questo momento, il Sud Sudan,  nazione covata dagli Stati Uniti che supportano economicamente [43] e militare [44] (anche se usa bambini soldato [45]) ed è stata utilizzata come base segreta [46] per le Operazioni Speciali, è lacerata dalle violenze e scivola verso la guerra civile [47]. La presidenza Obama ha visto la forza militare degli Stati Uniti utilizzare sempre più l’élite tattica per raggiungere obiettivi strategici. Ma tenendo le missioni delle forze speciali sotto stretto riserbo, gli statunitensi “ne sanno poco su dove siano schierate le loro truppe, cosa facciano esattamente e le conseguenze che ne potrebbero derivare”. Come l’ex-colonnello Andrew Bacevish, professore di storia e relazioni internazionali alla Boston University, ha detto: “con l’uso delle forze per operazioni speciali negli anni, Obama ha ridotto la responsabilità militare, aprendo la strada alla guerra infinita e rinforzando la “presidenza imperiale“.” “In breve“, scrisse a TomDispatch [48] “assegnare la guerra ai pochi effettivi speciali spezza il sottile legame tra guerra e politica, trasformando la guerra in una guerra fine a se stessa.”
Le operazioni segrete condotte dalle forze segrete hanno la spiacevole tendenza a produrre effetti indesiderati, inattesi e del tutto disastrosi. I newyorkesi ricordano [49] anche il risultato finale [50] del supporto clandestino [51] [52] degli Stati Uniti ai militanti islamici contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, durante gli anni ’80: l’11 settembre. Ma per quanto strano possa sembrare, coloro che  quel giorno subirono invece l’attacco principale, al Pentagono [53], non sembrano aver imparato la lezione di quella rappresaglia mortale. Finora, in Afghanistan e in Pakistan, oltre 12 anni dopo l’invasione degli Stati Uniti del primo e quasi 10 anni [54] dopo essersi impegnati in attacchi segreti [55] nel secondo, gli Stati Uniti sono ancora alle prese con gli effetti collaterali della guerra fredda: ad esempio, quando i droni della CIA lanciano missili [56] contro l’organizzazione (la rete Haqqani [57]), a cui negli anni ’80 l’agenzia fornì dei missili. [58]
Senza una chiara idea su dove attualmente operino le forze armate clandestine e di ciò che fanno, gli statunitensi non possono prevedere conseguenze e ritorsioni dell’espansione delle nostre guerre segrete che inondano il mondo. Ma se la storia ci insegna qualcosa, tali conseguenze si faranno sentire dall’Asia del Sud-ovest al Nord Africa, dal Medio Oriente all’Africa Centrale e, infine, è possibile che si faranno anche sentire negli Stati Uniti. Nel suo piano d’azione per il futuro, SOCOM 2020, l’ammiraglio McRaven ha provato a spacciare la globalizzazione delle operazioni speciali degli Stati Uniti come “strumento di potenza per progettare e promuovere la stabilità e impedire i conflitti” E’ possibile che lo scorso anno sia stato dedicato dal SOCOM nel fare esattamente l’opposto in 134 posti.

Nick Turse è redattore di Tomdispatch.com e ricercatore presso l’Istituto Nation. È l’autore di  The Complex: How the Military Invades Our Everyday Lives e della storia dei crimini di guerra USA in Vietnam Kill Anything That Moves: The Real American War in Vietnam (pubblicati da Metropolitant).

Bono Vox e l'ammiraglio McRaven

Bono Vox e l’ammiraglio W. McRaven

Note
[1] US commando raids: John Kerry defends capture of Libyan terror suspect Abu Anas al-Liby in Tripoli – UK – News – The Independent
[2] U.S. Raids in Libya and Somalia Strike Terror Targets – NYTimes.com
[3] US Army special forces in Finland for winter war games | Yle Uutiset | yle.fi
[4] Tomgram: Nick Turse, Special Ops Goes Global | TomDispatch
[5] Operaciones especiales se desplegaron en 60 paises SOCOM
[6] U.S.’s secret wars; expands globally as Special Operations forces take larger role
[7] Tomgram: Nick Turse, Uncovering the Militar’s Secret Military | TomDispatch
[8] Tomgram: Engelhardt, Assassin-in-Chief | TomDispatch
[9] Tomgram: Engelhardt, You Are Our Secret | TomDispatch
[10] Tomgram: Nick Turse, Special Ops Goes Global | TomDispatch
[11] Tomgram: Nick Turse, Special Ops Goes Global | TomDispatch
[12] 130807-A-YI554-133
[13] Indonesia, US Deepen Defense Ties Amid Exercises and Arms Deals | Defense News | defensenews.com
[14] US special forces raids target Islamist militants in Libya and Somalia | World news | theguardian.com
[15] U.S. forces raid targets in Libya, Somalia, capture al Qaeda operative – CNN.com
[16] U.S. strikes al-Shabab in Somalia and capturesbombing suspect in Libya – The Washington Post
[17] 352nd SOG conducts exercise at RAF Fairford – AFSOC
[18] U.S. Mission in South Sudan Shows Limits of Military – NYTimes.com
[19] Defense.gov News Article: Socom Planning Ahead for Future Missions, McRaven Says
[20] As Candidate, Obama Carves Antiwar Stance – New York Times
[21] Best of TomDispatch: Chalmers Johnson, The CIA and a Blowback World | TomDispatch
[22] Obama living up to Bush's terms on Iraq withdrawal, spokesman says – Los Angeles Times
[23] Washington Post Washington Post
[24] How Obama Came to Plan for ‘Surge’ in Afghanistan – NYTimes.com
[25] Tomgram: Nick Turse, AFRICOM’s Gigantic “Small Footprint” | TomDispatch
[26] U.S. Turns Its Focus on Drug Smuggling in Honduras – NYTimes.com
[27] US Expands Its Presence in Mexico, Ramping Up Drug War
[28] USA upgrading in Asia, but pivot is questioned
[29] A changing drone campaign: US covert actions in 2013 | The Bureau of Investigative Journalism
[30] U.S. forces raid targets in Libya, Somalia, capture al Qaeda operative – CNN.com
[31] A changing drone campaign: US covert actions in 2013 | The Bureau of Investigative Journalism
[32] A changing drone campaign: US covert actions in 2013 | The Bureau of Investigative Journalism
[33] A changing drone campaign: US covert actions in 2013 | The Bureau of Investigative Journalism
[34] Edward Snowden: how the spy story of the age leaked out | World news | The Guardian
[35] Ten Years Ago: Bush Declared 'Mission Accomplished—and the Media Swooned | The Nation
[36] Timeline: The Iraq Surge, Before and After (washingtonpost.com)
[37] Iraq’s ‘increasingly authoritarian’ policies partly to blame for violence, says former U.S. official – Amanpour – CNN.com Blogs
[38] Bush Acknowledges Absence Of Al Qaeda In Pre-Occupation Iraq With A So What?
[39] After U.S. War in Iraq, Iran Gains Political Influence – TIME
[40] Iraq-Iran Ties Grow Stronger As Iraq Rises From The Ashes
[41] PBS
[42] Tomgram: Nick Turse, Blowback Central | TomDispatch
[43] Politics News and U.S. Elections Coverage – ABC News
[44] In South Sudan's violence, U.S.-backed army part of the problem | World | McClatchy DC
[45] U.S. Approves Military Aid For Countries With Child Soldiers | ThinkProgress
[46] Where’s Joseph Kony? US troops have yet to find him — Bangor Daily News — BDN Maine
[47] Politics News and U.S. Elections Coverage – ABC News
[48] Tomgram: Andrew Bacevich, The Golden Age of Special Operations | TomDispatch
[49] The New York Times
[50] Best of TomDispatch: Chalmers Johnson, The CIA and a Blowback World | TomDispatch
[51] Missing from 9/11 anniversary coverage: crucial context and history
[52] Ronald Reagan and King Fahd
[53] Pentagon Attack Remembered 11 Years After 9/11 Terrorist Strike
[54] Origins of C.I.A.’s Not-So-Secret Drone War in Pakistan – NYTimes.com
[55] Six-month update: US covert actions in Pakistan, Yemen and Somalia | The Bureau of Investigative Journalism
[56] U.S. Drone Strike Kills 6 in Pakistan, Fueling Anger – NYTimes.com
[57] Haqqani Network | Mapping Militant Organizations
[58] Brutal Haqqani Clan Bedevils U.S. in Afghanistan – NYTimes.com

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra segreta in Libia

Eric Draitser Global Research, 22 gennaio 2014

1146544Le battaglie che attualmente infuriano nel sud della Libia non sono semplici scontri tribali. Invece,  rappresentano la possibile nascente alleanza tra gruppi etnici neri libici e forze pro-Gheddafi intente a liberare il Paese dal governo neocoloniale installato dalla NATO. Il 18 gennaio, un gruppo di combattenti pesantemente armati ha preso d’assalto una base aerea presso la città di Sabha nella Libia meridionale, espellendo le forze fedeli al “governo” del primo ministro Ali Zaydan e occupando la base. Allo stesso tempo, iniziano a filtrare notizie dal Paese secondo cui la bandiera verde della Gran Giamahiria Araba Libica Socialista Popolare sventola su un certo numero di città nel Paese. Nonostante la scarsità di informazioni verificabili, il governo di Tripoli ha fornito solo  dettagli vaghi e non confermati, una cosa è certa: la guerra in Libia continua.

Sul campo
Il primo ministro libico Ali Zaydan ha chiesto una sessione d’emergenza del Congresso generale nazionale per dichiarare lo stato di allerta nel Paese dopo la notizia della caduta della base aerea. Il primo ministro ha annunciato di aver ordinato alle truppe di sedare la ribellione nel sud, dicendo ai giornalisti che “Questo scontro continua, ma tra poche ore sarà risolto.” Un portavoce del ministero della Difesa in seguito ha affermato che il governo centrale aveva recuperato il controllo della base aerea, affermando che “Una forza è stata approntata, quindi dei velivoli sono decollati per attaccare gli obiettivi… La situazione nel sud ha dato una possibilità ad alcuni criminali… fedeli al regime di Gheddafi di sfruttarla attaccando la base aerea di Tamahind… Noi proteggeremo la rivoluzione e il popolo libico“. Oltre all’assalto alla base aerea, vi sono stati altri attacchi contro singoli membri del governo a Tripoli. L’incidente di più alto profilo è stato il recente assassinio del viceministro dell’Industria Hasan al-Drui nella città di Sirte. Anche se non è ancora chiaro se sia stato ucciso dalle forze islamiste o da combattenti della resistenza verde, il fatto inequivocabile è che il governo centrale è sotto attacco e non è in grado di esercitare una vera autorità o fornire sicurezza al Paese. Molti hanno cominciato a speculare sulla sua uccisione, secondo cui piuttosto che essere un caso isolato, è un assassinio mirato nell’ambito della resistenza in crescita in cui i combattenti verdi pro-Gheddafi sono in prima fila.
L’avanzata delle forze della resistenza verde a Sabha e altrove è solo parte di un grande e complesso piano politico e militare nel Sud, dove un certo numero di tribù e vari gruppi etnici si sono uniti contro ciò che correttamente percepiscono come loro emarginazione sociale, politica ed economica.  Gruppi come le minoranze etniche Tawargha e Tubu, gruppi africani neri, hanno subito attacchi feroci dalle milizie arabe e alcun sostegno dal governo centrale. Non solo questi e altri gruppi sono vittime della pulizia etnica, ma sono sistematicamente esclusi dalla partecipazione alla vita politica ed economica della Libia. Le tensioni sono venute al pettine all’inizio del mese, quando il capo ribelle di una tribù araba, Sulayman Awlad, è stato ucciso. Invece di un’indagine ufficiale o un processo legale, le tribù Awlad hanno attaccato i loro vicini neri Tubu, accusandoli dell’omicidio.  Gli scontri risultati da allora hanno ucciso decine di persone, dimostrando ancora una volta che i gruppi arabi dominanti vedono ancora i loro vicini neri come qualcosa di diverso da dei connazionali. Indubbiamente, ciò ha portato alla riorganizzazione delle alleanze nella regione, con Tubu, Tuareg ed altri gruppi minoritari neri che abitano tra sud della Libia, nord del Ciad e del Niger, ad avvicinarsi alle forze pro-Gheddafi. Se queste alleanze sono formali o meno, non  è ancora chiaro, tuttavia è evidente che molti gruppi in Libia sono consapevoli che il governo della NATO non mantiene le promesse, e che qualcosa deve essere fatto.

La corsa politica in Libia
Nonostante la raffinata retorica degli interventisti occidentali su “democrazia” e “libertà” in Libia, la realtà ne è lontana, soprattutto per i libici africani che vedono il loro status socio-economico e politico ridotto con la fine della Jamahiriya di Muammar Gheddafi. Mentre questi popoli godevano di un’ampia uguaglianza politica e protezione legale nella Libia di Gheddafi, l’era post-Gheddafi li ha visti spogliati di tutti i loro diritti. Invece di essere integrati in un nuovo Stato democratico, i gruppi libici neri ne sono stati sistematicamente esclusi. Infatti, anche Human Rights Watch, un’organizzazione che ha molto contribuito a giustificare la guerra della NATO sostenendo falsamente che le forze di Gheddafi usassero lo stupro come arma e si stessero preparando a un “genocidio imminente”, ha riferito che “Il crimine contro l’umanità della pulizia etnica continua, mentre le milizie provenienti soprattutto da Misurata hanno impedito a 40000 persone della città di Tawergha di ritornare nelle loro case, da cui erano stati espulsi nel 2011.” Questo fatto, assieme a storie terribili e immagini di linciaggi, stupri e altri crimini contro l’umanità, dipinge un quadro molto cupo della vita in Libia per questi gruppi.
Nel suo rapporto 2011, Amnesty International ha documentato una serie di flagranti crimini di guerra commessi dai cosiddetti “combattenti per la libertà” in Libia che, pur essendo salutati dai media occidentali come “liberatori”, hanno colto l’occasione della guerra per massacrare libici neri così come clan e gruppi etnici rivali. Questo è naturalmente in netto contrasto con il trattamento dei libici neri sotto il governo della Jamahiriya di Gheddafi, elogiato dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite nel suo rapporto del 2011, dove osservava che Gheddafi aveva fatto di tutto per garantire lo sviluppo economico e sociale, oltre a fornire specificamente opportunità economiche e protezioni politiche ai libici neri e ai lavoratori migranti provenienti dai Paesi africani confinanti.  Con ciò in mente, non c’è da meravigliarsi che nel settembre 2011 al-Jazeera abbia citato un combattente pro-Gheddafi Tuareg dire, “combattere per Gheddafi è come un figlio che combatte per il padre … [saremo] pronti a combattere per lui fino all’ultima goccia di sangue“. Mentre i Tubu e gli altri gruppi etnici neri si scontrano con le milizie arabe, la loro lotta dev’essere intesa nel contesto di una lotta continua per la pace e l’uguaglianza. Inoltre, il fatto che devono impegnarsi in questa forma di lotta armata, illustra ancora una volta un punto che molti osservatori internazionali hanno indicato fin dall’inizio della guerra: l’aggressione della NATO non aveva nulla a che fare con la protezione dei civili e dei diritti umani, ma piuttosto era un cambio di regime per interessi economici e geopolitici. Che la maggioranza della popolazione, comprese le minoranze etniche nere, stia peggio oggi che quando era sotto Gheddafi è un fatto che viene nascosto attivamente.

Neri, Verdi e la lotta per la Libia
Sarebbe presuntuoso pensare che le vittorie militari della resistenza verde pro-Gheddafi di questi ultimi giorni siano durevoli o che rappresentino un cambio irreversibile nel panorama politico e militare del Paese. Anche se decisamente instabile, il governo fantoccio neocoloniale di Tripoli è sostenuto economicamente e militarmente da alcuni degli interessi più potenti del mondo, rendendo difficile rovesciarlo semplicemente con vittorie secondarie. Tuttavia, questi sviluppi indicano un interessante cambio sul terreno. Indubbiamente vi è una confluenza tra minoranze etniche nere e combattenti verdi, come riconoscono i loro nemici delle milizie tribali che parteciparono al rovesciamento di Gheddafi, così come il governo centrale di Tripoli. Se un’alleanza formale ne emergerà, resta da vedere. Se una tale alleanza si sviluppasse però, sarebbe la svolta nella continua guerra per la Libia. Come i combattenti della resistenza verde hanno dimostrato a Sabha, possono organizzarsi nel sud del Paese dove godono di un ampio sostegno popolare. Si potrebbe immaginare un’alleanza nel sud che potrebbe controllare il territorio e possibilmente consolidare il potere in tutta la parte meridionale della Libia, creando uno Stato indipendente de facto. Naturalmente, il grido della NATO e dei suoi apologeti sarebbe che sarebbe antidemocratico e controrivoluzionario. Ciò  sarebbe comprensibile in quanto il loro obiettivo di una Libia unificata asservita al capitale e il cui petrolio finanzi gli interessi internazionali diverrebbe irraggiungibile.
Bisogna stare attenti a non fare troppe ipotesi sulla situazione in Libia oggi, i dati affidabili sono difficili da trovare. Più precisamente, i media occidentali tentano di sopprimere completamente il fatto che la resistenza verde esiste, per non dire attiva e vittoriosa. Tutto ciò dimostra semplicemente, inoltre, che la guerra di Libia infuria, che il mondo l’ammetta o meno.1609820Eric Draitser è fondatore di StopImperialism.com. È un analista geopolitico indipendente di New York City. Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cosa succede in Libia?

Eventi militari in Libia: dicembre 2013 – gennaio 2014

securedownloadA Bengasi,  dal 24 al 26 novembre 2013, le forze speciali dell’esercito del CNT si scontrarono con gli islamisti del gruppo salafita jihadista Ansar al-Sharia, dopo che avevano attaccato le forze di sicurezza locali causando almeno 14 morti e decine di feriti. Nella città di Derna, altra roccaforte islamista, aggressori non identificati facevano esplodere gli uffici utilizzati dalle organizzazioni non governative. Il 1 dicembre decine di manifestanti avevano bloccato diverse strade bruciando pneumatici e invocato lo sciopero per porre fine all’anarchia in città, e il 2 dicembre ignoti spararono contro i manifestanti ferendone almeno quattro. In precedenza un gruppo denominato brigata Abu Baqr al-Sidiqi aveva affisso dei volantini che minacciavano chiunque manifestasse contro gli islamisti. Intanto al-Qaida costituiva l’emirato di Derna guidato da Abdelqarim al-Hasadi, ex-detenuto di Guantanamo. Al-Hasadi era un aiutante del capo di al-Qaida di al-Bayda, Qairallah al-Barasi. A Bengasi, un militare veniva ucciso e una clinica collegata ad Ansar al-Sharia veniva distrutta.
Nel frattempo Veniva fondato il “Gruppo di azione politica per il bene della Libia” guidato da Ahmad Muharib Gheddafi, parente del defunto leader della Jamahiriya. Durante gli ultimi mesi della guerra del 2011, Ahmad Muharib Gheddafi si occupò degli affari personali del leader libico, contattando capi di Stato europei e membri del CNT per far cessare le ostilità. Intervistato, Ahmad Muharib Gheddafi aveva affermato: “Non siamo per un colpo di Stato. Siamo un gruppo politico, non militare. Vogliamo far uscire la Libia dallo stallo, in quanto il Paese è oggi in una situazione catastrofica. Coloro che si opposero a Muammar Gheddafi se ne rammaricano. Con l’ex leader libico, le famiglie potevano facilmente avere un alloggio e, in determinate condizioni, il governo glielo forniva addirittura gratuitamente. Il governo rimborsava le cure mediche e i farmaci. Muammar Gheddafi andava personalmente negli ospedali e si assicurava che i pazienti non spendessero nulla. L’istruzione era accessibile a tutti. Oggi la situazione è diversa. Nelle regioni periferiche del Paese, è apparso un nuovo strato marginale. Queste persone vivono di traffico di armi e violenza. Queste aree erano controllate, in passato. Guardate cosa succede al petrolio nel nostro Paese. Dove va? Subito dopo la ‘rivoluzione’ abbiamo insistito sullo sfruttamento dei giacimenti di petrolio con le nostre società. Siamo finiti in prigione per averlo detto. Risultato, le aziende straniere pompano il nostro petrolio, oggi. Penso che non sia stato un regime ad essere stato rovesciato nel 2011, ma il potere del popolo. I libici hanno capito che sono stati ingannati e protestano contro il nuovo governo. Tra i manifestanti, vi sono ex-militari, ex-funzionari ed imprenditori che si sono uniti a noi. Credo che il nostro popolo abbia compreso l’errore commesso e che voglia tornare al potere nel Paese. Citiamo l’esempio del feroce dibattito al Congresso generale nazionale sulla separazione della Cirenaica. Un numero crescente di deputati è contrario al separatismo. Riguardo i finanziamenti per la ricostruzione del Paese, potrebbero essere coperti dai fondi rimasti nelle banche estere. Ho lavorato nel settore degli investimenti esteri e so che abbiamo accumulato all’estero circa 1,2 miliardi di dollari. Tale importo è stato sottratto al popolo libico. E l’ex-ministro delle Finanze Hasan Ziglam è stato il primo a parlarne. Nel 2012 aveva detto che 50 miliardi di dollari erano stati confiscati dalle società del Qatar per coprire le spese per l’intervento militare in Libia. Ne sono la prova ricevute e bonifici dai conti esteri libici alle compagnie petrolifere del Qatar operanti nel nostro Paese. Per recuperare il denaro, Ziglam ordinò controlli finanziari creando una commissione d’indagine sul dirottamento dei fondi. Pochi giorni dopo, l’edificio del Ministero fu bombardato e tutti i documenti relativi alle operazioni del controllo finanziario furono distrutti. Anche il più ingenuo capisce il legame tra l’attentato e le indagini. Quindi sono sicuro che molto presto la nostra nazione inizierà la ricostruzione.” Nel novembre 2013 si era svolta la prima conferenza dell’opposizione libica a Cairo, dove erano presenti molti rappresentanti del vecchio regime e del regime attuale.
Ai primi di gennaio 2014, un primo contingente di 341 militari libici provenienti da Bengasi, Misurata e Tripoli, e comandati dal colonnello Muhammad Badi e da altri 34 ufficiali e sottufficiali, iniziava l’addestramento presso l’80° Reggimento addestramento dell’Esercito italiano, a Cassino, nel quadro dell’Accordo di cooperazione bilaterale nella Difesa Italia-Libia, firmato a Roma il 28 maggio 2012. L’addestramento riguarda la “formazione in Italia di più gruppi, scaglionati nel tempo, provenienti dalle regioni di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan” curata da Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri, volto a ricostruire le forze armate libiche. I nuovi soldati “supportano la Libia libera“, dichiarava il tenente-generale Claudio Graziano, Capo di stato maggiore dell’esercito italiano, durante una visita alla base di Cassino il 18 gennaio 2014. “Un forte esercito diventerà punto di riferimento per la democrazia e la sicurezza“. Graziano continuava affermando che “Nessuno di loro era nell’esercito del Colonnello Gheddafi“. Come deciso al G8 di Lough Erne del giugno 2013, Italia e Regno Unito addestreranno 4000 militari all’anno, gli Stati Uniti 6000, la Turchia 5000 e la Francia addestrerà la polizia. Inoltre, è presente in Libia la Missione Italiana in Libia (MIL) avviata il 1° ottobre 2013 in sostituzione dell’operazione “Cyrene” attuata nell’ottobre 2011. “La Missione Italiana in Libia ha lo scopo di organizzare, condurre e coordinare le attività di addestramento, assistenza e consulenza nella Difesa” con il CNT, affermava il Capo di stato maggiore italiano, l’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli. “Si articola in una componente interforze permanente, e in una componente ad hoc costituita da gruppi mobili formativi, addestrativi e di supporto, secondo le esigenze delle forze armate libiche”. L’addestramento in Libia era iniziato nel dicembre 2012, con 20 agenti di polizia libici ammessi a un corso organizzato dai carabinieri. Nel 2013 vi furono altri corsi gestiti da ufficiali e sottufficiali della 2.nda Brigata Mobile dei carabinieri della MIL, che si occuparono anche dell’addestramento degli agenti dell’ordine pubblico e della Guardia di frontiera libici. Una trentina di militari della Guardia di frontiera seguirono un corso presso il COESPU (Centre of excellence for stability police units) di Vicenza, la scuola per le forze di polizia africane e asiatiche controllata dai Carabinieri e a cui partecipano anche effettivi statunitensi dell’Africom. Altri trenta agenti della Gendarmeria libica parteciparono a un corso presso la Scuola del Genio e Comando Logistico dell’Esercito di Velletri  sulle “tecniche di bonifica degli ordigni esplosivi convenzionali” e la manutenzione dei blindati Puma, di cui una ventina era stata ceduta ai libici il 6 febbraio 2013, durante la visita a Tripoli dell’allora ministro della Difesa ammiraglio Di Paola, per siglare un accordo tra Italia e Libia sui programmi “di cooperazione, anche tecnologica, nelle attività di controllo dell’immigrazione clandestina, di supporto nazionale alla ricostruzione della componente navale, sorveglianza e controllo integrato delle frontiere”.
Nel luglio 2013, una delegazione della marina libica aveva visitato l’Accademia navale di Livorno, la base degli elicotteri della marina di Luni e il Comando delle Forze contromisure mine (Comfordrag) di La Spezia. E a fine ottobre Tripoli annunciava l’accordo con Roma e la Selex ES di Finmeccanica per installare il sistema di sorveglianza radar Land Scout sia sulle coste che lungo le frontiere terresti libiche. Infine, il 28 novembre 2013, i ministri della Difesa Mario Mauro e Abdullah al-Thini firmarono un memorandum per l’impiego degli UAV Predator del 32° Stormo dell’AMI, stanziati a Sigonella e a Trapani-Birgi, nella sorveglianza dei confini meridionali della Libia. Il ministro Mauro aveva dichiarato che “nell’ottica dello sviluppo delle capacità nella sorveglianza e nella sicurezza marittima, è emersa anche la possibilità di imbarcare ufficiali libici sulle unità navali italiane impegnate nell’Operazione ‘Mare Nostrum’, nonché di avviare corsi di addestramento sull’impiego del V-RMTC (Virtual Maritime Traffic Centre)”. In precedenza, nel marzo 2012, il generale Abdal Monaym, responsabile delle pubbliche relazioni del ministero degli Interni del CNT, annunciò che la Libia aveva ricevuto l’offerta di 68 Mirage 2000-9 dagli Emirati Arabi Uniti e di altri 12 Mirage 2000-5 dal Qatar. In seguito il tutto sfumò. Quindi nel giugno 2013, in Francia iniziarono ad addestrarsi sui Mirage 2000 alcuni piloti libici. Ma attualmente ciò che resta delle attrezzature e del personale dell’aeronautica libica non può far volare che una dozzina di aeromobili.
Sabha-mapIl 12 gennaio 2014, il viceministro dell’industria Hasan al-Druin veniva ucciso a Sirte da ignoti. Al-Druin era un membro del CNT. Quello stesso giorno, si ebbero almeno 15 morti negli scontri a Sabha. Infatti, il 18 gennaio il governo del CNT dichiarava lo stato di emergenza dopo che gruppi della resistenza jamahiriyana avevano assalito e occupato le due basi militari di Sabha e la vicina base aerea di Taminhant. Negli ultimi mesi a Sabah e nel Fezzan vi erano stati diversi scontri fra la tribu Tubu, che vive tra Libia, Ciad e Niger, e la tribù Uggeche. Tali scontri si sono trasformati in una sollevazione filo-jamahiriana contro il CNT. Le milizie filo-CNT degli Uggeche avevano avuto il sopravvento con la caduta della Jamahiria, compiendo per mesi gravi crimini, assassinando avversari e oppositori. A gennaio, dopo l’omicidio di un capo della tribù Tubu, gli scontri si tramutarono nella sollevazione antigovernativa di un neonato fronte che riunisce diverse tribù che rivendicherebbero la Jamahiria, prendendo il controllo di Sabha e del Fezzan. A quel punto sono iniziati i bombardamenti aerei sul Fezzan effettuati probabilmente dalla forza aera francese dislocata a Ndjamena, capitale del Niger, e da velivoli pilotati da mercenari qatarioti e turchi, causando 75 morti e 200 feriti tra la popolazione di Sabha. Le milizie del CNT attaccavano anche Sawani bin Adam, presso Tripoli. Nel frattempo, il portavoce del ministero della Difesa Abdul-Raziq al-Shabahi affermava che “La situazione nel sud ha aperto la porte a dei criminali, fedeli al regime di Gheddafi, per cogliere l’opportunità di attaccare la base aerea militare di Taminhant“. Il primo ministro Ali Zaydan alla TV confermava che la resistenza jamahiriyana era entrata nella base aerea di Taminhant, presso Sabha, a 770 chilometri a sud di Tripoli. Inoltre, Zaydan inviava il ministro della Difesa a Misurata con l’ordine di radunare le milizie islamiste ed inviarle contro Sabha. Nel frattempo, forze nazionaliste libiche si manifestavano anche ad Aghedabia, Marsa al-Braga, Ras Lanuf, Saluq e Tobruq.

Riferimenti:
Ahmed Kadhafi: “Les Libyens vont reprendre le contrôle de leur pays”, 5 dicembre 2013
Libyan cabinet minister shot dead in hometown, 12 gennaio 2014
La Libye se prépare à recevoir des Mirages 2000, 13 gennaio 2014
La Libia ha dichiarato lo stato di emergenza: i combattenti pro-Gheddafi prendono una base militare nel sud del Paese, Tripoli lancia attacchi aerei e invia l’esercito, 19 gennaio 2014

Alessandro Lattanzio, SitoAurora

Libia: campo di battaglia tra occidente ed Eurasia

L’Algeria corre verso lo spazio

Vladimir Platov New Oriental  Outlook 06/01/2014

????????????????????????????????????????????Mentre una parte significativa del mondo arabo è costretta a subire le conseguenze della cosiddetta “primavera araba” e la radicalizzazione della società, con conseguente crescente isolamento interno ed esterno, l’Algeria apre a realizzazioni creative nazionali e al rafforzamento delle propria autorità internazionale con l’imminente lancio del terzo satellite del Paese, Alsat-3. Tale evento molto significativo potrebbe aversi nel gennaio 2014 dal poligono nazionale Hammaguir Huadu nella parte sud-occidentale del Paese. Nel 1952-1967, questo sito era un centro di prova per i vettori  spaziali francesi. Il primo satellite francese Astérix fu lanciato da qui nel 1965. Nel 1967 secondo l’accordo di Evian, il sito venne consegnato allo Stato algerino. Per assolvere una serie di compiti pratici e svolgere attività di ricerca, i Paesi arabi hanno a lungo cercato di sfruttare le grandi opportunità offerte dalla tecnologia spaziale. Tuttavia, la base produttiva sottosviluppata del mondo arabo e lo scarso livello tecnico-scientifico dell’industria spaziale furono responsabili della loro grave dipendenza dai Paesi più sviluppati in questo settore. Tuttavia, nonostante tutto, gli Stati arabi parteciparono a vari programmi spaziali internazionali: dal 1986 il sistema di comunicazione satellitare Arabsat è attivo. Questa organizzazione internazionale nell’ambito del LAS fornisce, oltre ai servizi di telecomunicazione, ricerca spaziale, osservazioni meteorologiche e navigazione.
Un maggior sviluppo della ricerca spaziale e l’uso pratico dello spazio nell’interesse dell’economia nazionale, nell’ultimo periodo, sono apparsi in diversi Paesi arabi, in particolare in Algeria. Il programma spaziale nazionale fu avviato nel DPRA molto tempo fa. Il suo principale obiettivo entro il 2020 è mettere la tecnologia spaziale al servizio dello sviluppo sociale ed economico del Paese. Nel 2001 fu creata l’agenzia spaziale algerina, responsabile dello sviluppo del programma spaziale e del coordinamento delle componenti interessate allo sviluppo della tecnologia, alla valutazione delle risorse naturali e alla tutela ambientale. Il suo obiettivo è lanciare 10 satelliti entro il 2017. Il Paese cerca di crearsi una propria infrastruttura per il monitoraggio e il controllo degli oggetti spaziali, nonché di creare una base per l’addestramento del personale per l’industria spaziale nazionale. Il programma spaziale algerino è un grande modello promettente per gli altri Paesi arabi.  Negli ultimi tredici anni, l’Algeria è riuscita a mettere due satelliti in orbita. Il primo satellite algerino, Alsat-1, fu creato con il sostegno del Regno Unito nel 2003 e lanciato dal cosmodromo russo di Plesetsk. Fu progettato per il telerilevamento, nel quadro dei programmi internazionali per il monitoraggio della superficie della Terra e la prevenzione dei danni delle calamità naturali. Il secondo satellite algerino, Alsat-2B, fu creato nell’impianto produttivo nazionale di Orano, e fu lanciato nel 2010 dal Satish Dhawan Space Centre (Chennai) in India.
Essendo uno dei più grandi Stati dell’Africa, in termini territoriali, l’Algeria ha un oggettivo bisogno di satelliti d’osservazione, importanti particolarmente riguardo le calamità naturali significativi e i focolai di tensione in alcune aree del Paese. Gli algerini non dimenticano la loro storia recente, quando un certo numero di Paesi respinse la richiesta di fornire informazioni satellitari per le operazioni antiterrorismo sul loro territorio nazionale. Dal 2002, l’Algeria è avanzata sulla strada verso l’esplorazione spaziale sviluppando una propria ricerca e una propria base produttiva in questo settore. Ciò ha permesso al Paese di cambiare lo status da osservatore della commissione per gli usi pacifici dello spazio extra-atmosferico (COPUOS) a suo membro permanente. Inoltre, i sottocomitati scientifici di questa struttura furono diretti dal Paese per due volte, nel 2008 e nel 2009. L’esperienza accumulata nel trattare i dati satellitari consente all’Algeria il coordinamento regionale nella prevenzione delle catastrofi e del programma di emergenza “UN SPIDER” riguardante il Nord Africa e la regione del Sahara-Sahel. DPRA collabora strettamente nell’esplorazione pacifica dello spazio con una serie di Paesi, non solo con i leader dell’industria spaziale mondiale, ma anche con Stati africani come Sud Africa, Nigeria e Kenya. Secondo gli esperti internazionali, dopo il lancio del proprio satellite dal proprio sito di lancio, a gennaio 2014, l’Algeria occuperà il suo legittimo posto tra le altre potenze spaziali, rafforzando ulteriormente il prestigio internazionale del Paese.

Vladimir Platov, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Oriental  Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Butefliqa ha salvato Ghannuchi da uno scenario egiziano

Nebil Ben Yahmed, Tunisie-Secret, 7 dicembre 2013

Al-Watan ha fatto una rivelazione esplosiva senza dirla. C’è stato un tentativo degli ufficiali  dell’esercito tunisino di sbarazzarsi di al-Nahda, sull’esempio dell’esercito egiziano che ha licenziato i Fratelli musulmani, ma Abdelaziz Butefliqa ha fatto fallire il piano dei patrioti tunisini.

bouteflika-070912-1Ecco la prima rivelazione pubblicata sul quotidiano algerino al-Watan del 6 dicembre 2013: “Secondo le nostre fonti, la crisi è iniziata quando furono stabiliti contatti tra i comandi della sicurezza tunisina e certi Paesi del Golfo e, quando i capi dei servizi di sicurezza vedevano con occhio benevolo i movimenti anti-al-Nahda. Ciò spiegherebbe in parte, le riunioni tra Butefliqa, Ghannuchi e Beji Qaid al-Sibsi, ritenuto vicino ai militari tunisini. Il leader di al-Nahda ha confidato ai funzionari algerini di temere che l’esercito gli preparasse uno scenario egiziano (rimozione del presidente Mursi da parte dello Stato maggiore), con la complicità di alcuni Paesi del Golfo. Algeri cercò di rassicurare entrambe le parti, evitando lo scontro e persino chiedendo ad al-Nahda di fare alcune concessioni per incoraggiare il dialogo. L’esercito tunisino, nel frattempo, è alquanto scontento della gestione del governo islamista dell’insorgere del terrorismo. E forse per assistere maggiormente le forze di sicurezza tunisine, che Algeri ha aperto un canale diretto tra Tunisi e i Paesi interessati alla lotta antiterrorismo nella regione, con la prospettiva dell’adesione della Tunisia all’Iniziativa per la sicurezza di tali Paesi. In realtà, secondo le nostre fonti, l’Algeria si assocerebbe a Mali, Niger, Libia e Tunisia nel programma avviato tre anni fa per addestrare le forze aeree e di terra specializzate nel combattimento nel Sahara.”
In realtà, non c’era un solo tentativo dell’esercito tunisino, ma due. Il primo, che doveva avviarsi il 3 agosto 2013 (compleanno di Burguiba), e il secondo a fine settembre. Secondo quanto riferito, i due piani furono affondati dalla decisione della presidenza algerina. Diciamo presidenza algerina e non esercito algerino, perché i generali erano quasi tutti favorevoli al salvataggio della Tunisia, tanto più che l’opinione pubblica tunisina se l’attendeva. I Paesi del Golfo cui al-Watan allude sono Emirati Arabi Uniti e Quwayt, cioè i principali nemici del Qatar. I servizi egiziani lo supportarono completamente, ma non i siriani, cui gli iraniani che sostengono discretamente ma efficacemente al-Nahda, hanno chiesto neutralità. Riguardo l’Arabia Saudita, ricevette l’ordine dagli statunitensi di non farsi coinvolgere in un tale piano “contro-rivoluzionario” in Tunisia. Butefliqa, che ha fatto enormi concessioni agli Stati Uniti e al Qatar per due anni, avrà ricevuto le stesse istruzioni.
Per capire meglio il gioco inquietante della presidenza algerina, ricordiamo questa confidenza  pubblicata dalla rivista parigina Afrique-Asie, nota per essere molto vicina ai generali algerini, il 4 luglio 2013, con il titolo di “Vertice segreto tra Mezri Haddad e due ufficiali dell’esercito tunisino”.  Ecco cosa scrisse Afrique-Asie: “Abbiamo appreso attraverso dei canali della sicurezza di un Paese nordafricano che l’ex ambasciatore dell’UNESCO in Tunisia ha incontrato, due mesi fa, due ufficiali dell’esercito tunisino. L’incontro ha avuto luogo presso i confini di un Paese vicino alla Tunisia. L’incontro tra l’innocuo “filosofo” e due ufficiali di cui ignoriamo i gradi, é tanto più preoccupante sapendo che Mezri Haddad lanciò, esattamente un anno prima, l’”Appello in 7 punti” in cui chiedeva all’esercito e non al generale Rashid Amar, di prendere il controllo del Paese, sciogliere l’Assemblea Costituente e formare un governo ad interim di unità nazionale, organizzando entro sei mesi le elezioni presidenziali sotto il controllo esclusivo delle Nazioni Unite. La nostra redazione  pubblicò questo comunicato stampa del 13 giugno 2012, che all’epoca provocò reazioni contrastanti. Alcuni l’accolsero come una boccata d’aria fresca in un Paese inquieto e soffocato, altri lo videro come un appello al colpo di Stato. Incontrando i due ufficiali dell’esercito tunisino, possiamo certamente considerare che Mezri Haddad aveva delle idee “filosofiche”! Il terremoto appena avutosi in Egitto dimostra che alcune idee possano avere un impatto inaspettato!“.
Cosa combina Abdelaziz Butefliqa? Se sostenendo i Fratelli musulmani tunisini si crede al riparo dalla “primavera araba” in Algeria, si sbaglia. Nonostante la sua brevità, questa “primavera araba”, cioè la collocazione al potere degli islamisti, è un piano geopolitico globale statunitense. E ciò l’hanno capito anche i generali algerini fin dall’inizio. Ma non Abdelaziz Butefliqa, che sa che gli islamisti non hanno patria e le relazioni tra Ghannuchi e Abasi Madani sono forti come la collaborazione strategica tra al-Nahda e il FIS. Fin quando la Tunisia e la Libia saranno sotto il giogo dei Fratelli musulmani, l’Algeria non sarà immune. Anche questo i generali algerini l’hanno capito.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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