Il Mali e la sinistra bellica social-colonialista, risposta a Samir Amin

184509Il mondo capitalistico sta sprofondando in una crisi sistemica senza precedenti e il mondo arabo è colpito da tentativi di destabilizzazione dopo decenni di saccheggi e dittature, che non sono per nulla, anzi, il risultato dei fattori locali che l’Africa oggi subisce, dal saccheggio ai conflitti irrisolti, al Congo alla Costa d’Avorio, dal Sud Sudan alla Libia. La Francia è impegnata in un nuovo conflitto armato in una delle sue ex-colonie, il Mali. La “sinistra contro la guerra” è globalmente passata dalla timida condanna del bombardamento della Jugoslavia e dell’Afghanistan all’aperto sostegno delle interferenze in Libia, Siria e Mali. Dobbiamo cercare di capire perché? E il motivo per cui potrebbe essere difficile navigare tra le reti occidentali ex-pacifiste e la sinistra antimperialista dei Paesi del Terzo Mondo.
L’inerzia colpevole e anche acquiescente alle teorie dominanti di molti “progressisti” occidentali sui temi della guerra e della pace, nei recenti avvenimenti in Libia, Siria e Mali, è in netto contrasto con la “guerra alla guerra” di Henri Barbusse, slogan creato nella Francia capitalista dalla sinistra anti-imperialista e anti-colonialista. E in questo contesto si può avvertire la posizione assunta da Samir Amin, in particolare sugli eventi del Mali, come una rottura con i principi fondamentali dell’internazionalismo: la sovranità, l’indipendenza, la non interferenza, ma anche una rottura con, ad esempio, la sinistra latino-americana e in generale la sinistra del sud del Mondo.
Come è possibile presentare Hollande e il suo governo “socialista” come disinteressati e quasi onorevoli nel rappresentare un’Europa in crisi, incapace di una posizione comune verso le crisi arabe e africane, contrastare il grande lupo cattivo USamericano, anche sfocando la questione dell’atteggiamento nei confronti della Cina e della Russia? Si tratta di un governo che rappresenta l’interferenza e l’interventismo francesi, in linea con ciò che furono storicamente in Francia i “socialisti”, uno strumento del colonialismo e della feroce repressione contro i movimenti di liberazione nazionale (si veda in particolare: Mitterand e Algeria). Responsabilità che non sono mai state analizzate, criticate e quindi superate dagli interessati.
Ci aspettiamo che il Presidente del Forum delle alternative presenti un’alternativa all’estensione degli errori della sinistra socialista fin dal periodo coloniale, che in realtà continuarono durante i governi di sinistra dal 1981. L’interventismo militare dei Paesi ricchi, perlopiù Paesi ex-colonialisti, è tutto tranne che un riferimento morale e filantropico per le stesse persone che hanno creato e mantenuto regimi fantoccio dall’indipendenza, come quello che esiste oggi in Mali! Dal rovesciamento con la forza e la manipolazione dei servizi neocoloniali del governo progressista del grande patriota del Mali Modibo Keita. Un comportamento grottesco, pertanto, che non può accettare un sostegno reale al Terzo Mondo, che continua a chiedere inutilmente dal 1960 un nuovo ordine economico mondiale veramente egualitario e, quindi, un nuovo ordine politico che sia anche uguale ed opposto al “nuovo-vecchio ordine mondiale” oggi sostenuto dai centri imperialisti, sulla scia delle politiche reazionarie condotte alacremente nel corso degli ultimi trenta anni. Come si potrebbe immaginarlo, se è questa Francia, con il suo passato, che potrebbe negoziare sul Mali? In nome di cosa, di chi, potrebbe farlo in modo equilibrato?
In sostanza, torniamo ancora una volta alla famosa “responsabilità di proteggere”, ordita dai dronofili d’oltre-atlantico per giustificare o legittimare qui l’intervento militare francese in Mali, grazie allo stesso concetto in voga del “diritto di proteggere”. Ciò verrà visto, una volta che il polverone sollevato dai carri armati ricadrà a terra, dai popoli interessati come arroganza, disprezzo verso i popoli dell’Africa, che devono adorare perfino sulle in strade di Timbuktu le bandiere francesi distribuite ai bambini, dove non  mancherebbe molto che ci dicano “grazie bwana!
Queste storie propagandistiche sono un vero insulto per coloro che vengono presentati come “negri buoni” che applaudono i generosi francesi, come più di un secolo fa pretesero coloro che “portarono la civiltà ai popoli poveri e ignoranti.” In sostanza, dopo aver ripreso il discorso di Dakar di Sarkozy e il suo modo derisorio di presentare l’Africa, in particolare “l’incapacità dell’africano nell’entrare nella storia”, si svolge in realtà esattamente lo stesso discorso che ci riversano addosso i media. Infine, un economista “di sinistra”, se questo termine significa ancora qualcosa, e “contro la guerra”, nel momento in cui la Francia e l’Europa sprofondano nella crisi, nella disoccupazione e povertà di massa, deve prendere posizione anche sul costo di questa guerra, con stime che vanno dai 30 milioni fino, ad oggi, (secondo il ministro della guerra francese) a un milione di euro al giorno! E chiedersi: cosa sarebbe successo se questi importi fossero stati stanziati per lo sviluppo e la vera cooperazione con il Mali dalla Francia, che cosa sarebbe rimasto ai cosiddetti “islamisti” o tuareg separatisti, o ai loro alleati del Qatar e di altrove, dello spazio politico per intervenire?

Come analizzare la crisi in Mali
E’ chiaro che gli eventi del Mali non possono essere separati dagli effetti a lungo termine della colonizzazione e delle politiche neo-coloniali perseguite dalla caduta del primo governo del Mali, veramente indipendente e impegnato nello sviluppo nazionale, del presidente Modibo Keita, condannato a morte in prigione, mentre gli autori del colpo di stato furono portati al potere sotto l’influenza del governo francese del momento. Un colpo di Stato che, finora, ha condotto il Mali sulla via della sottomissione all’influenza neocoloniale, e frenato una politica autonoma di sviluppo.
E’ anche chiaro che gli eventi attuali in Mali sono il risultato diretto della distruzione dello Stato libico, causato delle interferenze delle potenze della NATO e delle monarchie assolutiste della penisola arabica. Armi e gruppi armati riunitisi nel nord del Mali dalla Libia, sono stati inviati in Mali dopo la caduta dello Stato libico, e senza che i satelliti degli Stati Uniti lanciassero l’allarme.
E’ anche chiaro che decenni d’indebolimento del governo del Mali e del suo esercito, come degli altri Stati confinanti, sono stati tollerati e persino incoraggiati dalle potenze esterne, e i soldati del Mali, che sono stati addestrati dai militari statunitensi, sono in gran parte passati, armi e bagagli, nel campo dei ribelli all’arrivo dei gruppi armati dalle diverse tendenze, nel nord del Mali.
E’ anche chiaro che il Mali, come i suoi confinanti, possiede quelle risorse strategiche (uranio, petrolio, gas, oro) ambite dalle potenze internazionali al momento emergenti, in competizione con gli Stati Uniti e i loro protetti, e che sono alla ricerca di fonti di energia e di risorse per garantirsi il proprio sviluppo.
E’ anche chiaro che l’unico Stato indipendente formatosi nella regione sia l’Algeria, il più grande Paese dell’Africa dopo lo smantellamento del Sudan unificato, compiuto sotto l’influenza degli Stati Uniti e di Israele.
E’ anche chiaro che il conflitto in Mali è caratterizzato, in primo luogo, dalle contraddizioni tra le potenze occidentali e le grandi società transnazionali, in una regione che è un’area tradizionale della Francia pre-coloniale e post-coloniale.
Ed è in questo contesto che dobbiamo analizzare l’impegno francese che ha ottenuto un supporto distante dai suoi alleati ufficiali e dalle potenze emergenti. In un Paese che non ha un vero governo legittimo, poiché il governo del Mali di oggi è il risultato di un equilibrio di potere instaurato da un colpo di Stato e da un contro-colpo di Stato, e in cui l’intervento francese gode della sostegno di ECOWAS, un’organizzazione strettamente economica, i cui dirigenti vengono spesso minacciati nella loro sovranità, in particolare, quella del governo della Costa d’Avorio, instaurato in seguito all’intervento esterno, una prima volta negli annali internazionali, incaricato di decidere chi avrebbe dovuto vincere le elezioni in quel Paese.
Ricordiamo, a questo proposito anche il carattere ignobile, aggressivo e criminale del governo francese del tempo, verso questo conflitto ancora irrisolto, che il Partito socialista francese, poi, ha ovviamente accompagnato questo movimento tradendo i suoi “compagni” del Fronte popolare ivoriano, un partito membro dell’Internazionale Socialista. A prescindere, inoltre, dalle opinioni che gli ivoriani possano avere del governo di Gbagbo, di cui sono i soli ad avere il diritto di emettere un giudizio in materia.
E’ anche chiaro che sono stati trovati, nei faldoni di Africom, i vecchi piani separatisti della fine del periodo coloniale francese, sul “grande Sahel”, con l’intenzione di frantumare gli Stati esistenti a favore di una vasta entità nel deserto scarsamente popolato e facilmente controllabile. AFRICOM, il comando militare statunitense per l’Africa, è sempre vanamente in cerca di un Paese africano che accetti di ospitare il suo comando, al momento in “esilio” a Stoccarda, in Germania. Il piano viene incluso come ipotesi di lavoro dalla potenza che sembra competere, in questa regione, con la Francia che, adesso, supporta l’esistenza formale degli Stati costituiti odierni.

Una “Comunità di destino” atlantica e/o contraddizioni inter-imperialiste?
Dal momento che il Qatar è chiaramente dietro tutti i tentativi di rovesciamento violento nei Paesi arabi e musulmani, in particolare in Mali, e che il Qatar è, di per sé, per la maggior parte del suo territorio, una base militare degli Stati Uniti, come concepire le contraddizioni che sembrano emergere in Mali tra la posizione francese e quella del Qatar… e del suo protettore? Sembra che in questo contesto vi sia ora una complementarità tra l’azione della Francia in Mali e l’obiettivo strategico degli Stati Uniti di controllare l’Africa e bloccare lo sviluppo dei contatti tra i Paesi africani e le potenze emergenti dei BRICS, in particolare la Cina, e anche d’impedire l’esistenza di Stati forti e indipendenti sia politicamente che economicamente, in questo asse che parte dalle sponde dell’Oceano Atlantico e si estende al Xinjiang, tagliando l’Africa e l’Eurasia in due parti.
Ma c’è anche una contraddizione inter-imperialista tra il vecchio colonialismo francese e le sue stanche derivazioni della “Françafrique”, e le potenze anglosassoni che appare, in modo particolare, con la competizione tra il gruppo Total e i gruppi British Petroleum ed Exxon-Mobile. E si può supporre che lo stesso valga per l’uranio e l’oro. Tuttavia, in Algeria, l’attacco proveniente dalla Libia che ha recentemente preso di mira il sito gasifero di Amenas, era un sito della British Petroleum, in cui su richiesta della stessa BP, non era  prevista una presenza militare algerina, essendo la sicurezza delegata in linea di principio alle società di sicurezza private scelte dall’azienda… e che non si sono viste attivarsi durante l’attacco terroristico. Questo avrebbe reso più facile attaccare un sito che si trova vicino al confine con la Libia, che nessuno avrebbe attacco altrimenti, inducendo così all’ipotesi della provocazione esterna.
Le autorità algerine hanno in modo rapido e sorprendente, impedito una lunga crisi degli ostaggi, che avrebbe permesso qualsiasi “mediazione” e qualsiasi interferenza negli affari interni dell’Algeria. Un Paese la cui popolazione si è rifiutata di cedere alle sirene della cosiddetta “primavera araba” e in cui dei partiti algerini, sia “laici” che “regionalisti” o “islamisti”, vengono regolarmente ricevuti dall’ambasciatore degli Stati Uniti e dai suoi colleghi di altre potenze occidentali, o che gestiscono TV satellitari dell’opposizione “islamica” basata a Londra e in Qatar. Questo potrebbe spiegare la rabbia manifestata inizialmente dal Primo ministro britannico verso Algeri.
L’Algeria, probabilmente più del Mali, sembra essere un obiettivo primario delle potenze imperialiste della NATO. Sembra anche essere il loro prossimo obiettivo. Tutto è stato fatto affinché lungo i suoi vasti confini, dal Marocco al Mali passando per il Sahara occidentale, e dal Mali alla Libia e alla Tunisia, s’installino poteri o forze ostili a questo Paese non allineato e simbolo di una lotta vincente e difficile per l’indipendenza. In questo contesto, si potrebbe pensare che ci siano nella crisi in Mali due livelli di contraddizioni: la prima contraddizione inter-imperialista tra la Francia e le potenze anglosassoni, tra le multinazionali francesi e quelle associate alle potenze anglosassoni. Poi c’è la simultanea determinazione della Francia a rafforzare la sua posizione nell’alleanza atlantica, mostrando il ruolo essenziale che potrebbe svolgere nel respingere qualsiasi tentativo di sviluppare relazioni più strette e più vantaggiose tra i Paesi africani e le potenze emergenti dei BRICS, in particolare la Cina e i Paesi non allineati, tutti impegnati a sviluppare eque relazioni economiche “Sud-Sud”.
A meno che non si adotti il punto di vista ottimista secondo cui la Francia avrebbe ripreso la sua tradizione gollista, allora sostenuta in linea di principio dal Partito comunista francese, di una politica verso il mondo “arabo” più “equidistante”, rompendo con la tradizione della “Françafrique” e agendo per imporla anche in Africa. Ma per ora, nulla lo suggerisce, poiché anche le esitazioni espresse dal candidato Hollande sulla NATO, sono svanite al suo arrivo al Palazzo dell’Eliseo, e che le attività della Francia in Siria e le continue consultazioni multiple tra Parigi, Doha e Tel Aviv sembrano dimostrare.
E’ impossibile, quindi, rimanere impegnati alla Carta delle Nazioni Unite, e quindi alla sovranità nazionale e alla non ingerenza negli affari interni degli Stati, supportando qualsiasi politica di potenza, per la frammentazione o il dominio dell’Africa, dovunque essa provenga. Possiamo solo sostenere il diritto all’integrità territoriale, all’autodeterminazione e alla sovranità dei Paesi africani e arabi. E quindi tutto ciò che tende verso il ripristino della piena indipendenza, integrità territoriale e  sovranità nazionale del Mali, e a mantenere l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Algeria e di tutti i Paesi della regione saheliana. Motivi per cui, almeno, si dovrebbe essere molto attenti, anche prudenti, circa i recenti avvenimenti in Mali e nei Paesi vicini. Paesi minacciati dai gruppi terroristici creati da molto tempo e noti per i loro legami occulti con la criminalità e i servizi segreti, e che fanno anche riferimento alla loro fedeltà, per la maggior parte di essi, a un cosiddetto “islamismo” inventato dall’influenza di monarchie di un’altra epoca, e le cui attività sono state e sono tuttora supportate da potenze estere in Libia, in Siria e altrove.
Non possiamo quindi, se il progresso sociale dei popoli è importante per noi, che sostenere che la Francia faccia, prima di prendere una qualsiasi posizione, prova di coerenza sui principi avanzati dal governo, senza dubbio per motivi di pura forma, che denunciavano questi gruppi transnazionali e i loro sostenitori nella penisola arabica, dovunque si trovino, e quindi in particolare in Siria, agendo per creare le condizioni affinché il Mali goda il più rapidamente possibile della piena indipendenza e di un calendario per la rapida ricostruzione di un esercito nazionale, degno di questo nome, per l’evacuazione dal Paese delle forze straniere a lungo insediatevi, creando le condizioni per i colloqui di pace tra tutte le forze politiche del Mali, e senza interferenze esterne. Contraddicendo ovviamente gli interessi economici a breve termine delle classi dominanti in Francia. Ciò implica anche che la Francia cessi ogni attività, in Libia, che prolunghi i risultati dell’intervento disastroso del precedente governo francese, cessando ogni interferenza politica negli affari siriani, recidendo tutti i legami con un’opposizione esterna e un esercito la cui presenza è molto più dovuta a fattori esterni che a un desiderio mai mostrato dalla popolazione siriana. Piaccia o no, esiste un legame diretto tra gli eventi in Libia, Siria, Mali e Algeria. E la politica del governo francese sarà supportata quando darà prova di coerenza.
La fine del supporto delle monarchie assolutiste del Golfo, usuali relè regionali dell’imperialismo degli Stati Uniti, ai gruppi ribelli armati in Siria, Libia e Mali dovrebbe, ipso facto, por fine ai conflitti in questi Paesi e quindi rendere inutili la presenza dell’esercito francese in Mali. Se questo è davvero l’obiettivo perseguito da Parigi. In tale contesto, non possiamo che essere sorpresi da alcune voci, come Samirr Amin, note per il loro antimperialismo, prendere parte a questo conflitto, e per di più sostenendo l’azione della Francia, supportata dalla NATO, mentre nello stesso modo, come ricorda l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non dà alla Francia il diritto di fare in Mali tutto ciò che vuole.

L’”Islam politico” come elemento legittimante le interferenze
E’ in questo contesto generale, abbiamo bisogno di misurare e analizzare i problemi che affliggono molti attivisti per il progresso sociale, in particolare la questione del cosiddetto “Islam politico”. Si deve anzitutto rilevare che questa nozione è, in genere, di origine occidentale, mentre il fondatore dell’Islam è stato il primo leader di un partito politico, rivendicando in quanto tale il nome di “Hezbollah”, e che fu il capo di uno Stato creato a Medina, che ha redatto la prima costituzione al mondo, le cui regole garantivano la coesistenza di tribù e religioni in uno Stato comune.
L’Islam, in linea di principio, non è solo una credenza nella vita dopo la morte, non è solo un’etica sociale e giuridica, ma è anche un progetto politico sin dal suo inizio (economia senza usura, eguaglianza sociale di fronte alla legge, tolleranza religiosa, ecc.), anche se questo progetto, come gli altri, può essere letto e declinato in modo reazionario o progressivo. È quindi chiaro che, allo stesso modo, un Chavez o anche Angela Merkel, può rivendicare un “cristianesimo politico e sociale“, così come l’analisi sociale marxista, in parallelo al caso del Venezuela, può negare a priori ai musulmani il diritto di offrire liberamente al proprio popolo un progetto politico in conformità con le sue convinzioni. A meno che non si accetti, in nome della vecchia laicità ipocrita socialdemocratica denunciata da Lenin a suo tempo, e poi da Maurice Thorez, dei due pesi e due misure che ricorda l’etnocentrismo coloniale.
La cosiddetta questione dell’”islamismo”, difatti del takfirismo, dell’esclusivismo estremista risiede altrove. Sarebbe una questione strettamente interna ai popoli interessati, di cui nessun Stato esterno dovrebbe avere il diritto di interferire, anche se in realtà prende la forma reazionaria che sempre più spesso adotta oggi, se queste correnti non fossero state spesso manipolate dalle grandi potenze imperialiste e dalle monarchie assolutiste loro vassalle, assolutamente soggette alle norme politiche ed economiche del capitalismo predatorio globale. Non si possono confondere i gruppi transnazionali del traffico di droga, armi e migranti che hanno adottato l’etichetta “islamista”, come paravento per le loro lucrative attività e le loro lotte per il controllo del territorio, come sappiamo da almeno venti anni nel Sahel, e che le grandi potenze imperialiste e i loro Stati vassalli hanno lasciato fare, perfino incoraggiato, con le attività di altri “islamisti”, per quanto essi siano reazionari.
E’ necessario ricordare che, al tempo del governo talib in Afghanistan, la coltivazione dell’oppio era stata quasi debellata in nome dei valori tradizionali dell’Islam, e che se l’Afghanistan è di nuovo oggi il principale produttore di droga, ne consegue, a immagine di ciò che è stato fatto in precedenza sotto gli auspici della CIA in America Latina, che l’occupazione del paese da parte della NATO ha rovesciato un governo “islamista” nazionale, reazionario e indipendente, sostituendolo con un un governo “islamista” sottomesso, basato su ogni  traffico possibile, e che è non meno, se non perfino più reazionario nei fatti, sia verso gli strati sociali e le aree emarginate, che nei confronti delle donne, fuori dalla scena mediatica centrale costituita dalla capitale, ad uso dei giornalisti occidentali.
E’ quindi chiaro che esiste un legame tra le declinanti potenze imperialiste occidentali, le monarchie assolutiste create ex novo dai colonialisti al culmine del loro potere, e le reti dei traffici “islamisti” utilizzate da questi circoli, che armano giocare ai pompieri piromani. Ciò non significa che non vi è alcuna contraddizione tra questi circoli. Tuttavia, non vanno confuse le contraddizioni che possono essere un punto non antagonistico tra la borghesia imperialista e compradora e le contraddizioni antagonistiche, o che possono eventualmente diventarlo.
Si può certamente credere che la Francia difenda i propri interessi capitalistici nel Sahel e che ciò passi attraverso atteggiamenti più moderati nei confronti delle popolazioni locali e di Stati indipendenti come l’Algeria, ma non possiamo negare che il suo intervento apre logicamente la strada ad altri interventi, e che nulla ci dica che l’intervento, che l’attuale ministro della ‘difesa’ francese desidera prolungare fino alla vittoria ‘totale’, non vada che a vantaggio della Total al dunque, e che ciò non ci trascini in una guerra infinita, disintegrando gli Stati esistenti ed aprendo, come nel caso della Libia di oggi, la via al disordine generale, permettendo alle aziende transnazionali più potenti di “garantirsi” le miniere e i giacimenti che saranno riusciti ad arraffare, lasciando il resto del territorio nelle mani dei signori della guerra, come è accaduto durante il colonialismo nell’ex-impero cinese, fatto a pezzi fino alla vittoria della Rivoluzione cinese, che restaurò l’integrità territoriale del Paese fin dal 1949.
Il nemico principale dei popoli del Sahara non è di origine locale, ma proviene dai centri dell’imperialismo, e se la Francia fosse seria nelle sue affermazioni di voler rispettare i popoli, prenderebbe la via di una cooperazione reciprocamente vantaggiosa con le popolazioni locali,  rompendo con la NATO e l’UE e riconciliandosi con le potenze emergenti e gli Stati veramente indipendenti di Eurasia, Mediterraneo, Africa e America Latina, che costituiscono l’unico vero contrappeso alle mire guerrafondaie e distruttive del capitalismo predatorio globalizzato, “protetto” dalla NATO e da più di 700 basi militari statunitensi sparse in tutto il mondo, e dall’arcipelago di prigioni segrete della CIA, che godono della cooperazione efficace degli Stati membri della NATO e delle dittature o democrazie formali che vi restano assoggettate.
Quanto al Mali, nulla permette di dire quali siano le opinioni del suo popolo sugli eventi che insanguinano il Paese, dal momento che nulla è stato fatto in prcedenza dagli attori esterni della crisi attuale, per consentire dei negoziati tra tutte le parti rappresentanti il popolo. All’apparenza che sembra fornire a certuni un successo politico o mediatico effimero, preferiamo da parte nostra la difesa dei principi.

Bruno Drweski, storico, politologo, direttore de “La Pensée libre”, militante del collettivo “Pas en notre nom”.
Jean-Pierre Page, sindacalista, ex-responsabile del dipartimento internazionale della CGT, ex membro del Comitato centrale del Partito comunista francese.

Fonte: Combat 94

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Samir Amin e la sua benedizione ad Hollande

Badia Benjelloun, Dedefensa, 04/02/2013

72585La tesi di Samir Amin, commentando in modo elogiativo l’intervento militare francese in Mali, è sorprendente per un autore che ha avuto posizioni assai meno benevole verso l’economia predatrice del nord contro il Sud, e che aveva giustamente descritto come “scambio ineguale”. Sostiene che una nebulosa dalle intenzioni geostrategiche si dispiega oggi nel Sahel per disegnare una nuova mappa e costruire un vasto Stato che accumuli sotto i suoi piedi preziosi minerali frammentando Mali, Niger, Mauritania e Algeria, costituendo un vasto territorio. Questa entità sarebbe approvata da USA, Regno Unito e Germania. Sarebbe un regno governato da emiri che infine acquisiscono la pace sociale dalla scarsa popolazione dispersa con la rendita dello sfruttamento delle risorse del sottosuolo, di cui riuscirebbero ad avere il controllo. Hollande avrebbe capito il complotto e lo sta sventando con la sua alleata Algeria.
Hollande meriterebbe dunque gli onori dell’intelligenza e della capacità di una risposta efficace contro questo pericolo. Inoltre, questa cospirazione sarebbe opera degli islamisti. Solo islamisti. Non terroristi o estremisti, ma solo islamisti. Poiché tentare di sfumare l’Islam politico è solo un’illusione. Tutto ciò che riguarda l’Islam è antitetico alla democrazia e pretendere di trovare moderazione nel mondo musulmano significherebbe sacrificarsi all’ingenuità pura.
Quando si pubblicava sul web questa prosa terribile, scritta in lode dell’interferenza illegittima e ingiustificata, e anche dell’islamofobia ora di rigore nel repertorio intellettuale occidentale, mentre s’immerge in una di quelle tempeste di sabbia di cui il Sahara è prodigo nelle sue abluzioni, si diffonde la notizia delle trattative stanno cominciando tra il MNLA e il governo di Bamako. Il principale movimento separatista laico del Mali, da decenni rivendica un trattamento più equo per questa provincia del nord, sembra aver avuto il sopravvento militare sulle bande di trafficanti vanagloriosi e stravaganti. Questi ultimi sono stati costituiti all’ombra dei servizi segreti di diversi Stati interessati a mantenere un certo livello di tensione nella regione. Si tratta di ottusi strumenti al servizio di rivalità difficili da ignorare anche per l’osservatore più distratto.
Questa entità radicale islamista che Samir Amin dota di una dottrina e strategia è solo l’ombra cinese imperiale che gli USA, in perfetta continuità tra Bush e Obama, usano per giustificare le loro irresistibili spese militari. La contrazione del PIL degli USA dello 0,1% nell’ultimo trimestre, è dovuta alle spese del Pentagono diminuite del 22%. Il 40% dell’economia degli Stati Uniti è legata alla produzione di armi e al loro consumo da parte della federazione. Le più recenti scoperte delle neuroscienze sono mobilitate per l’assorbimento delle merci del capitalismo che si trova in una  situazione di metastabilità super-produttiva, come quando venne prodotto il pupazzo Usama bin Ladin e i suoi molti derivati.
L’interferenza francese in Mali ha permesso l’installazione di una base USA in Niger da cui AFRICOM e i suoi droni Predator controlleranno l’Africa occidentale. Si avrà quindi un effetto immediato esattamente opposto a quello previsto. Indeboliti dalle loro economie così poco efficienti, è improbabile che la presenza militare degli Stati Uniti e della Francia sia in grado di coprire grandi aree per molto tempo ancora. Una ritirata più o meno dissimulata e vergognosa è prevedibile. Territori saranno restituiti alla popolazione nativa, dopo aver versato sangue e sabbia. Una seconda serie di sbarramenti tra le dune è arrivata con una simultanea implacabilmente ironica, vanificando i consigli di Samir Amin ad Hollande.
Il terzo Presidente del Consiglio nazionale siriano nominato in meno di due anni dalle potenze tutelari della guerra civile siriana, ha anch’egli annunciato l’intenzione di negoziare con il governo legittimo, ignorando le condizioni da tempo imposte da Fabius e Clinton, della caduta di Assad prima di ogni dialogo. Naturalmente, la distruzione della Siria in una guerra civile in gran parte finanziata dalle monarchie, costerà meno alle forze NATO che gli attacchi in Iraq e in Afghanistan – Pakistan e la loro occupazione, aprendo la strada a nuove guerre a basso costo. Il confronto con il blocco sino-russo nel territorio siriano dovrebbe terminare, mentre l’assurda situazione ereditata da Juppé, Sarkozy e Levy si è rivelata disastrosa e inutile per l’immagine delle democrazie occidentali. Qui, la ritirata è in corso. La stampa non ha riportato l’incontro di Moiz al-Qatib con Fabius il 28 gennaio 2013.
Una facile vittoria in pochi giorni non ci sarà in Mali, e non nasconderà la vergognosa sconfitta in Siria, né i propositi arroganti della fallimentare diplomazia francese. L’attacco aereo israeliano su un sito di ricerca militare presso Damasco, è il modo con cui Netanyahu e il regime di Tel Aviv riconoscono l’imminenza della politica neo-isolazionista rappresentata da Hagel. L’Iran ha fornito diversi miliardi di dollari in petrolio alle truppe statunitensi in Afghanistan, all’insaputa dei controllori dell’embargo e del Pentagono, e ad ulteriore dimostrazione del disordine finanziario e politico di una burocrazia che collassa sotto il proprio peso, venendo messa in discussione. Ali Akbar Velayati aveva dichiarato che ogni attacco contro la Siria sarà considerato un attacco contro l’Iran.
Il colpo di grazia è giunto da Cairo, invertendo la presunta irresistibile tentazione teocratica cosiddetta moderata dell’Islam politico, incarnata attualmente in Egitto e Tunisia. Il partito salafita al-Nour ha firmato con il Fronte di Salvezza Nazionale che raggruppa molte formazioni  democratiche, un  protocollo in otto punti per porre fine al caos attuale, chiedendo un governo di unità nazionale. Il partito dei Fratelli musulmani, al potere attraverso elezioni, non controlla in alcun modo l’agitazione in corso alimentata in parte dal malcontento delle persone, la cui situazione economica non è migliorata e da una amministrazione ancora nelle mani di un apparato creato nel corso degli ultimi quarant’anni di dittatura. Morsi non ha modificato la struttura dell’economia relativa al settore turistico, controllato dall’esercito, che si basa sul flusso di redditi delle classi medie occidentali colpite dalla crisi, o dei redditi dei lavoratori egiziani all’estero. Il partito Nahda si trova ad affrontare gli stessi problemi in Tunisia. I margini di manovra dei due governi sono stretti, in questo passaggio, tra un FMI esangue e la buona volontà sui tassi di interesse decisi da un Qatar capriccioso ed esigente. In questa situazione, dove viene danneggiata una delle regole economiche e sociali fondamentali dell’Islam, come il costantemente ricordato divieto nel testo sacro del prestito ad interesse da parte dei contraenti di un mutuo, si possono ancora indicare questi regimi come islamici?
L’islam politico, va ricordato, è stato all’origine dello slancio anti-coloniale soprattutto sotto la guida degli ulema algerini e dell’Istiqlal in Marocco. Allal al-Fassi si richiamava al movimento salafita, che non significava altro che un certo ritorno alla propria cultura e alle proprie origini. Allal al-Fassi, leader dell’Istiqlal, subì degli attentati pochi anni prima della sua morte prematura e strana  verificatasi a Bucarest nel 1974, durante i famosi anni di piombo in Marocco. Constatava con amarezza la persistenza degli strumenti della colonizzazione nel suo Paese. Gli istituti di credito e il codice dell’amministrazione e della proprietà terriera ideati dal Protettorato erano stati completamente conservati. In particolare, venne negata la proprietà collettiva delle tribù dopo l’indipendenza, spogliandole di quel poco che non era stato ancora rubato dai coloni francesi. Allal al-Fassi il salafita (Salaf significa antenati e quindi tradizione) aveva stilato un programma e una visione politica che oggi sarebbe alla sinistra delle proposte del Fronte di sinistra in Francia.
Più vicino a noi, i sostenitori di Hezbollah in Libano, il movimento di resistenza d’ispirazione  musulmana, vogliono veramente stabilire una teocrazia in “antitesi alla democrazia minima”, oppure usano la forza e consolidano la loro fede per liberarsi dell’opprimente interferenza del vicino realmente teocratico ai loro confini meridionali? E’ ciò che era ed è ancora alla base delle lotte nazionali che Samir Amin condanna come arretrate e incompatibili con la democrazia?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Algeria è la vera vittima della guerra francese in Mali?

Mohamed Tahar Bensaada, Oumma 19 gennaio 2013

President Abdul Aziz Bouteflika

“Chi osa infastidire l’Algeria rischia di farsi mordere” (Ibrahim Boubacar Keita, ex Primo ministro del Mali)

Come previsto, l’esito della drammatica crisi degli ostaggi svoltasi nel sito gasifero di Amenas, dopo i sanguinosi assalti delle forze speciali algerine contro il gruppo terroristico, ha suscitato la reazione delle ambasciate e dei media occidentali, che non potevano perdere una tale opportunità per imporre la loro contro-verità in quella che appare già come una vera guerra psicologica contro l’Algeria. Nonostante il battage mediatico delle ultime 48 ore, diverse zone d’ombra continuano a circondare questa operazione. Motivo in più per rimanere vigili, trattandosi di esaminare un caso che non ha finito di rivelare tutte le sue carte. Molti fatti strani sono stati ignorati dai media mainstream. Vale la pena di tornarvi per illuminare meglio i problemi che cercano di nasconderci.
Innanzitutto, la prima cosa che colpisce dell’attacco terroristico che aveva come obiettivo il sito di Amenas è la sua natura spettacolare. Un gruppo terroristico multinazionale di 32 persone dalla varia origine (Algeria, Libia, Egitto, Tunisia, Mauritania, Niger, Francia e Canada), è entrato dalla vicina Libia. Centinaia gli ostaggi nel sito energetico, oltre che strategico, posizionato in una zona ben monitorata. Nei dieci anni di guerra sporca, durante il decennio nero, nessun incidente simile è accaduto nelle regioni gasifere e petrolifere del sud dell’Algeria, motore economico dell’Algeria, in quanto forniscono la maggior parte delle sue entrate in valuta estera. In questa operazione spettacolare, non si può escludere la possibilità della manipolazione di un servizio segreto impegnato in una spietata guerra speciale nella regione.
Come al solito, le accuse più contraddittorie che circolano sul web vengono alimentate dai molti fan della cospirazione. Ma in mancanza di prove convincenti e nell’attuale rischioso clima d’intossicazione mediatica, sarebbe meglio cercare di districare questo caso concentrandosi sulla domanda fondamentale: Quali sarebbero i dividendi geopolitici che potrebbero raccogliere i vari attori coinvolti in una guerra che ha avuto inizio molto prima dell’intervento francese in Mali?
Primo elemento in questa strana storia. L’intervento della Francia in Mali, così dichiarando guerra ai gruppi islamici, tra cui Ansar al-Din, che non ha mai commesso atti terroristici nel territorio del Mali o altrove. E cosa fa il gruppo scissionista dell’AQIM guidato da Moqtar Belmoqtar? Attacca in Algeria, vale a dire, l’unico Paese della regione che ha sempre espresso la sua opposizione alla guerra, da quando la Francia ha iniziato a preparare i suoi servi nei paesi africani, a rischio di apparire come la “madrina” di Ansar al-Din, come tendono a far credere siti specializzati nella propaganda anti-algerina. Nessuna azione è stata registrata contro i molti Stati ausiliari della Francia nel Sahel e nell’Africa occidentale, che hanno deciso d’inviare i loro battaglioni in Mali, eppure sono mille volte più vulnerabili dell’Algeria nell’affrontare questo tipo di azioni terroristiche.
Naturalmente, il fatto che Moqtar Belmoqtar si sia prestato al gioco del negoziato, in vista di una sua consegna ai servizi di sicurezza algerini, operazione di resa poi abortita qualche anno fa, non manca di suscitare il sospetto di alcuni analisti che lo vedono come un agente doppio. Altri arrivano al ridicolo implicandovi un’azione interna dei servizi algerini, senza preoccuparsi di spiegare, in questo caso, l’essenziale, ovvero il rifiuto dell’Algeria alla “cooperazione” proposta dalla NATO. Perché preoccuparsi di montare una simile operazione se si rifiuta anche ciò che si suppone possa essere un’eccellente vantaggio diplomatico? In realtà, in qualsiasi guerra speciale, tradimenti e rientri abbondano, questo è un altro motivo per evitare di cadere nelle storie poliziesche, di rischiare di abbandonare l’analisi geopolitica e strategica, le uniche che dovremmo tenere in conto.
Secondo elemento strano. L’attacco terroristico ha avuto luogo presso la base operativa gestita congiuntamente da tre società: algerina (Sonatrach), inglese (BP) e norvegese (Statoil). Mentre il gruppo terrorista rivendicava di voler affrontare l’intervento francese in Mali, perché fa pressione sulla Francia attaccando le compagnie petrolifere che sono di fatto le principali concorrenti della compagnia francese Total in Algeria? Ma la cosa più allarmante è la reazione di alcune ambasciate e dei media occidentali, le loro reazioni dopo gli omicidi nell’assalto delle forze speciali algerine. Se Washington ha osservato che Algeri non l’ha consultata senza ulteriori commenti, il primo ministro britannico David Cameron, ha criticato la gestione della crisi da parte delle autorità algerine. Queste ultime avrebbero deciso d’intervenire troppo in fretta senza chiedere il parere delle potenze in questione. Che audacia da parte di queste potenze nel chiedere all’Algeria di negoziare con i terroristi che avevano messo cariche esplosive addosso agli ostaggi e minacciato di farli saltare in aria, mentre la Francia interveniva in Mali con il rischio di mettere in pericolo la vita degli ostaggi algerini ed europei trattenuti da AQIM e Mujao!
Certo, se i leader algerini che hanno la grande responsabilità di aver dato l’ordine per l’assalto, avessero avuto la minima possibilità di salvare la vita degli ostaggi attraverso il negoziato con i rapitori, e non l’avessero fatto, avrebbero un’imperdonabile colpa morale e politica. Ma sapendo il rischio che correvano mettendosi dietro ai paesi occidentali, i cui cittadini avrebbero potuto perdere la vita durante l’attacco, non c’è dubbio che fossero quasi certi che una qualsiasi altra soluzione, diversa dall’assalto, sarebbe stata più costosa in termini umani, politici, diplomatici ed economici. Il cinismo dei media e degli pseudo-esperti invitati per l’occasione non ha limiti, quando la denuncia della “brutalità” delle forze speciali algerine proviene dalle stesse persone che hanno sempre trovato scuse per gli “errori” delle forze NATO in Afghanistan e in Iraq, che non hanno esitato a bombardare feste, matrimoni, funerali e altre manifestazioni pacifiche. Salutiamo di passaggio la coraggiosa presa di posizione di Robert Fisk, che ha sottolineato nella sua rubrica sul quotidiano The Independent, “che i media occidentali non avrebbero reagito in quel modo se tra gli ostaggi uccisi, non ci fossero stati biondi con gli occhi azzurri, ma solo algerini!
Al di là della dimensione umana della tragedia, costata la vita di tanti innocenti, e al di là del ruolo svolto da francesi e algerini, ci poniamo la domanda che conta di più, oggi: chi cerca i protagonisti principali di questa crisi? Per i francesi, l’unico problema rilevante, per cui vale la pena che la diplomazia francese tenga un basso profilo e faccia finta di avere una postura “comprensiva” verso l’attacco dell’esercito algerino, è evidentemente dovuta alla loro guerra sporca contro l’Algeria, sapendo che non potrebbero portare a compimento la battaglia in cui sono attualmente impegnati in Mali senza la collaborazione dell’esercito algerino.
Riprendendo ricercatori e esperti fasulli, come al solito, Libération ha cercato di dare una parvenza di giustificazione logica al cosiddetto “riavvicinamento franco-algerino” sulla questione del Mali. Il voltafaccia di Ansar al-Din, che ha tradito le sue promesse ad Algeri, lanciando le sue forze nel sud del Mali, avrebbe dovuto alla fine convincere il Presidente Boutefliqa a cambiare la sua disposizione, e a permettere agli aerei da combattimento francesi di sorvolare lo spazio aereo algerino. Ma questo voltafaccia è il preludio di un cambio di strategia algerina verso i gruppi islamici, ossia né più né meno che un ritorno alla linea dello sradicamento perseguita negli anni ’90 dallo stato maggiore dell’esercito algerino. Per William Lawrence: “il sorprendente assalto dei combattenti islamici nel sud del Mali, lo scorso fine settimana, alla fine ha fatto superare all’Algeria la sua riluttanza. Messo alle strette, Boutefliqa non era in grado di opporsi al sorvolo degli aerei francesi e a chiudere il confine con il Mali, anche irritando una popolazione sensibile ad ogni possibile manifestazione di “neocolonialismo” della Francia. La crisi degli ostaggi, senza precedenti nella sua ampiezza, dovrebbe avere costretto Algeri a rivedere la sua strategia contro gli islamisti.”
Il governo francese non può pretendere di meglio. Questa operazione per forzare Algeri “a rivedere la sua strategia contro gli islamisti”, rivedendo la propria politica di dialogo e riconciliazione nazionale che gli ha permesso di ricostruire il suo fronte interno, e ritornando alla politica di eradicazione a cui si richiamano i circoli più antipopolari nell’esercito e nella classe politica algerina, potrebbe causare un ritorno ai vecchi demoni della guerra civile, e quindi dare un buon pretesto all’intervento straniero nel giorno X. Ma i fatti sono testardi, e non è sicuro che i desideri di Libération si avverino presto. Anche se si confermasse che l’Algeria sia stata ingannata dai leader di Ansar al-Din, che in realtà hanno dato alla Francia un comodo pretesto per precipitare l’intervento in Mali, deve essere davvero stupido chi creda per un momento che la Francia abbia bisogno di un pretesto per scatenare una guerra, di cui tutto indicava che si stesse preparando per ragioni che hanno poco a che fare con l’avanzata dei nomadi.
Dall’inizio della crisi in Mali, l’Algeria è stata spinta incessantemente a partecipare a questa grande guerra, o per lo meno a non opporvisi attivamente. E’ posta sotto pressione dagli statunitensi, e per non perdere del tutto i contatti con i suoi vicini africani, perché purtroppo non è possibile scegliere i propri vicini, il governo algerino ha indubbiamente permesso il sorvolo del suo spazio aereo da parte degli aerei da combattimento francesi. Tuttavia, sia l’opinione pubblica che i leader algerini sono divisi sulla questione. Alcuni credono, a torto, che sia un male minore salvarsi dall’ira dello Zio Sam, in particolare, e che in questa guerra la Francia non solo è supportata dai suoi alleati della NATO, prevedibilmente guidati da Stati Uniti e Gran Bretagna, ma che ha anche il supporto,  sorprendentemente, di altri due membri del Consiglio di sicurezza, Russia e Cina. Ma altre voci, anche dall’interno del sistema algerino, giustamente avvertono contro gli effetti negativi di quello che potrebbe apparire come un allineamento alla crociata francese in Mali sulla coesione nazionale, in un contesto politico doppiamente indebolito dalle tensioni sociali e dalle lotte intestine che affliggono il contesto politico della guerra di successione al Presidente Boutefliqa. E’ quindi ragionevole pensare che l’operazione, che avrebbe dovuto rafforzare il clan pro-atlantista all’interno del sistema algerino, potrebbe portare al risultato opposto. Coloro che non hanno smesso di suonare l’allarme, mettendo in guardia contro le onde d’urto della guerra nella regione, vedranno rafforzata la loro posizione.
L’Algeria sta emergendo come prima vittima della guerra francese in Mali, cosa che non può che rafforzare gli oppositori alla politica bellica francese nel sistema algerino. E questo è forse ciò che spiega le reazioni abbastanza divise nelle capitali occidentali, a seguito dell’azione delle forze speciali algerine. Se non potevano che congratularsi con la neutralizzazione del gruppo terroristico, queste capitali non potevano ammettere di non essere state consultate dal governo algerino. È un indice che non sbaglia. Se gli “amici” dei circoli occidentali avessero avuto il controllo delle operazioni, sarebbe stato difficile immaginare un tale scenario. L’opinione pubblica algerina che per lo più rimane ostile all’interventismo occidentale, e in particolare francese, nei paesi arabi e musulmani, non si sbaglia. Salutando con sollievo e orgoglio le critiche occidentali, ne vede la prova che lo Stato algerino continua, nonostante tutto, ad essere attaccato a ciò che resta dell’indipendenza e della sovranità nazionale squassata dalle interferenze delle grandi potenze negli anni ’90, durante la selvaggia apertura economica imposta da FMI e Banca mondiale, e dall’ascesa di una borghesia compradora che si è sviluppata all’ombra della privatizzazione e dell’economia rentier, riuscendo a corrompere e ad indebolire grandi settori dello Stato.
Qualunque siano i retroscena di questa operazione terroristica, una cosa è certa. Tale operazione era volta oggettivamente ad influenzare l’esito della battaglia tra i sostenitori della deriva atlantista che con il pretesto dell’apparente isolamento diplomatico dell’Algeria, vogliono giungere alla “normalizzazione” accogliendo le richieste delle capitali occidentali, e i sostenitori della duramente conquistata indipendenza nazionale, ma che oggi è più che mai minacciata dalla globalizzazione, dalla dipendenza dall’economia del petrolio e dall’alleanza tra la borghesia compradora e i centri imperialisti.
Le voci di cosiddetti “esperti”, diffuse dai media algerini, saldate a quelle degli imprenditori vicini ai circoli neo-coloniali, criticano le incongruenze del governo algerino nella lotta contro gruppi armati islamici, quando non addirittura l’accusano di complicità in ciò che equivale a un osceno ricatto, ripetuto come un ritornello dai siti specializzati nella disinformazione: o fai fuori il musulmano o sei accusato di esserne complice o istigatore! L’operazione terroristica di Amenas si inserisce in questo quadro. E’ una tattica diversiva, per allontanare il centro dei combattimenti in Mali e allentare il cappio che strangola i loro accoliti nel Paese o, più seriamente, è una sorta di “prova generale” per un attacco maggiormente coerente, in fase di preparazione, contro uno degli ultimi ostacoli al ritorno dell’Impero nella regione? Il fatto che per la prima volta in 20 anni di crisi, un sito gasifero, anche perché è un sito che fornisce il 15% della produzione algerina, sia stato oggetto di un’operazione bellica, potrebbe nascondere altri oscuri disegni. Ricordiamoci le “indiscrezioni” di Sarkozy distillate dalla stampa, che dicevano che l’Algeria sarebbe la prossima nella lista dopo la Libia e la Siria.
Non c’è dubbio che la pressione internazionale aumenterà sull’Algeria per farle assumere il ruolo di gendarme nella regione del Sahel. In un movimento islamista soggetto alle più diverse infiltrazioni, ci saranno sempre “utili idioti” che si prestano alle potenze che cercano il minimo pretesto per intervenire in una regione ricca di petrolio e di minerali preziosi. Ma questo non è un argomento sufficiente per giustificare l’ingiustificabile collaborazione con la Francia, che osa giocare nel ruolo di pompiere, mentre è il vero piromane dell’incendio partito dalla Libia e dal Mali, e che oggi minaccia di raggiungere altri Paesi della regione?
Se l’Algeria venisse mal consigliata, rientrando in una “comunità franco-africana” logisticamente sostenuta dalla NATO e diplomaticamente dai suoi partner strategici Russia e Cina, non è detto che essa non abbia le risorse per prendere tempo, fino al momento, che non tarderebbe, in cui l’incendiario-pompiere francese e i suoi servi africani saranno impantanati nel deserto del Sahel-Sahara, rivelando la vera natura della loro guerra, i cui primi crimini commessi dall’esercito del Mali, che hanno iniziato ad inquietare le organizzazioni umanitarie internazionali, sono solo un presagio di ciò che attende il Mali: massacri e voltafaccia geopolitici in prospettiva. Oggi possono diventare alleati gli avversari di domani. I servi che ora applaudono l’intervento francese contro i loro fratelli del nord, l’impareranno a loro spese, prima di quanto pensano, che la Francia non è venuta per liberarli dei gruppi jihadisti, imponendogli il suo piano di un Azawad dall’ampia “autonomia”, per sfruttare al meglio il petrolio e l’uranio nel nord del Mali.
L’Algeria, che ha interesse a restare lontana dal conflitto e a difendere la propria sicurezza inviando messaggi forti come quello che ha inviato ad Amenas, non deve dimenticare il suo dovere di solidarietà con il popolo del Nord del Mali, che potrebbe vivere un indomani terribile in mano agli indisciplinati ed eccitati soldati africani, da cui ora è possibile temere dei terribili crimini di guerra sotto lo sguardo compiaciuto dei loro padroni francesi, che non sono alla loro prima atrocità in Africa, come tristemente ricorda il genocidio ruandese.
Come Stato, l’Algeria ha un margine molto ristretto di manovra contro la politica guerrafondaia della Francia e dei suoi alleati in Mali. Ma la Francia e i suoi alleati occidentali sono consapevoli del fatto che, se messa alle strette, l’Algeria ha risorse ancora sufficienti per ostacolarli in una zona in cui i fattori di resistenza al sistema di Françafrique sono molti di più di quanti si pensi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Il Mali, un paese ricco di petrolio, gas e di miniere d’oro

Elisabette Studer, Le Blog Finance, 13 gennaio 2013 Mali_Mines_Ministry_mapIl Mali ha decisamente delle risorse del suolo molto promettenti… che potrebbero portare a una nuova maledizione del petrolio? Il paese è di grande interesse per le grandi compagnie petrolifere come Total, per via delle enormi risorse energetiche del bacino del Taoudeni, a cavallo tra il Mali, Mauritania, Niger e Algeria, oltre che per il giacimento di gas situato nelle vicinanze della capitale Bamako e delle miniere d’oro che possono suscitare cupidigia. Per non parlare del coltan, materia prima altamente apprezzata, utilizzata per la produzione di telefoni cellulari.

Mali, un paese ricco di idrogeno e futuro esportatore di elettricità?
La Société d’exploitation pétrolière du Mali (Petroma) ha scoperto di recente un enorme giacimento di gas a Bourakèbougou, a 60 km dalla città di Bamako e a 45 km da Kati, la città-guarnigione. Meglio ancora, si tratta di idrogeno puro (98,8% di idrogeno e 2% di metano e azoto), una cosa molto rara al mondo, se dobbiamo credere ad Aliou Diallo, l’uomo d’affari a capo della Petroma. Ciliegina sulla torta: il gas si trova a soli 107 m di profondità.
Una scoperta che consente al direttore della società di considerare la produzione di elettricità dall’idrogeno, in Mali. Ha detto che la sua società sarebbe anche in grado di generare energia per l’intera Africa occidentale, per meno di 10 Franchi CFA (2 centesimi di euro) per ogni kilowatt contro, i 106 franchi Franchi CFA di oggi. Molto interessante se si considera che la vicina Mauritania ha recentemente dichiarato di voler esportare elettricità in Mali e Senegal, mentre quest’ultimo si trova ad affrontare delle difficoltà strutturali energetiche. Meglio ancora, la Petroma ha appena acquistato un impianto per condurre le  ricerche affinché si scopra il petrolio, i cui segni positivi sono stati rilevati nella zona.

Un paese con significative risorse aurifere
Di recente, vi è stata l’inaugurazione della miniera d’oro di Kodieran, sempre di proprietà della Petroma, cui ha partecipato Aliou Boubacar Diallo, Amministratore Delegato della società mineraria Wassoul’Or-Sa, una controllata della Gold Pearl, che ne detiene una quota del 25%. Aliou Boubacar Diallo è anche membro del Consiglio di Sorveglianza della Gold Pearl.
Situata a Kodieran, la Wassoul’Or è una delle società minerarie del Mali con la logistica più promettente e le infrastrutture ben sviluppate (300 km di strade, a sud di Bamako), secondo il proprio sito. Un impianto pilota, con una capacità di 1000 tonnellate/giorno (materia prima) opera con successo, ed è stato attivato per testare il processo di produzione aurifera e per evidenziarne la percentuale in oro. Dopo aver iniziato con un rendimento iniziale di 5.000 tonnellate al giorno, all’inizio del 2012,  gradualmente è passato alle 11.000 tonnellate al giorno.

Petroma e Canada, per l’oro e il petrolio
Ricordiamo, a fini pratici, che la Petroma è una società canadese specializzata nella ricerca, sfruttamento, trasporto e raffinazione di petrolio e gas, il cui 98% del capitale è del Mali e il resto della Petroma Ink (una società canadese) che ha investito più di 10 milioni di dollari nel progetto di Bourakèbougou, che secondo gli indicatori è un grande giacimento. La costruzione della prima unità aurifera di Kodierana è stata compiuta dalle aziende canadesi Bumigeme e ABF Mines,  interamente finanziata dal Fondo Oro Mansa Moussa.

Mali settentrionale: una regione dal forte potenziale energetico e minerario
Con particolare riguardo al nord del Mali, dove vi sono le tensioni principali, si nota che se questa regione contribuisce molto poco, per il momento, al PIL del paese, il sottosuolo delle regioni di Gao, Kidal e Timbuktu solleva grandi speranze: 850000 kmq di petrolio e di gas potenziali, secondo gli studi condotti dall’Autorità per il petrolio (AUREP). Un contesto che potrebbe in parte spiegare la situazione attuale e le tendenze che potrebbero giustificare la partizione del paese. In ogni caso, quattro bacini principali sono stati identificati in questa regione: Tamesna (a cavallo tra Mali e Niger), Taoudeni (che copre anche parte di Algeria e Mauritania), la regione di Gao e la faglia di  Nara (Mopti).
Dal 2005, l’Autorità per la Promozione della Ricerca di Idrocarburi (AUREP), un’organizzazione del Ministero delle Miniere del Mali, ha eseguito la suddivisione di questi bacini in 29 lotti da esplorazione. La maggior parte di essi sono stati acquistati da imprese di piccole dimensioni, ma anche dall’algerina Sonatrach (attraverso la su controllata Sipex Internationale) e dall’italiana ENI. È anche presente la compagnia petrolifera francese Total. Ma l’insicurezza in questa parte del paese limita alquanto l’entusiasmo degli investitori, nonché i costi di trasporto del materiale, che dovrebbero aumentare a causa della situazione attuale. Quest’ultima molto probabilmente congelerà i lavori.
Peggio ancora, secondo l’Africa Energy Intelligence, tre giorni dopo il suo rientro nel governo, il ministro delle miniere del Mali Amadou Baba Sy ha firmato, il 18 dicembre 2012, un decreto attestante l’acquisizione da parte dello Stato del blocco 4 del bacino di Taoudeni, precedentemente concesso a ENI e Sipex (Sonatrach).

Quando il Wall Street Journal ha dedicato un articolo all’imprenditore maliano Aliou Boubacar Diallo
Ma il Mali non ha solo risorse energetiche. Esplorazioni condotte nell’Adrar des Ifoghas (Kidal) hanno rivelato un terreno favorevole alla presenza di oro e uranio, mentre la provincia di Ansongo  (regione di Gao) celerebbe manganese. Il vero nodo del conflitto in corso?
In ogni caso, il famoso e prestigioso Wall Street Journal del 30 maggio 2012 dedicava un articolo ad Aliou Boubacar Diallo, dopo la sua partecipazione, accanto alle società finanziarie internazionali, alla settimana di lavoro della Conferenza per l’Africa di Francoforte, Germania.
Nel corso della conferenza dedicata alle risorse naturali e minerarie, il proprietario di Wassoul’Or è intervenuto per spiegare “come conciliare gli interessi dei paesi ricchi di risorse naturali e gli investitori stranieri“. A questo proposito, Aliou Boubacar Diallo aveva indicato i “quattro punti essenziali” che secondo lui “meglio controllati, possono conciliare i diversi interessi“: “un quadro giuridico chiaro ed equo, una sicurezza giuridica per gli investimenti, fornita da codici minerari e petroliferi, fare in modo che il popolo africano benefici dell’estrazione e sfruttamento del petrolio e, cosa più importante, stabilità politica“.
Come no…

Fonti tratte della stampa africana

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Honni soit qui Mali y pense: l’Operazione “Serval”

Leo Camus Geopolintel 16 gennaio 2013

20130117-231822L’11 gennaio il Presidente della Repubblica, senza aver preventivamente informato il Parlamento, ha assunto la responsabilità d’impegnare la Francia, da sola, in un intervento militare in Mali. Un’operazione descritta come “guerra contro il terrorismo” dalla cassa di risonanza mediatica.
Nelle prime ore dei bombardamenti e combattimenti a terra, intorno alla città di Konna nel centro del paese, vi sono stati alcuni morti tra le forze governative del Mali e 148 tra i ribelli. Sul versante francese, un pilota di un elicottero da combattimento Gazelle, il tenente Damien Boiteux del 4° Reggimento Elicotteri di Pau, è stato ferito a morte “da un colpo di arma leggera“, dice il comando, durante un raid aereo contro una colonna di veicoli 4×4… nello stesso momento, nella notte tra venerdì e sabato, questa volta in Somalia, una unità d’azione dei servizi della Direzione di sicurezza esterna ha cercato di liberare l’agente francese Denis Allex, ostaggio da quattro anni, dopo la sua cattura a Mogadiscio nel luglio 2009. La disastrosa operazione è costata la perdita di due uomini, i cui corpi sono stati abbandonati a terra alle milizie al-Shabaab.
Cinque giorni dopo, quando il Primo Ministro finalmente accettava di comparire davanti all’Assemblea nazionale, gli islamisti già prendevano l’iniziativa e lanciavano un’offensiva contro la città di Djabli, a 400 km a nord ovest di Bamako. Nel frattempo, il presidente Holland, resosi brutalmente consapevole dell’isolamento materiale e militare della Francia, si presentava il 15 gennaio ad Abu Dhabi, al fine di sollecitare fondi e aiuti dagli Emirati Arabi Uniti, mentre il quotidiano 20 Minuti si chiedeva, già la mattina dopo, quale sia “la strategia che la Francia dovrebbe adottare per evitare il caos.”

Una guerra a basso costo e all’altezza della gloria presidenziale
Il Comando Operazioni Speciali di Ouagadougou, Burkina Faso, aveva anticipato questa nuova “guerra asimmetrica” predisponendo le forze speciali in Mali? Con quanti ha iniziato? 200 o 300 fanti del 1° Reggimento Paracadutisti della Fanteria di Marina e il 13° Reggimento Dragoni Paracadutisti? Con la logistica aerea degli elicotteri del COS (Gazelle, Cougar, Puma, Tiger), tre dei sei Mirage 2000D del dispositivo Sparviero di base a N’Djamena e inoltre due Mirage F-1, tre C-135, un C-130 Hercules e un Transall C-160? Oltre a utilizzare un drone Harfang basato a Niamey, in Niger, e perfino delle missioni sono state apparentemente compiute da Rafale partiti dalla Francia! [Meretmarine.com]. In riserva vi è il 2° Reggimento Paracadutisti della Legione Straniera, 1.200 uomini di base a Calvi, ma di cui si è annunciato un loro imminente salto a Timbuktu! Magre forze, che danno la dimensione di un’operazione ideata in settimana, e l’ampliamento della sbando morale, finanziario e politico della Francia… Utile, inoltre, è misurare la cucina sondaggista su una  Presidenza poco gradita: un sondaggio di Harris Interactive ha dimostrato che la maggioranza dei francesi, il 63%, sosterebbe l’intervento militare nel nord del Mali. Una miopia o una magistrale  disinformazione esagonale, … una delle due, mio capitano!
In confronto, Sarkozy, che non aveva raggiunto così rapidamente l’inferno della disapprovazione collettiva come Hollande, cioè in sei mesi, tuttavia non era riuscito a raddrizzare la barra dei sondaggi indossando gli abiti del signore della guerra, e tanto meno a ridurre la disistima tra i suoi concittadini, nonostante una nascita particolarmente tempestiva e la sua “sporca guerra” libica… la quale sarebbe stata veramente sordida, soprattutto per la lunghezza con cui si trascina dolorosamente. Inoltre l’operazione in Mali, mal progettata e mal calcolata, che doveva rivelarsi da subito una “guerra lampo”. Ma è ormai chiaro, nonostante le notizie trionfalistiche del dipartimento della difesa, il panico comincia a diffondersi tra gli stati maggiori politici, notando l’unanimità della classe politica nel sostenere i passi della presidenza in un percorso tanto tortuoso quanto pericoloso,  preparandosi psicologicamente ad un impegno di lungo termine.
A questo proposito, le forze francesi vengono portare a 800 uomini, e Parigi chiede vanamente l’aiuto dei suoi alleati europei, che non scalpitano certo per dare il loro contributo all’avventura. In realtà ci sono oggi circa 1.700 effettivi coinvolti nell’operazione, un livello che dovrà rapidamente raggiungere la cifra di 2500… come ha appena annunciato senza mezzi termini Hollande, il 15 gennaio. Inoltre sono anche arrivati dei carri armati come rinforzo dalla Costa d’Avorio, nella notte tra lunedì e martedì.
La situazione quindi è lungi dall’essere chiara, e la via liberata, come sembrava in un primo momento. Dato che l’offensiva contro gli islamisti a Djabali dimostra, senza aver subito gravi perdite, che i nemici dello Stato francese si sono semplicemente dispersi. Delle malelingue arrivano anche dire che le perdite esagonali sarebbero di fatto in gran parte sottovalutate e che non sarebbe stato solo un elicottero, ma due, ad essere stati abbattuti il primo giorno, e non con armi da fuoco, ma con l’aiuto dei lanciamissili tratti dall’arsenale di Gheddafi. Ciò cambierebbe la situazione, e a quanto pare in modo imprevisto.

Il nodo Libia/Mali
E infine di cosa ci lamentiamo? Le armi nelle mani degli islamisti maliani non sono cadute dal cielo: se Parigi, su iniziativa dell’agitatore BH Levy, non avesse condotto la guerra contro la Jamahiriya libica, la guerra del forte contro il debole con l’aiuto dei suoi accoliti euratlantisti, le armi usate contro le nostre truppe, oggi sarebbero sapientemente rimaste chiuse nei loro bunker.
Indubbiamente non bisogna dimenticare che “il movimento separatista del Mali, noto come MNLA, è stato creato in fretta e furia da Mohamed Ag Najem, che controllava un migliaio di mercenari tuareg al servizio del regime di Gheddafi, e che era stato arruolato dai servizi francesi poche settimane prima della caduta di Tripoli. Ag Najem avrebbe tradito Gheddafi accettando di tornare in Mali, non senza avere l’assicurazione da Parigi di rientrare a casa con armi e bagagli pieni di oro e dollari, per svolgere il nuovo ruolo che gli è stato assegnato?” [Oumma.com, 14 gennaio 2013].
E’ importante capire come tutte le guerre occidentaliste contro l’oriente in questi 23 anni, formino un insieme, una sorta di “ingranaggio” di cui converrebbe fermare la sinistra meccanica. Ogni cosa crea e prepara la seguente. La nascita di al-Qaida, e quindi le conseguenti guerre in Afghanistan e in Iraq, è il prodotto diretto della prima guerra del Golfo, che si configurò dall’agosto 1990 con il concentramento di forze statunitensi in Arabia Arabia sulla “sacra terra dell’Islam!“. La Libia, ieri, il Mali, la Siria, non sono che le varie battaglie della stessa guerra che si estende dall’Atlantico all’Indo, dal Mali al Waziristan, le aree tribali del Pakistan, passando per il Darfur e la Somalia…
Ascoltate l’avvertimento dell’ex primo ministro Villepin, l’uomo che ha avuto l’ardire di opporsi alla guerra al Consiglio di Sicurezza, nella primavera del 2003, che ha scritto un articolo pubblicato sul Journal du Dimanche: “Non cedete all’abitudine della guerra per la guerra. L’unanimità nell’andare in guerra, la chiara fretta e gli stantii argomenti della “guerra contro il terrorismo” mi preoccupano. Questa non è la Francia. Impariamo dal decennio di guerre perse in Afghanistan, Iraq, Libia… queste guerre non hanno mai costruito uno Stato forte e democratico. Al contrario,  promuovono il separatismo, il fallimento degli Stati, la legge di ferro delle milizie armate. Queste guerre non hanno aiutato a battere il terrorismo… Dobbiamo porvi fine.” [JDD 13 gennaio].

Incoerenza, contraddizione, arroganza
Per il momento, “il governo francese pretende che questa sia una guerra contro i jihadisti che controllano il nord del Mali, minacciando il paese e l’Europa … In realtà il movimento Ansar al-Din, da non confondere con i veri gruppi terroristici e del jihadismo come AQIM e Mujao, che viene preso di mira dall’intervento, è prima di tutto un movimento di liberazione tuareg. I suoi membri fondatori e i suoi responsabili, a partire dal loro leader Iyad ag Ghali, provengono tutti dal movimento di liberazione tuareg che ha combattuto con le armi in mano, durante gli anni ’80, contro il governo centrale di Bamako. Il movimento aveva deposto le armi nel quadro dell’accordo di Algeri nel 1991.” [Oumma.com 14 gennaio].
Riecheggiando la retorica della “guerra al terrore”, i mass medi esagonali danno uno spettacolo di scarso discernimento e persino di cecità totale: non è la Francia che ha armato, addestrato e controllato il salafismo libico? Chi oggi finanza, addestra e consiglia i fondamentalisti che si battono per la “democrazia” in Siria? Chi pensano di prendere in giro il governo e queste persone della stampa, sostenendo che in Mali combattono quel fanatismo religioso che sostengono e incoraggiano altrove? E’ comunque vero che ora, dopo l’avvio dell’offensiva francese, i briganti islamisti minacciano apertamente di colpire la Francia. Ma possono farlo da soli?
Il DCRI è allertato e deve effettuare retate preventive negli ambienti musulmani radicali: nessuna rete di sostegno, nessun attacco. Si comprenderà che la guerra dell’Eliseo punta a cose molto diverse. Vuole proteggere gli interessi strategici della Francia e, perché no?, i giacimenti di uranio in Niger, ad esempio… o da un punto di vista geopolitico, non è l’Algeria che attraverso il conflitto in Mali viene presa di mira? La protezione di sei mila “cittadini” francesi in Mali costituisce al massimo un fine secondario, e nel peggiore dei casi una comoda scusa, per non parlare dei nostri sette sfortunati ostaggi, già messi tra le perdite e le vittorie!
In definitiva, “i servizi francesi non mantengono regolari contatti con i gruppi terroristici salafiti, come ha recentemente rivelato uno dei leader di AQIM in Mali, Abdelhamid Abou Zeid, certamente al fine di ottenere la liberazione dei loro ostaggi francesi… in cambio di un riscatto sostanziale, utilizzabile per finanziare i gruppi terroristici nelle loro azioni contro il nemico non dichiarato della Francia nella regione: l’Algeria. Nulla impedisce a questo punto di pensare che i servizi francesi non guardino con compiacenza al gioco che altri giocatori regionali giocano attraverso il narcoterrorismo del Mujao, per indebolire l’ingombrante vicina Algeria!” [Oumma.com 14 gennaio].
Domande ovviamente inquietanti. Ma nello sconcertante labirinto degli sporchi trucchi e delle strategie indirette, così come nelle condizioni generali di una zona di guerra, che riguardano l’area islamica “occidentale”, tutto diventa possibile, spiegando un fatto altrimenti incomprensibile: anche il “finanziamento” di elementi in Mali che le nostre truppe devono combattere.

Il triste isolamento della Francia
Washington, Londra e Berlino approvano come si dovrebbe l’intervento francese, ma in realtà nessuno si impegna. Londra “appoggia la decisione francese di fornire assistenza al governo del Mali contro i ribelli“, ha annunciato William Hague, ministro degli esteri di sua disgraziata Maestà, scrive sul suo account Twitter! Restando al “supporto puramente politico” a prescindere dagli aerei cargo prestati pro forma.
Riguardo “la Germania, una settimana prima delle celebrazioni a Berlino dei 50 anni del Trattato dell’Eliseo, non può intervenire perché l’esercito tedesco è senza fondi e senza fiato“… è esaurito dalle “operazioni in Afghanistan, che non sono però neanche una guerra esse stesse. Gli unici paesi europei che hanno ancora la capacità di compiere questo tipo di intervento sono la Gran Bretagna e la Francia… Berlino ha fatto il massimo del possibile fornendo a Parigi un ampio sostegno politico (1)”. [AFP 15 gennaio 2013]. La cancelliera Merkel, “spesso definita la regina d’Europa“, s’è murata dietro un notevole silenzio fin dall’inizio delle operazioni. Credendo che le questioni della “sicurezza europea”, perché è da ciò che proviene la domanda: si contrasta una “minaccia terroristica”?, probabilmente non la riguardino.
Da parte loro, gli Stati Uniti prevedono di fornire supporto logistico… In realtà dei droni dell’AFRICOM, il Comando Africa degli Stati Uniti basato a Stoccarda, che sorvolano le sabbie a sud del Sahara. Tuttavia, nonostante l’arrivo annunciato dei primi soldati nigeriani, ne sono previsti 900, le forze dell’ECOWAS non dovrebbero essere operative prima di settembre! Un totale di 3000 soldati deve provenire da Nigeria, Niger, Burkina Faso, Togo, Senegal, Ghana, Guinea, Benin e forse Ciad e Mauritania, sì … ma quando? A questo punto la Francia è destinata a essere sola e a scontare un conflitto di cui ovviamente non ha ben valutato la dimensione reale, e che non è ovviamente in grado di finanziare da sola… tranne che sovraccaricando un po’ più le tasse e le imposte sulle imposte, così splendidamente illustrate dal “prezzo del carburante alla pompa!”

Un contesto per l’intervento piuttosto torbido, al limite della legalità internazionale
Il presidente Holland ha giustificato la sua decisione di intervenire in Mali rispondendo all’appello del governo del Mali. E infatti il presidente ad interim del Mali, Dioncounda Traore, ha chiesto alla Francia di fermare i ribelli di Ansar al-Din che avanzando occupavano Konna. Ciò che il governo e i media francesi hanno dimenticato di dire è che questo presidente del Mali non ha alcuna legittimità per richiedere un qualsiasi intervento militare da parte di una potenza straniera sul suolo del Mali. Perché è solo un presidente ad interim, nominato di concerto con l’Unione africana e gli Stati dell’Africa occidentale, e soltanto per restaurare rapidamente l’ordine costituzionale, dopo il colpo di stato del capitano Amadou Sanogo.” [Oumma.com 14 gennaio].
Nella vecchia Africa, la storia non balbetta più, divaga… I leader eletti del Mali (solo la stampa e il Quai d’Orsay ancora parlano di “governo legittimo”) sono stati rovesciati da un colpo di stato militare. Il presidente facente funzione, Dioncounda Traoré, che ha chiamato in soccorso le forze francesi, non ha che una legittimità di facciata… ma comunque sufficiente affinché Parigi  s’imbarchi in questa nuova galera.
Un (presidente) interinale messo al potere con l’unica ragione dell’incapacità del colpo di stato militare di bloccare la partizione del paese, “l’accordo firmato dal capo della giunta, il capitano Amadou Sanogo e dal ministro degli esteri burkinabé Djibril Bassolé, rappresentante di ECOWAS, prevede che la Corte costituzionale constati la vacanza della presidenza e il potere di investire ad interim il Presidente dall’Assemblea nazionale.” Soggetto disponibile a “misure legislative che accompagnino la transizione, tra cui un’amnistia generale per i membri del CNRDRE [la giunta] e loro associati, nonché la revoca delle sanzioni dell’ECOWAS.” Il Mali era apparentemente, dopo la caduta di Moussa Traoré nel 1991, considerato un modello di democrazia in Africa. Infatti “la presunta democrazia del Mali era più costosa della dittatura di Moussa Traoré. L’ingiustizia, la corruzione, l’impunità, l’arricchimento illecito erano  istituzionalizzati con la democrazia. Lo Stato è uscito completamente screditato. L’epoca della dittatura del partito costituzionale ha lasciato il posto ad una moltitudine di partiti costruiti intorno a singole ambizioni individuali, senza avere funzioni democratiche. In sintesi, una coalizione di interessi più o meno sordidi! L’era democratica… è stata il festival dei briganti (3)”!
Che la democrazia sia il grembo fertile del caos non mette in dubbio ciò che abbiamo tratto dalle nostre esperienze, o peggio, da ciò che è stato imposto con la forza in Afghanistan, Iraq, Libia, e presto, forse molto presto… in Siria (Non ci sperare! NdT). Rimane una domanda, interessante quanto fastidiosa, grazie a Hollande, il destino del Mali sarà diventare una nuova Somalia? La risposta nei prossimi mesi…

Note
(1) Oumma.com 14 gennaio 2013 “Le menzogne della propaganda nella guerra francese in Mali.”
(2) ECOWAS – Comunità economica dell’Africa occidentale. Organizzazione economica stabilita dal trattato di Lagos del 28 maggio 1975, che riunisce quindici Stati dell’Africa occidentale: Benin, Burkina Faso, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, Sierra Leone e Togo. Il suo obiettivo principale è promuovere l’integrazione economica e del mercato intra-regionale. Nell’aprile 1990, ECOWAS si è dotata di una forza di interposizione, ECOMOG, per intervenire in Liberia, Guinea-Bissau e Sierra Leone (Encyclopædia universalis).
(3) Issa Ndiaye ex ministro dell’istruzione del presidente Amadou Toumani Toure ed ex ministro della cultura e ricerca scientifica del primo governo del presidente Alpha Konaré – L’intelligent d’Abidjan 16 ottobre 2012

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 142 follower