Il controllo della popolazione è una politica anti-capitalista?

I contadini poveri sono da biasimare?
Ian Angus e Simon Butler Links, 10 marzo 2013

population-controlClimate & Capitalism, ha pubblicato su Links International Journal of Socialist Renewal, la risposta a un articolo apparso su Dissident Voice il 17 febbraio 2013. Abbiamo presentato la nostra risposta il 24 febbraio, ma gli editori non l’hanno accettata e neanche avuto la cortesia di rispondere a una e-mail che avevamo inviato una settimana dopo. Dal momento che da allora hanno pubblicato articoli scritti molto tempo dopo la nostra risposta, possiamo solo concludere che DV non vuole pubblicare una critica a uno dei loro redattori. Si potrebbe pensare che una pubblicazione che si dica dedicata a “sfidare distorsioni e menzogne della stampa imprenditoriale“, accoglierebbe con favore una sfida alle distorsioni che essa pubblica. Ma a quanto pare non è così.

KISSINGER_DEPOPULATIONLa crescita della popolazione è una delle principali cause della crisi ambientale globale? Nel nostro libro, Too many peoples? (Haymarket Books, 2011), si sostiene che “gli ambientalisti che promuovono il controllo delle nascite e/o politiche anti-immigrazione come soluzioni ai problemi ambientali, fraintendono profondamente la natura della crisi“. Siamo d’accordo con il rinomato ambientalista Barry Commoner: “L’inquinamento non inizia nella camera da letto, ma nella sala del consiglio di amministrazione.” John Andrews, che il blog Dissident Voice ospita regolarmente, non è d’accordo. Ci definisce “negazionisti della sovrappopolazione” e ci accusa di avere fede ingenua nella buona volontà delle aziende, un’accusa che sicuramente sorprenderà chiunque abbia familiarità con le nostre opinioni. In una recente risposta di 4600-parole ad un articolo di 960 che abbiamo scritto per Grist, attribuisce la responsabilità dei problemi ambientali su alcuni dei popoli più poveri del mondo, dimostrando profonda incomprensione della natura del potere corporativo, e proponendo soluzioni che fanno più male che bene.

Reminiscenze africane
Andrews comincia con la storia della sua infanzia in quella che lui chiama ancora Rhodesia, anche se è lo Stato dello Zimbabwe da più di trent’anni. Ha frequentato la scuola, privilegio negato alla maggioranza nera, durante il brutale regime d’apartheid del capo razzista Ian Smith. La narrazione di Andrews dimostra perché i più seri scienziati sociali trattano le prove aneddotiche con scetticismo e cautela. Può aver visto le cose che descrive, ma lui non le capiva allora, e non le capisce ora. Andrews ha detto che lui e i suoi compagni di classe andavano in campagna a vedere il contrasto tra le “erbe naturali e ogni sorta di alberi selvatici, sani e arbusti, in fiore” in una azienda agricola a conduzione bianca e la “dura terra cotta dal sole, con appena una striscia di erba” nella cosiddetta Land Trust tribale, al di là di un recinto di filo spinato. Probabilmente i suoi insegnanti intendevano così insegnare la superiorità innata degli europei sui distruttivi africani, ma Andrews dice che ne trasse una conclusione diversa. Dal punto di vista tribale, ci dice, “la gente viveva più o meno lo stesso modo in cui l’aveva fatto per secoli“, avevano grandi famiglie perché era “semplicemente loro costume” e senza pensarci, incrementarono le loro mandrie di bestiame al di là delle capacità del territorio. La terra è stata distrutta dalla sovrappopolazione.
Vi sono tante cose sbagliate in questa immagine che è difficile sapere da dove cominciare. Lungi dal vivere “come avevano fatto per secoli“, gli abitanti del villaggio che videro Andrews vivevano nelle condizioni imposte dagli imperialisti britannici dopo la conquista della zona, allora si chiamava Matabeleland, nel 1890. Dopo l’invasione, ogni soldato britannico ebbe il permesso di fondare una fattoria di 6.000 acri di terra dei popoli Shona e Ndebele. In un solo anno, gli europei sottrassero oltre 10.000 chilometri quadrati di fertili terreni agricoli, insieme a un numero imprecisato di capi di bestiame. Tra il 1899 e il 1905, gli inglesi trasferirono forzatamente più della metà della popolazione africana dalle loro terre tradizionali, in riserve nelle pianure aride. Altri furono costretti a spostarsi nei decenni successivi. Una legge del 1930 impediva agli africani di possedere terre al di fuori delle riserve. Quando Andrews era un bambino, quasi tutti gli africani furono stipati sul 25% del Paese, mentre circa 4500 famiglie bianche possedevano il 70% delle terre più fertili. Il modo tradizionale di vita nel Matabeleland fu distrutto. Le procedure tradizionali per governare i beni comuni e la gestione di mandrie comuni, scomparvero senza lasciare nulla al loro posto. L’opzione dell’agricoltura moderna non era disponibile, perché le banche di proprietà dei bianchi non avrebbero prestato denaro agli agricoltori africani per miglioramenti o attrezzature agricole, e le scuole agricole non ammettevano studenti africani.
Il ben conservato paesaggio che Andrews ha visto in una fattoria bianca, aveva molto a che fare con i programmi fondiari, finanziati dal governo, per il miglioramento, la formazione, l’irrigazione, il drenaggio e la costruzione di strade, servizi che non venivano forniti nelle aree africane. Nei tre decenni che seguirono la seconda guerra mondiale, il governo dei coloni bianchi utilizzò il “sovraffollamento” come scusa per confiscare oltre un milione di bovini agli africani che vivevano in riserve disperatamente povere. Nello stesso periodo, trasferirono con la forza altre 100.000 persone in quelle stesse riserve. Così, quando Andrews sogghigna per gli africani che speravano di avere molte figlie, perché cpsì avrebbero ricevuto del bestiame come dote, e dice che avere una famiglia numerosa “non è una necessità economica“, si rende volontariamente cieco. La “sovrappopolazione” delle cosiddette terre tribali non aveva nulla a che fare con i tassi di natalità, ma con tutto ciò che il brutale sistema di dominio coloniale fece per rendere possibile l’infanzia privilegiata di Andrews.
Il tentativo di spiegare la complessità dei problemi umani contando i bambini, ed ignorando il contesto storico, sociale ed economico, è una caratteristica fondamentale dell’ideologia “populazionista”. La versione di Andrews è più cruda rispetto alla maggior parte, ma tutt’altro che unica.

“Populazionismo” anticapitalista?
Nel suo classico del 1974, sullo studio dei programmi di riduzione della popolazione in India, ‘Il mito del controllo della popolazione’, l’accademico ugandese Mahmood Mamdani conclude che “il controllo della popolazione senza un cambiamento fondamentale nella sottostante realtà sociale è, infatti, un’arma della politica conservatrice“. Abbiamo ampliato questo punto in Too Many People?
Per più di due secoli, l’idea che i mali del mondo siano causati da persone povere che hanno troppi bambini, è stato un notevole successo nell’impedire un cambiamento dando la colpa della povertà e dell’ingiustizia alle vittime dell’ordine sociale esistente. Aggiungendo la distruzione ambientale ai crimini alimentati dai poveri, ci continua questo processo, distogliendo l’attenzione dai veri vandali ambientali.”
Andrews sostiene esattamente il contrario, affermando che la crescita della popolazione è il fondamento di tutto il sistema capitalistico, che “il profitto che guida le varie corporazioni realmente responsabili della distruzione ambientale, dipende interamente dal numero di esseri umani“. Quindi, dice, la riduzione della popolazione è una misura progressiva. “Se ci fossero meno persone per lo sfruttamento e il consumo, i profitti sarebbero più piccoli, e sicuramente questo è il cuore del problema” Ridurre la popolazione mondiale non solo “darà benefici al pianeta“, ma “dovrebbe anche cominciare a provocare la scomparsa delle aziende“. Va oltre, sostenendo che il potere aziendale non può essere ridotto senza la riduzione della popolazione. “Se il potere delle imprese è sempre da controllare, il collegamento diretto tra la loro forza trainante e la fonte di energia chiave, il massimo profitto, e una popolazione umana sempre in crescita deve essere compresa chiaramente.” La gente come noi, che si oppone al controllo della popolazione, non solo aiuta ad “uccidere il pianeta“, ma anche “gioca a vantaggio di tutto il mondo aziendale”.
Un evidente esempio reale contraddice la sua teoria. Nel corso degli anni in cui la draconiana “politica del figlio unico” è stata in vigore, la Cina ha abbracciato il capitalismo, sperimentando tassi di crescita economica fenomenali, un bel balzo di disuguaglianze sociali ed enormi problemi ambientali. Rallentare la crescita della popolazione non ha assolutamente protetto il territorio, l’aria o l’acqua cinesi dall’inquinamento industriale, né ha causato “la scomparsa delle aziende”. E’ anche degno di nota che la Corea del Sud, con un tasso di natalità molto al di sotto del livello di sostituzione, è una delle economie capitaliste in più rapida crescita del mondo. Ne il capitalismo è in pericolo imminente in Giappone, dove la popolazione è in calo da alcuni anni. Ovviamente il capitalismo necessita di lavoratori e clienti, ma l’idea che i profitti dei capitalisti siano “completamente dipendenti dal numero di esseri umani” è semplicemente assurda, è come l’idea che la riduzione della popolazione, in qualche modo, indebolisca il sistema.
Sul fronte della produzione, anche una più alta intensità di lavoro nelle industrie può sostituire le persone in caso di necessità. Per esempio, nel 1930 il 21% della popolazione degli Stati Uniti  lavorava nel settore agricolo, oggi meno del 2%, anche se una popolazione più grande di due volte  compra generi alimentari. La sostituzione delle persone con le macchine, sostituendo lavoro morto al lavoro vivo, come direbbe Marx, è una costante del capitalismo.
Sul fronte dei consumi, un’enorme crescita delle vendite è stata ottenuta non vendendo a più clienti, ma utilizzando una varietà di mezzi per garantirsi che i clienti esistenti debbano comprare di più. Una statistica dice, secondo l’US Environmental Protection Agency, che tra il 1960 e il 2007, il volume dei prodotti usa e getta nelle discariche comunali è cresciuto oltre due volte più velocemente della popolazione. Da oltre 50 anni, i prodotti per lo smaltimento immediato, o che non possono essere riparati, hanno generato una crescita delle vendite di gran lunga superiore alla crescita della popolazione. E questo è solo una parte della storia. La corsa del capitalismo alla crescita non è una corsa a più clienti, ma una corsa a maggiori profitti, e le aziende hanno innumerevoli metodi per raggiungere tale obiettivo, non importa ciò che accade al tasso di natalità.  L’approccio semplicistico di Andrews, minor numero di persone uguale a meno vendite, quindi, uguale ad aziende più deboli, fraintende del tutto ciò che è accade, e distoglie l’attenzione dei progressisti su “soluzioni” che non avranno alcun effetto sul potere delle organizzazioni e delle persone che distruggono l’ambiente globale.

Che cosa si deve fare?
Forse la strana caratteristica dell’articolo di Andrews è la contraddizione tra la gravità che attribuisce al problema e la debolezza delle soluzioni da lui proposte. Da un lato, dice che “la sovrappopolazione umana… è il singolo fattore più importante che contribuisce alla distruzione umana dell’ambiente“. Si tratta di “uccidere il pianeta“. Dice che la Terra è sovrappopolata dai “secoli XVI o XVII” e, forse, da molto prima. Se lo crede veramente, avrebbe dovuto esigere un’immediata azione drastica. Per tornare ai livelli del XVI secolo, sarebbe necessario un programma accelerato per eliminare più di 6 miliardi di persone, e molto rapidamente. Ma non propone una cosa del genere. Al contrario, vuole una campagna di propaganda (lui la chiama educazione, ma questo è un eufemismo) per promuovere una politica volontaria dei due figli. Se lo facciamo, dice, “la popolazione del pianeta dovrebbe almeno smettere di crescere e fermarsi più o meno a questo livello… In altre parole, una famiglia di due figli sarebbe più che sufficiente per essere efficaci.
Ci scusi? Se ciò che Andrews ha scritto sulla sovrappopolazione è vero, allora ciò che sta sostenendo è la sovrappopolazione permanente, garantendo la distruzione della vita sulla Terra in un futuro non lontano. Mette in guardia dall’apocalisse della sovrappopolazione, e quindi propone misure che non possono impedirla. Il problema di Andrews, e di molti gruppi populazionisti che prendono una posizione simile, è che non esiste un modo umano, n’è un modo che rispetti i diritti umani, per ridurre il numero di esseri umani ai livelli che loro propagandano essere necessari. Anche la brutale politica del figlio unico in Cina ha rallentato, e non invertito, la crescita. Ecco perché così tante apparentemente volontarie campagne di riduzione della popolazione, si sono trovate ad utilizzare varie forme di coercizione, al fine di raggiungere gli obiettivi demografici promessi dai loro sponsor. Ed è per questo che Andrews qualifica la sua affermazione dicendo che le misure volontarie sono sufficienti, scrivendo: “Io non credo che ci sia bisogno, comunque, di costringere le persone a limitare il numero di figli“: quella parolina “comunque”, la dice lunga. Ogni volta che il controllo della popolazione è all’ordine del giorno, i diritti umani delle persone ritenute un “surplus” sono sempre in pericolo.

Un diversivo pericoloso
La crisi ambientale richiede un’azione rapida e decisiva, ma non possiamo agire con efficacia se non capendone chiaramente le cause. Se una malattia viene mal diagnosticata, nella migliore delle ipotesi si perde tempo prezioso con cure inefficaci, nel peggiore dei casi, faremo ancora più danni. L’articolo di Andrews è un esempio calzante. Perché separa la crescita della popolazione dal suo contesto storico, sociale ed economico, le sue spiegazioni blaterano di grande è brutto e più grande è peggio, e le sue soluzioni sono altrettanto semplicistiche. Se gli ambientalisti adottassero il suo approccio, non solo saranno inefficaci, ma invece di affrontare i veri eco-vandali, si scaglierebbero contro le vittime della distruzione ambientale, le persone che, come abbiamo scritto nel nostro articolo per Grist, “non distruggono le foreste, non cancellano le specie in via di estinzione, non inquinano i fiumi e gli oceani, e non emettono essenzialmente nessun gas serra“.
Il sistema capitalista e il potere dell’1%, e non la dimensione della popolazione, sono le cause profonde della crisi ecologica attuale. Se non capiamo questo, non riusciremo mai a fermare la distruzione ambientale.

[Ian Angus e Simon Butler sono i co-autori di Too Many People? Population, Immigration, and the Environmental Crisis, pubblicato da Haymarket Books nel 2011. Ian edita il giornale online Climate & Capitalism. Simon scrive per il quotidiano australiano Green Left Weekly.]

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le celebrità anti-moderne contro il nuovo Brasile

James Cameron e altri ricchi Hollywoodivi hanno torto se pensano di poter continuare a infastidire il Brasile
John Conroy Spiked-online, 6 febbraio 2012

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Schwarzenegger, il capotribù kayapo e Cameron

Il regista James Cameron, direttore di Terminator, Titanic e, più recentemente di Avatar, lavora oramai a un notevole side-project da alcuni anni. Ma gli appassionati del cinema di Cameron non dovrebbero sperarci, però. Questo side-project è più politico che cinematografico. Ha cercato di impedire al governo brasiliano di costruire a Belo Monte la terza più grande diga idroelettrica del mondo, sul fiume Xingu che attraversa la foresta pluviale amazzonica.

Che un regista occidentale abbia un tale interesse per ciò che accade nelle regioni interne brasiliane non è una cosa senza precedenti. Da qualche tempo, dalla ‘Foresta di smeraldo’ di John Boorman (1985) o da Medicine Man di John McTiernan (1992), diversi cineasti trattano delle foreste del Brasile come fonte per scenografie e attori con cui impostare e girare le loro favole sulla distruzione ambientale. Ma Cameron è leggermente diverso. Quando girò Avatar nei tardi anni 2000, dopo aver scritto la sceneggiatura 15 anni prima, la sua storia della civiltà tecnologica contro la natura e le popolazioni indigene faceva a meno delle foreste reali in favore di quelle in CGI (computergrafica. NdT). Il risultato è stato un racconto moralistico ambientalista presentato nelle pennellate digitali più vivide, ampie e semplicistiche. Ma Cameron non si è fermato lì. Invece ha deciso di partire dal suo mondo in CGI prendendo sul serio le sue inconsistenti fantasie.
Nell’aprile 2010, mentre il governo brasiliano procedeva alla concessione di una licenza ambientale per il progetto della diga di Belo Monte, Cameron colse l’occasione. Si può notare nell’appello di Cameron: il conflitto lanciato dai gruppi indigeni e dalle ONG contro una diga che fornirebbe energia alle società minerarie della foresta amazzonica, sembrava replicare il racconto ecologico- morale di Avatar. Fu così che Cameron, seguito da star del cinema come Sigourney Weaver, l’allora governatore della California Arnold Schwarzenegger e l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, si mise al fianco del gruppo indigeno Kayapo nella campagna contro la diga. A seguito delle proteste, la Procura Federale Brasiliana sospese il processo di autorizzazione e Cameron poi produsse il documentario celebrativo ‘Messaggio da Pandora’ (un riferimento al pianeta immaginario di Avatar). Per Cameron, il suo racconto moralistico in CGI diveniva realtà.
Dopo l’intervento di alto profilo di Cameron, la pressione internazionale iniziava a montare sul governo brasiliano. La Commissione interamericana per i diritti umani dell’Organizzazione degli Stati americani (OSA) ha chiesto che il progetto della diga sia sospeso a causa del presunto danno che avrebbe inflitto ai gruppi indigeni. Una potente lobby in Brasile, ispirata dalla campagna virale ‘non voto’ di Leonardo DiCaprio, ha deciso di utilizzare la televisione e internet per minare i progressi del progetto della diga, con il canale televisivo Globo e i suoi più popolari attori di soap-opera che producevano una serie di video e annunci che attaccano la diga. Come DiCaprio e i suoi amici stelle delle soap-opera, come Corda incantata, Mordi e soffia, Quel bacio, Macho Man e Cuore insensibile, hanno assunto un tono di tale finta incredulità verso chiunque possa sostenere la diga o pensi che sia un bene per la nazione. In una trasmissione particolarmente beffarda, due attori hanno deriso il consumo di energia del loro stesso pubblico televisivo, mentre nutrono la loro dipendenza dalle soap opera. Ma poi è successo qualcosa di molto curioso.
Un’altra tribù brasiliana, che di solito ha così paura di farsi vedere al di fuori del suo habitat naturale, ha reagito. Dei giovani studenti universitari e i loro professori hanno girato un film, a zero costi di produzione, che mina ogni argomento usato da Cameron, ONG, Kayapo e TV Globo. Questi sono i miti che contesta:
• Gli indiani non hanno un posto dove vivere. In realtà, uno studente della Brasilia University, che ha fatto ben poco altro che studiare l’impatto del progetto sulle terre indigene, ha risposto che non una delle terre indigene della regione verrà inondata. Ci sono 12 territori indigeni vicino al progetto, su un’area di 56.000 chilometri quadrati, con 2.200 persone indigene che ci vivono. E’ due volte e mezzo il Galles. Trenta riunioni consultive si sono tenute nei villaggi tribali e sono state videoregistrate.
• La diga e le sue riserve inonderanno e distruggeranno 640 chilometri quadrati di foresta pluviale. Non esattamente. Il bacino si estenderà su una superficie di 502,8 chilometri quadrati, di cui 228 chilometri quadrati sono già nel corpo del fiume stesso.
• La diga prosciugherà d’acqua il Parco Nazionale Xingu. Questo non è vero. Gli studenti hanno prodotto una mappa che rivela che il parco sul fiume è di fatto a 1300 km a monte della diga.
• Per otto mesi all’anno la regione a monte della diga è quasi un deserto, e renderà la diga inefficiente e in grado di generare solo un terzo della sua capacità installata. L’implicazione qui è che ci sia acqua sufficiente per azionare le turbine a piena potenza. Tuttavia, durante il periodo dell’anno dell’acqua alta, il fiume riversa 28 million litri di acqua al secondo sulle turbine, creando una straordinaria produzione di energia, potenziale, di 11.233 megawatt (MW). Anche a livelli più bassi il fiume, ad ottobre, offre 800.000 litri al secondo. La produzione  media annua di energia di Belo Monte sarà di 4.571 MW, ovvero il 41 per cento della capacità di produzione potenziale, non un terzo. Questo alimenterà il 40 per cento del consumo totale di energia residenziale del Brasile.
• Se guarderemmo meno televisione non avremmo bisogno della diga. Questa è pura fantasia. Il Brasile per raggiungere solo il cinque per cento di crescita del PIL annuo tra il 2010 e il 2020, dovrà aumentare del 60 per cento la sua capacità di produzione d’energia, da 460million a 730 milioni megawatt. Guardare meno la TV avrebbe fatto poca differenza su tale domanda di energia.
• Una soluzione migliore sarebbe l’energia eolica e solare. Sì, il costo della diga dovrebbe essere di 13 miliardi di dollari. Ma né vento né l’energia solare sono opzioni migliori. Infatti, per produrre la stessa energia dal vento, costerebbe 23 miliardi dollari; con la tecnologia solare costerebbe 153 miliardi di dollari.
Come gli studenti, il governo brasiliano non era disposto a tollerare questi attacchi pigri e privi di fondamento da Cameron e Co. Non solo ha rifiutato la richiesta dell’OSA di sospendere il progetto, ma ha ritirato il suo ambasciatore dall’OSA e ha sospeso tutti i finanziamenti all’organizzazione. Questo mese, la diga ha avuto il via libera. La fiducia del Brasile e l’indignazione creativa degli studenti riflette una nuova fiducia in se stessi, derivanti da tassi di crescita straordinari del Paese e dal desiderio palpabile di sviluppare il proprio potenziale economico.
In passato le cose erano diverse. Nel 1985, John Boorman girò il film ‘Foresta di smeraldo‘, un assalto frontale contro la promessa di sviluppo presentata dall’energia e dall’industria in Amazzonia. Racconta la storia del rapimento del figlio di un ingegnere statunitense nella diga, da parte degli indiani dell’Amazzonia. Anni dopo, l’ingegnere ritorna e, invece di salvare suo figlio, si unisce al giovane Tommie per combattere a fianco degli indiani. Tre anni dopo la ‘Foresta di smeraldo’, Sting e le ONG verdi montarono un’influente campagna internazionale contro il progetto di Belo Monte (allora conosciuto come il progetto della diga Kararao) e riuscì, in alleanza con il gruppo degli indigeni Kayapo, a costringere la Banca mondiale a ritirare il prestito per il progetto. Il film e la campagna furono parte di un crescente movimento verde che fabbricò la finzione della foresta amazzonica e delle popolazioni indigene come simboli di un mondo incantato, moralmente  superiore e privo dell’influenza della modernità distruttiva.
Naturalmente, l’allora campagna anti-diga poté fruttare i problemi economici del Brasile. Nei primi anni ’80, i creditori stranieri avevano rifiutato l’invio di capitali a un Brasile fortemente indebitato, e il Paese fu costretto ad accettare un programma di austerità del FMI. Dopo anni di crescita esponenziale, il Brasile era un gigante umiliato che dipendeva dalla Banca mondiale per gli investimenti, in particolare riguardo le sue infrastrutture. Oggi, tuttavia, la situazione è cambiata. Cameron e i suoi amici sbattono contro un muro di mattoni.
Purtroppo, questo rimprovero a James Cameron e soci arriva dopo che danni considerevoli sono già stati inflitti al progetto. Anche se Cameron dovrà limitare le sue fantasie anti-sviluppo ad Avatar 2 e 3, Belo Monte ha subito forti riduzioni in dimensioni e impatto. Il progetto originale risale a oltre 30 anni fa. Nel 1979, il piano prevedeva sei dighe, rispetto alle due che rimangono oggi, con quattro dighe a monte per il controllo del livello delle oscillazioni del fiume, in modo da massimizzare la produttività delle turbine a valle. Dopo la campagna contro la diga ispirata da Sting nel 1989, le  dimensioni del bacino sono state ridotte di due terzi. L’ultima campagna ha ridotto ancora di più le sue dimensioni e capacità di potenza.
Ogni economia moderna sfrutta l’energia idroelettrica, a causa del suo basso costo e della sua abbondanza. Tuttavia il Brasile, che possiede alcuni dei più grandi sistemi fluviali del mondo, ha utilizzato meno della metà dei suoi 800TWh economicamente sfruttabili di energia idroelettrica. Nel 1979, i piani nazionali prevedevano 279 dighe da costruire entro il 2010, ma solo 158 furono completate. Oggi, la Presidente Dilma Rousseff ha deciso di assecondare la crescente domanda di l’energia per l’industria e i consumi interni del proprio Paese. Questo mese, ha annunciato l’inizio della costruzione di ulteriori 61 centrali idroelettriche, la maggior parte delle quali nella regione amazzonica. Fa parte del secondo piano di crescita accelerata del Brasile, PAC2. In un sondaggio, più della metà del Paese sostiene Belo Monte, ma ancora il ministro dell’Energia del Brasile ha sentito la necessità di offrire una scusa e un costoso ramo d’olivo a James Cameron: ‘Questo nuovo modello di dighe idroelettriche è quasi come un film di fantascienza, ricordandoci Avatar. ‘ Le dighe saranno costruite con enormi piattaforme petrolifere, per evitare un permanente sviluppo e impatto umano sulla foresta. Le linee di trasmissione sono sospese sopra la boscaglia e tutti i lavoratori saranno trasportati in elicottero, rendendo le strade inutili.
Oggi, il Brasile non è in vena di farsi fermare, ma ancora deve andare adottare misure straordinariamente difensive per placare i fantasisti anti-sviluppo, sia nazionali che esteri.

John Conroy è un produttore televisivo, regista e giornalista.

* Tutte le ricerche da parte degli studenti possono essere verificate presso i siti web International Rivers, Norte Energia e della coalizione di ONG ambientali amazzonici ed organi governativi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Spazio nucleare 2012

Karl Grossman Enformable 13 Aprile 2012

Lo schianto della scorsa settimana di un drone statunitense sulle isole Seychelles, il secondo incidente di un drone statunitense alle Seychelles in quattro mesi, sottolinea la follia mortale del piano degli scienziati dei laboratori nazionali degli Stati Uniti e della Northrop Grumman Corp. riguardante i droni a propulsione nucleare.
Il drone che “è rimbalzato un paio di volte sulla pista” nel Seychelles International Airport, il 4 aprile, “prima di finire” in mare, secondo una dichiarazione della Civil Aviation Authority delle Seychelles, era a propulsione convenzionale. Dalle isole dell’Oceano Indiano i droni degli Stati Uniti volano sulla Somalia e anche sulle acque al largo dell’Africa orientale, alla ricerca di pirati. Ma l’uso di energia nucleare per i droni degli Stati Uniti è stato “positivamente valutato dagli scienziati del Sandia National Laboratories e della Northrop Grumman Corp.”, ha rivelato Steven Aftergood, del Progetto sulla segretezza del governo della Federazione degli scienziati americani, il mese scorso.
Il loro rapporto ha detto che “i progetti tecnologici e dei sistemi sono stati valutati … ma non sono mai stati applicati in precedenza sui velivoli senza equipaggio” e l’”uso di queste tecnologie” potrebbe fornire “prestazioni del sistema senza paragoni con le tecnologie esistenti.” E’ riconosciuto, tuttavia, che “le attuali condizioni politiche non consentono l’uso dei risultati.” Così “è dubbio che saranno utilizzati in un futuro a breve o a medio termine.”
Basti pensare se i due droni che si sono schiantati alle Seychelles, avessero utilizzato il nucleare, e se all’impatto il combustibile radioattivo che avrebbero potuto contenere, si fosse sparso. Oppure, si pensi se i droni fossero precipitati altrove, in Somalia, per esempio, fornendo materiale nucleare per chi volesse avere una “bomba sporca“. I droni, non troppo per inciso, hanno una serie di frequenti incidenti.
Il drone a propulsione nucleare apparentemente non va avanti da nessuna parte, ora, a causa delle “considerazioni politiche attuali.” Ma altri sistemi che utilizzano la propulsione nucleare, e che anche minacciano una catastrofe nucleare, sono sul tavolo di progettazione e alcuni progrediscono.
Questi includono:
- Un nuovo piano dell’Aviazione degli Stati Uniti che sostiene “il volo con motore nucleare“, dal titolo Energy Horizons, emesso a gennaio, afferma che “l’energia nucleare è stata impiegata su diversi sistemi satellitari” e “questa fonte fornisce una potenza costante … con una molto più alta energia e densità di potenza rispetto alle tecnologie attuali.” E ammette che “l’attuazione di tale tecnologia deve essere valutata con dei possibili esiti catastrofici.” Infatti, il peggior incidente che ha coinvolto un sistema spaziale nucleare degli Stati Uniti si è verificato con la caduta sulla Terra, nel 1964, di un satellite alimentato da un generatore termoelettrico a radioisotopi o RTG, lo SNAP-9A. Non riuscì a raggiungere l’orbita e cadde sulla Terra, la disintegrazione nell’atmosfera causò la dispersione del suo combustibile al Plutonio-238, sotto forma di un’ampia nube di polvere sulla Terra. Il dr. John Gofman, professore di Fisica Medica presso l’University of California, Berkeley, collegò l’incidente dello SNAP-9A ad un aumento globale nel cancro ai polmoni. Il rapporto dell’Aviazione considera l’energia nucleare una fonte di energia che l’aiuterà a raggiungere la “massima quota fondamentale“, fornendo “l’accesso a ogni parte del globo, comprese le aree negate”.
- “Un innovativo sistema di navigazione spaziale a propulsione nucleare russa, sarà pronta entro il 2017, e spingerà una nave in grado di compiere lunghe missioni interplanetarie entro il 2025“, aveva riferito, la scorsa settimana, l’agenzia russa RIA Novosti. L’articolo del 3 aprile, intitolato “Plutonio su Plutone: novità sul volo spaziale nucleare russo“, diceva, “Il motore nucleare della potenza di megawatt, funzionerà per un massimo di tre anni e produrrà 100-150 kilowatt di energia, a potenza normale.” E “sviluppato presso Skolkovo, polo tecnologico avanzato della Russia, dove il direttore del programma nucleare Dennis Kovalevich ha confermato la svolta.” Ha detto, “gli scienziati si aspettano di iniziare a sviluppare il nuovo motore tramite test operativi, già nel 2014.” In precedenza, RIA Novosti aveva riferito che il direttore di Roscosmos, l’agenzia spaziale russa, riteneva che lo “sviluppo di sistemi a energia nucleare, della potenza di megawatt, per veicoli spaziali con equipaggio umano, è determinante se la Russia vuole mantenere un vantaggio competitivo nella corsa allo spazio, compresa anche l’esplorazione della Luna e di Marte.” Si dice che anche l’azienda spaziale russa Energija, sia “pronta a progettare una centrale nucleare spaziale, con una vita utile di 10 a 15 anni, da collocare inizialmente sulla Luna o su Marte.” Il peggior incidente che coinvolse un sistema spaziale nucleare sovietico o russo, fu la caduta nel 1978 del satellite Cosmos 954, alimentato da un reattore nucleare. Disperse nell’atmosfera detriti radioattivi per oltre 77.000 miglia quadrate, sui Territori del Nordovest del Canada.
- Gli Stati Uniti stanno avviando di nuovo la produzione di Plutonio-238 per uso spaziale. Negli ultimi anni, gli Stati Uniti avevano smesso di produrre Plutonio-238. E’ 270 volte più radioattivo rispetto al più comunemente conosciuto plutonio-239, utilizzato come combustibile per le bombe atomiche, e quindi la sua realizzazione ha prodotto un significativo inquinamento radioattivo. Invece, hanno ottenuto Plutonio-238 dalla Russia. Gli RTG alimentati da Plutonio-238 sono stati utilizzati dagli Stati Uniti come fonte di energia elettrica per i satelliti, come Horizons Energy notava. Ma questo fino all’incidente dello SNAP-9A, che ha causato una svolta verso la produzione di elettricità con pannelli solari fotovoltaici. Ora tutti i satelliti sono alimentati da pannelli solari, così come la Stazione Spaziale Internazionale. Ma gli RTG che usano il Plutonio-238 sono rimasti una fonte di energia elettrica a bordo di sonde spaziali come la Cassini, che la NASA ha lanciato verso Saturno nel 1999. Il Dipartimento dell’Energia prevede di produrre Plutonio-238, sia all’Oak Ridge National Laboratory che nell’Idaho National Laboratory. “Nei prossimi due anni, l’Oak Ridge National Laboratory avvierà un progetto pilota da 20 milioni di dollari per dimostrare la capacità del laboratorio nel produrre e processare Plutonio-238 per l’utilizzo nel programma spaziale“, ha riferito il Knoxville Sentinel News, il mese scorso.
-Gli Stati Uniti stanno inoltre sviluppando missili a propulsione nucleare. Il direttore della NASA Charles Bolden, un ex astronauta e maggiore generale dell’US Marine Corps, è un sostenitore del progetto di una società di Houston, Ad Astra, di cui un altro ex astronauta, Franklin Chang-Diaz, è presidente e chief executive officer. “Ha lanciato Ad Astra, dopo che si era ritirato dalla NASA nel 2005, ma l’azienda continua una stretta collaborazione con l’agenzia spaziale degli Stati Uniti“, osservava la governativa Voice of America, nel suo articolo sul progetto dello scorso anno. Il Variable Specific Impulse Magnetoplasma Rocket o VASMIR può essere alimentato da energia solare, ma l’articolo riferisce, “Chang-Diaz dice che sostituendo i pannelli solari con un reattore nucleare, si fornirà la potenza necessaria a VASMIR per un viaggio molto più veloce.” E lo cita riferire che “potremmo compiere una missione su Marte in circa 39 giorni, solo in andata.” E, anche se “tale missione è ancora lontana tanti anni, Chang-Diaz dice che il suo razzo potrebbe essere utilizzato molto prima per le missioni della Stazione Spaziale Internazionale o per il recupero o il posizionamento di satelliti in orbita attorno alla Terra.”
Chi sfida ciò che sta accadendo è il Global Network Against Weapons & Nuclear Power in Space.
Bruce Gagnon, coordinatore del gruppo, commenta:
Chi può negare che l’industria nucleare non stia facendo gli straordinari per diffondere il suo prodotto mortale su ogni possibile applicazione militare? La recente rivelazione che il Pentagono stia fortemente considerando di usare motori nucleari sui droni è pericolosamente ‘più del solito’”. “Droni a propulsione nucleare che volano in giro o a bordo di razzi che spesso falliscono il lancio, sono follia pura“, afferma Gagnon. “Le persone devono respingerlo nettamente“.
Quello che sta accadendo ha cause profonde. Un concetto fondamentale di Sandia e Northrop Grumman per i droni a propulsione nucleare era, come il quotidiano britannico The Guardian ha riferito la settimana scorsa, i voli a lunghissima autonomia. “Gli scienziati statunitensi hanno elaborato piani per una nuova generazione di droni a propulsione nucleare, in grado di volare sulle regioni remote del mondo per mesi e mesi, senza rifornimento di carburante“, ha segnalato. La stessa logica, ha osservato Gagnon, fu alla base dello sviluppo negli Stati Uniti, negli anni ’40 e ’50, di bombardieri a propulsione nucleare.
La strategia era che questi bombardieri a propulsione nucleare rimanessero in aria per lunghi periodi di tempo. Non ci sarebbe stato quindi alcun bisogno di mobilitare gli equipaggi e fare decollare i bombardieri per sganciare armi nucleari in Unione Sovietica, se erano già in volo, in attesa del comando. L’Energia Nucleare per la Propulsione di Aeromobili o progetto NEPA, fu iniziato nel 1946 e ha comportato la conversione di due bombardieri B-36 per la propulsione nucleare. La prima operazione di un motore aeronautico nucleare si verificò nel 1956. I laboratori nazionali degli Stati Uniti, una serie di strutture che iniziarono il programma d’urto per costruire le armi atomiche, il  Manhattan Project, erano parte integrante del programma. L’Oak Ridge National Laboratory, che venne avviato quando si sciolse la Commissione per l’Energia Atomica degli USA, svolse gran parte del lavoro di ricerca. Gran parte del test venne svolto in quello che ora è l’Idaho National Laboratory, dove oggi due motori per aerei nucleari sono esposti al pubblico ed è anche rimasto un hangar gigantesco, costruito per gli aerei nucleari. La General Electric fu il principale contraente.
Il piano dei bombardieri a propulsione nucleare venne finalmente affondato a causa del problema causato dalla pesante schermatura in piombo per proteggere l’equipaggio dalle radiazioni e, come l’allora Segretario alla Difesa Robert McNamara disse al Congresso nel 1961, un aereo atomico “espellerebbe nell’atmosfera una parte delle sostanze radioattive prodotte dalla fissione, creando un importante problema di pubbliche relazioni, se non un pericolo fisico reale.”
Un programma successivo che collegò l’energia nucleare e le armi fu il programma Star Wars del presidente Ronald Reagan. Venne “predicato”, osserva Gagnon, “il nucleare nello spazio“. Reattori e anche un “Super RTG” vennero costruiti dalla General Electric, per fornire l’energia a piattaforme orbitanti da combattimento dotate di laser, cannoni iperveloci e armi a fascio di particelle.
Nel mio libro, The Wrong Stuff: The Space Program’s Nuclear Threat to Our Planet e nel documentario TV, Nukes in Space: The Nuclearization and Weaponization of the Heavens, ho notato la dichiarazione del 1988 del tenente generale James Abramson, primo capo della Strategic Defense Initiative, che “senza reattori in orbita [vi] sarà necessità di un lungo, lungo cavo elettrico che scenda sulla superficie della Terra” per alimentarli. Aveva affermato: “Il mancato sviluppo dell’energia nucleare nello spazio potrebbe paralizzare gli sforzi per implementare sensori anti-missili e armi in orbita.”
Per quanto riguarda i razzi a propulsione nucleare, gli Stati Uniti hanno una lunga storia di tentativi di realizzazione a partire dagli anni ’50. C’era un programma chiamato Nuclear Engine for  Rocket Vehicle Application o NERVA, seguiti dai progetti Plutone, Rover e Poodle (barboncino). E negli anni ’80, il razzo a propulsione nucleare Timberwind venne sviluppato per inviare carichi pesanti per Star Wars e anche per dei viaggi su Marte. Più di recente, il programma Prometeo per costruire razzi a propulsione nucleare, venne iniziato dalla NASA nel 2003. Nel corso degli anni ci sono state grandi preoccupazioni sulla possibile esplosione di un missile nucleare al lancio o un suo schianto sulla Terra.
L’Unione Sovietica, la Russia, ha condotto un programma spaziale nucleare parallelo, per satelliti a propulsione nucleare, lo sviluppo di un bombardiere nucleare e di missili a propulsione nucleare.
Ora, nel frattempo, l’energia nucleare sopra le nostre teste, viene indicato come necessaria.
La NASA ha continuato a usare gli RTG alimentati da Plutonio-238 su sonde spaziali, affermando che non c’era altra scelta. Ma l’anno scorso ha lanciato la sonda spaziale Juno che ora viaggia verso Giove – che per alimentare tutti i suoi sistemi di bordo, utilizza solo pannelli solari fotovoltaici.  Arriverà nel 2016 e farà 32 orbite attorno a Giove ed eseguirà una serie di missioni scientifiche. La NASA ha dichiarato la settimana scorsa, sul suo sito web, che Juno:il 4 aprile sarà approssimativamente a 209 milioni di chilometri dalla Terra … La sonda Juno è in ottima salute.” Questo nonostante la NASA sostenga da decenni che solo l’energia nucleare sia in grado di fornire energia elettrica a bordo, nello spazio profondo.
Allo stesso modo, l’Agenzia spaziale europea ha varato nel 2004 una sonda spaziale chiamata Rosetta, che utilizza l’energia solare piuttosto che l’energia nucleare, per avere energia elettrica a bordo. Dovrà incontrare nel 2014 la cometa 67P/Churjumov-Gerasimenko e inviarvi un lander per analizzarne la superficie. A quel punto sarà a 500 milioni di miglia dal Sole, una piccola pallina nel cielo a quella distanza, ma Rosetta raccoglierà ancora l’energia solare .
Come  propulsione spaziale, una fonte di energia molto promettente sono le particelle ionizzate nello spazio, che possono essere utilizzate nell’ambiente senza attrito chiamato vela solare.
Nel maggio 2010, l’Exploration Agency del Giappone ha lanciato un veicolo spaziale sperimentale, Ikaros, che sette mesi più tardi ha raggiunto Venere, spinto solo dalla sua vela solare. La Planetary Society sta preparando una missione simile, utilizzando un veicolo spaziale di nome LightSail-1 (Vela di luce) alimentato da vele solari e pianifica due voli più ambiziosi per LightSail-2 e LightSail-3.
Queste missioni non minacciano la vita sulla Terra, come invece fa l’uso della propulsione nucleare. E le minacce della propulsione nucleare possono essere enormi. Ad esempio, si consideri la proiezione nella Final Environmental Impact Statement for the Cassini Mission della NASA, sugli impatti possibili se ci fosse un “rientro accidentale” di Cassini nell’atmosfera terrestre, durante una delle sue due “flyby”, slanci attorno alla Terra, ma a poche centinaia di miglia di quota, per aumentare la sua velocità in modo da poter raggiungere Saturno. Se cadesse sulla Terra, si dissolverebbe nell’atmosfera ed i suoi 72,3 chilogrammi di Plutonio-238 verrebbero dispersi, “5 miliardi … della popolazione mondiale … potrebbero ricevere il 99 per cento o più della esposizione alle radiazioni“, prevedeva la NASA.
Inoltre, anche la produzione di combustibile nucleare sulla Terra per l’uso nello spazio o nell’atmosfera, per droni, costituisce un pericolo. Le strutture che sono state utilizzate in precedenza dagli Stati Uniti per la produzione di Plutonio-238, i Los Alamos National Laboratory e i Mound Laboratory, sono divenuti ricettacoli della contaminazione dei lavoratori e dell’inquinamento radioattivo.
James Powell, direttore esecutivo dell’organizzazione Keep Yellowstone Nuclear Free, che si è opposto al riavvio della produzione di Plutonio-238 nel vicino Idaho National Laboratory, commenta:  “A parte il pericolo incombente di ordigni nucleari sulla Terra, dobbiamo anche renderci conto che il materiale nucleare deve essere prodotto nei nostri cortili con reattori nucleari degli anni ’60 e poi trasportato avanti e indietro da [Oak Ridge National Laboratory in] Tennessee all’Idaho. Ogni singola parte di questo processo ci interessa”.

Karl Grossman, professore di giornalismo presso la State University di New York / College di Old Westbury, è l’autore di The Wrong Stuff: The Space Program’s Nuclear Threat To Our Planet (Common Courage Press), e scrittore e narratore del documentario TV, Nukes In Space: The Nuclearization and Weaponization of the Heavens (EnviroVideo).

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

I Russi sfatano la Teoria del Peak Oil – è fasulla come l’effetto serra

John O’Sullivan, Climate Realists 8 settembre 2010

I russi dimostrano che la teoria del combustibile  ‘fossile’ è spazzatura scientifica  legata alla teoria del riscaldamento globale. Il petrolio s’è dimostrato essere originato dai minerali, non da organismi fossilizzati. Niente più paure per  la contrazione delle riserve, come dicono gli esperti del petrolio naturalmente ‘rinnovabile’.
Sì, avete letto bene, più di 2.000 revisori scientifici dell’Europa orientale, sinistramente ignorati dai governi e dai media mainstream occidentali, sostengono tale affermazione. Dalla metà del 20.mo secolo, gli scienziati sanno che la teoria dei combustibili fossili è falsa e hanno dimostrato irresistibilmente che il petrolio deriva da depositi di minerali altamente compressi dalle profondità alla superficie. Ma la conseguenza più sorprendente di questi risultati, è che il petrolio è una fonte rinnovabile dalla costante rigenerazione naturale.
Dalla crisi petrolifera del Medio Oriente negli anni ’70, i produttori di benzina hanno attizzato le paure mediatiche secondo cui le riserve del nostro pianeta sono in rapido declino. Il termine  ‘picco del petrolio’ fu coniato, e ci venne detto che i ‘combustibili fossili’ dovrebbero diventare sempre più costosi, mentre il nostro appetito insaziabile prosciugherà, bevendola, questa fonte ‘finita’ di energia liquida. Tale propaganda, adattata agli interessi dell’industria petrolifera e dei governi occidentali, è sistematicamente sostenuta da una debole teoria scientifica che riflette la truffa della teoria dell’effetto serra, che a sua volta è stata il veicolo per la tassazione delle emissioni di anidride carbonica. Entrambe le storie sono state agitate dall’universale connivenza dei media e degli scienziati del mondo accademico, finanziati dai governi e sistematicamente sincronizzati per decenni grazie ai lacci dei finanziamenti.

Riposizionamento della teoria come fatto
In tutti questi anni, i termini ‘Peak Oil‘ e ‘combustibili fossili‘ sono stati sinonimi. Implicando che siamo inesorabilmente di fronte alla diminuzione delle risorse naturali e che i giorni dell’energia a basso costo, a base di carbonio, sono finiti. Impiantata nella coscienza pubblica come realtà, abbiamo sempre più accettato come inevitabile l’aumento continuo dei prezzi dell’energia in conseguenza del nostro stile di vita da consumatori. I giornalisti hanno spigolato le ‘prove’ di tale racconto apocalittico da squallidi libri come ‘La lunga emergenza: sopravvivere alla fine del petrolio, cambiamenti climatici e altre catastrofi convergenti del XXI secolo’ di James Howard Kunstler e ‘Party’s Over: Oil, War and the Fate of Industrial Societies’ di Richard Heinberg, tra gli altri, e al pubblico sono state vendute le paure.
Costantemente alimentato da una dieta basata su questa immondizia, il nostro inconscio collettivo ha involontariamente consentito la trasformazione della Teoria del Picco del petrolio di Hubbert in un dato di fatto sui combustibili fossili. Di conseguenza, nel 2005, il rappresentante del Congresso Roscoe G. Bartlett, repubblicano del Maryland, e il senatore Tom Udall, democratico del New Mexico, crearono di colpo il Congressional Caucus Peak Oil. Gli scienziati che dissentivano dal gregge vennero diffamati o ignorati. Negli anni ’80, l’eminente scienziato inglese Sir Fred Hoyle tentò, e fallì, di denunciare l’imbroglio dei sostenitori della teoria dei combustibili fossili e della diminuzione delle riserve di petrolio mondiali. Hoyle, senza i vantaggi del web mondiale, cercò ripetutamente di denunciare questo imbroglio. “L’idea che il petrolio deriverebbe dalla trasformazione di qualche pesce schiacciato o da detriti biologici è sicuramente la più sciocca che sia mai stata accettata da un numero rilevante di persone per un prolungato periodo di tempo“.
Insieme ad altri scienziati occidentali, Hoyle rifiutò nettamente tale linea politicamente corretta, come evidenziato in un crescente numero di articoli per ristabilire l’equilibrio sull’economia del petrolio. Mentre anche diversi studi del professor Michael C. Lynch, del Massachusetts Institute of Technology, denunciavano il mito dell’”esaurimento del petrolio” dimostrando la genesi ad alta pressione del petrolio. Alcuna voce mediatica riferì nulla.

La Russia diventerà la prossima Superpotenza energetica mondiale
Solo in Russia, una nazione che ha schivato la supremazia militare per diventare una potenza economica mondiale, ha accolto le parole di Hoyle e Lynch, trovando una comunità di scienziati che la pensa nello stesso modo. Infatti, al di fuori del mondo anglofono non vi è alcuna controversia e si parla comunemente di petrolio quale prodotto minerale, e non prodotto biologico, e come tale il nostro pianeta ne possiede infinite riserve non sfruttate. In conseguenza all’applicazione di questa teoria, la Russia si è sempre più rafforzata capitalizzando astutamente le sue riserve di ‘oro liquido‘. “Potrei descrivere la mentalità dell’attuale élite politica russa come imbevuta di ‘petrofiducia’”, così dice Cliff Kupchan del gruppo Eurasia, in un’intervista con la BBC.
Infatti nel 1951-2001 migliaia di articoli e numerosi libri e monografie sono stati pubblicati, soprattutto nelle principali riviste scientifiche russe, comprovanti le origini abiotiche del petrolio, tutti ignorati dai governi e dai media occidentali. Ad esempio, l’esperto V. A. Krajushkin, da solo, ha pubblicato più di duecentocinquanta articoli sulla geologia del petrolio moderno, e diversi libri. I minerologi, esploratori petroliferi e i successivi governi russi, nei bui giorni dell’ex Unione Sovietica, erano nettamente ottimisti nel ritenere che avrebbero liquidato il ‘picco del petrolio e i combustibili fossili’ come sciocchezze. E chi siamo noi per contestarlo, loro hanno i conti in banca per dimostrarlo. Quindi la Russia s’è ben inserita quale secondo esportatore petrolifero più grande del mondo e sta diventando preminente nel campo della prospezione  e nell’innovazione di petrolio e gas. Una nazione che s’è imposta di sostituire gli Stati Uniti non come potenza militare, ma come superpotenza energetica mondiale del 21° secolo.

Petrolio, la nostra più grande fonte di energia rinnovabile naturale
Sfruttando la sua tecnologia d’avanguardia, la Russia ha scoperto numerosi campi petroliferi, alcuni dei quali producono in parte o interamente da un basamento cristallino, e che appaiono decisamente auto-alimentarsi. Sì, avete letto bene, la Russia gode della migliore fonte di energia rinnovabile naturale, il petrolio! Niente miliardi sprecati nelle aziende agricole eoliche, solari o negli elefanti bianchi delle onde. Infatti, per i nostri cugini dell’ex Unione Sovietica, l’idea del ‘Peak Oil’ è ridicola perché, se i calcoli sono giusti, il petrolio è il più abbondante, efficiente ed economico carburante rinnovabile, e durerà almeno per diverse centinaia di anni.
Scontento per il fatto che i russi abbiano un così lampante e potente grande vantaggio, l’occidente  ora utilizza la blogosfera per  ricuperare il mito del picco del petrolio e dei combustibili fossili. Così dice Daniel Yergin, vincitore del Premio Pulitzer, autore di “The Prize: The Epic Quest for Oil, Money and Power” e presidente dell’IHS Cambridge Energy Research Associates, una società che fornisce consulenze ai governi e all’industria. Yergin, come  altri, cita come convincente la prova che il MSM non mostra; i teorici del combustibile non-fossile indicano gli alcalini, i cherogeni e molti altri prodotti chimici del petrolio ritrovati anche sui meteoriti, che sappiamo poter supportare una vita non organica, comprovante così la bugia della teoria dei combustibili fossili.

Perché ancora ci mentono?
Infatti, la teoria dei combustibili fossili è così zoppicante che anche i suoi sostenitori più striduli non sono in grado di mettere insieme la più debole delle prove a sostegno della loro posizione. In “La controversia sul petrolio abiotico” l’esponente di punta dell’origine abiotica (fossile), Richard Heinberg, ammette che la sua ipotesi è sottoposto a un continuo logorio. ”Forse un giorno ci sarà un accordo sul fatto che, almeno un po’ di petrolio sia davvero abiotico. Forse ci sono davvero cinture di metano a 20 miglia sotto la superficie della Terra.”
Così scarse sono le prove a sostegno di Heinberg e degli altri teorici occidentali pro-combustibili fossili, che leggendo il suo articolo ‘The Evidence for Limitless Oil and Gas’ (Digital Journal), Bill Jencks rivela: “Ho cercato su Internet con Google Scholar, e non sembra esserci nessuna ‘prova assoluta’  o sostegno diretto da moderne ricerche sulla Teoria biogenica della formazione del gas e del  petrolio. Questa teoria, in mancanza di una parola migliore, sembra essere molto ‘ispirata’ dai geologi nelle loro ricerche.” Come me, Jencks ha trovato una montagna di prove a sostegno delle affermazioni russe. Dall’Istituto congiunto di Fisica della Terra dell’Accademia delle Scienze Russa di Mosca troviamo fonti incredibili, rivelate da una tesi di J. F. Kenney che condanna l’obsoleta “ipotesi anacronistica” del 18° secolo secondo cui, in qualche modo, il petrolio si è evoluto (miracolosamente) da detriti biologici, e che pertanto ha un’abbondanza limitata.
Invece l’ipotesi dei combustibili fossili è stata sostituita, nel corso degli ultimi quarant’anni, dalla moderna teoria russo-ucraina delle origini abiotiche del petrolio nelle profondità della Terra, che hanno stabilito che il petrolio è un materiale primordiale eruttato da grandi profondità. Kenney dice: “Perciò, l’abbondanza del petrolio è limitata solo dalla quantità dei suoi componenti presenti al momento della formazione della Terra, e la loro disponibilità dipende dallo sviluppo tecnologico e della competenza nelle esplorazioni“.
Nel duello scientifico tra la ‘Teoria del Picco’ del petrolio e la moderna teoria russo-ucraina, i russi vincono a man bassa. Ma rimane l’anacronismo peculiare che non esista un organismo, statunitense o anglofono, che possa verificare o confutare la scienza russa. Ma perché ancora ci mentono? Riluttanti nel correggere questi difetti intellettuali, non c’è da meravigliarsi che ci sia crescente insoddisfazione tra gli eletti e i pensatori anglofoni e dell’UE. Coloro che studiano con attenzione i fatti, ora concludono ragionevolmente che, al di là della propaganda mediatica, non ci sia una crisi energetica, che il mondo disponga in abbondanza di petrolio a buon mercato rinnovabile e che un altro mito ambientalista deve essere abbattuto senza pietà.

Riferimenti:
Kudrjavtsev NA, 1959. Geological proof of the deep origin of Petroleum. Trudy Vsesoyuz. Neftjan. Nauch. Issledovatel Geologoraz Vedoch. Inst. No.132, pp. 242-262 (in russo)
Kudryavtsev NA, 1951. Against the organic hypothesis of oil origin. Oil Economy Jour. [Neftyanoe khoziaystvo], no. 9. – pp. 17-29 (in russo)

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Note sull’RQ-170 e le vertigini nebbiose sull’Iran

Dedefensa 9.12.2011

Così, sembra che gli iraniani abbiano mostrato al mondo il RQ-170 in condizioni superbe, la prova della qualità della macchina, mentre era parcheggiata in un hangar, lontano dalla ricognizione  elettronica di un altro RQ-170 che volasse nel cielo iraniano (la CIA ne ha un numero). Il DVD ormai famoso può essere trovato, per rintracciare la fonte, su PressTV.com dell’8 dicembre 2011:
«L’Iran ha pubblicato il video del più avanzato drone da ricognizione statunitense, abbattuto dall’esercito iraniano nella parte orientale della Repubblica islamico all’inizio di questa settimana».
Il filmato ha immediatamente innescato una valanga di commenti, valutazioni e ipotesi. Il sospetto si confonde con lo scetticismo, il catastrofismo con le suggestioni dei cambiamenti enormi che questo evento potrebbe causare nei piani del blocco BAO, e naturalmente, negli Stati Uniti in particolare.

L’RQ-170 dell’Iran è un “falso autentico“?
Uno degli assi originali(?) dei commenti era: Questo è un RQ-170 “falso”. In questo caso, tanto di cappello agli iraniani per sapere cosi rapidamente realizzare un “falso” di così buona fattura, oppure, un’altra ipotesi, ciò dimostrerebbe che loro stessi hanno un proprio pseudo RQ-170, vero o falso, chi lo sa… È particolarmente la Danger Room, l’8 Dicembre 2011, che sviluppa questa tesi. Ci sono vari argomenti che vengono sviluppati, tra cui il famigerato tradimento degli iraniani (in contrasto con il comportamento leale del blocco BAO), sempre pronti a ingannare il blocco BAO.
«Avvertenze. Quando si tratta di notizie dall’Iran – in particolare in materia di imprese militari – le false e sciocche storie ufficiali devono essere prese con una sana dose di scetticismo quale ingrediente necessario».
AOL.Defense.com dell’8 dicembre 2011 va nella stessa direzione. Il sito, tuttavia, ha i suoi esperti, e parlano anche della pittura stessa per mostrare l’inganno iraniano.
«Il nostro esperto è, beh, molto esperto. Ecco cosa ha detto in una e-mail dopo che gli ho inviato il link al filmato iraniano. “Sembra un falso”, ha scritto. “Non sembra un velivolo che ha perso il controllo. Colore è anche sbagliato, e non mostrano il carrello di atterraggio o la parte inferiore del velivolo … e le saldature sulle giunture delle ali sono difficilmente furtive…” Al fine di evitare i radar, le saldature sugli aerei stealth deve essere molto vicino alla superficie della struttura ed estremamente lisce».

L’RQ-170 è “autenticamente reale“?
Oltre a questo, o piuttosto il contrario, per molti altri commentatori si tratta, infatti del vero RQ-170. Intervistato dalla CNN, Bill Sweetman di Aviation Week & Space Technology, ha detto che gli sembrava che questo sia il vero RQ-170. La stessa CNN ha rilasciato un breve messaggio del suo giornalista Chris Lawrence, il 9 dicembre 2011, per noi in Europa, dove ha fornito un primo risultato della sua indagine – dal momento che è su Tweeter, è necessariamente  conciso – su questo nuova polemica nella polemica: “Ufficiale degli Stati Uniti dice @clawrencecnn “Non vi è ragione di ritenere il drone del video iraniano  falso“.
Tutti hanno un esperto e un “ufficiale”, così sappiamo anche che la CIA sta studiando attentamente il video iraniano. Per il colmo della villania, il video mostra che gli iraniani hanno avvolto la parte inferiore dell’unità (carrello di atterraggio) con una strana bandiera statunitense, necessariamente smisurata, allungata per la sua lunghezza. Così si perdono dettagli preziosi.
Va notato tuttavia che il prestigioso esperto Loren B. Thompson che aveva annunciato che gli iraniani, con questa “preda”, avevano in mano un mucchio di rottami senza valore, non mette in discussione l’autenticità della cosa mostrata dal video iraniano (su Forbes, l’8 dicembre 2011).
«Tuttavia, la televisione iraniana ha oggi trasmesso le prime immagini di quello che dice di essere il drone abbattuto, e l’aereo sembra essere quasi del tutto intatto. In effetti, uno dei funzionari militari nel film si vede far scivolare una parte delicata, dentro e fuori dai suoi slot sulla cellula, indicando praticamente l’assenza di alcun danno. A prima vista, sembra che gli iraniani siano davvero in possesso del drone, e saranno in grado di esaminarlo attentamente per capire come la comunità dell’intelligence USA ha spiato la loro nazione. Se è così, questo è un colpo significativo per la comunità dell’intelligence statunitense, cosa che porterà sicuramente ad un’indagine prolungata in cui un tale sensibile sistema di raccolta di intelligence sia letteralmente caduto nelle mani dell’Iran…»
(Seguendo un numero di argomenti per mostrarci che questo “terribile colpo” inflitto al segreti degli Stati Uniti, non è granché, per motivi numerosi quanto le argomentazioni.)

Il caso del raid per distruggere l’RQ-170
Oltre a questa controversia nella controversia, un’altra polemica nella polemica, che riguarda la reazione dell’amministrazione Obama. In una parola, l’amministrazione Obama prevedeva di lanciare un raid delle forze speciali “con l’aiuto di agenti statunitensi infiltrati nelle forze iraniane” (che è una ammissione inedita), o un attacco aereo per distruggere il RQ-170 catturato, abbandonando infine l’idea dicendo che questa azione sarebbe considerata “un atto di guerra”, con possibili conseguenze incalcolabili. Il Wall Street Journal aveva riferito della questione il 4 dicembre. Il New York Times l’ha confermato, il 7 dicembre 2011: «Due funzionari hanno detto che gli Stati Uniti hanno brevemente considerato di recuperare il drone abbattuto, o di distruggerlo, come per primo è stato riportato dal Wall Street Journal, ma l’operazione è stata ritenuta troppo rischiosa» – ciò, prima di dare ulteriori dettagli.
Questi sono i dettagli di particolare interesse per DEBKAFiles.com dell’8 dicembre 2011. Il sito israeliano riferisce le informazioni del New York Times e, in particolare, ne espone stati, secondo esso, le conclusioni tratte dagli israeliani che avrebbero “seguito intensamente” le deliberazioni statunitensi sulla questione. DEBKAFiles.com ritiene che questa decisione dell’amministrazione Obama abbia rafforzato il partito dei duri in Israele, e convinto i leader israeliani che non dovrebbero contare sugli Stati Uniti per attaccare l’Iran.
«Le discussioni interne all’amministrazione Obama su come gestire la perdita dell’importante drone da ricognizione sono intensamente seguite a Gerusalemme. Le decisioni adottate contro l’avvio di una missione per recuperare o distruggere il top-secret Sentinel, sono percepite in Israele come sintomatico della più ampia decisione di annullare la guerra occulta che gli USA stanno conducendo da alcuni mesi contro il programma per la bomba nucleare dell’Iran – almeno fino a quando i danni causati dall’incidente del  RQ-170 saranno pienamente valutati. Un alto funzionario della sicurezza israeliana ha detto questo: “Tutto quello che è successo riguardo il RQ-170 dimostra che quando si tratta di Iran e del suo programma nucleare, l’amministrazione Obama e Israele hanno obiettivi diversi. Su questo problema, ogni paese ha bisogno di andare per la sua strada.”»

L’RQ-170 e i piani per attaccare l’Iran
Ma l’aspetto più interessante nell’articolo di DEBKAfiles, sono le affermazioni sul carico operativa dell’RQ-170, una compilation del possibile piano di attacco attraverso gli obiettivi che sono stati identificati nelle informazioni a disposizione del drone.
«Alti diplomatici e di sicurezza israeliani che seguono la discussione a Washington, hanno concluso che, non agendo, l’amministrazione ha lasciato all’Iran non solo i segreti dei rivestimento furtivi del Sentinel, i suoi sensori e telecamere, ma anche i dati memorizzati nel computer di bordo sugli obiettivi segnalati per l’attacco degli Stati Uniti e/o d’Israele. Le fonti militari dicono che questa conoscenza costringe Stati Uniti e Israele a rivedere i loro piani di attacco per interrompere il programma nucleare iraniano…»
…Quindi, secondo la stessa analisi, la vera “catastrofe” di questa avventura (oltre alla necessità di rivedere i piani di attacco), che ha rivelato una enorme debolezza del sistema, quale sarebbe il fallimento dell’autodistruzione in caso di perdita di controllo. In questo caso di presenza di queste informazioni, è necessaria la revisione completa di questi sistemi a bordo dei droni statunitensi; “in questo caso”, si direbbe con un certo scetticismo, se il caso è confermato; ma la stessa ipotesi rimane un’incertezza e la burocrazia dell’intelligence del blocco BAO potrebbe basarsi sull’incertezza, anche se estremamente esigua? Il mondo del sistema tecnologico, nel grado di affermazione e di eccesso in cui si trova, non può essere soddisfatto che della perfezione in tale campo. Si tratta allora, per esempio, dell’ossessione per la perfezione, che è comprensibilmente una ricerca senza fine, dove l’ossessione trionfa sempre sulla perfezione…
Contro la tesi di DEBKAfile, ci sono quelli, come mostrato dalla Danger Room, che minimizzano questo aspetto delle informazioni trasportate dall’RQ-170, affermando che la “crittografia” delle informazioni che aveva, è assolutamente inviolabile per gli iraniani. Oppure … In questo argomento, si opporrà lo stesso argomento dell’”ossessione per la perfezione [...] dove l’ossessione trionfa sempre sulla perfezione…” Si deve essere perfettamente sicuri (che gli iraniani non possano decifrarli) ebbene, quindi, nulla è certo.

L’ossessione per la perfezione, o l’ossessione contro la perfezione
Il caro Loren B., nell’articolo citato, “ride bene” al pensiero degli innumerevoli esperti nella burocrazia dell’intelligence che si fanno una “bella risata” dopo aver letto tutte queste congetture e le ipotesi del sistema di comunicazione (esperti ‘indipendenti’, giornalisti, propagandisti, ecc), incluso i propri, in realtà – mentre tutte queste brave persone sanno poco dei vasti segreti di questa stessa burocrazia. Quindi, non ci sarebbe, in ultima analisi, nulla da temere…
«Gli operativi dell’intelligence statunitense devono essersela spassata alla grande vedendo la della copertura mediatica di questa settimana, riguardante il supposto abbattimento dall’Iran di un drone da ricognizione statunitense top-secret. Il governo ha rivelato alcuni dettagli sul velivolo senza pilota RQ-170 Sentinel, ad esempio la quantità di cui ne possiede o che tipo di missioni il di sistema è in grado di eseguire. Dal momento che i giornalisti non sono titolari di una qualsiasi delle autorizzazioni di sicurezza pertinenti, la loro copertura è necessariamente congetturale».
… Beh, non condividiamo la sana gioia di Loren B., sempre in virtù della famosa equazione che abbiamo proposto tra “perfezione” e “ossessione”. Il sistema del tecnologismo, nella sua  maestosa superpotenza, può infatti, come abbiamo detto, andare sul sicuro non lasciando spazio ad alcuna ipotesi, a caso, probabilità, anche estremamente limitata, anche infinitamente minima. Il sistema del tecnologismo abbraccia il mondo, quindi, può essere soddisfatto solo dalla perfezione nel suo campo, che deve  controllare in modo assoluto, la ricerca della perfezione è necessariamente una ricerca senza fine, perché non c’è un riferimento assoluto che assicuri la perfezione, e la ricerca della perfezione diventa ossessione, cioè una patologia della psicologia, che implica confusione, ansia e così via, sviluppandosi in misura inversa al progresso nella riduzione del dubbio implicito che questa ricerca della perfezione richiesta dal sistema del tecnologismo… Più si crede di avvicinarsi alla perfezione nella sua ricerca, che comporta la certezza del compimento perfetto della superpotenza del sistema del tecnologismo, più questa ricerca alimenta la paura del dubbio che non possiamo eliminare completamente, alla fine, il più piccolo granello di sabbia che, in ultima analisi, vi farà dubitare di questa stessa perfezione, esattamente quando la ragione vi dice che l’avete raggiunta… Dio Dubita di Dio, per così dire.
Certo, la nebbia iraniana, non rende le cose più facili.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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