La lotta per il potere in Russia

Philippe Grasset Dedefensa 13 settembre 2014

_76359220_023108303-1Igor Strelkov, questo ex-colonnello del FSB (ex-KGB) distintosi in diverse battaglie post-moderne (il post-comunismo dell’ex-Unione Sovietica ridiventata Russia) prima di organizzare la prima resistenza della Novorussia a Kiev, per poi lasciare (costretto a lasciare) questa posizione un paio di settimane fa. Tornato in Russia, Strelkov ha fatto la sua prima apparizione pubblica a Mosca. “Saker” ha pubblicato il 12 settembre 2014 un video (sottotitolato) dell’intervento (conferenza stampa). La presentazione ha riassunto la posizione di Strelkov suggerendo l’importanza della battaglia in corso a Mosca per il potere e la direzione politica della Russia. Ciò implica pure, e certamente conferma, che la crisi ucraina e la battaglia tra Kiev e Novorussia sono per la Russia l’inizio di una crisi o l’avvio di una crisi assai più profonda… “L’ex ministro della Difesa della RPD, Repubblica Popolare di Donetsk, è decisamente un sostenitore di Putin e contrario alla quinta colonna liberale in Russia. Mette in guardia dai falsi patrioti del gruppetto Altra Russia, “nessuno userà il mio nome” e che il “fronte centrale è in Russia…”
Il 12 settembre 2014, Saker aveva pubblicato un lungo commento sulle ragioni storiche e la spiegazione delle complesse ramificazioni del potere russo, dei rapporti di Putin con gli oligarchi (russi), sulla situazione degli oligarchi in generale sostenitori della cosiddetta “quinta colonna” (o “liberal-atlantisti”), e di certi sostenitori di Putin presentati come oppositori dei “liberal-atlantisti”, ecc. Saker è chiaramente un forte sostenitore di Putin e ritiene Strelkov, personalità che ritiene acquisirà notevole peso politico a Mosca, un alleato di Putin senza condividerne tutte le opzioni. Ancora più importante, mette la “lotta per il potere”, in cui lo scopo dei “liberal-atlantisti” sostenuti dal blocco BAO è chiaramente la caduta di Putin (cambio di regime), anche su istigazione di falsi ultra-nazionalisti; nel contesto globale dello scontro in atto, ciò riporta alla nostra equazione antisistema contro sistema. Riportiamo la conclusione del testo di Saker, che naturalmente è centrato sulla personalità di Strelkov ma entro un contesto assai ampio, planetario.
Ero stupito e tremendamente incoraggiato dalla presentazione molto sofisticata di Strelkov della sua posizione. Anche se potrebbe essere troppo presto per concludere, e potendo essere insolitamente ottimista su ciò, credo che Strelkov possa divenire il leader della Novorussia che speravo emergesse. Se è così, allora sarò lieto di dichiararmi colpevole di averlo sottovalutato.  Eppure, voglio anche ammettere di esser molto preoccupato. Il fatto che a quanto pare i media russi non abbiano seguito o trascurato la sua conferenza stampa, in combinazione con la voce che era stato ucciso, è un chiaro messaggio inviatogli dalla 5° colonna, mostrando quanto sia potente ancora. In particolare, ritengo che la voce del suo suicidio sia una seria minaccia di morte. Ancora peggio, e forse è la mia inclinazione paranoica a parlare, vi sono molto che potrebbero essere interessati a vedere Strelkov morto. Gli integrazionisti atlantici e la loro 5° colonna lo vorrebbe morto perché li denuncia apertamente, ma non per sbagliare, potrebbe anche esserci qualche sovranista eurasiatico che lo vorrebbe morto per farne un martire e simbolo dell’eroismo russo. È cinico e brutto? Sì. E così è la lotta per il potere in Russia. La maggior parte degli occidentali non ha idea di quanto spietata possa essere tale lotta. A differenza di Putin, Strelkov non è protetto da un potente apparato di sicurezza statale e, visto che può essere colpito da entrambi i lati, è meglio essere molto molto attenti. Solo per aver accettato di svolgere il ruolo che gioca ora (e lui, essendo un ex-colonnello dell’FSB, ne conosce perfettamente i rischi) lo considero un eroe ed ha la mia sincera ammirazione. “Loro” cercheranno di usarlo, minacciarlo, manipolarlo, screditarlo, usando  ogni sporco trucco possibile per controllarlo o schiacciarlo. In verità, il suo destino è già tragico e il suo coraggio straordinario. Combattere i nazisti ucraini, i wahabiti ceceni o gli ustascia croati è una vacanza rilassante rispetto al tipo di “guerra” in corso per il controllo della Russia. Dato che la Russia è de-facto il leader dei BRICS e della SCO, la lotta per la Russia è in realtà la lotta per il futuro del pianeta. Credo che Strelkov lo sappia.
tamn815Non prenderemo certo posizione su orientamenti, complessità, manovre, ecc., ben descritti ed esplorati dal commento di Saker. Se il famoso termine storico “oriente complesso” viene utilizzato per il Medio Oriente, certo può anche esserlo per la Russia, oggi come ieri… la formula di Churchill è ancora valida (“un enigma, avvolto nel mistero e nascosto in un segreto”); ma se fu detta (nel 1939) per descrivere il potere sovietico, soprattutto in riferimento alla posizione detenuta dalla struttura di una polizia segreta straordinariamente potente, come avrebbe descritto oggi una situazione molto più aperta, più identificabile nei suoi componenti, con battaglie a cielo aperto e comunque in ogni caso estremamente evidenti e comprensibili. Questo è un altro tipo di “enigma…”, completamente postmoderno, con fattori assai importanti direttamente costitutivi dell’evoluzione del potere in generale (in particolare nel blocco BAO), nell’inaudita crisi di potere generale che vediamo. (La prova migliore di tale aspetto della situazione è la famosa “quinta colonna”, diretta emanazione a Mosca delle componenti fondamentali del sistema di potere del blocco BAO). Semplicemente (si fa per dire), la complessità russa paradossalmente fornisce una percezione più realistica dello scontro, e la potenza della corrente antisistema in Russia chiarisce le questioni all’ordine del mondo, il famoso scontro antisistema – sistema. Ironia della sorte, ancora una volta, il grande scontro di potere in Russia è molto più aperto (più “democratico” si potrebbe dire, perché c’è la percezione popolare del problema attraverso il sostegno a Putin) che nella situazione del potere nel blocco BAO, dove il confronto è difficilmente politico ed è appena noto alla masse per via del trionfo del sistema, esprimendosi segretamente nel risultante continuo inasprirsi delle crisi psicologiche (anche del potere). Paradossalmente, diciamo che la Russia è completamente integrata nella crisi generale o collasso del sistema, con la versione di crisi generale del potere molto più attiva e viva a Mosca (“più democratica” ripetiamo ancora più ironicamente) che nei Paesi del blocco BAO, in cui si manifesta con debolezze, paralisi, schizofrenie e quindi  conseguente devastante “crisi psicologica” ad ogni livello, ufficiale, di “dissenso”, popolare, ecc.  Infine, è chiaro che la Russia è il tramite fondamentale tra il blocco BAO completamente intrappolato dal sistema e le forze in formazione nel resto del mondo, la cui consapevolezza anti-sistema è notevolmente risvegliata fino a comprendere attivamente lo svilupparsi reale della crisi del sistema, crisi di civiltà, di più, del collasso del sistema e della sua civiltà. Ciò comporta la graduale comprensione che non c’è solo uno scontro tra “modelli”, ma piuttosto una crisi esplosiva e il collasso sia tra le componenti, alcune completamente sottomesse, altre tra sottomissione imposta e crescente tentazione alla rivolta, uno scenario senza dubbio sotto il controllo e l’influenza del sistema, in crisi anch’esso.
Vediamo come questa complessità russa permette paradossalmente di chiarire, mettere a nudo l’artificio e i simulacri, semplificandone gli elementi fondamentali in gioco nella crisi generale.  Ancora una volta, ribadiamo che la Russia è meno un “modello” antisistema, frase assurda per definizione in quanto l’antisistema necessariamente dipende dall’evoluzione del sistema cui si oppone, che punto detonante delle dinamiche fondamentali antisistema. Guida la rivolta, senza sapere dove porta (e ci porta) subendo la formidabile portata di inganni e manovre del sistema. Il grande contributo della crisi ucraina e delle interpretazioni di Strelkov e Saker che evidenziano quest’ultimo punto, illuminano e aumentano la consapevolezza della sua importanza. E’ ben noto che vi sia una crisi di potere a Mosca, come altrove, con le sue specificità, ma s’inizia a comprenderne forza, potenza e ruolo essenziale nella crisi generale mondiale. La versione di Mosca della crisi generale dell’autorità, creando la crisi del collasso del sistema, è ora più pericolosa, più esplosiva ma anche il più illuminante, più educativa nel comprendere il problema fondamentale dello schema antisistema contro sistema al vertice politico. La crisi di potere in Russia illumina completamente la crisi generale del mondo, il collasso del sistema fino a sostantivare i fondamenti metafisici e spirituali di tale evento, soprattutto per il carattere e l’anima russa che giungono ad esprimersi, malgrado tutto. E’ solo in Russia la crisi di potere oppone direttamente le posizioni di principio ai fondamenti anti-principio, in cui i fattori spirituali (o anti-spirituali) sono presentati apertamente come tali dai vertici delle autorità. Il blocco BAO, annebbiato dal bombardamento continuo della dialettica sui “valori”, imprigionando e terrorizzando il pensiero, ha una crisi di ritardo e la consapevolezza del ritardo sulla crisi del potere.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La NATO non è più la principale alleanza militare del mondo

I primi risultati del vertice SCO di Dushanbe
RusVesna - Histoire et Societé 13/09/2014

13930305000564_PhotoIA Dushanbe, capitale del Tagikistan, si è conclusa la parte ufficiale del vertice della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Anche se formalmente non è stato menzionato, in realtà il primo risultato dell’evento è riassunto dalle parole di un esperto: “Perfetto, ora la NATO fa un po’ di spazio“. In primo luogo, dopo la creazione della struttura unitaria della SCO per la lotta al traffico di droga, è stata annunciata a Dushanbe il quadro unificato della lotta al terrorismo. In realtà, si tratta di un’alleanza militare, forse ancora più potente della NATO, visto che si parla della possibilità di formare contingenti militari congiunti con comando unificato e condivisione di tutte le risorse necessarie contro un nemico comune. La dichiarazione dopo il vertice è stata preceduta dalle esercitazioni militari congiunte “Missione di Pace – 2014″, del 24-29 agosto in Cina, le più ambiziose nella storia della SCO. La ragione ufficiale della decisione è la prospettiva della ritirata delle truppe NATO dall’Afghanistan mentre il Paese è sempre più teatro dello scontro tra forze governative e radicali. Tuttavia, il commento del presidente del Tagikistan ha lasciato intendere che non si tratta dei taliban. Rakhmonov ha detto: “La situazione diventa preoccupante quando un gruppo di persone possiede moderne tecnologie militari, una volta esclusivamente appannaggio degli Stati. Tali cambiamenti mutano radicalmente la natura delle sfide che affrontiamo, e l’approccio alla loro soluzione“. Chiaramente si tratta del SIIL, i cui membri sono già attivi in tutti i Paesi aderenti alla SCO: Russia, Cina, Tagikistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Kazakistan, e in tutti i Paesi osservatori della SCO: Mongolia, India, Pakistan, Afghanistan e Iran. Un altro Paese interessato alla lotta contro il SIIL è la Turchia, che ha lo status di “interlocutore della SCO”. A tal proposito è importante ricordare che, sotto la presidenza della Russia, da Dushanbe si prevede di fissare nel 2015 l’adozione della strategia per sviluppare l’organizzazione per il 2025, facendo aderire alla SCO India e Pakistan come membri a pieno titolo.
Nonostante le varie complesse relazioni tra gli Stati della SCO, la loro volontà di agire come fronte unito contro la minaccia comune, indica anche la volontà di negoziare a vantaggio della prosperità comune: i progetti prioritari della SCO sono i programmi di collaborazione per lo sviluppo economico strategico. Così si parla di unione, non solo di alleanza economica, ma anche militare di quasi tutta l’Asia meridionale. Dato che la SCO ha strette relazioni con la Comunità economica eurasiatica e i Paesi CSI e BRICS, è comprensibile che molti esperti considerino il vertice di Dushanbe una chiara linea contro Stati Uniti e NATO, che hanno sostenuto la creazione della minaccia terroristica internazionale, tra cui anche il SIIL, provocando il crollo di numerosi Stati. Anche se la SCO non è destinata ad essere il contraltare di UE e NATO, con la loro disciplina di ferro, a giudizio di alti funzionari russi, la causa del rafforzamento dell’organizzazione è chiara: nonostante le contraddizioni, i principali Paesi del mondo non europeo sono pronti a difendersi dagli attacchi occidentali alla propria sovranità e la Russia è la mediatrice che ha contribuito all’unione. Particolarmente evidente è la posizione della SCO indicata a Dushanbe sulla “crisi ucraina”, che deve essere risolta pacificamente al più presto.
Rendendosi conto che il conflitto in Ucraina è una minaccia diretta alla Russia e quindi alle associazioni internazionali e soprattutto ai programmi economici e sociali cui partecipano, tutti i Paesi della SCO hanno espresso sostegno al piano di pace di Vladimir Putin. Si ricordi che questo piano attua il cessate il fuoco e avvia i negoziati. Tuttavia, il ritiro delle truppe dalle aree popolate dovrebbe essere superiore alla gittata dell’artiglieria. Il che significa che i gruppi della spedizione punitiva di Kiev devono lasciare il Donbas, dato che la densità della popolazione non gli permette di ritirarsi nella distanza specificata e di rimanere entro i suoi confini.

4Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Novorossija: Donetsk avanza, Kiev in rotta

Alessandro Lattanzio, 26/8/2014

10557760Dopo il fallimento delle offensive su Donetsk e Lugansk, con enormi perdite materiali e umane, la junta di Kiev pensava di passare a una strategia difensiva. La leadership ucraina si preparava a una campagna invernale e alla possibile ritirata da Donetsk e Lugansk, per attestarsi sulla linea Slavjansk-Marjupol e iniziare operazioni repressive nelle regioni di Kharkov e Zaporozhe. Perciò il ministero della Difesa ucraino avviava l’edificazione di due aree fortificate, “Slavjansk – Kramatorsk – Druzhkovka – Konstantinovka – Artemovsk” e “Marjupol”. Le linee difensive dovevano essere dotate di aree fortificate, distaccamenti militari e depositi di materiale, con un sistema di comunicazione nelle basi aeree di Kramatorsk e Marjupol. L’offensiva generale majdanista per distruggere Novorossia era iniziata il 1° luglio, e sebbene parecchie città venissero occupate, gli aggressori avevano subito enormi perdite senza raggiungere alcun obiettivo strategico, mentre le milizie sempre più spesso conducevano riuscite operazioni di difesa strategica contro l’esercito majdanista. Infatti, dall’8 al 15 agosto, l’esercito di Novorossija aveva catturato 18 carri armati T-64, 24 BMP, 11 BTR, 2 BRDM, 9 BMD, 2 MLRS BM27 Uragan, 2 cannoni semoventi (SAU) 2S4 Tjulpan, 2 SAU 2S9 Nona, 10 SAU 2S1 Gvozdika, 6 mortai automatici da 82mm, 3 cannoni antiaerei ZU-23-2 e 44 autoveicoli. Quindi, in totale dal 20 giugno al 15 agosto, secondo gli stessi militari ucraini, le milizie avevano catturato: 65 carri armati T-64, 69 BMP, 39 BTR, 2 BRDM, 9 BMD, 2 BM27 Uragan, 2 2S4 Tjulpan, 6 2S9 Nona, 25 2S1 Gvozdika, 10 obici D-30, 32 mortai da 82 mm, 18 cannoni antiaerei ZU-23-2, 124 autoveicoli. Inoltre andarono distrutti oltre 200 tra pezzi di artiglieria e sistemi lanciarazzi (MLRS) Grad e Uragan, assieme a circa 500 tra carri armati, veicoli da combattimento della fanteria (BMP) e corazzati da trasporto truppa (BTR), costringendo la junta di Kiev a riesumare mezzi dai depositi vecchi anche di 40 anni, “le cui condizioni sono a dir poco insoddisfacenti: pezzi mancanti, motori che non si avviano … i pezzi di ricambio devono essere ordinati in Russia”. Allo stesso tempo, la situazione più catastrofica riguarda l’aviazione. “Dopo aver perso nell’operazione ATO quasi tutto ciò che poteva volare, ovvero 32 (36) tra aerei ed elicotteri, possiamo dire che l’aviazione ucraina non esiste più, né ci sono fondi e professionisti per ricostruirla. Pertanto, senza un adeguato supporto di fuoco, le normali truppe restano azzoppate. Gli ufficiali hanno rifiutato di guidare le loro unità al fronte. E i politici pensano solo a minacciare. Ecco il ‘cambiamento di tattica’” presentato da Poroshenko il 18 agosto. Infatti, il 20 agosto la milizia abbatteva un cacciabombardiere ucraino Su-24M nella regione di Lugansk, presso il villaggio di Novosvitlivka, dove era stato abbattuto anche un altro aereo d’attacco Su-25 ucraino. Sempre il 20 agosto, presso Ilovajsk, la Guardia nazionale ucraina perse 21 militari ed altri 63 furono feriti. Il 21 agosto veniva abbattuto un elicottero d’attacco Mi-24 ucraino presso Lugansk.
10400030 Il 24 agosto, le forze federaliste arrivavano nella zona di Novoazovsk, sul Mar d’Azov, dove erano presenti un centro della difesa aerea ucraina e un concentramento di truppe confinarie. La milizia federalista aveva trovato un vuoto tra le forze ucraine a sud-est di Marinovka; un’aerea non presidiata dalle truppe golpiste. Di conseguenze le unità da ricognizione e sabotaggio federaliste arrivarono a Novoazovsk, Kholodnoe e Sedovo, colpendo diversi posti di blocco majdanisti sulla strada per Marjupol. In sostanza, tra Novoazovsk, Marjupol e Amvrosievka Kiev scopriva di non avere un reale presidio militare. Si ebbero combattimenti anche a Ilovajsk, Savrovka, Shakhtjorsk e Torez. La milizia contrattaccava a Djakovo, mentre a nord di Donetsk contrattaccava su Uglegorsk per assicurare Gorlovka e Enakievo. Presso Zhdanovka altre truppe majdaniste venivano accerchiate, mentre il saliente nella zona di Verkhnaja e Nizhnaja Krinka, verso Donetsk-Makeevka, veniva liquidato; la milizia faceva diversi prigionieri e catturava molti mezzi ucraini. A nord di Debaltsevo la milizia effettuava un attacco contro i golpisti avvicinandosi a Severodonetsk. L’assalto a Lugansk era fallito, i majdanisti furono cacciati da Khrjashevatoe a Novosvetlovka, mentre la milizia conduceva un’offensiva su Lutugino e Shaste. Lutugino e Debaltsevo sono i punti chiave della rete viaria di Novorossija e controllarli era obiettivo dell’iniziativa operativa della milizia, permettendo così, il 22 agosto, che il convoglio umanitario russo arrivasse a Lugansk, “La consegna delle merci umanitarie è iniziata. I carichi saranno poi distribuiti tra i residenti“, dichiarava il portavoce della città di Lugansk. Il Presidente Vladimir Putin aveva detto alla cancelliera tedesca Angela Merkel che ulteriori ritardi nell’invio degli aiuti umanitari russi era inammissibile, così Mosca aveva ordinato al convoglio di entrare in Novorossija. “Le nuove richieste e i pretesti di Kiev sono artificiali e… intollerabili. Tutti i pretesti per impedire la consegna degli aiuti alla popolazione della zona del disastro umanitario sono esauriti. La parte russa ha preso la decisione di agire“, aveva detto il ministero degli Esteri russo. Nel frattempo, nella zona di Zaliznishne Guljajpolskij, regione di Zaporozhe, in un’imboscata veniva distrutto un convoglio di 6 autocarri majdanisti, bloccando anche la linea ferrovia della Pridneprovskaja, avendo fatto esplodere il convoglio a un passaggio a livello, interrompendo anche la linea elettrica. In un’altra azione d’intelligence militare federalista, furono prelevati dei documenti operativi dell’esercito ucraino, permettendo a una brigata d’artiglieria della milizia di rilevare un’unità majdanista e di bombardarla distruggendo 1 ZU-23-2, 2 BMD e un carro armato. L’esercito della Repubblica Popolare di Donetsk si era ampliato, creando 4 brigate di fanteria e comprendendo 2 battaglioni di carri armati, 2 di artiglieria lanciarazzi, 2 di cannoni semoventi e 3 di artiglieria, divenendo l’Esercito Popolare di Novorossija.
Tra il 24 e il 25 agosto, l’Esercito Popolare di Novorossija accerchiava, nei pressi di Donetsk, tra Alekseevskoe, Blagodatnoe, Vojkovskij, Kutejnikovo, Uljanovskoe e Uspenkoe, il comando dell’8.vo corpo d’armata ucraino, assieme alle 28.ma e 30.ma brigate meccanizzate, alla 95.ma brigata avioportata e ai battaglioni della naziguardia Ajdar, Donbass e Shakhtjorsk, “Circa 7000 militari, 120 carri armati, 380 blindati, 50 lanciarazzi multipli Grad e Uragan, ed oltre 100 pezzi d’artiglieria“. Ciò avveniva nell’ambito della controffensiva dell’esercito federalista della Novorossija su Olenovskoe, nella sua prima grande operazione. Nella controffensiva l’Esercito Popolare di Novorossija distruggeva 4 MLRS Smerch, 12 MLRS Grad, 17 carri armati, 30 blindati, 50 autocarri ed eliminato oltre 150 effettivi majdanisti, “Abbiamo catturato 7 depositi militari con grandi quantità di armamenti, munizioni, rifornimenti, razioni alimentari e beni dei cittadini espropriati dalle guardie nazionali durante le operazioni di rastrellamento, tra cui veicoli fuoristrada. Da ora intendiamo annientare completamente le forze nemiche intrappolate nei pressi di Olenovskoe e Kutejnikovo-Blagodatnoe-Uspenskoe“, affermava il comando supremo dell’esercito di Novorossija. “Il comando generale dell’esercito della RPD ha deciso di passare dall’azione con piccole unità ad operazioni con ampie formazioni appoggiate dal pieno supporto dell’artiglieria“, con tre brigate di fanteria della milizia. Un reggimento era costituito da minatori del Donbas e militari ucraini passati ai federalisti. “Negli ultimi due giorni abbiamo formato due battaglioni di carri armati, tre battaglioni di MLRS Grad, due battaglioni di obici semoventi, tre battaglioni di artiglieria, utilizzando gli armamenti che le milizie avevano catturato alle forze nemiche nell’ultima controffensiva“, riferiva il comunicato dell’esercito di Novorossija. Le direttrici dell’offensiva dell’esercito popolare di Novorossija a nord erano Perevalsk, Lisichansk e Severodonetsk (dove il sobborgo di Sirotino Borovskoe era sotto il controllo dell’esercito popolare), mentre su Stakhanov puntava la guardia nazionale cosacca. I resti delle forze majdaniste invano tentavano di attaccare sul fianco. A sud, il gruppo ucraino di Amvrosievka veniva accerchiato, intrappolando almeno 4000 uomini e circa 200 blindati. Scontri a Starobeshevo ed Elenovka, quasi sotto il controllo federalista. In queste prime fasi, l’EPN aveva subito 7 caduti, 18 feriti e la perdita di 2 blindati, mentre i majdanisti avevano perso 250 effettivi, 300 feriti, 16 blindati, 6 mortai, 3 pezzi d’artiglieria e 2 cannoni semoventi. Durante l’offensiva le milizie distrussero la base militare ucraina di Sedovo, spazzando via la presenza majdanista anche da Novoazovsk, aprendo la strada per Marjupol. Aspri combattimenti presso i villaggio Nikolskoe e Markino contro i battaglioni “Dnepr-1″ e “Donbass“. Qui le forze majdaniste subivano 110 morti e 75 feriti, e perdevano 28 mezzi militari. La mattina del 25 agosto un terzo gruppo ucraino veniva accerchiato tra Stepanovka, Amvrosievka e Stepano-Krinka, mentre le milizie stringevano l’accerchiamento dei due gruppi ucraini bloccati nella zona di Vojkovskij, Kutejnikovo, Blagodatnoe, Alekseevskoe, Uspenka, Uljanovskoye ed Elenovka, intrappolando 40 carri armati, 100 BMP, BTR e BMD, 50 MLRS “Grad” e “Uragan” e oltre 60 pezzi d’artiglieria. Presso Elenovka, dei reparti dell’Esercito Popolare di Novorossija distruggevano 8 carri armati, 19 blindati e una batteria di mortai, e catturava 3 cannoni anticarro, 1 cingolato armato e 1 GAZ-66. La milizia aveva lanciato l’offensiva oltre che su Severodonetsk, nel nord-ovest della regione di Lugansk, anche su Debaltsevo, nell’est della regione di Donetsk, ed avanzava su Lisichansk liberando i villaggi Belaja Gora e Borovskoe.
10492602 Nel 2014 la Shanghai Cooperation Organization (SCO) condurrà due grandi manovre in Cina. Vostok-2014, per settembre, e Missione di Pace per il 24-29 agosto presso la base di Zhurihe, nel nord della Cina. Si trattava di un’esercitazione antiterrorismo cui partecipavano 7000 militari di Russia, Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan e Cina. Zhurihe è la più grande e moderna base d’addestramento della Cina. La base si estende su una superficie di circa 1000 kmq, e la sua funzione primaria è organizzare le unità a livello di divisione, brigata e reggimento nelle esercitazioni tattiche combinate e nella cooperazione con le forze corazzate e le altre armi dell’EPL. Infine, truppe indiane arrivavano a Lipetsk, in Russia, per partecipare alle esercitazioni aeree Aviaindra 2014, dal 25 agosto al 5 settembre, “Dal 25 agosto al 5 settembre 2014 l’esercitazione congiunta russo-indiana Aviaindra 2014 si terrà sul territorio russo sotto la guida del comandante in capo dell’aeronautica russa. I piloti indiani esamineranno le aree dei prossimi voli e i simulatori moderni del Lipetsk State Aviation Center, mentre il personale della difesa aerea si addestrerà nell’Air Force Training Center di Gatchina“, aveva dichiarato il portavoce del Ministero della Difesa russo, colonnello Igor Klimov. Alle esercitazioni partecipavano equipaggi misti russo-indiani su velivoli Su-30SM Flanker-C, e su elicotteri Mil Mi-35 Hind-E e Mi-8 Hip nei poligoni di Pogonovo e Ashuluk, nelle regioni di Voronezh e Astrakhan. Gli equipaggi dei Su-30SM Flanker-C effettueranno anche degli aviorifornimenti con le aerocisterne Iljushin Il-78 Midas, mentre le squadre della difesa aerea respingeranno un attacco simulato con i sistemi antiaerei S-300, S-400, Buk-M1 e Pantsir-S1.

1qaeN2WEfwgFonti:
Alawata
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
E-News
ITAR-TASS
ITAR-TASS
ITAR-TASS
Global Research
LifeNews
Novorossia
RIAN
RIAN
RussiaToday
Russiepolitics
Rusvesna
Sociologia Critica
StopNATO

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L’incubo di Washington diventa realtà: Il partenariato strategico russo-cinese diventa globale

Andrew Korybko (USA) Oriental Review. 21 agosto 2014

La partnership strategica russo-cinese (RCSP), ideata nel 1996, è l’ancora geopolitica dell’Eurasia del 21° secolo, plasmandone evoluzione ed ingresso nel mondo multipolare. Nessun altro rapporto politico tra attori dei due continenti vi si avvicina, facendo della RCSP l’unico formidabile rivale degli Stati Uniti con le loro alleanze militari privilegiate con NATO, regni del Golfo e Giappone. Nella lotta di questo secolo per il supercontinente, l’interazione tra RCSP e Stati Uniti definirà la politica mondiale.

??????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Detrattori o distrattori?
Molto rumore proviene dai media occidentali sulla RCSP, con qualche illuminazione dell’importanza sfida al Washington Consensus, e altro, presentata come null’altro che l’aggravarsi  della dipendenza di Mosca da Pechino. Tali vedute vengono spesso strombazzate sia per spaventare gli statunitensi e giustificare l’aggressione del loro governo a Russia e Cina, che per alimentare la disinformazione volta a dividere Russia e Cina. Solo raramente la RCSP viene citata come avvertimento agli Stati Uniti nel moderare le proprie politiche, modo più competente di presentare tali fatti all’elettore occidentale. L’intento dell’articolo è sostenere provocatoriamente che la RCSP è già una realtà nel mondo in divenire, manifestazione dell’incubo di Washington che si estende dall’Eurasia al Nord Africa e America Latina, sfidando l’ordine occidentale, ma solo per guidarne la transizione al mondo multipolare, obiettivo di entrambi i Paesi nella loro solidarietà dal 1997. La riluttanza degli Stati Uniti nel riconoscere i cambiamenti radicali verificatisi nel mondo, da allora, e l’insistenza nel prolungare il momento unipolare in dissoluzione, sono le maggiori cause della destabilizzazione globale attuale. Nonostante i detrattori che cercano di suscitare paure e le tattiche divisive dei distrattori, la RCSP è solida, difensiva e più unita che mai. Esplorando le convergenze della politica russo-cinese nei settori chiave dell’Eurasia e altrove, l’articolo dimostrerà che la RCSP è viva e in crescita, e che attivamente avvicina il mondo al multipolarismo.

Parte I: Struttura
Prima di passare ai dettagli geopolitici della RCSP, occorrerà identificarne le basi strutturali: il ruolo di Russia e Cina, le basi della loro cooperazione e le azioni istituzionali per la ristrutturazione dell’ordine internazionale.

Contrappeso russo e porta cinese
Ci sono ruoli definiti che entrambi i partner svolgono nella loro interazione. La Russia agisce come equilibratore militar-politico in Eurasia, divenendo un’alternativa (che siano Stati Uniti o Cina) per  grandi potenze, Stati emergenti ed entità interessate. Verrà mostrato come funziona la stretta collaborazione della Russia con la Cina nell’assicurarsi che questo equilibrio raggiunga gli obiettivi strategici di entrambi, a volte riproducendo la dinamica del ‘poliziotto buono, poliziotto cattivo’. La Cina, da parte sua, è sulla via del sorpasso degli Stati Uniti quale prima economia mondiale in termini di PIL, quest’anno, ed è la potenza economica predominante nel mondo in via di sviluppo. I suoi profondi e privilegiati legami nei mercati in via di sviluppo dell’agricoltura e delle materie prime di Africa, America Latina e Stati del filo di perle ne fa la porta economica della Russia, soprattutto alla luce dei recenti sviluppi. Così, ciò che la Russia può fornire alla Cina in termini di equilibrio militar-politico nelle regioni chiave, la Cina lo ricambia con opportunità economiche e agevolazioni negli scambi tramite i suoi contatti e reti di elitarie. Naturalmente, il tandem tra Russia e Cina è ben lungi dall’essere perfetto, come lo è l’applicazione strategica nel mondo, ma questa è la teoria generale dell’approccio cauto: la Russia è il contrappeso e la Cina la porta. Più agiscono  assieme, per esempio in Medio Oriente e America Latina, più se ne intravedono gli obiettivi multipolari puri e lo stretto coordinamento; allo stesso modo, più si avvicinano questi due nuclei eurasiatici, più il rapporto appare complesso e difficile da comprendere.

La culla della cooperazione
La Shanghai Cooperation Organization (SCO) è la culla in cui la RCSP è nata e cresciuta.  Originariamente fondata come i Cinque di Shanghai nel 1996, fu riformata come SCO nel 2001 con l’inclusione dell’Uzbekistan. Da allora, ha stabilito la cooperazione con osservatori come Mongolia, India, Pakistan, Afghanistan e Iran, così come il dialogo per la collaborazione con Sri Lanka, Turchia e  Bielorussia. Questi Paesi rientrano direttamente nella sfera immediata della RCSP, in cui  Russia e Cina esercitano un certo grado d’importante influenza su vari livelli. Inoltre, la SCO fonda  le basi della RCSP, indicando la lotta contro “terrorismo, separatismo ed estremismo in tutte le loro manifestazioni” (quindi anche le rivoluzioni colorate), in quanto nemici principali. Si dà il caso che gli Stati Uniti siano impegnati in tali attività nella campagna per il caos e il controllo in Eurasia, mettendosi così in contrasto esistenziale con Russia e Cina, così come con gli altri aderenti. Non va dimenticato che la SCO conduce anche regolarmente esercitazioni militari congiunte.

Il bastione dei BRICS
Nella forma più visibile della RCSP, i due Paesi cooperano come forza nell’ambito dei BRICS. A  maggio Putin aveva dichiarato che con la Cina “abbiamo priorità comuni, sia globali che regionali… Abbiamo deciso di coordinare più strettamente la nostra politica estera, anche in seno a Nazioni Unite, BRICS e APEC… Non abbiamo divergenze. Al contrario, abbiamo grandi piani che siamo  determinati a tradurre in realtà”. Questa innovativa dichiarazione d’intenti globale s’è tradotta nel passaggio indispensabile all’azione al vertice BRICS di luglio in Brasile, in cui i cinque membri hanno fondato la nuova Banca di Sviluppo confrontandosi direttamente con il predominio economico istituzionale occidentale. Memorandum importanti sulla comprensione multipolare e la creazione di una riserva di valuta hanno conformato gli altri importanti risultati del vertice. Si può dunque vedere che i BRICS sono divenuti il baluardo istituzionale del coordinamento mondiale russo-cinese.

Sintesi strutturale
Russia e Cina hanno ruoli distinti nel loro tandem del potere, e ancora ne perfezionano l’interazione reciproca. La SCO, pur essendo un quadro multilaterale, opera essenzialmente come ente bilaterale della grande cooperazione russo-cinese, con l’Asia centrale come campo di attuazione di future applicazioni esterne. La continua collaborazione istituzionale tra Russia e Cina appare chiaramente nei BRICS, in particolare nell’ultimo vertice. Una volta analizzati unitariamente, entrambi i Paesi uniscono le forze nelle istituzioni appropriate, perseguendo l’obiettivo comune della multipolarità.

Parte II: Applicazione geopolitica
Ora è il momento di seguire le applicazioni geopolitiche della RCSP.  Questa sezione inizierà con l’Asia nordorientale e poi procederà in senso antiorario esplorando il doppio approccio verso Asia centrale, Asia meridionale e sud-est asiatico. Poi passerà all’Europa prima di guardare a Medio Oriente/Nord Africa (MENA) e America Latina. Solo in Africa la RCSP deve ancora maturare, anche se ci sono sicuramente possibilità per la Cina di bilanciare l’influenza della Russia nel continente, in futuro, e d’influenzare i leader regionali espandendone i legami commerciali con Mosca. Infine, la conclusione unificherà l’articolo dimostrando che la RCSP è veramente il rapporto più importante del 21° secolo e veicolo definitivo del multipolarismo. Al lettore si consiglia di tenere a mente quanto segue durante la lettura di questa sezione: ogni mano della RCSP è destinata a lavare l’altra e a completare la controparte nelle regioni/Stati in cui sarebbe in svantaggio rispetto al partner, con lo scopo finale di stabilire un vero multipolarismo globale. Con ciò premesso, l’esame della geopolitica della RCSP inizia.

Asia orientale
L’essenza della RCSP in Asia nordorientale è affrontare con attenzione la “portaerei inaffondabile” degli Stati Uniti e neutralizzarne la letalità. Russia e Cina avevano già dispute territoriali con il Giappone, prima dell’avvio della RCSP, ma il Giappone non ha aggravato tali tensioni che nei primi anni 2010. Il problema giapponese potrebbe più accuratamente essere visto come un problema statunitense, a causa dell’occupazione e della mutua sicurezza reciproca con il Paese, quindi tramite un delegato, la RCSP effettivamente affronta l’ostruzione statunitense al processo di pacificazione del Nordest asiatico. Tokyo ha sempre la ‘clausola per optare’ per la normalizzazione dei rapporti con Mosca (nell’interesse nazionale di entrambi gli attori), ma ciò non sembra apparire nell’orizzonte dell’amministrazione Abe. L’occupazione statunitense è troppo forte e influente perché il Paese se ne liberi nel prossimo futuro; sarebbe un colpo di fortuna una sua frattura e l’avvio di una vera politica estera indipendente, permettendo a Mosca di svolgere un ruolo positivo nel moderare le azioni di Tokyo verso Pechino. Nel contesto attuale, tuttavia, Russia e Cina sanno che il Giappone, e non la Corea democratica (entrambi i Paesi s’impegnano ai colloqui multilaterali per la denuclearizzazione), pone il forte rischio della destabilizzazione del nord-est asiatico, per via dell’aggressività delle rivendicazioni territoriali, in ciò aiutato e spalleggiato dagli Stati Uniti al fine di avere un partner regionale eterodiretto volto a sabotare la prospettiva della cooperazione pan-regionale. Così, per quanto improbabile possa sembrare al momento, nel caso in cui scoppiasse una guerra, Russia e Cina potrebbero cooperare militarmente o userebbero i più forti strumenti diplomatici e politici a disposizione per spingere il Giappone a fare marcia indietro e fermare le ostilità al più presto possibile.

Asia centrale
Molto è stato scritto su una presunta rivalità russo-cinese in Asia centrale, ma in realtà non è così, e non è altro che un pio desiderio di coloro che intendono dividere la RCSP e vedere Russia e Cina scornarsi sulla regione. La Russia guida il processo d’integrazione politica ed economica con  Kazakistan e Kirghizistan sotto gli auspici dell’Unione eurasiatica, ed ha accordi di mutua sicurezza con Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e nella CSTO (anche partecipando regolarmente alle esercitazioni militari). La Cina, d’altra parte, è più di un leader dal basso profilo in Asia centrale, dopo aver stipulato lucrosi contatti commerciali in questi anni ed accordi energetici estremamente strategici con la maggior parte degli Stati della regione, in primo luogo il Turkmenistan. La situazione in Asia centrale è la seguente: la Russia consolida l’influenza sulla sfera ex-sovietica, con gli Stati con cui già coltivava rapporti profondi, mentre la Cina colma il vuoto in alcuni aspetti economici. E’ della massima importanza per la Cina poter diversificare le rotte d’importazione delle risorse, al fine di evitare lo stretto di Malacca, occupato e controllato dagli USA, da cui l’interesse per l’energia dell’Asia centrale. Tramite l’accettazione implicita della Russia del coinvolgimento della Cina, la RCSP procede senza intoppi, essendo nell’interesse della Russia avere un forte partner in una Cina il più possibile energeticamente indipendente. L’espansione fulminea dell’influenza energetica della Cina in Asia centrale è anche utile alla Russia, comunque. I legami che ha favorito con l’Uzbekistan, che negli ultimi anni s’era allontanato dalla Russia (lasciando la CSTO nel 2012 e programmando di acquistare molte avanzate attrezzature militari della NATO in Afghanistan) e  prossimo a divenire il socio eterodiretto degli Stati Uniti dopo la ritirata afghana, potrebbe temperarne le politiche regionali. Non è detto che la Cina possa convincerlo ad astenersi da una maggiore cooperazione militare con gli Stati Uniti, ma potrebbe esercitare l’influenza economica e il forte impatto energetico sull’Uzbekistan cercando di evitare un catastrofico confronto militare con il Tagikistan, che probabilmente coinvolgerebbe la Russia attraverso le sue responsabilità nella CSTO.

Asia meridionale
Questa è una regione in cui la RCSP assume una natura molto complessa, estremamente difficile discernere, fatta eccezione per i più attenti osservatori. Tracciando accordi politici, la Russia è il più stretto alleato dell’India, con il nuovo Primo ministro Nahrendra Modi che ha recentemente proclamato che “Se chiedete a qualcuno tra l’oltre miliardo di persone che vive in India, chi sia il più grande amico del nostro Paese, ogni persona, ogni bambino dirà la Russia. Tutti sanno che la Russia è sempre stata a fianco dell’India nei momenti più difficili, e senza chiedere nulla in cambio”. Questo è un rapporto politico di per sé intriso di titaniche implicazioni globali, ma nel contesto della RCSP, permette alla Russia di esercitare una forte influenza sull’India, mantenendo la pace con la Cina, tanto più che quest’ultima ha aumentato drasticamente la retorica sulla disputa di confine, negli ultimi due anni, con uno stile ironicamente simile a quello che il Giappone usa con la Cina. A differenza del Giappone, però, la Cina ha indicato due mesi fa di essere disposta a risolvere finalmente tale disputa, dando così alla Russia il ruolo di stabilizzatore da svolgere da dietro le quinte, in modo che nessuna delle parti agisca incautamente e metta in pericolo i colloqui. Sempre in tale senso, la Cina ha un rapporto strategico assai stretto con il Pakistan, rivale mortale dell’India, e i due Paesi interagiscono su base militare ed economica. La Cina è interessata a un corridoio energetico verso l’Oceano Indiano, saldamente sotto il suo controllo, e il Pakistan ha bisogno del suo grande vicino per coprirsi contro la minaccia indiana. Questo rapporto minaccia ovviamente l’India, trovandosi in cima alle considerazioni della politica estera dell’élite diplomatica della nazione, così come la strategia navale della collana di perle della Cina nell’Oceano Indiano. Questo è il nome dato alla politica cinese volta a stabilire rapporti navali preferenziali con Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh e Myanmar, aumentando l’azione nel cortile dell’India e assicurandosi le rotte energetiche che attraversano la regione. Con tale rivalità geopolitica tra India e Cina, il ruolo della Russia verso entrambi gli attori assume un’importanza fondamentale nel garantire pace e stabilità e, a differenza dell’Asia nord-orientale con il Giappone, in Asia del Sud la Russia ha l’alta probabilità di poter influenzare gli eventi in misura più incisiva. Proseguendo nella strategia della collana di perle della Cina, si aprono anche le porte alle opportunità della Russia. Grazie al rapporto di Pechino con Islamabad e la sensibilità politica sull’invio di armi al suo partner, la Russia può agire per delega e vendere elicotteri da combattimento con la pretesa della lotta antidroga del Pakistan. Anche se irrita l’India, ciò rappresenta un “cambio di paradigma” in più di un senso: non solo Russia e Pakistan snobbano l’occidente, ma la Russia può utilizzare la fiducia dell’India per fare accettare (o comunque sopportare) agli indiani questa nuova relazione militare. La vendita aiuta il Pakistan a bilanciare la Cina in quanto delegato verso l’India (non importa quanto sia secondario), e aiuta indirettamente la Russia sulla situazione in Afghanistan nel dopo 2014. Tale sviluppo monumentale è interamente attribuibile all’intercessione della Russia, in quanto se la Cina avesse venduto apparecchiature simili al Pakistan, avrebbe potuto creare una crisi nelle relazioni bilaterali con l’India e affondato i possibili colloqui sulla definizione della disputa sui confini. Inoltre, tangenzialmente, la Russia potrebbe in futuro utilizzare i legami commerciali preferenziali della Cina con i suoi partner della collana di perle, per la diversificazione economica dei prodotti agricoli, obiettivo intrapreso da quando le contro-sanzioni sono state emanate ai primi di agosto. Ciò sarebbe soltanto un ricambio per quanto la Russia ha permesso alla Cina in Asia centrale, con la diversificazione energetica, per esempio; quindi ha un senso nella struttura della RCSP che la Cina aiuti la Russia nel fare questo per la sua agricoltura e la bassa diversificazione commerciale verso l’Asia meridionale. Come è stato sottolineato all’inizio della seconda parte dell’articolo, Russia e Cina sono complementari in tutti i modi possibili, essendo ciò la spina dorsale del partenariato strategico. Se uno apre la porta alla cooperazione con un certo Stato o regione a proprio vantaggio, poi permette all’altro di entrarvi, se non anche dal retro, lontano dal controllo pubblico.

Sud-Est asiatico
Questa regione è una delle più deboli per la RCSP, ma è ancora un’opportunità per entrambi gli Stati. La Cina è coinvolta nell’aspro battibecco con i vicini sui reclami nel Mar Cinese Meridionale, in particolare con il Vietnam. E’ qui che si presenta l’occasione per la Russia di svolgere il ruolo di bilanciamento strategico e di adoperarsi per promuovere la grande partnership con la Cina. Russia e Vietnam hanno un rapporto lungo e cordiale risalente all’epoca sovietica, Mosca fornisce ad Hanoi sottomarini dandogli una relativa tranquillità verso la Cina.  Anche se la rivalità cino-vietnamita nel sud-est asiatico non è strutturalmente feroce come quella indiano-pakistana in Asia meridionale, in entrambi i casi la Russia può fungere da mediatore tra i due grazie alla sua posizione unica. E’ ironico che il rapporto russo-vietnamita, costruito durante la guerra fredda per contrastare la Cina, possa ora essere utilizzato per aiutare Pechino in modo contorto. Russia e Cina, come già accennato, hanno bisogno l’uno dell’altro per restare forti e stabili, raggiungendo l’obiettivo a lungo termine del multipolarismo globale, quindi l’invio di armi della Russia al Vietnam non dovrebbe essere visto come un tentativo d’indebolire la Cina, ma piuttosto di ancorare l’influenza di Mosca in un Paese che s’è già dimostrato problematico per Pechino. Attraverso questa profonda presenza, la Russia può quindi influenzare le decisioni dell’élite politica vietnamita operando verso una soluzione costruttiva (o almeno non militare), anche se ciò si traduce in un ‘conflitto congelato’ o prolungamento dell’attuale stallo. Naturalmente, vi sono altri attori che influenzano il Vietnam (in particolare gli USA), ma l’influenza russa ad Hanoi non va sottovalutata, in quanto entrambi i Paesi parlano anche di maggiore cooperazione economica nell’ambito dell’Unione Eurasiatica, mostrando così che il fattore Russia ancora ha un peso nella capitale vietnamita.

Europa
Alla luce dell’attuale spirale nelle relazioni Russia-UE, non c’è praticamente nulla che la Russia possa fare nella RCSP per aiutare la Cina, ma la Cina può offrire un’opportunità alla Russia. Così, uno dei grandi disegni strategici della Cina è facilitare il commercio accelerato con l’UE attraverso un triplice approccio: Nuova Via della Seta (con componenti terrestri e marittime), Ponte Eurasiatico e Rotta Artica. Gli ultimi due passano direttamente sul territorio russo, marittimo o terrestre, aumentando così la prominenza geopolitica della Russia tra Europa e Cina, che piaccia o no all’UE. Non importa se l’Europa ricambia trasportando i propri prodotti attraverso il territorio russo o meno, dato che la Cina ancora prevede nettamente di farlo, consegnando ancora alla Russia una posizione economica più forte e guadagni più tangibili rispetto a prima.

Medio Oriente e Nord Africa (MENA)
Dalla rivoluzione colorata della Primavera araba del 2011, il MENA è il punto focale dell’intenso coordinamento politico russo-cinese. Sergej Lavrov aveva dichiarato nel maggio 2011, dopo un incontro con il ministro degli Esteri cinese, che “Abbiamo deciso di coordinare le nostre azioni utilizzando le capacità di entrambi gli Stati per facilitare una prima stabilizzazione e impedire ulteriori conseguenze negative imprevedibili”. Fu la risposta ovvia alla violazione occidentale della UNSC 1973, quando la risoluzione del Consiglio di Sicurezza fu palesemente violata per giustificare la guerra della NATO alla Libia e il successivo cambio di regime. Chiaramente, Russia e Cina compresero che tale violazione potrà un giorno verificarsi anche più vicino ai loro confini, se non perfino affrontare destabilizzazione interna e relativo indebolimento dello Stato, e quindi anche nei loro stessi Paesi. Nel Medio Oriente si può anche facilmente vedere che entrambi i Paesi adempiono ai loro ruoli specifici nel partenariato. L’interazione della Russia con Siria e Iran, e più recentemente Egitto, visibilmente ne illustra il ruolo di equilibratore militare e politico. La Cina è profondamente coinvolta nel commercio energetico dal MENA, con il 60% del petrolio proveniente da qui. Entra anche nell’economia non-energetica della regione, in particolare negli Emirati Arabi Uniti. Così, oltre al coordinamento politico generale e l’assoluto accordo tra Russia e Cina nel MENA, la regione ne definisce i rispettivi ruoli.

America Latina
Questa regione, più del MENA, mostra senza dubbio che la RCSP è attiva in condizioni di quasi-laboratorio. L’America Latina è lontana dagli intrighi geopolitici dell’Eurasia, rendendo in tal modo la cooperazione tra Russia e Cina comprensibile anche per l’occhio inabituato ad osservare. Negli ultimi dieci anni la Russia è tornata in America Latina, sia nello stile che nella sostanza. Le sue navi hanno visitato porti ed attuato esercitazioni congiunte con il Venezuela, bombardieri russi l’hanno sorvolato e vi si sono riforniti. Il Nicaragua ospiterà una base russa a guardia del canale finanziato dai cinesi, ora in costruzione nel Paese. Gazprom ha iniziato ad investire in Bolivia e Argentina, e Rosneft è attiva in Venezuela. Medvedev e Putin hanno anche visitato la regione, ed è stato ipotizzato che la Russia abbia accettato di riaprire la base spionistica sovietica a Cuba, nella visita di quest’ultimo a luglio. Si può quindi affermare che la Russia è più influente in America Latina oggi di quanto lo sia mai stata durante la Guerra Fredda. La Cina, essendo la porta economica, è l’investitore in più rapida crescita in America Latina, ed è destinata a diventarne il secondo maggiore partner commerciale. Come già accennato, finanzia il rivoluzionario canale del Nicaragua, diversificando la rotta trans-oceanica dal cliente panamense degli Stati Uniti, invitando ulteriori investimenti e commerci non-statunitensi nella zona. Questo in realtà già accade anche senza il canale. La Russia capitalizza un decennio di contatti ristabiliti con l’America Latina, diversificando il commercio agricolo dall’occidente per via delle recenti contro-sanzioni. Ciò rivela l’ampia strategia della Russia, spezzando il predominio occidentale su taluni mercati agricoli e fornendo ai produttori un’opzione alternativa. La Russia vuole anche migliorare la propria sovranità statale e quindi diminuire l’influenza economica occidentale sulla sua economia interna, da cui l’espansione commerciale verso i mercati non-occidentali delle ultime settimane. Complessivamente, l’America Latina è la base più adatta nel far progredire il mondo multipolare nel cortile del gigante unipolare in dissoluzione. Russia e Cina non hanno assolutamente alcun interesse a una qualche competizione in questo teatro, senza dubbio dimostrando così i grandi obiettivi strategici generali della RCSP. Il coinvolgimento russo e cinese nella regione avanza a ritmo spettacolare e multiforme, aprendo così la possibilità di una drammatica trasformazione geopolitica proprio sulla porta di casa degli Stati Uniti. L’America Latina è in molti sensi per gli Stati Uniti ciò che è l’Europa dell’Est per la Russia, una regione dall’intensa antipatia verso il suo grande vicino e quindi da gestire in modo flessibile partecipando anche ad azioni dannose per il suo ex-egemone.

Pensieri conclusivi
Il partenariato strategico Russia-Cina (RCSP) è veramente di portata globale, comprendendo il mondo intero su vari livelli. Gli assiomi presentati devono essere riesposti al fine di ricordarne al lettore l’essenza: Ogni mano della RCSP è destinata a lavare l’altra e a completare la controparte in regioni/Stati in cui può essere in svantaggio rispetto al partner, allo scopo di stabilire vero multipolarismo globale. La Russia è il contrappeso e la Cina la porta. Più cooperano per esempio in Medio Oriente e America Latina, più si possono vederne i puri obiettivi multipolari e lo stretto coordinamento tra questi Stati; allo stesso modo, più questi due nuclei eurasiatici si avvicinano, più appare complesso il rapporto e più sarebbe difficile capirlo.
Con ciò in mente, la RCSP è più facile da comprendere, e le sue ambizioni multipolari appaiono evidenti. Tornando all’inizio del testo, dove sono citati detrattori e distrattori, è ormai dimostrato che i distrattori gettano fumo cercando di nascondere l’ovvio, la RCSP è una forza reale e tangibile nel mondo. I detrattori a loro volta, avevano torto quando affermavano che questa partnership è aggressiva. Sicuramente sfida il Washington Consensus, ma lo fa con mezzi pacifici e politici, soprattutto con un approccio che combina contatti militari-diplomatici e contrappeso politico della Russia al ruolo di porta economica della Cina. Così è indiscutibile che, nel 21° secolo, la RCSP sarà il partenariato più dinamico nella costruzione della multipolarità mondiale, respingendo i disperati tentativi degli Stati Uniti di preservarsi l’anacronismo unipolare.

xi_putin3Andrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sveglia, i cinesi arrivano!

MK Bhadrakumar - 18 agosto 2014  modi-12C’è molta lavorio per la visita del presidente cinese Xi Jinping in India, il mese prossimo. E’ difficile ricordare un tale traffico per un vertice India-Cina. Dev’essere l’effetto ‘Modi’, basti dire che Pechino si appresta alla visita di Xi con grandi aspettative sulla svolta storica nelle relazioni con l’India. Cruciali nei colloqui preparatori tra Delhi e Pechino, saranno le consultazioni a Pechino del ministro del Commercio Nirmala Sitharaman, ai primi di settembre, poco prima della visita di Xi. Seetharaman è stato a Pechino di recente, accompagnato dal Vicepresidente MH Ansari. La seconda visita così ravvicinata, suggerisce che questioni commerciali e d’investimento domineranno l’agenda di Xi nei colloqui con il Primo ministro Modi. La visita di Xi offre la grande opportunità all’India d’attrarre investimenti cinesi in volumi molto più grandi di quanto è stato finora. L’espansione all’estero degli investimenti della Cina è iniziata solo circa un decennio fa, ma la media annuale che si attestava a quasi 3 miliardi di dollari nel 2005, è aumentata in modo esponenziale toccando i 90 miliardi già l’anno scorso. In effetti, questa ondata contrasta con i livelli decrescenti degli FDI globali. La Cina è oggi uno dei principali esportatori mondiali di investimenti diretti. Lo spread è semplicemente da mozzafiato, come l’Heritage Foundation Investment Tracker Map presenta qui. Le tendenze sono abbastanza chiare. La Cina traduce seriamente la sua ricchezza, accumulatasi negli ultimi decenni da maggiore potenza commerciale mondiale, in potenza economica globale. La quota dell’India è gracile, nemmeno mezzo miliardo di dollari. Dovrebbe avvertire il fatto che gli Stati Uniti, nonostante la tanto declamata strategia del ‘perno’ bla bla, abbiano attirato 15 dei 90 miliardi di dollari, l’anno scorso, divenendo di gran lunga la prima destinazione degli investimenti cinesi globali. Gli esperti indiani avrebbero qualcosa su cui rimuginare seriamente. L’aumento degli investimenti cinesi è destinato a continuare. Xi intende liberalizzare i flussi finanziari, e gli Stati Uniti sperano di attirare i liberalizzati flussi di investimenti esteri cinesi prestandovi maggiore attenzione e tenendo in considerazione il potenziale d’investimento quale acceleratore di forti relazioni USA-Cina. (qui).
Il governo UPA, al contrario, fu nervoso. Ora le recenti dichiarazioni di Sitharaman suggeriscono che il governo Modi è fiducioso nel compiere quest’atto di fede. Naturalmente è necessario un occhio più esigente, sempre in materia di investimenti stranieri nella nostra economia, non importa da dove provengano. Senza dubbio, i supremi interessi della sicurezza nazionale prevarranno. Ma detto ciò, un bilanciamento sagace è necessario, anche perché non c’è Paese che abbia un surplus investimenti come la Cina; è disposta a concedere finanziamenti e, innegabilmente, gli investimenti cinesi potrebbero rilanciare crescita ed occupazione, divenendo un0importante fonte dell’occupazione in India. Gli investimenti riguarderanno anche il problema dello squilibrio commerciale bilaterale. Lo spin-off politico è evidentemente svolto dagli investimenti cinesi, che non infondono più paura, ma cominciano a sembrare ‘normali’ e banali azioni di mercato. L”ordinarietà’ degli investimenti cinesi in India è certamente una prospettiva futura, ma in termini immediati vi sono grandi decisioni da prendere. Xi ha esteso l’invito alle Maldive ad aderire al progetto di Via della Seta Marittima, nella riunione con il Presidente Abdulla Yameen, a Nanchino. La Cina ha già invitato l’India a partecipare al progetto, ma il governo UPA non poteva prendere tale grande decisione prima di essere sostituito. Pechino ha mostrato interesse nell’adesione dell’India al progetto della Via della Seta Marittima. Un modo di guardare all’iniziativa cinese è considerarla (con disposizione predeterminata, forse) la conferma dell’ambizione del Paese d’emergere come grande nazione marittima. Se questo è l’obiettivo della Cina, è naturale. Ma un grave problema sorge se si dovesse caricarlo anche del gioco delle grandi rivalità. In secondo luogo, vi è una nozione fantasiosa tra i nostri esperti, incoraggiata senza dubbio dagli analisti occidentali, che il progetto cinese sfiderebbe le ambizioni indiane come supremo signore dell’Oceano Indiano. In realtà, però, l’iniziativa cinese della Via della Seta Marittima deve essere vista sullo sfondo del ‘perno in Asia’ degli Stati Uniti, che Pechino ritiene una malcelata strategia del contenimento contro la Cina. La spinta strategica dell’iniziativa della Via della Seta Marittima si basa sulla costruzione di una serie di accordi tra la Cina e i Paesi di Asia sud-orientale, Asia meridionale, Asia centrale, Eurasia, Golfo Persico e Asia occidentale, al fine di ‘neutralizzarli’, se non coltivarne amicizia, oltre ovviamente a sviluppare scambi e legami economici reciprocamente vantaggiosi, evitando l’emersione di una falange regionale guidata dagli Stati Uniti schierata contro la Cina.
Non ci vuole molto per capire che la spinta del progetto è nel contenuto economico, perché in tale ambito i fattori del vantaggio Cinese si ritrovano nel ‘sedurre’ i Paesi di queste regioni dalle diverse culture, sistemi politici e storia, affinché passino alla piattaforma comune della Cina. Pechino calcola giustamente che apporterebbe una certa ‘addizionalità’ che Stati Uniti ed Europa semplicemente non possono corrispondere, nel commercio e negli investimenti, integrandosi bene con gli obiettivi nazionali di sviluppo dei questi Paesi (come Turchia, Qatar, Iran, Mongolia, Uzbekistan, Pakistan, Maldive, Sri Lanka e Malaysia). La Cina non è così stupida da sperare di esercitare un’egemonia da ‘Grande Fratello’ su clienti difficili come Turchia, Iran, Uzbekistan, Sri Lanka e Malaysia, noti per il loro nazionalismo convinto e senso d’indipendenza. Né è nel DNA della Cina formare alleanze militari. Pertanto, fare un parallelo con le potenze coloniali dei secoli 17° e 18° significa travisare la storia moderna. La grande ondata di nazionalismo e liberazione del 20° secolo continua a modulare la politica mondiale e Pechino non può che esserne a conoscenza. D’altra parte, se l’India dovesse rimanere fuori dalla Via della Seta Marittima, rischia di perdervi notevolmente. Oltre a un possibile totale isolamento nella regione dell’Asia meridionale, è al cento per cento sicuro che Bangladesh, Nepal, Myanmar, Sri Lanka, Maldive, Pakistan saranno attratti dalle lusinghe dello sviluppo delle infrastrutture finanziato dai cinesi; l’India deve anche prevedere che l’iniziativa cinese sarà l’unico spettacolo in città per molto tempo. USA e Unione europea non avranno l’interesse (o la capacità) di entrare in una tale intensa cooperazione economica con i Paesi asiatici (che non sono d’importanza vitale quanto i collegamenti lo sono per la Cina). L’India può corrispondere alla Via della Seta Marittima cinese con un’iniziativa altrettanto seducente? Beh, no.
A mio avviso, la vera sfida dei responsabili politici indiani fu la lunga assenza di una visione sana della cooperazione regionale, come invece ha la Cina. Non si può negare il fatto che l’India abbia trascurato il SAARC. SAARC e SCO sono casi da manuale di come il formidabile ritardo storico e il lavoro incompiuto attuali possano  essere superati dal solo senso delle priorità politiche regionali con un ‘quadro generale’ sullo sfondo. Fortunatamente, però, l’India rientra oggi nella nuova alba della politica regionale. Tutto indica che l’adesione dell’India alla SCO probabilmente si materializzerà a settembre. Sempre a settembre, Xi potrebbe rinnovare l’invito a Modi di aderire all’Asian Investment Development Bank e al progetto della Via della Seta Marittima. La sfida di Sitharaman da ministro con doppio incarico, nel commercio e nella finanza, con un ruolo centrale nella preparazione della visita di Xi, sarà capire come i suddetti piani a settembre possano effettivamente correlarsi e divenire un vantaggio strategico dell’India tramite una complementarità con le priorità dello sviluppo nazionale del governo Modi.

modi-jinping_650_072114094947Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Novorossija, la resistenza s’intensifica

Alessandro Lattanzio, 12/8/20141526920Il comandante di battaglione della 51.ma brigata meccanizzata Pavel Protsjuk veniva dimesso per non aver saputo catturare Savrovka. Protsjuk affermava che Kiev annunciò la cattura di Savrovka prima ancora che la 51.ma vi arrivasse. Protsjuk disse “Nessuno ci ha assegnato un compito preciso. Ci hanno detto solo di una missione di due giorni. Prendemmo razioni per due giorni, ma ci impiegammo due giorni per arrivarci. I rapporti della ricognizione indicavano che a Savrovka (Saur-Mogila) vi erano degli “sconosciuti” e un posto di blocco con la bandiera rossa. Al comandante dissero via radio che erano dei nostri. Subito ci dirigemmo a piedi, “gli sconosciuti” ci spararono immediatamente con mortai, mitragliatrici e fucili da cecchino. Subimmo un paio di feriti e il capo delle comunicazioni, maggiore Khmelnitskij, venne ucciso. Per riassumere, ci siamo ritirati. Chiedemmo l’intervento dell’artiglieria, invano. Questo il 28 luglio. E al comandante dissero che se nella prossima ora catturava la collina, sarebbe stato processato. Comunque, ci siamo separati e avvicinati alla difesa perimetrale. Alle 05:00… abbiamo chiesto aiuto per evacuare i nostri 18 feriti, e due ‘separatisti’ catturati. E alle 20:00 il comandante inviò un gruppo di assalto verso Savrovka, 3 BMP, 3 T-64 e fanteria. Riferiamo allo stato maggiore che Saur-Mogila era nostra. Il comandante ordinava di porsi in cima e stabilire il perimetro difensivo, ma subito dal “checkpoint con la bandiera rossa” (che avevamo già distrutto) una mitragliatrice ci sparò con proiettili “traccianti” e perforanti, e mentre il convoglio stava risalendo la collina venne bombardato da cannoni semoventi. Ma riuscimmo ad impostare il perimetro difensivo. 3 BMP erano al vertice e 1 carro armato T-64 si trovava nelle vicinanze. Subito dopo i mortai e gli obici nemici ci bombardarono con proiettili a frammentazione dalle 21:30 alle 04:00. I BMP furono incendiati e il personale si nascose dove possibile. Molti erano nel panico, abbandonando veicoli e munizioni. Il comandante disse: “Dobbiamo ritirarci, perché ci uccideranno tutti qui”. Il comandante radunò tutti e li riportò agli autoveicoli. I cannoni avevano distrutto 2 BMP, solo uno era ancora in funzione, e i 3 carri armati furono danneggiati. Abbiamo trasferito il carburante dai mezzi danneggiati a quelli funzionanti. Ci ritirammo, e il comandante ricevette ancora l’ordine di catturare la cima. Che l’intero battaglione muoia, ma la cima deve essere catturata… Così, alla fine ci siamo ritirati ancora di più, e bombardammo Savrovka per l’intera giornata con i “Grad” e gli obici. Il 27 luglio Kiev annunciò che la nostra brigata aveva catturato Savrovka. Nessuno può catturarla, anzi da lì bombardarono la 30.ma brigata, la 95.ma brigata (di cui sono rimasti, forse, 150 soldati), la 72.ma, la nostra 51.ma e il 3.zo reggimento. … Io non sono un tattico, sono solo un soldato, ma capisco perché dobbiamo prendere Savr-Mogila (Savrovka), non transiterebbe l’artiglieria pesante destinata a Snezhnoe, la cui strada passa nelle vicinanze. Ma non capisco una cosa: da dove i separatisti prendono così tante munizioni, ci hanno “bombardato” per tre giorni. E solo noi”.
_-Fh8_7eZT4 Riguardo alla dissoluzione del gruppo ucraino nella sacca meridionale, a sud di Donetsk e Lugansk, la decisione di ritirarsi nel territorio della Russia fu presa dagli ufficiali del 72.ma brigata meccanizzata e del Servizio delle guardie di frontiera nazionale per mancanza di munizioni, rifornimenti e carburante. “In due settimane abbiamo combattuto in modo efficace, senza munizioni e carburante. Ho avuto la capacità di nutrire la mia unità per più di due settimane. Eravamo anche a corto di razioni. Il personale era esausto non tanto dai bombardamenti, ma dalla disperazione. Inoltre il centro non ci aiutava in alcun modo e nell’ultima settimana aveva addirittura smesso di parlarci, ci aveva già sepolto“, così spiegava la decisione il comandante di battaglione Vitalij Dubinjak, fuggito in Russia con centinaia di suoi soldati. “Onestamente parlando, non ci aspettavamo che saremmo stati trattati in questo modo, potrei dire in modo fraterno. Chi ci invia ordini dall’alto, in realtà mente dicendo che combattiamo contro la Russia. Nessuno russo ci ha nemmeno guardato di traverso, capiscono che siamo ostaggi della situazione. Qui ci hanno curato, i feriti sono stati soccorsi, siamo stati nutriti. Ci siamo lavati per la prima volta in un mese e ci hanno dato vestiti e condizioni per riposarci, posso darvi per certo che dopo aver attraversato questo tritacarne, non torneremo in tale macello una seconda volta. Ho salvato la vita dei miei ragazzi e gli ho detto, lasciateli combattere da soli che inviino i loro figli a morire, ne abbiamo avuto abbastanza. Nei loro calcoli non esistiamo e non ci dovrebbero tener più in considerazione“, ha riassunto Dubinjak. Il comandante del battaglione ucraino riconosceva che l’azione militare nel Sud-Est era già divenuta una guerra civile. “Certo, io non saprò guardare negli occhi le madri dei miei ragazzi morti. Ma so per certo che tale mattatoio civile deve essere fermato. Ho già visto abbastanza lacrime dei residenti e tormenti dei miei ragazzi. La cosa più importante è che siamo vivi e che poi ci preoccuperemo di come tornare a casa“. In definitiva, con la resa dei militari ucraini, 70 mezzi militari venivano consegnati alla Milizia, tra cui 18 sistemi lanciarazzi multipli Grad, sistemi missilistici Osa e 15 carri armati, segnando la fine della 72.ma brigata meccanizzata dell’esercito ucraino. Nella sacca meridionale rimanevano i resti della 79.ma aeroportata e della 24.ma corazzata, e un battaglione della 72.ma.
Secondo Kiev, dal 30 luglio al 3 agosto 2014 le forze armate ucraine subirono la perdita di 357 militari, 38 guardie di frontiera e 59 paramilitari, oltre alla distruzione di 30 carri armati T-64, 63 blindati BRDM/BTR/BMP, 5 cannoni semoventi 2S9 Nona e almeno 20 autoveicoli. Infine le Milizie catturarono altri 2 carri armati, 2 BMD, 2 cannoni antiaerei da 23 mm e 1 autocarro Kamaz.
Il 5 agosto, a Zaporozhja, 40 km ad ovest di Donetsk, il battaglione di mercenari neonazisti Dnepr subiva un’imboscata da un commando federalista, sostenendo gravi perdite. Ad Avdjovka, le milizie respingevano le forze ucraine. A Dokuchaevsk, il battaglione neonazista Shahktjorsk assassinava 18 civili. A Marjupol, il deputato del partito radicale, e pedofilo neonazista, Oleg Ljashko, rapiva il locale capo della polizia Oleg Morgun, più tardi rilasciato dal ministero degli Interni ucraino.
Il 6 agosto, a Slavjansk si ebbero combattimenti sul colle Karachun tra truppe majdaniste e commando dei miliziani della Repubblica di Donetsk. A Marinka, la milizia respingeva l’attacco del battaglione Azov che subiva gravi perdite, oltre a 3 carri armati e diversi blindati distrutti. Da parte sua la milizia aveva 2 miliziani caduti e altri 5 feriti. La sera del 6 agosto, la giunta di Kiev continuava l’offensiva verso la periferia di Donetsk e le linee da Savrovka a Latishevo. La milizia si ritirava da Marinka, ma a sud, dopo aver fallito nell’aprire un corridoio per la sacca meridionale, i reparti meccanizzati majdanisti puntavano a nord, cercando di colpire Latishevo e Snezhnoe. Ma nei pressi di Latishevo e Rassipnoe, la manovra veniva sventata respingendo i majdanisti. L’offensiva di Kiev dei primi di agosto 2014 puntava ad accerchiare Donetsk e a spezzare i collegamenti tra le due repubbliche popolari di Novorossija. Durante la serata del 6 agosto i majdanisti bombardavano la periferia di Donetsk, uccidendo tre civili, mentre i majdanisti intrappolati nella sacca meridionale ingaggiavano combattimenti tra Snezhnoe e Dmitrovka, dove due convogli golpisti furono respinti dal fuoco dell’artiglieria della milizia, presso Djakovo, mentre i resti della 79.ma brigata e la 24.ma brigata meccanizzata tentavano uno sfondamento su Mjusinsk. Scontri anche a Pervomajskoe e Limanchuk, a sud di Snezhnoe. La milizia cercava di respingere il nemico a nord-est di Mjusinsk, per impedirne il congiungimento con il gruppo majdanista che avanzava verso Enakievo da Orlovka. La milizia e i cosacchi del Don respinsero la 24.ma brigata meccanizzata, eliminando 250 majdanisti, distruggendo 17 BMP, 27 BTR, 7 carri armati, 7 MLRS, catturando un centinaio di altri mezzi pesanti e facendo diversi prigionieri, tra cui ufficiali e sottufficiali, mentre circa 1000 effettivi della 79.ma brigata meccanizzata ucraina riuscivano a ritirarsi abbandonando gran parte del loro equipaggiamento. Infine, 150 soldati ucraini avrebbero chiesto di aderire alla milizia e 4 ufficiali ucraini della 72.ma brigata, sospettati di avere bombardato un posto di confine russo a Gukovo, regione di Rostov sul Don, venivano arrestati dalle autorità di Donetsk.
In questa fase le forze erano impegnate in combattimenti intorno a tre aree strategiche:
Gorlovka, a nord di Donetsk, a Debaltsevo, ad ovest di Donetsk e lungo l’asse che collega le due repubbliche.
Shahktjorsk, sull’asse meridionale che collega le due repubbliche, teatro di una potente offensiva della 25.ma brigata aeromobile ucraina, la manovra falliva dopo che la 25.ma brigata aveva subito gravi perdite.
Savrovka – Marinovka dove si chiudeva la sacca lungo il confine con la Russia in cui era intrappolato ciò che rimaneva del corpo di spedizione della junta di Kiev.
Il 7 agosto la difesa aerea di Novorossija, presso Enikevo, abbatteva 1 caccia multiruolo MiG-29 ucraino, oltre a 1 aereo da ricognizione e a 1 aereo da trasporto ucraini. Dopo un’ora e mezza di bombardamento preliminare sulla linea difensiva Snezhnoe-Torez-Ivanovka, 3 battaglioni corazzati della 81.ma brigata meccanizzata, con il sostegno del 74.mo reggimento delle Forze Speciali ucraine, attaccavano finendo però su un campo minato steso la notte precedente dai miliziani. 19 blindati vi rimasero distrutti e decine di majdanisti furono catturati, assieme ad altri 8 BMP e 4 carri armati. Alle 22:30, la bandiera della Guardia Nazionale cosacca veniva issata sul checkpoint Dolzhanskij, al confine tra Ucraina e Russia, da parte dell’unità Prapor che compiva una missione assegnata dal Generale federalista N. I. Kositsin. Nello scontro i majdanisti perdevano 2 blindati. Presso Savrovka, a Quota 277 (Savr-Mogila), il Battaglione Vostok respingeva l’ennesimo assalto majdanista, subendo 8 caduti e 11 feriti. I majdanisti vi avevano perso 2 BMP e 4 BTR. Il Gruppo Sabotaggio-Ricognizione (“SSR”) del battaglione aveva anche abbattuto 1 elicottero ucraino.
L’8 agosto, Gorlovka veniva bombardata dai majdanisti uccidendo cinque civili. Nelle ultime due settimane nella città, i bombardamenti dei golpisti avevano ucciso 40 civili e ferito altri 130. Guerriglieri di Zaporozhe distruggevano un convoglio della Guardia nazionale ucraina, la notte del 7 agosto presso Malinovka. 1 autocarro Ural venne distrutto mentre 1 autocarro KrAZ, 1 autocarro KamAZ e 2 blindati “Hummer” furono catturati. Inoltre veniva preso un prigioniero, un uomo in mimetica senza insegne, probabilmente un mercenario straniero.
xQTlrPBnuJA Il 9 agosto mattina, un gruppo corazzato della 24.ma brigata meccanizzata, respinto da Mjusinsk, irrompeva a Krasnij Luch; contemporaneamente a Fashevka e Vakhrushevo, presso Debaltsevo, avveniva l’attacco di un alto gruppo corazzato ucraino. In totale, gli assalti coinvolsero 60 blindati e 700 soldati ucraini. La situazione fu assai critica e l’assalto ucraino minacciava l’accerchiamento di Donetsk. Ma la guarnigione federalista di Krasnij Luch bloccava l’avanzata majdanista nella cittadina, respingendola dopo diverse ore di combattimenti. La milizia continuava il contrattacco sloggiando i majdanisti dai villaggi Khrustalnij e Vakhrushevo. Una batteria di artiglieria della RPD distruggeva un convoglio madjanista a nord di Pantelejmonovka e un’altra unità golpista presso Illovajsk veniva distrutta completamente. In tali ultimi assalti, i majdanisti avevano perso almeno 250 effettivi e subito la cattura di 30 tra blindati e pezzi d’artiglieria. Un funzionario del ministero della Difesa ucraino, affermava: “3427 soldati sono ancora dispersi e si presume morti. Non c’è speranza che qualcuno delle 72.ma, 24.ma e 51.ma brigate, della 79.ma aeroportata e del 3.zo reggimento delle forze speciali sia rimasto vivo. Nelle ultime due settimane, solo quattro gruppi tra 7 e 18 persone hanno rotto l’accerchiamento”. Al 9 agosto, la 72.ma brigata meccanizzata contava solo 467 soldati, sottufficiali e ufficiali, la 24.ma brigata meccanizzata 473, la 51.ma brigata meccanizzata non più di 136, la 79.ma aeroportata indipendente 369 e il 3.zo reggimento Spetsnaz era ridotto a livello del suo battaglione da ricognizione. Intorno alle 5:00, nella città di Konotop, Oblast di Sumi, vi furono quattro forti esplosioni nell’impianto di riparazione aeronautico Aviakon, responsabile della manutenzione e riparazione degli elicotteri militari Mi-8 e Mi-24 ucraini. A Novoja Kondrashevka (Lugansk), i bombardamenti ucraini uccidevano due donne.
Il 10 agosto, ad Ilovajsk (35 km ad est di Donetsk), i majdanisti si ritiravano dopo che per tre giorni avevano cercato di catturarla, perdendo almeno 20 blindati e circa 500 mercenari. Secondo  Tatjana Dvorjadkina, co-presidente della Repubblica Popolare di Donetsk (RPD), “500 mercenari del battaglione Azov della Guardia nazionale ucraina sono stati uccisi nei pressi di Ilovajsk. Abbiamo avuto conferma che vi erano lettoni tra i mercenari“. Inoltre, i volontari serbi del Battaglione Jovan Sevic della milizia di Donetsk, distruggevano “2 carri armati, 1 cannone semovente con i loro equipaggi, nonché 1 mortaio dei neo-banderisti“. A Gorlovka, una colonna ucraina subiva un’imboscata dalla milizia del Comandante Igor Bezler. Oltre 20 mezzi, tra cui 3 carri armati, furono distrutti. A Krasnij Luch, a 50 km a sudovest da Lugansk, la milizia resisteva a un nuovo grande assalto ucraino, che veniva infine respinto.
La sacca meridionale (detta anche Calderone) era ridotta a sacche frammentate di truppe disperse. Degli oltre 700 soldati ucraini fuggiti in Russia il 60% ha chiesto asilo, mentre un accordo veniva raggiunto: i majdanisti abbandonavano i loro mezzi intatti ricevendo il permesso di abbandonare la sacca a bordo di autobus. Il gruppo che invece aveva tentato la sortita per uscire dalla sacca era costituito soprattutto da mercenari. Nel tentativo di spezzare l’assedio, perse gli equipaggiamenti e dei circa 700 mercenari che tentarono di rompere l’accerchiamento, 225 soltanto riuscirono a fuggire. Tutte le unità ucrainiste superstiti si concentravano tra l’aeroporto di Lugansk e la città di Antratsit, nel sud-est di Novorossija. All’inizio dell’operazione, il 13 luglio, il raggruppamento armato ucraino che poi venne circondato, era composto, da 1 battaglione carri armati della 72.ma brigata meccanizzata, 3 battaglioni meccanizzati (2 della 72.ma brigata meccanizzata e 1 della 24.ma brigata meccanizzata), 2 battaglioni della 79.ma aeroportata, 1 battaglione del 3.zo reggimento forze speciali, distaccamenti carri armati, ricognizione e cecchini delle 51.ma e 72.ma brigate meccanizzate, 1.ma brigata corazzata, 79.ma aeroportata, 6 batterie di artiglieria delle 72.ma, 51.ma e 24.ma brigate meccanizzate e della 79.ma aeroportata. L’organico complessivo del gruppo, comprendeva 5500 effettivi, 70 carri armati, 200 blindati, 130 cannoni e MLRS.  Di tale organico, il 10 agosto non restavano che 500 effettivi in grado di combattere, essendo almeno 3500 i morti o dispersi subiti dal corpo di spedizione della junta di Kiev. Le truppe federaliste avevano recuperato almeno 22 carri armati, 43 blindati, 12 lanciarazzi Grad, 8 semoventi d’artiglieria. Inoltre, 2 brigate ucraine, la 95.ma e la 30.ma meccanizzate, cercarono di spezzare l’accerchiamento dall’esterno, passando per Shakhtjorsk, Stepanovka, Latishevo, Peredergievo, Mjusinsk e Debaltsevo. L’11 agosto, l’unità della milizia che difendeva Savr-Mogila, 100 km a est di Donetsk, si ritirava dopo aver subito un pesante bombardamento dai majdanisti, perdendo il comandante dell’unità, 4 caduti e 18 feriti. Per due mesi la collina di Savr-Moghila aveva resistito all’assalto dei 5500 uomini del Corpo di spedizione meridionale della junta di Kiev, in seguito liquidato dalle milizie di Lugansk e Donetsk.
Il 7 agosto, il premier della RPD Aleksandr Borodaj si dimetteva. Borodaj era collegato al gruppo di Surkov, “il nostro uomo al Cremlino”. Con la nomina di Antjufeev a luglio, veniva avviato un radicale rimaneggiamento della leadership politico-militare della RPD; oltre a Borodaj furono dimessi Pushilin, Lukjanchenko, Khodakovskij e Pozhidaev. Zakharchenko, comandante di “Oplot“, prendeva il posto di Borodaj. In questo modo si subordinavano tutte le risorse della RPD all’obiettivo della difesa militare.
va7fxpP2kgQ Il comitato investigativo della Federazione Russa affermava che armi proibite venivano utilizzate contro i civili in Ucraina orientale, “Il comitato investigativo della Federazione russa ha prove incontestabili per un procedimento penale contro l’Ucraina per impiego di mezzi e metodi di guerra vietati nelle regioni di Donetsk e Lugansk“, affermava il portavoce del comitato Vladimir Markin. “Il materiale su tali crimini sarà consegnato agli appositi tribunali internazionali, come abbiamo già fatto per i crimini delle truppe georgiane contro i civili in Ossezia del Sud“. Il Ministero della Difesa russo dichiarava di sapere che bombe al fosforo o a grappolo furono utilizzate dai majdanisti nel bombardamento di Slavjansk del 12 giugno, di Slavjansk e Kramatorsk il 21 giugno, di Semjonovka il 24 giugno e il 29 giugno, di Lisichansk il 7 luglio e di Donetsk il 23 luglio. Il 6 agosto, a Kiev arrivava una squadra del Comando Europeo degli Stati Uniti “Su richiesta del dipartimento di Stato, una piccola squadra di valutazione dell’US European Command arriva oggi presso l’ambasciata a Kiev per valutare, consigliare e fornire raccomandazioni all’ambasciata degli Stati Uniti e al suo staff sull’eventuale sostegno degli Stati Uniti a Paesi Bassi, Australia, Malaysia e altri partner che conducono le operazioni di recupero dell’aereo della Malaysia” abbattuto dai golpisti ucraini il 17 luglio nei cieli di Donetsk. Nel frattempo, il Canada iniziava a fornire all’Ucraina materiale militare, elmetti, binocoli balistici, giubbotti antiproiettile, kit di pronto soccorso, tende e sacchi a pelo. “L’equipaggiamento logistico fornito consentirà alle autorità di sicurezza e di frontiera ucraine di monitorare la circolazione di beni e persone. E’ ciò che l’Ucraina ci ha chiesto e offriamo“, aveva detto il premier canadese Harper in relazione all’arrivo a Kharkov di un velivolo-cargo C-17 Globemaster III canadese che trasportava 4,5 milioni di dollari di materiale militare “che l’Ucraina utilizzerà per assicurare e proteggere il suo confine orientale”.
La Federazione Russa, nel frattempo, vietava l’importazione di frutta, verdura, carne, pesce e prodotti caseari da Unione europea, Stati Uniti, Canada, Norvegia e Australia. Mentre si svolgevano le esercitazioni presso il poligono di tiro di Ashuluk nella regione russa di Astrakhan, il 6 agosto, dove l’esercito russo si addestrava in manovre che prevedevano un conflitto tra due Stati immaginari, coinvolgendo dal 4 all’8 agosto circa 6500 militari, 800 mezzi e oltre 100 aerei ed elicotteri, così come sistemi missilistici superficie-aria S-300, Sergej Shojgu, ministro della Difesa della Russia, dichiarava che “le unità di mantenimento della pace dovranno essere in stato di prontezza operativa. Il mondo è cambiato, ed è cambiato drammaticamente come si vede dagli ultimi esempi, quindi le unità di peacekeeping possono essere attivate senza preavviso“. Dall’11 al 16 agosto, nella regione di Pskov si svolgevano le manovre della 76.ma Divisione paracadutisti della Guardia, coinvolgendo 3000 paracadutisti e  blindati aerolanciati dai velivoli da trasporto Il-76, come i sistemi di artiglieria 2S25 Sprut, 2S9 Nona e D-30, e sistemi missilistici Strela-10 e Igla. “Per eseguire gli attacchi aerei contro obiettivi a terra di un nemico ipotetico, e il sostegno al trasporto aereo e aviosbarco dei paracadutisti (…) più di 30 aerei ed elicotteri saranno utilizzati“, tra cui cacciabombardieri Su-24, elicotteri da combattimento Mi-28 e Mi-24 e da trasporto Mi-8. Infine, truppe russe e cinesi avviavano le esercitazioni militari congiunte antiterrorismo Missione di Pace 2014, della Shanghai Cooperation Organization (SCO), presso la base di Zhurihe, nella Mongolia Interna della Cina. Più di 7000 soldati provenienti da 5 Paesi prenderanno parte alle esercitazioni del 24-29 agosto. “L’esercitazione sarà la quinta manovra multinazionale nel quadro della SCO e avrà lo scopo di scoraggiare le “tre forze del male” del terrorismo, separatismo ed estremismo, salvaguardando la pace e la stabilità regionale e migliorando la capacità di coordinamento delle forze armate nella lotta al terrorismo“, dichiarava il Ministero della Difesa cinese. La Russia vi inviava anche 4 jet Su-25 e 8 elicotteri Mi-8MT.

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Russie Politics
The BRICS Post
Vineyard Saker
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Zerohedge

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E se Putin vince in Ucraina?

L’accordo della CNPC apre alla Russia il mercato asiatico del gas
Igor Alekseev, Route MagazineNsnbc

images_russia_pipeline_china_domain-bIl recente accordo tra la China National Petroleum Corporation (CNPC) e la compagnia energetica russa Gazprom può controbilanciare le sanzioni statunitensi ed ampliare le opzioni energetiche della Russia in Eurasia. Le parti hanno stipulato il contratto per la costruzione del nuovo gasdotto “Power of Siberia” nei prossimi cinque anni. L’obiettivo è fornire alla Cina 82 miliardi di metri cubi di gas, una media di 16,4 miliardi di metri cubi all’anno. Inoltre, il ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak ha detto che la parte cinese ha espresso il desiderio di arrivare a 25 miliardi di dollari e di abolire i dazi sulle importazioni di gas russo. Secondo Vedomosti, il The Wall Street Journal russo, il contratto tra Gazprom e CNPC ha un valore complessivo di 400 miliardi di dollari e riguarda 1032 miliardi di metri cubi di gas. Il prezzo del contratto si basa sul volume minimo e comprende una clausola “take or pay”. Il contratto è pienamente in linea con la strategia aziendale di Gazprom volta a diversificare le forniture di carburante. In sostanza, non è diverso da accordi analoghi conclusi con i consumatori dell’Europa occidentale e il prezzo è competitivo (superiore a 350 dollari per mille mc, secondo diverse fonti). Lo Stato cinese ha incaricato CNPC di costruire gasdotti e impianti di stoccaggio in Cina per l’accordo. Entro la fine del 2014, un accordo intergovernativo sulla cooperazione energetica supplementare verrebbe firmato a livello statale. Parlando della fattibilità del progetto, Aleksej Uljukaev, ministro russo dello Sviluppo economico, ha sostenuto al recente St. Petersburg International Economic Forum che “il progetto sarà al 100 per cento redditizio“. Mosca valuta l’introduzione di un trattamento fiscale preferenziale per rendere l’accordo ancora più redditizio. Un nuovo regime di sgravi fiscali sarà introdotto sui giacimenti che alimenteranno il mercato del gas cinese.
Su scala più ampia, la rapida realizzazione del contratto sarà conseguenza diretta della politica degli Stati Uniti in Europa orientale. Dopo il fiasco siriano, l’amministrazione Obama ha fatto ogni sforzo istituendo un regime fantoccio in Ucraina. L’esportazione del caos nel cuore dell’Europa serve a sabotare il dialogo energetico tra Est e Ovest. Secondo lo scenario di Washington, i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Polonia dimenticano l’antico principio ‘pacta sunt servanda‘ e violano il trattato con l’allora legittimo presidente dell’Ucraina. Ciò di fatto ha sancito la guerra civile e le violenze brutali in Novorossija. L’insediamento di un governo radicale a Kiev mette a rischio l’intero sistema di approvvigionamento energetico dell’Europa. Per ora sembra che nessuno in Europa dia una spiegazione intelligibile del perché sia successo. Bruxelles ha sacrificato decenni di stabilità energetica al mito della solidarietà transatlantica UE-USA (l’afflizione dei negoziati TTIP n’è un’ottima indicazione). Ora la minaccia incombente del debito non garantito sul gas dell’Ucraina è un problema di alta priorità per l’Europa. Chi raccoglie i benefici della dubbia “vittoria” occidentale a Kiev? Basta seguire il denaro. Mentre il vicepresidente statunitense Joe Biden testa la fedeltà dei satelliti USA dell’Europa orientale in Romania, suo figlio Hunter Biden entra sfacciatamente nel consiglio di amministrazione della società del gas ucraina Burisma. Il riorientamento della politica energetica della Russia in Asia difficilmente porterà a un drastico cambio nel breve termine. L’Europa è e rimarrà un importante partner commerciale per gli esportatori di gas della Russia. Anche se l’invio previsto di 38 miliardi di metri cubi di gas in Cina è impressionante, è pari solo al 20 per cento di quello attualmente fornito all’Europa. Tuttavia, in prospettiva nel 2020-2025 l’accordo sul gas Russia-Cina farà della Cina il mercato del gas. I numeri assoluti non sono importanti quanto l’impatto economico complessivo della cooperazione a lungo termine. Ad esempio la Cheljabinsk Tube Rolling Plant (ChelPipe) e la controllata della CNPC China Petroleum Pipeline Material and Equipment Corporation (CPPMEC) hanno firmato un accordo biennale per la partecipazione congiunta a progetti di gasdotti internazionali. I giacimenti siberiani orientali potranno rifornire anche il previsto impianto di gas naturale liquefatto di Vladivostok, che potrebbe diventare la via per gli altri Paesi asiatici energivori come Giappone, Corea e Taiwan. Tutto sommato, l’agenzia di rating Fitch ritiene che l’accordo CNPC-Gazprom rappresenti una significativa opportunità di crescita per l’industria del gas russa. Un mercato alternativo in Oriente è una positiva prospettiva di medio-lungo termine per Gazprom, nonostante tutti i tentativi d’imporre sanzioni economiche contro la Russia.

E se Putin vince in Ucraina?
Andrew  Sullivan 5 giugno 2014

521750Stephen Walt la pensa così: “In primo luogo, ha fatto archiviare l’idea di una ulteriore espansione della NATO per un lungo tempo, forse per sempre. La Russia s’è opposta alla marcia della NATO verso est da quando iniziò a metà degli anni ’90, ma la Russia non poteva fare molto. La breve guerra del 2008 tra Russia e Georgia è stato il primo tentativo di Putin di tracciare una linea rossa, e la scaramuccia smorzò considerevolmente l’entusiasmo per l’espansione. Questa volta, Putin ha chiarito  nettamente che qualsiasi futuro tentativo di portare l’Ucraina nella NATO o anche di aderire all’UE incontrerà la ferma opposizione russa e probabilmente comporterà lo smembramento del Paese. In secondo luogo, Putin ha ristabilito il controllo russo sulla Crimea, un atto popolare per la maggioranza dei residenti della Crimea e dei russi. L’acquisizione ha comportato alcuni costi a breve termine (alcune sanzioni economiche piuttosto miti), ma ha anche consolidato il controllo russo sulla base navale di Sebastopoli consentendo alla Russia di rivendicare i giacimenti di petrolio e gas nel Mar Nero, del valore stimato in migliaia di miliardi di dollari. … Terzo, Putin ha ricordato ai capi ucraini che ha molti modi per rendergli la vita difficile. Non importa quali siano le proprie inclinazioni, pertanto è nel loro interesse mantenere almeno rapporti cordiali con Mosca. E il nuovo presidente dell’Ucraina, Petro Poroshenko, ha ricevuto il messaggio”.
Posner contesta anche la teoria, avanzata da Tom Friedman, che Putin “tremi” dopo aver valutato i costi dell’avventura ucraina contro i benefici, per il suo regime: “L’economia russa non è stata indebolita, il mercato azionario era scambiato a 1400 prima della crisi e viene scambiato a 1400  oggi. Il rublo è sostanzialmente invariato, un pelo più basso. Nessuno sa se veramente la Cina ha fatto un affare oppure no; troppo dipende da contingenze sconosciute. Ma è chiaro che la Russia  beneficia da più strette relazioni con la Cina. La NATO difficilmente sembra rivivere, i Paesi europei sono in subbuglio e divisi nella risposta alla Russia, dipendendo dal suo gas come sempre. Le spese per la difesa non aumenteranno, ma anche accadesse la Russia difficilmente se ne curerebbe, dato che non ha intenzione d’invadere Polonia o Germania, e sa che non hanno alcuna intenzione di liberare la Crimea o aiutare militarmente l’Ucraina. Contro tali costi banali, se questi sono, si considerino i vantaggi della Russia. … Dire che Putin “trema” è come dire che il ragazzo che ruba un biscotto trema perché ha preso solo un biscotto piuttosto che tutti”.
Nel frattempo, il conflitto continua a ritmo sostenuto, e il coinvolgimento russo non è affatto finito. Anna Nemtsova riferisce che i ribelli nella parte orientale dell’Ucraina hanno il sopravvento nelle città di confine, aprendo un corridoio dei rifornimenti dalla Russia: “Ciò significa che anche se il presidente russo Vladimir Putin incontra i capi europei, e lui e il presidente USA Barack Obama si osserveranno con circospezione durante la commemorazione del D-Day in Normandia, la guerra nella parte orientale dell’Ucraina potrebbe accelerare. Anche se Putin ha ritirato la maggior parte delle truppe russe presenti frontiera, minacciando un’invasione convenzionale, la strada è aperta ora ai volontari e operatori di vario tipo che insieme ai rifornimenti si muoveranno liberamente nel Paese. Un paio di colleghi giornalisti ed io abbiamo sentito parlare dei tentativi di aprire questo corridoio per diversi giorni, quando viaggiammo in Ucraina orientale. Il ministero degli Esteri russo, parlamentari e volontari russi in Ucraina con cui abbiamo parlato, ci hanno tutti detto di creare ciò che chiamavano “corridoio umanitario”. Stavamo cercando la breccia sul confine, e l’abbiamo trovata vicino alla città di Sverdlovsk nella regione di Lugansk”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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