Bombardamento della Jugoslavia contro “invasione russa” della Crimea

Valentin Vasilescu, Reseau International 8 marzo 2014

0,,17467756_303,00Nel 1999, l’offensiva della NATO contro non solo obiettivi militari ma anche civili in Jugoslavia, iniziò con un bombardamento aereo massiccio, con il pretesto dell’oppressione serba della minoranza albanese in Kosovo, parte della Jugoslavia. Al massacro della Jugoslavia, durato 78 giorni, parteciparono US Air Force, Regno Unito, Francia, Belgio, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi, Germania, Spagna, Portogallo, Turchia e Canada, tutti membri della NATO. La stessa cosa accadde nel 2011, quando la stessa scusa fu utilizzata in Libia per rovesciare Gheddafi. Nel bombardamento della Libia parteciparono sempre USAF, Regno Unito, Francia, Belgio, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi, Spagna, Turchia e Canada, tutti membri NATO, con l’aggiunta delle forze di Svezia, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Il desiderio di ogni comandante militare è impedire al nemico di avviare un dispiegamento difensivo adeguato e la pianificazione preventiva di fossati anticarro e trincee. Ma a tale proposito, le unità ucraine in Crimea furono colte di sorpresa ed isolate nelle loro caserme. Finora i russi hanno mantenuto un equilibrato rapporto di forze in Crimea, ma in 48 ore utilizzando aerei da trasporto aereo e navi da sbarco, possono dispiegare più di 200000 soldati, mezzi da combattimento pesanti, missili da crociera e missili terra-terra, centinaia di bombardieri e aerei multiruolo. Ciò è la prova più evidente che, finora, i russi non hanno intenzione di agire come gli Stati Uniti in Jugoslavia, distruggendo le infrastrutture militari ed economiche, uccidendo civili, o radendo al suolo le città ucraine con massicci attacchi aerei e sbarramenti d’artiglieria.
La Russia ha finora applicato il metodo “soft“, seguendo l’obiettivo politico limitato deciso da Vladimir Putin. Basandosi sul principio della “relazione tra persone ragionevoli” e il massimo uso delle capacità dei gruppi da ricognizione strategica (Alfa) dell’esercito russo. Finora, i russi hanno fatto solo capire all’esercito ucraino che i capi di Euromaidan vogliono mandarli a morire deliberatamente per mantenere le cariche che occupano grazie ai crimini commessi a piazza dell’Indipendenza a Kiev, che hanno comportato un colpo di Stato bello e buono. Questo   atteggiamento suggerisce che l’esercito ucraino dovrebbe arrestare e disarmare rapidamente i gruppi estremisti filo-occidentali che hanno dichiarato pubblicamente che i cittadini russofoni dell’Ucraina, come quelli rumeni, devono essere liquidati. Per una settimana s’è parlato di “fronte” formato dalle truppe russe, in modo che l’esercito ucraino cominciasse ad arrestare e disarmare i gruppi d’opposizione estremisti filo-occidentali. Mentre l’esercito ucraino non ha dimostrato maggior discernimento, la Russia si sente in dovere di dimostrare rapidamente agli ucraini il suo enorme sistema militare. La seconda fase del “soft power” dell’esercito russo in Ucraina potrebbe consistere nell’ampio uso di sistemi C4I in stretta correlazione con le truppe aeroportate e terrestri, la marina e l’aviazione. Memorie, microprocessori, apparecchiature per le comunicazioni via satellite, coordinati da server dedicati, potenza di elaborazione di ultima generazione, nonché sicurezza garantita da crittografia digitale su tutte le frequenze, faranno sì che i sistemi C4I russi saranno impossibili da neutralizzare per gli ucraini. Così, tutti i canali di sorveglianza e rilevamento di tutti i servizi delle forze armate ucraine potrebbero giocare ad “Age of Empire“, allertando su una grande invasione ma non avendo i mezzi per verificarla; l’esercito ucraino sarà costretto a scegliere tra le alternative disponibili, mettendosi in posizione da combattimento su alcune linee per far fronte al nemico e, quindi, lasciare scoperte altre zone divenute automaticamente e fatalmente vulnerabili all’esercito ucraino.

Valentin Vasilescu, pilota ed ex-vicecomandante della base militare di Otopeni, laureato in Scienze Militari presso l’Accademia di Studi Militari a Bucarest nel 1992.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I tredici anni del piano imperialista per la Siria

Slobodan Eric Rete Voltaire 15 febbraio 2014

Solo gradualmente tutti i pezzi del puzzle si combinano. In questa intervista con la rivista serba Geopolitika, Thierry Meyssan spiega cosa ora preveda il piano imperialista di Washington per il Medio Oriente, elaborato nel 2001. Ne osserva l’incapacità di affrontare la resistenza popolare e nota che pagheremo tutti le conseguenze, sia i popoli oppressi che coloro che pensavano di dominarle.

tumblr_m7fa7tntbz1qap9gno1_1280Geopolitika: Caro signor Meyssan, potrebbe brevemente spiegare ai lettori di Geopolitika ciò che  accade oggi in Siria, dato che secondo le informazioni delle principali reti televisive e le affermazioni dell’Osservatorio siriano dei diritti umani di Londra, non si capisce la situazione reale nel Paese in guerra. Ci sembra che un vento positivo soffi per il Presidente Assad, l’Esercito siriano e le forze patriottiche che difendono la Siria, dopo l’iniziativa russa per l’eliminazione delle armi chimiche che ha sventato il piano d’intervento di Stati Uniti e NATO.
Thierry Meyssan: Secondo gli Stati membri della NATO e del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), i siriani si ribellarono al loro governo, tre anni fa, imitando i nordafricani. Questo è ciò che viene chiamata “primavera araba”. Il governo, o “il regime” più sprezzantemente, ha risposto con forza e brutalità. Dal 2011, la repressione avrebbe causato più di 130000 morti. Questa versione è supportata dall’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo che pubblica il numero delle vittime. La realtà è molto diversa. Al momento degli attentati dell’11 settembre, gli Stati Uniti decisero di distruggere un certo numero di Paesi, tra cui la Libia e la Siria. Questa decisione fu rivelata dall’ex Comandante Supremo della NATO, generale Wesley Clark, che si oppose. Si trattava di creare un’unità politica, dal Marocco alla Turchia, intorno a Fratellanza musulmana, Israele e  globalizzazione economica. Nel 2003, dopo la caduta dell’Iraq, il Congresso approvò il Syria Accountability Act, che autorizza il presidente degli Stati Uniti ad entrare in guerra contro la Siria senza l’autorizzazione del Parlamento. Nel 2005, gli Stati Uniti utilizzarono l’assassinio di Rafiq Hariri per accusare il Presidente Bashar al-Assad, promuovendo e creando il Tribunale speciale per il Libano, al fine di condannarlo e di dichiarare guerra al suo Paese. Tale accusa crollò per lo scandalo dei falsi testimoni. Nel 2006, Washington subappaltò una guerra contro Hezbollah ad Israele, sperando di coinvolgervi la Siria. Nel 2007, gli Stati Uniti organizzarono e finanziarono gruppi di opposizione esiliati intorno alla Fratellanza musulmana. Nel 2010, decisero di esternalizzare la guerra contro la Libia a Francia e Regno Unito che, perciò, conclusero il Trattato di Lancaster House. Nel 2011, un commando della NATO fu inviato segretamente in Siria per creare panico e desolazione. Dopo la caduta della Libia, spostarono il centro di comando dei loro eserciti a Izmir, in Turchia, e i combattenti libici di al-Qaida nel nord della Siria. Tale guerra di aggressione ha ucciso 130000 siriani e numerosi combattenti stranieri. Dopo la crisi delle armi chimiche dell’agosto-settembre 2013, gli Stati Uniti ammisero di non poter rovesciare il governo siriano. Interruppero le forniture di armi e i jihadisti stranieri non possono più contare su Israele, Francia e Arabia Saudita. Ovunque, l’esercito lealista avanza e le bande armate sbandano ovunque tranne che nel nord. Tuttavia, Washington impedisce la pace in Siria fin quando non riuscirà ad imporre la sua soluzione alla questione palestinese.

Geopolitika: Quali sono le conseguenze della sconfitta dell’Esercito libero siriano, sostenuto dall’occidente? Qual è la situazione ad Aleppo e sugli altri fronti? Quali fondi e sostegni hanno al-Nusra, al-Qaida e gli altri gruppi estremisti islamici? Gli islamisti radicali, anche se non sono così popolari, sono guerrieri scadenti che attaccano la Siria per conto dell’occidente?
Thierry Meyssan: In principio la NATO ha scelto di combattere una guerra di quarta generazione. Il popolo siriano venne inondato da una marea di informazioni false per fargli credere che il Paese fosse in rivolta e che la rivoluzione avesse trionfato, in modo che tutti inevitabilmente accettassero il cambio di regime. Il ruolo dei gruppi armati era condurre azioni simboliche contro lo Stato, per esempio contro le statue di Hafiz al-Assad, il fondatore della moderna Siria e atti di terrorismo per intimidire le persone e costringerle a non intervenire. Ognuno di tali gruppi armati era diretto da ufficiali della NATO, ma non c’era un comando centrale, per dare l’impressione di un’insurrezione diffusa e non di una guerra vera e propria. Tutti questi gruppi, disgiunti gli uni dagli altri, avevano la singola etichetta dell’Esercito Siriano Libero (FSA). Riconobbero la stessa bandiera verde, bianca, nera, storicamente del mandato francese, nel periodo tra le due guerre, cioè dell’occupazione coloniale. Quando gli occidentali decisero di cambiare strategia, nel luglio 2012, cercarono di mettere questi gruppi armati sotto un unico comando. Non ci riuscirono mai per via della competizione tra i loro mandanti, Turchia, Qatar e Arabia Saudita. Fin dall’inizio, le uniche forze militari efficaci sul terreno erano i jihadisti che affermarono fedeltà ad al-Qaida. Erano la punta di diamante dell’ELS nella prima parte della guerra, poi si separarono quando gli Stati Uniti li definirono “terroristi”. Oggi, sono divisi principalmente tra il Fronte Islamico, finanziato dall’Arabia Saudita, Fronte al-Nusra finanziato dal Qatar ed Emirato islamico dell’Iraq e Levante (EIIL, “Daish” in arabo ), finanziato dalla NATO attraverso la Turchia, anche se controllato dall’Arabia Saudita. La  concorrenza è tale che questi tre gruppi si massacrano più di quanto combattano il governo siriano.

Geopolitika: Sulle due informazioni dannose e parziali dei media globali, potrebbe dirci chi ha attaccato civili e bambini con il gas sarin? Qui in Serbia, dove abbiamo avuto l’esperienza della strage di Racak e degli abitanti di Markale a Sarajevo, dove i serbi furono accusati senza alcuna prova, il tutto sembra un copione già visto della “manipolazione del massacro”. Tali sceneggiate sanguinarie utilizzate per manipolare l’opinione pubblica e avviare interventi militari nell’ex- Jugoslavia e in altre aree critiche del mondo, perdono efficacia, o in altre parole: ora è più difficile ingannare la gente?
Thierry Meyssan: L’attacco con il gas sarin a Ghuta, Damasco, (cioè nella cintura agricola della capitale) non fu il primo attacco con il gas. Ve ne furono molti altri in precedenza, per i quali la Siria fece invano appello al Consiglio di Sicurezza. Secondo l’opposizione in esilio, il governo avrebbe bombardato la zona di Ghuta per diversi giorni uccidendone infine la popolazione con il gas. Il presidente Obama, che ritenne che questo attacco superasse la “linea rossa”, minacciò di distruggere Damasco. Fu seguito, in un crescendo, dal presidente Hollande. Ma infine, la Siria, su proposta russa, aderì alla Convenzione contro le armi chimiche e tutte le scorte furono consegnate all’OPAC. Così non si verificò l’attacco a Damasco. Oggi il Massachusetts Institute of Technology (MIT) ha pubblicato un rapporto che dimostra che i razzi osservati a Ghuta avevano una gittata inferiore ai 2 km. Tuttavia, secondo le cartine diffuse dalla Casa Bianca, le forze lealiste erano a 9 km dalla “zona ribelle.” In altre parole, è impossibile che questi tiri provenissero dalle forze governative. Questo studio conferma i rapporti dei satelliti russi secondo cui i due razzi furono  sparati dai Contras dalla loro area, convalidando la confessione trasmessa tre giorni dopo dalla TV siriana, dove un individuo ammise di avere trasportato questi razzi chimici da un deposito  dell’esercito turco a Damasco. Sono convalidate le accuse delle famiglie alawiti di Lataqia che sostengono di aver riconosciuto il loro figli rapiti dai Contras, il mese precedente, nelle immagini delle vittime. Infine, convalida l’inchiesta di Seymour Hersh che sostiene, contrariamente a Barack Obama, che la sorveglianza del Pentagono non mostrava alcuna attività del servizio chimico nei giorni precedenti. Questo caso non può sorprendervi, avendo sperimentato lo stesso tipo di aggressione dalle stesse potenze. Funziona bene tanto oggi quanto ieri. Tuttavia, l’intossicazione ha ancora una durata limitata. Si scopre che ha funzionato, ma non ha avuto successo. Il pubblico occidentale ci crede, ma Damasco non è stata bombardata perché la Russia l’ha impedito inviando la sua flotta presso le coste siriane. Improvvisamente, il Pentagono non poté distruggere la città sparano dal Mar Rosso, attraverso la Giordania e Arabia Saudita, poiché avrebbe scatenato una grande guerra regionale. La verità la sappiamo con certezza ora, cioè sei mesi dopo.

Geopolitika: Dobbiamo anche domandarci della situazione dei cristiani in Siria. Vi sono informazioni sull’occupazione e il saccheggio a Malula, da parte degli islamisti di al-Nusra, di una ex-chiesa cristiana, delle suore sarebbero state rapite?
Thierry Meyssan: Per esaurire la Siria, la NATO ha fatto ricorso a collaborazionisti siriani e combattenti stranieri. Durante la seconda parte della guerra, cioè dalla prima conferenza di Ginevra nel giugno 2012, c’è stato un afflusso di Contras senza precedenti. Si tratta di una guerra di tipo nicaraguense, ma con un inaudito ricorso ai mercenari. Ora sono almeno 120000 i combattenti stranieri provenienti da 83 Paesi per combattere in Siria contro il governo. Tutti si richiamano al wahhabismo, setta fondamentalista al potere in Arabia Saudita, Qatar e Emirato di Sharjah. La maggior parte si dice taqfirista, cioè “pura”. Condannano a morte “apostati” e “infedeli”. Quindi, urlano nelle loro manifestazioni: “Gli alawiti sottoterra! I cristiani in Libano!“. Per tre anni hanno massacrato decine di migliaia di alawiti (una corrente sciita per cui la fede è interiore e non può essere espressa con dei riti) e di cristiani. Soprattutto, hanno costretto centinaia di migliaia di cristiani a fuggire, abbandonando le loro proprietà. Oggi li costringono a pagare una tassa speciale, in quanto infedeli. Mentre sopraggiunge la fine della guerra, i gruppi armati cercano di vendicare la loro sconfitta con operazioni spettacolari. Hanno attaccato Malula, città cristiana in cui si parla ancora la lingua di Cristo, l’aramaico. Si sono dedicati ad atrocità sconvolgenti. I cristiani sono stati torturati in pubblico e martirizzati perché rifiutavano di rinunciare alla loro fede.

Geopolitika: Seguendo con molta attenzione e precisione la situazione in Medio Oriente. Come descriverebbe la situazione in Egitto? Pensa che la situazione si sia consolidata dopo le azioni decise dal comando militare? È la prima grave sconfitta di coloro che pianificarono le rivoluzioni arabe? Come si spiega che gli Stati Uniti supportino un gruppo islamico radicale come i Fratelli musulmani?
Thierry Meyssan: Il termine “primavera araba” è un cavillo da giornalista per parlare di eventi che non comprende che accadono nello stesso momento in Paesi assai diversi che parlano la stessa lingua, l’arabo. E’ anche un mezzo della propaganda per spacciare guerre aggressive per rivoluzioni. Preoccupato dalla successione di Mubaraq, il dipartimento di Stato aveva deciso di rovesciarlo per scegliere il governo successivo. Così organizzò la carestia del 2008 speculando sul cibo. Creò una squadra che si occupò della Fratellanza musulmana. E aspettò che la pentola bollisse. Quando la rivolta iniziò, il dipartimento di Stato inviò l’ambasciatore Frank Wisner, che aveva organizzato il riconoscimento internazionale dell’indipendenza del Kosovo, per ordinare ad Hosni Mubaraq di dimettersi. Cosa che fece. Poi, il dipartimento di Stato contribuì ad organizzare le elezioni che permisero alla Fratellanza musulmana di mettere il cittadino egiziano-statunitense Muhammad Mursi alla presidenza con meno del 20% dei voti. Una volta al potere, Mursi aprì l’economia alle transnazionali statunitensi e annunciò l’imminente privatizzazione del Canale di Suez. Impose una costituzione islamica, ecc. Il popolo si ribellò di nuovo. Ma non solo in alcuni quartieri di Cairo, come la prima volta. Tutto il popolo in tutto il Paese, tranne il quinto della popolazione che l’aveva eletto. In definitiva, i militari presero il potere e incarcerarono i capi della Fratellanza musulmana.  Ora sembra che stessero negoziando il trasferimento della popolazione palestinese di Gaza in Egitto. Lì, come in tutto il mondo arabo, Hillary Clinton si appoggiò alla Fratellanza musulmana. Tale organizzazione segreta, costituita in Egitto per combattere contro il colonialismo inglese, fu effettivamente manipolata dall’MI6 e ora ha la sua sede internazionale a Londra. Nel 2001, Washington previde l’ascesa in Turchia, facilitandone le elezioni, di un politico imprigionato in quanto appartenente alla fratellanza musulmana, pur pretendendo di averla abbandonata, Recep Tayyip Erdogan. Dopo aver tentato numerosi colpi di Stato in diversi Paesi per 80 anni, la Fratellanza andò al potere grazie alla NATO in Libia, e alle urne in Tunisia e in Egitto. Partecipa ai governi di Marocco e Palestina. Dona un aspetto politico ai Contras in Siria. S’è illustrata in Turchia. Ovunque dispone della consulenza in pubbliche relazioni della Turchia e del finanziamento del Qatar, cioè dell’Exxon-Mobil di Rockefeller. Ha la sua televisione e il predicatore principale al-Qaradawi è il “consigliere spirituale” (sic) della rete del Qatar al-Jazeera. La Fratellanza impone un Islam settario, che perseguita le donne e assassina gli omosessuali. In cambio, sostiene che il nemico degli arabi non sia Israele, ma l’Iran, e apre i mercati alle multinazionali statunitensi. Se per due anni e mezzo abbiamo creduto che i Fratelli dovessero governare l’intero mondo arabo, oggi sono stati abbandonati dall’occidente. Infatti, da nessuna parte sono riusciti a ottenere un massiccio sostegno popolare. Non hanno mai avuto più del 20% della popolazione dalla loro parte.

Geopolitika: Dalla vostra “torre di guardia” in Medio Oriente, potrebbe spiegare la sorprendente amicizia tra il governo serbo e gli Emirati Arabi Uniti? Il principe Muhammad bin Zayad al-Nahyan è venuto più volte in Serbia dove ha annunciato diversi investimenti nel settore agricolo e nel turismo serbo. Etihad ha acquistato, quasi assorbito, la compagnia serba JAT Airways. Tali contatti politici ed economici tra Abu Dhabi e Belgrado possono non avere il consenso di Washington? Quale sarebbe la ragione della Casa Bianca per incoraggiare la collaborazione tra gli Emirati Arabi Uniti e la Serbia?
Thierry Meyssan: Gli Emirati Arabi Uniti sono in una situazione molto difficile. In primo luogo, è una federazione di sette Stati molto diversi, tra cui l’emirato wahhabita di Sharjah. Poi sono troppo piccoli per resistere al loro potente vicino, l’Arabia Saudita, e al loro cliente, gli Stati Uniti. In primo luogo hanno cercato di diversificare i propri clienti, offrendo una base militare alla Francia, ma questa rientrò nel comando integrato della NATO. Nel 2010 hanno abbandonato l’idea di avere un ruolo diplomatico sulla scena internazionale, dopo che la CIA assassinò in Marocco il principe Ahmad, perché segretamente finanziava la resistenza palestinese. La revoca delle sanzioni statunitensi contro l’Iran indeboliranno i loro porti, diventati il fulcro del traffico che aggira l’embargo. Ora cercano nuovi partner commerciali della loro taglia. Negoziano con la Serbia, equilibrando l’influenza wahhabita del Qatar, che ha creato al-Jazeera in Bosnia.

Geopolitika: Cosa pensate dello stato attuale delle relazioni internazionali? La presenza militare russa nel Mediterraneo e le sue azioni diplomatiche rendono impossibile l’intervento in Siria, incoraggiano l’Ucraina a non firmare l’accordo con l’UE e la forte posizione della Cina sulle isole contese nel Pacifico, ciò dimostra la costruzione di un mondo multipolare? Che risposta possiamo aspettarci dal governo degli Stati Uniti e dall’élite globale per le sconfitte subite dalle rivoluzioni arabe ed arancioni, e riguardo la tendenza evidente all’indebolimento del potere occidentale?
Thierry Meyssan: La debolezza degli Stati Uniti è certa. Avevano programmato una dimostrazione di forza attaccando sia la Libia che la Siria. In definitiva, non poterono farlo. Oggi, i loro eserciti sono inefficaci e non riescono a riorganizzarli. Tuttavia, sono ancora di gran lunga la prima potenza militare al mondo, e quindi riescono a imporre il dollaro, nonostante il debito estero senza precedenti. Negli ultimi anni Cina e Russia hanno fatto notevoli progressi, evitando lo scontro diretto. Pechino è diventata la prima potenza economica del mondo, mentre Mosca è ancora la seconda potenza militare. Questo processo continuerà mentre i leader cinesi e russi dimostrano le loro capacità mentre i leader statunitensi hanno dimostrato la loro incapacità ad adattarsi. Sono scettico verso lo sviluppo di Sud Africa, Brasile e India. Crescono economicamente in questo momento, ma non vedo le loro ambizioni politiche. Le élite globali sono divise. Ci sono coloro che credono che il denaro non abbia patria e che Washington sarà sostituita, e coloro che credono nella  forza minacciosa della potenza militare del Pentagono.

Geopolitika: Date le informazioni che avete e la credibilità della vostra analisi, saremmo interessati a conoscere la vostra opinione sulla politica del governo della Serbia, che insiste a portare il Paese nell’Unione europea, senza alcun entusiasmo dal popolo, e che ha accettato di raggiungere questo obiettivo partecipando con Bruxelles e Washington alla distruzione della resistenza serba alla secessione albanese in Kosovo e Metohija.
Thierry Meyssan: Il governo serbo attuale non capisce il nostro tempo. Agisce sempre come se la Russia sia ancora governata da Boris Eltsin e non possa aiutarla. Avendo chiuso da sé la porta del Cremlino, non ha altra scelta se non volgersi verso l’Unione europea e pagarla. Ora porta il peso della vergogna di aver abbandonato la resistenza serba. Infatti, non è l’unico Stato balcanico in tale posizione. Grecia e Montenegro dovrebbero anch’essi volgersi alla Russia ma non lo fanno. Senza dubbio, possiamo dire che la maggiore vittoria dell’imperialismo è aver saputo dividere e isolare  popoli che non credono di aver più una scelta politica.

Geopolitika: Nella sua ultima intervista a Geopolitika, ha detto che l’UCK in Kosovo aveva addestrato al terrorismo un gruppo di combattenti in Siria. L’UCK e il Kosovo sono ancora attivi nella lotta contro il Presidente Assad e il legittimo governo della Siria? Avete qualche informazione sulla partecipazione di islamisti di Bosnia, Kosovo e Metohija e della regione della Serbia dalla maggioranza musulmana (Novi Pazar)?
Thierry Meyssan: I jihadisti che combattono in Siria sostengono sui loro siti web di esser stati addestrati dall’UCK e ne hanno postato le foto. Tutto ciò è stato evidentemente organizzato dai servizi segreti turchi, MIT, il cui attuale capo Hakan Fidan fu il collegamento tra l’esercito turco e il quartier generale della NATO durante la guerra del Kosovo. Inoltre, sappiamo che molti jihadisti in Siria provengono dai Balcani. Ma non sembrano più riforniti dalla Turchia. Attualmente la polizia e la giustizia turche conducono un’operazione contro il governo Erdogan. Sono riusciti a evidenziare i rapporti personali del premier con il banchiere di al-Qaida, ricevuto segretamente a Istanbul mentre era sulla lista dei ricercati dalle Nazioni Unite. Così, la Turchia ha finanziato le attività di al-Qaida in Siria. Erdogan sostiene di essere vittima di un complotto del suo ex-compare, il predicatore musulmano Fethullah Gulen. E’ probabile che, in realtà, collabori con l’esercito kemalista contro Erdogan, che s’è rivelato, nonostante ciò che afferma, di essere sempre un membro dei Fratelli musulmani. Inizialmente, gli Stati membri o vicini alla NATO hanno inviato i musulmani per la jihad in Siria. Oggi, si preoccupano che queste persone rientrino. Persone che hanno violentato, torturato, smembrato ed appeso altre persone non possono ritornare a una normale vita civile. Quando la CIA ha creato il movimento della jihad contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, il mondo non era globalizzato. Su viaggiava assai di meno e più controllati. Non c’era Internet. La CIA poteva manipolare i musulmani in Afghanistan senza timore che si diffondessero altrove. Ora ciò che la NATO ha iniziato in Siria, cresce da solo. Non c’è bisogno di organizzare filiere affinché i giovani si uniscano ai Contras in Siria. Si è ripetuto così spesso che la Siria era una dittatura che tutti ci credono. Ed è romantico combattere una dittatura. Molti governi europei ora chiedono alla Siria di aiutarli ad identificare i propri cittadini tra i jihadisti. Ma come la Siria potrebbe farlo e perché rendere tale servizio a coloro che hanno cercato di distruggerla? La guerra finirà progressivamente in Siria, e i jihadisti torneranno a casa, anche in Europa, per continuare la guerra per la quale gli europei li hanno addestrati. Inoltre, tale situazione non avrà una soluzione pacifica, perché se la NATO avesse vinto in Siria rovesciando l’amministrazione di al-Assad, sarebbe stato peggio. Sarebbe stato un segnale per tutti i jihadisti apprendisti in occidente, a tentare a casa ciò che era riuscito in Medio Oriente. L’occidente e il GCC hanno allevato dei mostri con crimini che sconteremo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La “primavera bosniaca” e l’autunno serbo

Pjotr Iskenderov Strategic Culture Foundation 15/02/2014

bosnia_herzegovina_political_mapI drammatici sviluppi in Bosnia Erzegovina assumono sempre più carattere pan-europeo. Nelle dinamiche del conflitto si vedono dei parallelismi con  la crisi in Ucraina e allo stesso tempo da di che pensare agli apologeti dell’eurointegrazione negli altri Paesi. Naturalmente, le proteste che travolgono le città bosniache hanno le loro peculiarità nazionali. Dopo tutto, sulla base degli indici aggregati socio-economici, la Bosnia-Erzegovina (BiH) è uno dei tre Paesi più deboli dell’Europa, assieme all’Albania e alla Moldavia, e la tendenza alla crisi non è difficile da vedere. Nonostante ciò, fino a poco prima le élite del governo della Bosnia-Erzegovina, musulmane, croate e serbe, potevano mantenere una relativa stabilità politica. La pressione esterna, la presenza dell’Alto Rappresentante a Sarajevo con poteri senza precedenti per uno Stato sovrano, ha avuto un ruolo. Tuttavia, la crisi europea, la crescita della disoccupazione, la tipica corruzione diffusa nei Balcani e l’aumento delle attività di forze estere hanno radicalizzato la situazione. Di conseguenza, sia Milorad Dodik, carismatico presidente della Republika Srpska, parte della Bosnia-Erzegovina, che il leader moderato dei musulmani Bakir Izetbegovic, hanno perso molta popolarità sotto la pressione delle forze radicali. La possibilità di tenere elezioni anticipate è all’ordine del giorno. I politici già al potere le supportano affrettandosi a “cavalcare l’onda” delle proteste. “La gente vuole un cambio di governo”, dice Bakir Izetbegovic, nella speranza di ampliare il suo sostegno elettorale, anche se attualmente è membro del massimo organo del potere in Bosnia-Erzegovina, la presidenza collettiva.
Per ora le proteste di massa interessano principalmente il territorio della federazione croato-mussulmana della Bosnia-Erzegovina, una delle due entità che compongono lo Stato. La posizione dei croati sembra più riservata per via dei peculiari aspetti della loro posizione. Il ricercatore inglese David Chandler caratterizza con precisione queste peculiarità, affermando che i bosniaci croati rafforzano la loro posizione in Bosnia, mantenendo e approfondendo i legami con la più benestante Croazia. Un ottimo esempio per i serbi di Bosnia e la Serbia! Dopo tutto, il rischio di una diffusione su ampia scala della crisi attuale nel territorio della Republika Srpska, non dovrebbe essere sottovalutato. Un dettaglio degno di nota. La Bosnia-Erzegovina ha firmato l’accordo di associazione con l’Unione europea nel 2008. Un documento simile a quello che Bruxelles cercava di far firmare all’Ucraina. La conseguenza diretta dell’eurointegrazione è che ciò che restava dell’industria della Bosnia-Erzegovina dopo la guerra civile del 1992-1995, collassa. L’agenzia nazionale di statistica segnala un tasso di disoccupazione del 44%, un abitante su cinque della Bosnia-Erzegovina vive al di sotto della soglia di povertà. Tuttavia, l’Unione europea e i suoi fondi anticrisi non hanno né la capacità né l’intenzione di aiutare un Paese che non è nemmeno candidato ufficiale all’adesione all’organizzazione. Ora sembra che Bruxelles si appresti a sottoporre la Bosnia-Erzegovina a una dimostrazione militare per “imporre un’operazione di pace”. L’Alto rappresentante della comunità internazionale a Sarajevo, il diplomatico austriaco Valentin Inzko, ha dichiarato al quotidiano viennese Kurier: “Se la situazione continua a complicarsi, pensiamo d’inviare truppe dell’UE…” Considerando l’intensità delle controversie interetniche persistenti in Bosnia-Erzegovina a quasi due decenni dalla fine della guerra fratricida, la crisi socioeconomica  potrebbe facilmente portare alla disintegrazione del Paese. E’ assai probabile che l’occidente si avvarrà delle manifestazione per forzare l’integrazione euro-atlantica della Bosnia-Erzegovina… il ministro degli Esteri inglese William Hague ha già esortato i suoi colleghi dell’UE e della NATO a fare ogni sforzo per aiutare la Bosnia-Erzegovina ad avvicinarsi all’adesione all’Unione europea e alla NATO.
Per ora il governo della Bosnia-Erzegovina ha potuto controllare la coalizione radicale della “primavera bosniaca” che guida le manifestazioni, tramite concessioni tattiche. I leader dei cantoni di Sarajevo, Zenica e Tuzla si sono dimessi, così come il capo della polizia di Mostar. Tuttavia, la crisi bosniaca è di natura sistemica e si presenta come nuova “riformattazione” di questa assai travagliata ex-repubblica jugoslava. Il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik ha già dichiarato che Banja Luka non consentirà un qualsiasi intervento della comunità internazionale negli affari della Bosnia-Erzegovina “che non sia previsto dalla costituzione e dalla normale procedura”. Ma l’occidente si farà davvero sfuggire l’occasione di giocare la “carta” bosniaca di nuovo a scapito degli interessi dei serbi e della Serbia?

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un’alleanza arancio-bruna?

Alexandre Latsa RIA Novosti  31/01/2014
slide_334279_3346489_freeQuasi due anni fa scrissi un articolo che tentava di spiegare la nascita quasi inevitabile di un nuovo movimento politico in Russia, una sorta di sincretismo tra la versione moderata e occidentalizzata del liberalismo degli anni ’90 e la versione 2.0 del nazionalismo moderato russo, versione meno  imperiale ma nazionale, sul modello europeo. Tale nuovo movimento politico in Russia ha sostituito il preistorico e classico nazionalismo imperiale e anche le correnti ultraliberali senza fede e morale degli anni ’90, creando una nuova ideologia, indicata come nazional-liberale o nazional-democratica. L’attuale realtà socio-politica emersa soprattutto a Mosca e San Pietroburgo in occasione delle grandi manifestazioni di fine 2011, a seguito delle elezioni nazionali che i manifestanti ritenevano truccate e sleale. Tale ideologia è oggi molto popolare tra i giovani russi delle città moderne che desiderano identificarsi culturalmente, moralmente e politicamente con l’Europa occidentale e l’occidente in generale. Qualificando soprattutto, a torto o a ragione, “classe creativa” tale parte dell’opinione pubblica, più o meno l’equivalente russo della borghesia improduttiva (bobo) francese (in Italia, ceto medio semicolto). Tuttavia, i tentativi di entrare in politica di tale movimento creativo nazionale e liberale, finora sono falliti. I protagonisti di tale movimento non hanno saputo superare la prova delle elezioni che hanno affrontato.
Pensiamo bene all’assai brevemente pubblicizzata ambientalista Evgenija Chirikova di Khimki (di cui non parla più nessuno dalla sconfitta alle elezioni) o di Aleksej Navalnij, che ancora una volta ha fallito nel tentativo di essere eletto sindaco di Mosca. A parte la mancanza di idee e programmi politici veri e propri, una delle principali ragioni del fallimento elettorale è il fatto che questa nuova borghesia occidentalizzante sia relativamente libertaria, soprattutto progressista. Aleksej Navalnij per esempio è a favore del Gay Pride a Mosca e tutte le sfaccettature della classe creativa sono apertamente a favore delle Pussy-Riot, con cui l’occidente è più che compiacente. Resta inteso che le varie azioni delle Pussy Riot, anarchici di estrema sinistra, si adattano molto bene a tale contesto libertario e trasgressivo, diretto contro un ordine religioso e morale simboleggiato dalla figura paternalistica dell’attuale presidente russo. L’oligarca Khodorkovskij, vi sorprenderà, può anch’egli essere incluso in tale lista, perché ora che è libero resta il beniamino economico dell’occidente. Eppure alcune idee dell’ex-oligarca sono sorprendenti, come questo articolo dimostra, dicendo che il tizio ora sarebbe favorevole “allo Stato-nazione alla tedesca” e indirettamente a un “nazionalismo” che non sia “sciovinismo”. Ancora più sorprendente, le Pussy Riot riaffermano di voler rovesciare Putin e vedono molto bene l’ex-oligarca Khodorkovskij come presidente, che le ha sostenuto dalla sua cella in Karelia. Leggendo queste righe, ci si può chiedere quale misterioso legame possa esserci tra un gruppo di giovani anarchici di estrema sinistra e un oligarca che ha cercato di distruggere la Russia vendendone le risorse energetiche (acquisite illegalmente) al principale concorrente politico e storico del proprio Paese: gli Stati Uniti d’America.
In Russia, tali correnti di pensiero occidentali, sia nazionaliste che liberal-libertarie, furono un tempo di sinistra (tutte vicine al Partito comunista), poi liberali (Navalnij era di Jabloko e vicino a Marija Gajdar del movimento “Noi”), si sono ora convertite al nazionalismo nella variante filo-occidentale, plausibilmente anche per ragioni elettorali. I loro leader si pretendono i nuovi responsabili della sgangherata corrente politica post-sovietica emersa in Europa orientale nei primi anni 2000 dalle strade di Belgrado. Nel 2000, migliaia di serbi infatti dimostrarono contro un presidente che ritenevano, senza dubbio a torto, responsabile della tragica situazione in cui il Paese si trovava dopo un decennio di guerra, blocco internazionale, pressione dei media e 78 giorni di bombardamenti della NATO. Tra di loro molti giovani nazionalisti che volevano por termine a un regime che definivano “corrotto e criptocomunista“. Nel 2003 in Georgia, come nel 2004 e nel 2005 in Ucraina, accadde la stessa cosa: una parte dei giovani scese in piazza per uscire dall’inerzia politica russa/post-sovietica mostrando il desiderio per un futuro migliore nello spazio euro-atlantico che ancora faceva sognare all’epoca. Tutto ciò prese il nome di corrente ‘arancione’, che sostiene i Paesi interessati all’indipendenza nazionale, contro la Russia ma per integrarli nelle nuove strutture sovranazionali come NATO e UE, dritto verso l’occidente. Tale tendenza beneficia anche del supporto logistico, politico, mediatico, finanziario e morale del gigantesco sistema USA-centrici.
Un decennio dopo, mentre la Serbia è la più avanzata nel processo d’integrazione ed è alle porte dell’Unione Europea, tali movimenti patriottici serbi si oppongono e sono in prima linea nella lotta contro i loro governi europeisti, contro l’ingresso del Paese nell’Unione europea e contro le leggi libertarie che tutto ciò comporta. Tale tipo di movimento non si trova solo in Russia o Serbia, si vede oggi in Ucraina condurre violente manifestazioni, nei giorni scorsi, contro la via russa dell’Ucraina, in parte fomentate da gruppi nazionalisti radicali (si è parlato di “rivoluzione bruna”) pronti al compromesso con Bruxelles e ostili a Mosca. Anche in tale caso, la presenza di manifestanti antisistema di estrema sinistra non sembra un problema; una combinazione di circostanze che può sembrare sorprendente, ma non molto. Una recente indagine ha provato che l’ideologia delle Femen nacque prossima ai movimenti neo-nazisti ucraini e che il gruppo ha goduto a lungo del sostegno diretto di alcuni leader di estrema destra. Così le Femen, nazionaliste in Ucraina ma contro il Fronte Nazionale, i cattolici e l’ordine morale in Francia, hanno capito chiaramente ciò che viene tollerato ed è di moda, così come ciò che non lo è, a seconda del luogo in cui si trovano. E’ un dato di fatto: l’UE mostra tolleranza totale verso i movimenti nazionalisti radicali quando vengono usati per rovesciare i regimi ostili alla NATO. Ma Bruxelles non tollera la presenza di gruppi nazionalisti nell’Unione europea. In tale zona, un osservatore lucido avrà notato in particolare il doppio standard tra il trattamento di Alba Dorata in Grecia e quello di Svoboda in Ucraina, per esempio.
I movimenti di protesta radicali sono di fatto gli alleati del 21° secolo dell’espansionismo occidentale nel battere gli avversari in Europa orientale, come lo furono alla fine del 20° secolo i movimenti islamici nell’Asia centrale, consentendogli di battere l’URSS? Per Xavier Moreau è proprio così, dato che “in politica estera, l’Unione europea non fa che registrare le decisioni prese da Washington e Berlino. Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti sa bene che le leve che di solito usa  (media, partiti liberal-democratici, minoranze sociali o sessuali…) non sono adeguatamente controllate o politicamente influenti per poter sovvertire l’Ucraina. La soluzione è lanciare una campagna di destabilizzazione di tipo rivoluzionario e questo può essere fatto solo utilizzando uno dei quattro pilastri tradizionali dell’influenza statunitense (trotskismo, fascismo, islamismo e criminalità organizzata). Il risultato più favorevole ai rivoluzionari sarebbe la creazione di un “governo fascista di transizione”, sul modello di ciò che fu fatto in Croazia, dove un governo socialdemocratico prese il posto dell’ultra-nazionalista Franco Tudjman, e consegnò il Paese a UE e  NATO.

Le opinioni espresse in questo articolo non coincidono necessariamente con quelle di RIA Novosti.

Alexandre Latsa è una giornalista francese che vive in Russia e dirige il sito Dissonance volto a dare una “visione diversa della Russia.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le “rivoluzioni colorate” sono spontanee?

Vladimir Platov New Oriental Outlook 23/01/2014

1017542Per oltre 3 anni, i Paesi del mondo arabo hanno vissuto sotto l’influenza delle “rivoluzioni” che hanno scosso le fondamenta politiche di numerosi Stati regionali, determinando il cambio della classe dirigente e la nascita di nuovi partiti e movimenti politici. Nei media locali, ed esteri, si discute instancabilmente della domanda fondamentale: chi ha avvantaggiato tali “rivoluzioni” e chi ne è il vero istigatore? Queste domande vengono poste dai giornalisti seguendo la nascita e lo sviluppo delle “rivoluzioni colorate” in altre regioni del mondo, in particolare in Ucraina, che vede una recrudescenza ultimamente. Gli esperti sono particolarmente perplessi di fronte alle azioni dei politici europei e statunitensi, che chiedono all’opposizione ucraina maggiori azioni contro il governo legalmente eletto del Paese, con il quale, per inciso, l’Unione europea e i mandatari degli Stati Uniti hanno relazioni diplomatiche, come ufficialmente attestato dai governanti di Kiev. La questione non si limita solo agli appelli del senatore John McCain degli Stati Uniti, & company, a rovesciare il regime ucraino attuale, ma si estende anche al sostegno finanziario organizzato per i singoli “leader” dell’opposizione, che indubbiamente sono ospitati negli Stati Uniti e nei Paesi dell’UE, “per servizi rivoluzionari”.
Un primo esempio di ciò è il “leader” dell’opposizione ucraina Klischko, che ha la residenza negli Stati Uniti e in Germania. In tale contesto, le conclusioni degli esperti del noto Centro francese per la ricerca sull’Intelligence (CF2R) possono rivelarsi particolarmente interessanti: domandandosi se le “rivoluzioni colorate” siano spontanee o il risultato di operazioni coordinate. Gli esperti francesi ritengono che gli attivisti rivoluzionari nei Paesi dell’Europa orientale e del mondo arabo, in particolare il movimento giovanile 6 aprile che spodestò il presidente egiziano Hosni Mubaraq, e persino in Sud America, furono istruiti nei seminari sulla strategia della “rivoluzione nonviolenta”, tenuti in Serbia dalla celebre organizzazione CANVAS (Centre for Applied Nonviolent Action and Strategies), nata nel 2001 dal soggetto politico serbo Otpor!, diventando un centro di formazione per l’”azione nonviolenta” dopo l’abbattimento del regime di Slobodan Milosevic. Gli esperti del  CF2R hanno rintracciato le attività dei “consiglieri” di CANVAS nel preparare la rivoluzione delle rose in Georgia e la rivoluzione arancione in Ucraina, così come i loro stretti legami con l’organizzazione bielorussa Zubr (“Bisonte“) fondata nel 2001 con l’obiettivo di rovesciare il regime di Aleksandr Lukashenko. Hanno anche scoperto i legami di CANVAS con l’opposizione venezuelana.
Durante l’inverno del 2011 le bandiere con gli emblemi di CANVAS, ereditate da Otpor!, furono sventolate dagli studenti egiziani del movimento giovanile 6 aprile, giocando un ruolo attivo nelle manifestazioni per le strade del Cairo. CF2R presta particolare attenzione alle fonti del finanziamento dichiarato da CANVAS, dato che le attività di questa struttura necessitano di un sostegno finanziario sostanziale. Secondo il direttore di CANVAS, Srda Popovic, l’organizzazione opera “esclusivamente con donazioni private”. Gli autori dello studio, tuttavia, dipingono un quadro abbastanza diverso. Secondo fonti francesi informate, due organizzazioni statunitensi finanziano attivamente CANVAS, l’International Republican Institute (IRI) e Freedom House. L’International Republican Institute è un’organizzazione politica associata al Partito Repubblicano degli Stati Uniti, fondata nel 1983 dopo il discorso del presidente statunitense Ronald Reagan al parlamento inglese  a Westminster, dove offrì a partiti politici e organizzazioni estere aiuto nel creare “infrastrutture per la democrazia”. E’ ben noto che l’IRI sia finanziato dal governo degli Stati Uniti (in particolare, da dipartimento di Stato, Agenzia per lo sviluppo internazionale – USAID e National Endowment for Democracy). Le sue attività comprendono “fornire ampia assistenza ai partiti politici e formazione dei loro attivisti”. Gli esperti francesi, tuttavia, indicano chiaramente che l’International Republican Institute, infatti, non sia altro che una copertura della CIA. In tali circostanze, vale la pena notare che il famoso attivista di Euromaidan a Kiev, il senatore statunitense John McCain, non è solo un rappresentante del Partito Repubblicano degli Stati Uniti, ma anche un campione dell’IRI. Alla  domanda su chi possa guidare le sue azioni, le informazioni rispondono da sé.
Riguardo la Freedom House, la sua attività principale è l’”esportazione dei valori americani”. Tale  organizzazione non governativa fu fondata nel 1941 e svolge attività di ricerca sullo stato delle libertà politiche e civili in diversi Paesi. Tra il 60 e il 80 per cento del suo bilancio è costituito da sovvenzioni del governo degli Stati Uniti (principalmente dipartimento di Stato e USAID). Fino al 2005 il suo direttore era l’ex capo della CIA James Woolsey indicando chiaramente, secondo il parere degli esperti di CF2R, il coinvolgimento dell’intelligence USA nelle attività di Freedom House. Un fatto molto notevole, trovato dai francesi, è l’invito di Freedom House al famoso blogger egiziano Abdel Fatah Isra, co-fondatore del movimento giovanile 6 aprile, a partecipare a un evento organizzato dall’organizzazione, dove seguì un programma di addestramento alle “riforme politiche e sociali”. Tutte le attività erano finanziate da USAID.
La partecipazione finanziaria di IRI e Freedom House, così come delle forze speciali statunitensi dietro di esse, può essere rintracciata nelle “attività rivoluzionarie” non solo in Egitto, ma anche in Tunisia, Libia, Siria e altri Stati del Medio Oriente. Come notato dai francesi, è estremamente difficile in tali condizioni non notare il ruolo degli Stati Uniti e la loro manipolazione degli eventi in Medio Oriente in questi ultimi anni, anche in mancanza di riferimenti diretti in tali attività dell’amministrazione Obama. Ancora più sorprendente è il fatto che la stampa occidentale sia stata e continui ad essere assai discreta sul tema (con rare eccezioni), e taccia sul rapporto tra gli eventi in corso nel mondo arabo e i “consiglieri” degli Stati Uniti. “Anche coloro che di solito sono prossimi alle “teorie del complotto”, restano stranamente silenziose“, rilevano gli esperti francesi. Dato che le attività di IRI, Freedom House, l’USAID e le altre organizzazioni fortemente utilizzate da Washington nelle “riforme politiche”, continuano ad essere sfruttate (e non solo in Medio Oriente), non possiamo aspettarci un rapido declino dei movimenti “rivoluzionari” nel mondo, neanche in Medio Oriente, Ucraina e altrove.

Vladimir Platov, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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