Scioperi e manifestazioni spazzano la Tunisia

Jean Shaoul WSWS 25 agosto, 2012

Martedì, migliaia di lavoratori hanno marciato a Sidi Bouzid. La città impoverita dell’interno della Tunisia, dove il venditore di verdure Mohamed Bouazizi si era dato fuoco il 17 dicembre 2010, scatenando la rivolta contro il regime di Zine al-Abidine Ben Ali. La manifestazione era apertamente rivolta contro il governo ad interim, guidato dal partito islamista Ennahda (Movimento del Rinascimento), un ramo della Fratellanza musulmana egiziana, che è salito al potere dopo le elezioni dello scorso ottobre. L’Unione generale dei lavoratori tunisini (UGTT), la principale federazione sindacale ha indetto uno sciopero generale. Ha fatto notare che oltre il 90% dei lavoratori ha aderito allo sciopero. Negozi e uffici nel centro della città sono stati chiusi per tutta la giornata.
I manifestanti hanno marciato verso il palazzo di giustizia, chiedendo la liberazione di decine di attivisti politici detenuti da luglio, dopo le proteste brutalmente represse dalla polizia, che aveva sparato gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Alcuni, ma non tutti, sono stati in seguito rilasciati, tra cui 12 attivisti arrestati durante una manifestazione nella scorsa settimana a Sfax, a 250 chilometri a sud della capitale. Gli scioperanti e i loro sostenitori hanno gridato slogan, tra cui “il popolo vuole la caduta del regime” e “Giustizia, attenti a te, Ennahda ha potere su di te!” Dei  manifestanti hanno rotto il finestrino di un’auto appartenente a un gruppo di al-Jazeera TV, per via del sostegno dichiarato del notiziario satellitare del Qatar verso il partito Ennahda e l’islamismo. Il Qatar fornisce un notevole sostegno finanziario ad Ennahda. I manifestanti hanno anche chiesto di risolvere il problema dell’accesso, del tutto inadeguato, ad acqua ed elettricità, che grava in modo insopportabile sulla vita quotidiana. In precedenza, lunedì sera, in occasione della Giornata Nazionale delle Donne, decine di migliaia di tunisini, soprattutto donne, hanno sfilato per le strade della capitale, Tunisi, e in altre città per chiedere che l’uguaglianza e i diritti delle donne siano tutelati dalla costituzione, in corso di elaborazione da parte del governo islamista.
Le manifestazioni sono state di gran lunga le più importanti dopo che il governo aveva violentemente soppresso quelle dello scorso aprile. I manifestanti temono che la Costituzione arretri la condizione delle donne. Avevano striscioni che dicevano: “Alzati, donna, in modo che i tuoi diritti siano sanciti dalla Costituzione” e “Ghannouchi [leader di Ennahda, Rashid Ghannouchi] folle della situazione, le donne tunisine sono forti“. I manifestanti hanno chiesto che il governo sopprima il proposto Articolo 27, che definisce le donne “complementari agli uomini” nella nuova Carta nazionale, e mantenga le disposizioni della legge del 1956, che garantisce la piena parità tra donne e uomini. Il codice dello statuto personale del 1956 vieta la poligamia, istituisce il diritto civile e ha dato alle donne il diritto di voto, di aprire conti bancari e di creare imprese senza il consenso dei loro mariti. Successivamente, è stato ampliato per includere, tra gli altri, il diritto al lavoro e all’aborto. Secondo una traduzione di France 24, l’Articolo 27 della nuova Carta stabilisce che “lo Stato deve tutelare i diritti delle donne, le sue realizzazioni, come partner dell’uomo per lo sviluppo del paese e in virtù del principio di complementarità con l’uomo, nella famiglia“. Ciò è stato ampiamente interpretato come il primo passo, da parte degli islamisti, con cui far arretrare la posizione delle donne in Tunisia, in conformità con le disposizioni della Sharia. I manifestanti hanno anche chiesto al governo di affrontare la privazione economica subita dalle regioni interne e la fine della disoccupazione.
L’Associazione tunisina delle donne democratiche, la Lega tunisina dei diritti dell’uomo, il Partito Repubblicano, la Via SocialDemocratica e il Partito dell’Appello alla Tunisia hanno organizzato un’altra manifestazione al Palazzo dei Congressi di Tunisi, chiedendo “parità di diritti e doveri effettiva e incondizionata tra uomini e donne” e hanno messo in guardia contro “una regressione e una nuova possibile erosione delle conquiste realizzate dalle donne.” Le manifestazioni per celebrare la Giornata Nazionale della Donna in Avenue Bourguiba, nella capitale, sono state vietate dal governo, apparentemente per problemi di traffico. L’Avenue Bourguiba era il centro delle proteste di massa nel gennaio 2011, che hanno portato alla cacciata di Ben Ali, alleato di lunga data degli imperialismi statunitense e francese, innescando movimenti di massa in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa. Dimostranti sono scesi in strada anche a Monastir e a Sfax.
La nuova Carta nazionale ha generato una tale opposizione che Kheder Habib, il relatore generale del Comitato costituzionale, è stato costretto ad ammettere che è improbabile che possa essere finalizzato e ratificato ad ottobre, come previsto, affinché le elezioni politiche possano essere tenute a marzo. Ora sembra che la Carta non sarà pronta che a febbraio 2013, con la ratifica ad aprile, e non si sa se le elezioni di marzo si terranno come previsto.
Tanto lo sciopero a Sidi Bouzid che le proteste delle donne mostrano l’odio verso il regime islamico e le crescenti tensioni sociali. La Tunisia ha visto innumerevoli scioperi duri, sit-in e manifestazioni. La risposta del governo è stata minacciare gli avversari e utilizzare tutta la potenza della repressione poliziesca, come è accaduto negli ultimi mesi, in particolare contro i giovani disoccupati nelle regioni più povere. La Tunisia è devastata dalla disoccupazione. Secondo le statistiche ufficiali, oltre il 18% dei lavoratori, circa 750.000, sono disoccupati, i laureati ne sono particolarmente colpiti. La situazione è assai peggiore nei governatorati dell’interno o del sud, dove il 28% dei lavoratori è disoccupato. Ci sono notevoli disparità tra le regioni. Il contrabbando e la corruzione sono diffusi, con una economia di mercato nero che prospera. Questo ha portato i prezzi alle stelle e all’anarchia generale, con le violenze dei clan che hanno ucciso più di una dozzina di persone.
Come gli slogan dei manifestanti mostrano chiaramente, le cause sociali ed economiche che hanno innescato la rivolta di 18 mesi fa, non sono state neppure discusse, e tanto meno affrontate o risolte. Milioni di elettori si sono recati alle urne ad ottobre, nella speranza di trovare sollievo dai loro problemi, solo per avere un governo del tutto ostile alle aspirazioni sociali, economiche e democratiche che hanno guidato il movimento rivoluzionario della classe operaia. Ennahda, come i Fratelli Musulmani in Egitto, non ha preso parte al movimento rivoluzionario del dicembre 2010 – febbraio 2011. Supportato dalle monarchie del Golfo Persico, il suo vero scopo è schiacciare la classe operaia, in nome della elite finanziaria. Copre i crimini commessi contro il popolo dall’apparato statale borghese tunisino di Ben Ali, il cui regime, nonostante la sua estromissione, rimane intatto.
Le rivoluzioni in Tunisia e in Egitto hanno portato all’installazione di regimi ostili alla rivoluzione, perché non c’era un partito operaio rivoluzionario che combattesse per la creazione di stati operai, sulla base di politiche socialiste, nel Maghreb e altrove. L’UGTT sosteneva da tempo il regime di Ben Ali ed ha approvato le riforme a favore di un’economia di mercato, senza indire uno sciopero contro il regime, pochi giorni prima della fuga di Ben Ali. Non ha alcuna intenzione oggi di difendere gli interessi della classe operaia, cerca solo di far esaurire la pressione.
Ennahda, come i Fratelli musulmani, serve da facciata legale per la giunta militare egiziana, o come il Consiglio nazionale di transizione in Libia, messo al potere dalla NATO, ha in particolare beneficiato del crollo della cosiddetta piccola borghesia cosiddetta di sinistra. A causa della sua opposizione a una prospettiva socialista, la “sinistra” ufficiale ha portato le masse in una situazione di stallo politico, cosa  particolarmente illustrata dal sostegno che ha dato agli islamici ed altri “movimenti di opposizione” borghesi.

Teppisti islamisti attaccano le proteste dei lavoratori e disoccupati tunisini a Sidi Bouzid
Antoine Lerougetel WSWS 29 agosto 2012

La polizia si faceva da parte, la scorsa settimana, mentre centinaia di teppisti salafiti hanno attaccato i lavoratori e i giovani a Sidi Bouzid, nella Tunisia centrale. La città, la cui rivolta accese la rivoluzione del 2011 che ha rovesciato il dittatore tunisino, presidente Zine al-Abidine Ben Ali e ha lanciato la “primavera araba”, è tornata ad essere un centro di opposizione al governo di destra del partito islamista Ennahda.
I teppisti hanno attaccato Sidi Bouzid la notte del 23-24 agosto, ferendo almeno sette persone. Testimoni hanno detto all’AFP che gli assalitori, militanti radicali islamisti, sono giunti in autobus di notte e hanno attaccato circa 15 case nel quartiere Aouled Belhedi. La lotta era continuata fino all’alba. La polizia non è intervenuta a fermare gli scontri, “per evitare di aggravare la situazione.” Imperterriti, i giovani, il giorno dopo hanno indetto un sit-in davanti la sede dell’autorità scolastica regionale, per chiedere lavoro. AFP riferisce: “Secondo i residenti della città, gli scontri sono scoppiati lunedì notte, quando un gruppo di salafiti avrebbe tentato di sequestrare un uomo ubriaco, per  punirlo di aver bevuto alcolici in violazione delle leggi musulmane. I giovani si sono vendicati mercoledì pestando tre salafiti ed innescando così gli scontri della notte.” Non è un caso isolato. Il 16 agosto, teppisti islamisti armati di bastoni e spade hanno attaccato un festival culturale, nel nord della Tunisia, ferendo cinque persone, il terzo attacco del genere in Tunisia da parte dei salafiti in tre giorni, per una presunta mancanza di rispetto per il mese sacro del Ramadan.
Le forze islamiste di destra si sono introdotte come truppe d’assalto, per attaccare le crescenti proteste e l’opposizione sociale della classe operaia, nel deterioramento delle condizioni sociali ed economiche. L’economia è in recessione da più di un anno, e l’aggravarsi della crisi economica in Europa, che riceveva il 75 per cento delle esportazioni della Tunisia, è destinata a peggiorarla. Il tasso di disoccupazione è superiore al 18 per cento, 709 mila su una popolazione attiva di 3,9 milioni, con tassi molto più elevati nelle campagne e nell’interno povero, lontano dalla costa. Da maggio, vi sono stati scioperi generali a Tatouin, Monastir, Kasserine e Kairan.
La rinnovata offensiva della classe operaia è stata accolta dalle denunce sulla stampa borghese, che chiede che i lavoratori tunisini siano una docile manodopera a basso costo, come ai tempi di  Ben Ali. Il giornale padronale tunisino L’Economiste, mentre si trova a disagio verso le posizioni fondamentaliste del governo Ennahda, incolpa i giovani e i lavoratori per aver “contribuito con il loro comportamento alla cattiva situazione economica e sociale… Non potete giustamente chiedere sviluppo e poi indurre gli investitori a fuggire moltiplicando gli ostacoli alla produzione.” Il giornale ha aggiunto un altro commento, che rivela pienamente le preoccupazioni della borghesia. Ha espresso il timore che i lavoratori e i giovani di “Sidi Bouzid, Kasserine, Sfax … stiano cercando di estendere una rivoluzione incompiuta.”
A Sidi Bouzid, i lavoratori a giornata protestavano contro il ritardo di due mesi del pagamento degli stipendi, attaccando la sede del partito Ennadha, il 26 luglio. Hanno sfondato la porta e gettato un pneumatico in fiamme negli uffici di Ennadha. Mentre la polizia sparava colpi di avvertimento e gas lacrimogeni, i manifestanti gridavano, “la polizia di Ben Ali è tornata.” Il 9 agosto, la polizia ha sparato proiettili di gomma e gas lacrimogeni sulla folla, ferendo cinque persone che sono state ricoverate in ospedale. Chiedevano la definizione dello status dei lavoratori, le dimissioni del comandante regionale della Guardia Nazionale, le dimissioni del governatore Mohamed Najib Mansouri e lo scioglimento dell’Assemblea costituente, per la sua incapacità a rispondere alle esigenze dei residenti di Sidi Bouzid per la fornitura garantita di acqua, di posti di lavoro e sviluppo economico. Il 14 agosto, uno sciopero generale a Sidi Bouzid chiedeva il rilascio dei manifestanti arrestati durante le manifestazioni delle settimane precedenti.
La complicità di polizia e funzionari statali, compresa l’Unione generale dei lavoratori tunisini (UGTT), che ha sostenuto Ben Ali prima della rivoluzione, ha lasciato i salafiti liberi di attaccare i lavoratori. Un funzionario dell’UGTT di Kasserine, Mohamed Sgahaier Saihi, ha dichiarato alla stampa che, con la disoccupazione al 20 per cento, “Queste persone stanno esprimendo la loro rabbia con posti di blocco e sit-in non pianificati, giorno dopo giorno.” Alla maniera del burocrate dell’UGTT, ha lamentato queste attività che vedeva come una minaccia all’ordine sociale: “Sono una vera e propria minaccia per la stabilità sociale, e giorno dopo giorno, causano problemi in quanto organizzano sit-in e blocchi stradali”. Con proteste localizzate e controllate, l’UGTT prima della rivoluzione ha cercato di far sfogare ed impedire qualsiasi sfida politica indipendente al regime da parte della classe operaia. Anche fornendo l’occasione a vari partiti di pseudo-sinistra, come il Partito Maoista dei Lavoratori (PT), già Partito Comunista degli Operai Tunisino (PCOT), di avere una posa da alleati della classe operaia. Tutti hanno giocato un ruolo nell’impedire la caduta di Ben Ali, di aprire la strada a una vera e propria rivoluzione sociale e di far prendere il potere alla classe operaia. Hanno legittimato la formazione del governo di Ennahda, che ora appare completamente quale acerrimo nemico della classe operaia.
I timori dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo arabo hanno portato l’imperialismo USA e dei loro alleati europei a mettere sempre più i partiti islamici al governo, ed a usare i loro alleati più estremisti come truppe d’assalto nelle violenze. L’intervento di gruppi legati ad al-Qaida contro i regimi in Libia e Siria, presi di mira da Washington per rovesciarli, è diventato uno strumento importante della politica imperialista nella regione.
Il deputato di Ennahda Sadok Shuru ha attaccato gli scioperanti come ‘Nemici di Dio’, in un’intervista, negando che i salafiti fossero i responsabili delle violenze: “La verità è che alcuni membri dei gruppi salafiti non sono veri salafiti. Sono i resti del vecchio regime che si sono infiltrati nei gruppi salafiti per commettere atti contro il governo … i veri salafiti non sposano l’uso della violenza.” Shuru cerca di coprire il governo e la complicità della polizia nelle violenze dei salafiti. Se c’è qualche verità nei suoi commenti, però, è che la polizia di Ben Ali è coinvolta nell’organizzazione l’attacco contro i lavoratori di Sidi Bouzid, e questo sottolinea solo la continuità fondamentale nelle politiche anti-operaie di Ben Ali e di Ennadha. La rivoluzione della classe operaia, che ha avuto inizio con la caduta di Ben Ali, deve continuare nella lotta contro il governo Ennadha.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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