Putin, Netanyahu, S-300 e SS-26

Dedefensa 8 maggio 2013

6bec2d627576f415be813643cc1d4917Come già detto più volte, il sito DEBKAfiles deve essere decifrato tra le sue analisi orientate, se non fabbricate, e le osservazioni fondate e informate che riecheggiano le vere preoccupazioni della comunità di sicurezza nazionale d’Israele. Si porrà la notizia del 7 maggio 2013 nella seconda categoria. E’ un testo molto severo sul comportamento e la “strategia” di Netanyahu durante la sequenza degli attacchi israeliani in Siria. Il testo si conclude con questa osservazione effettivamente molto grave, in cui si ritiene che il fine manovratore che presumibilmente sarebbe stato Netanyahu, si è ritrovato intrappolato nel viaggio in Cina (5-10 maggio), che ha deciso di effettuare durante la situazione di emergenza tra Israele e la Siria…
“…Chiaramente, il primo ministro Netanyahu avrebbe fatto meglio a rimandare la visita cinese invece di recarvisi mentre le esplosioni dell’aviazione israeliana si riverberano ancora a Damasco. Rimanendo avrebbe mostrato una più solida e stabile mano sul timone. E dopo il decollo, avrebbe fatto bene a non indugiare per due giorni a Shanghai. Questo ha dato al leader russo la possibilità di spiazzarlo e somministrargli un forte rimprovero assai pubblicizzato, piombando così sull’agenda dei prossimi colloqui di Netanyahu con i leader cinesi.” Si noti che questa valutazione molto negativa del comportamento di Netanyahu è condivisa da diversi analisti, e anche dai leader politici intervenuti pubblicamente. Il più interessante di questi interventi è quello di Erdogan, alleato d’Israele nella guerra contro la Siria di Assad, ma dalla forte antipatia per Netanyahu e con una sfiducia generale verso Israele, che fa di questa “alleanza” una circostanza assai debole, se non incredibile. Novosti del 7 maggio 2013, riporta la reazione di Erdogan: “‘L’attacco israeliano contro Damasco è totalmente inaccettabile e non può avere alcuna giustificazione. Per il regime illegittimo di Assad, questo attacco è un dono e un bene prezioso’, ha detto Erdogan al gruppo parlamentare del partito al governo Giustizia e Sviluppo (AKP). E spiega che Assad potrebbe sfruttare il raid aereo per distrarre l’opinione pubblica mondiale dal sanguinoso conflitto in Siria“.
Nella sua analisi, DEBKAfiles fa riferimento a una conversazione telefonica tra Putin e il primo ministro israeliano del 6 maggio 2013, mentre il secondo era a Shanghai. Le circostanze erano davvero assai sfavorevoli per Netanyahu isolato a Shanghai, impegnato in un tour commerciale, mentre Putin sembra abbia parlato di cose ben più gravi. Se il riferimento di cui sopra (Novosti) non è preciso, DEBKAfiles al contrario non è per nulla avaro, facendo riferimento alle proprie fonti che possono essere giudicate un relè semi-diretto dei leader della sicurezza nazionale israeliana… La sfiducia della comunità è ben nota, se non l’ostilità verso la leadership politica israeliana in generale, e in particolare verso Netanyahu.
Putin non ha detto come, ma ha annunciato di aver ordinato l’accelerazione delle forniture delle più  avanzate armi russe alla Siria. Fonti militari hanno rivelato a DEBKAfile che il leader russo si riferiva ai sistemi antiaerei S-300 e ai missili di superficie con capacità nucleare 9K720 Iskander (codice NATO SS-26 Stone), abbastanza precisi da colpire un bersaglio entro 5-7 metri di raggio a una distanza di 280 chilometri. Nella sua telefonata a Netanyahu, il leader russo non ha fatto mistero della sua determinazione a non permettere che Stati Uniti, Israele o qualsiasi altra forza regionale (ad esempio Turchia e Qatar) rovescino il Presidente Bashar Assad. Ha consigliato il primo ministro di tenere ciò in mente. Le nostre fonti aggiungono: Delle squadre della difesa aerea siriane sono già state addestrati in Russia sulla gestione delle batterie di intercettori S-300, che possono entrare in servizio non appena vengano sbarcati da uno dei voli arerei quotidiani dalla Russia alla Siria. Ufficiali della difesa aerea russa supervisioneranno il loro schieramento e la loro preparazione operativa. Mosca non reagisce solo alle operazioni aeree di Israele contro la Siria, ma anche in previsione dell’imminente decisione dell’amministrazione Obama di inviare le prime armi statunitensi ai ribelli siriani.”
I dettagli delle armi russi sono importanti. Riguardano due sistemi d’arma verso cui gli israeliani hanno dimostrato di avere una grande paura. Hanno già chiesto ai russi, al massimo livello (primo ministro) e a più riprese fin dal 2007, di non inviare S-300 e SS-26 agli iraniani e ai siriani. Abbiamo già trovato numerose indicazioni sulla possibilità che i russi consegnino gli SS-26 ai siriani (28 agosto 2008, 11 dicembre 2012 e 20 dicembre 2012). Gli S-300 non hanno molta importanza per la Siria, per ora, ma è proprio adesso il problema. Entrambi i casi sono teoricamente molto preoccupanti per Israele.
• L’SS-26 è un’arma offensiva dalla gittata sufficiente a minacciare in profondità Israele dai Paesi vicini. È molto precisa, molto difficile da rilevare ed estremamente difficile da intercettare. In termini di comunicazione e di simbolismo (ovviamente non parliamo dell’efficacia), vi è il fatto che l’SS-26 è un arma a doppia capacità (convenzionale e nucleare).
• L’S-300, a causa della sua gittata, elimina il vantaggio aereo essenziale dell’IAF, che interviene spesso contro la Siria in modalità “stand-off”, cioè da una posizione distante (spesso lo spazio aereo libanese) e sparando missili a lungo raggio, ma questo intervallo è più o meno equivalente appunto all’S-300. La vasta gittata dell’S-300 è una grave minaccia siriana all’aviazione militare israeliana.
Non discutiamo qui il fatto se ci siano state effettivamente delle consegne… L’annuncio di molte  consegne o di possibili consegne di queste armi, è di per sé una terribile arma della comunicazione. Ciò significa che la Russia, se lo era, non si ritiene più obbligata ad alcun passato accordo con Israele a non inviare tali armi, se non nel caso estremo in cui ci sarebbe stata una tale decisione. Legami o relazioni tra Israele e Russia in materia di sicurezza sono complesse e talvolta sorprendenti. La Russia può avere nei confronti d’Israele un approccio “comprensivo”. Al contrario, se gli eventi l’ordinano, la Russia può avere una politica molto rigorosa, e gli israeliani, che conoscono e rispettano i russi, sanno che la determinazione russa in questo caso è un fattore importante che non ha nulla a che fare con la procrastinazione e la politica gommosa degli Stati Uniti in questo settore. Tutto ciò dimostra indirettamente che in questa circostanza, come in altre, ma forse ancora di più in questo caso, la critica dei responsabili della sicurezza nazionale a Netanyahu è fondata, e ricorda del resto quel che abbiamo riportato nel testo del 7 maggio 2013, che riguardava direttamente Netanyahu: “Secondo i capi del Shin Bet: mentre era al comando, Yaakov Peri, ritiene di non aver ricevuto durante i sei anni del suo mandato, alcun ordine dai successivi governi. Vi è questa formula, i cui termini sono condivisi dai suoi colleghi: Israele ha vinto la maggior parte delle battaglie, ma senza vincere la guerra. ‘Non sapevamo da che parte andare’, dice Peri. ‘C’era sempre una visione tattica, ma mai strategica’.”
Se Putin in realtà ha detto a Netanyahu ciò che DEBKAfiles dice, o anche solo la metà di quello che DEBKAfiles dice, per Netanyahu la situazione è grave… Erdogan ha ragione quindi nel parlare di un “regalo”, che si può definire stupido, fatto da Netanyahu alla Siria. Il vero “dono” fatto alla Siria è avere aperto la strada alla Russia… Finora la Russia consegnava armi alla Siria seguendo un argomento che continuava ad indebolirsi, secondo cui adempiva ai vecchi contratti e/o consegnava principalmente attrezzature che non avevano alcun ruolo nella “guerra siriana”. Valido un anno fa, questo argomento è ormai vulnerabile e traballante a causa del prorogarsi e dell’approfondirsi del conflitto, mettendo la Russia in una posizione più vulnerabile nei confronti del suo “partner” del blocco BAO. Ma poi improvvisamente Israele crea la nuova dimensione dell’aggressione esterna alla sovranità della Siria, un argomento convincente che implica l’illegalità, la minaccia di un conflitto più ampio che costituirebbe un rischio terribile per la sicurezza della regione, ecc.; tutti argomenti molto forti a favore dell’atteggiamento russo nei negoziati come nella crisi in generale. Quindi, la Russia può dire che invia armi ad Assad al fine di proteggere la sovranità di un Paese, per contrastare l’espansione della guerra, per rispondere a un comportamento che può essere descritto non solo illegale, ma anche irresponsabile e catastrofico, tutto a spese d’Israele. La Russia è ancora una volta in una posizione di grande forza, sapendo discretamente di poter anche intervenire, rendendo un fatto se questo e quest’altro armamento avanzato venga consegnato e gestito da squadre russe.
Vediamo che S-300 e SS-26, consegnati o no, sono armi molto potenti innanzitutto sul piano della comunicazione. La loro evocazione, in una situazione in cui diventa accettabile, e anche quasi logico e indirettamente “legale” fornire tali sistemi, introducendo una terribile minaccia per Israele, non avendo mai nascosto la propria paura per tali armi. Israele perde quei vantaggi che tanto gli servivano ora: una posizione di pseudo-neutralità molto assertiva, supportata dalla minaccia aerea  contro cui nessuno, nella regione, avrebbe potuto fare molto. Dalla scorsa settimana e dalla chiamata di Putin a Netanyahu di ieri, questa percezione è andata in frantumi. Israele viene ora visto strategicamente molto vulnerabile, e questo per un vantaggio aleatorio e puramente tattico. La Siria ha ricevuto un dono regale, la Russia è più che mai padrona del gioco. SS-26 o no, S-300 o no, vi è la possibilità che queste cose inquietanti vengano effettivamente introdotte in Siria…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Turchia e la SCO, non è uno scherzo…

Dedefensa 2 febbraio 2013

putin-erdogan3Si tratta di un’idea generata durante un’intervista televisiva al Primo ministro turco Erdogan lo scorso luglio (vedasi 30 luglio 2012), riferendosi a ciò che aveva detto, in modo molto informale, alcuni dicono scherzando, durante una riunione nel luglio 2012 con il presidente russo Putin. Erdogan ha sollevato la possibilità di abbandonare definitivamente il progetto turco di entrare nell’Unione europea, e di discutere della possibilità di un’adesione della Turchia alla SCO (Shanghai Cooperation Organization, basata principalmente sull’asse Mosca-Pechino, assieme ad alcuni paesi dell’Asia centrale e con molti Paesi invitati in qualità di osservatori, che possono essere tentati di avvicinarsi, o anche più, all’organizzazione, come Pakistan, India, Afghanistan, Iran, ecc.)
Ora Erdogan mette la questione sul tappeto. Stranamente, si parla in maniera sostenuta e con  ritardo, della dichiarazione di Erdogan fatta il 25 gennaio 2013 nello stesso canale televisivo che aveva dato la precedente notizia. Questa ipotesi sembra al tempo stesso folle, anche se improbabile, che per qualche tempo si è esitato a commentare. Tuttavia, la dichiarazione di luglio di Erdogan è ora classificata come uno “scherzo”, e quella del 25 gennaio 2013 è considerata molto più seria. Il 29 gennaio 2013, l’eccellente sito al-Monitor che copre tutti gli affari del Medio Oriente, nella sua rubrica Turkey Pulse, riprendeva un articolo di Can Dundar, commentatore del giornale turco Milliyet. L’articolo si fa beffe dal punto di vista politico, dell’idea proposta da Erdogan, ma che ancora considera seria. La derisione sta nel fatto che il commentatore vede questa prospettiva nella SCO come un “passo indietro” per la Turchia, schematizzando secondo il nostro stato d’animo caricaturale, la Turchia volta le spalle alla civiltà (il blocco BAO) per abbracciare la barbarie sino-russa e company…
…Il mio modo di vedere è questo: il campo della Shanghai è comodo. Non ci sono progressi da affrontare. Non ci sono considerazioni sulle violazioni dei diritti umani, nessun barometro della democrazia e né ispettori che indagano. I media sono soppressi, i giornalisti sono in prigione, e a chi importa? In ogni caso siamo in competizione con la Russia per il primo posto nelle violazioni dei diritti umani, proposta alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Come la Cina, impone il controllo dei media, gli arresti arbitrari e la tortura. In gran parte assomigliamo a Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan quando si tratta di dispotismo. Certo che vuole essere vicina a questo campo. E’ come dire: “Beh, non abbiamo potuto emulare l’occidente, quindi cerchiamo di andare ad est, che è già più simile a noi. Abbiamo sempre descritto il nostro Paese come un “trampolino di lancio”, ma non poteva avere il favore di entrambe le parti. L’occidente ci vede orientali, e l’oriente ci vede occidentali. Siamo sospesi in aria…”
Il 31 gennaio 2013, sullo stesso sito di al-Monitor, sempre nella rubrica Turkey Pulse, Kadri Gursel, giornalista sempre del giornale turco Milliyet, spiega il problema, ma con un tono diverso… “Il primo ministro turco ha annunciato la sua prima intenzione di portare il suo paese nella Shanghai Cooperation Organization [SCO], nota anche come “Shanghai Five”, in un’intervista del 25 luglio scorso a un canale televisivo turco vicino al suo partito. Erdogan poi ha detto: “Ho scherzato con Putin”. Ma ora basta scherzare con noi e chiediamoci ciò che stiamo facendo con l’UE. Ora è il mio turno di scherzare. Venite, accettateci alla Shanghai Five e noi riconsideremo l’UE.” Al momento Erdogan non è stato preso troppo sul serio, perché ha detto che stava scherzando con Putin. Il 25 gennaio, sullo stesso canale televisivo, quando ha sostenuto l’adesione della Turchia alla SCO, l’opinione pubblica turca lo ha preso sul serio. Questa volta non stava scherzando. La sua intenzione era seria. Ecco cosa ha detto Erdogan questa volta: “L’UE vuole dimenticarci, ma non può. E’ riluttante. Sarebbe meglio che lo dicesse. Invece di restare in stallo, siamo noi che lo diremo, e andremo sulla nostra strada. Naturalmente…, quando questa vicenda [dell'UE] non procede bene, il Primo ministro di 75 milioni di abitanti inizia a guardarsi intorno per trovare delle alternative. Questo è ciò che ho detto a Putin l’altro giorno, ‘Prendeteci nei Shanghai Five e noi dimentichiamo l’Unione europea.’ Portateci nei Shanghai Five e diremo addio all’UE. Qual è il punto di questo stallo? A una domanda se la SCO sia l’alternativa all’Unione europea, il primo ministro turco ha risposto: “I Shanghai Five sono migliori, sono più forti”. [...]
Ci possono essere coloro che a prima vista potrebbero avere la sensazione che non sia serio e che ancora Erdogan tenti di spaventare l’UE con il “ricatto della SCO” per accelerare il processo di adesione. Ma qui la stampa si sbaglia, perché Erdogan è serio. Il mio suggerimento a chi pensa che la preferenza di Erdogan per la SCO non sia seria, non è di respingerla come la frivola mentalità del governo arbitrario che prevale in Turchia. L’obiettivo della SCO è serio e coerente con lo stile del governo arbitrario. [...] Anche il paragone fatto è fuori luogo. La Turchia, per diventare un membro della SCO, prima di dimenticare l’UE dovrebbe lasciare la NATO, perché questi organismi sono alternativi l’uno all’altro. La SCO, che era nell’agenda nascosta dell’AKP per la Turchia, è oggi un dichiarato punto dell’agenda. Gli alleati occidentali del mondo libero della Turchia, prendono sul serio gli scherzi di Erdogan…
Nello stesso testo del 30 luglio 2012, ovviamente abbiamo commentato le precedenti dichiarazioni del primo ministro turco Erdogan. Per ingenuità o non conoscenza delle persone, del clima e delle cose, o per ignoranza, avevamo preso sul serio quello che si sarebbe dimostrato essere uno “scherzo” di Erdogan … Ma non su questo punto, che ci sembra, in ultima analisi, piuttosto non essere uno “scherzo”, perché ritornandoci, seriamente, rinveniamo la prova che lo dimostra. Ripetiamo qui alcune delle nostre osservazioni del 30 luglio 2012, in cui è chiaro che noi non vedevamo come scherzo la dichiarazione di Erdogan, anche se forse è stato detto in questa forma, ma ovviamente nascondendo una prospettiva molto seria. (Una prospettiva che Kadri Gursel mette sotto una luce nuova, rifiutando l’interpretazione dello “scherzo” quando scrive: “La SCO, che era nell’agenda nascosta dell’AKP per la Turchia, è oggi un punto dichiarato dell’agenda.” Lo “scherzo”  dimostra dunque una prospettiva molto seria.)
“…Nel frattempo, si comprende il processo per quello che è, senza alcun apprezzamento delle sfumature interpretative, della divinazione e di altri secondi fini. Resta quindi Erdogan che chiede a Putin supporto alla domanda di adesione a un’organizzazione che riunisce gli avversari del blocco di potenze BAO, spingendo Putin in una zona altamente strategica che, in caso di successo, lo  classificherebbe almeno come “sospetto alla NATO”, se non “nemico della NATO.” Ora, la Turchia da un lato fa parte della NATO, con un impegno strategico in questo senso con la politica-sistema del grande blocco BAO (l’impegno nell’antimissile della BMDE ne è l’aspetto principale), d’altra parte, la Turchia è in prima fila tra gli “Amici della Siria”, e quindi fa parte necessariamente del carrozzone del blocco BAO. Ciò è compatibile con l’appartenenza alla SCO?
In secondo luogo e al contrario, fino al caso siriano, e almeno dal 2009 (dopo la guerra tra la Georgia e la Russia [vedi 18 agosto 2008]), la Turchia ha seguito un percorso molto originale che, a quanto pareva, l’allontanava decisamente dal blocco BAO e l’avvicinava alla Russia. La sua posizione estremamente critica su Israele, con gli incidenti che seguirono, ne dava testimonianza. (Inoltre, nonostante la sua “evoluzione” recente, la Turchia è ancora fredda verso Israele.) Secondo questa logica, naturalmente, la Turchia sembrava promessa ad avvicinarsi alla SCO e inoltre la Turchia ha effettivamente partecipato al recente vertice dell’Organizzazione (vedi 11 giugno 2012), come “partner del dialogo”. Ma lo status di membro a pieno titolo va ben oltre ed introduce un elemento del tutto nuovo e completamente inaspettato. (Si legga, ad esempio, lo stesso cronaca di M. K. Bhadrakumar del 23 luglio 2012 su Atimes.com, che prendeva in considerazione la visita di Erdogan a Mosca, ma senza menzionare l’adesione alla SCO, cronaca assai pessimista a nostro avviso, dando un grande ruolo agli Stati Uniti e dando per scontato il coinvolgimento di Israele in Siria sulle sostanze chimiche siriane, e così via, tutte cose completamente rimesse in questione, al momento.)
Invece di spossarci con innumerevoli ipotesi che vanno in tutte le direzioni, sostenute dalle “informazioni del momento” e su tante analisi contraddittorie e incontrollabili, proclamiamo immediatamente la nostra clausola d’inconsapevolezza, rimanendo sul fatto da noi considerato importante (la domanda di adesione alla SCO), dopo aver osservato che il zig-zag e le variazioni della politica turca possono benissimo derivare, infine, dal caos suscitato dalle relazioni internazionali e da vari piani contraddittori. Erdogan ha fatto un annuncio estremamente contorto sull’atto fondamentale della sua domanda di adesione alla SCO, in cui si impegna nei confronti di Mosca, qualcosa di estremamente serio per Erdogan e la Russia, tutto ciò dimostra che desidera far notare questo atto fondamentale, pur essendo consapevole della sua incongruenza rispetto alla caotica evoluzione della Siria. Per noi, se dobbiamo scegliere tra l’impegno turco in Siria e la richiesta di adesione alla SCO, qui il secondo caso va oltre il primo per importanza…”
Non si aggiunge nulla di fondamentale a tutto questo, ma si osserva che le varie condizioni nel passaggio sopra riportato hanno solo rafforzato, in particolare, il ruolo sia destabilizzante che falsificante di molte posizioni naturali degli uni e degli altri sulla crisi siriana. Semplicemente, o meglio in modo complicato, la crisi siriana è davvero diventata ancor più complicata, sempre meno distinta in due campi e sempre più scatola e vaso colmi di contraddizioni, paradossi, calcoli falsi e reali, ecc., rispetto alle grandi linee di forza politica. In questo caso, ovviamente, saremmo portati a considerare la questione sollevata ancora una volta da Erdogan in modo serio, anche se a volte sembra avere sia l’apparenza dello “scherzo”, sia del carattere del tutto fondamentale. Portando al commento alquanto sprezzante di Can Dundar (“Abbiamo sempre descritto il nostro Paese come un “trampolino di lancio”, ma non può avere il favore di entrambe le parti.  L’occidente ci vede orientali, e l’oriente ci vede occidentali. Siamo sospesi in aria…”), con Dundar, diciamolo ancora, che ovviamente propende per l’abbraccio senza riserve del “civile blocco BAO”, portandolo a tali commenti ma rilevandoci, a differenza di quanto suggerisce Dundar, che la Turchia non sia “sospesa in aria”, ma che abbia chiaramente scelto il blocco BAO da decenni (l’adesione alla NATO non è niente?…), e la “sospensione in aria” non risale in realtà che al 2008, con gli errori di Erdogan e la crisi siriana che, come venti del disordine, impediscono di fissare una decisione netta. E quindi, da questo punto di vista, l’opzione della SCO diventa una cosa molto seria, più che mai considerata tale, e quindi l’osservazione di Gursel assume assolutamente tutto il suo significato sia dal punto di vista fondamentale, che dal punto di vista delle circostanze: “La SCO, che era nell’agenda nascosta dell’AKP per la Turchia, è oggi un punto dichiarato dell’agenda.”
Questo… è un dibattito fondamentale, perché per la Turchia (come per qualsiasi grande paese nella stessa posizione), la questione “Ovest-Est” (estranea alla Guerra fredda) è del tutto essenziale, poiché questa è la sfida del Sistema. Oltre a questo, il calderone in Medio Oriente e la crisi siriana, le ambizioni regionali, le esplosioni arcaiche e utopiche fra sunniti, sciiti, islamisti radicali e liberali, vari trafficanti e industrie del petrolio, non hanno alcun valore duraturo. Nel migliore dei casi, fanno parte di un disturbo che non si è sviluppato ancora abbastanza, paradossalmente, per passare a una posizione accettabile ai margini del movimento anti-Sistema. Nel peggiore dei casi si tratta di un disturbo da deviazione della questione fondamentale, e cioè del Sistema. (Questo fatto è un bene per la Turchia, perché ha altre opzioni, ma non è valido per altri Paesi incassati nel Medio Oriente, in grado di analizzare la loro posizione, rispetto al disordine generale della regione, in modo diverso), invece l’equazione simbolica della NATO contro la SCO rappresenta pienamente per la Turchia, la logica perenne della nostra crisi globale: la Turchia nella NATO rimane nel Sistema, passando alla SCO la Turchia diventa anti-Sistema.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

La Cina è una minaccia militare? Perché la Cina è innervosita dal Perno di Obama

F. William Engdahl, Global Research, 21 novembre 2012

Leggendo i media mainstream occidentali, si potrebbe concludere che la Cina è diventata un gigante economico intenzionato a mostrare la sua forza militare, avviando una massiccia corsa agli armamenti. La Cina ha designato il suo nuovo presidente, Xi Jinping, che ha appena sostituito il  predecessore Hu Jintao sia al vertice del partito comunista che della potente Commissione militare centrale, dando a Xi il controllo completo delle forze armate e del partito. Una recente analisi della BBC, nell’articolo intitolato “La Cina estende la portata militare“, nella tipica copertura mediatica occidentale del programma militare della Cina: “La prima portaerei della Cina inizierà le prove in mare entro la fine dell’anno. Alla fine dell’anno scorso, erano trapelate le prime immagini del prototipo del nuovo caccia “stealth” di Pechino. E gli esperti militari statunitensi ritengono che la Cina abbia iniziato a schierare il primo missile balistico a lungo raggio in grado di colpire una nave in movimento in mare“. [1]
In Giappone, i politici nazionalisti, come l’ambizioso governatore di Tokyo Shintaro Ishihara e Toru Hashimoto, sindaco di Osaka, ottengono popolarità con la retorica anti-cinese, sostenendo che il Giappone deve sviluppare le capacità per opporsi alla supremazia militare cinese. A maggio l’autorevole New York Times ha pubblicato un articolo allarmante sull’annunciato “incremento a due cifre” delle spese militari della Cina. Nell’articolo si parla di un aumento dell’11% rispetto al bilancio precedente, di gran lunga inferiore perfino al tasso di inflazione. Tuttavia, quando si esamina in dettaglio il reimpiego effettivo e le mosse militari delle forze armate statunitensi nella regione dell’Asia, dopo l’annuncio del presidente Obama dell’”Asia Pivot”, per una nuova  ridefinizione delle capacità militari degli Stati Uniti passando dall’Europa occidentale alla regione dell’Asia, diventa chiaro che la Cina reagisce allo scopo di affrontare le future molto reali minacce alla sua sovranità, piuttosto che agire aggressivamente.
Il semplice fatto che il presidente al potere Obama, nel corso dei dibattiti presidenziali televisivi nazionali, abbia etichettato la Cina come “avversario” è indicativo del cambiamento della posizione militare degli Stati Uniti. La profondità e la natura del perno degli Stati Uniti sulla Cina è cristallino quando si guardano più da vicino i recenti sviluppi dello schieramento asiatico dell’US Missile Defense, chiaramente rivolto contro la Cina e nessun altro. La Cina ufficialmente spende appena il 10% di quello che gli Stati Uniti spendono per la loro difesa, circa 90 miliardi di dollari, e se alcune importazioni di armi e altri costi vi sono inclusi, forse si arriva a 111 miliardi di dollari all’anno. Anche se le autorità cinesi non pubblicano i dati completi su tali aree sensibili, è chiaro che la Cina spende solo una parte degli Stati Uniti, partendo da una base militare-tecnologica di gran lunga inferiore rispetto agli Stati Uniti.
Il bilancio della difesa degli Stati Uniti non è solo di gran lunga il più grande del mondo. Domina tutti gli altri, ed è del tutto indipendente da qualsiasi minaccia percepibile. Nel XIX.mo secolo, la Royal Navy inglese costruì la sua flotta in base alle flotte dei due potenziali nemici più potenti della Gran Bretagna; gli strateghi del bilancio della difesa degli USA, affermano che sarebbe una “catastrofe” se gli Stati Uniti avessero una marina meno di cinque volte superiore a quelle di Cina e Russia messe insieme.[2]
Se includiamo la spesa da parte della Russia, il più forte alleato della Cina nella Shanghai Cooperation Organization, la loro spesa totale annuale combinata per la difesa sarebbe di quasi 142 miliardi dollari. Le dieci prime nazioni al mondo per spesa per la difesa, oltre agli Stati Uniti, la più grande, e la Cina, la seconda più grande del Mondo, sono Regno Unito, Francia, Giappone, Russia, Arabia Saudita, Germania, India e Brasile. Nel 2011, la spesa militare degli Stati Uniti era pari a uno sbalorditivo 46% della spesa totale di un mondo di 171 stati, quasi la metà del mondo intero. [3]
Chiaramente, con tutta la sua retorica sulle missioni di mantenimento della pace e per la promozione della “democrazia”, il Pentagono sviluppa ciò che i suoi pianificatori chiamano “Full Spectrum Dominance”, il controllo totale globale aereo, terrestre, marittimo, spaziale, cosmico e ora cyberspaziale. [4] E’ chiaramente determinato a usare la sua forza militare per garantirsi il dominio o l’egemonia globale. Nessun altra interpretazione è possibile. La Cina di oggi, per via della sua dinamica crescita economica e la sua determinazione nel perseguire gli interessi sovrani nazionali cinesi, e solo perché esiste, sta diventando “l’immagine del nemico” o il nuovo avversario del Pentagono, sostituendo l’”immagine del nemico” non più utile dell’islam, usata dal settembre 2001 dall’amministrazione Bush-Cheney per giustificare l’esercizio del potere globale del Pentagono. Dopo quasi due decenni di abbandono dei propri interessi in Asia orientale, nel 2011, l’amministrazione Obama ha annunciato che gli Stati Uniti ne avrebbero fatto “il perno strategico” nella loro politica estera, concentrando l’attenzione politica e militare sulla regione dell’Asia-Pacifico, in particolare Sud-Est asiatico, cioè, la Cina.

Parte II: la ‘Dottrina Obama’ e il BMD asiatico
Fino ad oggi il cuore delle fasi iniziali del Perno Cinese comporterà la costruzione di un massiccio anello antimissile intorno alla Cina per neutralizzarne il potenziale d’attacco nucleare. Durante gli ultimi mesi del 2011, l’amministrazione Obama ha chiaramente definito la nuova dottrina della minaccia e della prontezza militare degli Stati Uniti sulla scia dei fallimenti militari statunitensi in Iraq e in Afghanistan. Durante un viaggio presidenziale in Estremo Oriente, mentre era in Australia, il Presidente degli Stati Uniti ha presentato ciò che viene chiamata ‘Dottrina Obama’. [5]
Le seguenti sezioni del discorso di Obama in Australia valgono d’essere citate in dettaglio: “Con la maggior parte delle centrali nucleari del mondo e più di metà del genere umano, l’Asia in gran parte definirà se il secolo prossimo sarà segnato da conflitti o dalla cooperazione… In qualità di Presidente ho quindi preso una decisione deliberata e strategica… gli Stati Uniti giocheranno un ruolo più ampio e di lunga durata nel plasmare questa regione e il suo futuro… ho indicato alla mia squadra di sicurezza nazionale di rendere la nostra presenza e missione nel Pacifico-Asia una priorità assoluta… Preserveremo la nostra unica capacità di proiettare potenza e scoraggiare le minacce alla pace… Gli Stati Uniti sono una potenza del Pacifico e siamo qui per rimanervi. In realtà, stiamo già modernizzando la postura difensiva dell’America nell’Asia-Pacifico. …Vediamo la nostra nuova postura qui in Australia… credo che si possano affrontare sfide comuni, quali la proliferazione e la sicurezza marittima, e la cooperazione nel Mar Cinese Meridionale.” [6]
Il 24 agosto, 2012, il Wall Street Journal di New York riportava che l’amministrazione Obama, nell’ambito della sua nuova politica imperniata sulla Cina, amplierà il suo scudo di difesa missilistica, la difesa antimissile balistico o BMD, come è noto in campo militare, alla regione dell’Asia-Pacifico. [7] La ragione ufficiale del Pentagono per il nuovo dispiegamento della sua BMD nel teatro asiatico è proteggere Giappone, Corea del Sud e altri paesi alleati degli Stati Uniti nella regione contro un attacco missilistico nucleare della Corea del Nord. Questo argomento non regge ad un attento esame. In realtà, secondo numerose segnalazioni, Washington ha deciso di investire su una grande rete per la difesa antimissile in Giappone, Corea del Sud e Australia. Il vero obiettivo del sistema BMD non è la Corea del Nord, ma piuttosto la Repubblica Popolare Cinese, l’unica potenza nella regione a possedere anche una potenziale minaccia nucleare con grandi capacità di lancio a lungo raggio. Fa parte della nuova strategia del Pentagono imporre il pieno controllo sullo sviluppo futuro della Cina. L’offensiva della BMD di Washington deve essere vista anche alla luce della tempestiva decisione, del governo giapponese, di provocare deliberatamente le tensioni con la Cina sulle controverse isole Diaoyu nel Mar Cinese orientale, una regione ritenuta enormemente ricca di gas. [8]

Parte III: Giappone, chiave della difesa antimissile
Nel settembre 2012, il segretario alla difesa Leon Panetta annunciava che gli Stati Uniti e il Giappone avevano raggiunto un importante accordo per schierare un secondo grande avanzato radar della difesa antimissile sul territorio giapponese. [9] Nel suo annuncio Panetta dichiarava: “Lo scopo di ciò è rafforzare la nostra capacità di difendere il Giappone. È stato inoltre progettato per aiutare le avanguardie delle forze americane e inoltre sarà efficace nel proteggere gli Stati Uniti dalla minaccia dei missili balistici nordcoreani“. [10] Uno sguardo alla mappa mostra i buchi nucleari della dichiarazione di Panetta. I siti missilistici cinesi sono appena oltre il confine coreano, entro la gittata della nuova installazione della BMD di Stati Uniti-Giappone. La decisione di Washington di installare infrastrutture avanzate della BMD in Giappone è stata presa tempo fa, nell’ambito della strategia per il dominio globale militare degli Stati Uniti.
La cooperazione nella BMD con il Giappone iniziò il 19 dicembre 2003, quando il governo giapponese emise il decreto governativo “Introduzione del sistema della Ballistic Missile Defense e altre misure.” Da allora, l’istituzione di un robusto sistema di difesa missilistica è stata la priorità per la sicurezza nazionale del Giappone. Secondo l’interpretazione del governo giapponese dell’articolo 9 della Costituzione del Giappone, la partecipazione del Giappone a un sistema di difesa collettivo è vietata, in quanto utilizza le capacità della difesa antimissile per difendere un paese terzo, anche se è un alleato come gli Stati Uniti. Shinzo Abe, capo del Partito LiberalDemocratico, quasi certo di divenire primo ministro dopo le elezioni del 16 dicembre per la Camera Bassa, è un forte sostenitore della BMD e della modifica dell’articolo 9. Ciò significa che ci si può aspettare un grande cambiamento verso una posizione militare ulteriormente anticinese du Tokyo. [11]
Secondo i resoconti della stampa militare statunitense, la caratteristica più importante del nuovo progetto BMD giapponese sarà l’installazione di un potente radar di preallarme ‘X-band’, della Raytheon Co. E’ “un grande centro di controllo del tiro ‘phased array’, con capacità di rilevamento di precisione e di sostegno all’intercettazione”, progettato per contrastare le minacce degli ‘stati canaglia’. Sarà installato su un’anonima isola meridionale giapponese. [12] Il ministro della difesa del Giappone Satoshi Morimoto ha confermato che Tokyo e Washington “hanno avuto varie discussioni sulla difesa antimissile, tra cui modalità di schieramento del sistema radar in banda-X degli Stati Uniti“. [13] il Giappone ospita già un radar in banda X nella prefettura settentrionale di Aomori, dal 2006. E’ fortemente contrastato dai residenti locali che temono, non senza ragione, che la presenza del radar li renda un bersaglio per dei potenziali attacchi nemici. [14]

Parte IV: La BMD in tutta l’Asia
La decisione degli Stati Uniti di dare priorità all’installazione della sua BMD in Asia coinvolge non solo il Giappone. Washington sta anche aiutando l’India a migliorare il suo nuovo sistema di difesa missilistica. Gli indiani vogliono costruire una rete multi-livello di difesa missilistica con l’aiuto degli Stati Uniti. Pubblicamente il governo indiano cita il Pakistan come causa. In privato, è la Cina. L’India ha testato il suo missile balistico a gittata intermedia Agni-V, all’inizio di quest’anno e la stampa indiana ha apertamente citato la capacità del sistema di colpire qualsiasi parte della Cina, come sua caratteristica più importante. [15] Secondo Steven Hildreth, un esperto di difesa antimissile del Congressional Research Service di Washington, negli Stati Uniti, ciò “getta le basi” per un sistema di difesa antimissile regionale che consisterebbe nelle difese contro i missili balistici degli USA in combinazione con quelle delle potenze regionali, in particolare Giappone, Corea del Sud e Australia. Anche se presumibilmente finalizzata a contenere le minacce dalla Corea del Nord, Hildreth ha anche affermato, “la realtà è che stiamo anche guardando, a lungo termine, all’elefante nella stanza, cioè la Cina.”
Secondo un rapporto del Wall Street Journal, il radar in banda-X permetterebbe agli Stati Uniti di ‘sbirciare più in profondità’ in Cina, oltre alla Corea del Nord. [16] Come pure vi sono relazioni da parte di anonimi funzionari del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, su un terzo radar in banda-X che verrebbe posizionato nelle Filippine, permettendo al Pentagono di monitorare con precisione i missili balistici lanciati dalla Corea del Nord, ma anche da buona parte della Cina. [17] Oltre al Giappone, Washington ha invitato la Corea del Sud e l’Australia a partecipare al programma asiatico della BMD. Il quotidiano ufficiale cinese in lingua inglese, Global Times, ha sottolineato “Tra le potenze nucleari, la Cina ha il minor numero di armi nucleari. E’ anche l’unico paese ad essersi impegnato nella dottrina del ‘non primo uso’. L’installazione di un sistema di difesa missilistico in Asia non rispetta la politica nucleare della Cina.” L’articolo del Global Times osserva ancora: “Se Giappone, Corea del Sud e Australia aderiscono al sistema, una viziosa corsa agli armamenti in Asia potrebbe accendersi. Non è ciò che la Cina vuole, ma dovrà fare i conti con la corsa agli armamenti, se accadesse. Gli Stati Uniti stanno sconvolgendo l’Asia. La regione in futuro può vedersi intensificare i conflitti. La Cina dovrebbe fare tutti gli sforzi possibili per impedirlo, ma deve preparasi al peggio”. [18]

Parte V: la BMD incoraggia il Primo Attacco nucleare
La strategia della BMD degli Stati Uniti in Asia segue una decisione presa dalle amministrazioni Bush e Obama per lo schieramento del primo anello della BMD che circonda la Russia con installazioni in Polonia, Repubblica Ceca e Turchia, mirato contro l’arsenale russo dei missili balistici intercontinentali. Mentre alti ufficiali in pensione delle forze armate USA hanno messo in guardia che lo schieramento della difesa antimissili balistici contro un potenziale avversario nucleare, come Russia, Cina, Corea del Nord o Iran, sarebbe una follia in stretti termini di strategia militare. Con anche un primitivo scudo di difesa missilistica, gli Stati Uniti potrebbero lanciare un primo attacco contro i silos dei missili e le flotte dei sottomarini russi o cinesi, con meno timore di ritorsioni efficaci; ma i pochi missili nucleari russi o cinesi rimasti sarebbero in grado di lanciare una risposta sufficientemente distruttiva.
Durante la Guerra Fredda, la capacità del Patto di Varsavia e della NATO per annientarsi reciprocamente aveva portato ad una situazione di stallo nucleare, soprannominata dagli strateghi militari MAD-mutua distruzione assicurata. Era spaventoso ma, in un certo senso bizzarramente più stabile di quello che sarebbe accaduto con la ricerca unilaterale degli Stati Uniti della supremazia nucleare. La MAD era basata sulla prospettiva della reciproca distruzione nucleare, senza alcun vantaggio decisivo per nessuna delle parti, ma ha portato ad un Mondo in cui la guerra nucleare era diventata ‘impensabile’. Ora gli Stati Uniti, con la BMD in Europa contro la Russia e in Asia contro la Cina, perseguono la possibilità di una guerra nucleare come ‘pensabile.’ Questa è una vera e propria ‘pazzia.’ La prima nazione con scudo ‘difesa’, con la difesa antimissile balistico (BMD), avrebbe di fatto la ‘capacità del primo colpo,’ facendo della BMD un sistema non difensivo ma offensivo all’estremo. Il Tenente-Colonnello Robert Bowman, direttore del Programma di Difesa Antimissile dell’aviazione degli degli Stati Uniti, durante l’era Reagan, ha recentemente definito la difesa missilistica, “l’anello mancante per un Primo Attacco.” [19] La BMD fornisce l’incentivo per attuare il primo colpo nucleare, qualcosa di mai prima immaginabile a causa dell’incertezza che la nazione non divenisse  un cumulo di macerie radioattive. In termini militari, la BMD è offensiva, non difensiva come dice il nome, e dovrebbe correttamente essere chiamata Attacco dei Missili Balistici.

Note ulteriori: Bowman
Sotto Reagan e Bush I, si chiamava Strategic Defense Initiative Organization (SDIO). Sotto la presidenza di Clinton, è diventata la Ballistic Missile Defense Organization (BMDO). Ora Bush II ha creato la Missile Defense Agency (MDA) e gli ha dato la libertà di vigilanza e di controllo precedentemente goduto solo dai programmi neri o top secret. Se il Congresso non agisce subito, questa nuova agenzia indipendente può prendersi un bilancio essenzialmente illimitato e spendere al di fuori del controllo pubblico e del Congresso, in armi di cui non sapremo nulla fino a quando saranno nello spazio. In teoria, quindi, i guerrieri spaziali governerebbero il mondo, potendo distruggere qualsiasi bersaglio sulla Terra senza preavviso. Saranno queste nuove superarmi a dare  sicurezza al popolo statunitense? Difficilmente. [20]
Lo schieramento principale della BMD di Washington in tutta l’Asia, è una delle probabili ragioni principali per l’improvvisa decisione di ritardare il 18.mo Congresso del Partito fino a dopo le elezioni degli Stati Uniti, per vedere se la Cina avrebbe avuto di fronte il presidente Romney o il presidente Obama. Ciò si concretizza in termini di decisioni militari degli USA, nei pochi mesi da quando Obama ha proclamato la sua Dottrina del Perno in Asia, chiarendo perché la Dottrina Obama rende la Cina sempre più nervosa per il ‘perno’ di Obama.

F. William Engdahl è economista e analista geopolitico. Maggiori informazioni su i suoi vari libri e articoli si possono trovare su www.williamengdahl.com

Note:
[1] Jonathan Marcus, China extending military reach, 14 giugno 2011
[2] Winslow Wheeler, The Military Imbalance: How The US Outspends the World, 16  marzo 2012.
[3] Ibid.
[4] F. William Engdahl, Full Spectrum Dominance: Totalitarian Democracy in the New World Order, 2010, edition.engdahl, Wiesbaden.
[5] President Barack Obama, Remarks By President Obama to the Australian Parliament, 17 novembre 2011.
[6] Ibid.
[7] Brian Spegele et al, US Missile Shield Plan Seen Stoking China Fears, The Wall Street Journal, 24 agosto 2012.
[8] Kazunori Takada, Japanese firms shut China plants, US urges calm in islands row, Reuters, 17 settembre 2012.
[9] Thom Shanker and Ian Johnson, US Accord With Japan Over Missile Defense Draws Criticism in China, The New York Times, 17 settembre 2012
[10] Chris Carroll, US, Japan Announce Expanded Missile Defense System, 17 settembre 2012, Stars and Stripes
[11] Masako Toki, Missile defense in Japan, Bulletin of the Atomic Scientists, 16 gennaio 2009
[12] RT, Shield revealed US spreads missile defenses East, Russia Today, 24 agosto 2012.
[13] Brian Spegele, et al, US Missile Shield Plan Seen Stoking China Fears, Wall Street Journal, 24 agosto 2012
[14] Ibid.
[15] Trefor Moss, Asia’s New Arms Race: Missiles, Missile Defenses, 27 agosto 2012.
[16] RT, op. cit.
[17] Brian Spegele, op. cit.
[18] Global Times, US missile shield fosters Asian arms race, Beijing, Global Times, 29 marzo 2012.
[19] F. William Engdahl, Full Spectrum Dominance: Totalitarian Democracy in the New World Order, edition.engdahl,Wiesbaden, 2009, p. 162.
[20] Ibid., p. 161.

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le Ardenne Atlantiste

Con il siluramento di Berlusconi, si stringe il cerchio avviato lo scorso dicembre, quando esplosero le rivolte in Tunisia. Infatti, dopo il rovesciamento dei governi di Tunisia ed Egitto, e la distruzione della Jamahiryia Libica; eventi meno o più direttamente sponsorizzati, se non guidati, dall’asse atlantista Washongton-Londra e dalle sue propaggini parigino-berlinesi, il Mediterraneo, oggetto di questi sconvolgimenti, vede i medesimi sconvolgimenti, avviati con modalità diverse, sulle sue rive settentrionali. Italia, Grecia, Spagna e Portogallo sono i bersagli delle manovre atlantiste, ideate e attuate direttamente dai circoli rodhesiani-rockefelleriani, tramite i loro uomini Luka Papademos e Mario Monti, esponenti della Trilateral Commission.
La Trilateral è una emanazione del Council of Foreign Relations, che ha soprattutto lo scopo di rendere partecipi, tramite una illusoria parità di facciata, esponenti politico-strategici delle potenze occidentali non-anglosassoni associate, (sottolineo associate), all’asse privilegiato anglo-americano di Londra-Washington, che a sua volta mantiene il pieno controllo della strategia di fondo dell’entità atlantista. La Trilateral, difatti, venne istituita da Brzezinsky, su ordine di Kissinger e dei fratelli Rockefeller, nel 1973, nel pieno della crisi di leadership degli USA. Serviva, in quel momento, ammettere all’anticamera della stanza dei bottoni, quelle potenze occidentaliste riemerse dal secondo dopoguerra: Germania, Giappone e Francia. La superpotenza di Washington, era screditata dall’imminente sconfitta in Vietnam, mentre l’impero di Londra era oramai l’ombra di se stessa, che in quegli anni poteva festeggiare la sua ultima vittoria coloniale contro il movimento di liberazione del Dhofar, nell’est dell’Oman. Ben magra figura se raffrontata alle spaventose imprese imperialiste inglesi in India e in Sudan, nel XIX secolo.
Perciò, per rafforzare il fronte imperialista, e prossimamente mondialista, il ‘general intellect‘ anglosassone doveva appoggiarsi sul Giappone e l’Europa del MEC. Necessitavano le risorse finanziarie e industriali, diplomatiche e politiche di questi partner di minoranza, per poter guadare gli gli anni ’70, il decennio delle socialdemocrazie, e così approdare negli anni ’80 del tathcerismo e del reaganismo, il decennio del rilancio imperialista anglostatunitense, eppoi negli anni ’90 della mondializzazione-globalizzazione interpretati come avvio dell’imposizione del Nuovo Ordine Mondiale atlantista.
La svolta del 2001, con l’ascesa della Cina popolare, il risveglio della Russia, il rinascente sogno bolivariano, e l’azzardo fallimentare dei giovani turchi di Leo Strauss, i neocon, ha bloccato in sostanza questo grandioso disegno: l”Assalto al Mondo‘ da parte dei devoti a Cecil Rodhes e a James Monroe. Perduta la partita iracheno-afgana da parte degli apprendisti stregoni straussiani, la carta taroccata di Barack Obama, ha permesso ai vecchissimi Kissinger, Rockefeller e Brzezinsky di dettare nuovamente i fondamenti della strategia atlantista del XXI secolo.
Integrati da parvenu di diversa estrazione; che si tratti del miliardario-genocida George Soros, dell’insignificante piatta burocrate Angela Merkel, del nullismo dei nipponici, delle bizzarrie deliranti di Nicholas Sarkozy, della coorte di insulsi e ignoranti burocratelli europeisti, dell’avventurismo pedestre delle ridicole, ma sanguinarie, petromonarchie arabe che, nonostante le lauree in ‘financial management’ comprate nei bazaar di Yale, Harvard e Oxford, vedono l’occasione tribale di regolare i conti definitivamente con il nasseriasmo e baasismo, i succitati vecchiacci riescono a montare e sospingere il loro programma per risuscitare e imporre il ‘loro Ordine Mondiale’.
Ma il 2011-2012, non è il 1989-1991. Gli effetti dirompenti della caduta del ‘Muro di Berlino’ sono svaniti già il giorno dopo quella caduta. Da allora è stato un crescendo del decrescente potere di attrazione ideologico-culturale del modello hollywoodiano proposto dall’occidente al resto del mondo. Dalle rivoluzioni colorate in Eurasia, ai golpe ‘democratici’ in America Latina, alla primavera artificiale araba, passando per l’apoteosi di Hollywood, la ‘Guerra al Terrorismo’, si è assistito, in realtà, all’erosione del preteso ‘Secolo Americano’, e dell’annessa ‘supremazia’ dell’occidente. Il modello proposto dall’asse atlantista si è usurato irrimediabilmente: La caduta del Muro di Berlino ha offerto ai popoli dell’Europa Orientale, al meglio la corruttela ignobile di Bruxelles, al peggio, la guerra civile. In mezzo, il ‘Full Spectrum’ degli orrori politici: annessione territoriale, frantumazione territoriale, occupazione sempre territoriale, dissoluzione economica, dissoluzione sociale, colonizzazione ideologico-culturale, mafie, povertà, sbarco dei piccolissimi ‘imprenditori’ del triveneto in Romania e Albania, emigrazione, depopolamento, ecc.
Le rivoluzioni colorate in Eurasia, hanno offerto più o meno le stesse cosa, senza però le bustarelle di Bruxelles, se non quelle del NED date ai pochi privilegiati ‘indignados’ del momento, addestrati dal Pentagono a fare ‘Resistenza Civile’ nelle loro patrie d’origine.
La ‘Primavera Araba’ ha provocato più morti del solito; una guerra coloniale in Libia, giusto per festeggiare il centenario dell’invasione italiana; una semidittatura militare in Egitto; un governo anglo-islamista in Tunisia (dove ha votato meno della metà degli elettori), gravi minacce alla Siria, una Palestina ancora nel limbo, come lo è dal 1947; il trionfo delle monarchie assolutiste e del settarismo  tribal-religioso, proprio come ai bei tempi del protettorato britannico sulla Costa dei Pirati. Per il resto, neanche le mance del NED ai trogloditi ripuliti e ammaestrati di Bengasi e di Hama: i miliardi della Jamahiriya serviranno ad alimentare per qualche giorno le banche-zombie anglostatunitensi, prima che si gettino a corpo morto sui ‘Maiali d’Europa’.
Ma prima della ‘grande abbuffata’, a cui si dedicheranno i soloni occidentalisti della democrazia a senso unico e dei diritti umani mondializzanti, è stato necessario sgomberare la tavolata: liquidare i possibili invitati sgraditi: Strauss-Khan e Berlusconi, ad esempio, resi poco gradevoli più che per la loro satiriasi, per le loro intenzioni poco eterodosse: una moneta internazionale d’oro, nel primo caso; una forma di azzardo internazionale autonomista nel secondo. Fatti rapidamente rientrare, al prezzo di una prostituta nera in una caso; di più prostituti realmente ‘rosso-bruni’ nel secondo.
L’asse energetico formatosi tra Mosca-Anakara-Roma-Tripoli, a metà degli anni 2000, aveva realmente suscitato patemi d’animo a Londra-Washington; i vacchiacci di sopra ci hanno impiegato qualche anno, ma hanno ottenuto dei successi, sebbene parziali: Gheddafi assassinato, Erdogan comprato e Berlusconi scacciato. Certo, Washington ha dovuto compiere una ritirata strategica di non poco conto. Le forze le si sono usurate nelle trincee di Baghdad e Kabul.
I vertici rodhesiano-rockefelleriani, per poter spostare le residuali forze in Africa-Medioriente, hanno dovuto contrattare la ritirata, graduale, ma inesorabile, dall’Eurasia. Nell’arco di qualche anno, l’Afghanistan sarà competenza esclusiva del Patto di Shanghai e l’Iraq sarà materia esclusiva di Tehran. È in tale ottica devono essere inquadrati, sia la dinamizzazione dei rapporti intraesurasiatici, con Pakistan e India che muovono dei passi concreti per riavvicinarsi e risolvere, almeno in parte, i contenziosi in sospeso; sia la marcia di avvicinamento di Tehran verso Mosca, Beijing e Islamabad. Comprendendo che l’Iraq assorbirà in futuro, l’attenzione diplomatica dell’Iran, Ahmadinehjad consolida le retrovie stringendo e completando i rapporti iraniani con le potenze eurasiatiche. Da ciò nasce, almeno in parte, sia l’attivismo anti-siriano di Ankara, che non vuole vedere la Siria orbitare intorno a Tehran, facendone una potenza regionale di tutto rispetto e, quindi,  sottraendole il ruolo di primadonna geopolitica regionale in Medioriente, che si è conquistato a Cairo, Gaza e Misurata; e sia l’impotente digrignare dei denti di Obama-Clinton, volto essenzialmente a spaventare gli iraniani, ammonire russi e cinesi, convincere i turchi e blandire gli esasperati israeliani, oramai totalmente esclusi dai giochi mediorientali. (A parte l’apertura di una sinagoga a Tripoli, da qualcuno vissuto come il trionfo del sionismo…)
Bisogna riconoscere la pugnace lotta per la sopravvivenza dell’impero intrapresa dai vecchiacci rodhesiani-rockfelleriani del CFR, e dai loro camerieri della Trilateral. Ma nonostante ciò, i confini dell’impero si riducono:
in America Latina, Washington può congratularsi dell’assassinio del comandante delle FARC-EP, Alfonso Cano, in Colombia e felicitarsi delle stragi continue nel martoriato Messico; ma al di fuori di queste ultime ridotte coloniali, Washington non ha nulla di che ridere.
In Eurasia, come detto, è già avviato il processo di ritirata ordinata delle truppe imperiali. Qui la partita volge al termine, l’impero atlantista non ha risorse infinite, e quelle sopravvissute alle fornaci iracheno-afgane devono essere utilizzate sul fronte africano.
In Medioriente, nonostante gli apparenti successi, la Libia è ancora una incognita, l’Egitto semmai sarà orientato verso la Turchia, la Siria è tutt’altro un caso chiuso, le petromonarchie per ora sembrano in salute, ma si può escludere un effetto boomerang nelle rispettive società che covano contraddizioni sempre più acute? E tutto ciò mentre Israele si rimpicciolisce, l’Iran s’ingrandisce nel quadro geopolitico mediorientale.
Africa, qui si combatte di già la battaglia per la sopravvivenza dell’asse atlantista: devono essere sottratte quelle risorse, che Gheddafi avrebbe usato per risollevare le sorti africane, e che ora, assassinato il leader dell’Africa (ennesimo assassinio di stampo colonial-democratico), necessarie a mantenere a galla il vecchio sogno mondialista londinese-washingtoniano. L’assalto contro l’ombra della Somalia, da parte degli ascari kenioti, assistiti dagli statunitensi e dai loro nuovi scherani, i francesi, è solo l’ennesimo passo pragmatico e realista di questi ‘Chickenhawk’, falchi-galline, che mentre abbaiano contro l’Iran, azzannano chi sanno essere inerme. Dopo il caso afgano, iracheno e libico, la cosa dovrebbe essere lampante.
L’Europa, tutt’altro che unita, mostra il suo eterno volto romantico: dalla Francia di Napoleone, alla Germania guglielmina (e lo era anche il Terzo Reich), il gioco permane: il forte attacca e aggredisce il debole, perché gli interessi nazionali (sottolineo nazionali), vengono sempre e comunque prima di qualsiasi illusione europeista, così interessatamente alimentata dalle logge e da Washington. Ora, dopo la primavera araba, arriva l’autunno dei ‘maiali europei’, che per vent’anni non hanno fatto altro che prepararsi alla macellazione sociale, che sarà perpetrata dagli scherani della Trilateral. La cosa dovrà essere rapida  e dolorosa, poiché, come visto sopra, questi stati euro-mediterranei si erano avvicinati troppo alle potenze eurasiatiche, e i vecchiacci atlantisti e i loro orridi gnomi bancariocratici devono agire, prima che una tale eventualità possa ripresentarsi nuovamente; magari sottoforma dei re magi Jintao, Valdimir e Recep che portano in dono ai popoli europei oro, energia e trattati.
Infine gli USA stessi. Qui c’è una sconfitta epocale, gigantesca, che sfugge all’attenzione di tutti, sebbene sia sotto gli occhi di tutti. I vecchiacci che dettano la politica imperialista dell’asse atlantico, i rodhesiano-rockeffelleriani sono, appunti, dei vecchi… sfiorano i novantanni di vita, e sono sempre lì. Ed è una sconfitta. Dopo decenni passati a dirigere, scrivere, spiegare, ideare e pontificare, si ritrovano sempre loro. La gerontocrazia non è cosa solo italiana. Vecchi zitelli senza eredi, si ritrovano con dei seguaci, studenti, figli che si sono dimostrati delle nullità, se non dei fallimenti. Obama, Clinton, Rice, Albright, i neocon e la lobby sionista non sono null’altro che il plastico riflesso umano della decadenza dell’imperialismo atlantista.
L’aggressione atlantista contro la Libia, la Somalia e l’Italia, ricordano l’ultimo sussulto militare del Terzo Reich, quando nel dicembre del 1944, Berlino scatenò una potente offensiva nelle Ardenne, in Belgio, col solo scopo di ritardare l’inevitabile fine di un sogno imperiale.

 

Alessandro Lattanzio, 12/11/2011
SitoAurora

1898-2011. Dall’alba alla sirena imperialista: Odissea di una nuova era geopolitica

La situazione in Medio Oriente è sul punto di una capovolgimento strategico; iniziato l’anno con le rivolte del pane in Tunisia ed Egitto, e proseguita con le operazioni di ‘regime change’ pre-programmati in Libia, Libano e Siria, il tutto immerso nel caos nello Yemen, tra le manovre oscure in Palestina, nella repressione ‘politically correct’ in Bahrain, nelle rivolte più o meno abbozzate in Marocco, Oman e Algeria, nel silenzio totale saudita e nella tranquillità assoluta della Giordania; e qui non poteva essere diversamente, la Giordania è poco più di una caserma della CIA e perciò, pur non subendo contestazioni o rivolte interne, le esporta nei paesi vicini, in Siria, precisamente.
Neanche a Dubhai, il ‘popolo oppresso’ se l’è sentito di sottrarre qualche ora dallo shopping, per andare a manifestare contro la dittatura locale. In compenso, a Dubhai, dal novembre 2010, sbarcano per via aerea decine di colombiani. I colombiani entravano negli Emirati Arabi Uniti  come operai edili, ma in realtà, erano soldati dell’esercito mercenario segreto che Erik Prince, il miliardario della Blackwater Worldwide, sta costruendo grazie a 529 milioni di dollari donati da una delle petromonarchie più amate dalle democrazie occidentali, e dalle loro propaggini di sinistra, liberali o antagoniste che siano. Una regola vige, dettata dal capo in persona,  niente musulmani tra i mercenari di Dubhai. Non si può contare che dei mussulmani uccidano altri musulmani, avrebbe avvertito Prince. Pie speranze, o forse è stato particolarmente bravo con i mercenari dalla Siria e dalla Libia. Resta il fatto che la Blackwater trasferisce le proprie attività negli Emirati Arabi Uniti alla della cosiddetta ‘Primavera Araba’, che avrebbe dovuto culminare, secondo le menti che l’hanno quanto meno indirizzata, nel crollo dei regimi socialisti e nazionalisti arabi laici superstiti, la Libia e la Siria. L’obiettivo strategico perseguito dai manovratori della cosiddetta ‘Rivoluzione Araba’, era sventare la formazione di un blocco arabo-africano, che vedeva come motore la Jamahiriya di Libia, e ostacolare i progressi dei due maggiori blocchi antagonisti al polo imperialista USA/UE/NATO: l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (Federazione Russa, Repubblica Popolare di Cina, Kazakhstan, Kirghizistan, Tadzhikistan) e i paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).
Questo obiettivo vede riunirsi un rinnovato coagulo geopolitico imperialistico, favorito dalle gerarchie brzezinskiane di Washington. Abbandonati i furori bellicisti dei neocon e dei cristiano-sionisti, l”Asse del Bene’ non vede più al suo centro Israele, emarginata dal quadro geopolitico attuale per via dell’inaffidabilità del governo Netanyahu/Lieberman, ma l’Arabia Saudita, le cui ‘connivenze’ con al-Qaida e i dirottatori dell’11 settembre 2001, di colpo, sono scomparse dal circo mediatico statunitense ed euroccidentale. L’Arabia Saudita costituisce un nuovo perno per le strategie atlantiste, rodhesiano-rockefelleriane, grazie all’influenza politico-ideologico regionale che possiede verso le sue alleate regionali, le altre petromonarchie del Golfo Persico, i regimi sunniti di Marocco e Giordania e i vari gruppi  della galassia islamista, compresa l’ectoplasma terroristico per eccellenza, al-Qaida, la cui presentabilità nel salotto imperiale anglosassone è stata recuperata tramite la sceneggiata hollywoodiana dell”assassinio meditico’ del suo capo, Usama bin Ladin.
Ottenuta la necessaria ‘morte’ del malvagio numero 1 sulla Terra, almeno presso l’opinione pubblica occidentale, ridiventa possibile giocare nuovamente la carta del fanatismo religioso, come ai bei tempi di Carter e Reagan, quando le cinquanta stelle dell’impero risplendevano di maggior fulgore (anche se, già allora, si trattava di effetti speciali hollywoodiani). Così s’è proceduto a costituire un ampio fronte per cercare di distruggere la Jamahiriya Libica: un vero e proprio esercito internazionale di mercenari da impiegare sul campo in Libia, visto il clamoroso fallimento della ‘rivoluzione’ bengasina, incapace di avere non solo il sopravvento sulle forze armate libiche, ma neanche di saper mobilitare la popolazione della Cirenaica: all’inizio della rivolta, le bande golpiste raggruppavano 4000 ribelli armati, a giugno erano circa un migliaio. Nessuno ha voluto aderire al mancato golpe. Da quel momento diventa sempre più massiccia la presenza di mercenari, avventurieri e contractors stranieri: arabi, mussulmani, latinoamericani o della NATO. L’armata brancaleone che la NATO ha rappattumato, è costituto da veterani degli squadroni della morte latinoamericani; argentini e soprattutto, come visto, colombiani. Addestrati nella ‘Scuola delle Americhe’, ora ricevono la possibilità di combattere gli alleati arabi dei loro nemici diretti: Chavez, Morales, Kirchner, Rousseff e Castro. Queste forze, concentrate nei centri della Blackwater, sono state inviate in Tunisia, per operare come massa d’urto per le operazioni della NATO in Tripolitania, soprattutto sul Jebel Nafusa, coordinando le bande di mercenari reclutate sul posto da agenti del Qatar e degli EAU, soprattutto tra le masse di disoccupati tunisini e di predoni in cerca di vendetta contro il governo libico.
A Bengasi e Derna, operano invece gli altri mercenari addestrati dalla CIA, i reparti di alqaidisti recuperati dagli statunitensi a Guantanamo, in Afganistan e in Pakistan. Qui cooperano in stretto coordinamento anche con le unità armate della Fratellanza Mussulmana (Ikhwan), che operano per conto dell’Arabia Saudita. Ryad sta cercano da anni di regolare i conti con Gheddafi, per via della politica petrolifera attuata da quest’ultimo; una politica tesa a fare delle risorse energetiche sia una leva di sviluppo economico, sia una forma di interventismo nella politica internazionale, al contrario della politica di fondo adottata dalle semi-borghesie comparadores del Golfo Arabo, la cui esistenza è dettata dalla stretta aderenza agli interessi occidentali. Si tratta di uno scontro prima che ideologico, geopolitico, geoeconomico e geostrategico.
Proprio la presenza di più e diversi attori reali e manovratori dietro le quinte della scena libica, e che rappresentano interessi anche contrastanti, ha portato al conflitto esploso all’interno del cosiddetto Consiglio di Transizione di Bengasi, portando alla morte di Abdel Fatah Younis. Younis, che siedeva nel CNT, era il maggior esponente della fazione libica che ha tradito la Jamahiriya, dopo Abdel Salim Jalloud, e aveva disertato presso i francesi, dei cui interessi era divenuto il fantoccio in capo locale. Il suo assassinio, per mano dell’Ikhwan, è un chiaro messaggio geopolitico: la Francia è stata estromessa definitivamente dalla gestione della Libia, a vantaggio dei sauditi e degli inglesi, gli sponsor dell’ala islamista dei golpisti anti-Jamahiriya. Difatti, non è un caso che Younis sia stato liquidato mentre la Francia stava contrattando con Saif al-Islam Gheddafi, la conclusione del conflitto. Parigi e Sarkozy hanno perso la partita che avevano così avventatamente intrapreso.
La palla passa in mano all’asse anglosassone, al club rodhesiano-rockefeleriano, sconvolto dalla crisi, al circo militar-mediatico dei ‘bombardieri umanitari‘ raccoltosi intorno alla cricca Obama-Clinton-Brzezinsky, e ai loro alleati regionali, le petromonarchie sunnite (dal Marocco alla Giordania, dall’Arabia Saudita al Golfo).
Sul terreno, le bande golpiste del CNT, il cui ruolo ricalca quello dell’UCK nei Balcani, assieme agli squadroni della morte dei mercenari, hanno subito una profonda ristrutturazione operativa. Avendo perso Misurata, ripresa dall’esercito libico, e non avendo potuto occupare l’industria petrolifera tra Bin Jawad e Aghedabia: un fronte dove le truppe golpiste hanno subito dei pesanti rovesci militari, portando alla dissoluzione del CNT e al caos a Bengasi e dove la NATO non riesce più ad avere un ruolo efficace sul terreno, gli strateghi militar-mediatici atlantisti e sauditi hanno deciso di concentrare tutte le loro forze su Tripoli, essendo le linee logistiche protette dal ‘nuovo governo rivoluzionario’ tunisino, e più brevi di quelle che corrono tra Bengasi e l’Egitto, dove tra l’altro l’Ikhwan-Blackwater sta aprendo un nuovo fronte in Sinai, con una probabile grande irritazione dell’esercito egiziano, che a sua volta, sembra esser stato estromesso dai giochi libici fin da quasi l’inizio della crisi. Con la cosiddetta ‘Operazione Sirena’, ovvero il presunto assalto a Tripoli, si tenta di fare pressione psicologica sulla popolazione della Jamahiriya libica. Si tratta, in definitiva, di una operazione di guerra psicologica, piuttosto che propriamente operativa. Una combinazione di Aeromobili, terroristi della NATO, di giornalisti embedded e figuranti televisivi, è il vero ‘esercito ribelle’ che starebbe ‘conquistando’ Tripoli.
Un quadro che, risaltando l’aspetto propagandistico, fornisce la misura della bancarotta occidentale: da quella militare della NATO a quella diplomatica degli USA, e soprattutto dell’UE, a quella ideologica-culturale, col totale discredito della leggenda metropolitana della presunta indipendenza politica dei grandi mass media occidentali. Per non parlare della definitiva dissoluzione delle sinistre occidentali, sia sotto forma di organizzazioni politiche, dove suoi esponenti hanno invocato perfino l’assassinio di Gheddafi per mano della NATO, che sotto forma di ONG, come nel caso di Emergency, che ha partecipato direttamente ai crimini commessi dai ‘ribelli’ a Misurata (e forse altrove).
Riassumendo, la resistenza della Jamahiriya Libica, comunque vada, ha inflitto una netta sconfitta all’unipolarismo atlantista.
Non va trascurata, in effetti, che la messinscena a Tripoli, serva a distrarre l’opinione pubblica occidentale dalla clamorosa sconfitta subita da Washington, quando Joe Biden, vicepresidente degli USA, in visita a Beijing, ha pubblicamente riconosciuto la ‘Politica di Una Cina Sola’ portata avanti da decenni dal Partito Comunista Cinese. Il definitivo disconoscimento e abbandono di Taiwan e del Dalailama quali asset della geopolitica statunitense. Un successo diplomatico schiacciante.
Un evento che può spiegare, almeno parzialmente, l’atteggiamento cauto adottato da Russia e Cina, probabilmente ostacolate dall’azione politico-diplomatica, sia dalla complessità del quadro politico mediorientale, sia dalla necessità di sostenere la solida alleata Siria, aggredita dalle stesse operazioni terroristiche imbastite in Libia. In effetti, parte dei mercenari arruolati a Dubhai, con l’assistenza dei sauditi e dell’intelligence turca, saranno stati inviati in Siria a costituire quei squadroni della morte che tormentano, in questi mesi, la società siriana, e che forniscono l’appiglio ai rinnovati sogni interventistici di Londra, Parigi, Bruxelles e Washington.

Alessandro Lattanzio 22/8/2011

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