La soglia del disastro, Israele s’impegna nella guerra imperialista contro la Siria

Fida Dakroub, Global Research, 1 giugno 2013

946809
Generalità
Come già annunciato e confermato nei giorni precedenti, e forse ne riceveremo notizia nei prossimi giorni, Israele si è impegnato direttamente nella guerra imperialista contro la Siria quando le sue forze aeree hanno colpito postazioni militari dell’esercito siriano nei dintorni di Damasco, smascherando così l’imperialismo occidentale, il sionismo mondiale, il dispotismo e l’oscurantismo wahhabita, riunitisi in una Santa Alleanza contro l'”Asse della resistenza” di Iran, Siria, Iraq e  Libano, con dietro la Russia e la Cina; nel frattempo, sul territorio siriano, l’esercito arabo siriano avanza su più fronti nelle province di Damasco, Homs e di Aleppo, e la crisi siriana, entrata in un vicolo cieco, ha solo due modi per essere risolta:
o la Santa Alleanza abbandona l’opzione militare e smette di addestrare, armare e infiltrare gruppi taqfiristi in Siria, così avviando il dialogo tra la cosiddetta “opposizione” e il governo siriano;
o una guerra regionale viene avviata, bruciando non solo i Paesi coinvolti, ma l’intero Medio Oriente.
Non ci nascondiamo che il conflitto sorto in Siria non è un conflitto tra un regime dispotico e una folla di monaci meditabondi, come i media monopolizzano, ma un conflitto tra l’imperialismo occidentale, il sionismo mondiale e il dispotismo e l’oscurantismo wahhabita da un lato, che per la prima volta compongono una Santa Alleanza, e l’Iran, la Siria, l’Iraq, il Libano o il cosiddetto “Asse della resistenza” sostenuto da Russia e Cina, dall’altro lato. Tutto ruota intorno a questa demarcazione, e qualsiasi discorso che potrebbe vedere nella crisi siriana la battaglia contro un regime dispotico è davvero un discorso povero o un povero discorso.

Kerry a Mosca
I lunghi colloqui con i funzionari russi, prima al Cremlino e poi al Ministero degli Esteri, in occasione della visita del segretario di Stato degli Stati Uniti John Kerry a Mosca, hanno portato alla seguente dichiarazione: gli approcci della Russia e degli Stati Uniti sulla questione siriana “non sono realmente differenti. Sulla sistemazione della Siria le parti hanno convenuto nel cooperare in modo efficace (…), Mosca e Washington lavoreranno insieme nel pieno rispetto del comunicato di Ginevra“, ha dichiarato il Ministro degli Esteri della Russia Sergej Lavrov [1]. “Kerry, atterrato all’aeroporto di Mosca-Vnukovo, ha compiuto la sua prima visita in Russia come capo della diplomazia statunitense, una delle mosse più delicate dopo il forte deterioramento dei rapporti bilaterali nello scorso anno” [2]. Secondo lui, le parti sono effettivamente in grado di “sbloccare la situazione“. “Gli Stati Uniti ritengono che condividiamo interessi molto importanti in Siria, tra cui la stabilità della regione e impedire che gli estremisti creino problemi nella regione e altrove“, ha detto Kerry. “Abbiamo convenuto che la Russia e gli Stati Uniti incoraggino il governo siriano e l’opposizione a trovare una soluzione politica“, ha detto Sergej Lavrov, dopo i colloqui a Mosca con il suo omologo statunitense John Kerry.
La Siria è uno dei pomi della discordia tra i due Paesi, la Russia è il principale difensore della Siria e del popolo siriano, mentre gli Stati Uniti “benedicono” l’invio di gruppi taqfiristi dalla Turchia e da alcuni Paesi arabi, per ‘guerreggiare’ contro il governo siriano. Bisogna attendere la conferenza internazionale sulla Siria, che si terrà a giugno e il vertice Putin – Obama per sapere quale delle due direzioni prima indicate, prenderà la crisi siriana [3]. Come promemoria, Mosca e Washington hanno concordato di tenere al più presto una conferenza internazionale sulla Siria. Inoltre, Dmitrij Peskov, portavoce del capo di Stato russo ha detto che il prossimo incontro tra i due presidenti potrebbe avvenire nel quadro del vertice del G8 in Irlanda del nord. [4] Questo è il risultato principale della visita in Russia del segretario di Stato statunitense John Kerry. [5]

Israele rinuncia alla sua “neutralità”
In contrasto con l’ottimismo creato dalla visita di John Kerry a Mosca, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, non volendo mostrare che i suoi bicipiti, ha detto che gli Stati Uniti si riservano il diritto di adottare misure diplomatiche e militari per risolvere il conflitto in Siria, ma volendo risolvere questo problema insieme alla comunità internazionale. Su un altro livello, Israele è direttamente coinvolto nella guerra imperialista contro la Siria e rinuncia alla sua “neutralità”  credendo che la caduta di Assad possa anche indebolire l’Iran. All’inizio della guerra imperialista contro la Siria, Israele era rimasto rigorosamente discreto, ma questa precauzione non era più adeguata. Un anno fa, il presidente israeliano Shimon Peres disse che desiderava la vittoria dei ribelli siriani che ammira per il loro coraggio. [6] Questa piccola frase di Peres portò, qualche mese fa, al sostegno militare e logistico dei gruppi armati che combattono l’esercito siriano nei villaggi vicini al confine tra Israele e Siria [7]. Il coinvolgimento di Israele nella guerra in Siria si svolge già su due piani, logistico e tattico.
Sul piano logistico, Israele ha aperto i suoi ospedali ai militanti armati feriti. La prova si ebbe a marzo, quando undici terroristi feriti furono curati in Israele, secondo fonti ufficiali israeliane. Otto di loro furono rimpatriati in Siria e gli ultimi due rimasero ricoverati in ospedale nel nord d’Israele, uno a Nahariya e l’altro a Safed[8]. Basta fare un parallelo con la rivelazione di Moti Kahana al quotidiano israeliano Yediot Aharonot, circa la creazione di un fondo per finanziare i ribelli siriani, per determinare la misura in cui Israele è coinvolto nella guerra in Siria. Nel suo discorso al “Think Tank” Istituto di Washington per la Politica nel Vicino Oriente, Kahana dichiarò che suo fratello Steeve era un riservista dei servizi medici militari israeliani che avevano curato i feriti che passavano dal Golan siriano. Aveva detto tra l’altro di essersi recato in Siria come se andasse a Tel Aviv: “Abbiamo raccolto centinaia o addirittura migliaia di dollari negli ultimi due anni e sono responsabile del trasferimento delle donazioni alle organizzazioni liberali in Siria“, aggiunse sottolineando che lui stesso aveva dato a questo fondo una somma di 100 dollari. [9] Meglio ancora, il sito israeliano Debkafile aveva confermato che Israele aveva già costruito un ospedale da campo vicino al confine con la Siria e la Giordania, per curare gli insorti “siriani” feriti. “Israele ha creato un grande ospedale da campo nei pressi del posto di osservazione militare sul Golan di Tel Hazakah che si affaccia sul sud della Siria e sulla Giordania settentrionale. Lì, arrivavano i feriti della guerra siriana che venivano controllati ed esaminati dai medici dell’esercito israeliano, dove venivano  curati e rinviati indietro, o giudicati feriti abbastanza seriamente da richiedere assistenza ospedaliera. I feriti gravi vengono inviati in uno dei vicini ospedali israeliani di Safed o Haifa.” [10]
A livello tattico, Israele aveva deciso di cambiare le “regole del gioco” effettuando attacchi tattici contro obiettivi militari dell’esercito siriano. Israele ha avvertito che il trasferimento di “armi strategiche” ad Hezbollah potrebbe giustificare tali attacchi preventivi. Nel primo raid nella notte del 30-31 gennaio, aerei da guerra israeliani hanno effettuato numerosi attacchi contro obiettivi nella zona di confine tra la Siria e il Libano. Gli aerei avevano preso di mira un “centro di ricerca militare” a Jamraya, nei sobborghi di Damasco. Due persone che lavoravano nel sito furono uccise e altre cinque ferite. La Siria riconobbe l’attacco avvenuto contro il proprio territorio. [11] Il giorno dopo il raid, Amos Harel scrisse su Haaretz,Israele entra nella guerra civile siriana“. [12]
La seconda incursione nella notte del 2-3 maggio, aerei israeliani lanciarono un nuovo raid aereo in Siria. Secondo dei funzionari statunitensi citati dalla CNN, gli aerei israeliani attaccarono uno o più convogli che trasportavano armi destinate a Hezbollah. Una fonte ufficiale confermò il raid israeliano all’agenzia AP. Secondo questa fonte, che aveva chiesto l’anonimato, le armi non erano chimiche. La posizione precisa del raid non è attualmente nota. Tuttavia, la Siria non ha confermato queste incursioni. [13] Il Terzo raid, nella notte del 4-5 maggio, era il secondo raid che l’aviazione israeliana aveva condotto sulla Siria in 48 ore, sostenendo di voler impedire il trasferimento di armi a Hezbollah, ma a Damasco ciò apriva la porta a tutte le opzioni rendendo la situazione nella regione più “pericolosa”. Secondo la Siria, lo Stato ebraico aveva colpito tre postazioni militari a nord-ovest di Damasco con missili sparati da aerei israeliani sul Libano. Un funzionario israeliano aveva confermato l’attacco dicendo che “si trattava di missili iraniani per Hezbollah” [14]. Insieme a questi attacchi, i funzionari israeliani continuano a minacciare la Siria, basta seguire le dichiarazioni di Tel Aviv sui missili russi S-300 che sarebbero stati consegnati a Damasco recentemente, per determinare a quale punto Israele sia coinvolto nel conflitto siriano. Ad esempio, il capo del Consiglio di sicurezza di Israele, Yaakov Amidror, ha avvertito i leader europei che Israele è determinato a distruggere i missili S-300 una volta dispiegati sul territorio siriano. [15] Da parte sua, il colonnello Zvika Haimovich ha detto che Israele aveva già determinato, in tre punti, la “linea rossa” che spingerà il suo esercito a distruggere i missili S-300:
1. I missili vengono puntati sullo spazio aereo israeliano;
2. I missili vengono trasferiti a Hezbollah;
3. I missili cadono nelle mani dei gruppi taqfiristi. [16]
Tuttavia, una questione rilevante si pone qui: quanto le minacce e i recenti attacchi aerei di Tel Aviv sono efficaci nel frenare il dispiegamento dei missili S-300 in territorio siriano e il loro trasferimento a Hezbollah? Tuttavia, dobbiamo ammettere qui che a volte, nella vita, è meglio usare la saggezza del folle che la follia del saggio. Leggiamo ciò che il mullah Nasreddin Djeha disse in una situazione simile.

Lo schiaffo di Nasreddin Hodja Djeha
Nasreddin Hodja Djeha era davanti la sua porta con in mano una brocca, ma arrivare alla fontana con quel caldo era una faticata. Fermò una bambina che passava di lì e le chiese di andare a prendere l’acqua.
– Ti prego di non rompere la brocca, raccomandò e subito dopo le diede uno schiaffo in faccia.
La bambina si mise a piangere e il suo vicino di casa, che aveva visto la scena, s’infuriò per tale brutalità:
– Che Allah vi maledica Nasreddin! Non vi è nessuno più vile di voi!
– Dimmi, tu che fai il censore, a che servono gli schiaffi quando la brocca è rotta?
Se Tel Aviv teme invece che la Siria trasferisca a Hezbollah dei sistemi d’arma sofisticati che potrebbero cambiare i rapporti di forza con i libanesi al suo confine settentrionale, allora parodiando la storia del mullah Nasreddin citata sopra, a che servono gli attacchi preventivi israeliani contro la Siria quando i missili S-300 sono stati dispiegati sul territorio siriano e trasferiti a Hezbollah? Bisognerebbe vedere, in tal senso, il riferimento su questo punto del presidente siriano Assad nel corso di un’intervista alla TV libanese al-Manar. [17] Cioè che a Tel Aviv l’audacia di certo non manca, ma attenzione, attenzione!

Fida Dakroub, Ph.D

Note
[1] La voix de la Russie. (8 maggio 2013). «John Kerry à Moscou: pas de divergences Russie-USA sur la Syrie».
[2] Libération. (7 maggio 2013). «John Kerry à Moscou pour rencontrer Vladimir Poutine».
[3] Russia Today. (7 maggio 2013). “Russia, US to push for global Syria conference to bring conflicting sides to table”.
[4] La voix de la Russie. (8 maggio 2013). «Poutine espère rencontrer bientôt Obama».
[5] La voix de la Russie. (8 maggio 2013). «John Kerry à Moscou…», loc. cit.
[6] Le Figaro. (11 giugno 2012). «Israël prend position en faveur des insurgés syriens».
[7] Henry, Marc. (29 marzo 2013). «Un hôpital israélien sur le Golan pour soigner les rebelles anti-Assad». Le Figaro.
[8] Huffington Post. (27 marzo 2013). «Un insurgé syrien blessé sur le Golan soigné en Israël est décédé».
[9] Benhorin,Yitzhak. (10 maggio 2013). «Israeli raising funds to help Syrians ‘dying near us’». Yediot Aharonot.
[10] Debka File. (8 maggio 2013). «Israeli -and Hizballah- controlled enclaves inside Syria».
[11] Le Figaro. (31 gennaio 2013). «Syrie: le raid israélien aurait visé un convoi d’armes».
[12] Harel, Amos. (31 gennaio 2013). “Israel enters the civil war in Syria”. Haaretz.
[13] Le Figaro. (4 maggio 2013). «L’aviation israélienne a lancé un nouveau raid aérien en Syrie».
[14] Libération. (5 maggio 2013). «Syrie: nouveau raid israélien, Damas garde toutes les options ouvertes».
[15] The Jerusalem Post. (30 maggio 2013). “Analysis: Israel could hit S-300 missiles in Syria”.
[16] loc. cit.
[17] SANA. (30 maggio 2013). «Le président al-Assad : Les batailles que déclenche l’armée arabe syrienne visent à préserver l’unité de la Syrie».

Ricercatrice in Studi francesi (University of Western Ontario, 2010), Fida Dakroub è scrittrice e ricercatrice sulla teoria di Bachtin. È un’attivista per la pace e i diritti civili.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La tragedia di Gaza ai tempi della “primavera araba”

Ahmed Bensaada, Global Research, 10 dicembre 2012

Mideast-Palestinians-_Horo2-635x357

Si tratta di un nuovo rito israeliano. Tra “il giorno delle elezioni” e il “giorno dell’inaugurazione”, date chiave della democrazia statunitense, Israele segna questo periodo e prepara le proprie elezioni bombardando spudoratamente Gaza e i suoi abitanti. Come un cacciatore che spara con un fucile dar caccia grossa contro qualsiasi cosa che si muove in una voliera, con la motivazione che il volatile l’ha inavvertitamente beccato, lo Stato ebraico stermina uomini, donne e bambini a Gaza, dopo aver volontariamente trasformato la terra palestinese in una prigione a cielo aperto. E questo non gli preclude di battersi il petto e di vantarsi delle proprie “gesta” sotto lo sguardo compiacente dei paesi occidentali, che non vedono, nell’uso di questi fuciloni, che l’equivalente dei colpi di becco.
Tuttavia, tra la mortale operazione israeliana “Piombo Fuso” (fine 2008-inizio 2009) e quella stranamente denominata “Pilastro della difesa” che ha avuto luogo di recente, il mondo arabo ha vissuto la sua “primavera”. E una domanda fondamentale si pone: questo sconvolgimento politico visto da alcuni come fondamentale, quale impatto ha avuto sulla situazione degli abitanti di Gaza, in particolare, e sulla causa palestinese in generale? Nell’elencare i protagonisti arabi o musulmani che hanno monopolizzato la scena mediatica e si sono impegnati a una possibile mediazione tra Hamas e Israele, è possibile avere una risposta. Da questo punto di vista, lo scompiglio nel cortiletto di Cairo registratosi il 17 novembre, è molto rivelatore. Quel giorno, il presidente egiziano Mohamed Morsi, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, l’emiro del Qatar Hamad bin Khalifa al-Thani e il leader di Hamas Khaled Meshaal si trovavano tutti insieme nella capitale egiziana. E quest'”allineamento dei pianeti” era tutt’altro che accidentale.

L’Egitto di Morsi
Dopo la sua elezione post-primaverile Mohamed Morsi, presidente islamista di “recupero” dopo l’ineleggibilità di Khairat al-Chater (eminenza grigia dei Fratelli musulmani), sa perfettamente che la sistemazione del dossier di Gaza è per lui di fondamentale importanza sotto diversi aspetti. In primo luogo, gli permetterebbe di guadagnare credibilità nella questione palestinese, credibilità colpita dalle ricorrenti chiusure del valico di Rafah, distruzione dei tunnel per il contrabbando tra i due Paesi (provocando l’ira dei palestinesi per la prima volta da quanto Morsi è al potere) e soprattutto dalla divulgazione delle lettere assai “amare” tra Morsi e il presidente israeliano Shimon Peres. In effetti, questo scambio di lettere apparentemente aneddotico ha scioccato gli egiziani che votano verso ciò che chiamano “entità sionista” un odio viscerale. E’ vero che frasi come “mio caro e grande amico” e “tuo amico fedele” [1] rivolte a Peres da Morsi hanno qualcosa di stupido, soprattutto quando si sa che sono scritte da un membro dei Fratelli musulmani, che ha sempre sostenuto la lotta contro l’occupante sionista. La reazione della strada egiziana è stata così forte che la presidenza ha sostenuto che si trattava di un falso [2], prima di riconoscere che le espressioni usate erano “formali” (sic) [3]. Le cortesie tra i due presidenti sono continuate in questi giorni: il presidente Peres ha detto di aver accolto con favore gli “sforzi” del Presidente Morsi “d’introdurre un cessate-il-fuoco” nel conflitto di Gaza [4].
Va notato che queste confidenze tra presidenti sono in netto contrasto con il comportamento naturale di certi personaggi egiziani incstrati, allo stesso tempo, in un programma tipo “candid camera” in cui gli viene fatto credere di essere intervistati da una rete israeliana. [5] Le reazioni degli ospiti erano sempre al di sopra delle righe, nervose e assai violentemente anti-israeliane, facendo infuriare la stampa dello Stato ebraico e suscitando accuse di antisemitismo inondanti la blogosfera. [6] Per quanto riguarda la distruzione, da parte dell’esercito egiziano, dei tunnel per il contrabbando al confine tra Egitto e Gaza, è stata decisa dal governo Morsi a seguito degli attentati mortali del 5 agosto 2012 da parte di un commando definito dalle autorità jihadista [7]. Tuttavia, i Fratelli musulmani del presidente Morsi hanno accusato il Mossad di essere dietro questi attacchi, a tale affermazione ha fatto eco ad Ismail Haniyeh, capo del governo di Hamas a Gaza. [8] Ciò è molto plausibile, in quanto la demolizione di tunnel è stata attuata principalmente per la sicurezza dello Stato d’Israele. Lo strano in questo caso, è la velocità con cui è stata presa la decisione di distruggere i tunnel. Da qui a pensare che ci fosse una collusione, non è difficile. Tanto più che le autorità israeliane hanno curiosamente accettato la presenza di truppe egiziane nella zona “C” del Sinai, solitamente autorizzata solo alla polizia egiziana, ma del tutto vietata all’esercito egiziano, secondo gli accordi di Camp David. [9] Ricordate che questa zona è una striscia di terra nella penisola del Sinai, lungo il confine israelo-egiziano fino al Golfo di Aqaba, che si estende da Rafah a Sharm el-Sheikh.
In secondo luogo, Morsi sa che un ben orchestrato atteggiamento nel conflitto israelo-palestinese lo libererebbe dall’immagine negativa di Presidente “ruota di scorta”, senza scopo e con poco carisma. [10] Per questo motivo, ad esempio, ha richiamato l’ambasciatore egiziano in Israele e inviato il suo primo ministro a Gaza, all’inizio dell’aggressione contro Gaza. Queste decisioni presentate come “eroiche” non spiegano perché ci sia voluto il bombardamento per inviare un dirigente egiziano nell’enclave palestinese. In effetti, data la vicinanza e l’affinità ideologica tra Hamas e la Fratellanza musulmana egiziana, e l’esultanza di Gaza per l’annuncio dell’elezione alla presidenza di Morsi, ci si sarebbe aspettati che il presidente egiziano si recasse a Gaza subito dopo la sua elezione. Ma Morsi non l’ha mai fatto, mentre l’emiro del Qatar vi ha recentemente compiuto una visita ufficiale. Tuttavia, dopo lo scontro di Hamas con i funzionari siriani, il governo egiziano ha autorizzato l’organizzazione palestinese a trasferire la sua sede principale da Damasco a Cairo. Questa disputa è dovuta al riconoscimento, da parte di Hamas, della coalizione ribelle siriana costituita prevalentemente da combattenti islamici. Anche se la decisione egiziana di offrire un ufficio a Hamas fa rabbrividire molti osservatori, è stata accolta con favore dalla Fratellanza musulmana egiziana. [11] Questi osservatori hanno visto un cambiamento importante nella politica egiziana, che riteneva l’OLP, (l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina) unico rappresentante legittimo dei palestinesi. Ovviamente, non poteva essere altrimenti per la fratellanza. Non è utile ricordare che nella sua prima visita ufficiale da primo ministro di Hamas, Ismail Haniyeh si era recato dai Fratelli musulmani egiziani? E che questo stesso capo di governo aveva dichiarato che Hamas è un “movimento jihadista della Fratellanza dal volto palestinese” [12]?
Dobbiamo renderci conto che, nel contesto della “primavera” araba, la decisione di ospitare Hamas a Cairo è al tempo stesso, sia il desiderio di Morsi d’isolare il presidente Bashar al-Assad, sia il desiderio egiziano d’influenzare la futura strategia del governo del movimento islamico palestinese di Gaza, insieme ad altri attori influenti come il Qatar. In terzo luogo, il rais egiziano è ben consapevole che ottenendo un cessate il fuoco nel conflitto israelo-palestinese, otterrebbe anche l’effetto di ridare un ruolo centrale all’Egitto nella questione palestinese. Inoltre, permetterebbe alla sua diplomazia nel mondo arabo di migliorare la propria immagine dopo essere stata pesantemente emarginata negli ultimi anni, in favore di certe  monarchie del Golfo. Così, oltre al problema di Gaza, la riunione tripartita Egitto-Qatar-Turchia aveva certamente un altro punto all’ordine del giorno: la Siria. Infatti, due giorni dopo la riunione di Cairo si apprendeva che la nuova coalizione della rivolta siriana, a Doha, si sarebbe basata a Cairo [13], mentre il vecchio Consiglio nazionale siriano (CNS) aveva sede a Istanbul. Quattro giorni dopo, il Qatar ha annunciato la nomina di un suo ambasciatore presso la coalizione siriana, un’organizzazione composta da diversi gruppi di ribelli costretti, sotto la pressione degli Stati Uniti, ad unirsi [14]. Tra l’altro, con la notevole assenza all’incontro di Cairo, dell’Arabia Saudita, uno dei principali protagonisti dalla “primaverizzazione” della Siria. E questa assenza è tutt’altro che una coincidenza, se si considerano le differenza nella copertura mediatica dell’assalto israeliano a Gaza, tra il canale del Qatar al-Jazeera e quello saudita al-Arabiya, che implicitamente riflettono le differenze politiche tra i due paesi su Gaza. [15]
Mentre aveva più volte annunciato l’intenzione di rivedere gli accordi di Camp David, Morsi ha cambiato idea quando Israele ha sollevato un’eccezione di irricevibilità dell’idea. [16] Questo apparente “successo” di Morsi nella cessazione delle ostilità tra Israele e Hamas però, gli permette di giustificare il suo cambiamento di rotta, rafforzando così l’idea della necessità dell’Egitto d’essere l'”interlocutore ufficiale” credibile dello stato ebraico, grazie agli accordi sottoscritti tra i due Paesi. In questa campo, Morsi non è poi così diverso dal suo predecessore Mubaraq, spazzato via dalla sommossa. Ma questa mancanza di audacia politica del presidente islamista, non ha cambiato l’ardore di alcuni attivisti pro-democrazia, che hanno presentato al tribunale amministrativo di Cairo una richiesta di annullamento del trattato di Camp David, in modo che il loro paese possa godere della piena sovranità politica e militare sulla penisola del Sinai. Il 30 ottobre, il ricorso è stato respinto per motivi di “incompetenza in materia” del giudice, sostenendo che i campi della politica internazionale e della sovranità del paese sono di responsabilità del presidente della repubblica. [17] Morsi si degnerà uno giorno di mantenere la promessa, che è anche quella della confraternita da cui proviene? Nell’attuale contesto geopolitico, è dubbio.

Il Qatar e la “primaverizzazione” degli arabi
Il 23 ottobre 2012, esattamente tre settimane prima della selvaggia aggressione israeliana denominata “Pilastro della difesa,” l’emiro del Qatar effettuava una visita a Gaza. Questa breve visita, descritta “storica” da alcuni osservatori, essendo la prima di un capo di Stato dal 2007, anno della presa (democratica) del potere di Hamas a Gaza, non sarebbe mai stata possibile senza l’approvazione di Egitto e Israele in particolare. Ovviamente, questo viaggio dell’emiro è stato accompagnato dalla generosa distribuzione di petrodollari, ma è chiaro che il suo obiettivo non è solo la filantropia. Come spiegare altrimenti che la generosità del Qatar ha avvantaggiato solo il governo islamico di Hamas, ma non l’intera popolazione palestinese? E perché l’emiro del Qatar non ha colto l’occasione per visitare la Cisgiordania dell’autorità palestinese?
In effetti, su questo punto, il Comitato Esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) non ha apprezzato la visita. “I paesi arabi non dovrebbero perseguire la politica volta a creare un’entità separata nella Striscia di Gaza, che favorisce fondamentalmente i piani israeliani”, aveva dichiarato [18]. Infatti, il comportamento del Qatar verso la Palestina è in perfetta armonia con la volontà d’onnipresenza di questo emirato nella “primaverizzazione” del mondo arabo, un’azione che si basa sul sostegno incrollabile degli islamisti nel mondo arabo e in particolare dei Fratelli musulmani. Questa politica si è vista in Egitto, Tunisia, Libia, Siria e ora a Gaza. D’altra parte, il Qatar ha strette relazioni con Stati Uniti e molti paesi occidentali (relazioni che non ha mai cercato di nascondere, anzi tutto il contrario), è ragionevole pensare che questa visita abbia un significato politico che potrebbe anche servire interessi diversi da quelli della Palestina. In tale ottica, Jean-Pierre Béjot pone le seguenti domande: “Gli statunitensi, che danno l’idea di gestire il Qatar, hanno dato il via libera a questa visita? Questa visita era volta ad isolare la Siria e l’Iran che fino ad oggi erano i principali partner di Hamas?”[19].
Rashid Barnat va anche oltre: “A meno che il suo ‘gioco’ [del Qatar] non rientri nella strategia degli Stati Uniti: 1 – neutralizzare gli estremisti ‘da dentro’, sottraendoli da un probabile recupero iraniano sciita! Cosa che ha fatto  l’emiro del Qatar recandosi nella Striscia di Gaza di Hamas, che ha flirtato con il regime degli ayatollah e ha sostenuto Assad, un altro “amico” dell’Iran. E 2 – consentire una ripresa del dialogo tra palestinesi e israeliani, affinché Obama [...] attui il suo bel programma del discorso d’insediamento: eliminare un problema che affligge le relazioni internazionali da oltre 60 anni!“[20]. A questo proposito, alcune fonti hanno riferito di una discussione estremamente interessante tra Hamad bin Khalifa al-Thani e Ismail Haniyeh, durante la visita dell’emiro a Gaza. Secondo esse, l’incontro si è concluso con un disaccordo  evidente perché il Qatar ha posto specifiche condizioni: a) rompere l’alleanza con l’Iran, b) l’apertura di negoziati con l’entità sionista senza precondizioni, c) il riconoscimento di Israele, d) il riconoscimento di Gerusalemme a capitale di Israele e abbandono del recupero della sua orientale, ed e) l’annuncio della fine della resistenza armata e l’avvio di negoziati quali unica soluzione [21].
In definitiva, sembra che la presenza del Qatar a Cairo come importante mediatore nella questione palestinese, sia collegato ad un doppio piano. Il primo riguarda la “primaverizzazione” della causa palestinese, promuovendo il predominio di Hamas rispetto ad altri gruppi rivali e marginalizzando de facto a Gaza l’Autorità palestinese di Cisgiordania. L’obiettivo finale sarebbe la creazione di un unico governo islamico guidato da Hamas in tutti i territori palestinesi? Il secondo è legato all’abbandono dell’ala militare di Hamas e il suo allontanamento dall'”Iran sciita”, che forniva le armi. Alla luce di tutto ciò, tutto sembra suggerire che i retroscena di queste manovre siano la negoziazione di una “pace” con lo Stato ebraico d’Israele con la benedizione degli USA. E l’emiro del Qatar detiene una carta importante per il successo del progetto: Khaled Meshaal, il leader di Hamas, che apertamente si è allineato  con la politica del Qatar nel riconoscere la ribellione siriana, rompendo con Bashar al-Assad (che l’ha sostenuto e finanziato per anni) e lasciando Damasco, dove ha vissuto, trasferendosi al Four Seasons Hotel di Doha, “sotto la protezione dei suoi ospiti del Qatar” [22].
L’emiro del Qatar non possiede l’arte di sedurre coloro che alla fine diventano i suoi scagnozzi? Meno di una settimana dopo la fine dell’operazione “pilastro della difesa”, il desiderio di Hamas di allontanarsi dall’Iran veniva confermato da Moussa Abu Marzouk, vicecapo dell’ufficio politico di Hamas. Dalla sua nuova sede di Cairo, ha dichiarato che “l’Iran dovrebbe riconsiderare il suo sostegno al regime siriano”. [23] Questo desiderio di emancipazione dall’Iran è stato formulato, con cautela, da Ziad Nakhal, il vicesegretario generale della Jihad islamica palestinese. Pur riconoscendo che “senza il sostegno militare dell’Iran, la resistenza palestinese non avrebbe combattuto da molti anni“, aggiunge che “se gli arabi vogliono sostituire l’Iran, saranno i benvenuti e ringrazeremo Iran“. [24] Questo invito è volto particolarmente al Qatar. Infatti, come è possibile che il ricco emirato del Golfo, che arma i ribelli islamici in tutti i paesi arabi in cerca di una possibile “primavera” e ne sostiene la lotta contro i governi arabi, una volta amici, possa chiedere agli attivisti di Hamas d’abbandonare la lotta armata contro lo Stato di Israele, uno stato canaglia, xenofobo e assassino? Perché, al contrario, non armare i combattenti di una giusta e sacra causa come quella della Palestina, anche per acquistare un effetto dissuasivo che gli permetterebbe di negoziare da una posizione di forza, come fa apertamente in Siria? Bashar al-Assad sarebbe un nemico e Netanyahu un amico? La risposta dell’emiro del Qatar è inequivocabile: durante la conferenza stampa tenutasi il 19 novembre 2012 (quando Israele bombardava Gaza), in occasione della visita a Doha di Mario Monti, primo ministro italiano, ha affermato che “il sostegno del Qatar a Gaza si limita agli aiuti umanitari e alla ricostruzione, ma esclude le armi” [25].

Le armi di Hamas e l’industria sudanese
La notte dopo la visita dell’emiro del Qatar a Gaza (23-24 Ottobre 2012), l’aviazione israeliana bombardava il complesso militare Yarmouk, in Sudan, a sud di Khartoum. L’attacco era durato solo pochi minuti, ma le esplosioni che seguirono durarono diverse ore, indicando che lo stock di munizioni che conteneva era considerevole. Foto satellitari scattate prima e dopo l’attacco israeliano mostrano la distruzione totale del sito [26]. Il ministro dell’informazione sudanese, Ahmed Bilal Osman, ha detto che quattro aerei erano  coinvolti nell’attacco e che prove fisiche (armi che non sono esplose) accusano direttamente Israele [27]. Anche se ha assicurato che il complesso produceva solo “armi convenzionali”, molti rapporti dicono che serviva da magazzino per i missili iraniani Shehab, ed era molto probabile che esperti iraniani fornissero l’assistenza tecnica per la fabbricazione di altri tipi di armi. Israele non ha mai riconosciuto l’attacco, ma i funzionari israeliani hanno accusato il Sudan di essere un punto di transito per l’invio di armi iraniane destinate ai combattenti di Hamas. [28] I missili iraniani, come il “Fajr-5″ che ha raggiunto Gerusalemme durante l’ultimo conflitto israelo-gazawi, vennero certamente inviati dall’Iran a Gaza attraverso il Sudan inizialmente, e successivamente introdotti nell’enclave palestinese attraverso i tunnel del Sinai. [29]
Così è facile capire l’interesse d’Israele nel coinvolgere l’Egitto nella chiusura dei passaggi illegali. Ma ciò che attira maggiormente l’attenzione in questo caso, è il fatto che gli aerei israeliani hanno volato in questa missione, per circa 3600 km (andata e ritorno), senza essere individuati dal Sudan o da paesi “amici” come il vicino Egitto, la Giordania e l’Arabia Saudita. In un articolo dettagliato sull’attacco al complesso sudanese pubblicato dal Sunday Times, Uzi Mahmaini e Flora Bagenal spiegano che gli aerei israeliani avevano volato lungo il Mar Rosso, bypassando il sistema di difesa aerea dell’Egitto [30]. Alcuni giornalisti egiziani hanno persino messo in dubbio che gli aerei abbiano attraversato lo spazio aereo del loro paese.
Nella sua rubrica intitolata “Morsi ha paura d’Israele“, Mohamed Dassouki Rashdi ha scritto: “Non metto in dubbio le capacità egiziana e non lo faccio, ma semplicemente affermo il diritto del popolo di sapere se il suo territorio o spazio aereo sono stati utilizzati per un attacco a un paese vicino, o no.” Aggiungendo: “Com’è possibile che Israele sia riuscito ad attuare la distruzione del complesso sudanese con tale precisione e silenzio, senza che l’Egitto se ne accorgesse o che vi fosse alcuna reazione delle autorità egiziane? Come è possibile che gli aerei potessero volare per quattro ore, per distruggere una parte di un paese fratello, senza che il sonno degli ufficiali egiziani venisse disturbato?“[31].  E’ la Presidenza della Repubblica che si è assunta la responsabilità di rispondere (rivelando la gravità del sospetto), negando l’uso dello spazio aereo egiziano agli aerei israeliani, ma senza smentire le informazioni relative al sorvolo suggerite dal Sunday Times. [32]
Se l’ipotesi avanzata dal quotidiano britannico è vera, è legittimo porsi dei seri interrogativi sulle capacità della difesa aerea egiziana, a meno che la terra dei faraoni sia stata volontariamente cieca di fronte al bombardamento del Sudan, per garantirsi che le armi accumulate in Sudan venissero distrutte e i nuovi missili iraniani non passassero i tunnel del Sinai. Un’altra ipotesi riguardante la rotta seguita dagli aerei israeliani è stata avanzata da Ali Akbar Salehi, il ministro degli esteri iraniano. Secondo le sue informazioni, la squadriglia ha sorvolato la Giordania, l’Arabia Saudita e l’Eritrea prima di bombardare il bersaglio sudanese, il che spiegherebbe il fatto che i testimoni sudanesi abbiano notato che gli aerei nemici provenissero da est [33]. Qualunque sia l’ipotesi, vi sono seri dubbi sul coinvolgimento di diversi paesi arabi nell’aggressione del Sudan, un paese “fratello” che è, inoltre, membro della Lega Araba. A meno che Israele abbia utilizzato direttamente le sue basi nell’arcipelago delle Dahlak eritree [34], ma questa possibilità non è stata avanzata da nessun osservatore.

La Turchia e il neo-ottomanesimo
La politica estera del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan e del suo ministro degli esteri Ahmet Davutoglu è più opportunismo che realpolitik. Originatasi dalla dottrina di “problemi zero” con i vicini, questa politica si è gradualmente evoluta dalla non ingerenza all’interferenza attiva mentre la “primavera” araba continuava a dilagare, da Cairo a Damasco. Così, anche se inizialmente dichiarava “che non ho intenzione di interferire negli affari interni dei paesi arabi” [35] Erdogan s’impegnava a favore del Consiglio nazionale di transizione (CNT) dei ribelli in Libia, dimenticando che solo pochi mesi prima aveva ricevuto, a Tripoli, il Premio Gheddafi 2010 per i diritti umani dal colonnello Gheddafi. [36] Ma la campana a morto della politica dei “zero problemi”, che dopo tutto era effimera, suonò quando è scoppiato il conflitto siriano.
Sotto la guida degli Stati Uniti, Erdogan ha tradito il presidente siriano, lo stesso che un tempo considerava un “amico”, dando alla Turchia un ruolo di primo piano nella sanguinosa guerra civile. Questa posizione aggressiva nei confronti di un paese con il quale la Turchia ha firmato accordi di libero scambio nel 2004, e abolito i visti nel 2009 (l’ultima volta Erdogan l’ha visitata il 17 gennaio 2011, su invito del suo “amico” Bashar Assad), non ha nulla a che fare con i principi morali dettati dall’introduzione di una qualsiasi democrazia in Siria. Il precedente libico è illuminante a tale proposito. La Turchia vuole piuttosto cavalcare l’onda dilagante dei governi islamici che hanno preso il potere nei paesi arabi “primaverizzati”, e vuole fare dell’AKP (Adalet ve Kalkinma Partisi o Partito della giustizia e dello sviluppo) di Erdogan, un modello. Il neo-ottomanismo avanzato da Erdogan e Davutoglu viene definito come la volontà di reinventare, a livello diplomatico ed economico turchi, la sfera d’influenza ottomana. [37] Pertanto, l’attuazione di questa politica di conquista sfrutta l’ascesa al potere del sunnismo politico in molte repubbliche arabe, presentando la Turchia quale modello del successo economico ottenuto da un governo islamico. Insieme a ciò la Turchia ha costruito un notevole capitale di simpatia, presso il mondo arabo, optando per un profilo filo-palestinese e molto populista. Lo scontro suscitato da Erdogan a Davos, il 29 gennaio 2009, è un esempio molto esplicito [38] e la sua presenza alla riunione tripartita Egitto-Qatar-Turchia del 17 novembre 2012 a Cairo, rientra certamente in tale ambito. Ma va sottolineato che la Turchia, sebbene filo-palestinese, non s’impedisce in ogni caso di non essere anti-israeliana. E anche se le relazioni politiche tra la Turchia e Israele si sono raffreddate in modo significativo dall'”Operazione Piombo Fuso” e dal caso della Freedom Flotilla, nel campo militare o economico tutto continua secondo il “business as usual”. Ecco alcuni esempi.
Quasi un anno dopo l’incidente di Davos, Ehud Barak, il ministro della difesa israeliano, venne ricevuto ad Ankara con tutta la sua delegazione. Al termine della visita, il ministro della difesa turco dichiarò che: “Fino a quando avremo gli stessi interessi, lavoreremo insieme per risolvere i problemi comuni. Inoltre, siamo alleati, siamo alleati strategici, come i nostri interessi ci obbligano ad essere.” Da parte loro, i funzionari israeliani hanno commentato la visita affermando che “nonostante le tensioni diplomatiche [...], la loro impressione era che la visita sia stata un successo, e che i turchi sono interessati a mantenere buoni rapporti” [39]. Nel giugno 2011, il quotidiano israeliano Haaretz riportava di “colloqui diretti segreti Israele e Turchia per ridurre la frattura diplomatica.” Veniamo a sapere che “i funzionari turchi e israeliani hanno avuto colloqui diretti segreti per cercare di risolvere la crisi diplomatica tra i due paesi” e che “i negoziati hanno il sostegno statunitense” [40]. In un articolo significativamente intitolato “riparazioni d’Israele e consegna di quattro droni alla Turchia come possibile segno di riapertura delle relazioni“, pubblicato il 19 maggio 2012 dal “Times of Israel”, si leggeva che Erdogan avrebbe detto che “chi qui potesse avere problemi con persone e risentimenti, può astenersi dal meeting. Tutto questo è possibile, ma quando si tratta di accordi internazionali, vi è un’etica del commercio internazionale“. [41] Quindi, è chiaro che il neo-ottomanesimo della Turchia di Erdogan e Davutoglu non danneggia le relazioni turco-israeliane, anche se le apparenze mostrano un discorso rivendicativo contro lo stato ebraico, discorso destinato ai popoli arabi, per i quali la causa palestinese è un argomento molto delicato.

Obama e i suoi piccoli piaceri asiatici
L’aggressione israeliana contro Gaza è coincisa con un breve ma piacevole tour in Asia del presidente Obama. E tra alcuni sguardi e posture d’intesa dell’attraente premier thailandese Yingluck Shinawatra, e alcuni baci “rubati” con Aung San Suu Kyi dell’opposizione birmana [42], il presidente degli Stati Uniti ha apprezzato il suo soggiorno mentre le bombe israeliane distruggevano Gaza e gli abitanti di Gaza. Dobbiamo affrontare il fatto che i Nobel per la Pace non valgono molto di questi tempi. Come spiegare altrimenti la mancanza di compassione dei due vincitori di questo prestigioso premio, in questo caso Obama (2009) e Aung San Suu Kyi (1991), per le vittime di Gaza; nessun appello per la pace è stato lanciato di concerto da questa coppia di premi Nobel in cima ai gradini della residenza di Rangoon dell’ex dissidente birmana? Al contrario, Obama ha costantemente riaffermato “il diritto d’Israele a difendersi”, vale a dire bombardare con armi pesanti un popolo sotto assedio.
Devo ammettere che il sostegno incondizionato del presidente degli Stati Uniti allo stato ebraico è in completa contraddizione con il suo famoso discorso di Cairo, dove ha affermato che “per più di sessant’anni, [il popolo palestinese] ha sopportato il dolore dell’esilio. Molti attendono nei campi profughi della Cisgiordania, di Gaza, dei Paesi vicini, una vita di pace e sicurezza che non hanno mai avuto il diritto di godersi. Sopportano umiliazioni quotidiane […], la situazione del popolo palestinese è intollerabile. L’America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, all’opportunità e a uno Stato proprio.” A proposito del famoso “diritto all’auto-difesa” di Israele, la giornalista israeliana Amira Hass la chiama la “grande vittoria della propaganda”, aggiungendo che “sostenendo l’offensiva israeliana su Gaza, i leader occidentali hanno dato carta bianca agli israeliani per fare quello che sanno fare meglio: sguazzare nel loro status di vittima e ignorare le sofferenze dei palestinesi”. [43]
Una settimana dopo il conflitto, Hillary Clinton si recava in Israele e in Egitto per discutere con i protagonisti. Il cessate il fuoco tra Hamas e Israele era stato proclamato il giorno del suo arrivo a Cairo e credito venne concesso al presidente Morsi. Strana consacrazione del presidente egiziano che aveva invano annunciato la fine delle ostilità, quel giorno, sebbene non fosse nemmeno stato in grado di fermare i bombardamenti di Gaza (anche se solo temporaneamente, e nonostante le promesse di Israele), mentre il suo primo ministro Hisham Kandil era in visita nell’enclave palestinese. [44] Il giorno dopo l’annuncio del cessate il fuoco, il New York Times pubblicava un articolo sui motivi reali dell’operazione “Pilastro della difesa.” Gli autori, David E. Sanger e Thom Shanker, spiegavano che “Il conflitto di Gaza è un test d’Israele rivolto contro l’Iran.” In effetti, secondo alcuni funzionari statunitensi e israeliani, l’operazione militare di una settimana è stata l’esercitazione per un possibile confronto futuro con l’Iran. [45] Queste esercitazioni servivano ad analizzare l’efficacia dei nuovi missili di fabbricazione iraniana in grado di raggiungere Gerusalemme, e testare l’affidabilità del sistema di difesa antimissile “Iron Dome“, messo a punto da Israele. Elemento molto interessante, l’articolo riporta anche che il bombardamento israeliano del complesso Yarmouk in Sudan, fosse solo la prima parte di un più generale indebolimento dell’Iran, proseguito con il conflitto di Gaza.
E’ chiaro che per Israele, i due attacchi hanno simili obiettivi strategici: i) la distruzione delle scorte di armi dei nemici, ii) l’addestramento delle truppe israeliane a un possibile conflitto armato diretto contro l’Iran. In effetti, la precisione e l’abilità con cui è stata condotta l’operazione contro il sito del Sudan (distanza, rifornimento di carburante, disturbo delle comunicazioni nemiche, attacchi chirurgici) dimostrano che lo Stato ebraico ha i mezzi tecnici per un attacco aereo ai siti nucleari iraniani, che si trovano a distanze minori o uguali a quelle tra Israele e Yarmouk. D’altra parte, la distruzione delle armi destinate o utilizzate (rispettivamente in Sudan e Gaza), dalla resistenza palestinese, riduceva al minimo il rischio di aprire ulteriori fronti di lotta, se la decisione di attaccare l’Iran dovesse essere presa. Se a ciò si aggiunge la partecipazione attiva dell’Egitto alla chiusura dei tunnel in Sinai e il coinvolgimento del Qatar nel convincere Hamas ad accettare un cambiamento del paradigma rivoluzionario, le condizioni di un attacco israeliano contro obiettivi iraniani diventano più favorevoli per Israele e, naturalmente, per gli Stati Uniti, il loro fedele alleato in questa “crociata”. Infatti, commentando l’articolo di David E. Sanger e Thom Shanker, Lucio Manisco ha scritto che “l’inchiesta del New York Times illumina la stretta collaborazione tra Washington e Gerusalemme nei preparativi per l’offensiva contro Gaza, e di quelli di più ampia portata previsti nei prossimi mesi contro l’Iran“. [46] C’è, invece, la forte evidenza della collaborazione tra i due paesi nell’attacco al complesso di Yarmouk. Così, il quotidiano arabo al-Hayat ha citato ufficiali sudanesi dire che gli Stati Uniti sapevano dell’attacco, avendo subito chiuso la loro ambasciata a Khartoum, per paura delle rappresaglie. [47]
Se si considera tutto questo, è facile la disinvoltura e la flemma del presidente Obama durante  il suo viaggio in Asia: ha aspettato pazientemente che la prevista esercitazione delle forze israelo-statunitense terminasse, per mandare la sua segretaria di Stato a chiedere un cessate il fuoco tra i belligeranti. Capiamo perché Israele, contrariamente al solito, non ha reagito all’attacco del 21 novembre 2012 a un autobus di Tel Aviv, né posticipato la data della fine delle ostilità.

Sunniti e sciiti: uno scisma politico
La riconfigurazione geopolitica del MENA (Medio Oriente e Nord Africa) a seguito della “primavera” araba, ha causato uno scisma politico sunnita-sciita. Questo scisma, che è diventato basilare nel conflitto siriano a causa della diversità dei culti in questo paese, ha un impatto diretto sulla causa palestinese. Due assi sono emersi nella regione: l’asse sunnita rappresentato, tra gli altri, da Egitto, Qatar e Turchia, e l’asse sciita formato da Iran, Siria e Hezbollah. Il primo asse ha ottimi rapporti con i paesi occidentali, mentre il secondo gruppo è attualmente l'”asse del male” per quei paesi. E’ chiaro che la riunione del 17 novembre a Cairo, costituito esclusivamente da paesi sunniti, e la presenza di Khaled Meshaal, fosse ovviamente destinato ad allontanare Hamas dagli sciiti (Iran in particolare), che la rifornivano di armi. E’ chiaro che statunitensi ed  europei giocano su questa divisione per isolare meglio e quindi indebolire l’asse sciita.
Lo scisma politico ha il suo contraltare religioso, meno insidioso ma altrettanto virulento. Così, la star televisiva di al-Jazeera, il telepredicatore del Qatar, lo sceicco al-Qaradawi, ha attaccato gli iraniani per il loro ruolo in Siria, dicendo che “hanno fallito nella loro missione e ora uccidono musulmani [cioè siriani sunniti] che non sono della loro stessa setta religiosa.” Ha poi chiamato tutti i pellegrini musulmani ad implorare Dio per punire l’Iran. [48] Si è ancora lontani dal momento in cui lo sceicco fustigava Israele, pregando Dio di dargli la possibilità, al tramonto della sua vita, “di sparare ai nemici di Allah, gli ebrei“. [49] La “primavera” araba è passata anche di lì, la sua alleanza con l’emiro del Qatar non gli permette di emettere condanne a morte che contro arabi o musulmani, in un allineamento esemplare tra politica e religione. È probabilmente per questa ragione, che non abbiamo quasi sentito alcuna condanna della selvaggia aggressione israeliana contro la popolazione di Gaza.
In conclusione, possiamo dire che la causa palestinese è senza dubbio influenzata dalla “primavera” araba. Il blocco sunnita rappresentato da Egitto, Qatar e Turchia (tutti e tre i paesi hanno ottimi rapporti con gli Stati Uniti), si prefigge di espellere Hamas dalla zona di influenza sciita iraniana, che la riforniva delle armi necessarie alla sua resistenza contro l’occupazione israeliana. La rottura di Khaled Meshaal con Bashar al-Assad, la sua alleanza con l’emiro del Qatar e il trasferimento della sede principale di Hamas da Damasco a Cairo, sono tutti segni che non ingannano. L’unica incognita in questo caso è la posizione della resistenza palestinese che opera a Gaza e che ha bisogno vitale delle armi per affermare la sua legittimità in conformità con l’ideologia del movimento. A meno che il Qatar non riesca a convincerli a rinunciare alle loro armi e ad optare per una via più pacifica, che potrebbe condurre a liberarsi della loro “organizzazione terroristica”, etichetta attribuitagli da molti paesi occidentali, e ad aderire al tavolo dei negoziati. Tuttavia, considerando gli scarsi risultati ottenuti dall’Autorità palestinese nell’adottare un tale approccio, ci si può aspettare che Hamas non avrà maggior  successo.
È sempre più chiara la dichiarazione di Leila Shahid, delegata generale dell’Autorità palestinese presso l’Unione europea: “La nostra strategia non violenta contro Israele è un fallimento [...] abbiamo fermato la lotta armata [...] e Israele ci ha dato uno schiaffo“. [50] Inoltre, e contrariamente alle apparenze i) il governo islamista di Morsi sembra mantenere rapporti privilegiati con lo Stato ebraico (corrispondenza affettuosa, la distruzione dei tunnel del Sinai, nessuna reazione all’attacco al complesso sudanese), ii) la politica neo-ottomanista della Turchia non danneggia le relazioni turco-israeliane che restano strategiche iii) le relazioni USA-Israele sono in buona forma e sulle questioni palestinese e iraniana, la collaborazione è esemplare. Mentre la Lega Araba, che un tempo aveva la questione palestinese al centro delle sue preoccupazioni, ora è completamente sottomessa agli interessi USA. Ciò che spinge alcuni a dire che questa istituzione non può davvero adottare che azioni che danneggino il mondo arabo! Infine, è interessante vedere l’oscillazione del pendolo che si svolge in Palestina: a Gaza, viene fatto di  tutto per rendere Hamas frequentabile per Israele e gli Stati Uniti, nella West Bank, l’Autorità palestinese provoca le ire di Tel Aviv e Washington, e nonostante le pressioni e le intimidazioni, ottiene lo status di osservatore presso le Nazioni Unite. Il che ci porta alla domanda esistenziale: prima di discutere del ruolo di paesi terzi, può esserci una soluzione al problema della Palestina senza una riunificazione politica dei due territori palestinesi?

Ahmed Bensaada, Montréal 6 dicembre 2012

Riferimenti
1- May Al-Maghrabi e Noha Ayman, “Morsi joue la realpolitik”, al-Ahram Hebdo, 24 ottobre 2012
2- Jonathan-Simon Sellem, “Égypte: “la lettre amicale de Morsi à Peres est une fausse””, JSSNews, 1 agosto 2012
3- al-Masry al-Youm, “Morsy’s letter to Peres not friendly, just protocol, say diplomats”, Egypt Independent, 18 ottobre 2012
4- L’Orient le jour, “Peres salue les “efforts” de Morsi pour une trêve”, 19 novembre 2012
5- E’ un programma televisivo egiziano intitolato “al-Hokm baad al-Moudawala”. È possibile vederne degli estratti delle puntate che hanno ottenuto un grande successo qui
6- Salma Abdelaziz, “Egyptian prank show exposes anti-Israeli sentiment”, CNN, 11 agosto 2012
7- Hélène Jaffiol, “Gaza: la fin des tunnels”, Slate.fr, 29 settembre 2012
8- AFP, “Égypte: selon les Frères musulmans, l’attaque du Sinaï peut être attribuée au Mossad”, Radio-Canada, 6 agosto 2012
9- Una eccellente carta interattiva del Sinai può essere consultata sul sito della FMO (Forza Multinazionale degli Osservatori in Sinai)
10- Ian Black, “Mohammed Morsi: Brotherhood’s backroom operator in the limelight”, The Guardian, 25 maggio 2012
11- Majdi Abou Eleil e Ahmed Tahar, “Le Hamas transfèrera au Caire son principal siège”, al-Watan News, 12 settembre 2012
12- Ramzy Baroud, “Hamas and the Brotherhood: Reanimating History”, Palestine Chronicle, 2 gennaio 2012
13- AFP, “La nouvelle Coalition syrienne basée en Égypte”, 24 Heures, 19 novembre 2012
14- Dedefensa.org, “Les dessous coquins de l’accord de Doha”, 14 novembre 2011
15- Amin Hamadé, “Comment Al-Jazira et sa rivale Al-Arabiya couvrent-elles la guerre à Gaza?”, Courrier International, 22 novembre 2012
16- Ria Novosti, “Égypte: aucune révision des accords de Camp David (officiel), 26 settembre 2012
17- Chimaa al-Karanchaoui, “Le tribunal administratif se déclare non compétent dans l’annulation ou la modification de “Camp David”, al-Masry al-Youm, 30 novembre 2012,
18- AFP, “Visite “historique” de l’émir du Qatar à Gaza”, Le Monde.fr, le 23 ottobre 2012
19- Jean-Pierre Bejot, “Qatar est-il le nouveau nom de “l’impérialisme”, de “la mondialisation”, de ”l’Internationale islamique”…? (3/4)”, La Dépêche diplomatique, 31 ottobre 2012
20- Rachid Barnat, “À quoi joue l’émir du Qatar?”, Kapitalis, 8 novembre 2012
21- al-Manar, “Hamad bin Khalifa à Haniyeh: rompez votre alliance avec l’Iran et…”, 17 novembre 2012
22- Georges Malbrunot, “L’émir du Qatar affiche son parti pris pro-Hamas à Gaza”, Le Figaro.fr, 23 ottobre 2012
23- AFP, “Hamas: L’Iran devrait reconsidérer sa position à l’égard du régime syrien”, al-Masry al-Youm, 26 novembre 2012,
24- Dichiarazione di Ziad Nakhal a Nile News, 27 novembre 2012.
25- Qatar Ministry of Foreign Affairs, “The joint press conference by HE Sheikh Hamad Bin Jassim Bin Jabr Al Thani, the Prime Minister and Minister of Foreign Affairs and Italian Prime Minister Mario Monti regarding the situation in Gaza”, 19 novembre 2012
26- Alain Rodier, “Israël-Soudan-Gaza: Frappe aérienne et riposte du Hamas”, Note d’actualité n°291, Centre Français de Recherche sur le Renseignement, Novembre 2012.
27- AFP, “Le Soudan accuse Israël de l’avoir bombardé”, Le Monde.fr, 24 ottobre 2012
28- AFP, “Le Soudan nie tout rôle de l’Iran dans son usine d’armes de Yarmouk”, Courrier International, 29 ottobre 2012
29- Global Security.org, “Hamas Rockets”, Novembre 2012
30- Uzi Mahmaini e Flora Bagenal, “Israeli Jets Bomb Sudan Missile Site in Dry Run for Iran Attack”, The Sunday Times, 28 ottobre 2012,
31- Mohamed Dassouki Rachdi, “Morsi at-il peur d’Israël?”, al-Youm al-Sabaa, 31 ottobre 2012
32- al-Mesryoon, “La présidence nie que l’aviation israélienne ait pénétré dans l’espace aérien égyptien”, 31 ottobre 2012
33- Gérard Fredj, “Bombardement israélien au Soudan – Des pays arabes auraient ouvert leur espace aérien aux avions israéliens”, Israël Infos, 6 novembre 2012
34- Muhammed Salahuddin, “Israel’s second largest base is on Eritrea’s Dahlak Islands”, Arab News, 31 agosto 2006,
35- Jean Marcoux, “L’expérience turque de transition politique, un modèle pour l’Égypte post-Moubarak?”, LeJMed.fr, 12 febbraio 2012
36- Ahmed Bensaada, “Le double jeu de Recep Tayyip Erdogan”, Mondialisation.ca, 7 dicembre 2011
37- Samia Medawar, “Les limites du «néo-ottomanisme» face aux ambitions de la diplomatie turque”, L’Orient le jour, 11 giugno 2012
38- Ahmed Bensaada, “La valse à quatre temps de Amr Moussa ou l’évanescence de l’arabité politique”, Le Quotidien d’Oran, 12 febbraio 2012
39- Amos Harel, “Barak lauds Turkey visit as successful, despite degraded ties”, Haaretz, 18 gennaio 2012
40- Barak Ravid, “Israel and Turkey holding secret direct talks to mend diplomatic rift”, Haaretz, 21 giugno 2012
41- Yifa Yaakov, “Israel fixes, returns four aerial drones to Turkey in possible sign of warming ties”, The Times of Israel, 19 maggio 2012
42- AP e Daily Mail Reporter, “The charmer-in-chief: Obama gets flirty as he schmoozes with Thai prime minister on first stop of historic Asia visit”, Daily Mail, 18-19 novembre 2012
43- Amira Hass, “Israel’s ‘right to self-defense’ – a tremendous propaganda victory”, Haaretz, 19 novembre 2012
44- AFP, “Israël viole la trêve et bombarde Gaza lors de la visite de Kandil”, al-Youm al-Sabaa, 16 novembre 2012
45- David E. Sanger e Thom Shanker, “For Israel, Gaza Conflict Is Test for an Iran Confrontation”, The New York Times, 22 novembre 2012
46- Lucio Manisco, “Bombardements aéronavals sur Gaza pour essayer les nouvelles armes israéliennes en vue de l’imminente guerre contre l’Iran”, Global Research, 24 novembre
47- Jonathan Schanzer, “Israël et les États-Unis viennent-ils juste de coopérer pour un Galop d’essai, en vue d’une Intervention en Iran?”, Israël Magazine, 2 novembre 2012
48- al-Quds al-Arabi, “al-Qardaoui: l’Iran, la Russie et la Chine sont les ennemis de la Nation et les pèlerins doivent implorer Dieu pour les punir”, 13 ottobre 2012
49- Youtube, “al-Qaradawi praising Hitler’s antisemitism”, Video inserito il 10 febbraio 2009
50- Leïla Shahid, “Notre stratégie non-violente face à Israël est un échec”, RTBF, 18 novembre 2012

Copyright © 2012 Global Research

Mondialisation
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: L’errore di calcolo della Turchia!

Dr Amin Hoteit Mondialisation 29 agosto 2012 – al-Thawra

Quando la Turchia ha preparato il suo ruolo di “Direttore Regionale della ricolonizzazione” come “potenza neo-ottomana” o “moderno califfato islamico“, ha pensato che avrebbe fatto strada senza problemi, data la mancanza di strategia araba, l’isolamento dell’Iran e l’evoluzione delle condizioni regionali che hanno reso Israele incapace di mantenere consistente il proprio ruolo, secondo le teorie di Shimon Peres, promuovendo l’idea di un “Nuovo o Grande Medio Oriente“, basata sul “pensiero sionista” e il “denaro arabo“.
La Turchia ha veramente pensato che questo fosse il modo migliore per garantirsi la leadership della regione, per iniziare, poi del mondo musulmano … confortata in questo dai suoi punti di forza economici, dalle sue buone relazioni con i popoli di tanti stati indipendenti dell’Asia centrale, il suo passato musulmano assieme a un presente che dimostrerebbe la capacità degli “islamisti” nel prendere le redini dello Stato turco e neutralizzare l’ostacolo dell’Esercito “guardiano della laicità”, istituito da Ataturk!
In base a questa visione, la Turchia, o meglio il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, ha lanciato la sua strategia di “zero problemi“, pensando che le avrebbe permesso di attraversare le frontiere dei confinanti e far dimenticare le tragedie storiche commesse contro diversi popoli e stati della regione, prima di involarsi verso il suo nuovo sogno imperiale… Quindi “conquistata” la causa palestinese, causa centrale per gli arabi e i musulmani [per i popoli e i regimi non asserviti all'Occidente e ad Israele], ha iniziato a tessere relazioni strategiche con diversi paesi della regione, a partire dal più vicino e più importante: la Siria! In effetti, in un libro pubblicato nel 2001, Davutoglu, il teorico del “zero problemi” aveva sottolineato che la Turchia non poteva realizzare i propri progetti imperialistici che partendo dalla Siria, passo preliminare per assicurarsi il sogno della profondità strategica!
In questo caso, si deve rilevare che la Siria ha risposto positivamente alla nuova politica di apertura della Turchia e, in piena fiducia, aveva stabilito una partnership strategica con uno stato ancora membro della NATO, che “coltivava un rapporto speciale con Israele“, pensando che questo nuovo approccio permettesse almeno di garantirsi la sua neutralità nel conflitto con il nemico sionista e, eventualmente, affidargli alcune missioni nel quadro di questo stesso conflitto, in cui non avrebbe più dimostrato un palese sostegno verso Israele.
Ma la Turchia non è stata onesta e aveva previsto l’esatto opposto di quello che offriva, non appena l’aggressione occidentale, agli ordini dei piani degli Stati Uniti basati sulla strategia intelligente del “soft power“, si è abbattuta sulla Siria, è entrata nel suo ruolo di “regista sul campo dell’aggressione” e si è messa a “dare lezioni” avvalendosi della lingua condiscendente dei colonizzatori, come se la Siria fosse ancora parte dell’Impero Ottomano! Ciò fu chiaramente il suo primo errore di calcolo, in quanto la nuova moda neo-ottomana incontrava la resistenza araba siriana, proibendogli di ripristinare un passato che ne ignorasse la dignità e la sovranità; ciò ha innescato la furia e l’odio in cui i leader turchi si sono pubblicamente immersi, nel tentativo di minare dall’interno la Siria.
A questo punto, la Turchia ha svolto il ruolo di cospiratore su due livelli:
· A livello politico, ha sponsorizzato i gruppi di agenti dei servizi segreti di vari paesi e varie figure revansciste cariche di odio o di vendetta, assetate di potere, prima di organizzare un cosiddetto “Consiglio nazionale siriano” [CNS], che in realtà è al soldo di servizi ed interessi stranieri in Siria. In questo modo, pensava che questo falso consiglio sarebbe stata un’alternativa alle legittime autorità siriane… Secondo errore di calcolo, poiché essendo il CNS nato come strumento della discordia straniera, si è evoluto verso una discordia interna maggiore, trasformandosi in un cadavere putrefatto, così divenendo un peso per i suoi creatori, e per la Turchia per prima!
· Sul piano militare, si è trasformata in una base di raccolta dei terroristi di tutte le nazionalità, attaccando la Siria prima dell’esecuzione di un’operazione militare internazionale di cui sarebbe stata la punta di lancia, raccogliendone i frutti trasformandola nel cortile dell’impero neo-ottomano rinato dalle ceneri… Terzo errore di calcolo manifesto, dopo che una simile operazione, cosiddetta “internazionale”, si era rivelata impossibile, ciò ha spinto la Turchia a non concentrarsi che su sordide azioni terroristiche sul suolo siriano! Il partito al governo in Turchia aveva, infine, puntato tutte le sue speranze sul terrorismo internazionale, e aveva immaginato che la Siria sarebbe crollata in poche settimane, aprendo la via di Damasco al nuovo sultano ottomano… Quarto errore di calcolo, davanti a una Siria in cui tutte le componenti statali e civili resistevano alla marea terroristica, ritenuta infrangibile, la  Turchia è ritornata a quella dura realtà che non si era degnata di prevedere.
In effetti, la Turchia aveva immaginato che la difesa siriana e quella dei suoi alleati regionali dell'”asse della resistenza“, in perfetto accordo con il fronte del rifiuto emergente sulla scena internazionale, non avrebbe potuto resistere nel caso di uno scontro così ben condotto e che, in ogni caso, l’avrebbe dovuto affondare… Quinto errore di calcolo, particolarmente pericoloso vista l’evoluzione del teatro delle operazioni a scapito delle sue velleità. Non citeremo che le conseguenze fondamentali:
1. Definitivo fallimento della Turchia nella sua guerra terroristica contro la Siria, condotta congiuntamente al “campo occidentale degli aggressori“… Inoltre, ora è fermamente convinta che non è possibile rovesciare il governo siriano, il popolo siriano è l’unico in grado di deciderlo.
2. Fallimento degli sforzi della Turchia a favore di un intervento militare diretto, volto a trasformare la prova, ora che tutti i suoi tentativi di creare  “zone di sicurezza“, “zone cuscinetto“, “corridoi umanitari” o qualsiasi altra scusa che consentisse l’intervento militare straniero in Siria, sono falliti miseramente di fronte alla resistenza siriana, alla fermezza iraniana e alla coerenza russa nel loro rifiuto concertato di un tale risultato, anche se avessero dovuto arrivare a un confronto militare internazionale, mentre la Turchia ed i suoi alleati non erano preparati a tale possibilità.
3. La grave angoscia della Turchia sul futuro dei gruppi terroristici che ha accolto sul suo territorio e diretto contro la Siria sotto la supervisione degli Stati Uniti; ciò dovrebbe ricordarci che il fenomeno degli “afghani arabi” è diventato un problema per il paese che li ha spinti a combattere contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, dove una volta che le truppe sono partite sono diventati dei “veterani disoccupati“, minacciando ogni sorta di pericoli; una situazione non molto diversa da quella che potrà incontrare la Turchia, oggi! E’ per questo motivo che si è affrettata a chiedere il soccorso degli Stati Uniti nell’aiutarla a prevenire questa probabile piaga… E’ per questo motivo che recentemente le forze di sicurezza dei due paesi si sono incontrate e che, contrariamente a quanto è stato riportato dai media, non hanno parlato dello sviluppo dei preparativi finali per l’intervento militare in Siria, ma di difendere la Turchia, che teme per la propria incolumità in caso di una controffensiva lanciata dalla cittadella siriana che resiste alla sua violenta aggressione per mezzo di interposti terroristi.
4. L’ansia non meno grave della Turchia per certi dossier che sono sul punto di esplodere, mentre cerca di nasconderli con la sua presunta politica di “zero problemi” trasformata in pratica nella politica di “zero amici“; il più pericoloso di questi casi è l’ostilità dei popoli, di gran lunga superiore a quella dei governi. Così, quattro temi principali minacciano l’essenza dello Stato turco e perseguitano i suoi dirigenti:
· Il dossier settario: la Turchia ha ritenuto che accendendo il fuoco settario in Siria, si sarebbe salvata dall’incendio. Ha dimenticato che la sua popolazione è ideologicamente e religiosamente eterogenea, e che lo stesso fuoco potrebbe bruciare data la sua vicinanza geografica; cose che sembra aver capito ora…
· Il dossier nazionalista: la Turchia ha pensato che potesse contenere il movimento nazionalista curdo… un altro errore di calcolo, perché questo movimento è diventato così pericoloso che l’ha costretta a riconsiderare seriamente la sua politica globale nei confronti di esso.
· Il dossier politico: la Turchia ha immaginato che basandosi sulla NATO potesse ignorare le posizioni dei paesi della regione e d’imporre la sua visione basata sui propri interessi, ma ora è sempre più politicamente isolata, i paesi sulla cui amicizia sperava di contare nell’aggressione contro la Siria, si sono allontanati per paura della sua smisurata ambizione, e i paesi che ha trattato da nemici, al punto di pensare che potesse dettargli i propri ordini o di schiacciarli, si sono dimostrati in grado di resistere con una forza che l’ha sconcertata… lasciandola nella situazione inaspettata di “zero amici“!
· Il dossier della sicurezza: la Turchia cerca invano di negare il declino della sicurezza nel suo territorio, diventata estremamente penosa per i suoi commercianti e soprattutto per coloro che lavorano nel settore del turismo e che hanno perso più del 50% delle loro entrate normali nel corso degli ultimi sei mesi!
Tutto ciò mostra che la Turchia si trascina dietro gli USA, supplicandoli di farla uscire dal pantano in cui è sprofondata! Non solo ha fallito nella sua aggressione contro la Siria, e ha rivelato la falsità della sua politica e di tutte le sue dichiarazioni, ma non è neanche più sicura di salvare le carte che ancora pensa di detenere, ora che gli eventi di Antiochia, le rivendicazioni armene, gli attacchi curdi, gli oppositori interni alle politiche del governo attuale, e la mancanza di cooperazione assieme alla sfiducia dei paesi della regione, sono diventati fattori che, tutti insieme, possono generare turbolenze verso i piani imperialistici di Erdogan e del suo ministro degli Esteri; ricordando, in questo caso, l’aneddoto del giardiniere innaffiato!

Il dottor Amin Hoteit è un analista politico, esperto di strategia militare e generale di brigata in pensione libanese.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 347 follower