Buazizi, il “barbone” divenuto icona nazionale

Karim Zmerli Tunisie-Secret 15 dicembre 2013

Dallo schiaffo che non ha mai ricevuto alla laurea che non ha mai avuto, tutta sbagliata la storia di questo “barbone”, come dice Farhat Rajhi, divenuto icona nazionale e celebrità mondiale. Come quella che prese di mira l’Iraq, la disinformazione non fu mai così fuorviante, potente e distruttiva per gli Stati-Nazione. Tale disinformazione era un’arma dei servizi statunitensi e fu usata da un gruppo di cyber-collaboratori tunisini, dentro e fuori il Paese. Tre anni dopo la distruzione della Tunisia, si svela l’icona “nazionale” che distrusse la nazione.

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Tra un paio di giorni, ci potrebbe essere ancora qualche tunisino che celebra il terzo anniversario dell’immolazione di Tariq Buazizi  (s’è la sua vera identità), che incendiò la Tunisia e il cui devastante incendio si diffuse in Libia, Egitto, Yemen e Siria. Questa è l’occasione per tornare su tale manipolazione di massa che distrusse la Tunisia, di cui i nostri connazionali non hanno finito di pagare, perché il peggio deve ancora venire.
Come abbiamo scritto più volte nel 2011, Bouazizi non si chiamava Muhammad ma Tariq. Non  ebbe una laurea, ma un diploma. Non era di una famiglia povera di Sidi Buzid, ma di una famiglia media, come il 50% dei tunisini, i poveri, i veri poveri, rappresentano il 17% della popolazione tunisina. Non era un venditore ambulante che sfamava la famiglia, ma un ubriacone che ogni notte frequentava feccia come lui. Dopo ogni sbornia, picchiava la madre Manubia per null’altro che  denaro e con cui aveva un conto in sospeso: dopo la morte del marito Taib, dal quale ebbe tre figli, tra cui Tariq, ne sposò il fratello, cioè lo zio paterno di Tariq, dal quale ebbe altri quattro figli.
Il 17 dicembre 2010, Fayda Hamdi (47 anni), agente comunale ed ex segretaria del governatorato di Sidi Bouzid, retrocessa per far posto ad un candidato raccomandato, controllò Tariq Buazizi, fruttivendolo ambulante e senza licenza. “Devi fare come tutti i commercianti, avere una licenza per vendere legalmente“, disse. Volgare e violento, quest’ultimo rispose: “Vai ai farti...!” Lei finse di confiscargli la bilancia, replicando: “Come pensi di pesare ora?” Sempre violento e minaccioso,  rispose: “Con le tue tette da pu...”. Fayda Hamdi dichiarò: “Gli dissi di andarsene, ma cominciò ad urlare, mi spinse. Volevo confiscargli bilancia e merce. Ha resistito ferendomi a una mano. Mi insultò con pesanti parolacce. Cercò di strapparmi la spallina dell’uniforme. Dei rinforzi arrivarono…” solo allora la merce dell’ubriacone fu confiscata da altri agenti comunali giunti in soccorso. Dopo una bevuta di tre ore, Tariq Buazizi si recò al governatorato dove nessuno voleva riceverlo. Meno di un’ora dopo si diede fuoco davanti alla sede del governatorato di Sidi Buzid. Da quel momento si avviò la macchina della disinformazione e propaganda. In diretta connessione con agenzie straniere (statunitensi ed europee), un gruppo di cyber-collaborazionisti creò la tragica finzione che non lasciò indifferenti i giovani tunisini: la storia di “Muhammad” Buazizi, un giovane laureato disoccupato, umiliato e schiaffeggiato dalla polizia di Ben Ali. La sera stessa, la rete TV  islamo-sionista al-Jazeera diffuse questa tragica finzione. In questa manica di cyber-collaborazionisti istruiti ai metodi dell’organizzazione serba Otpor, agenzia della CIA finanziata da Freedom House, vi erano persone pienamente consapevoli di lavorare per delle potenze straniere e vi erano coloro che li seguivano come pecore. Questi cyber-collaborazionisti sono noti a tutti e non è necessario ricordarne i nomi.
Sei mesi dopo la morte di Tariq Buazizi, il mito iniziò ad incrinarsi. In un articolo di Christophe Ayad, “La rivoluzione dello schiaffo” su Libération dell’11 giugno 2011, Lamin Buazizi,  sindacalista da Sidi Bouzid, ammise che “In realtà, tutto fu inventato a meno di un’ora dalla sua morte. Disse di essere un laureato disoccupato per colpire il pubblico, quando era solo diplomato, e che era un fruttivendolo. Per istigare gli analfabeti s’inventò lo schiaffo di Fayda Hamdi. Questa è una zona rurale tradizionale, e ciò scioccò la gente.” Il sindacalista si dimenticò di dire che questa disinformazione non fu un prodotto locale, ma proveniva da oltre Atlantico! Questo sindacalista venduto all’ambasciata degli Stati Uniti di Tunisi, e in costante contatto con la cellula nera di al-Jazeera, non aveva altra scelta che ammettere una parte della verità. Il 19 aprile 2011, dopo quattro mesi di detenzione nel carcere di Gafsa, il giudice di Sidi Bouzid ordinò un non-luogo a procedere, essendo Fayda Hamdi totalmente innocente. Il primo a scrivere che “Lo schiaffo non ci fu mai” fu il professor Abdelhamid Largash del giornale on-line Leaders, il 25 maggio 2011. Poi ci fu l’articolo di Christophe Ayad, come detto sopra. Il colpo di grazia arrivò da Muhammad Amin Manqai con il suo articolo “Tunisia, ascesa e caduta di Muhammad Buazizi“, Kapitalis, 23 giugno 2011, in cui  cita Farhat Rajhi, l’effimero ministro degli Interno dopo la caduta del regime: “Muhammad Buazizi era un barbone, null’altro che un tizio da evitare quando cammini con tua moglie o tua sorella per strada!” Così, in pochi mesi, un Hela Beji fu elevato alla dignità di “San Buazizi” (Le Nouvel Observateur del 10 gennaio 2011), Farhat Rajhi lo sminuì all’indegnità di “barbone e null’altro.” Il ribasso di Tariq Buazizi nella borsa della “primavera araba” non impediva a Bertrand Delanoë, sotto la pressione di comunisti ed ambientalisti, di assegnarne il nome a una piazza di Parigi, proprio quando la targa che ne onorava la memoria nella città natale, Sidi Bouzid, veniva distrutta da ragazzini, laureati disoccupati, umili del Paese, persone oneste ed affidabili nonostante la povertà e l’ingiustizia sociale.
Tariq Buazizi non partecipò alla distruzione della Tunisia. Questo giovane ubriacone, come migliaia in Tunisia, non pianificò il suo suicidio, né tanto meno la destabilizzazione, occupazione e islamizzazione della Tunisia. Coloro che ne furono responsabili, davanti alla storia, fu il branco di cyber-collaborazionisti della CIA, che sotto l’ombrello di Alec Ross, consigliere speciale di Hillary Clinton, e di Jared Cohen, l’organizzatore dell’Alliance for Youth Mouvement (AYM) che si tenne a Washington nel dicembre 2008 riunendo i vari piccoli ratti tunisini, egiziani, libici, yemeniti, siriani e algerini della futura “primavera araba“. Tra i responsabili di fronte alla storia vi è anche l’esercito virtuale (facebook e tweeter) dei rinnegati involontari, ingannati dai cyber-collaborazionisti e istigati dalla TV islamo-sionista al-Jazeera.

howtostartTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tunisia, come è nata la ‘Primavera Araba’

Tunisia: la verità sul numero dei “martiri” e i veri colpevoli
Karim Zmerli, Tunisie Secret, 10 aprile 2013

Rachid-Ammar1Prima di aprire la questione esplosiva dei prigionieri politici, per caso per caso, Tunisie Secret si concentra prima sulla questione non meno esplosiva delle vittime degli scontri del dicembre 2010-gennaio 2011. Qual è il loro numero? Chi sono? In quali condizioni sono state uccise? Chi le ha uccise? C’era l’ordine di sparare sui manifestanti? Due anni dopo la sanguinosa crisi che ha cambiato radicalmente la Tunisia, l’opinione pubblica nazionale e internazionale deve porsi queste domande con il rischio di compromettere qualche dogma pseudo-rivoluzionario. Sui fatti che hanno gettato la pacifica Tunisia nel sangue degli innocenti, nella confusione e nell’anarchia, mettendone il destino nelle mani degli islamisti “moderati”.

Nel febbraio del 2011, un rapporto delle Nazioni Unite stimava il numero delle vittime a 300 morti e 2800 feriti. I social network, manipolati da agenzie estere e da al-Jazeera, intossicati dalla propaganda islamista e di sinistra, indicavano la cifra dei “martiri” in 5000! In questa analisi, TS non prende in considerazione che la relazione finale della Commissione d’inchiesta sugli abusi e le violazioni (CIDV), presieduta da Taoufik Bouderbala, avvocato ed ex presidente della Lega tunisina dei diritti dell’uomo; il rapporto è stato pubblicato nell’aprile 2012. Notiamo di passaggio che molti tunisini sanno che fu Ben Ali ad ordinare la creazione della Commissione d’inchiesta, nel suo discorso del 13 gennaio 2011!

Le conclusioni della CIDV
Secondo il rapporto, il bilancio delle vittime finale è di 338 morti, tra cui 86 criminali detenuti che incendiarono le loro celle per fuggire, 14 membri della polizia e cinque soldati dell’esercito nazionale. Nessuno si chiede nulla dell’identità dei criminali che hanno ucciso 14 poliziotti e cinque soldati. Quindi, il numero esatto dei “martiri” della “rivoluzione dei gelsomini” è 233, dal momento che sia i primi (gli 86 che cercarono di evadere) e gli altri (i 19 che stavano facendo il loro dovere per mantenere l’ordine) da alcuni non sono considerati dei “martiri”. Sempre secondo il rapporto di Taoufik Bouderbala, il 60% dei decessi è avvenuto nei governatorati di Kasserine, Sidi Bouzid, Gafsa e Tunisi. Il 61% è stato ucciso dopo la cacciata di Ben Ali il 14 gennaio 2011. Al contrario, il 68% degli feriti è stato registrato tra il 17 dicembre e il 14 gennaio. Su un totale di 338 morti, tra manifestanti, criminali e poliziotti, 205 sono stati uccisi dopo il 14 gennaio, 28 nella giornata del 14 gennaio e 104 tra il 17 dicembre e il 14 gennaio. Oggettivamente parlando, fu dopo la caduta del regime che vi furono più morti per arma da fuoco che non durante le manifestazioni, come si era affermato.

Di chi è la responsabilità?
Nel febbraio 2011, un grave errore venne commesso dai protagonisti di questo caso, che sono anche tutti attualmente detenuti nel carcere di Mornaguia. Questo errore è stato lanciarsi recriminazioni reciproche, scaricando le responsabilità sperando di salvare la testa. Sarebbe preferibile che ognuno si assuma le proprie responsabilità, nel quadro delle proprie funzioni, sapendo che in un tale sistema gerarchico, la responsabilità è del capo supremo dello Stato, cioè del presidente della Repubblica. Il peggio di queste accuse reciproche, è che tutti più o meno hanno evitato l’esercito, più precisamente il generale Rashid Ammar. Il motivo è semplice: il generale traditore, cui Washington aveva anche promesso impunità in cambio del tradimento (come pure ad alcuni generali egiziani), è diventato, dopo il colpo di stato militar-musulmano-statunitense del 14 gennaio 2011, il nuovo uomo forte del regime. Quindi, a causa del suo reale e segreto potere, i vari funzionari oggi in galera hanno risparmiato Rashid Ammar. Così l’ex ministro della Difesa Ridha Grira ha accusato Ali Seriati, questi ha accusato l’ex ministro degli Interni Rafiq Belhaj Kacem, che a sua volta ha  implicitamente indicato la responsabilità del suo immediato successore (12 gennaio), Ahmed Fri’a, dato che il numero delle vittime, soltanto il 12-14 gennaio, raggiunse i 43 morti. Queste accuse reciproche colpiscono tutti, beneficiando esclusivamente Rashid Ammar.

Il generale ignorato!
Come capo dell’esercito, il generale Rashid Ammar è responsabile quanto gli attuali detenuti che si rinfacciano reciprocamente le responsabilità. Col senno di poi, è anche il più responsabile di tutti. E per una buona ragione: nel dicembre 2010 i militari parteciparono attivamente alla repressione dei manifestanti assieme alle forze di polizia. È lo stesso rapporto della CIDV che l’attesta. Questo rapporto identifica specificatamente quattro ministeri co-responsabili: Interni, Difesa, Salute e Comunicazioni. Come negli eventi del gennaio 1978 (quasi 500 morti) e del gennaio 1984 (420 morti), come anche negli eventi sanguinosi di Redeyef, nel 2008, è sempre stato l’esercito a svolgere il suo “dovere nazionale” schiacciando gli insorti. Come per magia, non fu così nella rivolta del gennaio 2011! Poiché non vi era alcuna questione per definire questo evento non come crisi o moti sociali del gennaio del 2011, ma “rivoluzione dei gelsomini”, non più di presentare l’esercito non come un’istituzione al servizio dello Stato repubblicano, la cui missione è l’integrità territoriale del Paese e la sua sicurezza dai pericoli esterni ed interni, ma come l’unica istituzione schieratasi con il popolo e contro lo Stato. Vale a dire, si è schierato con l’illegalità e contro la legge. Questo mito ha avuto inizio con la menzogna del “generale salvatore”, lanciata da Bruxelles dal cyber-attivista Yassin Ayari, che ha poi ammesso di aver mentito. Questo cyber-collaborazionista, che attualmente vive in Francia dopo aver contribuito ad incendiare la Tunisia, è figlio di un vero martire, il colonnello Tahar Ayari, caduto con onore sul campo, nel maggio 2011, sotto le pallottole dei terroristi che l’effimero ministro degli Interni Farhat Rajhi volle rilasciare nel nome dei diritti umani e della “rivoluzione dei gelsomini”.
Rashid Ammar non è il salvatore del popolo, ma il suo boia principale. Non solo perché l’esercito sotto il suo comando, e non agli ordini dei civili e del tecnocrate Ridha Grira, ha partecipato alla repressione, così come la polizia, ma perché i famosi cecchini locali dipendevano dal Ministero della Difesa e non dal Ministero degli Interni, che non ha mai avuto questi cecchini, come ammette il presidente della CIDV Taoufik Bouderbala. Più grave è il caso dei misteriosi cecchini stranieri che furono i primi a uccidere dei manifestanti, avvelenando la situazione e rendendola irreversibile, secondo l’antica ricetta della CIA già testata più volte in America Latina, Africa e Iran nel 1953 e nel 2009. Ora sappiamo che tra questi famosi mercenari, che agiscono per conto della CIA e sono pagati dal Qatar, cinque furono arrestati in flagranza di reato dalla polizia nazionale e liberati da Rashid Ammar subito dopo la cacciata di Ben Ali. Tutte queste verità, Taoufik Bouderbala le ha confessate a mezza voce, senza riportarle nella relazione del CIDV, per ragioni facili da indovinare.

Legittima difesa o premeditazione?
Come Ben Ali ha detto in una intervista concessa dal suo esilio saudita, l’ex capo dello Stato non ha mai dato l’ordine di sparare proiettili veri contro i manifestanti. Non siamo obbligati a credergli, ai sensi del secondo comma della legge n° 70 del 6 agosto 1982, secondo cui è il capo dello Stato, nel caso di minacce interne o esterne, l’unico a dare ordinari ufficialmente alle forze di sicurezza, o attraverso i ministri o dirigenti direttamente responsabili dell’ordine e della sicurezza. Non siamo obbligato a crederci, ma dobbiamo farci questa domanda di buon senso: chi ha beneficiato di questi crimini? Uno Stato indebolito e in cerca di una rapida uscita dalla crisi, senza la perdita di vite che l’avrebbe subito screditato agli occhi del mondo e quadruplicato la rabbia popolare verso di esso? O interessi stranieri (Stati Uniti e Qatar) e i loro agenti locali, che cercavano di deteriorare la crisi fino al punto di non ritorno, in particolare la caduta del regime e l’inizio della “primavera araba” che, magistralmente guidata, ha devastato la Libia, l’Egitto, lo Yemen e la Siria?
Indipendentemente dalla responsabilità personale di Ben Ali, si deve rilevare quella prova che gli avvocati e politologi chiamano “violenza legittima”, monopolio legale soltanto dello Stato, che sia democratico o dittatoriale. Per illustrare questa verità, ecco un esempio sorprendente: la “Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” in vigore in Europa. Si tratta più precisamente della Convenzione emendata nel Protocollo n° 14 (STCE n° 194)  entrata in vigore il 1 giugno 2010, che all’articolo 2, intitolato Diritto alla vita, stabilisce che:
1. Il diritto alla vita di tutti deve essere protetto dalla legge. La morte non può essere inflitta a chiunque intenzionalmente, salvo in esecuzione di una sentenza di un tribunale ove il reato sia punibile con la pena di morte per legge.
2. La morte non si considera cagionata in violazione del presente articolo se è il risultato di un uso della forza assolutamente necessario: a. in difesa delle persone contro violenze illegali; b. per eseguire un arresto regolare o per impedire l’evasione di una persona regolarmente detenuta; c. per punire, in conformità con la legge, una sommossa o un’insurrezione.
Così, anche in Europa, “la morte non è considerata” una violazione dei diritti umani nel caso in cui lo Stato si ritrova minacciato da “una sommossa o un’insurrezione”! Teoricamente, in Tunisia una tale eccezione che giustifica l’uso della repressione mortale non esiste in alcun testo di legge, dall’indipendenza a oggi. Un testo simile afferma che l’uso delle armi non è consentito, salvo in caso di legittima difesa. In situazione di sommossa, il testo indica invece che il ricorso alla violenza deve essere graduale. Si tratta dell’articolo 2 della legge n° 4 del 24 gennaio 1969.

Ciò di cui Taoufik Bouderbala non deve parlare
Ciò che il rapporto della CIDV non rivela è che tra i 233 manifestanti deceduti, 21 furono uccisi con le armi in pugno. Chi erano? Da dove venivano? Tutti mantengono il silenzio su di loro, solo di recente Shadly Sahli, ex alto funzionario degli Interni coinvolto negli stessi processi (n° 71191 della Corte militare di Tunisi e n° 95646 della Corte militare di Kef) con Ben Ali, Rafiq Belhaj Kacem, Ali Seriati, Jalil Boudriga, Adel Touiri, Muhammad Lamin al-Abid, Muhammad Zituni… In tribunale l’ufficiale, soprannominato la ‘Scatola Nera’, disse che tra il 17 dicembre 2010 e il 14 gennaio 2011, “terroristi mascherati e armati s’infiltrarono in Tunisia dal confine algerino e si mescolarono con i manifestanti“. Aggiunse che i terroristi “attaccarono le stazioni di polizia, rubando armi e sparando sui dimostranti, creando un clima di disordini e caos“. A suo rischio, un ex esperto di sicurezza ha chiarito che i terroristi appartenevano al movimento islamista. Sembra inoltre che dei restanti 212 “martiri”, 73 siano stati identificati come appartenenti a cellule dormienti islamiste di al-Nahda, che furono liberati da Ben Ali nel 2004-2009, o ebbero il permesso di tornare a casa nello stesso periodo. Senza slogan religiosi e senza barba, si mescolarono con i manifestanti pacifici incitando alla violenza, ai saccheggi e alle distruzione di proprietà pubbliche e private. Infine, sembra che dei 139 “martiri” restanti, molti fossero criminali comuni evasi dalla prigione con l’aiuto dell’esercito, come evidenziato da diversi documenti, tra cui i video girati da dilettanti o giornalisti televisivi europei. Quasi un centinaio di giovani ha quindi pagato con la vita per la dignità e la libertà. Solo loro meritano di essere chiamati martiri.

I nostri risultati
Alla luce di questa indagine o analisi, è chiaro che la “giustizia di transizione”, che ancora mantiene  in prigione Sami Fehri, arbitrariamente e ingiustamente, e che persegue Burhan Buseiss, mentre i veri criminali sono liberi e alcuni addirittura ricoprono cariche strategiche nel governo o nella presidenza, non sia altro che fumo negli occhi, null’altro che la giustizia dei vincitori contro i vinti. E’ la giustizia dei traditori e dei mercenari degli USA e del Qatar, contro i ministri e gli alti funzionari dello Stato che hanno solo fatto il loro dovere patriottico, in una situazione di confusione totale, e che i tunisini stanno solo ora iniziando a capirne i pro e i contro. Questo chiarimento era necessario prima di affrontare, caso per caso, le vicende dei primi prigionieri politici della Repubblica islamica, creata da Qatar e Arabia Saudita con la benedizione degli Stati Uniti d’America.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Scioperi e manifestazioni spazzano la Tunisia

Jean Shaoul WSWS 25 agosto, 2012

Martedì, migliaia di lavoratori hanno marciato a Sidi Bouzid. La città impoverita dell’interno della Tunisia, dove il venditore di verdure Mohamed Bouazizi si era dato fuoco il 17 dicembre 2010, scatenando la rivolta contro il regime di Zine al-Abidine Ben Ali. La manifestazione era apertamente rivolta contro il governo ad interim, guidato dal partito islamista Ennahda (Movimento del Rinascimento), un ramo della Fratellanza musulmana egiziana, che è salito al potere dopo le elezioni dello scorso ottobre. L’Unione generale dei lavoratori tunisini (UGTT), la principale federazione sindacale ha indetto uno sciopero generale. Ha fatto notare che oltre il 90% dei lavoratori ha aderito allo sciopero. Negozi e uffici nel centro della città sono stati chiusi per tutta la giornata.
I manifestanti hanno marciato verso il palazzo di giustizia, chiedendo la liberazione di decine di attivisti politici detenuti da luglio, dopo le proteste brutalmente represse dalla polizia, che aveva sparato gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Alcuni, ma non tutti, sono stati in seguito rilasciati, tra cui 12 attivisti arrestati durante una manifestazione nella scorsa settimana a Sfax, a 250 chilometri a sud della capitale. Gli scioperanti e i loro sostenitori hanno gridato slogan, tra cui “il popolo vuole la caduta del regime” e “Giustizia, attenti a te, Ennahda ha potere su di te!” Dei  manifestanti hanno rotto il finestrino di un’auto appartenente a un gruppo di al-Jazeera TV, per via del sostegno dichiarato del notiziario satellitare del Qatar verso il partito Ennahda e l’islamismo. Il Qatar fornisce un notevole sostegno finanziario ad Ennahda. I manifestanti hanno anche chiesto di risolvere il problema dell’accesso, del tutto inadeguato, ad acqua ed elettricità, che grava in modo insopportabile sulla vita quotidiana. In precedenza, lunedì sera, in occasione della Giornata Nazionale delle Donne, decine di migliaia di tunisini, soprattutto donne, hanno sfilato per le strade della capitale, Tunisi, e in altre città per chiedere che l’uguaglianza e i diritti delle donne siano tutelati dalla costituzione, in corso di elaborazione da parte del governo islamista.
Le manifestazioni sono state di gran lunga le più importanti dopo che il governo aveva violentemente soppresso quelle dello scorso aprile. I manifestanti temono che la Costituzione arretri la condizione delle donne. Avevano striscioni che dicevano: “Alzati, donna, in modo che i tuoi diritti siano sanciti dalla Costituzione” e “Ghannouchi [leader di Ennahda, Rashid Ghannouchi] folle della situazione, le donne tunisine sono forti“. I manifestanti hanno chiesto che il governo sopprima il proposto Articolo 27, che definisce le donne “complementari agli uomini” nella nuova Carta nazionale, e mantenga le disposizioni della legge del 1956, che garantisce la piena parità tra donne e uomini. Il codice dello statuto personale del 1956 vieta la poligamia, istituisce il diritto civile e ha dato alle donne il diritto di voto, di aprire conti bancari e di creare imprese senza il consenso dei loro mariti. Successivamente, è stato ampliato per includere, tra gli altri, il diritto al lavoro e all’aborto. Secondo una traduzione di France 24, l’Articolo 27 della nuova Carta stabilisce che “lo Stato deve tutelare i diritti delle donne, le sue realizzazioni, come partner dell’uomo per lo sviluppo del paese e in virtù del principio di complementarità con l’uomo, nella famiglia“. Ciò è stato ampiamente interpretato come il primo passo, da parte degli islamisti, con cui far arretrare la posizione delle donne in Tunisia, in conformità con le disposizioni della Sharia. I manifestanti hanno anche chiesto al governo di affrontare la privazione economica subita dalle regioni interne e la fine della disoccupazione.
L’Associazione tunisina delle donne democratiche, la Lega tunisina dei diritti dell’uomo, il Partito Repubblicano, la Via SocialDemocratica e il Partito dell’Appello alla Tunisia hanno organizzato un’altra manifestazione al Palazzo dei Congressi di Tunisi, chiedendo “parità di diritti e doveri effettiva e incondizionata tra uomini e donne” e hanno messo in guardia contro “una regressione e una nuova possibile erosione delle conquiste realizzate dalle donne.” Le manifestazioni per celebrare la Giornata Nazionale della Donna in Avenue Bourguiba, nella capitale, sono state vietate dal governo, apparentemente per problemi di traffico. L’Avenue Bourguiba era il centro delle proteste di massa nel gennaio 2011, che hanno portato alla cacciata di Ben Ali, alleato di lunga data degli imperialismi statunitense e francese, innescando movimenti di massa in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa. Dimostranti sono scesi in strada anche a Monastir e a Sfax.
La nuova Carta nazionale ha generato una tale opposizione che Kheder Habib, il relatore generale del Comitato costituzionale, è stato costretto ad ammettere che è improbabile che possa essere finalizzato e ratificato ad ottobre, come previsto, affinché le elezioni politiche possano essere tenute a marzo. Ora sembra che la Carta non sarà pronta che a febbraio 2013, con la ratifica ad aprile, e non si sa se le elezioni di marzo si terranno come previsto.
Tanto lo sciopero a Sidi Bouzid che le proteste delle donne mostrano l’odio verso il regime islamico e le crescenti tensioni sociali. La Tunisia ha visto innumerevoli scioperi duri, sit-in e manifestazioni. La risposta del governo è stata minacciare gli avversari e utilizzare tutta la potenza della repressione poliziesca, come è accaduto negli ultimi mesi, in particolare contro i giovani disoccupati nelle regioni più povere. La Tunisia è devastata dalla disoccupazione. Secondo le statistiche ufficiali, oltre il 18% dei lavoratori, circa 750.000, sono disoccupati, i laureati ne sono particolarmente colpiti. La situazione è assai peggiore nei governatorati dell’interno o del sud, dove il 28% dei lavoratori è disoccupato. Ci sono notevoli disparità tra le regioni. Il contrabbando e la corruzione sono diffusi, con una economia di mercato nero che prospera. Questo ha portato i prezzi alle stelle e all’anarchia generale, con le violenze dei clan che hanno ucciso più di una dozzina di persone.
Come gli slogan dei manifestanti mostrano chiaramente, le cause sociali ed economiche che hanno innescato la rivolta di 18 mesi fa, non sono state neppure discusse, e tanto meno affrontate o risolte. Milioni di elettori si sono recati alle urne ad ottobre, nella speranza di trovare sollievo dai loro problemi, solo per avere un governo del tutto ostile alle aspirazioni sociali, economiche e democratiche che hanno guidato il movimento rivoluzionario della classe operaia. Ennahda, come i Fratelli Musulmani in Egitto, non ha preso parte al movimento rivoluzionario del dicembre 2010 – febbraio 2011. Supportato dalle monarchie del Golfo Persico, il suo vero scopo è schiacciare la classe operaia, in nome della elite finanziaria. Copre i crimini commessi contro il popolo dall’apparato statale borghese tunisino di Ben Ali, il cui regime, nonostante la sua estromissione, rimane intatto.
Le rivoluzioni in Tunisia e in Egitto hanno portato all’installazione di regimi ostili alla rivoluzione, perché non c’era un partito operaio rivoluzionario che combattesse per la creazione di stati operai, sulla base di politiche socialiste, nel Maghreb e altrove. L’UGTT sosteneva da tempo il regime di Ben Ali ed ha approvato le riforme a favore di un’economia di mercato, senza indire uno sciopero contro il regime, pochi giorni prima della fuga di Ben Ali. Non ha alcuna intenzione oggi di difendere gli interessi della classe operaia, cerca solo di far esaurire la pressione.
Ennahda, come i Fratelli musulmani, serve da facciata legale per la giunta militare egiziana, o come il Consiglio nazionale di transizione in Libia, messo al potere dalla NATO, ha in particolare beneficiato del crollo della cosiddetta piccola borghesia cosiddetta di sinistra. A causa della sua opposizione a una prospettiva socialista, la “sinistra” ufficiale ha portato le masse in una situazione di stallo politico, cosa  particolarmente illustrata dal sostegno che ha dato agli islamici ed altri “movimenti di opposizione” borghesi.

Teppisti islamisti attaccano le proteste dei lavoratori e disoccupati tunisini a Sidi Bouzid
Antoine Lerougetel WSWS 29 agosto 2012

La polizia si faceva da parte, la scorsa settimana, mentre centinaia di teppisti salafiti hanno attaccato i lavoratori e i giovani a Sidi Bouzid, nella Tunisia centrale. La città, la cui rivolta accese la rivoluzione del 2011 che ha rovesciato il dittatore tunisino, presidente Zine al-Abidine Ben Ali e ha lanciato la “primavera araba”, è tornata ad essere un centro di opposizione al governo di destra del partito islamista Ennahda.
I teppisti hanno attaccato Sidi Bouzid la notte del 23-24 agosto, ferendo almeno sette persone. Testimoni hanno detto all’AFP che gli assalitori, militanti radicali islamisti, sono giunti in autobus di notte e hanno attaccato circa 15 case nel quartiere Aouled Belhedi. La lotta era continuata fino all’alba. La polizia non è intervenuta a fermare gli scontri, “per evitare di aggravare la situazione.” Imperterriti, i giovani, il giorno dopo hanno indetto un sit-in davanti la sede dell’autorità scolastica regionale, per chiedere lavoro. AFP riferisce: “Secondo i residenti della città, gli scontri sono scoppiati lunedì notte, quando un gruppo di salafiti avrebbe tentato di sequestrare un uomo ubriaco, per  punirlo di aver bevuto alcolici in violazione delle leggi musulmane. I giovani si sono vendicati mercoledì pestando tre salafiti ed innescando così gli scontri della notte.” Non è un caso isolato. Il 16 agosto, teppisti islamisti armati di bastoni e spade hanno attaccato un festival culturale, nel nord della Tunisia, ferendo cinque persone, il terzo attacco del genere in Tunisia da parte dei salafiti in tre giorni, per una presunta mancanza di rispetto per il mese sacro del Ramadan.
Le forze islamiste di destra si sono introdotte come truppe d’assalto, per attaccare le crescenti proteste e l’opposizione sociale della classe operaia, nel deterioramento delle condizioni sociali ed economiche. L’economia è in recessione da più di un anno, e l’aggravarsi della crisi economica in Europa, che riceveva il 75 per cento delle esportazioni della Tunisia, è destinata a peggiorarla. Il tasso di disoccupazione è superiore al 18 per cento, 709 mila su una popolazione attiva di 3,9 milioni, con tassi molto più elevati nelle campagne e nell’interno povero, lontano dalla costa. Da maggio, vi sono stati scioperi generali a Tatouin, Monastir, Kasserine e Kairan.
La rinnovata offensiva della classe operaia è stata accolta dalle denunce sulla stampa borghese, che chiede che i lavoratori tunisini siano una docile manodopera a basso costo, come ai tempi di  Ben Ali. Il giornale padronale tunisino L’Economiste, mentre si trova a disagio verso le posizioni fondamentaliste del governo Ennahda, incolpa i giovani e i lavoratori per aver “contribuito con il loro comportamento alla cattiva situazione economica e sociale… Non potete giustamente chiedere sviluppo e poi indurre gli investitori a fuggire moltiplicando gli ostacoli alla produzione.” Il giornale ha aggiunto un altro commento, che rivela pienamente le preoccupazioni della borghesia. Ha espresso il timore che i lavoratori e i giovani di “Sidi Bouzid, Kasserine, Sfax … stiano cercando di estendere una rivoluzione incompiuta.”
A Sidi Bouzid, i lavoratori a giornata protestavano contro il ritardo di due mesi del pagamento degli stipendi, attaccando la sede del partito Ennadha, il 26 luglio. Hanno sfondato la porta e gettato un pneumatico in fiamme negli uffici di Ennadha. Mentre la polizia sparava colpi di avvertimento e gas lacrimogeni, i manifestanti gridavano, “la polizia di Ben Ali è tornata.” Il 9 agosto, la polizia ha sparato proiettili di gomma e gas lacrimogeni sulla folla, ferendo cinque persone che sono state ricoverate in ospedale. Chiedevano la definizione dello status dei lavoratori, le dimissioni del comandante regionale della Guardia Nazionale, le dimissioni del governatore Mohamed Najib Mansouri e lo scioglimento dell’Assemblea costituente, per la sua incapacità a rispondere alle esigenze dei residenti di Sidi Bouzid per la fornitura garantita di acqua, di posti di lavoro e sviluppo economico. Il 14 agosto, uno sciopero generale a Sidi Bouzid chiedeva il rilascio dei manifestanti arrestati durante le manifestazioni delle settimane precedenti.
La complicità di polizia e funzionari statali, compresa l’Unione generale dei lavoratori tunisini (UGTT), che ha sostenuto Ben Ali prima della rivoluzione, ha lasciato i salafiti liberi di attaccare i lavoratori. Un funzionario dell’UGTT di Kasserine, Mohamed Sgahaier Saihi, ha dichiarato alla stampa che, con la disoccupazione al 20 per cento, “Queste persone stanno esprimendo la loro rabbia con posti di blocco e sit-in non pianificati, giorno dopo giorno.” Alla maniera del burocrate dell’UGTT, ha lamentato queste attività che vedeva come una minaccia all’ordine sociale: “Sono una vera e propria minaccia per la stabilità sociale, e giorno dopo giorno, causano problemi in quanto organizzano sit-in e blocchi stradali”. Con proteste localizzate e controllate, l’UGTT prima della rivoluzione ha cercato di far sfogare ed impedire qualsiasi sfida politica indipendente al regime da parte della classe operaia. Anche fornendo l’occasione a vari partiti di pseudo-sinistra, come il Partito Maoista dei Lavoratori (PT), già Partito Comunista degli Operai Tunisino (PCOT), di avere una posa da alleati della classe operaia. Tutti hanno giocato un ruolo nell’impedire la caduta di Ben Ali, di aprire la strada a una vera e propria rivoluzione sociale e di far prendere il potere alla classe operaia. Hanno legittimato la formazione del governo di Ennahda, che ora appare completamente quale acerrimo nemico della classe operaia.
I timori dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo arabo hanno portato l’imperialismo USA e dei loro alleati europei a mettere sempre più i partiti islamici al governo, ed a usare i loro alleati più estremisti come truppe d’assalto nelle violenze. L’intervento di gruppi legati ad al-Qaida contro i regimi in Libia e Siria, presi di mira da Washington per rovesciarli, è diventato uno strumento importante della politica imperialista nella regione.
Il deputato di Ennahda Sadok Shuru ha attaccato gli scioperanti come ‘Nemici di Dio’, in un’intervista, negando che i salafiti fossero i responsabili delle violenze: “La verità è che alcuni membri dei gruppi salafiti non sono veri salafiti. Sono i resti del vecchio regime che si sono infiltrati nei gruppi salafiti per commettere atti contro il governo … i veri salafiti non sposano l’uso della violenza.” Shuru cerca di coprire il governo e la complicità della polizia nelle violenze dei salafiti. Se c’è qualche verità nei suoi commenti, però, è che la polizia di Ben Ali è coinvolta nell’organizzazione l’attacco contro i lavoratori di Sidi Bouzid, e questo sottolinea solo la continuità fondamentale nelle politiche anti-operaie di Ben Ali e di Ennadha. La rivoluzione della classe operaia, che ha avuto inizio con la caduta di Ben Ali, deve continuare nella lotta contro il governo Ennadha.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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