Da Fallujah 2004 a Fallujah 2014, lo spettacolo della follia

Dedefensa, 5 gennaio 2014

1098363Così inizia il 2014… dopo quasi dieci anni, difatti da aprile e novembre 2004, due date segnate da provocazioni, ignoranza, errori grossolani, massacri freddamente perpetrati con l’uso di armi ad alta tecnologia, utilizzando i famosi, per gli effetti biologici a lungo termine, proiettili all’uranio impoverito del cannone a sei canne da 30 millimetri GAU-8A del velivolo da supporto aereo dell’USAF A-10A Thunderbolt II, le forze USA avevano finalmente investito la città irachena di Fallujah il cui controllo sfuggiva, come in gran parte dell’Iraq, dove il terrorismo straniero giunse a dare una mano alle fazioni sunnite e sciite unitesi contro il nemico americanista. Il comandante dei Marines, che guidò l’assalto finale su Fallujah nel novembre 2004, dopo spregevoli e sanguinosi stalli, faceva irresistibilmente pensare a John Wayne, l’attore che fu il miglior soldato nella storia di celluloide di Hollywood, evitando anche d’impegnarsi nella vera guerra del Pacifico, per non privare gli studios e la narrativa americanista di una buona rappresentazione del soldato ideale. (Per John Wayne a Fallujah vedasi 22 dicembre 2004). Fallujah fu così il primo simbolo del caos furioso e dell’inganno sanguinario e crudele che fu l’intervento statunitense in Iraq, nell’ambito del piano generale per trascinare il mondo nell’entropia favorita dalla nostra controciviltà e usata dagli ansiosi ascari del blocco BAO. Così, quasi un decennio dopo, Fallujah viene “ripresa”, “ripresa” dalle mani degli “infedeli”, sembrando da accertare se qualcuno sia più o meno “infedele” rispetto a qualcuno altro. Come fu nel 2004, la città di Fallujah diventa nel 2014 un punto strategico e simbolico nel sistema mediatico, in cui il caos appare nella sua fase finale. Nel frattempo, cioè tra il 2004 e il 2014, il caos è aumentato notevolmente, come doveva. La “ripresa di Fallujah” nel 2014 sembra quasi la “solita” notizia del fine settimana, con vari e squallidi dettagli sul destino delle forze irachene nella città. Un simbolismo che illumina gli avvenimenti degli ultimi giorni. Operativamente, c’è un’altra città irachena, Ramadi, vicino al confine siriano, investita da al-Qaida e da altro, oggetto del tentativo di riconquista da parte dell’esercito iracheno (vedi Guardian, 6 gennaio 2014). Il segretario di Stato John Kerry, che cerca ostinatamente di organizzare qualcosa tra gli israeliani e i palestinesi, ci parla della sua preoccupazione su qualcosa che evoca senza dubbio  barbarie: “Siamo molto, molto preoccupati per l’attività di al-Qaida e dello Stato islamico dell’Iraq e nel Levante, tutto ciò che è affiliato con al-Qaida, che cercano di affermare la loro autorità non solo in Iraq, ma anche in Siria. Questi sono i più pericolosi attori della regione. La loro barbarie contro i civili a Falluja, Ramadi e contro le forze di sicurezza irachene appare a tutto il mondo“.
Questo primo fine settimana del 2014 è stato, quindi, il momento di varie notizie dal calderone esplosivo del Medio Oriente, soprattutto riguardo l’asse Iraq-Siria-Libano, con diversi altri attori dei dintorni (Israele, Iran, Arabia Saudita, Stati Uniti ovviamente, Turchia con i suoi problemi interni, ecc.). Questa è l’occasione per osservare la situazione in Iraq, dal punto di vista del caos in gran parte sul punto di competere con il caos furioso e crudele in Siria, avviando ancora il ciclo delle responsabilità fondamentali del caos attuale: missione compiuta da questo punto di vista, e l’occidente è diventato il blocco BAO che esporta perfettamente il proprio caos, ma che non fa nient’altro che dimostrare la propria impotenza e subirne dal 2008 gli effetti riverberati e moltiplicati in modo regolare. Il 2013 è stato per l’Iraq, per numero di morti nelle violenze politiche, il peggiore dal 2007, con più di 10000 decessi (Antiwar.com, 2 gennaio 2014.) In Siria, i ribelli che combattono (Antiwar.com, 4 gennaio 2014)) si accusano a vicenda di servire segretamente il regime siriano di Bashar al-Assad. Il leader di un gruppo di al-Qaida e cittadino saudita, arrestato in Libano per l’attentato contro l’ambasciata dell’Iran, è morto il giorno dopo in carcere, ovviamente in circostanze sospette. L’acronimo di al-Qaida ed altro, che ora sbuca dal caso libico e si chiama AQIM, o al-Qaida nel Maghreb islamico, è un nuovo fattore introdotto nel circuito del sistema mediatico che ingrossa questo dossier sfuggente. Ora abbiamo AQI (“al-Qaida in Iraq“), abbiamo anche il SIIS, Stato islamico dell’Iraq e della Siria, abbiamo continui ed esaltanti nuovi progetti di califfati islamici, con la continua rappresentazione sempre più evidente dell’Arabia Saudita quale Stato-canaglia, nella strana trasmutazione di un Paese straordinariamente immobile e prudentissimo, come era noto negli anni ’70. Il caos è tra noi perché noi siamo il caos.
Forse l’osservazione più significativa proviene dal sito DEBKAfiles, le cui connotazioni ci sono note (13 febbraio 2012). Il 5 gennaio 2014, DEBKAfiles descrive a suo modo il turbine degli eventi in corso… “Tutti questi eventi si concetrano su al-Qaida in Iraq, al-Qaida in Siria e le brigate Abdullah Azzam che si riuniscono per una potente offensiva volta ad occupare punti d’appoggio in una vasta fascia di territorio mediorientale, lungo la linea che corre tra tre capitali arabe, Baghdad, Damasco e Beirut. Al-Qaida diventa il coltello sunnita che taglia l’asse sciita che collega Teheran a Damasco ed Hezbollah libanese a Beirut. Le nostre fonti militari dicono che una grande escalation di scontri violenti si prepara a breve termine in Iraq, Siria e Libano e non si fermerà lì. Può anche debordare in Israele e Giordania..” … Senza dubbio, il commento più interessante di DEBKAfiles nel suo testo, a cui vogliamo arrivare, riguarda la posizione d’Israele in questa tempesta di cui nessuno conosce davvero il significato, vorticoso e confuso, che si sviluppa come un fuoco fatuo… Israele è allo sbando, non sapendo chi sia il nemico, non perché questo nemico è segreto e introvabile, ma perché ce ne sono troppi che lo sono, che potrebbero esserlo, che non potrebbero esserlo più. Quindi, con tale commento apprendiamo, senza sorpresa, che “Israele trova sempre più difficile determinare chi sono i suoi amici… e chi sono i suoi nemici.” “Israele si ritrova preso tra due forze ugualmente ostili e pericolose, entrambi radicali e che godono di potenti sostegni. Da un lato, l’amministrazione Obama è desiderosa di continuare il riavvicinamento degli Stati Uniti con l’Iran, al punto di consentire al brutale Bashar Assad di rimanere al potere. Dall’altro, l’ex-alleata degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, è disposta a sostenere gli islamisti vicini ad al-Qaida, come forza sunnita in Iraq e loro controparti in Libano, per poter sabotare le attuali politiche di Washington. In tali circostanze, Israele trova sempre più difficoltà a determinare gli amici in Medio Oriente, ed anche a trovare i nemici.”
2004-2014, in effetti Fallujah come simbolo del caos e della spirale infinita generata dal caos, poiché in questo caso si ritorna al punto di partenza, e il disordine israeliano è il simbolo simbolico, l’entità che ha manipolato tutti, demonizzato tutto, radicalizzato tutti, si ritrova intrappolata in questo strano compito: in tale vortice di aggressori e di ritorsione delle vittime aggredite, chi sono i miei amici e chi i miei nemici? La straordinaria accumulazione di mezzi produttori di violenza e tattiche di disintegrazione perseguita dal blocco BAO con una strategia caratterizzata dal vuoto siderale, il nulla quasi impeccabile, questa strana combinazione che si adatta sia all’automatismo  del Sistema attraverso la formula DD&E, ma che necessariamente si volge contro il sistema secondo la formula classica del percorso più breve della superpotenza verso l’autodistruzione, che inizia ad avere i suoi notevoli e spettacolari effetti in Medio Oriente, la zona ritenuta più sensibile e più delicata del pianeta. “Il lavoro” svolto dal blocco BAO nel periodo 2001-2004, dalla falange eroica della coppia Bush-Blair che comprendeva Netanyahu e le sue ossessioni, le incertezze della rock-star BHO (Obama), il nostro presidente peracottaro e i suoi audaci notai di  provincia che scoprono il mondo, “opera” che sembra soddisfare tutte le aspettative che potevamo avere. Il caos si diffonde come i corsi d’acqua sotterranei continui e dalla sporadica visibilità propria, con certezze e alleanze reciproche disperse in un brodo indecifrabile; il caos divenuto una sorta di “espressione spontanea” del multiculturalismo e dell’entropia individuale che riduce il passato e il futuro in un racconto, in voga nei nostri programmi scolastici e nelle nostre gallerie di “arte contemporanea”. Il mondo inizia a trasmutare con notevole puntualità e con una velocità non meno notevole, in una sorta di caotica Torre di Babele, dove i pavimenti sono capovolti e le rampe di scale discendono, il basso verso l’alto con le fondamenta proiettate verso il cielo.
Fortunatamente, le tribù del blocco BAO rientrano dalle “vacanze” con le loro dirigenze politiche desiderose di avere il sopravvento sulle emergenze del momento. Il ministro degli Interni quindi si occupa di una priorità come l’”affare Dieudonné”, mentre il Ministro degli Esteri s’informa se Bashar è ancora stretto alla sua presidenza screditata, per sapere se può cominciare a prendere in considerazione la celebrazione di una nuova era in Medio Oriente, se  può davvero farlo, come previsto dal dirittumanitarismo, dal postmodernismo o dal post-postmodernismo. Il Senato degli Stati Uniti cerca di riunirsi sotto la ferula dell’AIPAC per rispondere subito: imporre nuove sanzioni all’Iran e al pressante pericolo mondiale del programma nucleare di questo Paese. Il termine “danzare sul vulcano” non ha ragione di essere: certo The Independent afferma (6 gennaio 2014) che il rischio di eruzione del super-vulcano che sonnecchia sotto la strana bellezza del Parco Nazionale di Yellowstone nel Wyoming, è più grande di quanto pensassimo, ma in realtà nessuno, tranne gli sciocchi che hanno scelto il ballo di San Vito (è vero, ce ne sono molti), avrebbe voglia di ballare. In un modo che potrebbe sembrare rassicurante per l’automatismo dei pensieri, il solito pronostico che accompagna il nostro nuovo 2014 quale estensione del 1914 (2 gennaio 2014) s’incontra il 6 gennaio 2014 su The Independent. La professoressa Margaret MacMillan, dell’Università di Cambridge, scrive in un articolo per Foreign Affairs… “Ora, come allora, la marcia della globalizzazione ci ha cullati in un falso senso di sicurezza. Il 100° anniversario del 1914 dovrebbe farci nuovamente riflettere sulla nostra vulnerabilità agli errori umani, a catastrofi improvvise e al puro caso. Invece di cavarsela da una crisi all’altra, ora è il momento di ripensare alle terribili lezioni di un secolo fa, nella speranza che i nostri leader, con il nostro incoraggiamento, pensino come poter collaborare per costruire un ordine internazionale stabile.” …Lasciandoci sognare sul “senso fuorviante di sicurezza” in cui abbiamo confinato la globalizzazione. Queste persone sentono davvero tale “senso fuorviante della sicurezza” dall’11 settembre, dall’Iraq, da Fallujah 2004 a Fallujah 2014, dallo tsunami e dalla distruzione del mondo in turbo-ritmo, dalle banche nel 2008, da… da…? Forse dovremmo disilluderci prima di lasciarci ballare. Il Titanic s’inclina e potrebbe affondare.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Made in Arabia Saudita: radicalismo salafita in Africa

Wayne Madsen, Strategic Culture Foundation, 24/12/2013

N02017113459909125_1094947tIl radicalismo islamista, alimentato dalla ricchezza petrolifera dell’Arabia Saudita, si diffonde in Africa ad un ritmo veloce. I gruppi radicali salafiti e wahabiti come Boko Haram, Seleka e Uamsho, mai sentiti un decennio fa, massacrano i cristiani durante le messe, radono al suolo i villaggi cristiani e assassinano i religiosi islamici moderati. Naturalmente, questo caos made in Arabia Saudita è una manna per l’Africa Command degli Stati Uniti (AFRICOM), tutto ciò che serve a diffondere il terrorismo collegato ad “al-Qaida” in Africa, aumenta la presenza militare statunitense sul continente ed incrementa la forza armata dello Zio Sam nella sua ricerca di petrolio, gas e risorse minerarie dell’Africa… Mentre i leader degli Stati Uniti, come il presidente Barack Obama, il segretario di Stato John Kerry, il segretario della Difesa Chuck Hagel e altri continuano a piegarsi ai principini misogini dell’Arabia Saudita, tra cui il capo dell’intelligence saudita principe Bandar bin Sultan, la seconda Corte di Appello degli Stati Uniti di New York ha stabilito che le famiglie delle vittime degli attentati dell’11 settembre possono citare in giudizio il governo dell’Arabia Saudita per sostegno materiale ai dirottatori. Nel 2005, il giudice federale respinse le pretese contro l’Arabia Saudita sentenziando che l’Arabia Saudita godeva dell’immunità da tali reclami ai sensi del Foreign Sovereign Immunities Act. Tale decisione non fu ribaltata dalla corte d’appello federale.
La sentenza ebbe scarsa efficacia dopo che il senatore della Florida Bob Graham, presidente del comitato ristretto sull’Intelligence del Senato degli Stati Uniti, all’epoca dell’attacco dell’11 settembre 2001, aveva ancora una volta chiesto la declassificazione di 28 pagine delle “800 pagine del comitato congiunto d’inchiesta sull’intelligence prima e dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001“, emesse dai comitati di controllo sui servizi segreti di Senato e Camera nel 2002. Le 28 pagine censurate indicano la responsabilità del peggior attacco terroristico sul suolo statunitense del regno dell’Arabia Saudita, e particolarmente del principe Bandar e della sua ambasciata a Washington. Il principe Bandar e sua moglie pagarono il gestore di San Diego di due dirottatori, Usama Basnan, attraverso un conto presso la Riggs Bank di Washington. Ora vi sono le richieste bipartisan nel Congresso per declassificare le 28 pagine. Tuttavia i sauditi, che hanno stretti legami con l’oligarchia Bush e gli israeliani, possono usare la loro influenza per sopprimere le prove dell’intelligence USA contro di loro. È necessario, dunque, che lo “Stato profondo” statunitense consenta ai sauditi di continuare a sostenerlo, perché il terrorismo fornisce all’esercito e alla comunità dell’intelligence statunitensi il casus belli per l’azione militare in Africa, Medio Oriente e Asia meridionale. Un sempre maggiore coinvolgimento dei wahabiti sauditi emerge dalle coordinate sulle attività anticristiane ed anti-occidentali dei gruppi salafiti in Africa. Il gruppo salafita nigeriano Boko Haram, che attacca villaggi cristiani e moschee islamiche moderate, e massacra uomini donne e bambini cristiani e musulmani moderati  in tutta la Nigeria, ha fatto causa comune con un altro gruppo salafita in Mali, l’Ansar al-Din, avversario dei tuareg moderati che hanno preso il controllo del nord del Mali dopo l’efficace golpe militare che depose la leadership civile del Paese. Boko Haram, Ansar al-Din e al-Qaida nel Maghreb distruggono sistematicamente  gli antichi santuari musulmani tutelati dall’UNESCO dei santi sufi di Timbuktu e di altre città del Mali. Ansar al-Din ha definito “haram“, proibiti, i santuari secondo il dogma salafita. Boko Haram è anche apparsa nella Repubblica centrafricana, dove i guerriglieri musulmani seleka rovesciarono il governo del presidente Francois Bozizé, sostituendolo con uno di loro, Michel Djotodia, in un Paese dove i musulmani costituiscono solo il 15 per cento della popolazione. Non appena Djotodia e seleka hanno consolidato la loro influenza sul governo nel capitale Bangui, i seleka iniziarono ad attaccare i cristiani in tutto il Paese, saccheggiandone i villaggi. I lealisti di Bozizé organizzarono l’”anti-Balaka”, gli “anti-machete”, poiché i seleka, molti dei quali salafiti, impugnano i machete per  uccidere i cristiani, anche donne e bambini. L’arrivo delle truppe francesi nel 2000 a Bangui non  placò i timori della maggioranza cristiana del Paese. I sauditi non sono da meno nell’uso delle lame per compiere omicidi. Il tipo di esecuzione dei condannati preferito dal governo saudita è la spada che ne taglia la nuca sulla famigerata Piazza Deera a Riyadh, nota anche come “piazza spezzatino”.
Attratto dal boom petrolifero della nazione, un ampio flusso di musulmani provenienti dall’estero migrò in Angola per lavorare nelle infrastrutture petrolifere. Quando, alla fine di novembre le autorità angolane emisero l’ordine che le moschee costruite frettolosamente rispettassero le leggi del catasto del Paese, i salafiti diffusero la voce interessata che l’Angola avesse bandito l’Islam e avesse indiscriminatamente chiuso le moschee. Il governo angolano negò l’accusa. L’annuncio del governo angolano fu troppo poco e arrivò troppo tardi per gli angolani e gli altri passeggeri, oltre ai sei membri dell’equipaggio della Mozambique Airlines TM-470, schiantatosi in Namibia durante il viaggio da Maputo, Mozambico, a Luanda, capitale dell’Angola. Gli inquirenti conclusero che il capitano dell’Embraer 190, Herminio dos Santos Fernandes, manomise il pilota automatico dell’aereo per far schiantare deliberatamente l’aereo. Gli investigatori, comunque, non presero in considerazione che molti salafiti decisero di dichiarare guerra all’Angola, per le false voci efficacemente diffuse secondo cui l’Angola aveva “vietato l’Islam.” La lezione dell’EgyptAir 990, schiantasi nel 1999 sulla rotta New York-Cairo, possono esserne una copia conforme. Il capitano del Boeing 767 dell’EgyptAir avrebbe deliberatamente schiantato l’aereo sull’Atlantico in un atto di terrorismo suicida, uccidendo tutte le 217 persone a bordo. Molti credono che l’aereo fu manomesso ed usato come prova per l’attacco dell’11 settembre di due anni dopo. Il co-pilota dell’aereo, Qamil al-Batuti disse di aver dirottato i controlli dell’aereo per suicidarsi e compiere una strage, nello stesso modo in cui il capitano della Mozambique Airlines Fernandes avrebbe fatto con il suo aereo in rotta verso Luanda. Tuttavia, alcuni membri del Comitato Intelligence del Congresso e del Senato degli Stati Uniti e un giudice federale accusano l’Arabia Saudita quale responsabile del terrorismo aereo dell’11 settembre 2001, non escludendo il coinvolgimento saudita nel caso dei “suicidi” dell’EgyptAir 990 e della Mozambique Airlines 470.
A Zanzibar, i salafiti filo-sauditi presero una strada diversa. I locali chierici filo-sauditi crearono l’Uamsho, che invoca attacchi con acidi contro i turisti stranieri: come quello commesso contro due insegnanti 18enni inglesi lo scorso agosto. Uamsho, che in swahili significa “Risveglio”, rivendicò brutali attacchi con acidi a cristiani e religiosi musulmani moderati. I salafiti filo-sauditi attaccano così i cristiani anche in altre parti dell’Africa, in particolare in Egitto, Kenya e Etiopia. Bandar, il capo dell’intelligence saudita, avrebbe avvertito la Russia che l’Arabia Saudita non avrebbe esitato a scatenare i salafiti ceceni e di altrove contro le Olimpiadi invernali di Sochi, se la Russia non tagliava il sostegno al governo di Bashar al-Assad in Siria. L’azione dei sauditi sarebbe dietro il bombardamento salafita della chiesa cattolica di Santa Teresa, presso Abuja in Nigeria, della chiesa cattolica di Nostra Signora della Salvezza di Baghdad e della chiesa dei Santi di Alessandria d’Egitto. Nel caso del bombardamento di Alessandria, l’intelligence israeliana avrebbe affiancato i sauditi nell’attentato, un’alleanza insidiosa che agli investigatori sugli attacchi dell’11 settembre 2001 suona fin troppo familiare.
L’Arabia Saudita non può sottrarsi dalla responsabilità per gli attacchi a cristiani, musulmani moderati, sciiti, ahmaddiya, sikh, indù, buddisti e altri in tutto il mondo. Uno dei consulenti salafiti del re saudita Abdullah è il Gran Mufti shaiq Abdulaziz ibn Abdullah al-Shaiq. Il “sant’uomo” ha esortato i suoi seguaci a far saltare in aria le chiese fuori dall’Arabia Saudita. Il presidente Obama e i suoi alti funzionari, tra cui il direttore della CIA John Brennan, hanno fatto di tutto per placare il terrorismo saudita. Se gli Stati Uniti vogliono davvero farla finita con il terrorismo internazionale, soprattutto in Africa, una coppia di ben piazzati attacchi con missili da crociera statunitensi su certi palazzi sauditi, a Riyadh e Jeddah, dovrebbe bastare.

JamhadaSeleka1La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleanza tra la stella a sei punte e la mezzaluna: finalità e prospettive

Pogos Anastasov New Oriental Outlook 23/12/2013

ZionistSaudiArabiaFlagGli esperti da tempo affermano che oltre le alleanze visibili e altamente mobili del Medio Orientale, vi sono associazioni di “interessi” più stabili e attive, che non rientrano nella logica politica convenzionale ma che in realtà funzionano perfettamente. Una simile alleanza è il risultato di una ben occulta, ma ben nota agli osservatori attenti, “cooperazione” tra due Stati apparentemente contrapposti, Israele e Arabia Saudita. Sembrano divisi su tutto: religione, conflitto arabo-israeliano, geografia, ecc; tuttavia, a quanto pare, vi sono cose più forti nel contesto storico attuale, determinanti il profondo riavvicinamento tra questi paesi e il coordinamento delle loro azioni su molti fronti. Coloro che non vi credono dovrebbero leggere i media israeliani del 9 dicembre, che riferivano che il capo dell’intelligence saudita, il principe Bandar bin Sultan, nell’ambito dei negoziati di Ginevra sul programma nucleare iraniano nel novembre 2013, aveva incontrato molti capi dell’intelligence d’Israele per sviluppare una linea per contenere l’Iran “con tutti i mezzi possibili”. Tale riavvicinamento o reciproca deriva d’Israele e Arabia Saudita è stato a lungo osservato dagli analisti fin dalla rivoluzione khomeinista del 1979 a Teheran. Da allora, i due Paesi hanno iniziato chiaramente a sostenersi reciprocamente in tutti i campi, ciò dettato dall’avvento,  in conseguenza della rivoluzione, di un nemico comune: l’Iran (anti-israeliano e anti-wahhabita), come pure dalla presenza di un “capo” e alleato strategico comune: gli USA
Tutto è iniziato con la costituzione della cooperazione segreta tra i due ministeri degli interni su temi di comune interesse concernenti la lotta al terrorismo e all’estremismo. Tel Aviv e Riyad hanno in questa materia una notevole e assai simile esperienza, non sempre vincente. Israele aveva insediato nei territori palestinesi e sviluppato a metà degli anni ’80 il movimento islamista Hamas, originariamente per combattere il movimento nazionale palestinese OLP e la sua principale secolare componente Fatah. Tuttavia, in seguito, Israele fu costretto ad affrontarlo quando divenne un avversario pericoloso e un alleato degli iraniani, avendo Teheran saputo portarlo al suo fianco dopo averlo strappato dalle mani del Mossad. Per risolvere almeno temporaneamente tale problema, che causava molti crucci alle autorità israeliane eseguendo decine di attentati terroristici, nel 2005 si dovette prendere la decisione di ritirare unilateralmente le truppe da Gaza, per “bloccarvi” i radicali islamici oramai fuori controllo (i suoi ranghi furono decimati in modo significativo utilizzando i droni). In realtà, i membri di Hamas furono immediatamente legittimati, dandogli l’opportunità, con il consenso degli Stati Uniti e l’assistenza dei servizi di sicurezza inglesi (Alistair Kroc aveva giocato un ruolo importante in Afghanistan), di partecipare alle elezioni parlamentari del 2006 e addirittura di vincerle, portando alla scissione della Striscia di Gaza dalla Cisgiordania. (Più tardi, con la “primavera araba” si è scoperto che questo era probabilmente il “pezzo mancante” che permise a Stati Uniti e Israele di verificare la possibilità di mettere al potere gli islamisti con mezzi legali e imporgli un adeguato controllo. Tale esperimento, ancora una volta come dimostrano gli sviluppi in Egitto nel 2011-2012, non è del tutto riuscito). Lo stesso gioco fu giocato dai governanti sauditi, poco prima, che su suggerimento dei loro benefattori statunitensi addestrarono i mujahidin per combattere l’”occupazione sovietica” dell’Afghanistan. Questi, proprio come Hamas, furono ingrati verso i loro “creatori” e in parte divennero i taliban, e in parte il noto movimento al-Qaida, che dichiarò la monarchia saudita suo peggior nemico, compiendo numerosi notevoli attentati terroristici sul territorio saudita nel 2003 e nel 2005.
E’ chiaro che tali movimenti radicali, simili nell’ideologia e nell’ostilità nei confronti dei loro “creatori”, secondo gli analisti costrinsero entrambi i Paesi a trovare il modo di neutralizzare le conseguenze delle proprie azioni, quali minacce e sfide, e a sua volta ciò creò l’alleanza “naturale” tra i servizi di sicurezza dei due Paesi. E’ chiaro che, come già osservato, dietro l’opposizione congiunta di Israele e Arabia Saudita a sfide e minacce esterne, v’è il compito comune di dissuadere l’Iran sciita, il cui rafforzamento è visto da entrambi come una minaccia esistenziale. Qui rientra la somiglianza delle non sempre riuscite esperienze di israeliani e sauditi nell’allevare il radicalismo  sunnita “controllato” che dalla “primavera araba” di fine 2010, si decise di mettersi al servizio dei due Stati. Ciò avvenne sia per impedire lo sviluppo di processi esplosivi nel mondo arabo che fossero sfavorevoli a Riyad (la vittoria dei movimenti democratici laici) e a Tel Aviv (conservazione di forti Stati ai suoi confini), e per combattere il comune nemico sciita. Mentre i sauditi riempirono di soldi e armi, inizialmente con l’aiuto del Qatar e delle altre monarchie sunnite del Golfo, i jihadisti salafiti per combattere Gheddafi e Bashar al-Assad, gli israeliani li curavano nei loro ospedali. Secondo la stessa stampa israeliana, solo durante le rivolte in Siria oltre 3500 terroristi furono curati in Israele. S’infiltrarono attraverso i loro campi minati nelle alture del Golan? Difficile! Ciò significa che i canali per infiltrarli da Israele ai campi di battaglia nel territorio siriano furono organizzati e preparati in anticipo, molto probabilmente dalle zone sunnite nel nord del Libano. Vi sono molti altri fatti riguardanti il coordinamento tra Israele e le monarchie del Golfo nel sostenere i jihadisti. La Siria è stata ripetutamente colpita dagli attacchi aerei israeliani, in coincidenza sospetta con le offensive dell’opposizione armata a Damasco. Qualcosa impedisce di prendere sul serio la versione israeliana secondo cui gli attacchi al territorio siriano mirassero ad impedire la consegna di armi siriane ad Hezbollah. Vi furono altre strane coincidenze nella simultaneità delle azioni dell’opposizione armata ed israeliane contro le forze siriane. In definitiva, queste azioni, chiunque l’avesse guidate e ispirate, portarono al forte inasprimento del conflitto tra sciiti e sunniti in Medio Oriente, e il “contributo” dell’Iran a tale confronto non sembra essere decisivo, come dichiarato da Air Riyadh. Riguardo la “responsabilità” dei radicali islamici allevati da israeliani e sauditi, vi sono ancora più dubbi sul contributo di Teheran nell’alimentare gli incendi settari nella regione.
E’ chiaro che il coordinamento israelo-saudita non si limita al campo di battaglia. Secondo gli esperti, esso fu sviluppato sul piano politico. Inoltre, dopo la conclusione dell’accordo di Ginevra il 24 novembre di quest’anno, dopo i negoziati tra i “cinque più uno” e l’Iran sui parametri delle attività nucleari iraniane per il periodo di transizione, il coordinamento israelo-saudita, secondo gli esperti, ha acquisito un’altra dimensione, smettendo di prendere ampiamente in considerazione, a quanto pare, gli interessi del “boss” statunitense. Washington ora ha disperatamente bisogno di una pausa per recuperare l’economia, ripristinare la macchina militare e politica per il confronto con Pechino in rapida crescita. Tuttavia, per tale manovra è necessario uscire dalla palude mediorientale, dove, è vero, gli Stati Uniti si sono impantanati volontariamente. Sembra che Tel Aviv e Riyad non abbiano fretta di aiutare gli Stati Uniti. Israele ha fortemente inibito i negoziati israelo-palestinesi, lanciati nell’agosto di quest’anno e sponsorizzati dagli Stati Uniti, impedendo così un accettabile accordo di pace con i palestinesi. Mentre Riyadh, come affermano i media di tutto il mondo, continua ad addestrare nuovi gruppi per rovesciare il regime di Bashar al-Assad (ora chiamati “Fronte Islamico”) con l’accusa di lottare sia contro il regime siriano che al-Qaida. Ciò indebolisce naturalmente gli sforzi di Mosca e Washington per la prossima conferenza sulla Siria a Montreux, che dovrebbe iniziare il 22 gennaio 2014. In parallelo, Israele e Arabia Saudita sembrano utilizzare tutto il loro notevole potere di lobbying per silurare, attraverso gli europei (soprattutto francesi) e i loro amici nel Congresso degli Stati Uniti, la possibilità di un accordo sulla risoluzione finale del programma nucleare iraniano. Questi sforzi già inaspriscono le posizioni di Washington e degli europei nei negoziati con gli iraniani, suscitando la forte reazione di Teheran.
A settembre di quest’anno, Washington ebbe il coraggio di resistere alla pressione dei suoi alleati mediorientali sul confronto infinito con l’Iran, difendendo i propri interessi nazionali che, per inciso, coincidevano con gli interessi della maggior parte del mondo, e come risultato si ebbe il successo delle dirigenze siriana e iraniana. Ora, la Casa Bianca avrà un tale coraggio?

1131Pogos Anastasov, politologo, orientalista, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mandela e il Mossad: come Israele ha corteggiato l’Africa nera

La storia sconosciuta di come Israele ha segretamente addestrato gli attivisti anti-apartheid in judo, sabotaggio e armi, tra cui Nelson Mandela
David Fachler Haaretz 20 dicembre 2013

D591-036-e1372106600842Nella copertura esaustiva della morte di Nelson Mandela e del suo atteggiamento ambiguo nei confronti dello Stato ebraico, un episodio che getta nuova luce su tale relazione deve essere raccontato dall’Archivio di Stato d’Israele. Tornando ai primi anni ’60, Israele era pronto a corteggiare gli Stati africani di recente decolonizzati, dimostrandogli quindi solidarietà votando sempre le risoluzioni delle Nazioni Unite che condannavano l’apartheid e il regime che lo sosteneva. Ciò ebbe conseguenze per la comunità ebraica sudafricana, colpita dall’ira del primo ministro Verwoerd e dal suo ministro degli Esteri Eric Louw, ma resero simpatico Israele ai movimenti anti-apartheid. L’ANC, allora guidato da Oliver Tambo, scrisse una lettera da Londra al presidente d’Israele Yitzhak Ben Zvi, ringraziandolo per le azioni d’Israele presso le Nazioni Unite. Circa tre mesi prima che Tambo inviasse la lettera, l’11 ottobre 1962, una lettera fu inviata da ciò che probabilmente era un agente del Mossad, Y. Ben Ari, presso l’ambasciata d’Israele in Etiopia, all’ufficio Africa del ministero degli Esteri israeliano, e contenente le seguenti informazioni:
Come ricorderete, tre mesi fa abbiamo discusso il caso di un tirocinante giunto presso l’ambasciata (israeliana) in Etiopia dal nome David Mobsari, proveniente dalla Rhodesia. Il suddetto fu addestrato dagli Etiopi (nome in codice per gli agenti del Mossad, secondo Haaretz) in judo, sabotaggio e armi. Salutò i nostri uomini con ‘Shalom’, aveva familiarità con i problemi degli ebrei e d’Israele, e dava l’impressione di essere un intellettuale. Il personale ha cercato di farne un sionista. Nelle conversazioni con lui, esprimeva una visione del mondo socialista e, a volte dava l’impressione che tendesse al comunismo. Ed ora appare dalle fotografie pubblicate sulla stampa sull’arresto in Sud Africa della ‘Primula Nera’, che il tirocinante dalla Rhodesia utilizzava uno pseudonimo, i due uomini sono la stessa persona.”
In risposta, 13 giorni dopo, il ministero degli Esteri confermava che la ‘Primula Nera’ era infatti Nelson Rolihlahla Mandela, che l’anno prima aveva organizzato uno sciopero nazionale e successivamente era entrato in clandestinità. ‘Primula Nera’ era il nome in codice per Nelson Mandela utilizzato dalle autorità sudafricane che gli davano la caccia. Curiosamente accennavano anche che fosse considerato dai sostenitori dell’ANC e da molti altri, la persona più importante nel movimento, nonostante Albert Luthuli fosse ancora il presidente dell’ANC. Quindi, Nelson Mandela, sotto pseudonimo, apprese l’uso di armi e le tecniche di sabotaggio dal personale dell’ambasciata, probabili agenti del Mossad, venendo lentamente spinto a diventare sostenitore dello Stato ebraico.
Questo episodio è notevole per una serie di motivi. Prima di tutto, Mandela non fu l’unico a partecipare a un programma di addestramento segreto israeliano: Israele aveva stabilito legami con  vari movimenti considerati sovversivi dal governo sudafricano. Un certo numero di ambasciate israeliane in Africa fornivano addestramento, consulenza e trasporti ai membri del Pan Africanist Congress, tra cui Potlkako Leballo, il capo della sua ala militante Poqo. Dato che il PAC era considerato anti-comunista e non allineato con l’Unione Sovietica, era più attraente per Israele  trattare con questo piuttosto che con l’ANC. Eppure, ciò che rende così affascinante tale contatto provvisorio con un Mandela pre-carcere, era la sua volontà di impegnarsi con gli israeliani, in primo luogo. L’epoca d’oro della cooperazione fra Israele e i movimenti di liberazione africani durò per tutti gli anni ’60. Golda Meir, ministro degli Esteri ed ardente ammiratrice dell’Africa nera, chiese clemenza nel processo Rivonia e la commutazione della condanna a morte. L’ufficio relazioni pubbliche dagli archivi nazionali israeliani, e la stampa israeliana, furono attenti a sottolineare le azioni di Golda Meir e l’aspetto pubblico del sostegno d’Israele agli attivisti anti-apartheid. Mentre ciò era un caso mirabile di attivismo umanitario, tuttavia, è difficile che sia tutta la storia. La storia  d’Israele con il Sudafrica è segnato non solo dai rapporti con coloro che si opponevano all’apartheid, ma anche dalle tensioni con questi stessi gruppi e individui verso Israele: la luna di miele con i movimenti di liberazione finì.
Uno storico non deve ipotizzare su ciò che sarebbe accaduto se Mandela non fosse stato catturato e processato dalle autorità sudafricane. Né quali sarebbero state le conseguenze per Israele, dopo il suo abbandono dell’Africa Nera negli anni ’70, e se non avesse favorito stretti legami con il regime dell’apartheid. Eppure questo episodio in qualche modo dimostra che le tensioni attuali non erano inevitabili. La liberazione di Mandela dalla prigione nel 1990, pose un dilemma ad Israele. Dopo quasi vent’anni di sostegno attivo al regime dell’apartheid, dovette venire a patti con il fatto che il Sud Africa cambiava rotta e attraversava una fase di transizione che avrebbe inevitabilmente posto  fine al dominio bianco nella Repubblica. Eppure, l’ambasciatore d’Israele in Sud Africa di allora, Zvi Gov-Ari, sembrava incapace di adeguarsi alla nuova situazione. Così, invece di cercare di coltivare i legami con l’ANC appena riconosciuto, il rappresentante d’Israele a Pretoria fece il  doppio passo falso di criticare Mandela, leader de facto del movimento, mentre esprimeva simpatia per Mangosuthu Buthelezi, visto quale burattino nero del governo nazionalista. Forse non  meraviglia che Israel Maisels, importante leader ebraico e sionista, solido avvocato della difesa nel processo Rivonia, non stimasse l’ambasciatore definendolo “stupidamente stronzo” (da Cutting through the Mountain: Interviews with South African Jewish Activists (1997), a cura di Immanuel Sutner).
Tornando in Israele, il venerabile Jerusalem Post, che in quel momento faceva del suo meglio per mostrarsi fedele al Likud, probabilmente rifletteva l’opinione del governo quando previde il 25 giugno 1991 che “se il leader dell’ANC Nelson Mandela assume il potere in Sud Africa, certamente non ci sarà una democrazia… Se lui o i suoi governeranno il Sud Africa, il Paese subirà un disastro totalitario assoluto e sarà un caso economico disperato“, e per sottolineare le sue fosche previsioni, il giornale dichiarò: “Se una piena e non segregata uguaglianza politica si avrà in Sud Africa, non sarà il violento ANC, che conta 300000 membri, a dominare. Gli Zulu e i loro seguaci, che sono sei milioni, i tre milioni di colorati (persone di sangue misto) alieni alle idee comuniste dell’ANC, il milione di indiani e i cinque milioni di bianchi, probabilmente formeranno una coalizione di governo un giorno. Solo allora ci sarà la possibilità che il Sud Africa sia libero e prospero“. Nessuno sa se il primo ministro israeliano Yitzhak Shamir e il suo gabinetto onestamente pensassero che Mandela non avesse un futuro politico in Sud Africa, ma il loro appoggio persistente al vecchio regime finì solo con l’ascesa al potere di Yitzhak Rabin e del suo Partito laburista. Con la nomina del dottor Alon Liel, diplomatico esperto e stretto alleato di Yossi Beilin, uno dei critici israeliani più rumorosi del regime bianco, Israele riuscì ad evitare qualche danno coltivando legami con l’ANC. Infatti il processo di pace israelo-palestinese del 1993 fornì ad Israele maggiori opportunità di riconciliarsi con l’ANC al governo, solidale e grato verso le prospettive di una soluzione pacifica tra lo Stato ebraico e la sua controparte palestinese. Purtroppo, fallito il processo di Oslo, le relazioni tra Israele e la Repubblica continuarono ad essere tese, come oggi.
Con la morte di Mandela, Israele aveva ancora una volta la possibilità di sanare almeno una parte dei danni che aveva causato in passato, inviando una delegazione di alto livello comprendente almeno il capo del governo e il capo dello Stato. Non è stato così, optando invece per l’invio dello speaker della Knesset. Purtroppo Israele ha dimostrato più follia che malizia, fraintendendo ancora il nuovo Sud Africa, e le ripercussioni si faranno sentire non solo in ambito diplomatico, ma anche nella comunità ebraica del Sudafrica.

David Fachler ha conseguito un master in Diritto nel Sud Africa (LLM) e un master in Ebraismo contemporaneo alla Hebrew University, Gerusalemme (MA).

Mandela fu addestrato da agenti del Mossad in Etiopia
Documento d’archivio top-secret rivela anche che Mandela aveva ‘familiarità con i problemi degli ebrei e d’Israele’ e che agenti israeliani cercarono di ‘farne un sionista’
Ofer Aderet e David Fachler Haaretz 20 dicembre 2013

131207-peresmandela-vlg-6p.photoblog600Nelson Mandela, l’ex leader sudafricano morto all’inizio di questo mese, fu addestrato in armi e sabotaggio da agenti del Mossad, nel 1962, pochi mesi prima di essere arrestato in Sud Africa. Durante l’addestramento, Mandela espresse interesse per i metodi dell’Haganah clandestina e veniva  considerato dal Mossad tendente al comunismo. Queste rivelazioni provengono da un documento dell’Archivio di Stato di Israele etichettato “Top Secret.” L’esistenza del documento viene rivela qui per la prima volta. Emerge, inoltre, che agenti del Mossad cercarono di incoraggiarne le simpatie sioniste.
Mandela, il padre del nuovo Sudafrica e premio Nobel per la Pace, guidò la lotta contro l’apartheid nel suo Paese dagli anni ’50. Fu arrestato, processato e liberato un certo numero di volte prima di finire seppellito nei primi anni ’60. Nel gennaio 1962, segretamente e illegalmente fuggì dal Sud Africa e visitò diversi Paesi africani, tra cui Etiopia, Algeria, Egitto e Ghana. Il suo obiettivo era incontrare i leader dei Paesi africani e raccogliere il sostegno finanziario e militare per l’ala armata del clandestino African National Congress. Una lettera inviata dal Mossad al Ministero degli Esteri a Gerusalemme, rivela che Mandela seguì un addestramento militare del Mossad in Etiopia, durante tale periodo. Gli agenti non conoscevano la vera identità di Mandela. La lettera, classificata top secret, è datata 11 ottobre 1962, circa due mesi dopo che Mandela venisse arrestato in Sud Africa, poco dopo il suo rientro nel Paese. Il Mossad inviò la lettera a tre destinatari: il capo dell’ufficio Africa del ministero degli Esteri, Netanel Lorch, che divenne il terzo segretario della Knesset; il Maggior-Generale Aharon Remez, capo del dipartimento del ministero della cooperazione internazionale e primo comandante dell’Israeli Air Force, e Shmuel Dibon, ambasciatore d’Israele in Etiopia tra il 1962 e il 1966 ed ex-capo dell’ufficio Medio Oriente presso il ministero.
L’oggetto della lettera era “la Primula Nera”, il termine che media sudafricani già utilizzavano per indicare Mandela. Basandosi sulla primula rossa, il nome di battaglia dell’eroe del romanzo della baronessa Emma Orczy, che salvava i nobili francesi dalla ghigliottina durante la Rivoluzione francese.
Come ricorderete, tre mesi fa abbiamo discusso il caso di un tirocinante giunto presso l’ambasciata (israeliana) in Etiopia dal nome David Mobsari, proveniente dalla Rhodesia. Il suddetto fu addestrato dagli Etiopi (nome in codice per gli agenti del Mossad, secondo Haaretz) in judo, sabotaggio e armi.” La lettera ha anche osservato che il soggetto in questione “ha mostrato interesse per i metodi dell’Haganah ed altri movimenti clandestini israeliani”, aggiungendo “Salutò i nostri uomini con ‘Shalom’, aveva familiarità con i problemi degli ebrei e d’Israele, e dava l’impressione di essere un intellettuale. Il personale ha cercato di farne un sionista”, scrisse l’agente del Mossad  “Nelle conversazioni con lui, esprimeva una visione del mondo socialista e, a volte, dava l’impressione che tendesse al comunismo”. La lettera prosegue, notando che l’uomo che si faceva chiamare David Mobsari era lo stesso che era stato recentemente arrestato in Sud Africa. “Ed ora appare dalle fotografie pubblicate sulla stampa sull’arresto in Sud Africa della ‘Primula Nera’, che il tirocinante dalla Rhodesia utilizzava uno pseudonimo, i due uomini sono la stessa persona.”
Una nota scritta a mano sulla lettera fa riferimento a un’altra lettera inviata circa due settimane  dopo, il 24 ottobre 1962. L’annotazione osservava che la “Primula Nera” era Nelson Mandela, seguita da una breve recensione che citava un articolo di Haaretz su Mandela.
Tale lettera è rimasta per decenni negli Archivi di Stato d’Israele e non è mai stato resa pubblica. Fu scoperta pochi anni fa da David Fachler, residente ad Alon Shvut, mentre si occupava di documenti sul Sud Africa per una tesi sulle relazioni tra il Sudafrica e Israele presso l’Istituto per l’ebraismo contemporaneo dell’Hebrew University.

Nelson Mandela fu addestrato dal Mossad nel 1962
Un lettera depositata negli archivi di Stato israeliani rivela che l’icona sudafricana fu addestrata sotto falsa identità
Harriet Sherwood The Guardian, 20 dicembre 2013

untitledNelson Mandela a quanto pare ricevette l’addestramento militare dal Mossad, in Etiopia nel 1962, senza che il servizio segreto israeliano ne conoscesse la vera identità, secondo una lettera depositata negli archivi di Stato israeliani. La missiva, rivelata dal giornale israeliano Haaretz due settimane dopo la morte del leader sudafricano, afferma che Mandela fu istruito nell’uso delle armi e delle tecniche di sabotaggio, e fu incoraggiato a sviluppare simpatie sioniste. Mandela ha visitato altri Paesi africani nel 1962, al fine di raccogliere sostegno per la lotta del Congresso nazionale africano contro il regime dell’apartheid in Sud Africa. Mentre era in Etiopia, cercò aiuto presso l’ambasciata israeliana, utilizzando uno pseudonimo, secondo la lettera classificata top secret inviata ai funzionari israeliani nell’ottobre 1962. Il suo oggetto era la “Primula Nera”, termine usato dalla stampa sudafricana per riferirsi a Mandela. Haaretz afferma che la lettera riporta: “Come ricorderete, tre mesi fa abbiamo discusso il caso di un tirocinante giunto presso l’ambasciata (israeliana) in Etiopia dal nome David Mobsari, proveniente dalla Rhodesia. Il suddetto fu addestrato dagli Etiopi (nome in codice per gli agenti del Mossad, secondo Haaretz) in judo, sabotaggio e armi.
Aggiungeva che l’uomo aveva mostrato interesse per i metodi dell’Haganah, organizzazione paramilitare ebraica che combatté contro i dominatori inglesi e la popolazione araba della Palestina negli anni ’30 e ’40, e di altri movimenti clandestini israeliani. E continua: “Salutò i nostri uomini con ‘Shalom’, aveva familiarità con i problemi degli ebrei e d’Israele, e dava l’impressione di essere un intellettuale. Il personale ha cercato di farne un sionista. Nelle conversazioni con lui, esprimeva una visione del mondo socialista e, a volte dava l’impressione che tendesse al comunismo. Ed ora appare dalle fotografie pubblicate sulla stampa sull’arresto in Sud Africa della ‘Primula Nera’, che il tirocinante dalla Rhodesia utilizzava uno pseudonimo, i due uomini sono la stessa persona.”
Secondo Haaretz, una successiva annotazione manoscritta alla lettera confermava che la Primula Nera fosse Mandela. Il giornale ha detto che la lettera era conservata negli archivi di Stato, e che fu scoperta alcuni anni fa da uno studente nella ricerca per una tesi sui rapporti tra Israele e Sud Africa. Il sito del ministero degli Esteri d’Israele si riferisce ad un documento che conferma l’incontro tra Mandela e un funzionario israeliano in Etiopia nel 1962, ma non fa alcun riferimento esplicito al Mossad o a un qualsiasi tipo di addestramento.
Una nota del 9 dicembre 2013 dice: “L’Archivio di Stato d’Israele detiene un documento (non rilasciato per la pubblicazione) che dimostra che Mandela (sotto falsa identità) s’incontrò con un rappresentante ufficiale d’Israele in Etiopia già nel 1962… Il rappresentante israeliano non era a conoscenza della vera identità di Mandela. Invece i due discussero dei problemi d’Israele in Medio Oriente, con Mandela che dimostrava un ampio interesse sulla materia. Solo dopo il suo arresto nel 1962, al suo ritorno in Sud Africa, Israele ha saputo la verità.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mahmud Abbas conferma l’alleanza tra Mursi, Obama e Netanyahu sul Sinai

Karim Zmerli, Tunisie-secret 24 novembre 2013

Quasi la metà del Sinai sarebbe stato utilizzato per ospitare i “profughi” palestinesi di Gaza. È il presidente dell’autorità palestinese che l’ha confermato in un’intervista alla televisione egiziana CBC. Mahmud Abbas racconta la discussione avuta con Muhamad Mursi, dicendo di aver categoricamente rifiutato tale patto musulmano-sionista approvato dai due rinnegati e schiavi del Qatar, Qalid Mishal e Haniyah. L’importo dell’operazione, 8 miliardi dollari, sarebbe stato pagato dal contribuente statunitense e intascato dai Fratelli musulmani egiziani e palestinesi. Ecco perché Barack Hussein Obama ha sostenuto fino all’ultimo secondo Muhammad Mursi, la Fratellanza musulmana aveva venduto 25000 Kmq del Sinai per governare l’Egitto.

198339_508081765877888_1230558253_nDalla sua nascita in Egitto nel 1928, la Fratellanza musulmana ha offerto i propri servizi all’intelligence inglese in cambio del potere. Ha potuto ridurre il Corano a un volgare manuale politico, affiancare la causa inglese contro il nazionalismo arabo, scatenare il wahhabismo saudita contro il nasserismo… perché non vendere metà del Sinai? Vende terra, padri, madri, fratelli e figli per soldi o per potere. Tuttavia, quando la questione fu rivelata dalla stampa egiziana, dopo la rivolta patriottica egiziana, molti non volevano crederci. E’ vero che il caso sembrava così incredibilmente scandaloso e spregevole. Questa è disinformazione per screditare gli islamisti, dissero alcuni. Questa è manipolazione per legittimare il “golpe” del Generale al-Sisi, pensarono altri. Maestri dell’arte della dissimulazione e della disinformazione, gli islamisti hanno anche tentato di gettare la propria infamia sui loro avversari, affermando che sarebbe stati gli statunitensi a rovesciare Mursi in favore di al-Sisi, la cui madre, aggiunse la propaganda antisemita e islamista, sarebbe ebrea! Un vecchio riflesso antisemita che gli islamisti hanno usato contro Nasser, Burguiba e Gheddafi.
Rivelato nel luglio 2013, il caso del Sinai eppure sembrava ancora più evidente da quando Barack Hussein Obama aveva riconosciuto i fatti davanti a una forte interrogazione della Commissione d’inchiesta del Senato, il 12 settembre 2013. I senatori degli USA volevano sapere il costo finanziario del fallimento statunitense in Egitto. 28 miliardi dollari, secondo l’ammissione del presidente degli Stati Uniti. 20 miliardi di dollari pagati agli islamisti egiziani, tunisini e libici prima delle “elezioni” in questi tre Paesi, e 8 miliardi destinati ai Fratelli musulmani egiziani e ai loro accoliti di Hamas, per la porzione di territorio preso dal Sinai. Il 17 agosto 2013, l’intellettuale egiziano Henri Bulad scrisse: “Gli accordi segreti di Mursi per vendere ai suoi vicini l’Egitto, pezzo per pezzo: 40% del Sinai ad Hamas e ai palestinesi, la Nubia ad Omar al-Bashir e la porzione occidentale del territorio alla Libia…” Il giornalista algerino Mohsen Abdelmumen rivelò già nel luglio 2013 che “il presidente islamista egiziano ha concluso un contratto sconcertante per vendere il 40% del territorio del Sinai ai rifugiati palestinesi. Non è certo una dimostrazione di solidarietà nei confronti del popolo palestinese, ma piuttosto di una transazione pagata dal Tesoro degli Stati Uniti, dove la Fratellanza musulmana ha intascato 8000 milioni di dollari. Il documento della transazione firmato dal deposto presidente Mursi, dal leader supremo della Fratellanza musulmana Muhammad Badie e da Qairat al-Shatir, il miliardario islamista dell’import-import, fu inviato dal generale al-Sisi al senato degli Stati Uniti. Un membro del precedente governo Mursi non aveva paura di dichiarare che tale operazione era redditizia per i Fratelli musulmani, Obama, Israele e Hamas… Intervistato nei giorni scorsi dal senato degli Stati Uniti, Obama ha tentato disperatamente di salvarsi invocando un simulacro di ragion di Stato e la presunta intenzione di voler “risolvere” il conflitto israelo-palestinese, optando per la soluzione della sostituzione della patria del popolo palestinese” (Algérie Patriotique, 20 luglio 2013).
A fine luglio 2013, il pensatore egiziano Samir Amin dichiarava che “Sì, queste informazioni sono accurate. Ci fu un accordo tra Mursi, gli statunitensi, gli israeliani e i ricchi compari dei Fratelli musulmani di Hamas a Gaza (…) Il piano di Mursi era vendere il 40% del Sinai a un prezzo insignificante non al popolo di Gaza, ma ai ricchissimi del territorio palestinese, che vi avrebbero portato dei lavoratori. Era un piano israeliano per facilitargli il compito di espellere i palestinesi, a cominciare da quelli di Gaza, nel Sinai in Egitto in modo che potessero più facilmente colonizzare il resto della Palestina, ancora araba per via della popolazione. Il piano israeliano fu approvato dagli Stati Uniti e quindi anche da Mursi. Quando la sua attuazione era iniziata, l’esercito entrò in gioco e reagì patriotticamente, cosa che va a suo onore, e disse: “Non si può vendere il Sinai a nessuno, siano anche i palestinesi e per facilitare un piano israeliano.” Fu a questo punto che l’esercito entrò in conflitto con gli statunitensi e Mursi. (Algérie Patriotique, 26 luglio 2013). Si ricordi qui che la metà del Sinai che gli islamisti si stavano preparando a vendere, fu conquistata in guerra e dopo amari negoziati con gli israeliani. Il Sinai, penisola egiziana di circa 60000 kmq, si trova tra il Mediterraneo e il Mar Rosso. Il suo confine terrestre è il Canale di Suez ad ovest e il confine israelo-egiziano a nord-est. Il Sinai è in gran parte popolato da beduini della penisola arabica, tribù con filiazioni in Giordania e Palestina. Perso nel 1967, il Sinai fu riscattato da Sadat con la guerra dello Yom Kippur (1973) e gli accordi di pace tra Israele ed Egitto (1979), che previdero per l’Egitto la piena sovranità sul Sinai. Le sue due principali città, Sharm al-Shaiq e Taba, Hosni Mubaraq ne fece la vetrina turistica dell’Egitto.
Qui ora per i nostri lettori la traduzione delle recenti osservazioni del presidente dell’Autorità palestinese, Mahmud Abbas:
Ho parlato apertamente con il Presidente Mursi e gli ho detto che non avremmo potuto mai accettare tale piano.”

Avete discusso con lui del piano? Chiede la giornalista
Sì, certo, sono stato molto chiaro con lui. Gli ho detto che Israele vuole trasferire Gaza in Egitto, che avrebbe distrutto il progetto nazionale palestinese. Gliel’ho detto con franchezza.”

Che vi ha risposto? Domanda la giornalista della CBC
Mi ha detto altre cose di cui non voglio parlare qui. Spero che lo faccia lui stesso un giorno. Ma, francamente, mi ha notevolmente sconvolto.”

La giornalista della CBC: non l’ha detto, ma quanti sono 1 milione, 1 milione e mezzo!
Sì, ha detto OK, lo faranno a Shubra. Ma la questione non era quanti erano e dove li avremmo messi. Il problema era politico, nazionalista e arabo. Il suo discorso non mi è piaciuto e mi fece capire che non avremmo potuto mai accettarlo. Francamente, abbiamo respinto categoricamente il piano.

E la giornalista della CBC commentava: “il concetto di nazione non è chiaro in patria. Né della nazione egiziana, né della nazione palestinese“.
Con o senza il consenso di Mahmud Abbas, Muhammad Mursi stava per concludere questo “affare” tanto più che 8 miliardi dollari li aveva già incassati. Guidati dal satrapo del Qatar, Qalid Mishal e Haniyah concordavano e avevano già preso la loro parte. Fortunatamente per l’Egitto, il Generale Abdelfatah al-Sisi, grazie a 30 milioni di manifestanti egiziani, poté sabotare questo piano diabolico che avrebbe consentito a Barack Hussein Obama di apparire nella storia come il presidente statunitense che avrebbe risolto il conflitto israelo-palestinese… al prezzo più basso.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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