Mosca è pronta per un riavvicinamento strategico con Teheran

Nikolaj Bobkin, Strategic Culture Foundation 26/03/2014
amiri20130917114154510L’espansione militare degli Stati Uniti di solito è accompagnata da un appuntamento fisso nella politica estera statunitense: la pressione delle sanzioni contro la Russia. Gli USA ora agiscono senza riguardo per il diritto internazionale, costruendo la propria coalizione contro la Russia e l’Iran. Ma adesso Mosca e Teheran agiscono in comune per costringere gli statunitensi a prendere in considerazione e rispettare gli interessi nazionali dei nostri Stati. Esemplificativo a tal proposito, è il serio aggiustamento della posizione della Russia sull’Iran, in particolare nei negoziati sul programma nucleare iraniano e la situazione della Siria. Recentemente, il segretario di Stato John Kerry ha detto che sulla questione della crisi in Ucraina contro la Russia, Stati Uniti considerano “tutte le opzioni”. Dopo il ritorno della Crimea alla Federazione russa, alcuni funzionari degli Stati Uniti hanno esortato l’adesione nella NATO di Ucraina, Georgia e Moldova, nonché a schierare truppe e aerei statunitensi in Polonia e nei Paesi baltici. Una rappresaglia degli Stati Uniti contro la Russia e l’occidente presumibilmente dovrebbe giusto adottare altre misure dannose per gli interessi russi. Sull’Iran gli USA rimangono fedeli alle stesse “opzioni”. Nonostante gli sforzi di Teheran, il presidente Obama afferma che l’opzione militare è ancora in vigore, e l’Iran non ha fornito agli statunitensi assicurazioni convincenti sul non impegno nella creazione di armi nucleari. Come la Russia, l’Iran è circondato basi militari. Gli Stati Uniti hanno lasciato l’Iraq per il potente gruppo del Golfo, hanno un grande contingente in Afghanistan e minacciano l’espansione della NATO nei Paesi del Caucaso meridionale, in realtà minacciando di trasformare l’Azerbaigian in un trampolino di lancio per la guerra contro la Repubblica islamica.

Il programma nucleare dell’Iran, oggetto di particolare attenzione
Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif sottolinea che “il suo Paese e la Russia hanno interessi comuni e Teheran conta sull’aiuto di Mosca nel raggiungere un accordo definitivo“. Il Viceministro degli Esteri Sergej Rjabkov, che dirige la delegazione russa ai colloqui dei “Sei”, dice che “la Russia risponderà “alzando la posta” dei negoziati sul programma nucleare iraniano, tenendo conto degli sviluppi in Ucraina“. Teheran ha il diritto di aspettarsi che Mosca risponda ponendo severi requisiti nel far rispettare all’occidente le disposizioni per il ritiro graduale delle sanzioni all’Iran. Attualmente vi sono quattro risoluzioni per le sanzioni contro l’Iran, oltre a quelle che violano il diritto internazionale: le sanzioni unilaterali di Stati Uniti ed Unione europea, che la Russia vede come una riduzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e ritiene che illegittimamente danneggino i negoziati. Ciò è dovuto agli Stati Uniti che seguono una politica non dettata dal diritto internazionale ma dalla legge della forza. Perché l’ONU ancora non risponde? Ad esempio, nelle ultime tre settimane, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha tenuto otto riunioni sulla crisi in Ucraina, il cui elemento chiave è il desiderio d’isolare diplomaticamente la Russia. Gli Stati Uniti non comprendono l’inutilità di tali sforzi, perché Mosca da membro permanente del Consiglio può porre il veto su qualsiasi decisione di tale organismo. Come per tutte le ultime risoluzioni anti-Iran che la Russia non ha supportato. Ora il Cremlino ha una reale ragione nel considerare le azioni statunitensi mettere a repentaglio la positiva conclusione dei negoziati a “sei” con l’Iran sul suo programma nucleare. Infatti, fino a poco tempo fa, anche il disaccordo sulla questione siriana non ha impedito alla Russia e ai membri occidentali dei “sei” di avere una posizione consolidata sull’Iran. La situazione in Ucraina ha portato alla peggiore crisi da “guerra fredda” nelle relazioni tra Russia e occidente. Washington teme che la Russia non sarà più incline al compromesso, e Teheran potrebbe avere la possibilità di “stare con noi”, cioè di uscirsene da tale situazione senza concessioni importanti. Parliamo delle sanzioni che l’occidente usa quale principale strumento di pressione su Teheran. Recentemente, durante un viaggio negli Stati Uniti, Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione congiunta al Comitato dell’American Israel Public Affairs (AIPAC) e alla Federazione ebraica del Nord America (JFNA) sulla disponibilità ad appoggiare nuove sanzioni contro l’Iran. Sostituendo l’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA), Tel Aviv si è nominato ispettore capo dell’accordo con Teheran dei “sei”, e gli statunitensi l’aiutano su ciò.
Negli Stati Uniti le sanzioni antiraniane sono diventate una follia nazionale. Il professore di psicologia statunitense Joy Gordon, nel suo recente articolo “Il costo umano delle sanzioni contro l’Iran“, ha citato un caso negli Stati Uniti di studenti iraniani cui fu negato in un negozio Apple, nello Stato della Georgia, di comprare iPad. Questa è pura discriminazione etnica, perché negli USA non esiste una legge che vieta alle aziende statunitensi di vendere ai cittadini di origine iraniana beni elettronici di consumo. I cittadini di origine iraniana non riescono a trovare una banca per inviare denaro ai genitori. Le aziende farmaceutiche con contratti legali con partner iraniani, non possono effettuare i pagamenti ed inviare medicine in Iran. Ha ragione il Presidente Ruhani quando valuta le sanzioni degli Stati Uniti come violazione inaudita dei diritti degli iraniani. Le decisioni delle Nazioni Unite non hanno alcun regione per tale cinismo statunitense, la posizione dell’Iran deve essere sostenuta dalla Russia nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove è logico discutere le decisioni della comunità internazionale e degli obblighi previsti dagli accordi di Ginevra sul programma nucleare iraniano. A quanto pare, è necessario porre la questione degli accordi USA-UE sulla revoca delle sanzioni. E gli statunitensi hanno sempre bisogno di chiedere il più spesso possibile all’arbitro a capo della comunità internazionale, relazioni sul “lavoro svolto”. Ciò che definiscono bianco oggi, agli occhi della comunità mondiale ha un aspetto molto nero. Non c’è alcun dubbio sul fatto che per il Consiglio di Sicurezza, tale pratica è svantaggiosa, perché molte decisioni recenti degradano le azioni del Consiglio nel mondo con la scusa delle pressioni statunitensi. Così è stato, ad esempio, rivedendo l’invito all’Iran per la conferenza internazionale sulla Siria di “Ginevra-2″.

Nella questione siriana, spalla a spalla con l’Iran
Ricordiamo che non c’è alcun disgelo nelle relazioni tra Washington e Teheran, alcuna concessione diplomatica iraniana nei negoziati sul programma nucleare iraniano cambierà la posizione degli Stati Uniti nel respingere la presenza dell’Iran nella riconciliazione siriana. Supportando l’invito all’Iran del segretario generale Ban Ki-moon, la Russia non ha convinto l”amministrazione statunitense sulla fattibilità della partecipazione iraniana. Il Cremlino procedeva dal fatto che il successo di “Ginevra-2″ fosse possibile solo se la rappresentanza di tutti, compreso l’Iran, avrebbe soprattutto influenzato la crisi in Siria. Tuttavia, rimanendo agli eventi principali in Siria, Teheran fu spinta dagli sforzi internazionali per risolvere il conflitto. Washington voleva provocare l’Iran e infastidire Mosca, che ha dimostrato correttezza politica, o meglio non ha mostrato sufficiente durezza. L’Iran non poteva non notarlo, molti esperti hanno ritenuto che l’indecisione del Ministero degli Esteri russo, nel contesto delle aspirazioni condivise dalla Russia, era dovuta al fatto che non volesse aggravare i rapporti con gli Stati Uniti. Secondo gli iraniani, la ricerca di una partnership paritaria con l’occidente non ha senso. Stati Uniti e NATO non hanno abbandonato l’introduzione violenta di norme contrarie a politica estera, interessi nazionali o tradizioni, religione e cultura di altre nazioni. Le azioni di Stati Uniti e occidentali in Siria, Libia, Iraq, Afghanistan sono la conferma visiva di tale posizione. Sorprendentemente, anche il capo della diplomazia dell’Unione europea Catherine Ashton che, senza il consenso di Londra non berrebbe nemmeno un sorso d’acqua, sempre sullo sfondo della crisi ucraina, ritiene assai importante il ruolo della Russia nella risoluzione del conflitto siriano. Parlando ad un forum internazionale a Bruxelles, ha notato che quando si parla di politica estera, “la Russia ha un ruolo”. L’UE ha bisogno di Mosca per risolvere il problema con la Siria e l’Iran, ma la solidarietà della Russia con l’occidente è ora necessaria su questi temi? La situazione attuale dell’Ucraina è dovuta a Stati Uniti, Germania e Francia. Contavano sul denaro di Arabia Saudita, Qatar e monarchie del Golfo, sul coinvolgimento attivo dei servizi speciali d’Israele, dal 2004, quando iniziarono ad interferire grossolanamente negli affari interni dell’Ucraina, organizzando, lanciando e sostenendo il piano “Majdan”, inasprendo il conflitto tra Janukovich e l’opposizione mentre la Russia chiedeva un atteggiamento sobrio e il consolidamento del popolo ucraino. Il “ruolo” russo qui non gli era necessario, Ashton non cercava di cambiare in qualche modo la posizione dell’Unione europea, attivamente coinvolta nelle vicende ucraine. Sembra che un esempio di risposta diplomatica russa possa essere un azione del ministro degli Esteri iraniano. Una settimana fa, prima dell’inizio del successivo round di colloqui a Vienna, era prevista una cena tra Ashton e Zarif durante la visita a Teheran, tuttavia gli iraniani l’hanno pubblicamente annullata in segno di protesta contro il programmato incontro della baronessa con l’opposizione iraniana. L’incontro con l’opposizione iraniana fu preparata con speciale segretezza da esperti dell’Unione Europea e si tenne presso l’ambasciata austriaca. L’ambasciatore austriaco fu convocato urgentemente al Ministero degli Esteri e la leadership iraniana protestò ufficialmente con l’Austria, avendo ragione di ritenere le azioni di Ashton una provocazione. Infatti, perché per la prima visita di uno dei capi dell’Unione europea in Iran in sei anni, e dopo le riunioni ufficiali con esponenti politici iraniani, tra cui il Presidente Hassan Rouhani, Ashton aveva bisogno di tale incontro? Soprattutto il tema chiave della sua visita era discutere il programma nucleare iraniano con una superficiale e discutibile irrilevante opposizione iraniana. Gli iraniani hanno ragione a reagire bruscamente agli occidentali che trascurano la loro sovranità nazionale, quando non rispettano le loro tradizioni e abusano della loro ospitalità. La diffidenza iraniana verso l’occidente può essere assunta dalla Russia non solo sulla Siria, ma anche sul problema afghano.

L’Afghanistan senza gli statunitensi, il nostro obiettivo comune
Le speranze degli Stati Uniti di concludere un accordo con l’Afghanistan sul rischio per la sicurezza non sono reali. Nonostante le intimidazioni alla leadership afgane per le implicazioni sul ritiro completo delle truppe statunitensi, il presidente Hamid Karzai sembra aver finalmente deciso di non firmare l’accordo presentatogli. L’amministrazione Obama, su tale questione, appare esplicitamente nel panico e, come sempre, ne accusa numerosi rivali geopolitici. Il sostegno dell’accordo è favorito da India, Pakistan, Turchia, in Asia Centrale l’unico Paese che si oppone è l’Iran. Teheran crede che la presenza militare di Stati Uniti e NATO avrebbe conseguenze negative per l’Afghanistan e  l’intera regione. Le preoccupazioni degli iraniani sull’Afghanistan che potrebbe diventare una leva con cui gli Stati Uniti sfrutterebbero le minacce al confine con l’Afghanistan, sembrano pienamente giustificate. Riguardo la Russia, il ministero degli Esteri russo ha negato la notizia secondo cui il Presidente Vladimir Putin ha esortato l’Afghanistan a firmare l’accordo (tali messaggi provenivano dagli statunitensi). Contro l’accordo Mosca ha agito pubblicamente, anche se in questo caso la nostra diffidenza non era chiara agli iraniani. Gli statunitensi, nel calore anti-russo per il loro fallimento in Afghanistan, vi vedono la “mano del Cremlino” che cerca di ripristinare l’”occupazione sovietica”. La Casa Bianca ha detto che ora che la guerra in Afghanistan giunge al termine, la Russia “rafforza la sua posizione” in Ucraina e Medio Oriente. La posizione inaspettata del presidente afghano Hamid Karzai, con cui il suo Paese rispetta la decisione della Repubblica autonoma di Crimea di aderire alla Russia come espressione della propria libera volontà, non è accettata dagli USA. Ignorano la leadership dell’Afghanistan e il suo tentativo di abbandonare la  “democrazia” statunitense. In oltre 12 anni di occupazione NATO dell’Afghanistan, sono morti più di duemila soldati statunitensi e circa un migliaio di altri Paesi della NATO. Il numero esatto di vittime tra la popolazione civile dell’Afghanistan non può essere contato. Secondo varie fonti, vanno da 18 a 23mila civili. Molte le vittime di azioni errate o inette delle truppe NATO. Gli Stati Uniti hanno speso più di 100 miliardi dollari in assistenza non militare, ma gli afghani credono che il denaro stanziato da Washington sia finito ai loro burattini. E’ triste, ma la vera crescita è evidente solo nell’economia della droga, una conquista davvero sconcertante per gli Stati Uniti. L’Afghanistan è diventato il maggiore produttore mondiale di droga, il cui transito è combattuto  con maggior successo proprio dall’Iran, sulla via della morte bianca per l’Europa. Si noti che la droga, importante, ma non principale fonte di finanziamento dei taliban, passa principalmente dagli alleati degli Stati Uniti nel Golfo Persico. Non c’è nulla di sorprendente nel fatto che Teheran si opponga all’intervento dell’Arabia Saudita e delle monarchie del Golfo in Afghanistan, e ciò non contrasta gli interessi della Russia. E in questo senso il potenziale non usato dei nostri Paesi è elevato, abbiamo bisogno di soluzioni innovative in Medio Oriente e di passi coraggiosi senza riguardo per gli statunitensi, e soprattutto dei loro amici implacabili che seminano guerra e sangue.

E’ tempo di agire senza gli statunitensi
Il presidente russo Vladimir Putin ha detto che “la situazione in Ucraina, come uno specchio, riflette ora ciò che è accaduto negli ultimi decenni nel mondo. Dopo la scomparsa del sistema bipolare, il pianeta non ha più stabilità. La fede degli statunitensi nella loro esclusività, li ha autorizzati a decidere il destino del mondo“, gli Stati Uniti elemosinano una risposta adeguata. Parliamo di un errore grossolano degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei. In tale situazione, l’Ucraina ne soffre  più di altri, però, con l’introduzione di sanzioni di ritorsione verso Mosca prive di motivi umanitari. Chiaramente gli Stati Uniti non aiuteranno il popolo ucraino, l’Ucraina non avrà la sponsorizzazione statunitense che ha lo Stato d’Israele. La strategia vaga e pericolosa del presidente Obama, dell’imprevedibile generazione dei “baby boomers“, potrà divenire assai sensibile alla “risposta iraniana” di Mosca. In primo luogo, dobbiamo ripristinare urgentemente la piena cooperazione tecnico-militare con l’Iran, senza badare agli Stati Uniti e alle sue limitazioni. La recente risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che vieta il PTS con Teheran può essere ignorata. La leadership iraniana s’è impegnata a stipulare a luglio di quest’anno l’accordo finale sul suo programma nucleare, che dovrebbe abolire le sanzioni internazionali con la formalità del protocollo delle Nazioni Unite. Qualsiasi speculazione a tale proposito del segretario generale Ban Ki-moon, i suoi tentativi di guadagnare tempo con falsi pretesti, l’isteria di Stati Uniti, Francia, Israele e altri Stati riluttanti a far uscire dalle sanzioni all’Iran, vanno semplicemente ignorati. La riluttanza dell’UNSC nel risolvere tale problema, inoltre, non deve fermare la Russia, l’elevata dipendenza dell’ente e del suo segretario generale dagli Stati Uniti, lo si nota quando si concentrano senza alcuna ragione sull’approvazione degli Stati Uniti.
Sulla via del ritorno alla cooperazione militare con l’Iran v’è una pietra posta sul sentiero, che non è un segreto per nessuno. La causa dell’Iran con la Russia in connessione con il fallimento del contratto per la fornitura dei sistemi missilistici di difesa aerea S-300 sarà revocata nel caso Teheran abbia serie garanzie russe. La causa sarà ritirata dagli iraniani e la perdita finanziaria compensata con nuovi contratti. Nel frattempo, l’avvio di negoziati non può essere impedito. Le grandi aziende occidentali, anche degli Stati Uniti, hanno già piazzato i loro manager nei migliori alberghi di Teheran in attesa dell’avvio del mercato energetico iraniano, senza attendere la revoca delle sanzioni delle Nazioni Unite. In secondo luogo, se l’Iran ha interesse nella mediazione della Russia nell’esportazione del petrolio, è possibile procedere senza esitazioni. Inoltre, anche se Teheran non adotta ora tale richiesta, ha senso dichiarare al mondo intero che l’embargo unilaterale sulle importazioni di petrolio iraniano di Stati Uniti e Unione europea, in elusione delle Nazioni Unite, non viene attuato dalla Russia. Commercia con chi vuole e l’Iran è pronto a farlo di nuovo, ricevendo un trattamento speciale. Dopo tutto, gli statunitensi sono sempre stati amici con qualcuno e nemici di qualcun altro. In terzo luogo, non si può ignorare il blocco finanziario dell’Iran. I problemi causati da ciò nell’ultimo anno, hanno ridotto il nostro fatturato a 1,5 miliardi di dollari. A causa delle sanzioni degli Stati Uniti e occidentali la Russia sul mercato iraniano ha perso oltre 10 miliardi, e la perdita di profitti nel corso degli anni ammonta a decine di miliardi di dollari. Per ciò per quale regione dobbiamo sopportare tali costi? I recenti tentativi da parte della Russia di attuare meccanismi di compensazione con l’Iran sono lenti per via della possibile reazione di Washington a un business bancario russo inattivo. Iran e India, per esempio, in questo caso hanno agito in un altro modo: hanno deciso di comprare petrolio con l’oro, rivelandosi molto più efficiente. Tuttavia, in definitiva sarebbe più affidabile allontanarsi del tutto dal dollaro USA. Russia e Cina ne parlano da tempo, hanno così accumulato enormi quantità di oro. Se Vladimir Putin dice che gli Stati Uniti mettono in pericolo l’economia mondiale con l’abuso del monopolio del dollaro, non solo afferma un fatto, ma senza dubbio rende ammissibile l’adozione di misure preparatorie. In questa ricerca, l’Iran sarà al 100 per cento un nostro aperto alleato contro il dollaro in declino, come pochi anni fa. Il petrolio iraniano venduto in euro, mentre il dollaro domina sul reale meccanismo direttamente dipendente da Washington, dagli iraniani viene visto come un simbolo del colonialismo. Infine, si segnala l’opportunità di tornare ai grandi progetti pubblici nelle relazioni economiche con l’Iran. L’imprenditoria privata russa ha bisogno di garanzie governative per avviare la ripresa economica dell’Iran, dove, non senza ragione, con l’abolizione delle sanzioni è prevista una rapida crescita economica. Iran e Russia hanno deciso di costruire nuovi reattori nucleari, negoziano sulla partecipazione della Russia allo sviluppo dell’industria del petrolio e del gas del Paese, e vi è una serie di altre proposte iraniane. Ad esempio, per lo sviluppo delle ferrovie, il governo iraniano prevede di raccogliere 35 miliardi di investimenti. In breve, ci sono prospettive di buon vicinato capaci di colpire l’immaginazione militante statunitense, volta a nuove guerre e caos per rafforzare i propri monopoli.
Si prepara la visita di Vladimir Putin in Iran, quest’anno. Tra l’altro, a causa dell’assenza degli altri membri del G-8 al vertice di giugno a Sochi, è apparsa una via e il presidente russo potrà pianificare con sicurezza la visita a Teheran nei giorni i cui il vertice si terrà a Bruxelles, senza la Russia. Entrambe le parti, oltre a un’ulteriore espansione ed approfondimento del partenariato regionale possono giungere alla firma del “Grande Trattato” sulla cooperazione nel quadro della nuova agenda bilaterale. L’Iran è interessato a una maggiore cooperazione con la Russia nell’energia nucleare, e alla svolta al massimo livello richiesta dalla preparazione della Convenzione sullo status giuridico del Mar Caspio, e vi è l’interesse reciproco ai progetti comuni su petrolio e gas, spazio, tecnologie innovative per lo sviluppo delle infrastrutture dei trasporti del’Iran. La Russia può ora abbandonare il principio della costruzione delle relazioni con gli altri Paesi badando alla reazione degli Stati Uniti. Il nostro motto deve essere altro. E qui ricordiamo il saggio proverbio persiano: “Il cane abbaia, ma la carovana passa“.

iran-and-russia-geostrategic-oil-and-gas12La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sulayman Shah, le elezioni in Turchia e l’invasione della Siria

Mahdi Darius Nazemroaya Strategic Culture Foundation 30/03/2014

TURKEY-GOVERNMENT-PARLIAMENTGli oppositori turchi del primo ministro Recep Tayyip Erdogan e del suo governo assediato, sostengono che un Erdogan in difficoltà può tentare di avviare un conflitto con la Siria e addirittura invaderne il territorio. Secondo gli oppositori di Erdogan, lo scopo dell’invasione turca della Siria per Erdogan sarebbe richiamare i sentimenti patriottici. Lo scopo è manipolare la popolazione turca in sostegno del primo ministro Erdogan e del partito Giustizia e Sviluppo (AKP) in declino, nelle elezioni comunali programmate per il 30 marzo 2014…
Vi è una serie di eventi che sempre più accredita tali argomentazioni e accuse alla dirigenza dell’AKp. La prima afferma che Ankara sia preoccupata da una reliquia storica nel territorio siriano nota come Tomba di Sulayman Shah. A seguito di presunte e discutibili minacce da parte delle forze antigovernative siriane contro la Tomba di Sulayman Shah, il 16 marzo 2014 la Turchia ha autorizzato le sue truppe ad entrare nel territorio siriano per proteggere il sito. Sulla base di un accordo firmato da Francia e Turchia nel 1921, prima che la Siria diventasse una repubblica indipendente, la tomba di Sulayman Shah è considerata territorio turco, anche se si trova in Siria. Truppe turche sono stazionate per proteggere il sito. Dopo la proclamazione di Ankara che avrebbe difeso la Tomba di Sulayman Shah, la Turchia ha abbattuto un jet militare siriano il 23 marzo 2014. A ciò seguì uno scandalo politico legato a YouTube. Le conversazioni di funzionari turchi che parlano di come fabbricare un pretesto per invadere la Siria trapelarono su YouTube il 27 marzo 2014. I video di YouTube sono analoghi alla conversazione sul cambio di regime ucraino di Victoria Nuland del dipartimento di Stato USA. Le conversazioni trapelate rientrano negli schemi della lotta intestina in Turchia, con cui conversazioni di Erdogan e funzionari turchi erano già trapelate in precedenza.

L’abbattimento dell’aereo siriano da parte della Turchia
Se le affermazioni degli oppositori turchi di Erdogan sono reali, cosa rivelano riguardo l’abbattimento di un jet militare siriano per mano dei militari turchi alla fine di marzo 2014? Ankara ha sostenuto inizialmente che l’aereo siriano aveva violato lo spazio aereo assieme ad un altro aereo militare siriano che si ritirò. Il governo turco sostiene anche che avvisò quattro volte il jet militare siriano prima di abbatterlo, ma il governo siriano dice categoricamente che Ankara mente e che il jet siriano era in missione di combattimento nello spazio aereo siriano. Lo Stato Maggiore delle Forze armate turche ha rilasciato una dichiarazione sull’incidente vicino al confine turco-siriano.  Mettendo  in dubbio le affermazioni di Ankara secondo cui il suo spazio aereo era stato violato, l’esercito turco ha affermato che l’aereo militare siriano si era schiantato a 1,2 chilometri nel territorio siriano. La dichiarazione dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate turche dice che l’aereo siriano è caduto a “1200 metri a sud del confine siriano nella regione di Qasab”. La geografia di Qasab è importante. Si tratta di una città armena vicino al confine turco nel governatorato di Lataqia e del suo Distretto. Anche se il governatorato di Lataqia è noto soprattutto per essere la provincia siriana con un’alta concentrazione di alawiti, la sua parte settentrionale è abitata da armeni cristiani. Città come Esguran e Qaradash sono popolate da armeni. Qasab è anche un nome da ricordare; sarà menzionata da altre fonti. Le notizie sulla città siriana dipingono il quadro di un certo tipo di operazione turca. E’ anche interessante notare quanto l’Osservatorio siriano per i diritti umani inglese ha detto dell’abbattimento del jet siriano da parte turca. L’Osservatorio siriano per i diritti umani non è amico del governo siriano. Ha sostenuto il cambio di regime in Siria ed ha fabbricato numerose informazioni sul conflitto siriano solo per promuovere le milizie antigovernative e le idee per il cambio di regime a Damasco. Nonostante la sua posizione antigovernativa, l’Osservatorio siriano per i diritti umani ha detto che l’esercito turco ha “colpito un cacciabombardiere siriano in quanto ha colpito le zone della provincia settentrionale di Lataqia” mentre l’aereo militare siriano era impegnato in un attacco contro i ribelli antigovernativi.
Indipendentemente dai fatti, il primo ministro Erdogan e il suo governo hanno minacciato una “risposta forte” contro i siriani. Giorni dopo l’abbattimento l’aereo siriano, Ankara ha iniziato una campagna retorica per ritrarsi come parte che reagisce a provocazioni. Il governo turco ha affermato che in precedenza  aerei da guerra turchi erano decollati per evitare che un aereo siriano violasse lo spazio aereo turco e che l’esercito siriano molestava continuamente i jet militari turchi che pattugliavano lo spazio aereo turco, puntando i radar o sparando contro i turchi. Due punti devono essere chiariti in merito a quest’ultima accusa turca sul radar: non ha alcun valore giuridico né segnala alcuna aggressione contro la Turchia da parte dei siriani. A differenza del disturbo delle frequenze, il puntamento su un bersaglio con un sistema di tracciamento radar non è un atto di aggressione o una violazione della sovranità. Il risentimento di Ankara è puramente retorico e in contrasto ai fatti riguardanti le procedure militari difensive. Le unità che sono bersaglio di un puntamento radar sono consapevoli di essere seguite da un sistema di tracciamento difensivo che può sparargli, ma ciò non è una mossa offensiva, è chiaramente difensiva da parte di Damasco. Le  unità siriane puntando contro i jet turchi, indicano che la Siria non si fida del governo turco e che l’esercito siriano controlla gli aerei da guerra turchi nello spazio aereo turco per precauzione. La ragioni di ciò è che i siriani ritengono che gli aerei da guerra turchi potrebbero violare lo spazio aereo siriano o condurre un certo tipo di missione contro la Siria, in ogni momento.

Un’offensiva turca nel governatorato di Lataqia?
Al momento si faccia attenzione alla Tomba di Sulayman Shah. Tale mausoleo si trova nella parte settentrionale del Governatorato di Aleppo in Siria. Prima dell’abbattimento del jet militare siriano, il governo dell’AKP del premier Erdogan aveva più volte detto di essere preoccupato per la sicurezza della cripta. Sulayman Shah era un capo tribù dell’Asia centrale, di Merv, che si trova in Turkmenistan. Ciò che lo rende noto è che fu il nonno di Osman I, il fondatore dell’Impero Ottomano. Questo è il motivo per cui la tomba di Sulayman ha importanza storica per i turchi. Nonostante i tre anni di combattimenti, il sito storico turco non è mai stato minacciato dal governo o dagli insorti in Siria. Ankara, tuttavia, ha iniziato a sostenere di temere che i suoi alleati ribelli in Siria avrebbero attaccato il sito. Così l’allarme è stato lanciato dall’AKP circa la sicurezza del mausoleo. Il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu tenne una conferenza a Van sulle preoccupazioni del governo. Il ministro degli Esteri Davutoglu però andò oltre le preoccupazioni delle autorità turche. Davutoglu promise che la Turchia avrebbe reagito senza la minima esitazione a qualsiasi attacco alla Tomba di Sulayman Shah. Ha anche chiarito che la Turchia si preparava ad intervenire se il sito e l’unità di guardia turca che vi staziona venissero attaccati. Vatan, giornale turco, subito sottolineò che ciò che Davutoglu intendeva dire era che la Turchia si preparava ad inviare truppe presso Aleppo. Minacce contro il sito storico sotto forma di video caricato su YouTube apparvero alcuni giorni dopo. Nel video i ribelli antigovernativi in Siria avvertivano il governo turco che aveva un paio di giorni per cedere il sito storico o l’avrebbero distrutto. Il video fu caricato il 21 marzo 2014. Nello stesso periodo, con l’abbattimento del jet militare siriano, fu  anche riferito da fonti turche, con diversi gradi di enfasi, che le forze armate turche avevano inviato unità terrestri nella città siriana di Qasab e dintorni. Alcune fonti dissero che le unità turche  scortavano illegalmente i ribelli antigovernativi in territorio siriano, che i feriti venivano inoltre accolti negli ospedali da campo militari turchi (simili a quelli che Tel Aviv ha creato per i ribelli sulle alture occupate dagli israeliani del Golan), e che l’esercito turco è coinvolto nell’espansione dei combattimenti in Siria.
Ciò che è chiaro è che la Turchia aiuta militarmente gli insorti nell’offensiva su Qasab e Distretto di Lataqia contro l’esercito siriano. L’abbattimento del velivolo siriano fa parte del sostegno turco a tale operazione contro la Siria. Le forze antigovernative in Siria avrebbero affermato di aver catturato e occupato Qasab durante questo periodo. Negli Stati Uniti, l’Armenian Bar Association inviava una lettera di denuncia al governo degli Stati Uniti, il 25 marzo 2014. Esigeva che l’amministrazione Obama condannasse l’incursione militare turca su Qasab. I membri della comunità armena avrebbero dichiarato la Turchia giuridicamente responsabile delle violenze in Siria e dei disagi e morti tra gli armeni di Qasab e del governatorato di Lataqia.

Fughe di guerra: Erdogan e Davutoglu colti in flagrante come Nuland ed Ashton?
La bomba delle rivelazioni esplose poco dopo. Le conversazioni trapelate tra i funzionari turchi sulle prossime elezioni e i loro piani in Siria furono diffuse. Le fughe avvennero con due video su YouTube caricati il 27 marzo 2014. Un video dura poco più di sette minuti, mentre l’altro è di circa nove minuti. Erdogan ha dovuto affrontare un flusso costante di fughe che denunciano rapporti e  attività occulte del suo governo. L’AKP ha accusato i gulenisti, influente movimento internazionale diretto da un predicatore turco-statunitense, per tali fughe. Anche se le ultime fughe potrebbero eventualmente essere parte del conflitto interno in Turchia, potrebbero anche essere opera di un’agenzia d’intelligence straniera. Le fughe dei funzionari degli Stati Uniti e dell’Unione europea hanno dimostrato l’aumento dell’efficienza nel divulgare conversazioni segrete governative denuncianti agende occulte. La fuga sull’assistente-segretaria Victoria Nuland e il diplomatico statunitense Geoffrey Pyatt, illustrano che l’obiettivo di Washington in Ucraina è il cambio di regime e l’installazione di Arsenij Jatsenjuk a primo ministro. Una fuga riguardava più tardi Catherine Ashton che sa dal ministro degli Esteri estone Urmas Paet che il medico alla testa delle contestazioni di Euromaidan espresse l’opinione che Jatsenjuk e i politici dell’opposizione fossero coinvolti nell’uccisione di civili, mettendo in seria discussione la narrazione spacciata da Stati Uniti, Canada e Unione europea sulle proteste a Kiev. Le fughe turche mostrano che le autorità turche hanno pianificato la fabbricazione di un incidente con la Siria per motivazioni politiche volte a garantire la vittoria dell’AKP nelle elezioni comunali di fine marzo. Durante la conversazione, il ministro degli Esteri Davutoglu dice ad Hakan Fidan, il capo dell’Organizzazione Nazionale d’Intelligence (MIT) turca, che “il primo ministro ha detto che nell’attuale congiuntura, tale attacco (alla tomba di Sulayman Shah) dev’essere un’opportunità”. Davutoglu ipotizzava l’uso di un incidente al mausoleo come pretesto per un’incursione turca in Siria. La risposta di Fidan, però, va oltre. Risponde a Davutoglu con il seguente piano: “manderò quattro uomini in Siria, se servirà.  Darò una ragione alla guerra ordinando un attacco missilistico sulla Turchia. Possiamo anche preparare un attacco diretto alla tomba di Sulayman Shah, se necessario”.

La Tomba di Sulayman Shah: dove iniziò la storia ottomana è laddove il neo-ottomanismo finisce
La reazione del governo turco alle fughe di notizie è stata rapida. Le autorità dell’AKP hanno detto che le fughe sono manipolate per decontestualizzare il dialogo dolosamente e definendole grave minaccia alla sicurezza nazionale turca. Di conseguenza, il governo turco ha rapidamente bloccato YouTube in Turchia. Ciò è stato fatto affinché la popolazione turca non possa accedere alle conversazioni trapelate. Gli eventi si dipanano portando a nuova vita i fallimenti “neo-ottomani” del primo ministro Erdogan e del ministro degli Esteri Davutoglu. La loro visione della Turchia come potenza imperialista è crollata e l’ultimo chiodo è stato piantato sulla sua bara. Alcuni sostengono che il neo-ottomanismo era solo pseudo-ottomanismo. I due e l’AKP si sono lentamente scavati la fossa con la loro politica in Siria. La storia turca può, in termini concettuali, iniziare dalla Tomba di Sulayman Shah, ma Recep Tayyip Erdogan qui sembra avviarvi la fine. Vi sono forti malumori alla base dell’AKP verso lui. Le elezioni comunali sono una cartina di tornasole per lui e il partito. Se l’AKP ne esce male, Erdogan ed i suoi più stretti collaboratori si troveranno ad affrontare la rivolta interna nell’AKP. Questo è il motivo per cui le elezioni comunali sono così importanti.

Una risposta agli eventi in Ucraina?
La scacchiera eurasiatica è in movimento. Gli eventi in Siria e Turchia non dovrebbero essere considerati nel vuoto degli eventi mondiali, come se fossero estranei l’uno all’altro. I pezzi si muovono sulla scacchiera geopolitica. Un confronto tra la Turchia e la Siria potrebbe benissimo essere una risposta agli eventi in Ucraina e al ricongiungimento della Crimea alla Russia. Tale scandalo, però, sembra un caso turco di “Wag the Dog”. Le conseguenze sono imprevedibili e potrebbero portare a un’escalation. Inoltre avvengono mentre vi è il concentramento di Stati Uniti e NATO ai confini occidentali di Russia e Bielorussia in Europa orientale e nel Mar Nero. Inoltre, le fughe espongono ulteriormente il coinvolgimento del governo turco nel sostegno all’insurrezione in Siria. Il Vicecapo di Stato Maggiore delle forze armate turche tenente-generale Yasar Guler, compare in tali fughe. Il tenente-generale Guler descrive l’oggetto della discussione tra i funzionari turchi come avvio della guerra tra Turchia e Siria. Nel contesto di ciò che è stato discusso, raccomanda che la Turchia aumenti il supporto militare agli insorti in Siria, con ulteriori consegne di armi e munizioni ai loro combattenti. Prima di tali fughe, uno scandalo esplose quando la polizia turca fermò un autocarro del MIT in Siria carico di armi per i combattenti ribelli. In conseguenza della crescente consapevolezza pubblica mondiale sul ruolo del governo turco nella destabilizzazione della Siria, collaboratori e alleati della Turchia hanno pubblicamente preso le distanze dal primo ministro Erdogan e dall’AKp. Ankara dovrebbe prenderne atto: ora vi sono rapporti di funzionari anonimi alleati della Turchia che si lavano le mani delle azioni della Turchia.

1979561La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La politica estera della Russia in Medio Oriente: Siria e Iran come trampolini regionali

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 31 marzo 2014
n00025105-b(1)Dall’inizio degli eventi della primavera araba nel 2011, la Russia è stata estremamente attiva in Medio Oriente. La regione ora comprende un importante vettore della strategia eurasiatica della Russia e l’adozione di una politica riuscita può impostare la fase per il futuro ritorno della Russia da attore globale. E’ quindi necessario esplorare la politica mediorientale della Russia in profondità, con particolare enfasi sulle questioni iraniana e siriana.

I limiti del Medio Oriente:
Per cominciare, il concetto di Medio Oriente deve essere definito prima di continuare nella ricerca.  Quando si evoca la regione, l’autore si propone di descrivere l’area compresa tra Turchia, Iran, penisola arabica ed Egitto (il ‘tradizionale’ Medio Oriente). Alcuni commentatori di politica estera, soprattutto statunitensi, sostengono la tesi di un “Grande Medio Oriente” che a volte espandono i confini indicati dall’autore includendo Africa araba, Caucaso, Asia centrale, Afghanistan e Pakistan.

Lo sviluppo storico delle relazioni regionali della Russia
L’era sovietica:
L’attuale politica della Russia ha parte delle sue radici nell’epoca sovietica. Pertanto, è necessario iniziare con una breve analisi storica degli sviluppi politici della Russia prima di affrontare lo stato attuale delle cose. Durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica aveva rapporti cordiali con Iraq, Siria e Yemen del sud. Per un certo periodo i rapporti con l’Egitto furono molto fruttuosi con Nasser, ma questo percorso fu invertito da Sadat e l’Egitto si ‘capovolse’ dalla parte di statunitensi e israeliani.

L’era post-sovietica:
Il successivo periodo delle relazioni storiche si estende nel 1991-2003. All’inizio di questo periodo, l’Unione Sovietica acconsentì all’operazione Desert Storm degli USA. Tradendo il suo alleato mediorientale più vicino al momento, l’Iraq, indicando un esempio negativo ai suoi altri alleati nel mondo. Ciò indica il marciume politico interno dell’Unione Sovietica dell’epoca, mentre diveniva così instabile che non poté proiettare la sua precedente influenza sui suoi alleati del Patto di Varsavia, abbandonando i vecchi amici in Medio Oriente. Dopo la Guerra Fredda, la Russia  mantenne rapporti cordiali con l’Iraq e la Siria, anche se il suo rapporto con lo Yemen del Sud evaporò dopo la riunificazione con il Nord nel 1990 (e il tentativo di secessione del sud, fallito nel 1994). Per la maggior parte, i rapporti con il Medio Oriente erano a un punto morto. La Russia  dovette stabilizzarsi entro i propri confini, prima di proiettare influenza all’estero. Ciò non avvenne che nel periodo successivo delle relazioni.

Tra la guerra in Iraq e la primavera araba:
Il 2003-2011 segna il terzo periodo dell’impegno russo in Medio Oriente. La Russia espresse la sua forte opposizione alla guerra statunitense in Iraq, non avvallandola. La caduta del governo di Saddam Hussein rimosse ufficialmente l’ancoraggio politico della Russia per poi farne il trampolino di lancio per la futura interazione con la regione. La posizione geostrategica dell’Iraq è fondamentale nella pianificazione politica sovietica e futura russa, quindi l’occupazione militare statunitense del Paese ha danneggiato gli interessi a lungo termine russi. Poco dopo gli Stati Uniti iniziarono a brandire la retorica militante contro l’Iran, apparentemente con il pretesto che il programma nucleare iraniano fosse davvero una copertura del programma per armi nucleari. La Russia aiutò decisamente l’Iran, un Paese con il quale ebbe pochissimi contatti diplomatici fin dal periodo imperiale russo. Era assolutamente contraria ad ogni tipo di attacco militare contro l’Iran e dichiarò il suo sostegno ai programmi civili nucleari che vi sviluppa congiuntamente.

I benefici della cooperazione strategica iraniana:
L’impegno diplomatico con l’Iran fu una mossa strategica per compensare la “perdita” dell’Iraq e per  preparare il terreno alla futura spinta estera russa nella regione. L’Iran, storicamente egemone nella regione, apparve da quel momento in ripresa. Anche se pressato dalle forze militari statunitensi a oriente ed occidente, la nazione aveva ancora un forte soft power e una presenza discreta in Medio Oriente. Nel caso in questione, organizzazioni simpatizzati e affiliate iraniane in Iraq andarono al potere a Baghdad, comportando la situazione attuale in cui l’Iraq viene criticato da certi osservatori occidentali quale Stato fantoccio dell’Iran. L’influenza dell’Iran su Hezbollah, arcinemico d’Israele, si estende anche al vasto ambito regionale del Medio Oriente. Pertanto, difendendo il programma nucleare civile dell’Iran e facendo diplomaticamente tutto ciò che è in suo potere per evitare un attacco militare occidentale contro il Paese, la Russia ha stabilito una forte relazione strategica con la potenza emergente. Questo poi comportò un nuovo sviluppo della cooperazione durante la crisi siriana, con Mosca e Teheran che sostengono unitamente Damasco.
Schierandosi con l’Iran, già descritto in crescita regionale, la Russia ottiene forti implicazioni strategiche in Medio Oriente. Poiché l’Iran è diplomaticamente isolato dall’occidente, la Russia vi  vede l’occasione per un’interazione positiva. Oltre alla Cina (con cui la Russia ha una partnership strategica), non c’è concorrenza con altre grandi potenze a favore dell’Iran. Da allora Iran e Russia hanno notevolmente rafforzato i loro rapporti, negli ultimi dieci anni, e forgiato legami ancora più stretti sulla questione siriana, venendo descritti come stretti alleati strategici in Medio Oriente. Ciò comporta importanti benefici per la Russia, soprattutto in attesa del successo (vittoria pro-governativa) nella conclusione della crisi siriana. L’Iran sarà una potenza egemone regionale a quel punto, e la Russia continuerà a sostenerlo in contrasto alle monarchie del Golfo filo-statunitensi.  Un Iran regionalmente radicato vicino alla Russia potrebbe anche aprire le porte ad ulteriori attività diplomatiche ed economiche russe in Medio Oriente, in particolare nelle regioni dove l’influenza di Teheran è forte. Così, Russia e Iran coopererebbero nel ridisegnare la geopolitica del Medio Oriente, facendone delle potenze pseudo-revisioniste. La caratterizzazione ‘revisionista’ non è intesa in senso negativo ma soltanto in relazione al fatto che entrambe le potenze vogliono rivedere l’equilibrio di potere regionale costruito dagli USA attualmente in vigore (e indebolito).

Il rapporto storico con la Siria:
La Siria ha sempre avuto un rapporto speciale con la Russia, fin dai tempi dell’Unione Sovietica. Il partito Ba’ath ha radici socialiste, e di conseguenza, ha stabilito un rapporto di amicizia con l’URSS durante la guerra fredda. Relazioni così profonde da permettere la costruzione della struttura navale di Tartus, finora sola base navale estera della Russia. Ma le considerazioni militari non sono le sole alla base dell’amicizia tra i due Stati. Hafiz Assad coltivò i contatti con Mosca durante il periodo sovietico, e anche se l’URSS si disintegrò e la vecchia guardia del partito comunista venne rimossa, Assad continuava a vincere le elezioni e a rimanere il presidente della Siria. Ciò permise la continuità dei rapporti tessuti tra Mosca e Damasco, visto che lo stesso decisore governava la Siria dalla metà della Guerra Fredda fino al 2000, mentre allo stesso tempo la Russia era in preda della destabilizzazione economica e sociale nazionale. L’ancoraggio diplomatico della famiglia Assad fu fondamentale nel portare le relazioni sovietico-siriane verso le nuove relazioni russo-siriane. La Siria è stata anche l’unico alleato coerente della Russia in Medio Oriente. Mentre Saddam venne rimosso dal potere dagli Stati Uniti e poi giustiziato, e la cooperazione con l’Iran è solo relativamente nuova nelle relazioni della Russia. La Siria è sempre stato un amico della Russia e viceversa, rendendo l’attuale cooperazione e supporto di Mosca a Damasco uno sviluppo organico. Così, la Siria ha sempre mantenuto una posizione di rilievo nella pianificazione politica in Medio Oriente, anche se Mosca fu purtroppo ostacolata dall’instabilità nazionale nell’interagire correttamente a lungo termine con il suo partner.

I principi guida della politica mediorientale moderna della Russia:
Nel loro insieme, l’Iran e la Siria sono i punti focali della politica in Medio Oriente della Russia dall’inizio degli eventi della primavera araba. Il periodo dal 2011 ad oggi segna la nuova era della politica estera mediorientale della Russia, che potrebbe essere ancor più importante per la Russia riguardo la regione. E’ quindi utile affrontare tre temi di fondo che ne determinano il comportamento:
1) La Russia capisce che il sentimento popolare (o la sua percezione) può esplodere contro qualsiasi governo, a prescindere dalla legittimità. Questo sentimento è accettato, ma l’estremismo politico (l’Islam fondamentalista), il cambiamento radicale (cambio improvviso e radicale dei governi, con le “rivoluzioni” eterodirette), e l’insurrezione armata contro le autorità, non lo sono.
2) Come in tutti i Paesi, la Russia lotta per dare un senso e adattarsi ai processi di trasformazione (che siano endemici o eterodiretti è un punto controverso di tale tema), che sferzano la regione. Doveva ‘seguire il flusso’ e regolarsi nuovamente seguendo le dinamiche del cambiamento, così come prevedere il futuro corso degli eventi e le azioni di attori esteri (cioè NATO, Stati Uniti).
3) La Russia si oppone costantemente a qualsiasi coinvolgimento militare regionale (non richiesto). E’ categoricamente contraria a che Stati Uniti e altre potenze occidentali (NATO) intervengano militarmente nella regione. Dopo aver appreso la lezione della manipolazione occidentale della UNSC 1973, la Russia s’è impegnata ad impedire che tale scenario si ripeta in Siria. Questo punto è particolarmente importante in quanto spiega l’approccio della Russia verso il coinvolgimento dell’Iran in Siria e l’assenza di critiche sull’intervento saudita in Bahrain (attori regionali il cui sostegno è stato richiesto).

Considerazioni umanitarie:
Oltre a calcoli geopolitici e amicizie governative stabiliti, la politica della Russia nei confronti della Siria si basa anche su considerazioni umanitarie. Anche se Putin parla dei russi vittime dell’estremismo politico in Ucraina, in una recente dichiarazione, si comprende che la Russia è contro ogni tipo di estremismo politico nel mondo, vedendolo come violazione dei diritti umani di chi non vi si assoggetta. In questo contesto, l’opposizione della Russia ai gruppi terroristici che operano in Siria e il rafforzamento del sostegno al governo legittimo, non solo evitano che il terrorismo attecchisca nei pressi del Caucaso settentrionale, ma anche tutelano la dignità e la vita sociale dei siriani.

Russia come attore conservatore:
La Russia dimostra anche si essere un attore conservatore nelle relazioni internazionali, con la sua politica in Siria. Mosca è contro l’avanzata di violenti attori non statali (ANS) che potrebbero costituire una minaccia per la struttura esistente delle relazioni internazionali. Per dirla in modo teorico, la Russia è un attore realista che non vuole che il modello liberale prevalga. Non è che si rifiuta di riconoscere l’importanza degli ANS (Gazprom è un forte attore degli interessi russi, e ANS pacifiche hanno sostenuto le mire strategiche della Russia in Crimea), ma comprende che la diffusione illimitata di queste entità può portare a crescenti esplosioni di violenza e terrorismo, come in Siria e precedentemente in Cecenia.

Il significato di Derzhavnost:
Infine, si può intuire che la Russia preferisce implicitamente trattare con Stati dai forti governi centrali. ‘Derzhavnost‘ (Stato forte) è la chiave di volta dell’ideologia politica interna de-facto statualista prevalente in Russia dall’ascesa di Putin nel 2000. Con ciò in mente, il forte governo della Siria sembra quasi il precursore del modello di derzhavnost attualmente in vigore in Russia.  Così, i due Stati, a livello governativo, hanno un modello simile d’impegno verso i loro cittadini.  Nessuno di loro potrebbe essere definito Stato liberal-democratico occidentale e, come è noto, non è  detto che tale tipo di Stato funzioni correttamente quando viene militarmente (o occultamente  tramite le rivoluzioni colorate) esportato in Paesi che non mai storicamente furono guidati in tale modo. Chiudendo su questo tema, gli Stati forti valutano seriamente la sovranità statale, principio guida ufficiale della politica Estera russa. Ciò porta Siria e Russia ad avvicinarsi ancora di più a livello ideologico di quanto sarebbe evidente a prima vista.

L’importanza di una vittoria del governo per trasformare il Medio Oriente:
La crisi siriana e la sua risoluzione (in qualunque modo) potrebbe forse essere uno degli eventi più decisivi nella storia del Medio Oriente nell’ultimo secolo. La Russia ha puntato la sua intera reputazione regionale (e forse globale) sul sostegno al governo siriano. E’ già stato spiegato il motivo per cui la Russia ha preso questa decisione, ma “in un modo o l’altro” la scelta della Russia può essere considerata una scommessa. Può finire molto bene o molto male per la visione regionale della Russia. Russia, Iran e Siria sono ovviamente a favore della vittoria del governo, e questo scenario sarà quindi esplorato in questa sezione. In questa ‘futura memoria’, ordine e stabilità vengono ripristinati in Siria e Medio Oriente. Gli omicidi settari commessi dagli insorti filo-occidentali e i loro innumerevoli attacchi terroristici sarebbero fermati. Ciò migliorerebbe la situazione umanitaria nel Paese e permetterebbe alla Siria di lavorare alla ricostruzione con l’aiuto degli alleati, che soprattutto e sicuramente includerebbe la Russia. La vittoria filo-governativa sarebbe anche una grande sconfitta di Stati Uniti, Turchia, Israele, alcuni Stati membri dell’UE (Francia, Regno Unito) e monarchie del Golfo che sostenevano i combattenti antigovernativi. Segnerebbe ufficialmente la morte del neo-ottomanesimo della Turchia, e il ‘regalo d’addio’ (della crisi siriana) che gli Stati Uniti lascerebbero in eredità alla regione prima del Pivot in Asia, verrebbe decisamente respinto. La politica estera della Russia sarà vista come un successo, e la fedeltà all’alleata Siria sarà evidente a tutti. Ciò promuoverebbe soft power e diplomazia della Russia non solo nella regione, ma nel mondo. Dopo tutto, l’intervento diplomatico della Russia ha già scongiurato un attacco statunitense alla Siria, che in conclusione comporterà la sconfitta dei ribelli filo-occidentali; quindi la sua positiva reputazione diplomatica sarà consolidata. La Russia indicherà  ufficialmente di essere ritornata in Medio Oriente come attore importante e di essere più forte di quanto non lo sia mai stata in questa regione durante il periodo sovietico. Siria, Iran e Iraq saranno  uniti nell’asse strategico influenzato dalla guida di Teheran. Dato che Russia e Iran sono stretti partner, questo blocco sarà filo-russo e aiuterà Mosca a stabilire un punto d’appoggio in un Medio Oriente già dominato dagli USA. Questi tre Stati potranno perseguire i loro piani per un gasdotto Iran-Iraq-Siria la cui idea avrebbe spinto attori esteri a destabilizzare la Siria, in primo luogo. Tale piano può cambiare radicalmente la geopolitica del mercato mondiale del gas e far uscire l’Iran e i suoi partner dall’isolamento internazionale imposto dagli occidentali. Inoltre, offre anche la prospettiva di un futuro ‘OPEC del gas’ tra Russia e Iran (due dei maggiori fornitori della risorsa) e va da sé quanto sarebbe fondamentale tale misura.
Dovrebbe ormai essere evidente a tutti gli osservatori esterni che la Russia ha fortemente investito sul risultato della crisi siriana. Gli interessi della Russia sono guidati da storia, considerazioni umanitarie e pragmatismo. Mosca, sostenendo lealmente e costantemente Damasco, ha fatto notare la propria politica estera regionale. Il sostegno del programma energetico nucleare iraniano è stato significativo, ma non ha lo stesso peso in Medio Oriente del coinvolgimento politico russo nel caso siriano. La Russia ha sempre avuto contatti di un certo livello con i suoi partner in Medio Oriente, ma solo con gli avvenimenti della primavera araba e il loro sconfinamento nella storica alleata Siria che la Russia ha rimediato con il suo impegno. Ha raggiunto il suo rapporto recente con l’Iran al fine di moltiplicare l’efficacia delle proprie attività in sostegno dei siriani. Dopo la vittoria filo-governativa in Siria, su cui punta, la Russia potrà usare i successi diplomatici siriani e iraniani come  trampolino di lancio per le future proiezioni del proprio soft power nella regione. Ciò può portare alla ritirata dell’ex-sovranità statunitense in Medio Oriente e al chiaro cambio dell’architettura della sicurezza regionale.

640x392_46533_210418Andrew Korybko è master statunitense presso l’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali (MGIMO).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vittoria della Siria è la svolta sull’egemonia globale occidentale

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 31.03.2014

1069131Dal 2011, la Siria è l’obiettivo di un tentativo di cambio di regime eterodiretto. Cavalcando il momento della “primavera araba” ideata degli USA, manifestanti scesero in piazza in Siria per coprire i militanti armati da Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, a cui si preparavano almeno dal 2007. Fu nel 2007, con l’articolo della giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh, “The Redirection: la nuova politica dell’amministrazione avvantaggia i nostri nemici nella guerra al terrorismo?” che venne profeticamente dichiarato: “Per minare l’Iran sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine volte ad indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno inoltre preso parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e la sua alleata Siria. Un sottoprodotto di tali attività è il rafforzamento dell’azione dei gruppi estremisti sunniti, che sposano una visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e solidali ad al-Qaida“. La destabilizzazione della Siria fu avviata assieme a quella di altri Paesi arabi, come Tunisia, Libia ed Egitto. In Tunisia e in Egitto si ebbe una  ricaduta politica con violenze di piazza limitate. In Libia, la ricaduta fu assoluta, la nazione totalmente devastata dai cosiddetti “combattenti per la libertà”, svelatisi militanti di al-Qaida del Gruppo combattente islamico libico (LIFG). Il blitzkrieg occidentale in Nord Africa e Medio Oriente ha colto molte nazioni di sorpresa. La loro incapacità nel rispondere efficacemente alla “rivoluzione colorata” orchestrata ha portato a tre anni di destabilizzazione regionale, cambio di regime e persino guerra.
In Siria però, il governo e il popolo hanno resistito e poi cominciarono a combattere. Era chiaro dal gennaio 2013 che le forze di sicurezza siriane avevano reagito contro i militanti stranieri che per 2 anni poterono attraversare i confini seminando caos mortale in tutta la nazione mediorientale. Avanzate irreversibili sono state compiute da nord, nei pressi della maggiore città della Siria, Aleppo, a tutto il confine libanese, e in particolare nella città meridionale di Dara, la cosiddetta “culla” della “rivolta”. I media occidentali hanno continuato a raffigurare la situazione in Siria come fluida con il governo siriano in bilico e i loro ascari sul punto di vincere. In realtà, la disperazione pervadeva Washington, Londra, Riyadh e Tel Aviv. Dei tentativi di provocare una grande guerra con gli attacchi israeliani sul territorio siriano furono effettuati, ma senza alcun effetto, e nell’agosto del 2013 l’occidente divenne ancora più disperato, nel tentativo d’intervenire direttamente per salvare i suoi ascari in difficoltà, inscenando anche un attacco chimico sotto falsa bandiera nella periferia di Damasco. Con grande disappunto dell’occidente, l’attacco false flag non solo non fornì il pretesto necessario per un intervento diretto, ma danneggiò severamente e forse irreparabilmente propri credibilità e prestigio internazionale.

Impossibile nascondere il trionfo della Siria
L’avanzata recente della Siria contro gli invasori islamisti ascari dell’occidente appare chiara a Yabrud, questo mese, a 80 km a nord-ovest di Damasco, una città strategica per le campagne degli islamisti contro i siriani e, attraverso il vicino confine, i libanesi. La città di Yabrud era ritenuta saldamente nelle mani degli islamisti per tutto il conflitto. Con la restaurazione dell’ordine a Yabrud, e le fazioni islamiste intrappolate in massa, sembra che le operazioni militari su vasta scala contro la Siria siano ampiamente al termine e si volgano invece verso una campagna terroristica di bassa intensità. L’occidente non può più ritrarre i suoi ascari islamisti come una forza di opposizione vitale politicamente, socialmente e adesso strategicamente. Le forze siriane hanno respinto gli islamisti ai confini della Siria. Proprio oggi, la Turchia ha sparato sostenendo di aver abbattuto un aereo da guerra siriano, mentre le forze siriane combattono gli islamisti sul confine. Nella città meridionale di Dara, vicino al confine siriano-giordano, il cosiddetto “Fronte del Sud” composto da 49 presunte fazioni militanti che sostengono di avere 30000 combattenti nei loro ranghi, è messo in dubbio persino da fonti occidentali che parlano di “alleanza sulla carta”.
Il Carnegie Endowment for International Peace stilò un rapporto inquietante sul costante sostegno militare ai terroristi che inondano la Siria dalla Giordania, armati e finanziati da Stati Uniti e Arabia Saudita, anche se di recente hanno fatto finta di castigare il Qatar per lo stesso motivo. Nel suo rapporto intitolato “Il “Fronte del Sud” esiste?”, sostiene: “Secondo diverse fonti, non vi è ancora stato un incremento del sostegno ai ribelli del sud dalla fine di febbraio, con grandi quantità di soldi spesi per gli stipendi dei ribelli e camion sauditi che portano merci verso il confine Giordania-Siria. Ma senza un notevole aumento del sostegno e, probabilmente, l’invio di armi efficaci come i missili antiaerei, è difficile immaginare che i ribelli possano avanzare di molto o che possano unirsi intorno ad un unico capo”. Sembra essere l’ultima spinta disperata di una forza impoverita contro i militari siriani ben radicati ed efficienti. Mentre l’occidente senza dubbio cerca di alimentare i disordini in Siria, sembra che le avanzate dei militari siriani abbiano raggiunto il punto di svolta che nessun sostegno indiretto, per quanto grande, può impedire. Senza un ampio intervento militare diretto delle forze occidentali, la guerra per procura è definitivamente perduta.

Cosa significa la vittoria della Siria per l’egemonia occidentale
L’attuale ricerca dell’egemonia occidentale deriva dalla fine della Guerra Fredda, quando Wall Street e Londra credettero che fosse possibile porre il pianeta sotto il loro controllo, in assenza di una qualsiasi superpotenza avversaria. Le rivoluzioni colorate in Europa orientale, il saccheggio della Russia negli anni ’90, la prima guerra in Iraq e la distruzione dei Balcani sembravano suggerire che tale piano fosse ben avviato. Tuttavia, Russia, Cina, India e altre nazioni in via di sviluppo reagirono subito e le ambizioni occidentali venivano lentamente messe sotto controllo. Oggi, con l’occidente estromesso dall’Iraq, impantanato in Afghanistan, le sue macchinazioni  svelatesi in Libia come predazione aggressiva, e confuso in Siria e Ucraina, non solo sembra che le su ambizioni siano sotto controllo, ma potrebbe in realtà correre il pericolo di un rovescio totale. Il fallimento dell’occidente in Siria invia un messaggio agli obiettivi dell’ingerenza occidentale. Non serve scendere a compromessi, negoziare o assecondare le convenzioni che l’occidente ha impostato per legare le mani ai suoi obiettivi. In realtà, così facendo, una nazione si rende più vulnerabile già solo nel tentativo di aderire alle norme che l’occidente insiste che gli altri seguano, ma che esso poi volontariamente viola.
Mentre l’occidente risponde alla propria crescente impotenza globale insistendo sulla continua ricerca del suo modello unipolare fallimentare costruito per raggiungere l’egemonia globale, nazioni come Russia e Cina insistono sui partenariati reciproci con altre nazioni in un mondo multipolare, senza dettare o violare la sovranità delle altre nazioni. Il fallimento dell’occidente in Siria indica che suoi poteri ed influenze sono in declino, illustrando i moderni pericoli storicamente affrontati dagli imperi sovraestesi. Anche se l’occidente riuscisse a ribaltare i suoi fallimenti in Siria, le sue reputazione e legittimità sono danneggiate a tal punto che qualsiasi spinta geopolitica sulla Siria sarebbe del tutto impossibile. Editorialisti e scribacchini politici occidentali si lamentano della “ritirata” del primato occidentale, ma è in “ritirata” solo perché ha scelto di essere bellicoso, in primo luogo. Una nazione che gioca un ruolo positivo e costruttivo a livello internazionale può ancora essere influente, se rispetta chi interagisce e agisce efficacemente impostando esempi interessanti. All’occidente e al suo secolare soggiogare gli altri, questo concetto non solo è estraneo, ma apparentemente meno preferibile rispetto al collasso cui attualmente presiede.
La vittoria della Siria significa che mentre l’occidente può spogliare le altre nazioni nel prossimo futuro, la somma vettoriale del suo potere e della sua influenza sarà in declino perenne. Per la Siria e le altre nazioni che affrontano la stessa possibile destabilizzazione interna, una lezione costosa viene appresa sul tentativo di placare e soddisfare le ambizioni occidentali. Creando un alto morale fin dall’inizio e avendo mezzi come media nazionali destinati al pubblico internazionale, come PressTV dell’Iran o RT della Russia, per raccontare al mondo la propria versione della storia, permette ad una nazione presa di mira di resistere e, se necessario, di combattere. Il tentativo di usare lo stesso sistema che l’occidente ha attuato per conseguire il primato mondiale, come l’ONU, il racket dei diritti umani e i media internazionali, giocando al gioco occidentale, secondo le sue regole e le sue condizioni, è un netto ed immenso svantaggio.

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Tony Cartalucci, ricercatore di geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ecco perché le cosiddette sanzioni occidentali contro la Russia sono un grande bluff

Una lezione di geostrategia di Jean-Paul Pougala, ex-scaricatore illegale, CameroonVoice Bandjoun (Camerun) 20/03/2014
Jean-Paul Pougala insegna “geostrategia africana” presso l’Istituto Superiore di Management (ISMA) al Rue des Ecoles di Douala, Camerun.

vladimir-putin-valery-gerasimov-sergei-shoiguParte 1/4 – Sul piano militare, la minaccia dell’occidente è un bluff
A – La Russia è inevitabile nelle strategie militari occidentali
Durante la crisi in Africa centrale, il popolo del Camerun inveiva perché le truppe francesi passarono sul territorio camerunese per arrivare in Africa Centrale. Le malelingue arrivarono a dire che la Francia voleva usare questa operazione per destabilizzare il Camerun. La vera ragione di tale transito, che radio e televisione francesi che trasmettono anche nell’Africa francofona furono attente a non svelare, era che la Francia, che si pretende così potente, non ha aeromobili di grandi dimensioni per il suo esercito. La Francia, che ha un deterrente nucleare molto costoso, paradossalmente non ha soldi per permettersi un aereo di tipo “jumbo”. Così è costretta a noleggiarli, e anche allora i costi sono proibitivi. E secondo voi, da chi affitta aerei di grandi dimensioni per trasportare le proprie truppe e materiale bellico? Dalla Russia. Proprio perché i grandi aerei meno costosi sono gli Antonov russi. Questo è lo stesso problema di tutti gli altri Paesi dell’Unione europea che di giorno giurano di torcere il collo della Russia, ma di notte spiegano a Mosca che stanno solo scherzando, affinché non si arrabbi. L’Unione europea la scorsa settimana ha firmato un accordo di associazione con il governo provvisorio (golpista) dell’Ucraina. Si tratta di un accordo che è di per sé un vero e proprio bluff, perché il grosso dell’economia ucraina è nella parte territoriale di lingua russa. Gli impianti industriali militari di epoca sovietica sono ancora legati a Mosca. E nessun accordo per salvare l’Ucraina può fare a meno della parte in cui si concentrano principalmente le industrie della Difesa ucraine. Vale a dire che l’Unione europea, sostenendo i manifestanti di Maidan fino all’accordo per emarginare i russofoni in Ucraina, ritiene di costruire un’alleanza strategica contro coloro che detengono l’industria delle armi necessaria anche per una piccola guerra. Si ha sempre l’impressione che i capi europei non ne sappiano molto della vera geopolitica di Ucraina e Russia. Da un lato, vogliono emarginare la Russia, mentre nei fatti non possono farne a meno. I cittadini europei non sanno che non c’è solo la Francia priva di mezzi per trasportare i suoi militari da un punto ad un altro. La NATO, che pretende di bombardare la Russia se cerca di riconquistare le regioni russofone dell’Ucraina, fa trasportate alla Russia il grosso delle sue truppe ed attrezzature nella maggior parte dei teatri non solo di guerra, ma anche di addestramento. Attraverso la sua agenzia, la Namsa, la NATO ha stipulato il contratto confidenziale SALIS (Strategic Air Lift Interim Solution) con la società russa Ruslan Salis GmbH di Lipsia, in Germania e che riguarda i grandi velivoli da trasporto di due aziende russe: l’Antonov Design Bureau (ADP) di Kiev, Ucraina e le Volga Dnepr Airlines (VDA) di Uljanovsk in Russia. Senza l’aiuto dei russi, la NATO dovrebbe rimanere a terra per mancanza di fondi. Per un confronto, il maggiore aereo cargo statunitense, il Boeing C-17, è 30 volte più costoso dell’Antonov. Questo spiega perché i 18 Paesi della NATO, tra cui la Francia, affittino aerei russi oggi. E anche se mostrano le loro zanne e danno l’impressione agli ignoranti di essere duri con la Russia, si nasconderanno con cura ogni volta che il Presidente russo Putin tossirà un po’. Secondo un articolo del 5 agosto 2009 sulla pagina Secret Défense del quotidiano francese Libération, la Francia paga ogni anno 30 milioni di dollari per l’affitto di aerei russi. Li ha usati per 1195 ore nel 2008, se ne calcoli l’ammontare con i 25000 euro per ogni ora di noleggio. Il giornale ha confrontato l’aereo dell’Antonov con quello dei partner statunitensi, e ha detto che per le stesse ore la Francia avrebbe dovuto pagare 600 milioni di euro se avesse scelto di affittare dagli statunitensi piuttosto che dai russi. Non importa, 25000 euro all’ora è una buona cifra, 16,4 milioni di FCFA per ogni ora di noleggio di un Antonov An-124 che trasporta un carico di 390 tonnellate in 1000 mc. La Francia può giocare a braccio di ferro facendo credere alla Polonia di inviare 4 caccia per proteggerla dalla Russia, ma tale iniziativa fa ridere gli asili in Russia. E chi finanzierebbe la guerra contro la Russia, se ancora non ha idea di chi finanzia le sue operazioni in Africa centrale, avendo l’Unione europea fatto alla Francia la vaga promessa di 50 milioni di euro mentre gli statunitensi erano riusciti a garantirsi che il voto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non facesse di tale intervento un intervento delle Nazioni Unite, in modo che non lo pagassero. Quindi si capisce perché la Francia deve risparmiare mentre la decisione del trasporto via terra dal porto di Douala si rivela una soluzione imposta. Non si tratta quindi di una manovra per destabilizzare il Camerun, ma di una scelta dettata dalle tasche vuote di un Paese in crisi che pretende di sloggiare i russi dalla Crimea.

B – L’esercito statunitense ha un bisogno vitale della Russia
Senza l’aiuto della Russia, i marines statunitensi avrebbero mille volte più difficoltà in Afghanistan.  Questo Paese non ha accesso al mare e confina con la Comunità degli Stati Indipendenti, la Cina, il Pakistan e l’Iran. Gli statunitensi, non sentendosi al sicuro in Pakistan dove bin Ladin si nascose per 10 anni, hanno scelto di passare attraverso la Russia per arrivare in Afghanistan. Così, quando si parla del costo della guerra in Afghanistan, il contribuente statunitense non sa che finanzia il nemico russo. Basta sgranare i conti del Pentagono per capire che la Russia si sta già fregando le mani a mano a mano che il conflitto si trascina. Nel 2012, per esempio, una dichiarazione del Pentagono ha reso ufficiale il numero di soldati statunitensi transitati dalla Russia dall’inizio del conflitto: 379000 soldati e 45000 tonnellate di materiale statunitensi. Quando il presidente russo Vladimir Putin e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama s’incontrarono a margine del vertice G-20 di Los Cabos, in Messico, nel giugno 2012, i media statunitensi sferzarono il demonio della Russia che sostiene Assad e assiste l’Iran nel costruire la bomba atomica. Ciò che non poterono commentare era il comunicato stampa ufficiale che accompagnava l’incontro, rilasciato dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che diceva: “Gli Stati Uniti ringraziano la Russia per il suo contributo a plasmare il futuro dell’Afghanistan. I nostri Paesi hanno stabilito una fruttuosa cooperazione e pianificazione nel sostenere gli sforzi di Kabul per ripristinare ambiente tranquillo e società stabile libere da terrorismo e droga. Ai sensi degli accordi, la Russia ha visto transitare sul suo territorio più di 379000 soldati, più di 45000 container di merci militari e più di 2200 sorvoli aerei“. Quindi perché le sanzioni verbali del presidente Obama alla Russia si limitano a un miserabile divieto di visto, ora si capisce. Perché è la Russia che ha le carte per impedire, ad esempio, che le truppe statunitensi in Afghanistan non possano passare sul suo territorio; ciò sarebbe un serio disastro finanziario per il Pentagono e per il ministero della Difesa degli Stati Uniti che dovrebbe trovarvi una soluzione alternativa. Si tratta quindi solo di propaganda per l’opinione pubblica statunitense, per definizione guerrafondaia.

Perché gli equipaggiamenti militari russi sono superiori a quelli della NATO in una guerra convenzionale?
Ci fu una battaglia presso il Congresso degli Stati Uniti d’America nel giugno 2012, quando il Pentagono annunciò di voler comprare un secondo ordine di 10 elicotteri russi. Che sacrilegio che i potenti USA chiedano armi ai nemici per combattere in Afghanistan. Non funziona. I generali degli Stati Uniti in Afghanistan preferiscono gli elicotteri russi a quegli statunitensi, se vogliono ottenere una vittoria sui taliban, anche se ufficialmente si tratta di dotarne l’esercito afgano. La storia comincia all’inizio dell’avventura militare afghana della NATO. Il contingente canadese della Forza internazionale di sicurezza si rende conto, molto presto, che i loro mezzi non sono adatti. Rapporti confidenziali vengono inviati a Ottawa, infine, permettendo ai generali canadesi che occupano il sud dell’Afghanistan di affittare elicotteri russi in segreto, con risultati positivi sul campo. I generali statunitensi in Afghanistan ne vengono informati. E invece di trattare direttamente con i russi, su richiesta del Pentagono, compiono la scelta completamente insensata di acquistare da trafficanti di armi elicotteri da combattimento russi. È la Repubblica ceca ad avere la possibilità di vendere ai militari degli Stati Uniti i suoi vecchi elicotteri dell’era sovietica, tra cui i Mi-8 per i quali gli Stati Uniti spendono molti soldi, mentre quelli nuovi sono più convenienti. Non si deve trattare con il nemico russo. Non si deve offendere il popolo statunitense. Tale situazione diventa insopportabile perché la Russia si rifiuta di fornire pezzi di ricambio ad acquirenti anonimi e chiede la tracciabilità del venditore e dell’acquirente di questi elicotteri. La situazione permane fino al 2011 quando i generali statunitensi decidono di bucare l’ascesso che si era formato troppo a lungo, e trattano direttamente con i russi. Questa è la versione ufficiale del Pentagono nell’annunciare lo storico accordo per l’acquisto di 21 elicotteri Mi-17B-5 versione da combattimento, per 375 milioni dollari, da impiegare in Afghanistan. Nel giugno 2012, il Pentagono  decise di ordinare 10 nuovi elicotteri da combattimento alla Russia per 217 milioni dollari. Questa volta alcuni membri del Congresso degli Stati Uniti d’America decisero di non arrendersi senza combattere prima del passaggio a Mosca di ciò che viene considerato il più potente esercito del mondo. Fu il senatore Richard Shelby dell’Alabama ad aprire le ostilità accusando il presidente Obama di vendere il Paese ai russi, acquistando, disse, “aeromobili non appropriati, senza coordinamento nell’acquisto” dicendo, secondo lui, che “gli Stati Uniti hanno i migliori aerei del mondo“. Ma i generali che combattono in Afghanistan passano a velocità massima in prima linea per parlare direttamente al pubblico statunitense per spiegare che non sono in Afghanistan per fare numero, ma per combattere e spesso morire. Quindi, se dobbiamo morire, lo facciamo con le armi migliori per combattere. Non fu che il generale dell’US Air Force Michael Boera, responsabile dell’addestramento della forza aerea afgana, davanti alla caparbietà dei senatori statunitensi, a dimenticarsi la segretezza parlando direttamente alla stampa. Ecco cosa disse al giornale Washington Post: “Se venite in Afghanistan e farete un volo sul Mi-17, capirete subito perché questo elicottero è così importante per il futuro dell’Afghanistan (…) Dimenticate che il Mi-17 è russo, vola alla perfezione in Afghanistan“. La cosa più divertente di tale storia è che per contrastare il Pentagono e tutti i suoi generali che preferiscono gli aerei russi, come rivelato dal giornalista Konstantin Bogdanov dell’agenzia di stampa russa RIA Novosti il 15 giugno 2012, 17 senatori statunitensi scrissero una lettera al segretario alla Difesa Leon Panetta, nell’aprile 2012, per legare l’accordo sulle armi con la Russia alla crisi siriana. Ecco quello che scrissero: “Non possiamo permettere che i contribuenti statunitensi finanzino indirettamente l’uccisione di civili siriani (…) il denaro dei contribuenti viene speso per l’acquisto di elicotteri russi invece che per comprare attrezzature degli Stati Uniti per i militari afgani“. Non funzionò, i generali preferivano gli elicotteri russi e così fu. Questa informazione supera ogni commento. Se solo per il teatro di guerra ancora aperto gli Stati Uniti debbono usare le armi di coloro che sostengono di combattere, e sul loro territorio, la Russia, è probabile che sarebbe un vero suicidio politico e militare attaccare la Russia sul suolo ucraino.

C – La Francia può dichiarare guerra alla Russia? No
Quando l’11 gennaio 2013 le truppe francesi in Mali iniziarono l’offensiva contro i jihadisti, i maliani credevano che fosse sufficiente dimostrare gratitudine alla Francia agitando piccole bandiere tricolori per le strade di Bamako. Quello che non potevano sapere è che, allo stesso tempo, al palazzo dell’Eliseo vi fu un vero rompicapo: come finanziare l’operazione militare in Mali? Quattro giorni dopo, il 15 gennaio 2013, l’aereo del presidente francese Hollande atterrò alle 06:30 (03:30 ora locale di Yaoundé), sulla pista dell’aeroporto di Abu Dhabi. Il presidente Hollande doveva trovare il denaro per le operazioni in Mali. Perciò, (secondo AFP) incontrò il Presidente della Federazione degli Emirati Arabi, Qalifa bin Zayad al-Nahyan, e il principe ereditario di Abu Dhabi, Muhammad bin Zayad al-Nahyan. Poi andò a Dubai dove incontrò l’emiro shaiq Muhammad bin Rashid al-Maqtum. E’ quindi evidente che, se per sconfiggere 4 jihadisti nel deserto del Mali, la Francia deve cercare i soldi nella penisola arabica per sconfiggere il vero esercito di un Paese come il Camerun, con la Russia andrà a bussare in paradiso? Ma cos’è realmente accaduto in Mali? Cosa non ci hanno detto delle operazioni militari francesi in Mali, e che potrebbe illuminarci sulle finte zanne che la Francia di oggi mostra alla Russia?

Le informazioni della missione parlamentare sull’operazione Serval in Mali
Il 17 luglio 2013, 2 deputati francesi presentano la relazione delle informazioni sulla missione dell’operazione Serval in Mali, una missione cognitiva promossa dall’Assemblea nazionale francese.  Costoro erano:
- Philippe Nauche, nato il 15 luglio 1957 a Brive (Corrèze), deputato socialista del 2° distretto del dipartimento di Corrèze. Vicepresidente della Commissione della Difesa nazionale e delle forze armate francesi.
- Christophe Guilloteau, nato il 18 giugno 1958 a Lione (Rodano), deputato UMP del 10° distretto del Rodano e membro della Commissione per la Difesa nazionale e delle forze armate francesi.
Come ben si può vedere, non due avventurieri che passavano di lì per divertire la platea con cose  imbarazzanti. No. Sono due veri deputati all’altezza della serietà dei loro propositi. E poi, trattandosi di due partiti opposti, non si può dubitare l’obiettività e l’imparzialità del loro lavoro che credo fosse ben fatto. La prima parte spacciava qualche piccolo successo indiscutibile dell’intervento militare francese in Mali, ma ciò che interessa è la seconda parte della loro relazione, quando, senza perifrasi, indicano le debolezze dell’esercito francese in un teatro di guerra in Africa, che sono particolarmente di due tipi: logistica e tattica. Philippe Nauche e Christophe Guilloteau parlano senza reticenze delle attrezzature obsolete dell’esercito francese. Sostengono che l’elicottero Gazelle sia molto vulnerabile in uno scontro reale con un vero esercito. E inoltre aggiungono che questo fu il problema che causò la morte del pilota Damien Lame, l’11 gennaio 2013, cioè nel primo giorno dell’intervento. L’altro elicottero usato in Mali soffre di un male maggiore: la sua scarsa autonomia. Si tratta dell’elicottero Puma. Tatticamente, i 2 deputati evidenziato due gravi carenze. Il primo è l’incapacità dell’esercito francese nel raccogliere informazioni affidabili. Ad oggi, i servizi segreti francesi si affidano in modo sproporzionato ai loro ex-studenti di Saint Cyr, divenuti generali o colonnelli africani, per avere le informazioni di cui hanno bisogno. Questo fu molto utile in molte situazioni per dare l’ordine di non combattere ad interi eserciti che rapidamente caddero o fuggirono senza combattere solo per via delle informazioni diffuse al mattino su alcune Radio molto ascoltate in Africa. Ma in Mali non combattevano contro l’esercito del Mali, in cui la Francia ha molti informatori, ma piuttosto un avversario invisibile dove la Francia non si era infiltrata. In questo caso, i droni sono generalmente utilizzati per raccogliere quante più informazioni sulle posizioni e i movimenti dei nemici. E la Francia non ha soldi per comprare droni militari. Ma senza droni in Mali, la Francia avanzava alla cieca mettendo la vita dei propri soldati a rischio. Così sostenevano in ogni caso i due deputati. Non è chiaro come la Francia, che non addestra i generali russi e non ha informatori nell’esercito russo, possa combattere in Ucraina o in Crimea. Un’altra breccia nel Mali fu, secondo questi due deputati, la scarsa autonomia per il rifornimento degli aerei francesi. In Mali, la Francia ha bisogno vitale degli altri eserciti europei per rifornire in volo i suoi aerei, perché non può farlo da sola, non ha gli aerei necessari. In conclusione, i due deputati deplorano la subordinazione della Francia ai suoi alleati europei nel minuscolo teatro di guerra del Mali, definendolo “grande freno all’autonomia strategica della Francia”.

D – L’Europa può dichiarare guerra alla Russia? No
Mentre tutti gli occhi erano puntati alla Conferenza dei Capi di Stato africani e francesi sulla sicurezza in Africa, del 6 e 7 dicembre 2013, conferenza priva d’importanza strategica secondo me, qualcosa di più importante accadde invece due giorni prima, il 4 dicembre 2013 alle ore 9.30 presso la “Commissione della Difesa nazionale e delle forze armate francesi”. Sotto la presidenza di una nostra conoscenza, Philippe Nauche, assistemmo alla presentazione di due nuove persone: Danjean, presidente della sottocommissione “sicurezza e Difesa” del Parlamento europeo, e Maria Eleni Koppa, relatrice sui temi del Consiglio europeo, nel dicembre 2013, che affrontarono questioni su Difesa e sicurezza. Si parlò, tra l’altro, dell’intervento francese in Africa Centrale.
Ecco cosa dichiara Arnaud Danjean: “Il problema politico si aggiunge al problema di leadership in Europa. La difficoltà non sta tanto nelle persone quanto nell’autocensura delle strutture di Bruxelles: anticipando il blocco di certi Stati, non osano prendere iniziative su sicurezza e Difesa. Questo è il motivo per cui, in questi ultimi anni, le istanze della Difesa europea appaiono piatte. La Repubblica Centrafricana soffre per tale inazione. È probabile che l’UE si accontenterà del consueto ruolo di principale fornitore di aiuti umanitari. Kristalina Georgieva, Commissario per l’azione umanitaria, s’è già recata più volte nel Paese. Certi Paesi potrebbero fornire aiuti logistici, come del caso del Mali dove lo sforzo francese, segnato dall’invio di truppe da combattimento, fu possibile solo grazie al sostegno dei nostri alleati europei e nordamericani. Infatti, l’invio di un aereo da trasporto belga o olandese può essere determinante. Si tratta di una scommessa sicura in Africa Centrale, dove gli sforzi saranno condivisi nello stesso modo: i francesi inviano uomini di nuovo, e alcuni partner europei, nessuno dei quali mostra il desiderio d’inviare contingenti sostanziali, forniranno il supporto logistico e la Commissione firmerà un assegno umanitario“. (…) riguardo lo stato d’animo dei nostri partner europei, mi si permetta una metafora. Affinché le cose funzionino nella Difesa europea bisogna allineare tre pianeti: Francia, Gran Bretagna e Germania. Ma al momento, anche se l’immagine è assurda da un rigoroso punto di vista scientifico, non ne sono allineati nemmeno due! La Francia ha sempre tenuto una posizione da leader nel caso della Difesa europea, ma il dialogo con i suoi alleati resta complicato. Infatti, Francia e Germania, suo partner privilegiato, non usano la stessa lingua; quando parliamo di operazioni e istituzioni, i nostri amici tedeschi rispondono industria. Tuttavia, la loro visione industriale differisce profondamente dalla nostra: lungi dal basarsi su una politica industriale attiva a livello europeo, danno priorità alle loro aziende nazionali,  approfittando parecchio dei fondi europei. Per la Germania, il consolidamento dei mercati della Difesa deriva dalla corretta applicazione delle direttive europee sulla libera concorrenza“.
Ecco ciò che dice il deputato UMP Bernard Deflesselles del comitato: “Come voi, non mi aspetto molto dal Consiglio europeo del dicembre 2013. I dati sulla crescita dei bilanci militari nel mondo sono illuminanti: l’aumento è stato del 71% per la Cina, 65% per la Russia, 60% per l’India e 40% per il Brasile. Tutti gli Stati-continente aumentano a dismisura le spese per la Difesa. E l’Europa?  Siamo consapevoli della mancanza di volontà politica. Il Parlamento europeo ha cercato di farlo emergere e i rapporti del vostro sottocomitato sono eccellenti, ma non comportano nulla nella volontà dei governi. Ne abbiamo un esempio con il Mali. Sono lieto di apprendere che il contingente olandese di 380 uomini è stato inviato in questo Paese, ma ho visto con i miei colleghi della missione d’inchiesta sull’operazione Serval, che l’impegno dell’UE sul campo, cioè un contingente di 500 uomini assegnati all’addestramento dei nuovi battaglioni in Mali, non era all’altezza né delle aspettative, né della volontà dell’Europa. (…) Riguardo l’Agenzia europea per la Difesa (EDA), dobbiamo riconoscere che non è cambiato nulla dalla sua nascita, dieci anni fa.  L’unico progetto di difesa europea era l’A400M. Possiamo dire che per la cyber-difesa e l’industria spaziale non vi è alcun progetto o budget. L’Agenzia deve ancora affrontare l’Organizzazione congiunta per la cooperazione in materia di armamenti (OCCAR). In breve, non c’è nulla. Temo che l’Europa sia destinata a rimanere uno spazio economico con un po’ di solidarietà, forse, ma di certo non diventerà una potenza in grado di influenzare il mondo di domani“.
Philippe Folliot, del partito UDI (Unione dei democratici ed indipendenti) e segretario della commissione per la Difesa nazionale e le forze armate francesi, s’è interessato: “Abbiamo appena parlato del progressivo ritiro degli Stati Uniti dalla NATO: il centro d’interesse geostrategico degli statunitensi passa dal Nord Atlantico al Pacifico, senza rendersi conto che potrebbe essere devastante per la nostra capacità nel garantirci la sicurezza e la nostra Difesa, dato che ci saranno, se così posso dire, più fori nell’”ombrello statunitense“.

E – Parziale conclusione della prima di quattro parti:
E’ chiaro che in caso di aperto conflitto diretto con la Russia, su Crimea e Ucraina, l’Unione europea avrebbe più di un motivo per preoccuparsi. L’Europa è assai impigliata nei suoi problemi sulla Difesa per via degli Stati Uniti che hanno deciso di abbandonare la NATO, cioè di non finanziare più la Difesa dell’Europa per avvicinarsi al Pacifico, dove si gioca tutto adesso. E chi c’è nel Pacifico? Due Paesi: Russia e Cina, con altri quattro Paesi riuniti nella nuova alleanza strategica da quasi 3 miliardi di persone, cioè il 40% della popolazione della Terra, su 32 milioni di kmq dell’organizzazione intergovernativa regionale asiatica chiamata Shanghai Cooperation Organization che comprende Russia, Cina, Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. L’India ne è un osservatore così come Pakistan, Iran, Mongolia e dal 2012 anche Afghanistan. Altri Paesi come Turchia e Sri Lanka hanno chiesto di aderirvi e le loro richieste sono ancora in fase di elaborazione. Gli europei non vedono quanto di reale accade in Oriente, essendo impigliati nelle loro solite bugie finendo con il mentire a se stessi, cioè a credere nelle proprie bugie. Sebbene non contino più granché, subitaneamente di sono auto-proclamati comunità internazionale. S’è visto in Costa d’Avorio, e poi in Libia. Hanno inaugurato un nuovo modo di nascondere la propria debolezza militare con le sanzioni contro Costa d’Avorio e Libia e, avendo l’illusione che abbiano funzionato, oggi le brandiscono contro la Russia. Immaginate di dare il vostro raccolto di miglio al vicino di casa, che ha un grande granaio, affinché lo conservi. E il giorno in cui si arrabbiasse contro di voi, piuttosto che dire che non vuole tenere il vostro miglio e che dovete riprendervelo, vi dice che essendo arrabbiato vi blocca il raccolto, tenendoselo. Potreste chiamarlo bandito, si capisce. È il famoso congelamento dei capitali. Ed è così che Obama ha congelato 30 miliardi dollari di denaro libico detenuto in banche statunitensi. Oggi, nessuno sa cosa sia successo di quel grande bottino di guerra della Libia. Io ho una mia idea: forse Paul Bismuth, alias Don Sarko, ne sa qualcosa? Obama ed amici europei hanno voluto giocare alla Russia il colpo a Gheddafi. Solo che questa volta, come si dice ad Abidjan, hanno incontrato per strada un tizio. Un tizio con gli attributi di nome Putin. Ciò che fa tremare i capi europei è che il tizio non ha detto l’ultima parola e nessuno, nemmeno sua moglie, sa cos’ha in testa. Sulla testa di Gbagbo, in onore della Guida libica Gheddafi, vorrei dirgli: Parlate ancora!
Qui ci sono persone che si spacciano per “potenti” e che in ultima analisi sono forti con i deboli. Mi aspetto che Obama, Cameron e Hollande assemblino una coalizione dei volenterosi difensori del diritto internazionale per imporre una no-fly zone sulla Crimea. Là, sapremo chi sono i veri difensori del diritto internazionale.

644228Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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