Stato islamico: chi è davvero il SIIL?

Ghaleb Kandil, direttore di New Orient News, 6 ottobre 2014 – Mondialisation

10624972Il presidente turco Recep Erdogan è il leader regionale della “Fratellanza Musulmana” sopraffatto dalle delusioni. Incapace di sconfiggere la Siria e il suo Comandante in capo, vede dissipare i suoi sogni di gloria alla testa dell’impero neo-ottomano. Incapace di vincere la sua scommessa d’imporre un governo coloniale ai popoli del Levante ed Egitto, ha scatenato il suo profondo odio selgiuchide cospirando contro Siria, Egitto, Iraq ed interferendo in ogni affare nel mondo arabo. Tutte le strade che avvantaggiano il SIIL con finanze, armi e uomini passano da Istanbul, dove le transazioni sono realizzate vendendo petrolio rubato in Iraq e Siria da società turche e consegnato ai propri clienti statunitensi e sionisti da cui ricevono ingenti somme, milioni al giorno, per le casse di al-Baghdadi. Con gli auspici delle intelligence turche migliaia di turchi sono stati reclutati nel SIIL, i cui campi sono stati istituiti per addestrali e le cui “case di cura” accolgono. Molti di loro si sono recati in tali “luoghi di riposo” dopo le stragi. Immagini e articoli che descrivono i loro viaggi vengono anche pubblicati dalla stampa turca! Ed è sempre sotto gli stessi auspici che arrivano migliaia di combattenti stranieri che secondo Obama “l’occidente ne teme il ritorno nei Paesi di origine”. Riguardo le armi comprate da Arabia Saudita e Qatar, molte sono arrivate in Turchia per il SIIL, ma anche per le fazioni dei servizi segreti turchi che a loro volta massacrano, saccheggiano e devastano il nord-est siriano; anche se la maggior parte del bottino comunque torna ai “Dawaash” (i membri del SIIL) per comprarne l’aggressione ai curdi in Iraq e Siria.
La Turchia è lo Stato aggressore che ha creato “i comandi operatovi per la distruzione della Siria”, guidati dal generale degli Stati Uniti David Petraeus. E’ lo Stato responsabile dell’organizzazione delle “conferenze dei mercenari” delle edizioni successive, ma sempre sotto la bandiera di una presunta opposizione siriana. Un’opposizione i cui aspetti, nomi e capi variano a discrezione dei mandanti degli Stati Uniti, ma la cui costante dipende dall’illusione del governo ottomano decisa dall’odio verso la Siria e il suo popolo, e dall’ostilità verso tutto ciò che è arabo. Erdogan mira al popolo e ai leader arabi dell’Egitto dopo la rivolta contro l’organizzazione dei Fratelli musulmani, “madre del terrorismo e serva del colonialismo in Oriente”, perché gli egiziani che credevano alla sua propaganda presto hanno scoperto l’ipocrita transazione nell’ambasciata degli Stati Uniti, alla vigilia dell’arrivo al potere di Muhammad Mursi sotto il califfo dell’illusione ottomano, creatore del SIIL e protettore dei gruppi taqfiri che operano in Siria. Erdogan vuole spezzare l’Iraq e mira a prendersi Kirkuk, preparandosi ad attaccare la Siria per perfezionare il “piano del SIIL” con il pretesto della cosiddetta “zona di sicurezza” che cerca d’imporre sul campo. Ma ogni avanzata della Turchia in Siria sarà considerata un’aggressione alla Siria, alla sua sovranità e indipendenza. Si attiverà una risposta ferma e adeguata, e lo Stato siriano è pronto a respingere gli attaccanti.
Le autorità siriane hanno agito saggiamente accettando il “coordinamento sommerso” con l’amministrazione statunitense per permettergli di salvare la faccia dal fallimento morale e politico, mentre gli attacchi aerei degli USA sono difatti coordinati con Damasco; questo senza che la Siria li legittimi svolgendosi “al di fuori del quadro del Consiglio di sicurezza e quindi della legittimità internazionale”. Le autorità siriane sono ben consapevoli dei rischi potenziali di una tale situazione e ne detengono grandi vantaggi; ma a Damasco, i regolamenti di conti si compiono sempre al momento opportuno ed è con i suoi alleati che la Siria traccia le linee rosse e le norme sugli attacchi aerei degli Stati Uniti nel quadro della “lotta al SIIL”. La Siria ha detto, con il suo ministro degli Esteri a New York, che qualsiasi invasione del proprio territorio sotto qualsiasi pretesto, sarà considerato un attacco alla sovranità nazionale siriana. Pertanto, dovranno aspettarsi difesa e resistenza con tutte le forze disponibili, soprattutto perché gli attaccanti fanno parte dell’odiosa alleanza che ha lanciato la “guerra mondiale” per distruggere Siria, e la Turchia di Erdogan è il quartier generale dell’alleanza e uno dei suoi più atroci, viziosi ed ipocriti membri.

ALeqM5jBTEifhiRULijv3hODDaCnXrEC1ACosì scriveva Ghaleb Kandil alla vigilia del 2 ottobre, il giorno dell’adozione al parlamento turco del testo presentato dal primo ministro Ahmet Davutoglu, che autorizza l’impegno della Turchia in un’azione militare “contro il SIIL” in Iraq e Siria. Passiamo su tutto ciò che abbiamo sentito nei nostri media, lieti che la Turchia infine dimostri di essere davvero un alleato della NATO, ma che necessariamente ha liberato gli ostaggi di Mosul con la semplice deterrenza diplomatica verso l’infame SIIL. Infatti, abbiamo visto gli ostaggi liberati [1] laddove altri sono stati decapitati! Passiamo anche sul presunto rifiuto del governo turco nel giustificare la possibile invasione della Siria con l’intenzione d’istituire campi profughi o, più precisamente, una “zona di sicurezza” per milioni di profughi siriani, che sì ha umanamente accolto prima ancora di sentirne il bisogno, per non parlare delle centinaia di curdi iracheni ai quali ha aperto le frontiere dopo aver esitato… mentre il suo alleato statunitense cedeva alle sue pretese. Baderemo solo alle dichiarazioni del portavoce del ministero degli Esteri [2] francese, a seguito di questa ottima notizia:

8) Turchia/Siria/SIIL
D – Quali sono le consultazioni franco-turche?
R – La riunione dei ministri degli Esteri riguarderà relazioni bilaterali e questioni regionali. Il formato è stato deciso dopo la visita del presidente della Repubblica in Turchia, il 27 e 28 gennaio 2014. Si tratta di consultazioni annuali, ed è la prima volta che si svolgono a Parigi.

D – Come vede la Francia il progetto approvato dall’assemblea turca di creare uno spazio presso Qubanah, a cui i turchi fornirebbero copertura aerea?
R – Accogliamo con favore la decisione del Parlamento turco, che permette al governo d’intraprendere un’azione militare, se ritenuta necessaria. Per noi la Turchia è un alleato e un partner chiave nella coalizione antiterrorismo. Le consultazioni bilaterali del 10 ottobre saranno occasione per rivedere tutti questi problemi. Su progetti specifici delle autorità turche, vi rimando a loro.

D – Ciò significa mettere piede in Siria e dispiegarvi truppe, con l’argomento che dobbiamo proteggere Qubanah?
R – Si tratta di una decisione delle autorità e del parlamento turchi. Come ha detto il ministro, vi è una divisione del lavoro tra i Paesi della coalizione contro l’organizzazione terroristica SIIL.

D – Ma è ancora urgente. Sembra che nessuno si preoccupi della situazione a Qubanah, e si accetta che questa città cada e vi siano massacri. Nessuno sembra voler armare i curdi siriani?
R – Sosteniamo ciò che gli statunitensi fanno in Siria e nei Paesi arabi, ma ci deve essere una divisione del lavoro. Dobbiamo intervenire militarmente in Iraq. In Siria sosteniamo l’opposizione moderata. Il ministro l’ha chiaramente ricordato la scorsa settimana presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

D – In tale divisione del lavoro chi aiuta i curdi di Qubanah?
R – Per noi, il partito che può combattere nel modo più efficiente contro SIIL e contro Bashar al-Assad è la coalizione nazionale siriana.

D – Perché aiutare i Peshmerga curdi in Iraq e non i curdi di Qubanah in Siria?
R – In Iraq lo facciamo su richiesta e in collaborazione con le autorità irachene”.

Niente di nuovo, tranne una buona ed inaspettata domanda, in questi giorni e in questo tipo di documento. [3] Qubanah è una città siriana a maggioranza curda, perché aiutano i curdi in Iraq e non i curdi in Siria? Ma indubbiamente il portavoce risponde con una piroetta. Ora sembra che ci sia “la domanda” se il problema curdo sia la bomba che possa esplodere in faccia all”alleato Erdogan” ora che Masud Barzani, presidente della regione autonoma del Kurdistan in Iraq, sa che non può contarci, e che Abdullah Ocalan, sempre prigioniero in Turchia quale leader del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) ha minacciato di interrompere il dialogo con Ankara se la popolazione di Qubanah sarà massacrata [4]. Una bomba che sarà molto più esplosiva di quella lanciata il 3 ottobre dal vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden [5]: “I nostri alleati regionali sono il nostro problema più grande in Siria… i turchi sono grandi amici e ho ottimi rapporti con Erdogan, con il quale ho trascorso molto tempo… i sauditi… gli emirati… che fanno? Erano così determinati a rovesciare Assad da condurre una guerra per procura tra sunniti e sciiti…” In breve, gli Stati Uniti sono puri come neve. Sono i loro alleati che armano e finanziano il SIIL, ma questi alleati “hanno finalmente capito i loro errori”!!! Data tale conclusione, non ha molto senso proseguire nell’aggressione alla Siria. La questione è se sia la risposta degli Stati Uniti ad Erdogan e altri alleati, per ricordare chi è il padrone e quale sia l’obiettivo finale del “piano SIIL”, servire soprattutto gli interessi degli Stati Uniti! Se avevano un qualche margine di manovra, l’hanno già consumato. La questione è anche se l’avvertimento di Joe Biden possa spiegare il fatto che il paragrafo di cui sopra (dichiarazioni ufficiali in politica Estera del 3 ottobre 2014) sia scomparso, avendo appena il tempo di copia/incollare, in un paio d’ore. La Turchia non sarebbe può un partner ‘d’obbligo’ degno della Francia? Oppure, ancora una volta, gli Stati Uniti rifiutano di accordarsi e la Francia traccheggia?

Traduzione e commento di Mouna Alno-Nakhal 04/10/2014

Note:
[1] Liberazione egli ostaggi turchi: “Questo è un giorno di festa per la nazione”
[2] Le dichiarazioni ufficiali in politica Estera 3 ottobre 2014
[3] I curdi di Qubanah “massacrati” dai jihadisti
[4] Abdullah Ocalan minaccia di rompere il dialogo con Ankara
[5] Tutti tranne noi! Biden incolpa gli alleati per l’avanzata del SIIL

Copyright © 2014 Global Research

Walid al-Mualam

Walid al-Mualam

Il patto di Obama con i sauditi e al-Nusra
Moon of Alabama, 27 settembre 2014

Secondo il Wall Street Journal, Obama ha fatto un accordo con i sauditi, legittimando gli attacchi contro lo Stato islamico ed al-Qaida in Siria (Jabhat al-Nusra) con l’amministrazione Obama che poi rovescerebbe il governo siriano del Presidente Assad. Il principe saudita Bandar, che ha rifornito i jihadisti, è stato estromesso, ma è sempre nei cuori dei redattori neoconservatori di The Economist che gridano vittoria. Sono riusciti a trascinare gli Stati Uniti nella loro nuova guerra. Evviva! Ma da quanto ho capito, il ruolo di Obama nell’accordo apparirà più tardi. Ci vorrà un anno per addestrare gli insorti “moderati” in Arabia Saudita ed è solo quando saranno pronti che l’anatra zoppa Obama, potrà (o meno) iniziare l’azione militare. Gli elettori statunitensi sono ben consapevoli del fatto che Obama mantiene sempre le sue promesse (o meno). Un anno può essere lungo e chissà cosa accadrà prima. L’urgenza dell’accordo con i sauditi potrebbe essere dovuta ad certuni che pensano sia ora necessario attaccare i capi di al-Qaida (Jabhat al-Nusra) in Siria. Potrebbe anche esser dettato dagli scarsi voti di Obama nei sondaggi e il suo bisogno di mantenere un Senato a maggioranza democratica dopo le elezioni di novembre. La seconda ragione sembra più probabile. Per giustificare tale mossa su tale gruppo dalla grande leadership, la sua azione deve essere distinta dalle azioni dei jihadisti “moderati” di al-Nusra, con cui coopera su una serie di altre questioni. Il gruppo “Qurasan” è stato inventato e propaganda allarmista è stata lanciata per giustificare l’attacco. I media statunitensi come prevedibile hanno ingollato tutto e sparso ansia sulle “responsabilità” del “Qurasan“. Solo dopo l’attacco i dubbi sono stati autorizzati ad emergere: “Molti assistenti di Obama hanno detto che gli attacchi aerei contro Qurasan sono stati lanciati per contrastare un attacco terroristico “imminente”. Ma altri funzionari statunitensi hanno detto che la cospirazione era ben lungi dall’essere pronta, e non vi era alcuna indicazione che Qurasan la programmasse”. Secondo alcune speculazioni Jabhat al-Nusra fa parte di al-Qaida. E’ diretta da veterani di al-Qaida che hanno combattuto in Afghanistan e Pakistan e giunti in Siria dove era iniziata la rivolta. Gli Stati Uniti hanno ribattezzato tali veterani con il nome di gruppo “Qurasan” per avere una buona ragione per eliminarli. I loro sostituti potrebbero essere i maggiori gruppi ribelli nel sud della Siria disposti a cooperare di più con USraele. Una nuova versione soft di al-Qaida.
La strategia dispiegata con le varie guerre per procura in Siria e in Iraq dalle forze atlantiste è sempre più contorta. Non sarei sorpreso nel vedere Obama gettare la spugna su tutta la vicenda. Dopo le elezioni di novembre, potrebbe dire “basta” e mollare il caos.481100357-768x491Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I MiG-25 della Siria volano ancora

Stijn Mitzer, Amsterdam, Defence Weekly IHS Jane 1 aprile 2014

MiG25_-_mainFilmati dalla Siria rivelano che alcuni velivoli MiG-25 ‘Foxbat‘ sono operativi. La Syrian Arab Air Force (SAAF) ha acquisito un numero imprecisato di MiG-25, uno degli aerei militari più veloci mai messi in campo, alla fine degli anni ’70 e in quattro versioni: gli intercettori MiG-25P e MiG-25PD (il primo è stato successivamente aggiornato allo standard PD divenendo MiG-25PDS), i bombardieri-ricognitori MiG-25RB e i velivoli da addestramento MiG-25PU. Si credeva che la SAAF avesse ritirato i suoi MiG-25 entro il 2011. Tale impressione era sostenuta da immagini satellitari che mostravano numerosi MiG-25 lasciati all’aperto nella base aerea di Tiyas (nota anche come T4) piuttosto che depositati nei ricoveri corazzati per aerei.
Le immagini satellitari della base del 3 novembre 2013 indicano 28 MiG-25, la maggior parte dei quali nelle aeree di parcheggio intorno a pista, ma 12 sono stati rimorchiati nel deserto, suggerendo che siano stati dismessi. Le immagini prese il 1° gennaio suggerivano che nessuno dei 28 aerei era stato spostato in due mesi. Tuttavia, un video diffuso dai ribelli l’8 agosto 2012 suggeriva che alcuni MiG-25 potrebbero essere operativi presso la base aerea di Palmyra, a 60 km ad est di Tiyas. Il video mostrava due intercettori MiG-25PD/PDS apparentemente attivi e un addestratore MiG-25PU sull’asfalto di una base identificata dal gruppo come Palmira. Alcun aereo da ricognizione MiG-25RB fu avvistato. Tale affermazione fu confermata da due video diffusi a marzo, che mostravano un solitario MiG-25 volare su Uqayribat, una cittadina a 60 km a nord della base aerea di Tiyas e più lontana da Palmira. Mentre non è chiaro quale versione del MiG-25 appaia nel filmato, il gruppo che l’ha diffuso affermava che il velivolo avvistato era appena tornato da una missione di bombardamento, il che significa che dovrebbe essere un MiG-25RB che ha una limitata, anche se imprecisata, capacità di attacco al suolo.

Analisi
Ora sembra che la SAAF non abbia mai formalmente radiato i suoi MiG-25, essendo la maggior parte semplicemente accantonata per scarsità di combustibile, necessario altrove. Mentre la relativa flotta di Su-22, Su-24 e MiG-23 è messa a terra per l’usura e qualche tiro dell’antiaerea dei ribelli, la SAAF ha da subito utilizzato gli aeromobili meno adatti al ruolo aria-terra, come ad esempio i MiG-23MF/ML, ed ora anche i MiG-25RB e i MiG-29. E’ anche plausibile che il MiG-25 tornerà nei cieli per proteggere gli aerei da attacco al suolo della SAAF che volano presso il confine turco, dopo l’abbattimento di un MiG-23 siriano da parte di un F-16 turco. Gli intercettori MiG-25PD/PDS sono armati con missili R-40RD a guida radar semi-attiva ed R-40TD a guida agli infrarossi, che potrebbero indurre l’aeronautica militare turca a pensarci due volte prima d’ingaggiare di nuovo gli aerei siriani.

14_1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Decodificare la svolta di Erdogan sul SI

MK Bhadrakumar - 4 ottobre 2014erdogan_biden_168893359Il parlamento turco ha votato l’autorizzazione al governo ad inviare truppe in Iraq e la Siria, con un’inversione storica del lascito di Kemal Ataturk, secondo cui il Paese non si sarebbe mai più impantanato in Medio Oriente. Ankara ha tirato fuori varie ragioni per giustificare la svolta sul ruolo della Turchia nella lotta allo Stato islamico (SI). La base del ragionamento è che la Turchia è dedita alla lotta al terrorismo. Ma i motivi turchi sono altamente sospetti. Il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden ha detto, in un discorso all’Università di Harvard, che il primo ministro turco Recep Erdogan è sinceramente pentito del sostegno segreto della Turchia al SI degli ultimi anni. Biden era incline a perdonare Erdogan per i peccati del passato e faceva molto piacere che la Turchia ora permettesse agli Stati Uniti di usarne le basi militari per lanciare attacchi aerei in Iraq e Siria, difatti una ‘svolta’ nelle operazioni militari statunitensi. Biden ha dato l’impressione che il rinato Erdogan non vedesse l’ora di attaccare lo SI. Ma Erdogan dice che la vera ragione è che il suo cuore pio sanguina alla visione di carneficine e sofferenze umane in Iraq e Siria, e che non può restare a guardare. Biden e Erdogan sono dei gorilla della politica. Quale potrebbe essere il calcolo di Erdogan? Una cosa si può dire fin da ora, Erdogan è un esponente del ‘neo-ottomanismo’, rifacendosi al destino di Istanbul quale capitale di Medio Oriente e Nord Africa musulmani. Le rovine di lontane cittadelle ottomane, come il Kenya in Africa orientale, ne testimoniano il glorioso passato. Baghdad, Cairo e Damasco sono state sistematicamente devastate e indebolite negli ultimi dieci anni, grazie alla combinazione tra strategie regionali segrete statunitensi e follia dei Paesi del Golfo (in particolare l’Arabia Saudita) perseguendo i propri interessi da barboncini della politica regionale degli USA. Basti dire che non c’è potenza araba oggi che possa fingere di poter giocare un ruolo di leadership nella regione. Gli arabi sono in ginocchio. In ogni caso, i turchi hanno sempre considerato gli arabi del Golfo forma inferiore di vita. Così, Erdogan potrebbe aver capito che l’ora della resa dei conti della Turchia è arrivata, essendo di gran lunga il più potente Paese sunnita. Tatticamente, naturalmente, la Turchia ha tutto da guadagnare occupando le terre curde nel nord dell’Iraq e della Siria, da cui i separatisti del PKK colpiscono la Turchia. La Turchia è anche contraria alla formazione di una qualsiasi entità curda in Iraq e Siria. Ma oltre a tutto ciò, vi è un’altra domanda, i sogni espansionistici della Turchia. La Turchia è una potenza regionale ‘insoddisfatta’. I suoi confini attuali furono imposti dalle potenze imperialiste Gran Bretagna e Francia. Ma non ha spazio per espandersi verso i Balcani e la Grecia. Erdogan avrebbe sentito l’osservazione allettante dal presidente Barack Obama. in una recente intervista con Tom Friedman, secondo cui l’accordo Sykes-Picot del 1916 si sta disfacendo. La Turchia non ha mai accettato la perdita di territorio, in Iraq e in Siria, dopo la decisione anglo-francese. Particolarmente irritante fu la perdita di territorio con il Trattato di Sèvres (1920) e gli eventi immediatamente successivi. La Gran Bretagna impedì che le regioni petrolifere nel nord dell’Iraq e Mosul (ora sotto controllo) facessero parte dello Stato turco. La Gran Bretagna insisteva sul fatto che le regioni (dove il petrolio venne scoperto agli inizi degli anni ’20) dovevano far parte dello neo-Stato Iraq (in modo che rimanessero sotto il controllo inglese, ovviamente).
Se qualcuno è interessato a sapere del contesto storico mozzafiato dagli sviluppi epocali attuali in Medio Oriente, con il pretesto della lotta contro lo Stato islamico, mi sento di raccomandare il brillante libro (che ho appena finito di leggere per la seconda volta) di David Fromkin intitolato “Una pace senza pace”. Infatti, avvoltoi spietati iniziano a volteggiare nei cieli del Levante e della Mesopotamia, per raccogliere le carcasse che saranno disseminate su quelle terre calcinate, mentre la lotta degli Stati Uniti contro lo SI segue. Ma quanto spazio Stati Uniti e Gran Bretagna concederanno alla Turchia? Nel 1920 gli Stati Uniti erano di passaggio mentre la Gran Bretagna dettava le condizioni alla Turchia. Oggi ciò che accade è un’operazione anglo-statunitense con un proprio ordine del giorno. Poi vi sono i curdi vicini ad Israele. E a differenza dei primi anni ’20, quando i bolscevichi erano occupati a casa, quando furono i sovietici che svelarono l’esistenza del patto segreto Sykes-Picot (1916), la Russia è tornata in Medio Oriente. Inoltre, i Paesi arabi tollereranno l’ondata turca nei territori arabi sunniti con qualunque pretesto? Il ricordo umiliante del dispotico dominio ottomano brucia ancora, soprattutto in Arabia Saudita. Baghdad ha già protestato e così la Siria. Per quanto tempo Cairo e Riad taceranno? Ancora una volta, come può lo storico rivale della Turchia, l’Iran, restare inerte guardando Erdogan ordinare alle truppe di occupare territori nel suo vicinato?
L’interazione di questi fattori è estremamente rilevante. Per il momento, però, va bene a Washington che la Turchia non segua l’esempio lodevole dell’Australia unendosi alla lotta contro lo SI. Senza dubbio, militarmente, la Turchia sarebbe una risorsa strategica nelle operazioni degli Stati Uniti, ma politicamente può creare un domani inaffidabile. Erdogan ha dato rifugio alla leadership della Fratellanza musulmana recentemente scacciata dal Qatar (su pressione saudita.) Erdogan ancora probabilmente spera che ci sia una transizione politica in Siria, e che i Fratelli abbiano la possibilità di combattere per conquistarvi il potere. Ma poi, i Fratelli sono nemici giurati del regime egiziano, e rappresentano una minaccia esistenziale alle autocratiche monarchie di Golfo e Giordania. Non è chiaro fino a che punto Obama possa accompagnarsi con Erdogan, una volta che quest’ultimo sospinge l’idea della trasformazione democratica del Medio Oriente (primavera araba), iniziando dalla Siria. Tutto sommato, l’ingresso della Turchia nella guerra degli USA contro lo Stato islamico introduce un’altra contraddizione.

eiTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Assemblea NATO Catania: il punto di vista del Vice Presidente dell’Iraq

Flora Bonaccorso, MessinaWeb, 3 ottobre 2014controcopertina-aliSeconda e ultima giornata dei lavori dell’Assemblea NATO a Catania. Tema della sessione mattutina, “Geopolitica della crisi siro-irachena”. Al tavolo dei relatori due personaggi di punta: lo studioso Fawaz A. Gerges, professore di Relazioni internazionali presso London School of Economics, autore di “The New Middle East Protest and Revolution in the Arab World” (Cambridge University Press, 2014); il Vice Presidente del Consiglio dei Rappresentanti dell’Iraq, Aram Muhammed Ali.
Rivolgendosi all’Assemblea, Ali ha sollevato l’interrogativo sul terrorismo. “Il terrorismo – dichiara Ali – riceve sostegno occulto con grandi reti logistiche. Dobbiamo prendere seriamente in considerazione le interferenze internazionali se vogliamo capire come i gruppi terroristici si siano sviluppati negli ultimi anni e riescano ad accedere ad armi sofisticate. La coalizione internazionale sino ad ora è stata vaga. In Iraq c’è una guerra, con grandi regioni in mano ai terroristi che dimostrano di essere in grado di spostarsi anche in altre regioni. Tuttavia, le istituzioni libiche attuali non debbono crollare ma essere rafforzate. L’Iraq ha bisogno di un’ideologia di pace, capace di porre fine alle tendenze settarie. Abbiamo bisogno dell’aiuto internazionale, purché sia costante e preciso, altrimenti rischiamo di prolungare la vita al terrorismo”.
Raccogliamo con piacere e interesse gli interrogativi del blogger del Bollettino d’Informazione Internazionalista “Aurora” e, al termine dei lavori, li rivolgiamo al Vice Presidente Ali.
Domanda: “Come valuta l’intervento della Russia, rispetto all’Occidente in particolare all’Italia, nell’intervento in Iraq?”
Risposta: “Seguiamo con attenzione le posizioni prese all’interno del Consiglio di Sicurezza. Abbiamo bisogno del più ampio appoggio delle nazioni, tra cui anche la Russia. Ogni Paese è libero di prendere le posizioni che vuole, ma deve sapere che la formazione che purtroppo ha preso l’Iraq, come teatro di confronti, è sicuramente una minaccia per tutto il mondo: mi riferisco al Nord Africa, alla Libia, ci sono paure anche da parte della Turchia e della Giordania, per cui bisogna lavorare tutti insieme per contenere questa minaccia. I gruppi terroristici hanno ambizioni espansionistiche che riescono a creare effetti collaterali – ad esempio quello della immigrazione – che avranno ripercussioni anche in Occidente. Per queste ragioni il governo dell’Iraq ha diritto di conoscere i dettagli della campagna militare e di essere rassicurato che questa compagna sia incentrata nella lotta al terrorismo e non soltanto utile a contenere gli effetti collaterali, per primo l’immigrazione”.
Domanda. “Come valuta la posizione della Siria nella lotta comune al terrorismo?”
Risposta: “La Siria vive uno stato di terrorismo, in effetti. La stabilità della Siria incide in quella dell’Iraq e viceversa. E se l’Iraq non conosce stabilità, non potranno conoscerla neppure tutti i paesi dell’area. L’Iraq, territorialmente, si estende in lunghezza nel centro del Medio Oriente: voglio dire che se non ci sarà sicurezza in Iraq, non ci sarà in tutta l’area medio orientale”.

gergesDal discorso del professore Fawaz A. Gerges:
Gli americani stanno provando a salvare Israele da se stesso, nel senso che il governo di destra non lo sta aiutando rispetto alla crisi israelo-palestinese”.
Gli estremisti vogliono uno Stato islamico in Patria, ovvero non sono interessati a califfati in Occidente”.
La povertà da sola non spiega l’estremismo, ci sono altri fattori da considerare”.
Il nodo arabo è un teatro dove gli stati non arabi e le grandi potenze fanno un po’ come gli pare. Tanto accade perché le fondamenta del mondo arabo sono venute meno. Per primo, l’Egitto è molto indebolito dalla crisi interna. Ma non credo che la Turchia sia al centro di una cospirazione”.

Lo Stato islamico creato dagli Stati Uniti

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation 02/10/2014

F78VLLa bandiera della battaglia è sollevata e sventola. Gli Stati Uniti lanciano la campagna aerea contro lo Stato Islamico in Iraq e Siria senza il permesso del governo siriano e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Vi sono denunce da Russia e Iran secondo cui l’obiettivo finale dell’operazione statunitense è l’eliminazione delle infrastrutture siriane. La preoccupazione di Mosca e Teheran appare giustificata. Il contrammiraglio John Kirby, portavoce del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ha riferito che l’aviazione statunitense ha colpito 12 installazioni petrolifere sul suolo siriano presumibilmente sotto il controllo dello Stato islamico. L’ammiraglio ha detto che sono in programma altri attacchi simili. Il 25 giugno 2011, un protocollo d’intesa per la costruzione dell’oleodotto Iran-Iraq-Siria fu firmato a Bushehr. I disordini in Siria esplosero dopo che l’accordo fu concluso. Tutto ciò indica che la guerra degli Stati Uniti contro il governo di Bashar Assad è una guerra per il petrolio e gas. Damasco fu aggiunta alla lista dei nemici degli Stati Uniti nel 2009, quando Assad respinse la proposta di partecipare alla costruzione del gasdotto Qatar-Europa sponsorizzato dagli USA che doveva passare sul territorio siriano. Invece la Siria ha preferito accordarsi con l’Iran sulla costruzione di un gasdotto attraverso l’Iraq al Mediterraneo. Allora Henry Kissinger fece il suo ingresso pronunciando la frase divenuta poi famosa, “il petrolio è troppo importante per essere lasciato agli arabi”. La creazione del califfato sul territorio di Iraq e Siria farebbe perdere alle compagnie petrolifere di USA (ExxonMobil Corporation) e Regno Unito (BP e Royal Dutch Shell) l’Iraq e l’accesso agli idrocarburi siriani (dopo il cambio di regime a Damasco secondo gli sforzi statunitensi per rovesciare il governo siriano).
Stati Uniti crearono lo Stato islamico per combattere le forze governative siriane. Gli hanno dichiarato guerra appena le sue formazioni armate invasero l’Iraq e proclamato un nuovo Stato. Nessun doppio standard, è solo questione di aspirazione delle élite degli Stati Uniti ad avere il controllo globale, e la guerra allo Stato islamico non è altro che un’operazione locale, parte di un piano più grande. La politica degli Stati Uniti ha molte incongruenze e discordanze, con Washington che trova sempre più difficile imporre le sue condizioni al resto del mondo. Non c’è dubbio che la Siria resta l’obiettivo principale degli Stati Uniti quale elemento della politica volta a indebolire la Russia. Lo Stato islamico fu creato dagli Stati Uniti; l’obiettivo è generare una potente destabilizzazione che colpisca in profondità l’Eurasia. Ora si preparano clandestinamente al rovesciamento di Bashar Assad. È così che molti Paesi percepiscono le azioni unilaterali di Washington contro lo Stato islamico. I piani di Obama per formare un’ampia coalizione sono falliti. Gli USA hanno convinto gli Stati del Golfo Persico (Bahrayn, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) a finanziarli. Gli Stati Uniti sono anche riusciti a far consentire alla Giordania l’uso delle proprie infrastrutture per rifornire gli attacchi aerei di Stati membri della NATO: Gran Bretagna, Francia, Belgio e Danimarca. Secondo il dipartimento di Stato USA, 54 Stati e tre organizzazioni internazionali, Unione Europea, NATO e Lega degli Stati Arabi, hanno promesso di contribuire alla campagna. Ma la partecipazione non è universale come ha detto il segretario di Stato John Kerry. Pochi Paesi si fidano degli Stati Uniti d’America oggi. Il mondo non ha dimenticato che gli Stati Uniti invasero l’Iraq nel 2003 senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. A sua volta Washington ha detto che l’Iraq lavorava sulle armi di distruzione di massa e che l’uso della forza era necessaria per disarmarlo. Non ci fu alcun voto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite perché Russia, Cina e Francia fecero sapere che qualsiasi progetto di risoluzione che menzionasse l’uso della forza contro l’Iraq avrebbe ricevuto il veto. Allora gli Stati Uniti ignorarono palesemente l’opinione pubblica e lanciarono l’offensiva sull’Iraq per distruggerlo, le cui conseguenze si fanno sentire oggi. Ora gli USA fanno di nuovo la stessa cosa. La storia si ripete. Il 29 gennaio 2014, Robert James Clapper, direttore della National Intelligence, dichiarò alla Valutazione della minaccia terroristica mondiale dell’intelligence USA del Comitato speciale sull’intelligence del Senato che in Siria vi erano dati incerti sulla composizione delle formazioni ribelli. La cosa principale nella relazione fu l’affermazione che gli elementi “moderati” dell’opposizione rappresentassero l’80% delle forze antigovernative nel Paese. Sostenne l’idea di fornirgli aiuto finanziario, qualcosa che il Senato degli Stati Uniti aveva segretamente votato. Ora, tutti questi “moderati” si sono improvvisamente trasformati in indubbi terroristi. Gli USA hanno scatenato una guerra contro solo uno dei gruppi. Si noti, non contro il terrorismo in generale ma solo contro il gruppo chiamato Stato Islamico. Sarebbe interessante sapere ciò che il capo dell’intelligence pensa dei “moderati” di Jabhat al-Nusra, gruppo jihadista siriano e ramo di al-Qaida in lotta contro il governo di Bashar Assad.
In risposta agli attacchi aerei contro la Siria i capi di Jabhat al-Nusra si sono detti pronti a contrastare gli Stati Uniti assieme allo Stato islamico. Le azioni degli Stati Uniti consolidano i terroristi. Parlando alla CBS due anni fa, Obama disse che al-Qaida era stata decimata e resa inefficace. Proprio di recente ha detto che negli ultimi due anni, i militanti hanno sfruttato il caos provocato dalla guerra civile siriana a loro vantaggio e restaurato le loro capacità di combattimento. Il presidente non ha mai ammesso che il caos conseguente alla guerra civile in Siria è dovuto alle azioni degli Stati Uniti in Medio Oriente. Il generale Martin Dempsey, l’attuale presidente del Joint Chiefs of Staff, ritiene che lo Stato islamico non possa essere sconfitto né in Siria né in Iraq senza truppe sul terreno. Secondo lui, è necessaria una decisione politica per inviare le truppe. Se succede, la destabilizzazione supererà i confini di Siria e Iraq e il terrorismo avrà nuovi guerrieri. Si apriranno prospettive mozzafiato per il complesso militare-industriale degli USA.

E3RY5hBLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Raid USA in coordinamento con la Siria… bugie e segreti!

Nasser Kandil al-Bina 24/09/2014
Traduzione dall’arabo di Mouna Alno-Nakhal – Reseau International10473492I raid aerei statunitensi sui siti occupati dai terroristi di SIIL e Jabhat al-Nusra nelle province siriane di Raqqa, Hasaqah, Dayr al-Zur e Idlib il 23 settembre, sono un passo timido degli Stati Uniti che finora non hanno ammesso l’urgente necessità di adeguare la loro politica anti-siriana e abbandonare palesi menzogne, in particolare puntando su coloro che il presidente Obama oggi descrive come oppositori “moderati”, dimenticando che egli stesso aveva detto che tale scommessa era pura fantasia [1]! Ma bisogna credere che la “guerra contro il SIIL” abbia aperto una breccia spingendo Stati Uniti ed alleati a riconsiderare tale scommessa fantasiosa, in quanto l’annuncio è accompagnato dal rifiuto di una qualsiasi cooperazione con la Siria e dalla ripresa del ritornello che chiede armamento e addestramento dell'”opposizione moderata siriana” [2] [3]. L’escalation verbale contro la Siria divampa. La Russia è intervenuta consigliando le autorità siriane a dichiararsi pronte a partecipare a qualsiasi alleanza internazionale seriamente decisa a combattere il terrorismo, mentre avvertiva sui pericoli di qualsiasi azione sul territorio siriano senza coordinamento con lo Stato siriano, consentendo a Mosca di negoziare con Washington in condizioni migliori. Il ministro degli Esteri siriano Walid al-Mualam in conferenza stampa ha chiaramente e fermamente dichiarato le condizioni di tale cooperazione [4], senza impedire agli Stati Uniti di continuare con lo stesso ritornello. Perciò Mosca e Teheran hanno espresso sostegno alla posizione siriana e condannato qualsiasi tentativo di violare la sovranità dello Stato siriano. La CNN trasmetteva un’intervista alla signora Buthayna Shaban, consigliera del Presidente Bashar al-Assad. [5] Shaban ha ricordato le posizioni del suo governo, ma i media statunitensi hanno fatto sì che il suo messaggio divenisse una minaccia per giustificare il successivo discorso di Obama, che minacciava di colpire le forze della Difesa aerea siriana se avessero osato rispondere ai suoi attacchi. [6] Le incursioni statunitensi hanno avuto luogo e il filo-Pentagono Francois Hollande, l’alleato più entusiasta dell’aggressione alla Siria, è rimasto lontano dalla Siria, dai suoi spazio aereo e territorio. Subito, costui ha dichiarato di non aver intenzione d’inviare la sua aviazione in Siria, limitandosi ai movimenti in Iraq. [7]
Cos’è accaduto a Washington per avvertire le autorità siriane sulle operazioni aeree e che la Siria ha accettato di considerare come un coordinamento? Una fonte irachena molto ben informata ha detto ad al-Bina che i servizi segreti iracheni hanno tracciato una serie di informazioni di massima importanza con i servizi occidentali. I servizi statunitensi ne hanno verificato la validità in Turchia e consultazioni si sono svolte con la Siria. Tali informazioni possono riassumersi in armi sofisticate e terroristi addestrati, guidati da noti capi, giunte dalla Turchia alle aree siriane controllate dal SIIL. Secondo la stessa fonte dell’Iraq, l’Iran era ben consapevole di quanto accadeva, considerandone l’enormità, ciò meritava l’abbandono di ogni riserva e la riduzione delle tensioni tra Stati Uniti e Siria. Gli eventi in Yemen spingevano a un riavvicinamento con gli Stati Uniti, e l’Iran chiedeva garanzie di non colpire le posizioni siriane, ne oggi, ne domani, con il pretesto degli attacchi alle posizioni del SIIL. Cosa che l’Iran ha ottenuto. Da parte sua, la Russia ha chiesto agli Stati Uniti di preavvertire il governo siriano degli attacchi aerei su obiettivi specifici del SIIL, notificandone le rotte e gli orari di entrata e uscita nello spazio aereo siriano, in modo che venissero coordinati con la moderna rete della difesa aerea siriana di fabbricazione russa. Riguardo la Siria, ha insistito su due punti. La prima che gli Stati Uniti dimostrassero un serio impegno nel combattere il SIIL portando la Turchia ad aderire ufficialmente all’alleanza internazionale contro il terrorismo guidata dagli Stati Uniti, e a fermare il flusso di armi e combattenti in Siria. La seconda che gli Stati Uniti fornissero i propri dati al rappresentante permanente della Siria alle Nazioni Unite a New York, dottor Bashar al-Jaafari, per un coordinamento nel contesto diplomatico. Sempre secondo la fonte irachena, Washington ha risposto positivamente a queste due condizioni formulate dalla Siria, chiedendo a sua volta due condizioni: gli Stati Uniti non cesseranno di proclamare il loro rifiuto a qualsiasi forma di cooperazione con il governo siriano, e a sostenere l’opposizione che chiamano “moderata”. E la fonte ha aggiunto che l’operazione statunitense, meticolosamente preparata da giorni e che ha impiegato missili Tomahawk, ha completamente distrutto il deposito sotterraneo di un impianto di produzione di armi chimiche e i camion che trasportavano il materiale necessario alla loro fabbricazione, che avrebbero posto un problema militarmente insolubile se fossero rimaste nelle mani del SIIL per un altro mese! La stessa fonte ha negato che i Paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, abbiano partecipato agli attacchi aerei, contrariamente a quanto dicono i media [9] [10].
La fonte irachena concludeva: “Se gli Stati Uniti mentono dicendo che non hanno preavvertito il governo siriano degli attacchi aerei alle posizioni del SIIL, i loro alleati arabi mentono ancor di più quando affermano di parteciparvi!

ByNnRn1IIAEslcWNote:
[1] Obama: Il concetto di opposizione siriana che dovrebbe rovesciare Assad è una “fantasia”:
Non c’è opposizione siriana che possa sconfiggere al-Assad… Penso che l’idea che ci sia attualmente un’opposizione moderata in grado di sconfiggere al-Assad non sia semplicemente vera… Abbiamo passato molto tempo cercando di lavorare con l’opposizione moderata in Siria… l’idea che possano improvvisamente rovesciare non solo Assad, ma anche spietati jihadisti altamente addestrati, se gli inviamo alcune armi, è una fantasia… Penso che sia molto importante che il popolo degli USA e probabilmente più importante Washington e le agenzie stampa, lo capiscono!
[2] Standing United Against ISIL: “We’re Strongest as a Nation When the President and Congress Work Together”
[3] SI: Barack Obama saluta il voto del Congresso e l’aiuto della Francia
[4] Conferenza stampa di Walid al-Mualam: la Siria è disposta a cooperare nella lotta al terrorismo [25/08/2014]
[5] Siria: Buthayna Shaban, consigliera del presidente siriano al-Assad alla CNN, 11 settembre 2014.
“Siamo pronti a far parte di qualsiasi coalizione contro il terrorismo, e qualsiasi attacco in Siria senza coordinamento con il governo siriano sarà considerato un’aggressione alla Siria”.
[6] Obama minaccia di cacciare Assad se un aereo statunitense sarà abbattuto nello spazio aereo siriano
Se Assad osa farlo, Obama ha detto che avrebbe ordinato alle forze statunitensi di spazzare via il sistema di difesa aerea della Siria, che sarebbe stato più facile che non colpire il SIIL, ha osservato, poiché le sue posizioni sono meglio conosciute. Ha continuato dicendo che quest’anno le azioni di Assad avrebbero portato alla sua caduta, secondo lui”, ha detto il Times“.
[7] Hollande annuncia attacchi aerei in Iraq e difende le sue azioni
[8] Washington ha preavvertito Damasco degli attacchi, “Gli Stati Uniti non hanno avvertivo il regime siriano degli attacchi aerei sulle posizioni dei jihadisti dello Stato islamico, ha detto il dipartimento di Stato USA. “Non abbiamo chiesto il permesso al regime. Non coordiniamo le nostre azioni con il governo siriano. Non abbiamo preavvisato i siriani, né dato alcuna indicazione su tempo od obiettivi specifici degli attacchi”, ha detto la portavoce del dipartimento di Stato Jennifer Psaki… “Abbiamo informato direttamente il regime siriano con il nostro ambasciatore presso le Nazioni Unite (Samantha Power), che ha informato il rappresentante siriano permanente alla Nazioni Unite”, ha detto Psaki. “Abbiamo avvertito la Siria di non attaccare gli aerei statunitensi“.
[9] I jihadisti bombardati in Siria “erano vicini ad un attacco agli Stati Uniti”
[10] I piloti sauditi hanno partecipato alle incursioni degli Stati Uniti?
pilotes-saoudiensNasser Kandil, ex-deputato libanese e direttore di TopNews-Nasser Kandil e del quotidiano al-Bina.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’occidente batte in ritirata dall’Ucraina

MK Bhadrakumar - 24 settembre 2014putinrussiaskoreaConsiderando l’enorme pubblicità che la Casa Bianca ha dato la scorsa settimana alla visita del presidente ucraino Petro Poroshenko, con il ‘raro onore’ di presenziare una sessione congiunta del Congresso degli Stati Uniti, ed altro, si sarebbe pensato che l’amministrazione Barack Obama avesse un elevato umore bellicoso verso la Russia. Ma una lettura attenta delle osservazioni del presidente Obama dopo l’incontro con Poroshenko a Washington, fa sorgere dubbi. Obama è un politico intelligente che può fare apparire una ritirata come una vittoria. L’ha fatto in Afghanistan, lo fa in Ucraina? Si consideri ciò, Obama che ha disprezzato l’accordo di Minsk ne è ormai devoto. Sostiene anche che l’Ucraina dovrebbe avere “buone relazioni con tutti i suoi vicini, ad est e ad ovest”, e raccomanda che l’Ucraina perpetui i suoi forti rapporti economici e popolari con la Russia. Questo è il vecchio Obama. Si nota Obama consigliare Poroshenko risolvere i problemi direttamente con Mosca? Sembra così. Al ritorno a Kiev, Poroshenko ha svelato che l’Ucraina riceverà solo articoli militari “non letali”, ovviamente ben lungi dalla sua lista dei desideri. E come assistenza economica, la Casa Bianca ha accettato di concedere la somma principesca di 50 milioni di dollari di aiuti a Poroshenko, per tutto il 2015. Piuttosto tragicomico, in un momento in cui, secondo il FMI, l’Ucraina ha bisogno di 19 miliardi per l’anno prossimo, se la guerra civile continua, e solo come assistenza finanziaria per sopravvivere al prossimo anno, al culmine del programma di salvataggio globale dell’Ucraina. Nel frattempo, il FMI ha rivisto la stima di sei mesi prima e ora dice che per l’impressionante piano di salvataggio da 55 miliardi di dollari è necessario altro finanziamento estero per l’Ucraina. Gli esperti prevedono che tale cifra potrebbe alla fine avvicinarsi ai 100 miliardi piuttosto che ai 55 miliardi di dollari. E’ uno scherzo macabro dare la misera di 50 milioni dopo aver trascinato l’Ucraina nella guerra con la Russia. Dove prendere i restanti 18,45 miliardi di dollari per far sopravvivere l’Ucraina fino al prossimo anno? Beh, dall’Europa, dov’altro? E chi pagherà in Europa? Non Polonia, Lituania, l’Estonia, ma la vecchia ‘Vecchia Europa’. In sostanza, la Germania allenterà i cordoni della borsa. La cancelliera Angela Merkel deve saltellare pazzamente.
7dce79c77897e37de3d60b004dd738ff_ls Contrariamente alle stime precedenti, la contrazione economica dell’Ucraina quest’anno potrebbe rivelarsi a due cifre. Tutto ciò potrebbe spiegare alcuni passaggi interessanti relativi all’Ucraina nelle ultime settimane: a) la rapida decisione dell’Unione europea di congelare l’accordo di associazione frettolosamente firmato con l’Ucraina, almeno fino alla fine del 2015; b) il robusto appoggio dell’UE all’accordo di Minsk tra Kiev e i separatisti nel sud-est dell’Ucraina; c) l’incontro top secret tra i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Russia a margine della recente conferenza internazionale di Parigi sullo Stato islamico; d) il riconoscimento tardivo della NATO che la Russia ha ritirato le truppe dal confine con l’Ucraina; ed e) l’incontro tra i ministri degli Esteri di Russia e Stati Uniti a New York. Basti dire che il presidente russo Vladimir Putin ha ottenuto una grande vittoria diplomatica quando l’occidente ha riconosciuto che Mosca ha interessi legittimi in Ucraina. L’occidente non ha altra scelta che accettare il fatto che l’economia ucraina è legata a Mosca da un cordone ombelicale, e senza un’ampia cooperazione russa non potrà riprendersi.
Col senno di poi, Mosca ha fatto bene ad ignorare le sanzioni annunciate tre settimane fa dall’UE. Già si vede Poroshenko guardare Putin come, forse, suo interlocutore più consequenziale. Allo stesso tempo, Washington dovrebbe cominciare a rendersi conto che coinvolgere Mosca è necessria per mobilitare efficacemente la campagna internazionale contro lo Stato islamico. Potrebbe essere il segnale che il vento muta direzione, l’ex-segretario della Difesa e deputato conservatore inglese, Liam Fox, avvertire oggi esplicitamente Europa ed Stati Uniti sulle minacce alla Russia per l’Ucraina. Fox ha detto, “Penso che sia molto importante evitare di credere che l’occidente possa o debba fare ciò che chiaramente non potrà fare. Le false minacce, credo, sono un grosso problema. Dobbiamo guardare ad altri modi di affrontare la situazione ucraina“. Bravo! Non stupitevi, quindi, se uno di questi giorni Putin aiuti Obama, ancora una volta, sulla Siria. La Russia può aiutare Obama a legittimare la campagna internazionale contro lo Stato islamico, ottenendo un mandato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; la Russia può essere utile per un accordo degli Stati Uniti (o mancanza di esso) con il presidente siriano Bashar al-Assad. Nessun errore, la posizione della Russia (qui, qui e qui) sulla minaccia dello Stato islamico è inequivocabile ed ampiamente favorevole alla campagna internazionale guidata dagli Stati Uniti. Unica avvertenza della Russia è che le operazioni degli Stati Uniti in Siria debbano avere il concorso del governo siriano ed avere il mandato delle Nazioni Unite, ma ciò che frena Obama dal cercare il mandato delle Nazioni Unite è anche il timore che Mosca non collabori. Molto probabilmente, il ghiaccio sarà rotto oggi, nella riunione tra Sergej Lavrov e John Kerry a New York. La nuova guerra fredda, iniziata con il botto, potrebbe finire con un gemito.

1977175Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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