Dollaro KO per accerchiamento? I cinesi campioni del mondo nel GO

Caro Reseau International 5 luglio 2014

Bank-of-China_2556148bSun Tzu: vincere la guerra senza combattere
Dall’inizio di luglio, le notizie dalla Cina sono strettamente collegate… e tutte importanti. In primo luogo, per la Cina stessa.

1) La Banca centrale della Cina ha ratificato un accordo con Londra per la conversione yuan/sterlina
Il London Stock Exchange Group (LSEG) ha firmato accordi con due banche statali cinesi per incrementare il commercio off-shore in yuan nel Regno Unito. Una partnership con Bank of China (BoC) consente a LSEG e agenzie del credito di valutare e stabilire le regole di compensazione comuni e il processo di finanziamento dei futuri prodotti denominati in yuan, afferma una dichiarazione pubblicata sul sito del LSEG. La Bank of China, il terzo maggiore istituto di credito in Cina per attività, mira a diventare membro del LSEG. “La Cina potrà abbreviare il processo d’internazionalizzazione della sua moneta di almeno 10 anni, se potrà attingere al mercato europeo“, ha detto Dai. “Londra è un buon punto di partenza, perché la città ha esperienza nel trading di valute estere e perché i risultati dei suoi mercati finanziari hanno un forte impatto sui Paesi dell’eurozona“.

2) La Cina contatta e firma convenzioni con due banche centrali europee:
• La Banca centrale del Lussemburgo
• La Banque de France
La banca centrale ciense ha firmato due protocolli d’intesa con le banche centrali europee. Il contenuto dell’accordo è molto importante perché indica che la firma di questo protocollo d’intesa è il primo passo verso la creazione di un’infrastruttura per la compensazione e il regolamento delle operazioni in renminbi a Parigi. Ciò significa che ora i flussi di capitale non saranno più controllati dai due istituti di compensazione europei Euroclear e Clearstream, anche se Clearstream è di proprietà di Deutsche Boerse sulla carta, dato che sembra che gli azionisti siano statunitensi, ed Euroclear appartiene a JP Morgan. Perché il Lussemburgo? Perché questo Paese è il primo per detenzione di capitale, indispensabile per effettuare quei trasferimenti, che di solito avvenivano nei paradisi fiscali statunitensi o inglesi, avvengano in Asia in modo discreto. Firmando separatamente con le banche centrali nazionali, la Cina neutralizza qualsiasi opposizione di Draghi a riguardo.

3) La Cina crea una banca mondiale concorrente
Finora 22 Paesi hanno partecipato al progetto volto a creare una nuova “Via della Seta”, l’antica rete commerciale tra Asia ed Europa che collega la città di Xian in Cina alla città di Antiochia in Turchia. L’istituto per lo sviluppo dovrebbe portare il nome d’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) e coprire un’area che si estende dalla Cina al Medio Oriente. Il finanziamento dovrebbe essere utilizzato per sviluppare tali infrastrutture nella regione, tra cui una colossale linea ferroviaria che colleghi Pechino a Baghdad, secondo fonti citate dal Financial Times.

4) La Cina ha i mezzi per le sue ambizioni, dato che le banche cinesi raccolgono oggi un terzo dei profitti globali
I tre principali investitori mondiali, nel 2013, erano la cinese PetroChina con 50,2 miliardi dollari, la russa Gazprom (44,5 miliardi) e la brasiliana Petrobras (41,5 miliardi). Total è il settimo maggiore investitore con 30,8 miliardi, davanti EDF (17.mo con 18,4 miliardi) e GDF Suez (43.mo con 10,4 miliardi). Questi Paesi non hanno abbandonato il potere sovrano di creare moneta, in cui lo Stato ha il controllo delle società, avendo cinesi, russi e brasiliani capito che la liberalizzazione dei servizi energetici non favorisce gli investimenti.

5) La Cina ha firmato un accordo di libero scambio totale con la Svizzera
Il primo trattato di questo tipo del Regno di Mezzo con un Paese europeo. Gli svizzeri si mettono al riparo da deliri e diktat dell’Unione europea, spesso dettati da Washington.

6) Il prossimo vertice dei BRICS sarà cruciale: la nuova architettura finanziaria
In particolare un fondo di riserva monetaria chiamato Accordo sui Fondi di Riserva (Contingent Reserve Arrangement – CRA) e una banca di sviluppo, chiamata Banca BRICS, avranno funzioni di sostegno multilaterale nella bilancia dei pagamenti e nei fondi per il finanziamento degli investimenti. De facto, i BRICS si allontanano da Fondo monetario internazionale (FMI) e Banca Mondiale (BM), istituzioni insediate 70 anni fa nell’orbita del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America. In piena crisi, le due iniziative aprono spazi alla cooperazione finanziaria, a fronte della volatilità del dollaro, e al finanziamento alternativo di Paesi in crisi, senza sottoporli alle condizioni dei programmi di adeguamento strutturale e ristrutturazione economica. Il nuovo vertice dei BRICS mette il FMI sottochiave… Inoltre, contrariamente al “Chiang Mai Initiative” (che include Cina, Giappone, Corea del Sud e le 10 economie dell’Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico), il CRA dei BRICS può fare a meno del supporto del FMI nei suoi prestiti, assicurandosi una maggiore autonomia da Washington. La guerra valutaria delle economie centrali capitaliste contro le economie della periferia ne richiede l’attuazione in tempi brevi.

7) L’Argentina è invitata al vertice
In questo contesto, è chiaro che la dedollarizzazione accelera in modo inedito. Il potere degli Stati Uniti deriva anche dal fatto che il dollaro è la valuta globale standard. Se perde tale ruolo, gli Stati Uniti non avranno più potere o controllo, saranno un Paese come tutti gli altri. Ed è la de-dollarizzazione che probabilmente causa la massiccia fuga di capitali dagli Stati Uniti, il primo Stato in pericolo di fallimento, incapace di finanziarsi. Così cercano d’immaginare soluzioni deliranti come tassare la rivendita delle obbligazioni del tesoro. Ma quale investitore sarebbe abbastanza sciocco da comprare attività finanziarie che non può vendere senza rischiare gravi perdite finanziarie? O decidono di estendere unilateralmente le scadenze obbligazionarie. O, come appena annunciato da Lagarde, arraffare le assicurazioni, avendo il doppio vantaggio di causare panico in Europa facendo rientrare i capitali negli USA. Ma tali decisioni sono totalmente inefficaci, peggio ancora, aggravano la situazione, come indubbiamente dimostra l’ammenda alla BNP, ricattata politicamente per la consegna di armi alla Russia, probabilmente in obbedienza anche  alla logica di provare con tutti i mezzi a rimpatriare i capitali negli Stati Uniti. Perché ci vorrebbe una vera e propria strategia politica per imporre una politica economica e sociale alla finanza che la rifiuta, una strategia possibile solo se lo Stato mantiene l’autorità suprema di creare denaro… Come nel caso dei Paesi BRICS, perciò la loro strategia è coerente, efficiente e utile all’interesse generale dei popoli che rappresentano. Gli interessi dei finanzieri che gestiscono gli Stati Uniti (azionisti della FED) oggi sono contraddittori, non hanno strategia e sono antagonisti ai loro clienti, così come ai popoli statunitense e dei vassalli europei. In Europa, più che negli Stati Uniti, non vi sono più piloti… e il dollaro sta per essere messo KO dalla strategia coerente della Cina e dei Paesi BRICS, promettendo qualche turbolenza in estate dall’enorme impatto economico e sociale.

Avvertenza
PS: Tutti i calcoli degli articoli citati, in particolare sulle nuove banche di sviluppo e mondiali in via di creazione, sono in dollari per semplicità semantica e facilità giornalistica. Non penso che nel contesto attuale, in particolare nel caso della BNP, queste banche conservino gran parte delle loro attività in dollari.YuanFonti:
China
Xinhua
Agence Ecofin
Contrepoints
Romandie
Swissinfo
Reseau International
Reseau International
Zerohedge
Zerohedge

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Guerra di Quarta Generazione parla: Assad è più forte che mai

Dedefensa 25 maggio 2013

293086Il settimanale tedesco Der Spiegel ha ottenuto la valutazione della situazione siriana del BND (i servizi segreti tedeschi, o Bundesnachrichtendienst) e del suo direttore Gerhard Schindler, comunicata a un gruppo selezionato di politici. In un anno, il BND ha cambiato radicalmente la sua valutazione. Il BND ritiene che il governo di Assad “sia più stabile di quanto non lo sia mai stato da molto tempo” e potrebbe “intraprendere operazioni riuscite contro i gruppi di ribelli.” (Spiegel online, 22 maggio 2013.)
Vi è stato un notevole voltafaccia. Non più tardi dell’estate scorsa Schindler ha riferito ai funzionari governativi e parlamentari che sentiva che il regime di Assad sarebbe crollato all’inizio del 2013. Ha ripetuto la sua visione nelle interviste. A quel tempo, il BND sottolineava la situazione precaria dei rifornimenti dei militari siriani e un gran numero di diserzioni tra cui membri del corpo ufficiali. L’intelligence tedesca parlava della “fase finale del regime. Da allora, tuttavia, la situazione è cambiata radicalmente, ritiene la BND. Schindler ha utilizzato grafici e carte per dimostrare che le truppe di Assad, erano ancora in possesso di efficienti linee di rifornimento per garantirsi quantità sufficienti di armi e altro materiale. I rifornimenti di carburante per i carri armati e gli aerei militari, che si erano rivelati problematici, sono nuovamente disponibili, riferiva Schindler. La nuova situazione consente alle truppe di Assad di combattere i ribelli attaccanti e addirittura di riprendersi le posizioni in precedenza perse. Il BND non crede che i militari di Assad siano abbastanza forti da sconfiggere i ribelli, ma possono fare di più per migliorare la propria posizione nell’attuale situazione di stallo. La valutazione appare coerente con le recenti notizie provenienti dalla Siria, dove le truppe governative hanno ripreso il sopravvento nella regione che si estende da Damasco a Homs, comprese le zone costiere vicino Homs. Inoltre, i combattenti fedeli ad Assad hanno espulso i combattenti ribelli da diversi quartieri ai margini di Damasco e di tagliarne le linee di rifornimento da sud. Attualmente, il regime è in procinto di tagliare le linee di rifornimento dei ribelli ad ovest. Nel frattempo, il BND ritiene che le forze ribelli, che comprendono diversi gruppi di combattenti islamici collegati con al-Qaida, si trovano ad affrontare difficoltà estreme. Schindler ha riferito che diversi gruppi di ribelli si combattono tra di loro per avere la supremazia nelle singole regioni. Inoltre, le truppe del regime sono riuscite a tagliare le linee di rifornimento di armi e le vie di evacuazione dei combattenti feriti. Ogni nuova battaglia indebolisce ulteriormente le milizie, ha detto il capo del BND. Se il conflitto continuerà come in queste settimane, dice Schindler, le truppe governative potrebbero riprendere tutta la metà meridionale del Paese entro la fine del 2013. Questo lascerebbe solo il nord ai combattenti ribelli, dove i ribelli curdi hanno uno stretto controllo sulle loro aree.”
Sul terreno, i ribelli si muovono in modo sempre più indipendente, se non antagonistico e, naturalmente con gli scontri interni incontrollati, continuano a indebolirsi portando i rapporti con la “direzione politica”, organizzata sotto l’egida del blocco BAO, a divenire praticamente inesistenti, come dice Schindler. Questo lascia poche speranze che i colloqui di pace possano svolgersi (tra cui la Conferenza di Ginevra-II, lanciata da Russia e Stati Uniti), se la “direzione politica” è ridotta allo stato di non-rappresentazione e non avendo altra uscita che radicalizzare ulteriormente le proprie posizioni rendendo le trattative impossibili, senza evidenziarne troppo l’impotenza e l’inesistenza.
Il rapporto di Schindler sullo stato dei gruppi ribelli concedee poco spazio alla speranza che seri colloqui tra i ribelli e il regime di Assad si svolgano presto. Il BND dice che non c’è una catena di comando funzionante tra i leader dell’opposizione all’estero e le milizie in Siria. I combattenti sul terreno semplicemente non ne riconoscono la leadership politica, dice il BND.”
Questa valutazione del BND conferma (v., in particolare, il 22 maggio 2013) tutte le valutazioni, in particolare nel settore dei servizi e delle agenzie specializzate del blocco BAO, della situazione sul terreno. Ciò include la vittoria nella battaglia di Qusayr (vedi al-Monitor Lebanon Pulse, 21 maggio 2013), considerata un’importante affermazione strategica e, secondo noi, un’operazione che assume l’aspetto del simbolo di questa “guerra siriana.” Quindi si tratta di un elemento fondamentale per la definizione della Guerra di 4.ta Generazione (4GW), divenuto nello sviluppo degli eventi, specialmente dal 2008, la trascrizione operativa del collasso generale del Sistema. Abbiamo seguito, ogni tanto, ciò che abbiamo considerato l’evoluzione del concetto di 4GW,  evoluzione di un concetto che indica anche una nuova “generazione” di forma di guerra, la cui particolarità è designare un concetto di guerra completamente esterno alle sole regole e ai soli elementi dell’attività militare. Ad esempio, nel 2006, circa due crisi militarizzate (tra Israele e Hezbollah nell’estate del 2006, e durante l’operazione israeliana contro Gaza all’inizio del 2009 [vedi 16 agosto 2006 e 23 gennaio 2009]), abbiamo osservato l’evoluzione radicale del concetto che coinvolge sempre più essenzialmente e necessariamente aree che abbiamo considerato essere non militari. La nostra valutazione progredisce arrivando a considerare che 4GW è un concetto di “guerra” completamente adattato al nostro tempo, integrando le significative modifiche apportate dal tempo (soprattutto dal 2008) quale le infrastrutture critiche e la crisi del collasso del Sistema. Tra gli elementi essenziali che caratterizzano la nuova forma di conflitto (è sempre più difficile chiamarla “guerra”), si nota la preponderanza del sistema di comunicazione (la comunicazione) e il ruolo fondamentale delle forze strutturali quali sono i principi e, viceversa, l’attacco delle forze del sistema caratterizzato dall’equazione dd&e (disintegrazione, dissoluzione e entropizzazione).
La “guerra siriana” nel suo svilupparsi negli ultimi due anni è diventato un conflitto perfettamente 4GW, nel senso che sfida tutte le regole militari convenzionali e si evolve come “guerra” in forma anarchica, se si prendono in considerazione solo gli attuali concetti militari e geopolitici. La comunicazione svolge un ruolo chiave (vedasi 2 aprile 2012), tra cui la comunicazione sugli strumenti di guerra di cui non necessariamente sono portati a servirsi, e di cui possiamo anche dire che la relativa funzione potrebbe giustamente non essere utilizzata (nel caso degli S-300 russi consegnati o meno alla Siria). Anche in modo paradossale, la diplomazia gioca un ruolo importante come “arma da combattimento”, perché è la diplomazia che ha permesso alla Russia di avere il ruolo di leadership che adesso possiede. (Questo contro la non-diplomazia di un blocco BAO completamente immerso nelle emozioni [vedi 11 giugno 2012], basate sull’ultimatum della distruzione del nemico e sul sostegno dimostrato verso tutte le forze sovversive, negando anche quella scarsa legittimità che potrebbe rivendicare una parte dell’opposizione siriana, in un oceano di montature, frodi e finanziamenti illegali, grazie al supporto avanzato da uno dei membri più fittizi e più anti-principi del blocco BAO, il Qatar, che ha saputo gestire l’influenza della destrutturazione.) Infine, la questione del principio svolge un ruolo fondamentale nel riconoscere o negare agli uni e agli altri, misurando l’evoluzione della situazione operativa, la legittimità che permetta un ruolo chiave attraverso l’autorità conferita dalla legittimità. Questo è ancora il caso della Russia, ma anche del regime di Assad che aveva all’inizio dei torbidi una legittimità traballante e in piena dissoluzione, che si è ri-legittimata mentre sosteneva la “guerra”, alla luce delle prove dell’azione destrutturante dei suoi avversari. In questa avventura, d’altra parte, gli altri giocatori dalla parte della difesa dei principi organizzativi, che svolgevano un ruolo del tutto secondario all’inizio, come Hezbollah e l’Iran, hanno sviluppato la loro stessa legittimità di attori a pieno titolo, al di fuori dei loro territorio, affermandosi sul piano regionale.
Non vi è alcuna sicurezza che la “guerra siriana” si evolva in una guerra regionale, o peggio, in un conflitto ancor più ampio. Non è sicuro che si arrivi a una vittoria netta e a una ri-stabilizzazione del Paese colpito (sotto una potenza o un’alta) e degli altri Paesi della regione. Ma già la “guerra siriana”, secondo la lente della 4GW, colpisce l’intera regione e la trasforma radicalmente, secondo condizioni e linee guida che non possiamo immaginare, e questo tra le conseguenze generali dell’evoluzione della crisi di collasso del sistema, che sono anch’esse oltre la nostra capacità di previsione e che potrebbero essere radicali nella loro catena degli effetti e delle conseguenze. La “guerra siriana”, secondo il modello 4GW, ha lasciato la dimensione nazionale, la dimensione ideologica e anche la dimensione religiosa, sottoprodotti dello scontro tra Sistema e anti-Sistema, per raggiungere la dimensioni di quella del confronto dei principi (attorno ai principi destrutturanti contro quelli strutturanti). La sola certezza è che l’attuale tendenza a santificare assolutamente la logica della crisi del collasso del sistema, che si svolge in realtà proprio su questo scontro dei principi e connette apertamente, in ogni sequenza, la dinamica dell’auto-distruzione alla dinamica della superpotenza. Il blocco BAO ha scelto il suo campo come un sacrificio a una fatalità che abbia già fatto la sua scelta, perché questo campo è quello del Sistema che cancellerà le delusioni abituali. … Il resto si evolve secondo questa tendenza generale. Due anni fa gli “Amici della Siria” si sono incontrati per la prima volta a Tunisi, erano 88; si sono  appena incontrati il 22 maggio, ad Amman. Erano undici.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Sistema tra il clown e l’ex comico

Dedefensa 26 febbraio 2013 – Bloc notes

0Italia ci fa grande nel darci la sua versione della famosa “resilienza” anti-sistema dei gruppi che sono in grado di opporsi al Sistema. Le elezioni di domenica hanno mostrato la capacità immaginativa dell’Italia, soprattutto in termini di psicologia e d’inconscio anti-sistema nel corso e nella distribuzione dei voti, formando dei risultati che mostrano un blocco a tre livelli…
• Il primo livello, il più pomposo e pomposamente umiliante per il sistema, è l’esito nefasto del molto serio e competente signor Monti, l’uomo dell’Unione europea e della Goldman Sachs (e dei Bilderberg, Coca-cola, ecc.). La sua “coalizione” (a sua volta dei liberali ottimamente “liberomercatisti”, qualche democristiano sparso, degli ex-neofascisti allo sbando) ottiene circa il 10% dei voti. L’austero Monti non è insoddisfatto del risultato che la realtà qualificherebbe “austero”. “Il suo fallimento è il prezzo degli impopolari aumenti fiscali e delle riforme che l’amministrazione Monti ha imposto con vigore fin dal suo insediamento nel novembre 2011. Monti ha insistito di essere felice dei risultati, avendo creato un programma che presentava agli elettori come una via “realistica” per il Paese. “Il nostro è un risultato soddisfacente”, ha detto in conferenza stampa.” (The Guardian, 26 febbraio 2012)
• Il secondo livello è il ritorno del pagliaccio Berlusconi, diventato fin dalla sua partenza l’orrore ultimo per la politica-Sistema: applicando fino alla nausea le buone maniere più grossolane del Sistema, ma annegandole, fino al soffocamento, in una valanga di scappatelle commentate con un cinismo sfrenato e beffardo, con il solo effetto di ridicolizzare il Sistema; e con un effetto d’inversione molto originale… Tuttavia è tornato, con abbastanza potenza elettorale per bloccare il normale funzionamento del Sistema, rappattumando una specie di coalizione-Sistema, poco meno “austera” di Monti, ma utile. L’odio della sinistra-Sistema (il “centro-sinistra” per le dame) verso Berlusconi dovrebbe essere utile nel perpetuare il blocco di questo punto di vista (l’incapacità di fare un governo o un governo di equilibristi, pronti a cadere alla prima misura impopolare). Il rapporto tra i due sarà veramente stretto. Secondo l’AFP, del 25 febbraio 2013: “Per quanto riguarda Silvio Berlusconi, ha mollato tra i fischi nel novembre 2011, lasciando l’Italia sull’orlo dell’asfissia finanziaria, ma ha compiuto una rimonta spettacolare, promettendo di abbassare le tasse e anche di ripagare l’impopolare tassa immobiliare restaurata da Monti. La coalizione di sinistra di Pier Luigi Bersani, data al 30,3% dai risultati parziali dei tre quarti dei seggi, dovrebbe essere in grado di avere la maggioranza dei seggi alla Camera, con un sistema che dà il 54% dei seggi alla prima coalizione. Ma al Senato, dove il premio di maggioranza viene assegnato su base regionale, i risultati parziali indicano che il centro-sinistra è lontano dalla maggioranza assoluta di 158 seggi. Le ultime stime del quotidiano La Repubblica, indicano 104/105 seggi, e l’alleanza di destra di Silvio Berlusconi in testa, con 113/123 seggi, ma senza possibilità di formare una maggioranza. “E’ certo che, se si avrà una maggioranza alla Camera e un’altra al Senato, non ci sarà nessun governo”, ha osservato con disgusto Stefano Fassina, economista del Partito Democratico, assalito dalle domande al quartier generale elettorale del PD.”
• Il terzo livello del blocco è ciò che AFP ha elegantemente definito “il bum del movimento dell’ex comico Beppe Grillo.” Non è chiaro se Beppe sia un “ex-comico” (perché “ex”?), ma offre prestazioni di altissima comicità, quasi geniali, se si osserva un po’ dall’alto, verso le ambizioni “austere e serie” del Sistema. Beppe è la star delle elezioni, anche a cinque stelle, se necessario, con il suo “Movimento 5 Stelle” (M5S nel dialetto anglosassone raggiunge la superba lingua italiana in questo caso). M5S ottiene “più del 23,5% al Senato e del 25,5% alla Camera dei Rappresentanti, diventando il più grande partito in Italia, prima del Partito Democratico.” Così AFP, riferisce  sobriamente di ciò: “L’Italia sembra dirigersi verso un punto morto, con una Camera dei Deputati e un Senato rimasti senza una maggioranza, con le elezioni che segnano il boom del movimento dell’ex comico Beppe Grillo. “Il voto dà una scossa al Parlamento bloccato”, probabilmente senza maggioranza, titolava sul suo sito web il Corriere della Sera, quotidiano della dirigenza italiana, che riflette le preoccupazioni dei partner della terza più grande economia della zona euro. Il solo vero vincitore delle elezioni, Beppe Grillo e il suo Movimento 5 Stelle, denunciato come “populista” dai suoi avversari, ha saputo sedurre navigando sul rifiuto della classe politica e la rabbia contro l’austerità. Secondo i risultati parziali, avrebbe ottenuto tra il 24 e il 25% in ciascuna delle due camere, diventando il secondo partito politico italiano dopo il Partito Democratico, la prima forza della sinistra.”
• Tre livelli di blocco sono molti, e promettono bene. Le conclusioni generali sono assolutamente frustranti ed estremamente interessate. La Borsa, come nel periodo tra le due guerre, è a disagio e i corsi misurano il disagio con la solita caduta del… In ogni caso, nulla da fare, Beppe occupa il centro della scena dei commenti… Secondo il Guardian:Né destra, né sinistra, hanno la maggioranza assoluta alla camera alta, l’ago della bilancia sarà il Movimento cinque stelle di Beppe Grillo (M5S). Grillo ha escluso il sostegno ad entrambi i partiti, per spazzare via i partiti politici esistenti in Italia e la loro cultura cronachistica, una sensazione che sembra ribadire dopo il conteggio dei voti, insistendo che M5S non ha alcuna intenzione di “fare accordi, grandi o piccoli” e attaccando gli elettori di Berlusconi per aver commesso “un crimine contro la galassia.” “In un messaggio audio trasmesso in diretta on-line, Grillo ha detto che, dopo i “risultati eccezionali del suo movimento, i principali partiti sono finiti, e lo sanno.” “Abbiamo iniziato una guerra di generazioni… Sono rimasti per 25 a 30 anni e hanno portato il Paese al disastro”, ha detto. “Ci sarà una forza straordinaria… ce ne saranno 110 all’interno [del Parlamento] e milioni fuori.””
• Tutti i commentatori del Sistema, vale a dire, i commentatori seri, evidenziano come tutti i dirigenti-Sistema del tipo europeo siano “inorriditi” dalle elezioni italiane e, in particolare, secondo la dialettica del borborigmo-Sistema standard, dall'”ascesa del populismo” (maledetto Beppe). The Independent del 26 febbraio 2013 riassume tutti e tre gli scenari, via via sempre più pessimisti, con il terzo che, secondo il quotidiano londinese, molto probabilmente porterà assai velocemente a nuove elezioni (Beppe, vorrebbe un referendum, o penserebbe ad una seconda “marcia su Roma”, dopo il primo successo di questa domenica): “Il centro-sinistra conquista la Camera ma non forma la coalizione necessaria per far approvare le leggi al Senato. Ieri sera, questo risultato appariva sempre più probabile, mentre il Partito Democratico non è riuscito a farsi strada nei “swing-state” delle regioni di Lombardia, Veneto e Campania. Questa amministrazione azzoppata, potrebbe zoppicare per pochi mesi, ma nuove elezioni saranno praticamente certe. E l’instabilità finanziaria in Italia e non solo, è un pericolo molto reale.”
Tutto questo, comprensibilmente, è davvero e notevolmente anti-sistema. Non si tratta di distribuire virtù, perché l’anti-sistema è per definizione incostante e relativo, e non ha nulla a che fare con la virtù, se non che è assolutamente “rivoluzionario” (caso unico in cui questa parola obsoleta ha ancora ha un senso), trovandosi in una posizione anti-sistema in una circostanza essenziale. Questo è il caso del clown (Berlusconi), sufficiente a impedire un governo stabile o ad interdirlo e, nel caso dell’ex-comico, come lo chiamano, imponendo una ventilata vittoria, immediatamente demonizzata come “populista”. La povertà del linguaggio-Sistema nel screditare coloro che si trovano in una posizione anti-sistema, involontariamente o intenzionalmente, ciclicamente o strutturalmente, è indicativo della brevità della cosa (il Sistema), quasi esausta per le sue trasformazioni quasi transessuali, dalla dinamica di superpotenza alla dinamica dell’auto-distruzione. (Soprattutto quando i due si combinano e aggiungono i loro effetti a vantaggio necessariamente delle dinamiche dell’auto-distruzione, dal momento che solo uno dei due ha uno scopo. Così il sistema esegue la sua trasformazione transessuale rivelandosi ermafrodita, risolvendo il dilemma “sociale” del matrimonio gay.)
Ora, naturalmente, cosa fare? Normalmente, l’artiglieria pesante sarà scatenata e schierata in primo luogo contro Beppe. Le munizioni non mancano: “populista”, si è detto, ma anche “fascista” (perché no?) “Gaucho-anarchico” (per il bene della pluralità), “nichilista” (dopo tutto …), e così via. (Non  si arriverà nemmeno a trattarlo da “comico”, ma comunque….) Tesi fioriranno anche da parte dei commentatori anti-sistema che sognano di scoprire le insidie del Sistema: l’ex-comico sarà un “provocatore” e “manipolatore” o “provocatore manipolato” o (questo equivale a questo e quell’altro), una sorta di remake degli “anni di piombo” versione comica, con l’attivazione delle reti Gladio ed altro, che si potrebbero quindi innescare…Non mancheranno, inoltre, alcuni che sognano l’intervento militare per mettere ordine in tutto ciò: è allora non finiremmo di ridere del loro “disordine creativo”. Nel frattempo, contentiamoci di sottolineare la nostra stima per le vie estreme, esotiche e sorprendenti che prende la “resilienza” della resistenza anti-Sistema. Devo dire che la stupidità abissale delle politiche settoriali oppressive che la politica-Sistema impone ai robot che l’attivano in tutta austerità e in colletto e cravatta, senza cravatta, è un potente aiuto al fenomeno che tende a caratterizzare la frase immortale di Mao sui “Cento Fiori”, questo fiorire in ogni senso degli eventi che s’impongono da sé in una posizione anti-Sistema così piacevole ed efficace, questa fioritura si rinnova continuamente, sempre in contrasto all’avanzata superpotente-distruttiva del Sistema. Questo episodio ci ricorda le virtù della democrazia, che proviene dalla saggezza greca, se correttamente applicata, e la gloria d’Italia, che proviene dalla grandezza romana, se gestita con cura: la modernità non ha completamente distrutto l’essenza di questi due grandi momenti dei tempi antichi.
Ma… dove porta tutto questo? Esclamerebbe qualcuno. E’ vero che il programma di Beppe e delle cinque stelle non è privo di fascino e spirito di appropriatezza, in tutti i casi, al momento   sperando che possa essere mantenuto: non fare nulla e bloccare tutto. Questo è in realtà la lezione che apprendiamo da questa bellissima resilienza anti-sistema, in generale, il 9 novembre 2012, in particolare, non aspettatevi di vedere o sapere cosa verrà fuori da esso, ma al contrario, capire che non sapere nulla e non comprendere nulla è un segno di saggezza, vale a dire: “Le dinamiche all’opera non costruiscono un mondo migliore secondo la dialettica della comunicazione del Sistema, che aggiunge e scuote sempre questo rumore sul “domani che verrà” entro i propri limiti; semplicemente si accontenta di resistere e di dare una traiettoria a questo flusso della resistenza necessariamente strutturante. Questo movimento è ovviamente e necessariamente impercettibile alla coscienza presente, e non ha senso che da un punto di vista che supera il Sistema. Questa è una situazione che avrà un ruolo fondamentale quando si verificheranno altri eventi, mentre altri eventi che non sono identificati formalmente sono già all’opera, i cui effetti indiretti saranno tradotti dal carattere sempre più irregolare, sempre più nichilista e sempre più distruttivo, di per sé, della politica-Sistema“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Anatomia dell’irrigidimento russo

Dedefensa 20 gennaio 2013

176692226Una nuova dichiarazione ufficiale russa conferma il blocco completo delle relazioni strategiche con gli Stati Uniti, tra cui la questione fondamentale per la Russia della rete antimissile (BDM e BMDE). Questa l’affermazione del leader russo più moderato, il Primo ministro Medvedev intervistato dalla CNN, nella trasmissione GPS di Zakarias Fareed. RussiaToday ha estratto da queste dichiarazioni, il 28 gennaio 2013, quelle sul punto in questione fondamentale per entrambi i paesi, ovvero la questione dello scudo antimissile. “Niente facilitazioni nei rapporti sulla difesa missilistica, nessuna flessibilità nelle proposte. Ci troviamo nella stessa posizione: la posizione degli Stati Uniti è una, la posizione della Federazione Russa è, purtroppo, diversa. E una convergenza delle posizioni non c’è [...] capiamo chiaramente che se non avremo garanzie nel sostenere i nostri programmi di parità (strategica), ciò significherà che la difesa missilistica opererà anche contro l’arsenale nucleare russo. Che cosa significa ciò? Significa che la parità che avevamo sottoscritto con il presidente Obama firmando il nuovo trattato START (un trattato  assai importante e utile, tra l’altro: credo che questo sia la conseguenza del cosiddetto reset), [la parità] ne sarà incrinata, perché la difesa missilistica è un’estensione reale delle capacità nucleari offensive, delle testate belliche nucleari…” Queste dichiarazioni non sono una novità, ma fissano con maggiore precisamente gli effetti del deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Russia, considerando ancora una volta la solita posizione di Medvedev.
Nonostante la moderazione scelta da Medvedev, che non dimentica mai di salutare il nuovo trattato START per il controllo degli armamenti, la ripresa del blocco totale e la pericolosità della situazione per la Russia viene chiaramente articolata. (Sappiamo che, come abbiamo già visto il 22 gennaio 2013, che lo stesso trattato sarà in pericolo se la situazione non cambia, e i russi non esiteranno a uscirsene per rafforzare il loro arsenale offensivo, in reazione alla pressione cui saranno sottoposti quando la rete antimissile sarà avviata in Europa, nel 2015.) Ma… invece di Russia e Stati Uniti, si dovrebbe parlare del deterioramento generale del clima, più in generale, tra la Russia e i paesi del blocco BAO, vale a dire, anche con l’Europa. Questo deterioramento riguarda ancor più la questione dell’antimissile (che interessa, anche indirettamente, l’Europa, a causa del futuro dispiegamento di missili in Europa, come si è visto anche in riferimento sempre al testo del 22 gennaio 2013).
La situazione generale è molto particolare, soprattutto per gli europei e l’UE, al punto che non dobbiamo esitare a definirla schizofrenica. Mentre la situazione specifica delle relazioni con la Russia continuerà a deteriorarsi, soprattutto a causa del comportamento sistematico dei Paesi del blocco BAO nei confronti della Russia, i circoli politici europei responsabili parallelamente si preoccuperanno ancor di più di questo degrado e delle sue conseguenze. C’è una corrente favorevole ai tentativi di cercare di migliorare questa situazione, o almeno di cercare di fermarne la  degradazione. Molti contatti informali devono essere o sono già stati avviati tra i due partner, e per quanti ci riguarda, come fonti delle nostre valutazioni, tra gli europei e i russi, principalmente ma non esclusivamente su iniziativa degli europei.
La parte europea si trova in una posizione un po’ diversa da quella degli Stati Uniti, non c’è un enorme ostacolo tra gli europei e la Russia, come quello dello scudo antimissile tra la Russia e gli Stati Uniti, ma questa constatazione dell’irresistibile degradazione delle relazioni sembra essere conseguenza di un clima che si muove in questa direzione, ma nulla può essere fatto contro di essa, apparentemente. Ciò che ci interessa qui non è tanto il contenuto di questi contatti specifici, dettaglianti una situazione dei rapporti assai povera, ecc., ma la mentalità dei russi così come potrebbe essere misurata e registrata nel corso di questi contatti. Ci sarebbero soprattutto due punti nelle impressioni raccolte da varie fonti.
• La prima riguarda la posizione dei russi in generale (ancora una volta, senza alcuna specifica questione, parliamo di uno stato mentale e della posizione politica generale). Sembra confermare che si è giunti in una situazione di stallo che non riguarda solo questa o quella questione (anche se il blocco si riferisce ovviamente a entrambe le questioni), ma riguarda l’atteggiamento generale dei russi. Sembra che una soglia sia stata varcata, la completa perdita di fiducia dei russi verso i loro “partner” del blocco BAO. Generalmente si ha un comportamento dei russi di completa trascuratezza verso i loro interlocutori del blocco BAO, il che significa che, in ogni incontro, in ogni negoziato, l’intervento dei partner dei russi viene eternamente introdotto infliggendo ai russi una lezione sui costumi democratici, i buoni costumi e il rispetto dei diritti vari (i diritti dell’uomo, ovviamente), accompagnata dal consiglio appena velato della necessità per la Russia di abbandonare un regime quasi-dittatoriale in cambio di un comportamento civile. I russi considerano questi interventi non solo infondati rispetto alle rispettive situazioni delle varie parti interessate (lo stato della democrazia negli Stati Uniti, per esempio, è spesso considerato dalla parte russa  peggiore e più corrotta rispetto alla situazione in Russia, e con numerose buone ragioni), ma più che altro come una palese interferenza negli affari interni di un Paese sovrano.
• Resta più che mai, e cresce fino a creare, anche ai russi stessi, un problema di notevoli dimensioni, la questione dell’incomprensione totale da parte dei russi verso la politica dei Paesi del blocco politico BAO, e specificamente di quella dell’Europa, in questo caso, della sua origine, della sua elaborazione, ecc. I russi si pongono queste domande e chiedono ai loro interlocutori: “Ma chi sviluppa queste politiche fondamentalmente e aspramente anti-russe, che violano qualsiasi rapporto tra nazioni sovrane?“, “Da dove provengono queste politiche?“, “Quali ne sono le cause e i fondamenti“? Ecc. Forse dovremmo includere, come abbozzo di una risposta che non fa luce sulle ragioni di fondo, naturalmente, ma che almeno misura la portata del problema, questa osservazione nel testo del 25 gennaio 2013, che fa un po’ luce sulla situazione straordinaria in cui il blocco BAO si trova in generale. Ciò si applica alla politica interventista del blocco BAO nella “Primavera araba”, ma potrebbe anche perfettamente spiegare le domande sulla politica del blocco BAO verso i russi: “Non sorprenderà coloro che vogliano, o coloro che non sanno fare altro che pensare come pensano, sapere che alcune persone ai vertici, [del blocco BAO], tra cui alcuni rarissimi esempi della diplomazia francese, comprendono senza esitazioni che il disegno politico del blocco BAO non è stato sviluppato da menti umane, ma è il risultato di una dinamica meccanicistica di cui nessuno può comprendere le procedure operative, e che quindi nessuno può modificare o interrompere.” (Questa situazione straordinaria è naturalmente un nostro riassunto del semplice fatto che non ci sono più politiche specifiche dei paesi del blocco BAO, ma semplicemente l’irresistibile inerzia di ciò che chiamiamo politica-sistema, voluta dal Sistema.)
Sappiamo che i russi sospettano qualcosa in tal senso da qualche tempo. A suo tempo (4 agosto 2008), Rogozin aveva espresso alcune ipotesi al riguardo, rilevando che la politica occidentale (del blocco BAO) è attuata da un Sistema (denominata “tecnologismo”) piuttosto che da un deliberato desiderio razionale e sicuro di sé nel raggiungere un obiettivo specifico, e anche Lavrov, il 6 giugno 2011, ha detto ai giornalisti: “Pensiamo che i nostri partner occidentali non comprendano che gli eventi in Libia stiano assumendo una svolta indesiderabile, ma le decisioni che hanno preso sono dettate dall’inerzia…” Putin stesso ha più volte espresso la sua perplessità su questa “politica” che non sembra rispondere a nessun processo razionale, nonostante le apparenze, per esempio quando si osserva il blocco politico BAO cercare in Libia e Siria un “cambio di regime”, che alla fine si  dimostra “costosa, inefficiente e largamente imprevedibile”, vale a dire in ultima analisi, informe e dettata da altri impulsi, chiaramente misteriosi (vedasi il 5 marzo 2012): “Con la scusa di voler cercare d’impedire la diffusione delle armi di distruzione di massa, [gli Stati Uniti] compiono dei tentativi che sono qualcosa d’altro di completamente diverso, che definiscono  altri obiettivi: il cambio di regime”, riferivano le agenzie citando Putin. Il Premier russo ha sottolineato che la politica estera degli Stati Uniti, soprattutto quella in Medio Oriente, è notevolmente costosa, inefficiente e imprevedibile. Inoltre Putin ha aggiunto, tra l’altro, che ciò può danneggiare alla fine Israele. “Hanno cambiato i regimi in Nord Africa. E poi che faranno? Alla fine, Israele potrebbe trovarsi tra il diavolo e le profondità del mare”, ha detto.”
I russi l’hanno ormai capito: la politica del blocco BAO non è qualcosa di razionale, che può essere compresa, discussa, negoziata, ma una sorta di fenomeno che pare sfuggire a coloro che sembrano guidarla. Oltre a questo, sembra anche chiaro che i russi abbiano deciso che non subiranno più, senza batter ciglio, le conseguenze di inaccettabili disagi, né che non irrigidiranno la propria politica per evitarle. Il rapporto tra il blocco BAO e la Russia sta per impantanarsi in una situazione assai critica, qualcosa che assomiglia a una crisi endemica di crescente tensione, sottoposta a ogni eventuale possibilità di esplosioni dettate dalle circostanze.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La “guerra mediatica” della Russia contro gli Stati Uniti

Dedefensa 10 dicembre 2012

155952Abbiamo già notato come la Russia sia una priorità nella “nuova aggressione” del Sistema (principalmente Stati Uniti), vale a dire, l’attacco mediatico totale, sia per quanto riguarda i diritti umani, sia mettendo in discussione la legittimità del regime politico, denunciandone l’isolamento ostile dalla “comunità internazionale”, e una miriade di altre aree di attacco di questo genere, riguardanti soprattutto l’aggressione ai principi di sovranità e legittimità, per ottenerne la dissoluzione. (Si veda, per esempio, sulla questione dell'”aggressione morbida” contro la Russia, 14 marzo 2012, 9 aprile  2012, 12 luglio 2012).
I russi hanno deciso di rispondere all’ondata di attacchi stranieri, principalmente dagli Stati Uniti, dell’inizio dell’anno, tra le elezioni generali del dicembre 2011 e le elezioni presidenziali del marzo 2012. La risposta si è inizialmente concentrata contro le organizzazioni ufficiali degli Stati Uniti, ed è culminata con l’espulsione dell’USAID dalla Russia, effettiva dal 1.mo ottobre (si veda l’articolo di Fjodor Lukjanov, 12 ottobre 2012, RussiaToday).
Lo stesso Lukjanov osservava il 7 novembre 2012, su Novosti: “…Mosca ha deciso di sbarazzarsi definitivamente del lascito degli anni ’90. Dal 1.mo ottobre, l’attività dell’USAID (US Agency for International Development) è stata sospesa, mentre l’accordo è stato firmato precisamente nel 1992. La Russia ha anche chiuso il programma Nunn-Lugar, in base al quale Washington finanziò il disarmo nucleare russo, il riciclaggio dei missili obsoleti e la distruzione delle armi chimiche. Entrambi gli eventi seguono la stessa logica: il momento in cui la Russia ha dovuto accettare un accordo, era in una posizione debole, e la tolleranza all’intervento esterno nei suoi affari interni è finita. Risolveremo i nostri problemi da soli e, quanto a voi, dovreste considerare la Russia di oggi su un piano di parità. Ma gli Stati Uniti non hanno quasi nessuna tradizione di partnership paritaria. Tranne, forse, un accordo molto specifico durante la guerra fredda, quando la parità nucleare non significava cooperazione, ma impedire i conflitti e garantire l’equilibrio. Per il resto, gli Stati Uniti impostano tutte le relazioni in base al principio del “dominante-dominato.” Secondo, il partner deve seguire lo schema del sistema sociopolitico o, almeno, riconoscerlo ed accettarlo solo per contribuire alla sua attuazione, appena possibile. La Russia moderna non intende rispettare né la prima né la seconda condizione.
C’è stato ancora, questo autunno, l’episodio del Consiglio d’Europa (CE) per, naturalmente, aiutare le Pussy Riot (come resistere a cotanta causa?), volendo dare una lezione alla Russia. Lukjanov, ancora una volta, ha riferito (11 ottobre 2012, Novosti) della reazione della Russia ai “consigli” decisivi e senza risposta, al vertice della CE: “La reazione del portavoce del presidente russo, Dmitrij Peskov, alle raccomandazioni ufficiali della APCE è stata assai inusuale: “Queste formulazioni e questi appelli sono inopportuni e, naturalmente, irricevibili.” “…ovviamente, non ci baderemo”, questo è il nuovo approccio alla Russia. Calmo e sprezzante. In precedenza, confutando le critiche, la Russia ha sempre sottolineato la sua disponibilità a collaborare con il Consiglio d’Europa per trovare formulazioni accettabili e costruire una soluzione diplomatica. Oggi, la Russia suggerisce che non intende più fare sforzi…”
Queste reazioni russe sono molto forti. Fonti europee ci dicono che l’atteggiamento descritto è “isterico”, gli statunitensi hanno saputo che gli europei non hanno affrontato (inavvertitamente più che per ragione, ci rassicurano) la questione dei diritti umani, in un recente incontro con i russi. “Dagli eventi di quest’anno, e in particolare, dall’espulsione di USAID, gli statunitensi si sono totalmente scatenati su questi temi umanitari. E’ chiaro che hanno subito una terribile sconfitta con la reazione russa, in una zona che ritengono di importanza strategica“.
• Alla fine della scorsa settimana, un nuovo capitolo si è aperto nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia. Il Senato degli Stati Uniti, come al solito quando si tratta di giudicare su questioni inerenti la sovranità altrui, ha votato in tutta maestà la legge Magnitskij, decidendo di negare l’accesso agli Stati Uniti e il sequestro di tutti i beni di qualsiasi “funzionario russo” coinvolto nella morte del magnate russo, o su qualsiasi questione riguardante i diritti dell’uomo. La Duma sta prendendo in considerazione una risposta sotto forma di legislazione restrittiva, reciproca e antagonista, nei confronti di cittadini statunitensi coinvolti in violazioni dei diritti umani. A RussiaToday del 7 dicembre 2012, il Presidente della Commissione Affari Esteri della Duma di Stato Aleksej Pushkov ha detto che vi un’opzione tra una scelta opzionale “soft” (un emendamento ad una legge esistente) e una “dura”, e che la sua commissione propende per la seconda, cosa che costituirebbe, a parere dell’intervistato, “un atto legislativo senza precedenti nella storia della Federazione russa“. (Si noti che in questo testo sono i parlamentari e funzionari russi a giudicare, secondo il loro giudizio e unilateralmente, le violazioni dei diritti umani “universali” ed altri, da parte dei cittadini statunitensi incriminati.)
Una risposta molto più dura, e il Comitato per gli Affari internazionali della Duma propende verso quest’ultima, dice Pushkov, potrebbe essere l’introduzione di una nuova e apposita legge secondo cui tutti gli statunitensi sospettati di violare i diritti non solo dei cittadini russi all’estero, ma anche quelli “ampiamente accettati dei diritti umani universali”, verrebbero sanzionati dalla Russia. Per esempio, potrebbe essere il caso degli impiegati di Guantanamo, che oggi svolgessero le loro attività o volessero visitare la Russia per un qualsiasi motivo“, ha detto Pushkov. “In questo caso, a simili individui non sarà consentito entrare. Si potrebbe trattare anche di persone coinvolte nella morte di civili innocenti, durante le operazioni della NATO in Iraq e Afghanistan“, ha continuato Pushkov. “Potrebbe anche riguardare coloro che sono coinvolti nella tortura e tortura segreta, praticata in tutta Europa. Potrebbe essere evocata anche contro individui sospettati di sequestro di persona all’estero. Ci  potrebbe essere un elenco piuttosto ampio di individui che, secondo Mosca, hanno violato i diritti umani universali”, ha concluso. “Un elenco di cittadini statunitensi non graditi, a cui non è permesso l’ingresso in Russia, attualmente esiste già. Comprende l’ex direttore di Guantanamo, che ora lavora per un’azienda privata che gestisce un progetto in Russia. La sua ultima richiesta di visto è stata respinta. L’intera dirigenza commerciale degli Stati Uniti, che ha interessi in Russia, potrebbe essere sottoposta a tali controlli”, ha detto Pushkov.
C’è quindi un atteggiamento molto diverso da quello precedente tra USA e Russia, e di quello solito della diplomazia russa, un atteggiamento che va oltre il semplice scontro sulla legge Magnitskij. E’ nello spirito della legge, attraverso il coinvolgimento dei loro cittadini, accusare gli Stati Uniti di comportamenti illeciti e continue violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale, venendo giudicati da una parte esterna (la Russia) arrogandosi il diritto di giudicare gli affari degli Stati Uniti. Si tratta niente di meno dell’orrore assoluto per l’immagine e l’idea di se stessi che hanno i leader degli Stati Uniti: i cittadini della terra del libero accesso interdetti e puniti in un paese straniero, per violazione del diritto internazionale e dei diritti umanitari determinata da questi “stranieri”. (Pushkov: “Il fatto è che Washington ha creato questo mito della protezione dei diritti umani, ma se si considera ciò che è stato fatto dagli Stati Uniti, quali rappresentanti di tutto il Mondo, allora è chiaro che non resisteranno a una qualsiasi critica. Ad esempio, non hanno detto una sola parola di solidarietà verso i civili, donne e bambini, uccisi nell’ultimo conflitto a Gaza, i funzionari statunitensi non hanno detto nulla [...] Questo tipo di iniezione sul tema dei diritti umani, merita una risposta da parte nostra.” Pushkov conclude. “Perché dovremmo negarci il diritto di condannare le uccisioni di civili nelle guerre, degli Stati occupati illegalmente nonostante le decisioni e le regole dell’ONU o degli attacchi dei droni?”)
• Vi è un altro punto, ma di un campo diverso ma aderente allo stesso tema generale qui esplorato: la guerra mediatica o “aggressione morbida” contro la Russia, in una situazione di “guerra morbida” di cui la Russia parla chiaramente. Si tratta di considerare uno sviluppo meno aggressivo ma, a nostro avviso, altrettanto significativo, nel campo mediatico e più specificamente delle informazioni. RussiaToday ha pubblicato in rapida successione due interviste con ex funzionari degli Stati Uniti. Il 7 dicembre 2012, quella del colonnello dell’esercito degli Stati Uniti (in pensione) Lawrence Wilkinson, che era capo dello staff del Segretario di Stato Colin Powell dal 2001 al 2005. E il 9 dicembre 2012 quella dell’ex diplomatico Charles W. (“Chas”) Freeman Jr., che si era trovato nel marzo 2009 al centro di una polemica, quando venne attaccato con estrema violenza e ferocia dalla lobby sionista, dopo la sua nomina a capo del coordinamento di intelligence degli Stati Uniti, portandolo al suo ritiro volontario causato da queste pressioni.
Ciò che è notevole di questi due casi, è che si tratta di alti funzionari pensionati, anche se certamente “dissidenti” e quindi estremamente critici verso i Washingtoniani, ma che mantengono i loro riferimenti, compresa la “riserva del dovere.” Il fatto è che questi due uomini hanno accettato delle interviste sostanziali (Freeman soprattutto) e molto critiche verso la politica e le istituzioni del loro paese, affrontando i temi più caldi, egualmente critici verso la politica degli USA, per RT in condizioni politiche tese, ed in un contesto mediatico teso tra la Russia e gli Stati Uniti; tutto ciò compone un evento mediatico, e quindi politico, assai significativo.
Indicando che i media russi, tra cui RT, sono sempre più accreditati e non più considerati dei media off limits per i funzionari pubblici degli Stati Uniti, di solito molto esigenti su questo tema dell'”obbligo di riservatezza” verso i media stranieri, in particolare della Russia. Il tutto è, a nostro avviso, una vittoria mediatica indiscutibile della Russia, e che verrà apprezzata poco a poco, questa volta su un terreno più aggressivo che nei casi precedenti, nella misura in cui si tratta di penetrare nei circoli molto chiusi della dirigenza washingtoniana. Questa è un’indicazione che la Russia sta guadagnandosi uno status rispettabile, da questo punto di vista, secondo le norme mediatiche degli Stati Uniti, facendo in modo che la Russia venga percepita avente il diritto di partecipare alla battaglia interna in corso a Washington… (L’indicazione, inoltre, che questa “battaglia interna” si sia radicalizzata é data dalla violazione dei tabù del patriottismo ufficiale, aprendo la porta ad interventi favoriti dagli stessi attori washingtoniani ai media non-statunitensi, in particolare ancora, i media russi.)
Questi punti illustrano e suggeriscono l’evoluzione che la Russia sperimenta nella padronanza di un campo dove era sempre cronicamente svantaggiata. Il periodo sovietico l’aveva rinchiusa nello stereotipo della propaganda frustra e grossolana di tipo comunista, screditandone a lungo la comunicazione e avallando l’immagine di un paese soggetto ad abitudini incontrollabili, di tipo totalitario, senza alcuna sofisticazione secondo le concezioni occidentali. Il periodo di Eltsin (anni ’90, come ripete Lukjanov) immerse la Russia in una posizione di sottomissione, soprattutto nel grande campo dei media. Dopo alcuni anni di sperimentazione abbastanza difficile nel prendere in mano la propria situazione, sembra che i russi abbiano trovato tutte le ragioni e tutta l’energia per reagire agli attacchi dell’inverno 2011-2012, e con un’efficacia reale. Lo stesso episodio delle Pussy Riot ha propulso questa energia, mentre l'”attacco morbido” del blocco BAO perde sempre più dinamicità nel contesto del crollo del Sistema, che oggi è la sua attività principale.
L'”aggressione morbida” contro la Russia si è trasformata in una “guerra morbida”, dove la grande novità è la posizione sempre più assertiva, efficiente, professionale e qualificata dei russi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Grazie alla crisi siriana, la Turchia rischia il peggio

DeDefensa Bloc-Notes – 3 settembre 2012

Come visto altrove (leggi qui sotto), la situazione al confine turco, nei campi profughi siriani, o meglio intorno a essi, dov’è difficile, se non impossibile, entrare. Questi campi si dimostrano essere più enclavi che una sorta di agglomerati, comprendenti frazioni di ribelli siriani, con una buona dose di islamisti e gruppi di disertori dell’esercito regolare siriano e, naturalmente, uno sciame di reparti o forze speciali raccolte dai servizi abituati ai vari sporchi trucchi, soprattutto in questo caso, di CIA, Mossad, MI6, DGSE … Evocando anche, naturalmente, il PKK e i vari curdi, che s’infiltrano qui e là. I “rifugiati” sono separati, in modo piuttosto inaspettato – o, al contrario, cosa che non sorprenderebbe coloro che sono avvertiti – dalle popolazioni turche. Gli ufficiali turchi, l’esercito turco, ancora controllano qualcosa in queste aree?
Nel frattempo, il disagio aumenta in Turchia, e nella provincia di Hatay in particolare, dove le persone non sono solo scontente per il numero dei rifugiati, ma anche per la questione se elementi del PKK, o “attivisti jihadisti”, arrivino in Turchia come rifugiati, come molti media suggeriscono.  Gli abitanti del posto, a contatto quotidiano con i siriani, si lamentano del loro comportamento sempre più indisciplinato. Per esempio, ci sono notizie di siriani che mangiano nei ristoranti e fanno acquisti nei negozi senza pagare, dicendo ai proprietari “di inviare il conto a [primo ministro Recep Tayyip] Erdogan.” Il dilemma che tutto ciò rappresenta per Erdogan e Davutoglu, è che affrontano una responsabilità che ora si trasformerà in attenzione internazionale sulla Turchia. In primo luogo vi è il benessere dei rifugiati, soprattutto in considerazione del fatto che Erdogan e Davutogl hanno sempre detto che coloro che fuggono da Bashar al-Assad, possono venire in Turchia. [...]
“Ci sono molte indicazioni che la provincia di Hatay sia diventata di fatto una sorta di luogo di raduno non solo per i combattenti islamisti radicali, ma anche dei servizi segreti di tutti i paesi occidentali e d’Israele che, naturalmente, sono preoccupati per il terrorismo islamico. Queste non sono cose a cui si è preparato lo stomaco dell’opinione pubblica turca. Il risultato è che la Turchia potrebbe affrontare una potenziale debacle, come non l’ha mai subita prima, a causa della Siria. La questione è quanto di ciò sia il risultato dalla frettolosa e troppo ambiziosa politica siriana del governo, e come gran parte di ciò sia il prodotto inevitabile della catena degli eventi…
In altre parole, chi ha invaso chi? Si voleva (compresa la Turchia)  invadere la Siria, nella certezza dell’annunciato “indomani” della caduta del regime di Assad, in questi ultimi 6 mesi, tutti i leader del blocco BAO; si supponeva (compresa la Turchia) che si lavorasse a una no-fly zone in Siria, di cui il generale Dempsey diceva fosse meglio non pensare, dato che è un progetto militarmente insostenibile. (A tal proposito, cosa dicevano i generali francesi al presidente Hollande, quando ha annunciato senza mezzi termini che ci lavorava?) … Per il momento, si tratta piuttosto di una strana “invasione siriana” della Turchia, e certamente non la più sicura e la più controllabile. E ciò che il primo ministro turco Erdogan ha affermato della sovranità nazionale, dell’evoluzione della coesione della Turchia, con i ribelli che si aggirano nei villaggi turchi intorno al loro campo, nella provincia di Hatay, dicendo ai loro residenti che “presto sarà il vostro turno“?
L’avventura è esemplare. Un anno fa, Erdogan trionfava in tutti i paesi arabi, era l’eroe popolare, quasi un “nuovo Nasser” elogiato nelle strade di Cairo. La sua politica si basava sul principio che  affermava la sovranità nazionale, in una dinamica d’indipendenza, al fine di stabilire una situazione generale di autonomia sovrana dei paesi musulmani in questa zona, fino ad ora sotto il dominio di potenze straniere. Per sua stessa natura, assolutamente strutturante e fortemente percepita, questa politica sembrava irresistibile. Poi c’è stato questo errore strategico, peggio, un errore di progettazione, dimostrando che i leader turchi, infine, non sapevano, o avevano perso di vista, ciò che rende un politico invincibile, sacrificando troppo l’apparenza o l’illusione della potenza come motore della politica. Per allearsi con forze notoriamente destrutturanti, portati inevitabilmente a fare affidamento su gruppi incontrollati di estremisti, o gruppi di semplici mercenari, di criminali e di criminali comuni, si sono fatti trascinare in un processo di dissoluzione dei propri principi, delle proprie strutture fondamentali. La Turchia ha sperimentato, in un modo incredibilmente convincente e dimostrativo, quanto costi allearsi con il Sistema, che a sua volta si trova bloccato in una crisi profonda.
Diciamo “il Sistema” con intenzione, perché di certo non crediamo alla sempiterna versione di una Turchia caduta sotto il controllo degli Stati Uniti, o che presumibilmente non l’avrebbe mai lasciata. Come abbiamo recentemente definito, in una analisi di quello che chiamiamo “blocco BAO” (vedi 23 giugno 2012 ), non si tratta tanto di egemonia degli uni (gli USA, ovviamente) sugli altri. In  modo assai diverso, si tratta di un insieme di orientamenti politici completamente incancreniti dall’omogeneizzazione, apparentemente per un motivo o per l’altro, iscritti in un ciclico di narrazione di certe ambizioni, e causa di alcune scelte politiche, e infine amalgamati strutturalmente nella dinamica del Sistema dalla finalità dissolvente e completamente ostile al “principio del Principio.” Perciò, coloro che rientrano in questo movimento perdono ogni possibilità, ed ogni altra indicazione, di poter essere in grado di mantenere i riferimenti di principio. Come risultato, soprattutto, perdono rapidamente la loro sovranità, dissolta nella dinamica del Sistema, e ciò si sente… Un anno fa, questa o quella banda di islamisti o della criminalità organizzata, giunti da una qualsiasi parte della Siria, di certo non avrebbero avuto il coraggio di piazzarsi come “padroni” in pieno territorio turco. Oggi, ciò si può fare perché non c’è più la barriera invisibile ma invalicabile della sovranità, la colonna vertebrale del Principio… Il risultato è che fra sei mesi ci si dimenticherà della Siria, con la Turchia che si è sobbarcata la maggior parte del peso, ed oggi si scopre che è la Turchia a correre il grande pericolo della disintegrazione, e che ha tutto da temere da un futuro molto prossimo, e che è già entrata in una grave crisi politica interna.
Vogliamo credere che una grande minaccia incombe su tutte le prede designate dai commentatori del Sistema, dagli esperti nominati, dagli analisti che pensano secondo il catechismo del Sistema. Sono anche fortemente aiutati da una determinata classe di commentatori che si definisce anti-Sistema (o anti-USA di convenienza), che continuano a dare al Sistema dei piani universali di investimento e le abilità soprannaturali per adempierli. Il problema non è certo negare la pericolosità del momento, ma determinare quanto sia pericoloso. Ogni nuovo intervento del Sistema in aree che le sono già soggette, e ancora dove s’installa il disordine per imporre un ulteriore test, viene salutato come un ulteriore stratagemma, per far credere a un’abilità tattica temporanea, dissimulante una potenza strategica concettuale ancora più grande. Nel frattempo, gli eventi che hanno avuto luogo, anche prima che fosse programmato di poterli sfruttare “secondo il piano”,  affermando subito che si era capito che stessero per accadere, ci mostra due cose: la prima che è la superpotenza del Sistema, gestendo degli obiettivi destrutturanti e destabilizzanti, ne diventa essa stessa una vittima e si trasforma in forza distruttrice, trascinandovi coloro che si allineano sotto questa bandiera del disordine e della confusione; la seconda è che l’unica forza efficace che potrebbe opporsi a essa, quasi come un esorcismo, non per vincerla, ma per aumentarne il disordine interno e auto-distruttivo, è il principio organizzatore, che agisce sul Sistema come una croce che viene agitata davanti al vampiro. La Turchia la paga e non ha finito di pagare, per aver ignorato o abbandonato le regole di base in un’epoca in cui è diventato assurdo, inutile e contro-produttivo pensare in termini di egemonia, di forze (ideologiche, religiose ecc.) e di conclusioni su misura (vittorie e sconfitte di queste forze, ecc).

Scene di vita quotidiana del disastro di Erdogan al confine con la Siria
DeDefensa

Abbiamo pensato che sarebbe stato interessante, per i nostri lettori, leggere due articoli, uno parziale e l’altro completo, tratti dalla stampa turca, sulla situazione nei e intorno ai campi per i rifugiati siriani in Turchia. Si può avere una buona idea del deterioramento della situazione – non in Siria ma in Turchia – paradosso dei paradossi, senza dubbio. Non si sarà sorpresi dall’apprendere, alla luce di questi due articoli, che il malcontento continua a crescere in Turchia. Il sito Today’s Zaman, il 29 agosto 2012 indicava che il 60,4% degli intervistati, in un sondaggio, esprimevano il parere che ci fosse bisogno di un nuovo partito politico e di una nuova leadership, e questo un anno dopo aver dato a Erdogan (12 giugno 2011), il mandato per far proseguire la sua azione politica. (Il 28,9% è soddisfatto del partito politico al potere e degli attuali dirigenti.) D’altra parte, il 67,1% degli intervistati disapprova la politica siriana di Erdogan, contro il 18,3% che l’approva.
Qui i due articoli:
Al-monitor.com, con il titolo “Ai parlamentari turchi negato l’ingresso nel controverso campo profughi”, un testo di Aydin Hasan del 28 agosto 2012:
Campo Apaydin ad Hatay, vicino al confine con la Siria, ospita i militari e i poliziotti siriani che si sono ribellati a Bashar al-Assad e si sono rifugiati in Turchia con le loro famiglie. Circa 500 militari e poliziotti, tra cui 30 generali e le loro famiglie, per un totale di 4.000 in tutto, vi vivono. Recentemente, ai parlamentari dell’opposizione è stato negato l’ingresso al campo. Cosa che, insieme alle accuse secondo cui il campo sia utilizzato per l’addestramento, ha creato un alone di mistero intorno ad esso. Fin dall’inizio, poliziotti e militari siriani sono stati messi in campi separati dai profughi civili. Sono stati inviati nel campo di Karbeyaz e poi trasferiti ad Apaydin. Il campo è sotto la giurisdizione del direttorato del Primo Ministro per le catastrofi e le emergenze (AFAD). Tutti i servizi, alloggi e cibo sono forniti dalla Mezzaluna Rossa turca. Il campo dispone di 1122 tende residenziali, 17 tende multiuso, 25 unità sanitarie e un totale di 1.100 posti letto. Il numero di rifugiati è salito a 4.000, con sempre più ufficiali che portano con sé le famiglie. La sicurezza del campo è fornita dalla polizia. I funzionari del ministero degli esteri turco e della National Intelligence Organization (MIT) operano nel campo. Funzionari turchi dicono: “Come richiesto dalla legislazione sui rifugiati [delle Nazioni Unite], dobbiamo tenere il personale addetto alla sicurezza in un campo separato. Poiché la maggior parte dei soldati ha servito nell’esercito di Assad, loro e le loro famiglie sono vulnerabili al linciaggio, nei campi civili. Per la loro sicurezza, dobbiamo tenerli qui. Non si tratta di un accomodamento, ma di un campo di sistemazione. Inizialmente, agli ufficiali hanno permesso di fare shopping in città, in certi giorni, ma le cose sono molto più controllate ora. I funzionari dicono che a nessuno è permesso portare armi nel campo. “Le accuse di addestramento militare qui, sono prive di fondamento”, aggiungono.
“Il divieto d’ingresso nel campo di Apaydin ai parlamentari dell’opposizione Hursit Gunes e Suleyman Celebes, hanno messo le affermazioni sul campo all’ordine del giorno nazionale. “Celebi ha detto al Milliyet: “Eravamo a un incontro pubblico presso la borgata Yesilpinar. Nelle nostre conversazioni con le persone e i rappresentanti della società civile, abbiamo sentito molte affermazioni su questo campo. Abbiamo osservato che le persone sono gravemente disturbate. Ci hanno detto che c’era un campo di addestramento e che i residenti del campo minacciavano la popolazione locale, dicendo: ‘Un giorno, anche qui arriverà il turno degli alawiti’. La gente voleva andare al campo e vedere da sé. Abbiamo chiamato l’ufficio del governatore, ma hanno detto che l’autorità era dell’AFAD. Un funzionario dell’AFAD ci ha informati che potevamo andare in altri campi, ma non in questo di Apaydin. Siamo andati al cancello del campo. Non ci hanno fatto entrare, una persona che si è identificata come ufficiale siriano ha detto che era l’autorità. Ha detto che era responsabile dell’addestramento nel campo. C’erano alcuni giovani rifugiati vicino a noi. Quando parlavano tra di loro in arabo dicevano, ‘Questi tizi meritano di essere fatti a pezzi proprio qui’. Celebi ha continuato: “Quando ci hanno negato l’ingresso, ci siamo ancor più preoccupati per quello che hanno detto di questo campo. La gente del posto dice che i residenti del campo li minacciano a causa della loro appartenenza confessionale. Ho anche sentito dire che i rifugiati non vogliono essere curati dai medici alawiti, negli ospedali, e i medici vi vengono ora assegnati di conseguenza.” [...]
Hurriyetdailynews.com, del giornale con lo stesso nome (Hurriyet Daily News), con il titolo “La debacle siriana della Turchia” il testo a firma di Semih Idiz, del 31 agosto 2012:
Come è stato scritto in questo pezzo, il Consiglio di sicurezza non aveva ancora sentito l’appello del ministro degli esteri Ahmet Davutoglu a New York, ieri, per una zona di sicurezza sanzionata dalle Nazioni Unite, da stabilire in Siria per proteggere i rifugiati. Le persone vicine alla questione, tuttavia, hanno capito che il suo appello non sarebbe andato da nessuna parte, dal momento che Russia e Cina si oppongono all’idea, considerandola una violazione della sovranità siriana. L’impressione che si ha è che gli altri membri del Consiglio di sicurezza, che si sono schierati con la Turchia sulla Siria, si stanno nascondendo dietro l’opposizione di Russia e Cina, dal momento che non sembrano essere pronti ad attuare tale zona di sicurezza militare, che senza dubbio dovrebbe esserci. Ciò lascia molti sperare che Ankara agisca, ma questa è una aspettativa vana, dato che la Turchia non è in grado di farlo da sola per una serie di ragioni oggettive. L’appello di Davotoglu di ieri, può anche essere visto come un atto disperato, poiché il numero di rifugiati siriani sarà molto probabilmente oltre  i 100.000 previsti nel caso del “peggior scenario”. Ankara ha detto che è al limite, ma è difficile capire cosa si può fare se persone disperate continuano ad arrivare con le loro famiglie. Nel frattempo, il disagio aumenta in Turchia, e in particolare nella provincia di Hatay, dove gli abitanti sono scontenti non solo per il numero dei rifugiati, ma anche per la questione se elementi del PKK, o “militanti jihadisti”, stiano arrivando in Turchia spacciandosi per rifugiati, come suggeriscono molti resoconti dei media. Gli abitanti del posto, in contatto quotidiano con i siriani, si lamentano sempre più anche del loro comportamento indisciplinato. Per esempio, ci sono notizie di siriani che mangiano nei ristoranti e fanno acquisti nei negozi senza pagare, dicendo ai proprietari “d’inviare il conto a [primo ministro Recep Tayyip] Erdogan”. Quale dilemma si crea per Erdogan e Davutoglu, che ora hanno di fronte una responsabilità che a sua volta attrarrà l’attenzione internazionale sulla Turchia. In primo luogo vi è il benessere dei rifugiati, soprattutto in considerazione del fatto che Erdogan e Davutoglu hanno sempre detto che chi fugge da Bashar al-Assad può venire in Turchia. Ma questo richiederà che i campi ben custoditi siano attrezzati per soddisfare le esigenze di migliaia di famiglie, in termini non solo di strutture abitative e mediche, ma anche in termini di tutte quelle necessità vitali minime per l’esistenza umana. Dei disordini recenti in uno dei campi, suggeriscono che la Turchia non sia pronta a tutto questo. Poi c’è il problema della sicurezza in entrambe le direzioni, il che significa che la Turchia non solo deve garantire la sicurezza delle persone nei campi, ma anche la propria sicurezza, dato che non è chiaro esattamente chi stia passando attraverso il confine, o chi sia giunto da altre parti del mondo, al fine di utilizzare la Turchia come campo di prova per la “Jihad contro Assad”.
“Ci sono molte indicazioni che la provincia di Hatay sia infatti diventata una sorta di centro non solo per i combattenti islamici radicali, ma anche per i servizi segreti di tutti i paesi del mondo occidentale, e d’Israele, che naturalmente sono preoccupati dal terrorismo islamico. Queste non sono cose a cui si è preparato lo stomaco dell’opinione pubblica turca. Il risultato è che la Turchia deve affrontare una potenziale debacle, come non ne ha avuto prima, a causa della Siria. La domanda è: quanto di ciò è il risultato della politica frettolosa e troppo ambiziosa del governo siriano, e quanto di tutto ciò sia il prodotto di un’inevitabile catena di eventi. Chiaramente, la Turchia avrebbe dovuto affrontare la crisi dei rifugiati in ogni caso, come ha fatto dopo la prima guerra del Golfo, ad esempio; ma i critici ritengono che non solo doveva  muoversi in modo più realistico fin dall’inizio, permettendo l’accesso alle agenzie internazionali molto prima, ma anche che avrebbe dovuto avere un approccio più regionale, senza alienarsi l’Iran, l’Iraq e milioni di sciiti in Medio Oriente. Non avendolo fatto, la Turchia è costretta ora a lanciare appelli inutili, mentre il problema dei profughi cresce e si aggrava la crisi siriana lungo linee confessionali. In altre parole, il governo si trova ad affrontare una crisi di cui non ha risposte, e una opinione pubblico interna che è sempre più a disagio verso tutto ciò. Se questo non è un disastro, allora che cosa è?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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