L’Algeria nel mirino degli Stati Uniti

Charles Francis L’Autre Afrique 13 febbraio 2014

algeria-mapDa diversi mesi gli Stati Uniti hanno classificato l’Algeria un “Paese a rischio sicurezza per i diplomatici” e posto installazioni militari con contingenti navali nel meridione della Spagna, senza nascondere le intenzioni interventiste in Africa settentrionale. Si sa inoltre che gli Stati Uniti puntano alla zona di confine tra il sud della Tunisia e l’Algeria, “segno che gli Stati Uniti sono determinati ad agire, il Pentagono ha appena occupato, nel sud della Tunisia, una base in disuso da ristrutturare per intervenire nel teatro libico, ha detto una fonte diplomatica a Tunisi” (LeFigaro, 1 febbraio 2014). Il minimo che possiamo dire, anche se si tratta per il momento d’intervenire in Libia, è che l’orco si avvicina… Minacce punitive per non aver sufficientemente sostenuto l’intervento militare francese in Mali? Una piano di destabilizzazione dell’ultimo bastione indipendente dall’influenza degli Stati Uniti? Il fatto è che dopo il Mali e lo stato di tensione in tutta la sub-regione, gli algerini hanno il diritto ad avere gravi preoccupazioni.

L’intervento militare annunciato
500 marines w otto caccia degli Stati Uniti sono stati schierati dall’estate del 2013, una sostanziale forza d’intervento militare, nella piccola città di Moron, Spagna. Se la presenza militare degli Stati Uniti su suolo spagnolo non è uno scoop, ciò che è nuovo è lo scopo specifico di tale nuovo schieramento. La confessione del governo spagnolo in merito a ciò è davvero notevole: “consentire ai militari degli Stati Uniti d’intervenire in Africa settentrionale in caso di gravi perturbazioni“. Non si può infatti essere più chiari! Oggi, mentre gli Stati Uniti hanno appena fatto la richiesta formale al governo Rajoy di aumentare l’attuale presenza di marines, chiamata “Forza di risposta alle crisi in Africa“, apprendiamo dal quotidiano spagnolo El Pais, di grandi movimenti della marina degli Stati Uniti sulle coste spagnole: “L’11 febbraio, il cacciatorpediniere USS Donald Cook arriverà con il suo equipaggio di 338 uomini nella base navale di Cadice. Una seconda nave, l’USS Ross, arriverà a giugno e altri due, USS Porter e USS Carney, nel 2015. In totale, 1100 marines con le loro famiglie, che si sistemeranno nella base di Cadice.” Alla domanda su tutte queste manovre e schieramenti militari, Gonzalo de Benito, segretario di Stato agli Esteri spagnolo ha solo commento: “Quali operazioni compiranno questi marines super-equipaggiati? Non posso dirlo perché queste forze non sono qui per operazioni specifiche, ma per per dei possibili imprevisti…
Tra minacce e gerghismi, misuriamo come il suono degli stivali dev’essere preso molto sul serio. Che siano in Italia o in Spagna, nel nord del Mali o del Niger, francesi o statunitensi, è chiaro che le basi militari aumentano intorno al Maghreb.

Innanzitutto umanitari e poi la guerra…
Tutti gli interventi esteri che presiedono, e tendono ancora, al processo di disgregazione territoriale e politico delle nazioni, in particolare dell’Africa… sono sempre stati preceduti da campagne ultra-mediatiche sul piano “umanitario”. Si conosce lo svolgersi delle operazioni: “umanitari” e ONG segnalano, di solito dove gli viene detto, una situazione drammatica per i civili, denunciando carestie attuali o future, individuando moltitudini sottoposte a genocidio (o a rischio di), inondando il pubblico con immagini shock e opinioni, infine … le grandi potenze sono “costrette” a difenderli s’intende.. intervenendo a favore del “diritto alla vita dei popoli interessati”. Come in Libia, Costa d’Avorio, Africa Centrale, Mali… disintegrando, tagliando e infine dividendo tutto. Così, dopo averlo rodato da tempo in Biafra e in Somalia, entrambi disintegrati (1), il “buon” dottore Kouchner, ministro francese di destra e di sinistra, s’inventava nell’ex-Jugoslavia, anch’essa disintegrata, la versione finale del “diritto di intervento”! Invenzione che, dopo aver dimostrato la propria efficacia nell’implosione dei Balcani, prospera nel pianeta soggetto alla globalizzazione imperiale. Dalle “armi di distruzione di massa” irachene al “sanguinario” Gheddafi in Libia, “migliore amico della Francia”, dalla Siria al Mali, dalla Costa d’Avorio all’Africa Centrale… notando che si tratta di numerose guerre condotte in suo nome nel continente, si misurano i risultati di tale politica “umanitaria”.

Nord Africa, Algeria e Tunisia chiaramente nel mirino
Non dimentichiamo che il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha recentemente classificato l’Algeria tra i Paesi “a rischio sicurezza per i diplomatici.” Inoltre, allo stesso tempo, nel Congresso degli Stati Uniti sono state discusse nuovamente modifiche alla legge antiterrorismo, con l’obiettivo dell’intervento delle forze armate, senza previa consultazione… del Nord Africa! In questo modo… le ONG umanitarie, che hanno già espresso la volontà di “chiamare in aiuto le grandi potenze” e i loro eserciti, sono da tempo all’opera in Algeria. Secondo il sindacato centrale UGTA (Unione generale dei lavoratori algerini) queste ONG operano per dividere e contrapporre le popolazioni: Nord contro Sud, arabi contro berberi, lavoratori contro disoccupati… in cima a queste ONG “umanitarie” vi sono Freedom House, Canvas, NED… i cui legami con la CIA non sono un segreto.(2) L’UGTT ne accusa così l’infiltrazione nei movimenti sociali per “ingannarli e trascinarli in violenze, cercando di creare una crisi che possa giustificare l’intervento” e ancora “mentre i giovani manifestano legittimamente per i posti di lavoro, contro la precarietà e lo sfruttamento, i leader giovanili di Canvas li sfruttano per trascinare la questione dell’occupazione nel contesto del separatismo del sud dell’Algeria, cioè laddove si trovano le grandi ricchezze in minerali, petrolio e gas. “Casualmente, si è tentati di aggiungere o meglio… come al solito”. (3)
Insicurezza e disagio sociale suscitati al di qua delle frontiere, diffusa insicurezza suscitata aldilà. Il metodo è noto. Gli Stati Uniti, che già si affidano alla destabilizzazione regionale per giustificare il dispiegamento militare nel Mediterraneo, domani non mancheranno di cogliere il pretesto dei disordini sociali o del “pericolo per i diplomatici” per intervenire direttamente. Non sarebbe legittimo, tuttavia, chiedersi della responsabilità delle grandi potenze, soprattutto degli Stati Uniti, nella proliferazione del terrorismo in questa regione dell’Africa? Non lo è, e non è l’ultimo dei paradossi che, in nome dell’insicurezza, gli Stati Uniti tramite NATO e Francia decidessero di far saltare la Libia nel 2011? Non è per la stessa ragione che l’esercito francese entrò in guerra in Mali nel 2012. Due interventi, si ricordi, lungi dal portare la pace, aggravando la  destabilizzazione, facendo del Sahel e dell’intera sub-regione una polveriera.
Queste nuove minacce degli Stati Uniti, che rientrano nella cosiddetta strategia del “domino” tanto cara alla precedente amministrazione Bush, devono essere prese molto sul serio. Visto che tanti falsi pretesti non mancano e non mancheranno, nel prossimo futuro, a motivare l’intervento militare estero. Le grandi potenze non si fermeranno, al contrario, rischiano la disintegrazione regionale e relative conseguenze letali per i popoli. Già questa è la regione che subisce l’incredibile proliferazione di armi per via dell’esplosione dello Stato libico e del continuo flusso di armi di ogni  tipo, totalmente irresponsabile, per gli estremisti islamici in Siria. Le onde d’urto di tale situazione si sono viste in Mali dove una Francia militarmente obsoleta si mostra molto (troppo) amichevole verso dei separatisti assai ben equipaggiati che spuntano in Algeria, dove si pensava che il terrorismo islamico fosse stato sradicato, e in Tunisia, dove sciamano gruppi paramilitari che pretendono di rappresentare l’Islam e dove, allo stesso tempo, il potere lascia impuniti l’omicidio degli oppositori politici.
Appare sempre più chiaro alle popolazioni colpite che tali minacce verso gli Stati sovrani hanno per obiettivo di lasciarle in nazioni indebolite dirette da ascari impotenti e divisi, incapaci di resistere alla cupidigia delle multinazionali. Ecco perché gli Stati da cui provengono le multinazionali vanno così d’accordo, nonostante i loro interessi e quel che dicono, con i peggiori islamisti, sia oggi in Sahel e Siria che in Libia ieri. In altre parole, a ognuno il suo spazio, i suoi profitti e il suo bottino. Certo, mai come oggi le “vecchie chimere” ideate dai fondatori dell’Indipendenza come il “Panafricanismo” o “l’Africa agli africani”…, gettate nella pattumiera della storia, sembrano avere tanta attualità. Ad ogni modo e qualunque siano i discorsi urgenti imposti dalla drammatica situazione nel continente, l’attualità impone che l’Algeria non si faccia dettare le proprie azioni dall’intervento militare.cnvs1. Dopo il Biafra, Bernard Kouchner spiegò che bisognava “convincere” prima l’opinione pubblica, e poi seguono le operazioni spettacolari come “sacchetti di riso per la Somalia”, “barche per il Vietnam”… i disaccordi con MSF, la sua dipartita e la creazione di Medici del Mondo.
2. UGTA, Algeri 28 giugno 2013, sul giornale del PT algerino Fraternité
3. Sul ruolo nefasto di “umanitari”, ONG e destabilizzazione delle nazioni, vedasi “Banca Mondiale e ONG destabilizzano gli Stati

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché l’occidente ama Mandela e odia Mugabe

Stephen Gowans,  Global Research, 9 dicembre 2013

robert_mugabe_birthday_2In morte di Nelson Mandela, osanna continuano ad essere cantati verso l’ex leader dell’ANC e presidente sudafricano sia da sinistra, per il suo ruolo nel porre fine al razzismo istituzionale dell’apartheid, che da destra, apparentemente per la stessa ragione. Ma l’abbraccio della destra di Mandela eroe antirazzista non sembra genuino. C’è un’altra ragione del perché media dell’establishment e politici tradizionali sono pazzi di Mandela come la sinistra?
Secondo Doug Saunders, giornalista del quotidiano canadese sfacciatamente pro-aziendalista, The Globe and Mail, c’è. In un articolo del 6 dicembre, “Dal rivoluzionario al manager: la lezione del cambiamento di Mandela“, Saunders scrive che il “grande risultato” di Mandela fu proteggere l’economia sudafricana, quale sfera dello sfruttamento da parte della minoranza bianca possidente e delle élite aziendale e finanziarie occidentali, dalle necessità di una giustizia economica tra le file del movimento da lui guidato. Saunders non la mette in questi termini, piuttosto, nasconde gli interessi settoriali dei detentori di titoli, proprietari terrieri ed investitori stranieri che sono dietro l’abbraccio di Mandela dei “sani” principi della gestione economica, ma il significato è lo stesso. Saunders cita Alec Russell, autore del Financial Times che spiega che sotto Mandela, l’ANC “si è rivelato un amministratore affidabile della più grande economia dell’Africa sub-sahariana, abbracciando politiche fiscali e monetarie ortodosse...” Cioè, Mandela ha fatto in modo che il flusso dei profitti dalle miniere e dall’agricoltura sudafricane alle casse degli investitori stranieri e delle élite aziendali bianche non venisse interrotto con l’attuazione del programma di giustizia economica dell’ANC, con le sue richieste di nazionalizzazione delle miniere e di redistribuzione della terra.
Invece, Mandela respinse le richieste di giustizia economica come “cultura dei diritti”, di cui i sudafricani dovevano liberarsi. Riuscendo a persuaderli nel farlo, significò che la digestione pacifica dei profitti dei potenti poté continuare senza interruzioni. Ma non è il tradimento di Mandela del programma economico dell’ANC che secondo Saunders merita l’ammirazione della destra, anche se ne è certamente grata. Il genio di Mandela, secondo Saunders, fu che lo fece “senza alienarsi i seguaci radicali o scatenando una pericolosa lotta tra fazioni nel suo movimento“. Così, secondo Saunder, Mandela era un tipo speciale di leader: uno che poteva usare i suoi enormi prestigio e carisma per indurre i seguaci a sacrificare i propri interessi per il bene delle élite che si  arricchiscono con il loro sudore, arrivando ad accettare il ripudio del proprio programma economico. “Ecco la lezione fondamentale di Mandela ai politici moderni“, scrive Saunders. “Il leader dai principi di successo è colui che tradisce i membri del suo partito per i maggiori interessi della nazione. Quando si deve decidere tra il movimento e il bene più grande, il partito non dovrebbe mai venire prima.” Per Saunders e la maggior parte degli altri giornalisti mainstream, “i maggiori interessi della nazione” sono i grandi interessi di banche, proprietari terrieri, obbligazionisti ed azionisti. Questa è l’idea espressa nel vecchio adagio “Ciò che è buono per GM, è buono per l’America.” Da quando i media tradizionali sono grandi aziende, intrecciate con altre grandi aziende, e dipendono ancora da altre grandi società pubblicitarie, l’apposizione del segno uguale tra interessi aziendali e l’interesse nazionale viene del tutto naturale. Saremmo scioccati dallo scoprire che un giornale a grande diffusione e proprietà di ambientalisti (se una cosa del genere esistesse) si opponesse al fracking? (I giornalisti potranno gioirne, “dico quello che mi piace.” Ma, come Michael Parenti una volta sottolineò, i giornalisti dicono quello che vogliono perché ai loro padroni piace quello che dicono.)
Com’era prevedibile, Saunders conclude il suo elogio del tradimento anti-partito di Mandela, l’eroe ‘buono’ della liberazione, con un riferimento al ‘cattivo’ eroe della liberazione sudafricana, Robert Mugabe. “Basta solo guardare a nord, nello Zimbabwe, per vedere cosa accade di solito quando i rivoluzionari” non riescono a seguire il percorso economico conservatore di Mandela, scrive Saunders. A un certo punto, la predilezione di Mugabe per la politica fiscale e monetaria ortodossa era forte quanto quella di Mandela. Eppure, dopo quasi un decennio e mezzo di demonizzazione sui media occidentali di Mugabe come delinquente autocratico, è difficile ricordare che anche lui, una volta faceva brindisi con i capitali occidentali.
L’amore dell’occidente verso Mugabe finì bruscamente quando respinse il Washington Consensus e  avviò un veloce programma di riforma agraria. Il disprezzo verso di lui s’approfondì quando lanciò un programma di indigenizzazione per mettere il controllo della maggioranza delle risorse minerarie del Paese nelle mani dei cittadini neri dello Zimbabwe. La transizione di Mugabe da eroe ‘buono’ della liberazione a ‘cattivo’, da santo a demonio, coincise con il suo passaggio da “steward affidabile” dell’economia dello Zimbabwe (cioè affidabile per gli interessi degli investitori stranieri e dei coloni bianchi) a promotore degli interessi economici dei neri indigeni. Questo è un passaggio che Mandela non fece mai. Se l’avesse fatto, l’élite imperialista non avrebbe affollato il Sud Africa per i funerali del Santo Mandela, traboccando di gentili elogi.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’interferenza criminale dei Medici Senza Frontiere in Siria al fianco dei gruppi terroristici

Silvia Cattori – CounterPsyops

Lettera a Medici Senza Frontiere, in risposta ai suoi appelli per le donazioni, da una persona di nazionalità siriana. Risposta ai messaggi pubblicitari per le donazioni a Medici Senza Frontiere, del febbraio 2013
Medici Senza Frontiere 8 rue St Sabin 75011 Parigi
Majd Haddad, 15 marzo 2013

haf-as1Siria: L’interferenza di Medici Senza Frontiere (MSF) al fianco dei gruppi terroristici, è criminale
Infatti, perché i vostri amici, i presunti combattenti dell’esercito libero siriano, armato e finanziato dalle monarchie petrolifere del Golfo (come chiaramente anche voi stessi in Siria) e dalle potenze occidentali, in stretta collusione con i Fratelli musulmani, prendono di mira i popoli che secondo voi “non chiedono”?Ve lo dirò io, ma non è sicuro che sentirete il mio messaggio, poiché avete preso partito per le bande armate che danneggiano e odiano il popolo siriano, in modo evidente e senza scusanti: la destabilizzazione della Siria sovrana è gestita da chi vuole piegare questo anello chiave dell’asse della resistenza ad Israele. Se volete sapere cosa “il popolo ha chiesto”, sappiate che ha sempre chiesto al suo governo e alle sue forze armate di proteggerlo dagli attacchi delle bande armate che si definiscono “opposizione” (soprattutto quando gli osservatori internazionali circolavano in Siria e l’esercito non doveva intervenire), il “Popolo”, la grande maggioranza del popolo siriano, ha chiesto la fine delle sanzioni economiche manifestando massicciamente [1] e tutti i giorni contro le interferenze; il “popolo” s’è organizzato in comitati di difesa di quartiere, i cui volontari sono sempre più numerosi. Il popolo siriano, nella sua maggioranza, sostiene il suo governo perché garantisce la stabilità del Paese e la sua varietà
Non dovreste parteggiare,… ma tanto!
Le vostre operazioni “umanitarie” in Siria, imbarcate dagli elementi armati dell’ESL; il vostro pregiudizio; la vostra propaganda in favore dell’”opposizione” militarizzata, in maggioranza mercenari legati ad al-Qaida e sostenuti da potenze straniere, vi rende complici di questi nemici che infliggono atroci sofferenze al popolo siriano, assieme ai media dominanti. [2] I falsi testimoni che dite di avere ascoltato in Libano, e che presentate alla stampa come affidabili, hanno  utilizzato ampiamente la propaganda della vostra organizzazione in favore delle bande di estremisti che mettono a ferro e a fuoco la Siria. Abbiamo scoperto che nessuno di questi “testimoni che sostenevano di essere stati perseguitati dal governo siriano, fin negli ospedali, in quanto feriti“, parlava con accento siriano! Le vostre affermazioni che nessun giornalista, tranne Silvia Cattori, ha avuto cura di verificare, vi si rivoltano contro. Le vostre storie sono un’operazione di propaganda, tramite Peillon e Bérès, volta ad accusare il governo siriano di sparare ai civili e di distruggere centri sanitari. E a nascondere che ONG e medici arabi ben finanziati e attrezzati dal Qatar, siano già sul posto [3].
Non c’è nulla di umanitario nel vostro impegno in Siria! [4]
Tutto questo ci porta a credere che voi siete i leader di una ONG canaglia che, in certi contesti bellici, ha il compito di sostenere l’intervento diretto o indiretto di potenze come la Francia, appoggiandosi ai terroristi, in grande parte mercenari, per raggiungere i propri scopi. La rispettabilità e la simpatia dei medici dediti a salvare vite umane è completamente deviata da medici-”spioni” come Jacques Beres, finanziati e manipolati da associazioni musulmane, come dimostrato da una discussione con i vostri sponsor, che sottoponiamo alla vostra attenzione qui sotto (*). Pertanto, la definizione di “eroiche” delle vostre presunte azioni, è spregevole. Non soccorrete il popolo siriano, contrariamente a quanto sostenete, ma avvantaggiate coloro che vi pagano. Quindi ritengo che sia così in tutte le vostre operazioni, e non c’è ragione che siate leali altrove, e disonesti solo nel caso della Siria. Bisogna essere chiaroveggenti per sapere che il vostro aiuto va ai cosiddetti ribelli, ai terroristi che distruggono la Siria, il suo popolo, il suo passato e probabilmente il suo futuro? Ai saccheggiatori scatenati dei siti storici? Ai saccheggiatori dell’economia e dell’industria? [5] Ai creatori di orfani e vedove? Ai tagliagole mercanti di terrore? Agli attentatori, ai kamikaze che non esitano a colpire l’Università di Aleppo massacrando centinaia di studenti? Se effettivamente parlate con dei profughi, sappiate che lo sono dall’arrivo di questi pazzi di Allah, questi drogati e fanatici che voi stessi soccorrete. (Sono gli stessi contro cui la Francia si batterebbe in Mali)?
Gli ospedali vengono presi di mira” dite, certo, ma anche linee elettriche, scuole, edifici pubblici, l’elenco è lungo, e sempre da parte dei vostri amati liberatori. [6] Bande armate massacrano, assaltano, assassinano, attaccano edifici governativi e sabotano linee ferroviarie.
Sul finanziamento: nel tentativo di distruggere il regime siriano, l’organizzazione dei Fratelli musulmani ha un obiettivo comune con Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, la cui paranoia anti-sciita ha raggiunto il  culmine con le vicende in Bahrain. Wikileaks ha rivelato quanto l’Arabia Saudita sia ansiosa di vedere gli Stati Uniti attaccare l’Iran. Un riflesso è la distruzione delle relazioni strategiche tra Iran, Hezbollah e Siria. Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita potrebbero avere ragioni leggermente diverse nel volere la distruzione del regime baathista dominato dagli alawiti a Damasco… ma ciò che conta è che vogliono distruggerlo… Gli Stati Uniti fanno tutto il possibile per accaparrarsi la Siria. Forniscono sostegno finanziario ai leader dell’opposizione in esilio. [7]
I colpi di mortaio” cadono continuamente ad opera dei cosiddetti “liberatori”! “Le guerre sono sempre sporche” dite, come fosse una fatalità, benché voi siate gli angeli custodi dei guerrafondai! Vi infiltrare in Siria clandestinamente. In effetti, sembra che sia eccitante e adrenalinico! Ma perché non farlo legalmente, come la Croce Rossa, se volete veramente essere efficaci e fedeli ai vostri presunti principi? La vostra carta costitutiva non permette, per quel che ne so, di entrare illegalmente in Siria, ma ve ne vantate lo stesso. “Dato lo stato del sistema sanitario siriano dopo quasi due anni di conflitto…” dite? Ma non è normale quando la Siria viene punita con un embargo? Embargo che penalizza e soffoca il popolo, non il governo, di cui volete avere la pelle a tutti i costi. Il governo di uno Stato che è l’ultimo baluardo secolare della regione, che questi presunti liberatori vogliono distruggere e che voi vi recate a curare nelle zone che occupano con la forza (senza nasconderlo e anzi dichiarandolo apertamente). Lo Stato siriano è il garante della libertà religiosa di fronte all’instaurazione dell’intolleranza della Sharia, che quando può proclama “emirati islamici” nelle zone conquistate, come avvenne a Bab Amr, ad Homs e in alcuni quartieri di Aleppo. Aderendo al campo dei falsi “liberatori”, infiltratisi illegalmente in Siria, come del resto tutti i giornalisti francesi integratisi con i ribelli al pari di voi, saturate l’opinione pubblica con una propaganda che dipinge i terroristi mercenari da vera e propria resistenza.
“…Per continuare a svolgere questa missione in modo indipendente...” dite. Ma di quale l’indipendenza osate parlare quando, come è stabilito da varie fonti, il medico Jacques Bérès e l’anestesista Didier Peillon, per esempio, entravano illegalmente in Siria diverse volte, nel 2012, con il sostegno finanziario di Medici Senza Frontiere, e accompagnati laddove volevano questi terroristi dell’ELS che osate vergognosamente definire “opposizione”?
Non siete neutrali. Il vostro impegno non è umanitario, ma politico. Ripulite i “ribelli” che violentano ragazze davanti gli occhi inorriditi delle madri, che sgozzano uomini perché cristiani e alawiti. [8] Vi sono giornalisti onesti che sono dalla parte del popolo, che nella sua maggioranza rifiuta questi ribelli che voi angelicate. [9] Non aspettatevi che i patrioti siriani, inorriditi dai vostri “oppositori”, i terroristi dell’ELS con cui siete in combutta, vi dicano grazie. I Patrioti siriani che si affiancano alla resistenza del loro governo e dell’esercito siriano contro le barbare bande terroristiche che appoggiate, vi dicono: Vergogna su di voi! Coloro che sconfessano il vostro supporto ai criminali in Siria, e credetemi sono sempre più numerosi, dovranno da ora in poi diffidare della vostra azione “umanitaria” politicizzata.

Majd Haddad – 15 marzo 2013

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Silvia Cattori ha intervistato funzionari di MSF, di MDM, di associazioni musulmane e siriane nell’ambito di un’indagine che ha avuto inizio nel 2012, e sospesa a causa di una malattia, sul coinvolgimento delle ONG umanitarie nel conflitto siriano e sul supporto “umanitario” che forniscono a delle cosiddette associazioni musulmane. Due di esse sono risultate strettamente correlate con il sionista BHL e asservite alle sue interferenze ideologiche. Ecco cosa risponde, il 27 maggio 2012, M’hammed Henniche, presidente di UAM93 (Unione delle associazioni musulmane della Seine-Saint-Denis), alla giornalista Silvia Cattori che mette in primo piano la missione di Jacques Bérès, nel febbraio 2012 a Homs, organizzata e finanziata dall’UAM-93 e dall’associazione Francia-Siria per la democrazia in Siria. E Jacques Bérès è tornato a toccare il fondo del supporto umanitario,  diffondendo la propaganda dell’ELS. Il convoglio guidato da Beres e Didier Peillon nel marzo 2012, in una zona sotto il “controllo” dell’ELS, era effettivamente stato finanziato da MSF, cosa che uno dei suoi funzionari avevano negato; e le intenzioni di questi medici erano più politiche che umanitarie.

(*) Estratti dello scambio tra Silvia Cattori e M’hammed Henniche
(…)
SC: La verità non è che da una parte sola.
MH: Abbiamo dei siriani qui con cui abbiamo avuto una lunga discussione. Vogliono aiuti, come abbiamo fatto con la resistenza libanese e palestinese. Ci hanno portato i video che mostrano un regime duro. Gli abbiamo detto che li aiutiamo. I siriani dicono che preferiscono entrare in un periodo di caos, perché poi si arriva a una democrazia. Il regime è una famiglia, una casta che rappresenta il 7-8% della popolazione siriana, contro il 93%. Si è fatto più di quanto previsto. Si è potuto mediatizzare la situazione con numerosi articoli e passaggi in TV miei e di Jacques Bérès. Abbiamo avuto anche il telegiornale di TF1, I-TV, France 2, ecc. Hanno permesso a [Bérès] di entrare, abbiamo sostenuto la sua missione, acquistato attrezzature e soprattutto trovato le reti siriane per poter entrare in Siria. Era entrato ad Homs prima che venisse investita dall’esercito, permettendogli di fare interviste e video, al suo ritorno avrebbe potuto parlare come testimone diretto… Poi ci ha provato a marzo, ma vi rimase per poco, la resistenza l’aveva sconsigliato dal restarvi…
Dopo la sua prima missione, Bérès ha avuto una dozzina di apparizioni televisive, su al-Jazeera tutti i giorni, ma anche bfmt i-Tele, Canal+, France 5 e TSR l’hanno invitato… mettete il nome di Bérès sul nostro sito e vedrete… anche il New York Times

SC: Siete l’unica associazione che l’ha sostenuto?
MH: Ci sono molte associazioni siriane in Francia che fanno cene private, raccolgono soldi… Ci siamo concentrati sull’immagine di Bérès e i media.

SC: L’anestesista Didier Peillon ha fatto parte del convoglio di MSF con Bérès…?
MH: Alla sua seconda missione, sostenuta in gran parte da MSF, Peillon era con lui. Non era riuscita appieno, perché non poterono andare a Homs… Ci abbiamo guadagnato molto… con Bérès. Ha attaccato molte grandi organizzazioni. Dicendo come sia possibile che piccole organizzazioni come la nostra supportino attività così pesanti, mentre grandi organizzazioni che dispongono di grandi budget non fanno nulla. Ciò ha smosso le cose, MSF ha finanziato la seconda missione di Bérès e Peillon.

SC: La direzione di MSF è pronta a fornire attrezzature?
MH: hanno spiegato che il loro mandato, o documenti, gli proibivano di tornare in Siria, che potevano farlo solo in un villaggio di confine, costruendovi un ospedale, ma che MSF dovrebbe attenersi ad operare solo d’accordo con gli Stati… con i regimi vigenti. Non dovrebbe inviare uomini senza l’approvazione del regime… Abbiamo voluto mediatizzarlo, l’abbiamo fatto una volta… tocca ad altri farlo… I media hanno giocato la partita…

[1] Vedasi: Resistere alle milizie armate sostenute all’estero è una questione di sopravvivenza per il popolo siriano.
Per il popolo siriano non è più questione di opposizione politica, ma questione di esistenza! Ciò spiega la grandezza delle manifestazioni spontanee a Damasco contro la sordida decisione della Lega Araba di sospendere la Siria da Stato membro. Ciò spiega anche le manifestazioni spontanee in tutta la Siria, dopo la grande esplosione di Kafarsouseh. (Francia 23-24 gennaio 2013): In un’intervista, l’OSDH riconosce la creazione delle Forze di difesa nazionale da parte dell’esercito siriano, formazione paramilitare di 50.000 uomini e donne incaricato di difendere i propri quartieri contro le incursioni dei ribelli. Questo nuovo “Esercito di difesa civile” (la frase è dello stesso Rami Abdel Rahman) “ha uomini in tutti i quartieri della Siria” che si addestrano “dall’inizio dell’anno.” L’ AFP ha riportato la formazione di un gruppo di volontarie nella città di Homs, dando voce ad alcune di loro.
[2] Peillon e Bérès sono entrati più volte illegalmente in Siria con un convoglio finanziato da MSF. Erano accompagnati da personale dell’ELS, l’”opposizione” militarizzata e sostenuta dall’estero. Hanno curato i combattenti di questo pseudo-esercito (ELS) portando forniture mediche.
[3] Vedasi il sito di MSF: “In Siria, il farmaco viene usato come arma di persecuzione“. Si guardi la testimonianza faziosa del presidente di MSF a Ginevra.
[4] “Perché il presidente di Medici Senza Frontiere (MSF) aumenta l’intossicazione spacciando come vere le testimonianze di persone anonime, con volti mascherati e alcuni dei quali non hanno un accento siriano, ma probabilmente del Golfo Persico, presentandoli come siriani, che  ovviamente attribuiscono alle forze di al-Assad e ai medici ospedalieri atti di indicibili torture a feriti, bambini, ecc.“, scrisse allora Silvia Cattori? Vedasi qui.
Le vostre ONG, come i “grandi giornalisti” di France Television e Radio France, l’Unione europea, la Commissione sui Diritti Umani delle Nazioni Unite, Amnesty International, ecc., hanno deliberatamente ignorato i crimini commessi dal maggio 2011 in Siria dai gruppi terroristici, hanno legittimato i loro crimini chiamandoli “opposizione”, “rivoluzionari” e “resistenza”, mentre ignorano le grandi manifestazioni popolari a sostegno del governo di Assad.
[5] Cfr. Mondialisation. I rappresentanti della “Confindustria di Aleppo” hanno illustrato il saccheggio e/o distruzione di oltre un migliaio di impianti, e che la documentazione di un gran numero di questi casi, ben documentati, è in preparazione per un procedimento penale giudiziario contro “lo Stato turco”, responsabile di aver permesso, organizzato e partecipato allo smantellamento delle fabbriche, trasportandone le attrezzature in Turchia per un ammontare di perdite che supera i 300.000.000.000 di lire siriane! In realtà, ci sono state migliaia di fabbriche, di qualsiasi dimensione, oggetto di vandalismo e saccheggio, in cui le scorte di materie prime e di prodotti finiti sono stati rubati, sottratti i macchinari apertamente trasportati oltre il confine turco. Alcune attrezzature dovevano essere “rottamate” e vendute alle fonderie turche. Gli esempi non mancano!
[6] Vedasi: Verità e bugie in Siria.
[7] Vedasi: Nadia Khost denuncia il cinismo dell’Occidente. Qualcuno ha mai visto nella storia umana un “esercito libero” addestrato a far esplodere, distruggere, gasdotti, oleodotti, reti elettriche, bruciare edifici pubblici, saccheggiare camion che trasportano zucchero, riso o olio ai danni del proprio popolo? Qualcuno ha mai visto un “esercito libero” uccidere tecnici, medici, scienziati e professori universitari; rapire i propri fratelli e poi chiederne il riscatto ai poveri genitori in cambio della liberazione?
[8] Vedasi: Siria: La prova degli abusi dei “ribelli” contro le minoranze.
[9] Cfr.: Lo sguardo dei siriani su una guerra orchestrata dagli stranieri.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ucciso per impedire la liberazione dell’Africa dal 2014

La Dépêche d’Abidjan, 11 aprile 2013

66698Quando Gheddafi e suoi figli furono linciati e assassinati, in occidente nessuna voce d’indignazione si alzò. Anzi, gente che si è spacciata come icona progressista e pacifista, come Danilo Zolo o Angelo Del Boca, ululò al fianco del lupo della NATO Amm. Giampaolo di Paola contro la ‘feroce e cocciuta’ resistenza di Gheddafi e della Jamahiriya Libica a Sirte, posta sotto assedio dalla NATO, dai suoi satelliti petro-monarchici e dalle bande di ascari sanguinari integralisti, che intenerivano e inteneriscono i cuoricini del ‘barboncini rossi’ del Pentagono e del social-colonialismo anglo-francese: Da Jean Ziegler, Illan Pappé, Tariq Alì, Rashid Kalili, Samir Amin, giù, fino alle loro locali riproduzioni in sedicesimo, come i già citati Del Boca, Zolo, Rossana Rossanda e ancora giù giù, fino alla gauche-caviar italofona, come la compassionevole e orgogliosa bombardatrice della Libia Laura Boldrini, il vile barbocino rivoluzionario di casa Berlusconi Valerio Evangelisti, la feccia della sinistra radicale italiana rappresentata dalla teppaglia social-colonialista di PCL, PdAC, PRC, Sinistra Radicale, IlManifesto, Utopia, rossa o arancione, Campo antimperialista, tutti indefettibilmente schierati con gli stupratori islamo-atlantisti in Libia e in Siria, e tutti sulla stessa linea del fronte assieme ai reporter-mercenari sostenuti dai soldi del Qatar, che da una parte finanzia i terroristi in Libia e Siria, e dell’altra se ne assicura una favorevole copertura mediatica, accordando finanziamenti alle agenzie di disinformazione strategica, come in Italia l’ANSA (fondata dall’agente dell’intelligence inglese Renato Mieli, legato alla struttura ‘intellettuale’ di Gladio: Interdoc), la RAI, soprattutto RAI-3, TG-3 e RaiNews, gestiti da sgradevoli pupazzi e squallidi buffoncelli, coadiuvati da cosiddetti ‘freelance’ da 6/8000 euro mensili, collegati alle fazioni più screditate dell’intelligence italidiota (come quella che esprime la rivista clandestina Théorema).
Dietro alla verbosità pseudo-rivoluzionaria di questa teppaglia massimalista e dietro i ‘sobri servizi’ di questi ‘reporter-spie’, ufficiali e ufficiosi, dell’apparato di disinformazione pubblico italiano, si nascondono i veri e concreti interessi degli apparati imperialistici e atlantisti, che perseguono i loro spregevoli obiettivi utilizzando financo questa insulsa massa di utili idioti e di laidi ruffiani. Dietro all’antirazzismo manierato e perbenista di una Boldrini, si cela la forma più ripugnante di disprezzo dell’umanità. Il pezzo seguente, semplice e chiaro, mostra quale fosse l’obiettivo reale dell’efferata campagna di disinformazione e bellica condotta contro la Repubblica Popolare Socialista della Jamahiriya Libica.
Il resto è solo mancia per prostitute e galoppini della NATO e dei petromonarchi wahhabiti.

Alessandro Lattanzio, 15 aprile 2013

Ucciso per impedire la liberazione dell’Africa dal 2014
285615Eliminarlo subito o perdere il controllo totale dell’Africa a partire dal 2014, ecco la ragione che ha spinto la Francia, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e i loro alleati nella campagna contro Gheddafi. Valuta, Fondo Monetario Africano, Banca Centrale Africana, telecomunicazioni, trasporti, Stati Uniti d’Africa… Muammar Gheddafi aveva abilmente pianificato tutto, ponendosi entro l’anno 2014 la creazione della banca centrale, una base monetaria e molto altro ancora per liberare il continente dopo mezzo secolo d’indipendenza, una parola seguita da nessun atto o “governata senza controllare”. Dopo aver proposto, nel 2000 al vertice dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) a Lomé, di realizzare il sogno di Kwame Nkrumah e di sheikh Anta Diop, e aver ottenuto la creazione dell’Unione africana (UA) pochi anni dopo, il leader libico si spingeva oltre.

Satelliti africani e Afriqiya: Due idee concrete per l’unità
Gheddafi spinse i suoi colleghi a comprare un satellite per l’Africa, l’Africa ha la sua indipendenza nelle comunicazioni, pre-finanziando questo acquisto con centinaia di milioni di dollari. “Seppe spendere generosamente (…) e per acquistare il satellite africano, ci sono voluti trecento milioni di dollari pronti“, dice Moustapha Cissé, ex-ambasciatore senegalese in Libia ed ex-consigliere speciale dell’ex presidente del Senegal Abdiou Diouf, responsabile del mondo arabo-islamico.
La Guida della Jamahiriya libica offrì così RASCOM-QAF1, il primo satellite per telecomunicazioni dedicato al continente africano e alle sue isole. Fu messo in orbita il 20 dicembre 2007! Fu il primo lancio di un satellite nella storia di tutti i Paesi africani.
Gheddafi lanciò anche la compagnia aerea Afriqiyah Airwyas, che assicurava i collegamenti tra le capitali africane e le regioni del continente. La società offriva quattro voli regolari tra Tripoli e Dakar, Abidjan e Cairo… ecc. “Molte persone usarono la linea Afriqiyah per andare a Parigi. Perché potemmo fare Dakar, Tripoli, Parigi, andata e ritorno per 400.000 FCFA (615 euro)“, aggiunge il diplomatico senegalese. “Così Tripoli era diventata la piattaforma di comunicazione tra l’Africa, il mondo arabo e l’Europa.”

Valuta e la Banca centrale africana nel 2014
Gheddafi propose l’istituzione di un’unità monetaria africana (AMU). Aveva versato 30 miliardi (di dollari) per la creazione dell’AMU, che avrebbe avuto sede a Yaoundé (Camerun). Aveva inoltre in programma la creazione di una Banca Centrale Africana (ACB), che avrebbe dovuto installare il suo quartier generale ad Abuja, la capitale federale della Nigeria. La banca africana doveva iniziare ad emettere una moneta africana nel 2014. “Cosa che non piacque all’occidente, perché ci avrebbe permesso di abbandonare il CFA ed altre valute che servono solo a corrompere le nostre economie” dice indignato Cissé

Investitore africano in Africa
Gheddafi aveva una dinamica politica africana. Dal Senegal al Ciad, passando per Guinea, Costa d’Avorio, Ghana, Liberia, Benin, Togo, Nigeria, Niger, Mali, ecc. La guida libica aveva investito miliardi di dollari nel settore agricolo, nel petrolio, turismo e infrastrutture. In Mali, il più piccolo investimento libico era pari a 50 miliardi (di CFA) nel settore alberghiero. “Gli investimenti libici nel settore alberghiero erano stimati in oltre 50 miliardi di franchi CFA“, ha detto Balla Umar Touré, direttore generale dell’Ufficio del Turismo del Mali. Diverse altre centinaia di miliardi di dollari furono investiti nel settore agricolo. Per i maliani Gheddafi era “un uomo che si era impegnato per la causa d’Africa“.
Il Consiglio nazionale di transizione (CNT) venne considerato in Mali un organo dei ribelli sostenuti dalla comunità internazionale. Fin dall’inizio della rivolta a Bengasi, e dall’arrivo delle  aeronautiche straniere, associazioni musulmane e partiti politici organizzarono manifestazioni a Bamako, a sostegno di Gheddafi, denunciando “l’invasione occidentale“.
Il leader libico aveva, secondo i suoi nemici, versato diversi miliardi di dollari per la creazione delle banche Sahelo-Sahariane in Senegal, Mali, Niger, Mauritania, Ciad, ecc., e per l’acquisizione di diverse società occidentali in Africa, per ridurne l’influenza sulle economie del continente. Questo fu, per esempio, il caso dell’azienda petrolifera Mobile, del gruppo statunitense Exxon-Mobil, che divenne la Oil Libia in gran parte della sub-regione dell’Africa occidentale.
La Guinea-Conakry deve il suo primo canale televisivo a Muammar Gheddafi, che glielo offrì in nome del popolo libico quale regalo al “popolo fratello” della Guinea, nel 1979. Inoltre rifornì l’esercito della Guinea, dalle armi pesanti alle uniformi dei soldati, per diversi decenni. Oltre a un enorme sostegno finanziario. “E ora certi finanzieri dicono che gli investimenti libici nella sub-regione superavano tutti gli altri investimenti“, ha sottolineato l’ambasciatore Mustapha Cissé.

La vita dei libici, con Gheddafi
1 – La Libia era l’ultimo nell’elenco dei Paesi indebitati! Il debito era il 3,3% del PIL! In Francia è l’84,5%! L’88,9% negli Stati Uniti! Il 225,8% in Giappone!
2 – La luce era gratuita!
3 – L’acqua calda era gratuita!
4 – Il prezzo di un litro di benzina era di 0,08 euro!
5 – Le banche libiche prestavano senza interesse!
6 – I cittadini non pagavano tasse e l’IVA non esisteva!
7 – Ogni famiglia libica, su presentazione del libretto di famiglia, riceveva 300 euro di aiuti al mese!
8 – A ogni studente che voleva studiare all’estero, il “governo” dava una borsa di studio di 1627,11 euro al mese!

Wadr.org


Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Honni soit qui Mali y pense: l’Operazione “Serval”

Leo Camus Geopolintel 16 gennaio 2013

20130117-231822L’11 gennaio il Presidente della Repubblica, senza aver preventivamente informato il Parlamento, ha assunto la responsabilità d’impegnare la Francia, da sola, in un intervento militare in Mali. Un’operazione descritta come “guerra contro il terrorismo” dalla cassa di risonanza mediatica.
Nelle prime ore dei bombardamenti e combattimenti a terra, intorno alla città di Konna nel centro del paese, vi sono stati alcuni morti tra le forze governative del Mali e 148 tra i ribelli. Sul versante francese, un pilota di un elicottero da combattimento Gazelle, il tenente Damien Boiteux del 4° Reggimento Elicotteri di Pau, è stato ferito a morte “da un colpo di arma leggera“, dice il comando, durante un raid aereo contro una colonna di veicoli 4×4… nello stesso momento, nella notte tra venerdì e sabato, questa volta in Somalia, una unità d’azione dei servizi della Direzione di sicurezza esterna ha cercato di liberare l’agente francese Denis Allex, ostaggio da quattro anni, dopo la sua cattura a Mogadiscio nel luglio 2009. La disastrosa operazione è costata la perdita di due uomini, i cui corpi sono stati abbandonati a terra alle milizie al-Shabaab.
Cinque giorni dopo, quando il Primo Ministro finalmente accettava di comparire davanti all’Assemblea nazionale, gli islamisti già prendevano l’iniziativa e lanciavano un’offensiva contro la città di Djabli, a 400 km a nord ovest di Bamako. Nel frattempo, il presidente Holland, resosi brutalmente consapevole dell’isolamento materiale e militare della Francia, si presentava il 15 gennaio ad Abu Dhabi, al fine di sollecitare fondi e aiuti dagli Emirati Arabi Uniti, mentre il quotidiano 20 Minuti si chiedeva, già la mattina dopo, quale sia “la strategia che la Francia dovrebbe adottare per evitare il caos.”

Una guerra a basso costo e all’altezza della gloria presidenziale
Il Comando Operazioni Speciali di Ouagadougou, Burkina Faso, aveva anticipato questa nuova “guerra asimmetrica” predisponendo le forze speciali in Mali? Con quanti ha iniziato? 200 o 300 fanti del 1° Reggimento Paracadutisti della Fanteria di Marina e il 13° Reggimento Dragoni Paracadutisti? Con la logistica aerea degli elicotteri del COS (Gazelle, Cougar, Puma, Tiger), tre dei sei Mirage 2000D del dispositivo Sparviero di base a N’Djamena e inoltre due Mirage F-1, tre C-135, un C-130 Hercules e un Transall C-160? Oltre a utilizzare un drone Harfang basato a Niamey, in Niger, e perfino delle missioni sono state apparentemente compiute da Rafale partiti dalla Francia! [Meretmarine.com]. In riserva vi è il 2° Reggimento Paracadutisti della Legione Straniera, 1.200 uomini di base a Calvi, ma di cui si è annunciato un loro imminente salto a Timbuktu! Magre forze, che danno la dimensione di un’operazione ideata in settimana, e l’ampliamento della sbando morale, finanziario e politico della Francia… Utile, inoltre, è misurare la cucina sondaggista su una  Presidenza poco gradita: un sondaggio di Harris Interactive ha dimostrato che la maggioranza dei francesi, il 63%, sosterebbe l’intervento militare nel nord del Mali. Una miopia o una magistrale  disinformazione esagonale, … una delle due, mio capitano!
In confronto, Sarkozy, che non aveva raggiunto così rapidamente l’inferno della disapprovazione collettiva come Hollande, cioè in sei mesi, tuttavia non era riuscito a raddrizzare la barra dei sondaggi indossando gli abiti del signore della guerra, e tanto meno a ridurre la disistima tra i suoi concittadini, nonostante una nascita particolarmente tempestiva e la sua “sporca guerra” libica… la quale sarebbe stata veramente sordida, soprattutto per la lunghezza con cui si trascina dolorosamente. Inoltre l’operazione in Mali, mal progettata e mal calcolata, che doveva rivelarsi da subito una “guerra lampo”. Ma è ormai chiaro, nonostante le notizie trionfalistiche del dipartimento della difesa, il panico comincia a diffondersi tra gli stati maggiori politici, notando l’unanimità della classe politica nel sostenere i passi della presidenza in un percorso tanto tortuoso quanto pericoloso,  preparandosi psicologicamente ad un impegno di lungo termine.
A questo proposito, le forze francesi vengono portare a 800 uomini, e Parigi chiede vanamente l’aiuto dei suoi alleati europei, che non scalpitano certo per dare il loro contributo all’avventura. In realtà ci sono oggi circa 1.700 effettivi coinvolti nell’operazione, un livello che dovrà rapidamente raggiungere la cifra di 2500… come ha appena annunciato senza mezzi termini Hollande, il 15 gennaio. Inoltre sono anche arrivati dei carri armati come rinforzo dalla Costa d’Avorio, nella notte tra lunedì e martedì.
La situazione quindi è lungi dall’essere chiara, e la via liberata, come sembrava in un primo momento. Dato che l’offensiva contro gli islamisti a Djabali dimostra, senza aver subito gravi perdite, che i nemici dello Stato francese si sono semplicemente dispersi. Delle malelingue arrivano anche dire che le perdite esagonali sarebbero di fatto in gran parte sottovalutate e che non sarebbe stato solo un elicottero, ma due, ad essere stati abbattuti il primo giorno, e non con armi da fuoco, ma con l’aiuto dei lanciamissili tratti dall’arsenale di Gheddafi. Ciò cambierebbe la situazione, e a quanto pare in modo imprevisto.

Il nodo Libia/Mali
E infine di cosa ci lamentiamo? Le armi nelle mani degli islamisti maliani non sono cadute dal cielo: se Parigi, su iniziativa dell’agitatore BH Levy, non avesse condotto la guerra contro la Jamahiriya libica, la guerra del forte contro il debole con l’aiuto dei suoi accoliti euratlantisti, le armi usate contro le nostre truppe, oggi sarebbero sapientemente rimaste chiuse nei loro bunker.
Indubbiamente non bisogna dimenticare che “il movimento separatista del Mali, noto come MNLA, è stato creato in fretta e furia da Mohamed Ag Najem, che controllava un migliaio di mercenari tuareg al servizio del regime di Gheddafi, e che era stato arruolato dai servizi francesi poche settimane prima della caduta di Tripoli. Ag Najem avrebbe tradito Gheddafi accettando di tornare in Mali, non senza avere l’assicurazione da Parigi di rientrare a casa con armi e bagagli pieni di oro e dollari, per svolgere il nuovo ruolo che gli è stato assegnato?” [Oumma.com, 14 gennaio 2013].
E’ importante capire come tutte le guerre occidentaliste contro l’oriente in questi 23 anni, formino un insieme, una sorta di “ingranaggio” di cui converrebbe fermare la sinistra meccanica. Ogni cosa crea e prepara la seguente. La nascita di al-Qaida, e quindi le conseguenti guerre in Afghanistan e in Iraq, è il prodotto diretto della prima guerra del Golfo, che si configurò dall’agosto 1990 con il concentramento di forze statunitensi in Arabia Arabia sulla “sacra terra dell’Islam!“. La Libia, ieri, il Mali, la Siria, non sono che le varie battaglie della stessa guerra che si estende dall’Atlantico all’Indo, dal Mali al Waziristan, le aree tribali del Pakistan, passando per il Darfur e la Somalia…
Ascoltate l’avvertimento dell’ex primo ministro Villepin, l’uomo che ha avuto l’ardire di opporsi alla guerra al Consiglio di Sicurezza, nella primavera del 2003, che ha scritto un articolo pubblicato sul Journal du Dimanche: “Non cedete all’abitudine della guerra per la guerra. L’unanimità nell’andare in guerra, la chiara fretta e gli stantii argomenti della “guerra contro il terrorismo” mi preoccupano. Questa non è la Francia. Impariamo dal decennio di guerre perse in Afghanistan, Iraq, Libia… queste guerre non hanno mai costruito uno Stato forte e democratico. Al contrario,  promuovono il separatismo, il fallimento degli Stati, la legge di ferro delle milizie armate. Queste guerre non hanno aiutato a battere il terrorismo… Dobbiamo porvi fine.” [JDD 13 gennaio].

Incoerenza, contraddizione, arroganza
Per il momento, “il governo francese pretende che questa sia una guerra contro i jihadisti che controllano il nord del Mali, minacciando il paese e l’Europa … In realtà il movimento Ansar al-Din, da non confondere con i veri gruppi terroristici e del jihadismo come AQIM e Mujao, che viene preso di mira dall’intervento, è prima di tutto un movimento di liberazione tuareg. I suoi membri fondatori e i suoi responsabili, a partire dal loro leader Iyad ag Ghali, provengono tutti dal movimento di liberazione tuareg che ha combattuto con le armi in mano, durante gli anni ’80, contro il governo centrale di Bamako. Il movimento aveva deposto le armi nel quadro dell’accordo di Algeri nel 1991.” [Oumma.com 14 gennaio].
Riecheggiando la retorica della “guerra al terrore”, i mass medi esagonali danno uno spettacolo di scarso discernimento e persino di cecità totale: non è la Francia che ha armato, addestrato e controllato il salafismo libico? Chi oggi finanza, addestra e consiglia i fondamentalisti che si battono per la “democrazia” in Siria? Chi pensano di prendere in giro il governo e queste persone della stampa, sostenendo che in Mali combattono quel fanatismo religioso che sostengono e incoraggiano altrove? E’ comunque vero che ora, dopo l’avvio dell’offensiva francese, i briganti islamisti minacciano apertamente di colpire la Francia. Ma possono farlo da soli?
Il DCRI è allertato e deve effettuare retate preventive negli ambienti musulmani radicali: nessuna rete di sostegno, nessun attacco. Si comprenderà che la guerra dell’Eliseo punta a cose molto diverse. Vuole proteggere gli interessi strategici della Francia e, perché no?, i giacimenti di uranio in Niger, ad esempio… o da un punto di vista geopolitico, non è l’Algeria che attraverso il conflitto in Mali viene presa di mira? La protezione di sei mila “cittadini” francesi in Mali costituisce al massimo un fine secondario, e nel peggiore dei casi una comoda scusa, per non parlare dei nostri sette sfortunati ostaggi, già messi tra le perdite e le vittorie!
In definitiva, “i servizi francesi non mantengono regolari contatti con i gruppi terroristici salafiti, come ha recentemente rivelato uno dei leader di AQIM in Mali, Abdelhamid Abou Zeid, certamente al fine di ottenere la liberazione dei loro ostaggi francesi… in cambio di un riscatto sostanziale, utilizzabile per finanziare i gruppi terroristici nelle loro azioni contro il nemico non dichiarato della Francia nella regione: l’Algeria. Nulla impedisce a questo punto di pensare che i servizi francesi non guardino con compiacenza al gioco che altri giocatori regionali giocano attraverso il narcoterrorismo del Mujao, per indebolire l’ingombrante vicina Algeria!” [Oumma.com 14 gennaio].
Domande ovviamente inquietanti. Ma nello sconcertante labirinto degli sporchi trucchi e delle strategie indirette, così come nelle condizioni generali di una zona di guerra, che riguardano l’area islamica “occidentale”, tutto diventa possibile, spiegando un fatto altrimenti incomprensibile: anche il “finanziamento” di elementi in Mali che le nostre truppe devono combattere.

Il triste isolamento della Francia
Washington, Londra e Berlino approvano come si dovrebbe l’intervento francese, ma in realtà nessuno si impegna. Londra “appoggia la decisione francese di fornire assistenza al governo del Mali contro i ribelli“, ha annunciato William Hague, ministro degli esteri di sua disgraziata Maestà, scrive sul suo account Twitter! Restando al “supporto puramente politico” a prescindere dagli aerei cargo prestati pro forma.
Riguardo “la Germania, una settimana prima delle celebrazioni a Berlino dei 50 anni del Trattato dell’Eliseo, non può intervenire perché l’esercito tedesco è senza fondi e senza fiato“… è esaurito dalle “operazioni in Afghanistan, che non sono però neanche una guerra esse stesse. Gli unici paesi europei che hanno ancora la capacità di compiere questo tipo di intervento sono la Gran Bretagna e la Francia… Berlino ha fatto il massimo del possibile fornendo a Parigi un ampio sostegno politico (1)”. [AFP 15 gennaio 2013]. La cancelliera Merkel, “spesso definita la regina d’Europa“, s’è murata dietro un notevole silenzio fin dall’inizio delle operazioni. Credendo che le questioni della “sicurezza europea”, perché è da ciò che proviene la domanda: si contrasta una “minaccia terroristica”?, probabilmente non la riguardino.
Da parte loro, gli Stati Uniti prevedono di fornire supporto logistico… In realtà dei droni dell’AFRICOM, il Comando Africa degli Stati Uniti basato a Stoccarda, che sorvolano le sabbie a sud del Sahara. Tuttavia, nonostante l’arrivo annunciato dei primi soldati nigeriani, ne sono previsti 900, le forze dell’ECOWAS non dovrebbero essere operative prima di settembre! Un totale di 3000 soldati deve provenire da Nigeria, Niger, Burkina Faso, Togo, Senegal, Ghana, Guinea, Benin e forse Ciad e Mauritania, sì … ma quando? A questo punto la Francia è destinata a essere sola e a scontare un conflitto di cui ovviamente non ha ben valutato la dimensione reale, e che non è ovviamente in grado di finanziare da sola… tranne che sovraccaricando un po’ più le tasse e le imposte sulle imposte, così splendidamente illustrate dal “prezzo del carburante alla pompa!”

Un contesto per l’intervento piuttosto torbido, al limite della legalità internazionale
Il presidente Holland ha giustificato la sua decisione di intervenire in Mali rispondendo all’appello del governo del Mali. E infatti il presidente ad interim del Mali, Dioncounda Traore, ha chiesto alla Francia di fermare i ribelli di Ansar al-Din che avanzando occupavano Konna. Ciò che il governo e i media francesi hanno dimenticato di dire è che questo presidente del Mali non ha alcuna legittimità per richiedere un qualsiasi intervento militare da parte di una potenza straniera sul suolo del Mali. Perché è solo un presidente ad interim, nominato di concerto con l’Unione africana e gli Stati dell’Africa occidentale, e soltanto per restaurare rapidamente l’ordine costituzionale, dopo il colpo di stato del capitano Amadou Sanogo.” [Oumma.com 14 gennaio].
Nella vecchia Africa, la storia non balbetta più, divaga… I leader eletti del Mali (solo la stampa e il Quai d’Orsay ancora parlano di “governo legittimo”) sono stati rovesciati da un colpo di stato militare. Il presidente facente funzione, Dioncounda Traoré, che ha chiamato in soccorso le forze francesi, non ha che una legittimità di facciata… ma comunque sufficiente affinché Parigi  s’imbarchi in questa nuova galera.
Un (presidente) interinale messo al potere con l’unica ragione dell’incapacità del colpo di stato militare di bloccare la partizione del paese, “l’accordo firmato dal capo della giunta, il capitano Amadou Sanogo e dal ministro degli esteri burkinabé Djibril Bassolé, rappresentante di ECOWAS, prevede che la Corte costituzionale constati la vacanza della presidenza e il potere di investire ad interim il Presidente dall’Assemblea nazionale.” Soggetto disponibile a “misure legislative che accompagnino la transizione, tra cui un’amnistia generale per i membri del CNRDRE [la giunta] e loro associati, nonché la revoca delle sanzioni dell’ECOWAS.” Il Mali era apparentemente, dopo la caduta di Moussa Traoré nel 1991, considerato un modello di democrazia in Africa. Infatti “la presunta democrazia del Mali era più costosa della dittatura di Moussa Traoré. L’ingiustizia, la corruzione, l’impunità, l’arricchimento illecito erano  istituzionalizzati con la democrazia. Lo Stato è uscito completamente screditato. L’epoca della dittatura del partito costituzionale ha lasciato il posto ad una moltitudine di partiti costruiti intorno a singole ambizioni individuali, senza avere funzioni democratiche. In sintesi, una coalizione di interessi più o meno sordidi! L’era democratica… è stata il festival dei briganti (3)”!
Che la democrazia sia il grembo fertile del caos non mette in dubbio ciò che abbiamo tratto dalle nostre esperienze, o peggio, da ciò che è stato imposto con la forza in Afghanistan, Iraq, Libia, e presto, forse molto presto… in Siria (Non ci sperare! NdT). Rimane una domanda, interessante quanto fastidiosa, grazie a Hollande, il destino del Mali sarà diventare una nuova Somalia? La risposta nei prossimi mesi…

Note
(1) Oumma.com 14 gennaio 2013 “Le menzogne della propaganda nella guerra francese in Mali.”
(2) ECOWAS – Comunità economica dell’Africa occidentale. Organizzazione economica stabilita dal trattato di Lagos del 28 maggio 1975, che riunisce quindici Stati dell’Africa occidentale: Benin, Burkina Faso, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, Sierra Leone e Togo. Il suo obiettivo principale è promuovere l’integrazione economica e del mercato intra-regionale. Nell’aprile 1990, ECOWAS si è dotata di una forza di interposizione, ECOMOG, per intervenire in Liberia, Guinea-Bissau e Sierra Leone (Encyclopædia universalis).
(3) Issa Ndiaye ex ministro dell’istruzione del presidente Amadou Toumani Toure ed ex ministro della cultura e ricerca scientifica del primo governo del presidente Alpha Konaré – L’intelligent d’Abidjan 16 ottobre 2012

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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