L’Algeria nel mirino degli Stati Uniti

Charles Francis L’Autre Afrique 13 febbraio 2014

algeria-mapDa diversi mesi gli Stati Uniti hanno classificato l’Algeria un “Paese a rischio sicurezza per i diplomatici” e posto installazioni militari con contingenti navali nel meridione della Spagna, senza nascondere le intenzioni interventiste in Africa settentrionale. Si sa inoltre che gli Stati Uniti puntano alla zona di confine tra il sud della Tunisia e l’Algeria, “segno che gli Stati Uniti sono determinati ad agire, il Pentagono ha appena occupato, nel sud della Tunisia, una base in disuso da ristrutturare per intervenire nel teatro libico, ha detto una fonte diplomatica a Tunisi” (LeFigaro, 1 febbraio 2014). Il minimo che possiamo dire, anche se si tratta per il momento d’intervenire in Libia, è che l’orco si avvicina… Minacce punitive per non aver sufficientemente sostenuto l’intervento militare francese in Mali? Una piano di destabilizzazione dell’ultimo bastione indipendente dall’influenza degli Stati Uniti? Il fatto è che dopo il Mali e lo stato di tensione in tutta la sub-regione, gli algerini hanno il diritto ad avere gravi preoccupazioni.

L’intervento militare annunciato
500 marines w otto caccia degli Stati Uniti sono stati schierati dall’estate del 2013, una sostanziale forza d’intervento militare, nella piccola città di Moron, Spagna. Se la presenza militare degli Stati Uniti su suolo spagnolo non è uno scoop, ciò che è nuovo è lo scopo specifico di tale nuovo schieramento. La confessione del governo spagnolo in merito a ciò è davvero notevole: “consentire ai militari degli Stati Uniti d’intervenire in Africa settentrionale in caso di gravi perturbazioni“. Non si può infatti essere più chiari! Oggi, mentre gli Stati Uniti hanno appena fatto la richiesta formale al governo Rajoy di aumentare l’attuale presenza di marines, chiamata “Forza di risposta alle crisi in Africa“, apprendiamo dal quotidiano spagnolo El Pais, di grandi movimenti della marina degli Stati Uniti sulle coste spagnole: “L’11 febbraio, il cacciatorpediniere USS Donald Cook arriverà con il suo equipaggio di 338 uomini nella base navale di Cadice. Una seconda nave, l’USS Ross, arriverà a giugno e altri due, USS Porter e USS Carney, nel 2015. In totale, 1100 marines con le loro famiglie, che si sistemeranno nella base di Cadice.” Alla domanda su tutte queste manovre e schieramenti militari, Gonzalo de Benito, segretario di Stato agli Esteri spagnolo ha solo commento: “Quali operazioni compiranno questi marines super-equipaggiati? Non posso dirlo perché queste forze non sono qui per operazioni specifiche, ma per per dei possibili imprevisti…
Tra minacce e gerghismi, misuriamo come il suono degli stivali dev’essere preso molto sul serio. Che siano in Italia o in Spagna, nel nord del Mali o del Niger, francesi o statunitensi, è chiaro che le basi militari aumentano intorno al Maghreb.

Innanzitutto umanitari e poi la guerra…
Tutti gli interventi esteri che presiedono, e tendono ancora, al processo di disgregazione territoriale e politico delle nazioni, in particolare dell’Africa… sono sempre stati preceduti da campagne ultra-mediatiche sul piano “umanitario”. Si conosce lo svolgersi delle operazioni: “umanitari” e ONG segnalano, di solito dove gli viene detto, una situazione drammatica per i civili, denunciando carestie attuali o future, individuando moltitudini sottoposte a genocidio (o a rischio di), inondando il pubblico con immagini shock e opinioni, infine … le grandi potenze sono “costrette” a difenderli s’intende.. intervenendo a favore del “diritto alla vita dei popoli interessati”. Come in Libia, Costa d’Avorio, Africa Centrale, Mali… disintegrando, tagliando e infine dividendo tutto. Così, dopo averlo rodato da tempo in Biafra e in Somalia, entrambi disintegrati (1), il “buon” dottore Kouchner, ministro francese di destra e di sinistra, s’inventava nell’ex-Jugoslavia, anch’essa disintegrata, la versione finale del “diritto di intervento”! Invenzione che, dopo aver dimostrato la propria efficacia nell’implosione dei Balcani, prospera nel pianeta soggetto alla globalizzazione imperiale. Dalle “armi di distruzione di massa” irachene al “sanguinario” Gheddafi in Libia, “migliore amico della Francia”, dalla Siria al Mali, dalla Costa d’Avorio all’Africa Centrale… notando che si tratta di numerose guerre condotte in suo nome nel continente, si misurano i risultati di tale politica “umanitaria”.

Nord Africa, Algeria e Tunisia chiaramente nel mirino
Non dimentichiamo che il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha recentemente classificato l’Algeria tra i Paesi “a rischio sicurezza per i diplomatici.” Inoltre, allo stesso tempo, nel Congresso degli Stati Uniti sono state discusse nuovamente modifiche alla legge antiterrorismo, con l’obiettivo dell’intervento delle forze armate, senza previa consultazione… del Nord Africa! In questo modo… le ONG umanitarie, che hanno già espresso la volontà di “chiamare in aiuto le grandi potenze” e i loro eserciti, sono da tempo all’opera in Algeria. Secondo il sindacato centrale UGTA (Unione generale dei lavoratori algerini) queste ONG operano per dividere e contrapporre le popolazioni: Nord contro Sud, arabi contro berberi, lavoratori contro disoccupati… in cima a queste ONG “umanitarie” vi sono Freedom House, Canvas, NED… i cui legami con la CIA non sono un segreto.(2) L’UGTT ne accusa così l’infiltrazione nei movimenti sociali per “ingannarli e trascinarli in violenze, cercando di creare una crisi che possa giustificare l’intervento” e ancora “mentre i giovani manifestano legittimamente per i posti di lavoro, contro la precarietà e lo sfruttamento, i leader giovanili di Canvas li sfruttano per trascinare la questione dell’occupazione nel contesto del separatismo del sud dell’Algeria, cioè laddove si trovano le grandi ricchezze in minerali, petrolio e gas. “Casualmente, si è tentati di aggiungere o meglio… come al solito”. (3)
Insicurezza e disagio sociale suscitati al di qua delle frontiere, diffusa insicurezza suscitata aldilà. Il metodo è noto. Gli Stati Uniti, che già si affidano alla destabilizzazione regionale per giustificare il dispiegamento militare nel Mediterraneo, domani non mancheranno di cogliere il pretesto dei disordini sociali o del “pericolo per i diplomatici” per intervenire direttamente. Non sarebbe legittimo, tuttavia, chiedersi della responsabilità delle grandi potenze, soprattutto degli Stati Uniti, nella proliferazione del terrorismo in questa regione dell’Africa? Non lo è, e non è l’ultimo dei paradossi che, in nome dell’insicurezza, gli Stati Uniti tramite NATO e Francia decidessero di far saltare la Libia nel 2011? Non è per la stessa ragione che l’esercito francese entrò in guerra in Mali nel 2012. Due interventi, si ricordi, lungi dal portare la pace, aggravando la  destabilizzazione, facendo del Sahel e dell’intera sub-regione una polveriera.
Queste nuove minacce degli Stati Uniti, che rientrano nella cosiddetta strategia del “domino” tanto cara alla precedente amministrazione Bush, devono essere prese molto sul serio. Visto che tanti falsi pretesti non mancano e non mancheranno, nel prossimo futuro, a motivare l’intervento militare estero. Le grandi potenze non si fermeranno, al contrario, rischiano la disintegrazione regionale e relative conseguenze letali per i popoli. Già questa è la regione che subisce l’incredibile proliferazione di armi per via dell’esplosione dello Stato libico e del continuo flusso di armi di ogni  tipo, totalmente irresponsabile, per gli estremisti islamici in Siria. Le onde d’urto di tale situazione si sono viste in Mali dove una Francia militarmente obsoleta si mostra molto (troppo) amichevole verso dei separatisti assai ben equipaggiati che spuntano in Algeria, dove si pensava che il terrorismo islamico fosse stato sradicato, e in Tunisia, dove sciamano gruppi paramilitari che pretendono di rappresentare l’Islam e dove, allo stesso tempo, il potere lascia impuniti l’omicidio degli oppositori politici.
Appare sempre più chiaro alle popolazioni colpite che tali minacce verso gli Stati sovrani hanno per obiettivo di lasciarle in nazioni indebolite dirette da ascari impotenti e divisi, incapaci di resistere alla cupidigia delle multinazionali. Ecco perché gli Stati da cui provengono le multinazionali vanno così d’accordo, nonostante i loro interessi e quel che dicono, con i peggiori islamisti, sia oggi in Sahel e Siria che in Libia ieri. In altre parole, a ognuno il suo spazio, i suoi profitti e il suo bottino. Certo, mai come oggi le “vecchie chimere” ideate dai fondatori dell’Indipendenza come il “Panafricanismo” o “l’Africa agli africani”…, gettate nella pattumiera della storia, sembrano avere tanta attualità. Ad ogni modo e qualunque siano i discorsi urgenti imposti dalla drammatica situazione nel continente, l’attualità impone che l’Algeria non si faccia dettare le proprie azioni dall’intervento militare.cnvs1. Dopo il Biafra, Bernard Kouchner spiegò che bisognava “convincere” prima l’opinione pubblica, e poi seguono le operazioni spettacolari come “sacchetti di riso per la Somalia”, “barche per il Vietnam”… i disaccordi con MSF, la sua dipartita e la creazione di Medici del Mondo.
2. UGTA, Algeri 28 giugno 2013, sul giornale del PT algerino Fraternité
3. Sul ruolo nefasto di “umanitari”, ONG e destabilizzazione delle nazioni, vedasi “Banca Mondiale e ONG destabilizzano gli Stati

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Colpo di Stato in Ucraina occidentale: la primavera araba scatenata in Europa

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 24 gennaio 2014

1601596I rivoltosi hanno occupato il municipio di Lvov e costretto il governatore a dimettersi. Non si sa chi sia attualmente al potere in questa regione, ma un governo fantoccio formato dalle “forze di opposizione” potrebbe presto esservi istituito. Richieste di ‘autonomia’, o molto probabilmente, espliciti flirt separatisti possono dare a Klischko e ai suoi scagnozzi ulteriore potere contrattuale da usare contro il governo democraticamente eletto nel corso dei “negoziati”. E’ probabile che ulteriori attività estremiste si avranno, guidate da Klischko, come ha proclamato il 22 gennaio, “se devo andare (per strada) sotto i proiettili, andrò sotto i proiettili“. Il leader del partito Batkivshchyna Arsenij Jatsenjuk ha espresso la minaccia provocatoria di sprofondare l’Ucraina nella guerra civile de facto, come ha parimenti affermato il 22 gennaio, “domani (23 gennaio) andremo avanti insieme. E se avrò una pallottola in fronte, allora sia una pallottola in fronte ma in modo onesto, equo e coraggioso.” E’ evidente ormai che costoro minacciano d’incoraggiare le rispettive milizie nel scatenare una carneficina nel Paese. Come negli eventi della primavera araba, questi provocatori vogliono che ‘alcuni di loro’ siano uccisi dalle forze governative che cercano di ristabilire il controllo sull’anarchia. Una risposta militare o dei Berkut da parte di Janukovich è esattamente ciò  che Klischko e Jatsenjuk vogliono. Per loro, più “manifestanti” morti ci sono, meglio è. Va tenuto presente che nel 1980 la Polonia fu sottoposta alla legge marziale per torbidi molto meno violenti di quelli cui assistiamo oggi in Ucraina.
Le autorità devono ora prendere una decisione difficile, oltre che cercare di ristabilire l’ordine nella regione irrequieta o tentare di riprendere il controllo della capitale. La situazione è estremamente grave ed è ormai evidente che questo ibrido frankenstein rivoluzione colorata/primavera araba schizofrenicamente assume sempre più le caratteristiche di quest’ultima (nulla di buono, per questo). Il metodo libico è stato apparentemente ‘perfezionato’ al punto in cui attori esterni si sentono a proprio agio nel piazzarsi in tale vaso di Pandora nella stessa Europa. E’ chiaro che fin dalla rivoluzione dei Bulldozer in Serbia, oltre un decennio fa, il modello della rivoluzione colorata s’è evoluto nella primavera araba, e ora i due si sono trasformati in EuroMaidan, un nuovo tipo di guerra del nostro secolo. A causa della facilità con cui le ONG s’infiltrano nelle nazioni prese di mira nel mondo globalizzato di oggi, così come gli anelli del terrorismo e del traffico di armi, vengono sincronizzati dalla forte influenza di varie organizzazioni d’intelligence, la minaccia di questa arma/virus ‘sociale’, diffusa in diversi Paesi, non è mai stata così alta. Non dovrebbe essere un caso che 3000 terroristi mediorientali dovrebbero essere trasferiti in Romania, forse per usarli per addestrare militarmente gli elementi dell”opposizione’ ucraina. Ciò dimostra che potenze estere sono intente adoperarsi da tempo per scatenare il più possibile la destabilizzazione. Gene Sharp è la mente delle apparentemente innocue strategie che sono preludio e ‘fischietto per cani’ di tale epidemia virale, e George Soros n’è il finanziere. Le nazioni devono collaborare per respingere tale lebbra e proteggere se stesse, i loro cittadini e la stabilità globale. Il movimento della primavera araba, come la guerra in Europa, dimostra la fiducia che i coordinatori hanno nell’usare tale arma ovunque a loro piacimento. Oggi, l’Ucraina, domani, qualsiasi altro stato soggettivamente definito ‘non-occidentale e non-liberal-democratico’.
L’Ucraina è stata a lungo al centro dell’ingerenza occidentale nell’ambito di un grande gioco  geostrategico volto a contrastare la Russia. Zbigniew Brzezinski scrisse nel 1994 che “non può essere sottolineato abbastanza fortemente che senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero, ma con l’Ucraina resa subalterna e quindi subordinata, la Russia diventa automaticamente un impero.” Poco più di un anno fa, gli Stati Uniti rilasciarono implicitamente una dichiarazione tramite l’allora segretaria di Stato Hillary Clinton, secondo cui avrebbero fatto tutto ciò che è in suo potere per respingere gli sforzi integrazionisti economici della Russia. Dopo aver descritto i piani per l’Unione Eurasiatica della Russia come “movimento per ri-sovietizzare la regione“, ha  minacciato “sappiamo qual è l’obiettivo e cerchiamo di capire i modi efficaci per rallentarlo o impedirlo.” Senza dubbio, il mondo assiste a ciò che gli USA avevano in mente quando minacciavano di “rallentare” e “impedire” la cooperazione economica tra Ucraina e Russia. Con la stabilità ucraina che s’incrina sotto la pressione del caos continuo e dell’economia sull’orlo del collasso quasi totale, la menzogna degli obiettivi “integrazionisti pro-UE” di EuroMaidan si svela. L’UE non accetterà mai che un futuro Stato fallito ucraino, che si lecca le ferite di una guerra civile prolungata, entri nell’organizzazione o, in coordinamento con i suoi padroni della NATO, pianifica assieme al collasso del Paese una lucrosa ricostruzione sotto l’egida dell’occidente. In entrambi i casi, il leggendario ‘percorso verso l’Europa’ si dimostra la farsa che è, e assolutamente nulla di positivo potrà venirne al cittadino medio da ciò che i militanti fanno al loro Paese in nome dell”euro-integrazione’.
I molto pubblicizzati colloqui di un ‘cessate il fuoco’ non sono altro che un tentativo dei sabotatori di guadagnare tempo e continuare a rovesciare più governi regionali (in Ucraina occidentale) possibile. Sono, purtroppo, null’altro che una farsa, come i colloqui di Ginevra II, in quanto i gruppi d’opposizione non desiderano altro che un cambio di regime e non si fermeranno davanti a nulla per raggiungere tale obiettivo. Ogni azione, ogni parola, non è altro che un trucco per ingannare, disarmare e pacificare ogni resistenza in modo che possano avvicinarsi sempre più al loro golpe nazionale eterodiretto.

Andrew Korybko è studente del Master presso l’Università Statale di Relazioni Internazionali di Mosca (MGIMO).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le Olimpiadi di Sochi: gli occidentali iniziano con gli Stati Uniti che puntano all’Oro della propaganda

Finian Cunningham Strategic Culture Foundation 01/10/2014

TO GO WITH AFP STORY BY BENOIT FINCK (FIDopo l’orribile doppio attentato nella città meridionale russa di Volgograd che ha ucciso 34 persone e ferito decine di altre, gli Stati Uniti e gli altri Paesi occidentali hanno condannato solennemente gli attentati. “Gli Stati Uniti sono solidali con il popolo russo contro il terrorismo”, ha prontamente dichiarato la Casa Bianca, aggiungendo: “Il governo statunitense offre il pieno sostegno al governo russo nei preparativi per la sicurezza dei Giochi Olimpici di Sochi”. C’erano anche condanne dall’Unione Europea e dalla NATO degli attentati terroristici suicidi del 29-30 dicembre, che hanno causato orribili carneficine nel centro di Volgograd, uccidendo diverse donne e bambini. Eppure, nonostante queste espressioni d’indignazione e solidarietà internazionale, sembra strano che gli Stati Uniti e gli altri governi occidentali ancora persistano nel loro affronto politico sui Giochi Olimpici Invernali che dovrebbero iniziare a Sochi il 7 febbraio. Il presidente Barack Obama e altri leader occidentali, tra cui il primo ministro canadese Stephen Harper ed i presidenti francese e tedesco Francois Hollande e Joachim Gauck, non hanno cambiato i loro piani, in effetti, di boicottaggio dei Giochi…
I leader occidentali hanno detto che non avrebbero partecipato all’evento quadriennale, e la loro assenza viene ampiamente vista come protesta ufficiale sulle presunte preoccupazioni sui diritti umani russi, in particolare per la legge contro la “propaganda omosessuale” che Mosca ha emanato lo scorso anno. L’affronto dei leader occidentali verso i Giochi di Sochi è senza precedenti. Certo, vi furono i boicottaggi di Paesi nelle Olimpiadi passate. Nel 1980, gli Stati Uniti boicottarono le Olimpiadi estive di Mosca, durante l’intervento dell’Unione Sovietica in Afghanistan, e nel 1984 l’Unione Sovietica si vendicò boicottando le Olimpiadi di Los Angeles. Ma il mezzo boicottaggio occidentale del prossimo evento di Sochi è una novità. Stati Uniti, Canada e Unione europea si uniranno ad 88 altre nazioni partecipanti agli eventi sportivi, ma i loro capi di Stato se ne staranno lontano. Ciò suggerisce che l’occidente usa i giochi politici contro la nazione russa ospitante. Sembrando grossolani e in malafede, i governi occidentali innalzano la bandiera dei “diritti di gay e lesbiche”, soprattutto alla luce dell’orrore perpetrato a Volgograd. Sembra che ci sia una netta mancanza di priorità morale e politica. Se dovessimo seguire la strada dei diritti umani privilegiati, allora la Russia poteva facilmente scegliere d’impedire alla delegazione ufficiale di recarsi alle Olimpiadi invernali canadesi del 2010, preoccupandosi per la repressione e il maltrattamento dei popoli della Nazione Ottawa. In qualche modo il disdegno occidentale verso Sochi non convince. Ma la prova delle preoccupazioni occidentali, o meglio mancanza di preoccupazioni, per le loro obiezioni dichiarate sui diritti umani in Russia sono di un’incongruenza lampante rispetto alla recente atrocità a Volgograd. Gli attentati ovviamente erano destinati ad infliggere un colpo devastante ai Giochi di Sochi. La dichiarazione della Casa Bianca lo riconosce. Nessun gruppo ne ha rivendicato la responsabilità, ma è inconfutabile che gli aggressori appartengano al cosiddetto califfato Caucaso, nelle vicine regioni del Caucaso del Nord di Cecenia e Daghestan. Il gruppo jihadista fondamentalista guidato da Doku Umarov aveva già avvertito l’intenzione di usare “tutti i mezzi necessari per sabotare” l’evento olimpico. Tali minacce terroristiche non sono vane minacce. Prima dell’ultima doppia esplosione, Volgograd fu colpita ad un attentatore suicida ad ottobre, quando sei persone furono uccise su un autobus. Tale massacro fu attribuito ai jihadisti di Umarov. Anche se Volgograd è a circa 700 chilometri a nordest della località del Mar Nero di Sochi, è uno snodo chiave dei trasporti tra Mosca e la regione meridionale. Rappresenta quindi un obiettivo primario dei seguaci di Umarov per colpire da vicino la sede olimpica. In precedenza, la stessa rete jihadista effettuò attentati suicidi mortali al sistema dei trasporti di Mosca, nel 2010 e 2011, uccidendo decine di persone.
Il dirompente evento di Sochi viene visto come un’opportunità per infliggere un potente colpo politico all’immagine internazionale della Russia. Il Presidente Vladimir Putin ha investito molto sul prestigio dei Giochi, e il terrorismo sarà un modo per sminuire l’autorità di Mosca. Innegabilmente poi, gli attentati terroristici di Volgograd sono un attacco alla sovranità della Russia e alla sua capacità di ospitare le Olimpiadi invernali. Qualsiasi sia la definizione lessicale ufficiale occidentale, le Olimpiadi invernali sono nel mirino della Guerra al Terrore. Eppure i leader occidentali, che sostengono di combattere una Guerra al Terrore, dimostrano una disdicevole mancanza di solidarietà verso la Russia scegliendo di usare “i diritti dei gay” per decidere di non presenziare ai Giochi del mese prossimo. Tale abbandono del sostegno politico di fronte a un terrorismo sfrenato contro un altro Stato è, nella migliore delle ipotesi, fuori luogo, e nella peggiore, tradisce un ulteriore inconcepibile motivo. Infatti, settimane prima dell’ultimo attentato terroristico di Volgograd, la Casa Bianca annunciò che la sua delegazione secondaria a Sochi sarà preceduta dall’ex-giocatore di tennis ed icona gay Billie Jean King. Un altro membro della delegazione ufficiale degli Stati Uniti è il giocatore di hockey Caitlin Cahow, sostenitore dei diritti dei gay. Mentre l’inglese Guardian osservava che con la scelta della Casa Bianca: “Barack Obama invia alla Russia un messaggio chiaro circa il trattamento di gay e lesbiche, con la sua scelta dei rappresentanti degli Stati Uniti alle Olimpiadi invernali di Sochi”. Così, contrariamente all’adagio di non mescolare sport e politica, Washington e i suoi alleati sembrano intenzionati ad usare i Giochi di Sochi per fare propaganda politica volta a minare Mosca. Ciò s’inserisce nell’ampia agenda politica occidentale di aggressione a bassa intensità della Russia. Nonostante le vantate affermazioni di ricercare il “Reset” nei rapporti tra Stati Uniti e Russia con Obama, Washington dimostra di voler fare di tutto per aumentare le tensioni con Mosca. La legge Magnitsky sanziona i funzionari russi per presunte violazioni dei diritti umani, il rinnegamento degli obblighi sul disarmo nucleare, la palese interferenza negli affari Russia-Ucraina sul partenariato con l’UE e il trionfalismo per il rilascio dell’oligarca Mikhail Khodorkovskij, sono solo alcune delle questioni che Washington e i suoi alleati europei rinfacciano a Mosca negli ultimi mesi.
Nelle prossime settimane, ci si può aspettare altro dal gioco politico dagli Stati Uniti con l’avvicinarsi delle Olimpiadi di Sochi, data la dichiarata agenda di cercare vantaggi propagandistici contro la Russia. C’è più del vago sentimento che Washington stia annaspando per battere il  Presidente Putin su una serie di altre questioni, tra cui la vicenda di Edward Snowden e il fallimento occidentale nel cambio di regime in Siria. Come segno di ciò che ci aspetta, vi sono le affermazioni dei media statunitensi secondo cui Putin avrebbe ordinato il divieto di proteste pubbliche a Sochi durante i Giochi Olimpici e dopo gli attentati di Volgograd. La mossa per limitare le manifestazioni è del tutto comprensibile dato il grave rischio di attentati terroristici e l’orrore che ha colpito Volgograd. Ma gli articoli negli Stati Uniti hanno scelto di evidenziare tali misure di sicurezza russe come “un giro di vite sui diritti degli omosessuali”. Tale crassa insensibilità dimostra che se ci fosse lo sport dello slalom della “propaganda” a Sochi, gli Stati Uniti sicuramente prenderebbero l’oro. Si potrebbe anche ricordare che se Washington dovesse essere veramente sincera nella sua solidarietà verso la Russia e nella sua disponibilità a fornire “pieno appoggio al governo russo nei preparativi per la sicurezza dei Giochi Olimpici di Sochi”, allora potrebbe dare questo contributo pratico: consegnare tutti i dossier segreti militari sulle reti jihahiste coperte che gli Stati Uniti e il suo alleato saudita finanziano e armano nel Caucaso del Nord dagli ultimi 20 anni.

OLY2014-RUS-TORCHLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Grande Nulla, due anni dopo Muammar Gheddafi

Maximilien Forte, Global Research, 21 ottobre 2013

gheddafi_roma_sapienzaLa nozione di “Libia” ha cessato di avere qualsiasi significato pratico, quale concetto in riferimento a un certo grado di unità nazionale, comunità immaginata, sovranità o esercizio di un’autorità statale sul proprio territorio, la “Libia” è tornata indietro, quando doveva ancora formalizzarsi come concetto. Coloro che una volta celebravano i “ribelli rivoluzionari”, Obama, la NATO, le ONG, i media occidentali e l’opinione pubblica imperialista, liberale e “socialista” che, dopo un lungo periodo di aggiustamento strutturale interiorizzato, ora ha per filosofia il migliore accordo con i principi neoliberali, raramente, se mai, hanno incarnato il “futuro migliore” che doveva venire.  Visioni, come allucinazioni e deliri, del meglio che sarebbe venuto una volta che Gheddafi sarebbe stato doverosamente giustiziato, abbondavano negli scritti politicamente infantili sulla “primavera araba”.

Angelo Del Boca, presunto esperto di Libia e Africa, ha partecipato attivamente al rovesciamento della Jamahiryia Libica, fiiancheggiando i servizi segreti italiani nel golpe contro Tripoli.

Angelo Del Boca, presunto esperto di Libia e Africa, ha partecipato attivamente al rovesciamento della Jamahiryia Libica, fiancheggiando i servizi segreti italiani nel golpe contro Tripoli.

Se mai c’è stata una “primavera araba” in Libia, in pochi giorni si trasformò in un incubo africano.  Questo fu particolarmente vero riguardo al terrorismo razzista contro decine di migliaia di inermi civili libici neri e di lavoratori migranti africani. Da quando la “Libia” non esiste più, l’assenza è una vergognosa macchia. La Libia è ora il nuovo “Stato” dell’apartheid e il nuovo “regime” torturatore in Africa. Perché le virgolette? A differenza dell’apartheid in Sud Africa, la “nuova Libia” è priva di qualsiasi tipo di coesione, come Stato e, tra governanti effettivi o potenziali, come classe, e le analisi di classe, infatti, quando applicata alla Libia utilizzando Marx come un manuale produce quei risultati risibili che ci si può aspettare dagli ortodossi eurocentristi, da coloro che indicano il presente nei contesti non occidentali come mera proiezione o ripetizione dello “stalinismo”. Le torture grottesche e criminali, l’omicidio e il massacro di Muammar Gheddafi simboleggiarono ciò che venne subito inflitto a tutta la Libia, proprio come fu fatto a migliaia di libici neri e di migranti africani dagli “eroici ribelli” nella guerra della NATO contro la Libia del 2011. La Libia è stata smembrata, come è stato scritto, sprofondando nella guerra di tutti contro tutti a vantaggio di pochi.
Giorni, settimane, mesi e ora anni sono passati, segnati da sequestri quotidiani, torture, ingiusta detenzione, omicidi, attentati, incursioni e sanguinosi scontri tra milizie rivali, estorsioni armate, assalti che hanno ridotto l’industria petrolifera in un miraggio di ciò che “una volta era”, ed esplosione di razzismo, fondamentalismo religioso e regionalismo. Se “Gheddafi” era il loro nemico, allora i libici hanno uno strano modo di dimostrarlo: massacrandosi a vicenda, i libici si dichiarano i propri peggiori nemici. Gheddafi non era chiaramente il problema: era la soluzione che doveva essere spezzata, in modo che la Libia fosse “fermata”, bloccata e costretta nella visione dei crudeli tiranni di Arabia Saudita, Qatar e Stati Uniti.

Gino Strada, mercenario al servizio dell'intelligence francese in Afghanistan, Repubblica Centrafricana e Libia.

Gino Strada, mercenario al servizio dell’intelligence francese in Afghanistan, Repubblica Centrafricana e Libia.

Se la Libia ha subito migliaia di morti dal brutale rovesciamento di Gheddafi e di tutto ciò che aveva creato, è un bene ed una felice notizia per tutti quei puerili e pretesi sempliciotti che basano infantilmente le loro teorie su idee e contrapposizioni binarie eurocentriche, appena velate dalle traduzioni idiote delle demonizzanti caricature di Gheddafi. Così era “il dittatore”, che a quanto pare governava senza uno Stato, se si crede a ciò che Reuters tenta di far passare da analisi politica.  (Nessuna quantità di “esserci stato” ti curerà se insisti nella tua ignoranza). Qui c’era il dittatore “brutale”, che evidentemente manteneva debole il suo esercito. O c’era uno Stato, che era anche un one-man show, qualsiasi cosa per incolparlo di tutto il passato e per distogliere l’attenzione da tutti coloro che hanno la responsabilità del presente. Se continuano a combattere “Gheddafi” e ad accusare Gheddafi per il presente, allora non vi è stata alcuna “rivoluzione”, ma solo continue rievocazioni di tutto ciò che fu “Gheddafi.” Se i leader delle milizie vedono Gheddafi ovunque e in tutti, è perché non sono da nessuna parte. Perfino le grandiose dichiarazioni, vengono passate per analisi di esperti come Juan Cole e altri amici della Libia “che si ribella”, del popolo unito nel “rovesciare il regime” del dittatore. Davvero, è imbarazzante quando si pensa che tali presunti adulti, perfino “studiosi”, fossero dietro tale sciocco cartone animato.
Per i “socialisti” occidentali che hanno applaudito i “rivoluzionari” libici, chiediamogli: dov’è il socialismo in Libia oggi? Per i liberali che parlavano di “democrazia” e “diritti umani”, dove sono oggi? Per i sostenitori dei principi dell’intervento e della “protezione umanitaria”, perché siete così  silenziosi dopo aver chiuso con l’omicidio di Gheddafi? A chi immaginava presunti “massacri” futuri, accompagnando le invocazioni dei chierichetti inglesi e americani secondo cui “Gheddafi doveva sparire”, perché la vostra immaginazione improvvisamente scompare davanti ai veri massacri da voi stessi commessi e permessi? A coloro che affermano “delle vite sono state salvate,” dov’erano quando corpi insanguinati cominciarono ad accumularsi tra sciami di mosche negli ospedali abbandonati? Quando i pazienti negli ospedali furono freddati nei loro letti, e quando i prigionieri ammanettati, supini, furono assassinati con colpi a bruciapelo, tanto che l’erba sotto le loro teste fu bruciata; avete sussultato? In altre parole, dove vedete questo grande “successo” nell’ossario che oggi è la “Libia”?

Laura Boldrini, ex-portavoce dell'UNCHR, ha avvallato politicamente e meidaticamente la distruzione della Libia. Tutt'oggi invoca la distruzione della Siria e celebra la propaganda  bellica usata nell'aggressione della Jamahiriya Libica

Laura Boldrini, ex-portavoce dell’UNCHR, ha avvallato politicamente e mediaticamente la distruzione della Libia. Tutt’oggi invoca la distruzione della Siria e celebra la propaganda bellica usata nell’aggressione contro la Jamahiriya Libica

E’ una piana ‘analisi che parla della compressione dello spazio-tempo nella globalizzazione, che spiega presumibilmente quanti imperialisti iPad si siano investiti personalmente di “correggere” la Libia, in modo che potesse diventare simile a quello che hanno immaginato di possedere. Non guardano a nulla, se non a un’altra occasione di presentarsi, lusingando se stessi con un evoluto rinvigorimento culturale, applicato a forza dai bombardamenti della NATO. La Libia è ora “pronta alla democrazia”, e i missili da crociera hanno dimostrato quanto la Libia fosse matura per “il miglioramento.” Compressione spazio-temporale? La globalizzazione della coscienza? La coscienza, per quanto ce ne sia mai stata, è stata sicuramente compressa, in un minuscolo guscio di noce in cui sono vietate le opinioni contrarie, come soltanto ha sempre dimostrato di essere.
In tal senso, raccomando al lettore d’investire 40 minuti circa, per rivedere come stavano le cose prima di farsi illudere dalle nostre stesse bugie. Si tratta di una panoramica della Libia di Gheddafi, prodotta da BBC e CBS (che ci crediate o no), quando le fantasie demonologiche non si erano ancora completamente schiuse, volando e scaricando tanti escrementi propagandistici sulle nostre teste, come avviene con i vanagloriosi monologhi imperiali di Obama. Sfidate voi stessi e guardate alcune delle cose che la Libia ha perso, tutto in nome del grande nulla.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Del Kazakhstan, ovvero Grillo, Chiesa e adoratori di mummie

Il fronte anti-eurasiatico italiano si allarga

nazarbayevLa vicenda del truffatore bancarottiere più amato dalla sinistra italiana, dal PD ai rottami dell’hoxhismo, passando per SEL e M5S, il kazaco Mukhtar Abljazov, si trasforma in una sempre più ampia operazione invasiva ai danni della residua politica economica e diplomatica dell’Italia. L’assalto ai robusti rapporti economici tra Roma e Astana sembra sempre più manipolata e organizzata dall’estero; un auto-sabotaggio prono agli interessi estranei a quelli italiani. Ad esempio è rivelatore ciò che dice sulla sua pagina FB, il deputato di M5S Alessandro Dibattista in relazione alla vicenda della moglie del dissidente-bancarottiere Abljazov, “Ho presieduto la Commissione Affari Esteri, ero emozionato. Attaccare questo Parlamento che non funziona ed è la tomba della nostra democrazia non significa non rispettare le istituzioni, significa l’esatto opposto, significa amarle a tal punto da provare rabbia immensa a vederle ridotte in questo stato. … Ho avuto negli ultimi giorni diversi incontri privati con numerosi Ambasciatori … Se non ci fossimo noi chi avrebbe il coraggio di … mettere in relazione (magari ci sbagliamo ma indaghiamo) l’affare kazako con gli interessi del Satrapo di Arcore? Chi avrebbe il coraggio di dire la verità, di dire che da Paese a sovranità limitata nei confronti degli USA ci stiamo trasformando, contemporaneamente, a Paese a sovranità limitata nei confronti della Russia?
Bella dichiarazione, dopo aver confessato incontri segreti con ambasciatori ‘europei’ (vedasi USA, Regno Unito e Francia) ed ‘asiatici’ (vedasi Israele) ed aver risposto a una mia domanda su chi fossero questi ‘ambasciatori’ così: “con ambasciatori di paesi europei e asiatici. la diplomazia (e questo faccio, in parte) presuppone anche riservatezza”, si fornisce una dimostrazione di scarsa coerenza con la vantata ventata di novità nelle stanze della politica, ma anche di scarsissima coerenza con le indignate declamazioni sulla subalternità italiana agli USA e altre belle parole su ‘democrazia’, ‘sovranità’ ecc. Ma la frase sull’Italia che non deve essere una ‘colonia della Russia’, svela soltanto la solita vile modalità di far politchetta in Italia. Pur di non disubbidire agli ordini e alle direttive degli USA, e del suo attuale ambasciatore in Italia John Phillips (Filippi), si tira fuori la panzana di non voler essere subalterni alla Russia (ma non si parla del Kazakhstan? Un lapsus freudiano). Tutto ciò inizia a svelarsi sgradevolmente quale indirizzo generale e di fondo dei cosiddetti ‘cittadini in Parlamento’ rispetto le cose serie, e non più verso la polemica-cabaret sul teatrino politico italidiota.
Sostanzialmente si assiste all’assalto concentrico ed eterodiretto contro gli ultimi legami non-atlantisti dell’Italia. Un elemento rivelatore è fornito dall’atteggiamento assunto dalla bella manica di guru della sinistra cimiteriale italiana. Ad esempio, il malthusiano che si traveste da ‘marxiano’ Giulietto Chiesa scrive sulla sua pagina FB: ‘Credevamo di essere una colonia americana, invece siamo anche una colonia kazakhstana‘. Ci tiene che si resti colonia di una sola potenza. Il fatto che usi l’acca al posto della i nella parola ‘Kazakhstan’, non lo rende di certo un amico dell’ex-URSS, anzi, Chiesa è sempre stato orgoglioso del suo ruolo nell’avvento al potere di Eltsin, in Russia, come di essere amico del pupazzo delle oligarchie Gorbaciov, autore di un libro che svelava la necessità di distruggere l’URSS e che, ancora non pago, oggi si propone di portare a termine l’opera con la disintegrazione di Russia e Cina: ‘Le uniche due potenze che si oppongono al Nuovo Ordine Mondiale‘, spiega Gorbaciov accompagnato dal suo messia apocalittico Giulietto Chiesa. Ma cos’altro aspettarsi da chi, negli anni ’90, partecipò come conferenziere a dieci riunioni al Dipartimento di Stato USA, più una al quartier generale della CIA, dove sicuramente avrà spiegato come cercare di distruggere la Federazione Russa (cos’altro poteva mai spiegargli questo esperto genovese di cose russe citato nei manuali dell‘US Army? (pag. 10)).
A costoro si affiancano i relitti piccisti di ogni sfumatura, come il teorico del socialismo in un solo quartiere di Roma, Sergio Cararo, che afferma: “Sarà una coincidenza ma il famigerato impianto del giacimento gigante di Kashagan… ha inaugurato la sua entrata in funzione proprio il 30 giugno scorso, dopo cinque anni di ritardi, traversie, problemi insorti con le autorità kazache e con la magistratura italiana per via di alcune tangenti. Un avvio di operatività a un mese esatto di distanza dalla cattura della moglie e della figlioletta di Ablyazov. Un coincidenza o una cambiale dal e con il governo kazaco?” Qui, il nemico in nome del ‘marxismo’ delle ‘teorie del complotto’ sull’11 settembre e al-Qaida, invece gradisce adottare il complottismo pecoreccio di Repubblica. Tale presunto nemico proletario del sistema capitalista ama sempre adottare totalitaristicamente modalità, analisi, pensieri e scopi del suo apparente nemico. Se l’obiettivo è prendersela con chi contrasta o sfugge al controllo della NATO e degli USA, Cararo, Contropiano e annessi arnesi si trovano sempre in prima fila. Su Libia, Siria e oggi Kazakhstan; sempre in agguato, assieme al sodale berlingueriano Chiesa, nell’attesa di una bella resa dei conti contro il ‘fascista rosso-bruno’ Putin.
Scendendo nella scala della rivoluzione, ci s’imbatte nell’auto-smascheramento democretinista dei tanti piccolo-borghesucci italiani che vanno in giro travestiti da zorro del ‘marxismo-leninismo’, come il partito-individuale Piattaforma Comunista che, scopiazzando Repubblica e altri organi del ‘bolscevismo mondiale’, riesce ad affermare: “la polizia italiana ha operato in modo oscuro e semigolpista, di propria iniziativa e/o in combutta con alcuni agenti dei servizi, nel prelevare e trasferire dall’Italia in Kazakistan la moglie e la figlia del principale dissidente politico del presidente Nazarbaev (notoriamente amico di Berlusconi)…” Eccola qui, in tutto il suo fulgore, l’analisi scientifica-materialistica di questo adoratore di mummie. Il solito concentrato di luogocomunismo più democretino che si possa trovare nell’ambiente analfabeta e allucinato della  sinistra italiana.
Tutta questa brodaglia sinistra, dall’opusdeista Renzi all’ultimo farabutto settario, sa benissimo chi sia il ‘dissidente’ Abljazov e da chi sia protetto. Si ricordi che la Shalabaeva, la moglie del ‘dissidente’ kazaco, aveva un passaporto della Repubblica Centrafricana, Stato africano occupato con un golpe-invasione dalle truppe francesi all’inizio di quest’anno. Saranno stati loro a consegnare il passaporto fasullo a Shalabaeva? E perchè? Nessuno se lo chiede, poiché così gli è stato ordinato dai loro veri referenti atlantisti, così come gli è stato anche ordinato di sabotare i rapporti economici tra Italia e Kazakhstan, dove un terzo delle aziende estere che vi operano è italiano, e di certo non tutte sono di Berlusconi. Inoltre, alcuni pur di abbattere questo ignobile governo Letta-Alfano sono disposti ad affossare l’Italia. Ad esempio, dipingendo come un satrapo Nazarbaev, l’M5S ha già preso una pessima china, già vista su Libia, Siria e Iran. Lo scopo? Comprare lo shale-gas dagli USA quale piano energetico alternativo del M5S, e non solo del M5S?
In conclusione, la disintegrazione del sistema Italia ha portato al controllo delle leve del potere politico, economico e diplomatico, una serie di guitti oltraggiosi, esiziali, micidiali. Non si tratta dell’inane nano di Arcore e del suo fido scudiero senza attributi, o degli altrettanto futili e dannosi Letta, Bonino, Kyenge, Lorenzin, Boldrini e circo al seguito. No, anche le presunte alternative, genovesi o meno, sono bacate, guaste e prone ai ben noti interessi estranei. L’Italia è nata grazie a una classe politica infida, truce ed infame, e oggi sta morendo per mano di un ceto politico-culturale ancor più infame, vile e infido. Un ciclo storico sta per concludersi.

Alessandro Lattanzio, 18/7/2013

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