Un Comunista siriano spiega il dovere di difendere la Patria

Invoca un fronte di resistenza contro l’assalto imperialista
PSLiberation 31 maggio 2013

Quello che segue è un’intervista ad Adel Omar, dell’ufficio esteri del Partito comunista siriano-Bakdash. L’intervista è stata realizzata a seguito di una conferenza internazionale di pace tenutasi a Istanbul e Antakya, Turchia, il 25-28 aprile ed è stato pubblicato nel numero di maggio del mensile del Partito Comunista della Turchia. La traduzione dal turco è di Liberation News.

104676_2009_10_31_23_08_39_image3Puoi descrivere la posizione del Partito comunista siriano verso l’aggressione imperialista alla Siria?
In primo luogo, come Partito Comunista Siriano riteniamo che gli eventi in Siria non siano né una rivoluzione né una guerra civile. E’ chiarissimo che ciò che avviene in Siria sia conforme ai piani imperialisti. Non è possibile per noi definire un processo in cui la NATO è coinvolta una rivoluzione. Inoltre, non è vero che i diversi settori del popolo siriano si combattano l’un l’altro. Al contrario, il nostro popolo resiste unito alle forze imperialiste. E’ vero che il popolo della Siria ha richieste ed esigenze che devono essere soddisfatte, ma il modo per raggiungere questo obiettivo non è tramite la distruzione di tutto ciò che appartiene allo Stato della Siria. Oggi, il nostro Paese è sotto attacco, e raggiungere l’unità nel popolo per difendere la nostra Patria è ciò che deve essere fatto per primo. A questo punto, pensiamo che sia fondamentale soprattutto che il governo risponda alle esigenze e ai bisogni del popolo. Per poter consolidare il fronte di resistenza contro l’aggressione imperialista, riteniamo una priorità assoluta che il governo provveda ai bisogni fondamentali del popolo, come cibo e medicine. Solo allora la lotta del popolo contro l’imperialismo sarà implacabile.

Si può dire che il governo di Assad abbia fatto parzialmente marcia indietro sulle sue tendenze neoliberiste, una volta partito l’attacco imperialista contro la Siria. Che cosa ne pensa il Partito comunista siriano delle politiche del governo di Assad? Pensate che i recenti cambiamenti dalla sua politica siano soddisfacenti?
Quando si valuta il decennio precedente l’aggressione alla Siria, vediamo che il governo siriano ha compiuto gravi errori in campo economico. Con la scelta delle politiche economiche neoliberiste, ha aperto il mercato siriano alle importazioni straniere, in particolare ai prodotti turchi e del Qatar.  Perciò centinaia di fabbriche e officine hanno chiuso e milioni di lavoratori hanno perso il lavoro. In realtà, non c’è stato un cambiamento sostanziale delle stesse politiche neoliberiste da quando l’intervento imperialista è iniziato. Come PC siriano, riteniamo che l’adozione di queste politiche economiche neoliberiste sia stato un errore fatale. Noi crediamo che la soluzione inizia mettendo fine a queste politiche. Inoltre, una guerra si svolge in Siria. Siamo di fronte a problemi molteplici e gravi. E’ importante rendersi conto che non c’è solo l’esercito siriano a resistere alle forze straniere imperialiste. Anche i semplici cittadini siriani combattono. Non sarebbe stato possibile all’esercito resistere per due anni contro un tale assalto, altrimenti. Con ciò in mente, è fondamentale che il governo sostenga il popolo con politiche economiche in modo che la resistenza popolare possa sopravvivere. Ma, purtroppo, è difficile dire se il governo oggi lo comprenda. Più o meno continua le politiche neoliberiste. Come PC siriano, riteniamo che il peggior rischio per la resistenza siriana sia l’economia.

I gruppi terroristici che operano sotto l’ombrello del cosiddetto esercito libero siriano hanno attaccato il Partito comunista siriano e altri gruppi della resistenza?
Sì, certo, e non è un’eccezione. I gruppi terroristici erano dietro una serie di attacchi contro di noi, compreso il bombardamento della nostra sede a Damasco. Quando hanno attaccato la nostra sede centrale, non furono in grado di colpirla, ma l’edificio accanto a noi è stato gravemente danneggiato. Ad Aleppo, i gruppi terroristici hanno attaccato la zona di sheikh Maqsud, prevalentemente curda, assaltando principalmente le abitazioni dei membri del Partito comunista. Purtroppo, tre compagne sono state assassinate in questi attacchi. Molti altri aderenti sono stati aggrediti, ma si sono salvati fortunatamente, non essendo a casa al momento degli attacchi. Stiamo vincendo una guerra difficile e grave, che non può essere presa alla leggera. Ma siamo determinati a continuare la nostra lotta. Per cominciare, sugli attacchi imperialisti alla patria, la storia ci mostra che i comunisti hanno la responsabilità primaria della resistenza e dell’organizzazione di questa resistenza. Come comunisti siriani, il dovere di lottare per la nostra Patria si trova prima di tutto sulle nostre spalle. Questa è la nostra responsabilità. In secondo luogo, non siamo in grado di immaginare una Siria futura, se non vittoriosa. Non abbiamo altra scelta se non la vittoria. Con questo in mente, si può essere sicuri che faremo del nostro meglio nel perseguire i nostri obiettivi. E’ naturale che tale determinazione sia attaccata dai terroristi. È normale.

Ci sono dei comunisti o forze di sinistra che dialogano o sono solidali con voi negli altri Paesi arabi  sottoposti agli attacchi imperialisti?
Per rispondere alla domanda, francamente anche se ci sono rapporti diplomatici che vanno avanti su un livello particolare, è difficile dire che vi sia solidarietà. Quando la nostra situazione in Siria viene presa in considerazione, posso dire che abbiamo bisogno di un atteggiamento di solidarietà che vada oltre il “messaggio di buona volontà” di questo o quel partito. Per darvi un esempio concreto, abbiamo bisogno di iniziative concrete di solidarietà come la recente conferenza d’Istanbul organizzata dalla Associazione per la Pace della Turchia e dai nostri compagni del Partito Comunista di Turchia. L’abbiamo valutata grandemente. Questo è il motivo per cui sono stato in Turchia per alcuni giorni. Data la realtà dei fatti, in cui i popoli che vivono in altre parti del mondo non hanno accesso a notizie oneste sulla Siria, la conferenza di Istanbul ci ha dato la grande opportunità di raccontare ciò che realmente accade in Siria, presentando nel modo giusto questo ordine del giorno ai movimenti internazionali, avendo chiarezza nell’approccio e potendo andare avanti insieme. Questo è molto importante. E’ chiaro che conferenze simili debbano svolgersi in altre città del mondo. Forum di questo tipo non solo contribuiscono ad aumentare il sostegno e la comprensione della lotta del popolo della Siria, ma la rafforzano. Devo dire che nella lotta che conduciamo in Siria, siamo rimasti soli. Ci sono 22 Paesi arabi, e nessuna manifestazione di solidarietà con il popolo siriano è stata organizzata nelle capitali di questi Paesi. Eppure abbiamo resistito per due anni e continueremo fino alla fine.

Come gli eventi in Siria hanno colpito la vostra organizzazione? Pensate che ci siano nuove opportunità di rafforzare il partito?
La storia della lotta contro l’imperialismo e il fascismo aumenta il valore e la rispettabilità dei partiti comunisti, agli occhi del popolo. Così fu con i sovietici nella difesa della loro Patria, e lo stesso in Grecia o in Francia. I comunisti erano in prima linea, ad organizzare la resistenza del popolo in difesa della Patria. È così anche per noi. Se consideriamo la nostra posizione in Siria, il Partito comunista siriano è una forte organizzazione con più di un quarto di un milione di aderenti. Era già così prima degli attacchi. A questo proposito, la società siriana è organizzata. Ricordando ciò, invece di vedere quanto diventiamo più forti nella crisi, sarebbe più significativo parlare del nostro ruolo nel condurre la resistenza fino al possibile. Come quadri e aderenti al Partito comunista siriano, siamo consapevoli delle responsabilità sulle nostre spalle. Apprezziamo molto il valore della vita, ma agiamo anche con la consapevolezza che potremmo essere i primi ad affrontare la morte per il futuro del nostro Paese. Il popolo della Siria è molto dignitoso. Se è stato in grado di resistere per due anni, il nostro partito ne ha un merito. Devo dire che il fatto di essere tra il popolo, e non solo con esso, ha svolto un ruolo assai importante per la resistenza.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: l’occidente prepara il suo piano B!

Nahed Hattar, Global Research, 2 giugno 2013

L’eterna vigilanza è l’impossibile prezzo della libertà [Guerra agli invisibili/Erik Frank Russell].  Impossibile? Restiamo vigili! [NdT].

484375L’ex vicepresidente del Consiglio dei ministri per l’economia siriano Abdullah al-Dardari si prepara ad avere un ruolo politico nella “Siria del dopoguerra!” Al-Dardari ha abbandonato il tacito sostegno ai gruppi armati, e si offre di coordinare un programma di finanziamento [da più di venti miliardi di dollari] per la ricostruzione della Siria nel dopoguerra; un progetto presentato come “Piano Marshall per la Siria“, in riferimento al piano omonimo che supportò la ricostruzione dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale. [1] Da funzionario internazionale [2] al-Dardari ha incontrato il Presidente Bashar al-Assad, il quale, secondo testimonianze di personalità giordane, non avrebbe prestato alcuna attenzione al piano e l’avrebbe rifiutato non appena gli è stato direttamente chiesto un parere al riguardo. Fonti della stampa hanno riferito che la reazione di alcuni circoli diplomatici occidentali è stata dichiarare che “Assad non ha potere di veto sul gruppo guidato da al-Dardari, nel quadro dei regolamenti interni!“. La cosa importante non è al-Dardari. La cosa importante è che il progetto che annuncia comincia a prendere forma negli ambienti economici occidentali e nei circoli della finanza, probabilmente in stretta collusione con i loro omologhi arabi e siriani.
Il progetto o “Piano B” è stato ideato dopo l’inevitabile sconfitta politica e militare del piano precedente [3] per rovesciare il governo siriano. La sua attuazione è solo agli inizi e i suoi ideatori sperano di approfittare dell’esaurimento inflitto al governo siriano sfruttandone il bisogno di riconciliazione interna e di ricostruzione accelerata, permettendo all’occidente, agli Stati Uniti, ai Paesi del Golfo e alla Turchia di “rovesciare economicamente la Siria!” Un’inversione che dovrebbe portare al controllo delle sue risorse e ricchezze attraverso l’imposizione di un “sistema neo-liberale” su tutto il territorio e tutti i settori: la privatizzazione su larga scala, la liberalizzazione del mercato e della circolazione dei capitali, la concentrazione degli investimenti stranieri nei settori più redditizi, quali infrastrutture, immobiliare, turismo e finanza. Le ben note conseguenze di un tale approccio sono il debito, il deficit di bilancio, la distruzione delle istituzioni industriali e artigianali, lo smantellamento della produzione agraria e, pertanto, la trasformazione della Siria in uno Stato dallo sviluppo nazionale in uno “Stato compradore” che perde la sua relativa indipendenza economica, con tutto ciò che comporta la resa totale alle forze del neoliberismo e a tutto ciò che esso genera, come la corruzione che l’accompagna! Pertanto, la dipendenza economica inevitabilmente ne minerebbe l’indipendenza politica. Ed è naturale che una tale dinamica, alimentata dal capitalismo globale e dalla sua cricca nei Paesi del Golfo, possa portera alla “disintegrazione” delle costanti politiche siriane, quali il finanziamento e l’equipaggiamento dell’esercito nazionale, la sua resistenza politica e militare all’occupazione delle alture del Golan, il suo sostegno alla resistenza libanese e palestinese… Insomma, la politica siriana verrebbe disintegrata! Infine, attraverso gli obblighi economici del Piano Marshall si pretenderebbe da Damasco ciò che non si può imporre con la forza delle armi e delle sanzioni. Tuttavia, ha il merito di sottolineare l’unico aspetto positivo di questo approccio verso “la Siria del dopoguerra”, il tacito riconoscimenti che l’opzione della guerra è superata ed è ormai inevitabile affrontare il governo del presidente Bashar al-Assad… utilizzando delle tentazioni seducenti!
Qui, chiedo alla leadership siriana di ricordare quanto segue:
In primo luogo, l’attuazione parziale delle politiche di privatizzazione e di apertura economica verso l’occidente, gli Stati del Golfo e la Turchia, di cui al-Dardari fu il principale artefice quando  incaricato esercitò il controllo sulle politiche e le decisioni economiche della Siria dal 2005; è stata la causa principale che ha privato il governo siriano della sua base sociale tradizionale. Contadini, artigiani e lavoratori furono gravemente colpiti dallo “shock neoliberista” nella seconda metà del decennio scorso. E’ infatti dal 2005 che sono apparse le peggiori manifestazioni di povertà,  disoccupazione ed emarginazione. È su questo segmento della società siriana che si basavano le forze reazionarie ostili alla Siria. E’ tra costoro che furono reclutati i combattenti che si unirono ai gruppi terroristici, dopo l’indottrinamento settario di migliaia di loro. Quindi, cosa possiamo aspettarci se una politica neoliberista viene applicata pienamente e incondizionatamente?
In secondo luogo, le forze che hanno versato il loro sangue e difeso la Repubblica araba siriana e il suo governo legittimo sono principalmente:
1.  Gli ufficiali e i soldati dell’esercito arabo siriano provenienti dalle classi lavoratrici.
2.  Gruppi di giovani patrioti progressisti.
3.  Attivisti di sinistra e nazionalisti che sperano che la guerra, anche se dolorosa, possa solo guidare la rotta socio-economica siriana verso lo sviluppo nazionale e la democrazia sociale.
4.  Le forze della borghesia siriana e gli industriali patriottici che ne hanno abbastanza dell’apertura verso la Turchia.
Queste sono le quattro forze che saranno maggiormente colpite, se la Siria sarà costretta a diventare uno “Stato compradore”, comportando inevitabilmente la riduzione delle spese militari, l’aumento della disoccupazione nella classe media lavoratrice e il degrado delle qualità della vita dei giovani della classe media e la distruzione dei progetti industriali… Il governo siriano non può cedere a questa tentazione, con il rischio ritrovarsi un consenso nazionale pronto ad opporvisi. La Siria del dopoguerra sarà solo per coloro che hanno combattuto per la sua difesa, e i suoi giovani, i suoi lavoratori e contadini, i suoi industriali patriottici non si discostano dalla linea dell’indipendenza, dello sviluppo e della resistenza. Questo è ciò che vogliamo sentire, ma questa volta “in pubblico”, dal suo Presidente!

Nahed Hattar al-Akhbar 31/05/2013
Articolo tradotto dall’arabo da Muna Alno-Nakhal

Note:
[1] Il piano Marshall/Indice storico: “Dal 1947, il Piano Marshall fu un’arma economica usata dagli statunitensi per combattere il comunismo. Fu il lato economico della Dottrina Truman del contenimento. L’idea è che la miseria sia la culla del comunismo, il Piano Marshall permise sia di combattere il comunismo che di convertire l’economia di guerra statunitense in un’economia di pace, necessaria. Con il Piano Marshall gli statunitensi radunarono l’Europa. L’assistenza finanziaria fu subordinata alla condizione di acquistare prodotti statunitensi. L’Unione Sovietica si oppose al progetto e impedì ai Paesi dell’Europa orientale di beneficiarne. Ad esempio, il piano Marshall in Cecoslovacchia venne inizialmente accettato dal governo, che poi dovette respingerlo sotto pressione di Mosca. Tuttavia 17 Paesi che l’accettarono contribuirono a creare, nel 1948, l’Organizzazione per la cooperazione economica (OECE), che divenne OCSE [Organizzazione per il Coordinamento e lo Sviluppo Economico). Nel maggio 1949 fu creata la RFT ed un ex-oppositore di Hitler, il democristiano Konrad Adenauer ne fu il primo Cancelliere. Ancorò fermamente la RFT nel campo occidentale e  accettò il piano Marshall. Il Piano Marshall permise le pressione sugli alleati degli Stati Uniti. Così, gli statunitensi minacciarono l'Olanda di sospendere il piano se non avesse concesso l'indipendenza all'Indonesia (nel 1949)." [Questo sito non è forse una fonte ma dal momento che la storia è scritta dai vincitori, non è vietato leggere l'altra faccia di alcune medaglie. NdT].
[2]  Abdallah al-Dardari, capo economista e direttore della Divisione sviluppo economico e globalizzazione ed ESCWA [Commissione economica e sociale per l'Asia occidentale] .
[3] Come il blocco atlantista ha condotto la guerra alla Siria 

Dr. Nahed Hattar è uno scrittore e giornalista che vive in Giordania, ad Amman.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Guerra di Quarta Generazione parla: Assad è più forte che mai

Dedefensa 25 maggio 2013

293086Il settimanale tedesco Der Spiegel ha ottenuto la valutazione della situazione siriana del BND (i servizi segreti tedeschi, o Bundesnachrichtendienst) e del suo direttore Gerhard Schindler, comunicata a un gruppo selezionato di politici. In un anno, il BND ha cambiato radicalmente la sua valutazione. Il BND ritiene che il governo di Assad “sia più stabile di quanto non lo sia mai stato da molto tempo” e potrebbe “intraprendere operazioni riuscite contro i gruppi di ribelli.” (Spiegel online, 22 maggio 2013.)
Vi è stato un notevole voltafaccia. Non più tardi dell’estate scorsa Schindler ha riferito ai funzionari governativi e parlamentari che sentiva che il regime di Assad sarebbe crollato all’inizio del 2013. Ha ripetuto la sua visione nelle interviste. A quel tempo, il BND sottolineava la situazione precaria dei rifornimenti dei militari siriani e un gran numero di diserzioni tra cui membri del corpo ufficiali. L’intelligence tedesca parlava della “fase finale del regime. Da allora, tuttavia, la situazione è cambiata radicalmente, ritiene la BND. Schindler ha utilizzato grafici e carte per dimostrare che le truppe di Assad, erano ancora in possesso di efficienti linee di rifornimento per garantirsi quantità sufficienti di armi e altro materiale. I rifornimenti di carburante per i carri armati e gli aerei militari, che si erano rivelati problematici, sono nuovamente disponibili, riferiva Schindler. La nuova situazione consente alle truppe di Assad di combattere i ribelli attaccanti e addirittura di riprendersi le posizioni in precedenza perse. Il BND non crede che i militari di Assad siano abbastanza forti da sconfiggere i ribelli, ma possono fare di più per migliorare la propria posizione nell’attuale situazione di stallo. La valutazione appare coerente con le recenti notizie provenienti dalla Siria, dove le truppe governative hanno ripreso il sopravvento nella regione che si estende da Damasco a Homs, comprese le zone costiere vicino Homs. Inoltre, i combattenti fedeli ad Assad hanno espulso i combattenti ribelli da diversi quartieri ai margini di Damasco e di tagliarne le linee di rifornimento da sud. Attualmente, il regime è in procinto di tagliare le linee di rifornimento dei ribelli ad ovest. Nel frattempo, il BND ritiene che le forze ribelli, che comprendono diversi gruppi di combattenti islamici collegati con al-Qaida, si trovano ad affrontare difficoltà estreme. Schindler ha riferito che diversi gruppi di ribelli si combattono tra di loro per avere la supremazia nelle singole regioni. Inoltre, le truppe del regime sono riuscite a tagliare le linee di rifornimento di armi e le vie di evacuazione dei combattenti feriti. Ogni nuova battaglia indebolisce ulteriormente le milizie, ha detto il capo del BND. Se il conflitto continuerà come in queste settimane, dice Schindler, le truppe governative potrebbero riprendere tutta la metà meridionale del Paese entro la fine del 2013. Questo lascerebbe solo il nord ai combattenti ribelli, dove i ribelli curdi hanno uno stretto controllo sulle loro aree.”
Sul terreno, i ribelli si muovono in modo sempre più indipendente, se non antagonistico e, naturalmente con gli scontri interni incontrollati, continuano a indebolirsi portando i rapporti con la “direzione politica”, organizzata sotto l’egida del blocco BAO, a divenire praticamente inesistenti, come dice Schindler. Questo lascia poche speranze che i colloqui di pace possano svolgersi (tra cui la Conferenza di Ginevra-II, lanciata da Russia e Stati Uniti), se la “direzione politica” è ridotta allo stato di non-rappresentazione e non avendo altra uscita che radicalizzare ulteriormente le proprie posizioni rendendo le trattative impossibili, senza evidenziarne troppo l’impotenza e l’inesistenza.
Il rapporto di Schindler sullo stato dei gruppi ribelli concedee poco spazio alla speranza che seri colloqui tra i ribelli e il regime di Assad si svolgano presto. Il BND dice che non c’è una catena di comando funzionante tra i leader dell’opposizione all’estero e le milizie in Siria. I combattenti sul terreno semplicemente non ne riconoscono la leadership politica, dice il BND.”
Questa valutazione del BND conferma (v., in particolare, il 22 maggio 2013) tutte le valutazioni, in particolare nel settore dei servizi e delle agenzie specializzate del blocco BAO, della situazione sul terreno. Ciò include la vittoria nella battaglia di Qusayr (vedi al-Monitor Lebanon Pulse, 21 maggio 2013), considerata un’importante affermazione strategica e, secondo noi, un’operazione che assume l’aspetto del simbolo di questa “guerra siriana.” Quindi si tratta di un elemento fondamentale per la definizione della Guerra di 4.ta Generazione (4GW), divenuto nello sviluppo degli eventi, specialmente dal 2008, la trascrizione operativa del collasso generale del Sistema. Abbiamo seguito, ogni tanto, ciò che abbiamo considerato l’evoluzione del concetto di 4GW,  evoluzione di un concetto che indica anche una nuova “generazione” di forma di guerra, la cui particolarità è designare un concetto di guerra completamente esterno alle sole regole e ai soli elementi dell’attività militare. Ad esempio, nel 2006, circa due crisi militarizzate (tra Israele e Hezbollah nell’estate del 2006, e durante l’operazione israeliana contro Gaza all’inizio del 2009 [vedi 16 agosto 2006 e 23 gennaio 2009]), abbiamo osservato l’evoluzione radicale del concetto che coinvolge sempre più essenzialmente e necessariamente aree che abbiamo considerato essere non militari. La nostra valutazione progredisce arrivando a considerare che 4GW è un concetto di “guerra” completamente adattato al nostro tempo, integrando le significative modifiche apportate dal tempo (soprattutto dal 2008) quale le infrastrutture critiche e la crisi del collasso del Sistema. Tra gli elementi essenziali che caratterizzano la nuova forma di conflitto (è sempre più difficile chiamarla “guerra”), si nota la preponderanza del sistema di comunicazione (la comunicazione) e il ruolo fondamentale delle forze strutturali quali sono i principi e, viceversa, l’attacco delle forze del sistema caratterizzato dall’equazione dd&e (disintegrazione, dissoluzione e entropizzazione).
La “guerra siriana” nel suo svilupparsi negli ultimi due anni è diventato un conflitto perfettamente 4GW, nel senso che sfida tutte le regole militari convenzionali e si evolve come “guerra” in forma anarchica, se si prendono in considerazione solo gli attuali concetti militari e geopolitici. La comunicazione svolge un ruolo chiave (vedasi 2 aprile 2012), tra cui la comunicazione sugli strumenti di guerra di cui non necessariamente sono portati a servirsi, e di cui possiamo anche dire che la relativa funzione potrebbe giustamente non essere utilizzata (nel caso degli S-300 russi consegnati o meno alla Siria). Anche in modo paradossale, la diplomazia gioca un ruolo importante come “arma da combattimento”, perché è la diplomazia che ha permesso alla Russia di avere il ruolo di leadership che adesso possiede. (Questo contro la non-diplomazia di un blocco BAO completamente immerso nelle emozioni [vedi 11 giugno 2012], basate sull’ultimatum della distruzione del nemico e sul sostegno dimostrato verso tutte le forze sovversive, negando anche quella scarsa legittimità che potrebbe rivendicare una parte dell’opposizione siriana, in un oceano di montature, frodi e finanziamenti illegali, grazie al supporto avanzato da uno dei membri più fittizi e più anti-principi del blocco BAO, il Qatar, che ha saputo gestire l’influenza della destrutturazione.) Infine, la questione del principio svolge un ruolo fondamentale nel riconoscere o negare agli uni e agli altri, misurando l’evoluzione della situazione operativa, la legittimità che permetta un ruolo chiave attraverso l’autorità conferita dalla legittimità. Questo è ancora il caso della Russia, ma anche del regime di Assad che aveva all’inizio dei torbidi una legittimità traballante e in piena dissoluzione, che si è ri-legittimata mentre sosteneva la “guerra”, alla luce delle prove dell’azione destrutturante dei suoi avversari. In questa avventura, d’altra parte, gli altri giocatori dalla parte della difesa dei principi organizzativi, che svolgevano un ruolo del tutto secondario all’inizio, come Hezbollah e l’Iran, hanno sviluppato la loro stessa legittimità di attori a pieno titolo, al di fuori dei loro territorio, affermandosi sul piano regionale.
Non vi è alcuna sicurezza che la “guerra siriana” si evolva in una guerra regionale, o peggio, in un conflitto ancor più ampio. Non è sicuro che si arrivi a una vittoria netta e a una ri-stabilizzazione del Paese colpito (sotto una potenza o un’alta) e degli altri Paesi della regione. Ma già la “guerra siriana”, secondo la lente della 4GW, colpisce l’intera regione e la trasforma radicalmente, secondo condizioni e linee guida che non possiamo immaginare, e questo tra le conseguenze generali dell’evoluzione della crisi di collasso del sistema, che sono anch’esse oltre la nostra capacità di previsione e che potrebbero essere radicali nella loro catena degli effetti e delle conseguenze. La “guerra siriana”, secondo il modello 4GW, ha lasciato la dimensione nazionale, la dimensione ideologica e anche la dimensione religiosa, sottoprodotti dello scontro tra Sistema e anti-Sistema, per raggiungere la dimensioni di quella del confronto dei principi (attorno ai principi destrutturanti contro quelli strutturanti). La sola certezza è che l’attuale tendenza a santificare assolutamente la logica della crisi del collasso del sistema, che si svolge in realtà proprio su questo scontro dei principi e connette apertamente, in ogni sequenza, la dinamica dell’auto-distruzione alla dinamica della superpotenza. Il blocco BAO ha scelto il suo campo come un sacrificio a una fatalità che abbia già fatto la sua scelta, perché questo campo è quello del Sistema che cancellerà le delusioni abituali. … Il resto si evolve secondo questa tendenza generale. Due anni fa gli “Amici della Siria” si sono incontrati per la prima volta a Tunisi, erano 88; si sono  appena incontrati il 22 maggio, ad Amman. Erano undici.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Guerra Mondiale Z: la campagna sionista nell’emisfero occidentale

Wayne Madsen, Strategic Culture Foundation, 26.05.2013

mossad-south-america_f0feDeterminato a invertire il progressivo allontanamento dell’America Latina dai dettami di Washington, il Presidente Obama ha tranquillamente suscitato dalla sordida storia del Sud America un demone che i latinoamericani conoscono fin troppo bene: Israele. Durante l’amministrazione di Ronald Reagan, Israele aveva puntellato con equipaggiamenti militari, l’intelligence, l’addestramento contro-insurrezione e il denaro, un certo numero di governi fascisti in America Latina. Il sostegno d’Israele al fascismo in America Latina in realtà ha avuto inizio durante la presidenza di Jimmy Carter. Dopo l’embargo sulle esportazioni di armi statunitensi di Carter verso il Nicaragua del brutale dittatore Anastasio Somoza, Israele intervenne a colmare il vuoto. Oggi, Obama ha permesso ad Israele e ai suoi agenti d’influenza nella propria amministrazione, di utilizzare tutti i mezzi a disposizione per minare i governi progressisti in America Latina. Dopo la morte del presidente del Venezuela Hugo Chavez, un aspro critico della politica d’Israele nei confronti dei palestinesi, le attività sovversive degli agenti israeliani e statunitensi, che operano sotto la copertura delle organizzazioni non governative (ONG) legate a George Soros, sono aumentate in tutta la regione.
Anche se Obama, a differenza di Reagan, non subisce i divieti congressuali come l’emendamento Boland, che gli ostacolino gli sforzi per rovesciare i leader latinoamericani progressisti, gode della percezione pubblica che lui, destinatario del Premio Nobel per la Pace, si sia impegnato per la pace.  Invece di sacrificare il suo personaggio pubblico con mosse sanguinose per rovesciare governi latino-americani, Obama ha scelto di lavorare di soppiatto attraverso Israele e i suoi sayanim  stranieri per far tornare l’America Latina allo status quo ante delle dittature che proteggono i ricchi e soggiogano i poveri e la classe operaia. S’iniziava a potere ritenere che in America Latina si fosse in presenza di quella giustizia a lungo ricercata, quando un tribunale guatemalteco ha giudicato l’ex dittatore Efrain Rios Montt colpevole di genocidio, il 10 maggio, condannando l’86enne ex generale a 80 anni di carcere. Rios Montt, un convertito alla Chiesa pentecostale del Verbo (Iglesia del Verbo), che predica un dogma in sincronia con l’ebraismo sionista, è stato riconosciuto colpevole di aver massacrato centinaia di migliaia di indigeni Maya Ixil e di altri oppositori della giunta militare del Guatemala. Il genocidio di Rios Montt non sarebbe stato possibile senza il supporto militare e d’intelligence fornito al suo regime da Israele, con la “strizzatina d’occhio e un cenno del capo” regolare di Washington. Israele era stato a lungo attivo in Guatemala, aiutando il regime a infliggere il genocidio dei nativi guatemaltechi. Il governo israeliano s’è sempre sentito a suo agio nel trattare con i leader dell’estrema destra fascista guatemaltechi, tra cui i presidenti Rios Montt e Kjell Laugerud Garcia, entrambi diplomati alla Scuola di addestramento al genocidio delle Americhe. Le speranze dei guatemaltechi e degli altri latino-americani oppressi da dittatori militari appoggiati da Israele e dagli Stati Uniti, sono andate deluse quando la più alta corte del Guatemala ha annullato la condanna di Rios Montt. La condanna ha incontrato l’opposizione dei dirigenti, dei vertici militari e dei capi aziendali del Guatemala, la maggior parte dei quali ha forti legami con lo Stato ebraico.

Blocchi commerciali concorrenti
Uno degli alleati più fidati d’Israele, il Primo ministro canadese Stephen Harper, s’è recato a Lima, in Perù, durante uno dei peggiori scandali politici interni, per sostenere l’agognato sogno aziendale del blocco commerciale Alleanza del Pacifico, che riunisce Canada, Perù, Cile, Colombia e Messico, per contrastare il blocco commerciale, senza statunitensi e canadesi, Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA) di Hugo Chavez e il relativo blocco commerciale petrolifero Petrocaribe. Il Venezuela è il più recente membro del potente blocco commerciale  Mercosur (Mercato comune del Sud), a lungo dominato da Argentina e Brasile. I sayanim d’Israele, che da tempo dominano i conglomerati aziendali e mediatici cileni, peruviani e colombiani, proclamano che la società vicina all’Alleanza del Pacifico è il futuro e che ALBA, Mercosur e Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC) sono moribondi e destinati alla pattumiera delle sigle delle organizzazioni. Nel frattempo, i filo-israeliani Dipartimento di Stato USA e la sua Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale (USAID), coadiuvati dalla CIA, cercano di aumentare le tensioni nei governi progressisti di Venezuela, Bolivia, Uruguay, Argentina, Brasile ed Ecuador. Il presidente boliviano Evo Morales ha detto, dopo il divieto delle attività di USAID nel suo Paese, che l’organizzazione ha allocato “non più del 10-15 per cento” dei suoi fondi per il miglioramento economico dei boliviani. Il resto dei fondi sono stati usati per avviare attività d’intelligence anti-governativa e promuovere la carriera politica di politici e partiti anti-Morales, filo-USA e filo-Israele. Il primo papa argentino, Francesco, ex arcivescovo di Buenos Aires, ha portato Israele ad aumentare il budget per inviare preti cattolici latino-americani in Israele per l’indottrinamento ideologico da parte dei rabbini. Le dichiarazioni di Francesco che criticano il “capitalismo selvaggio”, non sono ben viste nelle stanze del potere a Gerusalemme, New York e Londra.

Obiettivi Honduras e Venezuela
Dopo il suo coinvolgimento, nel 2009, insieme con la CIA e il Comando Sud degli Stati Uniti di Miami (SOUTHCOM), nella cacciata con un colpo di Stato del presidente dell’Honduras Manuel Zelaya, il servizio d’intelligence israeliano organizza i suoi agenti d’influenza al fine di garantire che la moglie di Zelaya, Xiomara Castro de Zelaya, fallisca nel suo tentativo alle presidenziali di novembre. La macchina della propaganda israeliana e gli agenti sayanim nei media statunitensi operano a pieno organico dal colpo di Stato in Honduras. Dopo il suo esilio forzato, Zelaya rientrò segretamente in Honduras con l’aiuto di militari leali. Zelaya venne successivamente assediato dalla polizia e dai militari honduregni nell’ambasciata brasiliana a Tegucigalpa. La giunta dominante honduregna spesso tagliò l’elettricità, l’acqua e i viveri all’ambasciata, una violazione del diritto internazionale sull’inviolabilità delle missioni diplomatiche. L’acceso filo-israeliano Miami Herald riferì di un colloquio telefonico con Zelaya e affermò che il leader honduregno disse di essere stato sottoposto a “radiazioni ad alta frequenza” da mercenari israeliani che sostenevano la giunta honduregna. Il giornale riferì anche che Zelaya disse che gli israeliani usano gas e radiazioni “che alterano la mente”. In realtà, non è questo che Zelaya aveva affermato nella sua conversazione telefonica del 24 settembre con il presidente del Venezuela Chavez, che frequentava la sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Chavez disse che aveva parlato al telefono con Zelaya, e che il leader honduregno gli aveva detto che un aggeggio era stato recuperato dai suoi sostenitori sul tetto di una casa vicina, portandolo nell’ambasciata. Quando Zelaya controllò il numero di serie dello strumento su Internet, scoprirono che l’attrezzatura era un disturbatore cellulare fabbricato in Israele.
Ciò che Zelaya ha detto a Chavez e presumibilmente al Miami Herald è che la giunta e i suoi consulenti israeliani di una società di sicurezza privata inceppavano i telefoni cellulari di coloro che si trovavano nell’ambasciata. Zelaya non ha mai parlato di radiazione da raggi della morte, ma ciò è l’impressione che l’Herald ha voluto dare, ed è stato subito ripreso dai vari media controllati dai neo-con e dai sionisti. Zelaya fu definito “antisemita pazzo” dai sayanim del circo mediatico degli Stati Uniti e dell’America Latina, compresi i comitati editoriali del New York Times e del Washington Post. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e il suo Assistente del Segretario per gli Affari dell’Emisfero Occidentale, Roberta Beach Jacobson, hanno quale missione prioritaria la cacciata del presidente venezuelano Nicolas Maduro e la sua sostituzione con il “nipote dell’Olocausto” Henrique Capriles Radonski e impedire che Zelaya de Castro sia eletta presidente dell’Honduras. Gli interlocutori venezuelani d’Israele, attivi principalmente nel movimento di destra di Capriles Radonski, Giustizia Prima, cercano di delegittimare il governo di Maduro, sostenendo che le elezioni del 14 aprile fossero truccate. Nessun osservatore elettorale internazionale credibile ha concordato con tali accuse di brogli elettorali. Chavez ha sempre sostenuto che l’opposizione del Venezuela è finanziata da Israele. In realtà, l’American Jewish Committee di New York, e il suo sottocomitato emisferico, la Latin American Jewish Committee, per anni hanno fornito gran parte delle munizioni propagandistiche contro Chavez e Maduro… Uno dei principali agenti d’influenza d’Israele in Venezuela è il politico dell’opposizione Antonio Ledezma. Le organizzazioni non governative di George Soros intervengono invocando il sostegno internazionale all’opposizione venezuelana, soprattutto da parte dell’Unione europea, dove l’influenza di Soros è spesso soffocante. Hollywood, dominata dai sionisti, si prepara a pubblicare un film dal titolo “Guerra Mondiale Z”, su una piaga che devasta il pianeta che ritrae degli arabi-zombie assediare il “muro della separazione” di Israele. E’ chiaro che ciò che il mondo deve affrontare non è la piaga degli “zombie”, ma il flagello dei “sionisti”. La vera “Guerra Mondiale Z” (i sionisti) viene ora condotta in America Latina, ma questa guerra arriverà presto vicino a casa vostra.

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le origini della guerra fredda: come Stalin sventò il ‘nuovo ordine mondiale’

Dott. K. R. Bolton, Foreign Policy Journal, 31 maggio 2010

stalin620Il fatto più congeniale per molti conservatori, soprattutto negli Stati Uniti, è che fu l’Unione Sovietica sotto Stalin che sventò l’ordine mondiale, senza la quale saremmo molto probabilmente stati soggiogati da un’autorità mondiale centrale subito, dopo la seconda guerra mondiale. Tale questione di realpolitik si affianca a un altro fattore di realismo politico: New York e Washington sono state storicamente le capitali della rivoluzione mondiale, [1] con le élite mondialiste che pompavano denaro ai movimenti rivoluzionari, mentre Stalin si occupava di eliminare il bolscevismo internazionale come minaccia trotzkista, e a invertire molti aspetti dell’esperimento bolscevico sociale interno. Questo saggio prende in esame le macchinazioni con cui Washington ha cercato di imporre un nuovo ordine mondiale post-bellico, e la risposta di Stalin; eventi che hanno continuato ad avere importanti influenze sulle politiche sovietiche e statunitensi.

Russia: la delusione perenne
La Russia non s’incastra mai bene nei piani di coloro che cercano di imporre un sistema uniforme all’umanità. La Russia è rimasta selvaggia agli occhi dei sofisticati liberali occidentali che cercano di instaurare un mondo unipolare globale, come lo erano  afrikaner, iracheni, iraniani, serbi e altri. La differenza è che i russi continuano a costituire una forte opposizione, che pertanto deve essere sovvertita. L’economia russa è stata considerata arretrata dai finanzieri occidentali e questo è il motivo per cui molti, non solo hanno accolto con favore le rivoluzioni del marzo e anche del novembre 1917, [2], ma anche fornito sostegno ai rivoluzionari per rovesciare il regime zarista [3] ritenuto un’anomalia nel mondo “progressista”. Industriali e finanzieri guardarono con ottimismo ad un Russia post-zarista, il cui regime si concentrava sul processo dell’industrializzazione, il che implicava la necessità di capitali e competenze esteri a prescindere dalla retorica rivoluzionaria sui capitalisti stranieri. Tuttavia, l’auto-descritto “establishment della politica estera”, il Consiglio delle Relazioni Estere (CFR), invitò gli investitori stranieri ad agire rapidamente in Russia, in quanto si accorse che la situazione poteva presto cambiare.
Peter Grosse [4], scrisse nell’equivalente di una virtuale “storia ufficiale” delle dichiarazioni del CFR, della prima relazione del Consiglio sulla Russia sovietica: “L’imbarazzante per i registri dell’Inchiesta [5], vi è l’assenza di un qualsiasi studio o analisi sul tema del bolscevismo. Forse semplicemente andava oltre l’immaginazione accademica dei tempi. Non prima del 1923, il Consiglio poté convocare le forze necessarie da mobilitare per un esame sistematico del regime bolscevico, installatosi infine dopo la guerra civile in Russia. L’impulso per questo primo studio fu la nuova politica economica di Lenin, che sembrava aprire l’economia di guerra bolscevica agli investimenti esteri. Metà del gruppo di studio del Consiglio proveniva da imprese che avevano effettuato vendite alla Russia pre-rivoluzionaria, e le discussioni sul futuro sovietico furono intense. La relazione conclusiva respinse il timore ‘isterico’ che la rivoluzione tracimasse oltre i confini della Russia all’Europa centrale o peggio che i nuovi rivoluzionari guidassero un’alleanza con i musulmani nazionalisti in Medio Oriente, per scacciare l’imperialismo europeo. I bolscevichi erano ‘sulla via dell’equilibrio e si adeguavano alle regole del commercio’, concluse il gruppo di studio del consiglio, ma l’accoglienza dai concessionari stranieri sarebbe stata, probabilmente, di breve durata. Pertanto, il consiglio dei saggi raccomandò nel marzo 1923, che gli uomini d’affari statunitensi entrassero in Russia finché l’invito di Lenin lo permetteva, fare soldi con i loro investimenti e poi uscirne il più rapidamente possibile. Pochi ascoltarono il consiglio, per settant’anni non si sarebbe più ripresentata una simile opportunità. [6]
Stalin, anche in questa fase embrionale del regime sovietico, era al timone. Mentre Trotzkij voleva proseguire gli investimenti esteri [7], come era avvenuto nel quadro della Nuova Politica Economica di Lenin, [8] Stalin affrontò con alcuni colpi decisi il cosiddetto blocco dell’opposizione, sostanzialmente guidato da Trotzkij, trattando da nemico naturale il capitale straniero. Con lo scoppio della guerra tra la Germania e l’URSS, vi fu la rinnovata speranza che la Russia venisse integrata nel nuovo ordine mondiale del dopoguerra. Stalin richiese mezzi tecnologici agli occidentali per la sua macchina da guerra in lotta contro i tedeschi. [9] Tuttavia Stalin era troppo duro e autoritario per essere subordinato o, addirittura, per diventare un socio paritario in una qualsiasi riorganizzazione globale post-bellica prevista dagli Stati Uniti.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite, base del Parlamento Mondiale
Le cose sembravano andare bene tra “Zio Joe” [10], Roosevelt e Churchill, mentre  combattevano il nemico comune. Tuttavia, Stalin aveva molta stima dei suoi temporanei partner occidentali, come ne aveva per i suoi alleati temporanei Kamenev e Zinoviev, quando i due manovravano nell’apparato bolscevico. Una volta che la posizione di Stalin era assicurata, a livello individuale, nell’apparato sovietico, i due scorbutici vecchi bolscevichi vennero emarginati e alla fine dovettero pagare il conto. Allo stesso modo, mentre la situazione pratica non concesse l’opportunità a Stalin di infliggere un simile trattamento ai suoi ex alleati occidentali, una volta che si era assicurato le posizioni del momento in tutta l’Unione Sovietica, rigettando quelli che, come gli sventurati Kamenev e Zinoviev, pensavano di poter manipolare Stalin e la Russia a proprio vantaggio. Dopo aver assicurato un accordo con gli alleati a Potsdam, per la creazione di un nuovo impero russo, nonostante la determinazione degli Stati Uniti che non i vecchi imperi europei sarebbero stati parte del dopo-guerra [11], ma piuttosto l’asse del controllo mondiale che si sarebbe incentrato sull’imperium del Dollaro, Stalin non volle compromettere la sua posizione di parità, e tanto meno esserne subordinato.
La prima frattura nell’alleanza bellica avvenne sul grande nuovo disegno con cui gli USA crearono l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) quale parlamento mondiale, concentrandosi su un “nuovo ordine mondiale”, come il presidente Wilson cercò di fare con la Società delle Nazioni dopo la Prima Guerra Mondiale. I parlamenti occidentali democratico-liberali, in generale, sono suscettibili alla manipolazione plutocratica; e questo è il loro scopo. Stalin però non era un parlamentare e non poteva essere comprato con la promessa di essere un partner del ‘Brave New World’. Il piano statunitense per l’ONU richiedeva di conferire potere all’Assemblea Generale in base alla votazione a maggioranza. La posizione sovietica era rendere il Consiglio di Sicurezza l’arbitro finale delle decisioni, tramite i membri aventi diritto di veto. La posizione degli Stati Uniti, infatti, permise alle Nazioni Unite di trasformarsi in uno strumento per imporre la volontà di un gruppo di Stati su tutti gli altri, soprattutto quando l’Unione Sovietica era l’unico membro socialista del Consiglio [12].
Nonostante la vecchia teoria della cospirazione conservatrice, secondo cui l’ONU è un complotto sovietico per creare uno stato mondiale controllato dai comunisti [13], fu l’URSS che rese l’ONU ridondante quale mezzo per imporre il nuovo ordine mondiale, de facto se non de jure; una situazione che continua ancora oggi grazie alle insistenze sovietiche sulla sovranità nazionale, o imperiale, per sé e per il suo blocco.

Il Piano Baruch per ‘internazionalizzare’ l’energia atomica
Il secondo pilastro della creazione di una nuovo ordine mondiale post-bellico, si fondava sulla presunta “internazionalizzazione” dell’impressionante potenza dell’energia atomica. Proprio come la facciata democratica del piano statunitense per l’Assemblea Generale quale parlamento mondiale, questa ‘internazionalizzazione’ fu percepita dall’URSS nel suo vero scopo di controllo statunitense. L’eminente storico statunitense Carroll Quigley, del Foreign Services School, presso Georgetown University, Harvard e Princeton, descrisse la situazione post-bellica che portò alla guerra fredda affermando che la politica immediata degli USA poggiava sul libero scambio e l’aiuto attraverso il Piano Marshall, compresa l’assistenza alla ripresa economica del blocco sovietico. Tuttavia l’URSS vide in ciò un mezzo degli USA per definire la sua supremazia post-bellica. Quigley, un globalista liberale che vedeva la “speranza” del mondo nel governo mondiale, scrisse: “Nel complesso, se una colpa deve essere assegnata, può essere affissa sulla porta dell’ufficio di Stalin al Cremlino. La disponibilità statunitense a cooperare continuò fino al 1947, come risulta evidente dall’offerta del Piano Marshall di aiuti statunitensi nello sforzo cooperativo per il risanamento dell’Europa, che fu rivolta all’Unione Sovietica, ma sembrava oramai chiaro che Stalin avesse deciso di chiudere la porta alla cooperazione adottando una politica unilaterale di aggressione limitata, nel febbraio e marzo 1946. L’inizio della guerra fredda può essere indicata nella data della presente decisione, o può essere posta successivamente, nella più ovvia data del rifiuto sovietico di accettare gli aiuti Marshall nel luglio 1947” [14]. Quigley si riferiva all’iniziativa statunitense per l’”internazionalizzazione” dell’energia atomica, e come questo indubbiamente pericolosissimo scenario da dominio del mondo venne nuovamente sabotato da Stalin: “L’esempio più critico del rifiuto sovietico di cooperare e della sua insistenza nel rientrare nell’isolamento, nel segreto e nel terrorismo, si può trovare nel rifiuto ad unirsi agli sforzi statunitensi per sfruttare la pericolosa potenza della fissione nucleare” [15].
Un comitato del dipartimento di Stato, diretto dal sottosegretario di Stato Dean Acheson e da David Lilienthal, in collaborazione con un “secondo comitato di cittadini” guidato dal banchiere internazionale e perenne consigliere presidenziale Bernard Baruch, venne convocato nel 1946 per redigere un piano “su un sistema di controllo internazionale dell’energia nucleare.” Il piano fu presentato da Baruch all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 14 giugno 1946 [16]. Avrebbe posseduto, controllato o posto sotto licenza tutto l’uranio dalla miniera alla raffinazione e all’uso, gestendo proprie strutture nucleari in tutto il mondo e ispezionando tutte le altre strutture analoghe, ponendo il divieto assoluto sulle bombe nucleari o sulla diversione di materiale nucleare da scopi non pacifici, punendone l’evasione o la violazione dei regolamenti liberi dal veto dalle grandi potenze, che normalmente gestivano il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [17]. Questo fu quindi un metodo per cercare di aggirare il problema del veto, su cui insisteva l’URSS per garantirsi la  sovranità, che aveva fin dall’inizio reso impotente le Nazioni Unite quale autorità mondiale. Quigley si lamentava che questa straordinaria “generosa offerta” da parte degli USA, “…fosse stata bruscamente respinta da Andrej Gromyko a nome dell’Unione Sovietica, entro cinque giorni…” [18] Quigley sottolineava che uno dei punti principali sollevati dell’URSS, nel respingere il Piano Baruch [19], era che non ci fosse la manomissione del potere di veto delle grandi potenze. Gromyko, ricordandosi quando era rappresentante sovietico nella Commissione per l’Energia Atomica delle Nazioni Unite, disse del Piano Baruch:
Le reali intenzioni dovevano essere camuffate dalla costituzione di un organismo internazionale per monitorare l’uso dell’energia nucleare. Tuttavia, Washington non tentò nemmeno di nascondere le sue intenzioni di occupare il ruolo principale in questo corpo, di controllare tutto ciò che aveva a che fare con la produzione e lo stoccaggio di materiale fissile e, con il pretesto della necessità di un controllo internazionale, di interferire negli affari interni delle nazioni sovrane” [20]. Baruch disse a Gromyko che tutte le industrie che si occupavano di materiale fissile sarebbero state controllate da esperti, Gromyko notò: “Inevitabilmente in quel momento sarebbero stati tutti statunitensi.” Nonostante l’indignazione morale di Quigley per il rifiuto dell’URSS, siamo ora nella posizione, col senno di poi considerando gli eventi mondiali più recenti, di comprendere i sospetti sovietici. La scelta morale non era così netta come supponeva Quigley. Il Giappone era stato bombardato con l’arma atomica mentre cercava condizioni di pace basate sulla salvaguardia dell’imperatore. La posizione USA era incondizionata e, naturalmente, si può presumere che l’amministrazione sapesse che i giapponesi non avrebbero potuto aderire a qualsiasi cosa che potesse compromettere Hirohito o la casa imperiale. Allen Dulles, che divenne il capo della CIA, disse in una intervista con Clifford Evans nel 1963 che era in contatto con fazioni giapponesi che potevano  chiedere la pace [21], e che l’unica preoccupazione giapponese era che l’imperatore, quale fattore unificante del Giappone, fosse lasciato. “Poche settimane dopo… Hiroshima e Nagasaki furono bombardate.” [22]
In un articolo informativo, Bob Fisk commenta il bombardamento del Giappone: “Stalin fu impressionato dell’effetto della nuova arma di Truman a Hiroshima. Volle fortemente la bomba per l’URSS. Quando gli statunitensi proposero di limitare la bomba ai soli USA, senza compromessi, gli scienziati di Stalin accelerato il loro lavoro” [23]. Si sospettava ai vertici Sovietici che sicuramente il bombardamento del Giappone fosse stato pensato come uno spettacolo della potenza statunitense nei confronti dell’URSS. Tuttavia, anche la Gran Bretagna era preoccupata per le intenzioni degli Stati Uniti, il primo ministro Clement Attlee spiegò: “Abbiamo dovuto mantenere la nostra posizione nei confronti degli statunitensi. Noi non potevamo permetterci di essere totalmente nelle loro mani… Avevamo lavorato fin dall’inizio per il controllo internazionale della bomba… Noi non potevamo accettare che solo gli USA dovessero avere l’energia atomica…” [24] URSS e Gran Bretagna erano egoisti, come implica indignato Quigley? Baruch stesso ha dichiarato: “Le conquiste dei nostri scienziati, tecnici e industriali produssero l’arma suprema di tutti i tempi: la bomba atomica, che non potremmo mai abbandonare, fino a quando una maggiore sicurezza per noi e per il mondo, sarà stabilito. Fino a quel momento, gli Stati Uniti resteranno i custodi della sicurezza. Ci si può fidare di noi…” [25]. La retorica di Baruch sugli Stati Uniti “custodi fidati” della pace e della libertà nel mondo è lo stesso mantra che il mondo sente da Woodrow Wilson a Obama.
Il guru pacifista Bertrand Russell scrisse nel 1946 sul Bollettino degli Scienziati Atomici, esprimendo con franchezza internazionalista l’atteggiamento liberale nei confronti dell’URSS, tutt’altro che benevolo. Russel, che doveva svolgere un ruolo chiave insieme a molti altri eminenti liberali e di sinistra, di guerriero freddo anti-stalinista del Congress for Cultural Freedom, fondato dalla CIA [26], chiarì che la bomba atomica rappresentava l’asso per la costituzione forzata di uno stato mondiale: “I governi americano e britannico… dovrebbe far capire che l’autentica cooperazione internazionale è ciò che più desideriamo. Ma anche se la pace dovesse essere il loro obiettivo, non devono lasciar capire che sono per la pace a qualsiasi prezzo. Ad un certo punto, quando i loro piani per un governo internazionale saranno maturi, sarà opportuno che l’offrano al mondo… Se la Russia accetterà di buon grado, tutto sarebbe andato bene. In caso contrario, sarebbe necessario esercitare pressioni fino al punto di rischiare di guerra” [27].
Russell propose ciò che era chiaramente l’intenzione del governo statunitense e degli altri globalisti, compreso il  cinico obiettivo del Piano Baruch, di garantirsi che l’energia atomica venisse monopolizzata da un “governo internazionale” con il potere di agire contro uno Stato reticente: “E’ del tutto evidente che vi è un solo modo con cui le grandi guerre possono essere definitivamente impedite, e questa è la costituzione di un governo internazionale con il monopolio di una seria forza armata. Quando parlo di governo internazionale, voglio dire uno che realmente governa, non una facciata amabile come la Società delle Nazioni, o una finzione pretenziosa come le Nazioni Unite nella sua attuale costituzione. Un governo internazionale, se vuole essere in grado di preservare la pace, solo esso deve possedere bombe atomiche, l’unico impianto per la loro produzione, l’aviazione, le corazzate e, in generale, qualsiasi cosa sia necessaria per renderla invincibile. Il suo personale atomico, i suoi squadroni aerei, gli equipaggi delle navi da battaglia ed i suoi reggimenti di fanteria devono totalmente essere composti da uomini di diverse nazioni, non ci deve essere nessuna possibilità di sviluppare il sentimento nazionale in qualsiasi unità più grande di una compagnia. Ogni membro della forza armata internazionale dovrebbe essere attentamente addestrato alla fedeltà al governo internazionale. L’autorità internazionale deve avere il monopolio dell’uranio, e di qualunque altra materia che possa, in futuro, essere ritenuta idonea alla fabbricazione di bombe atomiche. Deve avere un grande esercito di ispettori con il diritto di entrare in qualsiasi fabbrica senza preavviso, qualsiasi tentativo di interferire o di ostacolarne il lavoro deve essere trattato come un casus belli. Devono essere dotati di velivoli che gli permettano di scoprire gli impianti segreti che si costruissero in regioni vuote, vicine al Polo o nel mezzo dei grandi deserti” [28].
Si noti che Russell già dal quel momento denigra l’ONU come una cosa divenuta inutile per essere un “governo internazionale”, a causa dell’Unione Sovietica. Russell chiariva da che parta stesse riguardo l’egemonia statunitense: “Nel prossimo futuro, una guerra mondiale, comunque terribile, probabilmente finirebbe con la vittoria americana, senza la distruzione della civiltà dell’emisfero occidentale, e la vittoria americana senza dubbio porterebbe a un governo mondiale sotto l’egemonia degli Stati Uniti, un risultato che, da parte mia, accolgo con entusiasmo” [29].
Calcolata l’inutilità dell’ONU come governo mondiale, che sarebbe stato possibile con l’eliminazione dello spauracchio globalista, il veto delle Grandi Potenze imposto dai sovietici: “Se l’Organizzazione delle Nazioni Unite non è di alcuna utilità, tre successive riforme saranno necessarie. In primo luogo, il veto delle grandi potenze deve essere abolito, e la maggioranza deve essere dichiarata competente a decidere su tutti i quesiti che riguardano l’organizzazione; in secondo luogo, i contingenti delle forze armate delle varie potenze nell’organizzazione, devono essere aumentati fino a diventare più forti di tutte le forze armate nazionali; in terzo luogo, i contingenti invece di rimanere isolati nazionalmente, devono essere composti in modo che nessuna unità di notevole dimensione conservi il sentimento e una coesione nazionale. Quando tutte queste cose saranno fatte, ma non prima, l’Organizzazione delle Nazioni Unite potrà divenire un mezzo per evitare le grandi guerre” [30].
Nel 1961 Russell, nel considerare l’atteggiamento sovietico verso il Piano Baruch e l’ONU, disse quasi di sfuggita che “la Russia di Stalin era colma d’orgoglio per la vittoria sui tedeschi, sospettosa (e non senza ragione) delle potenze occidentali e consapevole del fatto che, in seno alle Nazioni Unite, poteva essere quasi sempre messa in minoranza.” [31]

Il piano del CFR per la guerra fredda
Il ripudio, anzi l’abbandono della fondazione del “nuovo ordine mondiale” basato sull’ONU, necessitava di una nuova valutazione dell’URSS da parte dell’autodefinitosi “establishment della politica estera” degli USA, il CFR [32]. Grosse afferma che le proposte internazionaliste per una “nuovo ordine mondiale” post-bellico ottennero un netto “Net” dell’Unione Sovietica: “In modo caratteristico, i pianificatori del Consiglio concepirono un gruppo di studio per analizzare l’ordine mondiale futuro.” Ciò che previdero era un gruppo di studio congiunto CFR-sovietici, per preparare le proposte per “l’ordine mondiale futuro” (sic): “Percy Bidwell, direttore del nuovo programma di studi del Consiglio, si era avvicinato con cortesia all’ambasciata sovietica già nel gennaio 1944 per stimolare l’interesse comune al piano. Fu ricevuto dall’ambasciatore Andrej Gromyko, la cui risposta sarebbe diventata troppo familiare negli anni a venire. Attraverso Gromyko la parola russa “Net” entrò nella lingua inglese. Senza alcuna pretesa di tatto diplomatico, l’ambasciatore (che sarà presto ministro degli Esteri) disse agli uomini del Consiglio che non avrebbe permesso che nessun responsabile sovietico partecipasse a tale discussione” [33].
La politica formulata dal rapporto per gli USA verso l’Unione Sovietica fu “il contenimento”, una parola coniata dal diplomatico e membro del CFR George Kennan [34]. Grosse è candido nel descrivere il modo clandestino, cospirativo?, con cui il CFR ha influenzato la politica della guerra fredda: “Il Council on Foreign Relations operava al centro del sistema pubblico istituzionale, nei primi anni della guerra fredda, ma solo dietro le quinte. Come un forum che forniva stimoli ed energie intellettuali, consentì di ben posizionarne i membri per trasmettere al pubblico il pensiero, ma senza far figurare il consiglio quale fonte da cui queste idee sgorgavano” [35]. Una prima relazione di George S. Franklin del 1946 raccomandava un tentativo di collaborare con l’Unione Sovietica, per quanto possibile, “almeno fin quando diventasse del tutto evidente che l’URSS non era interessata a una cooperazione...”. Tuttavia gli Stati Uniti dovevano perseguire la cooperazione da una posizione di forza militare: “Gli Stati Uniti devono essere potenti, non solo politicamente ed economicamente, ma anche militarmente. Non possiamo permetterci di dissipare la nostra forza militare, a meno che la Russia sia disposta contemporaneamente a diminuire la sua. Su questo poniamo grande enfasi. Dobbiamo cogliere ogni occasione per lavorare con i sovietici ora, quando la loro potenza è ancora assai inferiore alla nostra, e sperare di poter stabilire la nostra cooperazione su una base solida in un futuro non così lontano, quando avranno completato la loro ricostruzione e aumentato notevolmente la loro forza… La politica che sosteniamo è la fermezza accoppiata alla moderazione e alla pazienza“[36]. Tuttavia, questa politica moderatamente conciliante fu respinta del tutto. Grosse scrive: “La relazione Franklin del maggio 1946, che delineava caute speranze nella cooperazione tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, nel prossimo dopoguerra, era morta. Il comitato del consiglio d’amministrazione di studi ha formalmente deciso contro la sua pubblicazione a luglio; entro novembre tutti i simpatizzanti a un atteggiamento conciliante nei confronti di Mosca erano scomparsi dai corridoi della Pratt Harold House” [37].

Dopo-Guerra Fredda
L’ascesa di Gorbaciov, che nel frattempo s’era fatto un nome sulla scena mondiale quale membro dell’élite globalista, e il breve interregno dell’ubriacone Eltsin, devono essere sembrati il momento in cui la Russia era finalmente sul punto di entrare nella svolta globalista. Quali che fossero le influenze che avrebbero potuto operare dietro il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov, quando smantellò lo Stato sovietico nel 1991, creò la fondazione Gorbaciov per la pianificazione del “posto e del ruolo della Russia nel futuro ordine mondiale“, oltre ad avviare una più ampia politica per la promozione della “globalizzazione”. [38] Gorbaciov ebbe anche un ruolo più grande, affermando che “scopo dell’attività della fondazione è dirigersi verso una nuova civiltà.” [39] Lo stesso anno in cui Gorbaciov creava la sua fondazione a supporto del “nuovo ordine mondiale” in tandem con altri gruppi di riflessione globalisti, come la fondazione Soros e l’Open Society Institute, ecc., il presidente George H. W. Bush era entusiasta che, con la fine del blocco Sovietico, “un nuovo ordine mondiale” poteva finalmente emergere, come previsto dai fondatori dell’ONU: “… Finora il mondo che abbiamo conosciuto è stato un mondo diviso, un mondo di filo spinato e blocchi di calcestruzzo, di conflitti e guerra fredda. Ora possiamo vedere all’orizzonte un nuovo mondo. Un mondo in cui vi è la possibilità molto concreta del nuovo ordine mondiale… un mondo in cui le Nazioni Unite, liberatesi dalla situazione di stallo della guerra fredda, sono pronte a compiere la missione storica dei loro fondatori...” [40]
Le speranze dei globalisti sulla Russia furono, ancora una volta, deluse con l’avvento di Putin e l’emergere di forze influenti ancora più antagonistiche verso l’incorporazione della Russia nel “nuovo ordine mondiale” [41], tra cui l’ascesa della nostalgia per Stalin, per la Grande Potenza statale russa; com’è evidenziato dalla posizione della CFR nella relazione speciale prodotta dall’”establishment per la politica estera della East Coast“. Significativamente intitolata ‘La direzione sbagliata della Russia: ciò che gli Stati Uniti possono e devono fare’, l’atteggiamento egemonico della cricca dominante degli Stati Uniti non viene neppure dissimulata. La relazione traboccava della vecchia retorica da guerra fredda e biasimava la Russia di Putin per l’adozione della politica interna ed estera attuale, che “causa problemi agli Stati Uniti.” La raccomandazione corrente era una “cooperazione selettiva” piuttosto che un “partenariato che non è per ora fattibile.” La conclusione della dichiarazione di apertura era che “la Russia si muove nella direzione sbagliata.” [42]
John Edward e Jack Kemp, noti per il loro impegno nel portare “l’attenzione internazionale” sui tentativi di Putin “d’intimidire o far cessare l’attività delle organizzazioni non governative straniere e russe.” Vale a dire, Putin ha cercato di resistere alle organizzazioni che promanano soprattutto dalla rete di Soros e dal National Endowment for Democracy, che creano organizzazioni rivoluzionarie e sovversive, finanziano e addestrano agitatori e furono  responsabili delle “rivoluzioni colorate” in tutto il blocco sovietico e in altri Paesi [43].
La relazione della task force si lamentava che la cooperazione fosse un’eccezione piuttosto che la regola. La Russia viene criticata per essere “sempre più autoritaria”, mentre la politica estera statunitense promuove la “democrazia” in tutto il mondo [44], vale a dire, sovverte gli Stati che non soccombono all’egemonia statunitense con l’uso di quelle ONG che Putin viene biasimato d’”intimidire”. La politica della Russia verso la sua “periferia” è  oggetto di preoccupazione [45], intendendo che la Russia non desidera avere Stati ostili ai suoi confini, come la Georgia, diretti da regimi che installati dalle nobili ONG della rete di Soros, ecc. Il CFR raccomanda quindi che si dover fare di più per accelerare “l’integrazione di questi Stati all’occidente.” [46] Il CFR si raccomandava che il Congresso degli Stati Uniti interferisse direttamente nel processo politico russo, finanziando i movimenti di opposizione in Russia, con il pretesto del rafforzamento della democrazia, aumentando i finanziamenti in sostegno del Freedom Act, in questo caso con particolare riferimento alle elezioni presidenziali del 2007-2008 [47]. Degno di nota è Mark F. Brzezinski, uno degli autori che sotto Clinton fu consigliere per gli affari russi ed eurasiatici del Consiglio di Sicurezza Nazionale, come suo padre Zbigniew lo fu sotto Carter. Antonia W. Bouis viene citata quale direttrice esecutiva della Fondazione Soros (1987-92), James A. Harmon, consulente speciale del gruppo Rothschild, e altri.
Che cosa ci si può aspettare da Obama nei confronti della Russia? Nonostante la retorica elettorale, Obama ha perseguito le stesse politiche delle amministrazioni precedenti. Mark Brzezinski fu consigliere per la politica estera di Obama durante la campagna presidenziale. [48] Di particolare rilevanza è che tra i sostenitori di Obama, il principale sia George Soros, e ciò rende improbabile un atteggiamento verso la Russia diverso da quello sovversivo e bellicoso [49].

Note
[1] KR Bolton, “Socialism, Revolution and Capitalist Dialectics”, Foreign Policy Journal, 5 maggio 2010.
[2] Jacob H Schiff, “Jacob H Schiff Rejoices, By Telegraph to the Editor of the New York Times”, New York Times, 18 marzo 1917. Può essere visto in The New York Times archivi online. Schiff, “Loans easier for Russia”, The New York Times, 20 marzo 1917. John B Young (National City Bank) “Is A People’s Revolution”, The New York Times, 16 marzo 1917. “Bankers here pleased with news of revolution”, ibid. “Stocks strong – Wall Street interpretation of Russian News”, ibid.
[3] “Bolsheviki Will Not Make Separate Peace: Only Those Who Made Up Privileged Classes Under Czar Would Do So, Says Col. WB Thompson, Just Back From Red Cross Mission”, The New York Times, 27 gennaio 1918.
[4] anche scritto da Grosse, indicativo di qualche piccola correzione dal CFR.
[5] Il nome originale del think tank fondato dal consigliere principale del presidente Wilson, Edward House, che è poi diventato il CFR attuale.
[6] Peter Grosse, Continuing The Inquiry: The Council on Foreign Relations from 1921 to 1996, Il libro è interamente dipsonibile online: Council on Foreign Relations.
[7] Armand Hammer della Occidental Petroleum fu uno dei primissimi concessionari del regime Sovietico, disse del suo incontro con Trotzkij che gli aveva chiesto se i capitalisti USA vedessero la Russia come “un desiderabile campo per gli investimenti?” essendo Trotzkij tornato dagli Urali, una regione che riteneva dalle grandi possibilità per il capitale statunitense. Armand Hammer, Hammer: Witness to History (London: Coronet Books, 1988), p. 160.
[8] Lenin disse ad Hammer: “La Nuova Politica Economica richiede un nuovo sviluppo delle nostre possibilità economiche. Speriamo di accelerare il processo con un sistema di concessioni industriali e commerciali agli stranieri. Darà grandi opportunità agli Stati Uniti.” Ibid., p. 143.
[9] Antony Sutton, National Suicide: Military Aid to the Soviet Union (New York: Arlington House, 1973).
[10] Per i commenti di Roosevelt sull’amicizia con Stalin vedasi CIA essay: Gary Kern, How “Uncle Joe” Bugged FDR, Central Intelligence Agency.
[11] Andrej Gromyko, rappresentante Sovietico all’ONU e alla commissione per l’Energia Atomica dell’ONU, futuro ministro degli esteri e presidente Sovietico, notava: “Washington tende a vedere gli imperi coloniali come degli anacronismi e non fa segreto che non verserebbe lacrime per il loro smantellamento… In ogni caso è tempo per i vecchi padroni di sloggiare…” Andrej Gromyko, Memorie (London: Hutchinson, 1989). Ciò che avrebbe riempito il vuoto lasciato dagli imperi europei fu il neo-colonialismo di URSS e USA, spesso confuso per attività “comunista sovietica”.
[12] Gromyko, ibid.
[13] G Edward Griffin, The Fearful Master: A Second Look at the United Nations (Boston: Western Islands, 1964).
[14] Caroll Quigley, Tragedy and Hope (Macmillan) p. 892.
[15] Ibid., p. 893.
[16] Ibid., p. 895.
[17] Ibid.
[18] Ibid.
[19] Bernard Baruch, The Baruch Plan, 1946.
[20] Gromyko, op.cit.
[21] Dulles sospettò che l’iniziativa di pace provenisse dallo stesso imperatore.
[22] “Ladies of the Press”, panel-interview programme, WOR-TV, New York, 19 gennaio 1963.
[23] Bob Fisk, “The Decision to Bomb Hiroshima and Nagasaki” II, 1983.
[24] Ibid.
[25] Bernard Baruch, NY Tribune, 17 aprile 1951
947. cited by Fisk, ibid.
[26] Frances Stonor Saunders, The Cultural Cold War: The CIA and the World of Arts and Letters (New York: the New Press, 2000), p. 91.
[27] Bertrand Russell, “The Atomic Bomb and the Prevention of War”, Bulletin of Atomic Scientists , 1 ottobre 1946, p. 5.
[28] Ibid., p. 2.
[29] Ibid., p. 3.
[30] Ibid., p. 3.
[31] Bertrand Russell, Has Man a Future? (Hammondsworth: Penguin Books, 1961), 25.
[32] Peter Grosse nella sua semi-ufficiale storia del CFR, chiama il Consiglio “The East Coast foreign policy establishment.” Grosse, op.cit., Chapter: “’X’ Leads the Way”.
[33] Peter Grosse, ibid., “The First Transformation”.
[34] Peter Grosse, ibid., “X Leads the Way”. “X” era Kennan, un anonimo policy-maker.
[35] Ibid.
[36] Ibid., “The First Transformation”.
[37] Ibid.
[38] The Gorbachev Foundation, “About Us, The Foundation Projects and Structural Subdivisions.”
[39] Ibid.
[40] George HW Bush, discorso davanti al Congresso USA, 6 marzo 1991.
[41] Per esempio, il concetto “Eurasiatico” il cui maggiore proponente è il Prof. Aleksandr Dugin, a capo del Center for Conservative Research, Moscow State University, che invoca un mondo “multi-polare” di blocchi di potenze, come “vettore” a una alternativa alla globalizzazione.
[42] Jack Kemp, et al, Russia’s Wrong Direction: What the United States Can and Should do, Independent Task Force Report no. 57 (New York: Council on Foreign Relations, 2006) xi.
[43] Richard N Haass, CFR President, ibid.
[44] Ibid., p. 4.
[45] Ibid., p. 5.
[46] Ibid., p. 6.
[47] Ibid., p. 7.
[48] Michael Hirsh, “The Talent Primary”, Newsweek, 17 settembre 2007.
[49] KR Bolton, Obama – Catspaw of International Finance, 28 agosto 2008.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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