Cos’è la “Novorossija”?

Alain Benajam, Rete Voltaire, Parigi (Francia) 10 settembre 2014

La presentazione degli eventi a Lugansk e Donetsk da parte dei media atlantisti ignora le richieste del popolo. Tuttavia, non si tratta di una semplice rivolta contro il potere a Kiev, ma dell’affermazione di un particolare ideale. Alain Benajam, che ha viaggiato nel Paese per 40 anni, ci parla dei simboli del nuovo Stato di “Novorossjia.”

10325601“Novorossija”, il cui nome esatto è “Unione delle Repubbliche Popolari di Novorossija” è l’ultimo arrivato tra gli Stati democraticamente costituiti, anche se non è riconosciuto dalla comunità internazionale, esiste ed opera. L’esistenza dell'”Unione delle Repubbliche del Popolo della Nuova Russia” è una piccola rivoluzione, va capito perché. Tutti i termini e simboli della Nuova Russia sono stati accuratamente scelti ed hanno un significato profondo. La Nuova Russia o Novorossija ha cultura e lingua russa, ma non pretende di integrarsi nella Federazione russa. La Federazione Russa è uno Stato federale multietnico che si estende dal Baltico all’Oceano Pacifico e comprende numerose repubbliche autonome e popoli culturalmente non russi.

Come si può definire un’identità nazionale?
I confini statali sono tracciati dalla storia e dai suoi conflitti e non sempre tengono conto dei confini culturali e linguistici. Gli Stati moderni sono definiti da qualcosa di diverso da etnia o cultura, e se l’etnia non è molto precisata ed è valida solo per descrivere isolati gruppi tribali, la cultura indica essenzialmente una lingua e riferimenti storici comuni. Lo Stato moderno viene definito dal territorio delimitato da confini riconosciuti internazionalmente. Come tutti sanno il primo trattato sul reciproco riconoscimento dei confini fu il Trattato di Westfalia del 1648, a seguito della terribile Guerra dei Trent’anni che devastò l’Europa. Nel territorio degli Stati riconosciuti internazionalmente si applicano leggi e tasse specifiche. La definizione dello Stato moderno si sovrappone a quella di nazione, oggi si parla di Stato-nazione, dove la cittadinanza è definita dalla legge e nient’altro. L’appartenenza ad uno spazio culturale e linguistico e l’appartenenza a uno Stato-nazione oggi sono completamente separate. Molti Stati hanno popolazioni di cultura e lingua diversa come Svizzera, Belgio, Spagna, Regno Unito, Finlandia in Europa. In Africa e Oriente la colonizzazione ha plasmato Stati indipendentemente dalle differenze storico-culturali, ma ognuno ha accettato questi confini giuridici tenendoseli e componendo nuove nazioni sulla base dei nuovi Stati. Popolazioni con la stessa cultura e lingua possono trovarsi in Stati diversi, come lo Stato francese e la provincia del Quebec del governo federale canadese. Le popolazioni di lingua inglese di origini europee dell’ex-impero britannico si trovano in diversi Stati distinti come Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda e lo stesso vale per il mondo ispanico, in America Latina. Anche la Germania fu divisa in due Stati per diversi anni. Il reciproco riconoscimento degli Stati dalla comunità internazionale non significa che i popoli riconosciuti nazionalmente dagli Stati siano culturalmente e linguisticamente ignorati. Ad esempio i popoli colonizzati dagli altri Stati dovettero lottare per avere la possibilità di formare uno Stato indipendente, come l’Algeria che si separò dalla Francia. La Carta delle Nazioni Unite ha definito giusto, nel dopoguerra, l’autodeterminazione dei popoli che vogliono divenire Stati indipendenti tramite il referendum. Il diritto dei popoli, caro al Generale de Gaulle, è un aspetto importante del diritto internazionale. Così ogni Stato nazione riconosciuto dalla comunità internazionale non può in alcun modo essere definitivo, ma dovrebbe essere sempre soggetto alla volontà di coloro che lo compongono. Tornando alla nostra Nuova Russia, si tratta di un nuovo Stato russo. Se culturalmente è russo, giuridicamente è diverso dalla Federazione russa, come se la provincia canadese del Quebec, divenendo indipendente, formasse un nuovo Stato francese, anche se non si parlerebbe di “Nuova Francia”, come la “Nuova Russia”.

Cosa significa “Repubblica Popolare”?
2a28b7242039947c814c3843aa429610 La Nuova Russia (Novorossia) è uno Stato federale che incorpora repubbliche popolari. Oggi comprende solammente due repubbliche, la Repubblica popolare di Donetsk e la Repubblica popolare di Lugansk, i cui confini seguono quegli degli ex-oblast ucraini dallo stesso nome. La Nuova Russia dovrà riunire nell’autodeterminazione gli altri oblast dell’ex-Ucraina che scegliessero democraticamente, con il referendum, di costruire la loro Repubblica popolare e di aderire all’Unione delle Repubbliche Popolari della Nuova Russia. Ricordiamo da subito che l’Ucraina è sempre stata una provincia russa, perfino il luogo in cui venne fondata la Russia, Rus’, e l’ex-Ucraina fu arbitrariamente creata dall’Unione Sovietica senza mai contemplare le assai diverse popolazioni che abitano questa regione. Oggi, la democrazia è tornata ed è pienamente in linea con il diritto internazionale, chiedendo l’opinione dei diversi popoli che compongono questo recente Stato artificiale. I fondatori delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk insistono sul termine “popolare”. Fu usato storicamente dagli Stati sotto l’influenza sovietica, dopo la seconda guerra mondiale, definendosi sulla via della costruzione del socialismo. Il socialismo nella sua definizione marxista-leninista disciplina la proprietà sociale dei mezzi di produzione e di scambio. Il socialismo non è certo il comunismo, secondo la definizione marxista-leninista, poiché nel comunismo descritto dal Manifesto di Marx ed Engels nel 1848, non c’è la proprietà, la proprietà sociale, né il governo, né i salari. La parola “comunista” per descrivere questi Stati fu usata dalla propaganda statunitense. Nessuno Stato finora ha affermato di essere comunista. Nella sua conferenza stampa via skype del 6 settembre, a Parigi, Pavel Gubarjov, uno dei fondatori della Repubblica popolare di Donetsk ed ex-governatore “popolare”, precisava che il regno degli oligarchi era finito in Novorossija, adempiendo a una delle principali pretese di “Majdan”. Chi sono questi oligarchi dilaganti in Ucraina, Russia e negli altri Paesi che hanno abbandonato la via socialista? Tali persone sono soprattutto ex-burocrati della nomenklatura precedente, ma anche mafiosi, che si accaparrarono con la forza e illegalmente le industrie pubbliche divenendo immensamente ricchi. Ciò fu in qualche modo ostacolato in Russia e gli oligarchi che stavano estinguendo lo Stato russo sotto Boris Elstsin furono fermati da Vladimir Putin, che ha imprigionato qualche soggetto. In Ucraina, il fenomeno oligarchico è particolarmente devastante, enormi fortune sono state accumulate da pochi individui, mentre la gente è sempre più povera. L’Ucraina è il Paese europeo dai salari più bassi (inferiori a quelli in Cina). Il termine “popolare” non significa che si torna ai giorni dell’URSS, dove furono nazionalizzate tutte le attività economiche. Questo termine significa che solo le grandi industrie, come energia, l’industria pesante e degli armamenti saranno sotto il controllo del popolo che costituisce gli Stati federali. L’Unione delle Repubbliche Popolari della Nuova Russia non mira a ricostruire l’URSS antidemocratica del partito unico, ma riconosce alcuni aspetti positivi della URSS, dove tutti avevano il diritto a salute, alloggio e lavoro.

Il motto e la bandiera della Novorossija
Il motto dell’Unione delle Repubbliche Popolari della Nuova Russia è “Libertà e Lavoro”, indicando chiaramente il desiderio di assicurare la libertà degli individui e una particolare attenzione per i lavoratori, cosa che non appartiene agli oligarchi. I valori di libertà e lavoro sono simboleggiati anche dalla bandiera, la bandiera rossa dei lavoratori, della Comune di Parigi di cui una si trova nel mausoleo di Lenin, una bandiera rossa con la croce di Sant’Andrea, il santo patrono della Russia, fondatore della Chiesa di Costantinopoli e all’origine dell’evangelizzazione, simboleggiata dalla bandiera bianca con la croce blu (chiamata di S. Andrea, ricordandone le torture). Questa bandiera sarebbe, non necessariamente, fregiata dalle armi della Novorossija simboleggiate dell’aquila a due teste delle antiche monarchie slave, coronata da una muratura industriale, indicando il carattere slavo e russo della Nuova Russia. Al centro vi è inserito lo scudo con la figura di un cosacco, ricordando che questa regione è anche la terra dei cosacchi. A sinistra vi è il martello dei metallurgici. A destra un’ancora, perché la nuova Russia ha il porto di Mariupol sul Mar d’Azov, accedendo al Mar Nero attraverso lo Stretto di Kerch. La zampa destra serra una spiga di grano, simbolo di pace, e la zampa sinistra un fascio di frecce, simbolo della guerra, indicando che la Nuova Russia vuole vivere in pace ma che si difenderà se necessario, come ha dimostrato. Sulla muratura a corona appare il cartiglio su cui è inciso “Novorossia” in cirillico e sotto l’aquila il motto “Lavoro e Libertà” in russo.

Il valori sincretici di Novorossija
E la bandiera dell’Unione delle Repubbliche del Popolo della Russia crea un nuovo sincretismo esprimendo due valori. Quella del lavoro e delle organizzazioni politiche dei lavoratori passate e presenti, volte a liberare il mondo dal sistema capitalistico, simboleggiato dalla bandiera rossa. Poi vi è la croce di Sant’Andrea che simboleggia i valori tradizionali e storici a cui i russi sono attaccati e senza cui non possono vivere. La storia segnata dal cristianesimo ortodosso ricorda anche le feroci battaglie della Grande Guerra Patriottica contro i nazisti e i collaborazionisti ucraini di Stepan Bandera. Questa lotta al fascismo ucraino e al nazismo tedesco è simboleggiata dal nastro di San Giorgio, che commemora il grande sacrificio dei russi nel salvare la Patria. Ora è indossato dai soldati di Novorossija che combattono la giunta di Kiev messa al potere dagli Stati Uniti con colpo di Stato particolarmente sanguinoso. Colpo attuato da gruppi e partiti neonazisti come Pravij Sektor (Fazione Destra) e il partito ex-nazista ucraino Svoboda. Tali partiti esibiscono apertamente simboli nazisti ed antisemitismo, definiscono i russi come facevano i nazisti, chiamandoli “subumani” (untermenshen), occupando lo Stato nonostante i loro scarsi risultati alle elezioni. Tali teppisti costituiscono la maggior parte dei battaglioni che combattono contro le Forze Armate di Novorossija (FAN), come il battaglione Azov che ha lo stesso simbolo dell’infame divisione SS Das Reich in Francia. Tali gruppi sostengono di essere nazionalisti, ma agiscono per conto degli Stati Uniti, Stato straniero che non vuole nulla di buono per l’Ucraina ma che cerca d’imporre il proprio potere economico e politico della regione. Tale caratterizzazione “nazionalista”, di cui si compiacciono, non li descrive per nulla, ma quella di “collaborazionista”, come il loro mentore Stepan Bandera, gli si adatta assai meglio. Tali neonazisti violenti, razzisti ed assassini sono fortemente supportati da media ed élite politiche dei Paesi soggetti agli Stati Uniti, laddove il comico Dieudonné viene condannato per la quenelle in cui ridicolmente vedono il saluto nazista invertito.

La resistenza all’imperialismo
Ciò che caratterizza il popolo della Nuova Russia è il desiderio di non essere integrato nel sistema euro-atlantico dominato dagli Stati Uniti tramite NATO ed Unione Europea. Tale sistema s’è ampiamente dimostrato inefficace e dannoso. Le nazioni che vi aderiscono declinano e sprofondano nella stagnazione economica e nel declino morale. È storicamente la prima volta che una nazione europea prende le armi per non farsi integrare nel sistema imposto dagli USA, rifiutandone non solo il sistema economico, ma anche i valori morali. Tale rifiuto è simile a quello di sempre più europei e francesi che, davanti al disastro, cercano di sbarazzarsi di tale infamia e di riprendere il controllo del proprio destino. Nella lotta dei popoli per recuperare l’indipendenza, i concetti di destra e sinistra non hanno più senso, le forze politiche che sostengono la dipendenza dal sistema degli Stati Uniti tramite Unione europea e NATO, si dichiarano di sinistra e di destra, quelli qualificati dai media come “estremisti” di destra e di sinistra sostengono il ritorno all’indipendenza. Egualmente con la sottomissione al sistema capitalista, che ha perso il carattere industriale di un tempo divenendo nient’altro che un sistema finanziario e globalista. Le forze politiche di destra e di sinistra che vi si oppongono, sono ovviamente demonizzate dai media ufficiali e da una stampa sovvenzionata dallo Stato. Così presso i media, l’Unione delle Repubbliche Popolari della Nuova Russia è odiata perché giustamente rappresenta la sintesi necessaria della rivoluzione anticapitalista, che è anche rivoluzione antiglobalizzazione, con la volontà dei popoli di recuperare le proprie tradizioni contro il sistema culturale globalista che non fornisce che il comun denominatore dell’edonismo più misero al posto dei valori del lavoro e del sacrificio. Perciò, le Repubbliche federate popolari della Nuova Russia sono un esempio per gli altri e l’inizio di qualcosa di nuovo che cambierà il mondo?

10653501raduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La crisi in Ucraina e le sue profonde radici

Gennadij Zjuganov PCFR 5 settembre 2014

00-hands-off-novorossiya-and-zyuganov-22-08-14Oggi, la guerra infuria nei territori delle repubbliche popolari di Lugansk e Donetsk. Per la prima volta dalla liberazione dell’Ucraina dai nazisti, 70 anni fa, città e villaggi vengono bombardati. Migliaia di morti e feriti e decine di migliaia di profughi, interi quartieri, orfanotrofi e scuole, ambulatori e ospedali, impianti di produzione dell’energia e di approvvigionamento idrico sono stati distrutti. Numerose città, dove centinaia di migliaia di persone vivono, sono strangolate dal blocco. I banderisti al potere, i loro mandati occidentali e gli yes-men liberali russi tacciono apertamente sui crimini di guerra commessi in Novorossija. Questo perché la continua distruzione di città e villaggi è la diretta violazione di norme e consuetudini di guerra internazionali. Le convenzioni di Ginevra del 1949 vietano specificamente l’uso di artiglieria e aerei da combattimento contro aree popolate ed indifese. Nel frattempo, la junta che ha preso il potere con un colpo di Stato a Kiev, persegue la strategia più vile e codarda con i suoi squadroni della morte sempre perdenti nei combattimenti diretti con le Forze di Auto-Difesa di Novorossija. Forze ed eserciti privati degli oligarchi distruggono deliberatamente la popolazione civile. Questa è pulizia etnica. La popolazione di lingua russa viene scacciata dalla patria storica, è un grave crimine contro l’umanità.

Le radici storiche dei recenti sviluppi
L’attenzione della Russia agli sviluppi ucraini e l’angoscia che sentiamo in connessione con la guerra sono ovvi. L’Ucraina non è solo parte del mondo slavo. La terra ucraina e il suo popolo sono parte integrante della coscienza russa, della storia russa. Soprattutto il profondo legame spirituale e culturale tra i nostri popoli, la reciproca inalienabilità storica. Quando si tenta di metterci ai ferri corti per gli interessi occidentali, v’è una lacerazione che provoca profonde ferite alla società russa e ai cittadini ucraini, anche a coloro confusi dalla propaganda anti-russa. Perché solo con l’alleanza con la Russia l’Ucraina può raggiungere le vette della prosperità che molte persone, in Ucraina, considerano possibili solo in alleanza con l’Europa. Un’alleanza che ha sempre portato guai. E’ sempre stato così. Dal 12° al 14° secolo quando la Chermnaya (Rossa) Rus, presso Lvov si scisse dal nucleo storico della Russia e fu fatta a pezzi dai suoi vicini occidentali, e nel 16° e 17° secolo, quando la nobiltà polacca cercò di spazzare via dal suolo ucraino, con il fuoco e la spada, lo spirito di libertà e il cristianesimo ortodosso insieme alla memoria della grande unità di tutta la Russia. E’ successo anche nel 18° secolo, quando un manipolo di traditori riunitisi intorno a Mazepa (cui Pietro il Grande sul serio intendeva assegnare la “Medaglia di Giuda”, una pietra da indossare come ricompensa per il tradimento). All’inizio del 20° secolo, durante la guerra civile, i samostijtsij locali (separatisti ucraini) invocarono le baionette tedesche. Tutto ciò fece della terra ucraina scena di battaglie cruenti. Il salvataggio avvenne solo con l’aiuto della Russia. Gli attuali formidabili sviluppi confermano l’affermazione di Lenin che un’Ucraina libera è possibile solo se i proletari della Grande Russia e dell’Ucraina si uniscono nell’azione, e che ciò è fuori questione senza tale unità. È opportuno ricordare che tutte le principali industrie ad alta tecnologia dell’Ucraina, non solo nelle regioni di Donetsk e Lugansk, ma anche a Kharkov, Dnepropetrovsk, Kiev e altre regioni, sono state costruite nell’epoca sovietica a spese del bilancio dell’Unione, di cui il 70% proveniente dalla Russia, cioè dal popolo russo. Quindi un’alleanza fraterna con il popolo ucraino, al momento di prove terribili, è la nostra causa comune e il nostro dovere comune.
Potrebbe sembrare che la guerra civile sia scoppiata in Ucraina in una notte. Sei mesi fa, il Paese era uno dei tanti Stati dai seri problemi economici e sociali, ma che conservava stabilità politica. Il malcontento del popolo si accumulava. Tuttavia, non vi erano segni di urti violenti prossimi. Ma sarebbe errato presumere che l’esplosione sociale si sia verificata all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno. La leadership russa, è vero, ha risposto a tale minaccia in modo adeguato riportando la Crimea in Russia, in tempo per il 70° anniversario della liberazione della penisola dai nazisti e impedendo, di fatto, un focolaio di una grande guerra. Per capire meglio le origini della tragedia ucraina, è necessario vederne le radici storiche per comprendere i meccanismi della grave crisi originate nel Paese fratello. E’ necessario vedere i recenti sintomi esterni della sanguinosa guerra fratricida emersa in Ucraina, così come le profonde radici storiche economiche, di classe, etniche, culturali, religiose ed altro, di tali sviluppi. Soltanto un’analisi integrata consentirà la corretta identificazione delle forze motrici nella crisi in Ucraina, la previsione del corso degli eventi e l’elaborazione di strategie e tattiche per la risoluzione di tale terribile conflitto. Per noi comunisti, ciò che accade nella repubblica sorella non è un mero interesse teorico. Non siamo scienziati politici che guardano impassibili gli eventuali sviluppi. Abbiamo l’obbligo di trarre insegnamenti dal grave scontro sociale in cui il Paese vicino è precipitato. E’ quindi necessario analizzare gli eventi in Ucraina, tenendo presente che eventi simili potrebbero anche ripetersi in una forma o nell’altra in Russia. Naturalmente, la nostra attenzione e simpatia si concentra principalmente sulla Novorossija, che emerge nella lotta. Tuttavia, è altrettanto importante capire fonti e forze motrici del lato opposto, il risorgente neo-nazismo. A questo scopo, è necessario analizzare le origini storiche e la formazione del movimento banderista come forma di nazionalismo etnico ucraino nelle sue forme più estreme. E’ necessario capire su quali basi ideologiche il movimento posa e in che modo il nazionalismo assieme alla russofobia sia alimentato in Ucraina, oggi.

Le origini del nazionalismo radicale
E’ fondamentale capire che l’Ucraina, ad eccezione del periodo sovietico, non ha mai avuto una propria statualità e nessun periodo storico identico per tutto il popolo ucraino. Nel corso dei secoli, quando le potenze europee emergevano, l’Ucraina non fu mai uno Stato indipendente, né un’entità unitaria, secondo la struttura di altri Stati. Il moderno territorio ucraino è stato sempre diviso tra diverse potenze europee. A metà del 17° secolo, a seguito dell’unione volontaria con la Russia, la sua metà orientale si trovò sotto l’ala della Russia, la cui storica Malorossija o piccola Russia iniziò a prendere forma, mentre i territori ucraini occidentali erano sotto il dominio della Polonia e poi dell’Austro-Ungheria. La politica della Polonia verso la popolazione ucraina era estremamente crudele, spesso sadica. Gli ucraini occidentali, come popolazione dello Stato polacco, erano cittadini di seconda classe. Questa fu la ragione principale per cui il nazionalismo ucraino radicale emerse in Ucraina occidentale; similmente alle idee esclusiviste razziali sancite nel “Terzo Reich”. Gli allora i banderisti non solo ebbero un’alleanza strategica con gli occupanti tedeschi, ma parteciparono attivamente alle loro azioni punitive, anche contro la popolazione ucraina. Attuarono gli stessi metodi in Ucraina occidentale dopo la guerra, clandestinamente. Non solo più di 25mila soldati sovietici ed agenti di sicurezza, ma anche più di 30mila ucraini inermi furono uccisi nelle battaglie con i seguaci di Bandera fino alla metà degli anni ’50. Questi scontri ebbero un costo elevato per i banderisti: persero più di 60 mila uomini nel corso degli anni. Il nazionalismo banderista non s’è evoluto nell’idea di liberazione nazionale, ma in una setta totalitaria di fanatici impazziti che uccisero soprattutto ucraini. Caratteristiche da setta totalitaria analoghe sono inerenti alla chiesa uniate ucraino-occidentale, formalmente in comunione con Roma. In connessione vi sono i banderisti che non vogliono prendere in considerazione il fatto che la stragrande maggioranza degli ucraini ha abbracciato il cristianesimo ortodosso orientale. L’ideologia uniate (di rito cattolico orientale) ha in realtà assai poco a che fare con il cattolicesimo. Si tratta piuttosto di una forma estrema di protestantesimo settario mescolato con il battismo. Non sono accidentali le relazioni con i settari ai vertici di Kiev, il battista Turchinov e lo scientologo Jatsenjuk.
Ogni vittoria degli estremisti nazionalisti istintuali ha portato ad una profonda crisi di governo, la cui società è sempre più consapevolmente ostile reagendo con grevi manifestazioni radicali. L’unico modo per le forze al potere di restare a galla è l’alleanza con il nazionalismo radicale, grazie a cui gli ex-capi potranno mantenere i loro posti sotto nuove bandiere. Le nuove “élite” nate dalle precedenti, usano i banderisti come “carne da cannone” per ingannare, ancora una volta, milioni di persone, dopo essersi arroccati nei circoli interni del potere. Quindi, gli oligarchi non solo restano ma rafforzano le loro posizioni. Ora adotteranno le stesse o peggiori politiche economiche sotto le bandiere banderiste, con la grave tutela occidentale, in un “patto con il diavolo” contro Mosca, che non allevierà i problemi dell’Ucraina ma certamente li aggraverà. Un approccio scientifico imparziale porta alla conclusione che i politici occidentali e i governanti di Kiev attuali, cercando di tagliare i legami secolari con la Russia, vogliono evitare in ogni modo. Questa conclusione è che il popolo dell’Ucraina centrale ed orientale è difatti legato alla Russia in modo assai più forte che con l’Ucraina occidentale. Qualsiasi tentativo di portare l’Ucraina in una direzione pro-occidentale e anti-russa è diretta non solo contro la Russia, ma contro la maggioranza del popolo ucraino, essendo intrinsecamente azioni anti-ucraine ed anti-nazionali ammantate di demagogia nazionalista. Oggettivamente è proprio così, anche se non tutti i residenti delle regioni centrali e occidentali dell’Ucraina ne sono ancora consapevoli. La storia del movimento banderista ha già rivelato il tragico paradosso, oggi giocato dai nuovi banderisti al potere. Mentre presuntamente difendono gli interessi del popolo ucraino, costoro violano gli interessi della maggioranze degli ucraini, interessi che non possono essere rispettati senza gli stretti legami con la Russia; ciò che i banderisti non volevano capire e che l’attuale “élite” dell’Ucraina, sotto l’egida di Washington, non vuole sentir parlare.

Il nazionalismo banderista come manifestazione di russofobia estrema
La scelta dei nazionalisti radicali ucraini a favore della lotta all'”occupazione sovietica” non era né colpa loro, né forzata, né una mossa tattica temporanea. Era naturale ed inevitabile, e per i nazionalisti ucraini rimane ancora tale oggi. Per loro, l’unica scelta possibile è a favore di un’alleanza anti-russa con chiunque, anche il peggior nemico dell’Ucraina. Senza una tale unione innaturale nessuna Ucraina “indipendente” è possibile senza la Russia. Certo, in passato si sono avuti squilibri politici e culturali nelle azioni delle autorità centrali della Russia nei territori ucraini, nell’ambito dell’Impero russo. Ma la lingua e la vicinanza culturale dei nostri popoli, la somiglianza di pensiero, tradizioni e costumi hanno mitigato il problema. E’ impossibile descrivere quel periodo storico come occupazione dell’Ucraina. Le descrizioni di tale genere si basano sull’ignoranza e vile speculazione. E’ giusto parlare di storia comune secolare tra Russia ed Ucraina orientale e centrale, e, in conseguenza alla nostra unione, una nazione politica uniforme fu creata. Ma Bandera e i suoi seguaci trasferirono il loro odio per gli ex-oppressori al regime sovietico, quando si affermò in Ucraina occidentale. Non volevano vedere che i principi del governo sovietico non avevano nulla a che fare con l’ordine coloniale imposto dai pan polacchi. Non volevano vedere che la struttura dello Stato sovietico dell’Ucraina orientale e centrale aveva più indipendenza di fatto che nell’impero russo, e l’avvento del regime sovietico nell’Ucraina occidentale non fu una sorta di neocolonizzazione ma di liberazione dalla colonizzazione. Ma perché gli ideologi russofobi riescono, ancora oggi, ad ingannare una grossa parte della società? La spiegazione rientra nel fatto che molti ucraini vedono il nazionalismo radicale come panacea dei loro mali, alternativa al loro passato di oppressi e umiliati. Ma i loro problemi ed umiliazioni sono ora associati alla nuova realtà. Non si tratta dell’oltraggiosa violenza polacca degli ultimi secoli, ma della tirannia di oligarchi e gangster capitalisti. Con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, crisi economica e morale permanente s’imposero in Ucraina approfondendo ingiustizia e disuguaglianza sociale, divenendo catalizzatori dei sentimenti nazionalisti radicali schizzati fuori già nel 2004 e nel 2013-2014. Senza tali fattori, sentimenti del genere non avrebbero trovato terreno fertile in Ucraina, così come non l’ebbero nel periodo di massimo splendore del Paese sovietico, nella cui struttura gli interessi degli ucraini venivano attuati nella massima misura. Basti dire che per la maggior parte della seconda metà del XX secolo, l’Unione Sovietica fu guidata da figure strettamente legate all’Ucraina: Nikita S. Khrushjov e Leonid I. Breznev. Tuttavia, i russofobi occidentali, i liberali antisovietici in Russia e i nuovi ideologi del nazionalismo ucraino diffusero la falsa idea che anche se il governo sovietico diede più libertà al popolo ucraino, era ancora solo una forza d’occupazione, l’Ucraina era rimasta sotto il controllo di un impero, questa volta dell’impero sovietico. Di conseguenza, la lotta dei banderisti contro le autorità sovietiche, era sempre la stessa lotta per la liberazione. Oggi, nel tentativo di liberarsi finalmente dell’influenza russa, i nuovi nazionalisti ucraini seguono presumibilmente gli stessi principi della lotta per l’indipendenza e sono guidati dal desiderio di consolidare l’indipendenza nel quadro di una statualità ucraina. La falsità fondamentale di tale tesi è resa evidente dalla storia, ed oggi la storia si ripete. Il fatto è che i nazionalisti radicali non hanno mai agito come forza politica nazionale indipendente. La liberazione dell’Ucraina occidentale dall’oppressione polacca non fu una loro conquista, ma del governo sovietico. La lotta contro di esso dei nazionalisti ucraini portò direttamente all’alleanza con gli occupanti nazisti. Ma non appena l’idea di statualità ucraina si unì all’orientamento verso l’occidente e all’allontanamento dalla Russia, quella sorta di statualità si rivelava una finzione e l’unità traballante generò disordini. La ragione di ciò è che l’Ucraina aveva poca esperienza come Stato indipendente. Al giorno d’oggi, non può semplicemente esistere al di fuori della zona di influenza di Stati più potenti. Nel frattempo, con l’alleanza anti-russa con i nemici assoluti dell’Ucraina, che possono nascondere le loro vere intenzioni ostili solo per un breve periodo, il popolo ucraino non ha alcuna possibilità di una vera indipendenza. “Il movimento nazionale” in Ucraina è su un sentiero che non conduce a nessuna liberazione, ma in direzione opposta, su una via antinazionale. Ciò è compreso da milioni di ucraini, molti dei quali sono in armi contro il neobandersimo. La loro lotta è un vero e proprio movimento nazionale di resistenza perché hanno detto un deciso “no” all’intenzione di rompere i legami secolari con la Russia, con il popolo russo. In risposta sono stati bombardati con aerei e artiglieria, nei quartieri residenziali. I banderisti agiscono allo stesso modo del periodo 1930-1950 contro gli ucraini consapevoli della natura distruttiva del loro “nazionalismo”. Coloro che sono mossi da una idea veramente nazionale e veramente attenta al popolo, non possono far ciò ai loro compatrioti.

Le cause immediate del colpo di Stato in Ucraina
Lo spartiacque che divide la storia contemporanea dell’Ucraina si ebbe con la decisione del Presidente Janukovich lo scorso autunno, di rinunciare all’associazione all’Unione europea e puntare all’unione doganale con la Russia e altri Paesi. La decisione era abbastanza giustificata dal punto di vista economico. I negoziatori russi con la parte ucraina sostennero per molti mesi, senza riuscire a convincerla, che l’unità con l’occidente portava alla rovina totale dell’economia ucraina, ancora strettamente legata all’economia russa. Tuttavia, i circoli dominanti a Kiev vollero aggregarsi al corso ideologico puramente filo-occidentale. Fu solo all’ultimo momento, quando la decisione finale doveva essere presa, che la dirigenza ucraina riconobbe le realtà economica annunciando l’intenzione di aderire all’Unione doganale. Da quel momento l’opinione pubblica, grazie agli sforzi di numerose “organizzazioni sociali” e dei media creati dall’occidente e sotto suo controllo, fu portata su una direzione pro-europea. Le persone non ebbero informazioni affidabili sulle inevitabili dure conseguenze di un’adesione di seconda classe all’Unione europea. Ma il sogno della “riunificazione con l’Europa” era stata ficcata nelle teste di intellettuali e gente comune che, con passione e affetto, speravano che l’appartenenza all’UE avrebbe automaticamente dato agli ucraini un livello di benessere europeo. La decisione di aderire all’Unione doganale con la Russia, disprezzata dagli “zapadenskoi”, l’intellighenzia filo-occidentale ucraina, fu percepita da molti in Ucraina come fine dei loro fragili sogni. L’irritazione si riversò per le strade della capitale, cedendo a lungo all’influenza dei rumorosi attivisti dell’Ucraina occidentale. Tuttavia, Maidan, divampata a novembre, appassì gradualmente. A gennaio, due o trecento fanatici e vagabondi erano ancora lì, in gruppi sparsi, avendo trovato un modo di esprimersi e avere un piatto di lenticchie nel centro della capitale. Nel frattempo, una riduzione della passione dell’opposizione non era chiaramente nei piani di coloro che, effettivamente, gestivano gli sviluppi in Ucraina. Politici e agenti dei servizi d’intelligence occidentali gettarono una quantità considerevole di combustibile nel fuoco in dissolvenza del malcontento pubblico, creando una miscela incendiaria di radicalismo sapientemente diretto contro la Russia. Ma sarebbe sbagliato vedere la situazione dalla visuale ristretta risultante solo dalle macchinazioni dei politici occidentali e delle agenzie d’intelligence. Janukovich e il suo team hanno una parte considerevole di colpa per l’incendio. Dopo essere salita al potere, la “squadra”, ovvero la famiglia dell’ex-presidente, cominciò aggressivamente a convertire il potere politico in denaro. L’avidità dei “donetskisti”, come erano soprannominati da molti, non aveva limiti. Un enorme numero di piccole e grandi imprese fu tartassato. Le acquisizioni commerciali divennero un luogo comune. Così il malcontento popolare per la situazione economica in costante peggioramento si fuse con il risentimento tagliente della parte di popolazione molto attiva, le piccole e medie imprese, in connessione con la “grabilovka” (saccheggio) di amici e parenti di Janukovich. Nel frattempo, Janukovich, per scopi tattici diligentemente si presentava come sostenitore del riavvicinamento alla Russia, anche se il suo vero atteggiamento era apertamente filo-occidentale. Nell’opinione pubblica Janukovich fu quindi associato alla Russia. Quindi i toni antirussi di Majdan. Ma abbiamo il diritto morale di condannare il popolo ucraino se in maggioranza è privo della consapevolezza della necessità di rilanciare l’unione fraterna con la Russia? Potremmo avere tale diritto se la Federazione Russa fosse un esempio di Stato sociale, se avesse sradicato oligarchia, corruzione totale e i principi da gangster del capitalismo. Così il popolo ucraino avrebbe resistito senza esitazione sotto le stesse bandiere della Russia, le bandiere che avevano portato alla salvezza, in passato. La miscela esplosiva, che ha portato all’esplosione sociale in Ucraina, include alcuni elementi fondamentali: le legittime rimostranze della maggior parte delle persone per il costante deterioramento delle condizioni finanziarie; risentimento di piccole e medie imprese sulle incursioni della squadra di Janukovich; il desiderio degli “zapadenskoe”, intellettuali ucraino-occidentali, d’inasprire l’opinione pubblica ancora più e gli intrighi dei politici filo-statunitensi e dei servizi segreti che miravano ad approfondire la frattura tra Ucraina e Russia. Nel frattempo, il gruppo dirigente della Russia ha visto e vede ancora l’Ucraina principalmente come territorio su cui far passare i gasdotti. Pertanto, la politica delle autorità della FR si era concentrata quasi esclusivamente nel garantire un flusso regolare di gas all’Europa. I sentimenti pubblici in Ucraina non erano che mero oggetto di interesse e influenza delle “elite” russe, ma furono completamente ignorati come fattore irrilevante sullo sfondo degli intrighi sul gasdotto delle autorità dei due Paesi, per le quali le popolazioni delle repubbliche sorelle hanno successivamente pagato un prezzo pesante.

Il colpo di Stato e le sue conseguenze
I tentativi della dirigenza ucraina di ristabilire l’ordine per le strade della capitale, anche attraverso i negoziati, incontrarono forte resistenza dai combattenti ben addestrati reclutati nelle regioni occidentali. A metà febbraio, la tecnica delle rivoluzioni pseudo-popolari statunitense venne utilizzata a Kiev, con la presa del potere di bande di strada con massiccio supporto estero, testata nei colpi di Stato in Jugoslavia, Georgia, Ucraina (2004) e Libia, così come nella “primavera araba” in numerosi Paesi in Medio Oriente e Nord Africa. Allo stesso tempo, la dirigenza ucraina fu oggetto di pressioni dall’occidente. L’Unione europea minacciava la creazione di una “lista nera” di funzionari, contro cui avrebbe imposto sanzioni. I membri del clan Janukovich pensavano ai conti nelle banche occidentali ed offshore. Ciò rese la dirigenza ucraina particolarmente vulnerabile al ricatto occidentale. La debolezza del capo di Stato provocò la paralisi delle forze dell’ordine e il tradimento della classe politica, che non riusciva ad adempiere ai suoi obblighi costituzionali. Nel frattempo, i rappresentanti dell’opposizione, che si suppone lottassero per la democrazia contro un regime autoritario e per un futuro luminoso per l’Ucraina sotto gli auspici dell’Unione Europea, mostrarono infatti le abitudini dei loro predecessori banderisti fascisti. Manifestanti “pacifici” occuparono edifici governativi e attaccarono le forze di polizia con bottiglie molotov. Il Presidente Janukovich respinse l’azione decisiva e consegnava il potere, passo dopo passo, ai neo-nazisti. Il processo culminò nel colpo di Stato. Scontri con armi da fuoco si ebbero per le strade di Kiev il 18 febbraio. In tre giorni il numero di morti raggiunse le 100 vittime e oltre 600 furono ricoverati in ospedale. Il 23 febbraio, Janukovich fuggì da Kiev. Gli eredi dello scagnozzo nazista Bandera presero il potere e subito lanciarono la repressione contro gli avversari politici e la popolazione russofona. I deputati intimiditi della Verkhovna Rada decidevano l’abrogazione della legge che consente l’uso del russo come seconda lingua di Stato in numerose regioni dell’Ucraina. I pogrom furono avviati contro la sede del Partito Comunista di Ucraina, e il Partito comunista fu vietato in alcune regioni. I parlamentari del Partito comunista e del Partito delle Regioni furono aggrediti assieme ai poliziotti rimasti fedeli al giuramento. I banderisti attaccavano la memoria storica distruggendo i monumenti a Lenin e ai soldati sovietici caduti per la liberazione dell’Ucraina dall’occupazione nazista. Con l’abbattimento dei monumenti a Lenin, i rivoltosi distruggono non solo il patrimonio storico, ma anche i simboli della sovranità ucraina, perché il decreto sulla costituzione della Repubblica ucraina fu firmato da Lenin. L’orgia di distruzione ha portato alla nascita del movimento di resistenza nel sud-est del Paese e, in ultima analisi, alla guerra civile.

10372629La natura di classe del conflitto in Ucraina
La natura intrinseca degli eventi in Ucraina è difficile da capire senza l’analisi dell’allineamento delle forze di classe. Si deve innanzi tutto rilevare che, a seguito della selvaggia privatizzazione distruttiva dell’economia dell’Ucraina, nel 1990 – 2000, e gli interessi degli oligarchi e la deindustrializzazione nell’interesse dei concorrenti occidentali, il proletariato industriale è diminuito drasticamente. Di conseguenza, il livello della sua organizzazione s’è ridotto. Con la distruzione di fattorie collettive e statali il proletariato rurale è stato praticamente debellato. Ciò ha cambiato l’equilibrio delle forze di classe. Tuttavia, le autorità filo-occidentali ucraine non sono riuscite a distruggere completamente la classe operaia, in particolare nelle regioni del sud-est più industrializzate. Non è dunque un caso che la junta banderista sia stata rifiutata nettamente in queste regioni. I proletari industriali di Novorossija sono ben consapevoli del fatto che il taglio dei legami storici con la Russia, a cui sono orientati i prodotti delle loro imprese, inevitabilmente comporta disoccupazione di massa e povertà. Non solo i sentimenti nazionali, ma anche la coscienza di classe di milioni di persone della Novorossija, anche se non espresso in modo rilevante, sono alla base della resistenza all’usurpazione del potere oligarchico. Una caratteristica importante delle azioni rivoluzionarie popolari nel sud-est dell’Ucraina, e in precedenza in Crimea, è che sono dirette contro gli usurpatori neo-fascisti del potere a Kiev, strettamente legati al capitale transnazionale globale, e contro il clan oligarchico di “Donetsk”, che ha imposto la dittatura politica ed economica in queste regioni. Per inciso, la “prima” Majdan (novembre-dicembre 2013) fu in questo senso non tanto contro la Russia ma antioligarchica. Tuttavia, mentre la protesta delle masse non aveva carattere di classe, fu utilizzata nella battaglia dei due clan della borghesia. Tale scontro è stato vinto dal gruppo che aveva riunito le forze filo-occidentali della destra nazionalista ed estrema, sfruttando il malcontento del popolo per il colpo di Stato.
Di solito il grande capitale controlla i Paesi tramite i suoi garzoni, funzionari statali. In Russia nel 1990 gli oligarchi inizialmente dominavano i burocrati. Poi i funzionari governativi ebbero la primazia, ma in seguito la grande burocrazia e l’oligarchia si fusero. In Ucraina anche ci fu la lotta tra due gruppi di classe correlati, burocrazia statale ed oligarchia. E lì, come in Russia, emerse una simbiosi tra questi due gruppi di classi. Ma dopo la rivoluzione del febbraio 2014, gli oligarchi sottomisero i burocrati. Di fronte alla resistenza delle popolazioni di Crimea, Lugansk, Donetsk, Kharkov, Odessa, Dnepropetrovsk e altre città, l’élite al potere a Kiev adotta la dittatura del grande capitale. Gli oligarchi, in precedenza nascostisi all’ombra dei politici della “patria”, di “udar” e delle “regioni” furono nominati governatori in diverse regioni. Poi la malvagia dittatura diretta dell’oligarchia, non più ammantata da un qualche ninnolo “democratico”, regna sovrana in Ucraina. I miliardari Poroshenko, Kolomojskij e simili non hanno solo occupato immediatamente il governo, ma anche creato i loro eserciti privati e forze di polizia segreta impegnate in rapimenti e torture. L’Ucraina diveniva la repubblica delle banane “in guerra intestina”, senza legge e con la completa arbitrarietà di un “presidente” politicamente temporaneo che fa affidamento sugli “squadroni della morte”, così come sul sostegno politico e militare degli Stati Uniti. I popoli dell’America Latina perdono l’etichetta di repubblica delle banane grazie a una lotta continua. Purtroppo, questo tipo di “governo” arriva in Ucraina. Il carattere di classe del nuovo governo in Ucraina è attestato in particolare da I. Kolomojskij, che finanzia, secondo la stampa, il partito pro-fascista antisemita “Svoboda”. Ciò conferma la disponibilità dell’oligarchia globale, come è successo molte volte nella storia europea, a far valere i nazisti più irriducibili nel sopprimere il desiderio del popolo di giustizia sociale. Un ruolo molto attivo fu svolto a Majdan dalla piccola borghesia, particolarmente colpita dagli eccessi del clan Janukovich e dagli elementi lumpen apparsi in grandi quantità in Ucraina a causa dell’impoverimento causato dalle politiche economiche del regime borghese. Ricordiamo che, storicamente, la piccola borghesia e il “lumpen-proletariato” rappresentano la parte più mobile della società. La storia dimostra che, in determinate circostanze, come quelle attuali in Ucraina, la piccola borghesia e gli elementi lumpen possono diventare la chiave del supporto di massa del fascismo. Così fu in Germania negli anni ’30, e così potrebbe accadere in Ucraina oggi. Gli elementi lumpen costituiscono la base dei vari eserciti privati banderisti degli oligarchi.

L’attacco contro i comunisti come segnale della rinascita del nazismo
Il contenuto di classe del governo attuale è confermata dal fatto che il Partito Comunista di Ucraina è stato scelto come primo obiettivo da perseguitare. I comunisti sono stati accusati di partecipare alle proteste nelle regioni sud-orientali. È stato inoltre affermato che la leadership del Partito Comunista era impegnata a screditare l’Ucraina nel Paese e all’estero attraverso i media russi. Su tale base è stato chiesto il bando del Partito comunista quale presunta minaccia alla sicurezza nazionale. Era particolarmente evidente che le accuse di violare la Costituzione provenissero da coloro che avevano preso il potere con il colpo di Stato. Per lo stesso motivo, il governo accusa il Partito Comunista di violazione della normativa vigente, adottando misure illegittime. Non vi è alcun motivo di vietare uno dei più antichi partiti politici in Ucraina. Il programma del Partito comunista non contiene disposizioni volte a violare la sovranità e l’integrità territoriale del Paese. Il Partito Comunista non è coinvolto in alcun tentativo di prendere il potere. Nessuno ha fornito dati su finanziamenti da Paesi stranieri. Il PCU è un partito parlamentare votato da circa tre milioni di elettori. Rappresentanti del partito facevano parte del governo. I suoi membri lavorano nelle associazioni parlamentari internazionali. Quindi, chi tenta di rappresentare il partito comunista come un’organizzazione estremista difficilmente sarà capito dalla comunità mondiale. In realtà, lo scopo degli sforzi per bandire il partito comunista è garantire la soppressione del dissenso in Ucraina, di cui il PCU è l’unica forza politica che ha apertamente dichiarato l’opposizione alla politica di rigida unità del gruppo dirigente attuale. I preparativi per eliminare il Partito Comunista non sono altro che un tentativo di privare i cittadini ucraini del diritto costituzionale della libertà di parola, dimostrazione e riunione. Dietro tali mosse c’è l’intenzione di mettere a tacere tutte le forze politiche e sociali in disaccordo con il corso politico del gruppo dirigente, complicando notevolmente la possibilità di un dialogo ucraino, l’unico modo per uscire dalla crisi e ristabilire pace e armonia. Il divieto di una delle più antiche e influenti organizzazioni politiche in Ucraina può segnare solo un passo verso il rafforzamento del totalitarismo. Il divieto di un partito comunista nella storia d’Europa, ha sempre testimoniato l’avvento del fascismo.

Politica occidentale
Non c’è dubbio che la crisi che ha causato la guerra civile in Ucraina sia stata in gran parte provocata dagli Stati Uniti e dai loro alleati. La politica occidentale nei confronti dell’Ucraina ha avuto il carattere di palese interferenza negli affari interni di uno Stato sovrano, con l’allora “Maidan-1″ (2004). Tale politica è cambiata, non molto, verso solo una maggiore arroganza. Pochi mesi fa, l’assistente del segretario di Stato degli Stati Uniti Victoria Nuland disse, in un impeto di sincerità o piuttosto desiderosa di mostrare il vero punto di forza dell’influenza degli Stati Uniti, che avevano speso non meno di cinque miliardi di dollari per avere il sostegno interno alle mosse politiche degli USA in Ucraina. Quelle enormi (in qualsiasi misura) somme di denaro costituirono un potente sistema di “organizzazioni sociali” e media “indipendenti”. Secondo alcune stime, il sistema creato dalle autorità statunitensi per manipolare l’opinione pubblica coinvolge circa 150mila persone che, in un modo o nell’altro, ricevono sovvenzioni e indennità occidentali. Non c’è dubbio che la politica aggressiva delle autorità banderiste non solo goda del pieno sostegno degli Stati Uniti. La giunta attuale è uno strumento diretto degli USA, che cerca di spezzare i secolari legami tra i nostri popoli e trascinare l’Ucraina nella loro orbita politico-militare. L’obiettivo principale dei burattinai stranieri non può rendere l’Ucraina democratica e prospera, ma solo derubarle delle risorse naturali: carbone, ferro, gas di scisto scoperto di recente, così come avere il controllo dei suoi mercati. La rivoluzione in Ucraina era vitale per gli Stati Uniti, il cui debito colossale di 17000 miliardi di dollari soffoca i loro leader, rendendo sempre più difficile la ricerca di una via d’uscita dalla situazione economica disastrosa. La leadership degli Stati Uniti vede una via d’uscita con la conquista dei mercati europei o alimentando una guerra, per cui il conflitto in Ucraina può servire da fusibile. E’ chiaro che tale tipo di politica comporterà l’eventuale collasso dell’economia ucraina. Ha già causato quasi un milione di profughi. L’Ucraina cesserà di essere uno Stato amico della Russia e sarà assorbita dalla NATO, portandone le installazioni della difesa missilistica e delle armi di prima colpo assai vicino ai confini della Russia. L’ipocrisia dell’occidente è chiara quando, da un lato con la forza stacca le province serbe del Kosovo e Metohija con l’aggressione diretta e la pulizia etnica dalla Serbia. Dall’altra è cinica non riconoscendo l’espressione della volontà dei cittadini di Crimea e Novorossija di riunirsi alla Russia. Infatti, l’occidente ha ostinatamente ignorato gli misura crimini di guerra commessi dalle bande della junta di Kiev che hanno distrutto città e paesi con l’artiglieria. Secondo le Nazioni Unite, hanno ucciso oltre 2200 civili in Novorossija. In realtà, il numero delle vittime è molto più alto. Ma gli “umanisti” occidentali e i media che controllano cercano ostinatamente di nascondere il disastro umanitario nelle zone una volta prospere. E’ significativo che l’esplosione d’indignazione in occidente per l’incidente del “Boeing” malese con centinaia di passeggeri a bordo, si sia spento rapidamente quando è apparsa la notizia che l’aereo era stato evidentemente abbattuto dalle difese aeree dell’Ucraina. L’inchiesta dell’incidente è stata chiusa con il pretesto del pericolo per la vita degli esperti. Tutto è stato fatto in modo da lasciare indenni i veri colpevoli, che potrebbero trovarsi a Washington e Kiev. La politica estera statunitense è ancora dominata dai cosiddetti neo-conservatori che pur ignorando completamente le nuove realtà del mondo, cercano il dominio globale degli Stati Uniti. Non sono stati fermati dai gravi fallimenti della politica estera statunitense in Iraq e Afghanistan, o in Siria. Nel frattempo, sarebbe sbagliato non notare alcune differenze evidenti nel campo occidentale sulla “questione ucraina”. L’Europa, già nella morsa di una crisi politica ed economica sempre più profonda, assume una posizione assai meno attiva sull’Ucraina rispetto agli Stati Uniti. Inoltre, i politici e uomini d’affari occidentali si oppongono alle sanzioni contro la Russia, sapendo che è un’arma a doppio taglio e che le sanzioni economiche, in particolare, potrebbero avere un impatto assai negativo sull’Europa, che già soffre seriamente. Ci sono persone in Europa che capiscono anche che gli statunitensi non sono contrari a spingere i loro partner e rivali europei in un’altra crisi, come è avvenuto nei Balcani negli anni ’90, indebolendo l’Unione europea e preservando la dipendenza dell’UE dagli USA. Quindi, una politica più realistica dell’Unione europea verso l’Ucraina. D’altra parte, non dobbiamo illuderci e pensare che il conflitto di interessi tra Stati Uniti ed Unione europea si traduca nell’indebolimento delle politiche antirusse occidentali. In definitiva, gli oligarchi mondiali fanno sì che i politici europei rispettino le ambizioni più aggressive degli USA.

Il PCFR e la politica russa
Il colpo di Stato in Ucraina e le successive operazioni contro la popolazione di Novorossija sono gravi segnali per i responsabili della politica estera della Russia, per il nostro governo. Il PCFR a lungo ha sottolineando che le relazioni prioritarie con l’occidente erano a scapito dello sviluppo delle relazioni con i popoli fratelli dell’URSS, contraddicendo gli interessi a lungo termine della Russia. Le politiche della Federazione russa verso l’Ucraina da molti anni erano volte unicamente ad assicurare il transito di gas verso l’Europa. Il Partito Comunista ha ripetutamente messo in guardia il governo sui pericoli di emarginare dalle nostre preoccupazioni in politica estera l’Ucraina e sulla nomina di Zurabov, già ministro fallimentare, ad ambasciatore della Russia. Gli sviluppi in Crimea e Novorossija sono un esempio concreto di come il corso liberale sia disastroso per la Russia. Con il settore pubblico ridotto al 10 per cento, sulla scia della totale privatizzazione, il nostro Paese trova estremamente difficile contrastare le sfide del momento. Il suo potenziale economico, per esempio, è appena sufficiente ad integrare la Crimea. La posizione dominante del capitale privato nel settore finanziario lascia il Paese senza i dovuti fondi quando è necessario mobilitare le risorse. Deve prendere i soldi dai fondi pensione privati e con grandi sforzi formare il pugno armato richiesto nelle attuali circostanze, perché l’esercito è stato quasi paralizzato dai liberali. Quando si sente parlare dei problemi sorti con i traghettamenti per la Crimea nella stagione estiva 2014, è triste ricordare per esempio le potenti unità di costruzione sovietica dell’esercito, quasi completamente cancellate “come inutili” dai liberali al governo. Ma noi comunisti, per anni non solo abbiamo avvertito sui costi che la frattura liberale di tutto ciò comporterebbe, ma abbiamo anche avanzato un programma concreto e multilaterale di misure urgenti per rafforzare la potenza dello Stato. L’indifferenza delle autorità e persino l’ostilità verso le nostre proposte, in gran parte hanno predeterminato i problemi di oggi. Recentemente, la dirigenza federale russa ha preso una posizione molto più coerente sugli interessi nazionali strategici del Paese. Fondando una posizione molto più solida in relazione agli eventi in Siria, dove la Russia non lascia che i Paesi della NATO intervengano e rovescino il governo amico di Bashar al-Assad. Il passo successivo fu l’azione decisiva di Mosca sulla questione della reintegrazione della Crimea in Russia. Il Partito Comunista ha sostenuto tutte queste azioni. Noi crediamo che la netta ripulsa delle sanzioni economiche occidentali sia un segnale importante che la leadership russa continua a seguire il corso del realismo, tutelando gli interessi nazionali del Paese. Naturalmente, sappiamo del contrasto dei liberali che controllano il blocco economico nel governo. Ma le minacce dall’occidente sono così forti ed evidenti che gli alti dirigenti del Paese devono semplicemente seguire il corso che il Partito Comunista ha fortemente suggerito per anni. Ad esempio, le autorità hanno finalmente capito quanto sia pericolosa la situazione in cui il 60% del mercato alimentare russo sia occupato da prodotti importati. E hanno cominciato a dire che la sospensione delle forniture agricole dall’Unione europea potrà beneficiare i produttori nazionali, in quanto solo loro possono alimentare il Paese sotto sanzioni estere.
Partiamo dal fatto che gli sviluppi in Ucraina rappresentano una minaccia oggettiva per la sicurezza della Federazione Russa. Non si può assistere passivamente al modo in cui il regime neo-nazista russofobo ed antisemita si forma con l’appoggio degli occidentale ai nostri confini. Anche negli Stati Uniti, analisti avvertiti come Steve Cohen e Katrina Vanden Heuvel, ben noti nel nostro Paese, mettono in guardia dalle pagine della famosa rivista statunitense “The Nation” che cose impensabili possono accadere rapidamente in Ucraina: non solo una nuova “guerra fredda”, già iniziata, ma una vera e propria guerra tra la NATO guidata dagli Stati Uniti e la Russia”. Ciò che è necessario è una drastica revisione della politica ucraina della Russia, necessitando un carattere molto più complesso delle nostre relazioni con il popolo fratello, in modo da rafforzare la cooperazione nei campi dell’economia, scienza, cultura e istruzione. La situazione richiede un forte supporto da forze politiche e associazioni non governative che sostengono la storica amicizia tra i nostri popoli. Dobbiamo dare il via libera a tutti gli sforzi per sostenere i nostri compatrioti in Ucraina. I comunisti fin dall’inizio hanno aiutato e continuano ad aiutare la Novorossija nella sua lotta. Fino ad oggi, abbiamo inviato più di 1200 tonnellate di beni umanitari. Ed è solo l’inizio. Il Partito Comunista della Federazione Russa è attivamente coinvolto nel lavoro politico e diplomatico. Facciamo del nostro meglio per attirare l’attenzione dei governi europei sulla minaccia di una nuova guerra mondiale. Ho avvertito della minaccia, in particolare, con una lettera ai leader di Francia, Germania e Italia, le nazioni più colpite dagli orrori del fascismo e della seconda guerra mondiale. Il PCFR sostiene attivamente l’idea di organizzare una riunione dei capi di Russia, Bielorussia, Kazakistan e Ucraina a Minsk. Questo passaggio è molto importante alla vigilia del 70° anniversario della Grande Vittoria che apparentemente aveva sepolto per sempre il fascismo.
Il Partito Comunista della Federazione Russa esprime solidarietà a tutti i partecipanti della resistenza popolare: russi, ucraini e persone di tutte le nazionalità che coraggiosamente e vigorosamente si oppongono ai neo-nazisti banderisti. Esprimiamo solidarietà ai comunisti ucraini sottoposti alle violenze degli estremisti. Una delle caratteristiche più importanti dei cittadini ucraini è la loro riluttanza a sostenere gli usurpatori dell’autorità, la loro costante attenzione alle proteste interne, la volontà di abbattere i dirigenti che hanno perso fiducia. Queste caratteristiche del popolo ucraino hanno reso molto più facile ai burattinai organizzare “Majdan” e “rivoluzioni arancioni”, cioè azioni di protesta fittizie che perseguono altri obiettivi rispetto a quelli degli slogan e dichiarati alle riunioni. Ma queste caratteristiche degli ucraini suggeriscono anche che l’attuale regime a Kiev non avrà lunga vita e che la fiera resistenza nel Donbas e a Lugansk si diffonderà in Ucraina rovinandolo. Ma c’è anche il pericolo che, a seguito delle “elezioni politiche” di ottobre, l’attuale “élite” ucraina passi ai nazisti russofobi. Per poi istituire un nazionalismo banderista in Ucraina come ideologia dominante. E la società ucraina, alla fine divisa in campi inconciliabili, sprofonderà in un conflitto civile ancora più violento di quello attuale. Un cambiamento completo del sistema socio-economico in Ucraina e il ritorno ai principi dello Stato sociale, con cui l’Ucraina raggiunse la prosperità in epoca sovietica, possono essere l’unica salvezza, presentando un’alternativa alla situazione attuale. Siamo convinti che le forze sane della società ucraina prevarranno e scacceranno i banderisti nella grotta da cui sono strisciati fuori.

gal_8062Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia e il balzo latino-americano nel multipolarismo

Andrew Korybko (USA) Oriental Review. 23 agosto 2014

1E3F793A-A6C4-40F6-80B8-FB2FE5D773E2_mw1024_s_nLa Russia ha ripristinato la portata globale dell’epoca sovietica con Vladimir Putin, estendendone l’influenza in tutto il mondo. Svolgendo il ruolo di contrappeso strategico, le relazioni con la Russia sono ora più che mai apprezzate mentre il mondo volge al multipolarismo. Alcuni sfondi contestuali rendono l’America Latina ricettiva al multipolarismo e ai grandi obiettivi della politica estera russa. Negli ultimi dieci anni, Mosca ha tessuto una rete complessa di relazioni estendendo direttamente e indirettamente la sua influenza nei Caraibi e sulle coste del continente sudamericano. Questa strategia non è priva di rischi, tuttavia, dato che i partner della Russia sono vulnerabili alle diverse destabilizzazioni sponsorizzate dagli USA. Se gestito correttamente, tuttavia, il ritorno della Russia in America Latina può essere la manna del multipolarismo, e può anche sovvertire l’iniziativa strategica del Pentagono e, per una volta, mettere sulla difensiva gli Stati Uniti nel proprio naturale ambito d’interesse. (Grazie alle sue peculiarità geopolitiche e all’unico rapporto storico e sociale con gli Stati Uniti, il Messico è escluso dall’analisi, essendo più appropriato analizzarne i legami con la Russia in separata sede sul tema).

Sfondo contestuale
L’America Latina nel suo complesso è generalmente molto sensibile a qualsiasi espressione dell’egemonia statunitense (economica, politica e soprattutto militare), ed è una delle regioni più fertili del mondo per il pensiero antioccidentale. Ciò è in gran parte riconducibile agli oltre 500 anni di saccheggio verificatisi per mano degli europei e poi degli statunitensi, come eloquentemente indicato nel famoso libro del 1971 “Le vene aperte dell’America Latina”. Relativamente parlando, data la storia con il suo grande vicino nordamericano, l’America Latina può solo contrapporsi al suo vecchio egemone, come l’Europa orientale con la Russia. Ciò ne fa una posizione strategica geo-sociale che può sconvolgere l’unipolarismo contribuendo alla creazione del mondo multipolare.

Il Venezuela in ascesa
Tale sentimento contro occidente e Stati Uniti, in particolare, ha portato alla nascita di ciò che viene definito “Socialismo del 21.mo secolo”. Hugo Chavez fu il volto di questo movimento e suo massimo sostenitore, impregnando questa ideologia socio-economica con alcuni aspetti di politica estera, che sarebbe poi divenuti la norma tra i suoi seguaci. In particolare, Chavez era decisamente contrario alla politica estera degli Stati Uniti, e di conseguenza Washington progettò il breve colpo di Stato che lo rimosse dal potere temporaneamente, nel 2002, dopo il recupero dall”offensiva segreta degli Stati Uniti, Chavez istituzionalizzò democraticamente il suo governo tramite il voto ed avviò l’esportazione dell’influenza regionale del Paese attraverso l’organizzazione multipolarista ALBA che aveva fondato. Di conseguenza, Chavez era assai favorevole alla Russia riportandola negli affari emisferici.

Ritorno della Russia
In questo periodo la Russia sorgeva dalle ceneri del crollo sovietico, tornando al suo status di grande potenza. E così aveva bisogno di espandere il suo nuovo dominio in zone in cui un tempo aveva influenza, tra cui naturalmente l’America Latina. Visite reciproche, accordi su armi e contratti energetici fiorirono tra Russia e Venezuela dal 2000, ed entrambi i Paesi erano già forti partner strategici nel 2010, quando Putin si recò a Caracas. La cooperazione militare nel settore navale e aereo consolidò il rapporto e mostrò il reciproco impegno delle parti. Tutto ciò era influenzato ed in linea con il Concetto della Politica estera russa del 2013, dove la ricerca della multipolarità è un presupposto scontato (essendo indicato come obiettivo della politica estera ufficiale nel 2000) e la maggiore interazione con l’America latina vi veniva sottolineata. È importante sottolineare che questo stesso documento distingue inoltre tra Stati dei Caraibi e dell’America Latina, una distinzione che avrà risalto nella prossima sezione.

Il legame cinese
Per concludere lo sfondo contestuale dell’attuale politica latinoamericana della Russia, i semi geopolitici del partenariato strategico russo-cinese hanno finalmente maturato e fruttato. La Cina ha aperto importanti porte alla cooperazione della Russia con alcuni Paesi della regione, così come all’importante finanziamento del rivoluzionario canale di Nicaragua. Il partenariato strategico non  sottovaluta la politica latinoamericana della Russia, ma si preannuncia importante nel prossimo futuro. Tutto ciò, in relazione alla situazione contestuale, così come al grande ruolo di Brasile e BRICS, ha reso il ritorno monumentale di Putin in America Latina di un mese fa, una progressione naturale e logica della politica globale russa, così come il viaggio di Lavrov nella regione di due mesi prima.

0,,17516185_303,00Il fulcro venezuelano
Il ruolo del Venezuela nella politica regionale della Russia è estremamente importante, con il Paese  fulcro tra due triangoli dell’influenza strategica di Caraibi e America Latina. In riferimento al Concetto della Politica estera russa del 2013, Mosca vede queste due regioni come parti distinte di un tutto più grande, quindi è fondamentale che il Venezuela sia la leva dell’influenza della Russia. Caracas ha acquisito questo ruolo per via dell’espansione della sua influenza attraverso ALBA, nel ruolo dirimente di leader regionale del socialismo del 21° secolo, e per il grande peso economico che vi pone grazie alle sue grandi riserve di petrolio.

I Caraibi
Il primo fulcro che il Venezuela incentra è quello di leader del triangolo dei Caraibi tra esso, Nicaragua e Cuba. L’importanza del Nicaragua e del suo canale finanziato dai cinesi è già stata indicata, ma è anche importante menzionare che il Paese è ancora una volta governato dall’ex-sandinista Ortega Daniela. Significativo dato regionale che un alleato di Mosca negli anni ’80, sia tornato alla presidenza nel 2006; non solo è uno stretto alleato di Russia e Venezuela, ma è anche, ovviamente, in ottimi rapporti con la Cina e promuove maggiori legami economici con l’Iran, attestando in tal modo le sue credenziali multipolari. Il terzo angolo del triangolo dei Caraibi, Cuba, è importante per la sua vicinanza geostrategica alle coste meridionali degli USA e al ruolo simbolico che la sua leadership ha nella regione e nel mondo anti-occidentale. La posizione di Cuba ha ancora una volta acquisito maggiore valore agli occhi dei decisori russi, date le recenti indicazioni che la base spionistica sovietica, Lourdes, possa essere riaperta.

Sud America
Nel continente latino-americano, il Venezuela supporta la Russia nell’azione politica in Ecuador e Bolivia, due Paesi con leader violentemente antioccidentali. L’Ecuador è rapidamente diventato un alleato dei russi di vitale importanza, negli ultimi anni, con Medvedev che commentava alla fine del 2013, che era divenuto uno dei “partner più importanti dell’America Latina”. Durante la stessa visita, la Russia annunciò che avrebbe investito 1,5 miliardi di dollari nel settore energetico dell’Ecuador. La stretta cooperazione tra Mosca e Quito s’illustrava a pieno all’inizio del mese, quando il Presidente Rafael Correa ha rimproverato pubblicamente l’appello disperato dell’UE a non commerciare con la Russia. La cooperazione con la Bolivia, tuttavia, è più in sordina ma la Russia ha recentemente intensificato la cooperazione energetica con il Paese, che ha il secondo maggiore giacimento di gas del continente. La Bolivia è attualmente più importante dal punto di vista geopolitico e come forte sostenitore ideologico del multipolarismo.

Sommario
Russia e Venezuela hanno un reciproco rapporto proficuo, e in cambio dell’ampia assistenza di Mosca a Caracas, ha accesso privilegiato ai Paesi critici nelle regioni dei Caraibi e dell’America Latina. Con il primo, la Russia aveva già un patrimonio storico di cooperazione, ma il fattore venezuelano ha rafforzato i legami esistenti e datogli ulteriore ‘credibilità regionale’. Verso il Sud America, si possono attribuire i successi della politica estera della Russia con l’Ecuador e la Bolivia alla forte agevolazione data dalla relazione strategica con il Venezuela. La Russia non ebbe tale influenza in questi Paesi in passato, simile a quella attuale, e ciò è un risultato tangibile dell’amicizia russo-venezuelana. Così, si può considerare il Venezuela come supporto politico regionale primario della Russia e uno dei suoi centri di gravità strategici.

Brasile e Argentina
Non meno importanti dei suoi legami con il Venezuela sono i rapporti della Russia con Brasile e Argentina. Questi due Paesi sono una coppia di fatto nella strategia sudamericana della Russia, e permettono di esercitare influenza nell’Atlantico meridionale. Brasile e Russia sono membri dei BRICS, e questa organizzazione, secondo Putin, “è l’elemento chiave del mondo multipolare emergente”. Pertanto, la cooperazione tra i due è sovra-regionale e si estende sul mondo, ma è ancora importante ricordare che ognuno di essi assiste l’altro nella creazione di un punto d’appoggio strategico nella rispettiva regione. Ciò dà alla Russia un avamposto in Sud America e al Brasile uno in Eurasia, srotolando in tal modo il tappeto rosso dei vantaggi economici. I rapporti con l’Argentina sono più complessi che con il Brasile, ma non significa che non siano vicini. L’Argentina è ufficialmente un importante alleato non-NATO, dopo aver ricevuto tale designazione nel 1998, a garanzia del privilegiato rapporto militare con gli Stati Uniti, facendone l’unico Stato di tale categoria presente nell’emisfero occidentale. Sgomentando Washington, però, tale categorizzazione ‘gratificante’ potrebbe essere stata prematura, mentre l’Argentina volge drammaticamente al campo antioccidentale dopo il collasso economico di un decennio fa. Contestando apertamente le pretese del Regno Unito sulle isole Malvinas/Falkland e accusando nettamente gli Stati Uniti di aver cospirato per destabilizzarne l’economia, comportamento che la distingue visibilmente dagli altri importanti alleati non-NATO come Israele e Australia. E’ in tale contesto politico che l’Argentina si avvicina ai BRICS, con la Russia che l’aveva invitata a partecipare al vertice brasiliano dello scorso mese. V’erano anche molte voci anche sul tentativo di unirsi all’organizzazione in futuro, mostrando ulteriormente l’intenzione della propria leadership di rompere economicamente con l’occidente. Ultimamente, l’Argentina ha con entusiasmo e volontariamente aumentato l’invio di derrate in Russia per compensare il vuoto lasciato dalle contro-sanzioni sui prodotti europei. Brasile e Argentina sono così i principali centri d’influenza russa in Sud America. Va da sé che i legami costruttivi con questi giganti economici inevitabilmente portano a relazioni positive con il piccolo vicino Uruguay, che è saltato sul carrozzone delle contro-sanzioni aumentando le esportazioni agricole verso la Russia. Quando si osserva una mappa, questi tre Paesi costituiscono la maggior parte del continente e hanno incredibili potenziali economici ed umani e risorse naturali, dimostrando così che, anche se fossero i soli partner emisferici della Russia, solo attraverso essi la Russia avrebbe già stabilito un piano strategico solido nel cortile degli USA.

Trans-Pacific Partners
Il terzo vettore della politica latinoamericana della Russia è direttamente supportato dal partenariato strategico russo-cinese. La Cina è il mammut economico mondiale, specialmente nel Pacifico, ed esercita immensa influenza con i suoi legami commerciali con gli altri Stati. Nell’APEC ha l’opportunità di incontrare e avere colloqui ad alto livello con i suoi partner latinoamericani del Pacifico, in particolare Perù e Cile. Entrambi questi Paesi sono alleati e membri dell’American Pacific Alliance, blocco commerciale neo-liberista che comprende anche Colombia, Costa Rica e Messico. La maggior parte di questi Stati è impegnata in trattative con gli Stati Uniti sulla Trans-Pacific Partnership di Washington. Nonostante ciò, la Russia è interessante a corteggiare più strette relazioni con Perù e Cile, in particolare. L’ex-presidente Medvedev visitò il Perù nel 2008, la prima visita di un leader russo nella storia, in cui i due Paesi firmarono accordi sull’industria della difesa, economici e di cooperazione antidroga. Putin in seguito incontrò il presidente del Perù a margine del vertice APEC 2012 tenutosi a Vladivostok, un chiaro segno che la Russia è interessata a rafforzare le sue relazioni con il Paese. Legami furono infatti rafforzati, essendoci ora piani con il Perù per la produzione congiunta di elicotteri russi nel Paese, e le aziende ittiche peruviane ora  programmano di sostituire quelle europee colpite dalle sanzioni. In Cile, il Paese è stato a lungo un deciso alleato degli USA, ma la recente elezione della leader della sinistra Michelle Bachelet potrebbe rendere il Paese più multipolarista. Ha già avviato l’esenzione del visto ai cittadini russi e sembra pronto a riempire il vuoto della Norvegia nella fornitura di salmone ai russi. Bisogna ricordare che l’Unione europea ha recentemente pubblicato un patetico appello ai Paesi dell’America Latina a non commerciare con la Russia e sfruttare le contro-sanzioni ai danni di Bruxelles. Essendo il Cile stretto alleato degli USA e membro dell’Alleanza del Pacifico, era inaspettato che sfidasse l’occidente in questo modo, soprattutto con una ‘nuova guerra fredda’ in corso. Ciò potrebbe essere spiegato dalla firma tra Cile e Cina di un accordo di libero scambio nel 2005, che entrerà in pieno vigore nel 2016. Negli anni successivi, la Cina si è assicurata tale punto d’appoggio economico nel Paese, ora suo principale partner commerciale. Così, sembra che Pechino abbia usato la sua influenza economica sul Cile per aiutare Mosca in questo caso, nell’ambio del partenariato strategico globale russo-cinese. In generale, in relazione a Perù e Cile, la Cina non usa tutte le carte economiche. Ha anche firmato un accordo di libero scambio con il Perù nel 2009, divenendo due anni dopo suo maggior partner commerciale e investitore. Naturalmente, la Russia già compiva  progressi in Perù, prima di ciò, ma è probabile che il coinvolgimento indiretto cinese abbia contribuito a spianare la strada alle relazioni attuali. Pertanto, nel contesto più ampio della grande strategia latinoamericana della Russia, i casi di Perù e Cile fungono da forti indicazioni della portata globale e dell’efficacia del partenariato strategico russo-cinese nel trasmettere le ambizioni regionali di Mosca.

0011282775La risposta statunitense
Gli Stati Uniti, data l’arroganza dell’American Exceptionalism e gelosi custodi dei dettami restrittivi della dottrina Monroe, non prendono con leggerezza l’avanza della Russia nell’emisfero occidentale. In realtà, gli Stati Uniti sono completamente contrari a ciò che la Russia fa, e vogliono seriamente eliminarne le ultime avanzate. Secondo la dottrina Wolfowitz, si deve impedire a qualsiasi Paese di sfidare gli Stati Uniti, mentre il Pentagono teme le conseguenze non solo dell’influenza russa in America Latina, ma della resistenza generale e le sfide di molti suoi leader. Si può così spiegare il tentativo di golpe del 2002 contro Chavez, così come l’occulto golpe del 2009 in Honduras contro Manuel Zelaya, di sinistra e filo-multipolarista. Il Dr. Paul Craig Roberts ha osservato che la politica statunitense contemporanea avvia l’effetto domino della destabilizzazione per rovesciare Venezuela, Ecuador, Bolivia e infine Brasile. Considerando la serie di colpi di Stato e rivoluzioni colorate degli Stati Uniti, non sembra essere un’affermazione irrealistica. Ci sono quindi tre categorie di vulnerabilità alla destabilizzazione cui ciascuno degli Stati esaminati rientra:

Pressioni
Gli Stati Uniti riconoscono che due loro alleati tradizionali, Perù e Cile, escono dall’orbita unipolare ed entrano nella sfera del mondo multipolare. Dato che hanno bisogno che questi due Stati siano relativamente stabili, al fine di perseguire la trama trans-Pacifico per dividere il Sud America, è improbabile che adottino immediatamente le tradizionali misure di destabilizzazione contro di essi. Invece, probabilmente cercheranno di fare pressione con mezzi economici e politici, rimanendo titubanti nel sconvolgere prematuramente il futuro equilibrio regionale che prevedono. Resta da vedere esattamente quali forme prenderanno, ma si può essere certi che Washington risponderà, in un modo o nell’altro, alla disobbedienza dei suoi delegati.

Moti interni
Il livello successivo di destabilizzazione intensa sarebbe diretta contro Brasile e Argentina. Questi Paesi sono ovviamente più grandi dei loro omologhi latinoamericani e quindi meno suscettibili alla semplice pressione economica e politica. I loro sistemi di governance non sono attualmente vulnerabili ad un colpo di Stato militare tradizionale, aumentando così la possibilità di spaventarne la leadership con la solita minaccia della rivoluzione colorata. Pertanto, gli Stati Uniti probabilmente espanderanno l’aggressione economica all’Argentina e molto probabilmente al Brasile in futuro. Potranno anche ricorrere ai metodi subdoli delle organizzazioni anti-governative a capo della “resistenza”, mobilitando e sviando le masse in ampie proteste future. Lo scopo è dimostrare tangibilmente, in Brasile e Argentina, che gli Stati Uniti hanno gli strumenti per esacerbare le fratture economiche e sociali nazionali esistenti, minacciandone la leadership.

Tentativi di golpe definitivi
La terza e più intensa categoria di destabilizzazione si ha quando gli Stati Uniti cercano di rimuovere i legittimi governi degli Stati presi di mira. I Paesi che rientrano in tale categoria sono  Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador e Nicaragua, che gli Stati Uniti hanno sempre cercato di rovesciare. Il governo statunitense disprezza le personalità e le politiche di questi Stati resistenti e sfidanti, ed è più che probabile il ricorso a metodi occulti per cercare di sottometterne la resilienza.  Pertanto, ci si può aspettare un certo grado di destabilizzazione aggressiva statunitense, volta a colpirli in una forma o nell’altra nel prossimo futuro.

Pensieri conclusivi
Quando si fa un passo indietro e si analizza il quadro completo, la Russia ha compiuto straordinarie avanzate geopolitiche in America Latina dalla fine della guerra fredda, soprattutto dopo che Putin è salito alla presidenza. E’ ormai evidente che la Russia sia coinvolta in una complessa rete di alleanze nel cortile degli USA, con il Venezuela e l’asse Brasile-Argentina punti focali della sua strategia emisferica, aprendo la strada alla resistenza multipolare. Con l’aiuto della Cina, la Russia ha debilitato la fedeltà cieca dei tradizionali alleati degli USA, dimostrando in tal modo che può veramente attrarre Paesi precedentemente “intoccabili” della regione. Pur essendo carico di rischi, tutti gli Stati esaminati hanno volontariamente scelto di collaborare con la Russia a prescindere, mostrando di comprendere l’importanza di avere relazioni pragmatiche con Mosca. Inoltre, il fatto stesso che gli Stati Uniti debbano rispondere alle mosse della Russia in America Latina, dimostra che l’iniziativa strategica è contro il Pentagono, mettendolo implicitamente sulla difensiva a livello di teatro, sviluppo inedito nella sua storia. Nel complesso, il ruolo della Russia di contrappeso strategico globale e d’irresistibile partner economico è ormai chiaro a tutti nell’emisfero, creando rapidamente una nuova realtà geopolitica nel cortile degli Stati Uniti, piantando l’ultimo chiodo sulla bara dell’unipolarismo. xi-with-president-maduroAndrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il miliziano rosso “Artjom”: “Non abbiamo scelto la guerra, è la guerra che è arrivata da noi!”

Intervista di Viktor Shapinov Histoire et Societé 19 agosto 2014

10277471Il miliziano dal pseudonimo “Artjom” è un vecchio amico di “Borotba“. Prima della guerra, organizzò la gioventù operaia del Donbas nella lotta contro fascismo e capitalismo istituendo una cellula locale dell’organizzazione. Quando la guerra è iniziata, non riuscì a starne lontano e aderì alla milizia. Oggi “Artjom” è in ospedale per un infortunio e ha potuto parlarci.

Compagno, dimmi come ti sei trovato nella milizia?
Fin dall’inizio degli eventi in Piazza Indipendenza, ho avuto la sensazione che questa volta la lotta tra le forze avrebbe raggiunto una fase pericolosa. Rispetto alla rivoluzione “arancione” nel 2004, nel 2014 vi era già molta più gioventù nazionalista organizzata e preparata dai grandi fondi. I gruppi ultras erano cresciuti e maturati, pertanto, c’era la sensazione che questa volta sarebbero andati fino in fondo e la guerra civile sarebbe scoppiata. La divisione della società già esisteva, ma era per così dire una guerra civile morale, adesso i nazionalisti avevano la reale opportunità di colpire, mutilare e uccidere i dissidenti, e di farlo con la scusa dello Stato. Quando ho visto morire dei civili inermi, soprattutto con l’approvazione dei quattro patrioti “filo-ucraini” del posto, mi sono reso conto che era tempo di scegliere, e che dipendesse solo da noi decidere come affrontare la situazione. In questa situazione, ho iniziato ad aiutare la milizia.

In quale formazione della milizia hai combattuto?
L’esercito degli Stati del sud-est.

Che tipo di compiti hai svolto?
Vari. Per il momento sono un segreto militare.

E’ stato difficile passare dalla vita pacifica di militante della sinistra al combattimento?
E’ stato difficile capire cosa accadesse e costruire un sistema che potesse spiegarmi la natura della guerra. Divenne assai facile quando a Lugansk ho incontrato i comunisti che si rifiutavano di obbedire al Partito e che coraggiosamente intrapresero la via della lotta e quando dai soldati ho sentito lo spirito del Donbas, che ha sempre avuto attrazione per la lotta ai ricchi ed aspirazioni al socialismo. A Lugansk è molto sensibile e la vita pacifica non era in realtà piuttosto tranquilla. Le minacce dei nazionalisti (tifosi “ultras”) che vagavano per le strade di Donetsk e Lugansk, suscitarono pensieri dolorosi, facendo aprire gli occhi alla gente sulla minaccia dell’introduzione del regime nazionalista. C’era già la guerra, o il suo prologo se si vuole. Avevo il tremendo desiderio di una vita decente, di prendere il nostro destino in mano creando un nuovo Paese.

Come sei stato ferito?
Durante il bombardamento dell’eroica città di Lugansk con l’artiglieria pesante. Il fatto è che la milizia non solo combatte in prima linea, ma è responsabile della protezione della popolazione civile, per quanto possibile durante i bombardamenti, anche a costo della propria vita. Le persone vi sono già ampiamente abituate, ma c’è ancora confusione, disorganizzazione. Già non pensavamo che i bombardamenti sulle zone residenziali fossero dovute al caso, ma ora non c’è alcun dubbio. Pertanto, il popolo di Lugansk è divenuto più disciplinato.

Come valuti le prospettive delle operazioni militari nel Donbas?
Se si guarda alla cronologia dei combattimenti fin dall’inizio, vediamo come s’è sviluppata e rafforzata la milizia. Tuttavia, le forze sono assai diseguali, ma abbiamo un alleato, non meno importante e pericoloso per il nemico. Un vero bolscevico ne comprende l’importanza. Questo alleato è l’agitazione tra i soldati ucraini contro la guerra, come la campagna dei bolscevichi contro la guerra imperialista, esattamente 100 anni fa. Se sempre più ucraini che si battono per gli interessi dei capitalisti ucraini e occidentali, cominciano a rifiutarsi di combattere ed organizzano comitati dei soldati contro la guerra, la questione è risolta. E questa tendenza esiste, ed è già evidente. Ci possono essere due prospettive: le truppe ucraine radono completamente il Donbas in un diluvio di sangue, o si avrà un cambio radicale, respingendo la spedizione punitiva dalle giovani repubbliche. Vedete, la pace non è più possibile nel Donbass sotto l’autorità della giunta, perché se la milizia viene sconfitta, si entrerà in un periodo di reazione, genocidio diretto e terrore contro la popolazione. E i “confidenti” locali in questo caso sarebbero molto utili. Potete immaginare la Jugoslavia come Stato unito dopo la guerra totale? E’ impossibile. Solo confrontandosi alla carneficina jugoslava, abbiamo l’odio contro una particolare nazione, come tra serbi, croati e bosniaci. Se la spedizione punitiva controllasse il Donbas, dovrà avere le unità militari  sempre pronte, dormendo con i fucili, perché non si tratta di una guerra contro gli ucraini, ma di una guerra civile dove la giunta combatte contro gli antifascisti.

L’esercito ucraino non era così debole all’inizio della guerra. Come la si vede dall'”interno”, la milizia saprà farvi fronte e le Repubbliche Popolari resisteranno?
La milizia risterà perché non solo i combattenti, ma tutto il popolo è la milizia. Inconsciamente, sono quasi tutti mobilitati. Ogni piccola cosa può essere di grande aiuto, ogni dettaglio, si tratta della lotta del popolo. Senza il sostegno popolare non sarebbe successo niente. La gente vuole vivere fino alla vecchiaia, vuole veramente pace e tranquillità, ma comincia a capire che il governo ucraino porterà terrore e povertà.

E’ possibile passare all’offensiva?
Ci sarà un contrattacco, ma non così rapidamente come tutti vorrebbero, come anche noi. La tattica difensiva è molto irritante, ma abbiamo bisogno di tempo.

Hai partecipato attivamente ad Antimajdan come aderente dell’organizzazione di sinistra “Borotba“, che in pratica è vietata dalle autorità ucraine nella città in cui hai vissuto con la tua famiglia, ora occupata dalle truppe della giunta di Kiev. Ciò mette in pericolo la tua famiglia e gli amici? Sono rimasti o se ne sono andati?
Certo, ho già fatto uscire i miei genitori.  Mio zio è rimasto e aiuta la lotta. Alcuni compagni sono andati, ma molti sono rimasti.

Nei media si afferma che il popolo del Donbas non è presente nella milizia, non lo supporti, che presumibilmente la maggior parte della milizia è formata da stranieri, russi, ceceni, osseti, ecc. Cosa ne pensi, è vero?
A tal proposito vorrei dare una risposta più dettagliata. Prima di tutto, nel popolo del Donbas c’è di tutto, è una guerra civile. La stragrande maggioranza, naturalmente, offre tutta l’assistenza possibile, anche solo passiva. Ad esempio, la risposta della popolazione alla comparsa di una colonna della RPL fu  un’ondata di applausi e parole di gratitudine, e così via. Molte nonne benedicono le milizie di passaggio. In generale, sentiamo l’unità con tutti, siamo tutti nella nostra terra. Ma c’è una piccola percentuale, coloro che attendono l’occasione per denunciare i vicini alla polizia segreta ucraina, come a Marjupol. C’è anche una piccola percentuale di coloro che se ne fregano totalmente, fin quando qualcuno non si scassina un bancomat. L’umore del popolo del Donbass s’è radicalizzato. Le persone vogliono sempre regolare i conti con i confidenti, ma la milizia ovviamente impedisce di farsi giustizia. A proposito degli “internazionalisti” nella milizia. Sì, ci sono diverse persone, osseti, ceceni, russi e ucraini. Siamo tutti internazionalisti e ne siamo orgogliosi, perché se, Dio non voglia, uno dei fratelli ha un problema a casa, anche in Russia, ucraini, serbi e osseti per esempio verrebbero ad aiutarlo. Questa è l’essenza dell’internazionalismo. La spina dorsale della milizia sono ragazzi e uomini del posto. Sempre se ne propongono, ma non tutti vengono presi, anche un nonno, un veterano della guerra, ha voluto unirsi a noi, è successo. Siamo sempre stati assai pacifici nel Donbas. Nel corso di questa guerra, molti sono diventati combattenti per difendere le proprie terra e idee. Pertanto, il Donbas non può essere sconfitto; anche se prendono le città la lotta non finirà fin quando il Donbas non avrà l’indipendenza. Sì, ci sono internazionalisti, non mercenari. Sono a casa e come mai? Chiedi tu. E’ molto semplice, il Donbas è un melting pot di popoli, vi sono molte nazionalità, i serbi qui hanno diversi insediamenti storici. Chiunque viene qui con spirito di pace troverà casa, dopo di che non potrà mai dimenticare il Donbas. Siamo tutti del Donbas. Come a volte si dice, siamo tutti diversi, siamo tutti rossi (sorride).

Cosa impedisce alle persone di unirsi in massa alla milizia del Donbas e proteggere la propria terra?
A mio parere manca una linea ideologica chiara che la gente capisca, c’è anche la paura di perdere una buona pinta di birra la sera o di morire sotto il fuoco dei “Grad”, ma se ci fosse una chiara idea, come i bolscevichi, per esempio, sarebbe diverso. E poi le persone sono abituate a vivere di elezione in elezioni, scegliendo tra gli oligarchi di oriente e occidente. Nessuno si aspettava la guerra, e non c’è comitato di organizzazione di lotta in ogni villaggio disposto ad affrontare una situazione del genere. Non viviamo nel ventesimo, ma nei primi anni del ventunesimo secolo. Pertanto, per rispondere alle sfide del tempo dobbiamo agire in modo diverso. E’ importante trovare una risposta, una buona risposta. Le recenti dichiarazioni di un “volontario comunista” affrontano pienamente molte domande e credo che riflettano l’opinione della maggioranza dei combattenti della milizia. Sì, fin dall’inizio combattiamo contro l'”ucrainismo rabbioso” e il neo-nazismo. Con il termine “ucrainismo rabbioso” intendo l’ideologia di una certa parte della popolazione manipolata da burattinai, e non i normali ucraini, nostri fratelli. Sono molti gli ucraini contrari alla giunta, ma hanno paura e non sono organizzati. Gli avvenimenti terribili di Odessa del 2 maggio, dove morirono molti miei compagni, hanno “aiutato” la giunta a sopprimere per una volta le manifestazioni al di fuori del Donbas. Concludo con le parole di un “volontario comunista”: “Se alziamo la bandiera rossa – vinceremo questa guerra”, e io aggiungerei aiuteremo i nostri fratelli ucraini a strangolare i parassiti fascisti e a ricostruire un’Ucraina senza fascismo. Comprendendo di poter lottare contro la macchina da guerra, capiamo non solo ciò contro cui combattiamo, ma anche per cosa. Questa è la chiave che aprirà le menti dei nostri connazionali che si leveranno per combattere, ne sono sicuro.

Come vedi il futuro dell’Ucraina e del Donbas in caso di vittoria?
Credo che l’Ucraina debba giungere al socialismo senza il Donbas. Possiamo essere dei forti alleati, ma gli ucraini sradicheranno il banderismo e trovereanno la via del socialismo quando smetteranno di vedere nel Donbas un “mostro sovietico” che “ha occupato il Paese”. L’isteria banderista ancora incita all’odio tra oriente e occidente. Senza il Donbas, il banderismo finirebbe rapidamente, perché non può fare nulla per la “prosperità della nazione” e non potrà incolparne nessuno, mentre l’Ucraina occidentale vedrà un movimento progressivo. Il diritto all’autodeterminazione è un diritto naturale del popolo, come il diritto di scegliere una qualunque città in cui vivere.

Molti dicono che RPD e RPL sono un progetto “bianco” dei monarchici e nazionalisti russi e simili. Da comunista e internazionalista, sostieni la Repubblica Popolare. Secondo te la sinistra ha ragione a sostenere la Novorossija? La sinistra è in buona posizione negli organi dirigenti della Repubblica popolare. C’è molta gente di sinistra tra i soldati e i comandanti della milizia?
Questo è probabilmente una questione centrale. In un primo momento difendevano le loro case e famiglie senza pensare seriamente all’ideologia. Inoltre, al momento riunire il popolo nella lotta per il potere sovietico era praticamente impossibile, anche se quasi tutte le persone, nel profondo, si sentono almeno socialiste. Voglio dire, si parla di un certo “ideale” presso la popolazione del Donbas, a livello di chiacchiera da bar. I combattenti della milizia che si considerano comunisti e internazionalisti sono molti. Rilevo anche il ruolo del “Fronte del lavoro di Lugansk” (ex-comitato regionale del partito comunista), i cui membri si sono rifiutati di obbedire alla “leadership ufficiale del partito” e hanno pienamente abbracciato la Repubblica. Da qui il cambio di nome. Vi sono gli anarco-comunisti per nulla contenti che i loro “fratelli” di Kiev concordino con i neonazisti iniziando con entusiasmo ad uccidere i nostri connazionali. Molti non aderiscono ad organizzazioni, ma semplicemente si presentano come comunisti e internazionalisti. Nella confusione nessuno chiede nulla dell’organizzazione d’appartenenza. E’ un comunista, e questo è tutto, non c’è  nazionalismo a Lugansk. I cosacchi del Don sono in pieno accordo con i comunisti; la maggior parte dei cosacchi che ho incontrato ricorda i cosacchi che combatterono per la Repubblica Sovietica del Don. Basti citare la bandiera tricolore russa con la scritta “Antifa” (sorride). Questo episodio spiega molto, chi si oppone alla minaccia del nazionalismo ucraino cerca alleati contro i gruppi armati radicali. La Russia è sempre stata una “madre” qui, comunque, quindi si solleva la bandiera della Russia, ma la scritta ‘antifascista’ simboleggia un secondo aspetto, l’essenza del popolo del Donbas contrario ad ogni forma di nazionalismo, per l’internazionalismo e l’antifascismo. A proposito di comandanti, nessuno di loro si dichiara apertamente comunista, ma tutti condividono convinzioni internazionaliste ed opinioni antifasciste. Ad esempio Aleksandr Mozgovoj, il comandante del battaglione “Prizrak“, ha più volte parlato della lotta contro gli oligarchi per gli interessi del popolo, e l’ha dimostrato con i fatti. Non ci sono piani “bianchi”, perché sarebbe assolutamente disastroso per il Donbas. Storicamente i lavoratori hanno combattuto i bianchi e sostenuto pienamente il potere sovietico, mentalmente sono tutti “rossi” e non “bianchi”. La guerra consolida il popolo risvegliandogli memoria storica e coscienza di classe. In conclusione, vorrei dire che non si tratta di bigottismo, ma di dialettica che aiuta gli internazionalisti a comprendere l’essenza della situazione, vedendo oltre le forme bizzarre il contenuto reale, facendo una scelta giusta anche se difficile. E aggiungo, miei concittadini e fratelli ricordate che i vostri antenati hanno versato il sangue su questa terra per la vittoria del proletariato, ricordate che il Donbas moderno fu costruitò dagli sforzi incredibili della classe operaia, dalla vittoria sui nazisti. Il Donbas è un vero e proprio monumento della costruzione socialista. Non dimenticate chi siete. Non diventate dei mutanti, ma restare voi stessi.
Gloria al Donbass e alla solidarietà internazionale dei lavoratori!

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24DA8E38-D85F-4ACE-A0A4-7AE45F626523_w974_n_s_sTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria deve rafforzarsi per colpire il SIIS: schizofrenia di Iraq e Stati Uniti

Jibril Khoury e Lee Jay Walker, Tokyo Modern Times, 9 agosto 2014
1380760Il governo siriano del Presidente Bashar al-Assad continua a combattere con coraggio contro le forze settarie e terroristiche sponsorizzate dall’estero. Dopo diversi anni di conflitto brutale sponsorizzato da potenze del Golfo e NATO, è chiaro che la destabilizzazione della Siria porta al collasso dell’Iraq. Allo stesso modo, il Libano è preoccupato dai taqfiri settari che cercano di compiere ulteriori incursioni al fine di creare caos. Pertanto, la destabilizzazione della Siria deve finire in modo che le forze centrali schiacciano il SIIS (Stato Islamico in Iraq e Siria) e altre forze settarie e terroristiche brutali. Altrimenti il SIIS continuerà a destabilizzare l’Iraq utilizzando le armi  che entrano in Siria grazie agli intrighi di USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito. E’ evidente che ogni soldato siriano morto è un ulteriore bonus al SIIS e alle altre forze settarie e terroristiche brutali. Tale realtà rende ridicolo, per le nazioni estere patrocinanti la destabilizzazione della Siria, preoccuparsi degli eventi in Iraq. Dopo tutto è chiaro che SIIS e la crescente minaccia settaria in Iraq è dovuta alle politiche brutali emanate da nazioni estere verso il popolo della Siria. Pertanto, le forze destabilizzanti anti-siriane di USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito devono cessare le loro politiche brutali, altrimenti l’Iraq sarà in grave pericolo e in Libano potrebbe essere inghiottito nel caos.
Se si osservano le nazioni arse dal terrorismo e dal settarismo, sul punto di essere Stati falliti, basterà seguire l’intromissione delle potenze del Golfo e occidentali. Dall’Afghanistan degli anni ’80 e primi anni ’90 all’attuale crisi in Iraq, Libia e Siria, in cui i soliti giocatori sono coinvolti.  Naturalmente nazioni come Pakistan e Turchia sono coinvolte nei fattori geopolitici riguardo Afghanistan e Siria rispettivamente. Tale realtà crea caos e pertanto l’Iraq, è ancora una volta incendiato dalle brutali politiche delle nazioni estere per il loro odio collettivo verso la Siria indipendente. È interessante notare che, mentre la Turchia della NATO viene utilizzata per destabilizzare la Siria, la stessa nazione NATO non viene utilizzata per schiacciare il SIIL in Iraq.  Allo stesso modo, le stesse forze settarie e terroristiche sostenute contro la Siria laica sono gli stessi assassini psicopatici che massacrano cristiani, yazidi, shabak, sciiti e chiunque ritenuto fedeli al governo dell’Iraq. Infatti, anche i sunniti che s’oppongono alla brutale mentalità taqfirista vengono massacrati dai taqfiri salafiti. Inoltre, come di consueto, la brutale realtà dei petrodollari del Golfo è in gioco e lo stesso vale per i monarchi feudali che finanziano guerre per procura. Naturalmente, ciò  non sembra preoccupare troppo le potenze occidentali, perché non è stata intrapresa alcuna azione per arginare la marea di petrodollari del Golfo che sponsorizzano ovunque la barbarie taqfirita, e questo vale anche per il lavaggio del cervello con la propaganda. Tale realtà è evidente a tutti, perché molti barbari taqfiri che tagliano la gola agli sciiti e così via, sono nati e cresciuti in Europa, Nord America e Australia. In altre parole, i petrodollari del Golfo hanno anche permesso di propagare l’odio nelle società democratiche, perché sembrano avere via libera nel diffondere  divisioni nella società.
Non molto tempo fa diverse potenze della NATO erano sul punto di bombardare la Siria con un pretesto molto dubbio. Tale pretesto aveva tutte le caratteristiche di un’altra bugia grande quanto l’invasione dell’Iraq basata su falsità. Tuttavia, la Camera dei Comuni del Regno Unito si rifiutò di dare al primo ministro Cameron via libera. Allo stesso modo, il presidente Obama sapeva benissimo che era anche probabile che perdesse voti, e quindi la Federazione russa è intervenuta con il suo piano. Se le nazioni della NATO, soprattutto USA, Francia, Turchia e Regno Unito avessero bombardato la Siria, gli unici vincitori sarebbero state le forze del SIIS e gli altri terroristi brutali, barbari e settari taqfiri. Per fortuna, la cospirazione occidentale e del Golfo è fallita perché se il governo del Presidente Bashar al-Assad fosse crollato, la crisi in Iraq e in Libano sarebbe scoppiata in misura assai maggiore. A poco a poco sempre più individui che si opponevano al governo della Siria comprendono appieno la realtà sul terreno e vedono anche meglio il quadro. Ryan Crocker, ex-ambasciatore degli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq, afferma: “E’ tempo di prendere in considerazione il futuro della Siria senza la cacciata di Assad, perché è estremamente probabile che così sarà in futuro… Meglio armato, organizzato, sostenuto e motivato, Assad non se ne andrà. Molto probabilmente, si riprenderà il Paese centimetro per centimetro sanguinoso. Forse al-Qaida terrà alcune enclave nel nord. Ma egli terrà Damasco. E vogliamo davvero l’alternativa di un grande Paese nel cuore del mondo arabo nelle mani di al-Qaida? Quindi dobbiamo fare i conti con un futuro che includa Assad e, considerandolo cattivo quanto si vuole, c’è qualcosa di peggio“. Naturalmente, quanto sopra distorce la realtà della Siria di Bashar al-Assad, perché la Siria ha accolto milioni di rifugiati dall’Iraq a prescindere dalla fede religiosa. Allo stesso modo, i cristiani e le altre minoranze in Siria fuggono dalle forze terroristiche e settarie sponsorizzate da Golfo e occidente. Pertanto, il vero nemico del ricco mosaico del Levante e del moderno Iraq proviene dai monarchi feudali del Golfo, dalle politiche della Turchia del primo ministro Erdogan e delle grandi potenze occidentali. Data tale realtà, è giunto il momento di fermare la destabilizzazione della Siria, al fine che il SIIS e gli altri siano schiacciati dalle forze armate siriane. Per farlo, Turchia e potenze del Golfo devono essere trattenute e le grandi potenze occidentali concentrarsi sulla realtà brutale che semina settarismo, terrorismo, consentendo ai taqfiri di crescere in influenza.
L’Iraq è ora in grave crisi a causa del SIIS intento a tagliare le gole di sciiti, cristiani, shabak e yazidi. Infatti, chiunque sia contrario al SIIS subisce gravi persecuzioni. Se l’attuale campagna aerea limitata degli USA ha lo scopo di cambiare la bilancia in Iraq, allora è chiaro che questo non accadrà mentre la Siria è destabilizzata. Pertanto, è essenziale che la Siria sia vittoriosa e che un riallineamento si affermi eliminando dal quadro i petrodollari del Golfo, l’ingerenza occidentale e gli intrighi brutali della Turchia di Erdogan. Dopo tutto, una forte Siria taglierà le arterie del SIIS e permetterà alle forze armate di Iraq, Siria e ai vari gruppi curdi di mettere la minaccia taqfira in un angolo.

13921129000557_PhotoITraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il popolo siriano ha parlato

Thierry Meyssan Voltairenet 5 giugno 2014

L’elezione presidenziale siriana ha sorpreso i siriani e i loro alleati e nemici. Il voto, su cui tutti sono d’accordo essere genuino, ha mobilitato il 73,42% degli elettori, nonostante l’incapacità di alcune persone di recarsi alle urne per l’occupazione di parte del Paese dai mercenari stranieri. Bashar al-Assad ha raccolto l’88,7% dei voti ed è stato confermato per sette anni.

0603-Syria-Election-bashar-asma-assadPer diversi mesi, i restanti 11 membri del Gruppo di Londra (già noto come “Amici della Siria” quando erano 114) hanno denunciato le elezioni presidenziali siriane, il 3 giugno, come una “farsa”.  Secondo loro, da un lato sarebbe stato ridicolo tenere elezioni in un Paese afflitto dalla “guerra civile”, dall’altra parte, il presidente uscente Bashar al-Assad è un tiranno che utilizza massicciamente torture e bombarda il suo popolo, ed è quindi illegittimo. Secondo questi 11 Stati, l’unica via d’uscita dalla guerra, che ha già fatto “almeno 160000 morti tra i siriani”, sarebbe cedere il passo ad un “ente di transizione” designato non dai siriani, ma da loro. I grandi media dei membri di NATO e GCC erano quindi tenuti ad ignorare questa “non-elezione”, seguendo il segretario di Stato John Kerry. Tuttavia, quando il voto anticipato dei siriani all’estero ha suscitato manifestazioni di massa in Libano e Giordania, era ovvio che quasi tutti i siriani avrebbero votato. Pertanto, i media mainstream in extremis inviarono le troupe a seguire l’evento. Fino a quel momento veniva generalmente accettato, tranne che da Rete Voltaire, che i siriani in esilio fossero oppositori della Repubblica e che avevano lasciato il Paese per sfuggire alla “repressione politica”. Il voto a Beirut e Amman ha dimostrato che in realtà la stragrande maggioranza di loro è fuggita dalle esazioni dei mercenari stranieri che attaccano il loro Paese. Altrettanto sorpreso dell’ambasciatore siriano in Libano, il ministro degli Interni libanese ha denunciato la presenza sul suo territorio di presunti rifugiati siriani sostenitori del governo, rifiutandosi di considerare l’aggressione al loro Paese e la distruzione delle loro case per mano di oltre 250000 mercenari in 3 anni.
La repubblica siriana s’è sforzata di seguire scrupolosamente gli standard democratici occidentali. Il Parlamento ha adottato una nuova legge elettorale che riconosce ai candidati il diritto di apparire in televisione e sui giornali, e la scorta per garantirne la sicurezza in periodo di guerra. Il Paese, che ha abbandonato il sistema a partito unico adottando il multipartitismo con la costituzione del 26 febbraio 2012, ha avuto due anni per creare diversi partiti e conoscere il dibattito pubblico. La repubblica siriana, che accetta la presenza di giornalisti occidentali dal novembre 2011, ha avuto due anni e mezzo per poter incontrare le loro esigenze professionali. Ha gradualmente stabilito buoni contatti con molti di essi, soprattutto dopo la Conferenza di Ginevra 2. Sono stati accreditati oltre 360 media stranieri, con piena libertà di movimento in tutto il Paese, nonostante la guerra.

Argomenti politici
Secondo il Gruppo di Londra, sarebbe stato impossibile tenere le elezioni in un situazione di guerra. Dimenticano che recentemente gli stessi Stati hanno salutato le elezioni presidenziali in Afghanistan e Ucraina. In Afghanistan, il 5 aprile si svolse il primo turno delle elezioni presidenziali sotto il controllo delle truppe NATO. Un elettore su tre ha lasciato il Paese, ma poteva votare all’estero. Secondo gli Stati membri del gruppo di Londra, necessitava il 50% dei voti per essere eletti al primo turno (ce ne sarà un secondo il 14 giugno). In tale caso, dato il tasso di astensione del 67%, il presidente sarebbe eletto dal 16,5% dell’elettorato. In Ucraina, i golpisti di Kiev annunciavano una affluenza alle urne, il 25 maggio, del 60%, non contando gli elettori della Crimea, anche se dicono che questa regione sia ancora parte del loro Paese. Il presidente  Poroshenko ha raccolto il 54% dei voti espressi. Tuttavia, se tale voto si confronta a tutti gli elettori su tutto il territorio rivendicato, ha avuto il sostegno del 27% di loro. Non bisogna sorprendersi della debole pretesa del Gruppo di Londra: nelle ultime elezioni del Parlamento europeo (25 maggio), il tasso di partecipazione è stato eccezionalmente basso (solo il 13% nella Repubblica Ceca). Tale elezione senza popolo viene comunque considerata “democratica” (sic).

Il ruolo bellicoso della stampa atlantista nel 2011-2012
La guerra contro la Siria è iniziata nel 2011 come guerra di quarta generazione. Cioè la NATO era intenta a rovesciare il governo, scoraggiando il popolo a difendersi piuttosto che provocare una guerra convenzionale. I principali media internazionali (al-Arabiya, al-Jazeera, BBC, CNN, France24, Sky), coordinati dall’alleanza dovevano illudere i siriani e il mondo affermando che il loro Paese fosse scosso da una “rivoluzione”, e che il loro governo sarebbe stato inevitabilmente rovesciato. La guerra doveva culminare nei primi mesi del 2012 sostituendo con false reti TV le vere reti TV siriane, e annunciando la scomparsa del Presidente al-Assad e l’istituzione di un “governo di transizione”. Tuttavia l’operazione fu sventata e fallì. Russia e Stati Uniti conclusero nel giugno 2012 un accordo che prevedeva la pace in Siria e la suddivisione della regione. Tuttavia, Francia, Israele e opposizione democratica nell’amministrazione Obama (Hillary Clinton, David Petraeus, James Stavridis) rilanciarono la guerra sotto altra forma. Fu questo il momento di attaccare il Paese con forze non statali, sull’esempio dei capitani di ventura del Rinascimento e più recentemente dei Contras in Nicaragua. Durante questo secondo periodo, la stampa atlantista e del Golfo continuò a descrivere una rivoluzione immaginaria contro una dittatura crudele, mentre l’opinione pubblica in Siria si raccoglieva intorno al governo. Così quando la campagna presidenziale siriana è cominciata, i media diedero narrazioni completamente diverse della situazione, a seconda fossero dei Paesi NATO e GCC o meno. Quindi come i media atlantisti hanno gestito questa elezione?

La strategia denigratoria dei media atlantisti nel 2014
Nei giorni precedenti hanno usato diversi argomenti per screditare il processo elettorale.
• “Il risultato è noto in anticipo”, martellavano. Infatti, non vi era alcun dubbio che il presidente uscente, Bashar al-Assad, sarebbe stato eletto al terzo mandato di 7 anni. Questa affermazione lascia supporre che le elezioni non sarebbero genuine. Tuttavia, se gli europei sono disposti a confrontare ciò che è comparabile, la situazione in Siria ricorda l’Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il 26 agosto 1944 il presidente del governo provvisorio della Repubblica francese (GPRF), istituito ad Algeri pochi giorni prima dell’invasione della Normandia, Generale Charles De Gaulle, salì sugli Champs-Elysees scortato da una folla immensa. Non ci fu nessuna elezione allora. La legittimità di De Gaulle era indiscutibile perché fu il primo politico a negare la collaborazione nel 1940 e ad entrare immediatamente nella Resistenza. I francesi lo salutarono come l’uomo che seppe opporsi al destino e guidarli alla vittoria. Allo stesso modo, i siriani vedono Assad l’uomo che s’è opposto alla colonizzazione del Paese guidandoli alla vittoria.
• “Gli altri due candidati sono semplici tirapiedi” continuano i media atlantisti, il che implica che il Paese è rimasto ai tempi del partito unico e che questa elezione sia una messinscena. Tuttavia, caratteristica propria del multipartitismo è poter votare il candidato che si sceglie. In molte elezioni, gli elettori non s’identificano con alcun candidato, possono quindi astenersi se ritengono che il sistema sia imperfetto o votare scheda bianca, se vogliono sostenere le istituzioni ma nessun candidato, o votare per un candidato marginale per relativizzare il voto del candidato principale (il cosiddetto “voto di protesta”). Pertanto, anche prima di considerare il voto dei candidati, la cosa più importante è la partecipazione. Nella Siria in guerra una parte del territorio è attualmente occupata da almeno 90000 mercenari stranieri, e nonostante il richiamo della Coalizione nazionale siriana al boicottaggio, il 73,42% degli elettori s’è recato al voto. Per confronto, è superiore alla Francia in tutte le elezioni per il Parlamento europeo (dal 1979), in tutte le elezioni legislative (dal 1986), ma inferiore alle elezioni presidenziali (80,34%). La differenza, naturalmente, è che la Francia non è in guerra.
• “Il Paese è in gran parte distrutto e i bombardamenti continuano”, riferisce la stampa atlantista.  L’elezione sarebbe quindi un epifenomeno, la realtà quotidiana è pervasa dalla guerra. Inoltre AFP assicurava che il governo controllasse il 40% del Paese che ospita il 60% della popolazione. La partecipazione è stata superiore al 60%, così in primo luogo si nota che tali cifre dell’AFP sono immaginarie. Le regioni controllate dall’Esercito arabo siriano sono molto più ampie da quando ha liberato le coste. I mercenari sono ancora presenti al confine turco e in alcune sacche sparse. Così, la provincia di Damasco è di 18000 kmq, di cui solo 75 kmq occupata dai Contras, ma AFP sostiene che l’intera provincia sia nelle mani dei “rivoluzionari”. Inoltre, in alcune aree, l’Esercito arabo siriana è assente, ma i funzionari statali sono sempre presenti. È il caso delle aree curde che garantiscono da sé la sicurezza pur riconoscendo la Repubblica. Infine, la maggior parte del territorio è un deserto inabitabile che ognuno pretende di controllare. Tuttavia, quando i Contras l’attraversano, vengono liquidati dall’Aeronautica siriana. Mostrare le immagini di Homs devastata non significa che il governo “bombarda il suo popolo”. Anche in questo caso, se prendiamo l’esempio della seconda guerra mondiale, queste immagini sono paragonabili a Stalingrado mentre i metodi dei Contras sono gli stessi dei nazisti: quello delle “linee dei ratti”. Per non essere eliminati uscendo per strada, i cecchini stranieri scavano passaggi da una casa all’altra attraverso le pareti laterali. Infine, bombardando le postazioni nemiche, può essere che l’Esercito arabo siriano bombardi i civili come fecero gli Alleati quando bombardarono Lisieux, Vire, Le Havre, Tilly, Villers-Bocage, Saint-Lô, Caen, ecc., durante lo sbarco in Normandia. Tuttavia, se si discute il modo seguito dagli alleati, a nessuno viene l’idea di accusarli di aver deliberatamente ucciso 20000 francesi.

Le conseguenze del voto
Sorprendendo tutti, l’affluenza è stata massiccia ovunque fosse possibile votare, anche nelle zone curde, mentre la stampa atlantista chiede ai curdi di boicottarle. Dobbiamo dunque concludere:
• Le accuse di dittatura e torture sono immaginarie. In nessuno Stato al mondo abbiamo visto la gente votare per il dittatore che li opprime. Il partito nazista tedesco non ha mai avuto più del 43,9% dei voti (marzo 1933) ed immediatamente eliminò le elezioni multipartitiche. I Siriani certamente sanno meglio ciò che accade a casa che non i siriani della Coalizione Nazionale, molti dei quali vivono all’estero da almeno 20 anni. Non credono più alle favole statunitensi dull’avvio degli eventi (i bambini torturati dalla polizia a Dara) e non ha mai creduto alle favole attuali (10000 persone torturate e morte di fame nelle prigioni del “regime”).
• La Coalizione Nazionale siriana non rappresenta il popolo siriano. La coalizione, un organismo creato dai servizi francesi e ora controllata da Arabia Saudita, dopo esserla stata dal Qatar, fu riconosciuta “unico rappresentante del popolo siriano” dal Gruppo di Londra. Nonostante il boicottaggio, l’astensione è stata solo il 26,58% degli elettori registrati, corrispondenti agli elettori impediti dal votare dall’occupazione di una parte del territorio da parte dei Contras. Non è inoltre chiaro come un’istanza che utilizza la bandiera verde-bianco-nera a tre stelle, la bandiera della colonizzazione francese tra le due guerre, possa essere sostenuta dal popolo siriano.
• I collaborazionisti delle potenze coloniali sono screditati. Durante i dibattiti televisivi, membri della Coalizione hanno spiegato l’assenza di un leader capace di competere con Bashar al-Assad, la cui lunga dittatura soffoca il Paese. Ora, come abbiamo visto, non c’è dittatura in Siria oggi. Se paragoniamo alla Seconda Guerra Mondiale, l’assenza di un rivale di Charles De Gaulle nel 1944, non significa che avesse imposto una dittatura, ma che i politici francesi erano screditati per aver collaborato con i nazisti. Ecco perché nessuno di coloro che ha partecipato alla Coalizione Nazionale può sperare di svolgere un ruolo politico nel futuro del Paese.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bashar al-Assad eletto in Siria: USA/UE si concentrino su Turchia, Arabia Saudita e Qatar

Murad Makhmudov e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 5 giugno 2014

article-0-122FFA3C000005DC-776_634x680USA ed Unione europea cambiano democrazia e libertà religiosa a ogni alzata di cappello. Se si vuole visitare una nazione in cui varie sette cristiane e musulmane sono tutte trattate con dignità assieme alla comunità drusa, prima dell’ingerenza estera la Siria era un modello per tutta la regione.  Infatti, anche oggi la Siria è un modello nelle zone controllate dal governo, perché tutte le comunità religiose convivono liberamente. Non è così nelle zone controllate dai settari islamisti taqfiri e dalle forze terroristiche come l’Esercito libero siriano (ELS). Dopo tutto, dalle aree controllate da taqfiri ed ELS, tutte le minoranze religiose fuggono. Allo stesso tempo, i curdi sono inoltre discriminati  etnicamente, ma ciò non sembra preoccupare le potenze del Golfo e della NATO che supportano le varie forze terroristiche e settarie in Siria. Non a caso, la stragrande maggioranza dei siriani ha votato per il Presidente Bashar al-Assad perché il popolo di questo Paese conosce bene i problemi di Afghanistan, Iraq e Libia dopo l’ingerenza estera. Inoltre, data la natura barbarica dei taqfiri e dei gruppi terroristici nell’imporre la dhimma ai cristiani, nel massacrare sciiti e alawiti, e decapitare i sunniti filo-governativi, ovviamente la maggioranza dei siriani dentro e fuori il Paese sostiene il governo siriano. La BBC riferisce: “Il presidente siriano Bashar al-Assad ha vinto il terzo mandato dopo aver ottenuto l’88,7% dei voti nelle elezioni presidenziali, ha annunciato il presidente del parlamento… In precedenza, la Corte costituzionale della Siria ha indicato l’affluenza al voto al 73,47%“.
La condanna del voto di USA e Unione europea riassume i loro soliti paraocchi nello sguardo sui moderni Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Questi tre Paesi sostengono il terrorismo e il settarismo contro la Siria e chiaramente sono strettamente collegati alle principali potenze occidentali. Nella Turchia moderna l’attuale governo Erdogan arresta giornalisti, sostiene l’odio verso la comunità alevita e l’attuale capo esprime rancore verso gli sciiti. Allo stesso tempo, la Turchia della NATO ha permesso ai terroristi internazionali di entrare in Siria e questa politica comporta anche molti massacri contro il popolo curdo. Arabia Saudita e Qatar, due nazioni che finanziano i vari gruppi terroristici legati ad al-Qaida e ad altre forze settarie in Siria, non sono note per la democrazia e i diritti umani. Infatti, in Arabia Saudita non è consentita una sola chiesa cristiana e gli apostati dall’Islam subiscono la morte. Allo stesso tempo, il mosaico islamico e i vari gruppi religiosi in Siria non sarebbero mai tollerati in Arabia Saudita, quindi, alawiti, sciiti e drusi subirebbero enormi persecuzioni nella moderna Arabia Saudita. Non solo, ma in Arabia Saudita vecchi possono sposare bambine di otto e nove anni e le donne vengono frustate se non escono interamente coperte. Certo, la democrazia è un anatema in qualsiasi misura, in Arabia Saudita. Allo stesso modo, il Qatar è noto anche per molte realtà negative, tra cui la morte di migliaia di lavoratori migranti trattati come bestie da soma.
Prima dell’ingerenza estera, la Siria era l’ultimo bastione nel mondo arabo del laicismo e dell’indipendenza dai capricci del Golfo e delle potenze occidentali. L’Egitto era sempre benevolo da Camp David, ma USA, Qatar, Turchia e Regno Unito tirarono fuori dai loro cappelli la cerchia dei Fratelli musulmani. Tuttavia, una nuova speranza emerge in Egitto con l’elezione del Presidente Abdalfatah al-Sisi grazie al coraggioso popolo egiziano che ha manifestato a decine di milioni contro il settarismo islamista dei Fratelli musulmani. La BBC ha commentato i siriani che votavano in Libano, dichiarando: “E’ la prima elezione presidenziale con scelta multipla siriana degli ultimi decenni, avviata all’estero circa una settimana prima del voto in Siria“. “In Libano, molti elettori si presentano con zelo“. La BBC continua: “I siriani oggi dimostrano al mondo che sono gli unici a poter decidere del proprio futuro, non i ceceni o gli afgani“, ha detto un giovane elettore, riferendosi ai combattenti stranieri unitisi ai ribelli siriani contro l’attuale regime e i suoi alleati… Alcuni si sono ferite le dita per “votare con il sangue” Bashar al-Assad. Altri hanno semplicemente strappato le foto degli altri due candidati collocando solo l’immagine del Presidente Assad nell’urna”. In altre parole, le principali agenzie internazionali come la BBC non potevano nascondere la realtà, che la maggioranza dei siriani all’estero ha votato per Assad. Pertanto, la maggior parte dei siriani ha votato liberamente per Assad in Siria e all’estero dove non era obbligata da nessuno. Ciò in realtà significa che i siriani in Patria e all’estero sostengono ancora il governo di Assad, nonostante l’enorme propaganda e la destabilizzazione brutale contro la Siria.
Naturalmente, tutto ciò non ferma l’ingerenza del Golfo e occidentale perché le ratlines terroriste e settarie sono ancora attive. Nonostante questo, nel 2014 appare chiaro che le Forze Armate siriane liberano molte regioni strategiche della nazione preservandone il ricco mosaico. Nel frattempo, le forze dell’odio settario in Turchia, Arabia Saudita e Qatar continueranno a mostrare al mondo l’ipocrisia barbara dei cosiddetti Stati democratici che attuano le politiche brutali di Washington, Londra e Parigi. Inoltre, mentre USA ed Unione europea condannano il voto in Siria, tollerando il feudalesimo brutale settario e monarchico del Golfo, altre persone vengono massacrate in Iraq grazie all’ingerenza estera e la Libia non è altro che uno Stato fallito. Pertanto, il popolo della Siria, in Patria e fuori dal suo amato Paese mostra al mondo di sostenere Assad totalmente. Questa realtà dovrebbe respingere il terrorismo settario sponsorizzato dalle potenze occidentali e del Golfo. Tuttavia, data la grande freddezza delle potenze del Golfo e occidentali nelle loro politiche volte a distruggere l’Iraq e la Libia, purtroppo sembra che le stesse forze sinistre continueranno nella loro destabilizzazione contro il ricco mosaico della Siria secolare.

siria_elezioni_gettyTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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