Il popolo siriano ha parlato

Thierry Meyssan Voltairenet 5 giugno 2014

L’elezione presidenziale siriana ha sorpreso i siriani e i loro alleati e nemici. Il voto, su cui tutti sono d’accordo essere genuino, ha mobilitato il 73,42% degli elettori, nonostante l’incapacità di alcune persone di recarsi alle urne per l’occupazione di parte del Paese dai mercenari stranieri. Bashar al-Assad ha raccolto l’88,7% dei voti ed è stato confermato per sette anni.

0603-Syria-Election-bashar-asma-assadPer diversi mesi, i restanti 11 membri del Gruppo di Londra (già noto come “Amici della Siria” quando erano 114) hanno denunciato le elezioni presidenziali siriane, il 3 giugno, come una “farsa”.  Secondo loro, da un lato sarebbe stato ridicolo tenere elezioni in un Paese afflitto dalla “guerra civile”, dall’altra parte, il presidente uscente Bashar al-Assad è un tiranno che utilizza massicciamente torture e bombarda il suo popolo, ed è quindi illegittimo. Secondo questi 11 Stati, l’unica via d’uscita dalla guerra, che ha già fatto “almeno 160000 morti tra i siriani”, sarebbe cedere il passo ad un “ente di transizione” designato non dai siriani, ma da loro. I grandi media dei membri di NATO e GCC erano quindi tenuti ad ignorare questa “non-elezione”, seguendo il segretario di Stato John Kerry. Tuttavia, quando il voto anticipato dei siriani all’estero ha suscitato manifestazioni di massa in Libano e Giordania, era ovvio che quasi tutti i siriani avrebbero votato. Pertanto, i media mainstream in extremis inviarono le troupe a seguire l’evento. Fino a quel momento veniva generalmente accettato, tranne che da Rete Voltaire, che i siriani in esilio fossero oppositori della Repubblica e che avevano lasciato il Paese per sfuggire alla “repressione politica”. Il voto a Beirut e Amman ha dimostrato che in realtà la stragrande maggioranza di loro è fuggita dalle esazioni dei mercenari stranieri che attaccano il loro Paese. Altrettanto sorpreso dell’ambasciatore siriano in Libano, il ministro degli Interni libanese ha denunciato la presenza sul suo territorio di presunti rifugiati siriani sostenitori del governo, rifiutandosi di considerare l’aggressione al loro Paese e la distruzione delle loro case per mano di oltre 250000 mercenari in 3 anni.
La repubblica siriana s’è sforzata di seguire scrupolosamente gli standard democratici occidentali. Il Parlamento ha adottato una nuova legge elettorale che riconosce ai candidati il diritto di apparire in televisione e sui giornali, e la scorta per garantirne la sicurezza in periodo di guerra. Il Paese, che ha abbandonato il sistema a partito unico adottando il multipartitismo con la costituzione del 26 febbraio 2012, ha avuto due anni per creare diversi partiti e conoscere il dibattito pubblico. La repubblica siriana, che accetta la presenza di giornalisti occidentali dal novembre 2011, ha avuto due anni e mezzo per poter incontrare le loro esigenze professionali. Ha gradualmente stabilito buoni contatti con molti di essi, soprattutto dopo la Conferenza di Ginevra 2. Sono stati accreditati oltre 360 media stranieri, con piena libertà di movimento in tutto il Paese, nonostante la guerra.

Argomenti politici
Secondo il Gruppo di Londra, sarebbe stato impossibile tenere le elezioni in un situazione di guerra. Dimenticano che recentemente gli stessi Stati hanno salutato le elezioni presidenziali in Afghanistan e Ucraina. In Afghanistan, il 5 aprile si svolse il primo turno delle elezioni presidenziali sotto il controllo delle truppe NATO. Un elettore su tre ha lasciato il Paese, ma poteva votare all’estero. Secondo gli Stati membri del gruppo di Londra, necessitava il 50% dei voti per essere eletti al primo turno (ce ne sarà un secondo il 14 giugno). In tale caso, dato il tasso di astensione del 67%, il presidente sarebbe eletto dal 16,5% dell’elettorato. In Ucraina, i golpisti di Kiev annunciavano una affluenza alle urne, il 25 maggio, del 60%, non contando gli elettori della Crimea, anche se dicono che questa regione sia ancora parte del loro Paese. Il presidente  Poroshenko ha raccolto il 54% dei voti espressi. Tuttavia, se tale voto si confronta a tutti gli elettori su tutto il territorio rivendicato, ha avuto il sostegno del 27% di loro. Non bisogna sorprendersi della debole pretesa del Gruppo di Londra: nelle ultime elezioni del Parlamento europeo (25 maggio), il tasso di partecipazione è stato eccezionalmente basso (solo il 13% nella Repubblica Ceca). Tale elezione senza popolo viene comunque considerata “democratica” (sic).

Il ruolo bellicoso della stampa atlantista nel 2011-2012
La guerra contro la Siria è iniziata nel 2011 come guerra di quarta generazione. Cioè la NATO era intenta a rovesciare il governo, scoraggiando il popolo a difendersi piuttosto che provocare una guerra convenzionale. I principali media internazionali (al-Arabiya, al-Jazeera, BBC, CNN, France24, Sky), coordinati dall’alleanza dovevano illudere i siriani e il mondo affermando che il loro Paese fosse scosso da una “rivoluzione”, e che il loro governo sarebbe stato inevitabilmente rovesciato. La guerra doveva culminare nei primi mesi del 2012 sostituendo con false reti TV le vere reti TV siriane, e annunciando la scomparsa del Presidente al-Assad e l’istituzione di un “governo di transizione”. Tuttavia l’operazione fu sventata e fallì. Russia e Stati Uniti conclusero nel giugno 2012 un accordo che prevedeva la pace in Siria e la suddivisione della regione. Tuttavia, Francia, Israele e opposizione democratica nell’amministrazione Obama (Hillary Clinton, David Petraeus, James Stavridis) rilanciarono la guerra sotto altra forma. Fu questo il momento di attaccare il Paese con forze non statali, sull’esempio dei capitani di ventura del Rinascimento e più recentemente dei Contras in Nicaragua. Durante questo secondo periodo, la stampa atlantista e del Golfo continuò a descrivere una rivoluzione immaginaria contro una dittatura crudele, mentre l’opinione pubblica in Siria si raccoglieva intorno al governo. Così quando la campagna presidenziale siriana è cominciata, i media diedero narrazioni completamente diverse della situazione, a seconda fossero dei Paesi NATO e GCC o meno. Quindi come i media atlantisti hanno gestito questa elezione?

La strategia denigratoria dei media atlantisti nel 2014
Nei giorni precedenti hanno usato diversi argomenti per screditare il processo elettorale.
• “Il risultato è noto in anticipo”, martellavano. Infatti, non vi era alcun dubbio che il presidente uscente, Bashar al-Assad, sarebbe stato eletto al terzo mandato di 7 anni. Questa affermazione lascia supporre che le elezioni non sarebbero genuine. Tuttavia, se gli europei sono disposti a confrontare ciò che è comparabile, la situazione in Siria ricorda l’Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il 26 agosto 1944 il presidente del governo provvisorio della Repubblica francese (GPRF), istituito ad Algeri pochi giorni prima dell’invasione della Normandia, Generale Charles De Gaulle, salì sugli Champs-Elysees scortato da una folla immensa. Non ci fu nessuna elezione allora. La legittimità di De Gaulle era indiscutibile perché fu il primo politico a negare la collaborazione nel 1940 e ad entrare immediatamente nella Resistenza. I francesi lo salutarono come l’uomo che seppe opporsi al destino e guidarli alla vittoria. Allo stesso modo, i siriani vedono Assad l’uomo che s’è opposto alla colonizzazione del Paese guidandoli alla vittoria.
• “Gli altri due candidati sono semplici tirapiedi” continuano i media atlantisti, il che implica che il Paese è rimasto ai tempi del partito unico e che questa elezione sia una messinscena. Tuttavia, caratteristica propria del multipartitismo è poter votare il candidato che si sceglie. In molte elezioni, gli elettori non s’identificano con alcun candidato, possono quindi astenersi se ritengono che il sistema sia imperfetto o votare scheda bianca, se vogliono sostenere le istituzioni ma nessun candidato, o votare per un candidato marginale per relativizzare il voto del candidato principale (il cosiddetto “voto di protesta”). Pertanto, anche prima di considerare il voto dei candidati, la cosa più importante è la partecipazione. Nella Siria in guerra una parte del territorio è attualmente occupata da almeno 90000 mercenari stranieri, e nonostante il richiamo della Coalizione nazionale siriana al boicottaggio, il 73,42% degli elettori s’è recato al voto. Per confronto, è superiore alla Francia in tutte le elezioni per il Parlamento europeo (dal 1979), in tutte le elezioni legislative (dal 1986), ma inferiore alle elezioni presidenziali (80,34%). La differenza, naturalmente, è che la Francia non è in guerra.
• “Il Paese è in gran parte distrutto e i bombardamenti continuano”, riferisce la stampa atlantista.  L’elezione sarebbe quindi un epifenomeno, la realtà quotidiana è pervasa dalla guerra. Inoltre AFP assicurava che il governo controllasse il 40% del Paese che ospita il 60% della popolazione. La partecipazione è stata superiore al 60%, così in primo luogo si nota che tali cifre dell’AFP sono immaginarie. Le regioni controllate dall’Esercito arabo siriano sono molto più ampie da quando ha liberato le coste. I mercenari sono ancora presenti al confine turco e in alcune sacche sparse. Così, la provincia di Damasco è di 18000 kmq, di cui solo 75 kmq occupata dai Contras, ma AFP sostiene che l’intera provincia sia nelle mani dei “rivoluzionari”. Inoltre, in alcune aree, l’Esercito arabo siriana è assente, ma i funzionari statali sono sempre presenti. È il caso delle aree curde che garantiscono da sé la sicurezza pur riconoscendo la Repubblica. Infine, la maggior parte del territorio è un deserto inabitabile che ognuno pretende di controllare. Tuttavia, quando i Contras l’attraversano, vengono liquidati dall’Aeronautica siriana. Mostrare le immagini di Homs devastata non significa che il governo “bombarda il suo popolo”. Anche in questo caso, se prendiamo l’esempio della seconda guerra mondiale, queste immagini sono paragonabili a Stalingrado mentre i metodi dei Contras sono gli stessi dei nazisti: quello delle “linee dei ratti”. Per non essere eliminati uscendo per strada, i cecchini stranieri scavano passaggi da una casa all’altra attraverso le pareti laterali. Infine, bombardando le postazioni nemiche, può essere che l’Esercito arabo siriano bombardi i civili come fecero gli Alleati quando bombardarono Lisieux, Vire, Le Havre, Tilly, Villers-Bocage, Saint-Lô, Caen, ecc., durante lo sbarco in Normandia. Tuttavia, se si discute il modo seguito dagli alleati, a nessuno viene l’idea di accusarli di aver deliberatamente ucciso 20000 francesi.

Le conseguenze del voto
Sorprendendo tutti, l’affluenza è stata massiccia ovunque fosse possibile votare, anche nelle zone curde, mentre la stampa atlantista chiede ai curdi di boicottarle. Dobbiamo dunque concludere:
• Le accuse di dittatura e torture sono immaginarie. In nessuno Stato al mondo abbiamo visto la gente votare per il dittatore che li opprime. Il partito nazista tedesco non ha mai avuto più del 43,9% dei voti (marzo 1933) ed immediatamente eliminò le elezioni multipartitiche. I Siriani certamente sanno meglio ciò che accade a casa che non i siriani della Coalizione Nazionale, molti dei quali vivono all’estero da almeno 20 anni. Non credono più alle favole statunitensi dull’avvio degli eventi (i bambini torturati dalla polizia a Dara) e non ha mai creduto alle favole attuali (10000 persone torturate e morte di fame nelle prigioni del “regime”).
• La Coalizione Nazionale siriana non rappresenta il popolo siriano. La coalizione, un organismo creato dai servizi francesi e ora controllata da Arabia Saudita, dopo esserla stata dal Qatar, fu riconosciuta “unico rappresentante del popolo siriano” dal Gruppo di Londra. Nonostante il boicottaggio, l’astensione è stata solo il 26,58% degli elettori registrati, corrispondenti agli elettori impediti dal votare dall’occupazione di una parte del territorio da parte dei Contras. Non è inoltre chiaro come un’istanza che utilizza la bandiera verde-bianco-nera a tre stelle, la bandiera della colonizzazione francese tra le due guerre, possa essere sostenuta dal popolo siriano.
• I collaborazionisti delle potenze coloniali sono screditati. Durante i dibattiti televisivi, membri della Coalizione hanno spiegato l’assenza di un leader capace di competere con Bashar al-Assad, la cui lunga dittatura soffoca il Paese. Ora, come abbiamo visto, non c’è dittatura in Siria oggi. Se paragoniamo alla Seconda Guerra Mondiale, l’assenza di un rivale di Charles De Gaulle nel 1944, non significa che avesse imposto una dittatura, ma che i politici francesi erano screditati per aver collaborato con i nazisti. Ecco perché nessuno di coloro che ha partecipato alla Coalizione Nazionale può sperare di svolgere un ruolo politico nel futuro del Paese.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bashar al-Assad eletto in Siria: USA/UE si concentrino su Turchia, Arabia Saudita e Qatar

Murad Makhmudov e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 5 giugno 2014

article-0-122FFA3C000005DC-776_634x680USA ed Unione europea cambiano democrazia e libertà religiosa a ogni alzata di cappello. Se si vuole visitare una nazione in cui varie sette cristiane e musulmane sono tutte trattate con dignità assieme alla comunità drusa, prima dell’ingerenza estera la Siria era un modello per tutta la regione.  Infatti, anche oggi la Siria è un modello nelle zone controllate dal governo, perché tutte le comunità religiose convivono liberamente. Non è così nelle zone controllate dai settari islamisti taqfiri e dalle forze terroristiche come l’Esercito libero siriano (ELS). Dopo tutto, dalle aree controllate da taqfiri ed ELS, tutte le minoranze religiose fuggono. Allo stesso tempo, i curdi sono inoltre discriminati  etnicamente, ma ciò non sembra preoccupare le potenze del Golfo e della NATO che supportano le varie forze terroristiche e settarie in Siria. Non a caso, la stragrande maggioranza dei siriani ha votato per il Presidente Bashar al-Assad perché il popolo di questo Paese conosce bene i problemi di Afghanistan, Iraq e Libia dopo l’ingerenza estera. Inoltre, data la natura barbarica dei taqfiri e dei gruppi terroristici nell’imporre la dhimma ai cristiani, nel massacrare sciiti e alawiti, e decapitare i sunniti filo-governativi, ovviamente la maggioranza dei siriani dentro e fuori il Paese sostiene il governo siriano. La BBC riferisce: “Il presidente siriano Bashar al-Assad ha vinto il terzo mandato dopo aver ottenuto l’88,7% dei voti nelle elezioni presidenziali, ha annunciato il presidente del parlamento… In precedenza, la Corte costituzionale della Siria ha indicato l’affluenza al voto al 73,47%“.
La condanna del voto di USA e Unione europea riassume i loro soliti paraocchi nello sguardo sui moderni Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Questi tre Paesi sostengono il terrorismo e il settarismo contro la Siria e chiaramente sono strettamente collegati alle principali potenze occidentali. Nella Turchia moderna l’attuale governo Erdogan arresta giornalisti, sostiene l’odio verso la comunità alevita e l’attuale capo esprime rancore verso gli sciiti. Allo stesso tempo, la Turchia della NATO ha permesso ai terroristi internazionali di entrare in Siria e questa politica comporta anche molti massacri contro il popolo curdo. Arabia Saudita e Qatar, due nazioni che finanziano i vari gruppi terroristici legati ad al-Qaida e ad altre forze settarie in Siria, non sono note per la democrazia e i diritti umani. Infatti, in Arabia Saudita non è consentita una sola chiesa cristiana e gli apostati dall’Islam subiscono la morte. Allo stesso tempo, il mosaico islamico e i vari gruppi religiosi in Siria non sarebbero mai tollerati in Arabia Saudita, quindi, alawiti, sciiti e drusi subirebbero enormi persecuzioni nella moderna Arabia Saudita. Non solo, ma in Arabia Saudita vecchi possono sposare bambine di otto e nove anni e le donne vengono frustate se non escono interamente coperte. Certo, la democrazia è un anatema in qualsiasi misura, in Arabia Saudita. Allo stesso modo, il Qatar è noto anche per molte realtà negative, tra cui la morte di migliaia di lavoratori migranti trattati come bestie da soma.
Prima dell’ingerenza estera, la Siria era l’ultimo bastione nel mondo arabo del laicismo e dell’indipendenza dai capricci del Golfo e delle potenze occidentali. L’Egitto era sempre benevolo da Camp David, ma USA, Qatar, Turchia e Regno Unito tirarono fuori dai loro cappelli la cerchia dei Fratelli musulmani. Tuttavia, una nuova speranza emerge in Egitto con l’elezione del Presidente Abdalfatah al-Sisi grazie al coraggioso popolo egiziano che ha manifestato a decine di milioni contro il settarismo islamista dei Fratelli musulmani. La BBC ha commentato i siriani che votavano in Libano, dichiarando: “E’ la prima elezione presidenziale con scelta multipla siriana degli ultimi decenni, avviata all’estero circa una settimana prima del voto in Siria“. “In Libano, molti elettori si presentano con zelo“. La BBC continua: “I siriani oggi dimostrano al mondo che sono gli unici a poter decidere del proprio futuro, non i ceceni o gli afgani“, ha detto un giovane elettore, riferendosi ai combattenti stranieri unitisi ai ribelli siriani contro l’attuale regime e i suoi alleati… Alcuni si sono ferite le dita per “votare con il sangue” Bashar al-Assad. Altri hanno semplicemente strappato le foto degli altri due candidati collocando solo l’immagine del Presidente Assad nell’urna”. In altre parole, le principali agenzie internazionali come la BBC non potevano nascondere la realtà, che la maggioranza dei siriani all’estero ha votato per Assad. Pertanto, la maggior parte dei siriani ha votato liberamente per Assad in Siria e all’estero dove non era obbligata da nessuno. Ciò in realtà significa che i siriani in Patria e all’estero sostengono ancora il governo di Assad, nonostante l’enorme propaganda e la destabilizzazione brutale contro la Siria.
Naturalmente, tutto ciò non ferma l’ingerenza del Golfo e occidentale perché le ratlines terroriste e settarie sono ancora attive. Nonostante questo, nel 2014 appare chiaro che le Forze Armate siriane liberano molte regioni strategiche della nazione preservandone il ricco mosaico. Nel frattempo, le forze dell’odio settario in Turchia, Arabia Saudita e Qatar continueranno a mostrare al mondo l’ipocrisia barbara dei cosiddetti Stati democratici che attuano le politiche brutali di Washington, Londra e Parigi. Inoltre, mentre USA ed Unione europea condannano il voto in Siria, tollerando il feudalesimo brutale settario e monarchico del Golfo, altre persone vengono massacrate in Iraq grazie all’ingerenza estera e la Libia non è altro che uno Stato fallito. Pertanto, il popolo della Siria, in Patria e fuori dal suo amato Paese mostra al mondo di sostenere Assad totalmente. Questa realtà dovrebbe respingere il terrorismo settario sponsorizzato dalle potenze occidentali e del Golfo. Tuttavia, data la grande freddezza delle potenze del Golfo e occidentali nelle loro politiche volte a distruggere l’Iraq e la Libia, purtroppo sembra che le stesse forze sinistre continueranno nella loro destabilizzazione contro il ricco mosaico della Siria secolare.

siria_elezioni_gettyTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Storia rivoluzionaria dell’Iraq

Dean Henderson 20 maggio 2014

Ieri è stato annunciato che la coalizione guidata dal partito della Legge di Stato del Primo ministro Nuri al-Maliqi è emerso vittorioso nelle tormentate elezioni parlamentari del mese scorso in Iraq. Mentre militanti sauditi dello Stato islamico in Iraq e Levante (SIIL) controllano Falluja e parte di Ramadi, oltre 3500 persone sono già state uccise nelle violenze settarie quest’anno. L’occupazione statunitense dell’Iraq ha portato con sé l’insediamento di una classe dirigente esiliata da decenni. Questa cricca monarchica tenta di trasformare il Paese da Stato arabo egualitario a bastione del capitalismo selvaggio occidentale. Anni di lotta rivoluzionaria avevano liberato l’Iraq dall’egemonia bancaria internazionale guidata dai Rothschild. Tale lotta non sarà abbandonata senza combattere.

iraqNel 1776 la British East India Company stabilì il quartier generale in quello che oggi è il Quwayt. Quando i membri del clan quwaitiano al-Sabah aiutò i turchi ottomani a sedare le rivolte nel sud dell’Iraq, lo shayq della tribù dei Muntafiq diede agli al-Sabah boschetti di datteri presso Fao e Sufiyah nel sud dell’Iraq. Il Quwayt fu considerato altamente strategico dagli inglesi nella protezione delle rotte marittime dell’Oceano Indiano. Nel 1900 gli inglesi siglarono un accordo con Mubaraq al-Sabah, separando il Quwayt dall’Iraq e facendone un protettorato inglese. La stragrande maggioranza delle persone che vi abitava s’oppose al piano britannico, volendo continuare a far parte dell’Iraq da sempre considerando il Quwayt parte della provincia di Bassora dell’Iraq. [1] Per decenni i leader iracheni contestarono la legittimità dell’accordo Sykes-Picot del 1920, attraverso cui francesi e inglesi fecero del Quwayt un protettorato inglese. Gli iracheni non furono mai  consultati quando fu firmato il “gentlemans agreement”. Il Quwayt divenne un importante fornitore di petrolio per l’occidente e di petrodollari per i banchieri dell’economia mondiale. L’ex-ministro degli Esteri inglese Selwyn Lloyd dichiarò che i soldi del petrolio kuwaitiano puntellano la sterlina inglese. Una battuta di Wall Street dice: “Perché gli Stati Uniti e il Quwayt hanno bisogno l’uno dell’altro?” La risposta “Il Quwayt è un sistema bancario senza patria. Gli Stati Uniti un Paese senza sistema bancario“.
Nel 1937 e di nuovo nel 1946 il Partito Comunista Iracheno indisse scioperi presso l’Iraq Petroleum Company (IPC), a Kirkuk. Da quando la BP divenne l’importante proprietario dell’IPC, gli inglesi  inviarono truppe per sedare gli scioperi. Mezzo milione di acri di terra nella provincia di Qut fu rilevato dai fratelli al-Yasin, lacchè degli inglesi. Nel 1958, l’1% dei proprietari terrieri in Iraq controllava il 55% dei terreni. [2] Nel 1950 l’IPC fu al centro del boom del petrolio in Iraq. I suoi numerosi tentacoli includevano Bassora Petroleum e Mosul Petroleum. Chevron, Texaco, Exxon, Mobil, Gulf e RD/Shell furono esclusi dall’IPC dopo che tali predecessori dei Quattro Cavalieri firmarono l’accordo della Linea Rossa. La rivoluzione in Egitto del 1952, che depose la monarchia di Faruq e portò al potere il leader nazionalista Gamal Abdal Nasser, ispirò una serie di rivolte in Iraq contro l’IPC e la monarchia irachena. Nel 1958 re Faysal fu assassinato insieme a numerosi membri della famiglia reale. La monarchia irachena, da tempo marionetta dell’impero inglese, fu deposta. Gli Stati Uniti e gli inglesi agirono rapidamente per garantirsi l’installazione di un altro burattino nel generale Nuri al-Sayd. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna convinsero al-Sayd a firmare il Patto di Baghdad, di cui una parte chiedeva il riconoscimento ufficiale del Quwayt. Un’altra parte dell’accordo autorizzava l’invio di forze irachene in Libano per sostenere il governo filo-occidentale e impopolare di Camille Chamoun. [3] Nel 1958 al-Sayd fu deposto da un colpo di Stato guidato da ufficiali nazionalisti dell’esercito fedeli a Abdul Qarim Qasim. Il settimanale parigino L’Express riferì, “Il colpo di Stato iracheno è stato ispirato dalla CIA per placare i nazionalisti. La CIA ha visto Qasim come contenibile e preferibile agli elementi più radicali che rapidamente guadagnano consensi tra il popolo iracheno“. Inizialmente i membri del Partito comunista furono banditi dal governo Qasim. Ma sotto la pressione della potente sinistra irachena, Qasim subito sciolse la monarchia irachena e coltivò legami con l’Unione Sovietica e la Cina. Si ritirò dal Patto di Baghdad e chiese l’annessione del Quwayt alla provincia di Bassora. Tolse il divieto del Partito Comunista Iracheno che divenne una forza importante nel suo governo. Creò l‘Iraqi National Oil Company statale (INOC), facendo dell’Iraq il primo Paese del Medio Oriente a nazionalizzare le attività dei Quattro Cavalieri. Nel 1961 Qasim approvò la legge 80 che recuperava il 99,5% dei terreni inesplorati dell’IPC e chiese l’annessione del Quwayt. Big Oil e le sue otto famiglie proprietarie ne ebbero abbastanza. Nel 1960 Sydney Gottlieb della Divisione Servizi Tecnici della CIA ordì un piano per assassinare il Presidente Qasim. [4] Una campagna terroristica a bassa intensità fu organizzata dalla CIA con i partiti nazionalista e baathista che attaccavano il Partito Comunista Iracheno, il partito di sinistra più formidabile della regione. La CIA diede ai suoi sgherri gli elenchi dei leader di sinistra da colpire. Nel 1961 il Quwayt dichiarò l’indipendenza, prendendosi lo sbocco del solo porto dell’Iraq, Bassora. Le truppe statunitensi sbarcarono in Libano e quelle inglesi in Giordania. [5]
abdul_karim_kassemNel 1963 l’agente della CIA Bruce Odell organizzò un ponte aereo per armare la cellula di destra del partito Baath di Baghdad. Gli operatori del Baath scatenarono un’ondata di terrorismo segnata da innumerevoli massacri di civili. L’uomo di punta della CIA, la cui fazione di destra nel Baath emerse vittoriosa dopo l’assassinio Qasim nel 1963, fu Sadam Husayn. [6] Secondo un articolo del 17 aprile 2003 dell’Indo-Asian News Service, la CIA fece uscire Sadam dall’Iraq dopo l’assassinio e lo piazzò in un hotel di Cairo per qualche notte. Adb al-Salam al-Arif fu nominato presidente. Il suo primo decreto abrogò la legge 80. I Quattro Cavalieri erano di nuovo in sella all’IPC. Nel 1967 l’IPC perforò diversi pozzi con un potenziale di 50000 barili al giorno. Si nascosero questi risultati al governo iracheno. Quando la notizia trapelò il popolo iracheno ne fu indignato. Arif ne seguì l’esempio. Nazionalizzò banche e compagnie di assicurazione, insieme a trentadue altre grandi imprese. L’Iraq approvò le leggi 97 e 123 che diedero all’INOC statale un ruolo maggiore nell’industria petrolifera irachena, tra cui il diritto esclusivo di sviluppare il giacimento petrolifero di Rumayla Nord, presso il Quwayt. La Brown & Root di Houston aveva costruito il terminal petrolifero dell’IPC di Fao che serviva Rumayla Nord, mentre la società tedesca Mannesman costruì la pipeline Kirkuk-Dortyol dell’IPC. [7] Ora le multinazionali corsero ai ripari mentre un Iraq irritato ruppe le relazioni con gli Stati Uniti. L’anno dopo il presidente di sinistra Hasan al-Baqr combatteva l’Unione Patriottica del Kurdistan sostenuta dalla CIA e guidata da Jalal Talabani, mentre le truppe lealiste curde di Mustafa Barzani attaccarono le strutture del’IPC nei pressi di Kirkuk. Il decreto del governo iracheno dell’11 marzo 1970 premiò i curdi di Barzani con l’autonomia delle province settentrionali di Kirkuk e Dohuk. Nel 1971 l’Iraq ruppe i rapporti con l’Iran dopo che lo Shah fu scoperto aiutare la fazione di Talabani per conto della CIA. Nel 1972 al-Baqr nazionalizzò l’IPC. Nel 1973 la Bassora Petroleum fu nazionalizzata. Entro dicembre 1975 tutte le aziende straniere in Iraq erano state nazionalizzate. [8] Non dovrebbe sorprendere che il flessibile Jalal Talabani sia il presidente dell’Iraq occupato dagli USA.
La Siria guidava i Paesi della regione seguendo l’esempio iracheno. La nazionalizzazione dell’IPC fu molto popolare e fu sostenuta dal governo di al-Baqr, che costituì l’Iraqi Company for Oil Operations (ICOO) per commercializzare all’estero il petrolio dell’INOC. ICOO siglò accordi di fornitura con Giappone, India, Brasile, Grecia e molte nazioni del Patto di Varsavia. Nel 1973-1978 i proventi del petrolio iracheno passarono da 1,8 miliardi di dollari a 23,6 miliardi dollari all’anno. [9] L’Iraq implementò controlli valutari rigorosi per evitare che i banchieri internazionali sabotassero il dinaro. Introdussero restrizioni alle importazioni di valuta estera, affinché non venisse sprecata in beni di lusso frivoli. L’Iraq divenne un leader rispettato della fazione dei falchi dei prezzi dell’OPEC. Fu un esempio mondiale del tentativo di liberarsi dalla schiavitù della otto famiglie della mafia bancaria che voleva la testa di al-Baqr. Dopo un fallito tentativo di colpo di stato nel 1975 contro al-Baqr, la polizia irachena scoprì i dollari in possesso dei golpisti. [10]
Nel corso di quattro decenni, i Quattro Cavalieri e i loro scagnozzi della CIA cercarono di sedare il  nazionalismo del popolo iracheno. Il successo fu minimo e i loro regimi fantoccio di breve durata. Il regime di Sadam Husayn sembrava promettente ai banchieri internazionali. Un giro di vite sui partiti nazionalisti uccise e deportò gli elementi più radicali. Invase l’Iran rivoluzionario con una gomitata del tirapiedi dei Rockefeller Zbigniew Brzezinski. Aprì l’economia irachena alle multinazionali occidentali. Ma quando sauditi e kuwaitiani iniziarono a pretendere da Sadam il rimborso di 120 miliardi di dollari in prestiti per la guerra all’Iran, che avevano originariamente chiamato “sovvenzioni”, Sadam esplose. Gli Stati Uniti dissero ai monarchi al-Sabah d’insistere, spingendo Sadam sulla nota via socialista del popolo iracheno. Presto si trovò nel mirino dei suoi ex-sponsor. Una volta ritiratisi completamente gli Stati Uniti dall’attuale multimiliardario incubo neo-coloniale, gli iracheni sembrano destinati a continuare sul familiare percorso rivoluzionario socialista. Non è facile abrogare la storia di un popolo, a dispetto dell’arroganza e della ricchezza del propagandista.

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[1] Beyond the Storm: A Gulf Crisis Reader. Phyllis Bennis and Michel Monshabeck. Olive Branch Press. Brooklyn, NY. 1991. p.39
[2] Iraq Since 1958: From Revolution to Dictatorship. Marion Farouk-Sluglett and Peter Sluglett. I.B. Tauros & Company, Ltd. New York. 1990.
[3] Diplomacy in the Near and Middle East: A Documentary Record: 1914-1956. J.C. Hurewitz. D. Van Nostrand Company, Inc. Princeton, NJ. 1956. p.236
[4] Iraq and Kuwait: A History Suppressed. Ralph Schoenman. Veritas Press. Santa Barbara, CA. 1990. p.14
[5] Ibid
[6] Ibid. p.14
[7] Ibid
[8] Sluglett and Sluglett. p.120
[9] Bennis and Monshabeck. p.31
[10] Schoenman. p.20

Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel.  Potete seguirlo su Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ucraina, tra elezioni farsa e nascita della Nuova Russia

Alessandro Lattanzio, 25/5/2014
donbass-residents-vote-referendum-on-self-proclaimed-donetsk-people_s-republicLe Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk dichiaravano il 24 maggio la creazione dello Stato dell’Unione di Novorossija. “Abbiamo firmato un memorandum sull’unione“, dichiarava Denis Pushilin, co-presidente della Repubblica nazionale del Donetsk. Il documento è stato firmato a Donetsk dai premier Aleksandr Borodaj e Aleksej Karjakin. I rappresentanti del popolo di otto regioni ucraine si sono riuniti nel congresso di Donetsk del 24 maggio, dove le regioni sud-orientali dell’Ucraina hanno annunciato la creazione del Fronte Popolare. Il movimento ha approvato il manifesto dell’autodeterminazione e per la tutela del popolo dal “terrore delle bande naziste”. Il Fronte popolare riunisce le regioni di Odessa, Nikolaev, Dnepropetrovsk, Zaporozhe, Kharkov, Kherson, Donetsk e Lugansk. Al congresso, i 145 delegati hanno accettato il manifesto che sottolinea come il Fronte Popolare sia composto da “coloro pronti a resistere all’autorità auto-nominatasi a Kiev che ha iniziato la guerra contro il popolo“. Il Fronte Popolare promette di proteggere i civili dal “terrore delle bande naziste finanziate da oligarchi e servizi di sicurezza stranieri“, e promette anche “lotta per il diritto del popolo a una vita dignitosa”. “La coalizione socio-politica del Fronte Popolare chiede di boicottare le elezioni presidenziali perché tutti i candidati sono oligarchi, già visti ai vertici perpetrare rapine e terrore”. Infine, Kiev stessa ammetteva che 17000 tra poliziotti e militari hanno aderito alle repubbliche di Donetsk e Lugansk. Il governatore del Donbass, Pavel Gubarjov, aveva già annunciato la creazione del movimento socio-politico “Nuova Russia”, “Oggi abbiamo l’opportunità di svolgere attività politiche su vasta scala. Le nostre porte sono aperte a tutti. Annunciamo la creazione del movimento socio-politico “Nuova Russia” che in futuro diventerà una forza politica“. Principale obiettivo della nuova forza politica è la creazione dello Stato di Nuova Russia, da cui sarà spietatamente sradicata la corruzione, “Coloro che negli anni ’90 hanno rubato aziende, le restituiranno al popolo per nazionalizzarle. Il nuovo sistema politico della Repubblica nazionale di Donetsk non avrà nulla in comune con le precedenti oligarchie ucraine“. Inoltre, il 25 maggio,il Ministero degli Esteri della Repubblica del Donetsk e Novorossia dichiarava quanto segue:
1. Dopo la Dichiarazione di Sovranità e il referendum dell’11 maggio 2014, le due repubbliche di Novorossija, la Repubblica nazionale di Donetsk e la Repubblica popolare di Lugansk, in piena sovranità si uniscono nel processo di unificazione, creando il nuovo Stato federato sovrano europeo di Novorossja.
2. L’attuale governo di Kiev è l’aggressore delle RND e RPL, e relativi forze e gruppi armati sono truppe d’occupazione. Siamo autorizzati ad affermare che siamo in guerra con l’attuale governo di Kiev, anche se non siamo in guerra con lo Stato d’Ucraina, non riconoscendo il governo di destra a Kiev quale  rappresentante dello Stato ucraino, il cui presidente è, ad eccezione delle leadership delle regioni autonome di Donetsk e Lugansk e della repubblica autonoma di Crimea, VF Janukovich fino alla fine del suo mandato, nel febbraio 2016.
3. Oltre alle truppe, subordinate al governo di Kiev che attualmente combattono come forze punitive contro RND e RPL, con la partecipazione di mercenari ucraini e stranieri, e soggette al governatore di Dnipropetrovsk Kolomojskij che, secondo i dati disponibili, non fa capo direttamente al governo di Kiev, mentre le alleate forze e bande mercenarie comprendono gruppi di mercenari provenienti da Paesi terzi. Ciò permette di parlare di aggressione internazionale contro la Nuova Russia, secondo la Carta delle Nazioni Unite, che comprende l’invio di mercenari.
4. Dichiara che sul territorio della Repubblica nazionale del Donetsk e della Repubblica popolare di Lugansk non può aver luogo, e non si terranno, le elezioni presidenziali ucraine, e che il risultato non avrà conseguenze giuridiche sul nostro territorio. Allo stesso tempo, avvertiamo che nella zona occupata dall’attuale governo di Kiev, come Svatovskij, in cui veicoli corazzati e truppe del governo di Kiev sono presenti, un tale voto potrebbero tenersi e i risultati utilizzati per scopi propagandistici. Diamo anche per scontato che gli alleati del governo di Kiev, NATO e UE così come la completamente appiattita OSCE, riconosceranno i risultati di tali elezioni, e provvederanno a legittimare il nuovo regime.
5. Partiamo dal presupposto che le aspettative di certi politici di pacificare l’aggressore dopo le elezioni sono false, che ricevendo una parvenza di legittimità Kiev avvierà immediatamente una nuova offensiva militare in Oriente. Il Ministero degli Esteri di RND e Novorossija mette in guardia tutti i politici, di tutti gli Stati, contro eventuali azioni per legittimare l’aggressore. In questo caso, potrebbero condividere la responsabilità per i crimini di guerra commessi da Kiev, cioè promozione della guerra di aggressione, crimini contro la pace e la sicurezza internazionale, e altri crimini di guerra del regime a Kiev, secondo le convenzioni di Ginevra, contro i prigionieri, i feriti e la popolazione civile. La nostra valutazione si basa sui fatti. Facendo attenzione alle dichiarazioni dei due principali favoriti di tale elezione: Timoshenko ha dichiarato il desiderio di sterminare i russi con le armi di distruzione di massa. Desiderio incarnatosi a Odessa e Marjupol, dove i suoi camerati hanno utilizzati armi chimiche. In relazione a tali fatti, una richiesta del nostro Ministero degli Esteri è stata inviata all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC) per: “Una missione d’inchiesta sul possibile uso di armi chimiche” nelle città di Odessa e Marjupol. Poroshenko, il 23 maggio, ha dichiarato la necessità di continuare la guerra in Oriente, e ha promesso ai mercenari, pronti a uccidere la popolazione di Novorossija, uno stipendio di tremila dollari e centomila dollari per il funerale. Si precisa che tali dichiarazioni non sono uno slogan, i soldati ucraini non vogliono combattere contro il popolo, e sempre più mercenari occidentali al soldo di Kiev ci invadono.
6. A questo proposito, siamo rimasti sorpresi dalle valutazioni fatte a Mosca, dove le elezioni sono definite “un passo nella giusta direzione”. Noi incoraggiamo i politici russi a riconsiderare attentamente la loro posizione. Sono un “passo nella giusta direzione” le azioni che comportano l’inasprimento della guerra? Sono un “passo nella giusta direzione” la promozione e la legittimazione del regime, che ha già dimostrato la sua capacità di commettere crimini di guerra, compreso l’uso di ADM e l’esecuzione di feriti sui letti d’ospedale? Può, infine, essere “un passo nella giusta direzione” la promozione dei nazisti di Kiev legittimando l’elezione del loro nuovo Fuhrer? Forse la politica della Russia verso le nuove autorità a Kiev soffre di certe illusioni. Partiamo dal presupposto che tali illusioni saranno distrutte il 26 maggio 2014, quando gli elenchi delle vittime della guerra e dei crimini di guerra saranno rinnovate con nuovi eventi. Ma in questo caso il sangue ricadrà sulla coscienza di tutti coloro che hanno sostenuto direttamente o indirettamente le elezioni del 25 maggio. Facciamo appello a tutti i politici affinché prendano le distanze da tali elezioni illegali, condannandole e dichiarando di non riconoscerne i risultati. Ai politici è rimasto un solo giorno per prendere le distanze dal regime a Kiev, prima che le “elezioni” portino nuova linfa alla guerra, le cui nuove vittime ricadranno sulla loro coscienza. Certo, il popolo del Donbass non crede alle lacrime di coccodrillo sulle “vittime innocenti” e alla condoglianze di circostanza. Ci appelliamo a tutti affinché avvertano le autorità che frettolosamente sostengono tale evento pericoloso per la pace: respingere  subito tali elezioni o condividerne la responsabilità per le tragiche conseguenze.
7. Il Ministero degli Esteri della RND e della Nuova Russia ritiene che l’avventura militare delle autorità di Kiev subirà una sconfitta schiacciante, l’aggressore avrà la punizione meritata e tutti i criminali di guerra compariranno davanti al Tribunale internazionale per l’ex-Ucraina. Esprimendo il suo impegno mondiale, invitando tutti gli Stati a contribuire al raggiungimento di una pace duratura, affinché si processino gli aggressori di Kiev.
10154222Intanto, gli squadristi di Fazione destra e della guardia nazionale ucraina attaccavano dei riservisti ucraini della regione di Vinnitsa, ammutinatisi ai golpisti di Kiev presso il villaggio di Volnovakha, nella regione del Donetsk. Inviati a combattere i ‘sabotatori russi’, non trovandone nessuno il comandante dell’unità chiese il permesso di rientrare alla base. Il comandante dell’unità aveva provato a contattare il ministero della Difesa, ma non ci riuscì. Poi contattò la direzione dell”operazione antiterrorismo’, dicendo che non c’erano sabotatori russi e che doveva rientrare alla base. Gli fu risposto “Non è affar tuo“. Intorno alle 5:00 del 22 maggio, il checkpoint occupato dall’unità fu attaccato dalle milizie fasciste di Kolomojskij, giunte su due blindati della PrivatBank e almeno due jeep. “Il checkpoint fu distrutto, ma i soldati aprirono il fuoco in risposta”. Un proiettile colpì un deposito di munizioni provocando una massiccia esplosione che fece decine di feriti. I miliziani di Fazione destra e della Guardia nazionale subirono quindi delle perdite e si ritirarono abbandonando un loro blindato. “Al mattino tre elicotteri della giunta di Kiev distrussero il blindato abbandonato e spararono sui soldati“. 8 militari ucraini furono uccisi e circa 20 feriti. Secondo uno dei comandanti della 51.ma Brigata delle forze armate ucraine, gli aggressori, dei “mercenari professionali”, uccisero 15 soldati ucraini e almeno altri 35 rimasero feriti. Dice il comandante della 51.ma Brigata, “Il nostro fuoco di risposta incendiò un loro autoveicolo, gli aggressori sparavano con lanciagranate e mitragliatrici. Si erano ben preparati all’attacco al checkpoint”. Secondo dei testimoni l’attacco era un’operazione di rappresaglia dell’oligarca mafioso sionista Igor Kolomojskij, proprietario della PrivatBank e finanziatore di Fazione destra. Nel frattempo, il battaglione mercenario ‘Donbass‘ di Kolomojskij, formato da volontari di piazza Majdan come forza di spedizione punitiva, veniva circondato dalla milizia dell’autodifesa presso Karlovka, 15 km a nord-ovest di Donetsk, dove il 50% degli effettivi era stato ferito. Il comandante del battaglione mercenario, Semjon Semenchenko, aveva contattato il comando dell’esercito chiedendo rinforzi, ma non veniva ascoltato, “Tutte le mie telefonate al comando delle forze armate, per chiedere rinforzi, non sono ascoltate“. Gli squadristi ebbero 12 morti, mentre a Lisichansk, presso Lugansk, un elicottero ucraino veniva abbattuto dalla milizia popolare. A Kiev, il movimento di resistenza antigovernativo Kiberberkut distruggeva completamente la rete e le infrastrutture IT della Commissione elettorale centrale dell’Ucraina, controllate dagli USA.
Il 24 maggio, pesanti combattimenti si svolsero intorno Slavjansk per 3 ore. Slavjansk veniva bombardata dall’artiglieria dei golpisti. La milizia di Slavjansk attaccava i posti di blocco dell’esercito ucraino situati intorno alla città. “Di notte il nostro gruppo ha attaccato un posto di blocco nei pressi di Seleznevka, a due chilometri da Slavjansk. A nord, presso Semjonovka, è stato distrutto un BTR e abbiamo perso un  volontario”. Alle 17.30 del 24 maggio, le milizie colpivano il nemico a un checkpoint. “C’è stato l’inferno, un distributore di benzina è esploso. Ci sono state diverse esplosioni per le munizioni accumulate nella base della Natsgvardij (Guardia nazionale)”. I militari ucraini hanno tentato di ritirarsi dal checkpoint lungo l’autostrada Kharkov-Rostov-Krasnij Liman. “Ma c’era una piccola sorpresa ad aspettarli, la nostra imboscata con gli RPG, che ha distrutto un secondo blindato. Ad ovest di Slavjansk, vicino al villaggio Mirnij, la nostra ricognizione ha bombardato le postazioni del nemico”. Nei pressi del villaggio Rubezhnoe, vicino Lisichansk, nella regione di Lugansk, 7 combattenti dell’autodifesa sono stati uccisi e altri 16 feriti, mentre le truppe di Kiev avrebbero avuto 2 morti e 7 feriti. Lo scontro avviene dopo i falliti negoziati tra le forze della Repubblica Popolare di Lugansk e le truppe di Kiev. Ostap Chernij, portavoce delle milizie, ha detto  “Quando una colonna di veicoli blindati dell’esercito ucraino s’è avvicinata a Lisichansk, le milizie hanno cercato di negoziare, ma la sparatoria è scoppiata durante i negoziati“. Circa 30 coscritti volevano disertare, ma le altre truppe hanno aperto il fuoco sul gruppo. Il comandante dell’unità che si apprestava a disertare, aveva aperto il fuoco contro i propri uomini, “Il comandante ci ha ordinato di aprire il fuoco indiscriminato“, ha detto un soldato disertore nel corso di una conferenza stampa. La Guardia nazionale intanto incendiava la stazione ferroviaria della città, interrompendo il traffico nella regione di Lugansk, e sparava ai vigili del fuoco giunti a spegnere l’incendio. Le milizie dell’autodifesa però catturarono 3 blindati BMP-2 dei golpisti. “Secondo i nostri dati, ci sono attualmente circa 6000 miliziani di Kiev nella regione di Lugansk, e il loro numero è aumentato negli ultimi giorni“, dichiarava Valerij Bolotov, leader della Repubblica Popolare di Lugansk. Presso Kalkova, a 30 chilometri da Donetsk, l’attacco delle milizie di Kiev veniva respinto dalla milizia di autodifesa locale, che riferiva di dieci vittime. A 100 chilometri da Lugansk, gli ucraini tentavano di attraversare l’estuario del Severnij Donetsk, ma sono stati fermati dalle milizie dell’autodifesa che distruggeva cinque blindati nemici. A Novonikolaevka, nel Donetsk, ad ovest di Slavjansk, la milizia popolare ha distrutto due blindati della fanteria e catturato un carro armato T-64, 11 soldati ucraini sono stati eliminati e molti altri feriti.
Il Capo di Stato Maggiore Generale delle Forze Armate russe, Generale Valerij Gerasimov, dichiarava alla terza Conferenza sulla sicurezza internazionale a Mosca del 23 maggio, che il conflitto in Ucraina era divenuto una guerra civile, e che aveva le prove della presenza di società militari private occidentali in Ucraina. Il ministro della Difesa russo Sergej Shogiu denunciava, “Dopo la rimozione forzata del presidente uscente dell’Ucraina, con la partecipazione attiva di forze esterne, il Paese è scivolato nella guerra civile. … Ricordiamo i tentativi di attuare “rivoluzioni colorate” nel territorio dell’ex-Unione Sovietica. … Nel recente passato sono stati fatti simili tentativi nei Paesi dell’Asia centrale e in Georgia. Oggi in Ucraina. La comparsa del nuovo focolaio di guerra influenza negativamente la sicurezza generale”. “La politica del contenimento della Russia viene attuata invece della possibile costruzione di una Grande Europa”, ha detto il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, “i tentativi di forzare gli altri popoli alle proprie formule di riforma interna, senza tener conto delle loro tradizioni e caratteristiche nazionali, impegnandosi nell”esportazione della democrazia’, hanno un effetto distruttivo sulle relazioni internazionali e moltiplicano le tensioni nel mondo“.
1400753552_1Il think tantk imperialista obamiano statunitense Brookings Institution riconosce, “che l’occidente non potrebbe difendere economicamente l’Ucraina da una Russia ostile. La Russia può infliggere più danni di quanto l’occidente potrebbe ripararne. E’ sempre vero che è più facile minare un Paese economicamente che costruirlo. E’ più facile destabilizzare che stabilizzare (Cose che costoro e il loro fantoccio Obama sanno benissimo. NdAL). E’ forse meno evidente che l’occidente troverebbe assai difficile stabilizzare l’economia ucraina, anche se la Russia non facesse nulla. Il semplice fatto è che la Russia oggi sostiene l’economia ucraina con almeno 5/10 miliardi di dollari all’anno. Quando si parla di sovvenzioni, di solito pensiamo alla capacità della Russia di offrire all’Ucraina gas a buon mercato. Ma ci sono molti altri modi con cui la Russia supporta l’Ucraina. Il supporto principale si presenta in forma di ordini russi alle industrie pesanti ucraine. Questa parte dell’industria ucraina dipende quasi interamente dalla Russia. Non potrebbero vendere a nessun altro. Le province meridionali e orientali dell’Ucraina sono dominate dalle gigantesche imprese di tipo sovietico, simili a quelle russe. Furono tutte costruite in epoca sovietica nell’ambito di un’unica economia assai integrata. Possono esser sostenute solo grazie a petrolio e gas russi. Poiché la maggior parte di tali aiuti sono informali, non appaiono nelle statistiche ufficialiLe industrie della Difesa dell’Ucraina sono circa un quarto di quelle della Russia, ma molto più concentrate geograficamente. Circa il 96% dell’industria della Difesa dell’Ucraina si trova in quattro città: Kiev, Kharkov, Dnepropetrovsk e Nikolaev. Un quarto della forza lavoro di quelle città lavora negli impianti della Difesa. Ecco perché alcune recenti dichiarazioni di Putin sui piani per eliminare l’importazione di beni per la Difesa inquietano alcune regioni dell’Ucraina. In una riunione con i dirigenti dell’industria della Difesa, il 14 maggio, Putin ha detto: “A causa delle sanzioni occidentali ci troviamo in nuove circostanze, dobbiamo sostituire le importazioni e fare tutto il possibile per produrre ciò che serve alla nostra industria della Difesa qui, sul nostro suolo, in modo da non dipendere da nessun altro per i nuovi sistemi d’arma che consegniamo alle nostre forze armate”. Se l’occidente potesse in qualche modo sottrarre il pieno controllo dell’Ucraina alla Russia, Stati Uniti, NATO e UE potrebbero sostituire la Russia? Il FMI, naturalmente, non tollererebbe mai il sostegno a tali dinosauri, come fanno i russi. Così, quanto denaro servirebbe per compensare i posti di lavoro persi? Nel caso della riunificazione tedesca si trattò di 2760 miliardi di dollari in oltre 20 anni. Se l’Ucraina ha un reddito pro capite pari a un decimo di quello della Germania, la stima minima è 276 miliardi di dollari. È impensabile che l’occidente paghi tale importo. Si noti che la Russia, al contrario, potrebbe sopravvivere al distacco dall’industria ucraina. L’Unione Sovietica ha creato doppie fonti praticamente per ogni componente necessario all’industria della Difesa. Per ogni produttore in Ucraina, c’era un gemello effettivo o potenziale ad est degli Urali e altrove. La Russia potrebbe semplicemente sostituire le importazioni. Anche se è economicamente inefficiente, è ciò che ogni Paese farebbe per la propria sopravvivenza nazionale. In caso di sostituzione delle importazioni ucraine, i principali beneficiari sarebbero le imprese della Difesa e molte altre industrie metalmeccaniche pesanti della Russia; e Putin ha già dichiarato ciò una priorità. Economicamente, la Russia può permettersi di perdere l’Ucraina. Ciò che la Russia non può permettersi è mantenere l’Ucraina, che le costava fino a 10 miliardi di dollari all’anno solo per l’Ucraina orientale. Ma di tutte le opzioni sul futuro dell’Ucraina, un’Ucraina esclusivamente filo-occidentale è la meno fattibile”.

10313429Fonti:
Alawata
Brookings
Diario de Octubre
ITAR-TASS
Moon of Alabama
Moon of Alabama
Nsnbc
RIAN
RussiaToday
Vineyard Saker
Wars online

ukraine - opération 22-23 mai

Basi militari ‘segrete’ nell’emisfero occidentale

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 13/04/2014

iAV.gKDS7p0YIl picco propagandistico sulla creazione della Russia di basi militari in America Latina e nei Caraibi non finisce. Su iniziativa dei centri da ‘guerra fredda’ degli Stati Uniti, scoperte su basi navali e aeree russe “segrete” in Nicaragua, Venezuela e perfino Argentina appaiono regolarmente nei media.  Più spesso che no, tali notizie sono accompagnate da fotografie di bombardieri strategici Tu-160 (‘Cigno Bianco’) e Tu-95MS, dell’incrociatore a propulsione nucleare Pjotr Velikij (‘Pietro il Grande’), e del grande cacciatorpediniere anti-sommergibile Ammiraglio Chabanenko, che avviarono le visite delle forze navali e aeree della Russia presso gli ospiti del continente americano nel 2008. L’esempio più recente di tale tipo è l’attracco nel porto dell’Avana della nave dell’intelligence russa Viktor Leonov. Nel novembre 2013, l’Assemblea Nazionale del Nicaragua ha ratificato la decisione del governo di permettere alle unità militari russe, navali e aeree, di visitare la repubblica nella prima metà del 2014. I loro equipaggi potranno partecipare all’addestramento dei  militari del Nicaragua e condividerne le esperienze. Il documento menziona anche navi e aerei militari di Cuba, Venezuela, Messico e Stati Uniti. Nel giugno di quest’anno, il governo di Daniel Ortega presenterà al parlamento la proroga del documento per ulteriori sei mesi. Il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu ha recentemente annunciato l’intenzione di aumentare il numero di basi all’estero. Ha anche detto che colloqui sono in corso con Cuba, Venezuela, Nicaragua, Vietnam, Singapore e Seychelles. Il Viceministro della Difesa russo Anatolij Antonov ha spiegato la situazione così: “Quando si parla di valorizzare la presenza della marina russa in America Latina, s’intende soprattutto creare le condizioni per una procedura semplificata per le visite delle nostre navi russe nei porti dell’America Latina. Data la notevole distanza dalle coste russe, è ovvio che saremmo interessati a rifornirle di scorte di cibo e acqua, nonché ad organizzare le attività ricreative dei nostri marinai. In alcune circostanze, dobbiamo essere sicuri di poter svolgere piccole e medie riparazioni per le nostre navi”.
Il Presidente Daniel Ortega, ha prospettato la ‘presenza’ amichevole della Russia sulle rive dell’America Latina in un discorso ai militari del Nicaragua, il 6 aprile, dicendo da quando il governo sandinista è tornato al potere nel 2007, di essere disposto a cooperare con qualsiasi Paese possa contribuire a rafforzare e modernizzare l’esercito. Gli Stati Uniti non hanno dato al Paese alcuna speranza. Nonostante i già stretti legami tra Washington e i governi di destra del Nicaragua, il Pentagono non ha fatto alcun tentativo serio per equipaggiare l’esercito del Nicaragua con armi moderne. Gli Stati Uniti vedono sempre l’ideologia dei sandinisti come ostile. Perciò il governo del Nicaragua s’è rivolto alla Russia. Accordi di vasta portata nella cooperazione militare e tecnica sono stati firmati. Secondo Ortega, il contributo della Russia al processo di riarmo militare è “stabile, affidabile ed estremamente importante”, ed è accompagnato dalla previsione incondizionata di aiuti sociali ed economici al popolo nicaraguense. Sono stati inviati rifornimenti di grano, attrezzature agricole, autobus e autovetture. Una considerevole quantità di denaro è stata anche assegnata a  scopi umanitari, tra cui sanare le conseguenze delle catastrofi naturali. Analizzando il contenuto del discorso di Ortega ai militari, il quotidiano conservatore La Prensa di Managua ha osservato che Ortega “giustifica la possibile creazione di basi russe in Nicaragua”. Ecco una citazione dal discorso di Ortega: “Quante navi militari statunitensi hanno visitato (i nostri porti) tra il 2007 e il 2012? Quante navi statunitensi hanno trascorso mesi nei nostri porti dei Caraibi e dell’Oceano Pacifico? Navi militari sfilate per le missioni di pace! E quanti soldati e ufficiali statunitensi sono sbarcati nel nostro Paese diretti nelle loro basi?… Basi (estere) vietate dalla Costituzione, ma (in realtà) ancora presenti”. Per Ortega, il rafforzamento della sicurezza del Paese rimane un obiettivo strategico. Più potente l’esercito, più significativo il suo contributo nel tutelare ogni regione del Paese, e una vita più tranquilla per il popolo nicaraguense, nei nostri tempi difficili. Ortega insiste in particolare sulla necessità di rafforzare la lotta al traffico di droga, tenendo presente che il Nicaragua si trova ‘al crocevia’ dei traffici di cocaina e di altri allucinogeni da Colombia, Perù e Bolivia agli Stati Uniti. Le Forze armate del Nicaragua devono avere moderne capacità operative nel sequestrare e distruggere il traffico di droga via terra, aria e mare. Si potrebbe pensare che l’US Drug Enforcement Agency (DEA), a lungo presente nel Paese, avesse contribuito a modernizzare il suo arsenale. Ma l’Agenzia sviluppa la cooperazione bilaterale esclusivamente nei propri interessi, cioè espandendo la presenza militare statunitense nel Paese. I metodi autoritari della DEA alienano sempre più leader latinoamericani. Perciò le strutture preposte in Nicaragua e altri Paesi centroamericani hanno reagito positivamente al piano della Russia per la formazione di funzionari antidroga in una scuola speciale a Managua. I professionisti del Servizio anti-Narcotici Federale della Russia (FSKN) insegnano nella scuola, e coloro che la frequentano provengono da Nicaragua, Salvador, Panama, Honduras, Repubblica Dominicana e altri Paesi della regione. Il primo gruppo di operatori s’è già laureato. Gli Stati Uniti sono gelosi del successo della FSKN in Nicaragua e in America Latina. Per questo motivo Viktor Ivanov, presidente del Comitato antidroga dello Stato e direttore della FSKN, è stato inserito nella lista nera del governo degli Stati Uniti. I piani per una collaborazione tra Russia e Nicaragua per esplorare e utilizzare lo spazio viene  considerata dal Pentagono come “assai sospetto” quale “componente militare”. Tra l’altro, l’accordo prevede la costruzione di un sistema di sorveglianza satellitare GLONASS in Nicaragua. Attraverso i media del Paese sotto il suo ‘controllo’, l’ambasciata degli Stati Uniti conduce una campagna ostile contro il progetto, ponendo l’accento sul suo uso ‘probabile’ a fini di spionaggio dalla Russia. Questa preoccupazione dell’ambasciata, dove la maggioranza dei 200 diplomatici statunitensi sono dipendenti delle agenzie di intelligence che intenzionalmente lavorano contro il regime Ortega, non è che ironica.
La Russia sviluppa legami militari con Venezuela e Cuba in modo simile. Sembra che nel prossimo futuro, il problema di porre basi militari russe permanenti con grandi infrastrutture e personale militare dispiegato per lunghi periodi di tempo, non sarà più tale. Il Ministero degli Esteri della Russia ha definito gli articoli sulla creazione di basi militari russe in Argentina, una ‘provocazione’. L’unica base straniera al largo delle coste argentine si trova sulle Isole Falkland, occupate dagli inglesi. La presidentessa argentina Cristina Fernández ha definito le isole “base nucleare” della NATO, “la più grande base esistente a sud del 50° parallelo”. Gli strateghi della NATO provedono di coinvolgere le forze armate della Colombia nelle attività dell’alleanza militare. Nel giugno 2013, Juan Carlos Pinzón, ministro della Difesa nazionale della Colombia, firmò un accordo a Bruxelles sulla cooperazione e lo scambio di informazioni con la NATO. Il presidente colombiano Juan Manuel Santos ha detto, a tal proposito, che l’accordo è stato stipulato “con l’obiettivo ulteriore” di aderire all’organizzazione. Un articolo sul sito aporrea.org commentava che, prima o poi, ci sarà una risposta adeguata all’espansione militare globale degli Stati Uniti e della NATO: “Se gli Stati Uniti hanno un numero incalcolabile di basi in tutto il mondo, allora è logico supporre che altre potenze inizieranno a creare proprie roccaforti. Se gli Stati Uniti hanno riempito l’Europa di missili puntati contro la Russia, è ovvio che la Russia possa rispondere in modo appropriato. Gli Stati Uniti vanno biasimati per la diffusione delle violenze in tutto il mondo, per la loro volontà di preservare l’egemonia. Dopo la sconfitta in Afghanistan, gli statunitensi sono costretti a ritirarsi dal Paese senza essere riusciti a creare una base con missili puntati soprattutto contro Russia, Cina, India e Iran. Ma il messaggio è chiaro: dalla seconda guerra mondiale, l’unico aggressore sul pianeta sono gli Stati Uniti”.

0905_g20_g19.jpg_1853027552La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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