La Russia e il balzo latino-americano nel multipolarismo

Andrew Korybko (USA) Oriental Review. 23 agosto 2014

1E3F793A-A6C4-40F6-80B8-FB2FE5D773E2_mw1024_s_nLa Russia ha ripristinato la portata globale dell’epoca sovietica con Vladimir Putin, estendendone l’influenza in tutto il mondo. Svolgendo il ruolo di contrappeso strategico, le relazioni con la Russia sono ora più che mai apprezzate mentre il mondo volge al multipolarismo. Alcuni sfondi contestuali rendono l’America Latina ricettiva al multipolarismo e ai grandi obiettivi della politica estera russa. Negli ultimi dieci anni, Mosca ha tessuto una rete complessa di relazioni estendendo direttamente e indirettamente la sua influenza nei Caraibi e sulle coste del continente sudamericano. Questa strategia non è priva di rischi, tuttavia, dato che i partner della Russia sono vulnerabili alle diverse destabilizzazioni sponsorizzate dagli USA. Se gestito correttamente, tuttavia, il ritorno della Russia in America Latina può essere la manna del multipolarismo, e può anche sovvertire l’iniziativa strategica del Pentagono e, per una volta, mettere sulla difensiva gli Stati Uniti nel proprio naturale ambito d’interesse. (Grazie alle sue peculiarità geopolitiche e all’unico rapporto storico e sociale con gli Stati Uniti, il Messico è escluso dall’analisi, essendo più appropriato analizzarne i legami con la Russia in separata sede sul tema).

Sfondo contestuale
L’America Latina nel suo complesso è generalmente molto sensibile a qualsiasi espressione dell’egemonia statunitense (economica, politica e soprattutto militare), ed è una delle regioni più fertili del mondo per il pensiero antioccidentale. Ciò è in gran parte riconducibile agli oltre 500 anni di saccheggio verificatisi per mano degli europei e poi degli statunitensi, come eloquentemente indicato nel famoso libro del 1971 “Le vene aperte dell’America Latina”. Relativamente parlando, data la storia con il suo grande vicino nordamericano, l’America Latina può solo contrapporsi al suo vecchio egemone, come l’Europa orientale con la Russia. Ciò ne fa una posizione strategica geo-sociale che può sconvolgere l’unipolarismo contribuendo alla creazione del mondo multipolare.

Il Venezuela in ascesa
Tale sentimento contro occidente e Stati Uniti, in particolare, ha portato alla nascita di ciò che viene definito “Socialismo del 21.mo secolo”. Hugo Chavez fu il volto di questo movimento e suo massimo sostenitore, impregnando questa ideologia socio-economica con alcuni aspetti di politica estera, che sarebbe poi divenuti la norma tra i suoi seguaci. In particolare, Chavez era decisamente contrario alla politica estera degli Stati Uniti, e di conseguenza Washington progettò il breve colpo di Stato che lo rimosse dal potere temporaneamente, nel 2002, dopo il recupero dall”offensiva segreta degli Stati Uniti, Chavez istituzionalizzò democraticamente il suo governo tramite il voto ed avviò l’esportazione dell’influenza regionale del Paese attraverso l’organizzazione multipolarista ALBA che aveva fondato. Di conseguenza, Chavez era assai favorevole alla Russia riportandola negli affari emisferici.

Ritorno della Russia
In questo periodo la Russia sorgeva dalle ceneri del crollo sovietico, tornando al suo status di grande potenza. E così aveva bisogno di espandere il suo nuovo dominio in zone in cui un tempo aveva influenza, tra cui naturalmente l’America Latina. Visite reciproche, accordi su armi e contratti energetici fiorirono tra Russia e Venezuela dal 2000, ed entrambi i Paesi erano già forti partner strategici nel 2010, quando Putin si recò a Caracas. La cooperazione militare nel settore navale e aereo consolidò il rapporto e mostrò il reciproco impegno delle parti. Tutto ciò era influenzato ed in linea con il Concetto della Politica estera russa del 2013, dove la ricerca della multipolarità è un presupposto scontato (essendo indicato come obiettivo della politica estera ufficiale nel 2000) e la maggiore interazione con l’America latina vi veniva sottolineata. È importante sottolineare che questo stesso documento distingue inoltre tra Stati dei Caraibi e dell’America Latina, una distinzione che avrà risalto nella prossima sezione.

Il legame cinese
Per concludere lo sfondo contestuale dell’attuale politica latinoamericana della Russia, i semi geopolitici del partenariato strategico russo-cinese hanno finalmente maturato e fruttato. La Cina ha aperto importanti porte alla cooperazione della Russia con alcuni Paesi della regione, così come all’importante finanziamento del rivoluzionario canale di Nicaragua. Il partenariato strategico non  sottovaluta la politica latinoamericana della Russia, ma si preannuncia importante nel prossimo futuro. Tutto ciò, in relazione alla situazione contestuale, così come al grande ruolo di Brasile e BRICS, ha reso il ritorno monumentale di Putin in America Latina di un mese fa, una progressione naturale e logica della politica globale russa, così come il viaggio di Lavrov nella regione di due mesi prima.

0,,17516185_303,00Il fulcro venezuelano
Il ruolo del Venezuela nella politica regionale della Russia è estremamente importante, con il Paese  fulcro tra due triangoli dell’influenza strategica di Caraibi e America Latina. In riferimento al Concetto della Politica estera russa del 2013, Mosca vede queste due regioni come parti distinte di un tutto più grande, quindi è fondamentale che il Venezuela sia la leva dell’influenza della Russia. Caracas ha acquisito questo ruolo per via dell’espansione della sua influenza attraverso ALBA, nel ruolo dirimente di leader regionale del socialismo del 21° secolo, e per il grande peso economico che vi pone grazie alle sue grandi riserve di petrolio.

I Caraibi
Il primo fulcro che il Venezuela incentra è quello di leader del triangolo dei Caraibi tra esso, Nicaragua e Cuba. L’importanza del Nicaragua e del suo canale finanziato dai cinesi è già stata indicata, ma è anche importante menzionare che il Paese è ancora una volta governato dall’ex-sandinista Ortega Daniela. Significativo dato regionale che un alleato di Mosca negli anni ’80, sia tornato alla presidenza nel 2006; non solo è uno stretto alleato di Russia e Venezuela, ma è anche, ovviamente, in ottimi rapporti con la Cina e promuove maggiori legami economici con l’Iran, attestando in tal modo le sue credenziali multipolari. Il terzo angolo del triangolo dei Caraibi, Cuba, è importante per la sua vicinanza geostrategica alle coste meridionali degli USA e al ruolo simbolico che la sua leadership ha nella regione e nel mondo anti-occidentale. La posizione di Cuba ha ancora una volta acquisito maggiore valore agli occhi dei decisori russi, date le recenti indicazioni che la base spionistica sovietica, Lourdes, possa essere riaperta.

Sud America
Nel continente latino-americano, il Venezuela supporta la Russia nell’azione politica in Ecuador e Bolivia, due Paesi con leader violentemente antioccidentali. L’Ecuador è rapidamente diventato un alleato dei russi di vitale importanza, negli ultimi anni, con Medvedev che commentava alla fine del 2013, che era divenuto uno dei “partner più importanti dell’America Latina”. Durante la stessa visita, la Russia annunciò che avrebbe investito 1,5 miliardi di dollari nel settore energetico dell’Ecuador. La stretta cooperazione tra Mosca e Quito s’illustrava a pieno all’inizio del mese, quando il Presidente Rafael Correa ha rimproverato pubblicamente l’appello disperato dell’UE a non commerciare con la Russia. La cooperazione con la Bolivia, tuttavia, è più in sordina ma la Russia ha recentemente intensificato la cooperazione energetica con il Paese, che ha il secondo maggiore giacimento di gas del continente. La Bolivia è attualmente più importante dal punto di vista geopolitico e come forte sostenitore ideologico del multipolarismo.

Sommario
Russia e Venezuela hanno un reciproco rapporto proficuo, e in cambio dell’ampia assistenza di Mosca a Caracas, ha accesso privilegiato ai Paesi critici nelle regioni dei Caraibi e dell’America Latina. Con il primo, la Russia aveva già un patrimonio storico di cooperazione, ma il fattore venezuelano ha rafforzato i legami esistenti e datogli ulteriore ‘credibilità regionale’. Verso il Sud America, si possono attribuire i successi della politica estera della Russia con l’Ecuador e la Bolivia alla forte agevolazione data dalla relazione strategica con il Venezuela. La Russia non ebbe tale influenza in questi Paesi in passato, simile a quella attuale, e ciò è un risultato tangibile dell’amicizia russo-venezuelana. Così, si può considerare il Venezuela come supporto politico regionale primario della Russia e uno dei suoi centri di gravità strategici.

Brasile e Argentina
Non meno importanti dei suoi legami con il Venezuela sono i rapporti della Russia con Brasile e Argentina. Questi due Paesi sono una coppia di fatto nella strategia sudamericana della Russia, e permettono di esercitare influenza nell’Atlantico meridionale. Brasile e Russia sono membri dei BRICS, e questa organizzazione, secondo Putin, “è l’elemento chiave del mondo multipolare emergente”. Pertanto, la cooperazione tra i due è sovra-regionale e si estende sul mondo, ma è ancora importante ricordare che ognuno di essi assiste l’altro nella creazione di un punto d’appoggio strategico nella rispettiva regione. Ciò dà alla Russia un avamposto in Sud America e al Brasile uno in Eurasia, srotolando in tal modo il tappeto rosso dei vantaggi economici. I rapporti con l’Argentina sono più complessi che con il Brasile, ma non significa che non siano vicini. L’Argentina è ufficialmente un importante alleato non-NATO, dopo aver ricevuto tale designazione nel 1998, a garanzia del privilegiato rapporto militare con gli Stati Uniti, facendone l’unico Stato di tale categoria presente nell’emisfero occidentale. Sgomentando Washington, però, tale categorizzazione ‘gratificante’ potrebbe essere stata prematura, mentre l’Argentina volge drammaticamente al campo antioccidentale dopo il collasso economico di un decennio fa. Contestando apertamente le pretese del Regno Unito sulle isole Malvinas/Falkland e accusando nettamente gli Stati Uniti di aver cospirato per destabilizzarne l’economia, comportamento che la distingue visibilmente dagli altri importanti alleati non-NATO come Israele e Australia. E’ in tale contesto politico che l’Argentina si avvicina ai BRICS, con la Russia che l’aveva invitata a partecipare al vertice brasiliano dello scorso mese. V’erano anche molte voci anche sul tentativo di unirsi all’organizzazione in futuro, mostrando ulteriormente l’intenzione della propria leadership di rompere economicamente con l’occidente. Ultimamente, l’Argentina ha con entusiasmo e volontariamente aumentato l’invio di derrate in Russia per compensare il vuoto lasciato dalle contro-sanzioni sui prodotti europei. Brasile e Argentina sono così i principali centri d’influenza russa in Sud America. Va da sé che i legami costruttivi con questi giganti economici inevitabilmente portano a relazioni positive con il piccolo vicino Uruguay, che è saltato sul carrozzone delle contro-sanzioni aumentando le esportazioni agricole verso la Russia. Quando si osserva una mappa, questi tre Paesi costituiscono la maggior parte del continente e hanno incredibili potenziali economici ed umani e risorse naturali, dimostrando così che, anche se fossero i soli partner emisferici della Russia, solo attraverso essi la Russia avrebbe già stabilito un piano strategico solido nel cortile degli USA.

Trans-Pacific Partners
Il terzo vettore della politica latinoamericana della Russia è direttamente supportato dal partenariato strategico russo-cinese. La Cina è il mammut economico mondiale, specialmente nel Pacifico, ed esercita immensa influenza con i suoi legami commerciali con gli altri Stati. Nell’APEC ha l’opportunità di incontrare e avere colloqui ad alto livello con i suoi partner latinoamericani del Pacifico, in particolare Perù e Cile. Entrambi questi Paesi sono alleati e membri dell’American Pacific Alliance, blocco commerciale neo-liberista che comprende anche Colombia, Costa Rica e Messico. La maggior parte di questi Stati è impegnata in trattative con gli Stati Uniti sulla Trans-Pacific Partnership di Washington. Nonostante ciò, la Russia è interessante a corteggiare più strette relazioni con Perù e Cile, in particolare. L’ex-presidente Medvedev visitò il Perù nel 2008, la prima visita di un leader russo nella storia, in cui i due Paesi firmarono accordi sull’industria della difesa, economici e di cooperazione antidroga. Putin in seguito incontrò il presidente del Perù a margine del vertice APEC 2012 tenutosi a Vladivostok, un chiaro segno che la Russia è interessata a rafforzare le sue relazioni con il Paese. Legami furono infatti rafforzati, essendoci ora piani con il Perù per la produzione congiunta di elicotteri russi nel Paese, e le aziende ittiche peruviane ora  programmano di sostituire quelle europee colpite dalle sanzioni. In Cile, il Paese è stato a lungo un deciso alleato degli USA, ma la recente elezione della leader della sinistra Michelle Bachelet potrebbe rendere il Paese più multipolarista. Ha già avviato l’esenzione del visto ai cittadini russi e sembra pronto a riempire il vuoto della Norvegia nella fornitura di salmone ai russi. Bisogna ricordare che l’Unione europea ha recentemente pubblicato un patetico appello ai Paesi dell’America Latina a non commerciare con la Russia e sfruttare le contro-sanzioni ai danni di Bruxelles. Essendo il Cile stretto alleato degli USA e membro dell’Alleanza del Pacifico, era inaspettato che sfidasse l’occidente in questo modo, soprattutto con una ‘nuova guerra fredda’ in corso. Ciò potrebbe essere spiegato dalla firma tra Cile e Cina di un accordo di libero scambio nel 2005, che entrerà in pieno vigore nel 2016. Negli anni successivi, la Cina si è assicurata tale punto d’appoggio economico nel Paese, ora suo principale partner commerciale. Così, sembra che Pechino abbia usato la sua influenza economica sul Cile per aiutare Mosca in questo caso, nell’ambio del partenariato strategico globale russo-cinese. In generale, in relazione a Perù e Cile, la Cina non usa tutte le carte economiche. Ha anche firmato un accordo di libero scambio con il Perù nel 2009, divenendo due anni dopo suo maggior partner commerciale e investitore. Naturalmente, la Russia già compiva  progressi in Perù, prima di ciò, ma è probabile che il coinvolgimento indiretto cinese abbia contribuito a spianare la strada alle relazioni attuali. Pertanto, nel contesto più ampio della grande strategia latinoamericana della Russia, i casi di Perù e Cile fungono da forti indicazioni della portata globale e dell’efficacia del partenariato strategico russo-cinese nel trasmettere le ambizioni regionali di Mosca.

0011282775La risposta statunitense
Gli Stati Uniti, data l’arroganza dell’American Exceptionalism e gelosi custodi dei dettami restrittivi della dottrina Monroe, non prendono con leggerezza l’avanza della Russia nell’emisfero occidentale. In realtà, gli Stati Uniti sono completamente contrari a ciò che la Russia fa, e vogliono seriamente eliminarne le ultime avanzate. Secondo la dottrina Wolfowitz, si deve impedire a qualsiasi Paese di sfidare gli Stati Uniti, mentre il Pentagono teme le conseguenze non solo dell’influenza russa in America Latina, ma della resistenza generale e le sfide di molti suoi leader. Si può così spiegare il tentativo di golpe del 2002 contro Chavez, così come l’occulto golpe del 2009 in Honduras contro Manuel Zelaya, di sinistra e filo-multipolarista. Il Dr. Paul Craig Roberts ha osservato che la politica statunitense contemporanea avvia l’effetto domino della destabilizzazione per rovesciare Venezuela, Ecuador, Bolivia e infine Brasile. Considerando la serie di colpi di Stato e rivoluzioni colorate degli Stati Uniti, non sembra essere un’affermazione irrealistica. Ci sono quindi tre categorie di vulnerabilità alla destabilizzazione cui ciascuno degli Stati esaminati rientra:

Pressioni
Gli Stati Uniti riconoscono che due loro alleati tradizionali, Perù e Cile, escono dall’orbita unipolare ed entrano nella sfera del mondo multipolare. Dato che hanno bisogno che questi due Stati siano relativamente stabili, al fine di perseguire la trama trans-Pacifico per dividere il Sud America, è improbabile che adottino immediatamente le tradizionali misure di destabilizzazione contro di essi. Invece, probabilmente cercheranno di fare pressione con mezzi economici e politici, rimanendo titubanti nel sconvolgere prematuramente il futuro equilibrio regionale che prevedono. Resta da vedere esattamente quali forme prenderanno, ma si può essere certi che Washington risponderà, in un modo o nell’altro, alla disobbedienza dei suoi delegati.

Moti interni
Il livello successivo di destabilizzazione intensa sarebbe diretta contro Brasile e Argentina. Questi Paesi sono ovviamente più grandi dei loro omologhi latinoamericani e quindi meno suscettibili alla semplice pressione economica e politica. I loro sistemi di governance non sono attualmente vulnerabili ad un colpo di Stato militare tradizionale, aumentando così la possibilità di spaventarne la leadership con la solita minaccia della rivoluzione colorata. Pertanto, gli Stati Uniti probabilmente espanderanno l’aggressione economica all’Argentina e molto probabilmente al Brasile in futuro. Potranno anche ricorrere ai metodi subdoli delle organizzazioni anti-governative a capo della “resistenza”, mobilitando e sviando le masse in ampie proteste future. Lo scopo è dimostrare tangibilmente, in Brasile e Argentina, che gli Stati Uniti hanno gli strumenti per esacerbare le fratture economiche e sociali nazionali esistenti, minacciandone la leadership.

Tentativi di golpe definitivi
La terza e più intensa categoria di destabilizzazione si ha quando gli Stati Uniti cercano di rimuovere i legittimi governi degli Stati presi di mira. I Paesi che rientrano in tale categoria sono  Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador e Nicaragua, che gli Stati Uniti hanno sempre cercato di rovesciare. Il governo statunitense disprezza le personalità e le politiche di questi Stati resistenti e sfidanti, ed è più che probabile il ricorso a metodi occulti per cercare di sottometterne la resilienza.  Pertanto, ci si può aspettare un certo grado di destabilizzazione aggressiva statunitense, volta a colpirli in una forma o nell’altra nel prossimo futuro.

Pensieri conclusivi
Quando si fa un passo indietro e si analizza il quadro completo, la Russia ha compiuto straordinarie avanzate geopolitiche in America Latina dalla fine della guerra fredda, soprattutto dopo che Putin è salito alla presidenza. E’ ormai evidente che la Russia sia coinvolta in una complessa rete di alleanze nel cortile degli USA, con il Venezuela e l’asse Brasile-Argentina punti focali della sua strategia emisferica, aprendo la strada alla resistenza multipolare. Con l’aiuto della Cina, la Russia ha debilitato la fedeltà cieca dei tradizionali alleati degli USA, dimostrando in tal modo che può veramente attrarre Paesi precedentemente “intoccabili” della regione. Pur essendo carico di rischi, tutti gli Stati esaminati hanno volontariamente scelto di collaborare con la Russia a prescindere, mostrando di comprendere l’importanza di avere relazioni pragmatiche con Mosca. Inoltre, il fatto stesso che gli Stati Uniti debbano rispondere alle mosse della Russia in America Latina, dimostra che l’iniziativa strategica è contro il Pentagono, mettendolo implicitamente sulla difensiva a livello di teatro, sviluppo inedito nella sua storia. Nel complesso, il ruolo della Russia di contrappeso strategico globale e d’irresistibile partner economico è ormai chiaro a tutti nell’emisfero, creando rapidamente una nuova realtà geopolitica nel cortile degli Stati Uniti, piantando l’ultimo chiodo sulla bara dell’unipolarismo. xi-with-president-maduroAndrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il miliziano rosso “Artjom”: “Non abbiamo scelto la guerra, è la guerra che è arrivata da noi!”

Intervista di Viktor Shapinov Histoire et Societé 19 agosto 2014

10277471Il miliziano dal pseudonimo “Artjom” è un vecchio amico di “Borotba“. Prima della guerra, organizzò la gioventù operaia del Donbas nella lotta contro fascismo e capitalismo istituendo una cellula locale dell’organizzazione. Quando la guerra è iniziata, non riuscì a starne lontano e aderì alla milizia. Oggi “Artjom” è in ospedale per un infortunio e ha potuto parlarci.

Compagno, dimmi come ti sei trovato nella milizia?
Fin dall’inizio degli eventi in Piazza Indipendenza, ho avuto la sensazione che questa volta la lotta tra le forze avrebbe raggiunto una fase pericolosa. Rispetto alla rivoluzione “arancione” nel 2004, nel 2014 vi era già molta più gioventù nazionalista organizzata e preparata dai grandi fondi. I gruppi ultras erano cresciuti e maturati, pertanto, c’era la sensazione che questa volta sarebbero andati fino in fondo e la guerra civile sarebbe scoppiata. La divisione della società già esisteva, ma era per così dire una guerra civile morale, adesso i nazionalisti avevano la reale opportunità di colpire, mutilare e uccidere i dissidenti, e di farlo con la scusa dello Stato. Quando ho visto morire dei civili inermi, soprattutto con l’approvazione dei quattro patrioti “filo-ucraini” del posto, mi sono reso conto che era tempo di scegliere, e che dipendesse solo da noi decidere come affrontare la situazione. In questa situazione, ho iniziato ad aiutare la milizia.

In quale formazione della milizia hai combattuto?
L’esercito degli Stati del sud-est.

Che tipo di compiti hai svolto?
Vari. Per il momento sono un segreto militare.

E’ stato difficile passare dalla vita pacifica di militante della sinistra al combattimento?
E’ stato difficile capire cosa accadesse e costruire un sistema che potesse spiegarmi la natura della guerra. Divenne assai facile quando a Lugansk ho incontrato i comunisti che si rifiutavano di obbedire al Partito e che coraggiosamente intrapresero la via della lotta e quando dai soldati ho sentito lo spirito del Donbas, che ha sempre avuto attrazione per la lotta ai ricchi ed aspirazioni al socialismo. A Lugansk è molto sensibile e la vita pacifica non era in realtà piuttosto tranquilla. Le minacce dei nazionalisti (tifosi “ultras”) che vagavano per le strade di Donetsk e Lugansk, suscitarono pensieri dolorosi, facendo aprire gli occhi alla gente sulla minaccia dell’introduzione del regime nazionalista. C’era già la guerra, o il suo prologo se si vuole. Avevo il tremendo desiderio di una vita decente, di prendere il nostro destino in mano creando un nuovo Paese.

Come sei stato ferito?
Durante il bombardamento dell’eroica città di Lugansk con l’artiglieria pesante. Il fatto è che la milizia non solo combatte in prima linea, ma è responsabile della protezione della popolazione civile, per quanto possibile durante i bombardamenti, anche a costo della propria vita. Le persone vi sono già ampiamente abituate, ma c’è ancora confusione, disorganizzazione. Già non pensavamo che i bombardamenti sulle zone residenziali fossero dovute al caso, ma ora non c’è alcun dubbio. Pertanto, il popolo di Lugansk è divenuto più disciplinato.

Come valuti le prospettive delle operazioni militari nel Donbas?
Se si guarda alla cronologia dei combattimenti fin dall’inizio, vediamo come s’è sviluppata e rafforzata la milizia. Tuttavia, le forze sono assai diseguali, ma abbiamo un alleato, non meno importante e pericoloso per il nemico. Un vero bolscevico ne comprende l’importanza. Questo alleato è l’agitazione tra i soldati ucraini contro la guerra, come la campagna dei bolscevichi contro la guerra imperialista, esattamente 100 anni fa. Se sempre più ucraini che si battono per gli interessi dei capitalisti ucraini e occidentali, cominciano a rifiutarsi di combattere ed organizzano comitati dei soldati contro la guerra, la questione è risolta. E questa tendenza esiste, ed è già evidente. Ci possono essere due prospettive: le truppe ucraine radono completamente il Donbas in un diluvio di sangue, o si avrà un cambio radicale, respingendo la spedizione punitiva dalle giovani repubbliche. Vedete, la pace non è più possibile nel Donbass sotto l’autorità della giunta, perché se la milizia viene sconfitta, si entrerà in un periodo di reazione, genocidio diretto e terrore contro la popolazione. E i “confidenti” locali in questo caso sarebbero molto utili. Potete immaginare la Jugoslavia come Stato unito dopo la guerra totale? E’ impossibile. Solo confrontandosi alla carneficina jugoslava, abbiamo l’odio contro una particolare nazione, come tra serbi, croati e bosniaci. Se la spedizione punitiva controllasse il Donbas, dovrà avere le unità militari  sempre pronte, dormendo con i fucili, perché non si tratta di una guerra contro gli ucraini, ma di una guerra civile dove la giunta combatte contro gli antifascisti.

L’esercito ucraino non era così debole all’inizio della guerra. Come la si vede dall'”interno”, la milizia saprà farvi fronte e le Repubbliche Popolari resisteranno?
La milizia risterà perché non solo i combattenti, ma tutto il popolo è la milizia. Inconsciamente, sono quasi tutti mobilitati. Ogni piccola cosa può essere di grande aiuto, ogni dettaglio, si tratta della lotta del popolo. Senza il sostegno popolare non sarebbe successo niente. La gente vuole vivere fino alla vecchiaia, vuole veramente pace e tranquillità, ma comincia a capire che il governo ucraino porterà terrore e povertà.

E’ possibile passare all’offensiva?
Ci sarà un contrattacco, ma non così rapidamente come tutti vorrebbero, come anche noi. La tattica difensiva è molto irritante, ma abbiamo bisogno di tempo.

Hai partecipato attivamente ad Antimajdan come aderente dell’organizzazione di sinistra “Borotba“, che in pratica è vietata dalle autorità ucraine nella città in cui hai vissuto con la tua famiglia, ora occupata dalle truppe della giunta di Kiev. Ciò mette in pericolo la tua famiglia e gli amici? Sono rimasti o se ne sono andati?
Certo, ho già fatto uscire i miei genitori.  Mio zio è rimasto e aiuta la lotta. Alcuni compagni sono andati, ma molti sono rimasti.

Nei media si afferma che il popolo del Donbas non è presente nella milizia, non lo supporti, che presumibilmente la maggior parte della milizia è formata da stranieri, russi, ceceni, osseti, ecc. Cosa ne pensi, è vero?
A tal proposito vorrei dare una risposta più dettagliata. Prima di tutto, nel popolo del Donbas c’è di tutto, è una guerra civile. La stragrande maggioranza, naturalmente, offre tutta l’assistenza possibile, anche solo passiva. Ad esempio, la risposta della popolazione alla comparsa di una colonna della RPL fu  un’ondata di applausi e parole di gratitudine, e così via. Molte nonne benedicono le milizie di passaggio. In generale, sentiamo l’unità con tutti, siamo tutti nella nostra terra. Ma c’è una piccola percentuale, coloro che attendono l’occasione per denunciare i vicini alla polizia segreta ucraina, come a Marjupol. C’è anche una piccola percentuale di coloro che se ne fregano totalmente, fin quando qualcuno non si scassina un bancomat. L’umore del popolo del Donbass s’è radicalizzato. Le persone vogliono sempre regolare i conti con i confidenti, ma la milizia ovviamente impedisce di farsi giustizia. A proposito degli “internazionalisti” nella milizia. Sì, ci sono diverse persone, osseti, ceceni, russi e ucraini. Siamo tutti internazionalisti e ne siamo orgogliosi, perché se, Dio non voglia, uno dei fratelli ha un problema a casa, anche in Russia, ucraini, serbi e osseti per esempio verrebbero ad aiutarlo. Questa è l’essenza dell’internazionalismo. La spina dorsale della milizia sono ragazzi e uomini del posto. Sempre se ne propongono, ma non tutti vengono presi, anche un nonno, un veterano della guerra, ha voluto unirsi a noi, è successo. Siamo sempre stati assai pacifici nel Donbas. Nel corso di questa guerra, molti sono diventati combattenti per difendere le proprie terra e idee. Pertanto, il Donbas non può essere sconfitto; anche se prendono le città la lotta non finirà fin quando il Donbas non avrà l’indipendenza. Sì, ci sono internazionalisti, non mercenari. Sono a casa e come mai? Chiedi tu. E’ molto semplice, il Donbas è un melting pot di popoli, vi sono molte nazionalità, i serbi qui hanno diversi insediamenti storici. Chiunque viene qui con spirito di pace troverà casa, dopo di che non potrà mai dimenticare il Donbas. Siamo tutti del Donbas. Come a volte si dice, siamo tutti diversi, siamo tutti rossi (sorride).

Cosa impedisce alle persone di unirsi in massa alla milizia del Donbas e proteggere la propria terra?
A mio parere manca una linea ideologica chiara che la gente capisca, c’è anche la paura di perdere una buona pinta di birra la sera o di morire sotto il fuoco dei “Grad”, ma se ci fosse una chiara idea, come i bolscevichi, per esempio, sarebbe diverso. E poi le persone sono abituate a vivere di elezione in elezioni, scegliendo tra gli oligarchi di oriente e occidente. Nessuno si aspettava la guerra, e non c’è comitato di organizzazione di lotta in ogni villaggio disposto ad affrontare una situazione del genere. Non viviamo nel ventesimo, ma nei primi anni del ventunesimo secolo. Pertanto, per rispondere alle sfide del tempo dobbiamo agire in modo diverso. E’ importante trovare una risposta, una buona risposta. Le recenti dichiarazioni di un “volontario comunista” affrontano pienamente molte domande e credo che riflettano l’opinione della maggioranza dei combattenti della milizia. Sì, fin dall’inizio combattiamo contro l'”ucrainismo rabbioso” e il neo-nazismo. Con il termine “ucrainismo rabbioso” intendo l’ideologia di una certa parte della popolazione manipolata da burattinai, e non i normali ucraini, nostri fratelli. Sono molti gli ucraini contrari alla giunta, ma hanno paura e non sono organizzati. Gli avvenimenti terribili di Odessa del 2 maggio, dove morirono molti miei compagni, hanno “aiutato” la giunta a sopprimere per una volta le manifestazioni al di fuori del Donbas. Concludo con le parole di un “volontario comunista”: “Se alziamo la bandiera rossa – vinceremo questa guerra”, e io aggiungerei aiuteremo i nostri fratelli ucraini a strangolare i parassiti fascisti e a ricostruire un’Ucraina senza fascismo. Comprendendo di poter lottare contro la macchina da guerra, capiamo non solo ciò contro cui combattiamo, ma anche per cosa. Questa è la chiave che aprirà le menti dei nostri connazionali che si leveranno per combattere, ne sono sicuro.

Come vedi il futuro dell’Ucraina e del Donbas in caso di vittoria?
Credo che l’Ucraina debba giungere al socialismo senza il Donbas. Possiamo essere dei forti alleati, ma gli ucraini sradicheranno il banderismo e trovereanno la via del socialismo quando smetteranno di vedere nel Donbas un “mostro sovietico” che “ha occupato il Paese”. L’isteria banderista ancora incita all’odio tra oriente e occidente. Senza il Donbas, il banderismo finirebbe rapidamente, perché non può fare nulla per la “prosperità della nazione” e non potrà incolparne nessuno, mentre l’Ucraina occidentale vedrà un movimento progressivo. Il diritto all’autodeterminazione è un diritto naturale del popolo, come il diritto di scegliere una qualunque città in cui vivere.

Molti dicono che RPD e RPL sono un progetto “bianco” dei monarchici e nazionalisti russi e simili. Da comunista e internazionalista, sostieni la Repubblica Popolare. Secondo te la sinistra ha ragione a sostenere la Novorossija? La sinistra è in buona posizione negli organi dirigenti della Repubblica popolare. C’è molta gente di sinistra tra i soldati e i comandanti della milizia?
Questo è probabilmente una questione centrale. In un primo momento difendevano le loro case e famiglie senza pensare seriamente all’ideologia. Inoltre, al momento riunire il popolo nella lotta per il potere sovietico era praticamente impossibile, anche se quasi tutte le persone, nel profondo, si sentono almeno socialiste. Voglio dire, si parla di un certo “ideale” presso la popolazione del Donbas, a livello di chiacchiera da bar. I combattenti della milizia che si considerano comunisti e internazionalisti sono molti. Rilevo anche il ruolo del “Fronte del lavoro di Lugansk” (ex-comitato regionale del partito comunista), i cui membri si sono rifiutati di obbedire alla “leadership ufficiale del partito” e hanno pienamente abbracciato la Repubblica. Da qui il cambio di nome. Vi sono gli anarco-comunisti per nulla contenti che i loro “fratelli” di Kiev concordino con i neonazisti iniziando con entusiasmo ad uccidere i nostri connazionali. Molti non aderiscono ad organizzazioni, ma semplicemente si presentano come comunisti e internazionalisti. Nella confusione nessuno chiede nulla dell’organizzazione d’appartenenza. E’ un comunista, e questo è tutto, non c’è  nazionalismo a Lugansk. I cosacchi del Don sono in pieno accordo con i comunisti; la maggior parte dei cosacchi che ho incontrato ricorda i cosacchi che combatterono per la Repubblica Sovietica del Don. Basti citare la bandiera tricolore russa con la scritta “Antifa” (sorride). Questo episodio spiega molto, chi si oppone alla minaccia del nazionalismo ucraino cerca alleati contro i gruppi armati radicali. La Russia è sempre stata una “madre” qui, comunque, quindi si solleva la bandiera della Russia, ma la scritta ‘antifascista’ simboleggia un secondo aspetto, l’essenza del popolo del Donbas contrario ad ogni forma di nazionalismo, per l’internazionalismo e l’antifascismo. A proposito di comandanti, nessuno di loro si dichiara apertamente comunista, ma tutti condividono convinzioni internazionaliste ed opinioni antifasciste. Ad esempio Aleksandr Mozgovoj, il comandante del battaglione “Prizrak“, ha più volte parlato della lotta contro gli oligarchi per gli interessi del popolo, e l’ha dimostrato con i fatti. Non ci sono piani “bianchi”, perché sarebbe assolutamente disastroso per il Donbas. Storicamente i lavoratori hanno combattuto i bianchi e sostenuto pienamente il potere sovietico, mentalmente sono tutti “rossi” e non “bianchi”. La guerra consolida il popolo risvegliandogli memoria storica e coscienza di classe. In conclusione, vorrei dire che non si tratta di bigottismo, ma di dialettica che aiuta gli internazionalisti a comprendere l’essenza della situazione, vedendo oltre le forme bizzarre il contenuto reale, facendo una scelta giusta anche se difficile. E aggiungo, miei concittadini e fratelli ricordate che i vostri antenati hanno versato il sangue su questa terra per la vittoria del proletariato, ricordate che il Donbas moderno fu costruitò dagli sforzi incredibili della classe operaia, dalla vittoria sui nazisti. Il Donbas è un vero e proprio monumento della costruzione socialista. Non dimenticate chi siete. Non diventate dei mutanti, ma restare voi stessi.
Gloria al Donbass e alla solidarietà internazionale dei lavoratori!

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24DA8E38-D85F-4ACE-A0A4-7AE45F626523_w974_n_s_sTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria deve rafforzarsi per colpire il SIIS: schizofrenia di Iraq e Stati Uniti

Jibril Khoury e Lee Jay Walker, Tokyo Modern Times, 9 agosto 2014
1380760Il governo siriano del Presidente Bashar al-Assad continua a combattere con coraggio contro le forze settarie e terroristiche sponsorizzate dall’estero. Dopo diversi anni di conflitto brutale sponsorizzato da potenze del Golfo e NATO, è chiaro che la destabilizzazione della Siria porta al collasso dell’Iraq. Allo stesso modo, il Libano è preoccupato dai taqfiri settari che cercano di compiere ulteriori incursioni al fine di creare caos. Pertanto, la destabilizzazione della Siria deve finire in modo che le forze centrali schiacciano il SIIS (Stato Islamico in Iraq e Siria) e altre forze settarie e terroristiche brutali. Altrimenti il SIIS continuerà a destabilizzare l’Iraq utilizzando le armi  che entrano in Siria grazie agli intrighi di USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito. E’ evidente che ogni soldato siriano morto è un ulteriore bonus al SIIS e alle altre forze settarie e terroristiche brutali. Tale realtà rende ridicolo, per le nazioni estere patrocinanti la destabilizzazione della Siria, preoccuparsi degli eventi in Iraq. Dopo tutto è chiaro che SIIS e la crescente minaccia settaria in Iraq è dovuta alle politiche brutali emanate da nazioni estere verso il popolo della Siria. Pertanto, le forze destabilizzanti anti-siriane di USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito devono cessare le loro politiche brutali, altrimenti l’Iraq sarà in grave pericolo e in Libano potrebbe essere inghiottito nel caos.
Se si osservano le nazioni arse dal terrorismo e dal settarismo, sul punto di essere Stati falliti, basterà seguire l’intromissione delle potenze del Golfo e occidentali. Dall’Afghanistan degli anni ’80 e primi anni ’90 all’attuale crisi in Iraq, Libia e Siria, in cui i soliti giocatori sono coinvolti.  Naturalmente nazioni come Pakistan e Turchia sono coinvolte nei fattori geopolitici riguardo Afghanistan e Siria rispettivamente. Tale realtà crea caos e pertanto l’Iraq, è ancora una volta incendiato dalle brutali politiche delle nazioni estere per il loro odio collettivo verso la Siria indipendente. È interessante notare che, mentre la Turchia della NATO viene utilizzata per destabilizzare la Siria, la stessa nazione NATO non viene utilizzata per schiacciare il SIIL in Iraq.  Allo stesso modo, le stesse forze settarie e terroristiche sostenute contro la Siria laica sono gli stessi assassini psicopatici che massacrano cristiani, yazidi, shabak, sciiti e chiunque ritenuto fedeli al governo dell’Iraq. Infatti, anche i sunniti che s’oppongono alla brutale mentalità taqfirista vengono massacrati dai taqfiri salafiti. Inoltre, come di consueto, la brutale realtà dei petrodollari del Golfo è in gioco e lo stesso vale per i monarchi feudali che finanziano guerre per procura. Naturalmente, ciò  non sembra preoccupare troppo le potenze occidentali, perché non è stata intrapresa alcuna azione per arginare la marea di petrodollari del Golfo che sponsorizzano ovunque la barbarie taqfirita, e questo vale anche per il lavaggio del cervello con la propaganda. Tale realtà è evidente a tutti, perché molti barbari taqfiri che tagliano la gola agli sciiti e così via, sono nati e cresciuti in Europa, Nord America e Australia. In altre parole, i petrodollari del Golfo hanno anche permesso di propagare l’odio nelle società democratiche, perché sembrano avere via libera nel diffondere  divisioni nella società.
Non molto tempo fa diverse potenze della NATO erano sul punto di bombardare la Siria con un pretesto molto dubbio. Tale pretesto aveva tutte le caratteristiche di un’altra bugia grande quanto l’invasione dell’Iraq basata su falsità. Tuttavia, la Camera dei Comuni del Regno Unito si rifiutò di dare al primo ministro Cameron via libera. Allo stesso modo, il presidente Obama sapeva benissimo che era anche probabile che perdesse voti, e quindi la Federazione russa è intervenuta con il suo piano. Se le nazioni della NATO, soprattutto USA, Francia, Turchia e Regno Unito avessero bombardato la Siria, gli unici vincitori sarebbero state le forze del SIIS e gli altri terroristi brutali, barbari e settari taqfiri. Per fortuna, la cospirazione occidentale e del Golfo è fallita perché se il governo del Presidente Bashar al-Assad fosse crollato, la crisi in Iraq e in Libano sarebbe scoppiata in misura assai maggiore. A poco a poco sempre più individui che si opponevano al governo della Siria comprendono appieno la realtà sul terreno e vedono anche meglio il quadro. Ryan Crocker, ex-ambasciatore degli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq, afferma: “E’ tempo di prendere in considerazione il futuro della Siria senza la cacciata di Assad, perché è estremamente probabile che così sarà in futuro… Meglio armato, organizzato, sostenuto e motivato, Assad non se ne andrà. Molto probabilmente, si riprenderà il Paese centimetro per centimetro sanguinoso. Forse al-Qaida terrà alcune enclave nel nord. Ma egli terrà Damasco. E vogliamo davvero l’alternativa di un grande Paese nel cuore del mondo arabo nelle mani di al-Qaida? Quindi dobbiamo fare i conti con un futuro che includa Assad e, considerandolo cattivo quanto si vuole, c’è qualcosa di peggio“. Naturalmente, quanto sopra distorce la realtà della Siria di Bashar al-Assad, perché la Siria ha accolto milioni di rifugiati dall’Iraq a prescindere dalla fede religiosa. Allo stesso modo, i cristiani e le altre minoranze in Siria fuggono dalle forze terroristiche e settarie sponsorizzate da Golfo e occidente. Pertanto, il vero nemico del ricco mosaico del Levante e del moderno Iraq proviene dai monarchi feudali del Golfo, dalle politiche della Turchia del primo ministro Erdogan e delle grandi potenze occidentali. Data tale realtà, è giunto il momento di fermare la destabilizzazione della Siria, al fine che il SIIS e gli altri siano schiacciati dalle forze armate siriane. Per farlo, Turchia e potenze del Golfo devono essere trattenute e le grandi potenze occidentali concentrarsi sulla realtà brutale che semina settarismo, terrorismo, consentendo ai taqfiri di crescere in influenza.
L’Iraq è ora in grave crisi a causa del SIIS intento a tagliare le gole di sciiti, cristiani, shabak e yazidi. Infatti, chiunque sia contrario al SIIS subisce gravi persecuzioni. Se l’attuale campagna aerea limitata degli USA ha lo scopo di cambiare la bilancia in Iraq, allora è chiaro che questo non accadrà mentre la Siria è destabilizzata. Pertanto, è essenziale che la Siria sia vittoriosa e che un riallineamento si affermi eliminando dal quadro i petrodollari del Golfo, l’ingerenza occidentale e gli intrighi brutali della Turchia di Erdogan. Dopo tutto, una forte Siria taglierà le arterie del SIIS e permetterà alle forze armate di Iraq, Siria e ai vari gruppi curdi di mettere la minaccia taqfira in un angolo.

13921129000557_PhotoITraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il popolo siriano ha parlato

Thierry Meyssan Voltairenet 5 giugno 2014

L’elezione presidenziale siriana ha sorpreso i siriani e i loro alleati e nemici. Il voto, su cui tutti sono d’accordo essere genuino, ha mobilitato il 73,42% degli elettori, nonostante l’incapacità di alcune persone di recarsi alle urne per l’occupazione di parte del Paese dai mercenari stranieri. Bashar al-Assad ha raccolto l’88,7% dei voti ed è stato confermato per sette anni.

0603-Syria-Election-bashar-asma-assadPer diversi mesi, i restanti 11 membri del Gruppo di Londra (già noto come “Amici della Siria” quando erano 114) hanno denunciato le elezioni presidenziali siriane, il 3 giugno, come una “farsa”.  Secondo loro, da un lato sarebbe stato ridicolo tenere elezioni in un Paese afflitto dalla “guerra civile”, dall’altra parte, il presidente uscente Bashar al-Assad è un tiranno che utilizza massicciamente torture e bombarda il suo popolo, ed è quindi illegittimo. Secondo questi 11 Stati, l’unica via d’uscita dalla guerra, che ha già fatto “almeno 160000 morti tra i siriani”, sarebbe cedere il passo ad un “ente di transizione” designato non dai siriani, ma da loro. I grandi media dei membri di NATO e GCC erano quindi tenuti ad ignorare questa “non-elezione”, seguendo il segretario di Stato John Kerry. Tuttavia, quando il voto anticipato dei siriani all’estero ha suscitato manifestazioni di massa in Libano e Giordania, era ovvio che quasi tutti i siriani avrebbero votato. Pertanto, i media mainstream in extremis inviarono le troupe a seguire l’evento. Fino a quel momento veniva generalmente accettato, tranne che da Rete Voltaire, che i siriani in esilio fossero oppositori della Repubblica e che avevano lasciato il Paese per sfuggire alla “repressione politica”. Il voto a Beirut e Amman ha dimostrato che in realtà la stragrande maggioranza di loro è fuggita dalle esazioni dei mercenari stranieri che attaccano il loro Paese. Altrettanto sorpreso dell’ambasciatore siriano in Libano, il ministro degli Interni libanese ha denunciato la presenza sul suo territorio di presunti rifugiati siriani sostenitori del governo, rifiutandosi di considerare l’aggressione al loro Paese e la distruzione delle loro case per mano di oltre 250000 mercenari in 3 anni.
La repubblica siriana s’è sforzata di seguire scrupolosamente gli standard democratici occidentali. Il Parlamento ha adottato una nuova legge elettorale che riconosce ai candidati il diritto di apparire in televisione e sui giornali, e la scorta per garantirne la sicurezza in periodo di guerra. Il Paese, che ha abbandonato il sistema a partito unico adottando il multipartitismo con la costituzione del 26 febbraio 2012, ha avuto due anni per creare diversi partiti e conoscere il dibattito pubblico. La repubblica siriana, che accetta la presenza di giornalisti occidentali dal novembre 2011, ha avuto due anni e mezzo per poter incontrare le loro esigenze professionali. Ha gradualmente stabilito buoni contatti con molti di essi, soprattutto dopo la Conferenza di Ginevra 2. Sono stati accreditati oltre 360 media stranieri, con piena libertà di movimento in tutto il Paese, nonostante la guerra.

Argomenti politici
Secondo il Gruppo di Londra, sarebbe stato impossibile tenere le elezioni in un situazione di guerra. Dimenticano che recentemente gli stessi Stati hanno salutato le elezioni presidenziali in Afghanistan e Ucraina. In Afghanistan, il 5 aprile si svolse il primo turno delle elezioni presidenziali sotto il controllo delle truppe NATO. Un elettore su tre ha lasciato il Paese, ma poteva votare all’estero. Secondo gli Stati membri del gruppo di Londra, necessitava il 50% dei voti per essere eletti al primo turno (ce ne sarà un secondo il 14 giugno). In tale caso, dato il tasso di astensione del 67%, il presidente sarebbe eletto dal 16,5% dell’elettorato. In Ucraina, i golpisti di Kiev annunciavano una affluenza alle urne, il 25 maggio, del 60%, non contando gli elettori della Crimea, anche se dicono che questa regione sia ancora parte del loro Paese. Il presidente  Poroshenko ha raccolto il 54% dei voti espressi. Tuttavia, se tale voto si confronta a tutti gli elettori su tutto il territorio rivendicato, ha avuto il sostegno del 27% di loro. Non bisogna sorprendersi della debole pretesa del Gruppo di Londra: nelle ultime elezioni del Parlamento europeo (25 maggio), il tasso di partecipazione è stato eccezionalmente basso (solo il 13% nella Repubblica Ceca). Tale elezione senza popolo viene comunque considerata “democratica” (sic).

Il ruolo bellicoso della stampa atlantista nel 2011-2012
La guerra contro la Siria è iniziata nel 2011 come guerra di quarta generazione. Cioè la NATO era intenta a rovesciare il governo, scoraggiando il popolo a difendersi piuttosto che provocare una guerra convenzionale. I principali media internazionali (al-Arabiya, al-Jazeera, BBC, CNN, France24, Sky), coordinati dall’alleanza dovevano illudere i siriani e il mondo affermando che il loro Paese fosse scosso da una “rivoluzione”, e che il loro governo sarebbe stato inevitabilmente rovesciato. La guerra doveva culminare nei primi mesi del 2012 sostituendo con false reti TV le vere reti TV siriane, e annunciando la scomparsa del Presidente al-Assad e l’istituzione di un “governo di transizione”. Tuttavia l’operazione fu sventata e fallì. Russia e Stati Uniti conclusero nel giugno 2012 un accordo che prevedeva la pace in Siria e la suddivisione della regione. Tuttavia, Francia, Israele e opposizione democratica nell’amministrazione Obama (Hillary Clinton, David Petraeus, James Stavridis) rilanciarono la guerra sotto altra forma. Fu questo il momento di attaccare il Paese con forze non statali, sull’esempio dei capitani di ventura del Rinascimento e più recentemente dei Contras in Nicaragua. Durante questo secondo periodo, la stampa atlantista e del Golfo continuò a descrivere una rivoluzione immaginaria contro una dittatura crudele, mentre l’opinione pubblica in Siria si raccoglieva intorno al governo. Così quando la campagna presidenziale siriana è cominciata, i media diedero narrazioni completamente diverse della situazione, a seconda fossero dei Paesi NATO e GCC o meno. Quindi come i media atlantisti hanno gestito questa elezione?

La strategia denigratoria dei media atlantisti nel 2014
Nei giorni precedenti hanno usato diversi argomenti per screditare il processo elettorale.
• “Il risultato è noto in anticipo”, martellavano. Infatti, non vi era alcun dubbio che il presidente uscente, Bashar al-Assad, sarebbe stato eletto al terzo mandato di 7 anni. Questa affermazione lascia supporre che le elezioni non sarebbero genuine. Tuttavia, se gli europei sono disposti a confrontare ciò che è comparabile, la situazione in Siria ricorda l’Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il 26 agosto 1944 il presidente del governo provvisorio della Repubblica francese (GPRF), istituito ad Algeri pochi giorni prima dell’invasione della Normandia, Generale Charles De Gaulle, salì sugli Champs-Elysees scortato da una folla immensa. Non ci fu nessuna elezione allora. La legittimità di De Gaulle era indiscutibile perché fu il primo politico a negare la collaborazione nel 1940 e ad entrare immediatamente nella Resistenza. I francesi lo salutarono come l’uomo che seppe opporsi al destino e guidarli alla vittoria. Allo stesso modo, i siriani vedono Assad l’uomo che s’è opposto alla colonizzazione del Paese guidandoli alla vittoria.
• “Gli altri due candidati sono semplici tirapiedi” continuano i media atlantisti, il che implica che il Paese è rimasto ai tempi del partito unico e che questa elezione sia una messinscena. Tuttavia, caratteristica propria del multipartitismo è poter votare il candidato che si sceglie. In molte elezioni, gli elettori non s’identificano con alcun candidato, possono quindi astenersi se ritengono che il sistema sia imperfetto o votare scheda bianca, se vogliono sostenere le istituzioni ma nessun candidato, o votare per un candidato marginale per relativizzare il voto del candidato principale (il cosiddetto “voto di protesta”). Pertanto, anche prima di considerare il voto dei candidati, la cosa più importante è la partecipazione. Nella Siria in guerra una parte del territorio è attualmente occupata da almeno 90000 mercenari stranieri, e nonostante il richiamo della Coalizione nazionale siriana al boicottaggio, il 73,42% degli elettori s’è recato al voto. Per confronto, è superiore alla Francia in tutte le elezioni per il Parlamento europeo (dal 1979), in tutte le elezioni legislative (dal 1986), ma inferiore alle elezioni presidenziali (80,34%). La differenza, naturalmente, è che la Francia non è in guerra.
• “Il Paese è in gran parte distrutto e i bombardamenti continuano”, riferisce la stampa atlantista.  L’elezione sarebbe quindi un epifenomeno, la realtà quotidiana è pervasa dalla guerra. Inoltre AFP assicurava che il governo controllasse il 40% del Paese che ospita il 60% della popolazione. La partecipazione è stata superiore al 60%, così in primo luogo si nota che tali cifre dell’AFP sono immaginarie. Le regioni controllate dall’Esercito arabo siriano sono molto più ampie da quando ha liberato le coste. I mercenari sono ancora presenti al confine turco e in alcune sacche sparse. Così, la provincia di Damasco è di 18000 kmq, di cui solo 75 kmq occupata dai Contras, ma AFP sostiene che l’intera provincia sia nelle mani dei “rivoluzionari”. Inoltre, in alcune aree, l’Esercito arabo siriana è assente, ma i funzionari statali sono sempre presenti. È il caso delle aree curde che garantiscono da sé la sicurezza pur riconoscendo la Repubblica. Infine, la maggior parte del territorio è un deserto inabitabile che ognuno pretende di controllare. Tuttavia, quando i Contras l’attraversano, vengono liquidati dall’Aeronautica siriana. Mostrare le immagini di Homs devastata non significa che il governo “bombarda il suo popolo”. Anche in questo caso, se prendiamo l’esempio della seconda guerra mondiale, queste immagini sono paragonabili a Stalingrado mentre i metodi dei Contras sono gli stessi dei nazisti: quello delle “linee dei ratti”. Per non essere eliminati uscendo per strada, i cecchini stranieri scavano passaggi da una casa all’altra attraverso le pareti laterali. Infine, bombardando le postazioni nemiche, può essere che l’Esercito arabo siriano bombardi i civili come fecero gli Alleati quando bombardarono Lisieux, Vire, Le Havre, Tilly, Villers-Bocage, Saint-Lô, Caen, ecc., durante lo sbarco in Normandia. Tuttavia, se si discute il modo seguito dagli alleati, a nessuno viene l’idea di accusarli di aver deliberatamente ucciso 20000 francesi.

Le conseguenze del voto
Sorprendendo tutti, l’affluenza è stata massiccia ovunque fosse possibile votare, anche nelle zone curde, mentre la stampa atlantista chiede ai curdi di boicottarle. Dobbiamo dunque concludere:
• Le accuse di dittatura e torture sono immaginarie. In nessuno Stato al mondo abbiamo visto la gente votare per il dittatore che li opprime. Il partito nazista tedesco non ha mai avuto più del 43,9% dei voti (marzo 1933) ed immediatamente eliminò le elezioni multipartitiche. I Siriani certamente sanno meglio ciò che accade a casa che non i siriani della Coalizione Nazionale, molti dei quali vivono all’estero da almeno 20 anni. Non credono più alle favole statunitensi dull’avvio degli eventi (i bambini torturati dalla polizia a Dara) e non ha mai creduto alle favole attuali (10000 persone torturate e morte di fame nelle prigioni del “regime”).
• La Coalizione Nazionale siriana non rappresenta il popolo siriano. La coalizione, un organismo creato dai servizi francesi e ora controllata da Arabia Saudita, dopo esserla stata dal Qatar, fu riconosciuta “unico rappresentante del popolo siriano” dal Gruppo di Londra. Nonostante il boicottaggio, l’astensione è stata solo il 26,58% degli elettori registrati, corrispondenti agli elettori impediti dal votare dall’occupazione di una parte del territorio da parte dei Contras. Non è inoltre chiaro come un’istanza che utilizza la bandiera verde-bianco-nera a tre stelle, la bandiera della colonizzazione francese tra le due guerre, possa essere sostenuta dal popolo siriano.
• I collaborazionisti delle potenze coloniali sono screditati. Durante i dibattiti televisivi, membri della Coalizione hanno spiegato l’assenza di un leader capace di competere con Bashar al-Assad, la cui lunga dittatura soffoca il Paese. Ora, come abbiamo visto, non c’è dittatura in Siria oggi. Se paragoniamo alla Seconda Guerra Mondiale, l’assenza di un rivale di Charles De Gaulle nel 1944, non significa che avesse imposto una dittatura, ma che i politici francesi erano screditati per aver collaborato con i nazisti. Ecco perché nessuno di coloro che ha partecipato alla Coalizione Nazionale può sperare di svolgere un ruolo politico nel futuro del Paese.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bashar al-Assad eletto in Siria: USA/UE si concentrino su Turchia, Arabia Saudita e Qatar

Murad Makhmudov e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 5 giugno 2014

article-0-122FFA3C000005DC-776_634x680USA ed Unione europea cambiano democrazia e libertà religiosa a ogni alzata di cappello. Se si vuole visitare una nazione in cui varie sette cristiane e musulmane sono tutte trattate con dignità assieme alla comunità drusa, prima dell’ingerenza estera la Siria era un modello per tutta la regione.  Infatti, anche oggi la Siria è un modello nelle zone controllate dal governo, perché tutte le comunità religiose convivono liberamente. Non è così nelle zone controllate dai settari islamisti taqfiri e dalle forze terroristiche come l’Esercito libero siriano (ELS). Dopo tutto, dalle aree controllate da taqfiri ed ELS, tutte le minoranze religiose fuggono. Allo stesso tempo, i curdi sono inoltre discriminati  etnicamente, ma ciò non sembra preoccupare le potenze del Golfo e della NATO che supportano le varie forze terroristiche e settarie in Siria. Non a caso, la stragrande maggioranza dei siriani ha votato per il Presidente Bashar al-Assad perché il popolo di questo Paese conosce bene i problemi di Afghanistan, Iraq e Libia dopo l’ingerenza estera. Inoltre, data la natura barbarica dei taqfiri e dei gruppi terroristici nell’imporre la dhimma ai cristiani, nel massacrare sciiti e alawiti, e decapitare i sunniti filo-governativi, ovviamente la maggioranza dei siriani dentro e fuori il Paese sostiene il governo siriano. La BBC riferisce: “Il presidente siriano Bashar al-Assad ha vinto il terzo mandato dopo aver ottenuto l’88,7% dei voti nelle elezioni presidenziali, ha annunciato il presidente del parlamento… In precedenza, la Corte costituzionale della Siria ha indicato l’affluenza al voto al 73,47%“.
La condanna del voto di USA e Unione europea riassume i loro soliti paraocchi nello sguardo sui moderni Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Questi tre Paesi sostengono il terrorismo e il settarismo contro la Siria e chiaramente sono strettamente collegati alle principali potenze occidentali. Nella Turchia moderna l’attuale governo Erdogan arresta giornalisti, sostiene l’odio verso la comunità alevita e l’attuale capo esprime rancore verso gli sciiti. Allo stesso tempo, la Turchia della NATO ha permesso ai terroristi internazionali di entrare in Siria e questa politica comporta anche molti massacri contro il popolo curdo. Arabia Saudita e Qatar, due nazioni che finanziano i vari gruppi terroristici legati ad al-Qaida e ad altre forze settarie in Siria, non sono note per la democrazia e i diritti umani. Infatti, in Arabia Saudita non è consentita una sola chiesa cristiana e gli apostati dall’Islam subiscono la morte. Allo stesso tempo, il mosaico islamico e i vari gruppi religiosi in Siria non sarebbero mai tollerati in Arabia Saudita, quindi, alawiti, sciiti e drusi subirebbero enormi persecuzioni nella moderna Arabia Saudita. Non solo, ma in Arabia Saudita vecchi possono sposare bambine di otto e nove anni e le donne vengono frustate se non escono interamente coperte. Certo, la democrazia è un anatema in qualsiasi misura, in Arabia Saudita. Allo stesso modo, il Qatar è noto anche per molte realtà negative, tra cui la morte di migliaia di lavoratori migranti trattati come bestie da soma.
Prima dell’ingerenza estera, la Siria era l’ultimo bastione nel mondo arabo del laicismo e dell’indipendenza dai capricci del Golfo e delle potenze occidentali. L’Egitto era sempre benevolo da Camp David, ma USA, Qatar, Turchia e Regno Unito tirarono fuori dai loro cappelli la cerchia dei Fratelli musulmani. Tuttavia, una nuova speranza emerge in Egitto con l’elezione del Presidente Abdalfatah al-Sisi grazie al coraggioso popolo egiziano che ha manifestato a decine di milioni contro il settarismo islamista dei Fratelli musulmani. La BBC ha commentato i siriani che votavano in Libano, dichiarando: “E’ la prima elezione presidenziale con scelta multipla siriana degli ultimi decenni, avviata all’estero circa una settimana prima del voto in Siria“. “In Libano, molti elettori si presentano con zelo“. La BBC continua: “I siriani oggi dimostrano al mondo che sono gli unici a poter decidere del proprio futuro, non i ceceni o gli afgani“, ha detto un giovane elettore, riferendosi ai combattenti stranieri unitisi ai ribelli siriani contro l’attuale regime e i suoi alleati… Alcuni si sono ferite le dita per “votare con il sangue” Bashar al-Assad. Altri hanno semplicemente strappato le foto degli altri due candidati collocando solo l’immagine del Presidente Assad nell’urna”. In altre parole, le principali agenzie internazionali come la BBC non potevano nascondere la realtà, che la maggioranza dei siriani all’estero ha votato per Assad. Pertanto, la maggior parte dei siriani ha votato liberamente per Assad in Siria e all’estero dove non era obbligata da nessuno. Ciò in realtà significa che i siriani in Patria e all’estero sostengono ancora il governo di Assad, nonostante l’enorme propaganda e la destabilizzazione brutale contro la Siria.
Naturalmente, tutto ciò non ferma l’ingerenza del Golfo e occidentale perché le ratlines terroriste e settarie sono ancora attive. Nonostante questo, nel 2014 appare chiaro che le Forze Armate siriane liberano molte regioni strategiche della nazione preservandone il ricco mosaico. Nel frattempo, le forze dell’odio settario in Turchia, Arabia Saudita e Qatar continueranno a mostrare al mondo l’ipocrisia barbara dei cosiddetti Stati democratici che attuano le politiche brutali di Washington, Londra e Parigi. Inoltre, mentre USA ed Unione europea condannano il voto in Siria, tollerando il feudalesimo brutale settario e monarchico del Golfo, altre persone vengono massacrate in Iraq grazie all’ingerenza estera e la Libia non è altro che uno Stato fallito. Pertanto, il popolo della Siria, in Patria e fuori dal suo amato Paese mostra al mondo di sostenere Assad totalmente. Questa realtà dovrebbe respingere il terrorismo settario sponsorizzato dalle potenze occidentali e del Golfo. Tuttavia, data la grande freddezza delle potenze del Golfo e occidentali nelle loro politiche volte a distruggere l’Iraq e la Libia, purtroppo sembra che le stesse forze sinistre continueranno nella loro destabilizzazione contro il ricco mosaico della Siria secolare.

siria_elezioni_gettyTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Storia rivoluzionaria dell’Iraq

Dean Henderson 20 maggio 2014

Ieri è stato annunciato che la coalizione guidata dal partito della Legge di Stato del Primo ministro Nuri al-Maliqi è emerso vittorioso nelle tormentate elezioni parlamentari del mese scorso in Iraq. Mentre militanti sauditi dello Stato islamico in Iraq e Levante (SIIL) controllano Falluja e parte di Ramadi, oltre 3500 persone sono già state uccise nelle violenze settarie quest’anno. L’occupazione statunitense dell’Iraq ha portato con sé l’insediamento di una classe dirigente esiliata da decenni. Questa cricca monarchica tenta di trasformare il Paese da Stato arabo egualitario a bastione del capitalismo selvaggio occidentale. Anni di lotta rivoluzionaria avevano liberato l’Iraq dall’egemonia bancaria internazionale guidata dai Rothschild. Tale lotta non sarà abbandonata senza combattere.

iraqNel 1776 la British East India Company stabilì il quartier generale in quello che oggi è il Quwayt. Quando i membri del clan quwaitiano al-Sabah aiutò i turchi ottomani a sedare le rivolte nel sud dell’Iraq, lo shayq della tribù dei Muntafiq diede agli al-Sabah boschetti di datteri presso Fao e Sufiyah nel sud dell’Iraq. Il Quwayt fu considerato altamente strategico dagli inglesi nella protezione delle rotte marittime dell’Oceano Indiano. Nel 1900 gli inglesi siglarono un accordo con Mubaraq al-Sabah, separando il Quwayt dall’Iraq e facendone un protettorato inglese. La stragrande maggioranza delle persone che vi abitava s’oppose al piano britannico, volendo continuare a far parte dell’Iraq da sempre considerando il Quwayt parte della provincia di Bassora dell’Iraq. [1] Per decenni i leader iracheni contestarono la legittimità dell’accordo Sykes-Picot del 1920, attraverso cui francesi e inglesi fecero del Quwayt un protettorato inglese. Gli iracheni non furono mai  consultati quando fu firmato il “gentlemans agreement”. Il Quwayt divenne un importante fornitore di petrolio per l’occidente e di petrodollari per i banchieri dell’economia mondiale. L’ex-ministro degli Esteri inglese Selwyn Lloyd dichiarò che i soldi del petrolio kuwaitiano puntellano la sterlina inglese. Una battuta di Wall Street dice: “Perché gli Stati Uniti e il Quwayt hanno bisogno l’uno dell’altro?” La risposta “Il Quwayt è un sistema bancario senza patria. Gli Stati Uniti un Paese senza sistema bancario“.
Nel 1937 e di nuovo nel 1946 il Partito Comunista Iracheno indisse scioperi presso l’Iraq Petroleum Company (IPC), a Kirkuk. Da quando la BP divenne l’importante proprietario dell’IPC, gli inglesi  inviarono truppe per sedare gli scioperi. Mezzo milione di acri di terra nella provincia di Qut fu rilevato dai fratelli al-Yasin, lacchè degli inglesi. Nel 1958, l’1% dei proprietari terrieri in Iraq controllava il 55% dei terreni. [2] Nel 1950 l’IPC fu al centro del boom del petrolio in Iraq. I suoi numerosi tentacoli includevano Bassora Petroleum e Mosul Petroleum. Chevron, Texaco, Exxon, Mobil, Gulf e RD/Shell furono esclusi dall’IPC dopo che tali predecessori dei Quattro Cavalieri firmarono l’accordo della Linea Rossa. La rivoluzione in Egitto del 1952, che depose la monarchia di Faruq e portò al potere il leader nazionalista Gamal Abdal Nasser, ispirò una serie di rivolte in Iraq contro l’IPC e la monarchia irachena. Nel 1958 re Faysal fu assassinato insieme a numerosi membri della famiglia reale. La monarchia irachena, da tempo marionetta dell’impero inglese, fu deposta. Gli Stati Uniti e gli inglesi agirono rapidamente per garantirsi l’installazione di un altro burattino nel generale Nuri al-Sayd. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna convinsero al-Sayd a firmare il Patto di Baghdad, di cui una parte chiedeva il riconoscimento ufficiale del Quwayt. Un’altra parte dell’accordo autorizzava l’invio di forze irachene in Libano per sostenere il governo filo-occidentale e impopolare di Camille Chamoun. [3] Nel 1958 al-Sayd fu deposto da un colpo di Stato guidato da ufficiali nazionalisti dell’esercito fedeli a Abdul Qarim Qasim. Il settimanale parigino L’Express riferì, “Il colpo di Stato iracheno è stato ispirato dalla CIA per placare i nazionalisti. La CIA ha visto Qasim come contenibile e preferibile agli elementi più radicali che rapidamente guadagnano consensi tra il popolo iracheno“. Inizialmente i membri del Partito comunista furono banditi dal governo Qasim. Ma sotto la pressione della potente sinistra irachena, Qasim subito sciolse la monarchia irachena e coltivò legami con l’Unione Sovietica e la Cina. Si ritirò dal Patto di Baghdad e chiese l’annessione del Quwayt alla provincia di Bassora. Tolse il divieto del Partito Comunista Iracheno che divenne una forza importante nel suo governo. Creò l‘Iraqi National Oil Company statale (INOC), facendo dell’Iraq il primo Paese del Medio Oriente a nazionalizzare le attività dei Quattro Cavalieri. Nel 1961 Qasim approvò la legge 80 che recuperava il 99,5% dei terreni inesplorati dell’IPC e chiese l’annessione del Quwayt. Big Oil e le sue otto famiglie proprietarie ne ebbero abbastanza. Nel 1960 Sydney Gottlieb della Divisione Servizi Tecnici della CIA ordì un piano per assassinare il Presidente Qasim. [4] Una campagna terroristica a bassa intensità fu organizzata dalla CIA con i partiti nazionalista e baathista che attaccavano il Partito Comunista Iracheno, il partito di sinistra più formidabile della regione. La CIA diede ai suoi sgherri gli elenchi dei leader di sinistra da colpire. Nel 1961 il Quwayt dichiarò l’indipendenza, prendendosi lo sbocco del solo porto dell’Iraq, Bassora. Le truppe statunitensi sbarcarono in Libano e quelle inglesi in Giordania. [5]
abdul_karim_kassemNel 1963 l’agente della CIA Bruce Odell organizzò un ponte aereo per armare la cellula di destra del partito Baath di Baghdad. Gli operatori del Baath scatenarono un’ondata di terrorismo segnata da innumerevoli massacri di civili. L’uomo di punta della CIA, la cui fazione di destra nel Baath emerse vittoriosa dopo l’assassinio Qasim nel 1963, fu Sadam Husayn. [6] Secondo un articolo del 17 aprile 2003 dell’Indo-Asian News Service, la CIA fece uscire Sadam dall’Iraq dopo l’assassinio e lo piazzò in un hotel di Cairo per qualche notte. Adb al-Salam al-Arif fu nominato presidente. Il suo primo decreto abrogò la legge 80. I Quattro Cavalieri erano di nuovo in sella all’IPC. Nel 1967 l’IPC perforò diversi pozzi con un potenziale di 50000 barili al giorno. Si nascosero questi risultati al governo iracheno. Quando la notizia trapelò il popolo iracheno ne fu indignato. Arif ne seguì l’esempio. Nazionalizzò banche e compagnie di assicurazione, insieme a trentadue altre grandi imprese. L’Iraq approvò le leggi 97 e 123 che diedero all’INOC statale un ruolo maggiore nell’industria petrolifera irachena, tra cui il diritto esclusivo di sviluppare il giacimento petrolifero di Rumayla Nord, presso il Quwayt. La Brown & Root di Houston aveva costruito il terminal petrolifero dell’IPC di Fao che serviva Rumayla Nord, mentre la società tedesca Mannesman costruì la pipeline Kirkuk-Dortyol dell’IPC. [7] Ora le multinazionali corsero ai ripari mentre un Iraq irritato ruppe le relazioni con gli Stati Uniti. L’anno dopo il presidente di sinistra Hasan al-Baqr combatteva l’Unione Patriottica del Kurdistan sostenuta dalla CIA e guidata da Jalal Talabani, mentre le truppe lealiste curde di Mustafa Barzani attaccarono le strutture del’IPC nei pressi di Kirkuk. Il decreto del governo iracheno dell’11 marzo 1970 premiò i curdi di Barzani con l’autonomia delle province settentrionali di Kirkuk e Dohuk. Nel 1971 l’Iraq ruppe i rapporti con l’Iran dopo che lo Shah fu scoperto aiutare la fazione di Talabani per conto della CIA. Nel 1972 al-Baqr nazionalizzò l’IPC. Nel 1973 la Bassora Petroleum fu nazionalizzata. Entro dicembre 1975 tutte le aziende straniere in Iraq erano state nazionalizzate. [8] Non dovrebbe sorprendere che il flessibile Jalal Talabani sia il presidente dell’Iraq occupato dagli USA.
La Siria guidava i Paesi della regione seguendo l’esempio iracheno. La nazionalizzazione dell’IPC fu molto popolare e fu sostenuta dal governo di al-Baqr, che costituì l’Iraqi Company for Oil Operations (ICOO) per commercializzare all’estero il petrolio dell’INOC. ICOO siglò accordi di fornitura con Giappone, India, Brasile, Grecia e molte nazioni del Patto di Varsavia. Nel 1973-1978 i proventi del petrolio iracheno passarono da 1,8 miliardi di dollari a 23,6 miliardi dollari all’anno. [9] L’Iraq implementò controlli valutari rigorosi per evitare che i banchieri internazionali sabotassero il dinaro. Introdussero restrizioni alle importazioni di valuta estera, affinché non venisse sprecata in beni di lusso frivoli. L’Iraq divenne un leader rispettato della fazione dei falchi dei prezzi dell’OPEC. Fu un esempio mondiale del tentativo di liberarsi dalla schiavitù della otto famiglie della mafia bancaria che voleva la testa di al-Baqr. Dopo un fallito tentativo di colpo di stato nel 1975 contro al-Baqr, la polizia irachena scoprì i dollari in possesso dei golpisti. [10]
Nel corso di quattro decenni, i Quattro Cavalieri e i loro scagnozzi della CIA cercarono di sedare il  nazionalismo del popolo iracheno. Il successo fu minimo e i loro regimi fantoccio di breve durata. Il regime di Sadam Husayn sembrava promettente ai banchieri internazionali. Un giro di vite sui partiti nazionalisti uccise e deportò gli elementi più radicali. Invase l’Iran rivoluzionario con una gomitata del tirapiedi dei Rockefeller Zbigniew Brzezinski. Aprì l’economia irachena alle multinazionali occidentali. Ma quando sauditi e kuwaitiani iniziarono a pretendere da Sadam il rimborso di 120 miliardi di dollari in prestiti per la guerra all’Iran, che avevano originariamente chiamato “sovvenzioni”, Sadam esplose. Gli Stati Uniti dissero ai monarchi al-Sabah d’insistere, spingendo Sadam sulla nota via socialista del popolo iracheno. Presto si trovò nel mirino dei suoi ex-sponsor. Una volta ritiratisi completamente gli Stati Uniti dall’attuale multimiliardario incubo neo-coloniale, gli iracheni sembrano destinati a continuare sul familiare percorso rivoluzionario socialista. Non è facile abrogare la storia di un popolo, a dispetto dell’arroganza e della ricchezza del propagandista.

531655_Note
[1] Beyond the Storm: A Gulf Crisis Reader. Phyllis Bennis and Michel Monshabeck. Olive Branch Press. Brooklyn, NY. 1991. p.39
[2] Iraq Since 1958: From Revolution to Dictatorship. Marion Farouk-Sluglett and Peter Sluglett. I.B. Tauros & Company, Ltd. New York. 1990.
[3] Diplomacy in the Near and Middle East: A Documentary Record: 1914-1956. J.C. Hurewitz. D. Van Nostrand Company, Inc. Princeton, NJ. 1956. p.236
[4] Iraq and Kuwait: A History Suppressed. Ralph Schoenman. Veritas Press. Santa Barbara, CA. 1990. p.14
[5] Ibid
[6] Ibid. p.14
[7] Ibid
[8] Sluglett and Sluglett. p.120
[9] Bennis and Monshabeck. p.31
[10] Schoenman. p.20

Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel.  Potete seguirlo su Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ucraina, tra elezioni farsa e nascita della Nuova Russia

Alessandro Lattanzio, 25/5/2014
donbass-residents-vote-referendum-on-self-proclaimed-donetsk-people_s-republicLe Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk dichiaravano il 24 maggio la creazione dello Stato dell’Unione di Novorossija. “Abbiamo firmato un memorandum sull’unione“, dichiarava Denis Pushilin, co-presidente della Repubblica nazionale del Donetsk. Il documento è stato firmato a Donetsk dai premier Aleksandr Borodaj e Aleksej Karjakin. I rappresentanti del popolo di otto regioni ucraine si sono riuniti nel congresso di Donetsk del 24 maggio, dove le regioni sud-orientali dell’Ucraina hanno annunciato la creazione del Fronte Popolare. Il movimento ha approvato il manifesto dell’autodeterminazione e per la tutela del popolo dal “terrore delle bande naziste”. Il Fronte popolare riunisce le regioni di Odessa, Nikolaev, Dnepropetrovsk, Zaporozhe, Kharkov, Kherson, Donetsk e Lugansk. Al congresso, i 145 delegati hanno accettato il manifesto che sottolinea come il Fronte Popolare sia composto da “coloro pronti a resistere all’autorità auto-nominatasi a Kiev che ha iniziato la guerra contro il popolo“. Il Fronte Popolare promette di proteggere i civili dal “terrore delle bande naziste finanziate da oligarchi e servizi di sicurezza stranieri“, e promette anche “lotta per il diritto del popolo a una vita dignitosa”. “La coalizione socio-politica del Fronte Popolare chiede di boicottare le elezioni presidenziali perché tutti i candidati sono oligarchi, già visti ai vertici perpetrare rapine e terrore”. Infine, Kiev stessa ammetteva che 17000 tra poliziotti e militari hanno aderito alle repubbliche di Donetsk e Lugansk. Il governatore del Donbass, Pavel Gubarjov, aveva già annunciato la creazione del movimento socio-politico “Nuova Russia”, “Oggi abbiamo l’opportunità di svolgere attività politiche su vasta scala. Le nostre porte sono aperte a tutti. Annunciamo la creazione del movimento socio-politico “Nuova Russia” che in futuro diventerà una forza politica“. Principale obiettivo della nuova forza politica è la creazione dello Stato di Nuova Russia, da cui sarà spietatamente sradicata la corruzione, “Coloro che negli anni ’90 hanno rubato aziende, le restituiranno al popolo per nazionalizzarle. Il nuovo sistema politico della Repubblica nazionale di Donetsk non avrà nulla in comune con le precedenti oligarchie ucraine“. Inoltre, il 25 maggio,il Ministero degli Esteri della Repubblica del Donetsk e Novorossia dichiarava quanto segue:
1. Dopo la Dichiarazione di Sovranità e il referendum dell’11 maggio 2014, le due repubbliche di Novorossija, la Repubblica nazionale di Donetsk e la Repubblica popolare di Lugansk, in piena sovranità si uniscono nel processo di unificazione, creando il nuovo Stato federato sovrano europeo di Novorossja.
2. L’attuale governo di Kiev è l’aggressore delle RND e RPL, e relativi forze e gruppi armati sono truppe d’occupazione. Siamo autorizzati ad affermare che siamo in guerra con l’attuale governo di Kiev, anche se non siamo in guerra con lo Stato d’Ucraina, non riconoscendo il governo di destra a Kiev quale  rappresentante dello Stato ucraino, il cui presidente è, ad eccezione delle leadership delle regioni autonome di Donetsk e Lugansk e della repubblica autonoma di Crimea, VF Janukovich fino alla fine del suo mandato, nel febbraio 2016.
3. Oltre alle truppe, subordinate al governo di Kiev che attualmente combattono come forze punitive contro RND e RPL, con la partecipazione di mercenari ucraini e stranieri, e soggette al governatore di Dnipropetrovsk Kolomojskij che, secondo i dati disponibili, non fa capo direttamente al governo di Kiev, mentre le alleate forze e bande mercenarie comprendono gruppi di mercenari provenienti da Paesi terzi. Ciò permette di parlare di aggressione internazionale contro la Nuova Russia, secondo la Carta delle Nazioni Unite, che comprende l’invio di mercenari.
4. Dichiara che sul territorio della Repubblica nazionale del Donetsk e della Repubblica popolare di Lugansk non può aver luogo, e non si terranno, le elezioni presidenziali ucraine, e che il risultato non avrà conseguenze giuridiche sul nostro territorio. Allo stesso tempo, avvertiamo che nella zona occupata dall’attuale governo di Kiev, come Svatovskij, in cui veicoli corazzati e truppe del governo di Kiev sono presenti, un tale voto potrebbero tenersi e i risultati utilizzati per scopi propagandistici. Diamo anche per scontato che gli alleati del governo di Kiev, NATO e UE così come la completamente appiattita OSCE, riconosceranno i risultati di tali elezioni, e provvederanno a legittimare il nuovo regime.
5. Partiamo dal presupposto che le aspettative di certi politici di pacificare l’aggressore dopo le elezioni sono false, che ricevendo una parvenza di legittimità Kiev avvierà immediatamente una nuova offensiva militare in Oriente. Il Ministero degli Esteri di RND e Novorossija mette in guardia tutti i politici, di tutti gli Stati, contro eventuali azioni per legittimare l’aggressore. In questo caso, potrebbero condividere la responsabilità per i crimini di guerra commessi da Kiev, cioè promozione della guerra di aggressione, crimini contro la pace e la sicurezza internazionale, e altri crimini di guerra del regime a Kiev, secondo le convenzioni di Ginevra, contro i prigionieri, i feriti e la popolazione civile. La nostra valutazione si basa sui fatti. Facendo attenzione alle dichiarazioni dei due principali favoriti di tale elezione: Timoshenko ha dichiarato il desiderio di sterminare i russi con le armi di distruzione di massa. Desiderio incarnatosi a Odessa e Marjupol, dove i suoi camerati hanno utilizzati armi chimiche. In relazione a tali fatti, una richiesta del nostro Ministero degli Esteri è stata inviata all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC) per: “Una missione d’inchiesta sul possibile uso di armi chimiche” nelle città di Odessa e Marjupol. Poroshenko, il 23 maggio, ha dichiarato la necessità di continuare la guerra in Oriente, e ha promesso ai mercenari, pronti a uccidere la popolazione di Novorossija, uno stipendio di tremila dollari e centomila dollari per il funerale. Si precisa che tali dichiarazioni non sono uno slogan, i soldati ucraini non vogliono combattere contro il popolo, e sempre più mercenari occidentali al soldo di Kiev ci invadono.
6. A questo proposito, siamo rimasti sorpresi dalle valutazioni fatte a Mosca, dove le elezioni sono definite “un passo nella giusta direzione”. Noi incoraggiamo i politici russi a riconsiderare attentamente la loro posizione. Sono un “passo nella giusta direzione” le azioni che comportano l’inasprimento della guerra? Sono un “passo nella giusta direzione” la promozione e la legittimazione del regime, che ha già dimostrato la sua capacità di commettere crimini di guerra, compreso l’uso di ADM e l’esecuzione di feriti sui letti d’ospedale? Può, infine, essere “un passo nella giusta direzione” la promozione dei nazisti di Kiev legittimando l’elezione del loro nuovo Fuhrer? Forse la politica della Russia verso le nuove autorità a Kiev soffre di certe illusioni. Partiamo dal presupposto che tali illusioni saranno distrutte il 26 maggio 2014, quando gli elenchi delle vittime della guerra e dei crimini di guerra saranno rinnovate con nuovi eventi. Ma in questo caso il sangue ricadrà sulla coscienza di tutti coloro che hanno sostenuto direttamente o indirettamente le elezioni del 25 maggio. Facciamo appello a tutti i politici affinché prendano le distanze da tali elezioni illegali, condannandole e dichiarando di non riconoscerne i risultati. Ai politici è rimasto un solo giorno per prendere le distanze dal regime a Kiev, prima che le “elezioni” portino nuova linfa alla guerra, le cui nuove vittime ricadranno sulla loro coscienza. Certo, il popolo del Donbass non crede alle lacrime di coccodrillo sulle “vittime innocenti” e alla condoglianze di circostanza. Ci appelliamo a tutti affinché avvertano le autorità che frettolosamente sostengono tale evento pericoloso per la pace: respingere  subito tali elezioni o condividerne la responsabilità per le tragiche conseguenze.
7. Il Ministero degli Esteri della RND e della Nuova Russia ritiene che l’avventura militare delle autorità di Kiev subirà una sconfitta schiacciante, l’aggressore avrà la punizione meritata e tutti i criminali di guerra compariranno davanti al Tribunale internazionale per l’ex-Ucraina. Esprimendo il suo impegno mondiale, invitando tutti gli Stati a contribuire al raggiungimento di una pace duratura, affinché si processino gli aggressori di Kiev.
10154222Intanto, gli squadristi di Fazione destra e della guardia nazionale ucraina attaccavano dei riservisti ucraini della regione di Vinnitsa, ammutinatisi ai golpisti di Kiev presso il villaggio di Volnovakha, nella regione del Donetsk. Inviati a combattere i ‘sabotatori russi’, non trovandone nessuno il comandante dell’unità chiese il permesso di rientrare alla base. Il comandante dell’unità aveva provato a contattare il ministero della Difesa, ma non ci riuscì. Poi contattò la direzione dell”operazione antiterrorismo’, dicendo che non c’erano sabotatori russi e che doveva rientrare alla base. Gli fu risposto “Non è affar tuo“. Intorno alle 5:00 del 22 maggio, il checkpoint occupato dall’unità fu attaccato dalle milizie fasciste di Kolomojskij, giunte su due blindati della PrivatBank e almeno due jeep. “Il checkpoint fu distrutto, ma i soldati aprirono il fuoco in risposta”. Un proiettile colpì un deposito di munizioni provocando una massiccia esplosione che fece decine di feriti. I miliziani di Fazione destra e della Guardia nazionale subirono quindi delle perdite e si ritirarono abbandonando un loro blindato. “Al mattino tre elicotteri della giunta di Kiev distrussero il blindato abbandonato e spararono sui soldati“. 8 militari ucraini furono uccisi e circa 20 feriti. Secondo uno dei comandanti della 51.ma Brigata delle forze armate ucraine, gli aggressori, dei “mercenari professionali”, uccisero 15 soldati ucraini e almeno altri 35 rimasero feriti. Dice il comandante della 51.ma Brigata, “Il nostro fuoco di risposta incendiò un loro autoveicolo, gli aggressori sparavano con lanciagranate e mitragliatrici. Si erano ben preparati all’attacco al checkpoint”. Secondo dei testimoni l’attacco era un’operazione di rappresaglia dell’oligarca mafioso sionista Igor Kolomojskij, proprietario della PrivatBank e finanziatore di Fazione destra. Nel frattempo, il battaglione mercenario ‘Donbass‘ di Kolomojskij, formato da volontari di piazza Majdan come forza di spedizione punitiva, veniva circondato dalla milizia dell’autodifesa presso Karlovka, 15 km a nord-ovest di Donetsk, dove il 50% degli effettivi era stato ferito. Il comandante del battaglione mercenario, Semjon Semenchenko, aveva contattato il comando dell’esercito chiedendo rinforzi, ma non veniva ascoltato, “Tutte le mie telefonate al comando delle forze armate, per chiedere rinforzi, non sono ascoltate“. Gli squadristi ebbero 12 morti, mentre a Lisichansk, presso Lugansk, un elicottero ucraino veniva abbattuto dalla milizia popolare. A Kiev, il movimento di resistenza antigovernativo Kiberberkut distruggeva completamente la rete e le infrastrutture IT della Commissione elettorale centrale dell’Ucraina, controllate dagli USA.
Il 24 maggio, pesanti combattimenti si svolsero intorno Slavjansk per 3 ore. Slavjansk veniva bombardata dall’artiglieria dei golpisti. La milizia di Slavjansk attaccava i posti di blocco dell’esercito ucraino situati intorno alla città. “Di notte il nostro gruppo ha attaccato un posto di blocco nei pressi di Seleznevka, a due chilometri da Slavjansk. A nord, presso Semjonovka, è stato distrutto un BTR e abbiamo perso un  volontario”. Alle 17.30 del 24 maggio, le milizie colpivano il nemico a un checkpoint. “C’è stato l’inferno, un distributore di benzina è esploso. Ci sono state diverse esplosioni per le munizioni accumulate nella base della Natsgvardij (Guardia nazionale)”. I militari ucraini hanno tentato di ritirarsi dal checkpoint lungo l’autostrada Kharkov-Rostov-Krasnij Liman. “Ma c’era una piccola sorpresa ad aspettarli, la nostra imboscata con gli RPG, che ha distrutto un secondo blindato. Ad ovest di Slavjansk, vicino al villaggio Mirnij, la nostra ricognizione ha bombardato le postazioni del nemico”. Nei pressi del villaggio Rubezhnoe, vicino Lisichansk, nella regione di Lugansk, 7 combattenti dell’autodifesa sono stati uccisi e altri 16 feriti, mentre le truppe di Kiev avrebbero avuto 2 morti e 7 feriti. Lo scontro avviene dopo i falliti negoziati tra le forze della Repubblica Popolare di Lugansk e le truppe di Kiev. Ostap Chernij, portavoce delle milizie, ha detto  “Quando una colonna di veicoli blindati dell’esercito ucraino s’è avvicinata a Lisichansk, le milizie hanno cercato di negoziare, ma la sparatoria è scoppiata durante i negoziati“. Circa 30 coscritti volevano disertare, ma le altre truppe hanno aperto il fuoco sul gruppo. Il comandante dell’unità che si apprestava a disertare, aveva aperto il fuoco contro i propri uomini, “Il comandante ci ha ordinato di aprire il fuoco indiscriminato“, ha detto un soldato disertore nel corso di una conferenza stampa. La Guardia nazionale intanto incendiava la stazione ferroviaria della città, interrompendo il traffico nella regione di Lugansk, e sparava ai vigili del fuoco giunti a spegnere l’incendio. Le milizie dell’autodifesa però catturarono 3 blindati BMP-2 dei golpisti. “Secondo i nostri dati, ci sono attualmente circa 6000 miliziani di Kiev nella regione di Lugansk, e il loro numero è aumentato negli ultimi giorni“, dichiarava Valerij Bolotov, leader della Repubblica Popolare di Lugansk. Presso Kalkova, a 30 chilometri da Donetsk, l’attacco delle milizie di Kiev veniva respinto dalla milizia di autodifesa locale, che riferiva di dieci vittime. A 100 chilometri da Lugansk, gli ucraini tentavano di attraversare l’estuario del Severnij Donetsk, ma sono stati fermati dalle milizie dell’autodifesa che distruggeva cinque blindati nemici. A Novonikolaevka, nel Donetsk, ad ovest di Slavjansk, la milizia popolare ha distrutto due blindati della fanteria e catturato un carro armato T-64, 11 soldati ucraini sono stati eliminati e molti altri feriti.
Il Capo di Stato Maggiore Generale delle Forze Armate russe, Generale Valerij Gerasimov, dichiarava alla terza Conferenza sulla sicurezza internazionale a Mosca del 23 maggio, che il conflitto in Ucraina era divenuto una guerra civile, e che aveva le prove della presenza di società militari private occidentali in Ucraina. Il ministro della Difesa russo Sergej Shogiu denunciava, “Dopo la rimozione forzata del presidente uscente dell’Ucraina, con la partecipazione attiva di forze esterne, il Paese è scivolato nella guerra civile. … Ricordiamo i tentativi di attuare “rivoluzioni colorate” nel territorio dell’ex-Unione Sovietica. … Nel recente passato sono stati fatti simili tentativi nei Paesi dell’Asia centrale e in Georgia. Oggi in Ucraina. La comparsa del nuovo focolaio di guerra influenza negativamente la sicurezza generale”. “La politica del contenimento della Russia viene attuata invece della possibile costruzione di una Grande Europa”, ha detto il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, “i tentativi di forzare gli altri popoli alle proprie formule di riforma interna, senza tener conto delle loro tradizioni e caratteristiche nazionali, impegnandosi nell”esportazione della democrazia’, hanno un effetto distruttivo sulle relazioni internazionali e moltiplicano le tensioni nel mondo“.
1400753552_1Il think tantk imperialista obamiano statunitense Brookings Institution riconosce, “che l’occidente non potrebbe difendere economicamente l’Ucraina da una Russia ostile. La Russia può infliggere più danni di quanto l’occidente potrebbe ripararne. E’ sempre vero che è più facile minare un Paese economicamente che costruirlo. E’ più facile destabilizzare che stabilizzare (Cose che costoro e il loro fantoccio Obama sanno benissimo. NdAL). E’ forse meno evidente che l’occidente troverebbe assai difficile stabilizzare l’economia ucraina, anche se la Russia non facesse nulla. Il semplice fatto è che la Russia oggi sostiene l’economia ucraina con almeno 5/10 miliardi di dollari all’anno. Quando si parla di sovvenzioni, di solito pensiamo alla capacità della Russia di offrire all’Ucraina gas a buon mercato. Ma ci sono molti altri modi con cui la Russia supporta l’Ucraina. Il supporto principale si presenta in forma di ordini russi alle industrie pesanti ucraine. Questa parte dell’industria ucraina dipende quasi interamente dalla Russia. Non potrebbero vendere a nessun altro. Le province meridionali e orientali dell’Ucraina sono dominate dalle gigantesche imprese di tipo sovietico, simili a quelle russe. Furono tutte costruite in epoca sovietica nell’ambito di un’unica economia assai integrata. Possono esser sostenute solo grazie a petrolio e gas russi. Poiché la maggior parte di tali aiuti sono informali, non appaiono nelle statistiche ufficialiLe industrie della Difesa dell’Ucraina sono circa un quarto di quelle della Russia, ma molto più concentrate geograficamente. Circa il 96% dell’industria della Difesa dell’Ucraina si trova in quattro città: Kiev, Kharkov, Dnepropetrovsk e Nikolaev. Un quarto della forza lavoro di quelle città lavora negli impianti della Difesa. Ecco perché alcune recenti dichiarazioni di Putin sui piani per eliminare l’importazione di beni per la Difesa inquietano alcune regioni dell’Ucraina. In una riunione con i dirigenti dell’industria della Difesa, il 14 maggio, Putin ha detto: “A causa delle sanzioni occidentali ci troviamo in nuove circostanze, dobbiamo sostituire le importazioni e fare tutto il possibile per produrre ciò che serve alla nostra industria della Difesa qui, sul nostro suolo, in modo da non dipendere da nessun altro per i nuovi sistemi d’arma che consegniamo alle nostre forze armate”. Se l’occidente potesse in qualche modo sottrarre il pieno controllo dell’Ucraina alla Russia, Stati Uniti, NATO e UE potrebbero sostituire la Russia? Il FMI, naturalmente, non tollererebbe mai il sostegno a tali dinosauri, come fanno i russi. Così, quanto denaro servirebbe per compensare i posti di lavoro persi? Nel caso della riunificazione tedesca si trattò di 2760 miliardi di dollari in oltre 20 anni. Se l’Ucraina ha un reddito pro capite pari a un decimo di quello della Germania, la stima minima è 276 miliardi di dollari. È impensabile che l’occidente paghi tale importo. Si noti che la Russia, al contrario, potrebbe sopravvivere al distacco dall’industria ucraina. L’Unione Sovietica ha creato doppie fonti praticamente per ogni componente necessario all’industria della Difesa. Per ogni produttore in Ucraina, c’era un gemello effettivo o potenziale ad est degli Urali e altrove. La Russia potrebbe semplicemente sostituire le importazioni. Anche se è economicamente inefficiente, è ciò che ogni Paese farebbe per la propria sopravvivenza nazionale. In caso di sostituzione delle importazioni ucraine, i principali beneficiari sarebbero le imprese della Difesa e molte altre industrie metalmeccaniche pesanti della Russia; e Putin ha già dichiarato ciò una priorità. Economicamente, la Russia può permettersi di perdere l’Ucraina. Ciò che la Russia non può permettersi è mantenere l’Ucraina, che le costava fino a 10 miliardi di dollari all’anno solo per l’Ucraina orientale. Ma di tutte le opzioni sul futuro dell’Ucraina, un’Ucraina esclusivamente filo-occidentale è la meno fattibile”.

10313429Fonti:
Alawata
Brookings
Diario de Octubre
ITAR-TASS
Moon of Alabama
Moon of Alabama
Nsnbc
RIAN
RussiaToday
Vineyard Saker
Wars online

ukraine - opération 22-23 mai

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