Siria: Apocalisse annullata

Andrej Fomin, Oriental Review 21 dicembre 2012

China Marks 60 Years Of The Chinese NavyLa situazione in Siria si è alleggerita negli ultimi giorni. Gli statunitensi ritirano l’USS Eisenhower e il gruppo anfibio dell’USS Iwo Jima dal Mediterraneo orientale. Il presidente Obama si aspetta che questo passo ‘allevi la tensione nella regione’. Che tipo di tensione si è avuto, per divenire motivo di preoccupazione improvvisa per il governo statunitense, dopo 22 mesi di interferenza diretta negli affari siriani? Diamo un breve sguardo ai recenti eventi.
La decisione della NATO di implementare sistemi missilistici Patriot sul confine Turchia-Siria all’inizio di dicembre, è stata affrettata. La giustificazione dello schieramento per la presunta difesa del territorio turco contro granate e proiettili occasionali provenienti dalla Siria, è ridicola. Il sistema Patriot non è in grado di fornire tale protezione. È progettato per scopi antiaerei e ha una limitata capacità anti-missili tattici. Così i Patriot in Turchia dovrebbero contrastare solo i MIG siriani. Ma questo scenario è impossibile in Turchia, nel caso non invada la Siria. Allo stesso tempo, i gruppi d’attacco degli Stati Uniti sono arrivati nel Mediterraneo orientale, indicando la preparazione della NATO a un potenziale intervento terrestre.
In risposta la Russia ha rafforzato la sua flotta nella zona. Un gruppo d’attacco russo guidato dall’incrociatore pesante Moskva sarà affiancato da diverse navi da guerra (incrociatori, navi d’assalto anfibio e cacciatorpediniere) delle flotte russe del Nord e del Baltico, che dovrebbero  arrivare nel Mediterraneo orientale la prossima settimana. Ufficialmente le navi da guerra compiono esercitazioni e rifornimenti nella base russa di Tartus in Siria, sulla via per la missione anti-pirateria in Somalia. Il loro coinvolgimento nel confronto sulla Siria è solo questione della volontà politica della leadership russa. Di conseguenza la concentrazione delle marine che si affrontano al largo della costa siriana da metà dicembre, era quasi minacciosa.
La decisione degli Stati Uniti di ritirare le navi da guerra ha notevolmente irritato la Turchia, rimasta senza il sostegno degli Stati Uniti in caso di escalation militare, ma ciò ha ridotto al minimo la possibilità di un simile scenario. Questa ritirata non è la prima degli Stati Uniti: lo stesso è accaduto quando un jet turco è stato abbattuto a giugno o quando Israele ha suscitato lo spauracchio delle armi chimiche siriane a luglio.
Oltre alla vigorosa posizione russa sulla questione siriana, un altro fattore che ha causato questa tendenza positiva nella situazione siriana è la politica interna degli Stati Uniti. Il ‘virus allo stomaco’ che di recente ha disturbato la signora Clinton, potrebbe essere considerata una malattia diplomatica che le ha permesso di evitare la partecipazione alla seduta aperta alla Camera sugli attentati di Bengasi, dove rimase ucciso l’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia, a settembre. Questo assassinio è una conseguenza diretta del fallimento della politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente, degli ultimi anni, come è stato riconosciuto da Daniel Benjamin, coordinatore per la lotta al terrorismo del Dipartimento di Stato: “…La rivoluzione libica ha liberato le mani a ogni gruppo estremista e ha dato luogo a un terrorismo diffuso. Un altro esempio di ciò è la Siria, dove i membri di al-Qaida in Iraq hanno cercato di ottenere un punto d’appoggio permanente da parte dell’opposizione. Le rivoluzioni che hanno spazzato la regione lo scorso anno, hanno aumentato il pericolo dell’estremismo e diffuso instabilità.”
Un rapporto confidenziale statunitense, elaborato dalla commissione indipendente sull’assalto a  Bengasi merita una particolare attenzione. Le conclusioni hanno ovviamente influenzato la decisione degli Stati Uniti di sospendere l’ulteriore aggravamento della situazione in Siria. Anche se difficilmente porterà gli Stati Uniti ad abbandonare il piano di destabilizzazione regionale, impone sicuramente una maggiore cautela, al fine di non screditare definitivamente la politica estera degli Stati Uniti. Delle rivelazioni indesiderate sui motivi reali dietro la primavera araba, potrebbero gettare nella confusione la società civile statunitense, fiduciosa che Washington combatta contro il terrorismo in tutto il mondo, che gli alleati degli Stati Uniti, appena consapevoli di essersi offerti come pedine del gioco geopolitico.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Sparatoria nei pressi di Cochin da parte dei marinai italiani – Alcune osservazioni

Commodoro R S Vasan, SouthAsia Analysis Paper no. 4924, 7 febbraio 2012

L’assassinio a sangue freddo di due pescatori indiani da parte delle guardie armate sulla nave italiana Enrica Lexie, il 15 febbraio sera, mostra chiaramente che non tutto va bene nelle strutture di risposta alla pirateria e alle rapine a mano armata. Mentre una indagine completa è sicuramente necessaria per stabilire la sequenza degli eventi che hanno portato a questo sfortunato incidente, da ciò che è di pubblico dominio e dai rapporti di agenzie indipendenti è chiaro che le guardie di sicurezza e il nostromo non sono riusciti a leggere l’evoluzione della situazione in modo corretto e hanno finito coll’uccidere i pescatori che pescavano nella zona economica esclusiva dell’India, che si estende per 200 miglia nautiche dalla costa. Le autorità italiane hanno affermato che hanno sparato colpi di avvertimento e che la presunta barca pirata si era allontanata. Dai rapporti disponibili, è chiaro che le guardie armate hanno il grilletto facile e ci sono molte domande circa la formazione e la professionalità delle guardie italiane (che sarebbero della Marina) (Sono della Marina Militare italiana, NdT).
Il trasporto di guardie armate è permesso soltanto dall’aumento fenomenale degli attacchi della pirateria, in particolare intorno al Corno d’Africa, anche nelle acque somale. Nei secoli della navigazione, le guardie armate in generale non sono state autorizzate per vari motivi. Tuttavia, ci sono ragioni convincenti negli ultimi anni che hanno costretto l’IMO e l’UNSC a consentire guardie armate addestrate per la protezione. Questo ha visto un proliferare di molti fornitori di sicurezza, che sapevano che da ciò vi è parecchio profitto da trarre. Mentre parecchi impiegati hanno esperienza marittima, vi sono alcuni che potrebbero non aver lavorato in un ambiente marittimo duro e difficile. Anche l’India ha permesso il dispiegamento di guardie armate da fine agosto 2011 e ha raccomandato norme severe di reclutamento. Inoltre, ha reso obbligatorio che i dati delle guardie di sicurezza debbano essere fornite alle autorità del porto interessato. Nel caso dell’India, mentre ha permesso le guardie armate, non permette di portare armi senza licenza e non registrate in un porto, e ha rigorose normative che vietano la circolazione di armi e munizioni sia dentro che fuori l’India. Le guardie armate hanno trovato una soluzione gettando tali armi prima di entrare in un porto o sbarcando in un porto che consente il possesso di armi. Molte navi ricorrono a questa azione, recandosi a Colombo, che permette che le armi siano portate dalle guardie di sicurezza. Il margine dei profitti è così elevato che le società di sicurezza possono permettersi di gettare in mare le armi e ancora realizzare enormi profitti.
Tornando alla sparatoria del 15 febbraio sera, è chiaro che le guardie di sicurezza e l’equipaggio della nave hanno frainteso le intenzioni del peschereccio che stava legittimamente pescando nella ZEE dell’India. Qui ci sono alcune questioni che devono essere comprese prima di analizzare le azioni delle guardie di sicurezza dal grilletto facile.
La nave stava transitando molto vicino all’India e avrebbe dovuto allertare la Guardia Costiera, la Marina e la o le autorità portuali su eventuali azioni sospette. Si può ricordare che la Marina Indiana ha sventato un vero e proprio attacco della pirateria su una nave cinese nel maggio 2011, dispiegando subito i propri aeromobili marittimi, che hanno spinto i pirati ad abbandonare i loro sforzi venendo avvertiti da un aereo da pattugliamento marittimo a lungo raggio TU-142, che è rimasto nella zona fino all’arrivo di altre navi da guerra impiegate per le missioni anti-pirateria. In tal caso, il TU-142 era nella zona entro 30 minuti dall’avvertimento. L’equipaggio a bordo si era chiuso nel castello per impedire di essere catturato dai pirati. Analoghe iniziative sarebbero state intraprese dalle autorità militari o della Guardia costiera, poiché la zona era a meno di 15 minuti di volo anche per un elicottero con a bordo dei commando. E’ inoltre degno di nota che la sparatoria si sia svolta alle 16.30, fornendo il tempo sufficiente per riconoscere che si trattava di una barca da pesca vera e propria, e non di uno skiff, la barca standard per questo tipo di attacchi. I marinai esperti del Sound avrebbero chiaramente commesso una leggerezza che ha portato a questo tragico incidente.  Un po’ più di attenzione e cautela nel trarre le giuste conseguenze, avrebbe impedito la perdita di vite innocenti.
La Guardia Costiera indiana ha un efficace sistema di ricerca e salvataggio dove le navi che entrano nella Indian Search and Rescue Region (un settore di oltre 4 milioni di chilometri quadrati) devono informare le autorità della Guardia Costiera interessate, come specificato nel sistema INDSAR. Il sistema è efficace in quanto consente alla Guardia Costiera di monitorare i movimenti di una nave che entra nella sua area di responsabilità ed è in grado di fornire tutta l’assistenza a questa nave, nel caso dovesse affrontare un’emergenza. Mentre è essenziale per la fornitura della copertura SAR, il sistema post-attentati terroristici di Mumbai ha consentito alle autorità preposte l’applicazione della legge per tracciare le navi che navigano in una zona che è il doppio della ZEE dell’India. Vi è la necessità di stabilire se tale segnalazione volontaria è stata fatta dalla nave in questione, e anche se era a conoscenza del sistema. Come previsto dalla BMP, la nave che deve affrontare una potenziale minaccia è tenuta a riferire all’UKMTO di Dubai e ad altre organizzazioni. La maggior parte delle navi devono manovrare nelle acque indiane, prima di prendere la rotta verso le loro destinazioni finali in Africa o in Medio Oriente. Tuttavia, vi è la necessità della BMP d’includere anche le autorità locali nella lista, a seconda della zona di operazione. Se una nave sta transitando lungo la costa indiana, che è sempre più praticata, è ovvio che navigando su queste rotte sia a conoscenza delle agenzie a cui rivolgersi, per avere una risposta immediata da parte della Marina o della Guardia Costiera.
L’Organizzazione marittima internazionale (IMO) ha promulgato un documento chiamato Best Management Practices (BMP) 4 che fornisce chiare direttive agli armatori e all’equipaggio della nave, sui metodi che potrebbero migliorare la sicurezza della nave e aiutare a prevenire eventuali attacchi. Secondo le statistiche, è stato stabilito che le navi che rispettano la BMP sono meno sensibili agli attacchi. Anche se è vero che la presenza delle guardie armate scoraggia i pirati, ogni azione volta a neutralizzare una minaccia in corso richiede una maggiore responsabilità, professionalità, formazione e risposte calibrate. E’ ovvio che le guardie di sicurezza non hanno valutato correttamente la situazione e non hanno rispettato le disposizioni della BMP 4. La BMP indica chiaramente che il dispiegamento di guardie armate non è un sostituto della BMP. Secondo la BMP, le azioni standard richieste sono aumentare la velocità, modificare la rotta e dispiegare anche manichette antincendio, filo spinato, apparecchi acustici, ecc.
La BMP indica anche chiaramente il modus operandi dei pirati che si muovono in coppia su skiff ad alta velocità dotati di due OBM e che sono armasti anche di RPG  e AK-47, oltre ad una scala che usano per abbordare la nave. La barca da pesca che è stata attaccata, è una nave a bassa velocità che apparentemente stava solo aspettando che la nave passasse prima di continuare con la pesca del tonno. Le rivendicazioni da parte della nave italiana secondo cui era finita sotto il fuoco, si è dimostrata sbagliata, dopo un controllo fisico della nave mercantile da parte della marina indiana, che non ha visto alcuna prova di eventuali segni di proiettili sulla struttura della nave.
La comunità globale è molto chiara sul concetto di libertà in alto mare, dove tutte le navi hanno diritto di passaggio inoffensivo e non devono essere disturbate. Quello che deve essere compreso è che questa libertà non è prerogativa esclusiva di tali navi, ma anche a disposizione di qualsiasi imbarcazione, compresi i pescherecci più piccoli che sono impegnati in un’attività legittima nella loro ZEE o in alto mare.
Ultimo ma non meno importante, guardando da vicino l’incagliamento della Costa Concordia, dove il capitano è stato accusato di negligenza, ci sono molte domande che hanno bisogno di una risposta dal ministero italiano interessato, sulla competenza professionale dei loro marittimi.
A detta di tutti è chiaro che le guardie di sicurezza e il nostromo hanno reagito all’eccesso e non sono riusciti a valutare le intenzioni del peschereccio e hanno causato delle morti per negligenza.  Le indagini dettagliate porterebbero ad eventuali lacune nei sistemi di informazione concentrandosi anche sulla carenza di formazione e preparazione delle guardie di sicurezza che vengono schierate sulle navi, in diverse parti del mondo. I dati sarebbero di vitale importanza nella revisione delle BMP e anche per il rilascio aggiuntivo delle Circolari per la sicurezza marittima dell’IMO, che dovrebbero evidenziare la necessità di maggiori cautele mentre si impiegano guardie armate.

(L’autore è attualmente Direttore degli Studi di Strategia e Sicurezza presso il Centro di Studi dell’Asia di Chennai, e può essere contattato al rsvasan2010@gmail.com. Le opinioni espresse sono dell’autore.)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Presi con le mani nel sacco: killer inglesi nel Corno d’Africa

Thomas C. Mountain, Intrepid Report, 8 giugno 2011

ASMARA, Eritrea – ai primi di febbraio 2011, una squadra di sei mercenari britannici è stata colta in flagrante nel bel mezzo dei preparativi di un tentativo per assassinare i vertici del governo eritreo nella città portuale di Massaua sul Mar Rosso.
Dei sei, quattro sono stati arrestati e due sono riusciti a fuggire, abbandonando i loro compagni, schizzando fuori dalla baia di Massaua, nel Mar Rosso, su un gommone a motore, senza essere mai più visti dagli eritrei.
Una ispezione sul battello con cui sono arrivati ha svelato un nascondigli per gli strumenti di lavoro dei killer. Incluso, vi era un piccolo arsenale di armi automatiche, un sofisticato sistema di comunicazione satellitare, avanzati telemetri elettronici di puntamento e, ben più dannosi, diversi fucili da cecchino.
Tutte le persone arrestate sono state riconosciute dipendenti di una ditta britannica di “sicurezza”, simile alla famigerata compagnia statunitense Blackwater/Xe. Almeno due dei quattro provenivano dalle forze speciali britanniche. Come nel caso di Richard Davis, il killer della CIA colto sul fatto in Pakistan, il Foreign Office britannico ha  richiesto la protezione della convenzione di Vienna per questi delinquenti armati, ma confermando così il fatto che fossero in missione ufficiale per conto del governo britannico.
Il loro arresto è avvenuto a poche centinaia di metri dalla nostra casa sul Mar Rosso, a Massaua, ed è successo mentre eravamo lì. Nelle settimane e nei mesi che seguirono, ogni volta che passavo da quel punto, ho sentito un senso di nausea alla vista del terrapieno di sale dietro cui si erano nascosti per avere una visione chiara del luogo dove, pochi giorni dopo, i vertici del governo eritreo si sarebbero riuniti per la celebrazione annuale della caduta del porto di Massaua, nel 1990, ad opera dei combattenti di liberazione eritrei.
Questi killer professionisti sono stati scoperti quasi per caso da una donna, mentre andava a casa attraverso una breve scorciatoia adiacente a una salina abbandonata, notando, come tutti i bravi eritrei  dovrebbero, che dei sa’ada, i bianchi, stavano scattando delle foto (con dei teleobiettivi ) ai dei luoghi a cui non dovevano avere accesso. Queste “diplomatici” inglesi, presero tutto il loro tempo per sgombrare le loro linee di tiro e prendere i parametri del loro possibile campo di sterminio, visto che il loro scopritore dovette camminare per quasi un miglio, per recarsi dalla più vicina stazione di polizia, per denunciarli, e che poi la polizia dovette recarsi sul posto dell’avvistamento in questione.
Ma se non fosse stato per la vigilanza di una donna eritrea, l’Eritrea potrebbe aver sperimentato un disastro inimmaginabile, la perdita del presidente dell’Eritrea e Dio solo sa di quanti vertici  dell’Eritrea.
Questa non è la prima volta che ho scritto su un tentativo di assassinare la leadership dell’Eritrea.  Nel 2002 e nel 2003, ho scritto di come durante l’invasione etiope dell’Eritrea, sostenuta dall’occidente nel 2000, una serie di tiri dell’artiglieria a lungo raggio distrusse i centri di comando avanzati eritrei, pochi minuti dopo la partenza del presidente/Comandante-in-Capo Issias Aferworki. In un caso, vi fu la netta prova che un missile aveva causato la distruzione, e se questo è vero, è quasi certo che era stato lanciato da un aereo da caccia statunitense, che volava ad alta quota.
Anche in questo caso, una domanda deve essere posta, perché l’Occidente vuole uccidere i leader dell’Eritrea?
Forse perché l’economia eritrea è ancora una volta in procinto di indossare il mantello della crescita più rapida dell’Africa, e questo senza significativi programmi di aiuto occidentali o dei prestiti usurai del FMI e della Banca Mondiale.
Più probabilmente, ciò dovuto al fatto che l’Eritrea è stata a lungo una spina nel fianco dei tentativi occidentali di dominare il Corno d’Africa, una delle regioni strategicamente più importanti del mondo. Con quasi il 40 per cento del traffico marittimo mondiale che passa davanti ale coste eritree, tutti i giorni, tra cui gran parte del petrolio mondiale e tutto il commercio tra l’UE e Cina, Giappone e India, il Corno d’Africa non può essere fonte di preoccupazione per un occidentale medio, ma per quelli al potere nelle capitali occidentali, non è detto.
La politica degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali è la “gestione delle crisi” qui, in Africa. L’Occidente crea una crisi e poi la gestisce, oppure sfrutta la guerra e il caos che ne consegue, per dividere e conquistare, per meglio saccheggiare le risorse naturali e umane di una regione.
L’Eritrea è stata il principale ostacolo alla realizzazione di questa politica occidentale nel Corno d’Africa, e questo spiega il disperato tentativo di assassinare la leadership dell’Eritrea.
Il motto dice “che tutte le strade per la pace nel Corno d’Africa attraversano Asmara [Eritrea]” e ho assistito in prima persona a questa verità. La pace in Sudan è nata e nutrita qui in Asmara, prima nel Sudan orientale, poi nel Sud e ora negli sforzi di pace in corso nel Darfur.
Un grande tentativo è stato fatto qui, ad Asmara, per ricostituire un nuovo governo in Somalia, anche se questo è stato sabotato dall’Occidente e dai suoi esecutori etiopi.
I tenutari degli uffici d’intelligence occidentali, responsabili per l’Africa, ricordano fin troppo bene come solo due decenni prima, l’esercito di guerriglieri eritrei, straccioni e capelloni, guidassero carri armati etiopi catturati, che si aprirono la strada nel nord dell’Etiopia, per abbattere il dittatore Mengistu e portare la pace in Etiopia, per la prima volta, in 30 anni.
Lo scorso anno ho assistito a una disparata raccolta di leader dei guerriglieri etiopi dalle diverse lontane etnie, potersi incontrare qui ad Asmara, cominciando a realizzare un consenso su come costruire un nuovo governo di unità nazionale, per aiutare a mantenere la pace in Etiopia una volta che il regime di Meles Zenawi sia scacciato dal potere.
Tutto questo è una grave minaccia per l’attuare della politica dell’Occidente di “gestione delle crisi” nel Corno d’Africa.
Con il suo impero in declino, soffrendo sconfitta dopo sconfitta, incapace persino di abbattere (rapidamente. NdT)  Muammar Gheddafi, nonostante la forza aerea congiunta della maggior parte dei membri europei della NATO, sarebbe saggio aspettarsi misure sempre più disperate dai regimi occidentali.
L’élite occidentale può predicare ad alta voce sul dominio del diritto, ma la realtà è che il diritto internazionale è la legge della giungla dove solo i forti sopravvivono. L’Eritrea non solo sopravvive, ma molto lentamente diventa sempre più forte e più influente, ciò dovrebbe aiutare a spiegare perché i mercenari inglesi hanno portato i loro attrezzi da assassini sulle coste eritree.

Nota: Alcune delle informazioni contenute in questo articolo provengono dall’independent.co.uk, contenente la conferma dell’impiego dei mercenari inglesi, il loro background e le pretese del Foreign Office britannico sulla Convenzione di Vienna per proteggerli. Interviste in  prima persona con gli eritrei direttamente coinvolti, sono alla base del resto della storia.

 Isaias Afewerki

Thomas C. Mountain è l’unico giornalista occidentale indipendente nel Corno d’Africa, vive e lavora in Eritrea dal 2006.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le operazioni militari in Somalia

za-Afriku  26.11.2011
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Da un mese e mezzo vi è una vera e propria operazione militare “del Consorzio Petrolifero Internazionale” nei confronti della Somalia. I primi passi attivi iniziarono il 17 ottobre, quando il Kenya ha attraversato il confine della Somalia, ufficialmente per il fatto che dei somali avevano rapito due keniani.
L’operazione è stata denominata “Linda Nchi” (in swahili – “Difendere il paese“)
Sul raggruppamento delle truppe del Kenya, si sa ancora poco: l’operazione è stata preceduta dalla creazione al confine con la Somalia di un gruppo interarma tra Esercito, Aeronautica e Marina Militare, per un totale di 4 mila soldati del Kenya. La composizione delle forze e dei mezzi dei gruppi è elencata di seguito:
Dell’Esercito: 1° Battaglione di Fanteria (da Nanyuki), 78.mo Battaglione Carri (da Isiolo), 77.mo Battaglione Artiglieria (da Mariakani), 65.ma divisione artiglieria da campo (da Embakasi) e 50.mo battaglione aeromobile con elicotteri MD-500 (da Embakasi).
Dell’Aviazione: uno squadrone di F-5 (A/B), trasferito all’aeroporto di Uadjir.
Della Marina: navi e motovedette dalle basi navali Mtongve (Mombasa) e Manda.
Il gruppo operativo ha installato il centro di comando a Garissa (provincia nord-orientale del Kenya).
I droni israeliani Heron e Hermes 450 degli Stati Uniti, di stanza nelle basi aeree etiopi di Arba Minch, che ovviamente, ospitano i professionisti e le loro attrezzature nuove di zecca.
Inoltre a sostegno delle forze armate keniote vi sono le milizie locali, Ahlu Sunnah Waljamaah (ASWJ), una milizia sufi di Afmadow, che insieme con i keniani combattono al-Shabaab. Si tratta di 2mila uomini addestrati in Etiopia. Infine il gruppo di Ras Kamboni armato del clan Hawiye e guidato da Sheikh Ahmed del clan Madobe. In precedenza, gli uomini erano nell’organizzazione Hizbul Islam, con cui combatterono contro al-Shabab, agendo sul fronte meridionale.
Hizbul Islam poi, si è fusa con al-Shabab nel dicembre 2010. Da allora, Madobe e i suoi uomini hanno unito le forze con l’ASWJ e il governo federale di transizione della Somalia, al fine di continuare la loro lotta contro al-Shabab.
La Polizia di Djubaland – un gruppo in guerra con gli al-Shabab, dalla parte dei keniani. È diretta dall’ex ministro della Difesa della Somalia, Mohamed Abdi, un funzionario conosciuto anche con il suo soprannome “Gandhi”. Mohamed si definisce Presidente dell’Azania (Dzhubalanda). Sotto il suo comando, ha circa 2.500 somali reclutati dai campi di rifugiati somali in Kenya, e addestrati dal governo keniano (che ha fornito loro armi cinesi). Tale polizia in primo luogo sostiene le forze del Kenya nel centro di Gaza, presso Afmadow.
Per inciso, Sufi ed islamisti radicali sono uniti solo dall’odio verso al-Shabab. Ma nelle aree occupate dai rispettivi soldati, si sparano a vicenda, tanto che i keniani devono separarli.
E poi ci sono i separatisti del Djubaland – è qui gli al-Shabaab svolgono una guerra di propaganda. La polizia locale ha già arrestato centinaia di persone nei territori occupati, accusandoli di sostenere al-Shabaab. Nel discorso di Sheikh Hassan Dahir Aweys e di Mukhtar Robo, noto anche come Abu Mansur, leader degli al-Shabaab, hanno invitato i somali a resistere agli invasori.
Il 19 ottobre alle truppe del Kenya si sono unite quelle etiopi, sulla cui composizione e ampiezza non si conosce molto. La Città di Beletweyne si trova a 50 km dal valico di frontiera somala, sulla strada principale che attraversa il paese da nord a sud, e da Mogadiscio a Chisimaio, nel sud, l’autostrada è quasi sul mare (come in Libia) e da Mogadiscio svolta a nord verso Beletweyne, nei pressi del confine con l’Etiopia, e poi corre lungo il confine etiope per tutto il paese.
Gli al-Shabab, a nord non hanno alcun supporto, e non ci sono le forze per realizzare un rischieramento strategico delle truppe lungo le strade principali del paese, bloccando la strada a sud di Mogadiscio ed escludendo il Somaliland, già autonomo per conto suo.
Contemporaneamente con l’inizio delle truppe della coalizione nel sud della Somalia, il WWF (governo somalo ad interim, appoggiato dagli statunitensi, e disposto a concedergli il petrolio, come il CNT libico) e la forza di pace dell’Unione africana Amisom, che il 20 settembre è entrato in funzione nella periferia sud-ovest di Mogadiscio (regione di Daynile), sono intervenuti contro i militanti “al-Shabab” a Benadir, capoluogo della provincia. Durante i tre giorni di aspri combattimenti le truppe di Amisom e del WWF hanno messo sotto controllo gran parte della zona di Daynile. Le milizie hanno subito gravi perdite spostandosi nella periferia di Mogadiscio, a Elasha-Biyaha.

Il corso dei combattimenti
Secondo fonti filo-occidentali: Le forze della coalizione sono arrivate simultaneamente nelle province di Lower Juba, Middle Juba e nelle regioni di Gedo, da diverse strade, ma il colpo principale è stato applicato in direzione di Chisimaio da nord-ovest (dalla città di Afmadow) e da sud-ovest. Allo stesso tempo i gruppi armati somali preparati e armati in Kenya, che operano nel primo scaglione delle forze d’attacco, e le unità delle forze armate del Kenya, per lo più sostenute dal fuoco dell’artiglieria, dei carri armati e da attacchi missilistici aerei. A partire dal 24 ottobre, durante l’offensiva le forze della coalizione provincia di Lower Juba, sono avanzate fino a 100 km dal confine e hanno occupato i villaggi di Tabdo, Kokani, Cambon, Burgabo, Oddo e Kulbieu e un piccolo gruppo di isolati situato a sud di Chisimaio. Sono stati distrutti diversi campi di addestramento degli “al-Shabab“, tra cui il più grande campo nel sud della Somalia, Hul al-Adjer. Gli islamisti hanno subito considerevoli perdite in risorse umane e mezzi. Tuttavia, l’ulteriore sviluppo dell’offensiva, è stato ostacolato dalle condizioni stradali non ottimali, e nel sud della Somalia, a causa delle forti piogge. La rottura dell’assalto della coalizione  ha permesso al comando degli “al-Shabab” di avviare una mobilitazione generale nelle province meridionali, e di inviare rinforzi nella zona di Afmadow, dove, a quanto pare, si prevede una battaglia decisiva per il controllo della provincia del Basso Giuba e del Sud della Somalia, nel suo complesso.
L’operazione “Linda Nchi” si è svolta nelle province meridionali dalle truppe del Kenya in stretta collaborazione con il WWF della Somalia e le milizie delle fazioni somale di “Ras Kamboni” e “al-Sunna al-Djamaa“, per un numero totale stimato a 4-5000. Inoltre, le forze della coalizione sono supportate dagli attacchi arei dei droni dell’USAF MQ-9, e dal mare dalle navi della marina militare sttaunitense e della marina francese, del gruppo internazionale delle forze antipirateria, che effettuano il blocco del porto di Chisimaio, attraverso cui l’organizzazione “al-Shabab” ottiene le armi e munizioni ricevute dall’estero (principalmente da Yemen e Eritrea). Il 27 novembre, un drone statunitense bombarda la periferia di Chisimaio, a circa 500 chilometri a sud della capitale, Mogadiscio. 39 persone restano uccise.

Lo scopo politico della guerra
Pianificata e organizzata dagli Stati Uniti, le truppe del Kenya dovranno dare il potere formale della regione alle forze pro-keniane, supportando la creazione dello stato Azania, da cui gli Stati Uniti estraranno il petrolio, da cui  questa piccola Azania, otterrà quel denaro da spendere in armi per respingere i vicini.
L’esercito del Kenya non ha combattuto negli ultimi cento anni, in Kenya non avendo un’industria, ha il PIL che si basa sul turismo, incontra difficoltà già all’inizio delle operazioni, quando ancora l’artiglieria era concentrata e le linee delle comunicazioni lavoravano regolarmente; ma il primo attacco si è spento quando la pioggia ha spazzato le strade; mentre con l’unica rotabile, costruita da bin Ladin, il nemico ha raggruppato e mobilito le sue truppe, e  grazie all’esperienza accumulata, è riuscito a fermare e a colpire le linee delle comunicazioni nemiche, rallentando e intralciando le truppe regolari etiopi e keniane. Organizzata la difesa, gli islamici di al-Shabab potrebbero essere in grado di trasformazione la loro piccola struttura paramilitare, evolvendo in un movimento nazional-patriottico assai ostico per i paesi occidentali (come l’Afghanistan), le multinazionali e i regimi fantocci locali.

Creato il Fronte di liberazione libico per resistere al regime fantoccio USA-NATO

I lealisti si organizzano e lanciano la guerriglia contro lo stato neo-coloniale
Abayomi Azikiwe redattore di Pan-African News Wire
Abayomi Azikiwe, direttore di Pan-African News Wire, è stato intervistato in numerose occasioni da PressTV. Azikiwe ha discusso della politica estera statunitense verso la Libia e il continente africano.

Mentre la guerra degli Stati Uniti e della NATO contro la Libia entra in un’altra fase, il disegno neo-coloniale sul più grande stato produttore di petrolio dell’Africa diventa sempre più evidente ogni settimana. I decreti attuativi emanati dal Consiglio nazionale di transizione imperialista, stanno tentando di invertire le acquisizioni avute dall’inizio della Rivoluzione Al-Fatah del 1 settembre 1969.
Gli annunci che il paese sarà governato dalla legge islamica, devono essere esaminato in relazione alle politiche attuali del regime del CNT, che ha preso di mira l’eliminazione delle conquiste  sociali dei lavoratori, delle donne e degli africani del paese. Oggettivamente, lo status delle donne è minacciato con l’abrogazione dell’atto coniugale della Jamahiriya, che aveva fornito i diritti di eredità e di proprietà nel divorzio, che sarà con ogni probabilità radicalmente modificato dai nuovi governanti.
Tuttavia, questi cambiamenti imposti al popolo libico, sono accolti con obiezioni e ferma resistenza. I segni di questa sfida sono stati rivelati dai graffiti dipinti sui muri, che criticano fortemente e condannano il governo fantoccio e ne chiedono la rimozione.
Uno sforzo è in corso, per organizzare formalmente l’opposizione ai piani neo-coloniali per la Libia, basata soprattutto nel sud-ovest del paese. Nella regione conosciuta come Sahel, ex funzionari, operatori e sostenitori del governo di Gheddafi, si incontrano  giornalmente per tracciare la prossima fase della lotta per reclamare la loro nazione.
Nominandosi Fronte di liberazione libico (LLF), l’organizzazione è decisa ad attivare gli esistenti comitati popolari, stabilito durante il governo di Gheddafi, per avviare una campagna per rendere il regime del CNT ingovernabile. Il paese è pieno di sofisticate armi leggere, mortai e missili a corto raggio, in conseguenza della distribuzione di tali armi da parte della Jamahiriya, a seguito dell’assalto USA-NATO a questo stato del Nord Africa.
Anche il LLF sta esaminando le modalità per intervenire nelle supposte elezioni nazionali, che il CNT ha annunciato recentemente a Tripoli. Queste elezioni dovrebbero tenersi entro la metà del 2012, e le forze LLF hanno in programma di presentare candidati, se non sono vietati dal regime filo-occidentale.

Le prospettive del Movimento di Resistenza Nazionale in Libia
In Libia esiste un ampio sostegno e lealtà al governo precedente sulla base di una miriade di fattori. Nonostante la disaffezione di alcuni settori della popolazione libica dal governo Gheddafi, le manifestazioni a sostegno della Jamahiriya hanno attirato centinaia di migliaia di persone, prima della caduta di Tripoli a fine agosto.
Le conquiste sociali della Rivoluzione Al-Fatah sotto Gheddafi, hanno garantito istruzione gratuita, assistenza sanitaria, alloggi, pensioni e diritti civili ai popoli indigeni e alle donne. Questi benefici saranno negati con l’attuale sistema, e non ci sarà una diffusa ridistribuzione svolta dalle forze del CNT contro i leali del precedente governo.
Con la distruzione delle infrastrutture nazionali, insieme con il furto del tesoro di stato e delle attività estere della Libia, la rabbia e il malcontento si stanno diffondendo rapidamente. Questi fattori alimenteranno la resistenza alla attuale situazione politica e farà esplodere la ribellione che il CNT sarà incapace di reprimere.
Inoltre, le forze del CNT sono armati fino ai denti dagli Stati Uniti e dalla NATO, ma rimangono in gran parte una rete indisciplinata di unità autonome. Ci sono profonde divisioni tra le fila dei ribelli, che hanno portato a sparatorie tra le varie fazioni. L’apparente leadership politica del CNT è stata in grado di dominare le milizie armate che si sono rifiutate di unirsi in un’unica struttura militare, controllato dagli ufficiali.
Nel frattempo i rapporti indicano che il confinante Niger serve come retroguardia del LLF, mentre si organizza per le azioni future. Secondo un membro del movimento di resistenza, “Più di 800 organizzatori sono arrivati dalla Libia solo nel Niger, e molti altri arriveranno ogni giorno.” (Franklin Lamb in CounterPunch, 04-06 Novembre)
Questo stesso combattente lealista avrebbe detto che “Non è come i vostri media occidentali presentano la situazione di disperati fedelissimi di Gheddafi, che freneticamente distribuiscono fasci di banconote in contanti e lingotti d’oro per comprare la propria sicurezza dagli squadroni della morte della NATO, che ora brulicano nelle aree settentrionali della nostra patria. I nostri fratelli hanno controllato le vie sconfinate di questa regione per migliaia di anni, e sanno di non essere rilevati neanche dai satelliti e dai droni della NATO.”
Inizialmente il LLF avrebbe lavorato per la costruzione di una “lotta do popolo, impiegando la tattica maoista dei 1000 tagli contro il gruppo attuale che pretende di rappresentare la Libia“. Gli organizzatori del movimento di resistenza hanno accesso a telefoni satellitari, computer portatili e altro materiale, che saranno utilizzato per raccogliere informazioni e inviare i combattenti in tutto il paese. (CounterPunch)
Il LLF ha già rivendicato la responsabilità di due importanti operazioni nel paese. Il bombardamento di un impianto di stoccaggio dei carburanti a Sirte, che è stato riportato nel numero del 10 novembre del Workers World, e che avrebbe provocato la morte di oltre 100 ribelli del CNT. Inoltre il LLF dice di aver assassinato un ufficiale del CNT, Amin al-Manfur al-Manfa, che aveva precedentemente lavorato per Gheddafi, ma che cambiò bandiera dopo la ribellione del 17 febbraio, che ebbe inizio a Bengasi. (Adnkronos.com, 4 novembre)
Un portavoce del LLF avrebbe detto che il movimento sta lanciando una campagna di omicidi mirati contro 500 alti funzionari e agenti del regime del CNT. Il movimento di resistenza sottolinea che “Siamo pronti ad avviare una campagna per eliminare tutti i leader del Consiglio nazionale di transizione, uccidendoli uno ad uno. Questo è solo il primo elenco che intendiamo tracciare. Ci sono nomi di tutti i traditori che meritano la pena di morte“.
Allo stesso tempo, gli ufficiali del LLF hanno negato che il figlio ed erede di Muammar Gheddafi, Seif al-Islam, stia cercando di consegnarsi alla Corte penale internazionale (CPI) per essere processato per presunti crimini di guerra. Le dichiarazioni rese da Seif al-Islam nel corso degli ultime settimane, hanno riaffermato il suo impegno alla resistenza contro il regime neocoloniale, che ora afferma di essere la legittima autorità in Libia.
La CPI ha emesso mandati di cattura contro Muammar Gheddafi, Seif al-Islam e altri funzionari, durante la campagna di bombardamenti imperialista contro il paese, all’inizio dell’anno. L’ente si trova nei Paesi Bassi ed è uno strumento della politica estera occidentale, negli sforzi volti al cambio di regime in vari stati africani.
La CPI è nota per i suoi tentativi di perseguire i leader africani e non ha mai preso di mira nessun  funzionario degli stati imperialisti e dei loro alleati, che hanno commesso orrendi crimini di guerra negli ultimi due decenni. Anche se la Corte penale internazionale ha fatto dichiarazioni che indicano che avrebbe indagato sui crimini commessi dalla NATO e dalle forze del CNT, alcun rinvio a giudizio è stato emesso contro i ribelli, per non parlare dei loro sostenitori nelle classi dominanti degli Stati capitalisti dell’Europa Occidentale e del Nord America.

L’importanza della Libia per la guerra imperialista contro l’Africa
La guerra USA-NATO in Libia, l’installazione di un regime fantoccio e il furto su larga scala delle risorse e del tesoro nazionali del paese, preannuncia molto al resto del continente africano. Il ruolo strategico dell’Africa nel fornire  petrolio e minerali al sistema capitalista mondiale, richiede l’espansione del militarismo nel continente.
Gli sviluppi in Libia non possono essere visti separatamente dal rafforzamento del ruolo dell’US Africa Command (AFRICOM) in diversi paesi. In Africa centrale e orientale, il Pentagono ha inviato almeno 100 consiglieri e commandos delle Forze Speciali, in quattro diversi stati indipendenti.
In Somalia, a centinaia vengono uccisi ogni settimana dai droni Predator dalla CIA-Pentagono, in una campagna militare volta a liquidare il movimento di resistenza islamico al-Shabaab, che controlla gran parte del centro e del sud di questa nazione del Corno d’Africa. Il regime appoggiato dagli USA in Kenya, ha lanciato una vera e propria invasione della Somalia meridionale, sostenuta da Washington e Parigi.
Le forze militari del Kenya hanno perso 15 soldati, il 6 novembre, quando il loro battaglione è caduto in un’imboscata dei combattenti al-Shabaab, nella città meridionale di Tabata. Aerei dell’aeronautica del Kenya hanno bombardato il sud della Somalia, e la marina francese ha anche bombardato le aree che si riteneva fossero occupate dai sostenitori di al-Shabaab.
Questi attacchi contro la sovranità e l’indipendenza dell’Africa continueranno. I popoli africani devono inevitabilmente organizzarsi politicamente e militarmente per battere questa rinnovata sfida da parte dell’imperialismo, per consolidare il suo controllo neo-coloniale del continente.
I regimi filo-occidentali in Africa sono economicamente e socialmente fragili e sono, quindi, soggetti alle pressioni esercitate dagli Stati Uniti e dagli altri stati imperialisti. Il movimento contro la guerra nel Nord America e in Europa deve categoricamente opporsi a questa nuova ondata di interventi militari in Africa.
Queste lotte in Africa contro il militarismo imperialista, sono strettamente connesse con il peggioramento della crisi economica negli stati capitalisti. Le risorse che dovrebbero essere utilizzate per la creazione di posti di lavoro, alloggi adeguati, assistenza sanitaria universale e istruzione di qualità, nei paesi occidentali, vengono sprecati in ripetuti tentativi non riusciti di dominare l’Africa, l’Asia Centrale, il Medio Oriente e l’America Latina.
Di conseguenza, le forze progressiste dei paesi occidentali devono dimostrare la loro massima solidarietà ai popoli africani nella loro lotta contro l’intervento militare e lo sfruttamento da parte degli Stati imperialisti. Questa unità internazionale, di intenti e di azione, è in grado di assicurare il progresso necessario in questo periodo per promuovere la liberazione dell’umanità in tutto il mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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