Il saccheggio del Sud Sudan

Tony Cartalucci Global Research, 9 gennaio 2014sudanUS AFRICOM, Israele e il dittatore a vita dell’Uganda Yoweri Museveni hanno creato il Sud Sudan per infiammare i conflitti, scacciare la Cina e prendersi il petrolio. L’articolo di RT “Di chi è la colpa della crisi in Sud Sudan?” ha fornito un’analisi succinta delle fazioni in lotta nella nuova “nazione” del Sud Sudan e della genesi occidentale del conflitto. L’articolo indicava: “L’SPLM ha ricevuto il sostegno di Stati Uniti e Israele per tutta la durata della guerra civile combattuta tra i ribelli del sud e Khartoum, che ha storicamente avuto rapporti ostili con l’occidente e si è molto avvicinato alla Cina negli ultimi tempi, per sviluppare congiuntamente la ricchezza petrolifera del Paese prima della partizione. Le idee romantiche sull’auto-determinazione non motivano l’occidente nel sostenere la secessione del sud, l’obiettivo della partizionare del Sudan era privare Khartoum del territorio economicamente rilevante del sud, dove si trova la maggior parte dei giacimenti petroliferi. In cambio del sostegno finanziario, materiale, politico e diplomatico ricevuto dall’occidente, il nuovo governo di Juba ha approvato un ‘patto faustiano’ con i suoi sponsor aprendo la propria economia al capitale finanziario internazionale e agli interessi delle multinazionali. Il governo di Juba ha anche chiesto di aderire al FMI anche prima di ricevere ufficialmente l’indipendenza dal Sudan”. Il pezzo continua ponendo il dilemma attuale dell’occidente: “Nonostante il sostegno all’indipendenza del Sud con le azioni diplomatiche e gli aiuti militari, gli Stati Uniti non hanno potuto mettere piede nel settore petrolifero del Paese, essendo l’economia di Juba paralizzata e dominata da società asiatiche, soprattutto della Cina. Il Sud Sudan deve affidarsi ai gasdotti che passano da Khartoum per esportare il suo petrolio, e i due Paesi hanno prodotto circa 115000 barili di petrolio al giorno, nel 2012, meno della metà del volume prodotto prima dell’indipendenza del Sud Sudan. Entrambe le parti sono quasi entrate in guerra per i giacimenti petroliferi contesi a cavallo di una frontiera mal delimitata. A giudicare dalla scarsa performance economica dei due Paesi dalla partizione e le drammatiche perdite di vita nella crisi attuale, l’esperimento dell’indipendenza del Sud Sudan fallisce”.
L’articolo continua notando che se gli accordi di pace raggiunti avessero lasciato intatto il Sudan, avrebbero potuto evitare il conflitto mortale che ora infuria, cosa naturalmente corretta. Tuttavia, la pace non è e non è mai stata l’obiettivo dell’occidente e della sua presenza in Africa, ma il profitto  economico. Proprio perché la Cina ha ancora ampi possessi in Sudan e infrastrutture petrolifere nel Sud Sudan, il conflitto verrà inasprito, e non sorprende che l’epicentro del conflitto corrisponda alle principali regioni petrolifere del Sud Sudan. Fin quando i cinesi saranno cacciati dal Sud Sudan, l’occidente continuerà a modificare i confini per imporre le vie d’esportazione delle ricchezze petrolifere recentemente acquisite in un Paese senza sbocco sul mare, o passeranno per il Kenya, con o senza il sostegno dell’attuale governo di Nairobi. La BBC riferiva nell’articolo, “I timori della Cina nella lotta per il petrolio nel Sud Sudan“, che: “La posta in gioco non potrebbe essere più alta per la Cina, il maggiore investitore nel settore petrolifero del Sud Sudan, mentre aspri combattimenti continuano tra le forze fedeli al presidente Salva Kiir e quelle del suo ex-vice.  Alcuni dei maggiori campi petroliferi della Cina si trovano nelle zone controllate dai combattenti che sostengono Riek Machar, vicepresidente del Paese fin quando fu licenziato a luglio. La produzione di petrolio è già calata del 20% dall’inizio del conflitto, tre settimane prima, e più di 300 lavoratori cinesi sono stati evacuati. Lo spettro dell’esperienza libica pesa pesantemente sulle menti cinesi, progetti su progetti giacciono abbandonati per via dei pesanti combattimenti durante la rivolta della primavera araba del 2011, infliggendo perdite enormi alla Cina”. Assai eloquente è il riferimento della BBC alla Libia, un’altra nazione distrutta dall’aggressione militare occidentale che ha visto gli interessi russi e cinesi sbriciolarsi in una notte e sostituiti dalle multinazionali occidentali. Mentre il caos del Sud Sudan è orchestrato segretamente dall’occidente, l’obiettivo finale di cacciare i cinesi e sostituirli è lo stesso.
Una simile destabilizzazione occulta si intravede nella relazione del 2006 dello Strategic Studies Institute, “Filo di Perle: affrontare la sfida della potenza in ascesa della Cina sui litorali asiatici“, sul cosiddetto “Filo di perle” della Cina. In tal caso i militanti filo-USA che tentano di separare la provincia del Baluchistan dal Pakistan, dove la Cina ha creato il porto di Gwadar, mentre un altro porto cinese si trova nello Stato di Rakhin, Myanmar, dove si sono avute le brutali violenze genocide istigate dall’icona della “democrazia” dei “monaci di Aung San Suu Kyi” contro i rifugiati Rohingya.

Depredare il Sud Sudan
Non c’è dubbio che gli Stati Uniti e i loro complici Israele e Uganda hanno deciso di rimanere in Sud Sudan. La fondazione finanziata dalle aziende, il “Progetto Basta” degli Stati Uniti, ha fornito la giustificazione retorica per una presenza permanente nello Stato africano lacerato dalla guerra, nell’editoriale su al-Jazeera dal titolo “Salva Kiir del Sud Sudan ha bisogno di rimettersi il cappello nero“, dichiarando: “Certo, i dolori della crescita sono comuni nelle società che operano per garantirsi l’indipendenza dopo anni di emarginazione e governo autoritario. Costruire una coesa identità nazionale tra gli 81 gruppi etnici del Sudan del Sud richiederà generazioni. Eppure, lo spettro incombente della violenza intercomunale di massa indica che non possiamo permetterci di abbassare la guardia. Gli Stati Uniti sono da decenni impegnati nella lunga marcia del popolo sud-sudanese verso l’indipendenza. Sarebbe un peccato se gli USA permettessero il ritorno della guerra quando il Sud Sudan è così vicino a garantirsi un futuro.” Con tale piede di porco umanitario per la promozione della libertà, l’occidente ha il pretesto d’immischiarsi per decenni.
Per cominciare, le Israeli Military Industries Ltd. (IMI) nel 2012 firmarono quello che definirono un accordo con il governo del Sud Sudan per lo “sviluppo delle infrastrutture idriche e tecnologiche“. L’accordo riguarderebbe desalinizzazione, irrigazione, sistemi idrici e depurazione, ma una visita al sito delle Israeli Military Industries Ltd. dimostra che si tratta di un’industria militare e bellica, non d’ingegneria civile e certamente non specializzata in infrastrutture idriche. Altre fonti affermano che le IMI fungeranno da canale delle vere imprese idriche israeliane, ma alla luce delle operazioni congiunte di Stati Uniti, Israele, Arabia, Qatar e altrove, le IMI molto probabilmente saranno un condotto per armi e denaro destinati al conflitto (comunque).
Nel 2013, Israele e Sud Sudan avrebbero cominciato a stipulare accordi petroliferi. L’articolo dell’UPI, “Il Sud Sudan firma un accordo petrolifero con Israele“, afferma: “Il Sud Sudan dice di aver firmato un accordo con diverse compagnie petrolifere israeliane, una mossa strategica potenzialmente significativa che consoliderà le relazioni dello Stato ebraico con il neonato Stato petrolifero dell’Africa orientale”. L’UPI continua evidenziando il problema lampante che l’esportazione del petrolio comporti effettivamente profitto: “il ministro del petrolio e delle miniere del Sud Sudan, Dhieu Dau, ha annunciato l’accordo petrolifero la scorsa settimana dopo il suo ritorno da una visita in Israele. Ha detto che erano in corso trattative con aziende israeliane, che non ha indicato, che cercano d’investire in Sud Sudan. Dau ha indicato che il governo di Juba, capitale dello sgangherato neo-Stato, spera di esportare petrolio in Israele, ma ha osservato che ciò non potrà avvenire prima di marzo. Non ha indicato quando il Sud senza sbocco sul mare l’avrebbe raggiunto, o il volume di greggio interessato. Ma è una mossa contro cui Khartoum avrebbe fatto tutto il possibile per distruggerlo”. Infine, l’articolo dell’UPI indica le maggiori implicazioni per Israele (e gli USA) nel coinvolgimento in Sud Sudan, utilizzandolo come trampolino di lancio per far cadere il vicino Sudan, a Nord: “La prospettiva che Israele ottenga effettivamente il petrolio dal Sud Sudan rimane incerta, data le difficoltà di Juba con Khartoum. Si è parlato della costruzione di un gasdotto di 1000 miglia dal Sud Sudan al Kenya per l’Oceano Indiano, che libererebbe Juba dalla dipendenza dei gasdotti di Khartoum. Ma piani definiti, che dovrebbero costare circa 2 miliardi di dollari, non si sono ancora concretizzati”. Può darsi che le aziende israeliane cerchino di dare una mano a tale proposito, se non altro per indebolire il regime islamico di Khartoum e la sua alleanza con Teheran, e di accedere sul fiume Nilo, fonte primaria di acqua per l’Egitto ed obiettivo strategico.
Durante la guerra civile del Sudan, uno dei conflitti più lunghi dell’Africa in cui circa 2 milioni di persone morirono, Israele ha fornito ai ribelli del sud armi, addestramento e finanziamenti, come ha fatto in altre parti dell’Africa, cercando d’indebolire i suoi avversari arabi. Chiaramente, la presenza di trafficanti di armi israeliani non sviluppa le infrastrutture del Sud Sudan, ma piuttosto inonda la regione di armi per cacciare i cinesi ed eventualmente colpire a nord, il Sudan e la sua capitale Khartoum. L’articolo dell’UPI continua ammettendo che l’aiuto militare indubbiamente ancora fluisce in Sud Sudan a tale scopo. Oltre a un confronto militare per procura con il Sudan, Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e Qatar tentano di rovesciare il governo di Khartoum dall’interno, provocando una rivolta in stile “primavera araba” verso la fine del 2013, infine fallita.

L’intrusione di USAFRICOM e Museveni dell’Uganda
Infame collaborazionista dell’occidente e dittatore a vita ugandese, Yoweri Museveni ha combattuto guerre per procura occidentali in Africa per decenni. Ha anche fatto molto all’interno per placare l’occidente, compresa la vendita a sviluppatori stranieri di destra di grandi appezzamenti di terreno sottratti al popolo, spesso uccidendone i proprietari che rifiutavano lo sfratto. Nel 2011 sotto il falso pretesto di combattere l’”Esercito di Resistenza del Signore di Joseph Kony” gli Stati Uniti iniziarono il dispiegamento di truppe in Uganda. Nel 2013, queste truppe erano ancora presenti quando le violenze iniziarono a diffondersi nel vicino Sud Sudan; le truppe statunitensi convenientemente ancora di stanza in Uganda furono mobilitate per l’evacuazione dei cittadini statunitensi. Stars and Stripes indicava nel suo articolo, “I marines trasferiscono il personale dell’ambasciata degli Stati Uniti dal Sud Sudan“, che: “Il personale non essenziale dell’ambasciata degli Stati Uniti è stato evacuato dal Sud Sudan a bordo di due aerei KC-130 assegnati ad una squadra di risposta alle crisi dei marines, posizionata nella vicina Uganda”. L’articolo riportava anche: “La scorsa settimana, la Special Purpose Marine Air Ground Task Force – Crisis Response è stata pre-posizionata anche ad Entebbe, in Uganda, per fornire sostegno supplementare. L’unità di Moron, Spagna, è stata costituita meno di un anno fa per rafforzare le capacità di risposta alle crisi dell’AFRICOM”.
L’Uganda, come il Sudan, è chiaramente intrappolato permanentemente dall’AFRICOM con un falso pretesto “umanitario” tranquillamente divenuto occupazione permanente del territorio africano. E l’Uganda non è solo una base dell’USAFRICOM, ma è anche utilizzata dai suoi soldati  per perseguire gli obiettivi dell’AFRICOM oltre i confini dell’Uganda. The Guardian riferisce nel suo recente articolo, “I colloqui di pace del Sud Sudan vacillano mentre l’Uganda invia truppe“, che: “I colloqui di pace del Sud Sudan che si terranno in Etiopia sono in fase di stallo, dicono i funzionari, mentre un comandante ribelle dichiara grandi vittorie contro il governo del Sudan meridionale, e l’Uganda invia altre truppe e armamenti”. L’articolo inoltre indica: “L’Uganda avrebbe inviato 1200 soldati per proteggere gli impianti come l’aeroporto e la sede del governo, aggiungendo che aerei militari ugandesi avevano bombardato diverse posizioni dei ribelli. L’Uganda afferma che il dispiegamento di ulteriori truppe e armamenti a Juba, questa settimana, avviene su richiesta di Kiir. Il tenente colonnello Paddy Ankunda, portavoce militare ugandese, ha detto che i rinforzi sono stati inviati “per colmare le lacune sulla sicurezza”, smentendo che gli ugandesi siano coinvolti attivamente nei combattimenti. Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda, è un forte alleato di Kiir. I due Paesi confinanti hanno stretto un legame che risale alla lotta armata del Sud Sudan per l’indipendenza dal Sudan e dal governo di Khartoum. Museveni ha recentemente avvertito Machar che i Paesi dell’Africa orientale si sarebbero uniti per sconfiggerlo militarmente se non parteciperà ai colloqui di pace”. In sostanza, l’Uganda fornisce le truppe mentre Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Qatar e altri forniscono denaro, armi e tutto il resto. E’ un’altra guerra per procura, proprio come il conflitto in Siria, anche se le truppe ugandesi hanno letteralmente invaso il Sud Sudan per sostenere il governo ascaro dell’occidente di Juba.
Chi finanzi e armi i gruppi ribelli che combattono il governo ascaro dell’occidente non è chiaro. Gli articoli indicano che potrebbe trattarsi di fazioni dissidenti delle forze armate del Sud Sudan coinvolte nel recente tentativo di colpo di Stato. Altre teorie suggeriscono che Stati Uniti, Uganda e/o Israele potrebbero aver finanziato e armato entrambe le parti sperando di perpetuare il conflitto contro Khartoum. E’ chiaro che Khartoum, in Sudan, in un modo o nell’altro, è l’obiettivo israelo-saudita-qatariota-statunitense, per poter completare il furto di petrolio sudanese, nonché avere i mezzi per esportarlo da un Paese decimato e dilaniato. Questa è la realtà dell’ordine globale di Wall Street-Londra in Africa, e un’Africa lacerata e sfruttata dovrebbe persistere in futuro.

_72150977_oil_464Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora.

Sudan: sull’orlo di un nuovo conflitto?

Vitalij Bilan, New Oriental Outlook 19/11/2013

northern-southern-sudan-mapAlla fine di ottobre, la tribù pro-Sud Sudan Ngok Dinka, nella provincia contesa di Abyei, ha cominciato a votare unilateralmente l’adesione del territorio. La notizia ha provocato grande rabbia a Khartoum e tra i leader della tribù nomade Misseriya, che controlla e attraversa il territorio della provincia più volte l’anno con le sue mandrie. Quest’ultima ha già dichiarato che il suo esercito di 30000 uomini è “pronto con le armi” a difendere l’integrità territoriale del Sudan, se i Ngok Dinka proclamano l’Abyei parte del Sud Sudan. Considerando il fatto che il mandato delle Nazioni Unite per l’Interim Security Force per l’Abyei (UNISFA) termina a fine novembre, la ripresa delle ostilità tra Khartoum e Juba é sempre più reale. Sembrerebbe, dal punto di vista europeo, che in questo momento non vi possa essere un conflitto militare tra Nord e Sud Sudan. E, in effetti, entrambi i Paesi sono reciprocamente dipendenti dai “petrodollari” che sostengono sia il Nord che il Sud (95% e 98% delle rispettive entrate). Inoltre, il monopolio attuale di Khartoum del trasporto di petrolio dal Sud Sudan è, in sostanza, un fattore chiave per evitare una nuova guerra civile. Oltre a ciò, un altro motivo per cui i due Paesi sembrano tollerarsi è la situazione socio-economica in entrambi i Sudan. Dalla crisi finanziaria globale, e in particolare negli ultimi due anni, notevoli problemi sono sorti nell’economia sudanese, collegati prima di tutto alla grave “fuga” di capitali all’estero. A causa di ciò, la guerra tra Nord e Sud Sudan, nonostante la questione urgente del possesso della regione di Abyei, ricca di petrolio, sembra improbabile per mancanza di fondi per poter avviare una tale guerra. Tuttavia, l’esperienza ha dimostrato che la logica occidentale applicata al territorio sudanese, vacilla seriamente.
Il previsto fallimento dei negoziati tra Nord e Sud Sudan sulla demarcazione dei confini e sui diritti di estrazione e trasporto del petrolio, hanno avuto le massime ripercussioni sui rapporti tra Khartoum e Juba. Di conseguenza, nel marzo dello scorso anno si ebbe il più grande scontro armato dalla guerra civile del 1983-2005 tra i due Paesi. Ad aprile le truppe del Sud Sudan sequestrarono il giacimento petrolifero di Heglig nella provincia di Abyei e respinsero un massiccio contrattacco  delle truppe di Khartoum. In risposta, il parlamento sudanese adottava una dichiarazione formale in cui il Sud Sudan veniva definito Stato nemico. In generale, la situazione era peggiorata al massimo. Fu solo l’intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con l’adozione della risoluzione sul ritiro dei militari del Sudan e del Sud Sudan da tutti i territori contesi, che in qualche modo ridusse la tensione. Poi di nuovo, il tempo ha dimostrato che la “questione Abyei” è duratura. E’ ben noto che la regione di Abyei è fonte di circa il 55% della produzione totale di petrolio del Sudan settentrionale. In realtà, questo è il motivo principale per cui Khartoum ha fatto tutto il possibile per evitare che il voto per l’indipendenza del Sud Sudan si svolga dal gennaio 2011, insistendo sul fatto che i nomadi della tribù Misseriya, fedeli al nord, partecipino al referendum. Per lo stesso motivo, il petrolio, il Sudan ha inoltre installato truppe nella zona, causando grande scalpore a Juba. Quindi, di conseguenza, la firma dell’accordo nel giugno 2011 ad Addis Abeba, ridusse le tensioni, chiedendo ad entrambe le parti di ritirare immediatamente le truppe da Abyei, per formare un’amministrazione congiunta presieduta da un rappresentante nominato da Juba, ed eleggere un parlamento, guidato da un rappresentante di Khartoum. Tuttavia, i negoziati sull’attuazione di questi requisiti, inizialmente in fase di stallo, terminarono in una situazione di stallo completo. Juba ha chiesto che Khartoum prima ritiri le sue truppe rimanenti da Abyei, per poi procedere nella creazione dell’organo amministrativo. In risposta, il Sudan, parlando attraverso il suo ministro degli Esteri, Ali Karti, replicava che accettava di ritirare le proprie truppe dalla zona contesa solo dopo la creazione dell’amministrazione congiunta con il Sud Sudan.
Lo scorso autunno, l’Unione africana ha proposto d’indire un referendum sullo status del distretto di Abyei, senza la partecipazione dei rappresentanti della tribù Misseriya che vivono nella zona pochi mesi l’anno. Ma il governo sudanese prevedibilmente respinse la proposta, dicendo che “viola i precedenti accordi”, dato che solo la Commissione per il Referendum ha il diritto di determinarne i partecipanti. Rendendosi conto della futilità della situazione, e comprendendo che a causa del collasso economico completo e della successiva carestia, il Paese potrebbe semplicemente disintegrarsi tra piccole fazioni in lotta, gli ex guerriglieri ed attuali governanti di Juba hanno seguito la collaudata strada della propaganda, proprio come nella guerra civile del 1983-2005, in stile “Alzati, grande Paese.” In particolare, s’è registrato un significativo aumento del reclutamento di contadini locali nell’Esercito di liberazione popolare del Sudan. Il programma di “addestramento militare totale” è stato introdotto, e l’indottrinamento pervasivo della popolazione sul “regime criminale” di Khartoum continua, alimentando anche ogni sentimento separatista in Darfur, Sud Kordofan e Nilo Blu. Così, cosa pianifica Juba per aver così bruscamente puntato alla militarizzazione totale della popolazione? Con ogni evidenza, conta su una “piccola guerra vittoriosa” in un primo momento e poi, quando l’economia del Paese andrà veramente male, su Parigi e le sue ambizioni da principale “guida” se non di tutto il continente africano, almeno della sua parte settentrionale. Si segnala che, nel contesto della “pratica” politica africana della Francia, il Sud Sudan ha recentemente iniziato ad occupare un ruolo principale nella direttiva africana della politica estera francese, considerando i suoi giacimenti di idrocarburi. In particolare, la società francese Total è diventata un elemento chiave del petrolio in Sud Sudan e ha annunciato la sua intenzione, nel prossimo futuro, di triplicare l’attuale produzione di petrolio, così come di costruire “il più rapidamente possibile” l’oleodotto alternativo al Nord Sudan che attraversa il Kenya verso l’Oceano Indiano. (La Cina progetta la costruzione di una raffineria in Kenya, da circa 1,5 miliardi di dollari). Ma Juba dovrebbe tener conto del fatto che l’attuale inquilino del Palazzo dell’Eliseo, Hollande, a differenza del suo onnipresente predecessore Sarkozy, sembra preoccuparsi al momento dei problemi interni della Francia e dell’Unione europea. Poi c’è un’altra questione: Hollande  raffredderà ulteriormente i rapporti con Washington, che ha una visione diversa da quella di Parigi sulla risoluzione dei problemi del Sudan? In cima a tutto il resto, un peggioramento dei rapporti tra Parigi e Washington è stato recentemente osservato in relazione alla visione quasi diametralmente opposta sulla questione della pace nella provincia sudanese del Darfur. Hollande certamente comprende che le differenze tra gli interessi statunitensi e francesi in Sudan, e il potenziale accordo tra i principali governi interessati ai problemi del Sudan (Cina, Qatar, Arabia Saudita e Iran) potrebbero diventare un grave fattore di rischio per lo sviluppo dello scenario “ottimista” di questa situazione.
Tutto ciò, naturalmente, non necessariamente inasprirebbe lo stato d’animo dei governanti attuali di Juba. Ma qui, come a Khartoum, sembra che ancora non ne se abbia abbastanza di combattere dopo decenni di guerra civile. Così ancora una volta, un umore esaltato e militarista inizia a dominare, potendo far esplodere la situazione già instabile della regione.

Vitalij Bilan, dottore-ricercatore in Storia, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I Rothschild mettono le mani sul petrolio del Sud Sudan

Dean Henderson, Counterpsyops 11 ottobre 2012

Il 9 luglio 2011 il Sud Sudan è diventato la 193.ma nazione del mondo. Meno di una settimana dopo  violenze sono scoppiate nel Sud Kordofan, una zona alla nuova frontiera tra Sudan e Sud Sudan,  controllata dal Sudan e ricca di petrolio. Non contenti del sequestro di giacimenti di petrolio del Sud Sudan, il cartello delle otto famiglie di banchieri guidato dai Rothschild, sembra voler spostare la nuova frontiera più a nord, strappando ancora più petrolio greggio al popolo del Sudan. Per decenni i servizi segreti occidentali hanno sostenuto l’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA), nel tentativo di consegnare la parte meridionale del Sudan ai quattro cavalieri del petrolio. La regione possiede il 75% delle riserve petrolifere del Sudan.
Ciò che è stata la più lunga guerra civile dell’Africa, alla fine terminò quando il presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir, sotto pressione, cedette la parte meridionale del suo paese ai vampiri bancari del FMI/Banca Mondiale, dopo un conflitto che ha lasciato più di 2 milioni di morti. [1] Pochi giorni dopo essersi dichiarata nazione sovrana, la società petrolifera statale del Sud Sudan, la Nilepet, costituiva una joint venture con la Glencore International Plc., per commercializzare il suo petrolio. Glencore è controllata dai Rothschild. La joint venture sarà la PetroNile, con il 51 per cento controllato da Nilepet e il 49 per cento dalla Glencore. [2]
Il nuovo presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit, ha firmato una legge che istituisce formalmente la Banca Centrale del Sud Sudan. Il Sudan è uno dei cinque paesi – insieme a Cuba, Corea del Nord, Siria e Iran – la cui banca centrale non è sotto il controllo del cartello delle otto famiglie di banchieri guidate dai Rothschild. Non è dunque un caso che la moneta di questo nuovo feudo petrolifero dei Rothschild, si chiami sterlina del Sud Sudan. [3] Già nel 1993 il presidente sudanese al-Bashir aveva accusato l’Arabia Saudita di fornire armi all’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA) di Johnny Garang. Il Mossad israeliano ha anch’esso rifornito lo SPLA per anni attraverso il Kenya, con l’approvazione della CIA.
Nel 1996 l’amministrazione Clinton annunciava che l’aiuto militare a Etiopia, Eritrea e Uganda doveva essere utilizzato per aiutare l’SPLA per un’offensiva contro Khartoum. [4] Quando questo sforzo sanguinoso fallì, gli scagnozzi delle otto famiglie iniziarono ad armare i ribelli in Ciad. Il Ciad è stato a lungo un paese importante per gli schemi produttivi in Nord Africa dell’Exxon-Mobil e della Chevron-Texaco. Il presidente del Ciad, Idriss Deby, che salì al potere nel 1991, era condiscendente con Big Oil. Fu anche classificato 16.mo nella lista dei peggiori dittatori del mondo, nel 2009, sulla rivista Parade. [5]
I ribelli in Ciad  avevano due obiettivi. Gli ufficiali pagatori della casa dei Saud della CIA, fornirono il supporto al Fronte Nazionale per la Salvezza (NFS), che aveva tentato di rovesciare il Presidente libico Muammar Gheddafi. Nel 1990, a seguito del successo del contro-colpo di stato  supportato dai libici contro il governo del Ciad che sponsorizzava la NFS, gli Stati Uniti evacuarono 350 capi del NFS con il finanziamento saudita. Gli Stati Uniti consegnarono 5 milioni di dollari in aiuti al governo dittatoriale del Kenya di Daniel Arap Moi, in modo che il Kenya ospitasse i leader del NFS, che gli altri governi africani si rifiutarono di accogliere. Arap Moi poi figurò nelle operazioni segrete della CIA in Somalia, dove i sauditi avevano finanziato anche la controinsurrezione. [6]
Le agenzie di intelligence occidentali poi utilizzarono il governo del Ciad per finanziare il Movimento Giustizia e Uguaglianza (JEM). Dalle basi in Ciad, questi terroristi lanciavano incursioni nella regione sudanese del Darfur, creando la grave crisi dei rifugiati, durante l’apertura del secondo fronte settentrionale della guerra condotta contro il Sudan sul fianco meridionale, dall’SPLA di Big Oil. [7]
I media occidentali, ovviamente, accusarono del conflitto in Darfur soltanto il governo sudanese e l’idiocrazia liberale seguì presa per il suo stupido naso, come in Jugoslavia. Nel marzo 2009 il tribunale farsa preferito dalle otto famiglie, la Corte penale internazionale (CPI), accusò il presidente sudanese al-Bashir di crimini di guerra. Non vi fu alcuna menzione del JEM nelle accuse del CPI. Nell’agosto 2006, il presidente del Ciad Deby aveva fatto una svolta a sinistra, chiedendo che il Ciad ottenesse la quota del 60% della sua produzione petrolifera nazionale, dopo aver ricevuto per decenni solo le “briciole” dalle società straniere che gestivano il settore. Aveva accusato Chevron e Petronas di rifiuarsi di pagare le tasse, per un totale di 486,2 milioni dollari. [8]
Nel 2008, il presidente sudanese al-Bashir partecipò all’inaugurazione della rielezione di Déby, segnalando la ripresa delle relazioni che posero fine al conflitto nel Darfur. Con al-Bashir ancora seduto in cima a enormi giacimenti di petrolio, le otto famiglie idearono il piano per la secessione del Sud Sudan dal Sudan. Estenuato dai continui attacchi al suo popolo, che avevano lasciato due milioni di morti, al-Bashir è stato costretto all’accordo sulla divisione. Con le violenze che già esplodono nel Sud Kordofan, controllato dal Sudan e ricco di petrolio, sembra che l’SPLA e il suo sponsor Glencore/Rothschild non si accontentino di aver rubato la maggior parte dei giacimenti petroliferi del Sudan. I vampiri li vogliono tutti.

Note:
[1] “South Sudan: The World’s Newest Fragile Oil-Rich Petrostate” John Daly. 11.7.11
[2] “South Sudan’s Oil Company Forms Joint Venture With Glencore to Sell Oil” Matt Richmond. 12.7.11.
[3] “South Sudan Establishes Central Bank As It Receives Its New CurrencyBNO News. 15.7.11
[4] “US to Aid Regimes to Oust Government”, David B. Ottaway. Washington Post. 10.11.96
[5] “The World’s Ten Worst Dictators” Parade Magazine. 23.3.09
[6] “Mercenary Mischief in Zaire”, Jane Hunter. Covert Action Information Bulletin. Spring 1991.
[7] “Sudanese Warplanes Hit Darfur Rebels Inside Chad” Sudan Tribune. 3.6.09
[8] “Petronas Disputes Chad’s Tax Claims” Aljazeera. 30.8.06

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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