Aquile imperiali e terrorismo economico: i fondi avvoltoio sono strumenti della politica estera degli Stati Uniti?

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 26 Ottobre 2014

E’ una coincidenza che i fondi avvoltoi facciano sempre più pressione sull’Argentina che si prepara a sviluppare le seconde più grandi riserve di gas di scisto del mondo? Gli avvoltoi sono strumenti della politica estera?CFK-ONUParanoia o attenzione di Buenos Aires?
Ore dopo che l’ambasciata statunitense a Buenos Aires aveva emesso un avviso di allerta ai cittadini statunitensi presenti o in viaggio per il Paese sudamericano, la presidentessa argentina Cristina Fernandez de Kirchner ha accusato gli Stati Uniti di complottare per rovesciarla o ucciderla. Parlando alla trasmissione televisiva dalla Casa de Gobierno, il 30 settembre, ha spiegato che “se succede qualcosa a me, non guardate al Medio Oriente, guardate a nord“, a Washington DC. Ha detto al popolo argentino di non credere a nulla che il governo degli Stati Uniti dice, respingendo la minaccia del SIIL quale spauracchio degli Stati Uniti. Alle Nazioni Unite era già cautamente sprezzante sulle minacce ISIL contro di lei, quando vi ha parlato il 24 settembre. Ora, però, la Presidentessa Kirchner ha collegato i punti tra la situazione diplomatica con Washington e la minaccia del SIIL verso di lei, affermando che “quando li si vede uscire dalle sedi diplomatiche, farebbero meglio a non venire qui per cercare di spacciare qualche racconto sul ISIS che vuole rintracciarmi per uccidermi”. Invece di chiedere ciò che ha portato Fernandez de Kirchner a fare tali accuse al governo degli Stati Uniti, la questione dovrebbe essere cosa ha portato al deterioramento delle relazioni diplomatiche tra Buenos Aires e Washington. Tale deterioramento ha due dimensioni. In superficie è legato al debito sovrano dell’Argentina, alla sua ristrutturazione e agli hedge fund negli Stati Uniti. L’altra è legata alla politica su petrolio e gas di scisto.

Terrorismo economico e finanziario: in linea con il SIIL?
Di fronte alla sessantanovesima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e alla riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, presieduta dal presidente statunitense Barack Obama, l’Argentina ha sostenuto che il terrorismo non è solo opera di gruppi violenti con le bombe, ma anche di enti e organizzazioni finanziarie che destabilizzano le economie nazionali e impoveriscono intere società con la speculazione e la manipolazione finanziarie. Secondo Cristina Kirchner, “i terroristi non sono solo quelli che lanciano bombe, ma anche coloro che destabilizzano le economie, causando fame, miseria e povertà“. Affrontando la crescente mitologia e fissazione internazionale concernente il SIIL in Siria e in Iraq, l’Argentina ha sostenuto che il terrorismo ha le sue radici alimentate e nutrite da ingiustizia e disparità nel sistema globale. Gruppi come SIIL e al-Qaida sono solo i sintomi di qualcosa di molto più profondo e grave. Respingendo i metodi militari di Washington come improduttivi e illogici, l’Argentina ha dichiarato che per bloccare il circolo vizioso della violenza il mondo deve affrontare alla radice le cause che creano gruppi come il SIIL e condizioni che fanno disperare i popoli. Kirchner ha anche ricordato a Obama e alla delegazione degli Stati Uniti, che raffigurano i gruppi insorti attuali in Siria, che il mondo condanna, come “combattenti per la libertà”. Il punto cruciale della tesi argentina è semplice: il terrorismo è anche economico e finanziario, e tale forma di terrorismo è molto più letale. La distruzione delle economie e la destituzione delle società aprono le porte a una miscela tossica di rabbia, ignoranza e accuse. Perciò Buenos Aires ha sostenuto che i terroristi economici e finanziari che mirano alle economie nazionali devono essere identificati, combattuti e fermati.

Incontrare gli avvoltoi
Non solo l’Argentina s’era indignata il 24 settembre, ma sfidava alle Nazioni Unite le strutture dominanti del sistema globale. Gli argentini erano sconvolti verso gli Stati Uniti ed altri dieci Paesi che avevano votato contro l’istituzione di una formula giuridica universale per affrontare il debito sovrano, pochi giorni prima, il 9 settembre. La presidentessa Kirchner ha deriso le politiche economiche neoliberiste degli istituti di Bretton Woods Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (FMI), essenzialmente il Washington Consensus. Ha spiegato come i precedenti governi argentini avevano seguito ricette e “condizioni” del FMI, dicendo che la medicina economica del FMI ha rovinato economicamente l’Argentina nel 2001. Allora, chi sono i “terroristi economici e finanziari” condannati dall’Argentina? Parte della risposta è già stata menzionata. L’altra parte ha a che fare con gli hedge fund della NML Capital Ltd. Degli Stati Uniti, che ha sede nelle Isole Cayman, e dell’Aurelio Capital Management. Fin dalla crisi economica nel 2001, Buenos Aires ha rinegoziato i debiti, nel 2005 e nel 2010, attraverso nuovi piani di rimborso e la riduzione dei valori nominali del debito del 70 per cento, circa 13 miliardi di dollari, con il 92,4 per cento dei suoi creditori. Il 7 per cento della minoranza degli obbligazionisti, tuttavia, si tiene fuori e respinge le proposte dell’Argentina. Questi sono hedge fund inglobati dai fondi avvoltoio. Come gli avvoltoi reali circuitano e si aggirano sulle carcasse morenti, tali obbligazionisti colpiscono le economie in difficoltà per trarre vantaggio ed enormi profitti dalla crisi fiscale. Tali hedge fund e fondi private equity predatori operano acquistando debito a sconti stracciati e attendendo ristrettezze e fallimenti. La loro strategia è trarre profitto dai default e amplificarlo massimizzando i rendimenti degli interessi su ciò che gli devono i debitori, o sfruttando i contenziosi citando in giudizio i debitori per importi maggiori di quello che riceverebbero se il debito venisse pagato per intero. E’ nel quadro di tale logica che NML Capital Ltd. ed Aurelio Capital Management hanno rifiutato di accettare qualsiasi swap del debito o accordo con Buenos Aires. Hanno cercato di far deragliare gli argentini e impedirgli di pagare i debiti. Questo è il motivo per cui hanno chiesto il pagamento integrale dei debiti dell’Argentina per un valore nominale di circa 1,33 miliardi di dollari. In ultima analisi, ciò costringerebbe l’Argentina al default incrementandone il debito del 70 per cento. Mentre Kirchner parlava alle Nazioni Unite, Buenos Aires era bloccata nella battaglia legale a New York con gli avvoltoi. Utilizzando il sistema legale degli Stati Uniti, i fondi avvoltoio hanno ottenuto nel 2012 da Thomas Griesa, giudice federale del District Court del Southern District di New York, negli Stati Uniti, una sentenza senza precedenti a loro vantaggio. Griesa aveva ordinato all’Argentina di pagare gli avvoltoi per una somma totale ricalcolata ed irrealistica. L’Argentina ha perso l’appello e la Corte Suprema degli Stati Uniti ha rifiutato di ascoltare in appello l’Argentina, a giugno. Griesa ha concesso non soltanto i debiti con oltre il 1600 per cento d’interesse su ciò che era dovuto, in cinque anni, ma ha anche impedito a Buenos Aires di effettuare i pagamenti del debito agli altri obbligazionisti, fin quando non ripaga i fondi avvoltoio della somma totale ricalcolata. Secondo gli argentini, la nuova interpretazione giudiziaria di Griesa implica che un Paese sovrano non possa pagare i creditori che hanno accettato lo scambio, a meno che i debiti dello scambio non siano tutti pagati, concedendo difatti condizioni privilegiate ai creditori. Quindi il pagamento di 539 milioni di dollari è congelato dalla Bank of New York Mellon Corporation, decidendo il ricorso legale degli altri obbligazionisti il 15 agosto.
La sentenza della Corte degli Stati Uniti ha molte conseguenze. Nel primo caso, l’Argentina non può soddisfare la scandalosa pretesa di pagare i fondi avvoltoio del capitale più il 1600 per cento degli interessi in cinque anni. In secondo luogo, a causa della clausola “diritti sulle offerte future” prevista nei negoziati con gli altri obbligazionisti, che promettevano migliori condizioni, l’Argentina è stata messa in una situazione difficile dal giudice statunitense. Date le circostanze imposte dai fondi avvoltoio tramite il giudice Griesa, gli altri obbligazionisti hanno il diritto di esigere pagamenti superiori, equivalenti a ciò che i fondi avvoltoi pretendono. In altre parole, i negoziati del 2005 e del 2010 sono stati effettivamente annullati da Griesa con una quantità ingestibile di interessi aggiunti agli altri debiti. Se gli altri obbligazionisti evocano la clausola “diritti su offerte future”, ci sarà una grave crisi economica in Argentina. Standard & Poor ha dichiarato l’Argentina in mora il 30 luglio, dopo che a Buenos Aires è stato impedito di effettuare i pagamenti del debito. Non solo gli investitori sono spaventati e v’è un ridotto accesso dell’Argentina al mercato dei capitali globali, ma la minaccia d’inadempienza, alla fine di ottobre 2014, mette ulteriore pressione su economia e peso argentini.

Petro-politica: il gas di scisto argentino e la connessione Gazprom
Sull’altro aspetto della storia, va notato che l’Argentina è in via di ripresa economica dal 2002. Questo recupero include il riacquisto dal governo delle società nazionali privatizzate. La chiave è la rinazionalizzazione degli Yacimientos Petrolíferos Fiscales (YPF) del 3 marzo 2012. La rinazionalizzazione di YPF ha irritato la Spagna, in quanto la compagnia energetica argentina era stata acquistata dal gruppo petrolifero spagnolo Repsol. Riprendere il controllo di YPF è stato importante perché l’Argentina ha le seconde maggiori riserve di gas shale recuperabili nel mondo, dopo quelle cinesi, e Buenos Aires pensa di diventare esportatore di gas naturale sul mercato globale. La petro-politica e la guerra energetica sono parte dell’equazione. Non è un caso che Cristina Kirchner concluse il suo discorso, durante la discussione sul terrorismo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, voltandosi verso la delegazione degli Stati Uniti e dicendo che il suo Paese ha vasti giacimenti di idrocarburi che potrebbero finire per divenire una maledizione a causa dei problemi che li accompagnano. Kirchner tacitamente diceva che temeva che Washington s’intrometta in Argentina, come ha fatto altrove, per controllarne le risorse energetiche. Va anche notato che la Russia è partner dell’Argentina nel programma per divenire esportatrice di gas naturale. Prima che Kirchner parlasse alle Nazioni Unite, il presidente russo Vladimir Putin aveva visitato l’Argentina durante il suo tour in America Latina. A Buenos Aires annunciava che l’Argentina è un partner strategico di Mosca. Il 12 luglio Mosca e Buenos Aires firmavano importanti accordi commerciali e su energia, informazione e cooperazione militare. Mesi dopo, tramite teleconferenza, Putin e Kirchner inauguravano la trasmissione di RT in spagnolo o RT Actualidad in Argentina, il 9 ottobre; chiaramente sfidando influenza e interferenze degli USA in Argentina. Alcuni giorni dopo l’intervento di Kirchner alle Nazioni Unite, Argentina e Russia firmavano un importante accordo bilaterale energetico, di cooperazione tra Gazprom e YPF per esplorare e sviluppare i giacimenti di gas naturale dell’Argentina. Gazprom aveva già dei legami con l’Argentina, quando stipulò un contratto per esportare il gas naturale russo in Argentina nel 2013.

Fondi avvoltoio come “aquile imperiali”
Gli argentini hanno gridato allo scandalo. Sono sconvolti dalle dichiarazioni degli Stati Uniti sull’Argentina inadempiente e accusano il sistema legale e il governo federale degli Stati Uniti di complicità nel tentativo di destabilizzare economicamente l’Argentina. Dopo aver rifiutato di sottomettersi alle sentenze dei tribunali, l’Argentina ha cercato di negoziare con i fondi avvoltoio nel luglio 2014. Gli argentini infine respinsero il mediatore nominato dal tribunale, Daniel Pollack, come incompetente e fazioso. La situazione di stallo nei negoziati mediati dalla corte, infine ha portato al crollo quando Pollack ha fatto una dichiarazione contro l’Argentina. L’avvocato del governo argentino, Jonathan Blackman, protestò il 30 luglio per la dichiarazione di Pollack sull’Argentina inadempiente, come “nociva e pregiudizievole verso la Repubblica in relazione al mercato ed altre persone, come i gestori dei credit default swap“. Il 1° agosto, il governo argentino ha detto di aver perso fiducia nella mediazione. Dopodiché, Griesa ha impedito all’Argentina di ripagare gli altri debiti e un’udienza di emergenza si svolse a Manhattan l’8 agosto. Durante tutto questo tempo, Buenos Aires aveva chiesto al governo degli Stati Uniti di chiarire che il suo giudice nazionale non può trattare l’indipendenza argentina da ostaggio. Washington non ha fatto nulla. La settimana prima della comparsa della Presidentessa Kirchner alle Nazioni Unite, il suo governo fu irritato quando un funzionario degli USA disse che l’Argentina era in default. L’Argentina vede nel rifiuto del governo degli Stati Uniti d’intervenire una complicità. Il 7 agosto, Buenos Aires ha anche chiesto alla Corte internazionale di giustizia di ascoltare il suo caso contro Washington che consente al sistema legale degli Stati Uniti di violare la sua indipendenza di Stato sovrano. Quando il Congresso Nazionale argentino ha approvato la legge sul pagamento del debito sovrano, l’11 settembre, bypassando il sistema bancario degli Stati Uniti e iniziando a ripagare i propri debiti localmente o in Francia, il giudice Griesa l’ha dichiarato illegale. Dopo che Griesa ha minacciato l’Argentina di oltraggio alla corte, l’ambasciatrice argentina Cecilia Nahon ha inviato al segretario di Stato USA John Kerry una lettera di avvertimento, secondo cui Washington sarebbe stata ritenuta responsabile da Buenos Aires delle conseguenze delle sentenze della corte degli Stati Uniti. I fondi avvoltoio vengono utilizzati per ricattare Buenos Aires, come strumento di pressione degli Stati Uniti. Ciò fu accennato da Kirchner mentre parlava alle Nazioni Unite. Non c’è da stupirsi che la Kirchner alludesse a Washington come sostenitore del terrorismo economico. Più tardi Cristina Kirchner ha parlato in modo più diretto. “Non sono ingenua, non è la mossa isolata di un vecchio giudice di New York“, Kirchner ha anche dichiarato pubblicamente il fiasco. Secondo Kirchner, tali hedge fund “sembrano delle aquile imperiali” che eseguono gli ordini di Washington. I leader mondiali s’incontrano riguardo tale terrorismo e ricatto economico. Perciò il presidente boliviano Evo Morales s’è riferito alle sanzioni degli Stati Uniti contro la Federazione russa come atto di terrorismo economico. E’ chiaro che un intricato gioco si svolge. Lo contesa dell’Argentina con i fondi avvoltoio è utilizzata per fare pressione su Buenos Aires. Comunque gli avvoltoi si comportano come “aquile dell’impero”.

Economic-Terrorism-Vulture-Funds-US-Policy-5Mahdi Darius Nazemroaya è sociologo, pluripremiato autore e analista geopolitico.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Misterioso acquirente cinese registra il record di carichi di greggio

Tyler Durden Zerohedge 29/10/201420141022_ChinaLa settimana scorsa abbiamo notato un numero record di superpetroliere navigare verso i porti cinesi, ipotizzando che la prima economia del mondo sembri ricostruire le proprie riserve strategiche di petrolio grazie a tali prezzi bassissimi. Ora sappiamo… come riporta Bloomberg, che la China National United Oil Co., divisione della maggiore compagnia energetica del paese, ha acquistato sempre più carichi di greggio mediorientale tramite una piattaforma per la formazione del prezzo di Singapore. “La grande domanda è cosa se ne farà la Cina di tutti questi carichi“, osserva un analista, “E’ assai difficile per il mercato conoscere la strategia di Chinaoil“.
China-national-oil-photo-Oil-Guru-Recruitment Vi sono 89 petroliere che navigano verso i porti cinesi, 80 delle quali sono VLCC (superpetroliere), il picco più alto dal 3 gennaio. E ora, come riporta Bloomberg, China National United Oil Co., divisione della maggiore compagnia energetica del Paese, acquista sempre più carichi di greggio mediorientale attraverso una piattaforma prezziaria di Singapore, nel mezzo della crisi del mercato petrolifero. L’azienda, nota come Chinaoil, ha acquistato circa 21 milioni di barili questo mese attraverso il sistema per determinare i prezzi di riferimento della Platts, una divisione di McGraw Hill Financial Inc., che ha acquistato oltre 40 carichi di greggio grado Dubai, Oman e alto Zakum in tale cosiddetta finestra, secondo i dati compilati da Bloomberg. Un addetto stampa della CNPC di Pechino, società madre, non ha immediatamente commentato e ha chiesto di non essere identificato, per via della politica interna. “E’ molto difficile per il mercato conoscere la strategia di Chinaoil”, ha detto Ehsan ul-Haq, consulente di mercato presso KBC Energy Economics di Walton sul Tamigi, in Inghilterra. “I prezzi sono scesi e la Cina è sempre interessata ad acquistare sempre più greggio ogni volta che il prezzo è giusto, ma potrebbe anche avere qualche altra diversa strategia di trading”… “La grande domanda è cosa se ne farà la Cina di tutti questi carichi“, ha detto JBC in un articolo via e-mail del 21 ottobre, “Se il Regno di Mezzo immette i barili nelle riserve strategiche, qualcosa di logico dati i bassi prezzi, spariranno del tutto dal mercato e la Cina continuerà a comprare ancora greggio per le sue esigenze quotidiane“….
Chinaoil tenterebbe di ridurre lo spread tra i prezzi dei due diversi gradi del Medio Oriente, secondo Bernard Leung, stratega petrolifero della Bloomberg First Word di Singapore, che ha operato con il greggio per 15 anni.

20120925144537-e3cc3689Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vittoria del banderismo ridurrà l’Ucraina al solo banderastan

Oleg Bondarenko, Fort Russ 29 ottobre 2014

L’ultima Rada, o le elezioni senza il Donbas. L’analista politico Oleg Bondarenko parla del motivo per cui le ultime elezioni parlamentari potrebbero essere le ultime dell’Ucraina.12127 Il 26 ottobre si sono svolte le elezioni parlamentari 2014, che per la prima volta nella storia dell’Ucraina moderna hanno portato a una Rada Suprema composta da circa 420 deputati, meno del numero minimo legale di 450 rappresentanti eletti. Senza tener conto delle aree in cui si ritiene non abbiano avuto luogo le elezioni, i mandati non rappresentati includono i 10 della Crimea e 16 del Donbas. In tal modo, le autorità ufficiali di Kiev accettano che questi territori (volutamente denominati “Lungandon” dalla consigliera di Poroshenko Julija Lutsenko) non rientrano più nei confini dell’Ucraina di oggi. Ciò contrasta con le elezioni presidenziali del 25 maggio, quando fu tentato di presentare delle elezioni svolgersi nel Donbass e in Crimea, organizzando seggi elettorali esterni in cui numerosi rifugiati, con permesso di registrazione, furono inviati con la forza. Attualmente ci sono anche sei regioni fantasma nel Donbas, le cosiddette zone ATO (Operazione anti-terrorismo) in cui Kolomojskij ha già comprato la vittoria dei suoi candidati, tema di una conversazione telefonica, disponibile su internet, che ha avuto con il vecchio compare di Poroshenko David Zhvanja. Tuttavia, ciò può forse essere considerato un progresso rispetto ai precedenti tentativi di far passare i voti in Crimea a favore di Poroshenko. Inevitabilmente, le autorità di Kiev devono fare i conti con la nuova realtà politica che affrontano. Così, la nuova Rada (che secondo la costituzione attuale è l’organo principale del potere statale, nonostante le domande sul suo vero significato in assenza della corte costituzionale), per la prima volta non avrà rappresentanti dal Donbas, uno dei due elementi chiave dell’élite regionale ucraina. La relativa stabilità del modello politico precedente (lo strutto non ha crepe) fu raggiunto in larga misura nella lotta permanente tra due clan, Donetsk e Dnepropetrovsk, dove è il patrimonio industriale dell’Unione Sovietica, il cui principale prodotto era l’Ucraina. Kuchma contro Kravchuk, Jushenko contro Janukovich, Janukovich contro Timoshenko. La rivalità politica ed economica si basa su ciò. Naturalmente, negli ultimi dieci anni, tali clan sono stati contestati da uno nuovo, Lvov. Tuttavia per le evidenti carenze finanziarie e di uomini forti, non aveva funzionato. Oggi è una storia diversa, l”orgoglio’ della rivoluzione non è stato costruito dai clan di Kiev che temono il freddo, ma dalle bande senza pretese della Galizia, portando al potere un governo costituito in modo significativo da eletti di Lvov, di cui pare che la capacità di governare si sia dimostrata sensibilmente inferiore al meno intelligente di quelli di Donetsk.
Oggi, in assenza di uno dei più antichi pilastri della statualità, l’Ucraina va rapidamente in pezzi davanti ai nostri occhi. Prima della ‘primavera russa’ il tutto era tenuto dalle risorse e dalla volontà di ferro delle élite del Donbas. Ecco un’idea piuttosto sediziosa o politicamente scorretta: se non fosse stato per il lancio dei ‘paracadutisti’ del Donetsk in Crimea, negli ultimi tre anni, non è certo che la Crimea sarebbe stata nostra. La sostituzione dell’elite di Donetsk, a seguito del fallimento totale dei vecchi deputati con la fuga di Janukovich, ha aperto la strada a numerosi nuovi politici come Aleksandr Zakharchenko e Denis Pushilin. Il 2 novembre i residenti delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk andranno alle urne per eleggere i propri consigli e leader locali, eliminando in tal modo la questione della loro legittimità. Il nuovo scontro intra-elite Dnepropetrovsk-Lvov naturalmente sposterà i confini del Paese più a ovest, laddove Bandera è veramente venerato e dove il potere sovietico e Mosca sono ferocemente detestati. L’unico problema trascurato dagli architetti del Nuovo Ordine ucraino sono le divisioni e dicotomie assai inasprite in tale terra travagliata. Dopo il Donbass, Odessa e Kharkov non possono che seguire, e la tardiva consapevolezza di rusini, ungheresi e bulgari sulle loro opzioni e possibilità per una vera e propria sfida alle autorità disorganizzate e impreparate di Kiev. L’autodeterminazione delle città e dei popoli dell’Ucraina sarà notevolmente rafforzata dalla composizione della Rada. La presenza di circa 100 miliziani, comandanti di squadroni della morte e criminali con lo status di deputati, farà del parlamento ucraino qualcosa di simile a una zona di guerra. Il condannato per tentato omicidio e pestaggio di un difensore dei diritti umani, e liberato dal colpo di Stato del 22 febbraio, Igor Mosijchuk (10° nel partito radicale di Oleg Ljashko) e il capo dell”Assemblea Nazionale Sociale’, Andrej Biletskij (unico mandato del Fronte popolare di Arsenij Jatsenjuk a Kiev), continueranno a perseguire le idee amate da Hitler nel nuovo parlamento. E questi sono solo un esempio.
Con le bestie del battaglione ‘Azov‘ dall’immunità da deputato quali volti del massimo organo dello Stato, quale sarebbe migliore pubblicità negativa dell’Ucraina presso gli elettori di etnia diversa. in tale Paese multinazionale? Perciò sono assolutamente convinto che la convocazione della Verkhovnaja Rada dell’Ucraina, nei suoi attuali confini multietnici, sarà l’ultima. Poi vi saranno solo numerose repliche del modello della Rada nell’Ucraina centrale ed occidentale. La vittoria del banderismo ridurrà organicamente il Paese a misura del Banderastan. E la Rada vi contribuirà.

Gloria all'Ucraina!

G-Gloria all’Ucraina…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perle e diamanti dell’Oceano Indiano

MK Bhadrakumar, 26 ottobre 201410481477La visita nel porto di Hai Phong, Vietnam, il 5 agosto della INS Shivalik, l’avanzata fregata lanciamissili della Marina indiana, era davvero una spettacolare proiezione di forza dell’India nel suo “estero vicino”, oltre lo Stretto di Malacca. Delhi ha detto che “migliorare l’interoperabilità” con la marina vietnamita è una delle missioni principali della Shivalik. In effetti, la Shivalik è un fiore all’occhiello della Marina indiana, una nave da 4600 tonnellate di una classe di tre navi da guerra commissionate dall’India tra il 2010 e il 2012 dotata della cosiddetta tecnologia “stealth”, ridotte superficie radar e firma infrarossi della sovrastruttura. Orgogliosamente propagandata dalla Marina indiana come “piattaforma di comando e controllo multiruolo in grado di operare in un ambiente multi-minacce networkcentrico”. Non sorprende che la presenza della Shivalik nelle acque agitate del Mar Cinese Meridionale abbia crucciato ben lungi dalle coste dell’India. IHS Jane’s Navy International ha così commentato: “L’ultimo tentativo della Marina indiana di rafforzare le relazioni operative con i vietnamiti potrebbe essere una manifestazione dell’approccio della ‘collana di diamanti’ indiana, una strategia che forgia alleanze su sicurezza e difesa con vari Paesi asiatici, in particolare con coloro in rapporti non facili con Pechino, per la posizione strategica assertiva della Cina nel proiettare le proprie capacità navali… Nel dicembre 2013, l’India ha annunciato l’addestramento di 500 sommergibilisti vietnamiti per migliorare le capacità sottomarine della PAVN nell’ambito dei legami strategici e di difesa ampliati tra i due Paesi” (qui)).
Ritorniamo a “una domenica mattina” dello scorso dicembre, quando Pechino rivelò che uno dei suoi sottomarini d’attacco a propulsione nucleare aveva attraversato lo Stretto di Malacca. E due giorni dopo riemergere nei pressi di Sri Lanka e Golfo Persico, per poi riattraversare lo stretto e rientrare alla base in Cina tre mesi dopo, a febbraio. La proiezione di potenza della Shivalik ad agosto è presumibilmente la risposta indiana. Ora, avanti a fine settembre. Secondo un affascinante articolo del Wall Street Journal, “Il ministero della Difesa (di Pechino) convocava un addetto (navale estero) per ancora una volta rivelare un altro dispiegamento cinese nell’Oceano Indiano a settembre, questa volta un sottomarino diesel al largo dello Sri Lanka“. Il sottomarino cinese nello Sri Lanka ha scioccato Delhi, essendo successo durante la forte “correzione di rotta” del governo di Narendra Modi in Sri Lanka, con la politica discreta dell’India sul problema tamil, nell’ambito di una comprensione strategica che renderebbe i due Paesi più attenti ai reciproci interessi fondamentali. L’accordo offerto da Delhi era che la politica Dravida nel Tamil Nadu non avrebbe più permesso di gettare ombre sulla politica verso lo Sri Lanka dell’India. Il governo del Bharatiya Janata aveva adottato questa storica “correzione di rotta”, pilotata personalmente dal temibile Dr. Subramianian Swamy. Il presupposto era costringere Colombo all’amicizia irresistibile dell’India. Evidentemente, il successivo periodo “buonista” s’è dissipato in una notte. Delhi ha fatto marcia indietro mostrando disappunto per la presenza del sottomarino cinese nelle acque dello Sri Lanka. Forse, Delhi ha anche segnalato a Colombo che l’India potrebbe sempre avere la possibilità di scaricare senza tanti complimenti la “linea Swamy” e passare alla tradizionale politica verso lo Sri Lanka, che da il primato al problema tamil. In termini strategici, ciò diventa la storia del “filo di perle” della Cina contro la “collana di diamanti” dell’India. La Cina rinuncia alla necessità tattica di solcare i mari dell’Oceano Indiano attraversati dalla maggior parte dei propri flussi commerciali? L’India avanzerà la prerogativa del diritto internazionale di transitare sulle acque contese del Mar Cinese Meridionale e perforarvi pozzi di petrolio, se se lo ritiene, e a procedere a testare l'”interoperabilità” militare con il Vietnam? A dire il vero, un forte braccio di ferro si crea. Ma altre domande sorgono qui. In primo luogo, la spinta della protesta diplomatica di Delhi con Colombo non è nota. Spera faccia in modo che Colombo sicuramente risenta dell’indicazione che lo Sri Lanka rientra nella “sfera di influenza” dell’India.

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La visita del sottomarino cinese a settembre, dimostra che Colombo afferma la propria sovranità e non ritiene necessario chiedere il previo consenso di Delhi. In secondo luogo, è evidente che l’offensiva del fascino dei leader del BJP su Colombo è fallita miseramente. Colombo afferma che avrà legami strategici con Cina e India, e che non sarà un gioco a somma zero. Gettando sale sulla ferita, ironia della sorte, Colombo ha anche ospitato una delegazione della Difesa indiana (e Swamy stesso) per una conferenza a settembre. In terzo luogo, tutto ciò dimostra che i piccoli vicini degli indiani hanno imparato l’arte di giocare l’India contro la Cina nel mondo multipolare. Colombo può ora dettare non solo la politica dello Sri Lanka all’India, ma garantirsi che Delhi agisca in modo coerente ed efficace, cioè arretrando sulla questione tamil e smettendo di interferire sui diritti sovrani dello Sri Lanka. Oggi è lo Sri Lanka, domani potrebbe anche essere che il Bangladesh ad ospitare un sottomarino cinese, o il Myanmar o le Maldive. È interessante notare che il premier Modi si concentri sul Myanmar per una visita all’inizio di novembre. In effetti, perché non Dacca, e Colombo sì? La questione chiave è, fino a che punto l’India può affermare il proprio dominio sui Paesi della regione, tutte democrazie vivaci con opinioni pubbliche forti che non solo non sono ben disposte verso l’India, ma vedono le intenzioni indiane come “egemoniche”. Di recente, l’ascesa dello stridente nazionalismo indù in India li preoccupa in modo infernale. Nel frattempo, i venti della globalizzazione hanno raggiunto i nostri vicini e la leva economica dell’India non è così notevole da portarli nell’arena politica. Tutto sommato, il nocciolo della questione è che la dottrina indiana della “sfera d’influenza” è fuori moda. A pensarci bene, la dottrina non ha mai funzionato, se non in Bhutan e in una certa misura in Nepal.
Alla fine, l’India deve seriamente ripensare l’arte di conquistarsi gli amici nella regione. I risultati dei 5 mesi del nuovo governo sono irregolari. Un meraviglioso patrimonio lasciato in eredità dal precedente governo UPA, un decennio relativamente privo di tensioni nelle relazioni con il Pakistan, è stato sprecato. L’iniziativa di invitare i leader del SAARC a Delhi, a maggio, per la cerimonia inaugurale del Primo ministro, è stato un buon esercizio di pubbliche relazioni. Ma è giunto il momento d’iniettare un vero contenuto duraturo in ciò che altrimenti sarebbe vuota retorica. Infine, vale davvero la pena inseguire i sottomarini cinesi che trafficheranno nell’Oceano Indiano con maggiore frequenza? L’India ha seri limiti laddove anche una superpotenza come gli Stati Uniti è impegnata duramente ad affrontare gravi considerazioni di bilancio. In altre parole, l’India non deve pensare affatto a tale stravagante forza di proiezione nel Mar Cinese Meridionale? Certo, non può poiché India e Vietnam si preparano congiuntamente ad affrontare la Cina. Il problema è che con tali protagonismi, a volte anche innocui, previsti senza malizia, potrebbero generare gravi incomprensioni. Il punto è che la Cina rafforza la cooperazione militare con i vicini dell’India, proprio come fa l’India con i vicini della Cina, e l’India dovrebbe accettarlo come realtà geopolitica emergente o, in alternativa, parlarne silenziosamente con la Cina, in futuro, come sorta di modus vivendi, invece di farne un problema nei rapporti dell’India con i propri vicini. Anche in questo caso, lo Sri Lanka non è l’unico Paese nella regione che la Cina coltiva. In realtà, Cina e Iran accelerano visibilmente la cooperazione marittima e i rapporti globali nella difesa, come è evidente dalla visita del comandante della marina iraniana in Cina e la presenza, per la prima volta, di navi militari cinesi a Bandar Abbas, a due passi da Mumbai.
Basti dire che è importante analizzare con calma e razionalmente le motivazioni della Cina nella situazione internazionale prevalente e, in particolare, in relazione alla strategia degli Stati Uniti del ‘”pivot” in Asia, invece di riprendere le fantasiose ipotesi provenienti dagli Stati Uniti, di volta in volta, sul “filo di perle” ed altro, proponendo di prescrivere “linee rosse” ai nostri vicini che non possiamo imporre in ogni caso.

indian-oceanTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Iran uniti contro il SIIL in Iraq

Dedefensa, 28 ottobre 2014339487_Rouhani-Iran-RussiaDa un canale di comunicazione complesso arriva la notizia che Russia e Iran hanno creato, presso l’hotel al-Rashid di Baghdad, un centro congiunto per la lotta agli islamisti di SIIL/SI. La notizia, estremamente breve, è data da un’agenzia di Baku, in Azerbaigian (Temkin Jafarov, agenzia Trend, 23 ottobre 2014), rilanciando un’agenzia iraniana. Nonostante la brevità, i dati sono sufficienti per un’informazione credibile e per ritenerla riflettere una situazione significativa. Inoltre, conferma le voci precedenti, da fonti irachene, che evocavano vagamente i termini di una cooperazione operativa tra Iran e Russia. Ecco il dispaccio della Trend riguardante esattamente questo “Comando congiunto” Iran-Russia … “Iran e Russia hanno creato un comando operativo unito per combattere l’organizzazione terroristica in Iraq dello Stato Islamico (SI), ha riferito l’agenzia iraniana Tasnimnews citando una fonte irachena. Secondo quanto riferito, esperti militari iraniani e russi aiutano i comandi iracheni nella lotta contro lo SI. “Oltre 60 esperti militari russi e iraniani hanno creato un quartier generale operativo nell’hotel al-Rashid, nella capitale irachena Baghdad”, dice il rapporto“. Si tratta di una notizia assai significativa, nonostante la brevità, in termini di potenza della comunicazione, per via della situazione che c’illustra. Ciò contrasta con il frastuono della comunicazione, avutosi dall’attacco del SIIL in Iraq nel giugno scorso, sulla possibile cooperazione tra Iran e Stati Uniti che alla fine s’è ridotta ad episodio senza seri contatti strutturali. Così la notizia permette di avanzare alcune osservazioni come ipotesi ampiamente sostantivate…
•Iran e Russia decidono di agire con la massima discrezione, soprattutto quando si tratta dell’eventuale cooperazione, dopo diversi anni in cui i due Paesi, vicini per posizioni e concezioni politiche, si erano allontanati per l’atteggiamento della Russia (mancata consegna dei missili da difesa aerea S-300). La Russia entrava, de facto, nella “comunità internazionale” che richiedeva il cambio nella politica nucleare dell’Iran. La crisi in Ucraina vi ha posto fine: i russi affrontano le sanzioni del blocco BAO e si avvicinano ancora più all’Iran, sia operativamente che intellettualmente (“ci comprendiamo meglio”). In ogni caso, la Russia ha ufficialmente chiarito che ora segue una politica di non-cooperazione con il blocco BAO (17 ottobre 2014).
• Tuttavia, la cooperazione Russia-Iran assume un’andatura puntuale e un tono molto discreto, ben rientrando nelle modalità dei due Paesi. Si tratta, per primo, di determinare l’interesse comune, che Russia e Iran trovano nella lotta contro lo SI; ma una volta stabilito questo interesse comune, la cooperazione diventa rapidamente efficace, efficiente, altamente efficiente… Ciò potrebbe diventare una “partnership strategica” estremamente realistica preservando le rispettive indipendenze di primaria importanza; ad esempio se i due Paesi determinano in un caso operativo o in un altro, che il blocco BAO sia il nemico comune “dichiarato”, e se sia indispensabile reagire in modo netto.
• Questi vari risultati confermano la tesi opposta a quella, diffusa e favorita da Stati Uniti e Arabia Saudita, che l’Iran evolva così rapidamente verso il blocco BAO da potersi inserire in varie infrastrutture come decisivo concorrente della Russia nelle forniture di gas all’Europa. Tale idea era stata decisamente respinta dal ministro degli Esteri iraniano spiegando che, in ogni caso, la questione della creazione di infrastrutture è tale che nulla può essere fatto per diversi anni. Tale semi-smentita tecnica riguardava anche, per l’Iran, la semi-smentita implicita del ruolo prestato, al fianco del blocco BAO, partecipando alla crociata antirussa per isolare e sanzionare la Russia.
• Queste relazioni discrete Iran-Russia, che potrebbero altrettanto tranquillamente materializzarsi con forniture di armi russe, mentre sono già in via d’attuazione con l’accordo di scambio energetico al di fuori dell’area del dollaro, in netto contrasto con le relazioni del blocco BAO con l’Iran. Il maggiore piano degli Stati Uniti, la riconciliazione con l’Iran e la sua “reintegrazione” nella “comunità internazionale” (idem, per la coalizione anti-russa del blocco BAO agli ordini degli Stati Uniti), è ora, come è usuale nel caso degli Stati Uniti, un gran rumore comunicativo seguito da, praticamente, nessun effetto. E’ assai probabile che la stessa cosa valga anche per i grandi e presumibilmente finali colloqui sul nucleare con l’Iran di novembre, che dovrebbero portare a questo grande accordo. Noi crediamo che, come in tutti gli altri casi importanti, la paralisi e l’impotenza del potere di Washington in questo caso, siano il nocciolo della questione. In tale caso, è la pressione anti-iraniana di Israele e AIPAC, con la loro influenza sul Congresso, ad agire; ma ciò è circostanziale e si esercita su una situazione in cui il potere degli Stati Uniti è strutturalmente, senza un’azione esterna necessaria, in stato d’impotenza e paralisi totale, come segnalato.
• …Certo, ci si aspetta che la Russia, senza trionfalismi, come nelle questioni di politica estera in cui la politica russa, per evitare qualsiasi danno che assomigli più o meno a delle interferenze, riduca in modo significativo la collaborazione costruttiva nei negoziati sulla questione nucleare iraniana. I russi propendono sempre più in favore dell’Iran, rafforzando le esigenze sovraniste del Paese contro il blocco BAO e la sua politica invadente. Una volta di più, si converrà che il blocco BAO, fonte di tali molteplici cambi di atteggiamento, segua imperturbabilmente una politica volta a creare il maggior numero possibile di reazioni contrarie. Le sanzioni, soprattutto quando sono volte contro una potenza come la Russia, in questo senso sono estremamente efficaci, auto-distruttive in modo infernale.

Iranian-IntelligenceTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Soros e CIA subiscono una grave sconfitta in Brasile

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 28/10/2014
331La Central Intelligence Agency e i suoi “manipolatori della democrazia” pagati da George Soros in Brasile hanno subito una grave sconfitta con la rielezione a presidente del Brasile dell’Alfiere del Partito dei lavoratori ed ex-guerrigliera marxista Dilma Rouseff. Nelle ore precedenti alla rielezione di Rousseff, i media occidentali ancora indicavano che le elezioni erano “troppo ravvicinate per una dichiarazione” mentre i primi dati indicavano che Rousseff avrebbe battuto il suo avversario conservatore, appoggiato da CIA e Soros, Aecio Neves, con almeno 2 punti percentuali. New York Times, Globe and Mail, Reuters e altri media erano ovviamente delusi dalla vittoria di Rousseff, dato che tali organi di Wall Street mascherati da aziende giornalistiche indicavano che il “centrista” Neves “per un pelo” aveva perso con Rousseff. L‘Associated Press ha scritto malinconicamente, “non ci sono abbastanza voti da conteggiare da permettere al rivale (Neves) di raggiungerla (Rousseff). E Alberto Ramos, capo economista di Goldman Sachs per l’America Latina, ha avvertito che Rousseff dovrebbe abbandonare le sue politiche alleviando la scarsa “fiducia dei mercati” del Brasile o avrebbe continuato a soffrirne. Bloomberg News ha predetto che il valore della moneta brasiliana, il reale, avrebbe continuato a indebolirsi con la vittoria di Rousseff, e quando i mercati hanno aperto il 27 ottobre, i desideri di Bloomberg si sono realizzati. Il Financial Times di Londra riferiva felice che il real era sceso del 3,1 per cento rispetto al dollaro, e che la sua performance era peggiore del Metical mozambicano, che pure è stato sgonfiato dagli avvoltoi bancari globali dopo che il governo del Fronte di Liberazione del Mozambico (FRELIMO) di sinistra aveva vinto le elezioni contro la Resistenza Nazionale del Mozambico (RENAMO) creata dalla CIA e finanziata da Soros e dai banchieri. Per i manipolatori della democrazia di Soros e della CIA, le notizie sulle elezioni nelle capitali lusofone di Brasilia e Maputo non sono certo incoraggianti.
I “soliti sospetti” Goldman Sachs, Bloomberg e il New York Times piangevano di rabbia per la vittoria decisiva di Rousseff su Neves. Il neo-conservatore Wall Street Journal di proprietà di Rupert Murdoch si lamentava che il Brasile avesse scelto di continuare con lo “statalismo”, che per i capitalisti avvoltoi di Wall Street che adorano il Journal come se fosse un rotolo talmudico, è una bestemmia. Neves era consigliato in politica economica, durante la campagna, da Arminio Fraga Neto, ex-dirigente degli hedge fund Quantum di Soros e in politica estera da Rubens Barbosa, direttore dell’ufficio di San Paolo dell’Albright Stonebridge Group dell’ex-segretaria di Stato statunitense Madeleine Albright (ASG). La reazione di Wall Street e Londra svalutando immediatamente la valuta del Brasile dopo la vittoria di Rousseff, indica la strategia dei capitalisti globali verso il Brasile. Senza dubbio, il Brasile deve essere sottoposto allo stesso tipo di guerra economica riservata al Venezuela dopo la vittoriosa elezione, lo scorso anno, del presidente socialista venezuelano Nicolas Maduro. Il Venezuela ha subito pressioni con carenze artificiali di prodotti di base e problemi di transazione estera per via del sabotaggio dell’economia venezuelana da parte di Wall Street e della CIA. I pesanti interessi di CIA e Soros nel sconfiggere Rousseff avevano lo scopo di far deragliare l’emergente alleanza economica BRICS tra Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa che indebolirebbe il dominio che i banchieri globali e i loro intrinsecamente corrotti Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (FMI) esercitano sull’economia mondiale. I banchieri e i loro centurioni della CIA credevano che con Neves o Marina Silva, agente del Partito Verde curata da Soros, in carica il Brasile avrebbe abbandonato i BRICS e sarebbe rientrato nella comunità bancaria globale “svendendo” i beni dello Stato brasiliano, come la compagnia petrolifera Petrobras. Soros e i suoi amici della CIA non sono riusciti a capire che i poveri in Brasile devono la loro relativa nuova posizione sociale alle politiche economiche statali di Rousseff e dell’icona del Partito dei lavoratori Luiz Inácio Lula da Silva. Con Rousseff ora rieletta, i BRICS continueranno a sviluppare la Nuova Banca di Sviluppo (NDB) e i suoi 100 miliardi di dollari di riserva di valuta (CRA) o paniere di valute, da cui i Paesi membri possono attingere prestiti, allontanandosi così da Banca Mondiale e FMI sotto il controllo politico occidentale. La rielezione di Rousseff consentirà anche ai BRICS, che rischiavano di perdere il Brasile quale membro, se Rousseff avesse perso le elezioni, di espandere la propria base associativa. L’Argentina, che ha affrontato una campagna economica concertata dall’avvoltoio capitalista di New York, il sionista di destra Paul Singer, per la confisca di beni argentini, ha espresso forte interesse all’adesione ai BRICS. Il ministro degli Esteri argentino Héctor Timerman ha dichiarato che gli argentini intendono aderire ai BRICS e i recenti accordi commerciali tra Argentina, Cina, Russia e India, indicano che gli argentini saranno i benvenuti nel “Club” anti-USA delle emergenti potenze economiche. Iran, Indonesia ed Egitto hanno anche espresso interesse ad aderire ai BRICS. Il nuovo presidente indonesiano Joko Widodo è un membro del partito dell’ex-presidentessa Megawati Sukarnoputri, la figlia del presidente Sukarno, spodestato dalla CIA nel sanguinoso colpo di Stato del 1965, aiutato e spalleggiato dal patrigno indonesiano del presidente Barack Obama, Lolo Soetoro e dalla madre Ann Dunham Soetoro, impiegata di USAID/CIA. La politica estera sukarniana indonesiana si allea con i BRICS con un allineamento naturale.
Le forze interventiste di CIA e Soros ora cercano di consolarsi della vittoria elettorale in America Latina, esercitando pressioni su Brasile e Argentina. Al presidente dell’Uruguay José “Pepe” Mujica, ex-guerrigliero marxista Tupamaro, viene impedito di partecipare alla rielezione e l’alfiere del suo Fronte Ampio è il suo predecessore Tabare Vasquez. Ottenendo il 45 per cento dei voti al primo turno delle elezioni del 26 ottobre, lo stesso giorno delle elezioni in Brasile, Vasquez è ora costretto al ballottaggio con il candidato presidenziale di destra del Partito nazionale Luis Lacalle Pou, figlio dell’ex-presidente conservatore uruguaiano Lacalle Herrera che mise l’Uruguay sotto il controllo economico di Banca Mondiale e FMI. Proprio come la CIA puntava su Neves, il nipote dell’ex-presidente del Brasile Tancredo Neves, morto per una malattia sospetta appena prima di prestare giuramento come presidente, nel 1985. CIA e Soros scommettono su Pou per sconfiggere Vasquez e vantarsi che la base progressista dell’America Latina delle nazioni non è permanente. Pedro Bordaberry, terzo classificato in Uruguay, che ora sostiene Pou proprio come Silva sosteneva Neves in Brasile dopo aver perso il primo turno, è il figlio del brutale dittatore uruguayano installato dalla CIA Juan Maria Bordaberry, arrestato nel 2005 per aver ordinato l’assassinio di due deputati uruguaiani. Ironia della sorte, Vasquez, che come Mujica favorisce la legalizzazione e il controllo governativo della vendita della marijuana, affronta l’opposizione dal suo avversario, finanziato da Soros, contrario alla legalizzazione della marijuana, citando statistiche nebulose e infondate sull’aumento della criminalità sotto le presidenze del Fronte Ampio. Soros passa come favorevole alla legalizzazione della marijuana, tuttavia, compromette la sua posizione in Paesi come l’Uruguay, dove gli interessi suoi e della CIA impongono l’opposizione alla legalizzazione della marijuana.
In Brasile e Uruguay i candidati sostenuti da CIA e Soros e i loro principali sostenitori rappresentano le forze reazionarie che vogliono riportare indietro l’orologio dell’America Latina, ai giorni del dominio fascista. L’elezione brasiliana ostacola i piani di CIA e Soros. Il ballottaggio uruguaiano del 30 novembre darà alla coppia letale John Brennan della CIA e George Soros un’altra occasione per ostacolare l’avanzata dell’America Latina verso un governo progressista, ma anche i piani dell’alleanza BRICS d’espansione come forza economica e politica che possa continuare a sfidare il neo-imperialismo del vero “asse del male”: Washington-Londra-Bruxelles-Israele.

Dilma-Cristina-hgLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché l’India deve ripensare l’accordo sul Rafale

Rakesh Krishnan Simha RIR 26 ottobre 2014

L’ambasciatore russo a Nuova Delhi Aleksandr Kadakin sostiene che i Sukhoj Flanker cinesi spazzerebbero via i Rafale come zanzare, ma ciò che più preoccupa è l’India disposta a spendere 30 miliardi di dollari per un aereo tappabuchi.

Sukhoi_SU-30MKIGli aerei da combattimento si dividono in due categorie, cacciatori e prede. I francesi spacciano i loro Rafale come il re del dogfight, crème de la crème della caccia. Ma i russi non sono d’accordo. Aleksandr Kadakin, ambasciatore russo in India, dice che i Sukhoj Su-27 di fabbricazione cinese potranno schiacciare i Rafale come “zanzare in una notte d’agosto“. A questo punto è inutile dare un giudizio su quale aeromobile sia superiore. Il Rafale è in gran parte sconosciuto ai circoli dell’aeronautica. Come la maggior parte dei caccia francesi, è molto probabile che sia un aereo senza pretese, non spettacolare ma onesto. Ma ciò che non ha detto Kadakin è inquietante. Primo, ha detto che le centinaia di Su-27 Flanker fornite da Mosca a Pechino sono molto meno avanzati rispetto ai Flanker dell’India. Ora dimenticate il Su-27 per un po’ e parliamo dei due squadroni di recenti Su-35 Super Flanker che la Russia ha deciso di vendere alla Cina. Questa nuova versione è un enorme progresso rispetto al già potente Su-27. Se le prestazioni stupende del velivolo al Paris Air Show 2014 ne sono un’indicazione, allora il Rafale è probabile messo ancora peggio rispetto al Su-35.

Dogfight costoso
A dire il vero, l’aspetto più significativo della transazione sui Rafale è il costo. Originariamente ancorato a 10 miliardi di dollari, la dimensione della transazione è passata agli stratosferici 30 miliardi. Così, invece di rafforzare la potenza aerea del Paese, il Rafale minaccia un buco al bilancio della Difesa dell’India ridotto al minimo. L’India è la terza economia del pianeta, ma nel contesto dei numerosi progetti che richiedono parecchio denaro, Nuova Delhi non può permettersi di fare sfoggio sulle armi, soprattutto quando sono disponibili alternative assai meno costose. L’esigenza dell’IAF di 126 aeromobili può essere rapidamente soddisfatta ad una frazione del costo dei Rafale, introducendo ulteriori tecnologicamente superiori Su-30, che l’IAF descrive come “caccia da dominio aereo”, prodotto dall’Hindustan Aeronautics Ltd (HAL). Ogni Su-30 indiano costa circa 75 milioni di dollari. Quindi, se l’IAF ne prende 126 il costo totale sarebbe meno di 10 miliardi di dollari che, per coincidenza, è l’importo originariamente previsto. Inoltre, i Sukhoj fornirebbero ulteriore forza. “Questi aerei saranno la fascia alta della potenza aerea dell’India, e ci si può aspettare che restino sul mercato oltre il 2030, essendo competitivi o superiori ai migliori caccia europei e agli F-15 statunitensi“, dice Defense Industry Daily. Un’altra opzione è acquistare l’ancora più conveniente MiG-29, pilastro della forza intercettori dell’India che aveva frantumato il morale della Pakistan Air Force (PAF) durante la guerra di Kargil del 1999. Con 20 miliardi di dollari o quasi, risparmiati, l’India può importare avanzata tecnologia aeronautica da Francia, Russia, Germania e persino Stati Uniti, rinforzando la propria aeronautica militare. Con la produzione in calo negli Stati Uniti e in Europa e migliaia di posti di lavoro nell’industria della difesa che affrontano tagli, i tecnici occidentali sarebbero più che felici di lavorare in India. Esiste un precedente in questo settore. Dopo il 1991, i massimi tecnici e scienziati esperti in armamenti sovietici, che persero i loro posti di lavoro, li ritrovarono presso le aziende cinesi e della Corea del Sud. Scienziati e ingegneri , militari e civili russi trasformarono l’industria della Difesa di entrambi i Paesi asiatici. Anche l’India deve percorrere la stessa strada. L’assunzione di lavoratori europei dell’industria della Difesa disoccupati o sottoccupati ridurrebbe i tempi di sviluppo dei progetti della Difesa indiana. In effetti, anche il Pakistan ha una tenue connessione russa. Un amministratore della Commissione di Ricerca Spaziale e Alta Atmosfera del Pakistan, nel 1967-1970, era l’ingegnere aeronautico polacco commodoro Wladyslaw Turowicz. Nato in Siberia, diede un contributo significativo al programma missilistico del Pakistan. Ciò porta alla terza opzione. Il velivolo da combattimento leggero (LCA) indiano Tejas è operativo in numero limitato, e l’ulteriore sviluppo può facilmente farne un caccia di classe mondiale. L’India può produrre decine di LCA che costano circa 40 milioni di dollari per l’IAF. Per decenni la Cina ha adottato questa politica avendo centinaia di aerei obsoleti, perché “la quantità ha una qualità tutta sua“. Inviando gli LCA a sciamare nello spazio aereo pakistano si eliminerebbero completamente le difese di quel Paese. In effetti, la flotta di Tejas aprirebbe la via ai Sukhoj polverizzando gli obiettivi con i missili da crociera supersonici BrahMos. Lo LCA può anche diventare l’equivalente militare dell’utilitaria da 2000 dollari della Tata Nano, per la quale c’è in lista d’attesa lo Sri Lanka. Allo stesso modo, lo LCA potrebbe essere l’aereo ideale da esportare in piccoli Paesi dai budget limitati. Aerei come Su-30, MiG-29 e F-18 sono troppo costosi e troppo grandi per tali nazioni. L’India potrebbe essere la prima a commercializzare un caccia senza fronzoli.

1452243Perché il Rafale?
Quando la gara MMRCA fu lanciata più di dieci anni fa, sembrava una buona idea. Si proponeva quindi di ridurre la dipendenza schiacciante dell’India dalla Russia sulle armi avanzate. In secondo luogo, l’India voleva acquistare un aereo medio che colmare il divario tra lo LCA leggero e i Sukhoj. Il terzo motivo era puntellare la flotta di caccia in esaurimento della IAF. La forza dell’IAF sono 39,5 squadroni (uno squadrone di caccia dell’IAF si compone di 18 aeromobili in servizio e altri 3-4 in manutenzione), ma la sua flotta attuale comprende 34 squadroni. L’aeronautica richiede 44 squadroni per una guerra ampia con il Pakistan, pur mantenendo “una postura dissuasiva” contro la Cina. All’inizio di quest’anno, l’IAF ha detto alla commissione permanente parlamentare per la Difesa che una “minaccia collusiva” tra Cina e Pakistan sarebbe difficile da gestire. Ciò fu sfruttato dai media, non comparendo sulla stampa: l’IAF ha ammesso (nella stessa dichiarazione) che la Cina non può costituire “una minaccia collusiva” se ostilità dovessero scoppiare tra India e Pakistan. In effetti, perché mai i cinesi farebbero squadra con un Pakistan in rapida balcanizzazione e attaccare un alleato dei BRICS? Non è solo ineffettuale, ma anche ridicolo. Sulla minaccia dal Pakistan, è davvero uno scherzo. L’arrivo di MiG-29 e Sukhoj Su-30 negli anni ’90 diede all’IAF un temibile vantaggio qualitativo sulla PAF. Questo vantaggio s’è illustrato nella guerra del Kargil del 1999. Mentre un certo numero di velivoli IAF partecipò a questa campagna, la copertura fornita dai MiG-29 spaventò e demoralizzò i piloti della PAF. Dice Strategy Page in una relazione del 20 maggio 2005: “Mentre i caccia della PAF formavano pattuglie di combattimento aereo (CAP) durante il conflitto, rimasero entro lo spazio aereo pakistano. In più occasioni, i MiG-29 dell’IAF, armati dei micidiali missili R-77BVR aria-aria, potevano agganciare gli F-16 della PAF, costringendo questi ultimi a disimpegnarsi“. Tanta paura facevano ai piloti pakistani i MiG indiani che la “PAF semplicemente rifiutò di svolgere un qualsiasi ruolo” nella guerra. Nel rapporto “Potere aereo a 18000 piedi: l’IAF nella guerra di Kargil“, pubblicato dalla Carnegie Endowment for International Peace nel 2012, Benjamin Lambeth dice che gli F-16 pakistani “in genere mantennero una distanza di sicurezza di 10 a 20 miglia sul lato pakistano della Linea”.
Qualitativamente, la IAF si trova al culmine. Infatti, in un’intervista dl 2012, l’ex-capo dell’aeronautica NAK Browne smentì l’affermazione che la IAF stava divenendo più debole. Secondo Browne, la IAF sostituiva gli anziani MiG-21 con i Su-30, e disse che una volta che gli aeromobili più vecchi fossero stati sostituiti con Sukhoj nuovi di zecca, l’IAF avrà “di gran lunga maggiore potenza persino di quella attuale“. Se India e Francia risolvono i numerosi problemi dell’affare MMRCA e un contratto viene firmato quest’anno, i primi 18 Rafale arriveranno dalla Francia nel 2016. Se tutto va liscio, gli altri 102 velivoli potrebbero uscire della linee d’assemblaggio della HAL dal 2018. Ma qui sta il punto: intorno al 2020 un caccia stealth della Sukhoj, il PAK-FA, in cui l’India è partner minore, sarà pronto ad entrare nella IAF. Perché l’India si impegna per un aereo di ripiego, è un mistero.

181089423Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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