I terroristi ceceni e i neocon

Coleen Rowley, Open Mike, 20 Aprile 2013

Giuliani Discusses State Of U.S. Security 10 Years After 9/11 Terror AttacksStavo quasi soffocando con il mio caffè, ascoltando il neoconservatore Rudy Giuliani pretendere pomposamente, sulla TV nazionale, di essere sorpreso che eventuali ceceni siano responsabili dell’attentato alla maratona di Boston, perché non ha mai avuto alcun sentore che negli estremisti ceceni albergasse animosità verso gli Stati Uniti; Giuliani pensava fossero concentrati solo sulla Russia. Giuliani sa bene come i “terroristi” ceceni si siano dimostrati utili agli Stati Uniti per fare pressione sui russi, tanto quanto i mujahidin afghani sono stati utili nella guerra antisovietica in Afghanistan nel 1980-1989. In realtà, molti neocon si definiscono “amici” della Cecenia, tra cui l’ex direttore della CIA James Woolsey.
Per esempio, si veda questo articolo del 2004 del Guardian, dal titolo, “Gli amici americani dei ceceni: l’impegno alla guerra al terrore dei neocon di Washington evapora in Cecenia, la cui causa hanno fatto propria.” L’autore John Laughland ha scritto: “Il gruppo di testa, che perora la causa cecena, è il Comitato americano per la pace in Cecenia (CCAA). L’elenco dei sedicenti ‘distinti americani’ suoi membri è un appello dei neoconservatori più prominenti, che sostengono con entusiasmo la ‘guerra al terrore’. Tra loro Richard Perle, il famigerato consigliere del Pentagono, Elliott Abrams famoso per l’Iran-Contra, Kenneth Adelman, l’ex ambasciatore USA alle Nazioni Unite che ha istigato l’invasione dell’Iraq, predicendo che sarebbe stato ‘un gioco da ragazzi’; Midge Decter, biografo di Donald Rumsfeld e direttore della Heritage Foundation di estrema destra; Frank Gaffney del militarista Centro per la politica di sicurezza; Bruce Jackson, ex ufficiale dell’intelligence militare degli Stati Uniti ed ex vice-presidente della Lockheed Martin, ora presidente del Comitato statunitense sulla NATO; Michael Ledeen dell’American Enterprise Institute, un ammiratore del fascismo italiano e ora uno dei principali promotori di un cambiamento di regime in Iran; e James R. Woolsey, ex direttore della CIA, uno dei principali cheerleader dei piani di Bush per ri-modellare il mondo musulmano lungo linee pro-statunitensi“.
La CCAM ha poi sterilizzato “Cecenia” con “Caucaso” ribattezzandosi “Comitato americano per la pace nel Caucaso”. Naturalmente, anche Giuliani sembra solo essere uno dei diversi neocon e politici corrotti che hanno ricevuto centinaia di migliaia di dollari dal MEK, quando quel gruppo iraniano è stato indicato dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti quale organizzazione terroristica straniera (FTO). Il denaro è stato dato a questi politici statunitensi (illegalmente secondo il Patriot Act), e ai funzionari degli Stati Uniti, per fare uscire il MEK dalla lista FTO.

Giù, nella tana del coniglio
Alice nel Paese delle meraviglie è un eufemismo, se si capisce la piena realtà di ciò che sta succedendo. Ma se è possibile sprofondare nella tana del coniglio ancora di più, leggete della scoperta fatta dall’ex prominente giornalista del New York Times (e autore del libro La Commissione), Phil Shenon, sull’incredibile “terribile occasione mancata” di un paio di anni fa. La scoperta di Shenon riguarda le importanti informazioni che l’FBI e l’intera comunità “intelligence” hanno malgestito e coperto non solo prima dell’11 settembre, ma per il decennio seguente. Ed è anche esattamente correlata al mio “Memo del rivelatore” del 2002, che portò l’ispettore generale del dipartimento della Giustizia, nel dopo 11 settembre, a condurre un’inchiesta sugli errori dell’FBI, contribuendo anche in parte a lanciare l’indagine sulla Commissione sull’11 settembre. Ma ancora la piena verità non è venuta fuori, anche dopo la spettacolare scoperta di Shenon, nel 2011, della nota dell’aprile 2001 che collegava il principale leader ceceno Ibn al-Qattab ad Usama bin Ladin. L’appunto dell’aprile 2001, sepolto, era stato inviato al direttore dell’FBI Louis Freeh (un altro destinatario illegale dei fondi del MEK, tra l’altro!) E anche ad otto alti funzionari dell’antiterrorismo dell’FBI.
Memo simili devono essere stati ampiamente condivisi da tutta l’intelligence degli Stati Uniti nell’aprile 2001. Pochi giorni dopo l’arresto del sospetto terrorista Zaccaria Moussaoui in Minnesota, il 16 agosto 2001, l’intelligence francese confermò che Moussaoui era stato reclutato e aveva combattuto con Ibn al-Qattab, sollevando preoccupazioni per il suo addestramento al volo. Eppure funzionari del quartier generale dell’FBI rifiutarono di permettere una indagine sul suo computer portatile e su altri beni, rifiutandosi anche di riconoscere che: 1) i separatisti ceceni stessi sono un “gruppo terrorista” secondo il Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA) che si attiva  giuridicamente contro chi agisce “per conto di una potenza straniera“, e 2) che il legame di Moussaoui con Ibn al-Qattab intrinsecamente lo collegava al ben noto gruppo di bin Ladin, al-Qaida, secondo il FISA (il punto nel mio memo). Tutto questo si è verificato nello stesso momento in cui il direttore della CIA George Tenet e altri ufficiali dell’antiterrorismo, e non dimenticate che Tenet era al corrente delle informazioni circa l’arresto di Moussaoui intorno al 24 agosto 2001, ci dissero che erano “pienamente allertati” sulla prospettiva di un grande attacco terroristico e che “il sistema lampeggiava sul rosso.”
Le indagini post-11/9, avviate a seguito del mio “Memo del rivelatore” del 2002, ha concluso che un errore grave, senza il quale si sarebbe impedito o limitato l’11 settembre, fu il mancato riconoscimento dei combattenti ceceni di al-Qattab quale “gruppo terroristico” secondo il FISA. Per quanto ne so, i migliori funzionari dell’FBI, destinatari nominali del memo dell’intelligence dell’aprile 2001 intitolato “Bin Ladin/Ibn Qattab Threat Report“, stabiliva che i due leader erano “fortemente collegati”, l’hanno rimosso per lo più negando di aver letto la nota (il che spiega perché il memo doveva essere nascosto mentre tentavano di nascondere anche altre informazioni imbarazzanti). Ci sono altre teorie, naturalmente, secondo cui i funzionari statunitensi non riuscirono a capire o a cogliere questo “collegamento terroristico”. Ciò riguarda anche l’uso, da parte degli Stati Uniti, di “terroristi amichevoli”, forse anche dello stesso Qattab (e/o di chi gli stava attorno), opportunisticamente e per certi periodi di tempo, contro nazioni “nemiche”, vale a dire, l’Unione Sovietica e altri regimi che non ci piacciono.

Linee incerte
Ma i funzionari possono confondersi quando le loro stesse ex “attività” sotto copertura si trasformano in nemici. Questo è ciò che è successo con i jihadisti legati ad al-Qaida in Libia e in Siria, combattenti che il governo degli Stati Uniti ha favorito nei loro sforzi per rovesciare i regimi di Gheddafi e Assad, rispettivamente. Questi estremisti sono inclini a rivoltarsi contro i loro fornitori di armi e gestori statunitensi, una volta che il comune nemico è stato sconfitto. Un modus operandi di Stati Uniti e Israele che attualmente collaborano con i terroristi iraniani del MEK, che hanno commesso omicidi in Iran. Il governo degli Stati Uniti ha recentemente tolto i terroristi del MEK dalla lista dei terroristi “cattivi” per metterli in quella dei terroristi “buoni”, nell’ambito di una grande campagna volta a minare il governo iraniano. Per i dettagli, consultare la sezione “I nostri (nuovi) terroristi, il MEK: abbiamo già visto questo film?
Giuliani e la sua gente si impegnano, dietro le quinte, in tutte queste operazioni insidiose ma poi allegramente usano le telecamere per vomitare la loro propaganda ipocrita alimentando la controproducente “guerra al terrore” presso il pubblico, quando ciò serve ai loro interessi. Forse questo spiega lo stupore di Giuliani (o la finta ignoranza), dopo la scoperta che la famiglia dei presunti attentatori della maratona di Boston proveniva dalla Cecenia. Le mie osservazioni non sono destinate ad essere un commento diretto sulle motivazioni dei due sospetti dell’attentato di Boston, il cui pensiero non è ancora chiaro. E’ ancora assai prematuro e controproducente speculare sulle loro motivazioni. Ma le bugie e la disinformazione finiscono nella nozione confusa e sempre mutevole di “terrorismo” secondo il complesso militar-industriale statunitense (e del fratello minore, il “Complesso nazionale di sorveglianza e sicurezza”), e nel loro bisogno di controllare l’inquadratura sui media tradizionali della storia. Quindi, un mito narrativo semplicistico viene presentato per sostenere le guerre degli Stati Uniti. Di tanto in tanto, questi dettagli devono essere rielaborati e alcuni fatti “dimenticati” per mantenere la trama dei cattivi terroristi “che odiano gli Stati Uniti” quando, in realtà, il governo degli Stati Uniti può aver nutrito le stesse forze come “combattenti per la libertà” contro vari “nemici”.
La linea di fondo è non dimenticare mai che “la guerra di un popolo povero è terrorismo, mentre il terrorismo di un popolo ricco è guerra” e che a volte quelle linee vengono attraversare ai fini della politica di grande potenza. Guerra e terrorismo sembrano funzionare in sincronia in questo modo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Attacco alla Libia: Perché Odyssey’s Dawn è condannata

Yoichi Shimatsu Global Research, 27 marzo 2011 – Newamericamedia.org

Se c’è mai stato un nome fatidico di un’operazione militare, questa è Alba dell’Odissea, il nome in codice per l’attacco in corso sulla Libia.
Il nome deriva dal poema epico di Omero, l’Odissea. In esso, una banda di guerrieri greci guidati da Odisseo, eroe di guerra, meglio conosciuto come Ulisse, è sulla via di casa dopo la vana vittoria in un assedio di 10 anni a Troia. Gli uomini esausti cercano un porto su una penisola della costa nordafricana. Bisognosi di cibo e acqua, mandano degli esploratori che non ritornano. Questa è la terra dei Lotofagi, dove tutti coloro che entrano diventano immemori delle loro responsabilità per la famiglia e patria. Ora, un pugno di alleati occidentali – Stati Uniti, alcuni paesi europei, Emirati Arabi Uniti e Qatar – si sono persi in un simile sogno da loto. Questi pochi coraggiosi sono determinati a combattere per la pace, l’armonia e la beatitudine in un deserto ostile in cui tali ideali non sono mai esistiti. Nel frattempo, stanno dimenticando i propri guai interni sempre più profondi.
Ogni guerra che inizia come una commedia, sicuramente finisce tragicamente. Il primo impegno in una “limitata azione“, come descritto dal presidente Barack Obama, non è stato pienamente rivelato nei suoi dettagli imbarazzanti – l’aviogetto ribelle che è stato abbattuto in fiamme, è stata una vittima del fuoco amico degli intercettori dell’aviazione francese. Questo ‘proiettile nel piede’ è stato poi seguito dal lancio di 112 missili da crociera Tomahawk dalle navi USS Stout e Barry, nonché dai sottomarini Florida e Providence. I politici a favore della guerra giustificano l’intervento straniero come uno sforzo per salvare vite umane, anche se è ovvio che l’azione di apertura con un tiro di sbarramento di cento missili presagire che molte più persone, tra i civili, moriranno, più dei combattenti locali abbandonati a se stessi.

Scopo recondito 
Nel racconto di Omero, gli ordini del lucido eroe greco ai suoi compagni deliranti sono contro i loro desideri di ritornare sulla loro nave per il viaggio di ritorno. Mostrando un atteggiamento severo simile a un Ulisse sobrio, molti leader nazionali non vogliono avere nulla a che fare con l’attuale scappatella del Nord Africa, tra cui la tedesco Angela Merkel, Manmohan Singh dell’India, e anche l’ex leader brasiliano Lula da Silva.
Tentato da qualche altro scopo – forse il desiderio di impadronirsi del petrolio della Libia parla da se – statunitensi, britannici e francesi si ritrovano come compagni d’armi con il Gruppo combattente islamico ribelle, l’elemento più radicale della rete di al-Qaida. La Segretaria di Stato Hillary Clinton ha ammesso i rischi della diabolica alleanza in una audizione al Congresso, dicendo che l’opposizione libica è probabilmente più anti-americana di Muammar Gaddhafi. Un decennio fa, questa stessa illusione di una partnership occidentale-islamista in Kosovo, Bosnia e Cecenia, terminò bruscamente negli attentati dell’11/9.

Confondere il nemico con l’alleato
La protezione ai malcontenti, tra cui i militanti di al-Qaida, rintanati a Bengasi, è la peggiore idea di tutti gli interventi di tutta la storia statunitense. Se questa logica contorta dovesse essere trasferita in Afghanistan e Iraq, i marines dovrebbero risparmiare gli avamposti talebani dall’esercito afghano o fornire sicurezza ai conducenti delle auto-bomba contro la polizia irachena.
Dall’inizio della guerra in Afghanistan, Usama bin Ladin ha spostato la sua strategia dall’Asia meridionale verso la costruzione di un nuovo emirato in tutto il Nord Africa. Il trio di dirigenti regionali che ha rifiutato di pagare “il pizzo” ai rinascenti estremisti – mentre altri l’hanno fatto in tutta la regione – e combattuto vigorosamente l’accrescersi dei terroristi sono stati Muammar Gaddhafi, Hosni Mubarak in Egitto e Ben Ali in Tunisia.
La brutalità e le violazioni dei diritti umani delle loro forze di sicurezza non erano peggio di quello che i militari e agenti dei servizi segreti statunitensi hanno e continuano a fare nei raid notturni e negli interrogatori. Eppure, dall’inizio di quest’anno, con la “politica islamica” di Obama nel corteggiare gli aspiranti terroristi, Washington ha complottato con simpatizzanti e sostenitori della militanza islamista, per rovesciare queste tre custodi dell’occidente.
Fare concessioni sui diritti civili con coloro che sono ingiustamente accusati è ragionevole e giusto, ma sollecitare e armare i fanatici per attaccare i loro governi, va ben al di là della compromissione dei propri valori. Sì, Gaddhafi è colpevole di aver ucciso i suoi cittadini, ma era la stessa legge che vigeva nell’Impero Britannico, così come con George Washington e Abraham Lincoln. Le guerre civili, a volte, sono necessarie, e le potenze straniere non hanno assolutamente alcuna ragione morale per prendere posizione.
Alcune cose sono difficili da dire, ma devono essere dette. La partecipazione degli Stati Uniti nel sostegno ai ribelli libici è un grottesco affronto alla memoria degli statunitensi e degli altri assassinati negli attacchi terroristici al World Trade Center e al Pentagono, nel 2001. Washington ha voltato
le spalle alla giustizia per le vittime, oramai, sostenendo dei fanatici che hanno causato l’insensata guerra, distruzione e paura degli ultimi dieci anni. I terroristi, per demenziali e fuorviati che siano, non hanno tutte le colpe, in quanto è la politica estera belligerante e la passata doppiezza degli Stati Uniti che ha alimentato la rabbia, l’odio e le vendette senza fine.

Navigare nelle Coste Barbaresche
Per gli statunitensi, la Libia è una trappola, un porto sicuro pieno di mine, la buca che si spalanca in una duna di sabbia. Petrolio e terminali sono l’esca. Questo non è il primo passo falso libico dei militari USA. La Marina degli Stati Uniti s’impegnò a Tripoli nel 1801, iniziando una disavventura di quattro anni chiamata Prima Guerra di Barberia o Guerra tripolitana. Una delle azioni precedenti, lungo la costa dei pirati, è stata la cattura della USS Philadelphia da parte del pascià di Tripoli, che ha poi chiese il riscatto per la liberazione dell’equipaggio statunitense. In un espediente per riprendersi la fregata, il tenente Stephan Decatur, assunse le sembianze di un pirata, scivolando nel porto con un ketch catturato. La sua infiltrazione fu scoperta e la missione si è concluso con Decatur che appiccava il fuoco alla Philadelphia,  per impedirne il suo utilizzo da parte del nemico.
Dopo la battuta d’arresto iniziale, la forza di spedizione statunitense si trovò in una situazione precaria, ad alto rischio di cattura o morte, lontano da casa. Le loro incursioni mordi e fuggi non portavano da nessuna parte. Il soccorso, infine, venne da un gruppo di mercenari stranieri – greci, ladri arabi e berberi pagati in oro – che s’infiltrarono da Alessandria d’Egitto, per catturare la roccaforte dei pirati di Derna. In tempi recenti, la città orientale libica è stato un primario centro di reclutamento di attentatori suicidi al-Qaida contro le truppe statunitensi inviate in Iraq e in Afghanistan. Derna è ora sotto la protezione della no-fly zone occidentale. La guerra di Tripoli non finì gloriosamente, come l’inno dei Marine suggerisce, ma in una tregua oscura e umiliante. Come primo passo verso la potenza mondiale, la guerra Barbaresca espose la follia e l’auto-inganno del sogno imperiale.
I marinai della giovane repubblica americana non sono stati gli ultimi o i primi a sperimentare gli inganni e le insidie della costa libica. Migliaia di anni prima, degli eroi greci di ritorno dalla devastata Troia, furono messi in guardia dall’avventurarsi nella Terra dei Lotofagi, perché  coloro che l’hanno fatto, non ritornarono a casa. Echi di avvertimento che attraversano i secoli fino ad oggi.

Yoichi Shimatsu, ex editore associato della Pacific News Service e direttore del Japan Times Weeky, ha riferito dell’aumento della militanza islamica in Nord Africa fin dai primi anni ’90.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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