Americani ed europei: due mondi separati

Dominique Venner La Nouvelle Revue d’Histoire N° 65 – Marzo-Aprile 2013

usa_number1Per molto tempo, lo sguardo degli europei sugli Stati Uniti è dipeso dalla guerra fredda (1947-1975), dall’occupazione sovietica di mezza Europa e dalle minacce reali sull’altra metà. Durante gran parte di questo periodo, gli Stati Uniti furono visti come il baluardo della nostra libertà dalla prepotenza Rossa. Quegli anni hanno dato vita a molti miti basati su una realtà distorta, il mito del “mondo libero” contro il comunismo, che non era più l’”Occidente” di Spengler, ma si confondeva con la potenza americana. Sebbene ben consapevoli della minaccia di guerra negli anni ’50, de Gaulle iniziò a stemperare l’americanofilia della Francia non comunista. Ma è stato con l’improvviso cambiamento nel mondo, dopo il 1990 e la volatilizzazione dell’URSS, che si è avuta  l’affermazione dell’egemonia americana, cambiando la nostra visione degli Stati Uniti, apparendo per quello che erano, un imperialismo ideologico, politico, militare e finanziario costruito sul rifiuto totale dell’Europa. Un’Europa già celebrata come entità specifica da Voltaire nel 1751, nella sua introduzione al ‘Secolo di Luigi XIV’ (1).
La recente rielezione del presidente Barack Obama ci ha ricordato che gli Stati Uniti, questo mistero che incombe sul nostro destino di europei, da cui, per colpa nostra, siamo dipendenti e assoggettati. Questa strana potenza é venuta tra noi come un bastardo, ricco e rinnegato. Un grande paradosso storico ha voluto che gli Stati Uniti siano stati sia il prolungamento dell’Europa che la sua negazione. Parte (non tutti) dei primi immigrati del XVII.mo secolo, vittime della persecuzione religiosa, fuggirono dall’Europa allontanandosene. È alla fine del XIX.mo secolo, dopo la guerra civile, che infine imposero la loro “visione del mondo”. All’epoca, vi furono nuove ondate di immigrati in fuga dall’Europa: ebrei vittime dei pogrom russi, cattolici irlandesi, anarchici tedeschi e indigenti di tutto il continente che andarono incontro alle promesse del nuovo mondo. “Ogni americano è un orfano“, proclamò lo scrittore John Barth. Un orfano volontario avrebbe dovuto specificare, vale a dire, un parricida. La maggior parte degli americani si vede come il risultato della rottura con il passato europeo e della libertà di cercare la felicità materiale, che secondo la Dichiarazione del 1776 è uno dei diritti naturali dell’uomo. Questa ricerca della felicità materialistica, del benessere e dei dollari, generò il sarcasmo in molti europei, come Stendhal o  Kipling. Ma questa idea della felicità faceva parte del bagaglio dei Lumi, così era parte della cultura europea. L’America è in debito anche con l’Inghilterra per la sua lingua, naturalmente, ma anche per l’importanza sociale attribuita al contratto, alle libertà e all’equilibrio dei poteri, insomma ai fondamenti del suo modello politico ed economico. Ciò dimostra che la pretesa degli Stati Uniti di respingere l’eredità dell’Europa è eccessiva. Tuttavia, la frattura è indiscutibile. Questa rottura si ebbe fin dall’inizio. I fondatori delle colonie nella Nuova Inghilterra, i puritani, erano estremisti in fuga dall’Europa, Bibbia in mano. La frattura fu favorita dal lungo viaggio attraverso l’Atlantico, ritenuto dai puritani del Mayflower come il passaggio del Mar Rosso da parte degli Ebrei in fuga dall’Egitto, prima di entrare nella Terra Promessa. Nel loro identificarsi con il popolo della Bibbia, i Padri Pellegrini e i loro successori si convinsero che l’America fosse la nuova Terra promessa, uno spazio ricco e vuoto, offerto da Dio ai suoi amati figli. Sostennero, a loro beneficio, la pretesa ebraica di essere gli “eletti” scelti da Dio. I primi coloni si stupirono del mondo vuoto che gli venne offerto come una pagina vuota. Un mondo vuoto, formula un po’ frettolosa. Si trascurarono gli indiani che erano così sparpagliati nel territorio, e che furono spudoratamente sottoposti a genocidio. I francesi e gli spagnoli, gli altri europei che avanzarono un patrimonio comune, furono anche loro estromessi dopo guerre feroci. Nel 1853, il territorio degli Stati Uniti venne consolidato definitivamente. Escludendo Alaska e Hawaii, i confini non cambieranno più. Vasti spazi, il suolo fertile delle Grandi Pianure, la ricchezza di materie prime. Un Eldorado!
Questo enorme spazio, vergine e ricco, soddisfaceva le aspettative di coloro che volevano fondare un mondo nuovo lontano dalle presunte perversioni della vecchia Europa. Lo spazio apparentemente vuoto dell’America era il paradiso dell’innocenza che il peccato non aveva contaminato. Portava il marchio semplificante del Dio biblico. Quindi l’opposto dello spirito di conquista e di avventura dei colonizzatori greci e romani dell’antichità o dei colonizzatori europei, anche d’epoca moderna, che ne hanno ereditato il patrimonio. Una differenza cruciale, con tutte le sue implicazioni antropologiche, che pesa ancora oggi.

Note
1. Ho citato le parole di Voltaire dalla prima pagina del mio libro ‘Il secolo del 1914′ (Pygmalion, 2006).

Dalla sinistra al capitalismo assoluto
Dominique Venner 19 marzo 2013

gauche_caviarEcco un libro molto attuale che vale la pena leggere. Presto capiremo perché. Una volta, all’epoca  della Comune di Parigi (1871), la sinistra non aveva un nome. E inoltre, era terribilmente divisa. Tra gli ex comunardi e coloro che li fucilarono o deportarono, si dubita che ci fosse alcun accordo. Tuttavia, condivisero la stessa religione del progresso dell’Illuminismo. Erano tutti ammiratori della Rivoluzione francese, che pose fine al “feudalesimo”, questo esecrato mostro. Dedicarono lo stesso odio al partito monarchico e al “partito dei preti” ancora potenti. Perseguirono lo scopo di costruire un regime repubblicano, anche se non furono d’accordo sulla sua interpretazione. Soprattutto, si separarono sulla questione sociale. Semplificando le cose alle estreme conseguenze, alcuni di loro si identificarono come “socialisti” (un termine coniato da Pierre Leroux nel 1834) e gli altri come liberali. Questi, dei giacobini borghesi e radicali, si strinsero al capitalismo nascente e all’individualismo dei diritti umani, definendo gli altri dei “faziosi”.
Questi due principali rami in conflitto della sinistra francese, nel 1899 conclusero, al momento del caso Dreyfus, un patto per la “difesa repubblicana” temendo (illusoriamente) un colpo di stato della “reazione”. Così nacque la sinistra francese, che successivamente non cessò di dividersi e di  ritrovarsi nel nome della “difesa repubblicana” delle varie repubbliche. Il partito comunista, creato nel 1920 sulla scia della rivoluzione bolscevica in Russia, unì la sua partizione discorde a questo concerto. Oltre le spesso feroci lotte intestine, la sinistra fu tuttavia unita dal rifiuto della destra, incarnazione del mondo decaduto, ma ancora minaccioso, di cui il fascismo storico non è mai stato altro che un avatar agli occhi di coloro che non cedettero al suo magnetismo, tra il 1925 e il 1945 (1).
Nel suo nuovo saggio, Jean-Claude Michea ricorda questa vecchia storia sottolineando quanto appartenga al passato (2). Questo spirito libero non nasconde la sua nostalgia per la sinistra scomparsa. Grande lettore di Marx ed Engels, ma anche di Orwell, offre un’interpretazione convincente della grande rivoluzione interiore vissuta dalla sinistra (e da tutta la società “occidentale”), tra la fine degli anni ’60 e ’80. Questa rivoluzione è caratterizzata dall’adunata universale nel culto della crescita, della competitività, della globalizzazione e del liberalismo culturale, di cui il matrimonio “per tutti”, la depenalizzazione della cannabis e la “discriminazione positiva” sono alcuni attributi. Adunata che accompagna l’abbandono di ogni proposta di costruzione di una società socialista. Come spiegare una tale inversione in un periodo così breve? In un’opera precedente, ‘Il Complesso di Orfeo’ (3), Michea aveva già offerto la chiave filosofica di questa adunata. Accecati dalle apparenze e dalle avventure storiche, non ci ricordiamo che le diverse sinistre hanno lo stesso ancoraggio filosofico del capitalismo più selvaggio. Tutti credono egualmente nella religione del Progresso nata dall’Illuminismo. Tutti credono religiosamente che il passato è orribile e l’indomani sarà sempre migliore. Questa “rappresentazione” stampata nell’inconscio della sinistra, significa che la modernità incarnata dal capitalismo trionfante di oggi compia il divenire storico. Quindi è impossibile negare l’ovvio rischio di apparire colpevole di volgersi alla sinistra “reazione” del “ripiegare in sé”, della “paura dell’altro” o delle idee “nauseanti” che un giorno potrebbero riportarci alle “ore più buie della nostra storia”. Mi adatto al vocabolario ironico dello stesso Michea. Ma come sottolinea parlando del capitalismo, “mai nella storia dell’umanità, un sistema sociale e politico, in così poco tempo, ha cambiato in tal modo la faccia del mondo.” Niente di più vero. In Francia, fin dagli anni di Mitterrand, la vecchia sinistra ha svenduto i suoi sogni socialisti sposando l’individualismo fondamentale dell’Illuminismo, del liberalismo: i diritti umani e la società (tra cui la famiglia), concepita come un freddo contratto revocabile tra interessi privati. E ciò che è vero per la sinistra, lo è anche per la destra. Da molto tempo la faglia destra-sinistra è un’illusione che non inganna che gli elettori più sprovveduti. Alla fine del suo saggio, Michea suggerisce che potremmo entrare in una nuova segnata dalle rivolte “populiste” che si sottraggono a tale divario obsoleto.

Note
1. Gli esponenti della sinistra che, in Francia, vennero ipnotizzati dal fascismo furono abbastanza numerosi. Per una panoramica, è possibile fare riferimento alla mia ‘Storia della collaborazione’ (Pygmalion, 2002).
2. Jean-Claude Michea, Les Mystères de la Gauche, Climi, 2013, 133 p., Euro 14.
3. Jean-Claude Michea, Le Complexe d’Orphée, Climi, 2012, di cui ho parlato proprio qui a novembre 2012

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le origini della guerra fredda: come Stalin sventò il ‘nuovo ordine mondiale’

Dott. K. R. Bolton, Foreign Policy Journal, 31 maggio 2010

stalin620Il fatto più congeniale per molti conservatori, soprattutto negli Stati Uniti, è che fu l’Unione Sovietica sotto Stalin che sventò l’ordine mondiale, senza la quale saremmo molto probabilmente stati soggiogati da un’autorità mondiale centrale subito, dopo la seconda guerra mondiale. Tale questione di realpolitik si affianca a un altro fattore di realismo politico: New York e Washington sono state storicamente le capitali della rivoluzione mondiale, [1] con le élite mondialiste che pompavano denaro ai movimenti rivoluzionari, mentre Stalin si occupava di eliminare il bolscevismo internazionale come minaccia trotzkista, e a invertire molti aspetti dell’esperimento bolscevico sociale interno. Questo saggio prende in esame le macchinazioni con cui Washington ha cercato di imporre un nuovo ordine mondiale post-bellico, e la risposta di Stalin; eventi che hanno continuato ad avere importanti influenze sulle politiche sovietiche e statunitensi.

Russia: la delusione perenne
La Russia non s’incastra mai bene nei piani di coloro che cercano di imporre un sistema uniforme all’umanità. La Russia è rimasta selvaggia agli occhi dei sofisticati liberali occidentali che cercano di instaurare un mondo unipolare globale, come lo erano  afrikaner, iracheni, iraniani, serbi e altri. La differenza è che i russi continuano a costituire una forte opposizione, che pertanto deve essere sovvertita. L’economia russa è stata considerata arretrata dai finanzieri occidentali e questo è il motivo per cui molti, non solo hanno accolto con favore le rivoluzioni del marzo e anche del novembre 1917, [2], ma anche fornito sostegno ai rivoluzionari per rovesciare il regime zarista [3] ritenuto un’anomalia nel mondo “progressista”. Industriali e finanzieri guardarono con ottimismo ad un Russia post-zarista, il cui regime si concentrava sul processo dell’industrializzazione, il che implicava la necessità di capitali e competenze esteri a prescindere dalla retorica rivoluzionaria sui capitalisti stranieri. Tuttavia, l’auto-descritto “establishment della politica estera”, il Consiglio delle Relazioni Estere (CFR), invitò gli investitori stranieri ad agire rapidamente in Russia, in quanto si accorse che la situazione poteva presto cambiare.
Peter Grosse [4], scrisse nell’equivalente di una virtuale “storia ufficiale” delle dichiarazioni del CFR, della prima relazione del Consiglio sulla Russia sovietica: “L’imbarazzante per i registri dell’Inchiesta [5], vi è l’assenza di un qualsiasi studio o analisi sul tema del bolscevismo. Forse semplicemente andava oltre l’immaginazione accademica dei tempi. Non prima del 1923, il Consiglio poté convocare le forze necessarie da mobilitare per un esame sistematico del regime bolscevico, installatosi infine dopo la guerra civile in Russia. L’impulso per questo primo studio fu la nuova politica economica di Lenin, che sembrava aprire l’economia di guerra bolscevica agli investimenti esteri. Metà del gruppo di studio del Consiglio proveniva da imprese che avevano effettuato vendite alla Russia pre-rivoluzionaria, e le discussioni sul futuro sovietico furono intense. La relazione conclusiva respinse il timore ‘isterico’ che la rivoluzione tracimasse oltre i confini della Russia all’Europa centrale o peggio che i nuovi rivoluzionari guidassero un’alleanza con i musulmani nazionalisti in Medio Oriente, per scacciare l’imperialismo europeo. I bolscevichi erano ‘sulla via dell’equilibrio e si adeguavano alle regole del commercio’, concluse il gruppo di studio del consiglio, ma l’accoglienza dai concessionari stranieri sarebbe stata, probabilmente, di breve durata. Pertanto, il consiglio dei saggi raccomandò nel marzo 1923, che gli uomini d’affari statunitensi entrassero in Russia finché l’invito di Lenin lo permetteva, fare soldi con i loro investimenti e poi uscirne il più rapidamente possibile. Pochi ascoltarono il consiglio, per settant’anni non si sarebbe più ripresentata una simile opportunità. [6]
Stalin, anche in questa fase embrionale del regime sovietico, era al timone. Mentre Trotzkij voleva proseguire gli investimenti esteri [7], come era avvenuto nel quadro della Nuova Politica Economica di Lenin, [8] Stalin affrontò con alcuni colpi decisi il cosiddetto blocco dell’opposizione, sostanzialmente guidato da Trotzkij, trattando da nemico naturale il capitale straniero. Con lo scoppio della guerra tra la Germania e l’URSS, vi fu la rinnovata speranza che la Russia venisse integrata nel nuovo ordine mondiale del dopoguerra. Stalin richiese mezzi tecnologici agli occidentali per la sua macchina da guerra in lotta contro i tedeschi. [9] Tuttavia Stalin era troppo duro e autoritario per essere subordinato o, addirittura, per diventare un socio paritario in una qualsiasi riorganizzazione globale post-bellica prevista dagli Stati Uniti.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite, base del Parlamento Mondiale
Le cose sembravano andare bene tra “Zio Joe” [10], Roosevelt e Churchill, mentre  combattevano il nemico comune. Tuttavia, Stalin aveva molta stima dei suoi temporanei partner occidentali, come ne aveva per i suoi alleati temporanei Kamenev e Zinoviev, quando i due manovravano nell’apparato bolscevico. Una volta che la posizione di Stalin era assicurata, a livello individuale, nell’apparato sovietico, i due scorbutici vecchi bolscevichi vennero emarginati e alla fine dovettero pagare il conto. Allo stesso modo, mentre la situazione pratica non concesse l’opportunità a Stalin di infliggere un simile trattamento ai suoi ex alleati occidentali, una volta che si era assicurato le posizioni del momento in tutta l’Unione Sovietica, rigettando quelli che, come gli sventurati Kamenev e Zinoviev, pensavano di poter manipolare Stalin e la Russia a proprio vantaggio. Dopo aver assicurato un accordo con gli alleati a Potsdam, per la creazione di un nuovo impero russo, nonostante la determinazione degli Stati Uniti che non i vecchi imperi europei sarebbero stati parte del dopo-guerra [11], ma piuttosto l’asse del controllo mondiale che si sarebbe incentrato sull’imperium del Dollaro, Stalin non volle compromettere la sua posizione di parità, e tanto meno esserne subordinato.
La prima frattura nell’alleanza bellica avvenne sul grande nuovo disegno con cui gli USA crearono l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) quale parlamento mondiale, concentrandosi su un “nuovo ordine mondiale”, come il presidente Wilson cercò di fare con la Società delle Nazioni dopo la Prima Guerra Mondiale. I parlamenti occidentali democratico-liberali, in generale, sono suscettibili alla manipolazione plutocratica; e questo è il loro scopo. Stalin però non era un parlamentare e non poteva essere comprato con la promessa di essere un partner del ‘Brave New World’. Il piano statunitense per l’ONU richiedeva di conferire potere all’Assemblea Generale in base alla votazione a maggioranza. La posizione sovietica era rendere il Consiglio di Sicurezza l’arbitro finale delle decisioni, tramite i membri aventi diritto di veto. La posizione degli Stati Uniti, infatti, permise alle Nazioni Unite di trasformarsi in uno strumento per imporre la volontà di un gruppo di Stati su tutti gli altri, soprattutto quando l’Unione Sovietica era l’unico membro socialista del Consiglio [12].
Nonostante la vecchia teoria della cospirazione conservatrice, secondo cui l’ONU è un complotto sovietico per creare uno stato mondiale controllato dai comunisti [13], fu l’URSS che rese l’ONU ridondante quale mezzo per imporre il nuovo ordine mondiale, de facto se non de jure; una situazione che continua ancora oggi grazie alle insistenze sovietiche sulla sovranità nazionale, o imperiale, per sé e per il suo blocco.

Il Piano Baruch per ‘internazionalizzare’ l’energia atomica
Il secondo pilastro della creazione di una nuovo ordine mondiale post-bellico, si fondava sulla presunta “internazionalizzazione” dell’impressionante potenza dell’energia atomica. Proprio come la facciata democratica del piano statunitense per l’Assemblea Generale quale parlamento mondiale, questa ‘internazionalizzazione’ fu percepita dall’URSS nel suo vero scopo di controllo statunitense. L’eminente storico statunitense Carroll Quigley, del Foreign Services School, presso Georgetown University, Harvard e Princeton, descrisse la situazione post-bellica che portò alla guerra fredda affermando che la politica immediata degli USA poggiava sul libero scambio e l’aiuto attraverso il Piano Marshall, compresa l’assistenza alla ripresa economica del blocco sovietico. Tuttavia l’URSS vide in ciò un mezzo degli USA per definire la sua supremazia post-bellica. Quigley, un globalista liberale che vedeva la “speranza” del mondo nel governo mondiale, scrisse: “Nel complesso, se una colpa deve essere assegnata, può essere affissa sulla porta dell’ufficio di Stalin al Cremlino. La disponibilità statunitense a cooperare continuò fino al 1947, come risulta evidente dall’offerta del Piano Marshall di aiuti statunitensi nello sforzo cooperativo per il risanamento dell’Europa, che fu rivolta all’Unione Sovietica, ma sembrava oramai chiaro che Stalin avesse deciso di chiudere la porta alla cooperazione adottando una politica unilaterale di aggressione limitata, nel febbraio e marzo 1946. L’inizio della guerra fredda può essere indicata nella data della presente decisione, o può essere posta successivamente, nella più ovvia data del rifiuto sovietico di accettare gli aiuti Marshall nel luglio 1947” [14]. Quigley si riferiva all’iniziativa statunitense per l’”internazionalizzazione” dell’energia atomica, e come questo indubbiamente pericolosissimo scenario da dominio del mondo venne nuovamente sabotato da Stalin: “L’esempio più critico del rifiuto sovietico di cooperare e della sua insistenza nel rientrare nell’isolamento, nel segreto e nel terrorismo, si può trovare nel rifiuto ad unirsi agli sforzi statunitensi per sfruttare la pericolosa potenza della fissione nucleare” [15].
Un comitato del dipartimento di Stato, diretto dal sottosegretario di Stato Dean Acheson e da David Lilienthal, in collaborazione con un “secondo comitato di cittadini” guidato dal banchiere internazionale e perenne consigliere presidenziale Bernard Baruch, venne convocato nel 1946 per redigere un piano “su un sistema di controllo internazionale dell’energia nucleare.” Il piano fu presentato da Baruch all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 14 giugno 1946 [16]. Avrebbe posseduto, controllato o posto sotto licenza tutto l’uranio dalla miniera alla raffinazione e all’uso, gestendo proprie strutture nucleari in tutto il mondo e ispezionando tutte le altre strutture analoghe, ponendo il divieto assoluto sulle bombe nucleari o sulla diversione di materiale nucleare da scopi non pacifici, punendone l’evasione o la violazione dei regolamenti liberi dal veto dalle grandi potenze, che normalmente gestivano il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [17]. Questo fu quindi un metodo per cercare di aggirare il problema del veto, su cui insisteva l’URSS per garantirsi la  sovranità, che aveva fin dall’inizio reso impotente le Nazioni Unite quale autorità mondiale. Quigley si lamentava che questa straordinaria “generosa offerta” da parte degli USA, “…fosse stata bruscamente respinta da Andrej Gromyko a nome dell’Unione Sovietica, entro cinque giorni…” [18] Quigley sottolineava che uno dei punti principali sollevati dell’URSS, nel respingere il Piano Baruch [19], era che non ci fosse la manomissione del potere di veto delle grandi potenze. Gromyko, ricordandosi quando era rappresentante sovietico nella Commissione per l’Energia Atomica delle Nazioni Unite, disse del Piano Baruch:
Le reali intenzioni dovevano essere camuffate dalla costituzione di un organismo internazionale per monitorare l’uso dell’energia nucleare. Tuttavia, Washington non tentò nemmeno di nascondere le sue intenzioni di occupare il ruolo principale in questo corpo, di controllare tutto ciò che aveva a che fare con la produzione e lo stoccaggio di materiale fissile e, con il pretesto della necessità di un controllo internazionale, di interferire negli affari interni delle nazioni sovrane” [20]. Baruch disse a Gromyko che tutte le industrie che si occupavano di materiale fissile sarebbero state controllate da esperti, Gromyko notò: “Inevitabilmente in quel momento sarebbero stati tutti statunitensi.” Nonostante l’indignazione morale di Quigley per il rifiuto dell’URSS, siamo ora nella posizione, col senno di poi considerando gli eventi mondiali più recenti, di comprendere i sospetti sovietici. La scelta morale non era così netta come supponeva Quigley. Il Giappone era stato bombardato con l’arma atomica mentre cercava condizioni di pace basate sulla salvaguardia dell’imperatore. La posizione USA era incondizionata e, naturalmente, si può presumere che l’amministrazione sapesse che i giapponesi non avrebbero potuto aderire a qualsiasi cosa che potesse compromettere Hirohito o la casa imperiale. Allen Dulles, che divenne il capo della CIA, disse in una intervista con Clifford Evans nel 1963 che era in contatto con fazioni giapponesi che potevano  chiedere la pace [21], e che l’unica preoccupazione giapponese era che l’imperatore, quale fattore unificante del Giappone, fosse lasciato. “Poche settimane dopo… Hiroshima e Nagasaki furono bombardate.” [22]
In un articolo informativo, Bob Fisk commenta il bombardamento del Giappone: “Stalin fu impressionato dell’effetto della nuova arma di Truman a Hiroshima. Volle fortemente la bomba per l’URSS. Quando gli statunitensi proposero di limitare la bomba ai soli USA, senza compromessi, gli scienziati di Stalin accelerato il loro lavoro” [23]. Si sospettava ai vertici Sovietici che sicuramente il bombardamento del Giappone fosse stato pensato come uno spettacolo della potenza statunitense nei confronti dell’URSS. Tuttavia, anche la Gran Bretagna era preoccupata per le intenzioni degli Stati Uniti, il primo ministro Clement Attlee spiegò: “Abbiamo dovuto mantenere la nostra posizione nei confronti degli statunitensi. Noi non potevamo permetterci di essere totalmente nelle loro mani… Avevamo lavorato fin dall’inizio per il controllo internazionale della bomba… Noi non potevamo accettare che solo gli USA dovessero avere l’energia atomica…” [24] URSS e Gran Bretagna erano egoisti, come implica indignato Quigley? Baruch stesso ha dichiarato: “Le conquiste dei nostri scienziati, tecnici e industriali produssero l’arma suprema di tutti i tempi: la bomba atomica, che non potremmo mai abbandonare, fino a quando una maggiore sicurezza per noi e per il mondo, sarà stabilito. Fino a quel momento, gli Stati Uniti resteranno i custodi della sicurezza. Ci si può fidare di noi…” [25]. La retorica di Baruch sugli Stati Uniti “custodi fidati” della pace e della libertà nel mondo è lo stesso mantra che il mondo sente da Woodrow Wilson a Obama.
Il guru pacifista Bertrand Russell scrisse nel 1946 sul Bollettino degli Scienziati Atomici, esprimendo con franchezza internazionalista l’atteggiamento liberale nei confronti dell’URSS, tutt’altro che benevolo. Russel, che doveva svolgere un ruolo chiave insieme a molti altri eminenti liberali e di sinistra, di guerriero freddo anti-stalinista del Congress for Cultural Freedom, fondato dalla CIA [26], chiarì che la bomba atomica rappresentava l’asso per la costituzione forzata di uno stato mondiale: “I governi americano e britannico… dovrebbe far capire che l’autentica cooperazione internazionale è ciò che più desideriamo. Ma anche se la pace dovesse essere il loro obiettivo, non devono lasciar capire che sono per la pace a qualsiasi prezzo. Ad un certo punto, quando i loro piani per un governo internazionale saranno maturi, sarà opportuno che l’offrano al mondo… Se la Russia accetterà di buon grado, tutto sarebbe andato bene. In caso contrario, sarebbe necessario esercitare pressioni fino al punto di rischiare di guerra” [27].
Russell propose ciò che era chiaramente l’intenzione del governo statunitense e degli altri globalisti, compreso il  cinico obiettivo del Piano Baruch, di garantirsi che l’energia atomica venisse monopolizzata da un “governo internazionale” con il potere di agire contro uno Stato reticente: “E’ del tutto evidente che vi è un solo modo con cui le grandi guerre possono essere definitivamente impedite, e questa è la costituzione di un governo internazionale con il monopolio di una seria forza armata. Quando parlo di governo internazionale, voglio dire uno che realmente governa, non una facciata amabile come la Società delle Nazioni, o una finzione pretenziosa come le Nazioni Unite nella sua attuale costituzione. Un governo internazionale, se vuole essere in grado di preservare la pace, solo esso deve possedere bombe atomiche, l’unico impianto per la loro produzione, l’aviazione, le corazzate e, in generale, qualsiasi cosa sia necessaria per renderla invincibile. Il suo personale atomico, i suoi squadroni aerei, gli equipaggi delle navi da battaglia ed i suoi reggimenti di fanteria devono totalmente essere composti da uomini di diverse nazioni, non ci deve essere nessuna possibilità di sviluppare il sentimento nazionale in qualsiasi unità più grande di una compagnia. Ogni membro della forza armata internazionale dovrebbe essere attentamente addestrato alla fedeltà al governo internazionale. L’autorità internazionale deve avere il monopolio dell’uranio, e di qualunque altra materia che possa, in futuro, essere ritenuta idonea alla fabbricazione di bombe atomiche. Deve avere un grande esercito di ispettori con il diritto di entrare in qualsiasi fabbrica senza preavviso, qualsiasi tentativo di interferire o di ostacolarne il lavoro deve essere trattato come un casus belli. Devono essere dotati di velivoli che gli permettano di scoprire gli impianti segreti che si costruissero in regioni vuote, vicine al Polo o nel mezzo dei grandi deserti” [28].
Si noti che Russell già dal quel momento denigra l’ONU come una cosa divenuta inutile per essere un “governo internazionale”, a causa dell’Unione Sovietica. Russell chiariva da che parta stesse riguardo l’egemonia statunitense: “Nel prossimo futuro, una guerra mondiale, comunque terribile, probabilmente finirebbe con la vittoria americana, senza la distruzione della civiltà dell’emisfero occidentale, e la vittoria americana senza dubbio porterebbe a un governo mondiale sotto l’egemonia degli Stati Uniti, un risultato che, da parte mia, accolgo con entusiasmo” [29].
Calcolata l’inutilità dell’ONU come governo mondiale, che sarebbe stato possibile con l’eliminazione dello spauracchio globalista, il veto delle Grandi Potenze imposto dai sovietici: “Se l’Organizzazione delle Nazioni Unite non è di alcuna utilità, tre successive riforme saranno necessarie. In primo luogo, il veto delle grandi potenze deve essere abolito, e la maggioranza deve essere dichiarata competente a decidere su tutti i quesiti che riguardano l’organizzazione; in secondo luogo, i contingenti delle forze armate delle varie potenze nell’organizzazione, devono essere aumentati fino a diventare più forti di tutte le forze armate nazionali; in terzo luogo, i contingenti invece di rimanere isolati nazionalmente, devono essere composti in modo che nessuna unità di notevole dimensione conservi il sentimento e una coesione nazionale. Quando tutte queste cose saranno fatte, ma non prima, l’Organizzazione delle Nazioni Unite potrà divenire un mezzo per evitare le grandi guerre” [30].
Nel 1961 Russell, nel considerare l’atteggiamento sovietico verso il Piano Baruch e l’ONU, disse quasi di sfuggita che “la Russia di Stalin era colma d’orgoglio per la vittoria sui tedeschi, sospettosa (e non senza ragione) delle potenze occidentali e consapevole del fatto che, in seno alle Nazioni Unite, poteva essere quasi sempre messa in minoranza.” [31]

Il piano del CFR per la guerra fredda
Il ripudio, anzi l’abbandono della fondazione del “nuovo ordine mondiale” basato sull’ONU, necessitava di una nuova valutazione dell’URSS da parte dell’autodefinitosi “establishment della politica estera” degli USA, il CFR [32]. Grosse afferma che le proposte internazionaliste per una “nuovo ordine mondiale” post-bellico ottennero un netto “Net” dell’Unione Sovietica: “In modo caratteristico, i pianificatori del Consiglio concepirono un gruppo di studio per analizzare l’ordine mondiale futuro.” Ciò che previdero era un gruppo di studio congiunto CFR-sovietici, per preparare le proposte per “l’ordine mondiale futuro” (sic): “Percy Bidwell, direttore del nuovo programma di studi del Consiglio, si era avvicinato con cortesia all’ambasciata sovietica già nel gennaio 1944 per stimolare l’interesse comune al piano. Fu ricevuto dall’ambasciatore Andrej Gromyko, la cui risposta sarebbe diventata troppo familiare negli anni a venire. Attraverso Gromyko la parola russa “Net” entrò nella lingua inglese. Senza alcuna pretesa di tatto diplomatico, l’ambasciatore (che sarà presto ministro degli Esteri) disse agli uomini del Consiglio che non avrebbe permesso che nessun responsabile sovietico partecipasse a tale discussione” [33].
La politica formulata dal rapporto per gli USA verso l’Unione Sovietica fu “il contenimento”, una parola coniata dal diplomatico e membro del CFR George Kennan [34]. Grosse è candido nel descrivere il modo clandestino, cospirativo?, con cui il CFR ha influenzato la politica della guerra fredda: “Il Council on Foreign Relations operava al centro del sistema pubblico istituzionale, nei primi anni della guerra fredda, ma solo dietro le quinte. Come un forum che forniva stimoli ed energie intellettuali, consentì di ben posizionarne i membri per trasmettere al pubblico il pensiero, ma senza far figurare il consiglio quale fonte da cui queste idee sgorgavano” [35]. Una prima relazione di George S. Franklin del 1946 raccomandava un tentativo di collaborare con l’Unione Sovietica, per quanto possibile, “almeno fin quando diventasse del tutto evidente che l’URSS non era interessata a una cooperazione...”. Tuttavia gli Stati Uniti dovevano perseguire la cooperazione da una posizione di forza militare: “Gli Stati Uniti devono essere potenti, non solo politicamente ed economicamente, ma anche militarmente. Non possiamo permetterci di dissipare la nostra forza militare, a meno che la Russia sia disposta contemporaneamente a diminuire la sua. Su questo poniamo grande enfasi. Dobbiamo cogliere ogni occasione per lavorare con i sovietici ora, quando la loro potenza è ancora assai inferiore alla nostra, e sperare di poter stabilire la nostra cooperazione su una base solida in un futuro non così lontano, quando avranno completato la loro ricostruzione e aumentato notevolmente la loro forza… La politica che sosteniamo è la fermezza accoppiata alla moderazione e alla pazienza“[36]. Tuttavia, questa politica moderatamente conciliante fu respinta del tutto. Grosse scrive: “La relazione Franklin del maggio 1946, che delineava caute speranze nella cooperazione tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, nel prossimo dopoguerra, era morta. Il comitato del consiglio d’amministrazione di studi ha formalmente deciso contro la sua pubblicazione a luglio; entro novembre tutti i simpatizzanti a un atteggiamento conciliante nei confronti di Mosca erano scomparsi dai corridoi della Pratt Harold House” [37].

Dopo-Guerra Fredda
L’ascesa di Gorbaciov, che nel frattempo s’era fatto un nome sulla scena mondiale quale membro dell’élite globalista, e il breve interregno dell’ubriacone Eltsin, devono essere sembrati il momento in cui la Russia era finalmente sul punto di entrare nella svolta globalista. Quali che fossero le influenze che avrebbero potuto operare dietro il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov, quando smantellò lo Stato sovietico nel 1991, creò la fondazione Gorbaciov per la pianificazione del “posto e del ruolo della Russia nel futuro ordine mondiale“, oltre ad avviare una più ampia politica per la promozione della “globalizzazione”. [38] Gorbaciov ebbe anche un ruolo più grande, affermando che “scopo dell’attività della fondazione è dirigersi verso una nuova civiltà.” [39] Lo stesso anno in cui Gorbaciov creava la sua fondazione a supporto del “nuovo ordine mondiale” in tandem con altri gruppi di riflessione globalisti, come la fondazione Soros e l’Open Society Institute, ecc., il presidente George H. W. Bush era entusiasta che, con la fine del blocco Sovietico, “un nuovo ordine mondiale” poteva finalmente emergere, come previsto dai fondatori dell’ONU: “… Finora il mondo che abbiamo conosciuto è stato un mondo diviso, un mondo di filo spinato e blocchi di calcestruzzo, di conflitti e guerra fredda. Ora possiamo vedere all’orizzonte un nuovo mondo. Un mondo in cui vi è la possibilità molto concreta del nuovo ordine mondiale… un mondo in cui le Nazioni Unite, liberatesi dalla situazione di stallo della guerra fredda, sono pronte a compiere la missione storica dei loro fondatori...” [40]
Le speranze dei globalisti sulla Russia furono, ancora una volta, deluse con l’avvento di Putin e l’emergere di forze influenti ancora più antagonistiche verso l’incorporazione della Russia nel “nuovo ordine mondiale” [41], tra cui l’ascesa della nostalgia per Stalin, per la Grande Potenza statale russa; com’è evidenziato dalla posizione della CFR nella relazione speciale prodotta dall’”establishment per la politica estera della East Coast“. Significativamente intitolata ‘La direzione sbagliata della Russia: ciò che gli Stati Uniti possono e devono fare’, l’atteggiamento egemonico della cricca dominante degli Stati Uniti non viene neppure dissimulata. La relazione traboccava della vecchia retorica da guerra fredda e biasimava la Russia di Putin per l’adozione della politica interna ed estera attuale, che “causa problemi agli Stati Uniti.” La raccomandazione corrente era una “cooperazione selettiva” piuttosto che un “partenariato che non è per ora fattibile.” La conclusione della dichiarazione di apertura era che “la Russia si muove nella direzione sbagliata.” [42]
John Edward e Jack Kemp, noti per il loro impegno nel portare “l’attenzione internazionale” sui tentativi di Putin “d’intimidire o far cessare l’attività delle organizzazioni non governative straniere e russe.” Vale a dire, Putin ha cercato di resistere alle organizzazioni che promanano soprattutto dalla rete di Soros e dal National Endowment for Democracy, che creano organizzazioni rivoluzionarie e sovversive, finanziano e addestrano agitatori e furono  responsabili delle “rivoluzioni colorate” in tutto il blocco sovietico e in altri Paesi [43].
La relazione della task force si lamentava che la cooperazione fosse un’eccezione piuttosto che la regola. La Russia viene criticata per essere “sempre più autoritaria”, mentre la politica estera statunitense promuove la “democrazia” in tutto il mondo [44], vale a dire, sovverte gli Stati che non soccombono all’egemonia statunitense con l’uso di quelle ONG che Putin viene biasimato d’”intimidire”. La politica della Russia verso la sua “periferia” è  oggetto di preoccupazione [45], intendendo che la Russia non desidera avere Stati ostili ai suoi confini, come la Georgia, diretti da regimi che installati dalle nobili ONG della rete di Soros, ecc. Il CFR raccomanda quindi che si dover fare di più per accelerare “l’integrazione di questi Stati all’occidente.” [46] Il CFR si raccomandava che il Congresso degli Stati Uniti interferisse direttamente nel processo politico russo, finanziando i movimenti di opposizione in Russia, con il pretesto del rafforzamento della democrazia, aumentando i finanziamenti in sostegno del Freedom Act, in questo caso con particolare riferimento alle elezioni presidenziali del 2007-2008 [47]. Degno di nota è Mark F. Brzezinski, uno degli autori che sotto Clinton fu consigliere per gli affari russi ed eurasiatici del Consiglio di Sicurezza Nazionale, come suo padre Zbigniew lo fu sotto Carter. Antonia W. Bouis viene citata quale direttrice esecutiva della Fondazione Soros (1987-92), James A. Harmon, consulente speciale del gruppo Rothschild, e altri.
Che cosa ci si può aspettare da Obama nei confronti della Russia? Nonostante la retorica elettorale, Obama ha perseguito le stesse politiche delle amministrazioni precedenti. Mark Brzezinski fu consigliere per la politica estera di Obama durante la campagna presidenziale. [48] Di particolare rilevanza è che tra i sostenitori di Obama, il principale sia George Soros, e ciò rende improbabile un atteggiamento verso la Russia diverso da quello sovversivo e bellicoso [49].

Note
[1] KR Bolton, “Socialism, Revolution and Capitalist Dialectics”, Foreign Policy Journal, 5 maggio 2010.
[2] Jacob H Schiff, “Jacob H Schiff Rejoices, By Telegraph to the Editor of the New York Times”, New York Times, 18 marzo 1917. Può essere visto in The New York Times archivi online. Schiff, “Loans easier for Russia”, The New York Times, 20 marzo 1917. John B Young (National City Bank) “Is A People’s Revolution”, The New York Times, 16 marzo 1917. “Bankers here pleased with news of revolution”, ibid. “Stocks strong – Wall Street interpretation of Russian News”, ibid.
[3] “Bolsheviki Will Not Make Separate Peace: Only Those Who Made Up Privileged Classes Under Czar Would Do So, Says Col. WB Thompson, Just Back From Red Cross Mission”, The New York Times, 27 gennaio 1918.
[4] anche scritto da Grosse, indicativo di qualche piccola correzione dal CFR.
[5] Il nome originale del think tank fondato dal consigliere principale del presidente Wilson, Edward House, che è poi diventato il CFR attuale.
[6] Peter Grosse, Continuing The Inquiry: The Council on Foreign Relations from 1921 to 1996, Il libro è interamente dipsonibile online: Council on Foreign Relations.
[7] Armand Hammer della Occidental Petroleum fu uno dei primissimi concessionari del regime Sovietico, disse del suo incontro con Trotzkij che gli aveva chiesto se i capitalisti USA vedessero la Russia come “un desiderabile campo per gli investimenti?” essendo Trotzkij tornato dagli Urali, una regione che riteneva dalle grandi possibilità per il capitale statunitense. Armand Hammer, Hammer: Witness to History (London: Coronet Books, 1988), p. 160.
[8] Lenin disse ad Hammer: “La Nuova Politica Economica richiede un nuovo sviluppo delle nostre possibilità economiche. Speriamo di accelerare il processo con un sistema di concessioni industriali e commerciali agli stranieri. Darà grandi opportunità agli Stati Uniti.” Ibid., p. 143.
[9] Antony Sutton, National Suicide: Military Aid to the Soviet Union (New York: Arlington House, 1973).
[10] Per i commenti di Roosevelt sull’amicizia con Stalin vedasi CIA essay: Gary Kern, How “Uncle Joe” Bugged FDR, Central Intelligence Agency.
[11] Andrej Gromyko, rappresentante Sovietico all’ONU e alla commissione per l’Energia Atomica dell’ONU, futuro ministro degli esteri e presidente Sovietico, notava: “Washington tende a vedere gli imperi coloniali come degli anacronismi e non fa segreto che non verserebbe lacrime per il loro smantellamento… In ogni caso è tempo per i vecchi padroni di sloggiare…” Andrej Gromyko, Memorie (London: Hutchinson, 1989). Ciò che avrebbe riempito il vuoto lasciato dagli imperi europei fu il neo-colonialismo di URSS e USA, spesso confuso per attività “comunista sovietica”.
[12] Gromyko, ibid.
[13] G Edward Griffin, The Fearful Master: A Second Look at the United Nations (Boston: Western Islands, 1964).
[14] Caroll Quigley, Tragedy and Hope (Macmillan) p. 892.
[15] Ibid., p. 893.
[16] Ibid., p. 895.
[17] Ibid.
[18] Ibid.
[19] Bernard Baruch, The Baruch Plan, 1946.
[20] Gromyko, op.cit.
[21] Dulles sospettò che l’iniziativa di pace provenisse dallo stesso imperatore.
[22] “Ladies of the Press”, panel-interview programme, WOR-TV, New York, 19 gennaio 1963.
[23] Bob Fisk, “The Decision to Bomb Hiroshima and Nagasaki” II, 1983.
[24] Ibid.
[25] Bernard Baruch, NY Tribune, 17 aprile 1951
947. cited by Fisk, ibid.
[26] Frances Stonor Saunders, The Cultural Cold War: The CIA and the World of Arts and Letters (New York: the New Press, 2000), p. 91.
[27] Bertrand Russell, “The Atomic Bomb and the Prevention of War”, Bulletin of Atomic Scientists , 1 ottobre 1946, p. 5.
[28] Ibid., p. 2.
[29] Ibid., p. 3.
[30] Ibid., p. 3.
[31] Bertrand Russell, Has Man a Future? (Hammondsworth: Penguin Books, 1961), 25.
[32] Peter Grosse nella sua semi-ufficiale storia del CFR, chiama il Consiglio “The East Coast foreign policy establishment.” Grosse, op.cit., Chapter: “’X’ Leads the Way”.
[33] Peter Grosse, ibid., “The First Transformation”.
[34] Peter Grosse, ibid., “X Leads the Way”. “X” era Kennan, un anonimo policy-maker.
[35] Ibid.
[36] Ibid., “The First Transformation”.
[37] Ibid.
[38] The Gorbachev Foundation, “About Us, The Foundation Projects and Structural Subdivisions.”
[39] Ibid.
[40] George HW Bush, discorso davanti al Congresso USA, 6 marzo 1991.
[41] Per esempio, il concetto “Eurasiatico” il cui maggiore proponente è il Prof. Aleksandr Dugin, a capo del Center for Conservative Research, Moscow State University, che invoca un mondo “multi-polare” di blocchi di potenze, come “vettore” a una alternativa alla globalizzazione.
[42] Jack Kemp, et al, Russia’s Wrong Direction: What the United States Can and Should do, Independent Task Force Report no. 57 (New York: Council on Foreign Relations, 2006) xi.
[43] Richard N Haass, CFR President, ibid.
[44] Ibid., p. 4.
[45] Ibid., p. 5.
[46] Ibid., p. 6.
[47] Ibid., p. 7.
[48] Michael Hirsh, “The Talent Primary”, Newsweek, 17 settembre 2007.
[49] KR Bolton, Obama – Catspaw of International Finance, 28 agosto 2008.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Libia e il Sacro Triumvirato

William Blum The Anti-Empire Report 28 Marzo 2011

Le parole che trovano molto difficile da dire – “guerra civile“.
La Libia è impegnata in una guerra civile. Gli Stati Uniti, l’Unione Europea e la NATO – Il Sacro Triumvirato – stanno intervenendo, sanguinosamente, in una guerra civile. Per rovesciare Muammar Gheddafi. All’inizio il Sacro Triumvirato ha parlato solo di imporre una no-fly zone. Dopo aver ottenuto il sostegno dagli organismi internazionali su questo punto di comprensione, hanno subito cominciato a muovere guerra contro le forze militari libiche, e di chi era nelle vicinanze, su una base quotidiana. Nel mondo del commercio questo si chiama “specchietto per le allodole“.
Il crimine di Gheddafi? Non è mai stato abbastanza rispettoso del Sacro Triumvirato, che non riconosce alcun potere superiore, e che manovra le Nazioni Unite per i propri scopi, a seconda se sono la Cina o la Russia ad essere smidollate e ipocrite quanto Barack Obama. L’uomo che il Triumvirato permette di sostituire Gheddafi sarà più rispettoso.
Allora, chi sono i buoni? I ribelli libici, ci è stato detto. Quelli che vanno in giro uccidendo e violentando i neri africani col presupposto che sono tutti mercenari per Gheddafi. Uno o più delle vittime potrebbero effettivamente esser stati membri di un battaglione militare del governo libico, o possono non esserlo stati. Negli anni ’90, in nome dell’unità pan-africana, Gheddafi ha aperto le frontiere a decine di migliaia di africani sub-sahariani, per farli vivere e lavorare in Libia. Ciò, insieme alla sua precedente visione pan-araba, non ha ottenuto dei punti dal Sacro Triumvirato. I capi aziendali hanno lo stesso problema verso i loro dipendenti che formano dei sindacati. Oh, e mi sono ricordato che Gheddafi è fortemente anti-sionista?
Qualcuno sa che tipo di governo i ribelli vorranno creare? Il triumvirato non ha alcuna idea. In che misura il nuovo governo incarnerà l’influenza islamica, in contrasto con l’attuale governo secolare? Quali forze jihadiste potrebbero essere scatenate? (E queste forze effettivamente esistono nella parte orientale della Libia, dove si concentrano i ribelli.) Saranno in grado di eliminare gran parte del welfare state che Gheddafi ha realizzato con i soldi del petrolio? L’economia statale sarà privatizzata? Chi finirà col possedere il petrolio della Libia? Il nuovo regime continuerà a investire i proventi del petrolio libico neo progetti di sviluppo dell’Africa sub-sahariana? Permetteranno la presenza di una base militare degli Stati Uniti e le esercitazioni NATO? Riusciremo a capire, in breve tempo, che i “ribelli” sono stati istigati e armati dai servizi segreti del Sacro Triumvirato?
Negli anni ’90, Slobodan Milosevic im Jugoslavia era colpevole di “crimini” simili a quelli di Gheddafi. Il suo paese è stato comunemente indicato come “l’ultimo comunista d’Europa“. Il Santo triumvirato lo ha bombardato, l’arrestò e lo lasciò morire in carcere. Il governo libico, va rilevato, si riferisce a se stesso come Grande Jamahiriya libica popolare socialista araba. La politica estera statunitense  non è mai lontana dalla guerra fredda.
Dobbiamo guardare con attenzione alla no-fly zone istituita nell’Iraq dagli Stati Uniti e dal Regno Unito (sostenendo falsamente che erano autorizzati dalle Nazioni Unite) che iniziò nei primi anni ’90 e durata per oltre un decennio. Era in realtà una licenza per avviare bombardamenti molto frequenti e uccidere cittadini iracheni; ammorbidire il paese per l’invasione futura. La soldataglia d’invasione da no-fly zone, in Libia, sta uccidendo persone ogni giorno senza una fine in vista, ammorbidire il paese per il cambiamento di regime. Chi nell’universo può resistere al Sacro Triumvirato? In tutta la storia del mondo mai si sono visti un tale potere e un’arroganza del genere? E, a proposito, per la 10a volta, Gheddafi non ha effettuato il bombardamento del volo 103 della PanAm nel 1988. 1 Si prega di illuminare su ciò i vostri scrittori progressisti preferiti.

Barack “ucciderei per un premio per la pace” Obama
C’è qualcuno che sta tenendo il conto? Io sì. La Libia fa sei. Sei paesi che Barack H. Obama contro cui conduce una guerra, nei suoi 26 mesi in carica. (A chi contesta il fatto che far cadere bombe su una terra popolata è un atto di guerra, vorrei chiedere cosa ne pensano del bombardamento giapponese di Pearl Harbor.) Il primo presidente nero d’America invade ora l’Africa. C’è qualcuno a sinistra che pensa ancora che Barack Obama sia una sorta di miglioramento rispetto a George W. Bush? Probabilmente due tipi la pensano ancora così. 1) Coloro ai quali il colore è una questione molto seria, 2) coloro che sono molto impressionati dalla capacità di mettere insieme frasi grammaticamente corrette.
Non si può certo fare molto altro con l’intelletto o intelligenza. Obama ha detto molte cose che, se pronunciate da Bush, avrebbero suscitato roteamenti di occhi, risatine e sbeffeggianti articoli sui giornali e nelle trasmissioni dei media mainstream. Come quella che il presidente ha ripetuto in varie occasioni, quando viene spinto ad indagare Bush e Cheney per crimini di guerra, sulla falsariga del “Io preferisco guardare avanti piuttosto che indietro.” Pensate a un convenuto dinanzi a un giudice che chiede di essere dichiarato innocente per tale motivo. Rende semplicemente le leggi, le forze dell’ordine, la criminalità e la giustizia dei fatti irrilevanti. C’è anche la scusa data da Obama di non perseguire coloro che sono impegnati nella tortura: perché hanno eseguito gli ordini. Questo uomo “istruito” non ha mai sentito parlare del processo di Norimberga, dove questa difesa è stata sommariamente respinta? Sempre, si è assunto.
A soli 18 giorni prima della fuoriuscita di petrolio del Golfo, Obama ha dichiarato: “Si scopre, tra l’altro, che le piattaforme petrolifere di oggi, generalmente, non causano perdite, perché sono tecnologicamente molto avanzate.” (Washington Post, 27 maggio 2010) Pensate se George W. avesse detto ciò, e alla reazione successiva.
Tutte le forze che stiamo vedendo all’opera in Egitto, sono forze che naturalmente devono essere allineate con noi, dovrebbero essere allineate con Israele“, ha detto Obama ai primi di marzo. 2 Immaginate se Bush avesse lasciato intendere – che i manifestanti arabi in Egitto contrari a un uomo che riceve miliardi di dollari in aiuti statunitensi, tra cui i mezzi per reprimere e torturare, dovrebbero “naturalmente” essere allineati con gli Stati Uniti e – Dio ci aiuti – Israele.
Una settimana dopo, il 10 marzo, il portavoce del Dipartimento di Stato, PJ Crowley, ha detto in un forum a Cambridge, Mass., che l’incarcerazione dell’eroe di Wikileaks, Bradley Manning, da parte del Dipartimento della Difesa, in un carcere della Marina, è stato “ridicolo, controproducente e stupido.” Il giorno dopo al nostro presidente “intelligente” è stato chiesto di commentare Crowley.  Ha risposto la Grande Speranza Nera: “Ho effettivamente chiesto al Pentagono se le procedure che sono state prese per la sua detenzione sono appropriate e se incontrano i nostri standard di base, e mi hanno assicurato che lo sono“.
Giusto, George. Bush avrebbe dovuto chiedere a Donald Rumsfeld se qualcuno, in custodia dagli Stati Uniti, in giro nel mondo, sia stato torturato. Avrebbe potuto allora tenere una conferenza stampa, come ha fatto Obama, per annunciare la felice notizia – “No! Nessuna tortura dall’America” Ci sarebbe ancora ridacchiarci sopra. Obama ha chiuso la sua osservazione con: “Non posso entrare nei dettagli di alcune delle loro preoccupazioni, ma alcune di queste hanno a che fare con con la sicurezza del soldato Ben Manning.” 3 Ah sì, certo, Manning è stato torturato per il suo bene. Per favore qualcuno mi ricordi – Se i ‘Georgieboy’ si sono mai abbassati ad utilizzare delle assurdità particolari per giustificare l’inferno dei prigionieri di Guantanamo? Barack Obama non è infastidito dall’insulto ai diritti umani di Bradley Manning, la quotidiana erosione della stabilità mentale di questo giovane coraggioso? La risposta alla domanda è No. Il presidente non è disturbato da queste cose. Come faccio a saperlo? Perché Barack Obama non è disturbato da nulla fino a quando egli può esultare nell’essere il presidente degli Stati Uniti, mangiare il suo hamburger e giocare a pallacanestro. Ripeto ancora una volta ciò che ho scritto nel maggio 2009:
Il problema, ho sempre più paura, è che l’uomo in realtà non crede fortemente in qualcosa, di certo non nei campi controversi. Ha imparato molto tempo fa, come prendere posizioni che gli evitino le controversie, come esprimere opinioni senza prendere chiaramente le parti, come parlare eloquentemente senza in realtà dire nulla, come lasciare le teste suoi ascoltatori pieni di luoghi comuni, piattezze e slogan. And it worked. E ha funzionato. Oh, come ha funzionato! Cosa potrebbe accadere ora, dopo aver raggiunto la presidenza degli Stati Uniti, per indurlo a cambiare il suo stile?
Ricordate che nel suo libro, “The Audacity of Hope“, Obama ha scritto: “Opero come uno schermo bianco su cui le persone dalle tendenze politiche molto diverse, proiettano le proprie visioni“. Obama è un prodotto del marketing. Egli è il primo esempio di prodotto “Come lo vedi in TV“. Lo scrittore Sam Smith ha recentemente scritto che Obama è il presidente democratica più conservatore che abbiamo mai avuto. “In precedenza, non ci sarebbe stato che un nome per lui: repubblicano.” Infatti, se John McCain avesse vinto le elezioni del 2008, e poi fatto tutto ciò che Obama ha fatto esattamente nello stesso modo, i liberali sarebbero infuriati per tali terribili politiche. Credo che Barack Obama sia una delle cose peggiori che siano mai accadute alla sinistra americana. I milioni di giovani che giubilanti lo sostenevano nel 2008, e i numerosi sostenitori più anziani, avranno bisogno di un lungo periodo di recuperom prima di essere pronti ad offrire ancora una volta il loro idealismo e la loro passione sull’altare dell’attivismo politico.
Se non vi piace come le cose si sono svelate, la prossima volta scoprite esattamente che cosa il vostro candidato intende quando parla di “cambiamento”.

Caro Signore, per favore ci salvi dal Sacro Impero Repubblicano
Glenn Beck, Sarah Palin, Mike Huckabee, John Boehner, e molti altri repubblicani, hanno spesso difficoltà nel parlare di questioni nazionali o estere, senza introdurre la religione nel quadretto. Lo Speaker della Camera dei Rappresentanti John Boehner, per esempio, in un recente intervento al convegno nazionale delle emittenti religiose, ha dichiarato che il debito nazionale americano è un “azzardo morale“. Il Washington Post (5 marzo 2011) ha riferito che “Boehner ha chiarito che questa crisi fiscale ha bisogno di mettere le persone in ginocchio“.
Il deputato repubblicano del Texas Joe Barton ha giustificato la sua opposizione al controllo dell’effetto serra perché “non si può regolare Dio“. Il senatore dell’Arizona Jon Kyl ha accusato il leader democratico del Senato Harry Reid, di “mancanza di rispetto delle due più sacre festività dei cristiani” per aver pensato di tenere una sessione del Congresso durante il periodo natalizio. Il deputato repubblicano dell’Iowa, Steve King, ha comparato i Democratici a Ponzio Pilato, il funzionario romano che aveva condannato Gesù alla crocifissione. 4E il senatore della Carolina del Sud Jim DeMint, ha recentemente dichiarato che “il governo più grande diventa, più piccola è la manifestazione di Dio. … L’America funziona, la libertà opera, quando le persone hanno questo giroscopio interno che viene dalla fede in Dio e nella bibbia. Una volta che la respingono, non hanno più la capacità di vivere come persone libere, senza i controlli esterni di un governo autoritario. Come ho detto spesso e ci credo – il governo diventa più grande, più piccola è la presenza di Dio ottiene, se le persone diventano più dipendenti dal governo, sono meno dipendenti da Dio“. 5
Così, nel vano tentativo di illuminare i simili di questi stimati membri repubblicani del Congresso, mi sento in dovere di precisare quanto segue:
Il 4 novembre 1796, un “trattato di pace e di amicizia tra gli Stati Uniti d’America e il Bey e soggetti di Tripoli, della Barberia” fu concluso a Tripoli [Libia]. L’articolo 11 del Trattato inizia: “Mentre il governo degli Stati Uniti d’America non è in alcun senso fondato sulla religione cristiana…” Viene inoltre rilevato: l’articolo VI, Sezione II, della Costituzione degli Stati Uniti: “La presente Costituzione e le leggi degli Stati Uniti che verranno fatte in base alla stessa, e tutti i trattati stipulati o che saranno stipulati, sotto l’autorità degli Stati Uniti, sarà la legge suprema del Paese, ed i giudici di Ogni Stato devono essere in tal modo vincolati, e nulla nella Costituzione o nelle leggi di qualsiasi Stato deve  esservi contrario.”
Il credo dei fondatori dell’America non era né il cristianesimo né la laicità, ma la libertà religiosa.
Dopo gli attacchi terroristici del 9-11, un leader taliban aveva dichiarato che “Dio è dalla nostra parte, e se la gente nel mondo  cerca di appiccare il fuoco in Afghanistan, Dio ci protegga e ci aiuti.” 6
Con o senza religione, le persone buone fanno cose buone e le persone cattive fanno cose cattive. Ma quando le persone buone fanno cose cattive, c’entra la religione.” – Steven Weinberg, vincitore del premio Nobel per la fisica

I Cattivi
Ho scritto più volte sui NUDi d’America – Nemici Ufficialmente Designati: Mahmoud Ahmadinejad, Hugo Chávez, Fidel Castro, Daniel Ortega, Hasan Nasrallah, Muammar Gheddafi, e altri. Una volta che il governo degli Stati Uniti d’America, rende chiaro che un leader cittadino straniero non è uno dei buoni, che non crede che l’America sia il dono di Dio all’umanità, e che lui non è disposto a permettere al suo paese di diventare uno stato cliente obbediente, i media mainstream degli USA invariabilmente l’aggrediscono e iniziano a denigrare tale persona in ogni occasione. (Se qualche lettore conosce delle eccezioni a questa regola, sarei interessato a sentirli.)
Juan Forero è stato a lungo corrispondente latino-americano del Washington Post.  Anche per la National Public Radio. Ero solito inviare lettere al Post sottolineando come Forero distorcesse i fatti ogni volta che  scriveva di Hugo Chávez, errori di omissione aggravati con errori di commissione. Nessuno rispondeva, così ho cominciato a inviare le mie missive direttamente a Forero.  Una volta ha effettivamente risposto dicendo che lui (o quasi) era d’accordo con me sul punto che avevo sollevato, e lasciava intendere che avrebbe cercato di evitare errori simili in futuro. In realtà ho notato qualche miglioramento dopo, per un breve periodo, poi è tornato al solito. Durante i disordini attuali in Libia, ha scritto: “Chavez ha detto che ‘era una grande bugia’ che le forze di Gheddafi avevano attaccato i civili.” 7
Bene, quanto stupido sia Hugo Chávez, potrebbe pensare il mondo? Tutti abbiamo visto e letto degli attacchi di Gheddafi contro i civili. Ma si scopre che se si trova l’originale in spagnole si ottiene un più pieno e diverso quadro. Secondo l’United Press International (UPI)in lingua spagnola, Chávez ha detto che i combattimenti in Libia sono una guerra civile e coloro che sono stati attaccati non sono quindi semplicemente dei manifestanti o civili, erano l’altra parte della guerra civile, cioè, dei combattenti. 8

Al Jazeera in America
Le rivolte in Nord Africa e del Medio Oriente hanno dato un grande impulso al Jazeera, il network televisivo con sede a Doha, in Qatar. Fino a poco tempo fa, gli americani evitavano la rete, era semplicemente troppo facilmente associabile con il Medio Oriente e i musulmani, che ovviamente portano facilmente a pensare a terroristi e “terroristi“, e certamente ogni ben educato americano sapeva  che la stazione potesse non essere così imparziale come CBS, CNN, NPR o Fox News.  La stazione aveva motivo di essere paranoica circa la sua sede negli Stati Uniti, terra di dieci milioni di pazzi (con alcuni di costoro assisi in pubblici uffici). Occupa sei piani in edificio direzionale, al centro di Washington DC, ma il suo nome non compare nella directory dell’edificio. Ma i media mainstream USA hanno ora inserito al Jazeera in inglese, e mostrano i suoi notiziari. Molti progressisti, me compreso, hanno preso a guardare la stazione in preferenza ai media mainstream statunitensi. In generale, la notizia è più sostanziosa, gli ospiti sono più o meno progressisti, e non ci sono annunci pubblicitari. Tuttavia, più lo guardo e più mi rendo conto che i presentatori e corrispondenti non sono necessariamente così intrisi dala prospettiva progressista, come dovrebbero essere.
Un esempio calzante, tra molti, l’ha potuto dare: Il 12 marzo il corrispondente di al Jazeera, Roger Wilkinson, segnalava il processo a Cuba di Alan Gross, l’americano arrestato dopo aver dispensato apparecchiature elettroniche a dei cittadini cubani. Gross è entrato a Cuba come turista, ma era effettivamente lì in nome della Development Alternatives Inc. (DAI), un impresa privata che lavora per l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (AID), una divisione del Dipartimento di Stato. Gross è quindi un agente segreto non registrato di un governo straniero. Wilkinson riferiva questo racconto molto controverso, con tutta l’innocenza e la distorsione dei media mainstream negli Stati Uniti. Aveva menzionato di sfuggita, che il governo cubano cerca di controllare Internet. Cosa si può concludere, oltre che i funzionari cubani vogliono nascondere alcune informazioni ai suoi cittadini? Proprio come i media mainstream negli Stati Uniti, Wilkinson non ha dato alcun esempio di siti Internet bloccati dal governo cubano, per il semplice motivo, forse, che non ci sono. Qual è la terribile verità che i cubani possono apprendere se avessero pieno accesso a Internet?  Ironicamente, è il governo degli Stati Uniti e le multinazionali USA che impediscono questo accesso, per motivi politici e per i costi dei loro servizi, che sono al di là dei mezzi di Cuba. E questo perché Cuba e Venezuela stanno costruendo il proprio cavo di connessione sottomarino.
Wilkinson ha parlato del programma dell’AID “democracy promotion“, ma non ha fatto accenno al fatto che, nel mondo di AID e delle organizzazioni private che hanno contratti con essa – tra cui il datore di lavoro di Gross – questo termine è il nome in codice di “cambio di regime“. AID has long played a subversive role in world affairs. AID ha da tempo un ruolo sovversivo negli affari mondiali. Ecco John Gilligan, direttore della AID durante l’amministrazione Carter:
Una volta, molti uffici dell’AID erano infiltrati da cima a fondo dal personale della CIA. L’idea era quella d’inserire degli operatori in ogni tipo di attività che abbiamo avuto all’estero, governativo, volontario, religioso, di ogni genere.” 9
AID è stata una delle molte istituzioni impiegate dagli Stati Uniti, per più di 50 anni, per sovvertire la rivoluzione cubana. E’ perciò che possiamo formulare la seguente equazione: Gli Stati Uniti sono al governo cubano come al Qaida è al governo americano. Le leggi di Cuba che si occupano delle attività tipicamente svolte da AID e dal DAI, riflettono questa storia. Non è paranoia. Si tratta di auto-protezione. Discutere di un caso come quello di Alan Gross, senza considerare questa equazione, è un grave difetto nel giornalismo e di analisi politica. Speriamo che il caso Gross serva a temprare la natura degli sforzi della “promozione della democrazia” degli degli Stati Uniti a Cuba.
La politica di Washington – e quindi la politica della Gran Bretagna – nei confronti di Cuba da sempre deriva principalmente dal desiderio d’impedire all’isola di diventare un buon esempio di alternativa al capitalismo per il Terzo Mondo. Ma i leader occidentali, in realtà, non, o non osano, capire che cosa può motivare gente come i dirigenti cubani e i loro seguaci. Ecco uno dei cabli dell’Ambasciata USA da Wikileaks, 25 marzo 2009 – William Hague, l’allora deputato conservatore britannico e ministro ombra degli Esteri, che aveva inviato all’ambasciata americana a Londra un rapporto sulla sua recente visita a Cuba: Hague “ha detto che era un po’ sorpreso del fatto che la leadership cubana non sembra essere in movimento verso un modello cinese di maggiore apertura economica, ma era ancora piuttosto ‘romantica rivoluzionaria’“. Nella sua conversazione con il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez “la discussione passò all’ideologia politica, durante il quale Hague ha commentato che le persone in Gran Bretagna, erano più interessate allo shopping che all’ideologia“. [Oh caro, che allegra buona difesa del modo di vita occidentale. Rule Britannia! Rule Britannia! God Bless America!] Hague poi riferito che “Rodriguez apparso sprezzante del concetto e ha detto che lo shopping è necessario solo per comprare cibo e qualche buon libro“.

Il Giappone devastato da un terremoto e dallo tsunami. L’America devastata dal movente del profitto
Christine Todd Whitman, la prima amministratrice dell’Environmental Protection Agency (EPA) di George W. Bush, parlando di come l’industria nucleare ha imparato da ogni precedente incidente o disastro nucleare: “E’ più sicuro che lavorare in un negozio di alimentari”, ha detto.
Whitman è ora co-presidente della coalizione per le energie pulita e sicura dell’industria nucleare. 10

Note
1. killinghope.org/bblum6/panam.htm
2. 4 Marzo 2011, Democratic Party function, Miami, FL, CQ Transcriptions
3. Los Angeles Times, 11 Marzo, 2011
4. Per questo e per i due esempi precedenti, vedi Jim DeMint ‘The Bigger Government Gets, The Smaller God Gets’, Think Progress, 15 Marzo 2011
5. Fox News Sunday, 19 dicembre 2010
6. Washington Post, 19 settembre 2001
7. Washington Post, 7 Marzo 2011
8. UPI Reporte LatAm, 4 marzo 2011 (inviatemi una e-mail per il testo)
9. George Cotter, “Spies, strings and missionaries“, The Christian Century (Chicago), 25 marzo 1981, p.321 ?
10. “Former EPA chief: Nuke crisis ‘a very good lesson’“, Politico, 14 Marzo 2011

William Blum è autore di:
Il libro nero degli Stati Uniti
Con la scusa della libertà
Rapporti dall’Impero
Alcune parti del libro possono essere lette, e copie firmate acquistate, su Killinghope.org
Precedenti Anti-Empire Report possono essere letti su questo sito.
Per aderire a questa mailing list è sufficiente inviare una mail a bblum6[at]aol.com con “add” nella riga dell’oggetto. Vorrei il vostro nome e città nel messaggio, ma questo è facoltativo. Chiedo della vostra città solo nel caso in cui dovessi parlare nella vostra zona. (O mettere “rimuovi” nell’oggetto per fare il contrario.)
Qualsiasi parte di questo rapporto può essere diffuse senza autorizzazione. Sarei grato se il sito web venga citato.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

Attacco alla Libia: Perché Odyssey’s Dawn è condannata

Yoichi Shimatsu Global Research, 27 marzo 2011 – Newamericamedia.org

Se c’è mai stato un nome fatidico di un’operazione militare, questa è Alba dell’Odissea, il nome in codice per l’attacco in corso sulla Libia.
Il nome deriva dal poema epico di Omero, l’Odissea. In esso, una banda di guerrieri greci guidati da Odisseo, eroe di guerra, meglio conosciuto come Ulisse, è sulla via di casa dopo la vana vittoria in un assedio di 10 anni a Troia. Gli uomini esausti cercano un porto su una penisola della costa nordafricana. Bisognosi di cibo e acqua, mandano degli esploratori che non ritornano. Questa è la terra dei Lotofagi, dove tutti coloro che entrano diventano immemori delle loro responsabilità per la famiglia e patria. Ora, un pugno di alleati occidentali – Stati Uniti, alcuni paesi europei, Emirati Arabi Uniti e Qatar – si sono persi in un simile sogno da loto. Questi pochi coraggiosi sono determinati a combattere per la pace, l’armonia e la beatitudine in un deserto ostile in cui tali ideali non sono mai esistiti. Nel frattempo, stanno dimenticando i propri guai interni sempre più profondi.
Ogni guerra che inizia come una commedia, sicuramente finisce tragicamente. Il primo impegno in una “limitata azione“, come descritto dal presidente Barack Obama, non è stato pienamente rivelato nei suoi dettagli imbarazzanti – l’aviogetto ribelle che è stato abbattuto in fiamme, è stata una vittima del fuoco amico degli intercettori dell’aviazione francese. Questo ‘proiettile nel piede’ è stato poi seguito dal lancio di 112 missili da crociera Tomahawk dalle navi USS Stout e Barry, nonché dai sottomarini Florida e Providence. I politici a favore della guerra giustificano l’intervento straniero come uno sforzo per salvare vite umane, anche se è ovvio che l’azione di apertura con un tiro di sbarramento di cento missili presagire che molte più persone, tra i civili, moriranno, più dei combattenti locali abbandonati a se stessi.

Scopo recondito 
Nel racconto di Omero, gli ordini del lucido eroe greco ai suoi compagni deliranti sono contro i loro desideri di ritornare sulla loro nave per il viaggio di ritorno. Mostrando un atteggiamento severo simile a un Ulisse sobrio, molti leader nazionali non vogliono avere nulla a che fare con l’attuale scappatella del Nord Africa, tra cui la tedesco Angela Merkel, Manmohan Singh dell’India, e anche l’ex leader brasiliano Lula da Silva.
Tentato da qualche altro scopo – forse il desiderio di impadronirsi del petrolio della Libia parla da se – statunitensi, britannici e francesi si ritrovano come compagni d’armi con il Gruppo combattente islamico ribelle, l’elemento più radicale della rete di al-Qaida. La Segretaria di Stato Hillary Clinton ha ammesso i rischi della diabolica alleanza in una audizione al Congresso, dicendo che l’opposizione libica è probabilmente più anti-americana di Muammar Gaddhafi. Un decennio fa, questa stessa illusione di una partnership occidentale-islamista in Kosovo, Bosnia e Cecenia, terminò bruscamente negli attentati dell’11/9.

Confondere il nemico con l’alleato
La protezione ai malcontenti, tra cui i militanti di al-Qaida, rintanati a Bengasi, è la peggiore idea di tutti gli interventi di tutta la storia statunitense. Se questa logica contorta dovesse essere trasferita in Afghanistan e Iraq, i marines dovrebbero risparmiare gli avamposti talebani dall’esercito afghano o fornire sicurezza ai conducenti delle auto-bomba contro la polizia irachena.
Dall’inizio della guerra in Afghanistan, Usama bin Ladin ha spostato la sua strategia dall’Asia meridionale verso la costruzione di un nuovo emirato in tutto il Nord Africa. Il trio di dirigenti regionali che ha rifiutato di pagare “il pizzo” ai rinascenti estremisti – mentre altri l’hanno fatto in tutta la regione – e combattuto vigorosamente l’accrescersi dei terroristi sono stati Muammar Gaddhafi, Hosni Mubarak in Egitto e Ben Ali in Tunisia.
La brutalità e le violazioni dei diritti umani delle loro forze di sicurezza non erano peggio di quello che i militari e agenti dei servizi segreti statunitensi hanno e continuano a fare nei raid notturni e negli interrogatori. Eppure, dall’inizio di quest’anno, con la “politica islamica” di Obama nel corteggiare gli aspiranti terroristi, Washington ha complottato con simpatizzanti e sostenitori della militanza islamista, per rovesciare queste tre custodi dell’occidente.
Fare concessioni sui diritti civili con coloro che sono ingiustamente accusati è ragionevole e giusto, ma sollecitare e armare i fanatici per attaccare i loro governi, va ben al di là della compromissione dei propri valori. Sì, Gaddhafi è colpevole di aver ucciso i suoi cittadini, ma era la stessa legge che vigeva nell’Impero Britannico, così come con George Washington e Abraham Lincoln. Le guerre civili, a volte, sono necessarie, e le potenze straniere non hanno assolutamente alcuna ragione morale per prendere posizione.
Alcune cose sono difficili da dire, ma devono essere dette. La partecipazione degli Stati Uniti nel sostegno ai ribelli libici è un grottesco affronto alla memoria degli statunitensi e degli altri assassinati negli attacchi terroristici al World Trade Center e al Pentagono, nel 2001. Washington ha voltato
le spalle alla giustizia per le vittime, oramai, sostenendo dei fanatici che hanno causato l’insensata guerra, distruzione e paura degli ultimi dieci anni. I terroristi, per demenziali e fuorviati che siano, non hanno tutte le colpe, in quanto è la politica estera belligerante e la passata doppiezza degli Stati Uniti che ha alimentato la rabbia, l’odio e le vendette senza fine.

Navigare nelle Coste Barbaresche
Per gli statunitensi, la Libia è una trappola, un porto sicuro pieno di mine, la buca che si spalanca in una duna di sabbia. Petrolio e terminali sono l’esca. Questo non è il primo passo falso libico dei militari USA. La Marina degli Stati Uniti s’impegnò a Tripoli nel 1801, iniziando una disavventura di quattro anni chiamata Prima Guerra di Barberia o Guerra tripolitana. Una delle azioni precedenti, lungo la costa dei pirati, è stata la cattura della USS Philadelphia da parte del pascià di Tripoli, che ha poi chiese il riscatto per la liberazione dell’equipaggio statunitense. In un espediente per riprendersi la fregata, il tenente Stephan Decatur, assunse le sembianze di un pirata, scivolando nel porto con un ketch catturato. La sua infiltrazione fu scoperta e la missione si è concluso con Decatur che appiccava il fuoco alla Philadelphia,  per impedirne il suo utilizzo da parte del nemico.
Dopo la battuta d’arresto iniziale, la forza di spedizione statunitense si trovò in una situazione precaria, ad alto rischio di cattura o morte, lontano da casa. Le loro incursioni mordi e fuggi non portavano da nessuna parte. Il soccorso, infine, venne da un gruppo di mercenari stranieri – greci, ladri arabi e berberi pagati in oro – che s’infiltrarono da Alessandria d’Egitto, per catturare la roccaforte dei pirati di Derna. In tempi recenti, la città orientale libica è stato un primario centro di reclutamento di attentatori suicidi al-Qaida contro le truppe statunitensi inviate in Iraq e in Afghanistan. Derna è ora sotto la protezione della no-fly zone occidentale. La guerra di Tripoli non finì gloriosamente, come l’inno dei Marine suggerisce, ma in una tregua oscura e umiliante. Come primo passo verso la potenza mondiale, la guerra Barbaresca espose la follia e l’auto-inganno del sogno imperiale.
I marinai della giovane repubblica americana non sono stati gli ultimi o i primi a sperimentare gli inganni e le insidie della costa libica. Migliaia di anni prima, degli eroi greci di ritorno dalla devastata Troia, furono messi in guardia dall’avventurarsi nella Terra dei Lotofagi, perché  coloro che l’hanno fatto, non ritornarono a casa. Echi di avvertimento che attraversano i secoli fino ad oggi.

Yoichi Shimatsu, ex editore associato della Pacific News Service e direttore del Japan Times Weeky, ha riferito dell’aumento della militanza islamica in Nord Africa fin dai primi anni ’90.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

I padri del “nazional-comunismo” tedesco: Heinrich Laufenberg e Fritz Wolffheim

Rébellion n°3 – Novembre/Dicembre 2003

Il termine “Nazional-Bolscevico” porta molte ambiguità, derivanti dall’affiancamento di due nozioni completamente opposte, in apparenza, che servono a definire esperienze politiche spesso molto diverse. Le diverse interpretazioni del fenomeno, lungi dal portare a una chiara definizione ha portato, al contrario, a molte confusioni.
Nel caso di Heinrich Laufenberg e Fritz Wolffheim, il nome di “Nazional-Bolscevismo“, li mette in contiguità con i loro avversari, per screditarli. I due interessati,  da parte loro, non l’accettarono mai, perché non riflette il vero significato del loro approccio, che è molto più simile al comunismo nazionale e vedremo che la differenza è importante.

La nascita del nazional-comunismo
I due compagni si incontrano nel 1912, ciascuno di loro aveva un lungo percorso di attivista nelle lotte del movimento socialista dell’anteguerra.
Laufenberg era considerato uno dei maggiori conoscitori del movimento operaio tedesco. Impegnato tra le fila socialiste rivoluzionarie, rifiutò la linea riformista e parlamentare delle organizzazioni di sinistra del tempo. Svolse un ruolo attivo nella formazione dei gruppi rivoluzionari radicali nel nord della Germania, soprattutto Amburgo, dove aveva molti sostenitori. La crescente minaccia di una guerra europea, lo portò a collaborare con un giornalista recentemente tornato dagli Stati Uniti, Fritz Wolffheim. Questi seguì per diversi anni l’evoluzione del sindacalismo americano. Tornò profondamente colpito dal suo metodo di operare e si convinse dell’obsolescenza delle vecchie forme delle organizzazioni dei lavoratori (in particolare della ripartizione dei compiti, puramente arbitrario, tra sindacato e partito d’avanguardia).
I due uomini s’impegnarono decisamente contro la guerra, rifiutando di aderire alla “Union Sacrée” che portò, in Germania come in Francia, la sinistra ad aderire alla grande follia della prima guerra civile europea. Se il loro attivismo contro la guerra li spinse a chiedere l’immediata cessazione delle ostilità e una giusta pace tra i belligeranti, furono ostili a qualsiasi forma di appello al sabotaggio della difesa nazionale, che per loro avrebbe fato solo il gioco del proprio imperialismo contro l’imperialismo avversario “nazionale“. Si noti che nessuno dei due compagni rifiutò di essere mobilitato e di andare a combattere sul fronte. Il periodo della guerra vedrà maturare in loro l’idea che la nazione è un “tutto“, vale a dire, una comunità legata da cultura, lingua, ma anche dall’economia.
Heinrich Laufenberg e Fritz Wolffheim distinsero due funzioni dell’economia: la prima è la funzione di sfruttamento da parte di una minoranza della maggioranza, e la seconda è la funzione vitale per l’esistenza della totalità, vale a dire la nazione. Il ruolo dei socialisti rivoluzionari è quello di superare lo sfruttamento capitalistico, per far si che la comunità nazionale possa prosperare. Nel caso della Germania, ritennero che l’unità nazionale, guidata con la forza dalla borghesia, fu un fallimento, per aver omesso di sollevare un condiviso senso della comunità. E’ quindi compito della classe operaia realizzare l’unità tedesca attorno al principio del socialismo.
Nel contesto della guerra, il proletariato, che ha un mandato nazionale, potrebbe essere costretto ad accettare d’essere arruolato in un esercito “nazionale“, nonostante il carattere borghese dello Stato. Il proletariato, essendo la nazione, deve difendere i suoi interessi. Ma la subordinazione militare non è una subordinazione politica, perché gli obiettivi del proletariato sono totalmente diversi da quelli del Capitale. Il popolo è il nemico delle guerre imperialiste: “quando il proprio ambito economico è protetto dalla difesa dei suoi confini, il proletariato deve prendere posizione senza riserve a favore della pace“.
E’ in opposizione alla guerra che si forgia il nuovo approccio al socialismo di Wolffheim e Laufenberg. Troverà il suo campo di applicazione proprio negli sconvolgimenti che colpirono la Germania dopo l’armistizio del 1918. Questa nuova idea, quella dei consigli operai, a cui si avvicinarono nel 1917.
Sarà al centro della loro politica. I Consigli permettendo la partecipazione diretta dei cittadini nelle decisioni che li riguardano, possono superare il gioco parlamentare e respingere le organizzazioni burocratiche del tipo dei partiti e dei sindacati classici. Per gli “amburghesi“, il centro della rivoluzione è nella fabbrica. La forma burocratica del partito deve essere superata, e diventa una semplice struttura di propaganda per l’idea consiglista.
Quest’approccio era in totale opposizione al modello bolscevico. Proponeva un decentramento verso la base e la democrazia diretta, sia nella lotta che nella società socialista del futuro. “Se, nell’età dell’imperialismo, le masse sono oggetto del potere esecutivo, ha scritto Wolffheim, nel mondo socialista, esse saranno il potere esecutivo stesso”.
Parteciparono alla fondazione della sinistra radicale, una tendenza che riuniva i gruppi rivoluzionari della Germania del Nord. Wolffheim, in qualità di rappresentante del gruppo, incontrò gli spartakisti di Berlino, per preparare l’insurrezione del 1918. Intervenne affinché essa non finisse in una catastrofe generale, provocando il caos in Germania, e sottolineò la necessità che il fronte non crollasse. Si oppose nettamente alla parola d’ordine della diserzione in massa, lanciata da alcuni leader spartakisti.

La rivoluzione ad Amburgo
Il 6 novembre 1918 scoppiò la rivoluzione ad Amburgo e Wolffheim, allora mobilitatosi sul posto, giocò un ruolo di primo piano. I soldati ammutinati, incoraggiati dalla sinistra radicale, proclamarono per la prima volta, in Germania, la Repubblica socialista. Wolffheim partecipò alla formazione del “Consiglio degli operai e dei soldati”, che garantirono il controllo della città. Di ritorno dal fronte, Laufenberg venne proclamato presidente del consiglio, avendo così coscienza che il “destino intero della rivoluzione europea è nelle mani della classe operaia tedesca.
Per lui, il compito immediato dei rivoluzionari era quello di consolidare le conquiste fatte, di renderle irreversibili e di evitare la guerra civile. Predicò la riconciliazione delle classi sotto gli auspici della rivoluzione socialista trionfante e sollecitò il rapido ritorno della pace. La socializzazione delle società passa, secondo Wolffheim e Laufenberg, per l’azione progressiva  della maturazione della coscienza di classe. Come scriveva Louis Dupeux, “rifiuta l’idea che la dittatura del proletariato sia installata in un solo paese, né soprattutto solo una volta”, da cui la futura rottura con il modello sovietico. Passo dopo passo, il socialismo reale viene costruito con misure concrete. I Consigli amburghesi moltiplicano le misure sociali (riduzione dell’orario di lavoro, salari più alti, migliori condizioni di vita …) che essi impongono con la forza ai padroni. Non hanno mai esitato a collettivizzare le fabbriche dei padroni recalcitranti. La sinistra radicale invase anche le sedi dei sindacati e distribuì i fondi di tali organizzazioni riformiste ai disoccupati. Ma l’approccio di Amburgo fu anche pragmatico. Tentarono di inquadrare le altre classi sociali, come le classi medie, che le conseguenze della guerra spingevano oggettivamente verso la classe operaia. Fu quindi possibile superare le antiche divisioni, per realizzare l’unione delle classi oppresse, e quindi la nazione, attorno alla rivoluzione. Il concetto di nazione proletaria in lotta contro l’imperialismo, fu poi sviluppato dai due di Amburgo. Inglobava tutta la classe operaia, escludendo l’alta borghesia, nell’unità nazionale. “I Consigli di fabbrica stanno diventando, scriveva Wolffheim, elemento del congresso nazionale, dell’organizzazione nazionale, della fusione nazionale, perché sono l’elemento base, la cellula originaria del socialismo“.
Allo stesso modo, i contatti che Laufenberg e Wolffheim presero con i circoli di ufficiali, non furono un tradimento delle proprie convinzioni socialiste. Cercarono di mettere gli ufficiali al servizio della rivoluzione. Specialmente quando il diktat di Versailles contestò l’integrità della nazione stessa. La classe operaia tedesca si trovava sotto la minaccia dell’annientamento totale da parte del capitalismo anglo-sassone. Così, naturalmente, respinsero il trattato e richiesero l’istituzione di una “wermarcht del popolo“, che riprendesse la lotta contro l’imperialismo, a fianco dell’Armata Rossa sovietica. E’ in questo contesto, che furono effettuati i contatti con i nazionalisti. Suscitarono un certo interesse tra i giovani ufficiali, che dovettero affrontare l’incomprensione della casta dei vertici militari, lasciarono passare una possibilità per la Germania, a causa della loro vecchia natura reazionaria e anticomunista. Un capo völkish particolarmente stupido non ricevette nemmeno Wolffheim, perché aveva origini ebraiche…
La nazione borghese sta morendo e la nazione cresce – scriveva Laufenberg – L’idea nazionale ha cessato di essere uno strumento di potere nelle mani della borghesia contro il proletariato e si è rivolta contro di essa. La grande dialettica della storia fa dell’idea nazionale un mezzo del potere del proletariato contro la borghesia“. La loro posizione apertamente patriottica dovette procurargli l’odio degli spartakisti e degli agenti del Comintern, così come le accuse di deriva “nazional-bolscevica“. I socialdemocratici, divenuti progressivamente la maggioranza nei consigli di Amburgo, costrinsero Laufenberg a dimettersi. Assai rapidamente la reazione trionfò, i moderati cedettero la città all’esercito regolare che liquidò la Rivoluzione.

La controversia nazional-bolscevica
Dopo la fondazione del KPD (Partito Comunista di Germania), Laufenberg e Wolffheim si affiliarono brevemente. Ma la campagna contro di loro e il loro posizionamento Nazional-Bolscevico portò alla loro espulsione dal partito, seguiti dalla tendenza di “sinistra“. L’operazione di epurazione del KPD fu effettuata a cura dell’agente del Comintern in Germania, Karl Radek. Porterà all’espulsione di più della metà dei 107.000 membri del partito in disaccordo con la linea di Mosca. Laufenberg e Wolffheim, quindi, fecero appello all’istituzione di un nuovo partito comunista. Parteciparono, nell’aprile 1920, al congresso di fondazione del KAPD (Partito Comunista dei Lavoratori di Germania). “Il KAPD non è la nascita di un partito bis, – scrisse D. Authier nella sua raccolta dei testi consiglisti del tempo – ma l’auto-organizzazione proletaria dei radicali che finalmente si stavano creando un organismo autonomo. L’atmosfera è particolarmente “calda”, i partecipanti hanno l’impressione di vivere un momento storico: lasciare il PC Spartakista è una netta rottura con la social-democrazia“.
Molto rapidamente, il clima nel KAPD si deteriorò, il KPD fece pressione sull’organizzazione affinché liquidasse la tendenza amburghese. Lenin sale sulla cattedra, in questo caso: in un passo dal suo libro “Estremismo: malattia infantile del Comunismo” (dove regola i conti ideologici con le tendenze di ultra-sinistra), denuncia, senza conoscerle bene, le tesi dei due di Amburgo. Espulsi dal KAPD, saranno i primi a denunciare il “capitalismo di stato” sovietico e la deriva totalitaria imposta dal regime di Lenin.
Poi iniziarono gli anni di oscuri, fondarono una moltitudine di piccoli circoli rivoluzionari, il più importante, il Bund der Kommunisten, non raccolse che qualche centinaio di seguaci. Laufenberg, malato, si ritirò nella sua attività letteraria e morì nel 1932. Niekisch redasse in suo onore un accorato elogio funebre, rivendicandolo quale precursore del nazional-bolscevismo. Fece di lui il primo nazional-comunista tedesco e si pose alle sue orme.
Wolffheim troverà un’eco inattesa nella giovane generazione nazional-rivoluzionaria degli anni ’30. Contribuì alla diffusione delle idee consigliste nelle riviste Das Junge Volk e Kommenden, poi dirette da K.O. Paetel. Ebbe, quindi, una notevole influenza sul movimento giovanile Bundisch, partecipando al suo orientamento anticapitalista e alla ricerca di un nuovo legame comunitario all’interno della nazione tedesca. Ma l’ascesa del nazismo gli sarà fatale, arrestato a causa della sua origine ebraica, morì in un campo di concentramento. Tragica fine di un uomo che aveva dedicato la vita a servire il suo popolo.
Ironia della storia, il KPD seguirà dal 1923 una linea patriottica, con l’obiettivo dichiarato di raggruppare nel comunismo la classe media e alcuni gruppi nazionalisti (con diversi successi notevoli). Il fautore di questa linea apertamente “nazional-bolscevica“, non fu altri che Karl Radek, l’ufficiale dell’Internazionale che ha guidato la campagna contro gli amburghesi.

L’Autonomia operaia oggi
La critica radicale del capitalismo, condotta dai consigli operai, mantiene ancora la attualità, il sistema che l’ha schiacciata nel 1919, domina ancora. Lo sviluppo del liberalismo e la sua estensione a tutto il mondo, ora minaccia il futuro stesso dell’umanità. Come Laufenberg e Wolffheim, vogliamo vedere apparire l’autonomia dei lavoratori, la rivolta proletaria liberatasi dalla morsa dei sindacati e delle illusioni dei partiti del sistema. Non vogliamo più vedere la nostra ribellione incanalata, teleguidata e svenduta sull’altare della pace sociale dai co-gestori della nostra miseria.
Di fronte agli attacchi del capitale contro le nostre condizioni di vita, ci appelliamo alla ripresa della lotta. Il deterioramento della situazione della classe operaia, va di pari passo con l’impoverimento delle classi medie, la resistenza diventa una questione di sopravvivenza. Ancora una volta, non perderemo che le battaglie che non condurremo. Qui e ora, più che mai, coloro che vivono sono coloro che lottano.

Bibliografia:
Jean-Pierre Faye, Langages totalitaires, Edition Hermann
Louis Dupeux, Le National-bolchevisme, Stratégie communiste et dynamique conservatrice, Edition H. Champion. L’analisi più completa sul tema.
D. Authier e G. Dauve, Les communistes de gauche dans la révolution allemande – Les Nuits Rouges. Recueil de textes sur les conseils dont la «révolution à Hambourg» de Laufenberg et «Organisations d’entreprises ou syndicats» de Wolffheim. Edition de Minuit
Pierre Broué, Rivoluzione in Germania, Einaudi
Alain Thieme, La Jeunesse «Bündisch» en Allemagne, Collection Jeune Europe
Christophe Bourseiller, Histoire générale de l’ultra-gauche, Denoël impacts. L’ultimo pubblicato su questo argomento.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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