Bezler: “Non faccio prigionieri nazisti”

Intervista al comandante della difesa di Gorlovka, Generale Bezler, nome in codice “Bes” (“Demone”)
Colonel CassadVoice of Sevastopol, 28 settembre 2014

BezlerPerché Bes?
É il mio soprannome dall’infanzia. Forse perché ero cattivo.

Strelkov è giunto a Slavjansk, il cui nome è simbolico, chiamata così da Caterina la Grande. Lei è giunto a Gorlovka. Perché?
Mi piace la città, è bella.

Lei è ricercato in Ucraina in quanto sabotatore del Primo Direttorato dell’intelligence russa. Il servizio di sicurezza dell’Ucraina la ritiene il criminale più pericoloso accusato non solo di aver disarmato unità militari e del servizio di sicurezza e polizia in Crimea, ma anche della creazione di una rete di agenti. E’ vero?
La Crimea mi ha conferito una medaglia e una croce: crimeane, non russe. Non ho disarmato unità militari, aprirono i cancelli perché ne avevano abbastanza dell’indipendenza giallo-blu, o meglio, dell’illegalità degli oligarchi-gangster. Inoltre fummo molto gentili, un risultato della buona educazione. Lascio il resto senza commentare.

Vi arrivano aiuti umanitari?
Non sempre, ma è meglio ora.

Come avete intenzione di affrontare l’inverno? Non resisterete solo con gli aiuti umanitari.
Non voglio indovinare, sono un realista. L’Ucraina attende aiuti occidentali, nulla è stato seminato, quindi non c’è nulla da raccogliere. Con proiettili e bombe Kiev ha distrutto il Donbas che alimenta il Paese, bruciato i suoi campi, ucciso od espulso i suoi abitanti dalla natia terra russa solo perché russi che non vogliono praticare i dogmi uniati e non vogliono essere schiavi di polacchi o tedeschi, hanno una mentalità diversa. A livello spirituale non siamo obbedienti come gli ucraini occidentali. Gli impianti di produzione di Kharkov e Zaporozhe sono stati trasportati nelle regioni occidentali fermando la produzione. La macchina deve lavorare, altrimenti è solo un rottame, idioti! Nessuno ha fermato la guerra e le puttane degli USA, senza sangue ucraino, che hanno preso il potere, combatteranno fino all’ultimo ucraino. Tutto funziona nelle nostre città: miniere, fabbriche, infrastrutture, assistenza diurna per bambini, scuole, farmacie, ad eccezione di quelle che producono anfetamine! Combattiamo droga, criminalità e corruzione. Ma Gorlovka non è il Donbas. Sarà difficile, ma siamo russi, resistiamo mentre il resto dell’Ucraina soffrirà, questo è già un dato di fatto.

Lei è un militare, quindi con tale sistema di pensiero. Ma una persona da sola non può gestire una città enorme, soprattutto mentre prende decisioni militari, sono necessari esperti del settore.
Ci sono. Abbiamo mantenuto il personale, solo gli abbiamo insegnato a non prendere tangenti e a non rubare, cosa che hanno imparato velocemente. Klep è sempre il sindaco con tutti i crismi. Mi occupo di lui (nota dell’autore: è sotto scorta), si rade, si veste come si conviene, canta l’inno dell’Unione Sovietica la mattina, si alza alle 6 e va a letto alle 22:30. E’ sempre più moralmente purificato, non ruba, non prende tangenti, restituisce alla gente ciò che ha rubato e costruisce strade. Continuerà a farlo fino quando non sarà rieducato. Deve imparare da sé cosa significa vivere con i propri mezzi. E’ diventato un patriota, ha ordinato di appendere le bandiere russe per la città, di lasciare le entrare interne, di mantenere gli stipendi della milizia nelle compagnie in cui lavora. Il nostro sindaco se ne occupa.

Come valutate le attuali autorità di Kiev?
Come si possono valutare i traditori? Avranno il loro processo di Norimberga. Mi dispiace aver dato a Pjotr Poroshenko due schiaffi, soltanto, mentre lo trascinavo via dall’edificio del Consiglio supremo alla stazione ferroviaria di Simferopoli. Possono solo rubare e spartire, è la loro morale da gangster. L’hanno appresa fin dall’infanzia, guardate la loro biografia. Scarsi e inetti, dalla mentalità di piccoli speculatori, non possono essere statisti, oggi.

Le autorità di Kiev martellano nelle teste delle persone che questa è una guerra patriottica degli ucraini contro l’aggressione russa. Chi combatte?
Combattiamo contro i fascisti. Combattiamo l’oligarchia finanziaria e industriale globale, per cui l’Ucraina è solo un mezzo per raggiungere l’obiettivo principale: distruggere la Russia, i russi e gli slavi. Il piano è dividere gli slavi e far sì che si distruggano. Se cadiamo, tutte le nazioni saranno in ginocchio, perché nessuna nazione, nessun popolo, potrà resistergli tranne i russi. Durante il colpo di Stato, con l’inno della Germania fascista sullo sfondo, la folla ha ucciso e mutilato i membri della forza speciale della polizia Berkut, ucraini fedeli al giuramento. Chi è salito al potere? I complici di Janukovich nel saccheggio del Paese, i complici di Kravchuk, Kuchma e Jushenko, che si differenziano solo per l’entità dei furti. Le persone che dopo il lavaggio del cervello ripetono ciò che dicono i loro padroni: “la Russia ci invade“. Se la Russia avesse inviato una sola divisione, il giorno dopo le sue truppe sarebbero arrivate a Lvov. Più precisamente, nell’antica città di Lemberg. I banderisti di oggi devono capirlo. Inoltre non devono dimenticare che ci ricordiamo del massacro dei polacchi in Volinja, delle fucilazioni degli ebrei e delle camere a gas, di Khatin e molto altro con cui i loro padri e nonni s’insanguinarono le mani. Tutte queste generazioni sono avvelenate dall’odio banderista. I mercenari che ci combattono, statunitensi, anglosassoni, arabi, svedesi, sono feccia. Vogliono la nostra terra? Beh, l’avranno per seppellirvisi, non c’è altra scelta

Avete ucraini nelle vostre unità?
Quasi tutta la mia gente è del posto, non la divido in ucraini, russi, ceceni, armeni, ebrei e così via. Tutti sono ugualmente importanti per me, combattendo contro gli eredi dei nazisti. Non siamo noi ad esser giunti da Rovno e Zhitomir per uccidere, rubare, stuprare, distruggere case, bruciare campi, far saltare fabbriche. La loro crudeltà ha persino oscurato i nazisti durante l’occupazione del Donbas. Anche allora non erano i tedeschi a commettere atrocità, ma i nazionalisti ucraini che prestavano servizio nella polizia e nei sonderkommando.

Ci sono stranieri nella milizia?
Naturalmente, lottano con noi spalla a spalla: serbi, spagnoli, francesi e tedeschi che sul serio odiano il fascismo e l’egemonia degli Stati Uniti. Queste sono persone di coscienza ancora esistenti in Europa. Una volta fu arrestato un tedesco a un posto di blocco, che mi fu portato. “Tu chi sei? Dove vai? Perché?” Lui rispose che era venuto per sua moglie, di Lugansk, e per il suo amato gatto. Chiaramente il gatto era importante, così era arrivato. Guarda il mio fucile d’assalto, prende 40000 euro dalle tasche e mi chiede di venderglielo. Dice: “Questo è tutto quello che ho e darò tutto per il fucile, voglio combattere i fascisti“. Allo stesso tempo, arriva una chiamata dall’ufficio di Merkel. Uno dei suoi consiglieri urla istericamente che abbiamo catturato un cittadino tedesco e ne richiede l’immediata liberazione. Dico: “Non mi dispiace, ma è lui che non vuole“. “Cosa vuole?” chiede. “Vuole unirsi alla milizia“, rispondo. Un lungo silenzio segue e poi con voce calma: “Posso sentirglielo dire?” “Nessun problema” e do il telefono al tedesco, che dice: “Sono un sergente delle forze della difesa, comandante di Leopard 2, datemi 3 carri armati e in due giorni sarò a Kiev“. La risposta fu un bip e non ci furono più chiamate. Diedi in regalo il fucile al tedesco per il suo discorso, ed ora è nella milizia, un combattente eccellente, solo che frau Merkel non gli ha inviato i carri armati.

Ha sofferto gravi perdite?
Per me ogni “200” è la perdita di una persona cara, anche se non la conoscevo personalmente. Ma questa è una guerra e tutto può succedere. Per i dati, le nostre perdite sono un decimo di quelle ucraine. Abbiamo disintegrato quasi tutti gli aeromobili e i blindati dell’esercito ucraino, hanno avuto migliaia di morti e feriti, che le autorità dichiarano disertori evitando di risarcire i parenti. Solo il nostro battaglione speciale non subisce perdite ed è costantemente rifornito.

Quale battaglione?
Dei prigionieri.

Quanti sono? Che ne è successo?
Abbastanza. In generale ci teniamo solo gli ufficiali per lo scambio dei prigionieri. Coscritti e soldati vengono restituiti ai parenti o trasferiti al centro regionale. Non prendo prigionieri tra i nazisti, in linea di principio, non c’è tempo per rieducare tali bestie ideologiche. Non sono timidi quando si occupano di noi, perché dovremmo essere nobili con loro, allora? Sono venuti da noi con la spada, e con la spada periranno, secondo il volere di Aleksandr Nevskij.

Come vede le autorità di Kiev lo scambio dei prigionieri?
Kiev non ne ha bisogno. Ogni volta stringe i denti, perciò. Abbiamo deciso lo scambio di Olga Kuligina, biologa catturata dalle forze ucraine come sabotatrice, con agenti del servizio di sicurezza ucraino, ma all’ultimo momento Kiev cambiò idea. Possono creare tanti colonnelli quanti ne vogliono, ma Olga vale di più. E’ bello che scambino molti di loro per uno dei nostri. Abbiamo scambiato Olga, in ogni caso, con 17 (!) agenti e un cittadino georgiano. Scambiano sempre un nostro con tre o quattro o più dei loro, ci apprezzano assai di più e ne siamo orgogliosi. L’impressione generale è che Kiev vuole solo soldati morti, perché avranno altri problemi con quelli che saranno ancora vivi quando arriverà il primo gelo.

francaisTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra India-Pakistan del 1971: il ruolo di URSS, Cina, USA e Gran Bretagna

Sanskar Shrivastava The World Reporter 30 ottobre 2011

Nel 1971, i due rivali asiatici del sud si dichiararono guerra, causando notevoli perdite di vite e proprietà, e di territorio nel caso del Pakistan. Se il tema suona controverso, prima d’iniziare vorremmo dire che ogni informazione in questo articolo ha una provenienza. L’articolo è stato scritto dopo una particolare analisi delle varie fonti. Tutte le fonti rilevanti e immediate sono elencati alla fine dell’articolo.

1971_1Prima del 1971, il Bangladesh era parte del Pakistan come Pakistan orientale. Secondo Najam Sethi, giornalista molto rispettato e onorato in Pakistan, il Pakistan orientale si era sempre lamentato di ricevere meno fondi e meno attenzione dal governo del Pakistan occidentale (punjabi). I bengalesi del Pakistan orientale si opposero anche all’adozione dell’urdu come lingua di Stato. Le entrate delle esportazioni, il cotone del Pakistan Occidentale e la iuta del Pakistan orientale, erano gestite principalmente dal Pakistan occidentale. Infine, l’elezione di qualche mese prima della guerra, fu vinta dal leader pakistano orientale ma non ebbe potere, alimentando in tal modo la secessione del Pakistan orientale. L’esercito pakistano iniziò le attività nel Pakistan orientale per contenere il movimento e la rabbia dei bengalesi. L’esercito fu coinvolto in stragi e stupri di massa. L’India ne era consapevole e aspettava solo la scusa per avviare la guerra. L’India accolse un enorme numero di rifugiati, divenuti ingestibili, spingendola ad intervenire. La situazione presto attrasse l’attenzione di molti altri Paesi. Così la guerra non fu solo tra India e Pakistan, ma molti Paesi vennero coinvolti, direttamente o indirettamente. A maggio, Indira Gandhi scrisse a Nixon della ‘strage nel Bengala orientale‘ e del flusso di rifugiati che gravava sull’India. Dopo che LK Jha (ambasciatore indiano negli Stati Uniti) avvertì Kissinger che l’India avrebbe rispedito parte dei rifugiati come guerriglieri, Nixon commentò: ‘Per Dio, taglieremo gli aiuti economici (all’India).’ Pochi giorni dopo, quando il presidente degli Stati Uniti disse che ‘i maledetti indiani’ si preparavano a un’altra guerra, Kissinger rispose ‘sono le persone più dannatamente aggressive in giro‘.

I legami tra Stati Uniti e Cina, un fatto poco noto
(Estratti e fonti dalle 929 pagine dell’XI volume sulle relazioni estere degli Stati Uniti)
Gli USA compiangevano il Pakistan per vari motivi, tra cui due: primo, il Pakistan aderiva ai patti militari degli USA CENTO e SEATO; secondo, gli Stati Uniti credevamo che la vittoria dell’India potasse all’espansione dell’influenza sovietica nelle parti acquisite dall’India, essendo ritenuta una nazione filo-sovietica, anche se non erano alleate. In un telegramma inviato al segretario di Stato statunitense Will Roger, il 28 marzo 1971, il personale del consolato degli Stati Uniti a Dhaka si lamentava, ‘Il nostro governo non è riuscito a denunciare la soppressione della democrazia. Il nostro governo non è riuscito a denunciare le atrocità. Il nostro governo non ha adottato misure energiche per proteggere i propri cittadini, mentre si fa in quattro per placare il governo del Pakistan occidentale… come dipendenti pubblici professionali esprimiamo il nostro dissenso verso la politica attuale e speriamo che i nostri veri e duraturi interessi qui, possano essere definiti e le nostre politiche reindirizzati salvando la posizione della nostra nazione come leader morale del mondo libero‘. Così entrava la Cina. Gli USA avevano bisogno dell’aiuto della Cina e il messaggero fu il Pakistan. Si avvicinarono alla Cina segretamente a riguardo, contenta di ciò credendo che le relazioni con gli Stati Uniti potessero migliorare da allora in poi. Nella seconda settimana di luglio 1971, Kissinger giunse a Pechino, dove ascoltò il primo ministro cinese Zhu Enlai: ‘A nostro parere, se l’India continua il suo corso attuale in violazione dell’opinione del mondo, agirà incautamente. Noi, invece, sosteniamo la posizione del Pakistan, com’è noto a tutti. Se (gli indiani) sono giunti a provocare una situazione del genere, allora non possiamo stare a guardare.’ Kissinger rispose che la Cina doveva sapere che gli Stati Uniti appoggiavano il Pakistan su tale tema. Indira Gandhi, la prima ministra indiana, decise di visitare la maggior parte delle capitali occidentali per dimostrare le ragioni indiane ed avere sostegno e simpatia per i bengalesi del Pakistan orientale. Il 4 e 5 novembre incontrò Nixon a Washington. Nixon le disse direttamente che una nuova guerra nel subcontinente era fuori questione. Il giorno dopo, Nixon e Kissinger valutarono la situazione. Kissinger disse a Nixon: ‘Gli indiani sono dei bastardi comunque. Tramano la guerra‘. La pressione aumentò nel Pakistan orientale, attirando l’attenzione degli indiani che si preparavano alla guerra concentrandosi sul fronte orientale. Per deviare la pressione, il 3 dicembre, nella notte, prima ancora che l’India attaccasse il Pakistan orientale, il Pakistan aprì il fronte occidentale e compì attacchi aerei su sei basi aeree indiane in Kashmir e Punjab. La CIA riferì al presidente degli Stati Uniti che la prima ministra indiana riteneva che i cinesi non sarebbero intervenuti nel nord dell’India e quindi ogni azione cinese sarebbe stata una sorpresa per l’India, e che i militari indiani potevano crollare in una situazione tesa dovuta a combattimenti su tre diversi fronti (est, nord e ovest). Sentendo ciò, il 9 dicembre, Nixon decise d’inviare la portaerei USS Enterprise nel Golfo del Bengala, a minacciare l’India. Il piano era circondare l’India e costringerla a ritirarsi dal Pakistan orientale. Il 10 dicembre, Nixon incaricò Kissinger di chiedere ai cinesi d’inviare truppe verso la frontiera indiana. ‘Minacciano di muovere forze o spostarle, Henry, è quello che devono fare adesso.‘ La Cina temeva che una qualsiasi azione sull’India potesse avviare l’aggressione sovietica. Così, venne assicurato alla Cina che qualsiasi azione intrapresa dall’Unione Sovietica sarebbe stata neutralizzata dagli Stati Uniti, proteggendo la Cina. L’esercito pakistano aveva in qualche modo mantenuto le posizioni e resistito all’avanzata indiana. Credeva che la Cina si preparasse ad aprire il fronte nord, rallentando o fermando l’avanzata indiana. In realtà, il mito delle attività cinesi fu comunicato all’esercito del Pakistan per sollevarne il morale e mantenere la volontà di combattere e sperare. Il tenente-generale AAK Niazi, comandante dell’esercito pakistano a Dhaka, fu informato: “Il fronte della NEFA è attivato dai cinesi, anche se gli indiani, per ovvi motivi, non l’hanno annunciato.” Ma Pechino non fece mai nulla. A Washington, Nixon analizzò la situazione così: ‘Se i russi riescono a sconfiggere i cinesi e gli indiani i pakistani… potremmo vederci puntare la canna del fucile.’ Nixon non era sicuro della Cina; aveva davvero intenzione di avviare un’azione militare contro l’India?

nixon-chou-en-lai-1972Il ruolo dell’Unione Sovietica nella guerra indo-pakistana del 1971
Mentre l’India aveva deciso di continuare con la guerra, e Indira Gandhi, avuto sostegno e simpatia statunitensi per i bengalesi torturati nel Pakistan orientale, fece una mossa efficace e il 9 agosto firmò un trattato di amicizia e cooperazione con l’Unione Sovietica. Lo storico del dipartimento di Stato dice, ‘nella prospettiva di Washington, la crisi divenne più pericolosa, India e Unione Sovietica firmarono un trattato di amicizia e cooperazione‘. Fu uno shock per gli USA, perché era ciò che temevano, l’espansione dell’influenza sovietica in Asia meridionale. Temevano che il coinvolgimento dell’Unione Sovietica potesse sabotare il loro piano. Il 4 dicembre, il giorno dopo che il Pakistan aveva attaccato gli aeroporti indiani in Kashmir e Punjab dichiarando guerra all’India, il coinvolgimento degli USA nella guerra apparve chiaro. Pensando che l’Unione Sovietica potesse entrare in guerra, e una volta venuto a saperlo, causare notevoli danni al Pakistan e al materiale statunitense consegnatogli, l’ambasciatore degli USA alle Nazioni Unite, George HW Bush, (poi 41.mo presidente degli Stati Uniti e padre di George Bush) presentò una risoluzione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, chiedendo il cessate il fuoco e il ritiro delle forze armate di India e Pakistan. Credendo che l’India potesse vincere la guerra e Indira Gandhi fosse decisa a proteggere gli interessi dei bengalesi, l’Unione Sovietica pose il veto alla risoluzione, permettendo così all’India di lottare per la causa. Nixon e Kissinger fecero notevoli pressioni sui sovietici, ma la fortuna non li aiutò. Il 3 dicembre 1971, il mondo fu scosso da un’altra guerra tra India e Pakistan. L’aviazione pachistana colpì città e piste di atterraggio indiani. La premier indiana Indira Gandhi pose lo Stato di emergenza e ordinò all’esercito indiano di respingere l’aggressione. Feroci operazioni militari si ebbero a terra, aria e mare.
Documento storico: “Confidenziale, 10 dicembre 1971, Mosca. Al Maresciallo DM Andrej Grechko. Secondo le informazioni dal nostro ambasciatore a Delhi, nel primo giorno del conflitto il cacciatorpediniere indiano ‘Rajput’ aveva affondato un sottomarino pakistano con bombe di profondità. Il 4 e 9 dicembre, le motomissilistiche indiane avevano distrutto e danneggiato 10 navi da guerra pakistane usando i missili antinave sovietici P-15. Oltre 12 depositi di petrolio pakistani erano stati incendiati.”

Il confronto anglo-sovietico
Confidenziale. Al Comandante del Servizio d’Intelligence Militare Generale Pjotr Ivashutin. “L’intelligence sovietica ha riferito che le attività operative inglesi si avvicinano alle acque territoriali dell’India, guidate dalla portaerei Eagle (10 dicembre). Per aiutare l’amica India, il governo sovietico invia un gruppo di navi al comando del contrammiraglio V. Krugljakov“. Vladimir Krugljakov, l’ex-comandante del 10° Gruppo operativo da combattimento della Flotta del Pacifico (1970-1975) ricorda: “Mi fu ordinato dal Comandante in capo di monitorare l’avanzata della flotta inglese, posizionando le nostre navi da guerra nel Golfo del Bengala e sorvegliando la portaerei inglese Eagle”. Ma l’Unione Sovietica non aveva abbastanza forze per resistere, se incontravano la portaerei inglese. Pertanto, per sostenere la flotta sovietica nel Golfo del Bengala, incrociatori, cacciatorpediniere e sottomarini nucleari sovietici, dotati di missili antinave, furono inviati da Vladivostok. In reazione, la flotta inglese si ritirò a sud del Madagascar. Ben presto arrivò la notizia che la portaerei Enterprise e l’USS Tripoli statunitensi si dirigevano verso le acque indiane. V. Krugljakov, “Avevo ricevuto l’ordine dal Comandante in capo di non consentire l’arrivo della flotta statunitense presso le basi militari indiane. Li circondammo e puntammo i missili sull’Enterprise. Avevamo bloccato la loro rotta impedendogli di dirigersi da alcuna parte, né Karachi, né Chittagong o Dhaka“. Le navi sovietiche avevano missili a corta gittata (solo 300 km). Pertanto, per tenere l’avversario sotto tiro, i comandanti corsero il rischio di avvicinarsi al nemico il più possibile. “Il Comandante in capo mi aveva ordinato di far emergere i sottomarini, in modo che venissero notati dai satelliti-spia statunitensi o avvistati dalla marina militare statunitense!” per dimostrare che avevamo tutti i mezzi necessari nell’Oceano Indiano, compresi sottomarini nucleari. Li avevo fatti emergere e li riconobbero, quindi intercettammo le comunicazioni statunitensi. Il comandante del Battle Group Carrier, contrammiraglio Dimon Gordon, inviò una relazione al comandante della 7° flotta: ‘Signore, è troppo tardi. Ci sono sottomarini nucleari e numerose navi da guerra dei sovietici‘. Gli statunitensi rientrarono senza poter fare nulla. L’Unione Sovietica minacciò anche la Cina che, se mai avesse aperto un fronte contro l’India, avrebbe ricevuto una dura risposta da Nord.

3499673667_Indira-gandhiIl ruolo dello Sri Lanka
L’alto commissario pakistano a Colombo, Seema Ilahi Baloch disse nel suo discorso al consiglio d’affari pakistano-singalese a Colombo, nel giugno 2011, che il Pakistan non dimenticherà mai l’aiuto che lo Sri Lanka gli offrì durante la guerra del 1971. “Non possiamo in Pakistan dimenticare il supporto logistico e politico che lo Sri Lanka ci concesse nel 1971, quando ci aprì i suoi impianti di rifornimento“, ha detto. Gli aerei pakistani diretti nel Pakistan orientale volavano aggirando l’India via Sri Lanka, dato che non potevano volare nei cieli indiani. Ciò costrinse il Pakistan a far rifornire i propri aerei per strada. Lo Sri Lanka aiutò il Pakistan permettendo agli aerei pakistani di rifornirsi nell’aeroporto Bandaranaike. La guerra si concluse con la resa dell’esercito pakistano, avendo perso l’aiuto statunitense grazie all’azione sovietica che bloccò USA e Cina dall’impedire l’avanzata del’India. Così un nuovo Paese, il Bangladesh, fu creato e riconosciuto da tutto il mondo e dal Pakistan l’anno successivo, con l’accordo di Shimla.


Video tradotto da: Ella Salomatina, The World Reporter.

Fonti:
Guerra del 1971: Come gli Stati Uniti cercarono di accaparrarsi l’India
Volume XI delle relazioni estere del dipartimento di Stato degli Stati Uniti
Dicembre 1971: il conflitto indo-pakistano in mare – IV
“Nuove contorsioni della propaganda ‘Schiaccia l’India'”
Il Palistan ringrazia lo Sri Lanka per l’aiuto nella guerra del 1971

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia scopre un gigantesco giacimento di petrolio nell’Artico

Forse più grande di quelli del Golfo del Messico
Tyler Durden Zerohedge 27/09/2014

SakhlainCon un drammatico colpo di fortuna per il Cremlino, questa mattina non vi è persona al mondo più felice del Presidente Vladimir Putin, perché durante la notte l’OAO Rosneft ha annunciato di aver scoperto quello che potrebbe essere il tesoro dell’oro nero che ampliarebbe le casse della Russia per centinaia di miliardi, se non di più, quando un grande giacimento di greggio è stato scoperto nella regione del Mare di Kara nell’Oceano Artico, dimostrando che la regione può divenire una delle più importanti aree petrolifere del mondo, forse più grande del Golfo del Messico. L’annuncio è stato fatto da Igor Sechin, amministratore delegato di Rosneft, che ha trascorso due giorni su una nave da ricerca russa diretta alla piattaforma di perforazione il cui ritrovamento viene presentato oggi. Beh, una persona che potrebbe essere felice quanto Putin è il CEO di Exxon Mobil, dato che la scoperta è avvenuta con l’aiuto della società energetica più grande degli USA (e seconda per capitalizzazione sul mercato dopo AAPL). Ma forse no: come spiega Bloomberg. “il pozzo è stato perforato prima della scadenza del 10 ottobre concessa all’Exxon dal governo statunitense, per le sanzioni che vietano alle imprese statunitensi di operare off shore nell’artico russo. Rosneft ed Exxon non potranno compiere altre perforazioni, sospendendo esplorazione e sviluppo del territorio, nonostante la scoperta annunciata oggi“. Il che significa che invece di vedersi generare miliardi di entrate, XOM potrebbe finire, al meglio, con un niente. E questo sarebbe uno shock per la società statunitense perché il giacimento nell’Artico potrebbe contenere circa 1 miliardo di barili di petrolio, e data la geologia simile nelle vicinanze, l’area potrebbe detenere più petrolio che la parte statunitense del Golfo del Messico, ha detto. Per avere idea di quanto sia grande il bottino vediamo un altro pezzo di Bloomberg, che ci dice che “Universitetskaja, la struttura geologica perforata, ha le dimensione della città di Mosca ed è abbastanza grande da contenere oltre 9 miliardi di barili, un tesoro da oltre 900 miliardi di dollari ai prezzi attuali“. L’unico modo per raggiungere la piattaforma è navigare per quattro giorni da Murmansk, la più grande città a nord del circolo polare artico. Tutto viene spedito da lì, lavoratori, rifornimenti, attrezzature per un paio di mesi di perforazione per poi essere evacuati prima che l’inverno congeli il mare. Anche nella breve estate artica, è necessaria una flottiglia per spazzare il ghiaccio alla deriva. Purtroppo, tale tesoro potrebbe non essere intascato da Exxon dopo che Obama ha chiarito che tutte le società occidentali dovranno mollare le operazioni in Russia, oppure subire l’ira del dipartimento di Giustizia per la violazione delle sanzioni. Il che lascia a XOM due opzioni: ignorare gli ordini di Obama (cosa che molti hanno già fatto) o gettare la spugna su ciò che potrebbe essere la maggiore scoperta petrolifera da anni. E mentre la dirigenza di Exxon contempla le opzioni, oggi appare un’altra constatazione su Bloomberg: “Supera le nostre aspettative“, ha detto Sechin in un’intervista. Questa scoperta è d'”importanza eccezionale dimostrando la presenza di idrocarburi nell’Artico“.
Lo sviluppo dei giacimenti di petrolio dell’Artico, è un’impresa che costerà centinaia di miliardi di dollari e richiederà decenni, ed è una delle più grandi ambizioni di Putin. Mentre i giacimenti esistenti in Siberia si prosciugano, la Russia deve sviluppare nuovi giacimenti in quanto gareggia con gli Stati Uniti a primo produttore di petrolio e gas mondaile. L’avvio del giacimento del Mare di Kara potrebbe iniziare in 5-7 anni, ha detto Sechin aggiungendo che il giacimento scoperto oggi sarà chiamato “Vittoria“. Duh! Il pozzo sul Mare di Kara, il più costoso nella storia russa, mira alla struttura sottomarina chiamata Universitetskaja e il suo successo è fondamentale per questa strategia. L’avvio della perforazione, che ha raggiunto una profondità di oltre 2000 metri, avvenne con una cerimonia con Putin e Sechin. L’importanza della perforazione sull’Artico è uno dei motivi per cui l’esplorazione di petrolio offshore è stata inserita nelle ultime sanzioni degli Stati Uniti. Exxon e Rosneft hanno una joint venture per esplorare milioni di acri del Mar Glaciale Artico. Ma ciò che è peggio per Exxon è che ora che il duro lavoro è fatto, Rosneft potrebbe sbarazzarsi del suo partner occidentale tra non molto: “Una volta che il pozzo è avviato, ci sarà molto lavoro per interpretare i risultati e questo è probabilmente ciò che Rosneft farà“, ha detto Julian Lee, stratega petrolifero, a Bloomberg First Word a Londra, prima dell’annuncio di oggi. “Entrambe le parti probabilmente sperano che quando saranno pronti ad avviare il prossimo pozzo, saranno state tolte le sanzioni“. Ed ecco perché non c’è niente che Exxon vorrebbe più che veder abbandonate le sanzioni occidentali contro Mosca: “La posta in gioco è alta per Exxon, che vale 408 miliardi di dollari sul mercato, il più grande produttore energetico del mondo, e la Russia è la seconda maggiore prospettiva d’esplorazione del mondo. L’azienda di Irving, in Texas, detiene i diritti di trivellazione su 11,4 milioni di ettari in Russia, eclissati solo dai 15,1 milioni di acri negli Stati Uniti“. Per dimostrare quanto sia importante tale scoperta, che fa pendere la bilancia del potere molto più a favore della Russia, sono gli esperti pagati per minimizzare disperatamente la rilevanza della scoperta russa: “Saranno necessarie altre perforazioni e analisi geologiche prima di una stima attendibile delle dimensioni delle risorse petrolifere della zona Universitetskaja e dell’Artico russo in generale, ha detto Frances Hudson, stratega globale della questione, che partecipa alla gestione dei 305 miliardi di dollari della Standard Life Investments Ltd. di Edimburgo. Le sanzioni che vietano la cooperazione europea e statunitense con gli enti russi, significano che la nascente esplorazione artica di quel Paese abortirà, poiché Rosneft e le sue consociate controllate dallo Stato non sanno perforare off shore sui mari freddi, ha detto. Estrapolare da un piccolo campione di dati non è forse il modo migliore d’informare”, ha detto Hudson in un’intervista telefonica. “E a causa delle sanzioni, sembra che diminuiranno le esplorazioni, piuttosto che altro”. Inoltre, spese e difficoltà operative in una parte così remota del mondo, dove i pericoli sono iceberg e temperature sotto lo zero, indicano che le scoperte da sviluppare potrebbero non essere economiche, ai prezzi petroliferi di oggi”. Forse. Poi ancora, forse gli esperti stimeranno meglio il tempo lasciato dal miracolo del gas di scisto prima che gli Stati Uniti siano ancora una volta in balia dei venditori di greggio offshore.
In ogni caso, un Paese sicuramente avrà stampato un grande sorriso sul volto: la Cina, dato che la scoperta di oggi significa semplicemente che la Russia venderà, in ultima analisi, il prodotto finale a qualcuno, e quel qualcuno sarà quasi certamente il Regno di Mezzo, laddove cui il “Santo Graal dell’accordo sul gas” darà qualche indicazione, lo farà in qualsiasi termine scelto da Pechino.

kara%20seaTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cina e Russia nella nuova strategia degli accordi energetici

William Engdahl New Eastern Outlook 28/09/2014Официальный визит В.Путина в Китайскую Народную РеспубликуSolo poche settimane dopo che Putin, presidente della Russia e il presidente della Cina Xi avevano firmato quello che è stato chiamato l'”accordo sull’energia del secolo”, un progetto trentennale da 400 miliardi di dollari su gas e gasdotto “orientale” dalla Russia alla Cina, i due Paesi hanno perseguito un emozionante caleidoscopio di nuovi grandi accordi energetici, dal gas al petrolio al carbone. In totale ciò equivale a un importante cambio strategico e geopolitico nei rapporti tra i due giganti dell’Eurasia, che avrà implicazioni sul futuro di Europa e Stati Uniti. Il 17 settembre, il CEO di Gazprom Aleksej Miller informava Vladimir Putin sulle trattative con i cinesi per la fornitura alla Cina di 30 miliardi di metri cubi di gas naturale via occidentale per oltre trent’anni, secondo le agenzie di stampa cinese Xinhua e russa Interfax. Come il recente accordo sul gasdotto “orientale”, anch’esso avrà una durata di 30 anni. Verrebbe firmato tra Gazprom e China National Petroleum Corporation (CNPC) a novembre. I due hanno anche discusso la possibilità di raddoppiare o addirittura triplicare il volume di gas, in seguito, fino a 60-100 miliardi di metri cubi. Il nuovo accordo sul gas russo in parte utilizzerà gli esistenti gasdotti russi. Il nuovo accordo sul gas e il gasdotto occidentale si aggiunge al grande accordo firmato nel maggio 2014 tra Cina e Russia dopo oltre un decennio di negoziati. Tale progetto orientale o East Route Gas, prevede la costruzione di un gasdotto per rifornire la Cina di 38 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, dal 2018. Il progetto East Route, ufficialmente “Power of Siberia“, ha appena iniziato la costruzione, questo mese, del gasdotto dalla città siberiana orientale di Jakutsk, nota come la città più fredda del mondo, e il cui costo è stimato 55 miliardi di dollari, e da completare entro il 2018.

Jamal GNL
I due progetti di gasdotti russo-cinesi sono lungi dall’essere completati tra i due Paesi eurasiatici, al momento. Il vicedirettore della China National Energy Administration, Zhang Yuqing, annunciava il 19 settembre, appena due giorni dopo la notizia dei colloqui su Siberia occidentale-Cina, che la Cina “amplierà la cooperazione” con le aziende russe sull’enorme progetto Jamal per il Gas Naturale Liquefatto (GNL) della Russia. I cinesi, che hanno sviluppato una propria tecnologia per produrre GNL, l’useranno nel progetto Jamal per rifornire di gas la Cina. La penisola di Jamal nel nord-ovest della Siberia, in Russia, che rientra nel Megaprogetto Jamal, ha alcune dei più grandi giacimenti noti e non sviluppati di gas al mondo. Significativamente, Cina e Russia discutono attualmente del significativo aumento della partecipazione cinese allo sviluppo dello Jamal GNL. L’attuale progetto cino-russo Jamal GNL richiede che la China National Petroleum Company perfori 200 pozzi, crei un sistema di gasdotti, impianti di trattamento del gas e un impianto di liquefazione nel giacimento di Sud-Tambejskoe, nella penisola di Jamal in Russia. La società gasifera russa Novatek ha il 60 per cento della quota di partecipazione nel progetto. La cinese CNPC e la francese Total detengono il 20 per cento ciascuno. Nel 2008 la Russia ha firmato una joint venture con la statunitense ExxonMobil per sviluppare l’adiacente giacimento di gas Jamal. Le recenti sanzioni di Stati Uniti e UE potrebbero, se aumentate, congelare l’accordo con l’ExxonMobil. La decisione cinese è chiaramente stata presa con Mosca che bada alla fine della partecipazione delle aziende occidentali per via di future sanzioni dagli Stati Uniti.

Anche il carbone…
Allo stesso tempo, ai primi di settembre, la compagnia statale Russian Technologies o Rostec, ha firmato un contratto da 10 miliardi di dollari con la compagnia statale della Cina Shenhua Group Corp Ltd, il più grande produttore di carbone nel mondo, per sviluppare le miniere di carbone in Siberia e nell’Estremo Oriente della Russia. Le due aziende esploreranno e svilupperanno la miniera di carbone di Ogodzhinskoe nella regione dell’Amur in Russia, con riserve di carbone stimate a 1,6 miliardi di tonnellate. Rostec prevede che la produzione di carbone inizierà nel 2019, con una produzione annua di 30 milioni di tonnellate da esportare principalmente in Cina. La cooperazione Rostec-Shenhua andrà ben oltre lo sfruttamento del carbone russo dell’Amur. Rostec e Shenhua costruiranno anche un terminal marittimo per il carbone a Port Vera nel territorio di Primorie, con una capacità annua di 20 milioni di tonnellate. La costruzione inizierà nel 2015 e sarà operativa nel 2018 – 2019, permettendo alla Russia di aumentare notevolmente le esportazioni di carbone verso i mercati dell’Asia-Pacifico. Inoltre, il progetto prevede la costruzione di una centrale elettrica e linee di trasmissione ad alta tensione per la Cina, così come di infrastrutture sociali e dei trasporti. L’accordo aiuterà a risolvere il problema della carenza di energia nella regione dell’Amur in Russia e nelle regioni settentrionali della Cina, e a soddisfare la domanda di energia elettrica di quei territori. Inoltre si prevede di creare circa 10000 nuovi posti di lavoro e 30000 posti di lavoro nei settori collegati ed associati.

Le enormi implicazioni geopolitiche
Commentando alla televisione russa il 20 settembre, il primo ministro russo Dmitrij Medvedev ha detto che, “La nostra collaborazione con la Cina è d’importanza strategica. Abbiamo grandi e brillanti contatti politici, ed ottimi rapporti economici. La Cina è il nostro partner strategico, e siamo interessati ad espandere la cooperazione“. Nella sua totalità, assieme ad altre misure di Putin per approfondire i legami politici, economici e militari con la Cina e le altre nazioni dell’Eurasia, gli ultimi accordi energetici possono trasformare la mappa geopolitica globale, una cosa che la fazione guerrafondaia di Washington non saluta volentieri. Il mondo, come notato prima, è nel pieno di trasformazioni fondamentali, come avviene ogni qualche secolo. Un’epoca sta finendo e l’egemonia globale una volta incontrastata dei Paesi atlantici, come Stati Uniti ed Unione europea, si sgretola rapidamente. Washington e le potenti e ricche famiglie dietro il potere a Washington, chiaramente cercano freneticamente di fermare o invertire il deterioramento del loro potere globale. Anche nell’Unione Europea, soprattutto tra i circoli elitari tedeschi, sempre più si alimentano le guerre dei neo-conservatori degli Stati Uniti, la paura su false malattie come Ebola, la distruzione dell’Ucraina che danneggia l’UE, ma lascia intatta Washington e Wall Street. I prossimi mesi saranno fatidici più di quanto la maggior parte di noi possa immaginare, con istituzioni un tempo potenti, perdere potere ed altre nuove istituzioni emergenti destituirle dal loro potere abusivo. La matrice dei recenti accordi economici tra Cina e Russia preannuncia questo cambio epocale.

192531881F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, ha conseguito la laurea in politica alla Princeton University ed è un autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una storia di occasioni mancate

Aram Ter-Ghazarjan, RIR, 26 settembre 2014

L’industria del computer in URSS ebbe un rapido sviluppo fino all’inizio degli anni ’70, quando il governo effettivamente ridusse le innovazioni. Alcune di queste conoscenze sono ancora così preziose che rimangono classificate.

Il supeecomputer russo SKIF - Aurora.

Il supercomputer russo SKIF – Aurora

Subito dopo la seconda guerra mondiale il governo di Stalin cominciò a riconoscere la necessità di realizzare una svolta tecnica nel settore industriale e scientifico mentre iniziava la guerra fredda, che richiese la mobilitazione delle risorse intellettuali della nazione. Dai primi anni ’50 l’URSS aveva creato un’industria informatica moderna. Tuttavia, all’inizio degli anni ’70 il governo sovietico decise di porre fine a questi sviluppi unici e di piratare i sistemi occidentali. Di conseguenza, il progresso di un intero settore fu interrotto.

Primi passi: dall’URSS al futuro
Sergej Lebedev I primi passi verso la creazione di una piccola calcolatrice elettronica (MESM) avvennero nel 1948 in un laboratorio segreto di Feofanija, nei pressi di Kiev. Il lavoro era supervisionato da Sergej Lebedev, al tempo direttore dell’Istituto di Ingegneria Elettrica. Propose ed attuò i principi di una macchina per calcoli elettronici con un programma di archiviazione. Nel 1953 Lebedev guidò il team che creò la prima grande calcolatrice elettronica, nota come BESM-1. Fu assemblata a Mosca presso l’Istituto di meccanica di precisione ed ingegneria informatica. I personal computer furono prodotti dall’Istituto di Cibernetica di Kiev negli anni ’60 nella serie che comprese i computer Mir-1, Mir-2 e Mir-3. Questi erano personal computer con tutte le caratteristiche necessarie, memoria e capacità per l’impiego nelle industrie dell’epoca. I sistemi informatici originali in URSS non furono unificati sotto uno standard comune, neanche entro la singola serie. I computer moderni non potevano “capire” i predecessori. Le macchine erano incompatibili per i criteri su capacità digitali e periferiche. Per via dell’assenza di norme unificate e per una strategia di sviluppo sbagliata, l’industria dei computer sovietica cominciò ad seriamente a rallentare all’inizio degli anni ’70. Andrej Ershov, uno dei fondatori dell’informatica in Unione Sovietica, dichiarò apertamente che se Viktor Glushkov non avesse cessato di sviluppare la serie Mir, i migliori personal computer al mondo sarebbero stati creati in URSS.

BESM-6

BESM-6

L’errore fatale: piratare IBM
pentkovskiy Nel 1969 le autorità sovietiche decisero di chiudere tali sviluppi e iniziare a creare computer basato sulla piattaforma IBM/360. In altre parole, decisero di piratare i sistemi occidentali. “Fu la peggiore decisione possibile“, dice Jurij Revich, storico e programmatore. “Il governo sovietico e in parte i costruttori erano da biasimare per il fatto che l’industria avesse cessato di svilupparsi autonomamente. Ogni gruppo rimase isolato e il regime di segretezza facilitò le diverse soluzioni tecnologiche, prese in prestito dalle riviste scientifiche occidentali“. A parere di Revich, ciò fece rallentare l’industria dei computer sovietica. Quando l’Unione Sovietica lanciò il suo primo mainframe ESEVM nel 1971, gli Stati Uniti erano già passati alla successiva generazione di IBM/370. “Gli sviluppatori dovettero compiere una quantità importante di lavoro, non inferiore a quello per creare un computer da zero, come tradurre i programmi e molto altro“, spiega Revich. “Ma il risultato fu del tutto inadeguato. La scienza mondiale perse molto a causa di tale decisione“. Negli anni ’80 l’industria dei computer ristagnava. “Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, c’erano due o tre tipi di computer nel Paese“, ricorda Maksim Moshkov, fondatore di Lib.ru, prima biblioteca elettronica della Russia. “Al lavoro c’erano due scatole delle dimensioni di una scrivania, alta 1,5 metri, che gestiva i calcoli salariali ordinari dei dipendenti“. Ha spiegato che le scatole contenevano 16 megabyte di RAM ed erano controllate da un team di 15 programmatori, amministratori e tecnici. “I calcolatori stranieri lavoravano in modo simile“, aggiunge Moshkov. Molte menti dell’informatica sovietica si trasferirono all’estero. Vladimir Pentkovskij, che lavorava presso l’Istituto Lebedev di meccanica di precisione ed ingegneria informatica, è diventato lo sviluppatore leader del microprocessore Intel e fu sotto la sua guida che l’azienda creò il processore Pentium, nel 1993. Pentkovski utilizzò le conoscenze acquisite in URSS per sviluppare l’Intel. Nel 1995, Intel lanciò il più moderno processore Pentium Pro, che in termini di capacità era vicino al microprocessore russo El-90 del 1990.

I supercomputer russi
sm.aspxNel 2007-2010, quando il governo ha iniziato a finanziare attivamente le scienze, dopo una pausa di 15 anni, gli scienziati russi e bielorussi hanno creato congiuntamente la serie di supercomputer SKIF (SKIF è l’acronimo russo per SuperComputer Iniziativa Feniks). Un altro supercomputer, AL-100, è stato avviato nel 2008, la cui massima produttività raggiunge i 14,3 Tflops. AL-100 comprende 336 processori Intel Xeon 5355 e ha 1344 GB di RAM. Il supercomputer Lomonosov è stato creato nel 2009. Questa macchina è composta da tre tipi di nodi e processori con diverse architetture computazionali. Il supercomputer è utilizzato per risolvere intensivi problemi di scienza computazionale sviluppando algoritmi e software per potenti sistemi di calcolo. Lomonosov è tra i primi 500 più potenti supercomputer del mondo.

Il supecomputer Lomossonov

Il supercomputer Lomonosov

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“L’esperienza cinese è utile alla Russia”

Articolo di Zjuganov per il Quotidiano del Popolo e la Pravda
Histoire et Societé – 26 settembre 2014

Il 25 settembre è iniziata la visita ufficiale in Cina, su invito del Comitato centrale del Partito comunista cinese, della delegazione del Partito comunista (della Federazione Russa) guidata dal Segretario Zjuganov. Lo stesso giorno, il giornale ufficiale del Comitato centrale del PCC, “Quotidiano del Popolo”, ha pubblicato un articolo di Zjuganov. Oggi presentiamo ai lettori la traduzione dalla Pravda.

MAIN201409270824000105867568431Nel giugno 1997, i nostri partiti firmarono un memorandum per la cooperazione, che divenne la base per lo sviluppo delle relazioni multilaterali tra il Partito comunista e il PCC. Il Partito comunista in quel momento, dopo esser stato bandito e un lungo processo presso la Corte Costituzionale, e dopo aver superato la difficile strada per il recupero e la rigenerazione, aveva ripreso forza con fiducia e conquistato l’appoggio delle masse. Per noi, la firma di quel protocollo fu un importante sostegno morale. Lo scambio delle delegazioni consentì ai membri del nostro gruppo di conoscere le conquiste del popolo cinese, le attività del PCC. In Cina hanno soggiornato diversi gruppi militanti degli uffici regionali del partito comunista. Tra di loro c’erano speciali delegazioni di giovani, futuri leader del partito. Per loro, questi viaggi sono diventati una sorta di tirocinio. Molti giovani talenti si uniscono al nostro partito. Acquisire familiarità con le conquiste del Paese nel costruire il socialismo con caratteristiche cinesi, è un incentivo per il loro lavoro quotidiano. Anche i giornalisti del partito visitano la Cina. Dopo le loro visite, hanno pubblicato decine di materiali. Un aspetto importante del rapporto tra i partiti è la partecipazione dei rappresentanti del Partito Comunista in vari seminari e conferenze organizzati dalle organizzazioni scientifiche del PCC. I rappresentanti del Partito comunista cinese frequentano regolarmente i congressi del Partito comunista, così come quelli internazionali organizzati a Mosca su iniziativa del Partito Comunista. Ho visitato il vostro bel Paese sette volte. Questa visita sarà l’ottava. Ho avuto l’opportunità di incontrare molti leader del PCC. Il compagno Xi Jinping ha sostenuto attivamente lo sviluppo delle relazioni tra il Partito comunista russo e il PCC, chiedendone l’espansione. Penso che questi incontri siano un importante contributo alle relazioni tra il partito comunista e il PCC.
Sono grato ai compagni cinesi, perché hanno tradotto e pubblicato in cinese una serie di mie opere che riflettono i processi che avvengono in Russia, e le attività del nostro partito. Il mio libro “La globalizzazione e il destino dell’umanità”, contiene un’analisi delle relazioni internazionali contemporanee. Mi è stato detto che ha suscitato grande interesse tra i lettori cinesi. Generalmente, durante i nostri viaggi in Cina, abbiamo avuto l’opportunità di familiarizzare con i processi su riforme, sviluppo della scienza, produzione industriale moderna. I cinesi hanno ottenuto un notevole successo. Ero a Pechino quando avevano appena iniziato i preparativi per le Olimpiadi. Poi ho visitato Pechino alla vigilia della celebrazione globale dello sport e ho visto con i miei occhi ciò che è stato costruito: stadi, centri sportivi, nuove infrastrutture. Tutto questo mi ha fatto impressione. E’ con grande cura che seguiamo l’attuazione delle riforme previste nella RPC da parte del partito. La Cina detiene ancora il primo posto nel mondo per crescita economica, nonostante la crisi globale: una media del 9-10% all’anno negli ultimi 30 anni. C’è stato un aumento costante dei redditi nelle aree urbane e rurali. Sappiamo che la politica interna in Cina è determinata dall’adesione al sistema socialista. Tuttavia, la scelta socialista non impedisce di sviluppare relazioni nell’economia di mercato. La stabilità politica e il progresso dell’economia nazionale incitano la popolazione della Grande Cina a sperare in un futuro migliore.
Per noi, comunisti russi, l’esperienza della cooperazione con i partiti democratici del PCC in Cina è di grande interesse. Ci siamo incontrati più volte con i rappresentanti del Comitato Nazionale della Conferenza Consultiva Politica del Popolo della Cina. Credo che questa esperienza possa essere utile per la Russia. Le relazioni russo-cinesi sono caratterizzate da elevate dinamiche di sviluppo, basandosi sul trattato di buon vicinato, amicizia e cooperazione tra Russia e Cina del 16 luglio 2001. Queste relazioni sono ora caratterizzate da un partenariato basato su fiducia e interazione strategica. Dietro queste formulazioni ufficiali vi sono centinaia di contratti e accordi specifici. Recentemente sono venuto a conoscenza del piano d’azione 2013-2016. Esso dimostra che oltre 300 trattati ed accordi intergovernativi sono stati firmati, coprendo quasi tutti i settori della cooperazione. I parlamentari contribuiscono all’approfondimento delle relazioni tra i nostri due Paesi. Le commissioni parlamentari istituite operano con successo secondo la cooperazione tra Consiglio della Federazione, Consiglio di Stato e Congresso nazionale del popolo. Il Primo Vicepresidente del Partito Comunista, Primo Vicepresidente della Duma Ivan Melnikov, è responsabile per lo sviluppo delle relazioni tra la Duma di Stato e il Comitato Nazionale della Conferenza Consultiva Politica del Popolo della Cina. Un membro del nostro gruppo, l’Ambasciatore Vassilij Likhachjov, è il coordinatore del gruppo di cooperazione tra la Duma di Stato e la CCPPC. Un posto importante nelle relazioni russo-cinesi prendono le relazioni interregionali. Oggi, più di 60 soggetti della Federazione Russa hanno contatti con le province della RPC. Hanno firmato più di un centinaio di accordi di cooperazione. I deputati comunisti degli organi di rappresentanza di questi soggetti, sostengono pienamente lo sviluppo dei contatti interregionali. L’Anno della Russia in Cina e l’Anno della Cina in Russia, delle lingue cinese e russa, hanno avuto molto successo. La mia famiglia contribuisce anche a questa partnership: un mio nipote studia cinese al liceo e ha fatto uno stage a Shanghai. I nostri Paesi hanno buone prospettive nell’approfondire la cooperazione reciprocamente vantaggiosa. La cosa importante è che gli accordi siano carichi di contenuti concreti.
Assistiamo all’improvviso peggioramento della situazione internazionale. In varie parti del mondo imperversano la guerra e il terrorismo, e le minacce alla pace e alla stabilità si inaspriscono. La guerra ha raggiunto i confini della Russia, in Ucraina c’è la guerra civile. Nei documenti diplomatici avrebbero scritto probabilmente che gli approcci di Russia e Cina ai problemi fondamentali della politica mondiale e alle questioni internazionali sono vicini o coincidono. In pratica, ciò significa che i nostri Paesi hanno sventato l’aggressione alla Siria. I marinai dei nostri Paesi hanno garantito le regolari operazioni per distruggere le armi chimiche siriane. Nel vocabolario internazionale vi sono concetti ben affermati come BRICS e SCO, nella cui formazione sono coinvolte attivamente Russia e Cina. Sono convinto che queste strutture internazionali emergenti avranno sempre più importanza e influenzeranno il corso degli eventi mondiali.
Oggi abbiamo tutte le ragioni per dire che Russia e Cina sono cruciali nel mondo moderno, e senza cui non può essere risolto alcun problema internazionale.

P201003242150341005320083Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone guarda ancora all’Oceano Indiano

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 20/09/2014

Modi-AbeUno dei segnali che indicano la continua evoluzione nel processo di “normalizzazione” del Giappone è l’espansione delle proprie aree d’interesse politico. La geografia di tale spazio è determinata dalla necessità di risolvere due problemi sostanzialmente interconnessi e vitali per il Giappone. Il primo è garantirsi l’accesso alle risorse energetiche del Golfo Persico, così come il loro transito sicuro ai porti giapponesi. Il secondo, non ufficializzato ma abbastanza evidente, deriva dalla trasformazione della Cina in potenza globale, percepita come principale minaccia agli interessi nazionali e alla sicurezza del Giappone. Poiché la Cina “ricambia” con la propria valutazione del processo di “normalizzazione” giapponese, le relazioni tra questi due importanti Paesi asiatici sullo spazio politico globale sembrano sempre più seguire la “marcatura” tra due calciatori avversari durante la partita. La strategia attuata da entrambe le “squadre” inizia a svilupparsi in tutte le regioni del mondo, ma è particolarmente evidente nell’area della rotta che si estende attraverso Oceano Indiano, Stretto di Malacca e Mar Cinese Meridionale, terminando nei porti di Cina, Taiwan, Corea del Sud e Giappone.
Da quando è salito al potere alla fine del 2012, l’attenzione del primo ministro giapponese Shinzo Abe si è concentrata sulla crescente presenza giapponese nel Mar Cinese Meridionale e nello Stretto di Malacca. Il premier e i suoi ministri chiave hanno compiuto il maggior numero di visite nei Paesi del sud-est asiatico che circondano lo stretto. E’ importante notare che nelle visite e trattative con gli omologhi di questi Paesi, assieme all’uso del tradizionale strumento economico della politica estera del Giappone, l’aspetto militare e tecnico della cooperazione del Paese diventa sempre più importante. Ciò è fortemente incoraggiato dai Paesi del sudest asiatico per ragioni abbastanza ovvie. Va notato che i segnali che indicano il rinnovato interesse del Giappone per la regione dell’Oceano Indiano, ben evidente nelle due guerre mondiali, s’è già manifestato nel primo mandato di Shinzo Abe, nel 2006-2007, con la sua visita in India nel 2007, formulando il concetto di “arco d’instabilità”. Come notato dagli analisti, “con strana coincidenza”, l’arco si sovrappone alla suddetta vitale rotta per il Giappone. Nell’estate 2011, il Giappone aprì la sua prima base militare estera dal dopoguerra, dopo aver affittato dei terreni a Gibuti, nell’estremità occidentale della rotta di fondamentale importanza, per combattere i “pirati somali”, che sarebbero stati creati se non esistessero. Per inciso, per sopprimere la “minaccia dei pirati”, anche la Cina ha firmato un accordo con Gibuti per costruire una propria base militare all’inizio del 2013. Tuttavia, navi e aerei militari dei principali attori regionali da tempo pattugliano l’acceso al Golfo Persico.
La prova della nuova fase della politica attiva del Giappone nella regione dell’Oceano Indiano s’è avuta con i negoziati tra Shinzo Abe e il nuovo premier indiano Narendra Modi, durante la visita di quest’ultimo in Giappone all’inizio di settembre e il successivo tour asiatico del premier giapponese con soste in Bangladesh e Sri Lanka. Tuttavia, la nuova fase dei rinnovati interessi giapponesi nell’Oceano Indiano, forse iniziò nel maggio 2013 quando, in un altro tour nei Paesi del sudest asiatico, il premier giapponese si fermò anche in Myanmar. È un fatto che il Myanmar colleghi geograficamente le regioni dell’Oceano Indiano e del Sud-Est asiatico. Perciò la lotta per il controllo del suo territorio accelera nel gioco che si dispiega tra i protagonisti dello spazio circostante i bacini degli oceani Indiano e Pacifico. Nel viaggio in Giappone di Modi, gli analisti notarono subito che era il primo Paese visitato nei suoi tanti viaggi all’estero. La ragione principale di ciò è il consolidato rispetto di Modi per il Giappone e personalmente il suo attuale premier. Sebbene le foto delle agenzie di stampa delle riunioni bilaterali dimostrano tali sentimenti meglio di ogni parola. Il nuovo premier indiano prosegue sulla via di più stretti legami politici con il Giappone, come deciso dai suoi predecessori. Anche se il volume commerciale indiano con la Cina è di un ordine di grandezza maggiore di quello con il Giappone, la Cina è sempre più vista come un avversario geopolitico, mentre il Giappone come principale potenziale alleato politico dell’India. Quindi, sembra che con “gelosia” evidente la Cina abbia visto il viaggio di Modi in Giappone. I commenti della stampa cinese possono essere riassunti: “è meglio per l’India essere nostra amica” (vedasi: Modi sa che le relazioni con la Cina sono più importanti nel lungo periodo, di Liu Zongyi, Global Times). La stessa argomentazione “cinese” era presente nei commenti sulla visita di Abe in Bangladesh e Sri Lanka. Avviando le discussioni sulla proverbiale strategia del “filo di perle” che si suppone perseguita dalla Cina nel sud-est asiatico in generale e in India in particolare. Vi è anche l’ipotesi secondo cui il Giappone intende creare un proprio “filo di perle” nel sud-est asiatico, una rete di basi militari nello spazio tra Gibuti e lo Stretto di Malacca. Tuttavia, queste sono attualmente solo speculazioni e si può solo attendere per vedere come il gioco tra le nazioni leader regionali si svolge.
I prossimi eventi che meritano particolare attenzione saranno la visita del presidente cinese Xi Jinping in India e il successivo viaggio di Modi per la sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove ha in programma d’incontrare il presidente degli USA Barack Obama. Il secondo evento è particolarmente interessante perché, fino alla fine dello scorso anno, quando il Bharatiya Janata Party vinse le elezioni parlamentari, Modi era bandito dal suolo statunitense. Tuttavia, ora Modi è praticamente l’ospite più atteso dell’amministrazione statunitense, ed è abbastanza evidente perché.

l2014083056190Vladimir Terekhov, ricercatore presso il Centro per gli studi asiatici e del Medio Oriente dell’Istituto di ricerca strategica russo, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 366 follower