Il vertice BRICS traccia chiare linee rosse su Siria e Iran

Sharmin Narwani, The BRICS Post 3 aprile 2013

12349176I BRICS sono diventati impossibili da ignorare. Alla chiusura del quinto vertice annuale dei BRICS a Durban, in Sud Africa, non c’era dubbio che questo gruppo di cinque economie in rapida crescita abbia avviato la revisione dell’ordine economico e politico mondiale. La Dichiarazione eThekwini, rilasciata al termine del vertice, è stata redatta in linguaggio non conflittuale, ma chiarisce palesemente che l’egemonia e l’unipolarità occidentali venivano presi di mira dal vertice. I BRICS hanno colpito alcuni dei principali punti deboli occidentali, annunciando la formazione di una banca di sviluppo comune finanziata con 50 miliardi di dollari, per rivaleggiare con il FMI e la Banca Mondiale. Sono stati firmati accordi per incrementare gli scambi inter-BRICS nelle rispettive valute, erodendo ulteriormente lo status del dollaro quale valuta di riserva mondiale. Una serie di inconfondibili sfide ai vecchi leader mondiali: riformate istituzioni ed economie, o lo faremo noi.
Con l’intento di riempire un vuoto della leadership economica e finanziaria globale, i BRICS hanno anche iniziato a tracciare alcune nette linee politiche. Per cominciare, il vertice era incentrato sullo sviluppo in Africa, un continente ricco di risorse in cui competono gli interessi economici, attirando linee di faglia geopolitica sempre più polarizzate negli ultimi anni. I BRICS sono stati invitati al tavolo africano dal loro nuovo Stato aderente, il Sud Africa, ed hanno usato questa opportunità per sostenere pienamente l’Unione africana (UA). L’UA è stata il tentativo africano di integrare e unificare economicamente il continente, attraverso la creazione di una moneta unica e di un fondo di sviluppo per poter bypassare il famigerato FMI, e militarmente attraverso la costituzione di organizzazioni di sicurezza/difesa e di forze militari congiunte, tra le altre cose. Per il successo dell’UA saranno necessari la riduzione dell’imperialismo occidentale vecchio stile nella regione, delle attività economiche estere di sfruttamento e impedire a forze straniere come l’AfriCom degli Stati Uniti (AFRICOM), d’insediarsi nel teatro militare africano.
Al centro dell’agenda del vertice vi è la determinazione dei BRICS di ancorare qualsiasi ordine globale emergente al “multilateralismo”, sia chiedendo seggi permanenti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sia erigendo costruzioni economiche alternative per modificare l’equilibrio di potere a loro favore, sia influenzando proattivamente i risultati nelle zone di conflitto mondiale.

Siria e Iran
Il vertice di Durban, pertanto, non aveva intenzione di ignorare le due questioni più importanti presso il Consiglio di sicurezza dell’ONU – Siria e Iran. I BRICS hanno collettivamente respinto ogni ulteriore militarizzazione di questi problemi, auspicando soluzioni politiche negoziate attraverso iniziative diplomatiche, esprimendo preoccupazione per le sanzioni unilaterali e avvertendo contro la violazione dell’”integrità territoriale e della sovranità” di queste nazioni. La Dichiarazione eThekwini dice dell’Iran: “Siamo convinti che non ci sia alternativa a una soluzione negoziata alla questione nucleare iraniana. Riconosciamo il diritto dell’Iran all’uso pacifico dell’energia nucleare, in linea con i suoi obblighi internazionali, e sosteniamo la risoluzione della questione attraverso mezzi e dialogo politici e diplomatici“. E sulla Siria, i BRICS hanno pienamente supportato i principi di Ginevra come quadro per risolvere il conflitto: “Crediamo che il comunicato congiunto del Gruppo di azione di Ginevra fornisca la base per la risoluzione della crisi siriana e riaffermiamo la nostra opposizione ad ogni ulteriore militarizzazione del conflitto. Un processo politico guidato dai siriani che conduca ad una transizione, può essere raggiunto solo attraverso l’ampio dialogo nazionale che soddisfi le legittime aspirazioni di tutte le componenti della società siriana, e il rispetto dell’indipendenza, dell’integrità territoriale e della sovranità siriana, come espresso dal Comunicato congiunto di Ginevra e dalle opportune risoluzioni del Consiglio di sicurezza“.
Le posizioni dei BRICS su Iran e Siria non possono, tuttavia, essere viste solo entro i parametri della dichiarazione del vertice. Per cominciare, l’affermazione non è una novità, i BRICS sono a favore di questi punti, in una forma o nell’altra, da quando rilasciarono il loro primo comunicato sulla politica estera nel novembre 2011. Per capire la profondità e l’ampiezza dell’impegno su queste prese di posizione sul Medio Oriente, vi è la necessità di guardare al di là del sterilizzato ambiente diplomatico del vertice. India, Brasile e Sud Africa, per esempio, non hanno fatto molti commenti  su Siria e Iran, lasciando ai loro colleghi, membri permanenti del Consiglio di sicurezza, Russia e Cina, il ruolo di portavoce dei BRICS su questi temi. All’inizio di marzo, il presidente cinese Xi Jinping ha visitato Mosca nel suo primo viaggio all’estero da capo di Stato, dove ha detto: “Dobbiamo rispettare il diritto di ogni Paese del mondo a scegliere autonomamente il proprio percorso di sviluppo e a poter contrastare l’interferenza negli affari interni da parte di altri Paesi“. Un chiaro avvertimento contro l’aggressivo interventismo occidentale, la visita di Xi al russo Vladimir Putin ha sottolineato l’importanza della loro “partnership strategica” nelle questioni geopolitiche. Sulla Siria, in particolare, la Russia è andata avanti con la benedizione dei suoi colleghi dei BRICS, tra cui la Cina; così la visione critica di Mosca della situazione deve essere presa in considerazione.
I russi hanno recentemente pubblicato un documento di riflessione sull’importanza della loro partecipazione ai BRICS, una visione che riflette probabilmente simili priorità dei vertici degli altri Stati membri.

I BRICS tracciano linee rosse
Per tutti i BRICS, considerazioni finanziarie ed economiche sono la spinta trainante nella formalizzazione di questa coalizione strategica. Vi è, dicono i Russi, “il desiderio comune dei BRICS di riformare l’obsoleta architettura finanziaria ed economica internazionale che non tiene conto della maggiore potenza economica delle economie emergenti e dei Paesi in via di sviluppo.” Ma affinché si abbiano cambiamenti economici fondamentali, deve aversi anche un simultaneo riequilibrio del potere politico nel mondo. Mosca ritiene che i BRICS “possano potenzialmente diventare un elemento chiave del nuovo sistema di governance globale, soprattutto nei settori economici e finanziari. Allo stesso tempo, la Federazione russa distingue un posizionamento favorevole ai BRICS nel sistema mondiale, come nuovo modello di relazioni globali, sovrastante le vecchie linee di divisione tra Est e Ovest, Nord e Sud“.
E’ un nuovo mondo coraggioso, ma v’è anche il valore reale in alcuni dei vecchi modi. Per esempio, i BRICS sono grandi sostenitori dello stato di diritto negli affari mondiali, concetti che l’occidente propaganda, ma a cui raramente aderisce nel perseguimento dei propri interessi strategici, cioè con  l’interventismo, il cambio di regime, la militarizzazione del conflitto. Per i russi, una priorità assoluta dei BRICS è “ottenere l’adesione degli Stati partecipanti allo stato di diritto nelle relazioni internazionali, aumentando progressivamente la cooperazione politica estera con i partner dei BRICS nell’interesse della pace e della sicurezza, nel rispetto della sovranità e integrità territoriale degli altri Stati e della non ingerenza nei loro affari interni“. I BRICS appoggiano il modulo delle Nazioni Unite nel contribuire al raggiungimento di questi principi di base. Per essi, non è il veicolo a essere rotto, il problema sono i suoi piloti. E in particolare l’idea che il cambiamento di regime, le sanzioni e gli interventi militari siano strumenti accettabili negli affari internazionali.
I BRICS, secondo Mosca, possono “migliorare ogni interazione possibile nelle Nazioni Unite, nonché preservare e rafforzare il ruolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come ente dalla responsabilità principale nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, impedendo l’uso dell’ONU, e prima di tutto del Consiglio di Sicurezza, per coprire la via alla rimozione dei regimi indesiderati e all’imposizione di soluzioni unilaterali a situazioni conflittuali, incluso l’uso della forza”. Per inciso, non è certo una coincidenza che il presidente siriano Bashar al-Assad abbia inviato una lettera ampiamente pubblicizzata, al vertice dei BRICS. Qui, dopo tutto, il capo di Stato di una nazione sovrana chiede aiuto ai BRICS in ascesa, per proteggere l’integrità territoriale della Siria contro la “palese interferenza straniera” che opera in contraddizione con la “Carta delle Nazioni Unite.” La lettera colpiva tutti i punti sensibili dei BRICS: stato di diritto nelle relazioni internazionali, conservazione della pace e della sicurezza mondiali, risoluzione pacifica dei conflitti, de-militarizzazione… e riconoscimento dell’importanza dei BRICS nel nuovo ordine mondiale. La lettera di Assad è arrivata il giorno dopo che la Lega Araba aveva assegnato il seggio della Siria alla coalizione dell’opposizione estera sostenuta dai nemici della Siria, una mossa che i russi definiscono “illegale e non valida”, un ostacolo alla risoluzione pacifica del conflitto. Può darsi che i BRICS diano l’esempio qui. Ricevendo questa lettera al vertice, si conferisce chiaramente legittimità ad Assad e alle sue richieste, ed è difficile immaginare che questo non sia stato un evento coordinato in anticipo.
Le posizioni di Mosca sulla questione siriana non possono essere escluse dal contesto dei principi condivisi dai BRICS. I russi potrebbero avere maggiori carte da giocare in ciò che accade in Siria, come anche altre in Iran, ma queste sono le linee rosse coerenti in ciò che i BRICS sperano di raggiungere a livello globale. E sono anche pronti a scommetterci sopra. Parte della scommessa è che le vacillanti economie occidentali non possono andare molto lontano, con l’attuale andazzo ci vorrà solo “tempo” per vedere materializzarsi questi cambiamenti globali. In ogni caso, poco dopo la conclusione del vertice, la Russia ha promesso di evitare qualsiasi misura del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per assegnare il seggio della Siria all’opposizione.
Il potenziale caos appare all’orizzonte, mentre un nuovo ordine politico emerge, e i BRICS non saranno timidi nel sostenere con forza i loro ordini del giorno collettivi, un compito reso più facile dal notevole peso che hanno acquisito. Durante il volo di ritorno da Durban a Mosca, Putin ha ordinato improvvise grandi manovre militari nel Mar Nero, vicino al nemico della Siria, la Turchia, una mossa che la maggior parte degli osservatori ritiene un avvertimento agli interventisti stranieri in Siria. E’ improbabile che le nazioni BRICS andranno lontane nel tracciare tali linee rosse, senza difenderle. Come ciò possa trasparire nei casi di Siria o Iran è incerto, è poco probabile che vedremo l’esercito dei BRICS combattere battaglie nell’immediato futuro. D’altra parte, questi rapporti strategici probabilmente daranno luogo a posizioni militari coordinate e a una pianificazione delle forze speciali esattamente per questo tipo di scenari. Ciò non è difficile da immaginare. I BRIC erano solo un acronimo creato dalla Goldman Sachs per descrivere alcune economie emergenti in rapida crescita, qualche anno fa. Oggi sono impegnati in esercitazioni militari bilaterali, nel finanziamento di banche, creazione di istituzioni e ridefinizione delle priorità globali del 21° secolo.

0_0_1_brics_summitLe opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle  editoriali.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Assad: la crisi in Siria segna la fine del mondo unipolare e l’ascesa dei Paesi BRICS a Potenza Globale

Christof Lehmann, Nsnbc, 6 aprile 2013

bashar_al_assad_1256975In una recente intervista, il presidente siriano al-Assad ha dichiarato che la crisi in Siria segna la fine del mondo unipolare dominato dagli USA; mentre oggi i ribelli hanno bombardato il sobborgo di Damasco, Jaramana, a maggioranza cristiana, uccidendo una persona, ferendone sette e causando danni strutturali a diversi edifici. Nel frattempo, l’esercito siriano continua le operazioni in tutta la Siria, anche nelle zone nord-orientali di Damasco. Al-Assad ha accusato la Turchia di sponsorizzare il terrorismo. In una intervista televisiva al canale turco Ulsal Kanal, il presidente siriano Bashar al-Assad ha accusato la Turchia di sostenere i terroristi in Siria. Nell’intervista, al-Assad ha sottolineato che i Paesi occidentali non hanno diritto di stabilire la democrazia in Siria, in quanto hanno la responsabilità degli omicidi nel Paese e nella regione.
Il presidente siriano ha continuato l’intervista affermando che la crisi in Siria non è locale, ma  internazionale, e che crede che la crisi sia un effetto della lotta tra i grandi Paesi del mondo, per  modificare gli attuali confini degli Stati della regione. La crisi in Siria è soprattutto una crisi internazionale, ha detto Assad, perché è una guerra scatenata contro il suo Paese dalla comunità internazionale. Al-Assad ha sottolineato che la creazione dei BRICS invia un segnale a tutto il mondo, secondo cui gli Stati Uniti non possono rimanere l’unico polo del potere globale, e che  dovranno ora tener conto del parere e degli interessi dei Paesi BRICS. Ha continuato affermando che i paesi BRICS non assistono il governo o lo Stato siriano di per sé, ma che invece tentano di stabilizzare la regione. Al-Assad ha sottolineato che vi è la necessità di comprendere appieno che se la crisi porta alla frattura della Siria, o se s’invade il Paese di terroristi, la crisi inevitabilmente sconfinerà nei Paesi vicini. Ha continuato affermando che crede che “è per questo che i Paesi BRICS si sono opposti all’occidente e fanno quadrato sul principio di una soluzione politica in Siria.”
In precedenza al-Assad aveva accusato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, affermando che non ha detto una sola parola di verità fin dall’inizio della crisi, e ha accusato il governo turco di essere il primo sostenitore dell’opposizione siriana e del terrorismo da esso sponsorizzato. In una dichiarazione rilasciata il 4 aprile, al-Assad ha criticato la Lega Araba per aver consegnato il seggio siriano alla Coalizione nazionale dell’opposizione, e ha affermato che la Lega Araba non ha legittimità. Si tratta di un’assemblea che rappresenta gli Stati arabi, non il popolo arabo. Non può concedere o ritirare legittimità, ha detto.
La dichiarazione di al-Assad, secondo cui l’avanzata dei BRICS implica la fine del mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti, si è avuta subito dopo il vertice BRICS 2013, a Durban in Sud Africa, e la decisione degli Stati membri dei BRICS, tra altre iniziative, di creare una Banca per lo sviluppo in alternativa alla Banca Mondiale e al FMI. La linea rossa che i Paesi BRICS hanno tracciato riguardo la Siria, con l’istituzione di una Banca di Sviluppo, sono due di una serie di linee rosse e segnali che i Paesi BRICS hanno emesso il mese precedente. Alcune nazioni occidentali, tuttavia, hanno risposto con azioni segrete di aggressione, che non potevano che aggravare e allargare il conflitto in Siria verso una guerra più ampia, e anche in una guerra valutaria globale.
Dopo il mancato raggiungimento di un accordo tra l’Unione europea e la Russia sul Terzo accordo energetico dell’Unione europea, i diplomatici russi sono sempre più assertivi e aperti nei loro avvertimenti contro l’allargamento del conflitto sulla sicurezza energetica, comprendente la Siria.
Ai primi di marzo, Yi Gang, Vicegovernatore della China National Bank, ha invitato i responsabili internazionali ad evitare una guerra monetaria dichiarando: “La Cina è pronta, in termini di politiche monetarie e altri meccanismi, ad affrontare una guerra valutaria possibile, e la Cina terrà pienamente conto della politica di allentamento quantitativo condotta dalle banche centrali di alcuni Paesi“. La risposta occidentale, tuttavia, sembra essere la continuazione dell’aggressiva politica militare ed economica, portando tra l’altro all’aggravamento persistente della crisi in Corea e in Siria, al proseguimento del protezionismo economico, all’attivazione di ascari militari o all’intervento militare diretto in Africa centrale.
Poco dopo il vertice dei BRICS a Durban, Sud Africa, i media occidentali hanno avviato una campagna presentando il presidente sudafricano Jacob Zuma come un potenziale criminale di guerra, per il coinvolgimento di truppe sudafricane nella Repubblica Centrafricana (CAR), in cui 13 soldati sudafricani sono stati uccisi durante i tentativi di sostenere il governo e i militari del CAR, per sventare un colpo di Stato sostenuto dall’occidente tramite l’aiuto dei fantocci di un’”alleanza ribelle”. La campagna concertata contro l’ospite del Vertice 2013 dei BRICS, il presidente sudafricano Jacob Zuma, ha portato l’esperto russo di diritto internazionale e governance, Aleksandr Mezjaev, ad esprimere la preoccupazione che il colpo di Stato filo-occidentale nella Repubblica Centrafricana, possa essere un precursore per un imminente colpo di Stato nella Repubblica del Sud Africa. Vi è consenso generale tra gli analisti sulla dichiarazione del presidente siriano al-Assad, secondo cui la maggiore assertività dei paesi BRICS mette fine all’incantesimo del mondo unipolare  dominato dagli USA. Se il mondo sarà trascinato in una guerra valutaria globale e all’ampliamento dai ribollenti conflitti in un confronto mondiale militare, aperto e diretto, tra i due blocchi, tuttavia, resta assai incerto e, per il momento, difficile da valutare.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Assalto, resistenza e nuova strategia del non allineamento dei BRICS

Sam Moyo e Paris Yeros, Pambazuka – N° 623,  27/03/2013

E’ necessario domandarsi quale sia il ruolo che i Paesi BRICS svolgono nelle semi-periferie della internazionalizzazione della produzione, fino a che punto sono anti-sistemici e anti-imperialisti? E’ necessario riavviare una nuova strategia di non-allineamento dei Paesi BRICS non solo respingendo l’egemonia militare del Nord, ma consentendo un maggior grado di manovra allo sviluppo nazionale.
68265
In che modo l’imperialismo di oggi è diverso dagli imperialismi del passato? E quali strategie sono in grado di minarlo? Gli elementi fondamentali dell’imperialismo contemporaneo sono stati analizzati ampiamente. Consistono nella formazione di un imperialismo collettivo, un evento senza precedenti, l’internazionalizzazione attuale della produzione e della ri-finanziarizzazione del capitale monopolistico, e la continua aggressione militare, molto tempo dopo la fine della Guerra Fredda. I mutamenti economici in atto hanno minato l’imperialismo collettivo nella sua vitalità economica e nella sua pace sociale interna, obbligandolo ad aumentare il proprio programma militare esterno e l’offensiva di classe interna. Il risultato concreto di oggi è una nuova ondata di assalti alle risorse naturali e di nuovi interventi militari nelle periferie, accompagnata dalla scomparsa dei patti sociali nei centri del sistema. E’ chiaro che la grande rivalità sistemica della guerra fredda non ha avuto dei veri vincitori tra le superpotenze. L’Unione Sovietica potrebbe essere stata la prima a cedere, ma il disastro si profila ora nell’altro centro. L’unica concreta avanzata dell’ultimo mezzo secolo, è stata la decolonizzazione e la nascita del Sud. Questo ha segnato l’inizio della fine del sistema nato nel 1492.

Nuove sfide e contraddizioni per il Sud
L’emergere del Sud ha prodotto una nuova serie di sfide. Durante la guerra fredda, il movimento di Bandung delineò un insieme coerente di obiettivi, comprendente la decolonizzazione totale, lo sviluppo economico e un ‘non allineamento positivo’. Quest’ultimo significa, in particolare, non-partecipazione ai blocchi militari delle superpotenze e capacità di giudicare ogni relazione esterna sui meriti, in accordo con gli interessi nazionali. L’emergere del Sud ha prodotto anche una nuova serie di contraddizioni. L’internazionalizzazione della produzione ha continuato a differenziare il Sud tra periferie e semi-periferie, e ora anche in semi-periferie ‘emergenti’. Una delle questioni chiave è qual è il ruolo delle semi-periferie, e in particolare di quelle “emergenti”, che operano nel sistema. Le semi-periferie in passato sono state viste come valvole di sicurezza sistemiche, con cui il capitale monopolistico esternalizzava la produzione in zone con manodopera a basso costo e con risorse naturali. Durante la guerra fredda, la valvola di sicurezza politica acquisì un’espressione geo-strategica nella Dottrina Nixon-Kissinger, il cui scopo era selezionare i partner del Sud come ascari regionali nell’espansione economica e nella stabilizzazione politico-militare. Raramente tale politica falliva, come successe in Iran. L’ascaro più prezioso, allora come oggi, era Israele, ma ce n’erano altri più importanti, come il Brasile, dove si è definito il fenomeno del ‘sub-imperialismo’, cioè il tentativo di andare oltre la funzione di nastro trasportatore delle semi-periferiche.
Il termine richiama l’attenzione su una nuova contraddizione, non solo tra periferie e semi-periferie, ma anche tra centri e semi-periferie emergenti,  indipendentemente dal loro orientamento ideologico (il Brasile era sotto una dittatura di destra). La contraddizione rimase non antagonista, fino a quando il regime militare oltrepassò i limiti, negoziando un accordo nucleare con la Germania federale e riconoscendo l’indipendenza dell’Angola. Così, la dittatura venne abbandonata dagli Stati Uniti, in un momento in cui cresceva la mobilitazione interna delle masse. La transizione venne controllata con mezzi politico-finanziari e di altro tipo, portando infine alla ‘riconversione’ di questa semi-periferia in parco giochi finanziario neoliberista de-nazionalizzato. Il termine inoltre richiamò l’attenzione sul fatto che tutto ciò che emergeva finiva sotto il capitalismo monopolistico, e il suo dominio finanziario e tecnologico, che non poteva che essere basato sul super-sfruttamento del lavoro interno (senza quei patti sociali che caratterizzavano i centri dell’imperialismo). Fu questa relazione interna che intensificò la dipendenza esterna, creando l’esigenza di mercati di esportazione per la produzione semi-periferica e a forzare un’influenza politico-militare  regionale, al fine di risolvere la crisi cronica del saggio di profitto.

Le semi-periferie riemergenti
La successiva ‘riconversione’ generale delle semi-periferie ha prodotto effetti contraddittori, per cui un processo di privatizzazione, di maggiore estroversione e de-nazionalizzazione, ha accentuato i conflitti di classe interni, ma ha anche portato alla formazione di nuovi giganteschi blocchi di capitali nazionali, ancora una volta in lizza per un posto al sole. Non cercano più di esportare semplicemente dei manufatti, ma anche capitali. Le semi-periferie ‘ri-emergenti’ sono anche impegnate nella ‘nuova corsa’ per la terra e le risorse naturali dell’Africa. Naturalmente, sono anch’esse assaltate, ma non è paradossale, dato il loro inserimento persistente nei monopoli esterni. La questione riguarda il fatto se le nuove semi-periferie ‘emergenti’ siano stabilizzatori regionali sostanzialmente asserviti, o una forza antagonista all’imperialismo. Alcuni hanno sostenuto che l’emergere collettivo di queste semi-periferie implica un cambiamento di sistema nella diversificazione dei partner economici nel Sud.

Anti-sistemici e antimperialisti
Dovremmo concludere che le borghesie semi-periferiche sono diventate, inavvertitamente, anti-sistemiche? Altri hanno sostenuto che la nascita simultanea di una manciata di grandi semi-periferie, e in particolare della Cina, segna la contraddizione terminale involontaria ma sistemica da cui il sistema capitalistico mondiale non si riprenderà. Dobbiamo allo stesso modo concludere che il sistema si trova su un piano progressivo storico? Non siamo in grado di puntare le nostre speranze né sulle nuove brillanti borghesie, né sulle inesorabili leggi storiche. Il problema immediato è politico e riguarda il tipo di alleanze necessarie per opporsi all’imperialismo, tanto più che si aggrava il suo programma militare. Quindi, dovremmo anche chiederci: tutte le semi-periferie emergenti sono ugualmente sottomesse o sono antagoniste all’imperialismo? Hanno differenze strutturali da cui si manifestano diverse tendenze politiche?
In effetti, differiscono significativamente l’una dall’altra. Ad esempio, il Brasile e l’India sono guidati principalmente da blocchi di capitali privati, con un forte sostegno finanziario pubblico, in collaborazione con il capitale finanziario occidentale. Il caso della Cina comprende la partecipazione molto più pesante e più autonoma delle imprese e delle banche statali. Nel frattempo, in Sud Africa è sempre più difficile parlare di una borghesia autonoma nazionale di un qualsiasi tipo, dato il grado estremo di de-nazionalizzazione e di riconversione che il Paese ha subito nel periodo post-apartheid.

Il programma militare e i BRICS
Il grado di partecipazione al programma militare occidentale è diverso da un caso all’altro, anche se una ‘schizofrenia’, si potrebbe dire tipica del sub-imperialismo, è inerente a tutto questo. Ironia della sorte, lo Stato più riconvertito, il Sud Africa, ha sottoscritto un patto di mutua difesa regionale per contrastare efficacemente l’ingerenza militare occidentale in Africa del Sud, pur continuando a servire da nastro trasportatore degli interessi economici occidentali del continente. L’India è sempre in linea con la strategia degli Stati Uniti, in particolare nel settore nucleare, ma la resistenza interna rimane significativa. Il Brasile, non meno schizofrenico rispetto ai suoi pari, denuncia i colpi di Stato in Sud America, mentre con zelo guida l’invasione post-golpe di Haiti, sotto l’egida degli Stati Uniti. La Russia è rimasta un membro con diritto di veto nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, ed è sempre più lontana dalla NATO. La Cina è la più chiara forza anti-occidentale, esercitando costantemente la sua piena autonomia strategica, nonostante l’evidente dipendenza dai mercati e monopoli esterni.
Le loro modalità d’impegno con l’Africa non sono meno diverse o contraddittorie. A dire il vero, tutti sono beneficiari, anche la Cina, dell’indiscreta apertura neoliberista delle economie africane, avviata dagli anni ’80 sotto l’egida dell’occidente e delle sue agenzie multilaterali. Eppure, tutti mantengono una maggiore sensibilità sulle questioni di sovranità nazionale, anche se rimane la questione irrisolta della corsa, con tendenze paternalistiche, all’Africa. Inoltre, esiste il potenziale di una frattura dei monopoli in alcuni settori e, per estensione, della presa strangolante occidentale, soprattutto da parte della Cina e delle sue finanze e strategie basate sul cambio tra infrastrutture e petrolio.

Riavviare un nuovo non-allineamento
Date le tendenze e le contro-tendenze di questa congiuntura, è necessario riavviare la strategia del non allineamento sotto condizioni nuove. In tal modo, è indispensabile evitare l”equivalenza’ altamente ideologica tra l’imperialismo occidentale e le semi-periferie emergenti, la cui espressione più evidente è la sinofobia. Qualunque cosa facciano le nuove semi-periferie, non sono certamente i principali agenti dell’imperialismo, né militarizzano le loro politiche estere. Né, del resto, sono nazioni coese internamente, dato l’attuale super-sfruttamento su cui si basa la loro espansione.
Il primo principio del nuovo non-allineamento dovrebbe indubbiamente essere la non partecipazione al programma militare della superpotenza rimasta, cioè gli Stati Uniti, così come dei loro partner minori della NATO e la loro iniziativa AFRICOM. Il secondo è la messa a punto di una strategia riguardante gli attuali e aspiranti emergenti, nel consentire un maggior grado di manovra dello sviluppo nazionale. Pochi Paesi in Africa hanno usato la camera di manovra esistente, nella congiuntura attuale, nell’interesse del progresso sociale ed economico, e quando lo hanno fatto, sono stati generalmente classificati come ‘corrotti’ o ‘tirannici’ dall’occidente. Lo Zimbabwe, il Paese che è andato più lontano nel spezzare i monopoli e nell’elaborare una pragmatica politica di non allineamento (in realtà, la cosiddetto ‘Guardare a Oriente’), è stato perciò tra i più disprezzati.
Il nuovo non allineamento implica non solo resistere militarmente all’occidente e ‘guardare a Est/Sud’, ma anche impostare le condizioni di ogni relazione estera. Tale resistenza può essere efficace solo con strategie collettive a livello continentale e sub-regionale. Stabilire patti di mutua difesa, come in Sud Africa, un patto che ha protetto la radicalizzazione dello Zimbabwe, rappresenterebbe un mattone fondamentale, come lo sarebbero le nuove forme d’integrazione regionale, basate su norme e sull’integrazione commerciale che devono ancora emergere.

*Sam Moyo è direttore esecutivo dell’Istituto Africano di studi agrari; Paris Moyo è docente di Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Minas Gerais, Belo Horizonte, Brasile.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Repubblica Centrafricana tra l’imperialismo e i BRICS

I ribelli seleka formano il nuovo governo nella Repubblica Centrafricana
Abayomi Azikiwe, Global Research, 1 aprile 2013 – Panafrican News Wire

centrafricana_repMichel Djotodia, il leader della Coalizione Seleka, che ha preso il potere nella Repubblica Centrafricana (CAR), il 24 marzo, a Bangui ha stabilito un nuovo governo in gran parte composto da esponenti dell’opposizione. Francois Bozizé, che è stato spodestato dal colpo di Stato, ha lasciato il Paese e sarebbe in Camerun, Stato dell’Africa occidentale. Un leader importante dell’opposizione, Nicolas Tiangaye, è il Primo ministro, mentre Djotodia si è auto-nominato ministro della difesa oltre che presidente. Tiangaye è stato inizialmente nominato Primo ministro a gennaio, quando i negoziati tra il governo Bozizé e i Seleka portò a un accordo di pace che doveva creare un governo di coalizione. Tuttavia, da marzo, i ribelli seleka accusavano il governo Bozize di non attuare l’accordo di pace e cominciarono ad occupare le città principali, suscitando panico a Bangui.
Djotodia ha immediatamente sospeso la costituzione quando ha preso Bangui e ha riconfermato Tiangaye a Primo ministro. Nel nuovo governo vi sono almeno nove membri del gruppo seleka insieme ad altre otto persone provenienti dai partiti di opposizione. Solo un portafoglio è stato dato a una figura associata al governo Bozizé. Djotodia è nato nella regione nord-est del Paese, a Vakaga, è islamico, il primo leader musulmano del Paese da quanto ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia, nel 1960. Solo il 15 per cento della popolazione della CAR è musulmana, essendo la maggioranza cristiana. Djotodia ha studiato nell’ex Unione Sovietica e parla correntemente il russo. Secondo quanto riferito, ha vissuto in Unione Sovietica per un decennio, dove si sposò ed ebbe dei figli. Il nuovo presidente è stato un diplomatico centrafricano in Sudan. E’ presidente dell’Unione delle Forze Democratiche per l’Unità e del Gruppo di Azione Patriottica per la Liberazione della Repubblica Centrafricana. Nel 2006, mentre viveva in Benin, è stato arrestato dalle autorità assieme al suo portavoce Abakar Sabon. Furono trattenuti per oltre un anno e rilasciati nel febbraio 2008, dopo che decisero di partecipare ai colloqui di pace sul futuro della CAR.
Nonostante le affermazioni di Djotodia e dei ribelli seleka, di preoccuparsi del benessere del popolo  e di voler sradicare la corruzione, non c’è modo di sapere se la loro presenza migliorerà le condizioni del Paese. Sia Bozizé che Djotodia guardano alla Francia e l’Unione europea per gli aiuti. Bozizé aveva chiesto l’intervento della Francia per fermare l’avanzata dei ribelli. Djotodia ha detto che ricorrerà all’UE per la ricostruzione del Paese. La Francia ha rafforzato la sua presenza nella CAR alla vigilia della presa del potere dei Seleka. Vi sarebbero 500 truppe francesi di stanza nell’aeroporto, presso la capitale. La Chatham House di Londra, un istituto che studia gli affari internazionali, ha riferito che le azioni dei seleka si basano esclusivamente sull’ambizione. Alex Vines del programma africano della Chatham House, ha dichiarato che “Tutti i resoconti sui Seleka affermano che non hanno una visione dello sviluppo della CAR. Si tratta esclusivamente di spartirsi il patrimonio dello Stato conquistato.” (Associated Press, 1 aprile)

Il dibattito sulla morte dei soldati sudafricani
Almeno 13 soldati delle South African National Defense Forces (SANDF) sono stati uccisi nella CAR, il 23 marzo, quando hanno tentato di difendere la capitale dalle forze d’invasione seleka. I sudafricani erano nel Paese nell’ambito dell’operazione di mantenimento della pace assegnata dall’Unione africana e dalla Comunità economica regionale degli Stati dell’Africa centrale. Le relazioni successive, emanate dal governo dell’African National Congress (ANC) del presidente Jacob Zuma, hanno indicato che circa 200 soldati delle SANDF combatterono oltre 3.000 ribelli.  La morte nella CAR dei soldati SANDF, ha scatenato un dibattito nel parlamento del Sud Africa.
I quotidiani sudafricani Sunday Times e City Press hanno intervistato i soldati delle SANDF che hanno dichiarato che bambini-soldato facevano parte delle forze ribelli, durante la battaglia del 23 marzo. I soldati, che hanno parlato di questi problemi sotto anonimato, hanno riferito che dei bambini sono stati uccisi negli scontri.
L’Alleanza democratica all’opposizione (DA) ha chiesto una indagine sull’incidente e ha accusato il governo dell’ANC di aver schierato truppe nella CAR per tutelare degli interessi minerari. L’ANC ha respinto queste accuse e ha minacciato un’azione legale contro la DA. In una dichiarazione rilasciata dall’ANC il 1° aprile, affermava che il giornale Mail & Guardian aveva diffuso notizie tendenziose “Calcolate per danneggiare l’immagine della ANC e seminare sfiducia sulle nobili decisioni del governo sudafricano, che derivano da politiche pubbliche e trasparenti. … La cosa più inquietante dell’accusa, sono le palesi menzogne che suggeriscono che una società legata all’ANC abbia interessi nella CAR. Sappiamo che questa società non ha alcuna attività nella CAR. Sebbene la loro accusa sia falsa, crediamo che i sudafricani abbiano diritto di fare affari in tutto il mondo, anche nel continente africano.” (Mail & Guardian, 1 aprile)
La presa del potere da parte dei ribelli nella CAR segue una tendenza preoccupante nel continente, dove hanno avuto luogo colpi di Stato in Mali e Guinea-Bissau, nel corso dell’ultimo anno. In Mali, un colpo di Stato attuato da un ufficiale addestrato dal Pentagono, ha provocato ulteriore instabilità nel nord del Paese e l’intervento della Francia e di altri Stati imperialisti nello Stato dell’Africa occidentale. Nella confinante Niger, gli Stati Uniti hanno costruito una base per droni ed hanno schierato centinaia di forze speciali. L’invio di truppe in Niger rientra in una grande politica che vedrà la presenza di oltre 3.500 truppe statunitensi nel continente africano, nel tentativo volto, in apparenza, a “combattere il terrorismo e la pirateria”.
Stati Uniti, Canada e altri Paesi europei hanno interessi minerari nella CAR. Il Paese produce diamanti, oro, rame, minerale di ferro, manganese uranio e grafite. Nonostante gli interessi minerari molte persone si guadagnano da vivere con il piccolo allevamento. Il popolo rimane in gran parte povero, nonostante l’aumento delle attività minerarie nel Paese.

Copyright © 2013 Global Research

Chi c’è dietro il colpo di stato a Bangui?
I golpisti filo-francesi della Repubblica Centrafricana rigettano gli accordi petroliferi con  i cinesi
Thomas Gaist, Global Research, 1 aprile 2013

JamhadaSeleka1Più di 500 truppe francesi sono schierate a Bangui, Repubblica Centrafricana, a sostegno del nuovo regime guidato da Michel Djotodia, a capo della coalizione ribelle dei seleka, che recentemente ha deposto il presidente della CAR François Bozizé. Djotodia ha annunciato lo scioglimento del parlamento e la sospensione della costituzione del 2004. “A tal fine, abbiamo deciso di guidare il destino del popolo della Repubblica Centrafricana in questo triennio di transizione… Durante questo periodo di transizione, che ci porterà ad elezioni libere, credibili e trasparenti, legifererò per decreto“, ha detto.
Djotodia ha già annunciato che rivedrà i contratti petroliferi e minerari con la Cina, firmati dal governo Bozizé, “per vedere se le cose sono state fatte male, e cercarle di eliminarle.” Inoltre, Djotodia ha dichiarato che avrebbe invitato l’ex potenza coloniale della CAR, la Francia, insieme agli Stati Uniti, a riqualificare l’esercito ufficiale sconfitto dai seleka lo scorso fine settimana. “Ricorreremo all’Unione europea per sviluppare questo Paese”, ha detto Djotodia aggiungendo che circa l’80 per cento degli aiuti esteri del Paese provenivano da questo blocco. “Quando stavamo male, l’Unione europea era al nostro capezzale. Ora non ci abbandonerà.” In effetti, Djotodia si prepara a consegnare le risorse chiave dell’economia della CAR all’imperialismo europeo.
La situazione per la popolazione della CAR rimane disastrosa. La maggior parte di Bangui è priva di acqua corrente ed elettricità, e l’unico ospedale funzionante ancora ricovera 30 feriti al giorno. Le Nazioni Unite riferiscono che carenze di cibo interessano decine di migliaia di persone, attanagliando il Paese, ed i prezzi dei beni di prima necessità, come la manioca e il riso, sono triplicati. Già, l’aspettativa di vita, oggi, è poco più di 40 anni con solo un 40 per cento di alfabetizzazione e un tasso di HIV alle stelle.
La presa di Bangui da parte dei ribelli seleka con il sostegno dei francesi e degli Stati Uniti, rappresenta la fase più recente dell’attuale ricolonizzazione dell’Africa da parte delle potenze imperialiste, avviata con la guerra della NATO alla Libia, nel 2011. Testimonia il carattere reazionario ed etnicista delle varie fazioni borghesi e piccolo-borghesi africane, costantemente manipolate dalle potenze imperialiste tra il crescente impoverimento dei lavoratori e delle masse rurali. Seleka (che significa “unione”) è una coalizione di fazioni dissidenti formatasi nel settembre del 2012. La loro decisione di prendere Bangui viola il Comprehensive Peace Agreement di Libreville, che avevano firmato con il governo nel 2008. Il colpo di Stato delle forze seleka ha posto la CAR al centro della lotta per l’influenza tra Stati Uniti, Francia, Sud Africa e Cina.
Mentre avanzavano su Bangui, controllata dalle forze fedeli a Bozizé, combattenti seleka si sono scontrati con un  distaccamento delle South African National Defense Force (SANDF), ed hanno attaccato i sudafricani in inferiorità numerica, uccidendone 13 e ferendone 28. Il corso futuro della politica militare sudafricana nella CAR rimane oscuro. Un anonimo alto ufficiale ugandese ha detto: “L’intenzione dei sudafricani è riorganizzarsi e quindi rischierarsi in maniera massiccia nella RCA e rovesciare questi ribelli. Sono stati umiliati e vogliono vendicarsi.” I media sudafricani indicano che le truppe SANDF sono presenti in Uganda per una “nuova missione” nella CAR. Un rappresentante del Sud Africa, il Colonnello Selby Moto, mette in guardia contro tale punto di vista, tuttavia, sostenendo che le truppe sudafricane sono semplicemente in attesa in Uganda “fino a quando la decisione di rafforzarsi o di ritirarsi” sarà presa dal governo del Sud Africa, a Pretoria. “Questo è un completo disastro per il Sud Africa“, ha detto alla Reuters Thierry Vircoulon, specialista dell’Africa Centrale del Gruppo di crisi internazionale (*). “Non hanno affatto capito che stavano sostenendo il cavallo sbagliato.”
La sconfitta delle forze sudafricane e il rigetto degli accordi petroliferi cinesi sono particolarmente provocatori ed umilianti, avvenendo durante la conferenza a Durban dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa). Il presidente cinese Xi Jinping ha detto che la Cina dovrebbe “intensificare, non indebolire” il suo impegno in Africa, estendendo 20 miliardi di dollari di credito per i prossimi due anni. Il supporto imperialista ai seleka è solo una delle componenti di una grande strategia volta a contenere la crescente influenza della Cina in tutto il continente africano. Entro il 2011, il volume del commercio sino-africano aveva raggiunto i 166 miliardi dollari, e le esportazioni africane verso la Cina superavano i 90 miliardi dollari. Al momento della presa dei seleka, Xi compiva un tour nel continente africano, dove ha firmato accordi con molti Paesi africani ricchi di risorse.
Gli Stati Uniti hanno reagito gemendo lievi critiche sull’avanzata dei seleka. Washington ha rilasciato una dichiarazione affermando che il governo di unità nazionale guidato dal primo ministro Nicolas Tiangaye, è il “solo governo legittimo” della CAR. Tuttavia, non ha chiesto la reintegrazione di Bozizé, né criticato il rigetto degli accordi sulle risorse petrolifere delle aziende cinesi. Tiangaye è un avvocato e membro della Lega per i diritti umani (HRL), una rete globale di operatori diritto-umanitari di Parigi (**), che opera con il sostegno finanziario dei governi europei e di Washington. Gli operatori politici della HRL hanno svolto un ruolo cruciale nell’organizzare e promuovere l’agenda imperialista in Libia, Siria e altrove. Tiangaye è chiaramente uno strumento dell’imperialismo francese, avendo partecipato a delicati processi a dirigenti africani che hanno goduto del sostegno francese, ma che Parigi poi ha successivamente rigettato. Scelto dal dittatore della CAR, l’imperatore Jean-Bedel Bokassa, per difenderlo nel processo del 1986, ha anche difeso i funzionari ruandesi accusati di aver perpetrato il genocidio del 1994 in Ruanda.

(*) Altra agenzia di disinformazione strategica, dopo la Chatam House, legata all’imperialismo. NdT
(**) Distintasi in Libia, dove ha diffuso propaganda e disinformazione a supporto dell’aggressione atlantista contro la Jamahirya Libica. NdT.

Copyright © 2013 Global Research

Cina e Africa hanno un comune destino: Xi
Yang Jingjie, GlobalTimes 29/03/2013

india-china-flagIl presidente cinese Xi Jinping ha detto ai leader africani che la Cina e l’Africa hanno un destino comune, e ha promesso di continuare fermamente le politiche di amicizia verso il continente, senza farle mutare dalle circostanze internazionali. Xi ha fatto queste osservazioni ad una colazione di lavoro con un gruppo di leader africani che aveva partecipato al Forum del dialogo BRICS-Africa a Durban, in Sud Africa. Xi ha detto ai leader che la Cina sarà per sempre un amico affidabile e un vero e proprio partner dei Paesi africani, e contribuirà ulteriormente alla pace e allo sviluppo del continente, afferma Xinhua. Il presidente ha inoltre dichiarato che la Cina parteciperà attivamente alla mediazione e alla risoluzione dei problemi più acuti dell’Africa, anche incoraggiando le imprese cinesi a incrementare gli investimenti in Africa.
I leader africani hanno detto che gli investimenti e gli aiuti cinesi supportano lo sviluppo economico e sociale del continente. Hanno detto che i fatti dimostrano che la Cina è un amico e un partner affidabile dell’Africa, e che le accuse secondo cui la Cina perseguirebbe il “neocolonialismo” in Africa, sono infondate. Xi dovrebbe visitare la Repubblica del Congo, l’ultima tappa di questo viaggio. La prima volta che un presidente cinese visiterà il Paese. La Cina è il principale partner commerciale della Repubblica del Congo, e importa soprattutto petrolio greggio e legname.
Xu Weizhong, ricercatore sull’Africa presso l’Istituto delle relazioni internazionali contemporanee della Cina, ha detto al Global Times che le tre tappe della visita del presidente in Africa, vale a dire Tanzania, Sud Africa e Repubblica del Congo, riflettono una politica estera equilibrata che assegna importanza a Paesi tradizionalmente amichevoli e alle potenze emergenti. In precedenza i leader dei BRICS hanno riaffermato il sostegno allo sviluppo infrastrutturale dell’Africa. Xi ha detto che i Paesi emergenti dovrebbero partecipare congiuntamente alla costruzione di grandi progetti multinazionali in Africa. Secondo una dichiarazione rilasciata dopo il vertice BRICS, le banche import-export e le banche per lo sviluppo di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa hanno concluso l’”Accordo multilaterale sul co-finanziamento delle infrastrutture dell’Africa.” Xu ha detto che ciascuno dei cinque Paesi è profondamente impegnato nella costruzione di infrastrutture in Africa, ma il nuovo accordo dovrebbe coordinare lo sviluppo delle loro forze congiunte. Xu ha osservato che l’infrastruttura transnazionale e trans-regionale, necessaria per i Paesi africani per promuoverne la connettività, è un progetto troppo grande per un Paese soltanto, anche per la Cina.
I cinque Paesi emergenti hanno deciso di istituire una banca di sviluppo, dicendo che il “contributo iniziale alla banca deve essere considerevole e sufficiente affinché sia efficace nel finanziare le infrastrutture“, secondo la dichiarazione. Tuttavia, l’annuncio non è stato all’altezza delle aspettative.
Li Xiangyang, direttore dell’Istituto di Studi Asia-Pacifico dell’Accademia delle scienze sociali cinese, ha detto che i problemi sulla struttura organizzativa della banca potrebbe ostacolarne il progresso. Oltre a una riserva per imprevisti da 100 miliardi di dollari, istituita dai BRICS, la banca può concedere prestiti ad altre economie in via di sviluppo, e dovrebbe avere una struttura più rigorosa e più complessa, ha detto Li. Yongming Fan, direttore del Centro per gli Studi dei BRICS presso la Fudan University, ha detto che oltre a questi risultati tangibili, il vertice ha anche dimostrato l’influenza politica dei Paesi emergenti in tutto il mondo e rafforzato la fiducia mondiale nel gruppo, nonostante lo scetticismo dell’occidente sul loro slancio, negli ultimi anni. Alcuni hanno espresso pessimismo sulle loro forze combinate, data la sfiducia reciproca tra alcuni aderenti al gruppo. Fan ha detto che le controversie interne non ostacolerebbero la cooperazione, perché tutti hanno bisogno di una piattaforma comune per sostenere la riforma dell’ordine internazionale, e possono ricucire le loro differenze nel corso del processo. “Prendete la Cina e l’India, ad esempio, durante la loro collaborazione i due potrebbero comprendere di collaborare all’obiettivo di unire i Paesi in via di sviluppo, invece di competere tra loro nella leadership del mondo in via di sviluppo“, ha  osservato Fan.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

BRICS: Nuovo modello geopolitico e le priorità della politica estera della Russia

Aleksandr Mezaev Strategic Culture Foundation 30/03/2013

brics4Un altro vertice annuale dei BRICS si è svolto il 27 marzo, in Sudafrica. Un ciclo di eventi di alto livello che si svolgono a turno nelle capitali degli Stati membri, è finito. Questa volta è stata di particolare importanza per la Russia. Ai primi di febbraio, il presidente russo Vladimir Putin ha approvato il nuovo Concetto di Politica Estera, in cui si afferma che i paesi BRICS sono un vettore chiave a lungo termine della politica estera della Russia, rivelando la strategia della cooperazione BRICS. Putin si è presentato al vertice con una proposta per elaborare un concetto comune di strategia internazionale per lo sviluppo dei BRICS, idea accolta dagli altri partecipanti… Anche oggi viene invocato l’avvento della “grande rivoluzione geopolitica”, la sua caratteristica principale è il nuovo ruolo dei Paesi in via di sviluppo, che in molti settori sono più avanti di quelli cosiddetti sviluppati. (1) Nel 2007 la crescita media del PIL mondiale è stata del 2,3%, ma il dato è stato del 7,5% per i Paesi in via di sviluppo. Nel 2008, il PIL totale dei Paesi in via di sviluppo ha superato quello dei Paesi sviluppati per la prima volta nella storia. (2) Nel 2012, la crescita media del PIL dei Paesi BRICS è stata del 4% (rispetto allo 0,7% del G7), a parità di potere d’acquisto, è stata del 27% (in costante crescita) (3). Nel 2010-2013, la crescita media è stata del 5,6% per i paesi BRICS (1,85% per i Paesi in via di sviluppo). (4) In totale, l’economia dei BRICS è aumentata 4,2 volte nel corso degli ultimi dieci anni (61% nel caso dei Paesi in via di sviluppo). (5)
Il concetto di nuova strategia di Politica estera per il 2013, afferma “la Russia attribuisce grande importanza nel garantire una gestione sostenibile dello sviluppo globale, richiedendo una leadership collettiva dei maggiori Stati del mondo che, a loro volta, devono essere rappresentativi in termini geografici e di civiltà”.(6) Il Concetto Politico riguardante la partecipazione della Russia nei BRICS (Concetto nazionale della Politica russa nei confronti del BRICS e dei Paesi BRICS) ne chiarisce il senso. Il documento sottolinea “L’istituzione dei BRICS riflette una tendenza obiettiva allo sviluppo globale, verso la formazione di un sistema policentrico di relazioni internazionali sempre più caratterizzato dall’uso di meccanismi non-istituzionalizzati di governance globale basati sulle reti diplomatiche, e dalla crescente interdipendenza economica degli Stati”. Ciò viene riflesso pienamente nel Concetto di Politica estera della Russia del 2013. Globalmente i Paesi BRICS sono  visti come un nuovo modello per le relazioni internazionali (7). La funzione principale del modello BRICS è riformare l’obsoleta struttura economica e finanziaria internazionale del mondo contemporaneo. (8) La cosa principale da ricordare è che le prospettive di sviluppo dei BRICS sono determinate da una serie di fattori fondamentali di lungo termine, che faciliteranno il riavvicinamento degli Stati partecipanti, comprendendo la comune volontà delle parti di riformare l’obsoleta architettura economica e finanziaria internazionale, che non tiene conto della maggiore potenza economica delle economie di mercato emergenti e dei Paesi in via di sviluppo. L’obiettivo principale è creare un nuovo sistema di valute di riserva (9) e aumentare il ruolo delle monete nazionali nei pagamenti reciproci tra gli Stati BRICS e sviluppare la cooperazione nel settore dei mercati finanziari, al fine di migliorare la stabilità finanziaria e un’efficace interazione sulla base di principi e norme internazionali (10). Il vertice di Durban ha dato via libera alla nuova Banca di sviluppo. (11) La presente decisione è stata resa necessaria dalle attività di alcuni attori mondiali (Stati Uniti, Giappone, Europa) con conseguente diffusione di tendenze negative che ha coinvolto altri Paesi. I leader hanno approvato la disposizione di una riserva per imprevisti da 100 miliardi di dollari, che verrà attivata quando una delle cinque nazioni aderenti affronterà una crisi. Secondo i leader dei BRICS, ciò “contribuirà a rafforzare la rete globale di sicurezza finanziaria e a integrare gli accordi internazionali esistenti, come ulteriore linea di difesa”. (12)
I partecipanti sono stati molto duri verso le istituzioni della finanza e del commercio internazionali, primi fra tutti il Fondo monetario internazionale (FMI) e l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). E’ importante che i Paesi BRICS non vedano questi enti come elementi di base delle Nazioni Unite, preferendo dare priorità all’UNCTAD invece; “Riaffermiamo il mandato della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), come punto focale del sistema delle Nazioni Unite dedito ad analizzare le questioni correlate a commercio, investimenti, finanza e tecnologia da una prospettiva di sviluppo. Il Mandato e il lavoro dell’UNCTAD sono unici e necessari per affrontare le sfide dello sviluppo e della crescita di un’economia globale sempre più interdipendente. Riaffermiamo inoltre l’importanza nel rafforzare la capacità di aiutare l’UNCTAD nei suoi programmi di costruzione del consenso, del dialogo politico, della ricerca e della cooperazione tecnica, e del rafforzamento delle capacità, in modo che sia maggiormente in grado di conseguire il suo mandato volto allo sviluppo”. (13) Vi era una dichiarazione speciale aggiuntiva alla Dichiarazione eThekwini da parte della Federazione russa. Afferma che continueranno gli sforzi nel precisare i principi concreti, le condizioni e i parametri relativi alla creazione della nuova banca. La questione sarà esaminata a San Pietroburgo, a margine del vertice dei G-20 di settembre 2013. (14)
A poco a poco, l’accordo su una serie di questioni internazionali tra gli Stati membri, prende forma.  Gli Stati dei BRICS hanno riconosciuto il diritto della Palestina ad avere uno Stato. Hanno sottolineato che la risoluzione del conflitto in Siria dovrebbe basarsi sul comunicato di Ginevra, invece che sulle decisioni prese dalla Lega degli Stati arabi (15), hanno sottolineato che la gestione dei conflitti africani è una priorità per l’Africa, e i leader hanno anche sottolineato che l’Iran ha il diritto di utilizzare l’energia nucleare per scopi pacifici. E’ importante per i BRICS sostenere le attività dell’Unione Africana e di ECOWAS in Mali, respingendo ostentatamente qualsiasi supporto alla Francia e agli altri Stati occidentali intervenuti senza l’approvazione delle Nazioni Unite… (16) Infine, la Russia e la Cina supportano Brasile, India e Sud Africa nei loro tentativi di avere maggior peso in seno alle Nazioni Unite. Il testo può essere interpretato come un supporto inequivocabile all’adesione permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il piano d’azione dei BRICS è davvero impressionante. A parte l’economia e le finanze, l’ordine del giorno include la salute, l’energia, lo sport, il turismo, la lotta contro il terrorismo e il traffico di droga, la sicurezza delle informazioni, la scienza, la corruzione e molte altre questioni. Tutto dimostra che i Paesi BRICS sono sulla via per passare da associazione ad organizzazione internazionale o di diventare una realtà internazionale. Il primo passo è già stato fatto, i BRICS hanno preso la decisione di istituire un Segretariato (virtuale per il momento).
Nei BRICS si affacciano anche contraddizioni. Finora i membri non sono riusciti a conformare una vera e propria politica estera comune. (17) C’è il problema della rappresentanza ineguale nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, delle dispute territoriali tra la Cina e l’India, (18) della differenza negli approcci al cambiamento climatico, ecc. (19) L’interdipendenza economica degli Stati membri impallidisce in confronto con la loro dipendenza da quei Paesi cui i BRICS sono destinati a diventare un’alternativa. (20) E’ importante per i BRICS tentare di cambiare la situazione. Il viceministro degli Esteri della Russia, Sergej Rjabkov, ha detto che i problemi nei BRICS non sono mine ad azione ritardata e non ostacolano l’efficacia delle attività dell’organizzazione. (21)
Vi sono anche scosse provocate da forze esterne. Questo è ciò che il Concetto della Politica russa sui BRICS chiarisce. (22) Dice “le dimensioni, la profondità e la dinamica della cooperazione tra i Paesi BRICS possono essere influenzate dalle esistenti forze centrifughe nell’associazione, nonché da influenze negative provenienti dall’esterno”. (23) I punti del documento sottolineano che uno degli obiettivi è “migliorare ogni possibile interazione nell’ambito delle Nazioni Unite, nonché preservare e rafforzare il ruolo del Consiglio di sicurezza dell’ONU come l’ente dalla maggiore responsabilità nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionale; impedire l’uso della Nazioni Unite, prima di tutto del Consiglio di Sicurezza, per aprire la via alla rimozione di regimi indesiderati e per imporre soluzioni unilaterali in situazioni di conflitto, comprese quelle basate sull’uso della forza”. (24) Questa è la politica dell’occidente nel perseguire determinati obiettivi che va contrastata. Non dimentichiamo che il rapporto Project Global Trends 2025: A Transformed World dell’US National Intelligence Council include una sezione speciale dedicata allo sviluppo dei Paesi BRICS (25). I BRICS sono un progetto unico globale (26). I loro successo o fallimento sarà il successo o il fallimento della civiltà mondiale.

Note:
(1) rif. K. Brutens, (ex vicecapo del Dipartimento Internazionale del Comitato Centrale del PCUS). Great Geopolitical Revolution – World Economy and International Relations, 2010, N° 10.
(2) rif. A. Senokosov.  BRICS and the West: On the Way to New World Order. The Russian International Affairs Council
(3) Vladimir Putin. Intervista. ITAR-TASS, 22 marzo 2013
(4) V. Lukov.  BRICS – Important Locomotive for G20 Progress.
(5) S. Lavrov. A New Generation Forum with a Global Reach, BRICS-INDIA-2012. M. Larionova.  2012.
(6) Concetto di politica estera della Federazione Russa, punto 30, sito ufficiale del MAE
(7) Concetto di Politica sulla partecipazione della Russia al BRICS, paragrafo 11. Sito ufficiale del Presidente della Federazione Russa.
(8) Paragrafo 8 del Concetto.
(9) Commentando gli accordi finanziari, il ministro degli Esteri sudafricano Maite Nkoana-Mashabanesai ha detto che l’obiettivo è stimolare il commercio. Riducendo al minimo i rischi del cambio mediante la concessione di prestiti in valuta locale, ridurrebbe la dipendenza dei BRICS dal dollaro, risparmiando la spesa, incrementando il commercio e gli investimenti e internazionalizzando le valute.
(10) Paragrafo 17 (c) e (h) del Concetto.
(11) Paragrafo 9 del 5.to Vertice BRICS, Dichiarazione eThekwini e piano d’azione. 27 marzo 2013, Sito ufficiale del vertice in Sudafrica.
(12) Paragrafo 10 della Dichiarazione.
(13) Paragrafo 17 della Dichiarazione.
(14) Il prossimo vertice si terrà in Brasile nel 2014.
(15) BRICS parlano della Lega degli Stati arabi di per sé, ma non delle sue decisioni (Paragrafo 26).
(16) Paragrafo 20 della Dichiarazione eThekwini.
(17) Formalmente il Concetto della Russia prevede “il coordinamento delle posizioni” e “lo sviluppo di approcci comuni o simili” (Paragrafo 16 “a” e ”b”. Allo stesso tempo, vi sono casi in cui i paesi BRICS adottano posizioni comuni su questioni globali, per esempio il voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla Siria).
(18) Inoltre, il Concetto cita la disponibilità della Russia “ad aiutare altri Stati BRICS nel comporre  divergenze che sorgano tra di essi quando i partner BRICS sono interessati a che la Russia svolga  tale funzione di gestione delle discordie tra i membri (nel caso in cui le parti siano interessate alla mediazione della Russia)”. Paragrafo 14 (f), del Concetto di Partecipazione ai BRICS.
(19) La relazione invoca la Russia nei BRICS. Obiettivi strategici e strumenti per realizzarli. Sito ufficiale del MAE.
(20) Vedasi T. Isachenko. BRICS in Foreign Economic Strategy of Russia: Looking for Alternatives, International Affairs magazine, N°11, pp. 85-86
(21) SCF
(22) Paragrafo 9 del Concetto di Partecipazione ai BRICS.
(23) Paragrafo 10 del Concetto.
(24) Paragrafo 14 (a) del Concetto.
(25) V. Davydov. BRICS in the Emerging Polycentric World, International Affairs, 2011, N°5, p. 99.
(26) Vedasi: BRICS and the Mission of Reconfiguring the World

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 142 follower