La Cirenaica e la zuffa per i beni libici

Vitalij Bilan (Ucraina) New Eastern Outlook 23 marzo 2012 – Oriental Review

Uno stato fallito
La decisione del cosiddetto “Congresso del Popolo della Cirenaica”, tenutosi nei pressi di Bengasi, di stabilire la regione unitaria federale di Barqa, ha nuovamente attirato l’attenzione dei media sulla Libia. Naturalmente, il motivo principale di questa decisione da parte del cirenaici è il desiderio di accaparrasi i due terzi delle risorse petrolifere della Libia, che si trovano nel loro territorio. Soprattutto dopo che la nuova Assemblea Costituente ha deciso di dare alle province orientali solo 60 dei 200 seggi, e Zintan, Misurata e altre regioni occidentali e centrali del paese hanno ottenuto le posizioni chiave nell’esecutivo e nella regione della capitale. Tuttavia, le associazioni tribali della Cirenaica non sono state le uniche ad essere insoddisfatte. In questo contesto, potremmo ricordare la rivolta anti-governativa a Bani Walid, all’inizio di quest’anno, quando le unità armate del Consiglio nazionale di transizione (CNT) e la burocrazia fedele ad essa, sono state espulse dalla città.
Inoltre, appena il giorno dopo il Congresso del Popolo della Cirenaica, l’amministrazione della terza città più grande della Libia, Misurata, la cui posizione nel paese è cresciuta in modo significativo, in conseguenza degli eventi dello scorso anno, ha imposto delle restrizioni sulle persone provenienti da altre regioni, per poter accedere alla città. Inoltre, diversi gruppi armati che operano in modo autonomo come “distaccamenti rivoluzionari”, hanno il controllo di intere regioni della capitale Tripoli. Così, il tentativo del CNT e del suo leader Mustafa Abdul Jalil, di rimanere “al di sopra della mischia” nel conflitto di interessi che coinvolge tutte le tribù e i clan del paese, può essere considerato un fallimento da questo punto. Inoltre, questa politica di “equidistanza” sempre più desta il sospetto che il CNT sia una tipica struttura compradora al servizio degli interessi dell’Occidente. C’è un motivo per cui il leader del CNT comincia ad essere conosciuto come “Mustafa Abdul NATO”, nella società libica. A quanto pare, il lobbista capo europeo nel nuovo governo libico, la Francia, attrae la maggior parte dell’attenzione.

La lotta per il petrolio … e contro Parigi
Parigi, naturalmente, crede di aver svolto un ruolo di primo piano nel rovesciare il regime di Gheddafi, e quindi di avere il diritto di rivendicare la “parte del leone” delle ricchezze della Libia. Una lettera ampiamente pubblicizzata che un membro del C NT ha inviato all’emiro del Qatar al-Thani (di per sé molto rivelatore!), all’inizio dello scorso aprile, forniva la conferma di ciò. Vi sarebbe scritto che la Francia otterrà il 35% del greggio libico in cambio del sostegno alle forze dell’opposizione. Poi c’è stata campagna elettorale presidenziale in Francia, durante il quale l’attuale leader del paese, Nicolas Sarkozy, ha ripetutamente sottolineato il “forte contributo” della diplomazia e dell’aviazione francesi durante gli eventi dello scorso anno in Libia.
Naturalmente, i leader tribali libici, in particolare nella Cirenaica ricca di petrolio, sono irritati sia dalle ambizioni di Parigi che dai giochi dietro le quinte del CNT con essa. La morte di due dirigenti di un’azienda della sicurezza privata francese in Libia, lo conferma. Inoltre, non è sorprendente che l’annosa questione del cosiddetto “debito francese”, di cui  Saif al-Islam, il più loquace dei figli di Gheddafi, aveva parlato lo scorso marzo, sia appena riemerso.
Il 12 marzo, l’agenzia Mediapart inviava un documento che indicava che Gheddafi aveva donato 50 milioni di euro, che erano stati riciclati attraverso dei conti bancari svizzeri e panamensi, a favore della campagna elettorale di Sarkozy nel 2007. Il fatto che i negoziati per il finanziamento della campagna siano stati decisi da nessun altro che Saif al-Islam e Ziad Takieddin, un controverso uomo d’affari francese di origine libanese, che la polizia francese tiene nel mirino per il suo ruolo ambiguo nella cooperazione tecnico-militare tra la Francia e il Pakistan, hanno ottenuto molta attenzione.
Ovviamente è in corso una ben pianificata campagna anti-francese. Sia Parigi che Tripoli sembrano capirlo. Questo è evidente dalla dichiarazione di Jalil, secondo cui dei paesi stranieri sono responsabili di aver incitato il sentimento autonomista nelle regioni ad est, e di altrove, del paese. E anche se nessun paese viene nominato, è del tutto chiaro quali paesi potrebbero beneficiarne.

Ancora il Qatar?
La decisione di Parigi degli ultimi anni di rinvigorire le sue relazioni con i paesi dell’Africa e mediorientali, sfruttando sia i legami personali che il suo preferito, ma ancora incompleto “giocattolo” della politica estera, l’Unione per il Mediterraneo, ha prodotto un’irritazione malcelata tra coloro che hanno lo stesso tipo di “piani napoleonici” per la regione. Il primo paese che viene in mente è l’attuale “amico giurato” della Francia, la Turchia, così come, naturalmente, il nuovissimo giocatore attivo regionale, il Qatar.
Doha e Ankara hanno tollerato l’attivismo di Parigi in Africa per lungo tempo. Particolarmente degni di nota sono le decisioni prese al summit Africa-Francia a Nizza, durante il quale i francesi fecero attenzione particolare ai paesi leader nella Africa non-francofona, Sudan e Libia in primo luogo, a causa dei loro giacimenti di idrocarburi (il primo in base al suo potenziale e l’ultimo sulla base della sua produzione petrolifera effettiva). L’emiro del Qatar non è stato particolarmente felice che la società francese Total sia diventata l’”operatore” petrolifero chiave nel Sudan meridionale, che ha già annunciato l’intenzione di triplicare l’attuale livello di produzione di petrolio nel Sudan meridionale e di costruire rapidamente un gasdotto verso l’oceano Indiano, attraverso il Kenya, come alternativa al percorso nel Sudan settentrionale (la Cina progetta di costruire una raffineria di petrolio in Kenya, al costo di circa 1,5 miliardi di dollari US).
Doha sta anche cominciando a vedersi l’erba tagliata sotto i piedi in Libia. L’accordo sulla sicurezza marittima e di frontiera libico firmato dai ministri della difesa della Libia e della Francia a Tripoli, a fine febbraio, è degno di nota in questo senso. Il ministro della difesa della Libia ha sottolineato che la Francia le avrebbe dato assistenza tecnica per stabilire controlli efficaci alle frontiere e, soprattutto, una difesa contro i militanti di al-Qaida nel paese (leggasi i mercenari del Qatar). Sembra che Doha stia cominciando a rendersi conto che la distrazione della campagna siriana possa provocare la perdita della Libia, dove ha investito tanti sforzi e tanto denaro lo scorso anno. I commenti caustici sempre più frequenti che al-Jazeera  rivolge a Sarkozy e al CNT, nonché i crescenti sentimenti separatisti in tutto il territorio libico e, soprattutto, ad est, che è ancora nell’orbita del Qatar, lo indicano.
Ci sono stati numerosi esempi di ex alleati che hanno avuto  diverbi su come dividere il bottino, dopo aver raggiunto il loro obiettivo. Pertanto, se coloro che hanno combattuto il regime di Gheddafi non addivengono presto ad un accordo sulle sfere d’influenza in Libia, si potrà assistere a una  futura “sfilata di sovranità” nella ex-Jamahiriya che trasformerà il paese in un’altra Somalia.

Vitalij Bilan ha una laurea in Storia ed è un esperto del Medio Oriente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

AFRICOM, imperialismo, petrolio, geopolitica e Kony2012

F. William Engdahl Libya360 26 marzo 2012

Mentre pochi criticherebbero l’incarcerazione del criminale di guerra ugandese Joseph Kony, i motivi della campagna video virale lanciata da una ONG dal nome angelico, sono meno chiari. Invisible Children ha offuscato il confine tra carità e politica, sostenendo un’azione militare diretta. Ciò che è chiaro, secondo Engdahl, è che “Kony2012″ è propaganda manipolatrice utilizzata per far avanzare la presenza militare di AFRICOM nella regione mineraria più ricca del mondo, prima che la Cina e altri paesi stabiliscano la loro presenza.
Alexandra Valiente

Secondo il suo sito web, l’ONG statunitense Invisible Children ora afferma che il suo video “Kony2012″ ha avuto oltre 80 milioni di spettatori sin dalla sua pubblicazione su YouTube, poche settimane prima. Per chi ha la pazienza di visionare l’intero video, resta discutibile la cifra di 80 milioni di telespettatori. Ottanta milioni non ha alcun precedente nella storia di YouTube. Il video presenta personaggi di spicco di Hollywood, come Angelina Jolie, George Clooney, Lady GaGa, Bill Gates, Bill Clinton, Sean “Puff Daddy” Combs e altri notabili. Si tratta di una melensa storia sentimentale diretta da Jason Russell, 33 anni, regista statunitense, ora ricoverato in ospedale per aver subito, a quanto pare, un bizzarro trauma mentale per le strade di San Diego. [1] Il video su YouTube mostra un giovane ugandese, Jacob Acaye, con cui Russell afferma aver fatto amicizia una decina di anni prima, dopo che Acaye, un killer undicenne, era sfuggito dall’arruolamento nel Lord Resistance Army (LRA) di Joseph Kony. Il film ritrae Kony come la peggiore bestia e terrorista del mondo, difatti un Usama bin Ladin in Africa. [2]
L’ONG Invisible Children è di per sé opaca. Avrebbe rastrellato milioni dalla vendita di cose come spillette, T-shirt, bracciali e manifesti al prezzo di 30 – 250 dollari, ma si piazza in basso per quanto riguarda la trasparenza rispetto ai donatori. Il gruppo, che impiega circa 100 persone, prevede di raccogliere milioni di dollari dal video “Kony2012″, ma finora si rifiuta di dire quanto è stato donato e come si spendono i soldi.
I fondatori del gruppo, che sostengono l’intervento militare diretto degli Stati Uniti contro il LRA, era stato precedentemente criticato per aver posato armati a fianco di membri dell’esercito di liberazione del popolo sudanese (SPLA) nel 2008, un’organizzazione ampiamente accusata di stupro e saccheggio. Il gruppo ha rilasciato una dichiarazione, in risposta: “Abbiamo pensato che sarebbe stato divertente portare ai nostri amici e familiari una foto scherzosa. Sapete, Haha – hanno dei bazooka, ma stanno in realtà combattendo per la pace’ [3] Haha…”
Secondo il Guardian di Londra, i “conti di Invisible Children mostrano un’operazione ricca, che ha più che triplicato il suo reddito del 2011” a quasi 9 milioni di dollari, principalmente grazie a donazioni personali. Di questi, quasi il 25% è stato speso per viaggi e produzione video. La maggior parte del denaro raccolto è stato speso negli Stati Uniti, non per i “bambini invisibili” dell’Africa, o anche quelli visibili. Secondo le informazioni ottenute dal Guardian, “i resoconti mostrano che 1,7 milioni di dollari sono finiti negli stipendi dei dipendenti negli Stati Uniti, 850 mila dollari nei costi di produzione cinematografica, 244 mila dollari in ‘servizi professionali’ – si pensa ai lobbisti di Washington – e 1,07 milioni dollari nelle spese di viaggio. Quasi 400 mila dollari sono stati spesi per l’affitto degli uffici a San Diego.” Charity Navigator, un ente di valutazione degli enti di beneficenza degli Stati Uniti, ha dato all’organizzazione solo due stelle per la “responsabilità e trasparenza“. [4] L’USAID, l’agenzia del Dipartimento di Stato che coordina i suoi interventi all’estero con il Pentagono e la CIA, dichiara apertamente sul suo sito web che ha finanziato Invisible Children Inc. in passato. [5]

Joseph Kony
La cosa bizzarra di “Kony2012″ è che Joseph Kony è fuggito o è stato ucciso in Uganda più di sei anni fa. Si sostiene sia fuggito nelle terre selvagge del Congo o dell’Africa centrale, quindi è un eco perfetto dell’inafferrabile Usama bin Ladin, cosa che giustifica l’azione militare degli Stati Uniti nei ricchi territori dell’Africa centrale, dall’Uganda alla Repubblica Democratica del Congo, al Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Uganda e oltre. [6] Come Joseph Kony, Usama bin Ladin era stato attendibilmente indicato morto in Afghanistan prima del suo assassinio inscenato dai Navy Seals un anno fa. Ma la sua leggenda è stata mantenuta viva per giustificare l’allargamento della guerra degli Stati Uniti contro il terrorismo, come ora con la leggenda di Joseph Kony, propagata da Invisible Children Inc. di San Diego. La questione non è se Kony abbia commesso atrocità, cosa fuori discussione. La questione è se “Kony2012″ viene falsamente promosso per giustificare l’intervento militare degli Stati Uniti laddove sono indesiderati da tutti.
Un attivista dei diritti umani statunitensi in Uganda, in una recente intervista aveva dichiarato: “la campagna di Invisible Children è … una scusa che il governo statunitense adotta volentieri al fine di aiutare a giustificare l’espansione della sua presenza militare in Africa centrale. Invisible Children è un ‘utile idiota’ utilizzato da coloro che nel governo degli Stati Uniti cercano di militarizzare l’Africa, inviando sempre più armi e aiuti militari, e rafforzando il potere degli stati alleati degli Stati Uniti. La caccia a Joseph Kony è la scusa perfetta per questa strategia – come spesso fa il governo degli Stati Uniti trovando milioni di giovani statunitensi che implorano l’intervento militare in un luogo ricco di petrolio e altre risorse.” [7]
Il video “Kony2012″ sarebbe accreditato al Congresso degli Stati Uniti per dare impulso alla richiesta d’inviare le forze militari statunitensi non solo in Uganda, ma nell’intera regione dell’Africa centrale, dove l’inafferrabile Kony e il suo esercito di soldati-bambini presumibilmente terrorizzano il territorio. Il democratico del Massachusetts Jim McGovern e il repubblicano Ed Royce hanno appena presentato una risoluzione al Congresso chiedendo ad AFRICOM del Pentagono (Africa Command) di procedere “aumentando il numero di forze regionali in Africa, per proteggere i civili e imporre restrizioni su individui o governi che sosterrebbero Kony“. [8] L’anno prima della messa in onda virale su YouTube di “Kony2012”, McGovern e Royce avevano anche sponsorizzato “The Lord’s Resistance Army Disarmament and Northern Uganda Recovery Act“. L’attenzione mediatica su YouTube facilita la loro proposta d’intervento militare. Dopo tutto, è “umanitario”, non si tratta di bambini, vero?
Anche il politically correct Washington Post si è spinto a scrivere criticamente, “La campagna virale per catturare Kony della ONG Invisible Children, è in gran parte un fenomeno statunitense. Gli ugandesi dicono che il LRA non è attivo da anni“. [9]
Già il presidente Obama ha inviato 100 truppe di elite delle forze speciali statunitensi in Africa Centrale, per operare come “consiglieri” nella caccia a Kony. Se tutto ciò ricorda il Vietnam dei primi anni ’60, non è un caso. Questo è il preludio dell’enorme militarizzazione da parte del Pentagono di tutta la regione dell’Africa centrale, dopo la distruzione dell’ordine in Libia da parte della NATO, e il caos inflitto all’Egitto e ad altri stati islamici interessati dalla “Primavera araba” del dipartimento di stato USA, meglio definibile in questi giorni come “incubo arabo”.
“Kony2012″ è stato prodotto da una ONG apparentemente ben finanziata guidata da Russell, chiamata Invisible Children Inc. di San Diego. Il video puzza di propaganda del dipartimento di stato USA, con i suoi languidi effetti video e le ripetute scene del ragazzino Russell per farlo apparire credibile. Rosebell Kagumire, una premiata giornalista ugandese ha risposto al clamore del video “Kony2012″ accusando Invisible Children Inc. di “utilizzare vecchi filmati per provocare l’isteria“. [10] Kagumire aggiunge: riguarda i dollari o la falsa convinzione che se gli statunitensi non lo sanno, non ne trarremmo nessuna soluzione a nostro vantaggio? … I colloqui di pace del Juba 2006-2008, che hanno restaurato la stabilità e avviato la fine dei rapimenti nel nord Uganda, non erano un’invenzione statunitense. E’ stata la società civile locale e attori come l’Iniziativa di pace dei leader religiosi di Acholi (ARLPI) che hanno spinto a una soluzione negoziata. Infatti, nel momento in cui gli USA sono stati coinvolti, abbiamo assistito all’”Operation Lightening Thunder“, un’operazione militare dagli effetti disastrosi, con l’LRA che eludeva gli attacchi aerei e si disperdeva nella RD del Congo e nella Repubblica Centrafricana, dove continuano a commettere atrocità per rappresaglia [11]
Tutto il trambusto su Joseph Kony sembra affiancare una grande campagna di AFRICOM e del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, volta soprattutto a minare l’influenza cinese in Africa centrale – ora che hanno scacciato con successo le compagnie petrolifere cinesi dalla Libia, e ritagliato la nuova “repubblica” del Sud Sudan, che contiene la maggior parte del petrolio che alimenta l’economia della Cina. La scissione del Sud Sudan e del suo petrolio, per chi non ha seguito da vicino, era una conseguenza dell’invio delle forze speciali degli Stati Uniti e della NATO per “fermare il genocidio” in Darfur. George Clooney era la facciata per l’azione in Darfur.
Ci sono buone ragioni per l’interesse apparentemente improvviso del Pentagono e delle ONG politicizzate statunitensi, nel concentrarsi sull’azione in Africa centrale. Finché il mondo l’ha in gran parte ignorato, la politica di Washington lasciava che le istituzioni come il FMI sfiancassero i paesi come il Congo e consentissero alle imprese minerarie occidentali di estrarre il prezioso patrimonio minerale, al prezzo di un penny per ogni dollaro. Qualche anno fa, tutto ciò iniziò a cambiare quando la Cina rivolse la sua attenzione verso l’Africa, e soprattutto sulla sua Belt Great Rift.

La Great Rift Belt dell’Africa
La regione in questione, secondo i realizzatori di “Kony2012″, comprende non solo l’Uganda, dove negli ultimi anni è stato scoperto un giacimento petrolifero gigante, ma anche alcune delle terre più ricche di minerali del pianeta – tra cui la Repubblica Democratica del Congo, la Repubblica Centrafricana e la Repubblica del Sud Sudan sponsorizzata dagli USA. L’area si trova nella straordinaria congiuntura geografica denominata Belt o Great Rift Valley, che si estende dalla Siria a nord, verso sud attraverso il Sudan e l’Eritrea e il Mar Rosso, e in profondità verso il Sud Africa, attraverso Congo orientale, Uganda, Kenya, Etiopia, Somalia e Mozambico.
Questo sistema dell’East African Rift, come dicono i geologi, è “una delle meraviglie geologiche del mondo“, e anche in prospettiva, uno dei tesori più ricchi di minerali del sottosuolo, comprese le chiaramente vaste riserve non sfruttate di petrolio e gas. [12]
Sin da quando la compagnia petrolifera britannica Tullow Oil ha scoperto circa 2 miliardi di barili di petrolio in Uganda, nel 2009, l’importanza geopolitica di tutta la regione dell’Africa centrale ha improvvisamente subito un cambiamento. La CNOOC Ltd., il più grande esploratore di petrolio offshore della Cina, è in una joint venture con la Tullow Oil per sviluppare tre blocchi petroliferi del bacino del lago Alberto, in Uganda. [13]
Secondo i geologi, “l’East African Rift è sospettata di essere uno degli ultimi più grandi giacimenti di petrolio e gas naturale della terra.” In un recente articolo, Time ha osservato che “i test sismici negli ultimi 50 anni hanno dimostrato che i paesi lungo la costa dell’Africa orientale hanno gas naturale in abbondanza. I primi dati raccolti dai consulenti del settore, suggeriscono anche la presenza di enormi giacimenti petroliferi off-shore”. [14]
Questa regione dell’Africa centrale e orientale è considerata una delle più interessanti regioni inesplorate del mondo, per potenziale di idrocarburi, petrolio e gas. Nel 2010, la compagnia petrolifera del Texas, Anadarko Petroleum, scoprì un giacimento gigante di gas naturale al largo della costa del Mozambico. Si stima che la Somalia detenga forse 10 miliardi di barili di petrolio non sfruttati. [15] L’agitazione politica cronica e le tensioni sostenute da AFRICOM, – convenienti per le major petrolifere occidentali, che cercano assurdamente di mantenere elevati i prezzi del petrolio attraverso il controllo dell’offerta – impediscono lo sviluppo del petrolio. Mentre l’Africa del nord e occidentale hanno subito decine di migliaia di trivellazioni di pozzi petroliferi, nel corso degli ultimi decenni, l’Africa centrale e orientale, tra cui Darfur, Sud Sudan, Ciad e Repubblica Centrafricana, sono tutte terre incognite in termini di perforazione.
Tutte questi dati schiaffeggiano il discorso popolare del “picco del petrolio.” Lungi dall’esaurirsi le risorse petrolifere e gasifere della Terra, le compagnie petrolifere quasi ogni giorno scoprono in tutto il mondo, dal Mediterraneo orientale al largo del Brasile, dal Golfo del Messico alla Belt Great Rift dell’Africa centrale e orientale, nuove enormi potenzialità. Non stiamo, come l’economista Peter Odell ha notato una volta, esaurendo il petrolio: “ma scorrendo sul petrolio.”
Il petrolio è una delle industrie più altamente politicizzate del pianeta, e la segretezza del settore tra le quattro gigantesche aziende anglo-statunitensi, fa apparire la CIA e l’MI6 dei dilettanti. Dopo la pubblicazione nel 1956 da parte del geologo della Shell Oil King Hubbert, della sua tesi non dimostrata [16] che i giacimenti petroliferi si esauriscono seguendo una curve a campana di Gauss, Big Oil ha favorito il mito dell’incombente scarsità di petrolio. Serve uno scopo evidente per mantenere la loro presa sulle fonti dell’energia primaria dell’economia mondiale. I petrolio e il suo controllo sono un fondamento geopolitico del secolo americano, dal 1945.

La Cina altera il calcolo geopolitico africano
Finché l’Africa è stato il “continente dimenticato” in termini di esplorazioni indipendenti di petrolio e gas, la politica di Washington era di ignorarla. Come l’ex presidente sudafricano Thabo Mbeki ha detto di recente, “liberati dall’obbligo di garantire la fedeltà dell’Africa indipendente nel contesto della sua lotta globale anti-sovietica, gli Stati Uniti hanno scoperto che l’Africa non aveva minore importanza in termini di interessi strategici globali“. [17]
Ma come Mbeki ha sottolineato, entro il 2007 tutto ha cominciato a cambiare quando la Cina ha iniziato a fare incursioni economiche e diplomatiche in tutta l’Africa: “C’è stata una crescente concorrenza internazionale per l’accesso al petrolio e alle altre risorse naturali dell’Africa, anche per la Cina. La Cina stava diventando un ‘concorrente temibile, sia per influenza che per i lucrosi contratti nel continente’“. [18]
Ma la visione di Washington della cosiddetta ‘globalizzazione’ del sistema economico mondiale, non consente che ci sia alcuno che non legga dal loro spartito musicale. Hillary Clinton l’ha detto abbastanza chiaramente: “Se avete delle persone che scelgono un percorso diverso, allora è necessario utilizzare tutti gli strumenti della vostra persuasione per cercare di convincerle che il percorso che intendete seguire è un bene anche per il loro interesse”. [19] George W. Bush lo ha detto più succintamente: “Siete con noi o siete contro di noi…”

La terza riunione ministeriale del Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC), Pechino, 3 novembre 2006
Da quando la Cina ha ospitato più di 40 capi di Stato africani nel 2006, a Pechino, e la proseguì con le visite di Stato di più alto livello in tutta l’Africa – con le compagnie petrolifere e l’industria cinesi che firmavano accordi multi-miliardi con l’Africa “dimenticata” – Washington improvvisamente ha preso nota. Nel 2008, il presidente Bush ha autorizzato la creazione per la prima volta di un singolo comando del Pentagono, AFRICOM, per il continente africano. Come Daniel Volman, direttore del Progetto di ricerca sulla sicurezza africana di Washington, ha dichiarato: “una serie di sviluppi, in particolare l’importanza crescente del continente come fonte di approvvigionamenti energetici e di altre materie prime, ha radicalmente modificato il quadro. Essi hanno portato alla crescente partecipazione economica e militare di Cina, India e altre potenze industriali emergenti, in Africa e al riemergere della Russia come potenza economica e militare nel continente. In risposta, gli Stati Uniti hanno notevolmente aumentato la propria presenza militare in Africa e hanno creato un comando, il nuovo comando militare, AFRICOM o Africa Command, per proteggere ciò che hanno definito i propri “interessi strategici nazionali” in Africa. Questo ha innescato ciò che è conosciuto come il “nuovo assalto all’Africa” che sta trasformando l’architettura della sicurezza dell’Africa“. [20]
Dal 2012 la Cina è diventata il secondo più grande investitore straniero in Uganda, dopo la Gran Bretagna. E’ il principale investitore nelle risorse petrolifere del Sud Sudan. Nel luglio 2007, la compagnia petrolifera della Cina, CNOOC, ha firmato un accordo con il governo somalo per la ricerca di petrolio nella regione di Mudug, dove alcuni stimano che le riserve potrebbero ammontare da cinque a dieci miliardi di barili di petrolio. [21] Tra gli investimenti cinesi in questa parte d’Africa, vi è anche la joint venture che la CNOOC ha firmato con la Tullow Oil nel 2011, per i giacimenti ugandesi. [22]
Ciò che è chiaro, è che “Kony2012″ non è infatti un documentario, ma propaganda manipolatrice, che viene utilizzata per far avanzare la presenza militare di AFRICOM nella regione mineraria più ricca del mondo, prima che la Cina e forse l’India e la Russia, vi arrivino. In ciò rievocando le guerre coloniali per le risorse del 19° secolo, cui unica differenza è la presenza della propaganda a velocità di curvatura su Internet e YouTube.

Note
[1] Agence France-Presse, “Kony 2012: Uganda PM launches online response,” 17 marzo 2012.
[2] Jason Russell, Kony 2012.
[3] Julian Borger, John Vidal e Rosebell Kagumire, “Child abductee featured in Kony 2012 defends film’s maker against criticism,” guardian.co.uk, 8 marzo 2012.
[4] Ibid.
[5] USAID, USAID/OTI Uganda Quarterly Report, Washington, DC, January – marzo 2009.
[6] Mike Tuttle, “Kony: Ugandan Says He’s Already Dead—Is Movement a Sham?”, 9 marzo 2012.
[7] Adam Branch, “Dangerous ignorance: The hysteria of Kony 2012”, Al-Jazeera, 12 marzo 2012.
[8] Stephanie Condon, “Joseph Kony resolution introduced in House”, CBSNews, 13 marzo 2012.
[9] Elizabeth Flock, “Forget Joseph Kony. What Ugandan children fear is the ‘nodding disease’,” Washington Post, 13 marzo 2012.
[10] Rosebell Kagumire, “More perspective on Kony2012”, 9 marzo 2012.
[11] Ibid.
[12] James Wood e Alex Guth, “East Africa’s Great Rift Valley: A Complex Rift System.”
[13] Bloomberg News, “CNOOC in `Final Discussions’ With Tullow on Ugandan Oil Block Exploration”, 8 luglio 2010.
[14] Christian DeHaemer, “Cutting the Dark Continent”, 3 settembre 2010.
[15] Ibid.
[16] M. King Hubbert, “Nuclear Energy and the Fossil Fuels” (File Format: PDF/Adobe Acrobat), presentato prima della riunione primaverile della Divisione Southern District diella produzione, American Petroleum Institute, San Antonio, Texas, 8 marzo 1956. Pubblicazione No. 95. Houston: Shell Development Company, Exploration and Production Research Division, 1956.
[17] Thabo Mbeki, “Is Africa there for the taking?”, New African , Londra, marzo 2012.
[18] Ibid.
[19] Ibid.
[20] Daniel Volman, “The Security Implications of Africa’s New Status in Global Geopolitics”, Washington DC.
[ 21 ] Barney Jopson, “Somalia oil deal for China”, Financial Times, Londra, 13 luglio 2007.
[22] Xinhua, “China ranks second in investment in Uganda”, 8 gennaio 2010.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Presi con le mani nel sacco: killer inglesi nel Corno d’Africa

Thomas C. Mountain, Intrepid Report, 8 giugno 2011

ASMARA, Eritrea – ai primi di febbraio 2011, una squadra di sei mercenari britannici è stata colta in flagrante nel bel mezzo dei preparativi di un tentativo per assassinare i vertici del governo eritreo nella città portuale di Massaua sul Mar Rosso.
Dei sei, quattro sono stati arrestati e due sono riusciti a fuggire, abbandonando i loro compagni, schizzando fuori dalla baia di Massaua, nel Mar Rosso, su un gommone a motore, senza essere mai più visti dagli eritrei.
Una ispezione sul battello con cui sono arrivati ha svelato un nascondigli per gli strumenti di lavoro dei killer. Incluso, vi era un piccolo arsenale di armi automatiche, un sofisticato sistema di comunicazione satellitare, avanzati telemetri elettronici di puntamento e, ben più dannosi, diversi fucili da cecchino.
Tutte le persone arrestate sono state riconosciute dipendenti di una ditta britannica di “sicurezza”, simile alla famigerata compagnia statunitense Blackwater/Xe. Almeno due dei quattro provenivano dalle forze speciali britanniche. Come nel caso di Richard Davis, il killer della CIA colto sul fatto in Pakistan, il Foreign Office britannico ha  richiesto la protezione della convenzione di Vienna per questi delinquenti armati, ma confermando così il fatto che fossero in missione ufficiale per conto del governo britannico.
Il loro arresto è avvenuto a poche centinaia di metri dalla nostra casa sul Mar Rosso, a Massaua, ed è successo mentre eravamo lì. Nelle settimane e nei mesi che seguirono, ogni volta che passavo da quel punto, ho sentito un senso di nausea alla vista del terrapieno di sale dietro cui si erano nascosti per avere una visione chiara del luogo dove, pochi giorni dopo, i vertici del governo eritreo si sarebbero riuniti per la celebrazione annuale della caduta del porto di Massaua, nel 1990, ad opera dei combattenti di liberazione eritrei.
Questi killer professionisti sono stati scoperti quasi per caso da una donna, mentre andava a casa attraverso una breve scorciatoia adiacente a una salina abbandonata, notando, come tutti i bravi eritrei  dovrebbero, che dei sa’ada, i bianchi, stavano scattando delle foto (con dei teleobiettivi ) ai dei luoghi a cui non dovevano avere accesso. Queste “diplomatici” inglesi, presero tutto il loro tempo per sgombrare le loro linee di tiro e prendere i parametri del loro possibile campo di sterminio, visto che il loro scopritore dovette camminare per quasi un miglio, per recarsi dalla più vicina stazione di polizia, per denunciarli, e che poi la polizia dovette recarsi sul posto dell’avvistamento in questione.
Ma se non fosse stato per la vigilanza di una donna eritrea, l’Eritrea potrebbe aver sperimentato un disastro inimmaginabile, la perdita del presidente dell’Eritrea e Dio solo sa di quanti vertici  dell’Eritrea.
Questa non è la prima volta che ho scritto su un tentativo di assassinare la leadership dell’Eritrea.  Nel 2002 e nel 2003, ho scritto di come durante l’invasione etiope dell’Eritrea, sostenuta dall’occidente nel 2000, una serie di tiri dell’artiglieria a lungo raggio distrusse i centri di comando avanzati eritrei, pochi minuti dopo la partenza del presidente/Comandante-in-Capo Issias Aferworki. In un caso, vi fu la netta prova che un missile aveva causato la distruzione, e se questo è vero, è quasi certo che era stato lanciato da un aereo da caccia statunitense, che volava ad alta quota.
Anche in questo caso, una domanda deve essere posta, perché l’Occidente vuole uccidere i leader dell’Eritrea?
Forse perché l’economia eritrea è ancora una volta in procinto di indossare il mantello della crescita più rapida dell’Africa, e questo senza significativi programmi di aiuto occidentali o dei prestiti usurai del FMI e della Banca Mondiale.
Più probabilmente, ciò dovuto al fatto che l’Eritrea è stata a lungo una spina nel fianco dei tentativi occidentali di dominare il Corno d’Africa, una delle regioni strategicamente più importanti del mondo. Con quasi il 40 per cento del traffico marittimo mondiale che passa davanti ale coste eritree, tutti i giorni, tra cui gran parte del petrolio mondiale e tutto il commercio tra l’UE e Cina, Giappone e India, il Corno d’Africa non può essere fonte di preoccupazione per un occidentale medio, ma per quelli al potere nelle capitali occidentali, non è detto.
La politica degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali è la “gestione delle crisi” qui, in Africa. L’Occidente crea una crisi e poi la gestisce, oppure sfrutta la guerra e il caos che ne consegue, per dividere e conquistare, per meglio saccheggiare le risorse naturali e umane di una regione.
L’Eritrea è stata il principale ostacolo alla realizzazione di questa politica occidentale nel Corno d’Africa, e questo spiega il disperato tentativo di assassinare la leadership dell’Eritrea.
Il motto dice “che tutte le strade per la pace nel Corno d’Africa attraversano Asmara [Eritrea]” e ho assistito in prima persona a questa verità. La pace in Sudan è nata e nutrita qui in Asmara, prima nel Sudan orientale, poi nel Sud e ora negli sforzi di pace in corso nel Darfur.
Un grande tentativo è stato fatto qui, ad Asmara, per ricostituire un nuovo governo in Somalia, anche se questo è stato sabotato dall’Occidente e dai suoi esecutori etiopi.
I tenutari degli uffici d’intelligence occidentali, responsabili per l’Africa, ricordano fin troppo bene come solo due decenni prima, l’esercito di guerriglieri eritrei, straccioni e capelloni, guidassero carri armati etiopi catturati, che si aprirono la strada nel nord dell’Etiopia, per abbattere il dittatore Mengistu e portare la pace in Etiopia, per la prima volta, in 30 anni.
Lo scorso anno ho assistito a una disparata raccolta di leader dei guerriglieri etiopi dalle diverse lontane etnie, potersi incontrare qui ad Asmara, cominciando a realizzare un consenso su come costruire un nuovo governo di unità nazionale, per aiutare a mantenere la pace in Etiopia una volta che il regime di Meles Zenawi sia scacciato dal potere.
Tutto questo è una grave minaccia per l’attuare della politica dell’Occidente di “gestione delle crisi” nel Corno d’Africa.
Con il suo impero in declino, soffrendo sconfitta dopo sconfitta, incapace persino di abbattere (rapidamente. NdT)  Muammar Gheddafi, nonostante la forza aerea congiunta della maggior parte dei membri europei della NATO, sarebbe saggio aspettarsi misure sempre più disperate dai regimi occidentali.
L’élite occidentale può predicare ad alta voce sul dominio del diritto, ma la realtà è che il diritto internazionale è la legge della giungla dove solo i forti sopravvivono. L’Eritrea non solo sopravvive, ma molto lentamente diventa sempre più forte e più influente, ciò dovrebbe aiutare a spiegare perché i mercenari inglesi hanno portato i loro attrezzi da assassini sulle coste eritree.

Nota: Alcune delle informazioni contenute in questo articolo provengono dall’independent.co.uk, contenente la conferma dell’impiego dei mercenari inglesi, il loro background e le pretese del Foreign Office britannico sulla Convenzione di Vienna per proteggerli. Interviste in  prima persona con gli eritrei direttamente coinvolti, sono alla base del resto della storia.

 Isaias Afewerki

Thomas C. Mountain è l’unico giornalista occidentale indipendente nel Corno d’Africa, vive e lavora in Eritrea dal 2006.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Osservatori arabi in Siria Vs NED: chi è legittimo?

Julien Teil La Guerre Humanitaire 9 Gennaio 2012

Negli ultimi giorni abbiamo assistito ad una vera e propria sollevazione dei media occidentali, francesi in testa. Questi ritengono di essere in grado di contestare la legittimità degli osservatori della Lega Araba in Siria. Tutte i rilanci cui questi media fanno appello, sono collegati al NED (National Endowment for Democracy). L’organizzazione è stata fondata nel 1982 da Reagan e mira a usare il pretesto dei diritti umani al fine di nascondere le interferenze degli Stati Uniti.
La critica dei media occidentali si basa su due argomenti principali:
Gli osservatori della Lega Araba non possono fare il loro lavoro a fondo, perché il regime siriano nasconde le prove dei suoi crimini controllando gli osservatori inquadratura.
Il generale sudanese Mohamed Ahmed Mustafa al-Dabi nominato capo degli osservatori, non sarebbe “credibile”.
La prima affermazione è da intendersi per ciò che vuole nascondere, attraverso la retorica del dubbio:
-Il regime siriano nasconde le prove dei suoi crimini – come avrebbe fatto il regime di Gheddafi, cosa non ancora provata a tutt’oggi.
-Inoltre, l’esercito siriano supervisiona in modo vincolante la libertà degli osservatori. Sarebbe dunque estremamente difficile produrre le prove.
-Non ci saranno prove concrete a seguito di questa missione, se non il primo rapporto di Navi Pillay al consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, rapporto così povero che non può essere considerato da un tribunale, costituente una prova solida per accusare il regime siriano.
La seconda affermazione – a sua volta – mette in dubbio la legittimità della procedura dell’osservazione della Lega Araba.
Nega la legittimità in particolare del generale sudanese Mohamed Ahmed Mustafa al-Dhabi, responsabile della missione di osservazione.
In particolare, Marc Lavergne, coordinatore del gruppo degli esperti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in Darfur, nel 2006, lo ha criticato per essersi opposto a una “indagine sui crimini contro l’umanità in atto nel Darfur. Quindi c’è qualcuno che passa egli stesso per un torturatore agli occhi dell’opposizione sudanese“. Sarebbe quindi egli stesso legato connessi ad atti efferati come quelli che di cui si accusa il regime siriano.
Ma di nuovo, ancora nessuna produzione di prove.
Queste due affermazioni si basano quindi l’una sull’altra, senza che nessuna di esse possa essere indipendentemente giustificata da fatti e prove documentate.  Ma presentati così, la mente non penserà a mettere in discussione la veridicità delle prima accusa  indipendentemente dalla seconda.
Quindi cerchiamo di invertire questa logica e chiediamoci se queste affermazioni, abbiano senso in termini di diritto internazionale, poiché riguardano un conflitto, ma soprattutto la ragione.
La Carta delle Nazioni Unite intende limitare la sovranità degli Stati per prevenire tensioni internazionali che possano portare a conflitti armati. Ma questa limitazione non consente interferenze in alcun modo. Ora, in questo caso, si tratta sempre della questione di commentare l’esercizio del potere in Siria, quindi è bene mettere in discussione e criticare – quasi contestare, l’esercizio della sovranità della Siria sul proprio territorio.
Detto questo, ora vediamo i rilanci di queste asserzioni contro il regime siriano.
L’OSDH (Observatoire Syrien des Droits de l’Homme) non è altro che un’organizzazione finanziata dal National Endowment for Democracy – che dipende dal Congresso degli Stati Uniti. Eppure, le loro accuse sui crimini del regime siriano vengono riprodotti sui media ogni giorno. L’organizzazione ha sede a Londra, come le tre organizzazioni della NED dedicate alla Libia.
Il Damascus Center for Human Rights Studies è presieduto da Radwan Ziadeh. Il suo curriculum vitae è impressionante, impariamo molto della sua attività politica e personale all’interno del NED. L’organizzazione è finanziata dalla FIDH. Inoltre, Radwan Ziadeh si occupa delle formalità diplomatiche tra NED/FIDH e il Consiglio dei Diritti Umani sulla questione siriana, e attraverso un’altra organizzazione della FIDH: Cairo Institute for Human Rights.
Axel Poniatowski è responsabile della “risoluzione” del problema posto e inventato dai suoi alleati. Cioè: confondere le tracce, proponendo la sostituzione degli osservatori della Lega Araba con altri osservatori, aggirando la possibilità di una soluzione pacifica chiedendo il deferimento al Consiglio di sicurezza.
Crede, in un articolo di Le Monde, che “Questo piano (l’invio di osservatori arabi) è utile, deve ora essere oggetto di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In questo modo sarà più difficile l’opposizione di Cina e Russia“.
Axel Poniatowski è il Presidente della Commissione Affari esteri dell’Assemblea nazionale dal 28 giugno 2007. Ma ha anche partecipato alla fondazione del Movimento Internazionale dei parlamentari per la democrazia, un programma del World Movement for Democracy del NED. Questo programma è stato fondato nel 2003, quando si riunirono 24 parlamentari provenienti da 13 paesi diversi. Un altro francese vi partecipava: Jean Dominique Giuliani, presidente della Fondazione Robert Schuman per l’Europa.
Conclusione: il National Endowment for Democracy la cui legittimità – riguardo a essa – può essere veramente messa in discussione, prevede di essere in grado di produrre interamente il discorso le accusatorio contro il regime siriano e così come la soluzione giusta per ogni situazione.
Pertanto:
Il National Endowment for Democracy non è una Organizzazione Non Governativa (ONG) poiché il suo bilancio è votato dal Congresso degli Stati Uniti.
L’organizzazione interferisce illegalmente nella vita politica di molte nazioni: Russia, Venezuela, Libia, Myanmar, Siria, Repubblica Democratica del Congo, ecc.
L’organizzazione, nonostante il suo discorso accusatorio non ha prodotto, finora, alcuna prova seria contro il regime siriano.
In sintesi, coloro che intendono utilizzare il sofisma per farci ammettere l’impossibilità di produrre delle prove senza deferimento al Consiglio di sicurezza – e quindi senza il rischio di distruggere ogni possibilità di procedura dell’osservazione – sono proprio quelli che hanno meno legittima per poter commentare questa procedura. Infatti, si pongono formalmente al di fuori del quadro del diritto internazionale e anche all’offensiva, quest’ultima essendo in contraddizione con l’idea di risoluzione dei conflitti intraterritoriali. Inoltre, l’obiettivo dichiarato è quello di bypassare il veto russo e cinese, ossia sfidare ancora una volta l’esercizio della sovranità di alcune nazioni anche se è conforme con le attuali procedure internazionali nel caso siriano.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preparare la scacchiera allo “scontro di civiltà”: dividere, conquistare e dominare il “Nuovo Medio Oriente”

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 26 novembre 2011

Il nome di “primavera araba” è uno slogan inventato in uffici lontani, a Washington, Londra, Parigi e Bruxelles, da individui e gruppi che, oltre ad avere qualche conoscenza superficiale della regione, sanno molto poco degli arabi. Cosa sta accadendo tra i popoli arabi è naturalmente un fatto pacchetto misto. L’insurrezione fa parte di questo pacchetto quale opportunismo. Dove c’è la rivoluzione, c’è sempre la contro-rivoluzione.
Gli sconvolgimenti nel mondo arabo non sono un “risveglio” arabo, una tale termine implica che gli arabi abbiano sempre dormito mentre la dittatura e l’ingiustizia li circondavano. In realtà, il mondo arabo, che fa parte del più ampio mondo turco-arabo-iranico, è stato attraversato da frequenti rivolte che hanno abbattuto dittatori arabi, in coordinamento con paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. E’ stata l’interferenza di queste potenze, che ha sempre agito come contro-bilanciamento alla democrazia e continueranno a farlo.

Divide et impera: come la prima “Primavera araba” è stata manipolata
I piani per la riconfigurazione del Medio Oriente, iniziarono diversi anni prima della Prima Guerra Mondiale. E’ stato durante la prima guerra mondiale, tuttavia, che la manifestazione di questi disegni coloniali poterono rendersi visibili con la “Grande Rivolta Araba” contro l’Impero Ottomano.
Nonostante il fatto che  italiani, inglesi e francesi fossero le potenze coloniali che avevano impedito agli arabi di godere di una qualsiasi libertà in paesi come Algeria, Libia, Egitto e Sudan, queste potenze coloniali riuscirono a ritrarre se stesse come amiche e alleate della liberazione araba.
Durante la “Grande Rivolta Araba“, gli inglesi e i francesi effettivamente utilizzarono gli arabi come soldati di fanteria contro gli ottomani per promuovere i propri schemi geo-politici. L’accordo segreto Sykes-Picot tra Londra e Parigi ne è un esempio calzante. Francia e Gran Bretagna riuscirono solo ad utilizzare e manipolare gli arabi vendendogli l’idea della liberazione araba dalla cosiddetta “repressione” degli ottomani.
In realtà, l’Impero Ottomano era un impero multietnico. Ha dato l’autonomia locale e culturale a tutti i suoi popoli, ma fu manipolata per divenire una entità turca. Anche il genocidio armeno che ne deriverò nell’Anatolia ottomana, deve essere analizzato nel contesto stesso della contemporanea aggressione ai cristiani in Iraq, come parte di una esplosione settaria scatenata da attori esterni per dividere l’impero Ottomano, l’Anatolia e i cittadini dell’Impero Ottomano.
Dopo il crollo dell’Impero Ottomano, Londra e Parigi, mentre negarono la libertà agli arabi, sparsero i semi della discordia tra i popoli arabi. I corrotti leader locali arabi furono anche i partner del piano e molti di loro erano assai felici di diventare clienti di Gran Bretagna e Francia. Nello stesso senso, la “primavera araba” viene oggi manipolata. Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e altri lavorano con l’aiuto dei leader e personaggi arabi corrotti a ristrutturare il mondo arabo e l’Africa.

Il Piano Yinon: Ordine dal Caos…
Il Piano Yinon, che è una continuazione dello stratagemma britannico in Medio Oriente, è un piano strategico di Israele per garantire la superiorità regionale israeliana. Insiste e stabilisce che Israele deve riconfigurare la sua area geo-politica attraverso la balcanizzazione degli stati arabi circostanti, in stati più piccoli e più deboli.
Gli strateghi israeliani vedevano l’Iraq come la loro più grande sfida strategica da uno stato arabo. Ed è per questo che l’Iraq è stato delineato come il fulcro per la balcanizzazione del Medio Oriente e del mondo arabo. In Iraq, sulla base dei concetti del Piano Yinon, gli strateghi israeliani hanno chiesto la divisione dell’Iraq in uno stato curdo e due stati arabi, uno per i musulmani sciiti e l’altro per i musulmani sunniti. Il primo passo verso la creazione di ciò, fu la guerra tra Iraq e Iran, che il Piano Yinon discusse.
The Atlantic, nel 2008, e l’Armed Forces Journal dell’esercito statunitense, nel 2006, pubblicarono le mappe ampiamente diffuse che seguivano da vicino lo schema del Piano Yinon. A parte un Iraq diviso, che anche il Piano Biden chiede, il Piano Yinon prevede Libano, Egitto e Siria divise. La divisione di Iran, Turchia, Somalia e anche Pakistan ricadono tutti nella linea di questi punti di vista. Il Piano Yinon chiede anche la dissoluzione del Nord Africa e  prevede di iniziare da Egitto per poi scendere su Sudan, Libia e il resto della regione.

Consolidare il Regno: Ridefinire il mondo arabo
Anche se ottimizzato, il Piano Yinon è in movimento e prese vita sotto il “Clean Break“. Questo avviene attraverso un documento politico scritto nel 1996 da Richard Perle e dal Gruppo di Studio per “Una nuova strategia israeliana verso il 2000” per Benjamin Netanyahu, il primo ministro di Israele in quel momento. Perle è stato un ex sottosegretario del Pentagono al tempo di Roland Reagan e poi consigliere militare di George W. Bush Jr. e della Casa Bianca. A parte Perle, il resto dei membri del Gruppo di Studio su “Una nuova strategia israeliana verso il 2000” era composta da James Colbert (Istituto Ebraico per gli Affari di Sicurezza Nazionale), Charles Fairbanks Jr. (Johns Hopkins University), Douglas Feith (Feith and Zell Associates), Robert Loewenberg (Istituto per gli Studi Strategici e Politici Avanzati), Jonathan Torop (‘Istituto di Washington per la Politica nel Vicino Oriente), David Wurmser (Istituto per gli Studi Strategici e Politici Avanzati), e Meyrav Wurmser (Johns Hopkins University). A Clean Break: Una nuova strategia per la Protezione del Regno è il nome completo di questo documento del 1996 sulla politica di Israele. Per molti aspetti, gli Stati Uniti persegue  gli obiettivi delineati nel documento politico di Tel Aviv del 1996, per garantire il “regno“. Inoltre, il termine “regno” implica la mentalità strategica degli autori. Un regno si riferisce sia al territorio governato da un monarca o a territori che ricadono sotto il regno di un monarca, ma non sono fisicamente sotto il loro controllo poiché hanno i vassalli che lo gestiscono. In questo contesto, la parola regno viene usata per indicare il Medio Oriente come il regno di Tel Aviv. Il fatto che Perle, sia qualcuno che fu essenzialmente un funzionario di carriera del Pentagono, ha aiutato l’autore del testo israeliano a chiedersi se il sovrano del regno concettualizzato sia Israele o gli Stati Uniti, o entrambi?

Consolidare il Regno: i progetti di Israele per destabilizzare Damasco
Il documento israeliano del 1996 chiede il “rollback della Siria“, già intorno al 2000 e successivamente, respingendo i siriani fuori dal Libano e destabilizzando la Repubblica araba siriana, con l’aiuto di Giordania e Turchia.  Questo ha avuto luogo rispettivamente nel 2005 e nel 2011. Il documento del 1996 afferma: “Israele può plasmare il suo contesto strategico, in cooperazione con la Turchia e la Giordania, indebolendo,  contenendo e anche respingendo la Siria, Questo sforzo può concentrarsi sulla rimozione di Saddam Hussein dal potere in Iraq – un importante obiettivo strategico israeliano di diritto – come mezzo per sventare le ambizioni regionali della Siria“. [1]
Come primo passo verso la creazione di un “Nuovo Medio Oriente” dominato da Israele e per circondare la Siria, il documento del 1996 chiede la rimozione del presidente Saddam Hussein dal potere a Baghdad, e allude anche alla balcanizzazione dell’Iraq e di forgiare un’alleanza strategica regionale contro Damasco, che includa un “Iraq Centrale” musulmano sunnita. Gli autori scrivono: “Ma la Siria entra in questo conflitto con potenziali punti deboli: Damasco è troppo preoccupata di trattare con la minacciata nuova equazione regionale, per permettersi distrazioni nel fianco libanese, e Damasco teme che il ‘asse naturale’ con Israele da un lato, con l’Iraq centrale e la Turchia dall’altra, e la Giordania, nel centro, stringerebbe e staccherebbe la Siria dalla penisola saudita. Per la Siria, questo potrebbe essere il preludio ad una ridefinizione della mappa del Medio Oriente, che potrebbe minacciare l’integrità territoriale della Siria“. [2]
Perle e il Gruppo di Studio su “Una nuova strategia israeliana verso il 2000” chiedono anche di cacciare i siriani dal Libano e di destabilizzare la Siria, utilizzando gli esponenti dell’opposizione libanese. Il documento afferma: “[Israele deve distogliere] l’attenzione della Siria usando elementi dell’opposizione libanese per destabilizzare il controllo siriano del Libano“  [3] Questo è ciò che sarebbe accaduto nel 2005 dopo l’assassinio di Hariri, che ha contribuito a lanciare la cosiddetta “rivoluzione dei cedri” e a creare la veemente anti-siriana Alleanza del 14 Marzo, controllata dal corrotto Said Hariri.
Il documento invita inoltre a Tel Aviv a “cogliere [l']occasione per ricordare al mondo la natura del regime siriano“. [4] Questo rientra chiaramente nella strategia israeliana di demonizzazione dei suoi avversari attraverso l’uso delle campagne di pubbliche relazioni (PR). Nel 2009, i media israeliani ammisero apertamente che Tel Aviv, attraverso le sue ambasciate e missioni diplomatiche, aveva lanciato una campagna globale per screditare le elezioni presidenziali iraniane, prima ancora che si svolgesse, attraverso una campagna mediatica, e ad organizzare proteste davanti alle ambasciate iraniane. [5]
Il documento menziona anche qualcosa che assomiglia a ciò che è attualmente in corso in Siria. Esso afferma: “La cosa più importante, è comprensibile che Israele abbia interesse nel sostegno diplomatico, militare e operativo della Turchia e della Giordania nelle azioni contro la Siria, ad esempio garantire alleanze tribali con le tribù arabe che attraversano il territorio siriano e sono ostili all’élite al potere siriana.” [6] Con gli eventi del 2011 in Siria, il movimento dei ribelli e il contrabbando di armi attraverso i confini giordano e turco, sono diventati un grave problema per Damasco.
In questo contesto, non sorprende che Ariel Sharon e Israele dicessero a Washington di attaccare la Siria, la Libia e l’Iran, dopo che l’invasione anglo-statunitense dell’Iraq. [7] Infine, è utile sapere che il documento israeliano ha anche sostenuto la guerra preventiva per formare il contesto geostrategico di Israele e ritagliarsi il “Nuovo Medio Oriente“. [8] Questa è una politica che gli Stati Uniti avrebbero anche adottato nel 2001.

L’eliminazione delle Comunità cristiane del Medio Oriente
Non è un caso che i cristiani egiziani siano stati attaccati nello stesso momento del Referendum nel Sud Sudan e prima della crisi in Libia. Né è un caso che i cristiani iracheni, una delle più antiche comunità cristiane del mondo, siano costretti all’esilio, lasciando le loro terre ancestrali in Iraq. In coincidenza con l’esodo dei cristiani iracheni, avvenuto sotto gli occhi attenti degli Stati Uniti e delle forze militari britanniche, i quartieri di Baghdad divennero settari mentre musulmani sciiti e sunniti furono costretti dagli squadroni della violenza e della morte a formare enclave settarie. Tutto questo è legato al Piano Yinon e alla riconfigurazione della regione come parte di un obiettivo più ampio.
In Iran, gli israeliani hanno cercato invano di ottenere cje la comunità ebraica iraniana se ne andasse. La popolazione ebraica iraniana è in realtà la seconda più grande del Medio Oriente e probabilmente la più antica comunità ebraica indisturbati in tutto il mondo. Gli ebrei iraniani si considerano iraniani legati all’Iran come loro patria, proprio come i musulmani e cristiani iraniani, e per loro il concetto di doversi trasferire in Israele, perché sono ebrei, è ridicolo.
In Libano, Israele ha lavorato ad esacerbare le tensioni settarie tra le varie fazioni cristiane e musulmane, così come i drusi. Il Libano è un trampolino di lancio verso la Siria e la divisione del Libano in diversi stati, è anche visto come un mezzo per balcanizzare la Siria in piccoli diversi stati arabi settari. Gli obiettivi del Piano Yinon sono dividere il Libano e la Siria in stati diversi, sulla base delle identità religiose e settarie, musulmani sunniti, sciiti, cristiani e drusi. Ci potrebbe anche essere l’obiettivo dell’esodo dei cristiani in Siria.
Il nuovo capo della Chiesa siro-cattolica maronita di Antiochia, la più grande delle autonome Chiese orientali cattoliche, ha espresso i suoi timori circa una epurazione dei cristiani arabi dal Levante e dal Medio Oriente. Il Patriarca Mar Beshara Boutros al-Rahi e molti altri leader cristiani in Libano e Siria, hanno paura dell’avvento dei Fratelli Musulmani in Siria. Come l’Iraq, gruppi misteriosi stanno attaccando le comunità cristiane in Siria. I leader della Chiesa cristiana ortodossa orientale, tra cui il patriarca ortodosso di Gerusalemme Est, hanno tutti espresso pubblicamente le loro gravi preoccupazioni. A parte gli arabi cristiani, questi timori sono condivisi anche dalla comunità assira e armena, che sono per lo più cristiane.
Sheikh al-Rahi è stato recentemente a Parigi, dove ha incontrato il presidente Nicolas Sarkozy. È stato riferito che il patriarca maronita e Sarkozy avevano disaccordi circa la Siria, cosa che ha spinto Sarkozy a dire che il regime siriano crollerà. La posizione del patriarca al-Rahi era che la Siria deve essere lasciata sola e permetterle la riforma. Il patriarca maronita ha anche detto a Sarkozy, che Israele doveva essere trattata come una minaccia, se la Francia vuole legittimamente che Hezbollah disarmi.
A causa della sua posizione in Francia, al-Rahi è stato immediatamente ringraziato dai leader religiosi cristiani e musulmani della Repubblica araba siriana, che lo hanno visitato in Libano. Hezbollah e i suoi alleati politici in Libano, che comprende la maggior parte i parlamentari cristiano nel parlamento libanese, ha anche lodato il Patriarca maronita, che poi fatto un tour nel Sud del Libano.
Sheikh al-Rahi è ora politicamente attaccato dall’Alleanza del 14 Marzo di Hariri, a causa della sua posizione su Hezbollah e il suo rifiuto a sostenere il rovesciamento del regime siriano. Una conferenza di figure cristiane è in realtà programmata da Hariri per opporsi al patriarca al-Rahi e alla posizione della Chiesa maronita. Dal momento che al-Rahi ha annunciato la sua posizione, il Partito Tahrir, che è attivo sia in Libano che in Siria, ha iniziato a bersagliarlo con le critiche. E’ anche stato riportato che alti funzionari statunitensi hanno anche cancellato i loro incontri con il patriarca maronita, come segno del loro disappunto circa le sue posizioni su Hezbollah e la Siria.
L’Alleanza del 14 Marzo in Libano di Hariri, che è sempre stata una minoranza popolare (anche quando si trattava di una maggioranza parlamentare), ha lavorato mano nella mano con Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Giordania, e gruppi che utilizzano la violenza e il terrorismo in Siria. I Fratelli Musulmani e altri cosiddetti gruppi salafiti provenienti dalla Siria, sonno coordinato ed hanno colloqui segreti con Hariri e i partiti politici cristiani in seno all’Alleanza del 14 Marzo. Questo è il motivo per cui Hariri e i suoi alleati hanno attaccato il Cardinale al-Rahi. Hariri e l’Alleanza del 14 Marzo che hanno anche portato Fatah al-Islam in Libano e hanno aiutato alcuni dei suoi membri a fuggire per andare a combattere in Siria.
Ci sono cecchini sconosciuti che stanno prendendo di mira i civili siriani e l’esercito siriano, al fine di causare caos e conflitti interni. Le comunità cristiana in Siria è anch’essa presi di mira da gruppi di sconosciuti. E’ molto probabile che gli aggressori siano una coalizione di forze di Stati Uniti, Francia, Giordania, Israele, Turchia, Arabia e Khalij (Golfo) che collaborano con alcuni siriani al suo interno.
Un esodo cristiano è in programma per il Medio Oriente per volontà di Washington, Tel Aviv e Bruxelles. E’ stato riferito che a Sheikh al-Rahi è stato detto a Parigi, dal presidente Nicolas Sarkozy, che le comunità cristiane del Levante e del Medio Oriente possono stabilirsi nell’Unione europea. Questo non è un’offerta generosa. E’ uno schiaffo in faccia dalle stessi potenze che hanno deliberatamente creato le condizioni per sradicare le antiche comunità cristiane del Medio Oriente. Lo scopo sembra essere il reinsediamento delle comunità cristiane al di fuori della regione o a delimitarle in enclavi. Entrambe le cose potrebbero essere degli obiettivi.
Questo progetto ha lo scopo di delineare le nazioni arabe lungo le linee nazioni esclusivamente musulmane ed è in conformità con il Piano Yinon e gli obiettivi geopolitici degli Stati Uniti per il controllo dell’Eurasia. Una grande guerra potrebbe esserne l’esito. Gli arabi cristiani oggi hanno molto in comune con gli arabi di pelle nera.

Ri-Divisione dell’Africa: Il Piano Yinon è molto vivo e opera sul posto…
Per quanto riguarda l’Africa, Tel Aviv vede assicurarsi l’Africa come parte della sua periferia più ampia. Questa ampia cosiddetta “nuova periferia“. è diventata una base geo-strategica di Tel Aviv dal 1979, quando la “vecchia periferia” contro gli arabi che comprendeva l’Iran, che era uno dei più stretti alleati di Israele durante il periodo Pahlavi, cedette e crollò con la rivoluzione iraniana del 1979. In questo contesto, la “nuova periferia” di Israele è stata concepita con l’inclusione di paesi come Etiopia, Uganda e Kenya contro gli stati arabi e la Repubblica islamica dell’Iran. È per questo che Israele è stato così profondamente coinvolto nella balcanizzazione del Sudan.
Nello stesso contesto, come con le divisioni settarie in Medio Oriente, gli israeliani hanno illustrato i programmi per riconfigurare l’Africa. Il Piano Yinon cerca di delineare l’Africa sulla base di tre aspetti: (1) etno-linguistica, (2) colore della pelle e, infine, (3) religione. Per proteggere il regno, succede anche che l’Istituto di Alti Studi Strategici e Politici (IASPS), il think-tank israeliano che comprendeva Perle, ha anche spinto per la creazione da parte del Pentagono dell’Africa Command (AFRICOM) degli Stati Uniti.
Un tentativo di separare il punto di fusione delle identità araba e africana è in corso. Si cerca di tracciare le linee di divisione in Africa, tra una cosiddetta “Africa Nera” e un presunto  Nord Africa “non nero“. Questo fa parte di uno schema per creare uno scisma in Africa, tra ciò che si presume sia “arabo” e i cosiddetti “neri“.
Questo obiettivo è il motivo per cui l’identità ridicola di un “Sud Sudan africano” e un “Nord Sudan arabo” è stata favorita e promossa. È anche per questo i libici di pelle nera sono stati oggetto di una campagna per “ripulire il colore” della Libia. L’identità araba del Nord Africa si sta slegando dalla sua identità africana. Contemporaneamente vi è un tentativo di sradicare le grandi popolazioni di “pelle nera araba” in modo che vi sia una chiara demarcazione tra “Africa nera” e un nuovo Nord Africa “non nero“, che sarà trasformato in un terreno di lotta tra i rimanenti berberi e arabi “non neri“.
Nello stesso contesto, le tensioni vengono alimentate tra musulmani e cristiani in Africa, in posti come il Sudan e la Nigeria, per creare ulteriori linee e punti di frattura. Alimentare queste divisioni sulla base del colore della pelle, della religione, etnia e lingua, ha lo scopo di alimentare la dissociazione e la disunione in Africa. Tutto questo fa parte di una strategia più ampia per staccare l’Africa del Nord dal resto del continente africano.

Preparare la Scacchiera allo “scontro di civiltà
E’ a questo punto che tutti i pezzi devono essere messi insieme ed i punti devono essere collegati.
La scacchiera è stata organizzata per un “scontro di civiltà” e tutti i pezzi degli scacchi sono stati piazzati. Il mondo arabo è in procinto di essere chiuso e le linee di demarcazione netta si stanno creando. Queste linee di demarcazione stanno sostituendo le linee di transizione senza soluzione di continuità tra i diversi gruppi etno-linguistici, di colore della pelle e religiosi.
Nell’ambito di questo regime, non può più esserci una transizione alla fusione tra società e paesi. È per questo che i cristiani in Medio Oriente e Nord Africa, come i copti, sono presi di mira. È anche per questo che arabi e berberi di pelle nera, così come altri gruppi di popolazione del Nord Africa, che sono neri di pelle, si trovano ad affrontare il genocidio in Nord Africa.
Dopo l’Iraq e l’Egitto, la Libia e la Repubblica araba siriana sono entrambe rispettivamente importanti punti di destabilizzazione regionale in Nord Africa e Sud-Ovest asiatico. Ciò che succede in Libia avrà conseguenze per l’Africa, come quello che accade in Siria avrà effetti sul sud-ovest asiatico e oltre. Sia l’Iraq che l’Egitto, in connessione con quanto afferma il Piano Yinon, hanno agito come starter per la destabilizzazione di entrambi questi stati arabi.
Ciò che viene messo in scena è la creazione di un “Medio Oriente esclusivamente musulmano“, un’area (escluso Israele) che sarà in agitazione a causa degli scontri sciiti-sunniti. Uno scenario simile è stato attuato per un “Nord Africa non nero“, zona che sarà caratterizzata dallo scontro tra arabi e berberi. Allo stesso tempo, secondo il modello di “scontro di civiltà“, il Medio Oriente e il Nord Africa sono candidati ad essere contemporaneamente in conflitto con il cosiddetto “Occidente” e l’”Africa Nera“.
Questo è il motivo per cui sia Nicolas Sarzoky, in Francia, che David Cameron, in Gran Bretagna, in mutue dichiarazioni, durante l’inizio del conflitto in Libia, secondo cui il multiculturalismo è morto nelle loro rispettive società occidentali europee. [9] Il multiculturalismo reale minaccia la legittimità del programma di guerra della NATO. Esso costituisce anche un ostacolo alla realizzazione dello “scontro di civiltà“, che costituisce la pietra angolare della politica estera degli Stati Uniti.
A questo proposito, Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, spiega perché il multiculturalismo è una minaccia per Washington e i suoi alleati: “L’America diventa una società sempre più multiculturale, e può risultare più difficile costruire un consenso sulla politica estera [ad esempio, la guerra contro il mondo arabo, la Cina, l'Iran o la Russia e l'ex Unione Sovietica], tranne che nelle circostanze di una minaccia esterna diretta veramente grande e ampiamente percepita. Tale consenso generale, esisteva tutta la seconda guerra mondiale e anche durante la guerra fredda [e ora esiste a causa della 'Guerra Globale al Terrore'].” [10] La frase successiva di Brzezinski qualifica il motivo per cui le popolazioni si sarebbero opposte nel sostenere le guerre: “[Il consenso] era radicato, però, non solo in profondità nei valori democratici condivisi, quali il pubblico percepiva esser minacciati, ma anche in una cultura e affinità etniche per le vittime prevalentemente europee dei totalitarismi ostili“. [11]
Rischiando di essere ridondante, è da ricordare ancora una volta che è proprio con l’intenzione di rompere queste affinità culturali tra il Medio Oriente-Nord Africa (MENA) e il cosiddetto “mondo occidentale” e sub-sahariano, che i cristiani e i popoli di pelle nera sono presi di mira.

Etnocentrismo e ideologia: Giustificare oggi le “guerre giuste
In passato, le potenze coloniali dell’Europa occidentale avrebbero indottrinato i loro popoli. Il loro obiettivo era quello di acquisire il sostegno popolare per la conquista coloniale. Questo ha preso la forma della diffusione del cristianesimo e promuovere dei valori cristiani, con l’appoggio di mercanti armati ed eserciti coloniali.
Allo stesso tempo, le ideologie razziste sono state messe avanti. I popoli le cui terre furono colonizzate furono descritti come “sub-umani“, inferiori o senz’anima. Infine, il “fardello dell’uomo bianco“, l’assumere una missione di civilizzazione dei cosiddetti “popoli incivili del mondo” venne utilizzato. Questo quadro ideologico coerente è stato utilizzato per ritrarre il colonialismo come una “giusta causa“. Quest’ultima, a sua volta, è stata utilizzata per fornire legittimità nel condurre “guerre giuste” come mezzo per conquistare e “civilizzare” terre straniere.
Oggi, i disegni imperialisti di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania non sono cambiati. Ciò che è cambiato è il pretesto e la giustificazione per scatenare le loro guerre di conquista neo-coloniali. Durante il periodo coloniale, le narrazioni e le giustificazioni per a guerra sono state accettate dall’opinione pubblica dei paesi colonizzatori, come Gran Bretagna e Francia.  Oggi “guerre giuste” e “giuste cause” sono in corso sotto le insegne dei diritti delle donne, diritti umani, dell’umanitarismo e della democrazia.

Mahdi Darius Nazemroaya è un pluripremiato scrittore da Ottawa, Canada. È un sociologo e ricercatore associato presso il Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG), Montreal. Era un testimone della “primavera araba” in azione nel Nord Africa. Mentre era presente in Libia durante la campagna di bombardamenti della NATO, è stato inviato speciale per il sindacato investigativo del programma KPFA Flashpoints, che va in onda da Berkeley, California.

NOTE
[1] Richard Perle et al., A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm (Washington, DC and Tel Aviv: Institute for Advanced Strategic and Political Studies), 1996.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
[5] Barak Ravid, “Israeli diplomats told to take offensive in PR war against Iran,” Haaretz, 1 giugno 2009.
[6] Perle et al., Clean Break, op. cit.
[7] Aluf Benn, “Sharon says US should also disarm Iran, Libya and Syria,” Haaretz, 30 settembre 2009.
[8] Richard Perle et al., Clean Break, op. cit.
[9] Robert Marquand, “Why Europe is turning away from multiculturalism,” Christian Science Monitor, 4 marzo 2011.
[10] Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives (New York: Basic Books October 1997), p.211.
[11] Ibidem.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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