I banchieri israeliani e il progetto mediorientale

Dean Henderson – 5 maggio 2013

1245976338sharon_bank_leumi_checkQuesta mattina aerei da guerra israeliani hanno sganciato bombe sui sobborghi di Damasco per la seconda volta negli ultimi giorni. Con l’esercito siriano che avanza nettamente sul terreno contro i ribelli di al-Qaida finanziati dai sauditi e addestrati dagli israeliani, i banchieri Illuminati sono sempre più disperati nel tentativo di salvare la loro fallita operazione segreta. La Siria è un perno fondamentale per il loro tentativo d’imporre un modello neocoloniale per estrarre petrolio nella regione del Medio Oriente, un piano che ha avuto inizio nel periodo successivo alla Guerra del Golfo.

La carota e il bastone
La guerra del Golfo ha fornito un’occasione d’oro agli Stati Uniti per scoprire chi erano i loro amici e, soprattutto, chi erano i loro nemici. Il presidente Bush padre, dopo aver esser stato direttore della CIA, sapeva di dover agire da agente provocatore geopolitico, trascinando fuori dall’armadio tutti i nemici degli Stati Uniti per bersagliarli. Dopo la guerra, i Paesi che sostennero l’impegno furono premiati, spesso con fondi sauditi e kuwaitiani. Coloro che simpatizzarono per l’Iraq furono isolati ed esclusi dalla rete finanziaria globale. Poco dopo l’inizio della guerra del Golfo, l’Egitto, la Siria e gli Stati del GCC firmarono la Dichiarazione di Damasco sollecitata dagli USA. L’accordo è un modello di compensazione finanziaria, politica e militare post-bellica per coloro che hanno sostenuto l’operazione Desert Storm. All’inizio della guerra del Golfo, l’Egitto doveva ai creditori esteri 35 miliardi di dollari. Quando il presidente Hosni Mubarak acconsentì l’invio di truppe egiziane, gli Stati Uniti annunciarono l’intenzione di condonare 6,7 miliardi dollari di debiti ai militari egiziani.[1] I sauditi e i kuwaitiani annunciarono una riduzione del debito di 7 miliardi di dollari. Nell’ambito della transazione, 38.000 truppe egiziane rimasero nella penisola saudita. L’Egitto ricevette 2,2 miliardi di dollari annualmente, in aiuti militari dagli USA, che utilizzò per l’acquisto di Apache, F-16 e missili Hellfire, Stinger e Hawk. L’aiuto militare israeliano arrivò a 3,1 miliardi dollari all’anno. Nel 1993 il Kuwait annunciò la fine del suo 42ennale boicottaggio d’Israele, mentre i sauditi smisero di far rispettare il loro boicottaggio.[2]
Quando la Siria si rifiutò di negoziare con Israele, il principe saudita Bandar intervenne. Israele serve da base avanzata per i succhiapetrolio Rothschild/Rockefeller e i loro amici bancari europei. Ashqelon, in Israele, è fondamentale per il commercio dei diamanti della De Beers, finanziata dall’Unione delle Banche, società controllata dalla Bank Leumi, la più grande banca commerciale d’Israele. Bank Leumi è controllata dall’inglese Barclays, una delle quattro banche britanniche che presiedono il Triangolo d’Argento caraibico del riciclaggio di droga e denaro. La famiglia del presidente della Bank Leumi, Ernst Israel Japhet controlla la Charterhouse Japhet, di cui Barclays detiene anche una quota di grandi dimensioni. Charterhouse monopolizza il commercio di diamanti tra Israele e Hong Kong. I Japhet sono una dinastia bancaria tedesca. Furono coinvolti nelle guerre dell’oppio cinesi con i Keswick, Inchcape e Swire. Il fiduciario della Bank Leumi, barone Stormont Bancroft, un ex lord della Regina Elisabetta II e proprietario della Cunard Lines, è un membro della famiglia Samuel che possiede grandi quote della Royal Dutch/Shell e della Rio Tinto. La famiglia Bancroft possiede una grande partecipazione del Wall Street Journal.
Japhet è stato direttore della BCI di Tibor Rosenbaum, istituita nel 1951 dopo la creazione d’Israele, per operare come lavanderia finanziaria svizzera del Mossad. Rosenbaum è stato importante per la fondazione sionista d’Israele, ma non era un amico del popolo ebraico. Tibor era un associato del dottor Rudolph Kastner, il cui buon amico Adolf Eichmann mandò 800.000 ebrei a morte ad Auschwitz. Un articolo della rivista Life del 1967, affermava che la BCI aveva ricevuto 10 milioni di dollari sporchi dalla World Commerce Bank di Meyer Lansky, nelle Bahamas. La seconda banca d’Israele è la Bank Hapoalim, il cui fondatore e proprietario è il visconte britannico Erwin Herbert Samuel, un altro insider della Royal Dutch/Shell. Samuel dirige la Croce Rossa israeliana, un braccio dell’intelligence britannico, ed è cavaliere di San Giovanni di Gerusalemme. Anche la Bank Hapoalim è affiliata alla BCI. Un terzo colosso bancario israeliano è l’Israel Discount Bank, al 100% di proprietà della Barclays, che controlla i finanziamenti e i fondi israeliani alla British Broadcasting Corporation (BBC). Sir Harry Oppenheimer, presidente della De Beers dalle origini anglo-americane, siede nel consiglio della Barclay che comprende cinque membri Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme della Regina Elisabetta, più di qualsiasi altra azienda al mondo.[3]
La Paz Oil detiene il monopolio dei settori petrolifero, petrolchimico e armatoriale d’Israele. Paz è controllata dalla famiglia Rothschild, che fu determinante per la fondazione d’Israele. Gli azionisti includono la Banca  commerciale dello svizzero-israeliano Tibor Rosenbaum, il boss di Detroit ed insider della United Brands Max Fischer, e Sir Isaac Wolfson, membro di una vecchia danarosa dinastia europea e consigliere politico del primo ministro britannico Margaret Thatcher. I membri del consiglio della banca commerciale svizzero-israeliana comprendono l’insider della Permindex generale Julius Klein, il banchiere argentino David Graiver e il segretario al Commercio di Carter Phillip Klutznick.[4]
La Siria inviò truppe a combattere in Iraq e ricevette dai sauditi e dal Kuwait il finanziamento per l’acquisto di 48 caccia MiG-29, 300 avanzati carri armati e un nuovo sistema di difesa aerea. Nel febbraio 1991, il presidente siriano Hafiz Assad ricevette 2 miliardi di dollari di aiuti dai sauditi e dai kuwaitiani. Alla Siria venne permesso d’impadronirsi di territori nel nord del Libano, durante la guerra, frantumando la milizia cristiana del generale Michele Aoun. Il 15 ottobre 1990 le truppe siriane presero Beirut.
Il Senegal ebbe 42 milioni di dollari di debito cancellati dagli Stati Uniti, avendo partecipato all’operazione Desert Storm e inviato forze di pace in Liberia, dove il burattino della CIA Samuel Doe era stato messo alle corde dai rivoluzionari di Charles Taylor. Doe, che stava proteggendo le piantagioni di gomma della Firestone e le miniere di diamanti della DeBeers, venne rovesciato, accusato di tradimento e giustiziato. Nel 2003, secondo l’Economist, la CIA inviò aiuti militari alla Guinea, utilizzati per finanziare due gruppi controrivoluzionari liberiani per spingere il nuovo presidente Charles Taylor all’esilio in Nigeria. Gli Stati Uniti quindi emisero un mandato dell’Interpol per Taylor, che la Nigeria si rifiutò di riconoscere.
Marocco e Tunisia inviarono truppe nel Golfo e furono premiati dall’aiuto del Kuwait e saudita. Le nazioni del Maghreb nordafricano, Algeria, Mauritania, Sudan e Libia denunciarono tutte con veemenza il bombardamento statunitense dell’Iraq. Yemen, Giordania e Autorità palestinese fecero lo stesso. Nel 1990, l’Arabia Saudita vietò la vendita di petrolio a Mauritania, Yemen, Sudan e  Giordania. L’Arabia Saudita e il Kuwait cancellarono i 100 milioni di dollari che dovevano consegnare all’Autorità palestinese, mentre continuavano a finanziare la fondamentalista Hamas. Al vertice islamico del dicembre 1991 a Dakar, in Senegal, il principe ereditario saudita Abdullah rispose a un tentativo di abbraccio di Yasser Arafat con un laconico: “Niente baci per favore“. Adbullah si rifiutò anche di parlare con il re di Giordania Hussein.
I membri del Consiglio di Sicurezza che votarono “sì” alla risoluzione 678  furono anch’essi premiati. La Cina ottenne un prestito della Banca Mondiale di 140 milioni di dollari. La Russia ottenne 7 miliardi di dollari dagli Stati del GCC. Il Congo ebbe una grossa fetta del debito estero condonato e ricevette aiuti militari, mentre Colombia ed Etiopia ricevettero gli aiuti della Banca Mondiale. Gli USA prontamente versarono i 187 milioni di dollari ai delinquenti dell’ONU, che gli dovevano.[5]
Il giorno dopo che lo Yemen diede un solitario “no” alla risoluzione 678, gli Stati Uniti gli cancellarono un pacchetto di aiuti di 42 milioni dollari. L’ambasciatore all’ONU dello Yemen si sentì dire da un diplomatico degli Stati Uniti, il giorno in cui lo Yemen votò, “Questo è il voto più costoso mai dato“.  I sauditi punirono il loro vicino meridionale chiedendo a migliaia di lavoratori yemeniti impiegati nel Regno, di trovare sponsor sauditi per non essere  espulsi. Dopo la guerra, i lavoratori yemeniti, palestinesi e giordani furono sostituiti in massa, in tutte i sei Stati del GCC, che inoltre annullarono 28 milioni dollari di aiuti allo Yemen.[6] La Giordania perse 200 milioni di dollari di aiuti sauditi, assistenza che di norma copriva il 15% del bilancio di Amman. Gli Stati Uniti cancellarono un pacchetto di 37 milioni dollari di aiuti alla Giordania che, come principale partner commerciale dell’Iraq, subì ulteriori conseguenze economiche causate dall’embargo ONU.[7]
Per alcuni Paesi le conseguenze per aver criticato la politica estera degli Stati Uniti furono assai più drastiche. In Etiopia, il governo di Mengitsu Haile Mariam aveva cominciato a denunciare la guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq, nonostante il suo precedente “sì” alle Nazioni Unite. Mariam fu rovesciato da una coalizione di ribelli tigrini, eritrei e oromo, che poi sorvegliarono l’ambasciata statunitense a Addis Abeba, davanti cui migliaia di etiopi si riunirono per protestare contro il coinvolgimento degli Stati Uniti nel colpo di Stato.[8] In Algeria, dove il ministro del petrolio del Paese e presidente dell’OPEC, Sadiq Bussena, accusò i venditori di future energetici statunitensi  di manipolare i prezzi del petrolio durante la Guerra del Golfo, il Gruppo islamico armato fondamentalista (AIG) lanciò una campagna terroristica sanguinaria. L’Algeria era un leader dei falchi del prezzo nell’OPEC e i sauditi volevano togliere Boussena dalla presidenza dell’OPEC. Il presidente algerino Chadli Benjedid accusò i sauditi di finanziare l’AIG. Molti algerini vi videro la mano della CIA. La moneta dell’Algeria fu svalutata e nel gennaio 1992 Benjedid venne dimesso. Il primo ordine del giorno del nuovo governo fu approvare la legge sugli idrocarburi, che aprì i giacimenti di petrolio dell’Algeria ai Quattro Cavalieri. Il petrolio dell’Algeria, ricercato per il suo basso contenuto di zolfo, era storicamente gestito dalla Sonatrach statale. Molti membri dell’AIG riemersero per combattere nella guerra della CIA contro la Jugoslavia.

Note
[1] “Power, Poverty and Petrodollars: Arab Economies after the Gulf War”. Yahya Sadowski. Middle East Report. Maggio-Giugno 1991. p.7
[2] “Report Says Bush’s Sons Lobbied for Kuwait Business”. AP. Joplin Globe. 8-30-93. p.3A
[3] Dope Inc.: The Book that Drove Kissinger Crazy. The Editors of Executive Intelligence Review. Washington, DC. 1992. p.200
[4] Ibid.
[5] “An Enemy of Mankind”. Storm Warning. Seattle. Gennaio 1992.
[6] Sadowski. p.10
[7] Morning Edition. National Public Radio. 6-20-91
[8] “Birth Pains of a New Ethiopia”. Gayle Smith. The Nation. 7-1-91. p.1

Dean Henderson è autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix. È possibile iscriversi gratuitamente al suo settimanale Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Al-Qaida nel Maghreb islamico: Chi sono e chi c’è dietro?

Prof Michel Chossudovsky, GlobalResearch, 21 gennaio 2013

74681Chi c’è dietro il gruppo terroristico che ha attaccato il complesso gasifero della BP-Statoil-Sonatrach del giacimento di Amenas, che si trova al confine con la Libia nel sud-est dell’Algeria? L’operazione era stata coordinata da Moqtar Belmoqtar, leader della brigata islamista al-Mulathamin, o “coloro che si firmano con il sangue”, affiliata ad al-Qaida. L’organizzazione di Belmoqtar è coinvolta nel traffico di droga, nel contrabbando e nel sequestro di stranieri nel Nord Africa. Sebbene la sua ubicazione sia nota, l’intelligence francese ha soprannominato Belmoqtar “l’imprendibile”. Belmoqtar si è assunta la responsabilità, per conto di al-Qaida, del rapimento di 41 ostaggi occidentali, tra cui 7 statunitensi, nel complesso gasifero della alla BP di Amenas. Belmoqtar, tuttavia, non è stato direttamente coinvolto nell’attacco vero e proprio. Il comandante sul campo dell’operazione era Abdul Rahman al-Nigeri, un veterano jihadista del Niger, che aveva fatto parte del Gruppo Algerino per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) nel 2005. (Albawaba, 17 gennaio 2013)
L’operazione per il sequestro di Amenas è stata effettuata cinque giorni dopo l’avvio degli attacchi aerei della Francia contro i militanti di al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM) nel nord del Mali. Le forze speciali francesi e le truppe del Mali hanno ripreso il controllo di Diabaly e Konna, due cittadine a nord di Mopti. La città di Diabaly era stata apparentemente presa pochi giorni prima dai combattenti guidati da uno dei principali comandanti di AQIM, Abdelhamid Abu Zeid. Mentre l’attacco terroristico e il sequestro dell’impianto gasifero d’In Amenas è stato descritto come una vendetta, non è stata per nulla improvvisato, come confermato dagli analisti, l’operazione con ogni probabilità è stata pianificata con largo anticipo: “Ufficiali europei e statunitensi dicono che il raid era quasi certamente fin troppo elaborato, per essere stato pianificato in così breve tempo, anche se l’operazione della Francia avrebbe spinto i combattenti a condurre un assalto che avevano già preparato.” Secondo i recenti rapporti (20 gennaio 2012) ci sono state circa 80 vittime, tra ostaggi e combattenti jihadisti. Vi erano diverse centinaia di lavoratori nell’impianto gasifero, la maggior parte dei quali  algerini. “Tra le persone soccorse, solo 107 su 792 lavoratori erano stranieri“, secondo il ministero degli Interni algerino. I governi britannico e francese incolpano i jihadisti. Secondo il primo ministro britannico David Cameron: “Naturalmente la gente farà delle domande sulla reazione algerina a questi eventi, ma vorrei solo dire che la responsabilità di queste morti ricade direttamente sui terroristi che hanno lanciato questo attacco, feroce e vile”. (Reuters, 20 gennaio 2013). Notizie di stampa confermano, tuttavia, che il gran numero di morti tra gli ostaggi e i combattenti islamici è stato il risultato dei bombardamenti delle forze algerine.
Dei negoziati con i rapitori, che avrebbero potuto salvare delle vite, non sono stati seriamente contemplati né dai governi algerini né da quelli occidentali. I militanti chiedevano la fine degli attacchi francesi nel nord del Mali, in cambio della sicurezza per gli ostaggi. Il leader di al-Qaida Belmoqtar aveva affermato: “Siamo pronti a negoziare con l’occidente e il governo algerino, a condizione che s’interrompano i bombardamenti dei musulmani del Mali.” (Reuters, 20 gennaio 2013) Nelle fila dei jihadisti vi erano mercenari provenienti da un certo numero di paesi musulmani, tra cui la Libia (ancora da confermare), così come dei combattenti provenienti da paesi occidentali.

Al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM). Chi è?
Vi è un certo numero di gruppi affiliati attivamente presenti nel nord del Mali:
Al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM), guidato da Abdelmaleq Druqdel, “l’emiro di al-Qaida nel Maghreb islamico“,
Ansar al-Din guidato da Iyad Ag Ghaly,
• il Movimento per l’Unicità e la Jihad in Africa occidentale (MUJAO).
Il Gruppo Islamico Armato, o Groupe Islamique Armé (GIA) che era in primo piano negli anni ’90, è in gran parte defunto. I suoi membri hanno aderito ad AQIM. Il Movimento Nazionale per la Liberazione del Azawad (MNLA) è un movimento per l’indipendenza tuareg, nazionalista e laico.

Cenni storici
Nel settembre 2006, il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) unì le forze con al-Qaida. Il GSPC è stato fondato da Hassan Hattab, un ex comandante del GIA. Nel gennaio 2007, il gruppo mutò ufficialmente il nome in al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM). Nei primi mesi del 2007 la nuova formazione stabilì stretti rapporti con il Gruppo combattente islamico libico (LIFG). I comandanti del GSPC si ispirano all’insegnamento religioso del salafismo dell’Arabia Saudita, che storicamente ha svolto un ruolo importante nell’addestramento dei mujahidin in Afghanistan. La storia dei comandanti jihadisti di AQIM è importante per affrontare la questione più ampia:
• Chi c’è dietro le varie fazioni affiliate ad al-Qaida?
• Chi sostiene i terroristi?
• Quali interessi politici ed economici servono?
Il Counsil on Foreign Relations (CFR) di Washington fa risalire le origini di AQIM alla guerra in Afghanistan: “La maggior parte dei leader principali di AQIM si crede sia stato addestrata in Afghanistan durante la guerra contro i sovietici, nel 1979-1989, nell’ambito del gruppo di volontari del Nord Africa conosciuto come “arabi afghani”, che ritornarono nella regione e radicalizzarono i movimenti islamici, negli anni che seguirono. Il gruppo è diviso in “katiba” o brigate, che  raggruppano cellule diverse e spesso indipendenti. Il comandante supremo del gruppo, o emiro, dal 2004 è Abdelmaleq Druqdel, noto anche come Abu Mussab Abdelwadud, un ingegnere esperto di esplosivi che ha combattuto in Afghanistan ed ha origini nel GIA in Algeria. Fu sotto la guida di Druqdel che AQIM dichiarò che la Francia è il suo obiettivo principale. Uno dei “più violenti e radicali” leader di AQIM è Abdelhamid Abu Zeid, secondo gli esperti di antiterrorismo. Abu Zied è legato a diversi rapimenti ed esecuzioni di cittadini europei nella regione”. (Council on Foreign Relations, al-Qaida nel Maghreb Islamico, Cfr.org, senza data).
Ciò che il rapporto del CFR non riesce a ricordare è che la Jihad islamica in Afghanistan fu un’iniziativa della CIA, avviata nel 1979 durante l’amministrazione Carter. Venne attivamente sostenuta dal presidente Ronald Reagan nel corso degli anni ’80. Nel 1979, la più grande operazione segreta nella storia della CIA venne attuata in Afghanistan. Missionari wahabiti provenienti dall’Arabia Saudita crearono delle scuole coraniche (madrase) in Pakistan e Afghanistan. I libri di testo islamici utilizzati nelle madrasse venivano stampati e pubblicati in Nebraska. Il finanziamento occulto veniva incanalato ai mujahidin con il sostegno della CIA: “Con l’attivo incoraggiamento della CIA e dell’ISI pakistano, che volevano trasformare la jihad afghana in una guerra globale condotta da tutti gli stati musulmani contro l’Unione Sovietica, circa 35.000 musulmani radicali provenienti da 40 paesi islamici si unirono alla lotta in Afghanistan, tra il 1982 e il 1992. Decine di migliaia di persone andarono a studiare nelle madrase pakistane. Alla fine, più di 100.000 musulmani radicali stranieri furono direttamente influenzati dalla jihad afghana.” (Ahmed Rashid, “I taliban: l’esportazione dell’estremismo“, Foreign Affairs, novembre-dicembre 1999).
La Central Intelligence Agency (CIA), usando i militari pakistani dell’Inter-Services Intelligence (ISI), svolse un ruolo chiave nell’addestramento dei mujahidin. A sua volta, l’addestramento dei guerriglieri sponsorizzati dalla CIA venne integrato con gli insegnamenti dell’Islam: “Nel marzo 1985, il presidente Reagan firmava la Decisione direttiva per la Sicurezza Nazionale N° 166, … [che] autorizzava [l']intensificazione degli aiuti militari occulti ai mujahidin, e chiariva che la guerra segreta afghana aveva un nuovo obiettivo: sconfiggere le truppe sovietiche in Afghanistan attraverso azioni occulte e incoraggiare il ritiro sovietico. La nuova assistenza segreta degli Stati Uniti iniziò con un drammatico aumento delle forniture di armi, un costante aumento fino a 65.000 tonnellate all’anno nel 1987… così come un “flusso incessante” di specialisti della CIA e del Pentagono che si recarono al quartier generale segreto dell’ISI pakistana, sulla strada principale di Rawalpindi, in Pakistan. Gli specialisti della CIA incontrarono i funzionari dell’intelligence pakistana per pianificare le operazioni dei ribelli afghani.” (Steve Coll, Washington Post, 19 luglio 1992)
Moqtar Belmoqtar, la mente dietro l’attacco terroristico della brigata islamista al-Mulathamin al  complesso gasifero di Amenas, è uno dei membri fondatori di AQIM. Fu addestrato e reclutato dalla CIA in Afghanistan. Belmoqtar era un volontario nordafricano, un “afgano arabo” arruolatosi a 19 anni come mujahidin per combattere nelle fila di al-Qaida in Afghanistan, in un momento in cui la CIA e la sua affiliata pakistana, l’Inter Services Intelligence (ISI), sostenevano attivamente sia il reclutamento che l’addestramento dei jihadisti. Moqtar Belmoqar ha combattuto nella “guerra civile” in Afghanistan. Tornato in Algeria nel 1993, si unì al GSPC. La storia di Belmoqtar e il suo coinvolgimento in Afghanistan suggeriscono che sia stato sponsorizzato quale “asset dell’intelligence” statunitense.

Il ruolo degli alleati degli USA: Arabia Saudita e Qatar
Al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM) fin dal 2007 aveva stabilito una stretta relazione con il Gruppo combattente islamico libico (LIFG), i cui leader erano stati addestrati e reclutati in Afghanistan dalla CIA. Il LIFG era sostenuto segretamente dalla CIA e dall’MI6 britannico. Il LIFG è stato supportato direttamente dalla NATO durante la guerra del 2011 contro la Libia, “fornendo  armi, addestramento, forze speciali e perfino aerei per aiutarlo a rovesciare il governo della Libia.” (Tony Cartalucci, The Geopolitical Reordering of Africa: US Covert Support to Al Qaeda in Northern Mali, France “Comes to the Rescue”, Global Research, gennaio 2013).
Le Forze speciali britanniche SAS giunsero in Libia prima dell’inizio dell’insurrezione, in qualità di consulenti militari del LIFG. Recentemente, relazioni confermano che AQIM ha ricevuto armi dal Gruppo combattente islamico libico (LIFG). Mercenari del LIFG si sono integrati nelle brigate di AQIM. Secondo il comandante Moqtar Belmoqtar, che ha coordinato l’operazione del sequestro  di In Amenas: “Siamo uno dei principali beneficiari delle rivoluzioni nel mondo arabo. Per quanto ci riguarda, abbiamo ottenuto delle armi (dalla Libia), questa è una cosa naturale in simili circostanze.“ Hanford
L’impianto della BP ad In Amenas è situato direttamente sul confine con la Libia. Si sospetta che vi fosse un contingente di combattenti del Gruppo combattente islamico libico (LIFG) coinvolto nell’operazione. AQIM ha anche legami con il Fronte al-Nusra in Siria, sostenuto segretamente da Arabia Saudita e Qatar. Al-Qaida nel Maghreb Islamico è indelebilmente legato all’agenda delle intelligence occidentali. È descritto come “uno dei più ricchi e più armati gruppi militanti della regione“, finanziato segretamente da Arabia Saudita e Qatar. Il giornale francese Canard enchaîné ha rivelato (nel giugno 2012) che il Qatar (un fedele alleato degli Stati Uniti) ha finanziato varie entità terroristiche in Mali, tra cui il salafita Ansar al-Din: “I ribelli tuareg del MNLA (indipendentisti e laici), Ansar al-Din, AQIM (al-Qaida nel Maghreb islamico) e Mujao (Jihad in Africa occidentale), ricevono dollari dal Qatar, secondo un rapporto (The Examiner). Il giornale satirico francese Canard enchaîné riportava [nel giugno 2012] che il Qatar stava probabilmente finanziando gruppi armati nel nord del Mali, che si diffondevano in Algeria e nell’Africa occidentale. I sospetti che Ansar al-Din, il principale gruppo armato pro-shari’ah nella regione, abbia ricevuto finanziamenti dal Qatar, circolano in Mali da diversi mesi. Rapporti (ancora non confermati) su un aereo del ‘Qatar’ che sarebbe atterrato a Gao carico di armi, denaro e droga, per esempio, sono emersi all’inizio del conflitto.
L’articolo originale cita un rapporto dell’intelligence militare francese che indicava che il Qatar forniva sostegno finanziario a tutti e tre i principali gruppi armati nel nord del Mali: l’Ansar al-Din di Iyad Ag Ghali, al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM) e il Movimento per l’Unicità e la Jihad in Africa occidentale (MUJAO). L’importo del finanziamento concesso a ciascuno dei gruppi non viene menzionato, ma si parla di rapporti ripetuti del DGSE francese al ministero della Difesa, che indicavano il sostegno del Qatar al ‘terrorismo’ nel nord del Mali
.”
Il ruolo di al-Qaida nel Maghreb islamico come attività dell’intelligence deve essere attentamente valutata. L’insurrezione islamica crea le condizioni che favoriscono la destabilizzazione politica del Mali come Stato-nazione. Quali interessi geopolitici vengono serviti?

Osservazioni conclusive: “The American Sudan”
Con amara ironia, il sequestro nel sud dell’Algeria e la tragedia risultante dall’operazione militare di “salvataggio” algerina, fornisce una giustificazione umanitaria all’intervento militare occidentale guidato dall’US AFRICOM. Quest’ultimo non opera solo in Mali e Algeria. Potrebbe anche includere la vasta regione che si estende sulla cintura sub-sahariana del Sahel, dalla Mauritania al confine occidentale del Sudan. Questa escalation è parte di un piano militare e strategico degli Stati Uniti, fase segeunte della militarizzazione del continente africano, “un passo successivo” della guerra USA-NATO in Libia del 2011. Si tratta di un progetto di conquista neo-coloniale degli Stati Uniti di una vasta area.
Mentre la Francia è l’ex potenza coloniale che interviene a nome di Washington, la fine del gioco  vedrà l’esclusione della Francia, infine, dal Maghreb e dall’Africa sub-sahariana. Questo declassamento della Francia come potenza coloniale, è stato avviato fin dalla guerra di Indocina nel 1950. Mentre gli Stati Uniti si preparano, a breve, a condividere il bottino di guerra con la Francia, l’obiettivo ultimo di Washington è “ridisegnare la mappa del continente africano” e infine portare l’Africa francofona nella sfera di influenza statunitense. Quest’ultima si estenderebbe su tutto il continente, dalla Mauritania sull’Atlantico a Sudan, Etiopia e Somalia. Un analogo processo di esclusione della Francia dall’Africa francofona è in corso dal 1990 in Ruanda, Burundi e  Repubblica del Congo. A sua volta, il francese quale lingua ufficiale nell’Africa francofona, viene insidiato. Oggi in Ruanda l’inglese è la lingua ufficiale, accanto al kinyarwanda e al francese. Da quando l’RPF è al governo, dal 1994, l’istruzione secondaria veniva offerta in francese o in inglese. Ma dal 2009 viene offerta solo in inglese. L’università, dal 1994, non utilizza più il francese. (Il presidente del Ruanda Paul Kagame non legge o non parla francese). Nel 2009, il Rwanda entrava a far parte del Commonwealth.
La posta in gioco è un vasto territorio che, durante il periodo coloniale francese copriva l’Africa occidentale ed equatoriale francese. Il Mali durante il periodo francese veniva indicato come Le Soudan français (il Sudan francese). Ironia della sorte, questo processo di indebolimento e, infine, di esclusione della Francia dall’Africa francofona viene effettuato con l’avallo tacito dell’ex presidente Nicolas Sarkozy e del presidente François Hollande, entrambi al servizio degli interessi geopolitici degli Stati Uniti, a danno di quelli della Repubblica francese. La militarizzazione del continente africano fa parte del mandato dell’US AFRICOM. L’obiettivo a lungo termine è esercitare il controllo geopolitico e militare su una vasta area, che storicamente rientrava nella sfera d’influenza della Francia.
Questa zona è ricca di petrolio, gas, oro, uranio e minerali strategici. (Cfr. R. Teichman, The War on Mali. What you Should Know: An Eldorado of Uranium, Gold, Petroleum, Strategic Minerals…, Global Research, 15 gennaio 2013)

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

I mandanti sauditi

Dean Henderson, Left Hook, 29 ottobre 2012

Fox News si svela sempre più essere un programma di psy-op saudita/israeliano per distruggere gli USA, incoraggiando stupidità, arroganza e la combinazione più micidiale e corrosiva di questi due elementi. Ciò non deve sorprendere, dato che il maggior azionista della psy-op Newscorp/Wall Street Journal/Fox News è il sionista Rupert Murdoch. La seconda delle parti interessate è il principe saudita al-Waleed bin Talal. La sottomissione degli statunitensi agli interessi di Israele è ben documentata. Meno noto è il ruolo saudita come finanziatore degli intrighi Mossad/MI6/CIA in tutto il mondo. Sia la Fratellanza Musulmana, che la Casa dei Saud e i cabalisti d’Israele sono stati creati dai loro fratelli massoni dei servizi segreti britannici. L’oligarchia bancaria degli Illuminati gestisce tutte e tre le società segrete e controlla l’economia globale attraverso il monopolio della banca centrale e l’egemonia sul traffico di petrolio, armi e droga. Questa cabala di satanisti guidata dai trilionari Rothschild, disprezza ugualmente le persone di tutte le fedi, siano ebrei, cristiani, musulmani, buddisti o animisti. Il trucco è escluderci e tenerci all’oscuro e divisi. Così i loro spaventapasseri indossano molti cappelli. (Quello che segue è tratto dal Capitolo 5: Affittasi sceicco del Golfo Persico: Big Oil & i suoi banchieri…)

La Casa dei Saud ha storicamente operato come ufficiale pagatore per le avventure militari segrete  ideate dalla City of London. Fa parte dell’inganno su petrolio in cambio di armi e droga, fungendo da carburante della lavanderia degli eurodollari a Londra. I sauditi inviarono oltre 3,8 miliardi dollari alla CIA per addestrare i mujahidin afghani. Il loro emissario era Usama bin Ladin. Diedero 35 milioni di dollari ai contras del Nicaragua. La tangente Northrop/Lockheed destinata ad Adnan Khashoggi, giocava un ruolo chiave nel rifornire l’Impresa di Richard Secord finanziata dalla Casa dei Saud. Ma mentre gli sforzi verso i contras e i mujahidin finirono sulle prime pagine dei  giornali, la Casa dei Saud era occupata a finanziare la contro-insurrezione in tutto il mondo.
In Africa, i sauditi fornirono supporto al Fronte per la Salvezza Nazionale (NFS) che operava dalle basi in Ciad, nel tentativo di rovesciare il presidente libico Muammar Gheddafi. Il Ciad è stato a lungo un paese importante per il dominio della Exxon-Mobil sulla produzione petrolifera del Nord Africa. Nel 1990, a seguito del riuscito contro-colpo di stato sostenuto dalla Libia contro il governo del Ciad che sponsorizzava l’NFS, gli Stati Uniti evacuarono 350 capi del NFS con il finanziamento saudita. Gli Stati Uniti restituirono 5 milioni di dollari di aiuti al governo dittatoriale del Kenya di Daniel Arap Moi, in modo che il Kenya ospitasse i leader del NFS, mentre altri governi africani rifiutarono di prenderseli. Arap Moi poi sostenne le operazioni segrete della CIA in Somalia, che sempre i sauditi finanziavano.
I sauditi finanziarono i ribelli dell’UNITA di Jonas Savimbi in Angola, nel loro brutale tentativo di rovesciare il governo socialista dell’MPLA del presidente Jose dos Santos. Su richiesta della CIA, i sauditi inviarono milioni in Marocco per pagare l’addestramento in quel paese dell’UNITA. L’Angola ha enormi giacimenti di petrolio. Nel 1985, la Chevron e la Texaco gestivano il 75% dei proventi del petrolio dell’Angola. Nel 1990, il 29% del greggio Exxon-Mobil diretto negli USA proveniva dall’Angola. Una relazione annuale della De Beers, il tentacolo della famiglia Oppenheimer che monopolizza il commercio mondiale dei diamanti, si vantava di acquistare  diamanti dall’UNITA. Savimbi venne accolto alla Casa Bianca dal presidente Reagan. I sauditi finanziarono la RENAMO nella campagna terroristica del ‘Piano Rosa’ della CIA, e da loro appoggiata, contro il governo nazionalista del Mozambico. Verso la metà degli anni ’80, sia i sauditi che l’Oman inviarono armi alla RENAMO attraverso le isole Comore, in nome di Israele e dell’apartheid in Sud Africa. Due presidenti delle Comore, Ali Soilah e Ahmed Abdullah Abderemane, furono assassinati dai mercenari che proteggevano il traffico di armi.
Nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), ex Zaire del fantoccio degli Illuminati Mobutu Sese-Seko che aveva governato con il pugno di ferro per quasi quattro decenni, aveva operato come cane da guardia della City of London sulle ricche riserve di cobalto, uranio e molibdeno dello Zaire; tutti elementi vitali per il programma militare nucleare degli Stati Uniti. Lo Zaire è anche ricco di rame, cromo, zinco, cadmio, stagno, oro e platino. Mentre Mobutu accumulava oltre 5 miliardi di dollari nei conti bancari svizzeri, belgi e francesi, il popolo dello Zaire viveva nello squallore. Mobutu fu insediato nei primi anni ’60 dopo che l’agente della CIA Frank Carlucci, poi segretario alla difesa di Reagan e Bush, e ora presidente del fondo di investimento della famiglia bin Ladin, Carlyle Group, aveva operato come consulente dei gangster che assassinarono il primo ministro del Congo Patrice Lumumba. Sotto il regno di Mobutu, gli Stati Uniti ebbero basi militari a Kitona e Kamina, da dove la CIA perseguiva le guerre segrete contro l’Angola, il Mozambico e la Namibia, con il finanziamento della Casa dei Saud. La guardia del palazzo di Mobutu, DSP, fu addestrata dal Mossad israeliano. Alla fine degli anni ’70, i sauditi pagarono molto affinché le truppe marocchine salvassero Mobutu dai secessionisti katanghesi guidati da Laurant Kabila. Mobutu fu deposto nel 1998 dalle forze fedeli a Kabila, amico di Fidel Castro. I sauditi cominciarono il finanziamento delle incursioni militari nel Congo dei governi di Rwanda, Uganda e Burundi. Questa destabilizzazione della regione dei laghi causò il genocidio ruandese. Kabila fu assassinato nel 2000, dopo aver rifiutato di giocare per conto degli Illuminati. Più di quattro milioni di persone sono morte nella RDC, negli ultimi dieci anni. Lumumba e Kabila non furono i primi nazionalisti africani presi di mira dagli illuminati.
Nel corso degli anni ’50 e ’60 la CIA e l’intelligence francese assassinarono il nazionalista marocchino Mahdi ben Barqa, la cui Union Nationale des Forces Populaires minacciavano il monarca-fantoccio degli USA, re Hassan II. Il presidente di sinistra della Giunea Sekou Toure e il socialista tunisino Habib Bourgiba furono assassinati dai servizi segreti occidentali. Nel 1993 il presidente sudanese Omar al-Bashir ha accusato i sauditi di fornire armi all’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA) di John Garang. La parte meridionale del Sudan, che l’SPLA sta cercando di staccare, è ricca di petrolio. Il Mossad ha rifornito per anni l’SPLA dal Kenya. Nel 1996, l’amministrazione Clinton annunciava aiuti militari a Etiopia, Eritrea e Uganda. L’aiuto venne incanalato per un’offensiva del SPLA su Khartoum. La crisi nel Darfur è il risultato diretto dell’ingerenza di Arabia Saudita/Israele/USA per conto di Big Oil.
Il Presidente algerino Chadli Benjladid accusò i sauditi di finanziare il barbaro Gruppo Islamico Armato (GIA) che, dopo che l’Algeria aveva protestato contro gli USA per l’avvio della Guerra del Golfo, scatenò il terrore contro il popolo algerino. Benjladid fu costretto a dimettersi. Ciò fu seguito dal passaggio frettoloso della legge sugli idrocarburi, che aveva aperto i giacimenti petroliferi del paese storicamente socialista ai Quattro Cavalieri. La CIA ha poi aiutato i terroristi del GIA a recarsi in Bosnia, dove contribuirono a distruggere la Jugoslavia socialista. L’Algeria ha una lunga storia di sfida a Big Oil. Il presidente Houari Boumedienne, uno dei grandi leader arabi socialisti di tutti i tempi, fece appello ad avviare un ordine economico internazionale più giusto, nei suoi discorsi infuocati alle Nazioni Unite. Aveva incoraggiato i produttori a fare del cartello un mezzo per l’emancipazione del Terzo Mondo dai banchieri di Londra.
Il petroliere indipendente italiano Enrico Mattei iniziò a negoziare con l’Algeria e altri paesi nazionalisti dell’OPEC che volevano vendere il loro petrolio a livello internazionale, senza avere a che fare con i Quattro Cavalieri. Nel 1962 Mattei morì in un misterioso incidente aereo. L’ex agente dell’intelligence francese, Thyraud de Vosjoli, dice che la sua agenzia era coinvolta. William McHale del Time, che aveva seguito il tentativo di Mattei di spezzare il cartello di Big Oil, morì anch’egli in circostanze strane.
Nel 1975 gli Stati Uniti inviarono 138 milioni di dollari in aiuti militari, attraverso l’Arabia Saudita, allo Yemen, nella speranza di rovesciarvi la rivoluzione marxista. Il tentativo fallì e il paese fu diviso tra Nord e Sud Yemen per due decenni, prima di fondersi di nuovo nel 1990. L’aiuto di Stati Uniti/Arabia Saudita a Yemen e Oman continua fino ad oggi, nel tentativo di eliminare i movimenti nazionalisti in quei paesi, che confinano con il regno saudita e i suoi vasti giacimenti petroliferi controllati dai Quattro Cavalieri. Durante il tentativo di partizione della Bosnia dalla Jugoslavia, il re saudita Fuad arrivò a chiedere la fine dell’embargo dell’ONU sulle armi. Quando l’embargo venne tolto, i sauditi finanziarono gli acquisti di armi dei bosniaci musulmani. Più tardi, i sauditi finanziarono il narcotrafficante Kosovo Liberation Army, così come i separatisti albanesi dell’NLA che attaccavano il governo nazionalista di Macedonia. I sauditi finanziarono anche le operazioni segrete della CIA in Italia, dove sborsarono quasi 10 milioni di dollari, nel 1985, per cercare di distruggere il partito comunista.
Recentemente il principe saudita Bandar ha donato un milione di dollari alla Biblioteca presidenziale Bush Sr., e un altro milione alla campagna di alfabetizzazione Barbara Bush. La sera dell’11 settembre 2001, il principe Bandar fumava sigari alla Casa Bianca con il presidente Bush, mentre i membri della famiglia bin Ladin venivano evacuati dagli Stati Uniti nello spazio aereo chiuso a tutto il resto del traffico. I sauditi semplicemente giocarono il loro storico ruolo di ufficiali pagatori di Mossad/MI6/CIA nell’attuazione del 9/11?

Dean Henderson è l’autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

I Rothschild mettono le mani sul petrolio del Sud Sudan

Dean Henderson, Counterpsyops 11 ottobre 2012

Il 9 luglio 2011 il Sud Sudan è diventato la 193.ma nazione del mondo. Meno di una settimana dopo  violenze sono scoppiate nel Sud Kordofan, una zona alla nuova frontiera tra Sudan e Sud Sudan,  controllata dal Sudan e ricca di petrolio. Non contenti del sequestro di giacimenti di petrolio del Sud Sudan, il cartello delle otto famiglie di banchieri guidato dai Rothschild, sembra voler spostare la nuova frontiera più a nord, strappando ancora più petrolio greggio al popolo del Sudan. Per decenni i servizi segreti occidentali hanno sostenuto l’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA), nel tentativo di consegnare la parte meridionale del Sudan ai quattro cavalieri del petrolio. La regione possiede il 75% delle riserve petrolifere del Sudan.
Ciò che è stata la più lunga guerra civile dell’Africa, alla fine terminò quando il presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir, sotto pressione, cedette la parte meridionale del suo paese ai vampiri bancari del FMI/Banca Mondiale, dopo un conflitto che ha lasciato più di 2 milioni di morti. [1] Pochi giorni dopo essersi dichiarata nazione sovrana, la società petrolifera statale del Sud Sudan, la Nilepet, costituiva una joint venture con la Glencore International Plc., per commercializzare il suo petrolio. Glencore è controllata dai Rothschild. La joint venture sarà la PetroNile, con il 51 per cento controllato da Nilepet e il 49 per cento dalla Glencore. [2]
Il nuovo presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit, ha firmato una legge che istituisce formalmente la Banca Centrale del Sud Sudan. Il Sudan è uno dei cinque paesi – insieme a Cuba, Corea del Nord, Siria e Iran – la cui banca centrale non è sotto il controllo del cartello delle otto famiglie di banchieri guidate dai Rothschild. Non è dunque un caso che la moneta di questo nuovo feudo petrolifero dei Rothschild, si chiami sterlina del Sud Sudan. [3] Già nel 1993 il presidente sudanese al-Bashir aveva accusato l’Arabia Saudita di fornire armi all’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA) di Johnny Garang. Il Mossad israeliano ha anch’esso rifornito lo SPLA per anni attraverso il Kenya, con l’approvazione della CIA.
Nel 1996 l’amministrazione Clinton annunciava che l’aiuto militare a Etiopia, Eritrea e Uganda doveva essere utilizzato per aiutare l’SPLA per un’offensiva contro Khartoum. [4] Quando questo sforzo sanguinoso fallì, gli scagnozzi delle otto famiglie iniziarono ad armare i ribelli in Ciad. Il Ciad è stato a lungo un paese importante per gli schemi produttivi in Nord Africa dell’Exxon-Mobil e della Chevron-Texaco. Il presidente del Ciad, Idriss Deby, che salì al potere nel 1991, era condiscendente con Big Oil. Fu anche classificato 16.mo nella lista dei peggiori dittatori del mondo, nel 2009, sulla rivista Parade. [5]
I ribelli in Ciad  avevano due obiettivi. Gli ufficiali pagatori della casa dei Saud della CIA, fornirono il supporto al Fronte Nazionale per la Salvezza (NFS), che aveva tentato di rovesciare il Presidente libico Muammar Gheddafi. Nel 1990, a seguito del successo del contro-colpo di stato  supportato dai libici contro il governo del Ciad che sponsorizzava la NFS, gli Stati Uniti evacuarono 350 capi del NFS con il finanziamento saudita. Gli Stati Uniti consegnarono 5 milioni di dollari in aiuti al governo dittatoriale del Kenya di Daniel Arap Moi, in modo che il Kenya ospitasse i leader del NFS, che gli altri governi africani si rifiutarono di accogliere. Arap Moi poi figurò nelle operazioni segrete della CIA in Somalia, dove i sauditi avevano finanziato anche la controinsurrezione. [6]
Le agenzie di intelligence occidentali poi utilizzarono il governo del Ciad per finanziare il Movimento Giustizia e Uguaglianza (JEM). Dalle basi in Ciad, questi terroristi lanciavano incursioni nella regione sudanese del Darfur, creando la grave crisi dei rifugiati, durante l’apertura del secondo fronte settentrionale della guerra condotta contro il Sudan sul fianco meridionale, dall’SPLA di Big Oil. [7]
I media occidentali, ovviamente, accusarono del conflitto in Darfur soltanto il governo sudanese e l’idiocrazia liberale seguì presa per il suo stupido naso, come in Jugoslavia. Nel marzo 2009 il tribunale farsa preferito dalle otto famiglie, la Corte penale internazionale (CPI), accusò il presidente sudanese al-Bashir di crimini di guerra. Non vi fu alcuna menzione del JEM nelle accuse del CPI. Nell’agosto 2006, il presidente del Ciad Deby aveva fatto una svolta a sinistra, chiedendo che il Ciad ottenesse la quota del 60% della sua produzione petrolifera nazionale, dopo aver ricevuto per decenni solo le “briciole” dalle società straniere che gestivano il settore. Aveva accusato Chevron e Petronas di rifiuarsi di pagare le tasse, per un totale di 486,2 milioni dollari. [8]
Nel 2008, il presidente sudanese al-Bashir partecipò all’inaugurazione della rielezione di Déby, segnalando la ripresa delle relazioni che posero fine al conflitto nel Darfur. Con al-Bashir ancora seduto in cima a enormi giacimenti di petrolio, le otto famiglie idearono il piano per la secessione del Sud Sudan dal Sudan. Estenuato dai continui attacchi al suo popolo, che avevano lasciato due milioni di morti, al-Bashir è stato costretto all’accordo sulla divisione. Con le violenze che già esplodono nel Sud Kordofan, controllato dal Sudan e ricco di petrolio, sembra che l’SPLA e il suo sponsor Glencore/Rothschild non si accontentino di aver rubato la maggior parte dei giacimenti petroliferi del Sudan. I vampiri li vogliono tutti.

Note:
[1] “South Sudan: The World’s Newest Fragile Oil-Rich Petrostate” John Daly. 11.7.11
[2] “South Sudan’s Oil Company Forms Joint Venture With Glencore to Sell Oil” Matt Richmond. 12.7.11.
[3] “South Sudan Establishes Central Bank As It Receives Its New CurrencyBNO News. 15.7.11
[4] “US to Aid Regimes to Oust Government”, David B. Ottaway. Washington Post. 10.11.96
[5] “The World’s Ten Worst Dictators” Parade Magazine. 23.3.09
[6] “Mercenary Mischief in Zaire”, Jane Hunter. Covert Action Information Bulletin. Spring 1991.
[7] “Sudanese Warplanes Hit Darfur Rebels Inside Chad” Sudan Tribune. 3.6.09
[8] “Petronas Disputes Chad’s Tax Claims” Aljazeera. 30.8.06

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cirenaica e la zuffa per i beni libici

Vitalij Bilan (Ucraina) New Eastern Outlook 23 marzo 2012 – Oriental Review

Uno stato fallito
La decisione del cosiddetto “Congresso del Popolo della Cirenaica”, tenutosi nei pressi di Bengasi, di stabilire la regione unitaria federale di Barqa, ha nuovamente attirato l’attenzione dei media sulla Libia. Naturalmente, il motivo principale di questa decisione da parte del cirenaici è il desiderio di accaparrasi i due terzi delle risorse petrolifere della Libia, che si trovano nel loro territorio. Soprattutto dopo che la nuova Assemblea Costituente ha deciso di dare alle province orientali solo 60 dei 200 seggi, e Zintan, Misurata e altre regioni occidentali e centrali del paese hanno ottenuto le posizioni chiave nell’esecutivo e nella regione della capitale. Tuttavia, le associazioni tribali della Cirenaica non sono state le uniche ad essere insoddisfatte. In questo contesto, potremmo ricordare la rivolta anti-governativa a Bani Walid, all’inizio di quest’anno, quando le unità armate del Consiglio nazionale di transizione (CNT) e la burocrazia fedele ad essa, sono state espulse dalla città.
Inoltre, appena il giorno dopo il Congresso del Popolo della Cirenaica, l’amministrazione della terza città più grande della Libia, Misurata, la cui posizione nel paese è cresciuta in modo significativo, in conseguenza degli eventi dello scorso anno, ha imposto delle restrizioni sulle persone provenienti da altre regioni, per poter accedere alla città. Inoltre, diversi gruppi armati che operano in modo autonomo come “distaccamenti rivoluzionari”, hanno il controllo di intere regioni della capitale Tripoli. Così, il tentativo del CNT e del suo leader Mustafa Abdul Jalil, di rimanere “al di sopra della mischia” nel conflitto di interessi che coinvolge tutte le tribù e i clan del paese, può essere considerato un fallimento da questo punto. Inoltre, questa politica di “equidistanza” sempre più desta il sospetto che il CNT sia una tipica struttura compradora al servizio degli interessi dell’Occidente. C’è un motivo per cui il leader del CNT comincia ad essere conosciuto come “Mustafa Abdul NATO”, nella società libica. A quanto pare, il lobbista capo europeo nel nuovo governo libico, la Francia, attrae la maggior parte dell’attenzione.

La lotta per il petrolio … e contro Parigi
Parigi, naturalmente, crede di aver svolto un ruolo di primo piano nel rovesciare il regime di Gheddafi, e quindi di avere il diritto di rivendicare la “parte del leone” delle ricchezze della Libia. Una lettera ampiamente pubblicizzata che un membro del C NT ha inviato all’emiro del Qatar al-Thani (di per sé molto rivelatore!), all’inizio dello scorso aprile, forniva la conferma di ciò. Vi sarebbe scritto che la Francia otterrà il 35% del greggio libico in cambio del sostegno alle forze dell’opposizione. Poi c’è stata campagna elettorale presidenziale in Francia, durante il quale l’attuale leader del paese, Nicolas Sarkozy, ha ripetutamente sottolineato il “forte contributo” della diplomazia e dell’aviazione francesi durante gli eventi dello scorso anno in Libia.
Naturalmente, i leader tribali libici, in particolare nella Cirenaica ricca di petrolio, sono irritati sia dalle ambizioni di Parigi che dai giochi dietro le quinte del CNT con essa. La morte di due dirigenti di un’azienda della sicurezza privata francese in Libia, lo conferma. Inoltre, non è sorprendente che l’annosa questione del cosiddetto “debito francese”, di cui  Saif al-Islam, il più loquace dei figli di Gheddafi, aveva parlato lo scorso marzo, sia appena riemerso.
Il 12 marzo, l’agenzia Mediapart inviava un documento che indicava che Gheddafi aveva donato 50 milioni di euro, che erano stati riciclati attraverso dei conti bancari svizzeri e panamensi, a favore della campagna elettorale di Sarkozy nel 2007. Il fatto che i negoziati per il finanziamento della campagna siano stati decisi da nessun altro che Saif al-Islam e Ziad Takieddin, un controverso uomo d’affari francese di origine libanese, che la polizia francese tiene nel mirino per il suo ruolo ambiguo nella cooperazione tecnico-militare tra la Francia e il Pakistan, hanno ottenuto molta attenzione.
Ovviamente è in corso una ben pianificata campagna anti-francese. Sia Parigi che Tripoli sembrano capirlo. Questo è evidente dalla dichiarazione di Jalil, secondo cui dei paesi stranieri sono responsabili di aver incitato il sentimento autonomista nelle regioni ad est, e di altrove, del paese. E anche se nessun paese viene nominato, è del tutto chiaro quali paesi potrebbero beneficiarne.

Ancora il Qatar?
La decisione di Parigi degli ultimi anni di rinvigorire le sue relazioni con i paesi dell’Africa e mediorientali, sfruttando sia i legami personali che il suo preferito, ma ancora incompleto “giocattolo” della politica estera, l’Unione per il Mediterraneo, ha prodotto un’irritazione malcelata tra coloro che hanno lo stesso tipo di “piani napoleonici” per la regione. Il primo paese che viene in mente è l’attuale “amico giurato” della Francia, la Turchia, così come, naturalmente, il nuovissimo giocatore attivo regionale, il Qatar.
Doha e Ankara hanno tollerato l’attivismo di Parigi in Africa per lungo tempo. Particolarmente degni di nota sono le decisioni prese al summit Africa-Francia a Nizza, durante il quale i francesi fecero attenzione particolare ai paesi leader nella Africa non-francofona, Sudan e Libia in primo luogo, a causa dei loro giacimenti di idrocarburi (il primo in base al suo potenziale e l’ultimo sulla base della sua produzione petrolifera effettiva). L’emiro del Qatar non è stato particolarmente felice che la società francese Total sia diventata l’”operatore” petrolifero chiave nel Sudan meridionale, che ha già annunciato l’intenzione di triplicare l’attuale livello di produzione di petrolio nel Sudan meridionale e di costruire rapidamente un gasdotto verso l’oceano Indiano, attraverso il Kenya, come alternativa al percorso nel Sudan settentrionale (la Cina progetta di costruire una raffineria di petrolio in Kenya, al costo di circa 1,5 miliardi di dollari US).
Doha sta anche cominciando a vedersi l’erba tagliata sotto i piedi in Libia. L’accordo sulla sicurezza marittima e di frontiera libico firmato dai ministri della difesa della Libia e della Francia a Tripoli, a fine febbraio, è degno di nota in questo senso. Il ministro della difesa della Libia ha sottolineato che la Francia le avrebbe dato assistenza tecnica per stabilire controlli efficaci alle frontiere e, soprattutto, una difesa contro i militanti di al-Qaida nel paese (leggasi i mercenari del Qatar). Sembra che Doha stia cominciando a rendersi conto che la distrazione della campagna siriana possa provocare la perdita della Libia, dove ha investito tanti sforzi e tanto denaro lo scorso anno. I commenti caustici sempre più frequenti che al-Jazeera  rivolge a Sarkozy e al CNT, nonché i crescenti sentimenti separatisti in tutto il territorio libico e, soprattutto, ad est, che è ancora nell’orbita del Qatar, lo indicano.
Ci sono stati numerosi esempi di ex alleati che hanno avuto  diverbi su come dividere il bottino, dopo aver raggiunto il loro obiettivo. Pertanto, se coloro che hanno combattuto il regime di Gheddafi non addivengono presto ad un accordo sulle sfere d’influenza in Libia, si potrà assistere a una  futura “sfilata di sovranità” nella ex-Jamahiriya che trasformerà il paese in un’altra Somalia.

Vitalij Bilan ha una laurea in Storia ed è un esperto del Medio Oriente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 142 follower