Crisi ucraina: il grande bluff delle sanzioni economiche dell’Occidente contro la Russia

Lezione N° 72 di Geostrategia africana, parte 2/4
Jean-Paul Pougala (ex-cameriere) Bamena (Camerun), 05/05/2014
Jean-Paul Pougala insegna Geostrategia Africana al Master II presso l’Istituto Superiore di Management, ISMA, di Douala, Camerun

Soyuz-Docked-with-ISSCrisi ucraina: il grande bluff delle sanzioni economiche occidentali contro la Russia
Ecco il 2 e 3 aprile 2014, i titoli dei principali quotidiani occidentali:
The New York Times del 2 aprile è il primo a pubblicare la nota interna di un certo Michael F. O’Brien, vicedirettore per le relazioni internazionali della NASA, “La NASA rompe il maggior contatto con la Russia” (NASA ha tagliato tutti i rapporti con la Russia).
Il giorno dopo, il 3 aprile, sono emittenti e giornali europei ad  entrare in ballo:
“La NASA taglia i rapporti con Mosca a causa della crisi in Ucraina”, Info-RTS (Radio Télévision Suisse).
“La NASA sospende i “contatti” con la Russia”, Le Monde
“La NASA sospende i contatti con la Russia”, Le Figaro
Queste informazioni sono solo fumo, come il bluff delle pseudo-sanzioni economiche occidentali contro la Russia sulla crisi ucraina e ne capiremo immediatamente il perché.

Oblio selettivo delle informazioni
Tutti i giornalisti che danno queste informazioni non comunicano quella più importante, di soli cinque giorni prima che contraddice tali presunte informazioni. Il 27 marzo 2014, al Congresso degli Stati Uniti d’America, il numero 1 dell’agenzia spaziale statunitense, la NASA, Charles Bolden dice ad alcuni deputati e senatori statunitensi che se ci saranno sanzioni tra Russia e Stati Uniti, gli Stati Uniti avranno più da perdere. Spiega perché in realtà gli Stati Uniti non potrebbero sostenere a lungo le sanzioni russe contro gli statunitensi nello spazio. In conclusione, secondo le agenzie, da AP a Reuters via AFP, ai membri del Congresso “conferma la fiducia nel partenariato spaziale con la Russia, da cui gli Stati Uniti dipendono per inviare i loro astronauti sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS), nonostante le tensioni per la crisi ucraina“. Ecco le informazioni fornite dallo stesso direttore al Congresso degli Stati Uniti. Ma perché i giornali occidentali ignorano queste informazioni per concentrarsi invece su una nota interna del vicedirettore di una sottocommissione? Ancora più inquietante: perché Michael F. O’Brien può fare una dichiarazione in totale contraddizione con le dichiarazioni del suo capo di cinque giorni prima? Ecco in dettaglio la sua dichiarazione: “Data la violazione da parte della Russia della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, fino a nuovo avviso il governo statunitense ha deciso che qualsiasi contatto tra la NASA e funzionari del governo russo dovrebbe essere sospeso, salvo quanto diversamente ed espressamente previsto (…) L’agenzia spaziale degli Stati Uniti pone termine ai voli dipendenti dalla Russia, così come all’ospitalità data ai russi nei suoi edifici, e decreta il congelamento dei contatti via e-mail, teleconferenze o videoconferenze“. Chi ha ragione in questo gioco a poker truccato, dove entrambi i giocatori giocano lo stesso ruolo  al fine di confondere il cittadino ignaro in una cortina di fumo e montature? In  tutto ciò, vi sono due statunitensi nello spazio con tre russi che volano sulle nostre teste nella stazione spaziale internazionale, ISS. Dalla fine dei voli degli Shuttle nel 2011 ad oggi, è la Russia che ha i mezzi tecnici per inviare qualcuno su questa stazione. Il direttore della NASA cercava di spiegare ai congressisti che se la Russia si arrabbia, i due astronauti statunitensi rimarranno bloccati per sempre nello spazio.
E l’Agenzia spaziale europea? Il suo caso è ancora più grave, perché per inviare i propri cittadini nello spazio, gli europei sgomitano. E la Russia ne approfitta. La tariffa per visitare la Stazione Spaziale Internazionale ISS per qualsiasi cittadino non russo è di 71 milioni di dollari, 53 milioni di euro andata e ritorno. E i posti sono limitati, naturalmente. Nel caso di serie sanzioni contro la Russia, questa potrebbe semplicemente rimborsare il Paese occidentale del biglietto di ritorno chiedendogli di sbrogliarsela da solo nel far rientrare il suo astronauta. Si può quindi immaginare l’effetto devastante sull’opinione pubblica occidentale contro i propri capi politici che lasciano morire i propri astronauti nello spazio. Non è finzione, questo è il piano B che Mosca ha preparato in risposta agli occidentali, se superassero la linea rossa. Per saperlo basta ascoltare il viceprimo ministro russo Dmitrij Rogozin dopo la prima delle sanzioni del 28 aprile. Ecco cosa ha detto all’agenzia russa Interfax: “Se vogliono colpire l’industria dei missili russi, automaticamente abbandoneranno i loro cosmonauti sulla Stazione Spaziale Internazionale (…) Onestamente, cominciano a dare sui nervi con le loro sanzioni e non capiscono nemmeno che gli ritorneranno come boomerang.(…)” E secondo l’agenzia Itar-Tass ecco cosa aggiunge sul suo account Twitter: “Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni contro la nostra industria spaziale. Ma abbiamo avvertito che risponderemo dichiarazione per dichiarazione e azione per azione (…) Gli statunitensi potranno inviare i loro astronauti sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) con un trampolino“. I due astronauti statunitensi sono Rick Mastracchio e Steve Swanson e il loro rientro è previsto per ottobre 2014. Salvo che nel frattempo la situazione si aggravi tra i due Paesi e che i russi semplicemente decidano di lasciarli morire nello spazio. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama avrebbe dovuto seguire il consiglio di un detto popolare akonolinga del Camerun, che recita: “Se vuoi entrare in lotta, per primo togliti il cesto di uova che hai sulla testa“. Prima di fare dichiarazioni sensazionali sulle sanzioni contro la Russia, si dovrebbe far prima rientrare gli astronauti. La Stazione Spaziale Internazionale (ISS) è un investimento da 150 miliardi di dollari forniti da diversi Paesi del mondo. Ma in realtà è gestita dalla Russia, dato che essa solo ha i mezzi tecnici per portarvi personale. Per ridurre la dipendenza dai voli del cargo da trasporti russo Progress, il governo degli Stati Uniti ha concluso accordi miliardari per inviarvi solo 40 tonnellate di carico con due società statunitensi, l’Orbital Sciences per 1,9 miliardi dollari (8 viaggi per consegnare 20 tonnellate di carico) e la SpaceX per 1,6 miliardi dollari (12 viaggi per trasportare 20 tonnellate di carico). Pertanto, senza i russi il programma spaziale degli Stati Uniti è un’avventura piuttosto rovinosa, senza risultati convincenti. L’uscita del 2 aprile 2014 della NASA, che denunciava la cooperazione con la Russia per la crisi ucraina, è un vero e proprio bluff, perché almeno in questo settore, gli statunitensi hanno bisogno dei russi e non il contrario. Ci sono per esempio sempre due navette russe Sojuz nella stazione spaziale, per evacuarne gli occupanti in caso di imprevisti o d’emergenza (incendi, mancanza di ossigeno, prolungata assenza di elettricità, ecc.). Tuttavia su ogni navetta ci sono solo tre posti. E in caso d’incidente, come regola sono i russi i primi a prendervi posto e Mosca poi decide il destino dei restanti occupanti, chi salvare e sacrificare tra europei e statunitensi. E questo non è tutto. Nel settore degli investimenti e dei lanci orbitali dei satelliti per comunicazioni militari o civili, gli Stati Uniti dipendono dalla Russia. Secondo il New York Times del 2 aprile 2014, il segretario della Difesa degli Stati Uniti d’America, Chuck Hagel, ha preteso rabbiosamente che l’US Air Force non si rivolga più alla Russia. Finge di dimenticare che i previsti satelliti militari statunitensi sono assegnati al vettore Atlas-5 della joint venture tra Boeing e Lockheed Martin. E queste due aziende da anni usano per i loro lanciatori motori realizzati in Russia, tra cui i famosi RD-180 che hanno superato tutti i record di lanci senza incidenti dovuti a guasti del motore. Dire a Boeing o Lockheed Martin di lasciare i motori russi, significa chiedergli di iniziare nel 2014 le ricerche su nuovi motori per equipaggiare i loro vettori. Tempo necessario, almeno 10 anni per avere i primi motori. Si tratta puramente e semplicemente di null’altro che stupidità strategica. Ma perché tale improvviso odio contro la Russia? È per amore dell’Ucraina? Ne dubito.

7451784_origLa democrazia negli USA
Per comprendere la sequenza degli eventi in Ucraina negli ultimi mesi, può essere importante tornare al 1835 per leggere un libro di 438 pagine, attuale punto di riferimento per comprendere la politica degli Stati Uniti. Ecco cosa Alexis de Tocqueville scriveva nel primo volume del suo libro, “La democrazia negli Stati Uniti“: “Sulla terra oggi ci sono due grandi popoli che, partendo da diversi punti, sembrano muoversi verso lo stesso obiettivo: i russi e gli anglo-americani. Entrambi sono cresciuti nell’ombra; e mentre l’attenzione degli uomini era rivolta altrove, improvvisamente sono tra le prime nazioni, e il mondo ne ha appreso quasi allo stesso tempo nascita e grandiosità. Tutti gli altri popoli sembrano aver raggiunto i limiti che la natura gli ha tracciato non avendo che da conservare; ma loro avanzano: tutti gli altri si sono fermati o avanzano con estrema difficoltà; solo loro camminano con passo rapido e facile su un corso di cui non si possono ancora vedere i limiti. (…) Per raggiungere l’obiettivo, i primi puntano agli interessi personali e danno libero corso alla forza e alla ragione individuali. I secondi concentrano in qualche modo su un uomo tutto il potere della società. (…) Il loro punto di partenza è diverso, i loro percorsi sono diversi; tuttavia, ciascuno sembra chiamato a un disegno segreto della Provvidenza, che un giorno terrà nelle sue mani i destini di mezzo mondo“.
Quando analizziamo gli eventi in Ucraina, possiamo dire che dei due protagonisti principali, gli Stati Uniti sembrano agire con maggiore dilettantismo, nella mediocrità. Minacciare di sanzioni Putin, acclamato dal suo popolo con quasi l’80% di popolarità per aver annesso la Crimea, sperando che tremi come un bambino alla’asilo, è alquanto ingenuo per non dire sciocco. Ma perché? Secondo le analisi e le previsioni di Tocqueville, la democrazia statunitense è indebolita dalla totale assenza di libertà intellettuale, per via di ciò che chiamava “dispotismo delle masse” e “tirannia della maggioranza”. Dice che in questo Paese gli “ignoranti si credono saggi”. Sul dilettantismo statunitense nella politica internazionale sappiamo che non è dovuto a mancanza d’intelligenza dei suoi strateghi, ma piuttosto dal bisogno di compiacere e assoggettarsi alla “tirannia della maggioranza”, agli ignoranti che non sanno nemmeno dove siano i propri interessi. E’ in questo contesto che il presidente Obama annuncia e minaccia sanzioni economiche contro la Russia, quando tutti sanno che tali sanzioni non saranno mai messe in pratica senza colpire gli operatori economici degli Stati Uniti. Ciò vale per gli Stati Uniti, ma anche per i loro alleati. In termini puramente economici, si veda l’esempio di uno dei Paesi occidentali che brandisce le sanzioni contro la Russia, la Germania.

Germania
I politici europei sono veramente incoscienti“. Non lo dico io, ma è ciò che pensa e dice apertamente chi conta nell’economia tedesca, soprattutto industriali chimici, automobilistici e bancari riguardo le dichiarazione dei vari capi europei sulla crisi ucraina. In un articolo del quotidiano economico francese “La Tribune” del 13 marzo, con il suggestivo titolo: “I padroni tedeschi riluttanti a punire la Russia“, il giornalista Romaric Godin ci dice come praticamente tutti i boss tedeschi siano in prima linea nel difendere Vladimir Putin e la sua decisione di annettere la Crimea. E per non offendere il padrone statunitense questo sostegno non apparirà mai sui giornali tedeschi che all’unisono hanno condannato il malvagio Vladimir ed espresso il loro sostegno ai manifestanti Euro-Majdan a Kiev, che entreranno nella storia per aver attuato la rivoluzione più idiota regalando al nemico che volevano umiliare, la Russia, una regione dalle dimensioni del Belgio. Ci sono state delle eccezioni, tuttavia, nell’allineamento unanime della stampa tedesca dietro il presidente Obama. Questo è il quotidiano “Handelsblatt“, espressione della confindustria tedesca. Nel suo editoriale del 13 marzo, l’editore in persona, Gabor Steingart, denuncia gli occidentali per il confronto fatto da Hillary Clinton tra Vladimir Putin e Hitler. Va oltre, restituendo al mittente le accuse di espansionismo mosse dall’occidente contro Putin. Risponde l’ex-vice di McCain nelle presidenziali del 2008 degli Stati Uniti, Sara Palin, che ha trovato Obama troppo morbido sul caso ucraino e ha suggerito la necessità di un duro per bloccare un altro duro; Steingart si beffa completamente di ciò che chiama la politica chiacchierona dei “pitbull” occidentali. Ma in questa fase, c’è ancora qualcosa che intriga: perché diavolo la confindustria tedesca sostiene Vladimir Putin, al punto da prendere in giro i propri politici? Questi capi tedeschi hanno presentato alla cancelleria Merkel il risultato di un sondaggio che dice che il 69% del popolo tedesco è con Vladimir Putin e contro le sanzioni. Ciò ha spinto il vicecancelliere Gabriel a cercare di calmare il malcontento degli industriali tedeschi con promesse che contraddicono il comunicato finale di Bruxelles che conferma le sanzioni contro i funzionari russi, in questi termini: “La Germania farà di tutto per evitare nuove sanzioni contro la Russia“.
Il motivo di questo attendismo è più facile di quanto si possa immaginare: il buon senso. I tedeschi hanno rinunciato all’energia nucleare. Hanno bisogno di produrre energia termica, soprattutto dall’energia fossile in cui il gas fa la parte del leone. Oggi il prezzo del gas che la Russia applica per la Germania non è il risultato di un negoziato, l’equilibrio di potere è completamente a favore della Russia perché non vi è partita, la Germania non ha alcuna alternativa credibile al gas russo, e i russi lo sanno. Quindi, indipendentemente dal prezzo che i russi imporrebbero, i tedeschi dovrebbero pagare senza batter ciglio. Ma la Russia non ne abusa. Sostenendo la competitività tedesca la Russia mantiene il prezzo del gas in modo corretto, sufficiente a che queste aziende possano soddisfare sempre più clienti e quindi aver sempre più bisogno del gas russo. Ecco perché la quasi unanimità degli industriali tedeschi nell’indignazione verso la cancelliera Merkel che supporta la causa dell’opposizione ucraina sostenendo apertamente i manifestanti anti-russi. Questo è anche il motivo per cui gli industriali tedeschi, noti per la loro discrezione, hanno gettato le loro riserve. Ad esempio, il 12 marzo 2014 Jürgen Fitschen, presidente della federazione delle banche private BdB, co-direttore della Deutsche Bank, ha fatto dichiarazioni ufficiali mendicando  dalla cancelliera Angela Merkel di smetterla d’innervosire la Russia, perché dice “non si sa mai cosa può succedere nella testa di un Putin arrabbiato“. E che la Germania non può permettersi il lusso di solleticarlo per scoprirlo. In altre parole, prega i politici tedeschi di non aderire all’unanimità europea contro il presidente Putin, e di fare tutto “per evitare assolutamente di far rivivere la Guerra Fredda”. Quando ho provato a chiedere ad alcuni degli industriali tedeschi del loro sostegno alla Russia, più o meno ho avuto l’essenza del loro ragionamento assai pragmatico: la Germania versa ogni anno alla Russia 40 miliardi di euro per acquistare soprattutto gas. E la Germania non ha risolto il problema del deficit commerciale per bilanciare i conti tra i due Paesi. Ciò che dicono è facile da capire anche per i bambini all’asilo: la Germania paga 40 miliardi di euro alla Russia. E’ responsabilità degli industriali tedeschi recuperare questi soldi con tutti i mezzi, perché un deficit commerciale con un Paese significa essere sempre più poveri rispetto a quel Paese. E ogni anno i risultati sono incoraggianti, la Germania recupera dalla Russia circa l’8% annuo del suo debito. E una crisi con la Russia rovinerebbe tutto il lavoro degli industriali tedeschi per ridurre lo squilibrio tedesco nei confronti della Russia, dove sono presenti 6000 aziende tedesche.
Si comprende dunque perché il 12 marzo di quest’anno, il presidente della Federazione degli esportatori tedeschi, BDA, ha convocato una riunione di emergenza a Berlino seguita da una conferenza stampa per dire, forte e chiaro, che gli industriali tedeschi sono con la Russia. Ha continuato suggerendo al governo di prendere tempo. Ecco cosa ha detto in una conferenza stampa: “l’essenziale obiettivo principale da raggiungere nella crisi con la Russia è guadagnare tempo e non lanciare immediatamente i missili delle sanzioni“. Per coloro che non capiscono, dice che si deve fingere di condannare la Russia ufficialmente, ma in sordina continuare gli affari, dopo tutto queste aziende hanno investito 20 miliardi di euro in Russia.

I miliardi della Crimea
Si osservino i volti dei capi dell’Ucraina alle riunioni con i capi occidentali. Notate qualcosa di strano? Osservate ancora con cura. Ancora non vedete niente di strano? Beh, ci sono persone che hanno appena preso il potere con un golpe nella rivoluzione popolare, dovrebbero essere molto felici. Beh no, hanno una faccia da funerale. Sono in lutto. Guardate Obama quando riceve il nuovo primo ministro ucraino alla Casa Bianca. La si confronti con la conferenza stampa in Olanda del mese prima. Sono in lutto, sì anche Obama è in lutto. Pensate che il lutto sia per la Crimea? Bingo, indovinato. Ma ciò che non sapete è che non si tratta solo della Crimea. E perché sono in lutto? Per capirlo, indaghiamo con un po’ di brainstorming e dalle nostre informazioni su alcune situazioni reali. Quando a Kiev vi è stato tale sorta di passaggio di poteri da un governo legittimamente eletto dal popolo dell’Ucraina a estremisti di destra sostenuti da Stati Uniti ed Unione europea, in quel preciso momento il gigante russo del gas Gazprom accelerava la costruzione del gasdotto South Stream che dovrebbe bypassare l’Ucraina a sud rifornendo Paesi come l’Italia o l’Austria del gas russo, aggiudicando l’appalto per la costruzione della prima delle 4 sezioni del gasdotto alla società italiana Saipem, per un importo di 2 miliardi di euro. Stessa cosa con due altre aziende, la tedesca Wintershall già partner del progetto al 15% e la francese EDF che possiede sempre il 15% del progetto, sei giorni prima dell’occupazione della Crimea da parte delle cosiddette SDF russe. Ma questa informazione non dice nulla. Per comprenderne la portata, scopriamo dalle notizie pubblicate il giorno stesso dell’occupazione della Crimea da parte delle truppe russe, su un giornale russo specializzato in questioni energetiche del marzo 2014, il mensile “Ekspert” che titola: “Con la Crimea, la Russia risparmia 20 miliardi di dollari sul gasdotto South Stream“. Per comprendere il significato di questa informazione, dobbiamo ricordare che la Russia ha deciso di costruire due gasdotti, uno a Nord attraverso il Mar Baltico, portando il gas in Germania, Paesi Bassi, Belgio e Francia bypassando l’Ucraina, evitando la crisi del 2007 e i ricatti che Kiev potrebbe imporre sulle forniture di gas russo all’Unione europea. Quindi il secondo gasdotto denominato South Stream che passa per Mar Nero, Turchia e Grecia, rifornendo Italia, Grecia, ecc., sempre bypassando il territorio ucraino. Solo che quando il progetto fu tracciato, si basava su una Crimea ucraina e quindi l’evitava. Occupando la Crimea, ha ridotto la lunghezza della pipeline e quindi il lavoro per completarlo. Risparmio totale: 20 miliardi di dollari. Finora, e non dico sempre, Obama e i nuovi dirigenti a Kiev sono in lutto per la perdita della Crimea. Ciò semplicemente perché la Crimea era l’unica possibilità per l’Ucraina d’indipendenza energetica dalla Russia da quando furono scoperti, su un’area di 1400 kmq al largo della Crimea orientale, i giacimenti di gas e petrolio più importanti della regione. Secondo il quotidiano economico italiano “Il Sole 24 ore” del 15 marzo 2014, le scoperte fatte dagli occidentali, tra cui ENI, Shell e Exxon, sono fenomenali. Il quotidiano italiano spiega che l’ENI dovrebbe controllare il 50% dell’operazione e la società pubblica ucraina Chornomornaftogaz, come spesso accade in Africa, solo il 10%.
Il progetto South Stream sarebbe costato ai russi 46 miliardi dollari. Recuperando la Crimea, il costo passa a 25 miliardi di dollari. E inoltre la Russia nega l’unica possibilità dell’Ucraina di produrre petrolio e gas. La questione ora è come l’Ucraina senza la Crimea potrà pagare i propri debiti con l’occidente. La Russia potrebbe anche condonarglieli ma in ogni caso i giacimenti di gas e petrolio dalla Crimea consoleranno i russi. Ecco perché le sanzioni pseudo-economiche contro la Russia non fanno né freddo né caldo al Presidente Putin e al Primo ministro Medvedev, cosa che quest’ultimo ha detto  in una dichiarazione del 22 aprile. Tornando al gasdotto South Stream e alla Crimea. La Russia ha già steso una mano agli europei, offrendo alle società Saipem, Wintershall ed EDF un buon prezzo. La velocità della proposta dimostra che è una manovra per dividere gli europei, e che funziona: da allora, da quando si parla di sanzioni economiche dell’Unione Europea contro la Russia, non c’è unanimità su una dura presa di posizione contro la Russia. E la statunitense Exxon e l’olandese Shell? Anch’esse si sono rivoltate contro i loro rispettivi governi pur di evitare il confronto con i russi per le sanzioni. Saranno escluse dalle operazioni in Crimea su petrolio e gas? Il beneficio finanziario della Crimea è troppo grande per la Russia per farsi emozionare dalle sanzioni occidentali ed inoltre penalizzerà gli stessi investitori in terra russa. La Russia attraverso Gazprom ha diviso le briciole del progetto South Stream tra diversi Paesi, come Austria, Bulgaria, Croazia, Grecia… Paesi che in sordina soffrono l’ira della Commissione Europea, che si giustifica così: “Nella sua forma attuale, il gasdotto South Stream non opererà sul territorio dell’Unione europea”. Per la Commissione ci sono tre ragioni per non andare avanti: “nessuna separazione tra produzione e trasmissione, monopolio dei trasporti e opacità della struttura tariffaria“.

Conclusione parziale
Le eventuali sanzioni dell’occidente contro la Russia sono una spada a doppio taglio che farà più danni all’occidente che alla Russia, Continente-Stato di 17 milioni kmq che può tranquillamente vivere in completa autarchia isolandosi dal mondo senza soffrirne indebitamente. Meglio, viviamo nel ventunesimo, piuttosto che nel ventesimo secolo. Le sanzioni economiche saranno solo simboliche perché i beni rifiutati a un Paese vengono rapidamente sostituito da altri. E su questo punto i cinesi non si fanno pregare sostituendo i Paesi che applicano sanzioni. L’abbiamo visto in Iran, s’è visto anche in Corea democratica dove, nonostante le sanzioni occidentali, non manca nulla. S’è visto anche in Zimbabwe, dove quasi ci si dimentica che c’è un embargo economico europeo contro questo Paese, perché lì i voli giornalieri da Harare per Londra sono stati sostituiti dai voli giornalieri per Pechino. Seguendo la strategia della Cina in occidente, la Russia mette le mani su tutti i gioielli dell’economia occidentale, perché ha i soldi, un sacco di soldi. La Russia ha una chiara strategia per controllare il mercato azionario e comprare tutte le aziende che operano in Russia su aree strategiche. Così, British Petroleum fu acquistata dai russi per 55 miliardi di dollari, vale a dire 27500 miliardi di franchi CFA. L’azienda dei trasporti francese GEFCO è ora di proprietà al 100% di una società delle ferrovie russe. In Italia, Pirelli è inghiottita dai miliardi russi. In un caso o nell’altro i russi non sono africani. Sanno quali sono i loro interessi e sanno come difenderli. Qualsiasi sanzione contro di loro riduce due volte in ginocchio coloro che le impongono.

sevastopol-putinQuali lezioni per l’Africa?
Quando il 2 maggio 2014 49 ucraini chiamati dagli occidentali “filo-russi” e dai russi “sostenitori del federalismo ucraino” sono stati bruciati vivi in un edificio del sindacato a Odessa, nel sud dell’Ucraina, dai “filo-occidentali” o “partigiani dell’unione”, le reazioni più di ogni altro hanno chiarito che l’Ucraina gioca ancora una parte nella Guerra Fredda tra gli Stati Uniti d’America e la Russia, per interposti attori. Gli statunitensi sanno di essere stati ancora una volta intrappolati dai russi nella famosa conferenza di Ginevra del 17 aprile 2014. Gli statunitensi credevano di avere i russi in pugno facendoli sedere per la prima volta su un tavolo con coloro che l’amministrazione Putin ha definito “estremisti che hanno preso il potere a Kiev illegalmente“. Gli statunitensi scoprirono, solo dopo la riunione, che in fondo hanno dovuto convalidare l’annessione della Crimea alla Russia, dato che tutto sarà discusso a Ginevra, ma senza alcuna traccia della Crimea, formalizzando di fatto l’accettazione degli Stati Uniti dell’annessione della Crimea alla Russia. E’ questa consapevolezza che frustra Washington mettendo sotto pressione la sua gente al potere a Kiev per sferrare l’attacco armato contro i separatisti in Ucraina orientale. In fondo fu lo stesso Obama che chiese e ottenne la risoluzione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nel marzo 2011, per proteggere gli abitanti di Bengasi in Libia perché, disse, “Gheddafi spara al proprio popolo”. Forse il presidente degli Stati Uniti Obama riesce a spiegarci la differenza tra il popolo di Bengasi in Libia, che riceve il suo sostegno, e le popolazioni di Slavjansk, Odessa, Kostantinovka, Marjupol, Kramatorsk, ecc., uccise e bruciate dai militari del proprio Paese inviati dai golpisti di Kiev agli ordini di Washington. Forse Obama è l’unico a spiegare la differenza tra le dichiarazioni del capo dei servizi antiterrorismo ucraino, Vassilij Krutov, in una conferenza stampa a Kiev il 3 maggio 2014: “L’Ucraina è ora in una situazione di guerra, perché ciò che accade nella regione di Donetsk e nelle regioni orientali non è un evento passeggero, ma una guerra“.
Le affermazioni della Guida libica Gheddafi, nel febbraio 2011, dicevano: “Ciò  che succede a Bengasi non è una rivolta del popolo scontento, ma terroristi stranieri di al-Qaida che ci hanno dichiarato guerra. E a Bengasi c’è la guerra“. Su qualunque cosa Obama decide a geometria variabile i buoni e definisce gli altri, i cattivi da combattere, secondo gli interessi del momento degli Stati Uniti. Ma temo che questa volta il presidente degli Stati Uniti non sia nemmeno in grado di scoprire perché sostiene il caos in Ucraina o, peggio, sia incapace di dire come i morti nella parte orientale e meridionale dell’Ucraina siano utili agli interessi degli Stati Uniti. O tutti questi morti servono solo a flettere i muscoli contro il nemico, la Russia? Oggi la Repubblica del Sud Sudan creata da Obama con il fuoco e il sangue, con il solito aiuto della razzista Corte penale internazionale che aveva decretato che i malvagi si trovavano a Khartoum, il cui peggiore difetto è avere accordi strategici con la Cina, escludendo le società statunitensi dall’operare nel suo sottosuolo. L’ambasciata degli Stati Uniti nella capitale del Sud Sudan aprì il giorno dell’indipendenza, al fine di far godere al Sud Sudan i miracoli forniti dalla democrazia. Obama non ha nemmeno lasciato un giorno di tregua a questi nuovi capi nel decidere con quali Paesi avere relazioni diplomatiche, così come hanno avuto l’indipendenza con il caos che gli statunitensi erano riusciti a creare in Sudan con l’aiuto dei loto illustri attori di Hollywood, che dalle loro sontuose ville in California scorgevano il genocidio in Darfur. E quando hanno diviso il Sudan in due parti, il miracolo s’è avverato: il genocidio in Darfur è improvvisamente scomparso. La staffetta è passata al Sud Sudan sotto il controllo di Washington. E se la Russia minacciasse sanzioni economiche e militari agli Stati Uniti, se la pace non tornasse rapidamente in Sud Sudan?

5059F911-9D9E-4F25-B7BF-B2EE8274BC2D_mw1024_n_sTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il saccheggio del Sud Sudan

Tony Cartalucci Global Research, 9 gennaio 2014sudanUS AFRICOM, Israele e il dittatore a vita dell’Uganda Yoweri Museveni hanno creato il Sud Sudan per infiammare i conflitti, scacciare la Cina e prendersi il petrolio. L’articolo di RT “Di chi è la colpa della crisi in Sud Sudan?” ha fornito un’analisi succinta delle fazioni in lotta nella nuova “nazione” del Sud Sudan e della genesi occidentale del conflitto. L’articolo indicava: “L’SPLM ha ricevuto il sostegno di Stati Uniti e Israele per tutta la durata della guerra civile combattuta tra i ribelli del sud e Khartoum, che ha storicamente avuto rapporti ostili con l’occidente e si è molto avvicinato alla Cina negli ultimi tempi, per sviluppare congiuntamente la ricchezza petrolifera del Paese prima della partizione. Le idee romantiche sull’auto-determinazione non motivano l’occidente nel sostenere la secessione del sud, l’obiettivo della partizionare del Sudan era privare Khartoum del territorio economicamente rilevante del sud, dove si trova la maggior parte dei giacimenti petroliferi. In cambio del sostegno finanziario, materiale, politico e diplomatico ricevuto dall’occidente, il nuovo governo di Juba ha approvato un ‘patto faustiano’ con i suoi sponsor aprendo la propria economia al capitale finanziario internazionale e agli interessi delle multinazionali. Il governo di Juba ha anche chiesto di aderire al FMI anche prima di ricevere ufficialmente l’indipendenza dal Sudan”. Il pezzo continua ponendo il dilemma attuale dell’occidente: “Nonostante il sostegno all’indipendenza del Sud con le azioni diplomatiche e gli aiuti militari, gli Stati Uniti non hanno potuto mettere piede nel settore petrolifero del Paese, essendo l’economia di Juba paralizzata e dominata da società asiatiche, soprattutto della Cina. Il Sud Sudan deve affidarsi ai gasdotti che passano da Khartoum per esportare il suo petrolio, e i due Paesi hanno prodotto circa 115000 barili di petrolio al giorno, nel 2012, meno della metà del volume prodotto prima dell’indipendenza del Sud Sudan. Entrambe le parti sono quasi entrate in guerra per i giacimenti petroliferi contesi a cavallo di una frontiera mal delimitata. A giudicare dalla scarsa performance economica dei due Paesi dalla partizione e le drammatiche perdite di vita nella crisi attuale, l’esperimento dell’indipendenza del Sud Sudan fallisce”.
L’articolo continua notando che se gli accordi di pace raggiunti avessero lasciato intatto il Sudan, avrebbero potuto evitare il conflitto mortale che ora infuria, cosa naturalmente corretta. Tuttavia, la pace non è e non è mai stata l’obiettivo dell’occidente e della sua presenza in Africa, ma il profitto  economico. Proprio perché la Cina ha ancora ampi possessi in Sudan e infrastrutture petrolifere nel Sud Sudan, il conflitto verrà inasprito, e non sorprende che l’epicentro del conflitto corrisponda alle principali regioni petrolifere del Sud Sudan. Fin quando i cinesi saranno cacciati dal Sud Sudan, l’occidente continuerà a modificare i confini per imporre le vie d’esportazione delle ricchezze petrolifere recentemente acquisite in un Paese senza sbocco sul mare, o passeranno per il Kenya, con o senza il sostegno dell’attuale governo di Nairobi. La BBC riferiva nell’articolo, “I timori della Cina nella lotta per il petrolio nel Sud Sudan“, che: “La posta in gioco non potrebbe essere più alta per la Cina, il maggiore investitore nel settore petrolifero del Sud Sudan, mentre aspri combattimenti continuano tra le forze fedeli al presidente Salva Kiir e quelle del suo ex-vice.  Alcuni dei maggiori campi petroliferi della Cina si trovano nelle zone controllate dai combattenti che sostengono Riek Machar, vicepresidente del Paese fin quando fu licenziato a luglio. La produzione di petrolio è già calata del 20% dall’inizio del conflitto, tre settimane prima, e più di 300 lavoratori cinesi sono stati evacuati. Lo spettro dell’esperienza libica pesa pesantemente sulle menti cinesi, progetti su progetti giacciono abbandonati per via dei pesanti combattimenti durante la rivolta della primavera araba del 2011, infliggendo perdite enormi alla Cina”. Assai eloquente è il riferimento della BBC alla Libia, un’altra nazione distrutta dall’aggressione militare occidentale che ha visto gli interessi russi e cinesi sbriciolarsi in una notte e sostituiti dalle multinazionali occidentali. Mentre il caos del Sud Sudan è orchestrato segretamente dall’occidente, l’obiettivo finale di cacciare i cinesi e sostituirli è lo stesso.
Una simile destabilizzazione occulta si intravede nella relazione del 2006 dello Strategic Studies Institute, “Filo di Perle: affrontare la sfida della potenza in ascesa della Cina sui litorali asiatici“, sul cosiddetto “Filo di perle” della Cina. In tal caso i militanti filo-USA che tentano di separare la provincia del Baluchistan dal Pakistan, dove la Cina ha creato il porto di Gwadar, mentre un altro porto cinese si trova nello Stato di Rakhin, Myanmar, dove si sono avute le brutali violenze genocide istigate dall’icona della “democrazia” dei “monaci di Aung San Suu Kyi” contro i rifugiati Rohingya.

Depredare il Sud Sudan
Non c’è dubbio che gli Stati Uniti e i loro complici Israele e Uganda hanno deciso di rimanere in Sud Sudan. La fondazione finanziata dalle aziende, il “Progetto Basta” degli Stati Uniti, ha fornito la giustificazione retorica per una presenza permanente nello Stato africano lacerato dalla guerra, nell’editoriale su al-Jazeera dal titolo “Salva Kiir del Sud Sudan ha bisogno di rimettersi il cappello nero“, dichiarando: “Certo, i dolori della crescita sono comuni nelle società che operano per garantirsi l’indipendenza dopo anni di emarginazione e governo autoritario. Costruire una coesa identità nazionale tra gli 81 gruppi etnici del Sudan del Sud richiederà generazioni. Eppure, lo spettro incombente della violenza intercomunale di massa indica che non possiamo permetterci di abbassare la guardia. Gli Stati Uniti sono da decenni impegnati nella lunga marcia del popolo sud-sudanese verso l’indipendenza. Sarebbe un peccato se gli USA permettessero il ritorno della guerra quando il Sud Sudan è così vicino a garantirsi un futuro.” Con tale piede di porco umanitario per la promozione della libertà, l’occidente ha il pretesto d’immischiarsi per decenni.
Per cominciare, le Israeli Military Industries Ltd. (IMI) nel 2012 firmarono quello che definirono un accordo con il governo del Sud Sudan per lo “sviluppo delle infrastrutture idriche e tecnologiche“. L’accordo riguarderebbe desalinizzazione, irrigazione, sistemi idrici e depurazione, ma una visita al sito delle Israeli Military Industries Ltd. dimostra che si tratta di un’industria militare e bellica, non d’ingegneria civile e certamente non specializzata in infrastrutture idriche. Altre fonti affermano che le IMI fungeranno da canale delle vere imprese idriche israeliane, ma alla luce delle operazioni congiunte di Stati Uniti, Israele, Arabia, Qatar e altrove, le IMI molto probabilmente saranno un condotto per armi e denaro destinati al conflitto (comunque).
Nel 2013, Israele e Sud Sudan avrebbero cominciato a stipulare accordi petroliferi. L’articolo dell’UPI, “Il Sud Sudan firma un accordo petrolifero con Israele“, afferma: “Il Sud Sudan dice di aver firmato un accordo con diverse compagnie petrolifere israeliane, una mossa strategica potenzialmente significativa che consoliderà le relazioni dello Stato ebraico con il neonato Stato petrolifero dell’Africa orientale”. L’UPI continua evidenziando il problema lampante che l’esportazione del petrolio comporti effettivamente profitto: “il ministro del petrolio e delle miniere del Sud Sudan, Dhieu Dau, ha annunciato l’accordo petrolifero la scorsa settimana dopo il suo ritorno da una visita in Israele. Ha detto che erano in corso trattative con aziende israeliane, che non ha indicato, che cercano d’investire in Sud Sudan. Dau ha indicato che il governo di Juba, capitale dello sgangherato neo-Stato, spera di esportare petrolio in Israele, ma ha osservato che ciò non potrà avvenire prima di marzo. Non ha indicato quando il Sud senza sbocco sul mare l’avrebbe raggiunto, o il volume di greggio interessato. Ma è una mossa contro cui Khartoum avrebbe fatto tutto il possibile per distruggerlo”. Infine, l’articolo dell’UPI indica le maggiori implicazioni per Israele (e gli USA) nel coinvolgimento in Sud Sudan, utilizzandolo come trampolino di lancio per far cadere il vicino Sudan, a Nord: “La prospettiva che Israele ottenga effettivamente il petrolio dal Sud Sudan rimane incerta, data le difficoltà di Juba con Khartoum. Si è parlato della costruzione di un gasdotto di 1000 miglia dal Sud Sudan al Kenya per l’Oceano Indiano, che libererebbe Juba dalla dipendenza dei gasdotti di Khartoum. Ma piani definiti, che dovrebbero costare circa 2 miliardi di dollari, non si sono ancora concretizzati”. Può darsi che le aziende israeliane cerchino di dare una mano a tale proposito, se non altro per indebolire il regime islamico di Khartoum e la sua alleanza con Teheran, e di accedere sul fiume Nilo, fonte primaria di acqua per l’Egitto ed obiettivo strategico.
Durante la guerra civile del Sudan, uno dei conflitti più lunghi dell’Africa in cui circa 2 milioni di persone morirono, Israele ha fornito ai ribelli del sud armi, addestramento e finanziamenti, come ha fatto in altre parti dell’Africa, cercando d’indebolire i suoi avversari arabi. Chiaramente, la presenza di trafficanti di armi israeliani non sviluppa le infrastrutture del Sud Sudan, ma piuttosto inonda la regione di armi per cacciare i cinesi ed eventualmente colpire a nord, il Sudan e la sua capitale Khartoum. L’articolo dell’UPI continua ammettendo che l’aiuto militare indubbiamente ancora fluisce in Sud Sudan a tale scopo. Oltre a un confronto militare per procura con il Sudan, Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e Qatar tentano di rovesciare il governo di Khartoum dall’interno, provocando una rivolta in stile “primavera araba” verso la fine del 2013, infine fallita.

L’intrusione di USAFRICOM e Museveni dell’Uganda
Infame collaborazionista dell’occidente e dittatore a vita ugandese, Yoweri Museveni ha combattuto guerre per procura occidentali in Africa per decenni. Ha anche fatto molto all’interno per placare l’occidente, compresa la vendita a sviluppatori stranieri di destra di grandi appezzamenti di terreno sottratti al popolo, spesso uccidendone i proprietari che rifiutavano lo sfratto. Nel 2011 sotto il falso pretesto di combattere l'”Esercito di Resistenza del Signore di Joseph Kony” gli Stati Uniti iniziarono il dispiegamento di truppe in Uganda. Nel 2013, queste truppe erano ancora presenti quando le violenze iniziarono a diffondersi nel vicino Sud Sudan; le truppe statunitensi convenientemente ancora di stanza in Uganda furono mobilitate per l’evacuazione dei cittadini statunitensi. Stars and Stripes indicava nel suo articolo, “I marines trasferiscono il personale dell’ambasciata degli Stati Uniti dal Sud Sudan“, che: “Il personale non essenziale dell’ambasciata degli Stati Uniti è stato evacuato dal Sud Sudan a bordo di due aerei KC-130 assegnati ad una squadra di risposta alle crisi dei marines, posizionata nella vicina Uganda”. L’articolo riportava anche: “La scorsa settimana, la Special Purpose Marine Air Ground Task Force – Crisis Response è stata pre-posizionata anche ad Entebbe, in Uganda, per fornire sostegno supplementare. L’unità di Moron, Spagna, è stata costituita meno di un anno fa per rafforzare le capacità di risposta alle crisi dell’AFRICOM”.
L’Uganda, come il Sudan, è chiaramente intrappolato permanentemente dall’AFRICOM con un falso pretesto “umanitario” tranquillamente divenuto occupazione permanente del territorio africano. E l’Uganda non è solo una base dell’USAFRICOM, ma è anche utilizzata dai suoi soldati  per perseguire gli obiettivi dell’AFRICOM oltre i confini dell’Uganda. The Guardian riferisce nel suo recente articolo, “I colloqui di pace del Sud Sudan vacillano mentre l’Uganda invia truppe“, che: “I colloqui di pace del Sud Sudan che si terranno in Etiopia sono in fase di stallo, dicono i funzionari, mentre un comandante ribelle dichiara grandi vittorie contro il governo del Sudan meridionale, e l’Uganda invia altre truppe e armamenti”. L’articolo inoltre indica: “L’Uganda avrebbe inviato 1200 soldati per proteggere gli impianti come l’aeroporto e la sede del governo, aggiungendo che aerei militari ugandesi avevano bombardato diverse posizioni dei ribelli. L’Uganda afferma che il dispiegamento di ulteriori truppe e armamenti a Juba, questa settimana, avviene su richiesta di Kiir. Il tenente colonnello Paddy Ankunda, portavoce militare ugandese, ha detto che i rinforzi sono stati inviati “per colmare le lacune sulla sicurezza”, smentendo che gli ugandesi siano coinvolti attivamente nei combattimenti. Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda, è un forte alleato di Kiir. I due Paesi confinanti hanno stretto un legame che risale alla lotta armata del Sud Sudan per l’indipendenza dal Sudan e dal governo di Khartoum. Museveni ha recentemente avvertito Machar che i Paesi dell’Africa orientale si sarebbero uniti per sconfiggerlo militarmente se non parteciperà ai colloqui di pace”. In sostanza, l’Uganda fornisce le truppe mentre Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Qatar e altri forniscono denaro, armi e tutto il resto. E’ un’altra guerra per procura, proprio come il conflitto in Siria, anche se le truppe ugandesi hanno letteralmente invaso il Sud Sudan per sostenere il governo ascaro dell’occidente di Juba.
Chi finanzi e armi i gruppi ribelli che combattono il governo ascaro dell’occidente non è chiaro. Gli articoli indicano che potrebbe trattarsi di fazioni dissidenti delle forze armate del Sud Sudan coinvolte nel recente tentativo di colpo di Stato. Altre teorie suggeriscono che Stati Uniti, Uganda e/o Israele potrebbero aver finanziato e armato entrambe le parti sperando di perpetuare il conflitto contro Khartoum. E’ chiaro che Khartoum, in Sudan, in un modo o nell’altro, è l’obiettivo israelo-saudita-qatariota-statunitense, per poter completare il furto di petrolio sudanese, nonché avere i mezzi per esportarlo da un Paese decimato e dilaniato. Questa è la realtà dell’ordine globale di Wall Street-Londra in Africa, e un’Africa lacerata e sfruttata dovrebbe persistere in futuro.

_72150977_oil_464Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora.

Sudan: sull’orlo di un nuovo conflitto?

Vitalij Bilan, New Oriental Outlook 19/11/2013

northern-southern-sudan-mapAlla fine di ottobre, la tribù pro-Sud Sudan Ngok Dinka, nella provincia contesa di Abyei, ha cominciato a votare unilateralmente l’adesione del territorio. La notizia ha provocato grande rabbia a Khartoum e tra i leader della tribù nomade Misseriya, che controlla e attraversa il territorio della provincia più volte l’anno con le sue mandrie. Quest’ultima ha già dichiarato che il suo esercito di 30000 uomini è “pronto con le armi” a difendere l’integrità territoriale del Sudan, se i Ngok Dinka proclamano l’Abyei parte del Sud Sudan. Considerando il fatto che il mandato delle Nazioni Unite per l’Interim Security Force per l’Abyei (UNISFA) termina a fine novembre, la ripresa delle ostilità tra Khartoum e Juba é sempre più reale. Sembrerebbe, dal punto di vista europeo, che in questo momento non vi possa essere un conflitto militare tra Nord e Sud Sudan. E, in effetti, entrambi i Paesi sono reciprocamente dipendenti dai “petrodollari” che sostengono sia il Nord che il Sud (95% e 98% delle rispettive entrate). Inoltre, il monopolio attuale di Khartoum del trasporto di petrolio dal Sud Sudan è, in sostanza, un fattore chiave per evitare una nuova guerra civile. Oltre a ciò, un altro motivo per cui i due Paesi sembrano tollerarsi è la situazione socio-economica in entrambi i Sudan. Dalla crisi finanziaria globale, e in particolare negli ultimi due anni, notevoli problemi sono sorti nell’economia sudanese, collegati prima di tutto alla grave “fuga” di capitali all’estero. A causa di ciò, la guerra tra Nord e Sud Sudan, nonostante la questione urgente del possesso della regione di Abyei, ricca di petrolio, sembra improbabile per mancanza di fondi per poter avviare una tale guerra. Tuttavia, l’esperienza ha dimostrato che la logica occidentale applicata al territorio sudanese, vacilla seriamente.
Il previsto fallimento dei negoziati tra Nord e Sud Sudan sulla demarcazione dei confini e sui diritti di estrazione e trasporto del petrolio, hanno avuto le massime ripercussioni sui rapporti tra Khartoum e Juba. Di conseguenza, nel marzo dello scorso anno si ebbe il più grande scontro armato dalla guerra civile del 1983-2005 tra i due Paesi. Ad aprile le truppe del Sud Sudan sequestrarono il giacimento petrolifero di Heglig nella provincia di Abyei e respinsero un massiccio contrattacco  delle truppe di Khartoum. In risposta, il parlamento sudanese adottava una dichiarazione formale in cui il Sud Sudan veniva definito Stato nemico. In generale, la situazione era peggiorata al massimo. Fu solo l’intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con l’adozione della risoluzione sul ritiro dei militari del Sudan e del Sud Sudan da tutti i territori contesi, che in qualche modo ridusse la tensione. Poi di nuovo, il tempo ha dimostrato che la “questione Abyei” è duratura. E’ ben noto che la regione di Abyei è fonte di circa il 55% della produzione totale di petrolio del Sudan settentrionale. In realtà, questo è il motivo principale per cui Khartoum ha fatto tutto il possibile per evitare che il voto per l’indipendenza del Sud Sudan si svolga dal gennaio 2011, insistendo sul fatto che i nomadi della tribù Misseriya, fedeli al nord, partecipino al referendum. Per lo stesso motivo, il petrolio, il Sudan ha inoltre installato truppe nella zona, causando grande scalpore a Juba. Quindi, di conseguenza, la firma dell’accordo nel giugno 2011 ad Addis Abeba, ridusse le tensioni, chiedendo ad entrambe le parti di ritirare immediatamente le truppe da Abyei, per formare un’amministrazione congiunta presieduta da un rappresentante nominato da Juba, ed eleggere un parlamento, guidato da un rappresentante di Khartoum. Tuttavia, i negoziati sull’attuazione di questi requisiti, inizialmente in fase di stallo, terminarono in una situazione di stallo completo. Juba ha chiesto che Khartoum prima ritiri le sue truppe rimanenti da Abyei, per poi procedere nella creazione dell’organo amministrativo. In risposta, il Sudan, parlando attraverso il suo ministro degli Esteri, Ali Karti, replicava che accettava di ritirare le proprie truppe dalla zona contesa solo dopo la creazione dell’amministrazione congiunta con il Sud Sudan.
Lo scorso autunno, l’Unione africana ha proposto d’indire un referendum sullo status del distretto di Abyei, senza la partecipazione dei rappresentanti della tribù Misseriya che vivono nella zona pochi mesi l’anno. Ma il governo sudanese prevedibilmente respinse la proposta, dicendo che “viola i precedenti accordi”, dato che solo la Commissione per il Referendum ha il diritto di determinarne i partecipanti. Rendendosi conto della futilità della situazione, e comprendendo che a causa del collasso economico completo e della successiva carestia, il Paese potrebbe semplicemente disintegrarsi tra piccole fazioni in lotta, gli ex guerriglieri ed attuali governanti di Juba hanno seguito la collaudata strada della propaganda, proprio come nella guerra civile del 1983-2005, in stile “Alzati, grande Paese.” In particolare, s’è registrato un significativo aumento del reclutamento di contadini locali nell’Esercito di liberazione popolare del Sudan. Il programma di “addestramento militare totale” è stato introdotto, e l’indottrinamento pervasivo della popolazione sul “regime criminale” di Khartoum continua, alimentando anche ogni sentimento separatista in Darfur, Sud Kordofan e Nilo Blu. Così, cosa pianifica Juba per aver così bruscamente puntato alla militarizzazione totale della popolazione? Con ogni evidenza, conta su una “piccola guerra vittoriosa” in un primo momento e poi, quando l’economia del Paese andrà veramente male, su Parigi e le sue ambizioni da principale “guida” se non di tutto il continente africano, almeno della sua parte settentrionale. Si segnala che, nel contesto della “pratica” politica africana della Francia, il Sud Sudan ha recentemente iniziato ad occupare un ruolo principale nella direttiva africana della politica estera francese, considerando i suoi giacimenti di idrocarburi. In particolare, la società francese Total è diventata un elemento chiave del petrolio in Sud Sudan e ha annunciato la sua intenzione, nel prossimo futuro, di triplicare l’attuale produzione di petrolio, così come di costruire “il più rapidamente possibile” l’oleodotto alternativo al Nord Sudan che attraversa il Kenya verso l’Oceano Indiano. (La Cina progetta la costruzione di una raffineria in Kenya, da circa 1,5 miliardi di dollari). Ma Juba dovrebbe tener conto del fatto che l’attuale inquilino del Palazzo dell’Eliseo, Hollande, a differenza del suo onnipresente predecessore Sarkozy, sembra preoccuparsi al momento dei problemi interni della Francia e dell’Unione europea. Poi c’è un’altra questione: Hollande  raffredderà ulteriormente i rapporti con Washington, che ha una visione diversa da quella di Parigi sulla risoluzione dei problemi del Sudan? In cima a tutto il resto, un peggioramento dei rapporti tra Parigi e Washington è stato recentemente osservato in relazione alla visione quasi diametralmente opposta sulla questione della pace nella provincia sudanese del Darfur. Hollande certamente comprende che le differenze tra gli interessi statunitensi e francesi in Sudan, e il potenziale accordo tra i principali governi interessati ai problemi del Sudan (Cina, Qatar, Arabia Saudita e Iran) potrebbero diventare un grave fattore di rischio per lo sviluppo dello scenario “ottimista” di questa situazione.
Tutto ciò, naturalmente, non necessariamente inasprirebbe lo stato d’animo dei governanti attuali di Juba. Ma qui, come a Khartoum, sembra che ancora non ne se abbia abbastanza di combattere dopo decenni di guerra civile. Così ancora una volta, un umore esaltato e militarista inizia a dominare, potendo far esplodere la situazione già instabile della regione.

Vitalij Bilan, dottore-ricercatore in Storia, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Vecchi trucchi: USA, Arabia Saudita e Qatar riprovano la “primavera araba” in Sudan

Le proteste sono una cortina fumogena per dispiegare un violento cambio di regime in Sudan per conto di USA-Arabia Saudita-Qatar
Tony Cartalucci, Land Destroyer 28 settembre 2013

sudanThe Associated Press rivela che i recenti disordini tipo “Primavera araba” nella capitale sudanese  Khartum, sono guidati dall’opposizione filo-occidentale del Partito Nazionale dell’Umma, e da vari pseudo-ONG e media “indipendenti” creati dall’occidente per supportarla. Ciò rivela l’ennesima rivolta attrezzata e progettata dall’occidente per il cambio di regime a favore di un nuovo cliente. L’articolo di AP, “I manifestanti sudanesi chiedono la cacciata del regime“, afferma: “Gli attivisti riconoscono di non avere una leadership unificata o il sostegno di partiti politici, ma esprimono la speranza che il spontaneo ciclo di proteste possa acquistare slancio”. Tuttavia, AP ammette: “Uno dei leader più in vista dell’opposizione nel Sudan, Sadiq al-Mahdi del Partito Nazionale dell’Umma, ha detto ai fedeli di una moschea, nel quartiere di Omdurman, che al-Bashir spende il bilancio pubblico per “consolidare il potere” e non “per alleviare il peso sulle spalle dei cittadini.” Dopo il sermone, i manifestanti hanno marciato attraverso il quartiere, una roccaforte dell’opposizione, gridando “il popolo vuole la caduta del regime“, lo slogan sentito nelle rivolte della primavera araba che ha avuto inizio alla fine del 2010, ed ha portato alla cacciata dei leader in Tunisia, Egitto, Libia e Yemen.
Chiaramente, gli “attivisti” difatti hanno un leader, Sadiq al-Mahdi, del Partito Nazionale dell’Umma che ha letteralmente trascinato i manifestanti nelle strade. E mentre confronta la “primavera araba” richiamando le immagini di pacifiche proteste “pro-democrazia”, AP ammette che i manifestanti già passano alle violenze: “Manifestanti arrabbiati hanno incendiato decine di stazioni della polizia e di edifici governativi, e studenti hanno marciato invocando la cacciata di al-Bashir”. AP, sperando forse che i lettori non facciano ulteriori ricerche al riguardo, cita anche il “blogger e giornalista locale Reem Shawqa” per sostenere la sua storia. Shawqa è un giornalista della rivista 500 Word del Sudan. Mentre 500 Words sostiene di essere “una rivista online sudanese indipendente“, pubblicizza con orgoglio nella colonna di destra del suo sito web l’imminente “Sudan and South Sudan Youth Leaders Program” dell’US Institute of Peace. Come l’ingannevole facciata propagandistica finanziata dagli USA Prachatai, in Thailandia, 500 Words è probabilmente finanziato dal governo degli Stati Uniti, certamente in sintonia con il programma del dipartimento di Stato degli Stati Uniti sui punti riguardanti il Sudan.

500wordsLa “rivista online indipendente” del Sudan 500 Words pubblicizza con orgoglio l’US Institute of Peace sul proprio sito internet, mostrando i prevedibili legami tra il suo sostegno all’opposizione filo-occidentale in Sudan e il dipartimento di Stato degli Stati Uniti, attraverso il National Endowment for Democracy e altri, che molto probabilmente finanziano la facciata propagandistica online.

Infatti, il caporedattore di 500 Words, Moez Ali, ha una sua pagina su “Open Democracy“, finanziata dall’Open Society Institute del criminale George Soros, dall’Oak Foundation, dal Sigrid Rausing Trust, TIDES, e molti altri. Va ricordato che l’US Institute of Peace, pubblicizzato da 500 Word, ha svolto un ruolo determinante nella “primavera araba” ideata dall’occidente, dove ha letteralmente fabbricato la costituzione e la struttura dei regimi fantoccio pianificati dall’occidente nelle nazioni prese di mira dalla sovversione.

Chi è il leader dell’opposizione Sadiq al-Mahdi?
Sadiq al-Mahdi, leader del Partito Nazionale Umma del Sudan, è un membro della Fondazione per la democrazia araba di UE-USA-Arabia Saudita-Qatar e del Club di Madrid che ha l’ex presidente statunitense Bill Clinton come “membro a pieno titolo” trai tanti altri, ed è sostenuto dalla miriade di “istituzioni internazionali” e fondazioni di Wall Street e di Londra, tra cui la Banca mondiale, la Rockefeller Brothers Fund, la Fondazione Ford, Walmart, North Atlantic Treaty Organization (NATO), Microsoft, e molti altri. Al-Mahdi stesso s’è laureato ad Oxford, secondo la sua biografia ufficiale del Club di Madrid, che afferma anche: “Al-Mahdi è stato eletto presidente del partito Umma nel novembre 1964, ha condotto la campagna per promuovere l’attività politica, sviluppare e riformare l’Islam politico, per espandere la base del partito e la promozione dei comportamenti democratici. Nonostante i suoi sforzi verso un governo democratico, ci fu un altro colpo di Stato nel 1969, che portò alla dittatura denominata Regime di Maggio. Fu subito arrestato dal governo militare, esiliato in Egitto e detenuto nelle prigioni sudanesi più volte fino al 1974. Nello stesso anno andò all’estero e nelle capitali arabe e africane dove tenne una serie di conferenze. Mentre era in esilio, ha formato il Fronte Nazionale Democratico (NDF), composto da Umma, Partito Democratico Unionista e Fratellanza musulmana. Grazie ai suoi sforzi, l’NDF è stato in grado di fare un accordo di riconciliazione nazionale nel 1977 con il Regime di Maggio che l’ha incaricato della riforma democratica”. La sua associazione diretta con i Fratelli musulmani è importante, in quanto questa organizzazione nel lontano 2007, sotto l’allora presidente degli Stati Uniti George Bush, iniziò a ricevere il sostegno statunitense-saudita-israeliano nel preparare il rovesciamento violento di diverse nazioni, tra cui in particolare la Siria.
Il vincitore del premio Pulitzer, il giornalista Seymour Hersh, nel suo articolo del New Yorker 2007, “The Redireciton: la nuova politica dell’amministrazione avvantaggia i nostri nemici nella guerra al terrorismo?” avrebbe rivelato il supporto USA-saudita-israeliano nel finanziare ed armare i Fratelli musulmani in Siria: “Il governo saudita, con l’approvazione di Washington, avrebbe fornito fondi e aiuti logistici per indebolire il governo del Presidente Bashar Assad in Siria. Gli israeliani credono che facendo una tale pressione sul governo di Assad, lo renderebbero più conciliante e aperto ai negoziati“. Hersh aveva anche riferito che un sostenitore della fazione libanese filo-statunitense-saudita di Hariri aveva incontrato Dick Cheney a Washington e indicato personalmente l’importanza nell’utilizzare i Fratelli musulmani in Siria, in qualsiasi mossa contro il governo al potere: “[Walid] Jumblatt poi mi disse che si era incontrato con il vicepresidente Cheney a Washington lo scorso autunno per discutere, tra l’altro, la possibilità di minare Assad. Lui e i suoi colleghi consigliarono Cheney che, se gli Stati Uniti agissero contro la Siria, i Fratelli musulmani siriani sarebbero “quelli con cui parlare”, aveva detto Jumblatt“. L’articolo continuava spiegando come già nel 2007, USA e Arabia Saudita avessero cominciato ad appoggiare la Fratellanza: “Ci sono prove che la strategia del reindirizzamento dell’amministrazione abbia già beneficiato la Fratellanza. Il Fronte di salvezza nazionale siriano è una coalizione di gruppi di opposizione, i cui membri principali sono la fazione guidata da Abdul Halim Qaddam, ex vicepresidente siriano che disertò nel 2005, e la Fratellanza. Un ex alto ufficiale della CIA mi ha detto: “Gli statunitensi hanno fornito sostegno politico e finanziario. I sauditi prendono l’iniziativa del supporto finanziario, ma non vi è un coinvolgimento statunitense.” Ha detto che Qaddam, che ora vive in Parigi, riceveva soldi dall’Arabia Saudita, con l’approvazione della Casa Bianca. (Nel 2005, una delegazione del Fronte incontrò i funzionari del Consiglio di sicurezza nazionale, secondo la stampa). Un ex funzionario della Casa Bianca mi ha detto che i sauditi avevano fornito ai membri del Fronte i documenti di viaggio.”
Al-Mahdi, la cui coalizione comprende i Fratelli musulmani, ha svolto un ruolo determinante nell’esecuzione dei recenti piani occidentali in Siria e in Egitto, e la cui rivolta e finta richiesta di riforme riecheggia il leader estremista sudanese Hassan al-Turabi (che aveva infatti invitato Usama bin Ladin in Sudan), e che ora guida i manifestanti nelle piazze della capitale del Sudan che incendiano infrastrutture, edifici governativi e le stazioni di polizia (proprio come in Egitto e Siria), indicando un altro tentativo dell’occidente di rovesciare il governo sudanese tramite i fantocci islamisti. L’occidente ha ancora una volta “casualmente” schierato le sue vaste risorse in appoggio alla “rivoluzione” di al-Mahdi, compreso il leader filo-al-Qaida al-Turabi, ancora una volta dimostrando che il cosiddetto estremismo “islamico” è uno strumento geopolitico intenzionalmente creato e perpetuato dall’occidente, come pretesto per l’invasione militare diretta (Mali, Afghanistan) e come inesauribile forza mercenaria per rovesciare le nazioni prese di mira (Libia, Egitto, Siria).

Cosa aspettarsi
Il Sudan confina con la Libia rovesciata dalla NATO, l’Egitto destabilizzato e l’ascaro militare degli Stati Uniti, l’Etiopia. E attraverso il Mar Rosso con la stessa Arabia Saudita. Sia Libia che Egitto hanno consistenti organizzazioni terroristiche filo-USA-Arabia Saudita-Israele-Qatar e il loro rami politici, di cui i Fratelli musulmani sono i più importanti. Il Sudan è una potenziale polveriera resa instabile in questi ultimi anni dall’avanzata dei Fratelli musulmani supportati da USA-Arabia Saudita-Qatar-Israele, insieme alle organizzazioni terroristiche filo-occidentali, tra cui al-Qaida, che ne formano le fazioni armate. L’interesse occidentale per il Sudan non è causale o spontaneo. E’ stato indicato come una delle varie nazioni che gli Stati Uniti avevano deciso di rovesciare violentemente e sottomettere con un regime cliente, almeno dal 2001, come ha rivelato il generale dell’US Army Wesley Clark, nel 2007.
Con il recente attacco terroristico da parte di al-Qaida, armata e sostenuta degli Stati Uniti, a Nairobi, in Kenya, si giustificano le nuove incursioni congiunte UA – USAFRICOM in Somalia, e le destabilizzazione in Egitto e in misura molto maggiore in Siria. Le parole del generale Wesley Clark sono profetiche ed indicative della vera natura della cosiddetta “primavera araba” e dei tentativi dei violenti cambiamenti di regime organizzati dietro la cortina fumogena delle “manifestazioni pro-democrazia”. Anche se il Sudan non sembra avere rilevanza per la maggior parte dell’occidente, le implicazioni geopolitiche dell’intera regione tra il Mali e il Pakistan  destabilizzata dall’occidente, influenza direttamente il petrolio e la sua logistica, e anche la stabilità di tutto il mondo. Nazioni come la Cina, che si affidano al commercio con Africa e Medio Oriente, sono direttamente influenzate dai tentativi degli Stati Uniti di destabilizzare e rovesciare il Sudan, difatti una delle motivazioni che guidano la cosiddetta “primavera araba” dell’occidente. Seguendo la partitura della “primavera araba”, dovremmo aspettarci tentativi per giustificare la militarizzazione della cosiddetta “opposizione”, che in un primo momento sarà ritratta come dei moderati “pro-democrazia” costretti a “difendersi”, ma si rivelerà essere pienamente al-Qaida con l’avviarsi delle operazioni militari su vasta scala dei fantocci. L’unico modo per evitare un conflitto militare distruttivo, è che il governo sudanese deve rapidamente e decisamente schiacciare l’opposizione e controllare i confini laddove i militanti filo-NATO e le loro armi hanno maggiori probabilità di fluire. Il governo del Sudan deve anche avviare reali tentativi di riforma, pur svelando la vera natura dei leader dell’opposizione che cercano di dividere e distruggere la nazione. Rompendo il prevedibile stereotipo del “dittatore malvagio” applicato alla leadership del Sudan dai media occidentali, come le altre nazioni colpite dal cambio di regime occidentale, può persino sventare le mosse ostili da parte della formidabile stampa occidentale e della propaganda dei suoi partner Arabia Saudita, Qatar e Israele.
Immense risorse sono state impegnate per il riordino geopolitico di Nord Africa, Medio Oriente e Asia centrale. Sarebbe un grande errore per qualsiasi nazione apertamente indicata dagli Stati Uniti per un “cambio di regime in sospeso”, sottovalutare l’eventuale avvio di agitazioni chiaramente sostenute da interessi stranieri. Mentre alcune operazioni possono “testare le acque”, la spinta finale può avvenire in qualsiasi momento con degli ascari completamente militarizzati, pre-posizionati e pronti a seminare quel genocidio e quella distruzione che i terroristi appoggiati dagli USA commettono in Siria.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I banchieri israeliani e il progetto mediorientale

Dean Henderson – 5 maggio 2013

1245976338sharon_bank_leumi_checkQuesta mattina aerei da guerra israeliani hanno sganciato bombe sui sobborghi di Damasco per la seconda volta negli ultimi giorni. Con l’esercito siriano che avanza nettamente sul terreno contro i ribelli di al-Qaida finanziati dai sauditi e addestrati dagli israeliani, i banchieri Illuminati sono sempre più disperati nel tentativo di salvare la loro fallita operazione segreta. La Siria è un perno fondamentale per il loro tentativo d’imporre un modello neocoloniale per estrarre petrolio nella regione del Medio Oriente, un piano che ha avuto inizio nel periodo successivo alla Guerra del Golfo.

La carota e il bastone
La guerra del Golfo ha fornito un’occasione d’oro agli Stati Uniti per scoprire chi erano i loro amici e, soprattutto, chi erano i loro nemici. Il presidente Bush padre, dopo aver esser stato direttore della CIA, sapeva di dover agire da agente provocatore geopolitico, trascinando fuori dall’armadio tutti i nemici degli Stati Uniti per bersagliarli. Dopo la guerra, i Paesi che sostennero l’impegno furono premiati, spesso con fondi sauditi e kuwaitiani. Coloro che simpatizzarono per l’Iraq furono isolati ed esclusi dalla rete finanziaria globale. Poco dopo l’inizio della guerra del Golfo, l’Egitto, la Siria e gli Stati del GCC firmarono la Dichiarazione di Damasco sollecitata dagli USA. L’accordo è un modello di compensazione finanziaria, politica e militare post-bellica per coloro che hanno sostenuto l’operazione Desert Storm. All’inizio della guerra del Golfo, l’Egitto doveva ai creditori esteri 35 miliardi di dollari. Quando il presidente Hosni Mubarak acconsentì l’invio di truppe egiziane, gli Stati Uniti annunciarono l’intenzione di condonare 6,7 miliardi dollari di debiti ai militari egiziani.[1] I sauditi e i kuwaitiani annunciarono una riduzione del debito di 7 miliardi di dollari. Nell’ambito della transazione, 38.000 truppe egiziane rimasero nella penisola saudita. L’Egitto ricevette 2,2 miliardi di dollari annualmente, in aiuti militari dagli USA, che utilizzò per l’acquisto di Apache, F-16 e missili Hellfire, Stinger e Hawk. L’aiuto militare israeliano arrivò a 3,1 miliardi dollari all’anno. Nel 1993 il Kuwait annunciò la fine del suo 42ennale boicottaggio d’Israele, mentre i sauditi smisero di far rispettare il loro boicottaggio.[2]
Quando la Siria si rifiutò di negoziare con Israele, il principe saudita Bandar intervenne. Israele serve da base avanzata per i succhiapetrolio Rothschild/Rockefeller e i loro amici bancari europei. Ashqelon, in Israele, è fondamentale per il commercio dei diamanti della De Beers, finanziata dall’Unione delle Banche, società controllata dalla Bank Leumi, la più grande banca commerciale d’Israele. Bank Leumi è controllata dall’inglese Barclays, una delle quattro banche britanniche che presiedono il Triangolo d’Argento caraibico del riciclaggio di droga e denaro. La famiglia del presidente della Bank Leumi, Ernst Israel Japhet controlla la Charterhouse Japhet, di cui Barclays detiene anche una quota di grandi dimensioni. Charterhouse monopolizza il commercio di diamanti tra Israele e Hong Kong. I Japhet sono una dinastia bancaria tedesca. Furono coinvolti nelle guerre dell’oppio cinesi con i Keswick, Inchcape e Swire. Il fiduciario della Bank Leumi, barone Stormont Bancroft, un ex lord della Regina Elisabetta II e proprietario della Cunard Lines, è un membro della famiglia Samuel che possiede grandi quote della Royal Dutch/Shell e della Rio Tinto. La famiglia Bancroft possiede una grande partecipazione del Wall Street Journal.
Japhet è stato direttore della BCI di Tibor Rosenbaum, istituita nel 1951 dopo la creazione d’Israele, per operare come lavanderia finanziaria svizzera del Mossad. Rosenbaum è stato importante per la fondazione sionista d’Israele, ma non era un amico del popolo ebraico. Tibor era un associato del dottor Rudolph Kastner, il cui buon amico Adolf Eichmann mandò 800.000 ebrei a morte ad Auschwitz. Un articolo della rivista Life del 1967, affermava che la BCI aveva ricevuto 10 milioni di dollari sporchi dalla World Commerce Bank di Meyer Lansky, nelle Bahamas. La seconda banca d’Israele è la Bank Hapoalim, il cui fondatore e proprietario è il visconte britannico Erwin Herbert Samuel, un altro insider della Royal Dutch/Shell. Samuel dirige la Croce Rossa israeliana, un braccio dell’intelligence britannico, ed è cavaliere di San Giovanni di Gerusalemme. Anche la Bank Hapoalim è affiliata alla BCI. Un terzo colosso bancario israeliano è l’Israel Discount Bank, al 100% di proprietà della Barclays, che controlla i finanziamenti e i fondi israeliani alla British Broadcasting Corporation (BBC). Sir Harry Oppenheimer, presidente della De Beers dalle origini anglo-americane, siede nel consiglio della Barclay che comprende cinque membri Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme della Regina Elisabetta, più di qualsiasi altra azienda al mondo.[3]
La Paz Oil detiene il monopolio dei settori petrolifero, petrolchimico e armatoriale d’Israele. Paz è controllata dalla famiglia Rothschild, che fu determinante per la fondazione d’Israele. Gli azionisti includono la Banca  commerciale dello svizzero-israeliano Tibor Rosenbaum, il boss di Detroit ed insider della United Brands Max Fischer, e Sir Isaac Wolfson, membro di una vecchia danarosa dinastia europea e consigliere politico del primo ministro britannico Margaret Thatcher. I membri del consiglio della banca commerciale svizzero-israeliana comprendono l’insider della Permindex generale Julius Klein, il banchiere argentino David Graiver e il segretario al Commercio di Carter Phillip Klutznick.[4]
La Siria inviò truppe a combattere in Iraq e ricevette dai sauditi e dal Kuwait il finanziamento per l’acquisto di 48 caccia MiG-29, 300 avanzati carri armati e un nuovo sistema di difesa aerea. Nel febbraio 1991, il presidente siriano Hafiz Assad ricevette 2 miliardi di dollari di aiuti dai sauditi e dai kuwaitiani. Alla Siria venne permesso d’impadronirsi di territori nel nord del Libano, durante la guerra, frantumando la milizia cristiana del generale Michele Aoun. Il 15 ottobre 1990 le truppe siriane presero Beirut.
Il Senegal ebbe 42 milioni di dollari di debito cancellati dagli Stati Uniti, avendo partecipato all’operazione Desert Storm e inviato forze di pace in Liberia, dove il burattino della CIA Samuel Doe era stato messo alle corde dai rivoluzionari di Charles Taylor. Doe, che stava proteggendo le piantagioni di gomma della Firestone e le miniere di diamanti della DeBeers, venne rovesciato, accusato di tradimento e giustiziato. Nel 2003, secondo l’Economist, la CIA inviò aiuti militari alla Guinea, utilizzati per finanziare due gruppi controrivoluzionari liberiani per spingere il nuovo presidente Charles Taylor all’esilio in Nigeria. Gli Stati Uniti quindi emisero un mandato dell’Interpol per Taylor, che la Nigeria si rifiutò di riconoscere.
Marocco e Tunisia inviarono truppe nel Golfo e furono premiati dall’aiuto del Kuwait e saudita. Le nazioni del Maghreb nordafricano, Algeria, Mauritania, Sudan e Libia denunciarono tutte con veemenza il bombardamento statunitense dell’Iraq. Yemen, Giordania e Autorità palestinese fecero lo stesso. Nel 1990, l’Arabia Saudita vietò la vendita di petrolio a Mauritania, Yemen, Sudan e  Giordania. L’Arabia Saudita e il Kuwait cancellarono i 100 milioni di dollari che dovevano consegnare all’Autorità palestinese, mentre continuavano a finanziare la fondamentalista Hamas. Al vertice islamico del dicembre 1991 a Dakar, in Senegal, il principe ereditario saudita Abdullah rispose a un tentativo di abbraccio di Yasser Arafat con un laconico: “Niente baci per favore“. Adbullah si rifiutò anche di parlare con il re di Giordania Hussein.
I membri del Consiglio di Sicurezza che votarono “sì” alla risoluzione 678  furono anch’essi premiati. La Cina ottenne un prestito della Banca Mondiale di 140 milioni di dollari. La Russia ottenne 7 miliardi di dollari dagli Stati del GCC. Il Congo ebbe una grossa fetta del debito estero condonato e ricevette aiuti militari, mentre Colombia ed Etiopia ricevettero gli aiuti della Banca Mondiale. Gli USA prontamente versarono i 187 milioni di dollari ai delinquenti dell’ONU, che gli dovevano.[5]
Il giorno dopo che lo Yemen diede un solitario “no” alla risoluzione 678, gli Stati Uniti gli cancellarono un pacchetto di aiuti di 42 milioni dollari. L’ambasciatore all’ONU dello Yemen si sentì dire da un diplomatico degli Stati Uniti, il giorno in cui lo Yemen votò, “Questo è il voto più costoso mai dato“.  I sauditi punirono il loro vicino meridionale chiedendo a migliaia di lavoratori yemeniti impiegati nel Regno, di trovare sponsor sauditi per non essere  espulsi. Dopo la guerra, i lavoratori yemeniti, palestinesi e giordani furono sostituiti in massa, in tutte i sei Stati del GCC, che inoltre annullarono 28 milioni dollari di aiuti allo Yemen.[6] La Giordania perse 200 milioni di dollari di aiuti sauditi, assistenza che di norma copriva il 15% del bilancio di Amman. Gli Stati Uniti cancellarono un pacchetto di 37 milioni dollari di aiuti alla Giordania che, come principale partner commerciale dell’Iraq, subì ulteriori conseguenze economiche causate dall’embargo ONU.[7]
Per alcuni Paesi le conseguenze per aver criticato la politica estera degli Stati Uniti furono assai più drastiche. In Etiopia, il governo di Mengitsu Haile Mariam aveva cominciato a denunciare la guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq, nonostante il suo precedente “sì” alle Nazioni Unite. Mariam fu rovesciato da una coalizione di ribelli tigrini, eritrei e oromo, che poi sorvegliarono l’ambasciata statunitense a Addis Abeba, davanti cui migliaia di etiopi si riunirono per protestare contro il coinvolgimento degli Stati Uniti nel colpo di Stato.[8] In Algeria, dove il ministro del petrolio del Paese e presidente dell’OPEC, Sadiq Bussena, accusò i venditori di future energetici statunitensi  di manipolare i prezzi del petrolio durante la Guerra del Golfo, il Gruppo islamico armato fondamentalista (AIG) lanciò una campagna terroristica sanguinaria. L’Algeria era un leader dei falchi del prezzo nell’OPEC e i sauditi volevano togliere Boussena dalla presidenza dell’OPEC. Il presidente algerino Chadli Benjedid accusò i sauditi di finanziare l’AIG. Molti algerini vi videro la mano della CIA. La moneta dell’Algeria fu svalutata e nel gennaio 1992 Benjedid venne dimesso. Il primo ordine del giorno del nuovo governo fu approvare la legge sugli idrocarburi, che aprì i giacimenti di petrolio dell’Algeria ai Quattro Cavalieri. Il petrolio dell’Algeria, ricercato per il suo basso contenuto di zolfo, era storicamente gestito dalla Sonatrach statale. Molti membri dell’AIG riemersero per combattere nella guerra della CIA contro la Jugoslavia.

Note
[1] “Power, Poverty and Petrodollars: Arab Economies after the Gulf War”. Yahya Sadowski. Middle East Report. Maggio-Giugno 1991. p.7
[2] “Report Says Bush’s Sons Lobbied for Kuwait Business”. AP. Joplin Globe. 8-30-93. p.3A
[3] Dope Inc.: The Book that Drove Kissinger Crazy. The Editors of Executive Intelligence Review. Washington, DC. 1992. p.200
[4] Ibid.
[5] “An Enemy of Mankind”. Storm Warning. Seattle. Gennaio 1992.
[6] Sadowski. p.10
[7] Morning Edition. National Public Radio. 6-20-91
[8] “Birth Pains of a New Ethiopia”. Gayle Smith. The Nation. 7-1-91. p.1

Dean Henderson è autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix. È possibile iscriversi gratuitamente al suo settimanale Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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