Cina chiave dell’ottimismo dell’Africa… e del rinnovato militarismo occidentale

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation, 03/02/2014

africaChinaC’è un nuovo ottimismo in Africa sul futuro luminoso dello sviluppo del continente. E in questo futuro la Cina gioca un ruolo chiave nel portare capitali d’investimento, infrastrutture, tecnologia e know-how. La Cina letteralmente aiuta a costruire il futuro dell’Africa. Mekonnen, un 19.enne   ingegnere meccanico etiope ritorna dalla capitale, Addis Abeba, nella città natale di Shire, nella regione settentrionale. “Ho molto fiducia nell’Etiopia e nell’Africa, sulla via di un promettente sviluppo”, dice Mekonnen. È il primo membro della famiglia ad andare all’università, e seduto sul bus con il suo computer portatile e lo smartphone, Mekonnen cattura lo sguardo e lo spirito ottimista dell’Africa moderna. La strada per Shire, quasi 1100 chilometri attraverso gli altopiani dell’Etiopia, è stata recentemente completata da una società di costruzioni cinese. Simili reti stradali, costruite da ditte cinesi, s’irradiano dal Addis Abeba collegando villaggi, città, regioni periferiche e Paesi vicini dell’Africa orientale. Solo pochi anni fa questi luoghi remoti e il loro popolo erano isolati. La Cina fornisce all’Etiopia le connessioni nelle telecomunicazioni con  telefoni cellulari e internet praticamente ovunque. La copertura delle rete deve ancora migliorare, ma i grandi benefici allo sviluppo sociale sono già elevati. Servizi pubblici, imprese e commercio, istruzione e strutture sanitarie sono solo alcuni dei settori migliorati in questi ultimi anni, attraverso la diffusione delle telecomunicazioni moderne.
Storicamente, Addis Abeba è la capitale diplomatica dell’Africa, la città sede dell’Unione africana, l’organizzazione che rappresenta le oltre 50 nazioni del continente. L’anno scorso ha visto l’inaugurazione della nuova sede dell’UA, un edificio che sovrasta il centro di Addis. Il finanziamento e la costruzione del nuovo complesso dell’AU sono un regalo del governo cinese per celebrare il 50° anniversario della fondazione dell’organizzazione. Un simbolo che la dice lunga sul partenariato strategico crescente tra Cina e Africa. Un altro importante progetto cinese ad Addis è la costruzione di una rete ferroviaria per la città. Ci vorranno altri due anni per completarla, ma enormi vantaggi nel trasporto andranno ai sei milioni di abitanti della città. Un collegamento anche stradale è in corso, tra la capitale etiope e Gibuti, a nord-est. Quest’ultimo Paese è strategicamente situato sul Corno d’Africa all’ingresso del Mar Rosso sull’Oceano Indiano. Questo snodo commerciale promuoverà il grande sviluppo economico dell’Etiopia, in gran parte grazie al coinvolgimento della Cina. La storia della partnership di sviluppo dell’Etiopia con la Cina è tipico di ciò che accade nel continente. Negli ultimi tre anni, la Cina avrebbe stanziato 100 miliardi dollari di investimenti in quasi ogni Paese africano. Le attività investite comprendono industrie del petrolio e del gas, infrastrutture civili come università, ospedali e trasporti, nonché una vasta gamma di attività minerarie. La famosa ricchezza mineraria dell’Africa è ciò che in gran parte spinse i colonizzatori europei al famigerato assalto all’Africa di oltre un secolo fa. Nonostante i decenni di sfruttamento rapace europeo, fin quando gli Stati africani ebbero l’indipendenza politica negli anni ’60, il continente possiederebbe ancora alcuni dei più grandi giacimenti di risorse naturali della Terra, come petrolio e gas, oro, argento, diamanti e molti metalli industrialmente preziosi come ferro, stagno, rame, molibdeno e tungsteno. Di particolare valore strategico sono le prodigiose riserve di minerale di uranio, il combustibile nucleare primario, in diversi Paesi africani.
Il coinvolgimento della Cina nello sviluppo dell’Africa si basa su una pianificazione strategica durevole. Con una popolazione in espansione di oltre un miliardo di persone, il governo di Pechino sa che deve assicurarsi l’approvvigionamento di materie prime anche in futuro. Vede giustamente l’Africa come fonte cruciale. Ma a differenza del retaggio europeo in Africa, basato su conquista militare, oppressione e sfruttamento spietato a senso unico, la Cina adotta l’approccio di un partenariato totalmente diverso, nel suo rapporto con l’Africa. Ciò riflette in parte la differenza  filosofico-politica ed etico-culturale, ma è anche un calcolo pragmatico della Cina per stringere un contratto strategico sostenibile con l’Africa. E gli africani apprezzano la reciproca opportunità di sviluppo offerta dalla Cina. Per decenni, l’Africa era sinonimo di povertà e di privazione. Questa definizione, dalle sfumature razziste, implicava che il continente nero fosse intrinsecamente arretrato. La realtà, tuttavia, è che la povertà dell’Africa è una manifestazione del sottosviluppo imposto dagli europei, derivante dalla natura del rapporto da sfruttamento intensivo. La nominale indipendenza politica dalle potenze coloniali europee non poteva superare l’eredità della povertà cronica imposta. Enormi ricchezze venivano semplicemente estratta dall’Africa dai colonizzatori europei con un trascurabile ritorno in investimento e sviluppo. La Repubblica dell’Africa Centrale ne offre un esempio classico. L’ex colonia francese ha una superficie equivalente alla Francia, ma una popolazione pari al sette per cento. Il Paese africano ha una ricchezza naturale abbondante in minerali e agricoltura. Eppure, anche prima della recente epidemia di conflitti, povertà e fame erano dilaganti. Nei decenni di dominio coloniale, i francesi hanno solo lasciato in eredità una sola strada nel Paese oltre la capitale amministrativa Bangui. La Francia ha saccheggiato questa colonia, come ha fatto altrove in Africa, con uno spericolato processo estrattivo delle materie prime. Gran parte dell’oro che si trova nel Tesoro Nazionale della Francia di Parigi proviene dalla Repubblica Centrafricana. La stessa eredità di sviluppo stentato e privazioni strutturali in Africa fu lasciata dalle altre ex-potenze coloniali europee. Inoltre, gli istituti finanziari occidentali, in particolare il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, aggravarono le catene coloniali dell’Africa con pratiche usurarie. Le disposizioni finanziarie predatorie avevano poco a che fare con un vero  sviluppo e più con la massimizzazione dei profitti di Wall Street o dei governi occidentali, intrappolando tali Paesi con debiti infiniti. Ciò provocò la corruzione tra le élite politiche africane, che esacerbò il sottosviluppo. In netto contrasto, la Cina ha iniettato liquidità in Africa con favorevoli termini di rimborso e volte allo sviluppo di infrastrutture specifiche. Gran parte della finanza cinese avviene sotto forma di sovvenzioni, operando in modo che gli imprenditori cinesi possano costruire un’università o una rete stradale in cambio di una concessione mineraria a detrimento dei concorrenti occidentali.
Gli africani comprensibilmente agiscono per fare sfruttare la ricchezza formidabile dei loro Paesi e per godere dei benefici di un sano sviluppo atteso da tempo. Gli africani vedono la Cina portare quel capitale d’investimento vitale di cui erano affamati da decenni a causa dell’eredità coloniale europea. Ma ora, grazie alla Cina, le regole del gioco cambiano rapidamente in favore dell’Africa. Non è un caso che le capitali occidentali cerchino segretamente di rinnovare la presenza militare in Africa. Su questo punto, i francesi sembrano essere avanti con quattro grandi interventi militari negli ultimi quattro anni in Costa d’Avorio, Libia, Mali e attualmente Repubblica centrafricana… Il pretesto dichiarato pubblicamente della “preoccupazione umanitaria” è una cinica copertura delle rivalità con la Cina sulle risorse naturali. Mentre i cinesi non hanno alcuna presenza militare in Africa e fanno affari in modo del tutto legale, le potenze occidentali ricorrono alle vecchie abitudini dei sotterfugi e del militarismo. Tuttavia, i tempi sono cambiati in modo significativo. Gli africani hanno imparato ad amare le lezioni della storia e sanno che i loro migliori interessi sono con la Cina e le economie asiatiche di Corea del Sud e Giappone.
Come Mekonnen, il giovane studente universitario, ha detto: “Tutti i Paesi africani hanno grandi ricchezze naturali e potenzialità, e la Cina ci fornisce quella possibilità di svilupparci che non abbiamo mai avuto”.

CinaAfrica1La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cuba crea un grande porto

Comaguer

1383911155706440000A 50 km a ovest dell’Avana, sulla costa nord dell’isola, Cuba apre un nuovo porto nell’ambito di  una zona economica speciale ispirata direttamente alle Zone economiche speciali avviate dalla Repubblica Popolare di Cina nei primi anni ’80. Queste aree furono destinate ad ospitare una serie di porti cinesi in cui gli investitori capitalisti stranieri portarono alla rapida modernizzazione dell’industria cinese e alla formazione di una classe operaia e tecnica numerosa proiettata in questi ultimi anni nella tecnologia industriale più avanzata. E’ indiscutibile che questa frazione della nuova classe operaia cinese abbia subito le stesse condizioni che il capitalismo multinazionale imponeva ai propri salariati sotto altri cieli. Tale industrializzazione della Cina ha in primo luogo stimolato la modernizzazione del settore statale (che rimane oggi dominante nella produzione mondiale), dall’altro ha permesso alla Cina di affrontare il mercato globale in attivo, con esportazioni di gran lunga superiori alle importazioni e garantendo allo Stato cinese e alla sua banca centrale la raccolta dei frutti politici di un tesoro fiorente. Il porto e la zona industriale denominata Zona di sviluppo speciale di Mariel, quindi, mirano a far entrare, sotto il rigoroso controllo statale, capitali stranieri che potrebbero beneficiare di condizioni favorevoli, ma che oltre a formare una nuova classe di lavoratori cubani, avrà anche, nel caso di Cuba, il vantaggio di scavalcare direttamente l’embargo. In realtà nessun importante gruppo capitalista si sposterà nel cuore del mercato dei Caraibi a meno di 100 km dalla costa della Florida, se non può esportarvi la produzione. E’ probabile che le società statunitensi saranno riservate verso questa nuova opportunità, non potendo rimanere a lungo indifferenti al fatto che i loro concorrenti cinesi, europei, brasiliani o altri se ne avvantaggino. E sarà verificata l’ipotesi che la perdita dell’egemonia economica gradualmente comporti la perdita dell’egemonia politica. La creazione del nuovo porto industriale è di per sé un esempio di tale trasformazione.
La costruzione di infrastrutture portuali (banchine, strade …), è opera del gruppo edile brasiliano Odebrecht che domina il mercato latino-americano. I lavoro, da 1 miliardo di dollari, sono  finanziati con un prestito del governo brasiliano. Il porto, con gru cinesi, riceverà le più grandi navi portacontainer e potrà smistare le merci provenienti nei Caraibi dalla Cina e altrove, attraverso l’ampliamento del Canale di Panama, una volta completato. La gestione del nuovo porto è stata assegnata all’Autorità Portuale di Singapore. Il porto di Singapore, secondo al mondo dopo Shanghai, ha assunto la gestione dei terminal per container in tutto il mondo: Italia, Belgio, Paesi Bassi, Giappone, Corea del Sud, Argentina, Panama. Cuba è inserita pienamente nelle reti commerciali internazionali, mantenendo il controllo complessivo di questo spazio aperto al capitale straniero. Il territorio della ZES è amministrativamente separata dal resto del Paese, il flusso di merci e personale viene monitorato. Il porto di Mariel è simbolicamente un enorme enclave, una sorta di replica storica della statunitense Guantanamo all’altra estremità dell’isola. Guantanamo ha perso la sovranità con la vergognosa occupazione straniera ostile. Mariel, avvia lo sblocco dall’embargo all’isola imposto per sei decenni dal potente vicino, recuperando il diritto di commerciare liberamente.

Un’altra storia di Mariel
La baia e il porto (piccolo all’epoca) di Mariel erano al centro della stampa internazionale nel 1980. All’epoca, il governo cubano ancora soggetto a pressioni e tentativi di destabilizzare degli Stati Uniti, era alle prese con le conseguenze economiche dell’embargo. Decise di aprire la porta ai cubani chi volevano lasciare il Paese e che organizzarono manifestazioni più o meno violente per andarsene. Dal 20 aprile 1980 e per 5 mesi, 125000 cubani s’imbarcarono su piccole imbarcazioni per Key West, punta meridionale della Florida. Erano noti nel Paese come “marielitos“. Non potendo accusare Castro di tenere gli oppositori in prigione, la propaganda occidentale cambiò discorso pretendendo che avesse lasciato partire ritardati e condannati. Ce n’erano, ma in piccole proporzioni, non superando il 2% del totale. Infatti i servizi d’immigrazione statunitensi furono travolti dal flusso inaspettato e, allo stesso tempo furono paralizzati dal timore che una parte di tali emigranti fossero agenti cubani. Carter fu costretto a negoziare un accordo con Castro per regolarizzare tale ondata di emigranti. Molti entrarono nella comunità cubana di Miami e gradualmente trovano posto nell’economia locale. Ma questa massa venne parzialmente occultata dall’industria mediatica degli Stati Uniti, che produrrà una nuova versione cinematografica di Scarface con regia di Brian de Palma, nel 1983, sostituendo, però senza farne un pamphlet anti-castrista, l’Al Capone del film di Howard Hawks con uno di tali emigrati cubani, divenuto un boss del narcotraffico. Una costante nella storia degli Stati Uniti, dove ogni ondata immigratoria viene vista attraverso la minoranza di teppisti emergenti, come i mafiosi Lucky Luciano o Meyer Lansky.
Anche la letteratura seguì tale traccia, poiché lo scrittore cubano Reinaldo Arenas, perseguito dal regime cubano per la sua omosessualità e l’aspro anti-castrismo, sfuggiva alla sorveglianza della polizia imbarcandosi a Mariel. Gli si aprirono le porte delle università e degli editori esprimendo la sua ostilità verso il regime cubano. Racconta la sua partenza Mariel nella sua autobiografia “Prima che sia notte“, ma prima di morire confessò la sua delusione per la realtà sociale statunitense.

dilma-rousseff-raul-castroTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’UE ha gestito male l’accordo di associazione con l’Ucraina: l’unidimensionale copertura mediatica

Vojin Joksimovich, Modern Tokyo Times, 16 gennaio 2014
6A03FC63-8866-4F5C-8431-37768F4579E7_mw800_mh600Tra fine novembre e inizio dicembre vi furono i tumulti filo-occidentali per l’iniziativa anti-UE e pro-russa del presidente ucraino Viktor Janukovich. Janukovich ha improvvisamente abbandonato il progetto per l’Accordo di Associazione UE-Ucraina (AA), alla vigilia del vertice del partenariato orientale dell’Unione europea a Vilnius, il 28-29 novembre 2013. Il presidente russo Vladimir Putin e il suo Paese facevano un’offerta che non si poteva rifiutare. Nelle settimane successive decine di migliaia di sostenitori ucraini dell’integrazione europea, compresi gruppi finanziati dall’occidente, protestarono a Kiev subendo 35 feriti il 30 novembre, dopo scontri con le forze speciali Berkut. Successivamente, Berkut e polizia dimostrarono una notevole moderazione. Il Primo ministro (PM) Mykola Azarov chiese scusa al Parlamento per la brutale repressione, prima del voto di sfiducia presentato dai deputati dell’opposizione, e superato dal governo. La crisi politica era a un punto morto e si dissipava. Il Presidente Janukovich promise che l’incidente del 30 novembre sarebbe stato accuratamente indagato e, come già programmato, si recava in Cina, suo principale creditore. Un’alleanza fiorente tra la nazione più popolosa del mondo e uno dei territori più ricchi del mondo è all’opera.
Le scene ricordavano la “rivoluzione arancione” nel 2004, quando una settimana di manifestazioni impedirono a Janukovich di rivendicare la vittoria alle elezioni presidenziali accusate di frode. A dispetto della Russia, un governo filo-occidentale s’impose con il presidente Jushenko che subito chiese l’adesione all’UE. Nel 2005, il presidente della Commissione europea Barroso dichiarava che il futuro dell’Ucraina era nell’UE, ma il commissario per l’allargamento Olli Rehn affermò che l’Unione europea doveva evitare la super-espansione prevista nel programma di allargamento attuale verso Croazia e Paesi balcanici come la Serbia. Nel 2009, il partenariato orientale fu lanciato verso sei Paesi post-sovietici, tra cui l’Ucraina. Janukovich fu eletto presidente nel gennaio 2010. Tuttavia, questa volta il governo Janukovich poté controllare i manifestanti. Né Bruxelles né Washington ebbero lo stomaco o la leva per affrontare il Presidente Putin in un Paese come la repubblica ex-sovietica di 46 milioni di abitanti e delle dimensioni del Texas, che continua ad essere di vitale interesse per Mosca. Il segretario di Stato John Kerry dichiarò: “Gli amici dell’Europa e tutta l’Europa evitano d’impegnarsi piuttosto palesemente, pensiamo, in un’inappropriata guerra manovrata.” L’UE sospese l’attuazione dell’AA con l’Ucraina. Oggi, manifestazioni a bassa intensità sono ancora in corso. L’integrità del Paese non sembra essere in pericolo. Tuttavia, la tradizionale divisione dell’Ucraina tra est filorusso e ovest filo-occidentale continua ad essere un fattore importante.

I media occidentali
Le élite politiche e gli esperti mediatici occidentali ebbero una giornata campale spiegando la svolta degli eventi incolpando il presidente russo Vladimir Putin di bullismo verso l’Ucraina. L’editoriale del WSJ s’intitolava “La battaglia per l’Ucraina” citando Zbigniew Brzezinski che scrisse, dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica: “Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero, ma con l’Ucraina subalterna e quindi subordinata, la Russia diventa automaticamente un impero.” Il chiaro messaggio era che Putin vuole ricreare la sfera di influenza russa sull'”estero vicino”. Una definizione ampia che implica tutte le repubbliche ex-sovietiche, divenute indipendenti dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. L’Ucraina è vista come la più importante dal punto di vista geostrategico. Il 15 dicembre, il New York Times (NYT) titolava “La Russia contro l’Europa“, in cui Vladimir Putin veniva accusato di “bullismo sulla vicina Ucraina per la nuova unione doganale (simile) all’Unione Sovietica.” Nel 1989 Mikhail Gorbachev approvò la condivisione di una “casa comune europea” con la Russia. Il pezzo del NYT dice: “Quasi 25 anni dopo la casa comune europea di Gorbaciov, Putin sembra demolirla”. Inoltre, i propagandisti del NYT denigravano il governo democraticamente eletto dell’Ucraina e accusavano Janukovich di “minare la propria legittimità“. Senza dubbio Putin ha agito per salvaguardare gli interessi del “vicino estero” russo, ma i fatti sembrano indicare che ha anche salvato l’Ucraina e l’Unione europea da seri incubi economici, finanziari e politici. I media occidentali in genere l’ignorano. In altre parole, l’UE ha tentato di corteggiare l’Ucraina con quattro soldi e non c’è riuscita. Il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski disse che l’UE aveva sopravvalutato seriamente l’attrattiva della propria offerta e sottovalutato la determinazione della Russia in questo contesto. Un modo per risolvere la crisi sarebbe stato stabilire una Commissione trilaterale UE-Russia-Ucraina per trovare soluzioni soddisfacenti per tutti. Tuttavia, l’UE respinse tale idea e perseguì l’approccio basato sul puro interesse e sull’indebolimento geostrategico della Russia. La cancelliera tedesca Angela Merkel propose colloqui UE-Russia e bloccò l’adesione della Georgia alla NATO. Edward Lucas, scrivendo sul WSJ, ha detto che il fallimento dell’Unione europea nel trattare correttamente l’Ucraina è uno scandalo.

L’indirizzo del senatore McCain
Il senatore McCain, noto per il suo amore per guerre e rivoluzioni, accompagnato dal senatore Chris Murphy, si presentava a Kiev affrontando i manifestanti dicendogli: “La gente dell’Ucraina, in questo momento è con voi. Siete il futuro del vostro Paese. Questo è il futuro che vi meritate. Un futuro in Europa, un futuro di pace. Il mondo libero è con voi. L’America è con voi. Io sono con voi. L’Ucraina starà meglio in Europa e l’Europa starà meglio in Ucraina“. Ovviamente, si trattava di un’ingerenza negli affari interni di un altro Paese, il che è illegale. Il diritto internazionale è chiaro e inequivocabile su ciò, tuttavia, Janukovich ricevette i senatori.

Le relazioni Ucraina-UE
Il desiderio dell’Ucraina di aderire alle istituzioni dell’UE risale al 1994, quando l’Ucraina dichiarò che l’integrazione europea era il suo principale obiettivo in politica estera. Tuttavia, poco fu fatto da Kiev dovendo tener conto della Russia, che rimane il suo principale partner commerciale e fornitore di idrocarburi. Il 60% di tutte le esportazioni ucraine va ai tre Paesi dell’Unione doganale eurasiatica: Russia, Bielorussia e Kazakhstan. Quindi, l’Ucraina ha un convincente interesse economico nel promuovere le relazioni commerciali con l’Unione doganale, non solo con l’UE. L’Armenia aderirà all’Unione doganale nel 2014, dopo aver abbandonato i negoziati con l’UE nell’ambito dell’AA Armenia-UE. Nel 2012, l’UE aveva firmato un accordo sul libero scambio e l’associazione politica con l’Ucraina, ma dichiarò che l’accordo non sarebbe stato ratificato a meno che l’Ucraina avviasse un corso contro “il netto deterioramento della democrazia e dello Stato di diritto“, come la reclusione dell’ex-prima ministra Julija Tymoshenko nel 2011 e dell’ex ministro degli Interni Jurij Lutsenko nel 2012. Nel febbraio 2013, l’UE impose un termine di 3 mesi per effettuare i cambiamenti nei sistemi giuridico ed elettorale. Janukovich esortò il Parlamento ad adottare le leggi necessarie per rispettare la scadenza del 29 novembre, ma il parlamento, il 21 novembre, non fece passare tutte le sei proposte che permettessero a Tymoshenko di essere curata all’estero. Lo stesso giorno, un decreto del governo ucraino sospese i preparativi per la firma dell’AA.
L’AA è un trattato tra l’UE e un Paese non UE che crea un quadro per la cooperazione. L’UE ha concluso diversi AA, ad esempio con Cile, Marocco, Tunisia, Messico. Tuttavia l’AA con l’Ucraina sarebbe senza precedenti, in quanto è parte del principale strumento dell’UE per avvicinare i Paesi del partenariato orientale a standard e norme europee. Si compone di quattro capitoli generali: politica estera comune (PESC), giustizia e affari interni, un accordo globale e approfondito di libero scambio (DCFTA) e copre una serie di altre questioni tra cui ambiente, scienza, trasporti e istruzione. La PESC significa espansione della NATO. I Paesi che firmano il DCFTA devono adottare circa 350 leggi comunitarie entro 10 anni. I firmatari del DCFTA hanno accesso ai 500 milioni di consumatori dell’UE e a un mercato da 13.000 miliardi di euro, cosa molto attraente. Dopo che un Paese del partenariato orientale firma l’AA, questo deve essere ratificato da tutti i 28 Stati membri dell’UE, un processo che può richiedere diversi anni. Nonostante il fatto che non esista un chiaro riferimento alla prospettiva di un’adesione, la portata e le obbligazioni corrispondono o superano quelle dell’accordo di stabilizzazione e di associazione (ASA) firmato dalla Serbia nel 2008. Dal 2009 il governo serbo ha iniziato unilateralmente ad attuare i suoi obblighi. La Serbia ha chiesto l’adesione all’UE nel dicembre del 2009. Nel febbraio 2012 ha avuto lo status di candidato. L’avvio dei negoziati per l’adesione è programmato per gennaio 2014.

La crisi finanziaria dell’Ucraina
L’Ucraina è impantanata nella recessione, nel calo delle riserve in valuta estera, nei 15 miliardi di dollari di prestiti sospesi dal FMI, dai rendimenti obbligazionari e dal costo per consolidare il debito nei confronti dell’aggravarsi del default, che la trascina verso la bancarotta fallimentare, così il Presidente Janukovich ha iniziato a cercare nuovi prestiti. Prima chiese all’UE e al FMI, ma l’UE offriva troppo poco e le condizioni del FMI per i prestiti erano troppo dure. Janukovych definì l’offerta dell’UE di 800 milioni dollari “umiliante”, considerando il costo dell’adeguamento alle norme dell’UE che Janukovich stimava a 19 miliardi di dollari all’anno, o circa 200 miliardi di dollari nel prossimo decennio, superiore al PIL annuo corrente del Paese. Il PM Azarov disse che l’Ucraina prevedeva di avere un prestito di 27,5 miliardi dall’Unione europea prima di firmare il AA. L’Unione europea respinse l’idea del prestito dicendo che l’UE non deve farsi coinvolgere in una guerra delle offerte sul futuro dell’Ucraina. L’integrazione economica nell’UE è un percorso di modernizzazione. Tuttavia, i benefici del libero scambio sono lenti, quando ci sono. Inizialmente, si subisce uno shock competitivo ed effetti negativi. L’autore non ha osservato alcun beneficio rilevante in Serbia. Anche alcuni aderenti come Bulgaria e Romania non hanno visto dei benefici, finora. La Grecia ne ha beneficiato inizialmente, ma ora subisce un 25% di disoccupazione e la trappola debitoria. Alcuni sostengono che il libero commercio assicura il saccheggio a scopo di lucro, la disoccupazione e la trappola del debito. La Russia ha salvato l’Ucraina con un aiuto senza precedenti, che dovrebbe consentire all’Ucraina di superare la crisi. La Russia ha prestato all’Ucraina 15 miliardi di dollari e ridotto il prezzo delle forniture di gas naturale del 50%. Il PM Azarov ha detto: “Senza l’accordo, l’Ucraina sarebbe finita nel fallimento e nel collasso sociale“.

L’AA è il cavallo di Troia della NATO?
Dennis Kucinich, ex membro del Congresso per 16 anni e candidato alla presidenza per due volte, ha scritto un articolo intitolato “il cavallo di Troia della NATO galoppa verso la ‘primavera ucraina’?“, per l’Huffington Post del 13 dicembre. Kucinich si domandava se l’AA venisse spacciata quale vantaggio economico ai cittadini ucraini, ma de facto sembrava essere il cavallo di Troia della NATO: una massiccia espansione militare della NATO nella regione, l'”estero vicino” russo. L’Ucraina condivide un confine di 1426 miglia con la Russia. “Il mondo geopolitico della Russia verrebbe drammaticamente rimodellato, con la difesa missilistica in Ucraina, alle porte della Russia.” Va ricordato che nel 1989 GHW Bush promise a Gorbaciov che la NATO non si sarebbe espansa verso i confini russi, permettendo a Mosca l’indipendenza delle sue ex-repubbliche. Ora, le ex-repubbliche di Estonia, Lettonia e Lituania sono membri della NATO. Altri Paesi dell’Europa orientale: Albania, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Romania e Slovenia ne sono anch’essi membri. Non c’è dubbio che Washington vuole che i restanti Paesi dell’Est europeo ne diventino membri. La Serbia ha resistito alle pressioni finora, per via dell’impopolarità della NATO presso la popolazione per i bombardamenti della Serbia nel 1999. Il piccolo Montenegro, con una popolazione di circa 500000 abitanti, è prossimo ad entrarvi. Inoltre, è ben noto che gli Stati Uniti spingono rudemente per allargare la NATO in Ucraina, Finlandia e Georgia. L’accerchiamento della Russia è all’ordine del giorno da molto tempo, presumibilmente per balcanizzare la Russia (farla a pezzi), com’è successo alla Jugoslavia. Anni fa, Brzezinski disse che 68 repubbliche erano previste al posto della Russia. Il Segretario generale della NATO accolse con favore i risultati del vertice di Vilnius congratulandosi con Azerbaigian, Georgia e Moldavia nella scelta sovrana di compiere importanti passi avanti nelle loro relazioni con l’UE “con determinazione, coraggio e duro lavoro.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I limiti della globalizzazione e la cooperazione economica dei BRICS

Aleksandr Salitzkij Strategic Culture Foundation 14/01/2014

8286393751_f615346299_zAll’inizio del dicembre 2013 il ministero dello Sviluppo Economico (MSE) russo ha ospitato un convegno internazionale BRICS: Prospettive per la Cooperazione e lo Sviluppo, organizzato da dipartimento Asia e Africa del MED, Russian Foreign Trade Academy (RFTA) e Ufficio della pianificazione russo in sostegno ai programmi di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP). L’evento aveva una serie di proposte interessanti. Ha anche dimostrato che le nozioni esistenti sulla globalizzazione e il policentrismo sono piuttosto vaghe. La stessa affermazione dei BRICS (inizialmente il triangolo Russia – India – Cina) risale al noto evento del 1999, quando l’allora Primo Ministro russo Evgenij Primakov rientrò dal volo diretto negli Stati Uniti per una visita, proprio quando la NATO iniziò a bombardare la Jugoslavia. V’era la sensazione che fosse il momento per imporre dei limiti alla globalizzazione politica (come attuata dall’occidente alla fine del XX.mo secolo) mentre i suoi aspetti economici finivano sotto dure critiche dopo la crisi del 1997-1998… Ecco perché sarebbe probabilmente servito allo scopo accettare la definizione iniziale dei BRICS come sorta di “consenso negativo” (1), rifiuto collettivo del mondo unipolare che si affermava a cavallo del nuovo secolo, come molti credevano in quei giorni. I grandi Paesi delle periferia e semi-periferia erano troppo grandi per dipendere dal nucleo del sistema globale. Il “nucleo” non riusciva nel tentativo d’imporre la propria volontà, quindi era l’occasione per passare ai metodi violenti (i bombardamenti della Jugoslavia del 1999). Anni sono passati da allora dimostrando che una struttura policentrica mondiale è un vero e utile contrappeso. Da un lato non si rifiuta la globalizzazione, dall’altra parte se ne critica collettivamente la versione occidentale, rafforzando la sovranità nazionale dei grandi Stati che non appartengono all’occidente o a gruppi regionali da esso istituiti.
L’avvento del policentrismo nel nuovo secolo ha coinciso con i notevoli risultati economici dei membri dei BRICS sullo sfondo del rallentamento e delle crisi emergenti dei Paesi sviluppati. Il crescente peso economico e politico dei BRICS, divenuto particolarmente tangibile dopo la crisi del 2008-2009, non è sufficiente per consentire a questi Paesi di cambiare drasticamente l’ordine mondiale. Sono troppo piccoli per cambiarlo, ma abbastanza grandi per migliorarlo. Ecco perché il loro obiettivo principale potrebbe essere definito come mantenimento di una crescita economica abbastanza grande per affrontare gli importanti problemi infrastrutturali, sociali, tecnologici ed ecologici. La crescita va orientata al rafforzamento del policentrismo nel microsistema. Il policentrismo include i singoli caratteri degli Stati membri dei BRICS. L’individualismo è inconcepibile senza progetti socio-economici indipendenti. Le decisioni non standard dovrebbero essere perseguite dai responsabili della strategia per la cooperazione economica dei BRICS. Le decisioni non devono essere più mirate ad utilizzare al massimo le interazioni (commercio, investimenti, ecc), ma piuttosto nel prevedere un sostegno all’indipendenza. L’obiettivo è definito dalle posizioni dei membri dei BRICS, in cui nessuno sembra guidare un gruppo d’integrazione regionale occidentale (lo stesso “consenso negativo”). C’è anche un consenso positivo tra i Paesi BRICS. L’indipendenza sostenuta è necessaria a mantenere un vero policentrismo o il ruolo delle  potenze regionali competenti. La loro crescita economica è di straordinaria importanza per i piccoli Paesi confinanti, che spesso non hanno mercati alternativi in cui vendere i loro prodotti. È opportuno adottare il principio d’intercambiabilità e del regionalismo nel rapporto con Paesi e Stati limitrofi. C’è qualcosa di molto diverso da menzionare riguardo il rapporto tra gli Stati membri dei BRICS (potenzialmente due di essi sono più grandi di tutti i gruppi regionali). Ad esempio, il coordinamento affidabile dei progetti di sviluppo a lungo e medio-lungo termine. Con l’idea di evitare d’infliggere danni ai partner regionali e che le azioni globali collettive sono efficaci.
Due aspetti sono i principali fattori dei vincoli concettuali che determinano lo sviluppo della strategia di cooperazione economica. Uno è che la globalizzazione continuerà ed è importante non lasciare che il processo di cooperazione dei BRICS “ne sia in ritardo”. Spronando diverse proposte relative all’introduzione di preferenze reciproche e la ricerca della “globalizzazione di nuovo tipo”. Comunque, il postulato che la globalizzazione continuerà non è indiscutibile. C’è la sensazione che il processo rallenti o addirittura finisca dopo aver raggiunto i suoi limiti. Cosa confermata dai dati sugli investimenti diretti negli ultimi anni e dalle dinamiche piuttosto lente del commercio mondiale, un terzo del quale rientra nel conteggio ricorrente dei beni in circolazione lungo le filiere globali del valore che, secondo diverse stime, rappresentano il 60-80 per cento del commercio mondiale (non è un limite?).
Gli autori del rapporto 2013 della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) dice direttamente che il ritorno alla strategia di pre-crisi incentrata sull’esportazione non è possibile per via della stagnazione della domanda dei consumatori nei Paesi in via di sviluppo. L’alternativa è dare impulso alla domanda interna e regionale dei consumatori nei Paesi in via di sviluppo in ritardo e fornire incentivi alla crescita delle industrie nazionali orientate verso questi mercati. Cosa cui molti programmi (insourcing, reshoring) dei Paesi sviluppati sono dedicati. In realtà questi programmi sostituiscono le importazioni. Un altro fattore determina l’esaurimento della globalizzazione. I servizi rappresentano una quota notevole della domanda dei consumatori, mentre l’economia cresce. La maggior parte dei servizi (a differenza delle materie prime) non può rientrare nelle partecipazione internazionali per via dei limiti imposti da lingue nazionali, cultura, ecc. Non è escluso che siamo al limite tra due grandi ondate di sviluppo economico mondiale, forse è l’inizio della fase focalizzata sullo sviluppo non esterno ma interno. Pur guardando ai due progetti transoceanici sponsorizzati dagli Stati Uniti, si può notare il desiderio di isolarsi da certe tendenze globali. Una delle ragioni che spiegano la dissolvenza della globalizzazione sono gli ampi divari dello sviluppo tra le regioni interne degli Stati, particolarmente grave per i membri dei BRICS.  Ecco perché non è necessario accelerare la cooperazione nei BRICS per spingerla lungo le vecchie rotaie “globali”, che potrebbe anche rivelarsi perniciosa in un certo senso. Inoltre, la “nuova globalizzazione” nei BRICS tende al trattamento preferenziale della Cina da parte degli altri Stati-membri, quando le conseguenze della sua espansione economica esterna non sono state studiate sufficientemente, il fenomeno è recentissimo e il Paese è assai competitivo e implacabile, se si può dire così. Poco si sa presso i partner degli obiettivi della politica finanziaria e monetaria della Cina. Forse questi temi delicati devono essere discussi nei BRICS, in futuro, con ulteriori misure per proteggere lo sviluppo dei mercati interni.
brics-logo630Il secondo aspetto impone vincoli concettuali alla strategia dello sviluppo economico dei BRICS, ed è la necessità di creare strutture organizzative parallele alle differenti entità globali. Questa ridondanza è quasi giustificata. Pur condividendo il malcontento per l’inefficienza degli istituti globali, in particolare degli organismi finanziari, si possono porre altre domande. Si deresponsabilizzano le strutture globali esistenti? Un’altra domanda: gli istituti paralleli a quelli globali creati nel quadro dei BRICS, ridurranno il divario tra l’economia finanziaria e l’economia reale? La maggior parte degli esperti ritiene che ciò sia il principale svantaggio dei sistemi finanziari e creditizi di molti Paesi. Gli esperti sul commercio e lo sviluppo della Conferenza delle Nazioni Unite ritengono che sia indispensabile rivedere il ruolo delle banche centrali nei modelli di sviluppo, in particolare allontanandone il loro status indipendente in modo che il divario possa essere ridotto. Indipendenza nazionale (intraregionale) e riduzione dei divari (anche tra i “portali” nazionali della globalizzazione e le periferie interne) potrebbe essere una solida base su cui raggiungere un consenso positivo sul proseguimento della cooperazione economica tra i membri dei BRICS, oltre a definirne l’ideologia e i criteri per progetti concreti. Il sostegno collettivo del gruppo è auspicabile nei rispettivi piani dei singoli membri, per esempio, il progetto orientale della Russia o lo sviluppo delle regioni occidentali della Cina.

1) Questa è una buona definizione dello studioso brasiliano Renato Naumann.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Algeria corre verso lo spazio

Vladimir Platov New Oriental  Outlook 06/01/2014

????????????????????????????????????????????Mentre una parte significativa del mondo arabo è costretta a subire le conseguenze della cosiddetta “primavera araba” e la radicalizzazione della società, con conseguente crescente isolamento interno ed esterno, l’Algeria apre a realizzazioni creative nazionali e al rafforzamento delle propria autorità internazionale con l’imminente lancio del terzo satellite del Paese, Alsat-3. Tale evento molto significativo potrebbe aversi nel gennaio 2014 dal poligono nazionale Hammaguir Huadu nella parte sud-occidentale del Paese. Nel 1952-1967, questo sito era un centro di prova per i vettori  spaziali francesi. Il primo satellite francese Astérix fu lanciato da qui nel 1965. Nel 1967 secondo l’accordo di Evian, il sito venne consegnato allo Stato algerino. Per assolvere una serie di compiti pratici e svolgere attività di ricerca, i Paesi arabi hanno a lungo cercato di sfruttare le grandi opportunità offerte dalla tecnologia spaziale. Tuttavia, la base produttiva sottosviluppata del mondo arabo e lo scarso livello tecnico-scientifico dell’industria spaziale furono responsabili della loro grave dipendenza dai Paesi più sviluppati in questo settore. Tuttavia, nonostante tutto, gli Stati arabi parteciparono a vari programmi spaziali internazionali: dal 1986 il sistema di comunicazione satellitare Arabsat è attivo. Questa organizzazione internazionale nell’ambito del LAS fornisce, oltre ai servizi di telecomunicazione, ricerca spaziale, osservazioni meteorologiche e navigazione.
Un maggior sviluppo della ricerca spaziale e l’uso pratico dello spazio nell’interesse dell’economia nazionale, nell’ultimo periodo, sono apparsi in diversi Paesi arabi, in particolare in Algeria. Il programma spaziale nazionale fu avviato nel DPRA molto tempo fa. Il suo principale obiettivo entro il 2020 è mettere la tecnologia spaziale al servizio dello sviluppo sociale ed economico del Paese. Nel 2001 fu creata l’agenzia spaziale algerina, responsabile dello sviluppo del programma spaziale e del coordinamento delle componenti interessate allo sviluppo della tecnologia, alla valutazione delle risorse naturali e alla tutela ambientale. Il suo obiettivo è lanciare 10 satelliti entro il 2017. Il Paese cerca di crearsi una propria infrastruttura per il monitoraggio e il controllo degli oggetti spaziali, nonché di creare una base per l’addestramento del personale per l’industria spaziale nazionale. Il programma spaziale algerino è un grande modello promettente per gli altri Paesi arabi.  Negli ultimi tredici anni, l’Algeria è riuscita a mettere due satelliti in orbita. Il primo satellite algerino, Alsat-1, fu creato con il sostegno del Regno Unito nel 2003 e lanciato dal cosmodromo russo di Plesetsk. Fu progettato per il telerilevamento, nel quadro dei programmi internazionali per il monitoraggio della superficie della Terra e la prevenzione dei danni delle calamità naturali. Il secondo satellite algerino, Alsat-2B, fu creato nell’impianto produttivo nazionale di Orano, e fu lanciato nel 2010 dal Satish Dhawan Space Centre (Chennai) in India.
Essendo uno dei più grandi Stati dell’Africa, in termini territoriali, l’Algeria ha un oggettivo bisogno di satelliti d’osservazione, importanti particolarmente riguardo le calamità naturali significativi e i focolai di tensione in alcune aree del Paese. Gli algerini non dimenticano la loro storia recente, quando un certo numero di Paesi respinse la richiesta di fornire informazioni satellitari per le operazioni antiterrorismo sul loro territorio nazionale. Dal 2002, l’Algeria è avanzata sulla strada verso l’esplorazione spaziale sviluppando una propria ricerca e una propria base produttiva in questo settore. Ciò ha permesso al Paese di cambiare lo status da osservatore della commissione per gli usi pacifici dello spazio extra-atmosferico (COPUOS) a suo membro permanente. Inoltre, i sottocomitati scientifici di questa struttura furono diretti dal Paese per due volte, nel 2008 e nel 2009. L’esperienza accumulata nel trattare i dati satellitari consente all’Algeria il coordinamento regionale nella prevenzione delle catastrofi e del programma di emergenza “UN SPIDER” riguardante il Nord Africa e la regione del Sahara-Sahel. DPRA collabora strettamente nell’esplorazione pacifica dello spazio con una serie di Paesi, non solo con i leader dell’industria spaziale mondiale, ma anche con Stati africani come Sud Africa, Nigeria e Kenya. Secondo gli esperti internazionali, dopo il lancio del proprio satellite dal proprio sito di lancio, a gennaio 2014, l’Algeria occuperà il suo legittimo posto tra le altre potenze spaziali, rafforzando ulteriormente il prestigio internazionale del Paese.

Vladimir Platov, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Oriental  Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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