La Svolta: la Battaglia per al-Qusayr

Artiglieria, aeronautica e fanteria assistiti da Hezbollah e dai guerriglieri della Forza di Difesa Nazionale nella battaglia contro i gruppi militanti radicali divisi
Alaa, Haider, Wafa, Leith, Syrian Perspective, Sham FM – Syria Report 21 maggio 2013

984317In seguito a controllo dei villaggi che circondano la città chiave di al-Qusayr nella provincia di Homs, gli aerei siriani hanno lanciato volantini sulla città il 10 maggio. I volantini informavano i civili della città assediata di un corridoio a nord, attraverso cui venivano invitati a evacuare, in attesa dell’imminente offensiva per sradicare i militanti presenti. Gli osservatori si aspettavano una pronta offensiva, ma a causa della pausa per l’evacuazione dei civili, l’assalto era stato rinviato al 14 maggio circa. Recentemente, articoli suggeriscono che i civili che cercavano di andarsene sono stati costretti a rimanere, utilizzati come scudi umani dalle frammentate fazioni dei militanti.

Perché è importante al-Qusayr?
Al-Qusayr è una piccola città con una popolazione compresa tra 30.000 e 50.000 abitanti, a circa 9 km dal confine nord del Libano. Si trova anche a 22 km a sud-ovest di Homs. Grazie alla sua vicinanza al Libano, al-Qusayr occupa una posizione interessante nel traffico di armi e di persone per i gruppi militanti. Al-Qusayr è un nodo strategico tra Damasco, le coste, Homs, Hama e Aleppo. Da marzo, l’esercito siriano è all’offensiva, sorvegliando le aree chiave di Aleppo, provincia di Damasco, Dara’a e Homs. L’obiettivo principale di queste operazioni puntiformi è la disgregazione e l’eliminazione delle linee di rifornimento dai Paesi vicini, la linea di sicurezza che consente ai gruppi militanti di continuare il loro logoramento delle installazioni dell’esercito siriano, come le basi aeree. Nel Rif Dimashq (provincia di Damasco) in particolare, le organizzazioni militanti hanno intensificato i tentativi di boicottare la vita quotidiana a Damasco con continui lanci di razzi e colpi di mortaio, e con le autobombe.
A seguito di uno straordinario dispiegamento di artiglieria e potenza aerea, il 19 maggio le forze siriane ed alleate, distaccamenti dei guerriglieri delle Forze di Difesa Nazionale (NDF) ed Hezbollah, hanno preso d’assalto al-Qusayr. Entro il primo giorno, il centro della città è stato occupato secondo testimonianze dalla chiesa, distrutta dai militanti, al-Qusayr ha una significativa popolazione cristiana. Secondo la nostra fonte, la più grande sfida per le truppe siriane e i suoi alleati guerriglieri, sono i militanti ceceni e i cecchini ben addestrati. Sottolineando l’importanza logistica e strategica della città, sono stati segnalati insorti ben armati che costantemente sparano centinaia di colpi al minuto, mentre schierano mortai e lanciarazzi. Il 20 maggio, è stato segnalato che l’esercito siriano aveva il controllo di oltre il 60% della città. Da allora, l’avanzata è stata indicata rallentare, ma in modo significativo essendo il ruolo delle unità aeree e blindate divenuto più limitato, utilizzando la fanteria con l’obiettivo di combattere in una zona densamente abitata. Significativamente, il comando siriano ha lasciato aperta la via di uscita a nord della città. Inizialmente, questo era il corridoio per i civili invitati ad evacuare nei giorni e nelle settimane prima dell’assalto. Poco si sa del motivo di una tale decisione, ma è molto probabile che sia al fine di attirare gli avversari in campo aperto per consentirne un bombardamento preciso e la sconfitta finale dei militanti armati che hanno esaurito i rifornimenti durante il loro accerchiamento. In effetti, una scissione in due gruppi si è avuta a seguito dell’accerchiamento quasi totale della città, tra coloro che vogliono combattere fino alla morte e coloro che vogliono evacuare in previsione dei bombardamenti di saturazione siriani sulla città.
Ad oggi, la progressione rimane lenta ma costante. Le varie brigate militari coinvolte nell’assalto multi-direzionale sulla città convergono nella zona sud, preparandosi a un assalto a ovest. La battaglia non è finita e che ne sarà dei rimanenti avversari nel corridoio settentrionale della città, resta da vedere. Il seguente video, girato nella periferia della città documenta l’inizio dell’assalto:


Dopo la battaglia di al-Qusayr

Una mappa pubblicata da Syrian Perspective, che mette in luce la strategia dell’esercito siriano.
syrpermapCome notato, i dintorni di al-Qusayr sono stati oggetto dell’accerchiamento e dell’ammassamento delle truppe siriane e alleate. A nord-ovest della città, i villaggi di al-Hamidiyah e al-Haydariya sono stati assicurati, completando una rete di postazioni e trincee intorno ai ribelli. Si prevede che i gruppi militanti saranno completamente circondati, assediati ed eliminati in modo da assicurare il Governatorato (provincia) di Homs nella sua interezza. La strategia dell’esercito per assicurare le città più importanti, cittadine e gli altri centri abitati, ponendo meno enfasi sulle posizioni rurali isolate, ha pagato. E’ possibile che l’esercito e i suoi alleati controlleranno pienamente l’ovest del Paese e si muoveranno verso est nel tentativo di affrontare al-Qaida e altre fazioni particolarmente attive in quella regione. Si notino le posizioni circostanti la città Hama, tra cui Talbiseh e Rastan.

Dalle previsioni sul crollo dell’esercito siriano alle continue vittorie sul campo
Le relazioni sulle nuove strategie di contro-insurrezione nei primi mesi del 2013, sembrano indicare dare frutti, con un netto aumento del morale delle truppe siriane. Rapporti da Damasco indicano un’amministrazione sempre più sicura. Più di recente, il trasferimento dalla Russia dell’avanzato missile anti-nave P-800 Oniks/Jakhont, sottolinea la posizione di Mosca sul conflitto, contraria all’intervento straniero. Una marcata rielaborazione dei metodi dell’esercito siriano può essere fatta risalire alle ultime settimane del 2012, quando rapporti sulle “vittorie dell’opposizione” venivano attribuite nella cattura di installazioni insignificanti e di posizioni isolate dell’esercito siriano. In realtà, i rapporti suggeriscono che gli strateghi militari avevano deciso contro la difesa di avamposti strategicamente poco importanti, a favore del consolidamento operativo delle truppe e degli equipaggiamenti, al fine di perseguire il confronto diretto con le organizzazioni militanti. L’esame della tendenza dell’esercito siriano verso la dottrina militare sovietica, dagli anni del presidente Hafiz al-Assad, e la stretta relazione tra l’Unione Sovietica, e oggi la Russia, sono importanti. Le lezioni russe dalla costosa guerra in Cecenia e la conseguente sconfitta dei gruppi jihadisti militanti, sono la chiave per una maggiore comprensione della logica siriana nell’affrontare gruppi militanti trincerati e spesso inafferrabili. Inoltre, il materiale militare sovietico ha avuto molte opportunità di presentare difetti e vantaggi.
L’esercito siriano, mal preparato all’assalto militante asimmetrico, armato e finanziato dall’estero, si è dimostrato notevolmente resistente. Nonostante l’hardware militare cruciale sia vecchio, è costituito però da veicoli e velivoli affidabili gestiti da personale ben addestrato, consentendo alle forze armate siriane di adottare una strategia di successo. In effetti, la narrazione dei media occidentali ha eseguito un’ampia inversione, dall’esercito che aveva i giorni contati, in ritirata, afflitto da defezioni e vicino al collasso. Invece erano assenti dalle notizie sui media occidentali, che spesso citano presunti esperti, rapporti esatti sulla dottrina dell’ordine di battaglia dell’esercito siriano, che indicavano la reputazione di uno degli eserciti meglio addestrati ed attrezzati della regione. Vale la pena considerare anche, che l’esercito ha spezzato i due assedi molto seguiti di Wadi al-Daif e Hamidiya, presso Maarat al-Numan, a metà aprile. I lanci aerei sugli impianti naturalmente sono stati interrotti, consentendo di concentrare maggiore potenza aerea su altri importanti focolai.
Il principio del presidente Hafiz al-Assad per mantenere un esercito ben disciplinato e competente, continua. Adeguatosi alle lezioni russe sul conflitto in Cecenia e all’esperienza, all’efficacia e alle tattiche di combattimento asimmetriche di Hezbollah, l’esercito siriano è all’altezza della sua reputazione di forza organizzata e coesa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Turchia: l’effetto boomerang delle bombe di Erdogan

Bahar Kimyongür, Global Research, 15 maggio 2013
521850Il regime di Ankara parla di 51 morti negli attentati nella città di Reyhanli al confine con la Siria.  Ma la gente afferma che le autorità nascondono il numero reale delle vittime. Da parte dei media ufficiali, il black-out. Non pubblicano che i rapporti di polizia e gli scenari dettati dal AKP sul doppio attentato. E per una buona ragione: la Procura della Repubblica di Reyhanli è riuscita a convalidare un decreto di censura del tribunale di mera polizia a Reyhanli. C’è rabbia in Turchia contro il governo Erdogan e contro i suoi mercenari in Siria. A Reyhanli, tra le macerie, le persone accusano il governo turco di voler fare la guerra contro la Siria per conto degli Stati Uniti e d’Israele.

Alcuni giornalisti e blogger sfidano la censura a costo della libertà, come Ferdi Özmen che ha registrato il numero delle vittime del doppio attentato di Reyhanlì. Secondo Özmen, le vittime in sette ospedali della regione, sono le seguenti:
ospedale di Defne: 26 corpi
ospedale pubblico di Antakya: 44 corpi
ospedale di Kirikhan: 18 corpi
ospedale dell’Accademia: 6 corpi
ospedale del Mediterraneo (Akdeniz): 3 corpi
ospedale per le ricerche mediche (Arastirma): 30 corpi
ospedale pubblico di Reyhanli: 50 corpi
In totale, ci sarebbero 177 morti, e non 51 come annunciato dalle fonti ufficiali. Queste accuse non verificabili ma non smentite dal ministro della Salute Mehmet Müezzinoglu, hanno tuttavia portato all’arresto di Ferdi Özmen…
Uno studente di Samandag (Sueydiye in arabo), Meziyet Camuz, chiede giustamente:
“Il giorno dell’attacco, perché i leader dell’AKP si erano riuniti a celebrare un matrimonio (del figlio del deputato Burhan Kuzu, ndr)?
Perché Davutoglu sorrideva parlando delle vittime?
Perché le autorità agiscono come se Hatay non faccia parte della Turchia? Perché nascondono l’entità del massacro e distruggono le prove insabbiandole?
Perché non è stato decretato un giorno di lutto nazionale? I nostri fratelli defunti sono così spregevoli?
Se le bombe attraversano il confine, perché i servizi del governo, della polizia e d’intelligence non hanno fermato il veicolo?  (…)
I ribelli siriani distruggono un autocarro dei vigili del fuoco a Cilvegözü, ma a nessuno del (governo) ciò importa. Uccidono un agente di polizia, e nessuno si muove. Uccidono i miei fratelli, e il governo non se ne cura (…)” (Fonte: Portale Sol, 14 maggio 2013)
Le popolazioni di Antakya, Samandag, Mersin, Reyhanli, Iskenderun e Adana, nel meridione della Turchia, di tutte le etnie e le fedi, protestano contro il governo Erdogan.
Qui, una manifestazione a Samandag:

Nel resto del Paese, i movimenti progressisti mostrano solidarietà alle vittime degli attentati e accusano l’AKP di esserne corresponsabile. Lunedì, la polizia ha impedito una manifestazione di solidarietà con Reyhanli a Kocaeli, presso Istanbul.

Il giorno dopo, la polizia ha manganellato i manifestanti di Adana.
Al mattino, le autorità turche hanno annunciato la cattura di altri quattro esponenti della sinistra, portando a 13 il numero dei “sospetti” arrestati in relazione all’eccidio di Reyhanli. Ma, colpo di scena, il ministro degli interni Muammer Güler ha rivelato al quotidiano Hurriyet che i veri colpevoli non sono ancora stati arrestati. Il suo discorso accredita la teoria dell’interferenza e del depistaggio. Un altro scandalo, secondo alcuni giornali alternativi, 73 telecamere di sorveglianza di Reyhanli erano fuori uso al momento del doppio attentato. Il ministro degli interni ha subito smentito l’informazione.
Da parte sua, il movimento marxista-leninista DHKP-C (Partito-Fronte di Liberazione Popolare Rivoluzionario), cui alcuni sostenitori sono stati arrestati per i loro presunti legami con gli attentati, ha pubblicato una smentita in cui accusa il governo dell’AKP e i gruppi jihadisti di essere dietro gli attentati. Il DHKP-C ci ricorda nel suo comunicato sulla Siria, “i gruppi jihadisti commettono ogni giorno massacri come quello di Reyhanli” (…) “Hanno organizzato attentati simili contro i leader, ministri e comandanti militari del governo Assad, ma anche contro gli imam delle moschee, autobus scolastici, università, edifici governativi e quartieri brulicanti di gente. Hanno ucciso centinaia di persone in attentati di questo tipo, e ogni giorno commettono nuovi massacri. Dopo ognuno di questi massacri contro il popolo siriano, i leader dell’AKP dicono, minacciando, “Assad, la tua fine è vicina.”
Il movimento ribelle turco ritiene che il disagio dell’AKP, davanti all’attentato di Reyhanli, ne tradisca il “sentimento di colpevolezza”. E avverte che presto gli investigatori dell’AKP presenteranno “testimoni anonimi” o “pentiti” imputando i loro crimini ai loro nemici interni (l’opposizione di sinistra) ed esterni (Stato siriano). Questa volta, dalle proteste anti-governative in seguito all’eccidio di Reyhanli, le “teorie del complotto” dell’AKP non sembrano funzionare.
Nonostante la sua partenza per Washington, l’effetto boomerang dell’attentato di Reyhanli sembra assai doloroso per Erdogan.

Bahar Kimyongür, 14 maggio 2013
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Spionaggio USA in Venezuela: Colpo di Stato all’opera

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 18.05.2013
tracyobamalargeTracy è arrivato in Venezuela nel settembre 2012 posando da regista con il compito di seguire la campagna pre-elettorale dell’allora presidente Hugo Chavez e del candidato dell’opposizione Henrique Capriles. Ma si comportò in modo insolito fin da subito. Per esempio, non è mai apparso nel Quartier generale dell’Associazione di Corrispondenti Esteri (APEX). Perfino i corrispondenti indipendenti fanno in modo di rendere il loro soggiorno nel Paese più comodo, evitando di apparire come dei giornalisti petulanti dalle troppe domande. Tracy sapeva bene dove andare a Caracas e non trovava difficoltà nel trovare le persone giuste. Usò un elenco di individui raccomandati per stabilire i primi contatti con attivisti dell’opposizione radicale e avviarne il finanziamento delle attività. I contatti inclusero la Juventud Activa de Venezuela Unida – JAVU e il Movimento Venezuelano del 13 aprile. Strinse legami con il Movimento Rivoluzionario Tupamaro, guidato da persone che più di una volta hanno detto di esser pronte a prendere le armi se l’opposizione avesse tentato di rovesciare il governo legittimo. In particolare, Tracy cercava di valutare quanto sia potente l’organizzazione ed ammise che possiede realmente la capacità di usare la forza, così come quanto fosse efficace la sua interazione con le forze di sicurezza. Secondo SEBIN, la missione principale di Tracy era provocare conflitti e scontri tra chavisti e l’opposizione o, in altre parole, creare i presupposti per la guerra civile.
Agendo sotto copertura, Tracy è riuscito sorprendentemente a sguazzarvi sempre bene. Per esempio, ha ripreso le istruzioni ai giovani militanti dell’opposizione, contro le forze di polizia, date dal generale in pensione Antonio Rivero, figura di spicco dell’organizzazione estremista Volontà del Popolo. Ha anche ripreso i disordini vicino all’ambasciata di Cuba a Caracas, il 14 febbraio 2013. Tracy è stato visto da agenti di sicurezza del SEBIN a Puerto Cabello, dove si trova la principale base navale del Paese. Il giornalista ha prestato particolare interesse al palazzo presidenziale e ha cercato di scattarne delle foto (cosa vietata senza un permesso speciale). Facendo questo, è stato arrestato dalle guardie, che lo rilasciarono molto presto. Le guardie del palazzo erano in allerta da maggio 2004, la misura era dovuta a un tentativo di assaltare l’edificio per uccidere il Presidente Chavez da parte di una formazione di 130 cospiratori di estrema destra e di paramilitari colombiani con divise di fatica militari venezuelane. Gli analisti del SEBIN non hanno dubbi che Tracy abbia ricevuto un addestramento specifico per operare in “ambiente ostile”. La congettura è corroborata dalla sua grande abilità nel penetrare varie organizzazioni. E’ ancora poco chiaro se sia stato addestrato dalla Central Intelligence Agency, dalla Defense Intelligence Agency o dalla Drug Enforcement Administration (DEA) degli Stati Uniti. Lo statunitense non era troppo loquace quando interrogato, fingendo che il suo spagnolo non fosse adeguato. Le domande venivano poste con l’aiuto di un interprete dandogli la possibilità di pensare sulle risposte. La giornalista venezuelana Ivana Cardinale ha detto, in un articolo pubblicato da aporrea.org, che ha fatto ricerche  su Internet, subito dopo lo scandalo, per trovare qualcosa sul regista, ma non ha scovato nulla! Due-tre settimane dopo fu sorpresa nel scoprire che, “improvvisamente”, i risultati di Google mostravano informazioni e non-so-quante-foto di Tim Tracy. Forse hanno pensato che i servizi di sicurezza venezuelani sarebbero stati troppo impegnati con il Presidente Chavez in difficoltà, per prestare attenzione a un collegamento. Anche il suo passaporto aveva solo un anno di validità. Pensavano che il regime sarebbe caduto prima della scadenza?
Dopo la detenzione di Tracy, una campagna per la sua difesa venne lanciata negli Stati Uniti. Non importa quanto si dimostrassero nette le prove, gli amici e i parenti più prossimi dissero che era innocente. Beh, i genitori e un paio di borsisti universitari della Georgetown potrebbero essere stati degli attori. Ed anche le informazioni circa la sua permanenza all’università sono torbide, non concretizzate da date precise. Forse perché si crede che l’università, e giustamente, sia il centro accademico della CIA. Lo stesso presidente Obama agì in sua difesa. Durante la sua visita in America Latina, Obama disse che le accuse contro il documentarista Tim Tracy, 35 anni, erano “ridicole”. E il caso di Tracy verrà gestito come ogni altro in cui un cittadino degli Stati Uniti finisce in un “groviglio legale” all’estero. Aengus James ammette di essere amico e socio di Tracy a Hollywood, California. L’uomo è un vero regista e produttore, ma il nome di Tracy non è mai menzionato in nessuno dei suoi film. Può essere che sia stato avvicinato con la richiesta di dare una mano al connazionale, nei guai a causa della sua lotta contro il “comunismo in America Latina”. James ha accettato di aiutarlo, “Non hanno preso un agente della CIA. Non hanno preso un giornalista. Hanno preso un bambino con una macchina fotografica“, ha detto. Descriveva James Tracy come “senza paura”, ma anche un po’ donchisciottesco. “Tutta questa storia è nata durante una festa nel sud della Florida”, ha detto. “Ha incontrato questa ragazza carina che gli dice: ‘Se sei veramente un documentarista, verrai a raccontare la storia di ciò che sta accadendo in Venezuela’, e se dici una cosa del genere a Tim, lui va, anche se non conosce una sola persona o non sa nulla della situazione politica o delle conseguenze.” James ha davvero inventiva nel raffigurare Tracy come un uomo che si tiene lontano dalla politica, con l’inclinazione alle avventure, troppo vivace e ingenuo per i suoi 35 anni. Che cosa volete da uno come lui?
Apparvero articoli sul materiale raccolto da Tracy per un film sulle organizzazioni criminali che operano nel nord degli Stati Uniti nel contrabbando, nella droga e nella tratta di esseri umani. Ma dove è il film? Forse Tracy ha agito come regista da qualche parte nella zona di frontiera canadese, ma in realtà ha lavorato per la DEA mantenendo i locali trafficanti di droga sotto sorveglianza. Non è forse la ragione per cui i funzionari degli Stati Uniti indugiarono quando il caso di Tracy venne alla ribalta? Le attività della DEA sono vietaei in Venezuela a causa del precedente coinvolgimento dell’agenzia nel raccogliere informazioni su politici e militari venezuelani. Coloro che furono reclutati, sono stati utilizzati per gestire il traffico di cocaina o per operare contro il governo di Chavez. La situazione nel Paese è già abbastanza complicata, l’ambasciata degli Stati Uniti è sotto stretto e intensificato controllo dalle forze dell’ordine venezuelane. E non poteva essere altrimenti, se si prendono in considerazione i diversi fatti sul coinvolgimento dell’ambasciata in cospirazioni, tra cui il tentato colpo di Stato dell’aprile 2002 e lo “sciopero del petrolio” tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003. Ecco perché operatori come Tracy vengono inviati in Venezuela per pianificare un altro complotto. Con Washington che vede, nella situazione dopo le elezioni del 14 Aprile 2013, quando Maduro ha vinto con un vantaggio stretto, favorevole a un “cambio di regime” con il “soft power” e l’aiuto dei leader e degli studenti dell’opposizione.
Gli Stati Uniti ritengono che vi sia la solida possibilità di credere che la sconfitta di Capriles possa essere trasformata in una revanche, aumentando gradualmente la pressione sul leader bolivariano.  L’opposizione agisce liberamente, controlla l’80% dei canali TV e delle stazioni radio che ne diffondono la propaganda, i giovani radicali incitano le proteste nelle grandi città, con tentativi di bloccare gli edifici amministrativi, e le forze di polizia vengono provocate in azioni repressive.  L’opposizione possiede un potenziale di mobilitazione con cui fare i conti. In determinate circostanze può ripetere le manifestazioni dell’aprile 2002, quando Chavez fu temporaneamente costretto a lasciare il potere. L’inflazione, scarsità di cibo causata dalle società private (la ripetizione dello scenario cileno), campagne di propaganda che gonfiano la questione della corruzione ai vertici in modo sproporzionato, qualcuno che ha sempre qualche motivo di esser stufo dei politici del “periodo di Chavez”, alcuni dei quali appartengono alla “quinta colonna” nel governo, tutti questi problemi sono davvero difficili da affrontare. Nicolas Maduro saprà evitare uno scenario tipo aprile 2002, quando l’opposizione grazie a nuove nomine e a divisioni interne proprio nel palazzo Miraflores, gettò dei bolivariani dietro le sbarre senza un processo? Allora il presidente Pedro Carmona disse che Chavez doveva essere eliminato. Anche Capriles e il suo team saranno degli spietati liquidatori del potere bolivariano. Spargono sangue, ma si può essere certi che l’impero non interverrà. Questa è la legge della vendetta.
… Nell’aprile 2010 agenti del servizio d’intelligence colombiano DAS furono arrestati nello Stato di Barinas, stavano raccogliendo informazioni sulle infrastrutture energetiche venezuelane E’ ben noto che il DAS collabori strettamente con la comunità d’intelligence degli Stati Uniti. Nell’agosto 2012 un marine statunitense in pensione, che operò in Afghanistan e in Iraq, fu arrestato nello Stato di Tachira. Prima della cattura, cercò di cancellare i suoi appunti. Non molto tempo fa le autorità  dichiararono persone non grate due addetti militari degli Stati Uniti. Ufficiali patriottici  venezuelani indicarono che cercavano di reclutare agenti tra le fila dell’Aeronautica. Il numero di tali episodi è in aumento, lo testimonia il fatto che gli sforzi ostili per la raccolta d’informazioni si sono intensificati. In questo modo le informazioni sulle infrastrutture energetiche vengono utilizzate dai nemici del regime bolivariano per causare dei black-out. La gente ha dovuto attendere dei giorni prima che l’energia venisse ripristinata. Il ripetersi di tali incidenti conduce all’esasperazione degli elettori, che cresce in proporzione. Ciò fu uno dei motivi del critico passaggio a favore dell’opposizione, dalle elezioni del 7 ottobre 2012 a quelle del 14 aprile di quest’anno.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La CIA, il Qatar e la creazione di Jabhat al-Nusra

Phil Greaves, Global Research, 17 maggio 2013

556754Una recente intervista rilasciata da un ‘anonimo’ funzionario della sicurezza del Qatar, ha gettato ulteriore luce sull’invio segreto dalla CIA di armi ai militanti che combattono in Siria. In questo articolo della Reuters, il funzionario ‘anonimo’ della sicurezza e diversi comandanti ribelli confermano che il Qatar ha “strettamente coordinato i traffici di armi dirette [plurale] alla Siria“, per la presunta preoccupazione che le armi finiscano nelle mani di militanti estremisti islamici legati ad al-Qaida; gli stessi militanti, come notato in precedenza, che continuano a formare la punta di lancia della rivolta contro il governo siriano: “I combattenti ribelli in Siria dicono che negli ultimi mesi il sistema di distribuzione delle armi è diventato più centralizzato, con le armi consegnate attraverso il Comando Generale della Coalizione dell’opposizione nazionale guidata da Selim Idriss, un generale che ha disertato ed è uno dei preferiti da Washington.”
Ciò che è stato da tempo confermato dalle “fonti ufficiali” sulla stampa mainstream, è che queste spedizioni di armi sono iniziate almeno “all’inizio del 2012″. Possiamo essere sicuri, come nella maggior parte dei resoconti ufficiali, che libertà d’azione sia stata concessa con queste dichiarazioni: è assai probabile che un piccolo traffico di armi in Siria sia iniziato molto prima che le dichiarazioni di testimoni oculari, in Libia, confermassero che le spedizioni di armi dal porto di Misurata, roccaforte del Libyan Islamic Fighting Group, cominciassero subito dopo la caduta di Gheddafi. Sibel Edmonds ha anche riferito, nel novembre 2011, quindi molto prima che i grandi media lo rivelassero, che la CIA, insieme ai suoi omologhi turchi e della NATO, operava dal “centro nevralgico” congiunto statunitense-turco della base aerea di Incirlik, in Turchia, coordinando ‘ribelli’ e ‘attivisti’ già dall’aprile-maggio del 2011. Edmonds teorizza che probabilmente ciò fu una delle prime fasi in cui la CIA e i suoi partner regionali avviarono il contrabbando di armi, combattenti e materiale in Siria, mentre la rivolta prendeva piede.
Molte di queste informazioni di base, ‘fonti ufficiali’ e discrepanze sui resoconti danno l’impressione che i media non diano le informazioni quando le ricevono e che trattengano gli elementi cruciali degli eventi, adattandosi alla favola delle “forze di Assad che uccidono manifestanti pacifici“. Ciò che apprendiamo dal rapporto Reuters è che il Qatar (agendo direttamente agli ordini della CIA) ha scelto di “stringere” il coordinamento delle sue forniture di armi alla Siria, non essendoci modo coerente e strutturato di distribuire le armi, una volta raggiunto il confine con la Siria: “Il Qatar ora [maggio 2013] passa alla Coalizione aiuti umanitari e militari attraverso il comando militare,” ha detto un comandante nel nord della Siria intervistato a Beirut. Ciò pone subito la domanda: chi distribuiva le migliaia di tonnellate di armi del Qatar (su ordine della CIA) prima dell’aprile 2013? L’articolo prosegue affermando: “Prima che la coalizione fosse formata, passavano attraverso gli uffici di collegamento e altre formazioni militari e civili. Ciò all’inizio. Ora è diverso, tutto passa  attraverso la Coalizione e il comando militare”. “Vi sono molte consultazioni con la CIA, che aiuta il Qatar nell’acquisto e trasferimento delle armi in Siria, ma solo come consulente” ha detto. La CIA ha rifiutato di commentare.
Questo pezzo di disinformazione deve essere preso almeno con un pizzico di sale. Quali sono esattamente gli “uffici di collegamento, e le formazioni militari e civili?” L”opposizione’ non ha mai avuto nulla di simile a una formazione militare. Indipendentemente da ciò, questo pone diversi interrogativi e serie domande sui resoconti sul conflitto siriano. Sappiamo da tempo che il principale fornitore di armi ai ‘ribelli’ era ed è tuttora il Qatar, agendo direttamente sotto la “consulenza” della CIA. Sappiamo anche che queste spedizioni di armi furono notevoli “all’inizio del 2012″ e continuarono a crescere in quantità e frequenza. Un’inchiesta del New York Times ha confermato che è stato proprio così, riferendo che ottantacinque aerei cargo militari hanno volavato dal Qatar alla Turchia portando le armi dirette alla Siria tra gennaio 2012 e marzo 2013. (Il carico massimo di un aereo da trasporto militare medio è di circa 50-60 tonnellate.) Quali altri simili aspetti del conflitto sappiamo essere iniziati e progrediti “dall’inizio del 2012″? La dinamica più chiara e lampante verificatasi lungo questo lasso di tempo, e che ha continuato a crescere e aumentare notevolmente, sono il numero di morti che quello dei profughi all’interno della Siria. Come ampiamente indicato prima, il numero di morti in Siria è mensilmente quasi raddoppiato “dall’inizio del 2012″, e ha continuato ad aumentare rapidamente. Tutte le risorse disponibili e i dati sui morti forniti dai gruppi di opposizione o di ‘attivisti’, grosso modo lo confermano, come si può vedere in questo grafico compilato dalla Reuters:
bko-berciaauaye-largeUn altro fattore critico collega direttamente l’aumento del flusso di armi (ad opera di CIA/Qatar) all’enorme aumento del numero di morti. Cioè: il successo, la proliferazione e il rafforzamento di Jabhat al-Nusra e di simili gruppi militanti salafiti/jihadisti. Jabhat al-Nusra o, come è ormai noto, Stato Islamico d’Iraq e al-Sham (ISIS) era attivo in Siria come derivazione dal gruppo Stato islamico dell’Iraq (al-Qaida in Iraq – IQA) anni prima della rivolta siriana. In effetti, fin dalla formazione di IQA nelle regioni orientali della Siria (confinante con l’ovest iracheno e la provincia di Anbar), queste sono state un focolaio delle attività di al-Qaida subito dopo l’invasione degli Stati Uniti nel 2003. E’ fuor di dubbio che Jabhat al-Nusra e altri gruppi salafiti/jihadisti collaborazionisti, siano la forza trainante della rivolta armata. Per la maggior parte del conflitto armato, è stato Jabhat al-Nusra che ha condotto gli attacchi degli insorti alle principali installazioni militari siriane; le basi della difesa aerea e le autostrade costiere nei seri tentativi di bloccare le linee di rifornimento dell’EAS, la stragrande maggioranza degli attentati suicidi in aree civili e degli omicidi di importanti funzionari della sicurezza pubblica. Questi gruppi estremisti sono divenuti sempre più attrezzati, più organizzati, ben finanziati e, soprattutto, con i maggior successi sul terreno. Mentre gli Stati Uniti e i loro alleati del Golfo pretendono di avere armato, addestrato e sostenuto solo i ribelli ‘controllati’ e ‘moderati’, la realtà in Siria non dimostra assolutamente alcuna coerenza con queste affermazioni.
Ora abbiamo alcune opzioni teoriche, primo: la CIA sosterrà, come l’amministrazione statunitense afferma, di aver armato e supportato solo gruppi moderati e ‘coordinati’; come abbiano fatto gli  estremisti va oltre il mandato della CIA. Scaricandone così la responsabilità solo al Qatar o ai contrabbandieri turchi che trasportano armi in Siria. Anche in questo caso, il servizio d’intelligence del Qatar può anche rivendicare una negazione plausibile, passando la patata bollente ai contrabbandieri e ai ribelli che ne controllano il traffico al confine turco. Quindi le ramificazioni di questa politica, anche se fosse vera, assolverebbe dall’incoscienza puramente distruttiva e dall’evidente rafforzamento degli estremisti che ha permesso? Un altro risultato probabile, o negazione dell’associazione con questi gruppi, sarà che l’esercito arabo siriano e il governo siriano, a causa della presunta leadership degli alawiti, avrebbero preso la decisione di instillare consapevolmente il settarismo nel conflitto, al fine di reprimere il movimento di protesta. Quando si guardano da vicino le aperture del governo siriano verso il movimento di protesta pacifica, e le concessioni del governo di Assad fatte durante le prime fasi della protesta, è ancora una volta difficile vedervi una qualsiasi realtà confermare l’intenzione di Assad di dividere la Siria e d’iniziare una guerra settaria su vasta scala. In effetti, molte concessioni sono state fatte, tra cui: massiccia liberazione di prigionieri politici; una nuova costituzione che promette pluralità politica e un massimo di mandati presidenziali, il licenziamento di diversi governatori regionali e il licenziamento completo del governo siriano. Queste concessioni non recano il segno distintivo di un leader che cerca di emarginare la maggioranza del suo Paese, dove la popolazione sunnita era, ed è, fortemente rappresentata sia nel governo che nell’esercito.
La cosa più probabile, è che la CIA, insieme ai suoi partner del Qatar, conosca bene l’ideologia di chi arma e sostiene, scegliendo di perseguire questa politica semplicemente perché la più efficace a indebolire l’esercito siriano e a dividere il pacifico e multi-etnico tessuto della società siriana. Come detto sopra, è Jabhat al-Nusra che guida la lotta in Siria e che ha colpito le basi della difesa aerea della Siria in parecchie occasioni. Quale minaccia i missili antiaerei e i radar della difesa rappresentano per i piccoli gruppi di insorti con armi leggere, è difficile capirlo, suggerendo che questi gruppi agiscano su ordini di Stati esteri, le cui intelligence li utilizzano perseguendo il risultato desiderato d’indebolire le capacità di difesa strategica della Siria. Per coloro che studiano gli incessanti tentativi di sovversione e destabilizzazione dei governi degli Stati Uniti, questa tattica di fomentare e sostenere gli estremisti islamici non sarà una sorpresa. Non è solo la capacità tattica e l’esperienza in battaglia di Jabhat al-Nusra (IQA) che l’ha spinta alla leadership, senza soldi né armi e con il solo appello psicologico per avvincere le reclute, l’esperienza non vale nulla. Questi gruppi, presumibilmente originati da “al-Qaida”, sono più un’ideologia che formazioni operative coerenti e capaci di condurre una guerra internazionale; formano le “truppe d’assalto” settarie che da tempo gli Stati Uniti e i loro alleati hanno concordato di fomentare per sostenere i loro tentativi di bloccare la “resistenza” della “mezzaluna sciita”, allevandole letteralmente in modo incontrollato. Il Qatar (su “consulenza” della CIA) ha tacitamente incoraggiato, promosso e armato quei gruppi divenuti oggi i più importanti: gli estremisti salafiti/jihadisti che abbracciano l’odio settario contro sciiti e minoranze per promuovere divisione e caos sociale. Questo presumibilmente è accaduto proprio sotto il naso della CIA, con la sua tacita “consulenza” e senza riuscire a notare questa dinamica estremista in rapida espansione? Un altro possibile vantaggio per gli Stati Uniti e i loro alleati è stato recentemente sottolineato dal commentatore politico libanese Dr. Asad Abu Khalil, che ha osservato: “elencando il fronte al-Nusrah quale organizzazione terroristica, il governo degli Stati Uniti ha sostanzialmente concesso la licenza a tutti gli altri gruppi armati siriani di commettere ogni sorta di crimini di guerra. Quindi un qualsiasi gruppo armato può farla franca con i suoi crimini di guerra se solo batte la bandiera di al-Nusrah. È tutto quello che ci vuole. Così un gruppo armato appartenente all’ombrello del libero esercito siriano, per esempio, può commettere crimini di guerra, e quindi emettere una condanna il successivo giorno. Si tratta di una licenza illimitata ai crimini di guerra.”
Una forza a tutti gli effetti e totalmente malleabile delegata ai combattimenti, che promuove la sovversione, la divisione settaria e il caos totale per raggiungere l’obiettivo desiderato dagli Stati Uniti della distruzione dello Stato siriano, ergo: la rimozione di un alleato chiave dell’Iran e della resistenza all’egemonia occidentale nel Medio Oriente. Quando l’estremismo e la brutalità diventano troppo appariscenti per consentirne l’aperto sostegno occidentale, gli Stati Uniti indicano dei “terroristi” che, con un cambio di casacca, diventano la menzogna che è l’”ELS”.

Phil Greaves è uno scrittore ed analista inglese dedito all’analisi della politica estera anglo-statunitense e dei conflitti nel medio oriente dalla seconda guerra mondiale.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I sei modi con cui Assad ha cambiato la marea in Siria

Max Fisher The Washington Post 13 maggio 2013

40817Il presidente siriano Bashar al-Assad e le sue forze “stanno cominciando a cambiare il corso della guerra nel Paese“, Liz Sly del Washington Post riferisce da Beirut, spiegando che Assad è “sospinto da una nuova strategia, con il sostegno di Iran e Russia e l’assistenza dei combattenti del movimento Hezbollah del Libano.” Sly scopre che “il pendolo sta oscillando in favore di Assad“.
Come hanno fatto le forze di Assad? Ecco alcune delle tendenze che Sly ha trovato, più una da un’altra fonte:
1) Rimpasto settario all’interno delle forze armate. La maggior parte dei siriani è sunnita, e così lo sono i ribelli siriani. Ma il regime siriano è dominato da gruppi minoritari come gli alawiti. Hezbollah, un gruppo militante libanese, alleato della Siria, è sciita. Mettendo l’accento sui combattenti delle minoranze il regime aggira il problema sunnita, con un minor numero di defezioni e soldati più impegnati, anche se rischia di esacerbare le tensioni settarie.
2) Impiego delle milizie. Il regime ha integrato 60.000 “irregolari” miliziani nelle forze armate, dando loro sia più potenza di fuoco che un qualitativamente diverso tipo di potenza di fuoco, più adatta ad affrontare i ribelli sul loro stesso terreno.
3) L’addestramento di Hezbollah nella guerra urbana. I ribelli avevano un vantaggio nella città, nei combattimento da strada. Ora, con l’aiuto di esperti, le forze del regime stanno colmando il gap.
4) Escludere i ribelli dalle linee di approvvigionamento, indica Sly: “I lealisti di Assad premono costantemente sui ribelli, isolandoli gli uni dagli altri e tagliando i loro approvvigionamenti, dicono i ribelli. Le unità sono a corto di munizioni, e qualcuna è sempre più disperata.”
5) Concentramento di tutta l’energia sui principali nodi, il regime sembra puntare la propria schiacciante forza militare su una manciata di “nodi” strategici: periferia di Damasco, il crocevia “cruciale” di Homs e i porti costieri, tra gli altri. Ciò significa trascurare le zone meno strategiche per ora, ma probabilmente non per sempre.
6) Capisaldi impenetrabili. CJ Chivers del New York Times, in una recente intervista a “Fresh Air” di NPR, ha spiegato che il regime ha usato il suo vantaggio tecnologico ritirandosi in una serie di capisaldi nel Paese, da cui impiega l’artiglieria, i mortai e gli attacchi aerei contro i ribelli. Poiché i ribelli non hanno la potenza di fuoco per colpire queste strutture, non possono impedire o sottrarsi al bombardamenti.

© The Washington Post Company

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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