La storia afgana soppressa: Il socialismo, al-Qaida e la Chevron

Dean Henderson, Left Hook, Counterpsyops 19 ottobre 2012

Alla metà degli anni ’80, l’ONU ha tentato di negoziare un accordo di pace in Afghanistan, richiedendo il completo ritiro sovietico in cambio della fine del supporto ai ribelli afghani da Stati Uniti e Gulf Cooperation Council (GCC). L’amministrazione Reagan aveva rifiutato l’accordo delle Nazioni Unite. Voleva “dare ai sovietici il loro Vietnam” nell’ambito dell’enorme impresa per distruggere l’Unione Sovietica. Inoltre, voleva che il governo socialista di Karmal andasse via da Kabul. Nel 1986, gli aiuti militari degli USA ai mujahidin aumentarono schizzando a 1 miliardo di dollari all’anno.
Nel 1988 gli Stati Uniti e i sovietici firmarono gli accordi di Ginevra, che imponevano l’embargo sulle armi in Afghanistan. Entrambi i paesi ignorarono l’accordo e continuarono lo scontro. I mujahidin torturavano e mutilavano sistematicamente i soldati russi e afghani catturati, spesso in presenza dei consiglieri statunitensi.[1] Nel 1989 i sovietici si ritirarono dall’Afghanistan. Il primo ministro da loro imposto, Babrak Karmal, era stato sostituito dal democraticamente eletto Mohammad Najibullah Ahmadzai, nel 1986. Ma Najibullah era anche un socialista e la democrazia non è mai stata una priorità del Dipartimento di Stato degli USA. Rappresentava la frazione comunista Parcham del Partito democratico del popolo dell’Afghanistan.
Anche se i sovietici non c’erano più, gli Stati Uniti continuarono il finanziamento della guerriglia contro il governo regolarmente eletto di Kabul. Nel 1992 Najibullah fu rovesciato. Una delle sette fazioni in lotta dei mujaheddin, guidata da Burhaddin Rabbani, prese il potere. Sei dei sette gruppi ribelli deposero le armi e seguirono Rabbani. Quello che non lo fece era il favorito della CIA, l’Hezbi-i Islami di Gulbuddin Hekmatyar, che immerse le strade di Kabul in un altro bagno di sangue. Anche se le Nazioni Unite avevano riconosciuto la fazione guidata da Rabbani come governo legittimo dell’Afghanistan, la CIA riteneva Rabbani essere troppo di sinistra.
Hekmatyar, infine, occupò Kabul. Rabbani e il suo governo fuggirono a nord, nella regione di Mazar-i-Sharif in cui, sotto il comando del capo militare Sheik Ahmed Shah Massoud, le fazioni mujahidin estromesse si ricostituirono come Alleanza del Nord. Nel 1995, l’Hezbi-i Islami improvvisamente decadde, cedendo Kabul alla nuova creazione dell’Inter-Services Intelligence (ISI) del Pakistan, già presente a Kandahar, i taliban. Più di due milioni di afghani sono morti nella decennale guerra della CIA, la sua più grande operazione segreta dai tempi del Vietnam. I contribuenti statunitensi spesero 3,8 miliardi dollari per attuare un genocidio. La Casa dei Saud raddoppiò tale importo e anche gli altri monarchi del CCG vi contribuirono. Gli Stati Uniti non fecero nulla per aiutare a ricostruire l’Afghanistan e le forze create dalla CIA per combattere la sua guerra per procura, volsero sempre più la loro rabbia contro l’Occidente.
Un colpo di stato, nell’ottobre 1999, portò il generale Pervez Musharraf al potere in Pakistan. Musharraf aveva sostenuto l’ascesa del fondamentalismo islamico. Ha fatto parte del consiglio dell’Unione dei Rabita per la riabilitazione dei fuoriusciti pakistani: un fronte per la raccolta fondi di Usama bin Ladin. Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti, l’amministrazione Bush diede a Musharraf 36 ore per dimettersi dall’Unione dei Rabita. Quando si rifiutò, il Dipartimento di Stato semplicemente rimosse i Rabita dalla lista dei gruppi che sponsorizzavano il terrorismo. [2]
Gulbuddin Hekmatyar si unì a molti altri leader mujahidin nell’esprimere rabbia e disprezzo verso gli Stati Uniti, per averli abbandonati. Durante la Guerra del Golfo diversi ex comandanti mujahidin supportarono l’Iraq. Dopo la guerra, il riccone saudita Usama bin Ladin, che era stato l’emissario dei Saud nel reclutamento dei combattenti arabi per l’Afghanistan, quando usò la sua esperienza nelle costruzioni per la realizzazione a Khost, in Afghanistan, dei campi di addestramento dei mujahidin della CIA, nel 1986, invocava la jihad contro l’”alleanza crociato-sionista“. [3] Molti dei suoi compagni ex-mujahidin ascoltarono il suo appello ed al-Qaida emerse come il più brutto Frankenstein mai visto.
Nel 1993 gli estremisti di al-Qaida guidati da Ramzi Yousef, tentarono di far saltare in aria il World Trade Center con una bomba posta in un garage sotto le torri. Sei persone morirono. Una settimana prima del bombardamento, un fax venne ricevuto a Cairo, avvisava di un attacco imminente agli interessi degli Stati Uniti. Il fax era stato opportunamente inviato da Peshawar, dove prima la CIA reclutava mujahidin. Era firmato da al-Gamaa al-Islamiya (Gruppo islamico), una fazione dei mujahidin.
Nel marzo 1993, un ex-membro dei mujahidin si avvicinò al controllo di sicurezza del quartier generale della CIA, a Langley, e aprì il fuoco uccidendo due agenti. Nel marzo del 1995, due agenti della CIA che lavoravano presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Karachi, vennero freddati da un altro veterano mujahid. Entrambi gli assalitori utilizzarono dei fucili d’assalto AK-47 pagati dal governo saudita e forniti dalla CIA. Il surplus bellico della CIA, in dotazione ai mujahidin, compresi i missili Stinger, era anche finito in Iran e in Qatar. Nel 1996 gli operativi di bin Ladin bombardarono la caserma militare delle Khobar Towers di una base USA in Arabia Saudita. L’azienda di costruzioni di Bin Ladin aveva costruito le strutture. Nel 1997, due giorni dopo che un tribunale statunitense aveva condannato il responsabile pakistano dell’attacco al quartier generale della CIA, quattro impiegati della Società Texas Union Oil furono freddati a Karachi.
Nel 1998 i seguaci di bin Ladin fecero saltare in aria le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania, a pochi minuti l’una dall’altra. Centinaia i morti. Nel 2000, al-Qaida lanciò un’imbarcazione carica di esplosivi contro una fiancata del cacciatorpediniere USS Cole, mentre era ancorato nello Yemen, luogo di origine della famiglia bin Ladin. Ventisei marinai statunitensi morirono.
Gli Stati Uniti, infine, furono costretti ad esercitare pressioni pubbliche sul governo pakistano, che ospitava il Frankenstein della CIA. Il direttore della CIA di Clinton, James Woolsey, disse che il Pakistan era vicino a essere inserito nella lista del Dipartimento di Stato degli stati che sponsorizzano il terrorismo. Questa pressione pubblica aveva ulteriormente irritato il popolo pakistano, che aveva osservato come la CIA avesse creato e allevato questi narco-terroristi per un decennio, usando il loro paese come campo di addestramento. Ora gli Stati Uniti volevano scaricare le loro colpe sul popolo pakistano. I mujahidin erano furiosi. Il mujahid giordano Abu Taha la mise in questo modo, “Gli Stati Uniti sono una sanguisuga… e il Pakistan è il burattino dell’America.” Un altro mujahid veterano, Abu Saman, aveva dichiarato: “non eravamo terroristi finché noi e gli americani avevamo la stessa causa, sconfiggere una superpotenza. Ora non rispondiamo più agli interessi americani e occidentali, quindi siamo seganti come terroristi“. [4]
Nel 1994 i taliban uscirono dalle scuole religiose, note come madrasse, nel nord-ovest del Pakistan. Le scuole erano gestite dal Jamiat-Ulema-i-Islami, un gruppo fondamentalista islamico con stretti legami con l’ISI pakistano e finanziato dal governo saudita. I taliban lanciarono incursioni dal suolo pakistano, proprio come avevano fatto i mujahidin, ottenendo notorietà quando liberarono un convoglio militare pakistano catturato in Afghanistan. Nel giro di un anno, controllavano un terzo dell’Afghanistan, istituendo un governo provvisorio a Kandahar. Il governo Rabbani venne estromesso a Kabul dall’Hezbi-i Islami di Hekmatyar. Nel 1995 le forze taliban avanzarono su Kabul e le truppe di Hekmatyar consegnarono Kabul ai taliban. Un diplomatico occidentale disse dei taliban, “Chiaramente i pakistani stanno giocando un loro ruolo“. [5]
Quando i taliban presero il potere nel 1996, dicendo che avrebbero stabilito un “emirato islamico”, degli aerei atterrarono a Kabul trasportando i leader taliban e sette alti ufficiali pakistani. [6] il Pakistan, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti riconobbero immediatamente i taliban.
I Quattro Cavalieri (Exxon-Mobil, Chevron-Texaco, BP Amoco e Royal Dutch/Shell) presero in simpatia i taliban, considerati una “forza stabilizzatrice nella regione”. Erano ansiosi di convincere i feudatari dell’importanza della costruzione di un gasdotto che attraverso l’Afghanistan andasse dall’Oceano Indiano ai vasti giacimenti di gas naturale del Turkmenistan, che confina con l’Afghanistan a nord. Il governo Rabbani aveva negoziato con un consorzio argentino chiamato Bridas, la costruzione del gasdotto. Questo fece arrabbiare i Quattro Cavalieri, che appoggiarono la Unocal nel consorzio noto come Centgas. Nel 2005 la Unocal divenne una sezione della Chevron. Molti cittadini di Kabul erano convinti che la CIA avesse portato al potere i taliban, nel nome di Big Oil. [7]
I Quattro Cavalieri erano occupati a sfruttare i loro nuovi giacimenti di petrolio e gas del Mar Caspio e delle nuove repubbliche dell’Asia centrale, a nord dell’Afghanistan. Azerbaigian e Kazakistan possiedono vaste riserve di greggio stimate in oltre 200 miliardi di barili. Il vicino Turkmenistan è una virtuale repubblica del gas, ospitante alcuni dei più grandi giacimenti di gas naturale sulla terra. Il giacimento di gas più grande si trova a Dauletabad, nel sud-est del paese, vicino al confine con l’Afghanistan. In tutto ci sono circa 6.600 miliardi di metri cubi di gas naturale nella regione del Mar Caspio. Il consorzio Centgas aveva anche previsto la costruzione di un oleodotto che colleghi i campi petroliferi di Chardzhan, in Turkmenistan, ai giacimenti petroliferi siberiani più a nord. [8] Il Turkmenistan ha anche vasti giacimenti di petrolio, rame, carbone, tungsteno, zinco, uranio e oro.
Con Rabbani fuori dal quadro, la Centgas iniziò a negoziare sul serio con i taliban per i diritti di costruzione del gasdotto da Dauletbad, attraverso l’Afghanistan, al porto di Karachi in Pakistan, dove l’US Navy gestiva una base di 100-acri, misteriosamente consegnatale dal Sultano Qabus dell’Oman. I Quattro Cavalieri si portarono in Asia centrale alcuni fedeli partner commerciali sauditi. Il miliardario saudita sceicco Khalid bin Mahfouz, proprietario della BCCI e della Banca commerciale nazionale, ed entusiasta sostenitore dei mujahidin, abbracciò i taliban. Bin Mahfouz, il cui patrimonio netto va oltre i 2 miliardi di dollari, controllava la Nimir Petroleum, un partner della Chevron-Texaco nello sviluppo di un giacimento petrolifero da 1,5 miliardi di barili del Kazakistan. Un’indagine del governo saudita scoprì che la Banca commerciale nazionale di bin Mahfouz aveva trasferito oltre 3 milioni di dollari in beneficenza ad Usama bin Ladin, nel 1999. [9]
La saudita Delta Oil è una partner della Amerada Hess nelle imprese petrolifere dell’Azerbaijan. Delta-Hess fa parte della Bechtel, che guida il gruppo di costruzione dell’oleodotto trans-turco da 2,4 miliardi dollari del Caspian Pipeline Consortium, che arriva al porto russo sul Mar Nero di Novorossisk. Delta Oil è anche un partner nella Centgas.
Secondo lo scrittore francese Olivier Roy, “Quando i taliban presero il potere in Afghanistan, la cosa fu in gran parte orchestrata dai servizi segreti pakistani (ISI) e dalla compagnia petrolifera Unocal assieme alla sua alleata, la saudita Delta“. [10] Nel gennaio 1998 Centgas accettava di pagare al governo taliban 100 milioni di dollari all’anno, per gestire il suo gasdotto in Afghanistan. La Centgas organizzò riunioni ad alto livello a Washington, tra funzionari taliban e il Dipartimento di Stato. A rappresentare Unocal vi era Zalmay Khalilzad, sottosegretario alla difesa di Bush senior e che aveva lavorato per la Cambridge Energy Research Associates, prima di lavorare per Unocal. Khalilzad è nato a Mazar-i-Sharif, da ricchi aristocratici afghani. Suo padre era un assistente del re Zahir Shah. Khalilzad ha anche lavorato per la Rand Corporation, quando era nella CIA. [11] Khalilzad ha lasciato il suo posto all’Unocal per aderire al Consiglio di sicurezza nazionale di Bush Jr. [12] Nel 2002 Bush ha nominato Khalilzad primo inviato degli Stati Uniti in Afghanistan dopo più 20 anni. Il primo punto del suo ordine del giorno era rilanciare i colloqui sulla costruzione del gasdotto Centgas.
Bin Mahfouz era ora sotto inchiesta per il finanziamento della rete terroristica al-Qaida di Usama bin Ladin. Era rappresentato negli Stati Uniti dallo studio legale di Washington Akin, Gump, Strauss, Hauer & Feld. Lo studio rappresenta la Casa dei Saud e la più grande società di carità del mondo islamico, la Holy Land Foundation per lo sviluppo e il soccorso dell’Arabia Saudita. Entro tre mesi dagli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, il Tesoro aveva congelato i beni della fondazione saudita. Akin-Gump difese con successo bin Mahfouz, quando scoppiò lo scandalo della BCCI. Tre partner dello studio sono buoni amici del presidente George W. Bush. James C. Langdon è uno dei più cari amici di Bush. George Salem era stato coinvolto nella raccolta di fondi per la campagna di Bush. Barnett “Sandy” Cress è stato nominato da Bush alla guida di un’iniziativa per l’istruzione sponsorizzata dalla Casa Bianca. [13]
Secondo l’analista d’intelligence francese Jean-Charles Brisard, il presidente degli Stati Uniti Bush Jr. aveva bloccato le indagini dei servizi segreti statunitensi sulle cellule dormienti di al-Qaida, mentre continuava a negoziare segretamente con i funzionari taliban. L’ultimo incontro avvenne nell’agosto 2001, appena cinque settimane prima dell’11 settembre. Bush voleva che i taliban consegnassero bin Ladin in cambio di aiuti economici dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita e del sostegno ai taliban. [14]
Il vicedirettore dell’FBI, John O’Neill, si dimise nel luglio 2001 per protestare contro l’amministrazione Bush, che si stava ingraziando i taliban. Brisard dice che O’Neill gli ha detto, “i principali ostacoli all’indagine sul terrorismo islamico sono gli interessi delle società americane e il ruolo svolto dall’Arabia Saudita.” O’Neill divenne il nuovo capo della sicurezza presso il World Trade Center di New York, ed è stato ucciso durante gli attacchi dell’11 settembre 2001. [15]
Secondo il quotidiano francese Le Figaro, la CIA ha incontrato bin Ladin più volte nel corso dei mesi precedenti l’11 settembre. Secondo il Washington Post, la CIA ha incontrato l’inviato del leader talib Mullah Mohammed Omar, Rahmattullah Hashami, nel luglio 2001. Hashami si offrì di trattenere bin Ladin fin quando la CIA avesse potuto catturarlo ma, secondo il Village Voice, l’amministrazione Bush rifiutò l’offerta. Nello stesso mese, la CIA aveva incontrato il capo di Jamiaat-i-Islami, Qazi Hussein Ahmed.
Il governo degli Stati Uniti diede 43 milioni di dollari di aiuti ai taliban nel 2000 e 132 milioni nel 2001. Ai taliban fu detto dalla Casa Bianca di Bush di assumere una ditta di pubbliche relazioni di Washington, per far ripulire la loro immagine. L’azienda era guidata da Laila Helms, nipote dell’ex direttore della CIA e amico intimo della BCCI, Richard Helms. I rappresentanti di Big Oil erano presenti ai negoziati Bush-taliban, in cui un funzionario disse ai taliban, in una riunione dell’agosto di quell’anno, “O accettate la nostra offerta di un tappeto d’oro, o vi seppelliamo sotto un tappeto di bombe“. [16]
Anche dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, il presidente Bush omise i nomi di due organizzazioni finanziate dalla Casa dei Saud, l’International Islamic Relief Organization e la Lega Musulmana Mondiale, che finanziavano al-Qaida, da un elenco dei gruppi i cui beni sarebbero stati congelati dal Tesoro degli Stati Uniti. [17] Come l’analista dell’intelligence francese Brisard ha osservato, “La dipendenza americana dal petrolio e dal denaro sauditi rischia di minare la sicurezza nazionale in Occidente“.

Note:
[1] “War Criminals, Real and Imagined”. Gregory Elich. Covert Action Quarterly. Winter 2001. p.23
[2] “Handbook for the New War”. Evan Thomas. Newsweek. 10-8-01
[3] “The Mesmerizer”. Rod Nordland and Jeffrey Bartholet. Newsweek. 9-24-01. p.45
[4] “Terror Sweep Drives Arabs from Pakistan”. AP. Arkansas Democrat Gazette. 4-13-93. p.1
[5] “The Rise of the Taliban”. Emily MacFarquhar. US News & World Report. 3-6-95. p.64
[6] “The World Today”. BBC Radio. 9-24-96
[7] “Morning Edition”. National Public Radio. 10-2-96
[8] “The Roving Eye: Pipelineistan, Part I: The Rules of the Game”. Pepe Escobar. Asia Times Online. 1-25-02
[9] “The White House Connection: Saudi Agents and Close Bush Friends”. Maggie Mulvihill, Jonathan Wells and Jack Meyers. Boston Herald Online Edition. 12-10-01
[10] “al-Qaeda, US Oil Companies and Central Asia”. Peter Dale Scott. Nexus. May-June, 2006. p.11-15
[11] Escobar
[12] “US Ties to Saudi Elite May be Hurting War on Terrorism”. Jonathan Wells, Jack Meyers and Maggie Mulvihill. Boston Herald Online. 12-10-01
[13] Mulvihill, Wells and Meyers
[14] Bin Laden: The Forbidden Truth. Jean-Charles Brisard and Guillaume Dasquie. Paris. 2001
[15] Ibid
[16] Ibid
[17] Nordland and Bartholet. p.45

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Il braccio di ferro di Cina e Russia contro l’Occidente

Brendan O’Reilly Questions Critiques, 8 giugno 2012, Copyright 2012 – Asia Times Online

Beijing e Mosca hanno inviato un chiaro messaggio al mondo dopo il vertice dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO). I leader russi e cinesi hanno tracciato due linee sul campo della politica internazionale – un “No” inequivocabile al bombardamento dell’Iran e un altro “no” inequivocabile al cambiamento di regime in Siria, che si avrebbe dopo una campagna di bombardamenti occidentale.
Il presidente russo Vladimir Putin è arrivato a Pechino per iniziare la sua prima importante visita all’estero dalla sua rielezione a presidente della Russia [aveva incontrato Francois Hollande, il nuovo presidente francese, a Parigi la settimana precedente]. Questo dimostra l’importanza che attribuisce alle relazioni tra il suo paese e la Cina. E a Beijing, ha incontrato il suo omologo iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, fornendo un’indicazione della comune strategia geopolitica esistente tra Cina e Russia.
La portavoce degli esteri cinese, Liu Wenmin, ha spiegato chiaramente l’opinione condivisa dai cinesi e dai russi sulla crisi in Siria: “Sulla questione siriana, Cina e Russia sono rimaste in stretto contatto per coordinarsi a New York, Mosca e Beijing. … La posizione delle due parti è perfettamente chiara: ci dovrebbe essere la fine immediata delle violenze e il processo di dialogo politico deve essere iniziato al più presto possibile“. Oltre all’elogio sulla cooperazione sino-russa su questo tema, Liu ha esposto esplicitamente l’obiezione costante dei due paesi ad usare la forza per risolvere il problema della Siria: “La Cina e la Russia condividono la stessa opinione su questi temi, ed entrambe si oppongono a un intervento esterno nella situazione siriana, e al cambio di regime con la forza.”
Il guanto di sfida è stato gettato. Cina e Russia non autorizzeranno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite l’uso della forza contro il governo siriano. Inoltre, Beijing e Mosca stanno giocando la carta della difesa contro ciò che viene percepito come un’aggressione militare occidentale. Per comprendere gli interessi e i metodi che questi due paesi condividono nell’arena globale, è utile esaminare le origini della stessa SCO.
La SCO è nata dal “Gruppo dei cinque di Shanghai“, un blocco formato nel 1996 che comprendeva la Cina, la Russia e i nuovi Stati indipendenti di Kazakhstan, Tagikistan e Kirghizistan. L’obiettivo iniziale di questo gruppo era allentare le tensioni ai confini dei suoi membri. Nel giugno 2001, questo gruppo si allargò all’Uzbekistan e venne ribattezzato Organizzazione della Cooperazione di Shanghai. L’obiettivo cardine di questo nuovo gruppo è combattere i cosiddetti “tre demoni“, cioè terrorismo, separatismo ed estremismo. La concentrazione sui “tre demoni” suggerisce la strategia fondamentalmente conservatrice di Russia e Cina. Russia e Cina hanno grandi territori popolati da minoranze etniche a volte turbolenti. Russia, Cina e gli “-stan” affrontano gli islamisti politici che sfidano la loro autorità. La missione primaria della SCO è, quindi, perpetuare la politica dello status quo in Asia centrale.
Dalle sue modeste origini, la SCO è diventata un alleanza politica e quasi-militare. Nei primi mesi del 2003, gli Stati membri hanno effettuato una esercitazione militare congiunta chiamata “Missioni di pace“. Sotto l’egida della SCO, Cina e Russia hanno condotto le loro prime esercitazioni militari congiunte nel 2005. L’ultima e più grande di queste “Missioni di pace” ha coinvolto più di 5.000 soldati russi, cinesi, del Kirghizistan, Tagikistan e Kazakhstan, partecipando alle manovre militari in Kazakhstan. Mongolia, India, Pakistan e Iran sono, per ora, “osservatori” nella SCO. Nel 2008, l’Iran ha ufficialmente chiesto l’ammissione come membro a pieno titolo, ma è stato rinviato a causa delle sanzioni dell’ONU contro il paese. Bielorussia e Sri Lanka hanno aderito come “interlocutori”.
Gli Stati Uniti e l’Europa occidentale sono preoccupati per il fatto che la SCO possa svilupparsi in una futura alleanza anti-occidentale. Anche se tale sviluppo è confutata dagli stati membri della SCO, ci sono segni che mostrano che una tale coalizione potrebbe prendere forma. Tuttavia, tale alleanza non sarebbe naturalmente aggressiva. I suoi Stati membri cooperano tra di loro, in modo significativo, per impedire effettive pressione occidentali che invocano il cambiamento delle politiche e dei dirigenti nazionali.

I due pesi massimi
Russia e Cina sono chiaramente gli stati più grandi della SCO. Questi due paesi, nonostante una lunga storia di reciproca diffidenza e di conflitti, hanno interesse comune a resistere all’egemonia statunitense. La Russia si sente minacciata dall’espansione continua dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO). Gli stati ex sovietici dell’Europa dell’est sono considerati parte della sfera d’influenza russa. La Russia è particolarmente preoccupata per la potenziale espansione della NATO in Ucraina e Georgia. Questa espansione, se formalizzata, costringerebbe gli Stati Uniti e i suoi alleati europei ad andare in guerra contro la Russia, in caso di scoppio delle ostilità tra la Russia e gli Stati limitrofi.
Da parte sua, la Cina è preoccupata dal perno nordamericano che si sposta in Asia. La vendita di armi a Taiwan e il sostegno incessante alle Filippine nell’impasse nel Mar Cinese Meridionale, sono argomenti specifici di preoccupazione.
Russia e Cina si sentono minacciate dallo sviluppo e dal continuo dispiegamento della tecnologia missilistica degli Stati Uniti. Queste due potenze, in particolare la Russia, sono preoccupate che questo sistema di difesa sia destinato a rimettere in discussione la loro influenza strategica, con la dottrina della mutua distruzione. Gli statunitensi sostengono che questa tecnologia è diretta contro i cosiddetti “stati canaglia” come l’Iran, ma ciò è stato accolto con scetticismo. Al di là di queste preoccupazioni strategiche, i due leader sono preoccupati da ciò che percepiscono come tentativi degli Stati Uniti di interferire nella politica interna dei loro due paesi.

I problemi in Medio Oriente
I recenti colloqui a Baghdad tra l’Iran e il “Gruppo dei Cinque più Uno” (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania) non hanno dato più di un accordo per programmare, verso la fine di giugno, un altro incontro a Mosca. Il punto su cui i negoziati si scontrano, è l’insistenza continua delle potenze occidentali a fermare l’arricchimento dell’uranio dell’Iran a oltre il 20%, e il rifiuto dell’Iran ad accondiscendervi.
Il punto nodale è costituito dal prezzo del Brent, salito del 18% negli ultimi dodici mesi, in gran parte per i timori speculativi di una campagna di bombardamenti aerei contro l’Iran, e della capacità di ritorsione di questo paese. La Cina dipende in larga misura dalle importazioni di petrolio e la sua economia sta soffrendo le conseguenze dell’aumento dei suoi prezzi. Nella possibilità di attacchi contro l’Iran da parte di Israele e /o degli USA, e del blocco iraniano dello Stretto di Hormuz che ne risulterebbe, i prezzi del petrolio potrebbero aumentare notevolmente. La crescita impressionante della Cina negli ultimi trent’anni, potrebbe fermarsi all’improvviso, con imprevedibili conseguenze sociali e politiche.
Le obiezioni della Russia ad un’azione militare contro l’Iran, sono essenzialmente strategiche, ma contengono anche una dimensione economica. L’Iran è un ponte tra l’Asia meridionale, il Golfo Persico e l’Asia centrale. L’Iran confina con gli stati dell’ex Unione Sovietica come Turkmenistan, Armenia e Azerbaigian. Qualsiasi attacco contro l’Iran potrebbe avere conseguenze imprevedibili in una regione che la Russia considera sua sfera di influenza.
Il governo russo è irremovibile nella sua opposizione a qualsiasi azione militare contro l’Iran. Il viceministro degli esteri russo, Sergei Rjabkov, ha recentemente ribadito questi avvertimenti. Oltre a prevedere un “effetto negativo per la sicurezza di molti paesi”, in caso di attacco all’Iran, ha detto che ci sarebbero “conseguenze disastrose per l’economia globale, a causa dell’inevitabile aumento dei prezzi dei carburanti, rallentando l’uscita dalla recessione“.
Cina e Russia condividono comuni ragioni politiche ed economiche per opporsi a un possibile attacco contro l’Iran. Come al solito, le loro motivazioni più comuni sono essenzialmente conservative – entrambi i paesi vogliono evitare le incertezze economiche e geopolitiche.
La cooperazione contro ciò che viene percepito come avventurismo occidentale in Medio Oriente, va oltre la Siria. Come membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Russia e la Cina hanno posto il veto alle risoluzioni proposte recentemente contro il governo siriano.
Cina e Russia temono una ripetizione in Siria della campagna occidentale di attacchi condotta contro il regime di Muammar Gheddafi in Libia. La Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza fu votata per stabilire una no-fly zone sulla Libia, apparentemente per proteggere la popolazione civile. Russia e Cina si erano congiuntamente astenute dal voto, permettendo alla risoluzione di passare. Due giorni dopo, una coalizione di Stati del Golfo e della NATO ha usato questa risoluzione come opportunità per iniziare una campagna aerea con l’obiettivo finale di formalizzare il cambiamento di regime in Libia.
Cina e Russia vogliono davvero evitare una duplicazione dello scenario libico in Siria e hanno bloccato, quindi, le due risoluzioni del Consiglio di sicurezza che chiedevano sanzioni contro Damasco. Nessuno dei due paesi darà all’Occidente l’occasione per lanciare operazioni militari in Siria. La Russia vuole mantenere i suoi interessi strategici in Siria, in particolare il suo solo accesso nel Mediterraneo, il porto di Tartous. La Cina teme il diffondersi della violenza settaria dalla Siria agli altri paesi della regione, e un conseguente aumento dei prezzi del petrolio. Inoltre, entrambi i paesi vogliono ostacolare la pratica del “cambio di regime“, condotta per motivi ideologici e geopolitici dagli occidentali.

Si tratta di una questione di sovranità
L’ambasciatore cinese alle Nazioni Unite, Li Baodong, ha definito il punto di vista del governo cinese sul conflitto in Siria, dicendo: “Non abbiamo intenzione di proteggere nessuno contro chicchessia. (…) Ciò che  vogliamo veramente garantire è che la sovranità di questo paese sia salvata, e che il destino di questo paese possa rimanere nelle mani del popolo siriano“.
Li ha efficacemente sintetizzato la prospettiva globale geostrategica e politica di Russia, Cina e SCO. La sovranità di ogni singolo paese è sacrosanta. Non importa chi dirige un determinato paese, se il suo governo non è imposto dall’esterno.
Vi è una chiara sfida alla politica estera degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali. Dall’Afghanistan all’Iraq attraverso la Libia, gli Stati Uniti hanno utilizzato il potere militare per effettuare il cambiamento di regime contro i loro rivali regionali. Questi interventi sono stati giustificati facendo riferimento a “diritti umani“, “lotta al terrorismo” e “fermare la diffusione delle armi di distruzione di massa“. Tuttavia, Cina e Russia ritengono che queste campagne siano state lanciate al fine di favorire gli interessi geopolitici degli USA.
L’alleanza sino-russa, di cui la SCO è un esempio perfetto, ha essenzialmente un atteggiamento difensivo e conservatore. Cina e Russia non tollereranno alcuna ulteriore intrusione dell’Occidente nei settori strategicamente sensibili dell’Africa occidentale e centrale. Useranno la loro influenza economica e politica per bloccare i tentativi occidentali di cambio di regime in Siria, Iran e altri paesi in cui Cina e Russia hanno interessi geopolitici.

Brendan O’Reilly è un autore originario di Seattle e residente in Cina.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alternativa Globale: l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai come chiave per un mondo multipolare

Gregory Tinsky WIN 2/8/2011

Nonostante il grandissimo aiuto finanziario che gli USA forniscono al Pakistan, dei recenti sentimenti anti-americani sono maturato in questo paese – il Pakistan, che ha assistito la CIA durante la ricerca e la scoperta del «terrorista N°1» che è stato fermato. Gli Stati Uniti hanno ovviamente «perso» il Pakistan, ma il fatto stesso che questo paese può partecipare al Shanghai Cooperation Organization (SCO) in qualsiasi momento, rende la situazione regionale critica per gli Stati Uniti. Aggiungendo il ritiro programmato delle truppe statunitensi e alleate dall’Afghanistan (che si sposta anche verso la SCO), qui il cambiamento di equilibrio regionale dei poteri diventa evidente. Allo stesso tempo, la persistente questione del confronto indo-pakistano sta per essere risolta – anche l’India ha tutte le possibilità per diventare membro della SCO.
«Chi controlla l’Europa dell’Est, controlla l’Heartland. Chi controlla l’Heartland, controlla l’Isola mondiale. Chi controlla l’Isola mondiale, controlla il mondo». Questa frase del famoso geografo britannico Sir Halford John Mackinder è da tempo diventata una massima classica della geopolitica. L’Heartland è il nome una volta dato ai territori al centro dell’Eurasia, che si trovano tra l’Asia centrale e l’Oceano Artico. La storia del mondo è la storia delle conquiste dell’Heartland da parte delle potenze che sono stati considerate grandi in quel momento. Oggi è il territorio occupato dai membri della SCO.
Creata nel 2001 sulla base dei «Cinque di Shanghai», l’Organizzazione del Trattato di Shanghai è stata accolta con malcelato scetticismo in tutto il mondo, in un primo momento. Numerosi analisti e commentatori previdero  una vita breve per questo progetto, indicando gli interessi contraddittoria dei suoi due principali fondatori – Russia e Cina. Tuttavia, le cupe previsioni si rivelarono premature.
L’US National Intelligence Council pubblica il suo rapporto di volta in volta, nel tentativo di prevedere il possibile corso della politica estera. Nel 2010 aveva pubblicato un rapporto sul «mondo nel 2025», dove gli analisti dell’intelligence statunitense tentarono di predire il destino del nostro pianeta nei prossimi quindici anni. Toccarono i temi del progresso tecnologico e dei cambiamenti demografici, anche se fu il ruolo delle “nuove superpotenze” a cui prestarono particolare attenzione. In questo contesto, una parte consistente della relazione era dedicata all’Organizzazione del Trattato di Shanghai.
La  storia della SCO iniziò nel 1996-1997, quando Kazakistan, Kirghizistan, Cina, Russia e Tagikistan firmarono un trattato per il consolidamento della fiducia in campo militare e la mutua riduzione dei contingenti militari nelle zone di confine. Questi furono soprannominati i «Cinque di Shanghai». Nel 2001, quando l’Uzbekistan aderì al trattato, fu chiamata l’Organizzazione del Trattato di Shanghai. Oltre ai sei membri di cui sopra, SCO ha anche una istituzione di osservatori – India, Iran, Mongolia e Pakistan. La SCO dialoga costantemente con Bielorussia e Sri Lanka, collabora con il CSI, l’ASEAN, l’Afghanistan e il Turkmenistan.
La Carta della SCO indica è caratterizzata da diverse finalità – dalla cooperazione economica e scientifico-tecnica per il mantenimento della pace e la stabilità nella regione, la resistenza a terrorismo, separatismo ed estremismo. Analisti statunitensi, però, ritengono che il suo obiettivo principale sia la limitazione dell’influenza regionale statunitense.
L’esistenza stessa della SCO crea un problema semantico per gli analisti della politica estera occidentali, che vedono il mondo sotto una luce unipolare. Sono molto impressionati dal potenziale dei suoi stati membri. Tutti gli esperti concordano sul fatto che la SCO è effettivamente in grado di contrastare efficientemente l’influenza occidentale in Asia centrale. L’Organizzazione del Trattato di Shanghai è sempre più spesso soprannominata la NATO asiatica, cui aderiscono dei paesi in ripresa (implicando la Russia, a quanto pare), le potenze emergenti (presumibilmente la Cina) e gli stati, che non possono essere denominati «potenze» per ora, ma che la disponibilità di considerevoli giacimenti di risorse energetiche, permette loro di svolgere un ruolo da «Pivot geopolitici», tenendo insieme l’unione (Kazakistan).
Dopo il caos degli anni ’90 la Federazione russa sta riconquistando lo status di potenza mondiale. Nel 2010 l’economia russa con i suoi 2.600 miliardi di dollari di PIL, è stata la sesta più grande. Vasti giacimenti di risorse energetiche permettono alla Russia di giocare un ruolo importante negli affari internazionali. La guerra Caucasica nell’agosto del 2008 ha riaffermato il dominio russo nello spazio post-sovietico. Il trentennale «miracolo economico» cinese ha fatto dell’economia cinese la seconda più grande al mondo. L’anno scorso la Cina è diventata il più grande esportatore del mondo, avendo superato la Germania. L’India, osservatore allo SCO, è anche un evidente aspirante al titolo di potenza emergente. La sua economia è la quarta più grande del mondo, con un PIL di 3.570 miliardi dollari. I membri della SCO – Kazakistan e Uzbekistan – detengono ricchi giacimenti di idrocarburi, mentre il Turkmenistan, che ha lo status di osservatore, è diventato oggetto di lotta tra la Russia e l’Occidente a causa delle enormi giacimenti di gas naturale. L’Iran, che anche possiede queste risorse naturali – è solo un osservatore per ora, ma ha anche fatto richiesta per l’adesione alla SCO. Anche il Pakistan (anch’esso un osservatore) e l’Afghanistan (non che ha tale status per ora) partecipano ai lavori della SCO.
Tutti questi paesi svolgono importanti ruoli nella politica estera. Afghanistan e Pakistan, che è diventato il campo di battaglia degli Stati Uniti, della NATO e dei talebani, sono di particolare interesse in questo senso. Dopo l’assassinio di Usama bin Ladin in territorio pakistano, le relazioni degli USA con la potenza nucleare si sono deteriorate rapidamente. Nonostante il grande aiuto finanziario che gli USA forniscono al Pakistan, sono maturati recentemente dei sentimenti anti-americani in questo paese – i Pakistani che hanno aiutato la CIA durante la ricerca e la scoperta del «terrorista N°1», sono stati arrestati.  Gli Stati Uniti stanno ovviamente «perdendo» il Pakistan, ma il fatto stesso che questo paese può entrare nell’Organizzazione del trattato di Shanghai in qualsiasi momento, rende la situazione regionale critica per gli Stati Uniti. Aggiungendo il ritiro programmato delle truppe statunitensi e alleate dall’Afghanistan (anch’essa si sposta verso la SCO), il cambiamento dell’equilibrio delle potenze regionali diventa evidente. Allo stesso tempo, la persistente questione del  confronto indo-pakistano sta per essere risolta – anche l’India ha tutte le possibilità per diventare membro della SCO. Se aggiungiamo l’Iran, il cui programma nucleare l’ha da tempo trasformato in un ostacolo dell’Occidente, in questa equazione, diventa chiaro che il progetto della SCO sta guadagnando un nuovo significato, che i nostri diplomatici avrebbero potuto difficilmente prevedere a metà degli anni ’90, quando i «Cinque di Shanghai» furono creati. Ancora oggi, si può tranquillamente parlare del ruolo globale della SCO, che non può solo diventare una NATO asiatica, ma un vero rivale del più potente blocco politico-militare nel mondo.
La cooperazione russo-cinese è l’ossatura naturale della SCO – il loro obiettivo comune è quello di opporsi al dominio statunitense nella regione e in tutto il mondo, insieme con il consolidamento delle loro posizioni in Asia Centrale. Il successo della SCO dipende completamente dalla forza dei legami bilaterali tra Mosca e Pechino. Nonostante gli esistenti timori russi di un’espansione cinese e una riformulazione evidente della cooperazione russo-cinese, collegata al ruolo crescente della Cina nel mondo, una innegabile comunanza negli interessi economici e politico-militari ci permette di prevedere l’ulteriore rafforzamento delle posizioni della SCO in tutto il mondo.
I leader degli stati membri della SCO prestano particolare attenzione al consolidamento del partenariato economico all’interno dell’organizzazione. Durante la riunione dei capi di governo del 14 settembre 2001 ad Alma Ata, gli obiettivi primari della cooperazione economica regionale sono stati discussi. La riunione dei capi di governo che ha avuto luogo il 23 di settembre 2003, è stata essenzialmente importante. Durante questo incontro, i partecipanti hanno discusso la creazione di uno spazio economico comune entro il 2020. L’argomento era la circolazione di merci, capitali, servizi e tecnologie. Se i documenti, firmati nel corso di questo incontro saranno portati in vita con successo, la SCO potrebbe diventare non solo la NATO asiatica, ma anche una sorta di Unione europea dell’Asia centrale.
La posizione sull’anti-terrorismo della SCO è un fattore essenzialmente importante per l’Asia Centrale. Basti ricordare l’aiuto russo e uzbeko in Tagikistan, per la stabilizzazione della situazione interna, dove la minaccia di una guerra civile era chiaramente percepita. Gli stati della SCO sono riusciti a consolidarsi di fronte alla minaccia del fondamentalismo islamico, per lo più rappresentato nella regione dal Partito di Liberazione Islamica (Hizb ut-Tahrir al-Islami), la cui influenza si è diffusa su Ucraina e Bielorussia. Nel 2001 la Convenzione di Shanghai sulla lotta a terrorismo, separatismo ed estremismo è stato firmata, e poi  è stata creata la speciale struttura regionale antiterrorismo. Gli stati membri della SCO tengono regolarmente manovre militari congiunte. Questi sforzi della SCO otterranno una peculiare importanza dopo il ritiro delle truppe della NATO dall’Afghanistan, che è noto per avere la parti del leone nella produzione di sostanze stupefacenti, che finiscono in Russia e nei paesi europei. Il contrasto al traffico di droga è diventato uno dei principali settori di attività della SCO.
Nonostante il fatto che Cina e Russia – che insieme con l’India e gli altri Stati, restano nei limiti degli interessi SCO – resistano alla supremazia statunitense nella regione, nel lungo periodo gli Stati Uniti rimangono un importante partner strategico per la SCO. La globalizzazione rende impossibile il confronto tra  blocchi, organizzazioni internazionali e singoli paesi con interessi globali. L’alto livello della reciproca dipendenza economica rende rispettosi dei reciproci interessi, anche dei paesi concorrenti come la Cina e gli Stati Uniti. Tutti sono interessati a mantenere stabile la regione centroasiatica. Ecco perché lo sviluppo positivo dell’Organizzazione del Trattato di Shanghai non deve solo portare al consolidamento delle posizioni regionali, ma anche portare la partnership tra la SCO e la NATO, l’Unione europea e gli Stati Uniti, ad un nuovo livello.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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