Basi militari ‘segrete’ nell’emisfero occidentale

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 13/04/2014

iAV.gKDS7p0YIl picco propagandistico sulla creazione della Russia di basi militari in America Latina e nei Caraibi non finisce. Su iniziativa dei centri da ‘guerra fredda’ degli Stati Uniti, scoperte su basi navali e aeree russe “segrete” in Nicaragua, Venezuela e perfino Argentina appaiono regolarmente nei media.  Più spesso che no, tali notizie sono accompagnate da fotografie di bombardieri strategici Tu-160 (‘Cigno Bianco’) e Tu-95MS, dell’incrociatore a propulsione nucleare Pjotr Velikij (‘Pietro il Grande’), e del grande cacciatorpediniere anti-sommergibile Ammiraglio Chabanenko, che avviarono le visite delle forze navali e aeree della Russia presso gli ospiti del continente americano nel 2008. L’esempio più recente di tale tipo è l’attracco nel porto dell’Avana della nave dell’intelligence russa Viktor Leonov. Nel novembre 2013, l’Assemblea Nazionale del Nicaragua ha ratificato la decisione del governo di permettere alle unità militari russe, navali e aeree, di visitare la repubblica nella prima metà del 2014. I loro equipaggi potranno partecipare all’addestramento dei  militari del Nicaragua e condividerne le esperienze. Il documento menziona anche navi e aerei militari di Cuba, Venezuela, Messico e Stati Uniti. Nel giugno di quest’anno, il governo di Daniel Ortega presenterà al parlamento la proroga del documento per ulteriori sei mesi. Il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu ha recentemente annunciato l’intenzione di aumentare il numero di basi all’estero. Ha anche detto che colloqui sono in corso con Cuba, Venezuela, Nicaragua, Vietnam, Singapore e Seychelles. Il Viceministro della Difesa russo Anatolij Antonov ha spiegato la situazione così: “Quando si parla di valorizzare la presenza della marina russa in America Latina, s’intende soprattutto creare le condizioni per una procedura semplificata per le visite delle nostre navi russe nei porti dell’America Latina. Data la notevole distanza dalle coste russe, è ovvio che saremmo interessati a rifornirle di scorte di cibo e acqua, nonché ad organizzare le attività ricreative dei nostri marinai. In alcune circostanze, dobbiamo essere sicuri di poter svolgere piccole e medie riparazioni per le nostre navi”.
Il Presidente Daniel Ortega, ha prospettato la ‘presenza’ amichevole della Russia sulle rive dell’America Latina in un discorso ai militari del Nicaragua, il 6 aprile, dicendo da quando il governo sandinista è tornato al potere nel 2007, di essere disposto a cooperare con qualsiasi Paese possa contribuire a rafforzare e modernizzare l’esercito. Gli Stati Uniti non hanno dato al Paese alcuna speranza. Nonostante i già stretti legami tra Washington e i governi di destra del Nicaragua, il Pentagono non ha fatto alcun tentativo serio per equipaggiare l’esercito del Nicaragua con armi moderne. Gli Stati Uniti vedono sempre l’ideologia dei sandinisti come ostile. Perciò il governo del Nicaragua s’è rivolto alla Russia. Accordi di vasta portata nella cooperazione militare e tecnica sono stati firmati. Secondo Ortega, il contributo della Russia al processo di riarmo militare è “stabile, affidabile ed estremamente importante”, ed è accompagnato dalla previsione incondizionata di aiuti sociali ed economici al popolo nicaraguense. Sono stati inviati rifornimenti di grano, attrezzature agricole, autobus e autovetture. Una considerevole quantità di denaro è stata anche assegnata a  scopi umanitari, tra cui sanare le conseguenze delle catastrofi naturali. Analizzando il contenuto del discorso di Ortega ai militari, il quotidiano conservatore La Prensa di Managua ha osservato che Ortega “giustifica la possibile creazione di basi russe in Nicaragua”. Ecco una citazione dal discorso di Ortega: “Quante navi militari statunitensi hanno visitato (i nostri porti) tra il 2007 e il 2012? Quante navi statunitensi hanno trascorso mesi nei nostri porti dei Caraibi e dell’Oceano Pacifico? Navi militari sfilate per le missioni di pace! E quanti soldati e ufficiali statunitensi sono sbarcati nel nostro Paese diretti nelle loro basi?… Basi (estere) vietate dalla Costituzione, ma (in realtà) ancora presenti”. Per Ortega, il rafforzamento della sicurezza del Paese rimane un obiettivo strategico. Più potente l’esercito, più significativo il suo contributo nel tutelare ogni regione del Paese, e una vita più tranquilla per il popolo nicaraguense, nei nostri tempi difficili. Ortega insiste in particolare sulla necessità di rafforzare la lotta al traffico di droga, tenendo presente che il Nicaragua si trova ‘al crocevia’ dei traffici di cocaina e di altri allucinogeni da Colombia, Perù e Bolivia agli Stati Uniti. Le Forze armate del Nicaragua devono avere moderne capacità operative nel sequestrare e distruggere il traffico di droga via terra, aria e mare. Si potrebbe pensare che l’US Drug Enforcement Agency (DEA), a lungo presente nel Paese, avesse contribuito a modernizzare il suo arsenale. Ma l’Agenzia sviluppa la cooperazione bilaterale esclusivamente nei propri interessi, cioè espandendo la presenza militare statunitense nel Paese. I metodi autoritari della DEA alienano sempre più leader latinoamericani. Perciò le strutture preposte in Nicaragua e altri Paesi centroamericani hanno reagito positivamente al piano della Russia per la formazione di funzionari antidroga in una scuola speciale a Managua. I professionisti del Servizio anti-Narcotici Federale della Russia (FSKN) insegnano nella scuola, e coloro che la frequentano provengono da Nicaragua, Salvador, Panama, Honduras, Repubblica Dominicana e altri Paesi della regione. Il primo gruppo di operatori s’è già laureato. Gli Stati Uniti sono gelosi del successo della FSKN in Nicaragua e in America Latina. Per questo motivo Viktor Ivanov, presidente del Comitato antidroga dello Stato e direttore della FSKN, è stato inserito nella lista nera del governo degli Stati Uniti. I piani per una collaborazione tra Russia e Nicaragua per esplorare e utilizzare lo spazio viene  considerata dal Pentagono come “assai sospetto” quale “componente militare”. Tra l’altro, l’accordo prevede la costruzione di un sistema di sorveglianza satellitare GLONASS in Nicaragua. Attraverso i media del Paese sotto il suo ‘controllo’, l’ambasciata degli Stati Uniti conduce una campagna ostile contro il progetto, ponendo l’accento sul suo uso ‘probabile’ a fini di spionaggio dalla Russia. Questa preoccupazione dell’ambasciata, dove la maggioranza dei 200 diplomatici statunitensi sono dipendenti delle agenzie di intelligence che intenzionalmente lavorano contro il regime Ortega, non è che ironica.
La Russia sviluppa legami militari con Venezuela e Cuba in modo simile. Sembra che nel prossimo futuro, il problema di porre basi militari russe permanenti con grandi infrastrutture e personale militare dispiegato per lunghi periodi di tempo, non sarà più tale. Il Ministero degli Esteri della Russia ha definito gli articoli sulla creazione di basi militari russe in Argentina, una ‘provocazione’. L’unica base straniera al largo delle coste argentine si trova sulle Isole Falkland, occupate dagli inglesi. La presidentessa argentina Cristina Fernández ha definito le isole “base nucleare” della NATO, “la più grande base esistente a sud del 50° parallelo”. Gli strateghi della NATO provedono di coinvolgere le forze armate della Colombia nelle attività dell’alleanza militare. Nel giugno 2013, Juan Carlos Pinzón, ministro della Difesa nazionale della Colombia, firmò un accordo a Bruxelles sulla cooperazione e lo scambio di informazioni con la NATO. Il presidente colombiano Juan Manuel Santos ha detto, a tal proposito, che l’accordo è stato stipulato “con l’obiettivo ulteriore” di aderire all’organizzazione. Un articolo sul sito aporrea.org commentava che, prima o poi, ci sarà una risposta adeguata all’espansione militare globale degli Stati Uniti e della NATO: “Se gli Stati Uniti hanno un numero incalcolabile di basi in tutto il mondo, allora è logico supporre che altre potenze inizieranno a creare proprie roccaforti. Se gli Stati Uniti hanno riempito l’Europa di missili puntati contro la Russia, è ovvio che la Russia possa rispondere in modo appropriato. Gli Stati Uniti vanno biasimati per la diffusione delle violenze in tutto il mondo, per la loro volontà di preservare l’egemonia. Dopo la sconfitta in Afghanistan, gli statunitensi sono costretti a ritirarsi dal Paese senza essere riusciti a creare una base con missili puntati soprattutto contro Russia, Cina, India e Iran. Ma il messaggio è chiaro: dalla seconda guerra mondiale, l’unico aggressore sul pianeta sono gli Stati Uniti”.

0905_g20_g19.jpg_1853027552La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’avanzata del drago cinese in Eurasia

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 19 mar 2014 China US HackingMentre gli Stati Uniti ruotano militarmente nella regione Asia-Pacifico, i cinesi avanzano verso occidente semplicemente con realizzazioni commerciali e programmi economici. I cinesi hanno terminato la costruzione del tunnel principale del corridoio di trasporto montano da Turpan a Kurla, collegandosi al Pakistan. Il corridoio è parte della Karakoram Highway nell’ambito del progetto per reintegrare la parte occidentale della Repubblica Popolare della Cina con le aree occidentali dell’Eurasia. Pechino crea proprie infrastrutture di trasporto ed energetiche in Eurasia, e le infrastrutture in costruzione saranno il motore della rinascita economica avviata. I cinesi sono ora presenti su tutta la vecchia Via della Seta e le antiche rotte commerciali marittime nell’Oceano Indiano per il commercio di spezie e metalli preziosi. La Cina s’è occupata della costruzione di porti in acque profonde e baie, ferrovie, autostrade, tunnel e snodi di trasporto in tutta la regione. Nonostante pressioni e tentativi di militarizzare e controllare le rotte marittime dell’Oceano Indiano degli Stati Uniti, i cinesi hanno creato una rete di infrastrutture che si estende fino a Gwadar, vicino al Golfo Persico, in Pakistan, ad Hambantota in Sri Lanka, a Chittagong in Bangladesh e a Kyaukphyu in Myanmar. Mentre gli Stati Uniti sconfortati si vedono emarginare nell’area, questi progetti cinesi tessono l’integrazione eurasiatica.

Le guerre segrete di Washington contro la Cina in Xinjiang e Tibet
Gli Stati Uniti hanno cercato e continuano a cercare d’indebolire la Cina. I tentativi di Washington d’indebolire la Cina includono lo sfruttamento delle tensioni etniche e delle divisioni tra i cinesi Han, che compongono la maggioranza della popolazione cinese, e i cittadini non-Han della Cina. Ciò include fomentare tensioni nel Turkestan orientale tra Han e i musulmani turcofoni uiguri  indigeni della regione autonoma dello Xinjiang. Gli Stati Uniti hanno inoltre continuamente istigato  proteste e la secessione del Tibet. Anche se il Dalai Lama e il suo governo in esilio pretendono che i disordini siano risultato del malcontento verso Pechino, le squadre dell’US Central Intelligence Agency (CIA) con la pianificazione degli Stati Uniti e l’addestramento della CIA, parteciparono nell’istigazione e nella manipolazione del malcontento tibetano scoppiato a Lhasa alla vigilia delle Olimpiadi estive di Pechino 2008. Han e i musulmani Hui, gruppo etnico composto da Han fusisi con i viaggiatori e commercianti della Via della Seta nel corso dei millenni, furono presi di mira e uccisi durante tale ondata di agitazioni anti-Pechino. Durante il 110th Annual Meeting dell’American Anthropological Association nel 2011 (dal 16 al 20 novembre a Montréal), un antropologo ammise che, per scopi di ricerca, ebbe accesso privilegiato al programma d’addestramento della CIA che fece esplodere i disordini del 2008 in Tibet. La CIA ha anche campi di addestramento per guerriglieri tibetani sul suolo statunitense, nascosti nelle Montagne Rocciose.
Nonostante le smentite di Washington, vi sono anche testi che parlano apertamente delle operazioni segrete in Tibet di Washington. L’attivista tibetano Jamyang Norbu ha scritto un capitolo in un libro pubblicato nel 1994 e curato dal professore della Columbia University e specialista del Tibet Robert Barnett, sulla resistenza e riforma in Tibet, apertamente dettagliando il ruolo della CIA in Tibet contro il governo cinese. ‘Il movimento di resistenza tibetano e il ruolo della CIA’ è il titolo del capitolo di Norbu. Nella letteratura più recente vi è il libro di Kenneth Conboy e dell’ex-agente della CIA James Morrison pubblicato nel 2002 dalla University Press of Kansas, ‘La guerra segreta della CIA in Tibet’. Tali autori rivelano apertamente come gli Stati Uniti hanno condotto una guerra segreta contro la Cina, incoraggiando la secessione del Tibet e controllando la guerriglia tibetana in lotta contro Pechino.

Marcia verso ovest
Washington inasprisce i problemi tra la Cina e i Paesi confinanti nel sud, nell’Est e sui mari. I funzionari statunitensi sognano di riavviare l’Asiatic Treaty Organization Southeast (SEATO). La SEATO è la defunta NATO dell’Asia orientale che doveva espandersi in parallelo all’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN), proprio come la NATO e l’Unione Europea si sono allargati in coppia sull’Europa, parte occidentale dell’Eurasia. C’è anche il segmento asiatico del progettato scudo missilistico globale che il Pentagono costruisce vicino alla frontiere orientali densamente popolate della Cina. Ciò rientra nella strategia di accerchiamento eurasiatico contro la Cina e la Russia. Ciò porta al cosiddetto ‘Pivot asiatico’ che Hillary Clinton annunciò nel 2011, quando affermò che gli Stati Uniti puntavano alla regione Asia-Pacifico dal Medio Oriente e dall’Afghanistan presidiato dalla NATO. Pechino non c’è cascata, sapendola lunga. Gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di lasciare il Medio Oriente o il poligono militare del Pentagono dell’Afghanistan. Invece i cinesi continuano con il loro programma di lento sviluppo della rete di infrastrutture commerciali diretta verso ovest, le coste del Mar Caspio e del Mediterraneo mediorientali. Foreign Policy, la rivista basata sullo ‘scontro di civiltà’ di Samuel Huntington, ha dato un assaggio di ciò che è ovvio in Cina; Yun Sun del Stimson Center East Asia, nel 2013: “Mentre gli USA ruotano ad est, la Cina marcia nell’altra direzione“, spiegava ai lettori.

L’impero predatore degli USA contro l’impero commerciale cinese
Gli Stati Uniti non hanno mai smesso di cercare di fermare i cinesi nel loro percorso. Il Trans-Pacific Partnership (TPP) è solo un altro piano degli USA per farlo. L’obiettivo del TPP è isolare i cinesi imponendo restrizioni commerciali tra Pechino e il resto della regione Asia-Pacifico. Pechino, tuttavia, ha altri piani. La Cina avanza i suoi progetti, perché indifferente alle operazioni di pressione e destabilizzazione di Washington. L’ombra che l’aquila statunitense proietta sull’Eurasia svanisce diminuendo costantemente. La Via della Seta è stata ricostruita in Eurasia dal Drago cinese e dai suoi alleati. Marco Polo verso l’altro verso. Il Drago e i suoi alleati, l’Orso russo e il Leone iraniano, hanno idee diverse sulla gestione della loro parte del mondo. La gestione dell’Eurasia sarà svolta sul posto e non dagli USA. Questa è la base del florilegio alfabetico delle diverse organizzazioni regionali, dall’Organizzazione per la Cooperazione Economica (ECO) all’Unione eurasiatica alla Shanghai Cooperation Organization (SCO). È solo la punta dell’iceberg.
La Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication (SWIFT), che ha escluso l’Iran dal sistema bancario internazionale nel 2012 su ordine dello Zio Sam, ha riferito alla fine del 2013 che la moneta nazionale cinese ha soppiantato l’euro come seconda maggiore valuta mondiale dopo il dollaro statunitense. L’8,66 per cento del commercio mondiale si svolge in yuan cinesi. È solo l’inizio. L’uso dello yuan aumenterà nelle transazioni internazionali.
Nonostante i tentativi degli Stati Uniti di frenare Pechino globalmente, l’influenza cinese in Africa e in America Latina aumenta. Gli Stati Uniti hanno diviso il Sudan, attaccato la Libia e creato l’Africa Command (AFRICOM), mentre i loro barboncini francesi hanno cominciato a reimporsi militarmente su tutta l’Africa sotto Nicolas Sarkozy, nel tentativo di cacciare i cinesi dall’Africa. I risultati, tuttavia, sono scarsi e l’influenza cinese continua a crescere in Africa. In tutta l’America Latina si parla di aumentare gli scambi commerciali con la Cina. I cinesi si preparano ad iniziare a costruire un megacanale in Nicaragua per soddisfare le crescenti richieste di scambi dall’America Latina. Allo stesso tempo, l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA) e la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC), riorientano l’America Latina  dagli Stati Uniti verso la Cina e i suoi partner eurasiatici. La presenza cinese è inoltre sentita sia nel Polo Nord che nel Polo Sud. Pechino è in trepidante attesa dell’apertura di una Arctic Silk Road dei programmi di esplorazione in Antartide. Pechino, inoltre, è un osservatore permanente presso il Consiglio Artico ed ha investito molto nella ricerca, nei programmi di sviluppo dell’Artico e nelle esplorazioni dei Paesi che si affacciano sul Polo Nord. L’obiettivo finale di Pechino è sviluppare una rete di trasporti e accedere alle riserve energetiche nell’Artico.
Il Pentagono vede nella Cina la maggiore minaccia agli Stati Uniti. La minaccia, tuttavia, non è di natura militare, ma economica. Il soft power cinese aggira l’hard power degli Stati Uniti. A differenza di Washington e dei suoi amici dell’Europa occidentale, il capitalismo cinese non è sostenuto dalla forza militare. Mentre Washington continua a fare la guerra e a rubare la ricchezza delle nazioni vinte, i cinesi continuano a fare affari in tutto il mondo, mentre continuano la loro marcia verso l’ovest dell’Eurasia, verso le rive del Mar Caspio e del Mediterraneo. In altre parole, la Cina lavora mentre gli USA tirano pugni.

china-sources-of-oilArticolo originariamente pubblicato da Russia Today il 17 marzo 2014.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Vedasi anche: HEARTLAND: Energia e Politica nell’Eurasia del XXI secolo

La crisi ucraina vista dalla Cina

Valentin Vasilescu Reseau International 19 marzo 2014

9highres_00000401419611Il progetto di risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, elaborato dagli Stati Uniti, sul referendum in Crimea è stato respinto con veto russo. La Cina, uno dei cinque membri permanenti non ha votato come la Russia, ma si è astenuta. La Crisi ucraina ha creato una frattura nel rapporto tra le due maggiori potenze mondiali? La cooperazione nella produzione della Difesa tra l’Ucraina e la Cina è forte e durevole. Nei primi anni dell’indipendenza, l’Ucraina ha venduto ai cinesi uno dei prototipi del Sukhoj Su-33, versione imbarcata del Su-27, e contribuito a copiarlo con il nome di J-15. Questo velivolo è già in servizio sulla portaerei cinese Varjag (classe Admiral Kuznetsov), acquistata dall’Ucraina nel 1998. Durante la progettazione del nuovo velivolo da trasporto pesante Y-20, i cinesi hanno anche beneficiato dell’esperienza della celebre società ucraina Antonov. Sappiamo che la marina cinese ha ordinato quattro hovercraft d’assalto anfibio classe Zubr, i primi due sono già stati costruiti in Ucraina e consegnati alla Cina. La costruzione degli altri due avverrà nei cantieri cinesi con parti ucraine e sotto la supervisione ucraina. L’hovercraft è il più grande al mondo ed è può sbarcare su una spiaggia tre carri armati, 10 veicoli APC, MLT o 500 fanti di marina.
L’astensione sulla Crimea permette flessibilità alla Cina. In primo luogo, garantisce che gli ucraini continuino a lavorare con essa, almeno sui progetti delle navi classe Zubr. D’altra parte, la Cina non si opporrebbe a una decisione degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei d’intervenire militarmente a favore dell’Ucraina, o di armare gli ucraini con armi di nuova generazione, direttamente o con intermediari, come i ribelli islamici in Siria. Perché così la Cina ha mano libera per intervenire militarmente nel Sud-Est asiatico, citando il precedente ucraino. Le attrezzature militari acquistate dall’Ucraina sono di vitale importanza per la Cina, un Paese che alla fine di quest’anno sarà la prima economia mondiale e che cerca il pretesto opportuno per ridurre la leadership militare degli Stati Uniti nel Pacifico occidentale. Ciò può essere fatto solo rompendo il blocco imposto dagli Stati Uniti con i suoi alleati nella regione, assumendo così il controllo delle rotte marittime che permettano il libero accesso della Cina agli oceani Indiano e Pacifico. La direzione strategica principale per garantire l’accesso della Cina all’oceano Pacifico è il controllo delle rotte marittime nell’area tra l’arcipelago giapponese di Okinawa (Ryukyu) e Taiwan. Le isole Senkaku, sono situate tra Miyako Island e Taiwan, e sono costituite da otto isole appartenenti al Giappone, reclamate di recente in modo più aggressivo dalla Cina. I cinesi hanno ampliato la loro area di azione nel Mar Cinese Orientale, tra Giappone e Taiwan, sulle isole Senkaku (giapponesi) creando una zona di sorveglianza marittima e aerea con l’aiuto di 78 droni da media ed alta quota.
Con l’arcipelago Senkaku, tra gli obiettivi della Cina vi è anche Taiwan, alleato chiave degli Stati Uniti nella regione, abitata da cinesi e appartenente alla Cina fino alla seconda guerra mondiale.

Valentin Vasilescu, pilota ed ex-vicecomandante della base militare presso l’aeroporto di Otopeni, laureato in Scienze Militari presso l’Accademia di Studi Militari di Bucarest nel 1992

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La politica degli Stati Uniti punta all’Asia

Vladimir Odintsov New Oriental Outlook 12/02/2014

56779433_us_pacific_bases_4641Il 5 febbraio il Congresso discuteva della politica verso l’Asia degli Stati Uniti, dando una chiara conferma del percorso intrapreso da Washington e influenzato dai falchi: il passaggio da un approccio equilibrato nella risoluzioni delle dispute territoriali nel Pacifico a una posizione più dura,  comprendente l’uso della forza. L’intento di aggiornare le future risorse attività statunitensi in Asia si riflette nel nome della sottocommissione del Congresso: “Il futuro dell’America in Asia:  riequilibrare la gestione delle controversie sulla sovranità“, confermando la decisione di Washington di passare alla dittatura imperiale in quest’area del mondo, dove negli ultimi tempi gli Stati Uniti hanno regolarmente espresso rimostranze contro la Cina per la recente decisione dell’Air Defense Identification Zone (Adiz) cinese su una serie di isole nel Mar Cinese Meridionale. Secondo rapporti di vari osservatori, una tensione abbastanza evidente nelle relazioni tra i due Paesi è apparsa nei giorni scorsi, nonostante la dichiarazione di Washington della volontà di sviluppare la cooperazione bilaterale con la Cina su una serie di aree. Secondo molti analisti, ciò è in gran parte dovuto al cambiamento della strategia militare degli Stati Uniti e alla sua particolare enfasi sul rafforzamento della presenza strategica nel Pacifico, per contrastare l’espansione cinese in Asia. Il più aspro di tali scontri avviene sulla strategia militare e la concorrenza per l’influenza sulla comunità economica regionale. Il motivo di ciò è chiaro: ogni anno 5300 miliardi di dollari di commercio si svolge nel Mar Cinese Meridionale, con gli Stati Uniti che ne raccolgono 1200 miliardi sul totale.
Una sessione della sottocommissione per l’Europa, l’Eurasia e le minacce emergenti della commissione per gli Esteri della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, denominata “La Cina marittima e altre minacce geografiche” del 30 ottobre 2013, fornisce chiara indicazione della crescita del sentimento anticinese nella dirigenza politica statunitense. Tale sessione, presieduta dal deputato Dana Rohrabacher, ha visto un significativo aumento dell’incitamento al confronto militare con la Cina nel Pacifico, nonché la volontà dei politici statunitensi di rafforzare ulteriormente l’espansione degli Stati Uniti in questa parte del mondo e del confronto militare con la Cina, cercando il supporto del Giappone. Nell’udienza alla sottocommissione del Congresso del 5 febbraio, l’assistente del segretario di Stato per gli affari dell’Asia Orientale e del Pacifico, Daniel Russel, ha dichiarato che gli Stati Uniti agiscono contro “i crescenti tentativi della Cina di affermare il proprio controllo sull’area della cosiddetta “linea dei nove trattini” (vale a dire i territori rivendicati dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale)“. Ha aggiunto, “penso che sia imperativo essere chiari su cosa intendiamo quando gli Stati Uniti non prendono posizione sulle richieste concorrenti nella sovranità dei territori controversi nei mari orientale e meridionale della Cina… ma adottano la decisione secondo cui le pretese marittime devono conciliarsi con il diritto internazionale consuetudinario...” Tale affermazione, ripetuta più volte durante l’audizione al Congresso e nel briefing con giornalisti stranieri del 4 febbraio, presso l’Ufficio stampa estera del dipartimento di Stato degli USA, può indicare cambiamenti dei significativi nella politica estera degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico. Prima dell’audizione di Russel, gli Stati Uniti annunciavano ufficialmente la loro neutralità sulle dispute marittime nel Mar Cinese Meridionale, utilizzate dai diplomatici statunitensi soprattutto per negare l’aspetto militare della politica regionale di Washington. La Casa Bianca ora, tuttavia, assume una “posizione forte” sulla questione ed intende utilizzare talune disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), cui gli stessi Stati Uniti non aderiscono, facendo maggiore pressione sulla Cina denunciandone le richieste marittime.
Adattandosi all’adozione di una nuova posizione nella regione del “Pacific Rim”, Washington “aiuta” il governo filippino nel denunciare la Cina al Tribunale internazionale per il diritto del mare (ITLOS), che esaminerà la questione il 30 marzo all’Aja. Tale passaggio, però, è chiaramente collegato alla propaganda militare di Washington contro la Cina, poiché nello stesso giorno in cui Russel testimoniava al Congresso, il New York Times pubblicava l’intervista al presidente delle Filippine Aquino che paragonava le rivendicazioni territoriali di Pechino nel Mar Cinese Meridionale con l’occupazione dei Sudeti di Hitler nel 1938, equiparando le attività della Cina con quelle della Germania nazista. A sostegno dell’acceso confronto di Aquino, il 6 febbraio The Atlantic pubblicava un articolo critico sulla Cina. Quando, con la chiara sanzione della Casa Bianca, i media degli Stati Uniti confrontano un Paese con la Germania nazista, appare evidente  che la macchina da guerra statunitense accelera i preparativi della prossima guerra, cui gli ambienti industriali militari sono da sempre interessati. Il “supporto informativo” a tale cambiamento nella politica estera degli Stati Uniti è fornito dai discorsi di numerosi membri del Congresso alle udienze della sottocommissione del Congresso sulle dispute marittime, avutesi la scorsa settimana. Le udienze dei congressisti Ami Bera, Steve Chabot, Randy Forbes, Brad Sherman e molti altri, erano a sostegno della posizione di forza degli Stati Uniti e del confronto con Pechino sui territori contesi nel Pacifico. Nel frattempo, un attivo passaggio della flotta sottomarina statunitense nel Pacifico è in corso, così come l’ammodernamento e l’ampliamento della base militare statunitense di Guam, la maggiore base nel Pacifico occidentale dalla seconda guerra mondiale, anche se l’equipaggiamento militare è già sufficiente per grandi attività militari, secondo numerosi esperti militari. La costruzione di basi militari supplementari sull’isola sudcoreana di Jeju, nelle isole Cocos australiane e l’espansione della base sull’isola Diego Garcia, sono chiaramente nell’interesse del Pentagono. Singapore ha già dato il permesso per l’uso della base navale di Chang, migliorando il controllo sulla Stretto di Malacca, attraverso cui l’80% delle importazioni di petrolio cinesi passano…
In tali circostanze, la vera agenda delle visite del vicepresidente statunitense Biden e del vicesegretario di Stato William Burns nella regione diventa ancor più chiara, così come quella delle prossime visite del segretario di Stato John Kerry, del ministro della Difesa Chuck Hagel e di  altri alti funzionari statunitensi. L’equilibrismo politico degli Stati Uniti nel Pacifico cambia radicalmente.

001ec949c22b12687e5511Vladimir Odintsov, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cina-Francia: una disputa territoriale?

Sofia Pale New Oriental Outlook 11/02/2014
tahiti_mapL’espansione aggressiva della Cina nel mondo interferisce con gli interessi di Paesi chiave, come la Francia. Nell’ultimo decennio, il “soft power” cinese è solidamente orientato verso il possedimento geostrategico preferito della Francia nel Pacifico, la Polinesia francese, meglio conosciuta come Tahiti (dal nome dell’isola principale). Questo territorio si estende per oltre 4000 kmq e dispone di ricche risorse ittiche (su 5 milioni di kmq), Cinque volte più grande della madrepatria continentale. Tahiti è stata visitata non solo da carismatici rappresentanti francesi come Paul Gauguin, ma dall’esploratore inglese James Cook, dallo scrittore scozzese Robert Louis Stevenson, dall’etnografo russo N. Mikluho-Maclay, dall’esploratore norvegese Thor Heyerdahl, dal pittore russo delle Vanuatu N. Mishutushkin e anche dal popolare attore e cantante sovietico Vladimir Vysotskij. Alla fine degli anni ’80, Tahiti era governata dal nipote di un generale russo bianco in esilio, Alexandre Leontieff. Purtroppo, nel 1991, fu posto agli arresti domiciliari, sospettato di corruzione e appropriazione indebita di fondi pubblici. Questo territorio francese, nel “cuore” del Pacifico, ospita il poligono ormai non più operativo per i test nucleari. Qui, 192 test furono condotti dalla Francia nel 1966-1996. Dopo la fine forzata dei programmi nucleari, il presidente francese J. Chirac promise che il finanziamento alla Polinesia francese sarebbe continuato (1996-2006). Attivisti locali, a loro volta, in lotta per l’indipendenza dal 1970, vogliono la fine del dominio francese giusto al termine del periodo dei pagamenti delle compensazioni. Tuttavia, nel 2000, nessuno prevedeva la crisi finanziaria del 2008. Ciò costrinse i combattenti per la libertà di Tahiti a ripensare i loro piani. In primo luogo, chiesero a Parigi il risarcimento dei danni causati dai test nucleari (che, per inciso, sono considerati più morali che fisici). Poi stabilirono stretti rapporti economici con un nuovo forte attore nel Pacifico, la Cina.
Lo “tsunami” d’immigrati cinesi, allargatosi sulle isole dell’Oceania a metà degli anni 2000, coprì anche Tahiti. Gli Huaqiao (cinesi d’oltremare) rappresentano il 12% dei quasi 300000 abitanti di tale possedimento francese. Qui i cinesi monopolizzato il commercio al dettaglio, e ora i tahitiani (per l’80% nativi) invece di dire “fare shopping”, dicono “andare in Cina” (à travers la Chine). E’ necessario sottolineare che il capitale cinese ha contribuito alla nascita di una potente lobby pro-Cina nel governo locale. Uno dei primi pupilli cinesi è un vecchio sostenitore dell’indipendenza di Tahiti, Oscar Temaru, che nel 2004 dicendo che aveva radici cinesi da parte della madre, andò al potere tanto atteso. Il primo passo di Tahiti verso l’indipendenza fu il tentativo di compensare le sovvenzioni annuali francesi, di circa 1 miliardo di dollari (non meno del 20% del PIL della Polinesia francese), con l’introduzione o l’aumento delle tasse per la popolazione locale. La gente non sopportò tale aumento per più di sei mesi, quindi Gaston Floss divenne presidente e subito annullò le tasse. G. Floss ha governato Tahiti quasi ininterrottamente dal 1984, “legandosi” a Jacques Chirac. Quest’ultimo è il padrino del suo ultimogenito ed ha sempre sostenuto l’idea di Tahiti parte della Francia. Tuttavia, la gente di Tahiti lo rispettava perché, essendo in rapporti amichevoli con il presidente francese, poteva avere la massima autonomia per la Polinesia francese. Qui possiamo citare il titolo di “presidente” per il capo di Tahiti, il diritto di gestire autonomamente alcuni aspetti delle politiche nazionali e regionali, senza interferenze da Parigi, nonché il riconoscimento dello status ufficiale della lingua tahitiana (anche se ci sono alcuni problemi con la Costituzione francese). Tuttavia, O. Temaru non si arrese facilmente, e nei successivi due anni i due avversari si avvicendarono ogni sei mesi. Infine, Gaston Tong Sang, rappresentante della comunità cinese, divenne presidente di Tahiti. Tuttavia, un anno più tardi, fu accusato da alcuni rappresentanti dei mass media di difendere gli interessi di “una certa minoranza”. Quindi, tre candidati lottarono per la carica di presidente, O. Temaru, G. Floss e H. Tong Sang, indicati come la Trinità dalla comunità internazionale.
Intanto Pechino approcciò ciascuno della Trinità: in questi ultimi anni, ognuno dei leader è stato accusato di aver accettato tangenti (indirettamente, capitale cinese). Il presidente G. Floss, dopo aver visitato la Cina all’inizio di gennaio, è stato accusato di corruzione nel 2014 (non ufficialmente, firmando accordi sul debito con Pechino considerati dannosi per Tahiti). A proposito, dopo la visita , G. Floss semplificò il regime dei visti con la Cina, al fine di rafforzare il flusso di turisti e lavoratori a contratto dalla Cina. Negli ultimi dieci anni, le relazioni commerciali della Cina con la Polinesia francese si sono rafforzate, tanto che quasi tutta l’esportazione di perle nere, l’unico settore redditizio dell’economia di Tahiti, è diretta verso il Celeste Impero. Dopo la crisi finanziaria globale nel 2008-2010, la Francia subì la valutazione economica del 2012, passando da AAA a AA + da parte delle agenzie Fitch e Standard&Poor. Tuttavia, Parigi continua a inviare la stessa quantità di fondi per impedire che Tahiti abbia l’indipendenza economica e abbandoni la sovranità francese. Tuttavia, nel 2013, il capitale cinese nell’economia di Tahiti era stimato in 5 miliardi di dollari, una somma maggiore degli investimenti francesi. Infine, all’inizio del 2013, Pechino passò all’attacco  decidendo di sostenere O. Temaru, salito al potere a Tahiti per ottenere l’indipendenza e la ridenominazione del Paese in Maohi Nui. Pechino ha fatto pressioni per l’introduzione della Polinesia francese nella lista dei Territori Non Autonomi nel comitato speciale sulla Decolonizzazione delle Nazioni Unite.
Poiché la Cina ha bisogno del maggior numero possibile di sostenitori nelle varie organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite, ottenendo l’indipendenza, questo Stato sarebbe grato alla Cina votando per Pechino quando richiesto, nonostante il ragionamento critico del rappresentante del Cile presso il Comitato speciale delle Nazioni Unite sulla Decolonizzazione, al vertice del giugno 2013, che dichiarò che “le supreme autorità locali (Polinesia Francese) hanno meno poteri rispetto a un qualsiasi misero sindaco del mio Paese” [1]. Se la Polinesia francese avrà l’indipendenza, tale tattica verrebbe applicata con successo nell’isola di Pasqua, che appartiene al Cile ma da cui vuole separarsi. Poi vi sono Guam e Samoa, che non vogliono appartenere agli Stati Uniti, l’isola ribelle di Pitcairn, parte del Regno Unito, i territori australiani e neozelandesi nel Pacifico (ovviamente, con assai minori, ma ancora possibili, probabilità). Non sorprende che Francia, Australia, Stati Uniti e Regno Unito non abbiano partecipato alla decisione sull’introduzione della Polinesia francese nella lista dei Territori Non Autonomi (a proposito, la Russia ha sostenuto la decisione delle Nazioni Unite).
Oggi il futuro della Francia e dei suoi possedimenti nel Sud Pacifico dipende dalla volontà politica del presidente F. Hollande, consentendo o meno il referendum sull’indipendenza Tahiti nel 2014. La Trinità vuole un referendum: G. Floss, per dimostrare che il 60% dei tahitiani voterà contro la separazione dalla “madre patria”, G. Tong Sang è d’accordo con G. Floss, mentre O. Temaru al contrario ritiene che più della metà dei tahitiani voterà per l’indipendenza. La già scarsa popolarità di F. Hollande colerà a picco nel caso in cui il referendum si svolga a Tahiti e le speranze della Cina di chiamare questo nuovo Stato Maohi Nui saranno adempiute. In tale caso, Parigi affronterebbe enormi difficoltà, sia nel Paese che fuori. I francesi non perdonano ai loro presidenti neanche i piccoli passi falsi, basti ricordare la “Giornata della rabbia” del 27 gennaio 2014. È possibile vedervi la perdita del “cuore” del Sud Pacifico della Francia. Inoltre, la Cina, che ha offerto alla Polinesia Francese prestiti favorevoli, progetti di infrastrutture e flussi di turisti dalla Cina, continuerà tali politiche nei confronti di altri Stati. Inoltre, a quanto pare, l’obiettivo di Pechino nel Pacifico meridionale è la “liberazione” dei territori degli Stati Uniti.

[1] Come conclude la sessione, Commissione speciale sulla decolonizzazione riafferma il diritto inalienabile dei popoli della Polinesia francese all’autodeterminazione. Commissione speciale sulla Decolonizzazione, 9° Vertice dell’Assemblea Generale COL/3258, 21 giugno 2013.

tahiti-mapSofia Pale, PhD, ricercatrice del Centro su Sud-Est asiatico, Australia e Oceania, Istituto di Studi Orientali dell’Accademia Russa delle Scienze, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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