Il sogno degli Stati Uniti si schianta in Asia centrale

Atul Bhardwaj (India) Purple BeretsOriental Review 13 maggio 2013

198224475Il 3 maggio, un aereo cisterna KC-135 dell’aeronautica degli Stati Uniti si è schiantato nel nord del Kirghizistan. Tutti e tre i membri dell’equipaggi a bordo sono rimasti uccisi. In precedenza, il 27 aprile, quattro aviatori statunitensi sono morti quando un aereo da sorveglianza e ricognizione MC-12 si è schiantato nel sud dell’Afghanistan. Il 30 aprile, un’altra tragedia si è avuta quando un cargo Boeing 747 si è schiantato poco dopo il decollo nella base militare statunitense di Bagram, in Afghanistan. Tutte le sette persone a bordo sono morte. Il velivolo era impiegato dalla National Air Cargo, una controllata delle National Airlines della Florida. Nell’anno in corso, l’incidente dell’aero-cisterna è stato l’ottavo riguardante un aereo militare statunitense impegnato nelle operazioni in Afghanistan. Quattro elicotteri, un aereo da combattimento F-16 e un velivolo Beachcraft MC-12 Liberty dell’USAF sono tra i velivoli schiantatisi.
Le perdite di elicotteri sono regolari in Afghanistan e ricevono una copertura mediatica di routine.  Tuttavia, dato che gli incidenti degli aerei ad ala fissa sono rari, ricevono molto più spazio nei media. Gli incidenti aerei sono causati da vari motivi, ma un grande fattore nella maggior parte dei disastri aerei è la fatica degli equipaggi e l’eccesso di fiducia, che spesso emergono durante campagne militari prolungate. La ultradecennale campagna statunitense in Afghanistan s’è dimostrata essere assai impegnativa per gli effettivi delle forze armate degli Stati Uniti e gli effetti negativi iniziano a mostrarsi. Il KC-135 è precipitato vicino a Manas, la base militare statunitense presso la capitale del Kirghizistan Bishkek. Viene utilizzato dai militari degli Stati Uniti come base logistica nel trasferimento di attrezzature e truppe dentro e fuori l’Afghanistan. Manas è stata creata nel 2001 ed è sede di una flotta di aerei-cisterna con 1.500 effettivi statunitensi. Manas è stata il pomo della discordia tra Stati Uniti e la nazione ospitante, il Kirghizistan. Nel 2009, il Kirghizistan aveva affittato il terreno agli Stati Uniti per 60 milioni di dollari all’anno. Il contratto scadrà nel giugno 2014. Washington vuole una proroga del contratto di locazione, al fine di garantirsi il regolare ritiro delle truppe dall’Afghanistan, ma Bishkek è decisa a porre fine all’accordo sull’affitto.
Perdere un aereo in un Paese straniero non è una novità per gli USA, che gestiscono più di 800 basi militari all’estero. Da quando gli Stati Uniti sono profondamente coinvolti nelle operazioni militari in tutto il mondo, è naturale che vi perdano velivoli e uomini. Fino a quando gli statunitensi utilizzano aerei con o senza piloti nello spazio aereo internazionale, va bene. Tuttavia, quando violano lo spazio aereo di una nazione sovrana, cominciano i guai. Ad esempio, quest’anno, a metà  marzo, un drone MQ-1 Predator degli Stati Uniti, in ricognizione sul Golfo Persico, è stato intercettato da caccia iraniani. Alla fine, la questione si risolse dopo un duello verbale. Il drone venne scortato alla base da due aerei militari statunitensi. Tuttavia, nel novembre dello scorso anno gli iraniani spararono contro dei droni statunitensi. Nel dicembre 2011, l’Iran catturò un drone da ricognizione statunitense RQ-170, conosciuto come la ‘Bestia di Kandahar’. Il video del drone con le ali e il corpo completamente intatti fu diffuso dagli iraniani come prova per aver “spezzato” il codice del sistema di comunicazioni dell’RQ-170, facendolo atterrare in modo sicuro in un aeroporto dell’aviazione iraniana rimasto ignoto. Tuttavia, gli statunitensi reagirono aspramente alle affermazioni iraniane e dissero che l’RQ-170 si era schiantato in territorio iraniano.
L’incidente più pubblicizzato che coinvolse un aereo statunitense avvenne il 1° aprile 2001, quando un velivolo d’intelligence elettronica dell’US Navy EP-3E ARIES II, segnalò di aver avuto una collisione in volo con un intercettore J-8II della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAN), sopra una zona economica esclusiva cinese. L’incidente sul Mar cinese meridionale causò l’uccisione del pilota cinese e l’atterraggio forzato dell’EP-3E sull’isola di Hainan. L’EP-3 era decollato dalla base aerea statunitense di Kadena a Okinawa, in Giappone. Presso l’isola di Hainan tutti i 24 membri dell’equipaggio dell’EP-3 furono catturati dai cinesi. Dopo le trattative, gli Stati Uniti scrissero una “lettera di doppie scuse” e la Repubblica popolare cinese rilasciò l’equipaggio.
Il più tragico incidente nella storia militare degli Stati Uniti accadde sul suolo canadese. Il 12 dicembre 1985, un aereo di linea DC-8-63CF, di un volo internazionale charter per il trasporto truppe statunitensi dal Cairo, in Egitto, alla base di Fort Campbell, Kentucky, via Colonia, in Germania, e Gander, a Terranova, si schiantò sulla pista di quest’ultima subito dopo il decollo. Tutti i 256 passeggeri, che appartenevano alle forze armate degli Stati Uniti, e l’equipaggio a bordo morirono. Il rapporto d’inchiesta sull’incidente ne individuò la causa nel: malfunzionamento dell’apparecchiatura, errore del pilota, impatto con un volatile o azione nemica. Tuttavia, indipendentemente dalle ragioni dell’incidente, i contribuenti degli Stati Uniti continueranno a perdere soldi, a meno che, naturalmente, l’amministrazione statunitense decida di ridurre l’impegno militare all’estero fornendo riposo e recupero ai propri soldati affaticati.

L’autore è un ricercatore presso la Scuola di Studi Liberali dell’Università Ambedkar, Delhi. È un alunno del College del Re, Londra.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il primo Drone-Killer della Cina?

David Axe Wired 10 maggio 2013

942114Un paio di foto sgranate prese da da lontano potrebbero essere ora la migliore prova del primo drone aereo militare, a getto e presumibilmente armato, di Pechino. Le immagini, una delle quali ritagliate e zummate dagli utenti di Internet, è stata qui riprodotta per la prima apparizione nel mondo anglofono, sul forum Web Secretprojects.co.uk. Le foto seguono a ruota l’altrettanto ambigue prime foto dei due prototipi di caccia stealth della Cina (nel 2010 e nel 2012) e del suo aereo da trasporto pesante (quest’anno). Una foto sfocata e presa da lontano, ancora più ambigua, forse raffigurante il nuovo drone, è apparsa su un sito russo a marzo.
Ancora i cinesi, ‘Ci risiamo?‘”, il giornalista Bill Sweetman di Aviation Week così ha scherzato, dopo aver visto le immagini dei presunti droni armati. C’è consenso tra gli osservatori della Cina sul fatto che il velivolo raffigurato nelle foto sia il Lijian, ossia “Spada affilata”, un Unmanned Combat Aerial Vehicle nato dalla collaborazione tra le aziende aerospaziali cinesi Shenyang e Hongdu. Propulso da un singolo motore a reazione e dotato di un carrello di atterraggio triciclo, l’UCAV Lijian sembra sfoggiare una cellula ad ala volante, condivisa da diversi prototipi di droni-killer made in USA. La cellula ad ala volante, utilizzata anche dal bombardiere stealth B-2, è ideale per i velivoli  radar-furtivi. Oltre alla sua fusoliera e alle possibili qualità radar-eludenti, non si sa molto del nuovo drone. Ma questo non significa che l’aspetto del robot sia inedito. La Cina ha già presentato un rudimentale drone armato ad elica. E nell’ultima edizione della relazione annuale del Pentagono (.pdf) sulle capacità militari cinesi, pubblicata all’inizio di questa settimana, ha previsto che un più sofisticato UCAV cinese avrebbe presto fatto la sua apparizione. “L’acquisizione e lo sviluppo di un Unmanned Aerial Vehicles a lungo raggio… e di un Unmanned Combat Aerial Vehicle, aumenterà la capacità della Cina di condurre ricognizioni a lungo raggio ed operazioni di attacco“, afferma il rapporto. Vale la pena notare che la Cina è l’ultima grande potenza aerospaziale a presentare un primo prototipo di drone armato a reazione e furtivo (con bassa firma radar). Gli Stati Uniti sono in testa, avendo testato non meno di cinque UCAV dalla fine degli anni ’90 e avendo anche una versione non armata, l’RQ-170, in servizio operativo. L’Europa ha i modelli Taranis e Neuron in fase di sviluppo e la Russia sta lavorando a una versione del MiG Skat.
Come i progettisti di droni di tutto il mondo hanno scoperto, le cellule sono spesso la parte più facile del sistema da realizzare. Ciò che è difficile sono il software, la trasmissione dati, i sistemi di controllo e i carichi utili che rendono quel che sono essenzialmente dei grandi aeromodelli efficaci armi robotiche. Ed è con questi sottosistemi principali che la Cina probabilmente avrà più problemi. Il rapporto sulla Cina del Pentagono elenca specificamente “elettronica a stato solido, microprocessori e sistemi di guida e controllo” le tecnologie che Pechino trova più facile comprare o rubare da Stati Uniti, Europa e Russia, piuttosto che sviluppare da sola. Gli esperti statunitensi temono che la Cina possa avere accesso alla tecnologia dei droni statunitensi grazie all’RQ-170 atterrato in Iran nel 2011.
Finora il Lijian sembra esser stato avvistato solo in fase di rullaggio lungo una pista, durante i test a terra. Non è chiaro se i suoi sviluppatori possano tentare un primo volo. Ancora meno chiaro è se e quando il drone armato cinese possa entrare in servizio.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il controllo della popolazione è una politica anti-capitalista?

I contadini poveri sono da biasimare?
Ian Angus e Simon Butler Links, 10 marzo 2013

population-controlClimate & Capitalism, ha pubblicato su Links International Journal of Socialist Renewal, la risposta a un articolo apparso su Dissident Voice il 17 febbraio 2013. Abbiamo presentato la nostra risposta il 24 febbraio, ma gli editori non l’hanno accettata e neanche avuto la cortesia di rispondere a una e-mail che avevamo inviato una settimana dopo. Dal momento che da allora hanno pubblicato articoli scritti molto tempo dopo la nostra risposta, possiamo solo concludere che DV non vuole pubblicare una critica a uno dei loro redattori. Si potrebbe pensare che una pubblicazione che si dica dedicata a “sfidare distorsioni e menzogne della stampa imprenditoriale“, accoglierebbe con favore una sfida alle distorsioni che essa pubblica. Ma a quanto pare non è così.

KISSINGER_DEPOPULATIONLa crescita della popolazione è una delle principali cause della crisi ambientale globale? Nel nostro libro, Too many peoples? (Haymarket Books, 2011), si sostiene che “gli ambientalisti che promuovono il controllo delle nascite e/o politiche anti-immigrazione come soluzioni ai problemi ambientali, fraintendono profondamente la natura della crisi“. Siamo d’accordo con il rinomato ambientalista Barry Commoner: “L’inquinamento non inizia nella camera da letto, ma nella sala del consiglio di amministrazione.” John Andrews, che il blog Dissident Voice ospita regolarmente, non è d’accordo. Ci definisce “negazionisti della sovrappopolazione” e ci accusa di avere fede ingenua nella buona volontà delle aziende, un’accusa che sicuramente sorprenderà chiunque abbia familiarità con le nostre opinioni. In una recente risposta di 4600-parole ad un articolo di 960 che abbiamo scritto per Grist, attribuisce la responsabilità dei problemi ambientali su alcuni dei popoli più poveri del mondo, dimostrando profonda incomprensione della natura del potere corporativo, e proponendo soluzioni che fanno più male che bene.

Reminiscenze africane
Andrews comincia con la storia della sua infanzia in quella che lui chiama ancora Rhodesia, anche se è lo Stato dello Zimbabwe da più di trent’anni. Ha frequentato la scuola, privilegio negato alla maggioranza nera, durante il brutale regime d’apartheid del capo razzista Ian Smith. La narrazione di Andrews dimostra perché i più seri scienziati sociali trattano le prove aneddotiche con scetticismo e cautela. Può aver visto le cose che descrive, ma lui non le capiva allora, e non le capisce ora. Andrews ha detto che lui e i suoi compagni di classe andavano in campagna a vedere il contrasto tra le “erbe naturali e ogni sorta di alberi selvatici, sani e arbusti, in fiore” in una azienda agricola a conduzione bianca e la “dura terra cotta dal sole, con appena una striscia di erba” nella cosiddetta Land Trust tribale, al di là di un recinto di filo spinato. Probabilmente i suoi insegnanti intendevano così insegnare la superiorità innata degli europei sui distruttivi africani, ma Andrews dice che ne trasse una conclusione diversa. Dal punto di vista tribale, ci dice, “la gente viveva più o meno lo stesso modo in cui l’aveva fatto per secoli“, avevano grandi famiglie perché era “semplicemente loro costume” e senza pensarci, incrementarono le loro mandrie di bestiame al di là delle capacità del territorio. La terra è stata distrutta dalla sovrappopolazione.
Vi sono tante cose sbagliate in questa immagine che è difficile sapere da dove cominciare. Lungi dal vivere “come avevano fatto per secoli“, gli abitanti del villaggio che videro Andrews vivevano nelle condizioni imposte dagli imperialisti britannici dopo la conquista della zona, allora si chiamava Matabeleland, nel 1890. Dopo l’invasione, ogni soldato britannico ebbe il permesso di fondare una fattoria di 6.000 acri di terra dei popoli Shona e Ndebele. In un solo anno, gli europei sottrassero oltre 10.000 chilometri quadrati di fertili terreni agricoli, insieme a un numero imprecisato di capi di bestiame. Tra il 1899 e il 1905, gli inglesi trasferirono forzatamente più della metà della popolazione africana dalle loro terre tradizionali, in riserve nelle pianure aride. Altri furono costretti a spostarsi nei decenni successivi. Una legge del 1930 impediva agli africani di possedere terre al di fuori delle riserve. Quando Andrews era un bambino, quasi tutti gli africani furono stipati sul 25% del Paese, mentre circa 4500 famiglie bianche possedevano il 70% delle terre più fertili. Il modo tradizionale di vita nel Matabeleland fu distrutto. Le procedure tradizionali per governare i beni comuni e la gestione di mandrie comuni, scomparvero senza lasciare nulla al loro posto. L’opzione dell’agricoltura moderna non era disponibile, perché le banche di proprietà dei bianchi non avrebbero prestato denaro agli agricoltori africani per miglioramenti o attrezzature agricole, e le scuole agricole non ammettevano studenti africani.
Il ben conservato paesaggio che Andrews ha visto in una fattoria bianca, aveva molto a che fare con i programmi fondiari, finanziati dal governo, per il miglioramento, la formazione, l’irrigazione, il drenaggio e la costruzione di strade, servizi che non venivano forniti nelle aree africane. Nei tre decenni che seguirono la seconda guerra mondiale, il governo dei coloni bianchi utilizzò il “sovraffollamento” come scusa per confiscare oltre un milione di bovini agli africani che vivevano in riserve disperatamente povere. Nello stesso periodo, trasferirono con la forza altre 100.000 persone in quelle stesse riserve. Così, quando Andrews sogghigna per gli africani che speravano di avere molte figlie, perché cpsì avrebbero ricevuto del bestiame come dote, e dice che avere una famiglia numerosa “non è una necessità economica“, si rende volontariamente cieco. La “sovrappopolazione” delle cosiddette terre tribali non aveva nulla a che fare con i tassi di natalità, ma con tutto ciò che il brutale sistema di dominio coloniale fece per rendere possibile l’infanzia privilegiata di Andrews.
Il tentativo di spiegare la complessità dei problemi umani contando i bambini, ed ignorando il contesto storico, sociale ed economico, è una caratteristica fondamentale dell’ideologia “populazionista”. La versione di Andrews è più cruda rispetto alla maggior parte, ma tutt’altro che unica.

“Populazionismo” anticapitalista?
Nel suo classico del 1974, sullo studio dei programmi di riduzione della popolazione in India, ‘Il mito del controllo della popolazione’, l’accademico ugandese Mahmood Mamdani conclude che “il controllo della popolazione senza un cambiamento fondamentale nella sottostante realtà sociale è, infatti, un’arma della politica conservatrice“. Abbiamo ampliato questo punto in Too Many People?
Per più di due secoli, l’idea che i mali del mondo siano causati da persone povere che hanno troppi bambini, è stato un notevole successo nell’impedire un cambiamento dando la colpa della povertà e dell’ingiustizia alle vittime dell’ordine sociale esistente. Aggiungendo la distruzione ambientale ai crimini alimentati dai poveri, ci continua questo processo, distogliendo l’attenzione dai veri vandali ambientali.”
Andrews sostiene esattamente il contrario, affermando che la crescita della popolazione è il fondamento di tutto il sistema capitalistico, che “il profitto che guida le varie corporazioni realmente responsabili della distruzione ambientale, dipende interamente dal numero di esseri umani“. Quindi, dice, la riduzione della popolazione è una misura progressiva. “Se ci fossero meno persone per lo sfruttamento e il consumo, i profitti sarebbero più piccoli, e sicuramente questo è il cuore del problema” Ridurre la popolazione mondiale non solo “darà benefici al pianeta“, ma “dovrebbe anche cominciare a provocare la scomparsa delle aziende“. Va oltre, sostenendo che il potere aziendale non può essere ridotto senza la riduzione della popolazione. “Se il potere delle imprese è sempre da controllare, il collegamento diretto tra la loro forza trainante e la fonte di energia chiave, il massimo profitto, e una popolazione umana sempre in crescita deve essere compresa chiaramente.” La gente come noi, che si oppone al controllo della popolazione, non solo aiuta ad “uccidere il pianeta“, ma anche “gioca a vantaggio di tutto il mondo aziendale”.
Un evidente esempio reale contraddice la sua teoria. Nel corso degli anni in cui la draconiana “politica del figlio unico” è stata in vigore, la Cina ha abbracciato il capitalismo, sperimentando tassi di crescita economica fenomenali, un bel balzo di disuguaglianze sociali ed enormi problemi ambientali. Rallentare la crescita della popolazione non ha assolutamente protetto il territorio, l’aria o l’acqua cinesi dall’inquinamento industriale, né ha causato “la scomparsa delle aziende”. E’ anche degno di nota che la Corea del Sud, con un tasso di natalità molto al di sotto del livello di sostituzione, è una delle economie capitaliste in più rapida crescita del mondo. Ne il capitalismo è in pericolo imminente in Giappone, dove la popolazione è in calo da alcuni anni. Ovviamente il capitalismo necessita di lavoratori e clienti, ma l’idea che i profitti dei capitalisti siano “completamente dipendenti dal numero di esseri umani” è semplicemente assurda, è come l’idea che la riduzione della popolazione, in qualche modo, indebolisca il sistema.
Sul fronte della produzione, anche una più alta intensità di lavoro nelle industrie può sostituire le persone in caso di necessità. Per esempio, nel 1930 il 21% della popolazione degli Stati Uniti  lavorava nel settore agricolo, oggi meno del 2%, anche se una popolazione più grande di due volte  compra generi alimentari. La sostituzione delle persone con le macchine, sostituendo lavoro morto al lavoro vivo, come direbbe Marx, è una costante del capitalismo.
Sul fronte dei consumi, un’enorme crescita delle vendite è stata ottenuta non vendendo a più clienti, ma utilizzando una varietà di mezzi per garantirsi che i clienti esistenti debbano comprare di più. Una statistica dice, secondo l’US Environmental Protection Agency, che tra il 1960 e il 2007, il volume dei prodotti usa e getta nelle discariche comunali è cresciuto oltre due volte più velocemente della popolazione. Da oltre 50 anni, i prodotti per lo smaltimento immediato, o che non possono essere riparati, hanno generato una crescita delle vendite di gran lunga superiore alla crescita della popolazione. E questo è solo una parte della storia. La corsa del capitalismo alla crescita non è una corsa a più clienti, ma una corsa a maggiori profitti, e le aziende hanno innumerevoli metodi per raggiungere tale obiettivo, non importa ciò che accade al tasso di natalità.  L’approccio semplicistico di Andrews, minor numero di persone uguale a meno vendite, quindi, uguale ad aziende più deboli, fraintende del tutto ciò che è accade, e distoglie l’attenzione dei progressisti su “soluzioni” che non avranno alcun effetto sul potere delle organizzazioni e delle persone che distruggono l’ambiente globale.

Che cosa si deve fare?
Forse la strana caratteristica dell’articolo di Andrews è la contraddizione tra la gravità che attribuisce al problema e la debolezza delle soluzioni da lui proposte. Da un lato, dice che “la sovrappopolazione umana… è il singolo fattore più importante che contribuisce alla distruzione umana dell’ambiente“. Si tratta di “uccidere il pianeta“. Dice che la Terra è sovrappopolata dai “secoli XVI o XVII” e, forse, da molto prima. Se lo crede veramente, avrebbe dovuto esigere un’immediata azione drastica. Per tornare ai livelli del XVI secolo, sarebbe necessario un programma accelerato per eliminare più di 6 miliardi di persone, e molto rapidamente. Ma non propone una cosa del genere. Al contrario, vuole una campagna di propaganda (lui la chiama educazione, ma questo è un eufemismo) per promuovere una politica volontaria dei due figli. Se lo facciamo, dice, “la popolazione del pianeta dovrebbe almeno smettere di crescere e fermarsi più o meno a questo livello… In altre parole, una famiglia di due figli sarebbe più che sufficiente per essere efficaci.
Ci scusi? Se ciò che Andrews ha scritto sulla sovrappopolazione è vero, allora ciò che sta sostenendo è la sovrappopolazione permanente, garantendo la distruzione della vita sulla Terra in un futuro non lontano. Mette in guardia dall’apocalisse della sovrappopolazione, e quindi propone misure che non possono impedirla. Il problema di Andrews, e di molti gruppi populazionisti che prendono una posizione simile, è che non esiste un modo umano, n’è un modo che rispetti i diritti umani, per ridurre il numero di esseri umani ai livelli che loro propagandano essere necessari. Anche la brutale politica del figlio unico in Cina ha rallentato, e non invertito, la crescita. Ecco perché così tante apparentemente volontarie campagne di riduzione della popolazione, si sono trovate ad utilizzare varie forme di coercizione, al fine di raggiungere gli obiettivi demografici promessi dai loro sponsor. Ed è per questo che Andrews qualifica la sua affermazione dicendo che le misure volontarie sono sufficienti, scrivendo: “Io non credo che ci sia bisogno, comunque, di costringere le persone a limitare il numero di figli“: quella parolina “comunque”, la dice lunga. Ogni volta che il controllo della popolazione è all’ordine del giorno, i diritti umani delle persone ritenute un “surplus” sono sempre in pericolo.

Un diversivo pericoloso
La crisi ambientale richiede un’azione rapida e decisiva, ma non possiamo agire con efficacia se non capendone chiaramente le cause. Se una malattia viene mal diagnosticata, nella migliore delle ipotesi si perde tempo prezioso con cure inefficaci, nel peggiore dei casi, faremo ancora più danni. L’articolo di Andrews è un esempio calzante. Perché separa la crescita della popolazione dal suo contesto storico, sociale ed economico, le sue spiegazioni blaterano di grande è brutto e più grande è peggio, e le sue soluzioni sono altrettanto semplicistiche. Se gli ambientalisti adottassero il suo approccio, non solo saranno inefficaci, ma invece di affrontare i veri eco-vandali, si scaglierebbero contro le vittime della distruzione ambientale, le persone che, come abbiamo scritto nel nostro articolo per Grist, “non distruggono le foreste, non cancellano le specie in via di estinzione, non inquinano i fiumi e gli oceani, e non emettono essenzialmente nessun gas serra“.
Il sistema capitalista e il potere dell’1%, e non la dimensione della popolazione, sono le cause profonde della crisi ecologica attuale. Se non capiamo questo, non riusciremo mai a fermare la distruzione ambientale.

[Ian Angus e Simon Butler sono i co-autori di Too Many People? Population, Immigration, and the Environmental Crisis, pubblicato da Haymarket Books nel 2011. Ian edita il giornale online Climate & Capitalism. Simon scrive per il quotidiano australiano Green Left Weekly.]

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il caccia stealth russo può affrontare quelli degli Stati Uniti

David Axe Wired 16/11/2012

66744Il prototipo del caccia stealth russo T-50, il primo aereo da guerra furtivo al di fuori degli Stati Uniti, che ha debuttato nel gennaio 2010, è un po’ meno furtivo dello statunitense F-22 e uguale al più piccolo F-35. Ma in molti altri casi, il nuovo aereo da guerra della russa Sukhoj Design Bureau è in realtà superiore ai modelli statunitensi. Questa è la conclusione sorprendente della prima analisi scientifica pubblica sul Radar Cross-Section (RCS – apparenza del velivolo sugli schermi radar) del T-50, completato dal Dr. Carl Kopp, analista del think tank indipendente Air Power Australia.
La forma del T-50 è meno rilevante di quella del F-22 Raptor“, scrive Kopp nel suo denso e pesante report. ma F-35 e T-50, aggiunge, hanno un “simile comportamento … RCS.” Ma la valutazione di Kopp del T-50 invia degli avvertimenti. Non pochi, in effetti. Per far raggiungere la stealthiness del Lockheed Martin F-35, per non parlare dell’F-22, gli ingegneri della Sukhoj dovranno, tra l’altro, modificare la disposizione dei motori del T-50 con un raccordo meno invadente e aggiungere uno strato di materiale radar-assorbente sulla superficie dell’aereo. Con le gondole motori e la superficie riviste, le “performance riflettenti del RCS del T-50 soddisfaranno il Very Low Observable (VLO), dato che forti rendimenti riflettenti sono assenti nel campo del settore angolare di prua“, scrive Kopp. Tradotto in parole povere, Kopp sta dicendo che una versione ottimizzata del jet russo potrebbe essere molto, molto difficile da individuare per la maggior parte dei radar, mentre piomba su di loro.
Vale la pena notare che grandi perfezionamenti sono delle procedure standard, quando i prototipi stealth vengono sviluppati. L’F-22 e l’F-35 hanno subito grandi modifiche di progettazione essendo stati ideati più di 15 anni fa. Il T-50, di cui solo quattro esemplari sono stati costruiti, vola da tre anni e non è programmato per entrare in servizio prima del 2016, al più presto. C’è tempo per i russi per perfezionare il progetto, così come i cinesi fanno con i loro aerei invisibili. Certo, entro il 2016 gli statunitensi potranno possedere centinaia di F-35 pronti al combattimento, più i circa 180 F-22 già in servizio. Il T-50 potrebbe sfruttare il ritardo per avere prestazioni impressionanti che, in qualche modo, supereranno anche le vantate capacità dell’F-22.
Un vantaggio dei russi è ciò che Kopp chiama “estrema super-agilità. Conseguenza dell’avanzato design aerodinamico, dell’eccezionale rapporto spinta/peso e delle prestazioni nella vettorizzazione della spinta dimensionale, integrati con un avanzato sistema di controllo digitale del volo“. Il secondo vantaggio: “eccezionale persistenza al combattimento, frutto di un insolitamente grande carico di carburante interno, pari a 25.000 chili” scrive Kopp. Il T-50 potrebbe continuare a volare e combattere a lungo, dopo che F-22 e F-35 restano a corto di carburante. Inoltre, il T-50 schiva alcuni radar meglio di altri velivoli, secondo Kopp, e i sensori degli Stati Uniti sono tra i peggiori nel rilevare la forma unica del T-50, sostiene. L’apprezzamento di Kopp sulla tipologia RCS del T-50 da parte dei “radar contro-VLO” cinesi, appositamente progettati per individuare gli aerei invisibili statunitensi, mostra che rilevano meglio il T-50.
Il migliore sensore impiegabile contro il caccia russo è il radar UHF imbarcato sugli aerei E-2 di allerta precoce della marina statunitense. I radar dei caccia statunitensi, tra cui quelli a bordo di F-22 e F-35, sono di efficacia mediocre contro il T-50, afferma Kopp. “Non esistono ostacoli fondamentali nella progettazione del prototipo del T-50 che possano precludere il suo sviluppo in un vero e proprio velivolo Very Low Observable“, conclude Kopp.
In altre parole: Attenzione, America! Ora sei solo uno dei tre Paesi cha fa volare un aereo da guerra furtivo ai radar.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

L’UNASUR e la geopolitica del complesso marittimo

 La necessità della sicurezza e della difesa strategica comune
Patricio Carvajal, Geopolitica, 17 gennaio 2013

Islas_MalvinasArg-UnasurQual è il futuro geopolitico dell’America Latina? Sarà l’America ancora uno spazio geografico senza conflitti? Queste due domande rientrano esattamente nel campo della riflessione geopolitica e delle relazioni internazionali. La geopolitica è la base della politica estera degli Stati e fondamento della difesa e della sicurezza strategica dell’America Latina; dalla fondazione dell’UNASUR la sicurezza e la difesa dovrebbero essere intese come una proposta regionale. Non si può continuare con una strategia di sicurezza e di difesa nazionali. Tale strategia è obsoleta e non è uno strumento adatto per le sfide della politica mondiale del XXI.mo secolo.
Ora, da un punto di vista geopolitico l’America Latina era uno spazio marginale fino alla fine della Guerra Fredda. Tuttavia, la guerra delle Falkland (1982) ha mostrato che la strategia britannica non solo corrispondeva a quella di uno Stato sovrano, ma anche alla strategia dell’Unione europea, oggi comunità economica, e degli interessi militari della NATO. Con la fine della Guerra Fredda (1989 -1991) si è ancora di più apprezzato il significato geopolitico delle Falkland nella strategia europea. Dopo la guerra fredda l’America Latina ridefinisce la propria politica regionale con il mondo sulla base di due principi: il realismo periferico proposto dallo specialista argentino in Relazioni Internazionali, Carlos Escudé, e la centralità della periferia proposta dal geografo brasiliano M. Santos (1998). Per Escudé, il realismo periferico impegna gli Stati dell’America latina nel campo delle relazioni internazionali, cioè al rispetto del diritto internazionale, dei trattati e degli accordi conclusi con singoli Stati in tutto il mondo. Qualsiasi violazione di tale normativa ridurrebbe gli Stati dell’America Latina allo status di “emarginati” della comunità internazionale.
Non c’è dubbio che la proposta fatta da Escudé sia fortemente influenzata dall’esperienza della dittatura militare argentina e dalla sua avventura militare nelle isole Malvinas. Per noi latino-americani, le Malvinas sono argentine. Cosa che non può essere messa in discussione se vogliamo consolidare l’UNASUR e raggiungere una politica regionale di sicurezza e di difesa. La proposta di M. Santos si riferisce agli spazi americani durante l’esistenza degli imperi coloniali europei, costituendo la periferia del sistema mondiale, secondo il criterio geo-storico (Braudel, Wallertein).
Con il processo di globalizzazione dopo la guerra fredda, la politica mondiale passa dal bipolarismo (USA/URSS) al multipolarismo (USA, UE, Russia, Cina, India, Brasile, Giappone). Ciò significa che nuovi giocatori emergono come potenze regionali con aspirazioni mondiali: le ex colonie europee in  America, Asia e Africa. Il blocco geopolitico emblematico di questa nuova realtà sono i BRICS. I Paesi di questo vettore di unità geopolitica si è distinto internazionalmente da quello dei Paesi della Triade Stati Uniti – Giappone – Unione europea (Ohmae).
Ora, come concepire una strategia marittima e geopolitica per l’UNASUR? Un punto di partenza può essere proposto dai già menzionati Escudé e Santos. D’altra parte, abbiamo un pensiero marittimo geopolitico latino-americano che ci permette di formulare questa strategia comune. Infatti, è necessario prestare attenzione ai discorsi sulla geopolitica marittima degli ammiragli Storni (Argentina), Buzeta, Ghisolfo, Martinez (Cile) e Vidigal (Brasile). Buzeta propose nel suo Geopolitica del 1978 un programma chiamato “Il Grande Progetto Sud America“, la cui base è l’integrazione regionale. Nel 1980, l’ammiraglio Ghisolfo aveva postulato specificamente una geopolitica navale, centrata sull’isola di Pasqua. Questa strategia insulare navale s’integra con il controllo argentino delle Falkland, poiché assumendo il comando di entrambi gli spazi insulari si ha il controllo delle rotte oceaniche del Pacifico del Sud e del Sud Atlantico. L’ammiraglio Martinez postulò nel 1993 una politica oceanica che sottolineasse la Convenzione di Giamaica (1982). Infine, l’ammiraglio Vidigal nel suo Amazzonia Blu (2006), propose l’incorporazione nel territorio brasiliano le 200 miglia della ZEE.
Secondo i criteri formulati da questi ammiragli, nei loro discorsi, l’UNASUR dovrebbe spiegare che l’area marittima degli Stati costieri dei suoi membri corrisponde alle linee guida tracciate dagli ammiragli. Ma questa affermazione, se fatta, non sarebbe sufficiente nemmeno a consolidare la strategia marittima e geopolitica dell’UNASUR. Perciò è necessaria una specifica strategia navale. In altre parole, definire l’esistenza di una forza congiunta navale dell’UNASUR, che inizialmente potrebbe essere basata sulle marine più potenti dell’alleanza: di Argentina, Brasile e Cile. Lo sviluppo di questa strategia è essenziale per la sicurezza e la difesa dei suddetti spazi marittimi complessi. In effetti, se si considera lo sviluppo dei sottomarini delle forze navali di Cina (Type 093 e Type 094), India (Kilo, Scorpène), Giappone (classe Soryu), Russia (classe Borej) e Stati Uniti (classe Virginia), possiamo apprezzare l’importanza assegnata da questi Stati al controllo delle zone marittime. Ad esempio, è possibile evidenziare l’entrata in servizio nell’US Navy della classe di sottomarini Virginia, unità polivalenti che esaltano la strategia nucleare con specifiche operazioni tattiche.
Una forza navale congiunta degli Stati ABC richiede l’incremento sostanziale della forza sottomarina, la creazione di basi per sottomarini negli spazi insulari del Pacifico e del Sud Atlantico, e lo sviluppo di unità di superficie in grado di operare di continuo nei mari meridionali. La forza sottomarina della marina cilena, con la classe Scorpène arriva a un alto livello di sviluppo tecnologico simile a quelle delle marine suddette, mentre certamente sono necessarie più unità di questo tipo, dato il vasto spazio oceanico delle nostre coste. Il programma del sottomarino nucleare brasiliano, basato sulla classe Scorpène, è una risposta adeguata alle sfide sulla sicurezza e sulla difesa dello spazio regionale. Il caso della marina dell’Argentina è preoccupante, date le riduzioni di bilancio in corso riguardanti le forze armate e la mancanza di una strategia marittima in linea con le sfide della politica mondiale del XXI.mo secolo, e di una strategia comune con Brasile e Cile.
L’esplosione demografica che colpisce il pianeta, la crescente domanda di risorse per nutrire la popolazione, la necessità di acqua e altri beni, indicano che molto presto la Convenzione di Giamaica (1982) e il Trattato sull’Antartico (1959) saranno convenzioni internazionali relative alla storia del diritto e non a una dottrina giuridica internazionale. Pertanto, abbiamo bisogno di nuove convenzioni internazionali in materia di complessi spazi marittimi. In questo senso, con il concetto geo-giuridico sviluppatosi dalla geopolitica e dal diritto pubblico tedeschi (Haushofer, Schmitt) siamo in grado di fornire una rigorosa base concettuale nella progettazione di queste nuove convenzioni. La cartografia prodotta dalla squadra del prof. dr. Martin Pratt dell’IBRU, sottolinea che la polemica è già scoppiata tra gli Stati membri della Comunità internazionale sul controllo del complesso marittimo. Infine, citiamo le parole dell’ex ministro degli Esteri brasiliano e attuale ministro della Difesa, dott. Celso Amorim, che possono servire da base per la geopolitica marittima dell’UNASUR: “Ma la politica di difesa dovrebbe essere preparata alla possibilità che il sistema di sicurezza collettivo possa basarsi su norme che potrebbero aver esito negativo, per un motivo o un altro, come del resto è successo con frequenza indesiderabile. Questo è uno dei motivi per cui dovremmo “rafforzare” il nostro soft power, rendendoci più forti. Pertanto, la nostra strategia di cooperazione regionale deve essere accompagnata da un deterrente globale contro possibili aggressori“. (Amorin, 2012:14)

*Patricio A. Carvajal, Università degli Studi di Playa Ancha-Cile Dipartimento di Storia, Professore Associato di Storia moderna e contemporanea, Centro per lo studio del bacino del Pacifico / CECPAC – UPLA

Fonti:
Amorim, C (2012). A Política de Defesa de um País Pacífico, in: Revista da Escola de Guerra Naval, Junho de 2012. vol. 18. Nº 1, pp. 7-15
Carvajal, P (2011). La geopolitica dell’Unione Europea per l’Atlantico meridionale, in: EURASIA, Rivista di Studi geopolitici
Carvajal, P; Monteverde, A (2012). La Geopolítica marítima de los Almirantes Buzeta, Ghisolfo y Martínez. Universidad de Playa Ancha, Centro de Estudios de la Cuenca del Pacífico/CECPAC
Le Dantec, F 2008. ¿Cooperación o conflicto? Relación Argentino – chilena. Santiago de Chile
IBRU- International Boundaries Research Unit
Institut Français de Géopolitique

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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