Come l’Iran elude il blocco occidentale. Il Triangolo del petro-oro Turchia-Dubai-Iran

Tyler Durden ZeroHedge 23/10/2012

Negli ultimi mesi vi è stata molta speculazione errata sul perché l’Iran, escluso dal regime di mediazione SWIFT sui petrodollari, vedrebbe implodere la propria economia mentre il paese non ha accesso ai verdoni, non potendo quindi effettuare scambi internazionali; il fattore trainante dietro le sanzioni internazionali che cercano di rovesciare il governo dell’Iran facendo morire la sua economica. Mentre vi sono stati periodi d’inflazione rilevante, finora il governo locale sembra essere riuscito a metterci una pietra sopra, frenando la speculazione del mercato grigio, e l’Iran continua a operare più o meno grazie ai suoi allegri metodi nel commercio internazionale, che è certamente vivo, in particolare con la Cina, la Russia e l’India quali principali partner commerciali. “Come è possibile tutto questo” si chiederanno coloro che sostengono l’embargo totale occidentale sul commercio iraniano? Semplice, l’oro. Perché mentre l’Iran potrebbe non avere accesso ai dollari, ha ampio accesso all’oro. Questo di per sé non è una novità, ne abbiamo parlato in passato: l’Iran ha importato notevoli quantità di oro dalla Turchia, nonostante le smentite del governo turco. Oggi, per gentile concessione della Reuters, sappiamo esattamente ciò che sarà l’equivalente della Grande Via della Seta del 21° secolo, e quanto sia stato efficace l’Iran, da bravo topolino da laboratorio, nel sottrarsi al grande esperimento dei petrodollari da cui, secondo la saggezza convenzionale, non ci sarebbe scampo. Vi presento il petro-oro.
Tutto inizia, contrariamente alle smentite ufficiali del governo, in Turchia. La Reuters spiega: “Corrieri che trasportano milioni di dollari in lingotti d’oro nei loro bagagli volano da Istanbul a Dubai, da dove l’oro viene inviato in Iran, secondo fonti del settore che conoscono il business. Le somme in gioco sono enormi. I dati commerciali ufficiali turchi suggeriscono che quasi 2 miliardi di dollari in oro sono stati inviati a Dubai per conto di acquirenti iraniani, ad agosto. Le spedizioni aiutano Teheran a gestire le sue finanze di fronte alle sanzioni finanziarie occidentali. Le sanzioni, imposte sul controverso programma nucleare iraniano, l’hanno in gran parte escluso dal sistema bancario globale, rendendogli difficile poter effettuare trasferimenti internazionali di denaro. Utilizzando l’oro fisico, l’Iran può continuare a muovere le sue ricchezze al di là delle frontiere.”
Quindi …. l’oro è denaro? In altre parole viene ampiamente accettato; si tratta di una riserva della ricchezza, ed è un mezzo di scambio? Huh. Qualcuno lo dica al Presidente. Potrebbe non esserne a conoscenza. Pare proprio di sì, almeno nei paesi che non vivono giorno per giorno sul bordo del quadrilione di dollari in derivati, ragione delle armi di distruzione immediata e di massa. “Ogni moneta nel mondo ha una identità, ma l’oro è un valore senza identità. Il suo valore è assoluto dovunque tu vada“, ha detto un trader di Dubai che conosce il commercio dell’oro tra la Turchia e l’Iran. L’identità della destinazione finale dell’oro in Iran non è nota. Ma la scala delle operazioni attraverso Dubai e la sua crescita improvvisa, suggeriscono che il governo iraniano vi abbia un ruolo. Il commerciante di Dubai e altre fonti familiari al business, hanno parlato con Reuters in condizione di anonimato, a causa della sensibilità politica e commerciale della questione. Che cosa ottiene in cambio la Turchia? Qualunque sia, l’Iran risponde alle esigenze della Turchia, naturalmente. “L’Iran vende petrolio e gas alla Turchia, con pagamenti effettuati a istituzioni statali iraniane. Le sanzioni bancarie statunitensi ed europee vietano i pagamenti in dollari o euro, così l’Iran viene pagato in lire turche. La lira ha un valore limitato nell’acquisto di merci sui mercati internazionali, ma è l’ideale per fare baldoria acquistando oro in Turchia.” E così, in un mondo in cui evitare il dollaro viene considerato dalla maggioranza una follia, Turchia e Iran, in silenzio ed efficacemente, hanno creato la loro scappatoia, in cui le risorse naturali sono scambiate con una valuta locale, che viene scambiata con l’oro, e che poi viene utilizzato dall’Iran per acquistare qualsiasi cosa, e tutto ciò di cui necessita, da tutti quegli altri paesi che non rispettano l’embargo imposto dagli Stati Uniti e dagli europei. Come quasi tutti i paesi dell’Africa. Perché l’oro parla, e i petrodollari camminano sempre più.
Ciò che è inquietante, è che anche Dubai sia entrato nella partita, e le tre vie di transazione potrebbero presto diventare il modello per tutti gli altri paesi che non hanno paura di subire l’ira dell’embargo dello Zio Sam: “A marzo di quest’anno, quando le sanzioni bancarie hanno cominciato a mordere, Teheran ha effettuato un forte aumento di acquisti di lingotti d’oro dalla Turchia, secondo i dati sul commercio del governo turco. L’esportazione d’oro verso l’Iran dalla Turchia, uno dei maggiori consumatori e depositari di oro, è arrivata a 1,8 miliardi di dollari a luglio, pari a oltre un quinto del deficit commerciale della Turchia di quel mese. Ad agosto, tuttavia, un improvviso crollo delle esportazioni turche d’oro dirette in Iran, è coinciso con un balzo delle sue vendite del metallo prezioso negli Emirati Arabi Uniti. La Turchia ha esportato un totale di 2,3 miliardi dollari in oro ad agosto, di cui 2,1 miliardi dollari erano in lingotti d’oro. Poco più di 1,9 miliardi, circa 36 tonnellate, sono stati inviati negli Emirati Arabi Uniti, come dimostrano gli ultimi dati disponibili dell’Ufficio di Statistica della Turchia. A luglio la Turchia ha esportato solo 7 milioni in oro negli Emirati Arabi Uniti. Nello stesso tempo, le esportazioni d’oro dalla Turchia dirette verso l’Iran, che oscillavano tra 1,2 miliardi e circa 1,8 miliardi di dollari ogni mese da aprile, sono crollate a soli 180 milioni ad agosto. Il commerciante di Dubai ha detto che da agosto, le spedizioni dirette verso l’Iran sono state in gran parte sostituite da quelle attraverso Dubai, a quanto pare perché Teheran voleva evitare la pubblicità. ‘Il commercio diretto dalla Turchia verso l’Iran si è fermato perché c’era semplicemente troppa pubblicità in giro’, ha detto il commerciante. Concessionari, gioiellieri e analisti di Dubai hanno detto di non aver notato alcun grande ed improvviso aumento dell’offerta sul mercato dell’oro locale ad agosto. Hanno detto che ciò suggerisce che la maggior parte delle spedizioni negli Emirati Arabi Uniti venga inviata direttamente in Iran. Non è chiaro come l’oro passi da Dubai all’Iran, ma vi è una corrente di scambi tra le due economie, in gran parte condotta con i dhow di legno e altre navi che attraversano il Golfo, a una distanza di soli 150 chilometri nel punto più stretto. Un commerciante turco ha detto che Teheran è passata alle importazioni indirette perché le spedizioni dirette venivano ampiamente riportate sui media turchi e internazionali, all’inizio di quest’anno. ‘Ora sulla carta sembra che l’oro vada a Dubai, non in Iran’, ha detto.”
Che cosa succede se gli Stati Uniti chiedono che lo scambio tra Dubai e l’Iran finisca? Niente: un altro paese si affretterà a sostituirlo nel triangolo d’oro, e poi un altro, e poi un altro ancora. Dopo tutto, sono pronti ad intervenire nelle condizioni molto redditizie della domanda/offerta delle transazioni. Proprio come avviene nel flusso bancario che sostiene il mercato delle obbligazioni e degli stock scambiati giorno per giorno. Che cosa accadrebbe se la stessa Turchia si ritirasse? “Gli acquirenti possono anche voler rendere i loro acquisti meno vulnerabili a qualsiasi possibile interferenza da parte del governo della Turchia. Lo stretto rapporto della Turchia con l’Iran ha cominciato a scadere da quando i due stati si trovano sui lati opposti della guerra civile in Siria, con la Turchia che sostiene la caduta del presidente Bashar al-Assad e l’Iran che rimane il più fedele alleato regionale di Assad.” Quindi, ancora la stessa cosa: l’Iran semplicemente troverebbe un paese della regionale che ha bisogno di greggio, e molti, molti di costoro sono in giro, e offrirebbe uno scambio oro-greggio che manterrebbe il mini-ciclo petro-oro a galla. Eppure assai ironicamente, nonostante tutte le ostilità palesi tra l’Iran e la Turchia sulla Siria, le due nazioni continuano a trattare, suscitando la domanda su quanto credibili siano tutte quelle storie sull’animosità medio-orientale tra questo o quel paese, o questa o quella fazione o etnia. Non c’è da sorprendersi: l’oro supera tutte le differenze. Tutte.
Infine, la realtà è che nessuno, in realtà, infrange alcuna regola. Non vi è alcuna indicazione che con il commercio di oro Dubai stia violando le sanzioni internazionali contro l’Iran. Le sanzioni delle Nazioni Unite vietano l’invio di materiali connessi al nucleare in Iran e congelano i beni di alcuni individui e imprese iraniani, ma non vietano la maggior parte del commercio. Gli Emirati Arabi Uniti non hanno ancora rilasciato i dati relativi al commercio per agosto. Dai funzionari della dogana di Dubai non è stato possibile avere un commento, nonostante i ripetuti tentativi di contattarli. I dati commerciali turchi confermano che l’oro viene trasportato per via aerea a Dubai. Secondo i dati, 1450 milioni dollari di oro turco esportato, in totale, ad agosto sono stati spediti tramite l’ufficio doganale nell’aeroporto Ataturk. Quasi tutto il resto, 800 milioni, è stato spedito dal più piccolo aeroporto di Istanbul, il Sabiha Gokcen. Le esportazioni totali di tutte le merci della Turchia verso gli Emirati Arabi Uniti, sono ammontate a 2,2 miliardi di dollari ad agosto. Di tale somma, 1,19 miliardi dollari sono stati registrati presso l’aeroporto Ataturk, mentre 776 milioni dollari sono stati registrati al Sabiha Gokcen. Un broker doganale che fa affari nell’Ataturk, ha detto che i corrieri si imbarcano sui voli per Dubai della Turkish Airlines e della Emirates, portandosi il metallo nel bagaglio a mano, per evitare il rischio di perderlo o di vederselo rubato. L’importo massimo di lingotti d’oro che è permesso prendere a un passeggero è di 50 kg, ha detto. Ciò suggerisce che durante agosto, diverse centinaia di voli dei corrieri potrebbero aver portato l’oro a Dubai per conto dell’Iran. “E’ tutto legale, dichiarano, danno il loro codice fiscale e tutto viene registrato, quindi non c’è nulla di illegale in questo“, ha detto il broker. “Al momento, c’è un bel po’ di traffico a Dubai. Anche a settembre e ottobre l’abbiamo visto.”
I dati sul commercio mostrano che quasi 1400 milioni di dollari delle esportazioni dalla Turchia agli Emirati Arabi Uniti, ad agosto, provenivano da una o più società con un numero di codice fiscale registrato nella città costiera di Izmir, la terza più grande della Turchia. I funzionari doganali dell’Ataturk hanno rifiutato una richiesta della Reuters di fornire i documenti di identificazione degli esportatori, dicendo che le informazioni sono riservate. L’identità delle società che gestiscono il commercio non poteva essere confermata. I commercianti hanno detto che a causa del rischio di attirare attenzioni indesiderate da parte delle autorità statunitensi, solo poche aziende sono disposte a mettersi in gioco. E il gioco è fatto: un sistema libero perfettamente controbilanciato, in cui si fanno transazioni e nessuna traccia viene lasciata. Ancora più importante, questo è il piano per il futuro, come sempre più paesi eludono l’assoggettamento al regime dei petrodollari, così onnipresente nel secolo passato, ma che si sta lentamente e inesorabilmente spostando a beneficio dei paesi che non sono insolventi, e che in realtà producono cose necessarie per il resto del mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Riavviato il Movimento dei Non Allineati

Dmitrij Sedov Strategic Culture Foundation 06.09.2012

E’ un dato di fatto, che fin dall’inizio la conferenza del Movimento dei Non Allineati (NAM), convocata alla fine di agosto a Teheran, attirasse i titoli dei giornali internazionali. In un’epoca indimenticabile, l’organizzazione, fondata nel 1961 come alleanza di 120 paesi dal trio carismatico Josip Broz Tito, Jamal Abdel Nasser e Jawaharlal Nehru, era emersa quale forza influente, in grado di essere autonoma dalla NATO e dal blocco orientale. Anche se l’adesione al NAM non implica obblighi formali, i componenti hanno raggiunto un impressionante livello di coordinamento, resistendo al neocolonialismo e tutelando il loro diritto a un modello di sviluppo originale; e al NAM si deve il merito di aver svolto un ruolo apprezzabile facendo moderare agli Stati Uniti le loro avventure militari nel Sud-Est Asiatico, nonché fornendo un supporto fondamentale ai movimenti di liberazione in Africa e America Latina.
Restando separati dall’arena del mondo bipolare, i pilastri del NAM in varia misura hanno aderito all’idea di costruire la società sulle fondamenta della giustizia e del progresso sociale, condannando il dettato occidentale e, se necessario, affrontando anche il blocco orientale. I meccanismi interni del NAM cambiarono in seguito al crollo di quest’ultimo e con l’avvento della globalizzazione, che ha sostituito l’ordine del giorno neocoloniale con nuovi imperativi. In questi giorni, il NAM sembrava diviso, con molti dei suoi membri: India, Indonesia, Egitto, Arabia Saudita, Afghanistan, Iraq, ecc ora saldamente nell’orbita degli Stati Uniti, e altri: Jugoslavia e Libia, minate e infine distrutte dai leader del mondo globalizzato. Altri ancora, Romania e Finlandia, ad esempio, decisero la loro uscita dal NAM, le loro priorità le allontanarono dal programma dell’alleanza. Da una prospettiva più ampia, il rifiuto del modello di sviluppo socialista ha innescato la crisi di identità del NAM, spingendo la maggior parte dei suoi membri alla ricerca di strategie alternative e a passare a forme diluite di partecipazione all’alleanza. Il NAM continua a operare, tuttavia, ed indice dei congressi ogni tre anni, ma ha solo l’ombra dell’influenza internazionale di una volta. La diplomazia statunitense ha frettolosamente dichiarato estinto il NAM in quanto tale, e l’idea che nel mondo di oggi non ci sia posto per esso viene sostenuta da molti osservatori del mondo, ma ciò potrebbe rivelarsi un’esagerazione. La conferenza del NAM a Teheran, ha visto gli alti rappresentanti di 116 paesi, tra i quali 36 presidenti, vicepresidenti e primi ministri, e più di 80 ministri degli esteri ed inviati speciali; indicativo dell’importanza attuale dell’alleanza. Dimostrandosi in grado di ospitare un evento di tali proporzioni, Teheran ha in gran parte dissipato il mito statunitense che l’Iran sia percepito, mondialmente, come un paese canaglia. In realtà, per il momento Washington deve rendersi conto che i suoi sforzi per avere il sostegno per un giro di vite contro l’Iran, non ha prodotto alcun risultato, se si considera che solo una manciata di paesi, oltre la NATO, sosterrebbe la condanna del controverso programma nucleare iraniano. Al contrario, l’ampio congresso del NAM ha rimproverato gli Stati Uniti per la loro politica intransigente e ribadito il diritto dell’Iran a un programma nucleare pacifico, compreso anche al ciclo di arricchimento completo. E’ giusto dire che il NAM prende una posizione decisa sulla questione chiave, che da sola ha fatto della conferenza un evento internazionale culminante. L’Iran, si deve ricordare, è firmatario del Trattato di non proliferazione e ribadisce l’impegno ad esso in ogni circostanza opportuna, mentre Israele, che minaccia di bombardare gli impianti nucleari iraniani, non ha firmato il Trattato, ed è noto che possiede un arsenale nucleare. Tel Aviv ha recentemente espresso nuove minacce contro l’Iran, e la cancelliera tedesca Angela Merkel ha esortato gli israeliani a dar prova di moderazione, ma lo spettacolo non deve far dimenticare che il mondo in via di sviluppo non gradisce la politica estera degli Stati Uniti, o il loro desiderio di far valere la propria visione riguardo il programma nucleare iraniano e altro. Emerge sempre più che, con il dipanarsi del conflitto sul programma nucleare iraniano, ancora una volta viene dimostrato che gli Stati Uniti dovrebbero adottare un approccio più sobrio negli affari internazionali, e almeno prendere coscienza delle allergie pervasive alla loro tendenza all’unilateralismo e ai ricatti.
Un serio dibattito sulla Siria è esploso alla conferenza del NAM. Diviso sulla questione, il forum, nonostante gli sforzi di Teheran, ha deciso di non discutere dell’attuale crisi siriana nel suo documento finale. Il discorso pronunciato dal presidente egiziano Mohammad Morsi, non ha lasciato alcun dubbio sul fatto che certi leader hanno adottato il quadro dipinto dalla propaganda occidentale, e non riescono ad afferrare l’essenza di ciò che sta accadendo in Siria. In un discorso emotivo, Morsi ha biasimato B. Assad, affermando che il sostegno all’opposizione siriana era un “dovere morale” per il NAM, sottolineando la continuità tra i cambi di regime in Tunisia, Libia e Yemen e l’incombente transizione siriana. Di conseguenza, la dinamica del forum ha preso una piega sfavorevole alla Siria. La dichiarazione di Morsi ha suscitato la critica indiretta dell’Ayatollah Khamenei, e il consigliere per il Medio Oriente del parlamento iraniano, Hossein Sheikholeslam, ha detto all’agenzia stampa Mehr che Morsi “ha commesso un grosso errore avvalendosi della sua posizione (come presidente del NAM) per esprimere i punti di vista dell’Egitto, ignorando tutti i principi del NAM“. Infatti, il governo di Assad è del tutto legittimo e riconosciuto in tutto il mondo, mettendo Morsi in contrasto con il protocollo, ma dovrebbe essere ulteriormente preso in considerazione che il leader egiziano proviene dai Fratelli musulmani, un gruppo con un concetto curioso di ciò che significa libertà nella regione. I guerriglieri dei Fratelli musulmani combattono notamente dalla parte dell’opposizione in Siria.
La partecipazione alla conferenza del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon, è servita a sottolineare l’importanza dell’evento. Il Dipartimento di Stato ha espresso riserve sul piano di Ban Ki-moon di visitare l’Iran, ma il tour in realtà ha aperto nuove opportunità per significative e, in parte, impreviste discussioni. Mentre a Teheran, il Segretario Generale ha espresso preoccupazione per le presunte ambizioni nucleari dell’Iran e sui diritti dell’uomo. Parlando alla Scuola di Relazioni Internazionali iraniana, ha detto di aver chiesto il rilascio dei detenuti politici in Iran, nel corso di un incontro con l’ayatollah Khamenei, e ha anche detto che secondo il leader iraniano, riguardo la ricerca di armi nucleari è profondamente contrario e che non ha mai avuto niente del genere in mente, il che significa che le sanzioni contro l’Iran sono assolutamente infondate. L’osservazione dell’Ayatollah Khamenei sottolineava che tale trattamento spietato può solo rafforzare gli iraniani nella fede nella loro causa. Ha anche criticato la struttura del Consiglio di sicurezza dell’ONU come antidemocratica, irrazionale, equivalente a una dittatura mascherata che permette di attuare delle politiche da “prepotenze”. Vedere la situazione attraverso il prisma iraniano, ha certamente fornito a Ban Ki-moon un nuovo punto di vista realistico della situazione. Per Teheran, ospitare il Segretario Generale rafforza la richiesta iraniana per la leadership del NAM, una posizione che merita sicuramente il paese che guida l’opposizione al globalismo aggressivo.
Teheran ha chiaramente raggiunto i suoi obiettivi, ospitando la conferenza del NAM ha dimostrato che l’alleanza informale è in procinto di superare la sua crisi di identità. Il senso di coesione nel NAM è in crescita, in gran parte sulla base dell’anti-americanismo e l’Iran, quale paese costantemente tenuto sotto tiro da Washington, naturalmente deve esserne al timone. Nel complesso, l’attuale antiamericanismo del NAM, letto come più ampia tendenza anti-occidentale che si sta facendo strada mentre infuria la crisi economica mondiale, e mentre si moltiplicano i tentativi, in stile USA, di imporre la “democrazia” a nazioni sovrane. Il forum ha difeso il diritto dell’Iran al suo programma nucleare, riflettendo la posizione con la massima chiarezza. Non è un caso che con la conferenza del NAM riunitasi a Teheran, i paesi membri riconoscono la potenziale leadership iraniana, e con la sua presidenza dell’alleanza nei prossimi tre anni, Teheran farà del suo meglio anche per superare le aspettative.
L’ambasciatore itinerante della Russia, Konstantin Shuvalov, ha rappresentato Mosca alla conferenza del NAM. Il livello di rappresentazione sembrava un po’ basso per poter consentire una piena interazione con i leader nazionali in quel quadro, e vi è la probabilità che, a seguito della conferenza, la Russia invierà un alto diplomatico al prossimo forum.

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il “centro di gravità” si sposta

DeDefensa 1 settembre 2012

Un breve commento di MK Bhadrakumar, del 31 agosto 2012, sul vertice del NAM a Teheran, permette di avventurarsi su alcuni punti che emergono dal vertice, essendo, secondo le parole dell’autore, “una di quelle rare volte in cui un nuovo “centro di gravità” si  forma nella geopolitica della regione del Medio Oriente“. Vedremo anche vari commenti integrare specificatamente tale analisi.
• Il primo punto è una proposta dell’Iran, nuovo presidente del NAM, per formare un “gruppo di contatto” sulla Siria, che si componga di tre presidenze successive, la precedente, l’attuale e la prossima, cioè l’Egitto, l’Iran e il Venezuela, aggiungendo altri due paesi della regione e vicini della Siria: Iraq e Libano. (Vedasi ITAR-Tass 30 agosto 2012.) MK Bhadrakumar sottolinea chiaramente che la posizione egiziana, ostile al regime di Assad, si distacca sostanzialmente su questo tema dalle posizioni iraniana e venezuelane, ma pondera questa riserva osservando come il linguaggio della proposta iraniana consenta ogni accordo possibile: “E’  interessante, poiché il neopresidente egiziano Mohamed Morsi ha chiesto apertamente il cambio di regime in Siria, mentre Iran e Venezuela sarebbero molto ambivalenti sul senso di questo concetto. Ma alla fine, tutti e tre sono d’accordo che la ‘transizione’ dovrebbe essere un processo gestito interamente dalla società siriana, senza l’intervento esterno.”
MK Bhadrakumar continua, esprimendo ancora una volta la sua ammirazione per la diplomazia iraniana, per la sua flessibilità ed adattabilità: “Questa è la diplomazia iraniana al suo meglio, che mostra padronanza dell’arte del possibile. Ciò che conta infinitamente più di ogni altra cosa, dal punto di vista iraniano, è che Teheran e Cairo condividano una piattaforma regionale sulla Siria. “L’arte del possibile”, in questo caso, è il vertice dei paesi indetto per formare questo gruppo su un principio fondamentale, che è in definitiva la tesi fondamentale della crisi siriana, ancor più che del destino di Assad stesso: il rifiuto di ogni intervento straniero, implicito nell’affermazione che la “transizione” deve essere un processo totalmente siriano”. Per gli iraniani, è essenziale, in quanto si tratta di contrastare la costante pressione del blocco BAO, che non si giustifica e né si articola che allo scopo di un suo intervento in Siria e, perciò, gli iraniani presentano una proposta che possa soddisfare Morsi, per il quale il principio del non-intervento straniero in Siria è ancora più importante della sua ostilità nei confronti di Assad.
Gli iraniani riprendono per proprio conto la logica russa, che difende più l’inviolabilità del principio della sovranità che non Assad. Infine, il destino di Assad è un punto contingente della crisi siriana, che è importante in quanto basato sul principio della sovranità … e se questo principio sia violato, e se vi sia un intervento straniero, per un qualsiasi motivo (sai Assad o no), si tratti della politica fondamentale del blocco BAO; questo principio viene protetto, e questa posizione dottrinale è resa operativa chiaramente dal rifiuto di un qualsiasi intervento straniero, ed è qui che l’Iran e l’Egitto si incontrano, e sono autorizzati ad ignorare le loro differenze riguardo il destino di Assad. In effetti, è la logica della Russia, contrariamente alle costanti deformazioni, a immagine della sua deformazione interventista, il blocco BAO deve subire questa logica “interpretando” il sostegno politico russo come un patto con il regime di Assad.
• Non sarà sfuggito che la proposta di un “gruppo di contatto” sulla Siria, che avvicina l’Iran all’Egitto, fatta al vertice islamico di Riyadh il 14-15 agosto, e da cui tuttavia vi si allontana per la composizione estremamente significativa, dimostra che gli eventi si muovono velocemente. L’Egitto aveva proposto un “gruppo di contatto” regionale, dove vi fossero l’Arabia Saudita, l’Egitto, l’Iran e la Turchia … invece Turchia e Arabia Saudita escono dalla proposta iraniana nel quadro del NAM, in ciò corrispondendo alla situazione che si è verificata durante il vertice. Per vari motivi, si è dovuta cancellare la Turchia (a causa della sua sconfitta) e l’Arabia Saudita (a causa delle incertezze sui metodi sauditi) … Questi due paesi, che sembravano trionfare tre o quattro mesi fa, soprattutto a causa della importanza che essi hanno dato alla crisi siriana, ora sembrano tremolanti, presi completamente alla sprovvista e sulla difensiva, non sapendo esattamente come orientare le proprie politiche regionali, se ancora hanno una politica regionale, e se sono in grado di averne un’altra, sempre più sottoposta ad una pressione che subiscono a causa dei loro errori e delle loro paure…
MK Bhadrakumar: “La debacle siriana della Turchia sta aggravandosi di molto. L’arrivo dell’Egitto spinge l’Arabia Saudita a cambiare rotta. I media iraniani hanno l’ impressione di una sorta di un possibile ravvicinamento tra Teheran e Riyadh. La restaurazione del rapporto tra Egitto e Siria, allo stesso modo, cambia i calcoli della Turchia…
• … Da cui un ritorno ai “fondamentali”, sia simbolico, che psicologico e strategico, vale a dire all’Iran e all’Egitto. Entrambi i paesi, così importanti, hanno qualcosa in comune, cioè di essere delle indiscutibili potenze regionali che devono difendere o riaffermare la propria sovranità, e di essere anche forze strutturanti per la stabilità nella regione, e per l’ostilità alle egemonie esterne o delegate. La Turchia è stata a questo gioco, in quanto aveva ancora una politica indipendente che richiedeva un peso e una statura tali da poter affermare la propria sovranità; la Turchia, in piena sconfitta catastrofica, non fa più parte di questo gioco, come si è visto, mentre l’Iran e l’Egitto si trovano necessariamente in un flusso naturale di connivenze, che non cancella, di certo, le differenze, ma che tenderà sempre più a farli agire nella stessa direzione, in concertazione regionale. Tale questione del principio di sovranità, così spesso sollevato dai russi per sé e per l’intera situazione, è ora il punto essenziale di una qualsiasi politica estera e di sicurezza nazionale, ed il punto fondamentale che fa di una politica, una Alta Politica, a causa della costante offensiva del Sistema, di conseguenza destrutturante e predatoria verso tutti i principi di strutturazione. Siamo molto lontani, lontanissimi, dalla continua narrazione del blocco BAO (democrazia, dirittumanitarismo, ecc.) e tocchiamo qui ciò che la “primavera araba” ha veramente d’importante.
MK Bhadrakumar non s’è persa la dichiarazione di Morsi che fa dell’Iran un “partner strategico” (l’Iran ha definito l’Egitto un “alleato strategico“), come fondamentale punto di scambio tra i due paesi, a Teheran. Osserva in realtà il manifesto imbarazzo degli USA di fronte l’evoluzione di Morsi, generalmente ritenuto dai commentatori, sia di sistema che di anti-sistema di comodo, una “pedina” degli Stati Uniti, ma ora siamo costretti a cercare di trovare nell’atteggiamento del “pedone”, l’approccio “meno peggiore possibile” per gli interessi degli Stati Uniti … (Vedi 30 agosto 2012 : “Con la sua evoluzione attuale e molto audace [Morsi] li mette in posizione completamente difensiva, con poche opportunità di contrastare i suoi sforzi, nella misura in cui Morsi gestisce sempre più opportunità alternative alla classica politica di sottomissione dell’Egitto al blocco BAO, e senza sapere, nella testa dei “tutori” [degli USA], se sia puramente tattica, pur restando nel quadro dell’antica alleanza, o se sia davvero una svolta strategica.”)
Allora … ecco finalmente ciò che dice MK Bhadrakumar: “Non è cosa da poco per Tehran, che Morsi abbia definito l’Iran “partner strategico” dell’Egitto. Anche un commento su Voice of America ha ammesso che il simbolismo della visita di Morsi in Iran “riguardava i paesi che cercano di isolare l’Iran. In particolare, il vecchio alleato degli Stati Uniti, l’Egitto”. La migliore torsione che VOA potesse dare era che il viaggio di Morsi non significasse una “vera e propria approvazione dell’Iran” da parte dell’Egitto, e che la “vicinanza apparente potrebbe essere merce di scambio” nei negoziati dell’Egitto con gli Stati Uniti.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Imminente svolta nella politica estera dell’Arabia Saudita?

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 30.08.2012

L’Arabia Saudita potrebbe sperimentare un altro sobbalzo, nella sostituzione di un altro vecchio leader aristocratico del regno che, secondo notizie, sarebbe gravemente malato. Il ministro degli esteri saudita Saud al-Faisal al-Saud, sarebbe stato messo da parte per le sue condizioni mediche terminali, e la responsabilità per gli affari esteri sarebbe stata assegnata al suo vice, il principe Abdulaziz bin Abdullah al-Saud. Saud è stato il ministro degli esteri dell’Arabia Saudita fin dal 1975, quando un nipote di re Faisal gli sparò uccidendolo durante un’udienza pubblica al palazzo reale di Riyadh.
Faisal, un riformatore moderato che aveva nominato al governo saudita dei sunniti non-wahhabiti e musulmani delle minoranze sciita e ismailita, deteneva il portafoglio di ministro degli esteri. Re Khalid, il successore di Faisal, aveva nominato il principe Saud ministro degli esteri. Il governo post-Faisal invertì la rotta dell’inclusione dei non-wahhabiti nella società saudita, e la linea del principe Saud sostenne gli Stati Uniti in una varietà di operazioni che coinvolsero gli elementi più radicali dell’Islam, dall’armamento dei mujahidin in Afghanistan, durante l’incursione dell’esercito sovietico in quel paese, al sostegno degli insorti filo-al-Qaida in Pakistan. Saud aveva anche assicurato il sostegno saudita ai ribelli filo-wahhabiti nelle zone di crisi, dal Nord Africa alla Cecenia e al Sud-Est asiatico.
Abdulaziz rappresentava l’Arabia Saudita presso il Vertice a Teheran del Movimento dei Non Allineati (NAM), diffamato dalla NATO, in programma per il 30-31 agosto. La presenza di Abdulaziz a Teheran violava direttamente la volontà degli alleati della NATO dell’Arabia Saudita, che coordinano la rivolta, in gran parte finanziata dai sauditi e dal Qatar, contro il presidente siriano Bashar al-Assad. I sauditi hanno anche sostenuto i ribelli appoggiati dalla NATO in Libia, che hanno rovesciato e assassinato Muammar Gheddafi.
Gli Stati Uniti, Israele e l’Unione europea hanno cercato, senza riuscirci, a convincere i leader mondiali a boicottare il vertice di Teheran.
La dipartita di Abdulaziz, un esperto di affari siriani e libanesi nella gerarchia degli affari esteri dell’Arabia Saudita, può o meno, far presagire un ampio cambiamento nell’allineamento dell’Arabia Saudita agli interessi degli Stati Uniti e, per impostazione predefinita, di Israele, nel Medio Oriente. Solo pochi mesi fa, Abdulaziz era a Parigi, a una riunione dei sostenitori degli Amici della Siria, l’artificio occidentale e del Golfo Persico creato per perorare il sostegno internazionale al movimento ribelle siriano.
I sauditi come Abdulaziz sono sensibili alle transizioni internazionali della geopolitica globale unipolare dominata, dal crollo dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia, dagli Stati Uniti. Il vertice del NAM include un certo numero di potenze economiche emergenti che chiaramente ci si soffiano il naso con i dettami di Washington, Gerusalemme, Londra e Bruxelles a isolare il governo iraniano. Il ministro degli esteri saudita di fatto sarà fianco a fianco, a Teheran, non solo con il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che aveva appena partecipato al vertice dell’organizzazione della cooperazione islamica alla Mecca, su invito del re saudita Abdullah, ma anche con  il primo ministro della Siria Wael al-Halqi e il ministro degli esteri Walid Muallem, che rappresentano il governo di Damasco che l’Arabia Saudita sta cercando di rovesciare.
L’Agenzia giornalistica studentesca iraniana (ISNA) ha citato Ahmadinejad, secondo cui ha detto ai suoi ospiti sauditi, alla Mecca, “Una parte significativa dell’energia dei governi e dei gruppi musulmani viene spesa in conflitti interni, per danneggiarsi l’un con l’altro… Forse sarebbe un bene per i paesi musulmani consultarsi tra loro su questo tema”. Le parole di Ahmadinejad avrebbero potuto aver avuto qualche effetto sulla leadership saudita. Abdulaziz ricambiò la visita di Ahmadinejad accettando l’invito dell’Iran al vertice del NAM di Teheran.
Abdulaziz, a differenza del principe Saud, come più longevo ministro degli esteri in carica, potrebbe essere di fronte a una nuova realtà globale. Nazioni contrarie all’egemonia degli Stati Uniti e della NATO stanno costituendo nuove alleanze globali e regionali, come la Shanghai Cooperation Organization (SCO), in Asia, l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) e l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA) in LatinoAmerica e nei Caraibi, e il gruppo economico (BRICS) del Brasile (rappresentato a Teheran dal suo Vice Presidente)-Russia-India-Cina-Sud Africa (rappresentato a Teheran dal suo ministro degli Esteri). Il tentativo da parte di Iran, India e Sud Africa, tra le altre nazioni, di dare nuova vita al NAM è un riconoscimento da parte di queste nazioni che il mondo sta passando a una realtà multipolare, in cui la Russia, la Cina e l’India stanno giocando ruoli maggiori. Inoltre, l’Organizzazione della Conferenza Islamica, che sta acquistando importanza internazionale, avrà presto uno dei subordinati di Abdulaziz al ministero degli esteri, Nazar Madani, quale suo nuovo segretario generale. Per l’Arabia Saudita, i suoi legami reali e supposti con gli Stati Uniti e Israele stanno diventando una responsabilità scomoda.
Durante la Guerra Fredda, il NAM, ideato dai leader nazionalisti antimperialisti come Sukarno dell’Indonesia, Kwame Nkrumah del Ghana, Josip Tito di Jugoslavia e Jawaharlal Nehru dell’India, era visto come un contrappeso ai blocchi occidentale e sovietico. Dopo la fine della Guerra Fredda, il NAM è diventato in gran parte irrilevante. Tuttavia, come si può vedere dalla presenza dei leader mondiali a Teheran, i dettami dell’occidente e dei neo-conservatori sono caduti nel vuoto. Il messaggio è stato sentito forte e chiaro nei palazzi reali degli stati del Golfo. Assieme a Abdulaziz dell’Arabia Saudita, si sono presentati a Teheran gli emiri del Qatar e del Kuwait, il sultano dell’Oman e il ministri degli esteri del Bahrain
L’Arabia Saudita è stata punta dalle critiche di altri paesi islamici, come pure dei paesi non allineati, per la sua politica di continuo sostegno a Stati Uniti e Israele su questioni che vanno dall’intervento occidentale in Iraq, Libia e Siria, al puntellamento del regime monarchico in Bahrain. Sempre più i media del Medio Oriente e del mondo islamico riferiscono che la Casa dei Saud discende da una famiglia di commercianti ebrei che, un tempo, viveva in quello che oggi è il Kuwait. Re Faisal, che probabilmente era anche irritato da queste voci, cercò sempre di presentarsi alle visite dei capi di stato con una copia riccamente rilegata dei Protocolli dei Savi di Sion, il famoso falso sul sionismo scritto dalla polizia segreta zarista.
I membri del NAM rappresentano il 14 per cento del prodotto interno lordo del mondo, qualcosa che non si perde sul petrolio e gas naturale esportati dai sauditi. L’Arabia Saudita è anche ben consapevole che la Cina ha partecipato al vertice di Teheran in qualità di osservatore e la Russia come ospite speciale. Anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, che è stato oggetto di una raffica di critiche dai centri di potere neo-conservatori in Occidente, partecipava al vertice di Teheran. Il portavoce del ministero degli esteri israeliano ha detto del vertice NAM, “Questa conferenza sarà senza dubbio sfruttata dal regime iraniano a fini di propaganda, e cercherà di creare l’impressione di una legittimità della sua politica“. L’ex primo ministro della Malesia, Mahathir Mohamed, ha dato una buona risposta a Stati Uniti e Israele, quando disse: “Alcuni paesi del NAM hanno fin troppo sostenuto le sanzioni contro l’Iran, una mossa del tutto sconsigliabile, perché le sanzioni non sono volute dalle Nazioni Unite, ma attuate unilateralmente dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti possono emettere qualsiasi tipo di sanzioni vogliano contro l’Iran, ma non c’è motivo che gli altri paesi facciano lo stesso.” Era chiaro che Mahathir aveva i sauditi e i loro alleati del Golfo in mente, quando ha fatto questa sua dichiarazione.
Ci sono stati tentativi da parte dell’oligarchia neo-conservatrice di Washington, rappresentata in particolare da Robert Kagan dell’elitario Brookings Institution e da sua moglie, la portavoce del dipartimento di stato Victoria Nuland, per convincere Ban, il presidente egiziano Mohammed Morsi, e altri destinatari degli aiuti statunitensi, a boicottare Teheran.
Tuttavia, era presente a Teheran una collezione di capi sostenuti dagli Stati Uniti: il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki, il presidente afgano Hamid Karzai, il primo ministro indiano Manmohan Singh, il presidente pakistano Asif Ali Zaradari, il primo ministro marocchino Abdelillah Benkirane, il presidente della Mauritania Mohamed Ould Abdul Aziz, il Vicepresidente delle Filippine Jejomar Binay, il presidente del Senegal Macky Sall, il presidente del Benin Yayi Boni e il primo ministro cambogiano Hun Sen. Il principe Abdulaziz è probabilmente più abile del precedente ministro degli esteri saudita, nel percepire le sabbie mobili geo-politiche del Medio Oriente. La politica estera saudita potrebbe anche cambiare con questi prevalenti venti politici. 
 
È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il vertice del NAM, l’Iran e la Siria: un colpo all’Occidente?

Può il vertice del NAM collegare l’Iran e l’Egitto?
Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 26 agosto 2012 

Il prossimo vertice del Movimento dei Non Allineati (NAM) si terrà a Teheran dal 26 al 31 agosto 2012. Il NAM e il suo vertice sono per lo più ignorati dal mondo atlantista degli Stati Uniti e della NATO, ma il suo vertice di quest’anno ha tratto l’attenzione degli atlantisti e della loro stampa. La ragione è che la sede scelta per il vertice del NAM ha sconvolto la dirigenza politica di Washington, DC.
Il governo degli Stati Uniti ha arruffato le sue piume e si è anche scomodato per rimproverare i leader del NAM per il vertice in Iran. La portavoce del Dipartimento di Stato USA, Victoria Nuland, coniuge del co-fondatore del neo-con Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC) ed arci-imperialista Robert Kagan, ha chiesto al nuovo presidente egiziano, Mohamed Morsi, e anche al Segretario Generale dell’ONU Ban Ki- Moon, cameriere di Washington alle Nazioni Unite, di non recarsi a Teheran. Nuland e il Dipartimento di Stato USA hanno aspramente dichiarato che l’Iran non è degno di tali “presenze di alto livello.” Gli Stati Uniti, invece, sono costretti a sorridere e a sopportare il vertice di leader mondiali a Teheran.
Ciò che avverrà è una conferenza internazionale, senza la NATO e i suoi principali membri de facto – Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud – della regione Asia-Pacifico, ed Israele. Funzionari africani, asiatici, dei Caraibi e dell’America Latina saranno presenti in piena forza. I cinesi, che hanno lo status di osservatori al NAM, vi saranno. I russi, che non fanno parte del NAM, sono stati invitati come ospiti speciali e saranno rappresentati da Konstantin Shuvalov, ambasciatore itinerante russo e inviato di Vladimir Putin. Anche un paese non-membro del NAM, come la Turchia, ha ricevuto un invito da Teheran. Per sostenere i palestinesi, Hamas avrà un posto speciale al tavolo, con un invito al primo ministro palestinese Ismail Haniyeh a partecipare al vertice, accanto al fantoccio di USA-Israele Mahmoud Abbas. Assieme alla Federazione russa, la maggior parte dei membri della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) parteciperà sia come membri a pieno titolo che come osservatori. Oltre a cinesi e russi, anche gli altri tre membri del gruppo BRICS – Brasile, India e Sud Africa – che sta diventando il nuovo motore che plasma il mondo, saranno presenti.

Il vertice NAM, l’Iran e la Siria: un colpo all’Occidente?
L’incontro dei leader del NAM sarà senza dubbio un evento importante per il prestigio internazionale e lo status dell’Iran. Per quasi una settimana, Teheran sarà un centro chiave del mondo, assieme agli uffici delle Nazioni Unite a New York e Ginevra. Non solo l’Iran sarà la sede di uno dei più grandi vertici internazionali di leader mondiali, ma riceverà anche la presidenza dell’organizzazione dalla potenza araba, l’Egitto. L’Iran manterrà questa posizione come leader del NAM per i prossimi anni e parlerà a nome dell’organizzazione internazionale. Fino a un certo punto, questa posizione permetterà a Teheran di avere maggiore influenza negli affari mondiali. Almeno questa è la visione di Teheran, dove l’importanza del vertice NAM non sfugge ai politici e ai funzionari iraniani che, uno dopo l’altro, sottolineano l’importanza del vertice NAM per il loro paese.
Il NAM è la seconda più grande organizzazione ed entità internazionale del mondo dopo  le Nazioni Unite. Con 120 membri effettivi e 17 membri osservatori, includendo la maggior parte dei paesi e governi di tutto il mondo. Circa i due terzi degli Stati membri delle Nazioni Unite sono membri a pieno titolo del NAM. L’Unione Africana (UA), l’Organizzazione di solidarietà dei popoli afro-asiatici, il Commonwealth delle Nazioni, il Movimento di Indipendenza Nazionale Hostosiano, il Fronte di Liberazione Nazionale Socialista Kanak, la Lega Araba, l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OCI), il Centro Sud, le Nazioni Unite e il Consiglio Mondiale della Pace, sono tutti osservatori.
Gli Stati Uniti e la NATO, che con grande generosità e inganno si presentano sotto il termine di “comunità internazionale” quando si riferiscono a se stessi, sono una esigua minoranza globale che impallidisce in confronto al gruppo internazionale formato dal NAM. Gli accordi e consensi stipulati dal NAM rappresentano non solo la maggior parte della comunità internazionale, ma anche la maggioranza non-imperialista internazionale o quei paesi che sono tradizionalmente considerati come “non abbienti”. A differenza delle Nazioni Unite, la “maggioranza silenziosa” avrà voce senza le adulterazioni e la perversione della confederazione del NATO-stan.
Il vertice NAM a Teheran è un evento importante. Questo dimostra che l’Iran non è isolato a livello internazionale, come l’immagine che agli Stati Uniti e alle principali potenze dell’Unione europea, come Regno Unito e Francia, piace continuamente proiettare. La stampa atlantista si affanna a spiegare questa situazione e gli israeliani sono chiaramente sconvolti.
Senza dubbio, l’Iran userà il raduno internazionale a proprio vantaggio e farà uso del NAM per avere supporto alle sue posizioni internazionali e contribuire a cercare di porre fine alla crisi in Siria. L’assedio della Siria, supportato dagli USA, sarà denunciato alla conferenza del NAM e saranno inferti colpi diplomatici agli Stati Uniti e ai loro clienti e satelliti. Già la rapida conferenza ministeriale sui combattimenti in Siria, organizza dal Ministero degli esteri iraniano a Teheran, prima che fosse tenuto il vertice di emergenza dell’OCI a La Mecca, è un preludio del sostegno diplomatico che l’Iran darà alla Repubblica araba siriana in occasione del vertice NAM 2012.
Nonostante l’opposizione algerina e iraniana, la Siria è stata espulsa dall’OCI per volere di Arabia Saudita e delle petro-monarchie. Mentre il vertice di emergenza dell’OCI alla Mecca potrebbe essere stato un duro colpo politico e diplomatico per Damasco, la situazione dovrebbe essere assai diversa al vertice NAM di Teheran. I siriani saranno presenti anche a Teheran, e affronteranno i loro antagonisti arabi delle petro-monarchie del Golfo Persico.

La genesi del Movimento dei Paesi Non Allineati e del Terzo Mondo
Il Movimento dei Paesi Non Allineati e il concetto di “Terzo Mondo” hanno le loro radici nel periodo della decolonizzazione, dopo la seconda guerra mondiale, quando gli imperi dell’Europa occidentale cominciarono a sgretolarsi e a terminare formalmente. Questo ha rappresentato superficialmente la fine del dominio sui deboli da parte dei forti. In realtà, il colonialismo è stato semplicemente sostituito dagli aiuti e prestiti esteri degli imperi in declino. In questo contesto, gli inglesi avrebbero offerto aiuto alle loro ex colonie, mentre i francesi e gli olandesi avrebbero fatto lo stesso con le loro ex colonie, per mantenerne il controllo. Così, lo sfruttamento non finì veramente e il mondo venne mantenuto in uno stato di squilibrio. Le Nazioni Unite sono state anche ostaggio delle grandi potenze ed ignorarono molte questioni importanti per luoghi come l’Africa e l’America Latina.
Ciò che ha portato alla formazione del NAM fu in primo luogo il rifiuto del dominio e delle interferenze da parte dei paesi del “Nord del Mondo” – un termine che sarà definito a breve – e il concetto di co-esistenza che l’India e la Cina tracciarono nel 1954, quando Nuova Delhi riconobbe il Tibet come parte della Cina.
Il NAM aveva intrapreso un’iniziativa asiatica, cercando di affrontare i rapporti tesi tra la Cina e gli Stati Uniti da un lato e le relazioni della Cina con le altre potenze asiatiche, dall’altro. I nuovi Stati indipendenti dell’Asia volevano evitare qualsiasi avanzata della guerra fredda nel loro continente, soprattutto dopo il disastroso intervento militare USA in Corea, o la manipolazione di India e Indonesia come stati cuscinetto nei confronti della Repubblica popolare cinese. Questa iniziativa asiatica si era rapidamente ampliata ed ottenne il sostegno della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, dell’Egitto e di vari leader dei movimenti di indipendenza nazionalisti in Africa, che erano in lotta per la loro liberazione da paesi della NATO, come la Gran Bretagna, la Francia e il Portogallo.
Il presidente jugoslavo Josip Broz Tito, il primo ministro indiano Jawaharlal Nehru e il presidente egiziano Jamal Abdel Nasser erano le tre forze principali dietro la creazione dell’organizzazione. Anche Kwame Nkrumah, il leader marxista panafricano del Ghana, e Ahmed Sukarno, il leader dell’Indonesia, diedero il loro peso al NAM e unendosi a Tito, Nehru e Nasser. Questi leader e i loro paesi non consideravano la guerra fredda come una lotta ideologica. Questa era una cortina fumogena. La guerra fredda era una lotta di potere, dal loro punto di vista, e l’ideologia era semplicemente utilizzata come giustificazione.

I diversi mondi della guerra fredda
La parola “non allineamento” è stata utilizzata a livello mondiale da Vengalil Krishnan Krishna Menon, ambasciatore dell’India alle Nazioni Unite, mentre “Terzo Mondo” fu un termine usato per la prima volta dallo studioso francese Alfred Sauvy. ‘Terzo Mondo’ è un termine politico discusso e alcuni lo trovano sia sbagliato che etnocentrico. Nel punto di fusione la frase ‘Terzo Mondo’ è inestricabilmente intrecciata con il concetto di non-allineamento e il NAM.
Sia il NAM che, in particolare, il Terzo Mondo, sono erroneamente e con noncuranza utilizzati come sinonimi per Mondo in via di sviluppo e sottosviluppato, o come indicatori economici. I Paesi del Terzo Mondo sono le sfortunate ex-colonie o gli stati meno abbienti dell’Africa e dell’America Latina, le vittime dell’imperialismo e dello sfruttamento. Ciò ha portato alla definizione generale o all’errata identificazione del NAM e dei paesi del Terzo Mondo con il concetto di povertà. Questo è sbagliato e non è ciò che i due termini indicano.
Terzo Mondo era un concetto che si è sviluppato durante il periodo della guerra fredda per distinguere i paesi che non erano formalmente parte del Primo Mondo, formato dal blocco occidentale, e del blocco orientale/sovietico o mondo comunista, che formavano il Secondo Mondo. In teoria, la maggior parte di questi abitanti del Terzo Mondo erano neutrali e unirsi al NAM era un’espressione formale di questa posizione di non allineamento. Oltre ad essere considerati parte del Secondo Mondo, gli stati comunisti come la Repubblica popolare di Cina e Cuba, furono ampiamente classificati come parte del Terzo Mondo e considerati componenti della terza forza globale. Il Presidente Mao definì la sua visione attraverso il concetto dei Tre Mondi, con cui inoltre sostenne la classificazione di stati comunisti come l’Angola, Cina, Cuba e Mozambico come parte del Terzo Mondo, perché non appartenevano al blocco sovietico come la Bulgaria, la Cecoslovacchia, l’Ungheria e la Polonia.
Nella più ortodossa delle interpretazioni del significato politico di Terzo Mondo, lo stato comunista della Jugoslavia era parte del Terzo Mondo. Nello stesso contesto, grazie ai suoi legami con la NATO e la sua appartenenza al Central Treaty Organization (CENTO) controllato dagli USA, l’Iran era politicamente parte del Primo Mondo fino alla Rivoluzione iraniana del 1979. Pertanto, il riferimento alla Jugoslavia come un paese del Secondo Mondo e all’Iran come paese del Terzo Mondo prima del 1979, non è corretto.
Il termine Terzo Mondo ha dato origine alla frase “Sud del Mondo.” Questo termine è basato sulla posizione geografica a sud del Terzo Mondo, sulla mappa, a differenza del nord geografico del Primo e del Secondo Mondo, che collettivamente iniziò ad essere chiamato “Nord Globale.” I termini Nord e Sud Globali iniziarono a sostituire lentamente i termini Primo, Secondo e Terzo Mondo, soprattutto dopo la fine della Guerra Fredda e il crollo dell’Unione Sovietica.

Bandung, Belgrado e la creazione dei Non Allineati
Il NAM si formò quando gli abitanti del Terzo Mondo, che rimasero intrappolati tra gli atlantisti e i sovietici durante la Guerra Fredda, cercarono di formalizzare la loro terza via o terza forza. Il NAM sarebbe nato dopo la Conferenza di Bandung nel 1955, che fece infuriare il Blocco occidentale e gli Stati Uniti, che lo videro come un peccato contro i loro interessi globali.
Contrariamente al blocco occidentale, l’Unione Sovietica era molto più bendisposta ad accettare il NAM. Il Premier sovietico Nikita Khrushchev addirittura propose, nel 1960, che l’ONU fosse gestita da un “troika” composta da Primo, Secondo e Terzo Mondo, al posto della segreteria di New York, influenzata dall’occidente e collusa con gli Stati Uniti nella rimozione del primo ministro Patrice Lumumba dal potere nella Repubblica democratica del Congo, così come di altri leader mondiali indipendenti.
Fidel Castro e Cuba, che ha ospitato il vertice del NAM nel 1979, quando l’Iran vi si unì come ottantottesimo membro, in realtà sostennero che il Secondo Mondo e i movimenti comunisti erano “alleati naturali” del Terzo Mondo e del NAM. Gli atteggiamenti favorevoli di Nasser e Nehru verso l’Unione Sovietica, e il sostegno del blocco sovietico ai vari movimenti di liberazione nazionale, prestarono credibilità all’argomentazione cubana sull’alleanza del Secondo e del Terzo Mondo contro lo sfruttamento capitalista e le politiche imperialiste del Primo Mondo.
Il primo vertice NAM si tenne nella capitale jugoslava Belgrado, nel 1961, sotto la presidenza del maresciallo Tito. Il vertice di Belgrado chiese la fine di tutti gli imperi e del colonialismo. Tito, Nehru, Nasser, Nkrumah, Sukarno e altri leader del NAM chiesero che gli europei occidentali abbandonassero i loro ruoli coloniali in Africa e lasciassero che i popoli africani decidessero del proprio destino.
Una conferenza preparatoria si svolse qualche mese prima al Cairo, da Jamal Abdel Nasser. Nel corso delle riunioni preparatorie il non allineamento venne definito da cinque punti:
(1) i paesi non allineati devono seguire una politica indipendente di co-esistenza con nazioni dai diversi sistemi politici e sociali;
(2) i paesi non allineati devono essere coerenti nel loro sostegno all’indipendenza nazionale;
(3) i paesi non allineati non devono appartenere ad una alleanza multilaterale conclusa nel contesto delle politiche delle grandi potenze o delle superpotenze;
(4) Se dei paesi non allineati hanno accordi bilaterali con le grandi potenze o appartengono a un patto di difesa regionale, tali accordi non avrebbero dovuto essere conclusi nel contesto della guerra fredda;
(5) Se gli stati non allineati cedono basi militari a una grande potenza, queste basi non dovrebbero essere concesse nel contesto della guerra fredda.
Tutte le successive conferenze del NAM affrontarono questioni vitali, per gli anni a venire, che andavano dall’inclusione della Repubblica popolare cinese alle Nazioni Unite, ai combattimenti nella Repubblica Democratica del Congo, alle guerre africane di indipendenza contro i paesi dell’Europa occidentale, all’opposizione all’apartheid e al razzismo, al disarmo nucleare. Inoltre, il NAM è tradizionalmente ostile al sionismo e ha condannato l’occupazione dei territori palestinesi, libanesi, siriani ed egiziani da parte d’Israele, fruttandogli l’avversione permanente da parte di Tel Aviv.

Rendere il NAM nuovamente attuale
Molti si chiedono quale rilevanza il Movimento dei Paesi Non Allineati abbia oggi. Dalla fine della guerra fredda la forza del NAM è stata erosa, mentre gli Stati Uniti, le riforme economiche neoliberiste, il FMI e la Banca mondiale hanno acquisito sempre più controllo sui membri del NAM. In molti casi, i membri del NAM sono ritornati ad essere de facto delle colonie in tutto, tranne che nel nome. Molti membri del NAM, come Bielorussia, Colombia, Etiopia e Arabia Saudita, sono in realtà stati completamente allineati.
Non vi è alcun dubbio, al riguardo, che l’Iran voglia rendere il NAM nuovamente attuale, per combattere il mondo atlantista espansionista. Così fanno i russi e i cinesi. Il NAM, dopo tutto, ha fornito all’Iran un importante sostegno diplomatico nella sua controversia politicizzata sul nucleare con gli atlantisti. Il NAM è anche la più diretta alternativa alle Nazioni Unite, infiltrate e pervertite dagli atlantisti. Il vertice NAM sarà capitalizzato dall’Iran e dai suoi alleati per cercare di sviluppare una sorta di strategia di lotta e di elusione delle sanzioni unilaterali degli Stati Uniti e dell’Unione europea contro l’economia iraniana, e per dimostrare agli atlantisti di Stati Uniti e Unione europea che il loro potere nel Mondo è limitato e declinante. Un piccolo passo in questa direzione è dato dall’Iran che avvia negoziati bilaterali con 60 paesi del NAM, per far cadere l’obbligo del visto per l’Iran. Una dichiarazione universale potrebbe essere rilasciata, che chiede che le sanzioni anti-iraniane siano abbandonate o modificate. Altre misure dovrebbero includere delle proposte per una nuova ed alternativa struttura finanziaria globale; per eludere il blocco atlantista sulle transazioni finanziarie internazionali.
Un evento importante al vertice NAM sarà l’arrivo di Morsi a Teheran, in segno di buone relazioni. I legami tra Cairo e Teheran non verranno ripristinati in una notte, perché ci sono restrizioni su Morsi. Qualunque cosa accada tra l’Egitto e l’Iran al vertice NAM di Teheran, sarà un passo nel processo di riappacificazione. Gli egiziani stanno soffrendo per non inimicarsi i loro finanziatori occidentali e arabi, e gli iraniani hanno scelto di essere pazienti. La presenza di Morsi in Iran, tuttavia, è simbolicamente molto importante. Teheran ha davvero motivo di essere molto ottimista mentre tutte le sue stelle si stanno allineando al suo gala del NAM.
Ambienti diplomatici  guardano all’Egitto alla vigilia del vertice NAM. Prima che fosse annunciato che  Morsi sarebbe andato in Iran, ci si aspettava che il vicepresidente egiziano Mahmoud Mekki avrebbe rappresentato l’Egitto al vertice del NAM, come dimostrazione dell’allontanamento dell’Egitto dall’Iran. Le relazioni del Cairo con Teheran e quel che si svilupperà dal viaggio di Morsi in Iran, è ciò che il Mondo Arabo, Israele e gli Stati Uniti guardano con attenzione. Alcuni analisti affermano che la posizione dell’Egitto potrebbe “creare o spezzare” il progetto di isolare l’Iran, in particolare in termini settari, comportando la divisione tra sciiti e sunniti. Questo in realtà è sbagliato, perché non c’è nulla di specificamente significativo che l’Egitto possa fare per rompere o mantenere l’isolamento dell’Iran. Dopo tutto, Cairo e Teheran hanno legami sostanzialmente dal 1980 e Mubarak è stato un fedele alleato degli Stati Uniti, facendo cooperare l’Egitto con l’Arabia Saudita e Israele per piegare l’influenza iraniana.
Nel peggiore dei casi il rapporto tra i due paesi rimarrà come è stato durante l’era Mubarak. Questa non è una situazione negativa per l’Iran, anche se la situazione in Siria ha catalizzato il desiderio iraniano per un più rapido riavvicinamento. Le relazioni Egitto-Iran non hanno dove andare se non verso l’alto. Le proteste di Tahrir Square (Piazza Liberazione) che hanno detronizzato Mubarak e contribuito alle elezioni che hanno portato al potere la Fratellanza musulmana egiziana, fanno parte di ciò che i funzionari iraniani chiamano “risveglio islamico”, in contrasto con la “primavera araba”. L’Iran non ha nascosto la sua convinzione che l’Egitto sia e potrebbe eventualmente costituire, un nuovo asse regionale dopo la caduta dal potere del dittatore a vita Mubarak. Se c’è un uomo che può saltare dalla concezione della primavera araba al risveglio islamico, almeno pubblicamente, è il presidente Morsi, attraverso un’alleanza con l’Iran.
L’8 agosto, l’Iran ha inviato Hamid Baqaei per portare a Morsi l’invito a partecipare al vertice del NAM di Teheran. La stampa internazionale e gli esperti hanno dato maggiore valore al rango governativo di Baqaei, perché non sono riusciti a capire o a menzionare che sia più anziano degli undici giovani vice-presidenti o assistenti, e che sia essenzialmente il ministro responsabile per gli affari esecutivi della presidenza iraniana. Il Primo Vice-Presidente Mohammed-Reza Rahimi, ex governatore della provincia iraniana del Kurdistan ed egli stesso ex-vicepresidente, è il più anziano vice-presidente dell’Iran. Indipendentemente da ciò, la visita di Baqaei a Cairo, sia come inviato presidenziale che come stretto collaboratore del presidente, era importante. L’Iran averebbe potuto consegnato la lettera d’invito attraverso la sua sezione di interesse all’Ambasciata Svizzera in Egitto, o altri canali diplomatici, ma ha fatto un gesto significativo inviando Baqaei direttamente in Egitto. La mossa ha reso molto ansiosi tutti i paesi che cospirano contro l’Iran e la Siria. Per questi paesi ansiosi, il vertice del NAM a Teheran riguarderà l’Egitto, l’Iran e la Siria.

Le mosse saudite, del Qatar e del FMI in Egitto sono legate al vertice NAM di Teheran?
Tanto l’Arabia Saudita che il Qatar hanno offerto il loro aiuto finanziario all’Egitto, prima che Morsi visiti Beijing, dove si prevede che chiederà aiuto ai cinesi. A parte l’abitudine di Arabia Saudita e Qatar nel decidere il modo con cui i Fratelli Musulmani egiziani devono interagire con l’Iran, le offerte di aiuto dai petro-despoti di Doha e Riyadh fanno parte della competizione araba per aver la maggiore influenza su Cairo.
Morsi è visto come uomo del Qatar e le relazioni tra Riyadh e Cairo sono a disagio da qualche tempo. L’ambasciata saudita a Cairo è stata perfino temporaneamente chiusa, dopo l’ondata di proteste egiziane contro l’Arabia Saudita. Ancora più importante, la Casa dei Saud si oppone a Morsi, sostenendo il vecchio scagnozzo di Mubarak, Ahmed Shafik, durante le elezioni presidenziali egiziane. Inoltre, la Casa dei Saud ha appoggiato i propri clienti politici in Egitto contro la Fratellanza Musulmana. I clienti egiziani della Casa dei Saud, sono il Partito Nour e la sua coalizione parlamentare chiamata Alleanza per l’Egitto (Blocco islamici), arrivata al secondo posto dietro la coalizione parlamentare dei Fratelli Musulmani, l’Alleanza democratica.
Nonostante il fatto che Doha e Riyadh siano entrambe al servizio degli interessi degli Stati Uniti, i due sceiccati hanno una rivalità reciproca. Questa rivalità qatariota-saudita ha ripreso a crescere, dopo la breve pausa che ha visto entrambe le parti invadere l’isola del regno del Bahrain, per sostenere il regime dei Khalifa, e cooperare contro i governi di Libia e Siria.
La rivalità tra Saud ed al-Thani li ha visti supportare diversi gruppi armati in Libia, e forze antigovernative in competizione, durante la cosiddetta primavera araba (o risveglio islamico per Teheran). Le elezioni in Egitto, dove Doha e Riyadh hanno supportato partiti diversi, hanno solo aggiunto benzina al fuoco qatariota-saudita.
L’emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa al-Thani, ha deciso di sostenere i Fratelli Musulmani quasi ovunque si trovino, come mezzo per espandere l’influenza del Qatar. Pochi giorni dopo la cacciata di Mubarak, al-Jazeera del Qatar ha mostrato grande lungimiranza quando ha lanciato al-Jazeera Mubasher Misr, un notiziario dedicato esclusivamente all’Egitto. Mentre il Qatar e i suoi media hanno messo il loro peso a favore dei Fratelli Musulmani egiziani, l’Arabia Saudita e i suoi media non l’hanno fatto.
Questo è stato anche il motivo per cui i media controllati dai sauditi, come al-Arabiya, hanno continuato a criticare il presidente Morsi, anche dopo le elezioni in Egitto. Per alleviare le tensioni della Casa dei Saud con l’Egitto, Morsi ha compiuto in Arabia Saudita il suo primo viaggio all’estero da presidente. Oltre a una copertura favorevole, è anche ampiamente ritenuto che il Qatar abbia contribuito a finanziare i Fratelli Musulmani in Egitto, durante le elezioni. Inoltre, gli investimenti del Qatar in Egitto sono cresciuti del 74%, secondo i dati diffusi dalla Banca Centrale egiziana del luglio 2012. L’11 agosto, l’emiro al-Thani e una delegazione del Qatar si sono recati in Egitto per una visita di un giorno presso Morsi. Il giorno dopo, il 12 agosto, Morsi ha educatamente licenziato o mandato “in pensione” il Feldmaresciallo Tantawi, il capo delle forze armate egiziane, e Sami Anan, capo di stato maggiore delle forze armate egiziane e numero due di Tantawi. Dopo la visita di al-Thani, delle voci hanno cominciato a circolare in Egitto, secondo cui i Fratelli Musulmani avevano intenzione di affittare il Canale di Suez all’emiro al-Thani, cosa che è stata negata da Morsi e dal suo staff presidenziale. Un altro risultato della visita egiziana dell’emiro al-Thani era stato l’annuncio che il Qatar aveva dato a Cairo due miliardi di dollari (USA). In realtà, il Qatar ha dato all’Egitto solo 500 milioni di dollari (USA) e ha detto che il resto sarà consegnato a rate, che inizieranno dopo il vertice del NAM a Teheran. Il piano di pagamento dice qualcosa?
La tempistica della visita a Cairo del Fondo monetario internazionale (FMI), per negoziare un prestito alla vigilia del vertice del NAM di Teheran, è anch’essa sospetta. Dopo un anno di incertezze e di accattonaggi, il Qatar e il FMI hanno aperto le loro borse agli egiziani (anche se il Qatar aveva già inviato del denaro, in precedenza). Il governo libico del Consiglio di transizione, ha anch’esso offerto dei finanziamenti, anche se le sue stesse casse sono vuote a causa della guerra della NATO in Libia e del saccheggio del tesoro e dei beni della Libia da parte degli atlantisti, e con l’aiuto dell’economista neoliberale statunitense, divenuto libico, il “ministro del petrolio e delle finanze” Ali Tarhouni. Per quanto riguarda la Casa dei Saud, è consapevole che i suoi contributi finanziari all’Egitto richiedono il proseguimento delle politiche anti-iraniane da parte di Cairo.

Tutti osserveranno Morsi a Teheran
Le letture su Morsi e la Fratellanza musulmana, che governano sotto la bandiera del Partito della Libertà e della Giustizia, variano. Da un lato, il governo egiziano ha tenuto chiuse le frontiere con i palestinesi di Gaza. Ha anche promesso di onorare i trattati internazionali, un riferimento malizioso al trattato di pace con Israele, cercando di evitare di menzionare Israele e impedire un polverone mediatico. D’altra parte, Morsi ha compiuto gesti positivi verso Teheran, presso il vertice di emergenza dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OCI) alla Mecca, chiedendo di  formare un gruppo di contatto Ankara-Il Cairo-Riyadh-Teheran per discutere della crisi siriana, e aveva anche detto che voleva apportare modifiche al trattato di pace egiziano con Israele.
Come la maggior parte dei politici, Morsi ha annacquato le sue promesse elettorali. Ha dovuto percorrere una linea sottile, circondato da nemici e concorrenti, mentre ha lavorato per accumulare lentamente forza. Quando è stato eletto, c’è stato un ritardo nell’annunciare il risultato delle elezioni egiziane. Il Feldmaresciallo Tantawi e la giunta militare egiziana stavano prendendo tempo per riflettere se mantenere Morsi come presidente o imporre nuove leggi marziali, mentre insediavano con la forza il loro collega, il generale Ahmed Shafik, a presidente civile del paese.
Morsi è in contrasto con i vertici militari dell’Egitto, alleati di vecchia data d’Israele e degli Stati Uniti, così come della Casa dei Saud. A parte il pensionamento dei due membri più importanti della giunta militare egiziana, Morsi ha anche capovolto le decisioni dei militari egiziani di subordinare la sua presidenza e modificare la costituzione dell’Egitto post-Mubarak. Questo gioco del potere viene ampiamente descritto come un contro-colpo di stato preventivo contro la giunta militare egiziana. Doha potrebbe avere favorito la mossa, in modo che il suo cavallo dei Fratelli Musulmani rimanga al potere, in opposizione all’esercito egiziano e al cavallo saudita, il partito Nour. Se il contro-colpo di stato è una mossa compiuta  nel contesto della rivalità tra Qatar ed Arabia Saudita, o una mera mossa per dare libertà politica a Morsi e alla Fratellanza musulmana, è una domanda da dieci milioni di riyal qatarioti.

Cairo passa a una politica rivolta all’Est?
Dove andrà la politica estera di Morsi, dopo la conferenza di Teheran del NAM, è l’altra domanda importante. Dove sarà, quando inizierà a cristallizzarsi nelle riunioni del NAM. La paura del riavvicinamento tra l’Iran e l’Egitto, sicuramente tiene sveglia molta gente nelle notti di Riad, Tel Aviv, Londra e Washington, DC. Tutti sono in attesa di vedere cosa faranno Cairo e Teheran, e per molti le aspettative di un riavvicinamento sono forti, ma la leva finanziaria e le restrizioni che esistono verso Morsi non devono essere dimenticate.
Anche se vi è assai meno clamore e attenzione sul viaggio in Cina di Morsi, quello che farà sarà anch’esso molto importante. Alcuni dicono che ha in programma di allontanare lentamente la politica estera di Cairo dal campo atlantista, che ha Washington come capitale, al campo Eurasiatista, che comprende la Cina e l’Iran. Certo, gli aiuti esteri cinesi ridurranno la dipendenza egiziana dagli atlantisti e dai loro partner delle petro-monarchie arabe. Ciò con cui si ha a che fare, in questo caso, è un intreccio tra molteplici relazioni di diversi gruppi che interagiscono in modi diversi e attraverso relazioni mutevoli.

Addendum – 25 agosto 2012
Il non eletto presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, ha minacciato di boicottare il vertice del NAM dopo che i media iraniani ed Hamas avevano annunciato che il primo ministro Haniyeh, rappresentante dei palestinesi democraticamente eletto, avrebbe partecipato al vertice del  NAM. Successivamente, il ministero degli Esteri iraniano ha rilasciato una dichiarazione che affermava che Haniyeh non è mai stato invitato a Teheran.

Pluripremiato autore e analista geopolitico, Mahdi Darius Nazemroaya è autore di The Globalization of NATO (Clarity Press) e di un libro di prossima uscita The War on Libya and the Re-Colonization of Africa. Ha anche contribuito a diversi altri libri che vanno dalla critica culturale alle relazioni internazionali. È un sociologo e ricercatore associato presso il Centre for Research on Globalization (CRG), collaboratore presso la Strategic Culture Foundation (SCF) di Mosca e membro del Comitato Scientifico di Geopolitica, Italia. Ha anche affrontato le questioni del Medio Oriente e delle relazioni internazionali su diverse reti televisive, tra cui al-Jazeera, Telesur e RussiaToday. I suoi scritti sono stati tradotti in più di venti lingue. Nel 2011 è stato insignito del Primo Premio Nazionale del Circolo della Stampa messicano, per il suo lavoro nel giornalismo investigativo internazionale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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