Arabia Saudita: Ballando sulle note d’Israele

Kourosh Ziabari Eurasia Review 14 aprile 2012

Il fatto che il Regno dell’Arabia Saudita abbia aderito al triangolo vizioso Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna per destabilizzare la Repubblica islamica dell’Iran per fare pressione su Teheran per il suo programma nucleare, non è più un segreto. I funzionari sauditi hanno apertamente dichiarato la loro opposizione all’accesso dell’Iran all’energia nucleare civile ed hanno anche pubblicamente promesso di compensare la quantità di petrolio greggio, che gli Stati membri dell’UE perderanno dopo aver imposto l’embargo multilaterale sul petrolio dell’Iran, visto come un tentativo per costringere l’Iran a cedere i suoi diritti nucleari.
I sauditi sono ufficialmente considerati tra gli stati musulmani che non riconoscono il regime israeliano, tuttavia, non hanno esitato a pubblicizzare i loro legami con i funzionari israeliani nel corso degli ultimi anni, soprattutto quando si tratta della loro cooperazione con Tel Aviv contro l’Iran. Allearsi con il regime sionista e tradire un amico musulmano con cui avevano a lungo mantenuto legami saldi e ragionevoli, può essere considerato una manifestazione degli errori di calcolo dei sauditi e un’analisi errata della posizione dell’Iran nella comunità internazionale, una posizione che è stata rafforzata dalla partecipazione inaspettatamente massiccia degli iraniani, in occasione delle recenti elezioni parlamentari ai primi di marzo, mostrando la solidarietà e la fermezza del popolo di fronte alle dure sanzioni economiche e alle paralizzanti pressioni politiche.
Recenti rapporti di WikiLeaks suggeriscono che i funzionari sauditi abbiano lavorato a stretto contatto con il Mossad per aumentare la pressione contro l’Iran e le attività di intelligence sul programma nucleare del paese. Le e-mail di Stratfor (una di società d’intelligence globale del Texas) sono trapelate su Wikileaks e sono state riprese dal quotidiano di Beirut al-Akhbar; esse hanno rivelato che l’Arabia Saudita si è unita al Mossad, che aiuta il regno con, come riferisce al-Akhbar, la “raccolta di informazioni e di consigli contro l’Iran.” Secondo una fonte citata nelle e-mail, “Alcuni intraprendenti ufficiali del Mossad, sia in pensione che operativi, stanno vendendo ai sauditi ogni sorta di apparecchiature di sicurezza, d’intelligence e di consulenza.” Ci sono anche rapporti credibili che indicano che il capo del Mossad avrebbe recentemente visitato l’Arabia Saudita, parlato ai funzionari sauditi circa i possibili piani per attaccare gli impianti nucleari iraniani e circa il ruolo che la nazione araba potrebbe svolgere in questo pericoloso scenario anti-iraniano.
Come scritto da Haaretz,i colloqui in Arabia Saudita del capo dell’agenzia di spionaggio d’Israele, hanno affrontato l’Iran e il suo programma nucleare. Il resoconto segue una serie di recenti relazioni sul rafforzamento della cooperazione segreta tra Israele ed i sauditi, compreso il coordinamento della difesa sulle questioni relative alla possibile azione militare contro gli impianti nucleari iraniani.” Un altro rapporto dal Times di Londra ha rivelato che, nel 2010, nel corso di un’esercitazione militare saudita, le operazioni della difesa aerea furono interrotte per alcune ore, per provare uno scenario in cui aerei da combattimento israeliani avrebbero attraversato lo spazio aereo saudita, durante un attacco contro l’Iran. Altri media indipendenti riferiscono, e inoltre confermano, che aerei ed elicotteri delle forze aeree israeliane sarebbero recentemente sbarcati in Arabia Saudita allo scopo di posizionarvi attrezzature belliche da utilizzare in un possibile attacco contro l’Iran. In realtà, è uno dei piani degli ufficiali israeliani per utilizzare lo spazio aereo dell’Arabia Saudita, il vicino a sud-ovest dell’Iran, per lanciare un attacco contro le installazioni nucleari del paese a cui, apparentemente, i sauditi non sono riluttanti a dare il via libero a Tel Aviv, al riguardo.
In retrospettiva, i funzionari sauditi hanno espressamente ed esplicitamente denunciato il programma nucleare iraniano e invitato i funzionari degli Stati Uniti ed europei a stringere il cappio delle sanzioni economiche sul loro vicino  musulmano, come se non fossero a conoscenza del fatto che molti dei report del NIE e dell’AIEA abbiano confermato che l’Iran non cerca, e non cercava, armi nucleari, e che non ha mai deviato dalla strada percorsa per usare la tecnologia nucleare per scopi pacifici. Due anni fa, in una conferenza stampa congiunta con il suo omologo statunitense, il ministro degli esteri saudita, principe Saud al-Faisal, aveva detto che le sanzioni economiche non possono garantire che l’Iran si ritiri dal suo programma nucleare, e che una soluzione più efficace era necessaria per via delle “minacce poste dalle ambizioni nucleari dell’Iran“. Al-Faisal descrisse le sanzioni come una soluzione a lungo termine e disse che la minaccia proveniente dall’Iran era imminente. “Vediamo la questione nel più breve termine, perché siamo più vicini alla minaccia. Abbiamo bisogno di un’immediata risoluzione, piuttosto che di una risoluzione graduale“, disse. Il principe saudita non aveva specificato alcuna risoluzione a breve termine, ma sembrava che la sua opzione implicita, che non aveva escluso, fosse un intervento militare contro l’Iran.
I sauditi stanno anche cercando di convincere gli Stati Uniti e l’Europa che il programma nucleare iraniano rappresenta una minaccia alla loro sicurezza e che dovrebbe essere ostacolato al più presto possibile. Ecco perché molti funzionari statunitensi ed europei, nei loro incontri bilaterali con i funzionari sauditi, dicono che un “Iran nucleare” sarebbe dannoso per la sicurezza del Golfo Persico. “Io capisco che il mondo arabo non possa permettere che l’Iran continui a sviluppare armi nucleari“, aveva detto Frank-Walter Steinmeier, il leader del partito d’opposizione nel parlamento tedesco ed ex ministro degli esteri, in una riunione di febbraio con il ministro degli esteri saudita Saud al-Faisal.
L’ostilità del regno saudita verso l’Iran, tuttavia, è andato al di là della superficie. Nei mesi scorsi, quando la retorica bellica e per le sanzioni economiche contro Teheran fluttuava nell’aria, i funzionari sauditi avevano inviato il segnale di esser pronti a compensare eventuali carenze che potessero colpire il mercato del petrolio greggio, dopo che i ministri degli esteri degli Stati membri dell’UE raggiunsero un accordo per imporre l’embargo petrolifero contro l’Iran, che entrerà in vigore all’inizio di luglio. Secondo un rapporto di Associated Press, il ministro del petrolio dell’Arabia Saudita aveva detto il 14 marzo che il suo paese e altri paesi esportatori di petrolio, erano pronti a compensare eventuali carenze degli approvvigionamento a causa della volatilità dei mercati, un apparente riferimento alla prova di forza con l’Iran sul suo programma nucleare.
In ogni caso, la posizione che Riyadh ha adottato nei confronti di Teheran è assolutamente in linea con le politiche anti-iraniane del regime israeliano. Ballano sulle note di Israele ed eseguono ciò che Tel Aviv desidera di più: isolare l’Iran, aumentando le pressioni contro il popolo e creando discordia al suo interno, per spingerlo a ribellasi al proprio governo. Tuttavia, ciò che è chiaro è che tali pressioni non possono mettere in ginocchio gli iraniani e svelano soltanto il vero volto dei nemici di questa nazione. Nel corso dei tre decenni dalla vittoria della rivoluzione islamica, l’Iran è stato costantemente bersaglio delle ostilità e dell’aggressività delle superpotenze mondiali e dei loro alleati, per cui le recenti politiche antagoniste e l’ostilità dell’Arabia Saudita non sono nulla di nuovo o sorprendente.

Kourosh Ziabari è un corrispondente iraniano, giornalista freelance e intervistatore. Lui è stato premiato in Finlandia da Ovi Magazine e dal Foreign Policy Journal. E’ un membro della rete Tlaxcala dei traduttori per la diversità linguistica (Spagna). E’ anche membro World Student Community for Sustainable Development (WSC-SD). Gli articoli di Kourosh Ziabari sono apparsi in un certo numero di siti canadesi, belgi, italiani,  francesi e tedeschi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guerra Valutaria: Quali sono i veri obiettivi dell’embargo petrolifero dell’UE contro l’Iran?

Mahdi Darius Nazemroaya Strategic Culture Foundation 31.01.2012

Contro chi è in realtà volto, il cosiddetto “embargo petrolifero contro l’Iran” dell’Unione europea? Si tratta di una importante questione geo-strategica. Oltre a rifiutare le nuove misure dell’UE contro l’Iran come controproducenti, Teheran ha messo in guardia gli Stati membri dell’Unione Europea che l’embargo petrolifero contro l’Iran danneggerà loro e le loro economie, molto più che l’Iran. Teheran ha così avvertito i leader dei paesi dell’Unione europea che le nuove sanzioni sono stolte e contrarie ai loro interessi nazionali e di blocco, ma ciò è corretto? Alla fine, chi beneficerà della catena di eventi che vengono messi in moto?

L’embargo petrolifero contro l’Iran è nuovo?
L’embargo del petrolio contro l’Iran non è una cosa nuova. Nel 1951, l’amministrazione del primo ministro iraniano Mohammed Mossadegh, con il sostegno del parlamento iraniano, nazionalizzò l’industria petrolifera iraniana. In risposta al programma di nazionalizzazione del Dr. Mossadegh, gli inglesi bloccarono militarmente  le acque territoriali e i porti nazionali dell’Iran con la Royal Navy inglese, e impedirono all’Iran di esportare il suo petrolio. Inoltre impedirono militarmente il commercio iraniano. Londra congelò anche beni iraniani e iniziò una campagna per isolare l’Iran con le sanzioni. Il governo del Dr. Mossadegh era democratico e non poteva essere facilmente diffamato internamente dagli inglesi, così cominciarono a ritrarre Mossadegh come una pedina dell’Unione Sovietica che avrebbe trasformato l’Iran in un paese comunista con i suoi alleati politici marxista.
L’embargo illegale navale internazionale britannico fu seguito da un cambio di regime a Teheran, attraverso un colpo di stato progettato dagli anglo-statunitensi nel 1953. Il colpo di stato del 1953 trasformò lo Scià di Persia da figura costituzionale a monarca assoluto e in un dittatore, come i sovrani di Giordania, Arabia Saudita, Bahrain e Qatar. L’Iran fu trasformato in una notte da monarchia costituzionale democratica in dittatura.
Oggi, un embargo petrolifero imposto militarmente contro l’Iran non è possibile, come lo fu nei primi anni ’50. Invece Londra e Washington usano il linguaggio della giustizia e si nascondono dietro i falsi pretesti sulle armi nucleari iraniane. Come negli anni ’50, l’embargo sul petrolio contro l’Iran è legato al cambio di regime. Eppure, ci sono anche più ampi obiettivi che vanno oltre i confini dell’Iran, legati al progetto di Washington d’imporre un embargo petrolifero contro gli iraniani.

L’Unione europea e la vendita del petrolio iraniano
Il principale cliente del petrolio iraniano è la Repubblica popolare cinese. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) di Parigi, che fu creata dopo l’embargo petrolifero arabo del 1973 come ala strategica del Blocco occidentale dell’organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OCSE), l’Iran esporta 543.000 barili di petrolio al giorno verso la Cina. Gli altri clienti di grandi dimensioni dell’Iran sono India, Turchia, Giappone e Corea del Sud. L’India importa 341.000 barili al giorno dall’Iran, la Turchia 370.000 barili al giorno, il Giappone 251.000 barili e la Corea del Sud 239.000 barili al giorno.
Secondo il ministero iraniano del Petrolio, l’Unione europea rappresenta solo il 18% delle esportazioni di petrolio iraniano, il che significa meno di un quinto delle vendite di petrolio iraniano. Solo “collettivamente” l’Unione europea è il secondo cliente più grande dell’Iran. In tutto i paesi dell’UE importano 510.000 barili al giorno dall’Iran. La posizione collettiva che tutti i paesi dell’UE importatori di petrolio iraniano hanno, è stato evidenziato da coloro che vogliono sottolineare l’efficacia dell’embargo petrolifero dell’Unione europea contro l’Iran.
L’Iran può sostituire le vendite di petrolio verso l’Unione europea attraverso nuovi acquirenti o incrementando le vendite ai clienti esistenti, come Cina e India. Un accordo iraniano per cooperare con la Cina per lo stoccaggio delle riserve strategiche cinesi, riempirebbe gran parte del vuoto lasciato dall’Unione europea. Così, l’embargo del petrolio contro l’Iran avrà minimi effetti diretti contro l’Iran. Piuttosto, è più probabile che uno qualsiasi degli effetti che l’economia iraniana subirà, sarà legato alle conseguenze globali dell’embargo petrolifero contro l’Iran.

L’Iran e la guerra globale delle valute
Secondo il Fondo monetario internazionale (FMI), sia il dollaro che l’euro costituiscono insieme l’84,4% delle riserve valutarie mondiali scambiate alla fine del 2011. Il dollaro statunitense da solo, compone il 61,7% di questo dato, costituendo la maggior parte delle riserve valutarie mondiali scambiate nel 2011. La vendita di energia è una parte importante di questa equazione, perché il dollaro statunitense è legato al commercio del petrolio. Così, il commercio di petrolio attraverso quello che viene chiamato petro-dollaro, aiuta a sostenere il prestigio internazionale del dollaro statunitense. I paesi di tutto il mondo sono stati praticamente costretti a utilizzare il dollaro statunitense per mantenere le loro esigenze commerciali e le loro transazioni energetiche.
Per evidenziare l’importanza del commercio internazionale del petrolio per gli Stati Uniti, tutti i membri del Gulf Cooperation Council (GCC) – Arabia Saudita, Bahrain, Qatar, Kuwait, Oman ed Emirati Arabi Uniti – hanno le loro valute nazionali ancorate al dollaro statunitense e sostengono il petro-dollaro col commercio petrolifero in dollari statunitensi. Inoltre, le valute di Libano, Giordania, Eritrea, Gibuti, Belize e di diverse isole tropicali nel Mar dei Caraibi, sono anch’esse tutte ancorato al dollaro statunitense. A parte i territori d’oltremare degli Stati Uniti, anche El Salvador, Ecuador e Panama ufficialmente utilizzano il dollaro statunitense come moneta nazionale.
L’euro invece è contemporaneamente sia un rivale del dollaro statunitense che una valuta alleati. Entrambe le valute lavorano insieme contro le altre valute, in molti casi, e sembrano essere sempre più controllati da centri di potere finanziario in fusione. A parte i diciassette membri dell’Unione europea, che utilizzano l’euro come moneta propria, il Principato di Monaco, San Marino e Città del Vaticano hanno la concessione di diritti e anche il Montenegro e la provincia serba a maggioranza albanese del Kosovo usano l’euro come valuta nazionale. Al di fuori dell’area dell’euro (zona euro), le valute di Bosnia, Bulgaria, Danimarca, Lettonia, Lituania, in Europa, e le valute di Capo Verde, Comore, Marocco, Repubblica democratica di São Tomé e Príncipe e le due zone CFA in Africa, e le valute di diverse colonie occidentali extraeuropee, come la Groenlandia, sono tutte ancorate all’euro.
Diverse zone monetarie sono direttamente legate all’euro. In Oceania, il franco Comptoirs Français du Pacifique (PCP), chiamato semplicemente Franco del Pacifico (franc pacifique), utilizzato in un’unione monetaria alle dipendenze francesi di Polinesia francese, Nuova Caledonia e Territorio delle Isole Wallis e Futuna è ancorato all’euro. Come accennato in precedenza, le zone CFA in Africa sono anch’esse ancorate all’euro. Così, sia il franco della Comunità Finanziaria dell’Africa (Communauté financière d’Afrique, CFA) o franco CFA dell’Africa occidentale, viene utilizzato da Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo – che il franco della Cooperazione Finanziaria dell’Africa centrale (Coopération financière en Afrique centrale, CFA) o franco CFA dell’Africa centrale – viene utilizzato da Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica del Congo (Congo-Brazzaville), Guinea Equatoriale e Gabon -, hanno il loro destino legato al valore monetario dell’euro.
L’Iran non è alla ricerca di un confronto militare tra le crescenti ostilità con gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Nonostante la narrazione deformata che viene presentata, Teheran ha detto che chiuderebbe lo Stretto di Hormuz come ultima risorsa. Gli iraniani hanno anche detto che non lasceranno che le navi degli Stati Uniti o nemiche, attraversino le acque territoriali iraniane, loro diritto legale, e che invece le navi ostili possono attraverso le acque territoriali dell’Oman nello Stretto di Hormuz. Come nota a margine, tra l’altro, il problema per gli Stati Uniti e gli altri avversari dell’Iran, è che le acque dell’Oman nello Stretto di Hormuz sono troppo basse.
Invece di un confronto militare, Teheran sta reagendo  economicamente in diversi modi. Il primo passo, iniziato prima del 2012, sono stati la diversificazione della vendita e degli scambi internazionali del petrolio iraniano, riguardo le rispettive valute di transazione. Questo fa parte di una mossa calcolata dall’Iran per abbandonare l’utilizzo del dollaro statunitense, proprio come Saddam Hussein in Iraq fece nel 2000, come mezzo per combattere contro le sanzioni imposte all’Iraq. In questo contesto, l’Iran ha creato una borsa internazionale dell’energia in competizione con il New York Mercantile Exchange (NYMEX) e l’International Petroleum Exchange (IPE) di Londra, che operano entrambe con il dollaro statunitense per le transazioni. Questa borsa dell’energia, chiamata Kish Oil Bourse, è stata ufficialmente inaugurata nell’agosto del 2011 sull’isola di Kish nel Golfo Persico. Le sue prime operazioni sono state effettuate utilizzando l’euro e il dirhem degli Emirati.
Nel contesto delle rivalità tra di euro e dollaro statunitense, gli iraniani in origine volevano mettere l’euro in un sistema di petro-euro, con la speranza che la competizione tra il dollaro statunitense e l’euro potesse rendere l’Unione europea un alleato dell’Iran e scollegare l’Unione europea dagli Stati Uniti. Con le tensioni politiche crescenti con l’UE, il petro-euro è diventato sempre meno allettante per Teheran. L’Iran ha capito che l’Unione europea è sottomessa agli interessi degli Stati Uniti ed è guidata da capi corrotti. Così, in misura minore, l’Iran ha anche cercato di allontanarsi dall’euro.
Inoltre, l’Iran ha ampliato il proprio abbandono dell’uso del dollaro statunitense e dell’euro, come politica nelle relazioni commerciali bilaterali. Iran e India discutono di pagamenti in oro per il petrolio iraniano. Il commercio iraniano-russo viene condotto in rial iraniani e rubli russi, mentre il commercio iraniano con la Cina e altri paesi asiatici, viene effettuato utilizzando il renminbi cinese, Rial iraniano, yen giapponese e altre valute che non siano il dollaro e l’euro.
Mentre l’euro avrebbe potuto essere il grande vincitore in un sistema di petro-euro, le azioni dell’Unione europea hanno lavorato contro ciò. L’embargo petrolifero dell’Unione europea contro l’Iran ha solo piantato i chiodi nella bara. A livello globale, la matrice emergente del commercio e delle transazioni eurasiatici e internazionali al di fuori degli ombrelli del dollaro statunitense e dell’euro, sta indebolendo entrambe queste valute. Il Parlamento iraniano ha appena passato una legge che tagliare le esportazioni di petrolio ai membri dell’Unione europea che faranno parte del regime di sanzioni, fino alla revoca delle sanzioni petrolifere all’Iran. La mossa iraniana sarà un duro colpo per l’euro, soprattutto perché l’Unione europea non avrà il tempo di prepararsi per i tagli energetici iraniani.
Ci sono diverse possibilità che possono emergere. Uno di queste è che ciò potrebbe essere parte di quello che Washington vuole, e che potrebbe essere giocata contro l’Unione europea. Un altro è che gli Stati Uniti e specifici Stati membri dell’UE, stanno lavorando insieme contro i rivali strategici economici e altri mercati.

Chi se ne avvantaggia? Gli obiettivi economici non sono l’Iran…
La fine delle esportazioni di petrolio iraniano verso l’Unione europea e il declino dell’euro vanno direttamente a beneficio degli Stati Uniti e del loro dollaro. Ciò che l’Unione europea sta facendo è semplicemente indebolire se stessa e consentire al dollaro statunitense di avere il sopravvento nella sua rivalità nei confronti dell’euro. Inoltre, qualora vi fosse il crollo dell’euro, il dollaro statunitense riempirà rapidamente gran parte del vuoto. Nonostante il fatto che la Russia possa beneficiare dei prezzi del petrolio e di una maggiore leva sulla sicurezza energetica dell’Unione europea come fornitrice, il Cremlino ha anche messo in guardia l’Unione europea che sta lavorando contro i propri interessi, subordinandosi a Washington.
Molte importanti questioni sono in gioco, circa le conseguenze economiche dell’aumento dei prezzi del petrolio. L’Unione europea sarà in grado di resistere alla tempesta economica o al collasso della valuta? Ciò che l’embargo petrolifero dell’Unione europea contro l’Iran farà sarà destabilizzare l’euro e creare una valanga globale, danneggiando le economie extra-UE. A questo proposito, Teheran ha avvertito che gli Stati Uniti mirano a danneggiare le economie concorrenti mediante l’adozione delle sanzioni petrolifere dell’UE contro l’Iran. All’interno di questa linea di pensiero, questa è la ragione per cui gli Stati Uniti stanno cercando di costringere Cina, India, Corea del Sud e Giappone in Asia, a ridurre o tagliare le importazioni di petrolio iraniano.
Nell’Unione europea, saranno le economie dei membri più fragili e in lotta, come la Grecia e la Spagna, che saranno ferite dall’embargo  petrolifero dell’UE contro l’Iran. Le raffinerie di petrolio nei paesi dell’Unione europea che importano petrolio iraniano, dovranno trovare nuovi venditori come fonti e saranno costrette ad adeguare le loro operazioni. Piero De Simone, uno dei leader dell’Unione Petrolifera d’Italia, ha avvertito che circa settanta  raffinerie di petrolio dell’UE potrebbero essere chiuse e che i paesi asiatici potrebbero iniziare a vendere petrolio raffinato iraniano all’Unione europea a scapito delle raffinerie locali e della locale industria petrolifera. Nonostante le rivendicazioni politiche in sostegno all’embargo petrolifero contro l’Iran, l’Arabia Saudita non sarà in grado di colmare il vuoto delle esportazioni petrolifere iraniane verso l’Unione europea o altri mercati. Una carenza di forniture di petrolio e i cambiamenti della produzione potrebbero avere effetti a spirale nell’Unione europea e sui costi di produzione industriale, dei trasporti e sui prezzi di mercato. La previsione è che che l’UE effettivamente aggraverà la crisi nella zona euro o eurozona.
Inoltre, l’aumento continuo dei prezzi, che vanno dal cibo ai trasporti, non sarà limitato all’Unione europea, ma avrà ramificazioni globali. Coll’aumentare dei prezzi su scala globale, le economie in America Latina, Caraibi, Africa, Medio Oriente, Asia e Pacifico si troveranno ad affrontare nuove difficoltà, mentre il settore finanziario negli Stati Uniti e di molti dei suoi partner – tra cui i membri dell’Unione europea – potrebbe capitalizzare attraverso l’acquisizione di alcuni settori e mercati. Il FMI e la Banca Mondiale, in rappresentanza di Bretton Woods a Wall Street, potrebbero gettarsi nella mischie e imporre altri programmi di privatizzazione a vantaggio dei settori finanziari degli Stati Uniti e dei loro principali partner. Inoltre, come l’Iran decide di vendere il 18% del petrolio e di smettere di vendere ai membri dell’UE, sarà inoltre un fattore di mediazione.

I fantasmi della embargo petrolifero arabo del 1973: la Libia e l’Agenzia internazionale dell’energia
Mentre i paesi in Africa o del Pacifico non hanno riserve strategiche di petrolio e saranno alla mercé degli aumenti dei prezzi mondiali, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno lavorato strategicamente cercando di isolarsi da questi scenari. Questo è dove l’International Energy Agency (IEA) di  Parigi entra in scena. Le riserve di petrolio libico sono anch’esse un fattore delle ostilità e della petro-politica che coinvolgono l’Iran.
L’AIE è stata creata dopo l’embargo petrolifero arabo del 1973. Come accennato in precedenza, si tratta dell’”ala strategica Blocco occidentale dell’organizzazione di Cooperazione e Sviluppo Economico (OCSE).” L’OCSE è un club di paesi che comprende Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna, Italia, Belgio, Danimarca, Giappone, Canada, Corea del Sud, Turchia, Australia, Israele e Nuova Zelanda. Si basa essenzialmente sui contorni del blocco occidentale, che è composto da alleati e satelliti degli USA. A parte Israele, Cile, Estonia, Islanda, Slovenia, e Messico, tutti i membri dell’OCSE, sono membri dell’AIE.
Dalla sua creazione nel 1974, uno dei compiti dell’IEA è quello di stoccare riserve strategiche di petrolio per i paesi OCSE. Durante la guerra della NATO contro la Libia, l’AIE in realtà ha aperto le sue riserve strategiche di petrolio per compensare il vuoto lasciato dalla mancanza di esportazioni di petrolio libico. Le uniche altre due volte cui questo è accaduto, fu nel 1991, quando Washington ha guidato la coalizione militare nella sua prima guerra contro l’Iraq, e nel 2005, quando l’uragano Katrina ha devastato gli Stati Uniti.
La guerra in Libia aveva molti scopi. I fini perseguiti sono stati i seguenti: (1) impedire l’unità africana, (2) scacciare la Cina fuori dall’Africa, (3) controllare le riserve strategiche energetiche più importanti, e (4) preservare le forniture di petrolio nello scenario di conflitti degli USA contro la Siria e l’Iran. Ciò che la guerra della NATO alla Libia aveva come scopo, era assicurarsi la produzione petrolifera dalla Libia, perché c’era la possibilità che la Libia del Colonnello Muammar Gheddafi potesse sospendere le vendite di petrolio all’Unione europea, a sostegno della Siria o dell’Iran in possibili conflitti con gli Stati Uniti, la NATO e Israele. E’ anche interessante notare che una delle figure libiche nelle Nazioni Unite, che hanno contribuito a permettere la guerra contro la Libia, vi è Sliman Bouchuiguir, il capo della Lega libica per i diritti umani (LLHR) e attuale ambasciatore libico in Svizzera, che ha lavorato a formulare una strategia per impedire che il petrolio venisse usato come arma strategica, per assicurarsi che la crisi petrolifera del 1973 si ripeta mai per gli Stati Uniti e i loro alleati.
A parte l’Iran, i siriani sono stati una fonte di importazioni di petrolio per l’Unione europea. Come l’Iran, l’UE ha anche bloccato il petrolio siriano attraverso un regime di sanzioni progettato dal governo statunitense. Con il petrolio iraniano e siriano escluso dall’UE, il valore strategico del petrolio libico aumenta. A questo proposito, le relazioni circa il dispiegamento di migliaia di soldati degli Stati Uniti nei giacimenti di petrolio libici, possono essere analizzate come coordinato o collegato alla crescente ostilità degli Stati Uniti e dell’Unione europea verso la Siria e l’Iran. Dirottare l’invio di petrolio libico verso l’UE prima destinato alla Cina, può anche essere parte di tale strategia.

La guerra psicologica
In realtà, il regime di sanzioni progettato dal governo statunitense contro l’Iran è andato fin dove può andare. Tutti gli interventi sull’isolamento iraniani sono bravate e sono lontane dalla realtà delle attuali relazioni e commercio internazionali. Brasile, Russia, Cina, India, Iraq, Kazakistan, Venezuela e altri paesi dello spazio post-sovietico, Asia, Africa e America Latina, hanno tutti rifiutato di aderire alle sanzioni contro l’economia iraniana.
L’embargo petrolifero dell’Unione europea, insieme alle più ampie sanzioni contro l’Iran, ha un aspetto più ampiamente psicologico. L’Iran e il suo alleato siriano, affrontano una guerra multi-dimensionale che ha scopi economici, occulti, diplomatici e psicologici. La guerra psicologica, che coinvolge i media mainstream come strumento di politica estera e di guerra, è un’opzione molto economica per gli Stati Uniti, a causa del suo costo molto basso. Maggiore enfasi viene inoltre data ad essa, nel contesto dell’attuale situazione economica del mondo.
Eppure, la guerra psicologica può essere combattuta su entrambi i lati. Gran parte del potere degli Stati Uniti è psicologico e legato alla paura. Come la geografia del Golfo Persico, il tempo è dalla parte dell’Iran e lavora contro gli Stati Uniti. Se l’Iran continua il suo corso attuale e resterà insensibile alle sanzioni, questo l’aiuterà a spezzare la soglia psicologica che scoraggia globalmente i paesi ad opporsi agli Stati Uniti. Nel caso in cui molti altri paesi continuino a rifiutarsi ad inchinarsi all’amministrazione Obamam, nell’imporre sanzioni contro l’Iran, questo sarà anche un duro colpo per il prestigio e il potere degli Stati Uniti, che si tradurrà nei campi economico e finanziario.
Inoltre, alla fine l’embargo petrolifero dell’UE colpirà l’UE invece dell’Iran. Nel lungo termine potrebbe anche danneggiare gli Stati Uniti. Strutturalmente, gli effetti dell’embargo dell’UE sul petrolio radicherà ulteriormente l’Unione europea nell’orbita di Washington, ma questi effetti catalizzeranno una crescente opposizione sociale a Washington, che alla fine si manifesteranno in ambito politico ed economico.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Triplice Intesa Eurasiatica: Toccate l’Iran e sentirete la Russia e la Cina

Mahdi Darius Nazemroaya Strategic Culture Foundation 22.01.2012

Nonostante le aree di differenza e la rivalità tra Mosca e Teheran,  i legami russo-iraniani si rafforzano. Sia la Russia che l’Iran hanno molto in comune. Sono entrambi grandi esportatori di energia, hanno interessi profondamente radicati nel Caucaso meridionale, si oppongono allo scudo missilistico della NATO e desidera tenere alla larga gli Stati Uniti e l’Unione europea dal controllo dei corridoi energetici nel bacino del Mar Caspio. Mosca e Teheran condividono anche molti alleati, dall’Armenia, Tagikistan e Bielorussia a Siria e Venezuela. Ma sopra ogni cosa, entrambe le repubbliche sono anche i due principali obiettivi geo-strategici di Washington.

La Triplice Intesa Eurasiatica e il valore dell’Iran per la Russia e la Cina
Con l’inclusione dei cinesi, la Federazione Russa e l’Iran sono ampiamente considerati alleati e partner. Insieme la Federazione della Russia, la Repubblica Popolare cinese e la Repubblica islamica dell’Iran formano una barriera contro gli Stati Uniti. I tre lo formano questo una triplice alleanza, il nucleo di una coalizione eurasiatica che resiste all’invasione di Washington dell’Eurasia e alla ricerca degli USA all’egemonia globale. I cinesi affrontano soprattutto l’invasione degli Stati Uniti nell’est asiatico e nel Pacifico, gli iraniani affrontano soprattutto l’invasione degli Stati Uniti nell’Asia sud-occidentale, e i russi l’invasione degli Stati Uniti dell’Europa orientale. Tutti e tre gli stati devono affrontare l’invasione degli Stati Uniti in Asia centrale e sono diffidenti nei confronti della presenza militare USA e NATO in Afghanistan.
L’Iran può essere caratterizzato come un perno  geo-strategico. L’intera equazione geo-politica in Eurasia cambierà in base all’orbita politico dell’Iran. Se l’Iran dovesse allearsi con gli Stati Uniti e diventare ostile a Pechino e Mosca, potrebbe seriamente destabilizzare la Russia e la Cina e devastare entrambe le nazioni. Ciò sarebbe dovuto ai suoi legami etnico-culturali, linguistici, economici, religiosi e geo-politici dal Caucaso all’Asia centrale.
L’Iran potrebbe anche diventare il più grande canale per l’influenza e l’espansione degli Stati Uniti nel Caucaso e in Asia centrale, perché l’Iran è la porta verso il ventre molle meridionale della Russia (o “estero vicino”) nel Caucaso e nell’Asia centrale. In tale scenario, la Russia come corridoio energetico verrebbe effettivamente sconvolta e sfidata, mentre  Washington sbloccherebbe il potenziale iraniano come corridoio energetico primario per il Mar Caspio e sostenitore delle pipeline iraniane. Parte del successo della Russia come via di transito dell’energia è dovuta agli sforzi statunitensi d’indebolire l’Iran, impedendo il transito dell’energia attraverso il territorio iraniano.
Se l’Iran cambiasse campo, anche l’economia e la sicurezza nazionale cinesi sarebbe tenute in ostaggio per due motivi. La sicurezza energetica cinese sarebbe minacciata direttamente per via del fatto che le riserve energetiche iraniane non sarebbero più sicure e sarebbero soggette agli interessi geopolitici degli USA. Inoltre, l’Asia centrale potrebbe anche ri-orientare la sua orbita se Washington dovesse aprire un canale diretto al mare aperto attraverso l’Iran.
Così, sia la Russia che la Cina vogliono una alleanza strategica con l’Iran, come mezzo per parare l’invasione  geo-politica di Washington. La “Fortezza Eurasia” sarebbe vulnerabile senza l’Iran. Questo è il motivo per cui né la Russia né la Cina potrebbero mai accettare una guerra contro l’Iran.  Se Washington dovesse trasformare l’Iran in un cliente, allora la Russia e la Cina sarebbero in pericolo.

Fraintendere  il sostegno di Cina e Russia alle sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU
C’è un grande fraintendimento sul passato sostegno russo e cinese alle sanzioni ONU contro l’Iran. Anche se Pechino e Mosca permisero che le sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite passassero contro il loro alleato iraniano, lo hanno fatto per motivi strategici volti a mantenere l’Iran al di fuori dell’orbita di Washington. In realtà, per gli Stati Uniti sarebbe assai meglio cooptare Teheran come partner satellitare o minore, che correre rischi inutili e azzardati di una vera e propria guerra contro gli iraniani. Il sostegno russo e cinese alle passate sanzioni hanno consentito che una più ampia frattura emergesse tra l’Iran e Washington. A questo proposito, la realpolitik è all’opera. Mentre le tensioni irano-statunitensi aumentano, le relazioni dell’Iran con la Russia e la Cina diventano più strette e l’Iran consolida sempre più il suo campo con Mosca e Pechino.
Russia e Cina non avrebbero mai sostenuto delle sanzioni paralizzanti o qualsiasi forma di embargo economico, che potessero minacciare la sicurezza nazionale iraniana. Questo è il motivo per cui sia la Cina che la Russia hanno rifiutato di essere costrette da Washington a unirsi alle sue nuove sanzioni unilaterali del 2012. I russi hanno anche messo in guardia l’Unione europea dall’essere la pedina di Washington, perché sono autolesionistici nel giocare secondo gli schemi degli Stati Uniti. A questo proposito, la Russia ha commentato i piani impraticabili e praticamente inefficaci dell’UE per un embargo petrolifero contro l’Iran. Teheran ha anche fatto simili ammonimenti e ha respinto l’embargo petrolifero dell’UE come una tattica psicologica che è destinata a fallire.

La cooperazione russo-iraniana nella sicurezza e nel coordinamento strategico
Nell’agosto 2011, il capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale dell’Iran, il segretario generale Saaed (Said) Jalili, e il capo del Consiglio Nazionale di Sicurezza della Federazione Russa, il segretario Nikolaj Platonovich Patrushev, si incontravano a Teheran per parlare del programma energetico nucleare iraniano e della cooperazione bilaterale. La Russia ha voluto aiutare l’Iran ha respingere le nuove accuse con cui Washington si stava preparando ad attaccare l’Iran. Poco dopo Patrushev e il suo team russo sono giunti a Teheran, il ministro degli esteri iraniano, Ali Akbar Salehi, sarebbe volato a Mosca.
Nel settembre 2011 sia Jalili che Patrushev si sarebbero incontrato di nuovo, ma questa volta in Russia. Jalili dovrebbe andare a Mosca e poi attraversare gli Urali per recarsi nella città russa di Ekaterinburg. L’incontro di Ekaterinburg tra i due ha avuto luogo a margine di un vertice sulla sicurezza internazionale, ed è stato importante, perché è stato annunciato che i vertici degli enti di sicurezza nazionale di Mosca e Teheran si sarebbero d’ora in poi coordinati, organizzando riunioni regolari, e un protocollo è stato firmato da entrambi a sostegno di ciò. A Ekaterinburg, sia Jalili che Patrushev hanno anche tenuto riunioni con la loro controparte cinese, Meng Jianzhu. Il risultato della riunione sarebbe che Jalili e Jianzhu richiederebbero misure analoghe da adottare da parte dei consigli di sicurezza nazionale dell’Iran e della Cina. Cinesi e iraniani avrebbero anche effettuato degli appelli per l’istituzione di un consiglio di sicurezza sovranazionale all’interno del Consiglio della Shanghai Cooperation Organization, per affrontare le minacce comuni a Pechino, Teheran, Mosca e del resto dell’organizzazione eurasiatica.
Sempre nel settembre 2011, Dmitrij Rogozin, l’inviato russo presso la NATO, ha annunciato che avrebbe visitato Teheran nel prossimo futuro per parlare del progetto dello scudo missilistico della NATO, a cui sia il Cremlino che l’Iran si oppongono; e subito compariva un articolo che affermava che la Russia, Iran e Cina stamno progettando la creazione di uno scudo missilistico congiunto. Rogozin, che nell’agosto 2011 aveva avvertito che la Siria e lo Yemen sarebbero stati attaccati per poter avviare il confronto con Teheran, avrebbe risposto agli articoli confutando pubblicamente i piani per la creazione di un programma per uno scudo missilistico congiunto sino-russo-iraniano.
Il mese seguente, nell’ottobre del 2011, i ministeri degli affari esteri di Russia e dell’Iran annunciavano che avrebbero ampliato i legami in tutti i campi. Poco dopo, nel novembre 2011, l’Iran e la Russia hanno firmato un accordo di cooperazione e di partnership strategica tra i loro rispettivi più importanti enti di sicurezza riguardanti economia, politica, sicurezza, intelligence e coordinamento. Questo era stato anticipato da un documento su cui russi e iraniani stavano lavorando da tempo. L’accordo è stato firmato a Mosca dal segretario generale del Consiglio supremo di sicurezza dell’Iran, Ali Bagheri (Baqeri), e dal Sottosegretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Russia, Evgenij Lukjanov.
Nel novembre 2011, il capo del Comitato per gli affari internazionali della Duma russa, Konstantin Kosachev, aveva anche annunciato che la Russia deve fare tutto il possibile per impedire un attacco al vicino Iran. Alla fine di novembre 2011 è stato anche annunciato, ancora una volta, che Dmitrij Rogozin avrebbe sicuramente visitato sia Teheran che Pechino nel 2012. E’ stato rivelato che Rogozin e un team di funzionari russi sarebbero andati in Iran e in Cina per delle discussioni strategiche sulle strategie collettive contro le minacce comuni.

La Sicurezza Nazionale della Russia e quella dell’Iran sono legate
Il 12 gennaio 2012, Nikolaj Patrushev ha detto ad Interfax che temeva che una grande guerra stesse per esplodere e che Tel Aviv stesse spingendo gli Stati Uniti ad attaccare l’Iran. Ha respinto le pretese che l’Iran stia fabbricando clandestinamente delle armi nucleari e ha detto che per anni il mondo aveva sempre sentito dire ad nauseam che l’Iran avrebbe avuto la bomba atomica la settimana prossima. I suoi commenti sarebbero stati seguiti da un terribile avvertimento da Dmitrij Rogozin.
Il 13 gennaio 2012, Rogozin, che il Cremlino annunciava sarebbe diventato viceprimo ministro russo, ha dichiarato che qualsiasi tentativo di intervento militare contro l’Iran sarebbe una minaccia alla sicurezza nazionale della Russia. In altre parole, un attacco a Teheran è un attacco a Mosca. Nel 2007, Vladimir Putin aveva sostanzialmente detto la stessa cosa, quando era a Teheran per un vertice sul Mar Caspio, provocando allarme presso George W. Bush Jr., avvertendo che la Terza Guerra Mondiale avrebbe potuto scoppiare per l’Iran. L’affermazione di Rogozin è semplicemente una dichiarazione di ciò che è stata la posizione della Russia per tutto questo tempo: se l’Iran dovesse cadere, la Russia sarebbe in pericolo.
L’Iran è un obiettivo dell’ostilità degli Stati Uniti, non solo per le sue vaste riserve di energia e  risorse naturali, ma a causa di importanti considerazioni geo-strategiche che lo rendono un trampolino di lancio strategico contro la Russia e la Cina. Le strade per Mosca e Pechino passano per Teheran, così come la strada per Teheran passa per Damasco, Baghdad e Beirut. Né gli USA vogliono controllare il petrolio e il gas iraniani per mere ragioni economiche o di consumo. Washington vuole mettere la museruola alla Cina attraverso il controllo della sicurezza energetica cinese e vuole che le esportazioni energetiche iraniane siano scambiate in dollari USA, per assicurare l’uso continuo del dollaro nelle transazioni internazionali.
Inoltre, l’Iran ha stipulato  accordi con partner commerciali come la Cina e l’India, in cui le transazioni commerciali non avranno luogo con gli euro o i dollari statunitensi. Nel gennaio 2012, sia russi che gli iraniani hanno sostituito il dollaro con le loro monete nazionali, rispettivamente il rublo russo e il rial iraniano, nei loro scambi bilaterali. Questo è un duro colpo economico e finanziario negli Stati Uniti.

La Siria è al centro delle preoccupazioni sulla sicurezza nazionale dell’Iran e della Russia
Russia, Cina e Iran supportano fermamente la Siria. L’assedio diplomatico ed economico contro la Siria è legato alla posta geo-politica in gioco per il controllo dell’Eurasia. L’instabilità in Siria è legata all’obiettivo di combattere l’Iran e, infine, di trasformarlo in un partner degli Stati Uniti contro Russia e Cina.
Il cancellato o ritardato dispiegamento di migliaia di truppe statunitensi in Israele per Austere Challenge 2012, era volto a far aumentare la pressione contro la Siria. Sulla base di frammenti di un rapporto di Voce della Russia, i media russi hanno riferito erroneamente che Austere Challenge 2012 si sarebbe tenuta nel Golfo Persico, venendo erroneamente ripresa dagli organi di informazione di altre parti del mondo. Ciò ha contribuito ha mettere in evidenza il collegamento iraniano a spese di quelli siriano e libanese. Il dispiegamento delle truppe statunitensi era rivolto principalmente contro la Siria, per isolare e contrastare l’Iran. Speculativamente, la cancellazione o il ritardo delle esercitazioni missilistiche israelo-statunitensi comprendevano probabilmente attacchi con missili e razzi non solo dall’Iran, ma anche da Siria, Libano e Territori palestinesi.
A parte i suoi porti navali in Siria, la Russia non vuole vedere la Siria utilizzata per re-indirizzare i coordinatori energetici del bacino del Caspio e del bacino del Mediterraneo. Se la Siria dovesse cadere, tali rotte verrebbero sincronizzati in modo da riflettere la nuova realtà geo-politica. A spese dell’Iran, l’energia dal Golfo Persico potrebbe anche essere dirottata verso il Mediterraneo attraverso Libano e Siria, nel Levante.
 
La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Geo-Politica dello Stretto di Hormuz: Può la Marina degli Stati Uniti essere sconfitta dall’Iran nel Golfo Persico?

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 8 Gennaio 2012 

Dopo anni di minacce degli Stati Uniti, l’Iran sta compiendo dei passi che suggeriscono che è disposto ed è in grado di chiudere lo Stretto di Hormuz. Il 24 dicembre 2011, l’Iran ha iniziato le sue esercitazioni navali Velayat-90 nello e intorno lo Stretto di Hormuz, che si estende dal Golfo Persico e dal Golfo di Oman (Oman mare) al Golfo di Aden e al Mar Arabico. Dall’inizio di queste esercitazioni, c’è stata una crescente guerra di parole tra Washington e Teheran. L’amministrazione Obama o il Pentagono non hanno fatto o detto nulla finora, però, hanno minacciato Teheran dal continuare le sue esercitazioni navali.

La natura geopolitica dello Stretto di Hormuz
Oltre al fatto che si tratta di un vitale punto di transito delle risorse energetiche globali e un collo di bottiglia strategico, due ulteriori questioni devono essere affrontate riguardo lo Stretto di Hormuz e il suo rapporto con l’Iran. La prima riguarda la geografia dello Stretto di Hormuz. La seconda riguarda il ruolo dell’Iran nella co-gestione dello stretto strategico, in base al diritto internazionale e ai suoi diritti di sovranità nazionale.
Il traffico marittimo che passa attraverso lo Stretto di Hormuz è sempre stato in contatto con le forze navali iraniane, che sono prevalentemente composte dalla Marina iraniana regolare e dalla Marina della Guardia Rivoluzionaria iraniana. In realtà, le forze navali iraniane monitorano e controllano lo Stretto di Hormuz con il Sultanato dell’Oman, attraverso l’enclave omanita di Musandam. Ancora più importante, per transitare attraverso lo stretto di Hormuz, tutto il traffico marittimo, tra cui anche la US Navy, deve navigare attraverso acque territoriali iraniane. Quasi tutti questi ingressi nel Golfo Persico sono compiuti attraverso le acque iraniane e la maggior parte esce attraverso le acque dell’Oman.
L’Iran permette alle navi straniere di utilizzare le sue acque territoriali in buona fede e sulla base della parte III della Convenzione della legge marittima delle Nazioni Unite sulle disposizioni sul transito nei passaggi marittimi che prevede che le navi siano libere di navigare attraverso lo Stretto di Hormuz e simili specchi d’acqua, per avere una navigazione rapida e continua tra un porto aperto e l’alto mare. Anche se Teheran di solito segue le pratiche della navigazione del diritto marittimo, Teheran non è giuridicamente vincolato ad esse. Come Washington, Teheran ha firmato questo trattato internazionale, ma non l’ha mai ratificato.

Le tensioni irano-statunitensi nel Golfo Persico
Recentemente, il Majlis (Parlamento) iraniano sta rivalutando l’uso delle acque iraniane presso lo Stretto di Hormuz da parte di navi straniere. La legislazione si propone di bloccare le navi da guerra straniere nel poter utilizzare le acque territoriali iraniane per navigare attraverso lo Stretto di Hormuz, senza l’autorizzazione iraniana; il Comitato per la Sicurezza Nazionale e la politica estera del Parlamento iraniano, ha attualmente allo studio una normativa che stabilisce una posizione  ufficiale iraniana. Quest’ultima dipenderebbe dagli interessi strategici e dalla sicurezza nazionale iraniani. [1]
Il 30 dicembre 2011, la portaerei USS John C. Stennis passava attraverso la zona dove l’Iran stava conducendo le sue esercitazioni navali. Il comandante delle forze iraniane regolari, il generale Ataollah Salehi, consigliava alla USS John C. Stennis e alle altre imbarcazioni della Marina degli Stati Uniti, di non tornare nel Golfo Persico mentre l’Iran stava compiendo le sue esercitazioni, dicendo che l’Iran non ha l’abitudine di ripetere un avvertimento due volte. [2] Poco dopo il severo ammonimento iraniano a Washington, l’ufficio stampa del Pentagono ha risposto facendo una dichiarazione: “Nessuno in questo governo cerca il confronto [con l'Iran] sullo stretto di Hormuz. E ‘importante abbassare la temperatura“. [3]
Nello scenario di un reale conflitto militare con l’Iran, è molto probabile che le portaerei statunitensi in realtà opererebbero al di fuori del Golfo Persico e del Golfo di Oman poiù a sud e del Mare Arabico. A meno che il sistema missilistico che Washington sta sviluppando nei petro-sceiccati del Golfo Persico meridionale, siano operativi, l’impiego di grandi navi da guerra statunitensi nel Golfo Persico sarebbe improbabile. Le ragioni di ciò sono legate alla realtà geografica e alle capacità difensive dell’Iran.

La geografia è contro il Pentagono: la Forza Navale degli Stati Uniti ha dei limiti nel Golfo Persico
La forza navale degli USA, che comprende la US Navy e la US Coast Guard, ha il primato su tutte le altre marine e le forze marittime del mondo. Le sue capacità oceaniche sono senza pari e sono ineguagliate da qualsiasi altra potenza navale. Ma il primato non significa invincibilità. Le forze navali statunitensi nello stretto di Hormuz e del Golfo Persico sono tuttavia vulnerabili.
Nonostante la sua netta e chiara potenza, la geografia opera letteralmente contro il potere navale statunitense nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico. La ristrettezza relativa del Golfo Persico lo rende simile a un canale, almeno in un contesto strategico e militare. In senso figurato, le portaerei e le navi da guerra degli Stati Uniti sono confinate in acque ristrette o sono chiuse entro le acque costiere del Golfo Persico. [Vedi mappa sopra]
Qui è dove le avanzate capacità missilistiche iraniane entrano in gioco. L’arsenale di siluri e missili iraniani renderebbe breve l’operatività dei mezzi navali statunitensi nelle acque del Golfo Persico, dove le navi degli Stati Uniti sono costrette. Questo spiega perché gli Stati Uniti stanno alacremente costruendo un sistema anti-missili nel Golfo Persico, compresi i paesi del Gulf Cooperation Council (GCC), in questi ultimi anni.
Anche le piccole imbarcazioni da pattugliamento iraniane nel Golfo Persico, che appaiono miserabili e insignificanti contro una portaerei o un cacciatorpediniere degli Stati Uniti, minacciano le navi da guerra statunitensi. L’apparenza inganna; queste motovedette iraniane possono facilmente lanciare una raffica di missili che potrebbero danneggiare, in modo significativo e perfino affondare le grandi navi da guerra degli Stati Uniti. Le piccole motovedette iraniane sono anche difficilmente rilevabili e difficile da  attaccare.
Le forze iraniane potrebbero anche attaccare le capacità navali degli Stati Uniti solo lanciando attacchi missilistici dalla terraferma iraniana, dalle coste settentrionali del Golfo Persico. Anche nel 2008 il Washington Institute for Near East Policy ha riconosciuto la minaccia delle batterie mobili dei missili costieri, dei missili antinave e delle piccole navi lanciamissili iraniani. [4] Le altre attività navali iraniane come droni aerei, hovercraft, mine, squadre di sub e mini-sottomarini, potrebbero essere utilizzati anch’essi in una guerra navale asimmetrica contro la Quinta Flotta.
Anche le simulazioni di guerra del Pentagono hanno dimostrato che una guerra nel Golfo Persico con l’Iran sarebbe un disastro per gli Stati Uniti e i suoi militari. Un esempio chiave è il Millennium Challenge 2002 (MC02), gioco di guerra nel Golfo Persico che è stato condotto dal 24 luglio al 15 agosto 2002, e ha richiesto quasi due anni per i preparativi. Queste esercitazioni-mammut furono tra i giochi di guerra più grandi e più costosi mai realizzati dal Pentagono. Il Millennium Challenge 2002 si tenne poco dopo che il Pentagono aveva deciso che avrebbe continuato lo slancio della guerra in Afghanistan, prendendo di mira Iraq, Somalia, Sudan, Libia, Libano, Siria e terminando con il primo premio dell’Iran, in una vasta campagna militare per garantire la supremazia degli Stati Uniti nel nuovo millennio.
Dopo che Millennium Challenge 2002 terminò, il gioco di guerra fu “ufficialmente” presentata come una simulazione di una guerra contro l’Iraq del presidente Saddam Hussein, ma in realtà questi giochi di guerra riguardavano l’Iran. [5] Gli Stati Uniti avevano già fatto le valutazioni per l’imminente invasione anglo-statunitense dell’Iraq. Inoltre, l’Iraq non aveva le capacità navali da meritare un tale impiego su vasta scala della Marina degli Stati Uniti.
Millennium Challenge 2002 fu condotto per simulare una guerra con l’Iran, il cui nome in codice era “Rosso” ed era indicato come uno sconosciuto stato-canaglia nemico mediorientale nel Golfo Persico. Diversamente dall’Iran, nessun altro paese potrebbe soddisfare i perimetri e le caratteristiche di “Rosso” e delle sue forze militari, dalle motovedette alle unità motociclistiche. La simulazione di guerra ha avuto luogo perché Washington aveva in programma di attaccare l’Iran subito dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003.
Lo scenario delle esercitazioni del 2002 iniziava con gli Stati Uniti, nome in codice “Blu”, che davano all’Iran un ultimatum di 24 ore per la resa, nel 2007. Il gioco di guerra datava 2007, che cronologicamente avrebbe corrisposto ai piani degli Stati Uniti per attaccare l’Iran, dopo l’attacco israeliano contro il Libano nel 2006, allo scopo di estenderla, secondo i piani militari, a una grande guerra contro la Siria. La guerra contro il Libano, tuttavia, non è andata come previsto e  Stati Uniti e Israele si resero conto che se Hezbollah poteva sfidarli in Libano, allora una guerra allargata alla Siria e all’Iran sarebbe stata un disastro.
Nello scenario di guerra di Millennium Challenge 2002, l’Iran avrebbe reagito all’aggressione degli Stati Uniti lanciando un massiccio sbarramento di missili che avrebbe potuto sopraffare gli Stati Uniti e distruggere sedici navi da guerra statunitensi – una portaerei, dieci incrociatori e cinque navi anfibie. Si stima che se questo fosse accaduto nel contesto di un reale teatro di guerra, più di 20.000 militari statunitensi sarebbero stati uccisi nel primo giorno dopo l’attacco. [6]
Successivamente, l’Iran avrebbe inviato le sue piccole motovedette – quelle che sembrano insignificanti rispetto alla USS John C. Stennis e le altri grandi navi da guerra degli Stati Uniti – per sopraffare il resto delle forze navali del Pentagono nel Golfo Persico, il che avrebbe comportato il danneggiamento e l’affondamento della maggior parte della Quinta flotta e la sconfitta degli Stati Uniti. Dopo la sconfitta degli Stati Uniti, i giochi di guerra furono avviati più volte, ma “Rosso” (Iran) ha dovuto operare sotto ipotetici di svantaggi e carenze, in modo che alle forze statunitensi fosse stato permesso di uscire vittoriosi dalle esercitazioni. [7] Questo risultato dei giochi di guerra ovviava al fatto che gli Stati Uniti furono travolti nel contesto di una vera guerra convenzionale con l’Iran, nel Golfo Persico.
Quindi, la formidabile potenza navale di Washington ha un handicap, sia per la geografia così come per le capacità militari iraniane, quando si tratta di combattere nel Golfo Persico o addirittura in gran parte del Golfo di Oman. Senza acque aperte, come nell’Oceano Indiano o nel Pacifico, gli Stati Uniti dovranno combattere sotto tempi di risposta notevolmente ridotti e, soprattutto, non saranno in grado di combattere da posizioni stand-off (militarmente sicuri). Così, l’insieme dei sistemi navali di difesa degli Stati Uniti, che sono stati progettati per il combattimento in acque aperte e da posizioni stand-off,  diventa quasi inutile nel Golfo Persico.

Rendere lo Stretto di Hormuz ridondante per indebolire l’Iran?
Il mondo intero conosce l’importanza dello stretto di Hormuz e Washington e i suoi alleati sono ben consapevoli del fatto che gli iraniani possono militarmente chiuderlo per un periodo di tempo significativo. Questo perché gli Stati Uniti hanno lavorato con i paesi del GCC – Arabia Saudita, Qatar, Bahrain, Kuwait, Oman e Emirati Arabi Uniti – per re-indirizzare il loro petrolio attraverso degli oleodotti che bypassano lo stretto di Hormuz, e la canalizzazione del petrolio del GCC direttamente verso l’Oceano Indiano, il Mar Rosso o il Mar Mediterraneo. Washington ha anche spinto l’Iraq a cercare percorsi alternativi, nelle trattative con Turchia, Giordania e Arabia Saudita.
Sia Israele che la Turchia sono anch’essi molto interessati a questo progetto strategico. Ankara ha avuto colloqui con il Qatar sulla configurazione di un terminal petrolifero che avrebbe raggiunto la Turchia attraverso l’Iraq. Il governo turco ha cercato di spingere l’Iraq a collegare i giacimenti petroliferi del sud, come con i campi di petrolio dell’Iraq settentrionale, alle vie di transito che attraversano la Turchia. Tutto questo è legato alle previsioni della Turchia di voler essere un corridoio energetico e un importante snodo di transito.
Gli obiettivi del re-instradamento del petrolio dal Golfo Persico, eliminerebbe un elemento importante della leva strategica dell’Iran  contro Washington e i suoi alleati. Effettivamente ridurrebbe l’importanza dello stretto di Hormuz. Potrebbe benissimo essere un prerequisito per i preparativi di una guerra degli Stati Uniti contro Teheran e i suoi alleati.
E’ in questo quadro che il gasdotto Abu Dhabi Crude Oil o l’Hashan-Fujairah Oil Pipeline furono favoriti dagli Emirati Arabi Uniti per bypassare il percorso marittimo nel Golfo Persico che passa per lo Stretto di Hormuz. Il progetto fu assemblato nel 2006, il contratto fu emesso nel 2007 e la costruzione fu iniziata nel 2008. [8] Questo oleodotto va direttamente da Abdu Dhabi al porto di Fujairah sulle rive del Golfo di Oman nel Mar Arabico.
In altre parole, darà alle esportazioni petrolifere degli Emirati Arabi Uniti un accesso diretto all’Oceano Indiano. È stato apertamente presentato come un mezzo per garantire la sicurezza energetica bypassando Hormuz e tentando di evitare i militari iraniani. Insieme con la costruzione di questo gasdotto, è stato anche prevista la costruzione di un deposito di petrolio strategico a Fujairah, per mantenere il flusso di petrolio sul mercato internazionale, anche se il Golfo Persico dovesse essere chiuso. [9]
A parte il Petroline (East-West Saudi Pipeline), l’Arabia Saudita guarda anche alle rotte di transito alternative ed esamina i porti nei suoi vicini meridionali nella penisola arabica, l’Oman e lo Yemen. Il porto yemenita di Mukalla, sulle rive del Golfo di Aden è di particolare interesse per Riyadh. Nel 2007, le fonti israeliane riportavano con una certa fanfara, che un progetto di oleodotto era tra le opere che avrebbero collegato i campi petroliferi sauditi di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, a Muscat in Oman, e infine a Mukalla nello Yemen. La riapertura dell’Iraq-Arabia Saudita Pipeline (IPSA), che fu ironicamente costruita da Saddam Hussein per evitare lo Stretto di Hormuz e l’Iran, è stato anch’esso oggetto di discussione dei sauditi con il governo iracheno, a Baghdad.
Se la Siria e il Libano venissero convertiti in clienti di Washington, la defunta Trans-Arabian Pipeline (Tapline) potrebbe anch’essa essere riattivata, insieme ad altri percorsi alternativi che vanno dalla penisola arabica alla costa del Mar Mediterraneo, attraverso il Levante. Cronologicamente, questo rientrerebbe bene anche negli sforzi di Washington per invadere il Libano e la Siria, nel tentativo di isolare l’Iran, prima di ogni possibile resa dei conti con Teheran.
Le esercitazioni navali iraniano Velayat-90, che si estendono in prossimità dell’ingresso del Mar Rosso, al Golfo di Aden, al largo delle acque territoriali dello Yemen, hanno avuto luogo anche nel Golfo di Oman, di fronte alle coste di Oman e alle coste orientali degli Emirati Arabi Uniti. Tra le altre cose, Velayat-90 dovrebbe essere intesa come un segnale che Teheran è pronta ad operare al di fuori del Golfo Persico, e che può anche colpire o bloccare gli oleodotti che tentano di aggirare lo Stretto di Hormuz.
La geografia è ancora una volta dalla parte dell’Iran anche in questo caso. Bypassare lo Stretto di Hormuz non ancora cambia il fatto che la maggior parte dei giacimenti petroliferi, appartenenti a paesi del GCC, si trovano nel Golfo Persico o in prossimità delle sue coste, il che significa che sono tutte situate nelle immediate vicinanze dell’Iran e quindi entro la portata dell’Iran. Come nel caso dell’Hashan-Fujairah Pipeline, gli iraniani possono facilmente disabilitare il flusso di petrolio dal suo punto di origine. Teheran potrebbe lanciare attacchi  missilistici e aerei, o implementare le sue forze terra, mare, aria e anfibie in queste aree. Non ha necessariamente bisogno di bloccare lo stretto di Hormuz, dopo tutto, impedire il flusso di energia è lo scopo principale delle minacce iraniane.

La guerra fredda  irano-statunitense
Washington è all’offensiva contro l’Iran con tutti i mezzi a sua disposizione. Le tensioni sullo Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico sono solo un fronte di una pericolosa guerra fredda regionale multi-fronte tra Teheran e Washington nel Medio Oriente allargato. Dal 2001, il Pentagono sta anche ristrutturando le sue forze militari per guerre non convenzionali, contro nemici come l’Iran. [10] Tuttavia, la geografia ha sempre lavorato contro il Pentagono e gli Stati Uniti non hanno trovato una soluzione al loro dilemma navale nel Golfo Persico. Invece di una guerra convenzionale, Washington ha fatto ricorso a una guerra occulta, economica e diplomatica, contro l’Iran.

Mahdi Darius Nazemroaya è un sociologo e un autore pluripremiato. È ricercatore associato presso il Centre for Research on Globalization (CRG), Montreal. È specializzato sul Medio Oriente e l’Asia centrale. E’ stato collaboratore e ospite sul più vasto Medio Oriente in numerosi programmi e reti internazionali come al-Jazeera, Press TV e Russia Today. Nazemroaya è stato anche testimone della “primavera araba” in azione nel Nord Africa. Mentre era in Libia durante la campagna di bombardamenti della NATO, ha relazionato da Tripoli per diversi media. Ha inviato dispacci dai punti chiave della Libia per Global Research ed è stato inviato speciale per il programma investigativo della Pacifica Flashpoints, trasmesso da Berkeley, California. I suoi scritti sono stati pubblicati in oltre dieci lingue. Scrive anche per Strategic Culture Foundation (SCF) a Mosca, Russia.

Note
[1] Fars News Agency, “Foreign Warships Will Need Iran’ s Permission to Pass through Strait of Hormuz”, 4 gennaio 2011.
[2] Fars News Agency, “Iran Warns US against Sending Back Aircraft Carrier to Persian Gulf”, 4 gennaio 2011.
[3] Parisa Hafezi, “Iran threatens US Navy as sanctions hit economy”, 4 gennaio 2012.
[4] Fariborz Haghshenass, “Iran’s Asymmetric Naval Warfare”, Policy Focus , no.87 (Washington, DC: Washington Institute for Near Eastern Policy, settembre 2010).
[5] Julian Borger, “Wake-up call”, The Guardian, 6 settembre 2002.
[6] Neil R. McCown, Developing Intuitive Decision-Making In Modern Military Leadership (Newport, RI: Naval War College, 27 ottobre 2010), p. 9.
[7] Sean D. Naylor, “War games rigged? General says Millennium Challenge ’02 ‘was almost entirely scripted’” Army Times, 6 aprile 2002.
[8] Himendra Mohan Kumar, “Fujairah poised to be become oil export hub”, Gulf News, 12 giugno 2011.
[9] Ibidem.
[10] John Arquilla, “The New Rules of War”, Foreign Policy , 178 (marzo-aprile 2010): pp.60-67.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La dittatura finanziaria globale contro l’Iran

Leonid Ivashov, Strategic Culture Foundation 17.11.2011

Dopo aver affrontato la Libia, l’Occidente è pronto a cacciare nuove vittime, la Siria e l’Iran sono i prossimi nella graduatoria colpito. La campagna contro la Siria si imbatte in ostacoli importanti, mentre il leader del paese Bashar al-Assad ha offerto alla società un pacchetto di riforme richieste da molto tempo, mentre la Russia e l’Iran hanno impedito al Consiglio di sicurezza dell’ONU di far passare una risoluzione che potrebbe esporre la Siria ad un intervento modellato su quello recentemente affrontato dalla Libia. Di conseguenza, i piani del l’Occidente per la Siria si aggiustano alle circostanze attuali, e al momento, la scommessa dell’Occidente è destabilizzare il paese dall’interno, assieme agli sforzi combinati della comunità dell’intelligence occidentali, dei mercenari stranieri e della locale quinta colonna. Una rivoluzione simile è stata tentata in Iran, ma ha incontrato una resistenza ben organizzata, e le sanzioni internazionali imposte all’Iran potrebbero creare alcuni problemi, ma non sono letali per la sua economia. Inoltre, l’applicazione della “democrazia” in Iraq e Libia ha avuto un effetto che fa riflettere anche le forze politiche filo-occidentali dell’Iran. Eppure, l’impressione è che al momento i leader occidentali semplicemente non possano attendere sorgano opportunità per una nuova rivoluzione.
Il crollo dell’Unione Sovietica che, tra l’altro, non è stato determinato da cause naturali, ha fatto scivolare il mondo verso l’unipolarità, ma è divenuto un ordine dalla forma completamente diversa da quella che pensatori geopolitici anglo-sassoni come Alfred Mahan, Halford John Mackinder o Nicholas John Spykman sognavano. La loro aspettativa era che il dominio globale del mondo futuro, derivasse dal potere navale, ma è apparso chiaro invece che, all’alba del XXI secolo, il mondo è governato da gruppi che gestiscono le finanze globali. Chi li gestisce sono un conglomerato di 147 parentele intrecciate, che controllano il settore finanziario globale e l’emissione del dollaro, quest’ultimo è un meccanismo per mantenere le élite nazionali di tutto il mondo al guinzaglio. I clan Rockefeller e Rothschild, e il Vaticano, sono noti essere i principali protagonisti della rete del governo ombra. Nel XX.mo secolo, una convenzione segreta degli operatori finanziari statunitensi, presso un’isola degli Stati Uniti, adottò il cosiddetto Piano Marburg, premesso dal presupposto che il potere sa essenzialmente benevolo, ma costoso, e come tale doveva appartenere ai più ricchi. Il piano non poté concretizzarsi fino a quando l’URSS era vigente, ed divenne completamente realistico dopo il suo crollo. Ad oggi, le chiavi della politica internazionale sono nelle mani dell’oligarchia finanziaria globale con la sua rete di centri finanziari, di banche nazionali e transnazionali, di organi di governo come il FMI e la Banca mondiale, centri di ricerca, e segrete sedi politiche, e con una propria zecca  ufficialmente intitolata US Federal Reserve. Gli obiettivi dell’oligarchia finanziaria globale, già compiuti o in corso di perseguimento, sono:
• Impostare il denaro come valore fondamentale dell’esistenza umana e valore principale per le nazioni e le società;
• Collegare tutte le monete nazionali, insieme alle economie nazionali, al dollaro statunitense;
• Indurre la trasparenza dei confini nazionali ai flussi, prodotti e servizi finanziari;
• Formare una “élite” controllabile che agisce nell’interesse della comunità finanziaria globale e porre la “élite” nelle posizioni di governo mondiale;
• Ottenere il controllo totale sul comportamento individuale e collettiva nelle sfere economica e politica.
L’arsenale degli strumenti impiegati dall’oligarchia finanziaria globale è enorme e comprende corruzione, bancarotte organizzate, diffamazione e il terrorismo, assieme all’eliminazione degli stati nazione e allo scatenamento di guerre. Il sistema nel suo complesso, quindi, merita di essere considerato come una dittatura finanziaria globale dotata di una ideologia di tipo fascista. La formula alla base di questo tipo di dominio, è che tutto è possibile con i soldi.
Dagli anni ’90, il mondo ha visto un attacco radicale a tutti i sostenitori dell’esperimento socialista e a tutti gli avversari al nuovo ordine mondiale globale che assegna poteri illimitati ad un gruppo di banchieri. La Jugoslavia è stata devastata essendo un paese che cercava il suo modello di sviluppo, e ha continuato a regolare la circolazione interna del dollaro USA, quando il resto dell’Europa non aveva alcuna intenzione di sfidare la morsa dell’impero finanziario. L’Iraq è finito sotto tiro, in modo simile, quando ha cercato di creare un socialismo di stampo arabo con S. Hussein, lanciando un piano per rifiutare il dollaro statunitense come moneta nel suo business petrolifero e, in generale, dimostrando una indomita indipendenza. Nel caso della Libia, l’intervento occidentale è avvenuta mentre M. Gheddafi operava per l’Unione africana e redasse piani ambiziosi per far passare l’economia del continente al dinaro d’oro, per creare le forze armate dell’Unione africana. Al momento, l’Occidente sta minando il regime in Siria, mercenari scorrazzano nel paese, e diplomatici statunitensi sollecitano l’opposizione affinché respinga la riforma offerta da Bashar al-Assad e opponga una resistenza armata, a causa del fatto che la Siria non si è piegata al nuovo ordine mondiale. I dittatori non hanno problemi finanziari con i regimi come quelli dei paesi del Golfo Persico, dove i governanti tengono i loro soldi nelle banche occidentali e prendono docilmente ordini da Washington, o con paesi come la Somalia, l’Iraq e l’Afghanistan, bloccati in permanenti conflitti interni.
Per Wall Street, l’Iran è il principale oppositore alla dittatura finanziaria globale in Medio Oriente. C’era un tempo in cui la Turchia puntava ad avere una certa quantità di indipendenza, ma l’impressione è che il premier turco R. Erdogan  e il ministro degli esteri A. Davutoglu, non siano riusciti a spezzare il controllo, e ora Ankara partecipa all’assalto della Siria, e sostiene sanzioni più rigorose contro l’Iran.
L’Iran è il bersaglio di una operazione volta a distruggere la sua sovranità e l’isola di stabilità di una volta, pur essendo in una posizione strategica nella linea di instabilità che si estende dai Balcani al Pakistan. Teheran rischia la punizione per aver sfidato il controllo del sistema di governance globale e, in particolare, per aver ignorato il dollaro statunitense.
In particolare, l’offensiva contro l’Iran sarebbe molto più difficile da implementare, rispetto alla recente campagna contro la Libia. Raid aerei della NATO probabilmente si rivelerebbero inefficienti in Iran, inoltre l’Europa con la sua crisi persistente, non è preparata ad azioni costose e ai sacrifici. Nel frattempo, l’élite finanziaria globale si trova ad affrontare delle serie sfide, la zona della circolazione dollaro si sta restringendo e il movimento ‘Occupare Wall Street’ sta acquistando slancio, Cina e India stanno crescendo economicamente e militarmente, l’America Latina è sulla via di una maggiore integrazione, e gruppi regionali – Shanghai Cooperation Organization, BRIC, ASEAN, APEC, sono sempre più attivi. Anche l’amministrazione della Russia è implicitamente sulla via di una indipendenza sempre maggiore dai centri finanziari globali. Per l’oligarchia, la soluzione in vista è lanciare un attacco potente che salvaguardi il dollaro statunitense e che lo possa puntellare, indeboleno la Cina e l’Europa, e mostrando al mondo intero che è al potere.
Ci sono indicazioni che un attacco contro l’Iran sia una questione decisa. Il rapporto AIEA sulla base dei dati dell’intelligence, dalle fonti oscure, che raffigurano l’Iran come un paese che agisce per diventare una potenza nucleare, dovrebbero convincere i contribuenti statunitensi e la comunità internazionale, che non esiste nessuna alternativa ad una campagna militare… Poiché il Premio Nobel per la Pace a B. Obama e la sua speranza di una rielezione limitano lo spazio di manovra, l’attacco contro l’Iran sarebbe avviato da Israele. Il timore che il monopolio nucleare israeliano nel Medio Oriente, possa finire, ha lo scopo di spingere la popolazione di Israele verso l’accettazione del piano.  L’amministrazione e i media israeliani sostengono il tema della minaccia nucleare iraniana e invocano un attacco contro l’Iran secondo le istruzioni del Grande Fratello di Wall Street. Ci sono molte probabilità che il piano si concretizzi mentre le proteste pubbliche vengono facilmente da gestire dalla polizia e il mondo unipolare è governato dal denaro, mentre il diritto internazionale o le preoccupazioni morali non giocano alcun ruolo. Come Jugoslavia, Iraq e Libia, l’Iran può raccogliere la sfida senza alcun alleato – a meno che la Corea del Nord non invii un gruppo di soldati per aiutarlo, ma chiaramente non cambierebbe il risultato. Pur mantenendo un esercito considerevole, l’Iran non ha ancora nulla di paragonabile all’esercito statunitense, né ha il potenziale per contrastare i raid aerei israeliani.  Forme classiche della difesa non funzionerebbero per l’Iran in un combattimento con un nemico immensamente superiore. Ciò di cui Teheran avrebbe bisogno è una risposta asimmetrica che possa causare enormi danni al nemico, non necessariamente sul territorio nemico, e mettere in pericolo l’esistenza stessa dello Stato di Israele. Non è chiaro se l’Iran abbia un piano del genere.
Beijing dovrebbe rendersi conto che un attacco all’Iran farebbe deragliare lo sviluppo della Cina, considerando che un conflitto nella regione, in particolare uno nucleare, potrebbe interrompere le forniture di petrolio alla Cina. Per quanto riguarda l’Europa, avrà sempre scorte limitate di greggio, a 300-400 dollari al barile, che renderebbe imminente il collasso dell’UE. In altre parole, parte del piano per un attacco contro l’Iran, sarebbe sconfiggere Europa, Cina e India come rivali economici degli Stati Uniti, così come indebolire il mondo musulmano, che vedrebbe il suo sviluppo e la sua attività rivoluzionaria esautorato una volta che l’afflusso di petrodollari diminuisse.
Uno sguardo alla storia dovrebbe aiutare a predire il futuro.
La crisi sistemica del capitalismo predatorio dei primi del XX secolo, ha portato a situazioni rivoluzionarie in Russia e in Europa e scatenato due guerre mondiali. Il mondo è diventato bipolare in seguito alla sconfitta del fascismo nella Seconda Guerra Mondiale, il sistema coloniale è caduto, e si sono aperte opportunità a decine di nazioni nel poter scegliere tra modelli di sviluppo diversi. Quanto sopra riflette chiaramente una tendenza profonda nell’evoluzione globale, nel senso che i tentativi in ?orso per imporre il fascismo finanziario sul genere umano, sono condannati. Comunque, alle forze sane sarà necessario tempo e sacrifici per prevalere, e l’Iran, con la sua resistenza al neofascismo, getterà le basi della futura vittoria. Le altre nazioni seguiranno l’esempio. Le forze anti-globalista dell’Oriente e dell’Occidente finiranno per prendere coscienza della necessità di una forma superiore di organizzazione, e di una civiltà guida – evidentemente la Russia – che offrirà all’umanità un nuovo modello di intesa globale, di convivenza civile e di armonia dell’individuo con il mondo. Gli Stati Uniti, come leader del nuovo fascismo, soffriranno più degli altri il conflitto futuro – impiega troppa energia negativa che da sempre attira guai.

É gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic la Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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