“Contro” lo Stato islamico, chi c’è dietro il califfato?

Prof. Michel Chossudovsky, Global Research, 12 settembre 201410660359Lo Stato islamico (IS) viene ritratto come nemico degli USA e del mondo occidentale. Con il supporto indefettibile dell’alleato inglese, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha ordinato una serie di bombardamenti sull’Iraq presumibilmente al fine di sconfiggere l’esercito ribelle dello Stato islamico (IS). “Non vacilleremo dalla nostra determinazione a contrastare lo Stato islamico… Se i terroristi pensano d’indebolirci con le minacce, non fanno che sbagliarsi al massimo“. (Barack Obama e David Cameron, Rafforzare la NATO, London Times, 4 settembre 2014) Ma chi c’è dietro lo Stato islamico? Con amara ironia, fino a poco prima i ribelli dello Stato islamico, già noto come Stato islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), vennero presentati come “combattenti per la libertà” in Siria impegnati a “ripristinare la democrazia” e a scalzare il governo laico di Bashar al-Assad. E chi c’è dietro l’insurrezione jihadista in Siria? Chi ha ordinato i bombardamenti è lo stesso che pianifica il califfato. La milizia dello Stato islamico (IS), che sarebbe obiettivo dei bombardamenti “antiterrorismo” di USA-NATO, era sostenuta e continua ad essere sostenuta segretamente da Stati Uniti e alleati. In altre parole, lo Stato islamico (IS) è una creazione dell’intelligence degli Stati Uniti, con il sostegno di MI6 inglese, Mossad israeliano, Inter-Services Intelligence (ISI) pakistano e Presidenza dell’intelligence generale (GIP o Ryasat al-Istiqbarat al-Amah), saudita. Inoltre, secondo fonti dell’intelligence israeliana (Debka) la NATO, in collegamento con l’Alto Comando turco, è coinvolta nel reclutamento di mercenari jihadisti fin dall’inizio della crisi siriana, nel marzo 2011. In relazione alla rivolta siriana, i combattenti dello Stato Islamico, insieme alle forze di al-Qaida dei jihadisti del fronte al-Nusra, sono la fanteria dell’alleanza militare occidentale, segretamente sostenuti da USA-NATO-Israele. Il loro compito è l’insurrezione terroristica contro il governo di Bashar al-Assad. Le atrocità commesse dai combattenti Stato Islamico in Iraq sono simili a quelle commesse in Siria. Il risultato della disinformazione dei media è un’opinione pubblica occidentale che non sa che i terroristi dello Stato islamico dall’inizio sono sostenuti da Stati Uniti e alleati. L’assassinio dei civili da parte dei terroristi dello Stato Islamico in Iraq è usato come pretesto e giustificazione per l’intervento militare USA. I bombardamenti ordinati da Obama, tuttavia, non hanno lo scopo di eliminare lo Stato islamico, che costituisce una “risorsa dell’intelligence” degli Stati Uniti, al contrario, gli Stati Uniti prendono di mira la popolazione civile assieme al movimento di resistenza irachena.

Il ruolo di Arabia Saudita e Qatar
L’ampiamente documentato supporto segreto di USA-NATO allo Stato islamico avviene attraverso gli alleati più fedeli: Qatar e Arabia Saudita. È riconosciuto dai media occidentali che Riyadh e Doha agiscono d’intesa e per conto di Washington svolgendo (e continuando a svolgere) un ruolo centrale nel finanziamento dello Stato islamico (IS), così come nel reclutamento, addestramento e indottrinamento dei mercenari terroristi schierati in Siria. Secondo il londinese Daily Express “Loro [i terroristi dello Stato islamico] ricevono soldi e armi da Qatar e Arabia Saudita”.

Il legame USA-saudita
La prima fonte di finanziamento del SIIL finora proviene dai Paesi del Golfo, soprattutto l’Arabia Saudita, ma anche Qatar, Quwayt ed Emirati Arabi Uniti“, (secondo il dr. Günter Meyer, direttore del Centro di ricerca sul mondo arabo presso l’Università di Mainz, Germania, Deutsche Welle). Il denaro arriva ai terroristi del SIIL che combattono contro le forze governative in Siria: “Attraverso gli alleati degli occidentali Arabia Saudita e Qatar, i gruppi dei ribelli filo-occidentali da allora sono divenuti il SIIL e le milizie di al-Qaida”. (Daily Telegraph, 12 giugno 2014) Secondo Robert Fisk, il piano del califfato dell’IS “è finanziato dall’Arabia Saudita”: “...l’ultimo contributo mostruoso dell’Arabia Saudita alla storia mondiale: il califfato islamico sunnita dell’Iraq e Levante, conquistatore di Mosul e Tiqrit, Raqqa in Siria, e forse Baghdad, umiliando l’ultimo Bush ed Obama. Da Aleppo nella Siria settentrionale al confine iracheno-iraniano, i jihadisti del SIIL e dei vari gruppuscoli comprati dai wahhabiti sauditi e dagli oligarchi del Quwayt governano migliaia di chilometri quadrati“. (Robert Fisk, The Independent, 12 giugno 2014) Nel 2013, nell’ambito del reclutamento dei terroristi, l’Arabia Saudita prese l’iniziativa di liberare i prigionieri nel braccio della morte delle carceri saudite. Un memorandum segreto rivelò che i prigionieri venivano “reclutati” per le milizie jihadiste (al-Nusrah e SIIL) che combattono contro le forze governative in Siria. I prigionieri avrebbero avuto offerto un accordo, rimanere ed essere giustiziato o combattere contro Assad in Siria. L’accordo offrvia ai ai prigionieri “perdono e stipendio mensile alle famiglie, autorizzate a rimanere nel regno sunnita”. I funzionari sauditi a quanto pare gli diedero una scelta: decapitazione o jihad? In totale, i detenuti da Yemen, Palestina, Arabia Saudita, Sudan, Siria, Giordania, Somalia, Afghanistan, Egitto, Pakistan, Iraq e Quwayt scelsero di combattere in Siria. (Global Research, 11 settembre 2013)

“Voltafaccia”: una svolta
L’11 settembre 2014, in coincidenza con la commemorazione del 9/11, il re dell’Arabia Saudita con i re del Golfo annunciavano il loro impegno inflessibile a sostenere la guerra santa di Obama contro lo Stato islamico (IS), che continua ad essere finanziato da Qatar e Arabia Saudita con un’operazione d’intelligence accuratamente pianificata. Arabia Saudita e Stati del Golfo, che hanno attivamente finanziato lo Stato islamico, per non parlare del reclutamento ed addestramento dei terroristi per conto di Washington, sono impegnati a sostenere inflessibilmente la campagna di Obama per “degradare e distruggere” lo Stato islamico. La dichiarazione di sostegno del comunicato impegna “gli Stati arabi a collaborare con gli Stati Uniti ad interrompere il flusso di combattenti stranieri e fondi allo Stato islamico“, confermando inoltre di aver discusso “una strategia per distruggere il ISIL ovunque sia, in Iraq e anche in Siria”. L’Arabia Saudita ha capito che il gruppo dello Stato islamico è una seria minaccia, come pure che non segue la tradizione sunnita. Il piano di Obama mira a minare le rivendicazioni ideologiche e religiose islamiche dei militanti dello Stato islamico. L’amministrazione spera che Riyadh usi la sua influenza tra i capi religiosi islamici. (Voice of America, 11 settembre 2014)

Reclutamento di “terroristi moderati”
Nell’ambito dell’accordo, la Casa dei Saud “ospiterà una struttura per addestrare migliaia di ribelli siriani per combattere sia lo Stato islamico che il regime del Presidente Bashar al-Assad”. Fino al 9 settembre, “ufficialmente” l’Arabia Saudita sosteneva lo Stato islamico contro il governo di Bashar al-Assad e ora deve reclutare i jihadisti per combattere lo Stato islamico. Una proposizione assurda e falsa, ma i media non uniscono i puntini per scoprire la menzogna. Si tratta di un piano diabolico: Gli architetti dello Stato islamico informano il mondo che “colpiranno” i propri terroristi, nell’operazione antiterrorismo. Anche se tali azioni sono intraprese sotto la bandiera della “guerra globale al terrorismo”, gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di colpire le proprie brigate terroristiche dell’IS integrate da forze speciali e agenti dei servizi segreti occidentali. In realtà l’unica campagna significativa ed efficace contro i terroristi dello Stato islamico è condotta dalle forze governative siriane. Inutile dire che il sostegno di Stati Uniti, NATO, Arabia Saudita e Qatar e relativo finanziamento dello Stato islamico, continueranno. L’obiettivo non è distruggere lo Stato islamico come promesso da Obama, ma un processo sponsorizzato dagli USA per destabilizzare e distruggere l’Iraq e la Siria. La campagna contro lo Stato islamico è utilizzata per giustificare i bombardamento di entrambi i Paesi, colpendo soprattutto i civili. Il fine è destabilizzare l’Iraq come Stato-nazione e scatenarne la partizione in tre entità separate. L’obiettivo strategico di USA-NATO è destabilizzare l’intera regione del Medio Oriente-Nord Africa-Asia Centrale e Meridionale, compresi Iran, Pakistan e India.

Br6tNcQCEAAG8AeL’Iran sospetta della coalizione anti-IS degli USA
Xinhua 13/09/2014

14975Gli Stati Uniti cercano di violare la sovranità dei Paesi con il pretesto della lotta al terrorismo, ha detto il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano Ali Shamkhani. Gli Stati Uniti tentando di creare una coalizione antiterrorismo in coordinamento con numerosi Paesi sospetti, avrebbe detto Shamkhani secondo l’agenzia IRNA. La nuova mossa degli Stati Uniti ha lo scopo di deviare l’opinione pubblica internazionale dal “loro ruolo centrale nel sostenere e armare i terroristi in Siria con la copertura degli aiuti per rovesciare i governanti siriani“. Shamkhani ha detto che la coalizione contro lo Stato islamico (IS) è volta ritrarre i funzionari statunitensi quali eroi che salvano gli Stati Uniti dalla propria crisi. Il portavoce del Majlis (parlamento) iraniano Ali Larijani ha detto a Press TV che la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti che combatterebbe i militanti dell’IS, non ha la capacità di risolvere i problemi del Medio Oriente. La coalizione degli Stati Uniti per contrastare i militanti dell’IS non riuscirà a sradicare il gruppo terroristico e innescherebbe l’odio nella regione, avrebbe detto Larijani. Secondo lui gli Stati Uniti non possono sradicare il gruppo terrorista dell’IS con attacchi aerei. Inoltre, il presidente iraniano Hassan Ruhani ha detto a Teheran che l’idea di sradicare il terrorismo con gli attacchi aerei è “ingenua” e non basta ad eliminarlo. Senza la partecipazione degli Stati regionali, gli assalti aerei non risolveranno il problema del terrorismo nel Medio Oriente, ha detto Ruhani al 14° vertice della Shanghai Cooperation Organization nella capitale tagika Dushanbe. “Combattere il terrorismo esige pianificazione, cooperazione bilaterale e multilaterale ed eliminazione di povertà economica e culturale“, ha detto il presidente, esortando i Paesi regionali ad utilizzare il loro potenziale per combattere il terrorismo. La risoluzione del problema del terrorismo richiede impegno internazionale, ha aggiunto. Inoltre, un alto comandante iraniano ha detto che la cooperazione tra Iran e Stati Uniti nella lotta contro l’IS è impossibile. “Tale cooperazione non è possibile perché l’Iran resiste all’IS mentre gli Stati Uniti l’hanno creato“, ha detto il Vicecapo di Stato Maggiore iraniano Masud Jazayeri, citato da Press TV. I militanti dell’IS non possono avvicinarsi ai confini dell’Iran, in quanto si troveranno di fronte la potenza delle forze armate iraniane, ha aggiunto Jazayeri.
Un mese dopo il lancio degli attacchi aerei contro l’IS in Iraq, il presidente Barack Obama ha promesso che “non esiterà a prendere provvedimenti” contro l’IS in Siria e in Iraq, aggiungendo che Washington lavorerà con i suoi amici e alleati a “degradare e in ultima analisi distruggere” le forze dell’IS, osservando che gli Stati Uniti guideranno un’ampia coalizione che userà il potere aereo laddove tali forze “esistano”, eliminando la minaccia terroristica per i cittadini di Iraq e Siria, così come quelli del Medio Oriente, tra cui personale e strutture statunitensi. Ma la portavoce del ministero degli Esteri iraniano Marzieh Afkham ha detto che “ci sono dubbi sulla serietà della coalizione nata dopo il recente vertice NATO, nella lotta contro i terroristi.” La portavoce iraniana ha criticato ciò che chiama il “doppio standard dell’occidente” verso terrorismo ed estremismo, dicendo che l’azione occidentale contro il terrorismo non comporterà “nessun risultato se non la diffusione di terrorismo ed estremismo, nonché la nascita di loro nuove filiali in diverse parti del mondo“. Afkham ha detto che alcuni membri della cosiddetta coalizione sono sostenitori finanziari e militari dei terroristi in Iraq e in Siria, ed altri non sono riusciti ad agire secondo le loro responsabilità internazionali verso l’Iraq e la Siria. L’IS ha suscitato allarme dopo lo sconfinamento in vaste aree del territorio di Iraq e Siria nel tentativo di creare un proprio Stato-nazione governato da leggi islamiche radicali. I terroristi hanno ucciso bambini, giustiziato prigionieri e schiavizzato vittime. Hanno anche scioccato il mondo con la decapitazione di due giornalisti statunitensi postando i video della loro orribile morte.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Iran: energia in cambio della sopravvivenza

Sarkis Tsaturjan, IarexReseau International 9 settembre 2014

0,,16544700_303,00La politica delle sanzioni euro-statunitensi muta il sistema delle relazioni regionali. Il 10 e l’11 settembre la Commissione intergovernativa russo-iraniana studierà gli accordi concreti previsti nel protocollo d’intenti firmato a Teheran ai primi di agosto, per un periodo di 5 anni. Secondo le informazioni di “Kommersant”, l’accordo prevede l’acquisto dalla Russia di petrolio iraniano in grandi quantità, fino a 500000 barili al giorno o 25 milioni di tonnellate all’anno. Ciò rappresenta un quarto della produzione totale dell’Iran. L’Iran prevede di vendere con uno sconto di 5 dollari al barile meno dello Slightly Brent. L’embargo petrolifero imposto dall’occidente sulla vendita di greggio iraniano, che risale al 2013, è dimenticato. Mosca, in attesa delle sanzioni rinforzate da Washington e Bruxelles per via della sconfitta delle operazioni militari ucraine, ha iniziato a rompere il blocco grazie alla partnership con Teheran. Gli esperti di Kommersant ritengono che la maggioranza delle vendite sarà ‘puntuale’ e la maggior parte delle forniture andranno a Cina e Africa, in particolare Sud Africa. Ovviamente i BRICS avranno lo stimolo a sviluppare e rafforzare i reciproci legami. Per l’ambasciatore iraniano in Russia, Sanan, i profitti della vendita saranno usati da Teheran per acquistare dalla Russia macchine utensili, materiale rotabile, mezzi pesanti, metalli e cereali. Il gruppo di stato russo “Rostekhnologij” ha già annunciato la disponibilità a fornire all’Iran un’ampia gamma di apparecchiature ad alta tecnologia. Parte del ricavato dell’IRI (ente petrolifero iraniano) sarà destinato alle aziende russe per la costruzione della seconda unità della centrale nucleare di Bushehr. I piani statunitensi, che da tanti anni cercano di congelare il programma nucleare iraniano, si sgretolano sotto i nostri occhi. Ma non solo ciò colpisce l’amministrazione Obama: l’Iran chiede il lancio di un programma congiunto per la costruzione di miniraffinerie in Iran, e sviluppare i giacimenti di gas di Asaul e South Pars, che già occupano imprese russe. Non è un segreto che la partecipazione delle nostre imprese in tali progetti rafforza lo status della Russia quale potenza energetica globale. Anche il caos in Siria e in Iraq, su cui Arabia Saudita e Qatar hanno basato molte speranze, può cambiare il ruolo di leader della Russia nel mondo dell’energia.
“Lo Stato Islamico” ha polverizzato tali speranze. The Guardian riconosce che la situazione è senza speranza, “non abbiamo alcun desiderio di utilizzare i nostri punti di forza a vantaggio dello stato islamico, che si può apprezzare solo se uccide i coraggiosi sunniti in Iraq, con l’eventuale revisione delle relazioni occidentali con il Presidente Assad, preoccupando sunniti, o avvicinando i jihadisti“. I combattenti dello Stato Islamico legano le mani di Obama e Cameron, e le loro azioni danno a Putin e Rohani margini di manovra. L’Iran non si ferma facendo pressione sull’Arabia Saudita dal vicino Yemen. Nelle ultime settimane a Sana proseguono attivamente le manifestazioni organizzate dagli sciiti che ricordano lo sceicco Husayn Badr ad-Dina al-Husi, ucciso nel 2004 che, secondo l’agenzia Fars iraniana, installano nella capitale Sana una tendopoli da cui i manifestanti chiedono le dimissioni del governo di Abd Rabo Mansur Qadi, accusato di sostenere al-Qaida. La situazione è complicata al punto che il governo dello Yemen bombarda la provincia settentrionale di Amran controllata dagli sciiti. La preoccupazione del saudita non conosce confini: la stampa fa filtrare che Ryad prevede l’intervento terrestre nel Paese. Sciiti e salafiti sono impegnati in una lotta mortale.
Si noti che le azioni di Russia e Iran non sono solo diplomatiche; si tratta soltanto di ciò di cui avvertivamo poco prima delle informazioni dell’agenzia Rekh, che citano “l’incubo della coalizione”; in tale caso l'”incubo” di Obama e dei suoi consiglieri di politica estera. Gli Stati Uniti d’America da tempo spingono l’Iran nelle braccia della Russia: la riconciliazione di queste due potenze era prevedibile. Sullo sfondo del riavvicinamento russo-iraniano, gli esperti turchi reagiscono nervosamente ricordando l’accordo di partnership strategica tra Rosneft e ExxonMobil firmato un anno prima. L’articolo di Yenicag dal titolo paradossale “Sindacato americano-russo” suggerisce l’indipendenza di ExxonMobil dalla Casa Bianca avutasi con l’esplorazione congiunta con Rosneft nel Mar Glaciale Artico, rinforzata da investimenti inauditi per 400 miliardi di dollari entro il 2030. Yenicag è perplessa: “Gli Stati Uniti invitano gli europei ad imporre sanzioni contro le compagnie petrolifere russe, mentre non possono imporle ad ExxonMobil, sapendo che nessun presidente statunitense ha tale potere“. Annunciando che il petrolio della prima nave curda è stato acquistato da Rosneft e consegnato nel porto di Trieste. E’ possibile che ExxonMobil, che si sa operare nel nord dell’Iraq, abbia sfruttato i suoi rapporti con Rosneft per concludere tale vendita. L’autore dell’articolo suggerisce che ci sono due USA: quelli di Obama e quegli di ExxonMobil… dai processi diversi. Mentre gli ex-sovietologi del Congresso USA elucubrano su relazioni USA-Russia in stile “guerra fredda”, il ruolo del nostro Paese sulla politica globale è irriconoscibile. Negli anni ’80 Ronald Reagan e il suo direttore della CIA, William Joseph Casey, convinsero Arabia Saudita e Gran Bretagna ad aumentare l’offerta di petrolio sul mercato mondiale strangolando l’afflusso di valuta estera in URSS, comportando il crollo del modello economico sovietico. Attualmente una manovra simile non è possibile: le riserve artiche, l’esplorazione e lo sviluppo congiunto Rosneft-ExxonMobil, sono al di là dei mezzi di Arabia Saudita e partner regionali; e una quota delle esportazioni di petrolio iraniano alla Russia sarà la forza di riserva per impedirne il dumping sul mercato.

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Credo sia un messaggio confuso…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le relazioni russo-iraniane si rafforzano tra le sanzioni internazionali

Steven MacMillan New Eastern Outlook 02.09.2014
2Poiché le sanzioni contro il governo russo continuano ad essere attuate dalle nazioni occidentali, Mosca è costretta a cercare in Asia partenariati economici e strategici. Il Cremlino negozia importanti accordi commerciali con due giganti regionali da anni, con la prospettiva di una nuova realtà geopolitica emergente se Russia, Iran e Cina continueranno a stringere legami sempre più forti in futuro. All’inizio di agosto, Russia e Iran hanno firmato uno storico accordo petrolifero da 20 miliardi di dollari che vedrà le due nazioni rafforzare la cooperazione nell'”industria del petrolio e del gas”, oltre a rafforzare la collaborazione economica. L’accordo propone che la Russia aiuti Teheran a sviluppare la propria infrastruttura energetica acquistando petrolio iraniano, in cambio l’Iran importerà beni di consumo e prodotti agricoli, tra cui grano, cuoio, legumi e carne. Ulteriori colloqui si terranno al vertice della commissione intergovernativa Russia-Iran a Teheran, il 9-10 settembre, che vedrà i dettagli dell’accordo deciso. Le relazioni tra le due nazioni sono complesse e spaziarono dalla collaborazione all’ostilità negli ultimi decenni, con tensioni tra Mosca e Teheran su molte questioni. Il Mar Caspio è una controversia che ha teso i rapporti tra i cinque Paesi confinanti dal crollo dell’Unione Sovietica nei primi anni ’90. Russia, Iran, Kazakhstan, Azerbaigian e Turkmenistan non riescono ad accordarsi sul possesso legale territoriale di ciascuno su un mare che ospita vasti giacimenti di petrolio e gas. L’Iran fu anche colpito dal sostegno della Russia alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che imposero sanzioni all’Iran negli ultimi dieci anni, arrestandone lo sviluppo dell’economia. Eppure, le due nazioni si sono sempre trovata a condividere gli stessi interessi geostrategici, soprattutto sostenendo Bashar al-Assad nella lotta contro le forze ascare filo-occidentali in Siria. Un’alleanza strategica più stretta con l’Iran avvantaggerebbe anche la Russia, con Teheran che l’aiuterebbe regionalmente a stabilizzare Caucaso ed Asia centrale. Numerose cellule terroristiche, strettamente legate alla CIA, sono attive nel Caucaso da anni, nel tentativo di destabilizzare il ventre della Federazione Russia.

Un’alleanza ricca di risorse
La forza di Iran e Russia è sostenuta dal controllo di notevoli giacimenti di petrolio e gas, e l’incremento della cooperazione tra Teheran e Mosca potrebbe essere reciprocamente vantaggioso in relazione alle sanzioni inflitte a ciascuno Stato. L’Iran è un naturale attore dominante in Medio Oriente, avendo la “quarta maggiore riserva certa di petrolio greggio” sulla terra, assieme alla “seconda maggiore riserva di gas naturale del mondo” e alla terza maggiore popolazione della regione, oltre 80 milioni di abitanti. La Russia ha le maggiori riserve di gas naturale del mondo insieme all’ottava riserva certa di petrolio greggio. Mosca potrebbe importare petrolio iraniano, essenziale nelle sanzioni imposte da Stati Uniti e Unione europea nel 2011/2012, che ebbero considerevole effetto sulla produzione e le entrate dell’industria energetica iraniana. I proventi delle esportazioni di petrolio e gas furono pari al 47% nell’anno fiscale 2012/2013, pari a 63 miliardi dollari secondo il FMI, a fronte di un fatturato dell’export di 118 miliardi di dollari dell’anno precedente. La Russia ha anche annunciato la costruzione di una linea ferroviaria nel nord dell’Iran, dalla città di Rasht sul Mar Caspio ad Astara sul confine con l’Azerbaigian. La decisione dei capi occidentali d’imporre sanzioni alla Russia, a marzo, ha avvicinato Mosca a Iran e Cina, così come ha rafforzato il gruppo BRICS e la Comunità economica eurasiatica. A maggio, Russia e Cina decisero ciò che fu salutato da molti analisti come l”affare del decennio’, quando le due potenze firmarono l’accordo sul gas 30ennale da 400 miliardi di dollari. Cina e Iran programmano anche l’incremento di 5 volte del commercio nei prossimi 10 anni, con il rapporto commerciale che dovrebbe raggiungere i 200 miliardi di dollari entro il 2024, rispetto ai 40 miliardi del 2013. L’Iran è un importante fornitore di greggio della Cina, la cui domanda rimarrà elevata, mentre Pechino è il maggiore importatore netto di petrolio, superando gli Stati Uniti a settembre dello scorso anno.
Se la tendenza continuerà in futuro, nascerà l’alleanza russo-iraniano-cinese che dominerà il continente asiatico, e se sarà realmente indipendente dall’influenza occidentale, sfiderà l’ordine internazionale anglo-statunitense.

Gas1aSteven MacMillan è autore, ricercatore ed analista geopolitico indipendente e redattore di The Analyst Report, in esclusiva per “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Iran intensificano i legami economici

Le relazioni economiche aggravatesi tra Russia e occidente, spingono Mosca a considerare seriamente Teheran come potenziale grande partner commerciale
Jurij Barsukov e Kirill Melnikov, Kommersant, 7 agosto 2014 – RBTH
339416_Lavrov-ZarifRussia e Iran hanno firmato un Memorandum of Understanding (MoU) di 5 anni avviando un’ampia intensificazione della cooperazione economica. Il documento pone le basi per l’approccio a un accordo globale da miliardi di dollari nel commercio petrolifero tra i due Paesi. Ma tale attività verso l’Iran viene indicata non solo da società russe, ma anche dai concorrenti di altri Paesi, anche occidentali. “Il memorandum prevede l’espansione del commercio e della cooperazione economica nella costruzione e ricostruzione dell’elettroproduzione, sviluppo delle infrastrutture elettriche, petrolifere e gasifere, nonché fornitura di macchinari, attrezzature e beni di consumo“, dichiarava il Ministero dell’Energia russo. Il ministero ha chiarito che i contratti specifici in queste aree saranno discussi a Teheran il 9-10 Settembre, in occasione della riunione della Commissione intergovernativa di Federazione Russa e Iran (co-presieduta dai ministri dell’Economia dei due Paesi).

Petrolio in cambio di beni
La spina dorsale della maggiore cooperazione economica tra Mosca e Teheran è l’acquisto di petrolio iraniano dalla Russia. Inizialmente le parti hanno parlato di quantità molto grandi, 25 milioni di tonnellate l’anno, circa un quarto di tutta la produzione petrolifera iraniana. Ora, secondo Kommersant, le parti hanno deciso un volume più modesto di 2,5-3 milioni di tonnellate all’anno. L’Iran venderà il suo petrolio a un costo leggermente più conveniente rispetto al Brent. L’accordo annuale potrebbe raggiungere i 2,35 miliardi di dollari. Comunque i 3 milioni di tonnellate l’anno, l’1,5 per cento della produzione iraniana, è una quantità significativa secondo gli esperti. L’analista d’Investkafe Gregory Birge dice che questo importo è pari al 10 per cento dell’esportazione petrolifera della Russia nell’Asia-Pacifico e al 2 per cento delle esportazioni di petrolio verso l’Unione Europea. “Per il mercato del petrolio, si tratta di un importo significativo, soprattutto se le sanzioni alla Russia, in futuro, avranno ripercussioni negative sulla produzione nazionale di petrolio“, ha detto Birge. Secondo gli analisti, la Russia può riesportare il greggio iraniano oppure raffinarlo ed esportarlo come prodotti petroliferi, oppure utilizzarlo nel mercato interno. Il problema principale nella cooperazione petrolifera è trovare un acquirente che importi petrolio iraniano nonostante l’embargo. In precedenza la Russia considerava Bielorussia e Ucraina, dove le aziende russe hanno capacità di raffinazione. Ma per ragioni politiche, tale possibilità è stata abbandonata. Ora si presume che i mercati principali possano essere Cina e Africa (possibilmente il Sud Africa). Oltre al greggio, l’Iran può fornire alla Russia “prodotti petrolchimici, cemento, tappeti, frutta e verdura trasformati“, ha detto l’ambasciatore russo a Teheran Levan Dzhagarjan. Il processo indica che l’Iran intende acquistare prodotti e servizi dalla Russia. Secondo l’ambasciatore iraniano a Mosca, Mehdi Sanai, Teheran è interessata ad acquistare macchinari, rotaie, autocarri pesanti, metalli e cereali russi. L’accordo tra i due Paesi prevede anche la partecipazione delle aziende russe nei progetti iraniani per la costruzione e ricostruzione di impianti e reti elettriche. Pertanto, secondo l’ambasciatore, Teheran è interessata alla partecipazione della Russia nell’elettrificazione delle sue ferrovie. L’Iran valuta la possibilità di acquistare diverse centinaia di megawatt di elettricità dalla Russia. Inoltre, l’ambasciatore ha detto che Teheran sarebbe favorevole al lancio di progetti congiunti per creare mini-raffinerie in Iran e svilupparvi giacimenti di gas.

Le sanzioni hanno accelerato la cooperazione con l’Iran
Secondo gli analisti, la firma del protocollo d’intesa russo-iraniano è in gran parte dovuto al peggioramento delle relazioni tra Russia e occidente. “Mosca ha investito molto per trovare una soluzione diplomatica alla questione nucleare iraniana, ed era pronta ad astenersi da azioni che potessero causare una forte reazione dagli Stati Uniti. Ma la situazione è cambiata“, ha detto l’esperto del Centro PIR Andrej Baklitskij. “La Russia è ora molto meno interessata ad ascoltare le raccomandazioni degli Stati Uniti. Inoltre l’Iran, la cui importanza per l’occidente è notevolmente aumentata per gli eventi in Iraq e la ricerca di alternative agli idrocarburi russi, riceve maggiore libertà di manovra. Infine, già Mosca ha dovuto considerare la minaccia di sanzioni dagli Stati Uniti per aver violato l’embargo petrolifero contro l’Iran; ma ora, quando anche il settore petrolifero russo viene colpito dalle sanzioni, tale fattore ha meno importanza“. Un altro motivo per la rapida attuazione dei piani di Mosca verso Teheran, come affermano gli esperti, è la lotta che s’intensifica per conquistare il mercato iraniano. Dalla fine dello scorso anno, quando l’eliminazione delle sanzioni contro l’Iran è iniziata, delegazioni aziendali provenienti da Cina, Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Austria, Svezia e altri Paesi avevano già visitato Teheran. Pochi giorni fa, Reuters e Wall Street Journal, citando fonti industriali tedesche, riferivano che per via della situazione in Ucraina e delle sanzioni di Stati Uniti e UE contro la Russia, le imprese tedesche potrebbero reindirizzare i loro investimenti dall’economia russa a quella iraniana. La Camera di Commercio tedesca prevede, dopo che le sanzioni contro Teheran saranno ulteriormente indebolite, che le esportazioni annuali tedesche verso l’Iran raggiungano i 10 miliardi di euro (nel 2013 furono pari a 1,85 miliardi).

iran_industry_mining78Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele cerca solo di guadagnare tempo!

Nasser Kandil Global Research, 16 luglio 2014

GazaBigWar1. Secondo lei, signor Kandil, fino a che punto Israele potrebbe spingere il suo assalto a Gaza?
Penso che Israele sia in difficoltà perché non può permettersi la pace che legittimerebbe la sua esistenza, come non può permettersi una guerra che gli consenta di tornare al “periodo delle iniziative”. Questo è il motivo per tale ennesima aggressione a Gaza, distruggendo tutto ciò che può colpire, armi, capi, combattenti e infrastrutture, ritenendo che ciò gli darebbe notevoli benefici nella prossima fase del conflitto. Guadagnare tempo sembra essere “l’unica strategia del momento” di fronte alla nuova mappa regionale che si delinea, dove non è più un fattore decisivo. Questo è anche il motivo per cui retrocede sulla creazione dello Stato curdo, che all’inizio ha incoraggiato [1], il clima internazionale e regionale è dominato da avvertimenti contro i pericoli delle partizione dell’Iraq.

2. Altre guerre d’Israele sono dunque in vista?
Quello che posso assicurare è che se Israele decide di impegnarsi in una guerra aperta e totale, troverà una Resistenza pronta ad andare fino in fondo e senza alcuna intenzione di lasciare porte aperte agli “aggiustamenti” che continua a pretendere ogni giorno [...]

3. Dice che Israele non ha una strategia chiara e che cerca solo di guadagnare tempo. Perché?
Penso che tutto ciò che la nostra regione ha vissuto dalla guerra d’Israele contro il Libano, nel luglio 2006, sia il risultato del rapporto intitolato “Baker-Hamilton” presentato al presidente George W. Bush il 6 dicembre 2006 [2] [3]. In realtà, sono passati otto anni, il Libano era sull’orlo di una guerra memorabile che ha imposto una nuova equazione regionale dopo “l’erosione della deterrenza israeliana“. Per cui è nato il nuovo approccio statunitense, presentato in tale famosa relazione firmata e supervisionata dai due pilastri democratico e repubblicano alla guida dei servizi segreti e degli Esteri, e Consiglieri della Sicurezza Nazionale… In breve, la relazione invita gli Stati Uniti a fare tutto il possibile per risolvere il conflitto israelo-palestinese, implicitamente riconoscendo:
• la sconfitta del progetto statunitense in Iraq e in Afghanistan,
• il fallimento del ruolo regionale d’Israele,
• l’emergere di potenze regionali concordi con gli Stati Uniti nel salvare l’Iraq e stabilizzare la regione.
Ciò sulla base del ritiro statunitense da Afghanistan e Iraq, con:
• l’accettazione di una partnership USA-Russia per gestire la stabilizzazione della regione,
• il riconoscimento del ruolo centrale dell’Iran, Stato nucleare, su Afghanistan, Iraq e Stati del Golfo,
• riconoscimento del ruolo influente della Siria nel Levante.
Ma la cosa più importante di tale relazione è spingere Israele ad attuare le risoluzioni delle Nazioni Unite sul conflitto arabo-israeliano, tra cui:
• uno Stato palestinese nei territori occupati nel 1967 con capitale Gerusalemme est
• una giusta soluzione al problema dei profughi sulla base della “risoluzione 194″ garantendo il diritto al ritorno e al risarcimento,
• la restituzione del Golan siriano occupato alla linea del 4 giugno,
• il ritorno ai libanesi delle fattorie Shaba.
Dal dicembre 2006 viviamo le conseguenze della denigrazione del rapporto Baker-Hamilton con  una serie di guerre per procura e conflitti che insanguinano l’asse della Resistenza. Nessuno conosce la portata della cooperazione tra Israele e Stati del Golfo, come Arabia Saudita e Qatar, per contrastare le raccomandazioni della relazione strategica degli Stati Uniti, o trovare alternative e quindi ignorare la Roadmap che raccomanda di garantire la necessaria stabilità regionale. Tali imbrogli si sono complicati passo passo. Per iniziare, c’erano le elezioni iraniane del 2008 con il piano di rovesciare il Presidente Ahmadinejad ed imporre Muhammad Khatami al potere con la promessa di permettere all’“Impero iraniano il suo dossier nucleare” contro l’abbandono della causa palestinese. All’epoca, Martin Indyk aveva parlato di “rovesciare l’Iran in Palestina”. Tale scommessa fallì, e la prima guerra contro Gaza ebbe luogo, ancora con lo stesso slogan di Indyk: “rovesciare l’Iran in Palestina”. Consacrata la sconfitta d’Israele, la ripresa del percorso di pace fu ridotta ad imporre all’Autorità palestinese ulteriore obbedienza. Quindi nel 2010 il piano di Hillary Clinton per una pace israelo-palestinese “parziale” fatta di concessioni minime degli israeliani. Ma l’estremismo israeliano è responsabile della distruzione del piano di Clinton, il piano d’Israele è una pace che si traduca nell'”alleanza arabo-israeliana contro l’Iran“. In altre parole, i sionisti hanno scelto di costruire tale alleanza invece di accettare il basso costo che avrebbe rappresentato lo smantellamento del 10% degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, per garantire la continuità territoriale tra le parti del residuale mini-Stato palestinese.

4. Israele continuerà a guadagnare tempo iniziando altre guerre di logoramento, senza esaurirsi?
Dalla sconfitta d’Israele nella sua guerra contro il Libano, nel luglio 2006, riteniamo che non sia più questione di guerra aperta israeliana o statunitense. Ma la negazione di nuove realtà sul terreno  riempirebbe il vuoto strategico dopo il ritiro degli Stati Uniti da Iraq e Afghanistan. Pertanto, dal dicembre 2006, cioè negli ultimi otto anni, Israele cerca di evitare di pagare il conto della Baker-Hamilton, creando ogni sorta di problema per paralizzare l’Asse della Resistenza formato da Iran, Siria, Hezbollah e anche Hamas. Opportunamente, l’esplosione della cosiddetta “primavera araba” certamente nata dalla rabbia popolare contro i loro governanti, è stata l’occasione per Stati Uniti, Turchia e Qatar d’ adottare la loro idea di affidare il potere regionale ai Fratelli nusulmani, con l’idea che l”impero ottomano’ avrebbe ereditato il potere in Tunisia ed Egitto, con alla sola condizione di abbandonare la Siria. La guerra “universale” contro la Siria ha avuto quindi luogo, ma è fallita, mentre la strategia del caos ha creato un ambiente favorevole al terrorismo e al suo radicamento, con il rischio che il califfato del SIIL divida l’Iraq ed altre entità della regione…
Nel frattempo, Hamas ha perso l’illusione che l’identità condivisa con i Fratelli musulmani prevalesse sull’appartenenza alla resistenza palestinese. Ma dopo il fallimento delle vittorie in Egitto e Siria, ha rivisto i conti. I neo-ottomani sono stati sconfitti e il “Fronte del Rifiuto” si avvicina alla vittoria, Hamas non riesce a trovare il suo posto che rientrando nella trincea della resistenza all’occupazione israeliana. Israele ha fallito nonostante i ripetuti tentativi di minare la Resistenza.  Indipendentemente dalle posizioni assunte da certi capi di Hamas, qualsiasi siano i disaccordi con Fatah. Ciò che conta è che le Brigate al-Qasam (ramo militare di Hamas) operino e siano pienamente impegnate nella lotta contro l’aggressione israeliana a Gaza. Israele ha scommesso sulla sconfitta della Siria, e sulla sconfitta di Hezbollah in Siria, sostenendo i vari rami di al-Qaida con i suoi raid aerei [4] su Jamraya [Centro di ricerca scientifica a nord ovest di Damasco], nella speranza che vincessero la guerra ad al-Qusayr [maggio 2013], i raid su Janta affinché vincessero a Yabrud, e i raid su al-Qunaytra per imporre la cintura di sicurezza alla cosiddetta opposizione siriana complice. Ma tutti questi piani sono falliti, uno dopo l’altro. Israele oggi è in ansia perché incapace di scatenare una guerra ma anche di aspettare. Questo mentre il mondo assiste alla cristallizzazione di due campi, uno che rappresenta le crescenti forze di Russia, Cina, Brasile e altri Paesi BRICS, l’altro guidato da Washington, sconfitto in Ucraina e Siria e che si prepara ad altre sconfitte in Yemen e Iraq…
Israele si trova ad affrontare una nuova equazione basata sulla previsione di ciò che potrebbe derivare dal ritiro statunitense dall’Afghanistan, alla fine dell’anno, ora che l’Iraq è alleato di Siria e Iran, con un accordo tra occidente ed Iran si profila all’orizzonte e segnali indicanti la vittoria siriana che appaiono, mentre l’opposizione a uno Stato curdo nato dalla partizione dell’Iraq è quasi unanime, nonostante il suo dichiarato sostegno. Sa che le condizioni per una nuova guerra saranno diverse da quelle della guerra del 1973, come previsto da una relazione del Shabak [servizio di sicurezza interna d'Israele] nel 2010… Israele non potrà vincere una nuova guerra contro una resistenza che si prepara ad ogni evenienza, soffrendo dello stesso deficit strutturale che ha causato le sue sconfitte precedenti. Tutto ciò che ottiene da tale nuovo assalto su Gaza, è reindirizzare la bussola sulla “causa prima”: la lotta contro l’occupazione e la colonizzazione della Palestina.

5. Cosa ne pensate della nomina di Staffan de Mistura a successore di Laqdar al-Brahimi[5]?
Ad ogni fase della guerra contro la Siria, corrisponde un inviato con una specifica missione. Kofi Annan alla fine si dissociò con dimissioni storiche. Laqdar Brahimi, la cui unica missione era condurre colloqui politici, fece ciò che poteva. Qui siamo nella fase della scelta di De Mistura, probabilmente per le sue competenze tecniche e diplomatiche. Tecnicamente curò la prima missione dell’ONU di lancio di aiuti alimentari [Ciad – 1973], fu vicedirettore del Programma alimentare mondiale [2009-2010]. Diplomaticamente, ha ricoperto vari incarichi presso le Nazioni Unite [6], in particolare come rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Afghanistan [2010-2011], Iraq [2007-2009] e Libano [2001 - 2004]. Pertanto, la sua nomina suggerisce l’esistenza di una nuova mappa regionale dall’Afghanistan al Libano, dove per anni ha gestito il conflitto tra Hezbollah e Israele e lo Stato libanese. In altre parole, ha le chiavi del conflitto arabo-israeliano. Probabilmente  non controlla sufficientemente il dossier siriano, ma può essere compensato dalle sue numerose relazioni con personalità regionali, che si precipiteranno, come dovrebbero, per renderlo edotto dei più piccoli dettagli.

6. Secondo Voi, qual è la missione di De Mistura?
Preparare il tavolo per la nuova mappa regionale. Come mediatore delle Nazioni Unite nel conflitto siriano, può passare dalla Siria a Iraq, Afghanistan e Libano. Penso che sarà il partner principale del presidente egiziano al-Sisi.

7. Tale nuova carta regionale richiede la partizione dell’Iraq?
Non credo assolutamente.

8. Eppure molti dicono il contrario, prevedendone la partizione in tre Stati: sunnita, sciita e curdo.  Alcuni parlano anche di uno “Stato del SIIL!”
In sostanza, l’idea di partizione, non solo dell’Iraq, si basa sulla tesi di Bernard Lewis, il famoso storico statunitense [7], la cui tesi venne discussa sotto l’egida della NATO a Francoforte nel novembre 2012. La domanda era: “Dovremmo mantenere i confini tracciati da Sykes-Picot, o dovremmo riprogettarli sulla base dei dati demografici regionali?“, cioè in base alle popolazioni sunnita, sciita, curda, alawita, ecc… tale partizione in linea di principio sarebbe più facile in Iraq che altrove. Se dovesse avvenire, il secondo passo dovrebbe portare alla partizione della Turchia, creando uno Stato curdo nei suoi territori orientali, e non dell’Iran, al 90% dalla stessa confessione. Ciò spiega l’immediata ritirata dei capi turchi che iniziano a rendersi conto che pagheranno per l’aggressione alla Siria, soprattutto per Qasab e Aleppo. Da parte loro, i sauditi hanno finalmente capito che rischiano grosso vedendo gli Houthi alla periferia di Sana, e la minaccia della creazione di uno Stato sciita sulle coste petrolifere orientali del loro regno. Ecco perché credo che la decisione sarà altra che non la partizione, ed è per questo motivo che quattro dichiarazioni dicono NO ad uno Stato curdo in Iraq! Di Ban ki Moon [8], del Presidente al-Sisi [9], dal comunicato congiunto Stati Uniti e Russia, del numero due della sicurezza nazionale alla Casa Bianca, Tony Blinken, che ha dichiarato che “l’unità dell’Iraq è l’obiettivo da difendere“. E quando si dice ciò, s’intende NO alla partizione dell’Iraq!

Nasser Kandil 11/07/2014, sintesi di due interventi:
Video di al-Mayadin, MN Kandil è intervistato da Diya Sham e articolo su al-Bina;
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

ISIS TerritoryNote:
[1] Il premier israeliano è a favore di un Kurdistan indipendente
[2] Baker-Hamilton Report 2006
[3] Baker-Hamilton/Wikipedia
[4] VIDEO. Raid israeliano in Siria uccide almeno 42 soldati, bilancio incerto
[5] Staffan de Mistura successore di Brahimi come mediatore
[6] Staffan de Mistura/Wikipedia
[7] Bernard Lewis/Wikipedia
[8] L’Iraq deve avere uno Stato unito, secondo Ban Ki-moon
[9] Egitto: Sisi, un referendum nel Kurdistan iracheno sarebbe una “catastrofe”

Nasser Kandil è un ex-deputato libanese ed direttore di TopNews-Nasser-Kandil e del quotidiano libanese al-Bina
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La cooperazione russo-iraniana sulla sicurezza regionale

Vladimir Evseev New Oriental Outlook 16/07/2014

IranafpakNegli ultimi anni, un Grande (allargato) Medio Oriente che include Asia Centrale e Caucaso, attrae sempre più attenzione dalla comunità internazionale. In passato tale attenzione fu collegata in diversi modi ai giacimenti di petrolio e gas naturale e al loro trasporto nel mondo, così come ai numerosi conflitti regionali, alcuni dei quali armati. Successivamente, a causa del “risveglio islamico” (un termine più preciso di “primavera araba”) e del continuo intervento di Stati Uniti ed  alleati negli affari interni degli Stati stranieri, l’instabilità interna s’è intensificata notevolmente nella regione, fino al punto di divenire una minaccia agli interessi nazionali della Federazione Russa e dei suoi alleati della Collective Security Treaty Organization (CSTO) e dei partner della Shanghai Cooperation Organization (SCO), tra cui i principali attori regionali: Repubblica islamica dell’Iran (IRI) e Turchia. La situazione della sicurezza nel Grande Medio Oriente peggiora. Ad esempio, il problema afghano rappresenta una potenziale minaccia per tutti i Paesi circostanti, come la crescente esportazione illecita di stupefacenti e il radicalismo islamico. Le elezioni presidenziali in Afghanistan, in questo caso non ispirano ottimismo. Il protetto degli statunitensi Ashraf Ghani Ahmadzai, già ministro delle Finanze, ha vinto le elezioni al secondo turno. Sostiene chiaramente la firma dell'”Accordo di cooperazione per la sicurezza e difesa tra Stati Uniti d’America e Repubblica islamica dell’Afghanistan”. Questo garantirà la presenza delle truppe statunitensi nel Paese fino al 2024, quando si prevede che i soldati statunitensi saranno sotto giurisdizione degli USA, cioè non potranno essere portati davanti ai tribunali afghani. Tuttavia, la vittoria nelle elezioni presidenziali afghane è dovuta in gran parte a brogli. Ciò dà all’altro candidato, Abdullah Abdullah, già ministro degli Esteri, motivo con cui sfidare non solo i risultati delle elezioni, ma anche per controbattere con forza gli ascari degli statunitensi. Tutto ciò avviene sullo sfondo della significativa riduzione del numero di truppe straniere in Afghanistan, prevista per la fine del 2014, e del ritiro statunitense dalla base di transito nell’aeroporto internazionale di Manas. Tali soggetti più enfaticamente prevedono la costituzione di un sistema di sicurezza unificato, con la partecipazione di tutti gli Stati interessati come Russia, Iran, Pakistan, India, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan. Purtroppo, la Cina è riluttante a partecipare al processo, desiderando accordarsi con i taliban afghani. Presumibilmente ciò darà a Pechino vantaggi significativi, se i taliban arrivassero al potere a Kabul.
La presenza militare degli Stati Uniti in Afghanistan, dopo il 2014, merita una considerazione a parte come fanno, forse, alcuni loro alleati (per esempio, la Germania). Secondo i dati disponibili, tra 6000 e 13600 truppe straniere rimarranno nel Paese, che non basterebbero a contenere i vari estremisti. Per via di elevata corruzione, mancanza di formazione e attrezzature, e vulnerabilità alla propaganda islamista, le forze armate nazionali e le forze dell’ordine non potrebbero fare nulla. In particolare, solo il 7% delle unità dell’esercito afgano (1 su 23 brigate) e il 9% delle unità di polizia hanno sufficiente addestramento nel combattere i taliban, permettendogli di agire con un supporto minimo di truppe estere. Non solo Pechino, ma Washington e Kabul hanno grandi speranze sui negoziati con i taliban afghani. Molto probabilmente, ciò porterà a significative concessioni delle tre parti, con la conseguente “islamizzazione soft” dell’Afghanistan nel migliore dei casi, o la presa  dei taliban dell’autorità a Kabul, nella peggiore. In tale contesto, il traffico di droga in Afghanistan aumenterà significativamente, così come il contrabbando di armi, milizie e radicalismo sul territorio dei vicini Tajikistan, Uzbekistan e Kirghizistan. In uno scenario possibile, i taliban, in collaborazione con i combattenti di al-Qaida e del “movimento islamico uzbeko”, creeranno una base politica e militare nel distretto Warduj, nella provincia del Badakhshan, espandendosi gradualmente ai distretti limitrofi di Jurm e Yumgon. Ciò preparerebbe la presa dei taliban del nord dell’Afghanistan, costituendo una vera e propria minaccia per gli Stati dell’Asia centrale. I leader di detti Stati chiaramente lo sanno, ma non potranno resistere senza aiuti. Allo stesso tempo, Dushanbe e Bishkek contano sull’assistenza militare di Mosca e Tashkent di Washington. E’ del tutto possibile evitare lo scenario negativo degli eventi in Afghanistan, soprattutto se si considera che l’Iran vi ha un’influenza seria, in primo luogo sui prossimi tagiki e hazara. L’Iran ha fornito a questo Paese assistenza economica sostanziale. Ad esempio, nel 2008, l’Iran ha costruito la ferrovia Herat-Khwaf, di cui 76 km in territorio iraniano e 115 km in territorio afgano. E anche sotto la pressione dei narcotrafficanti, l’Iran continua a dare rifugio e lavoro a centinaia di migliaia di rifugiati afghani. Le posizioni di Mosca e Teheran sul problema afghano in gran parte coincidono. La Russia è a favore del ritiro completo delle truppe straniere e del dialogo tra le diverse forze politiche del Paese. Allo stesso tempo, il ritorno dei taliban al potere a Kabul non è auspicabile per la Russia, per via dell’inevitabile crescita delle minacce alla sicurezza non tradizionali che ne deriverebbe. Pertanto, Federazione Russa e Iran devono coordinare i loro sforzi, sia su base bilaterale che attraverso i contatti tra Iran e CSTO.
hakbari20130305192058713Una situazione estremamente complessa rimane nella Repubblica araba siriana (RAS). La conferenza internazionale “Ginevra-2″ ha avuto un successo assai limitato, e le elezioni presidenziali della Siria nel 2014 non sono state riconosciute legittime, ancor prima che avessero luogo, dall’occidente e dagli Stati arabi del Golfo Persico. Ciò ha permesso a Stati Uniti ed alleati di sollevare la questione della necessità di un forte aumento dell’invio di armi, tra cui missili antiaerei portatili e lanciarazzi anticarro, per armare l’opposizione e rovesciare il Presidente Bashar al-Assad.  In particolare, gli Stati Uniti prevedono per la cosiddetta “opposizione moderata” 500 milioni di dollari in diversi tipi di armi e attrezzature militari. Non vi è dubbio che gran parte di esse finirà ai radicali, sia per sequestro che con la vendita sul mercato “nero” della regione. Ciò accade mentre le forze di opposizione si sono radicalizzate, l’esercito libero siriano moderato continua a degradarsi e il suo successore non è solo il fronte islamico, ma lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (SIIL), che poco prima era generosamente finanziato dall’Arabia Saudita. Inoltre, quest’ultima organizzazione ha annunciato la creazione dello Stato islamico (califfato) sul territorio di Iraq e Siria, che potrebbe portare alla disintegrazione dell’Iraq e a mutare i confini di tutti gli Stati circostanti. Oltre a ciò, con il tacito appoggio di Ankara e Washington, il presidente del Kurdistan iracheno Masud Barzani ha invitato il parlamento regionale ad istituire una commissione per la preparazione del referendum per l’indipendenza. Il primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi ha fortemente condannato le azioni della leadership curda, tra cui l’occupazione armata di Kirkuk e delle sue circostanti aree ricche di petrolio. Ciò preoccupa vivamente l’Iran, dove vi è una significativa diaspora curda. L’Iran ha una maggiore influenza sugli iracheni arabi sciiti che costituiscono la maggioranza della popolazione del Paese. Per via del lungo confine tra i due Paesi, i molti santuari religiosi sciiti in Iraq, la necessità di mantenere corridoi per la Siria e una varietà di altre ragioni, l’Iran è attivamente coinvolto nella soluzione della crisi irachena. In particolare, non meno di tre battaglioni della Guardia Rivoluzionaria Islamica e molto probabilmente velivoli iraniani combattono in Iraq, per impedire il rovesciamento del governo di Nuri al-Maliqi e la preservazione dell’integrità territoriale dello Stato. Ancora una volta Mosca e Teheran hanno la stessa posizione. Ciò si riflette, per esempio, sul fatto che il 28 giugno, su richiesta del governo nazionale, cinque aerei d’assalto russi Su-25 siano stati schierati in Iraq nella base di al-Muqtana, nei pressi di Baghdad. Teheran, da parte sua, ha consegnato all’Iraq un gruppo di suoi velivoli senza equipaggio d’intelligence “Ababil”, lanciati dalla base aerea Rashid, sempre vicino Baghdad, e gestiti da specialisti iraniani, avendo quel dominio dell’aria che impedisce alla milizia sunnita di organizzare grandi offensive.
C’è ancora molta incertezza sulla questione nucleare iraniana. Alla fine della presidenza di GW Bush, ciò quasi comportò la guerra regionale dalle conseguenze imprevedibili. Ora la situazione è notevolmente migliorata grazie agli sforzi del presidente iraniano Hassan Rouhani nel risolvere la crisi nucleare, come indicato nel “piano d’azione comune” firmato il 24 novembre 2013 a Ginevra. Nel prossimo futuro un accordo più ampio tra i rappresentanti dell’Iran e i sei mediatori internazionali potrà essere firmato risolvendo la crisi nucleare iraniana. Tuttavia, contrariamente ad alcune aspettative, ciò non rafforzerà i legami statunitensi-iraniani, in primo luogo per le profonde divergenze sulla risoluzione delle crisi siriana, irachena e afgana, e poi per la riluttanza di Washington a rimuovere completamente le sanzioni economiche e finanziarie unilaterali su Teheran. Questo processo prevede dieci anni, quindi per il momento la questione è togliere solo le sanzioni bancarie all’Iran. Ciò, da un lato, conserva la contrapposizione statunitense e iraniana, sebbene a un livello sostanzialmente inferiore. Dall’altra, gli iraniani avranno nuove opportunità d’interazione con partner in ambiti politico-militari ed economici. La Russia è senza dubbio il partner regionale più attraente per l’Iran. Ciò per la coincidenza delle posizioni sulla maggior parte dei problemi regionali e globali, nonché per la persistente volontà di rafforzare non solo la cooperazione politica ed economica, ma anche militare. Di conseguenza, una partnership “costruttiva” tra i due Stati è possibile, e nel lungo termine, anche un partenariato strategico. In particolare, ciò implica, con il sostegno attivo della Russia, l’avvio dei principali gasdotti iraniani verso est (Pakistan, Cina, India). Il coinvolgimento dell’Iran nel processo d’integrazione eurasiatica e della cooperazione tra Iran e Stati membri della CSTO nel Caucaso meridionale e nell’Asia centrale, continuerà. Nella prima fase del processo, quest’ultimo potrà essere realizzato attraverso la creazione dei contatti operativi nell’Associazione Analitica della Collective Security Treaty Organization.
Rouhani and PutinNonostante alcuni problemi, la Turchia ha un’elevata credibilità nella regione, avendo una crescita economica stabile e fungendo da corridoio petrolifero per molti Paesi. In queste circostanze sarebbe utile coinvolgere la Turchia nel dialogo russo-iraniano, rafforzando la stabilità regionale e contrastando minacce non tradizionali come estremismo e terrorismo islamici. L’iniziativa russa d’istituire un centro universale della SCO per contrastare le nuove sfide e minacce che, di regola, provengono da attori non-regionali (Stati Uniti e altri Stati membri della NATO) è estremamente rilevante. E’ chiaro che la situazione nel consiglio di sicurezza regionale dipende in larga misura dall’interazione tra Russia, Iran e Turchia, caratterizzate da rivalità tradizionale e cooperazione durevole. In particolare, Teheran e Ankara costantemente oscillano tra confronto e relazioni diplomatiche reciprocamente favorevoli, avendo numerose divergenze strategiche su sicurezza regionale e cooperazione economica. Entrambi i Paesi hanno apertamente espresso il loro desiderio di diventare leader regionali. Hanno scelto diversi piani di sviluppo politico assieme alle tattiche corrispondenti per influenzare il Grande Medio Oriente. Tuttavia, la leadership di entrambi i Paesi si basa su un approccio ben noto in diplomazia: “una pace imperfetta è meglio di nessuna pace”, già confermata dai risultati della visita del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan a Teheran, alla fine di gennaio 2014, e poi dalla visita del Presidente Hassan Rouhani ad Ankara nella prima metà di giugno. Nel corso della prima visita, l’Iran non ha richiamato l’attenzione sull’atto ostile della Turchia d’installare sistemi missilistici antiaerei Patriot ed altri elementi del sistema di difesa missilistica, o sulle posizioni opposte dei due Paesi sulla Siria. Non possono ancora addivenire a un accordo su questi temi. Di conseguenza, il pragmatismo è necessario alla diplomazia del Presidente Hassan Rouhani, basata sulla comprensione che, sebbene l’Iran giochi un ruolo importante nel Grande Medio Oriente, non sia l’unico. Il Ministero degli Esteri dell’Iran riconosce il diritto della Turchia ad avere la propria politica militare, in gran parte dipendente dagli obblighi di Ankara in conformità all’adesione alla NATO e dalle relazioni da alleato di Washington. Ciò determina la prevedibilità della diplomazia iraniana verso la Turchia, per cui la priorità della cooperazione bilaterale è espandere le relazioni economiche e commerciali. Teheran ha molta esperienza. La  visita del presidente Hassan Rouhani ad Ankara l’ha confermato. L’obiettivo è raddoppiare il commercio turco-iraniano fino a 30 miliardi di dollari all’anno. Hanno inoltre discusso della lotta al terrorismo e all’estremismo nella regione, così come della situazione in Egitto, Siria e Stati arabi del Golfo Persico. Tuttavia, Ankara è preoccupata dalle prospettive delle relazioni iraniano-turche, dopo il possibile miglioramento delle relazioni tra Iran e occidente. E’ chiaro che dalla revoca parziale delle sanzioni economiche e finanziarie contro l’Iran, influenza di Teheran nei processi regionali potrebbe aumentare seriamente. Perciò la Turchia può perdere lo status di superpotenza regionale.  Secondo alcuni esperti russi, le differenze dei possibili modelli di sviluppo di Iran e Turchia favoriscono Teheran, prima di tutto, in politica estera. E la rivalità tra Turchia e Iran segue linee parallele. Ciò costringe Stati Uniti e Unione europea a venire a patti con l’idea che, nel prossimo futuro, potrebbero avere a che fare con l’egemonia regionale di questi Paesi islamici.
Un altro leader regionale, l’Arabia Saudita, basa le sue rivendicazioni sul sostegno alle forze radicali islamiche. Il sostegno dall’occidente è temporaneo, per esempio, su Siria e Iran. In queste circostanze, alcuni negli Stati Uniti e in Europa considerano l’Iran un partner sufficientemente prevedibile e affidabile. L’occidente, ovviamente vincolato dagli obblighi con la NATO, avrebbe preferito una scelta a favore di Ankara. Ma l’Iran non intende fare marcia indietro. Questo è il motivo per cui il suo mercato attrae le aziende occidentali, in modo che, a loro volta, combattano per rilassare le severissime sanzioni economiche e finanziarie contro l’Iran. La Russia, allo stesso tempo, sviluppa la politica di collaborazione con Iran e Turchia. Mosca è interessata a rafforzare la cooperazione politica tra Ankara e Teheran, mentre l’amministrazione statunitense considera inaccettabile qualsiasi interazione iraniana e turca su questioni chiave del Medio Oriente. Tuttavia, le differenze rimangono, in primo luogo sulla questione siriana. E possono anche peggiorare, se Ankara non abbandona i piani per rovesciare il governo legittimo della Siria e di concedere l’indipendenza al Kurdistan iracheno. Ma a dispetto dei seri legami economici della Turchia con Mosca e Teheran, Ankara continua a concentrarsi solo sull’opposizione siriana, e talvolta funge da canale degli interessi statunitensi. Ciò convince della necessità di rafforzare le relazioni bilaterali con l’Iran in tutti i campi, facendone un partner strategico. In futuro questo processo potrebbe includere la Turchia dove, in caso di riduzione sostanziale dell’influenza occidentale, gli interessi nazionali potrebbero probabilmente avere la priorità sugli interessi degli alleati della NATO. Solo quando sarà possibile costruire un nuovo sistema di sicurezza regionale trilaterale, per stabilire pace e stabilità nel Grande Medio Oriente, escludendo eventuali conflitti armati, vi sarà lo sviluppo della cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa e il rafforzamento dei processi d’integrazione, nonché il rafforzamento dei legami nella scienza, cultura e sport.
Naturalmente, nel Grande Medio Oriente, così come nelle sue singole parti (ad esempio, il Caucaso meridionale), significative minacce alla sicurezza permangono. Ciò è dovuto ai problemi irrisolti afgani, iracheni e siriani, mancata regolamentazione nella crisi nucleare iraniana, nonché dalla questione del Nagorno-Karabakh e dell’integrità territoriale della Georgia. Ma questo sottolinea solo l’urgente necessità d’istituire un nuovo sistema regionale di sicurezza, basato sugli interessi nazionali di tutti gli Stati, e indipendentemente dalla loro affiliazione ad unioni politico-militari. “Una piattaforma per la stabilità e la cooperazione nel Caucaso” potrebbe esserne la base, come proposto dalla Turchia nell’agosto 2008. Non vi è dubbio che l’attivazione del gruppo di lavoro di Minsk dell’OSCE, un significativo miglioramento delle relazioni russo-iraniane e russo-georgiane, e il rafforzamento dei processi d’integrazione in Asia centrale e nel Caucaso meridionale ridurranno significativamente i possibili conflitti nel Grande Medio Oriente trovando una soluzione pacifica ai problemi attuali. Ci saranno ulteriori opportunità, questa volta, per Armenia, Kirghizistan e forse Tagikistan, entrando nell’Unione economica eurasiatica, in via di formazione. In questo modo, la cooperazione russo-iraniana nella sicurezza regionale viene ulteriormente rafforzata. Ciò permette di pensare a una partnership “costruttiva” tra Russia e Iran e di sollevare la questione della redditività di un futuro partenariato strategico tra i nostri due Paesi.

2Vladimir Evseev, Direttore del Centro di Studi Sociali e Politici, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran si prepara a sconfiggere il SIIL

MK Bhadrakumar – 1 luglio 2014
mappedDopo una pausa di una settimana, Teheran ha mutato retorica e approccio sulla crisi in Iraq e Siria.  Allusioni e suggerimenti oscuri delle dichiarazioni iraniane, sono sostituiti da aperte critiche al supporto saudita allo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL). Due esponenti di spicco della commissione della Majlis sulla politica estera e di sicurezza si scagliano contro Riyadh: “L’Arabia Saudita è il sostenitore spirituale, materiale e ideologico del SIIL e il re saudita aveva incaricato l’ex-capo dei servizi segreti del Paese (principe Bandar) della missione speciale di sostenere il SIIL“. (Mohammad Hassan Asafari). E’ estremamente raro che il re Abdullah sia denunciato per nome in una dichiarazione iraniana. Ancora, un altro eminente deputato, Mohammad Saleh Jokar, ha implicitamente avvertito Riyadh dal tirare pietre su una casa di vetro, “Invece d’interferire negli affari iracheni e seguire le trame degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita farebbe bene ad affrontare i propri affari interni“. Secondo la linea iraniana la lotta di successione nella famiglia reale saudita si acutizza. Significativamente, la Guida Suprema Ali Khamenei ha ripetuto un’espressione coniata dall’Imam Khomeini nei primi anni della rivoluzione iraniana, riferendosi all’Arabia Saudita come il barboncino degli Stati Uniti e complice occulto d’Israele. Khamenei ha anche detto, ad un uditorio di lettori del Corano a Teheran, che c’è differenza tra l'”American Islam” e il vero Islam, “L’Islam americano, pur avendo aspetto e nome islamico, è conforme al dispotismo e al sionismo… e totalmente al servizio degli obiettivi del sionismo e degli Stati Uniti“. Nel frattempo, l’aperto sostegno del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu all’idea di uno Stato curdo indipendente nel nord dell’Iraq, oltre le visite del segretario di Stato USA John Kerry e del ministro degli Esteri inglese William Hague ad Irbil la scorsa settimana, hanno allertato Teheran sulla strategia anglo-statunitense volta (con la partecipazione d’Israele) a creare uno petro-Stato ai  confini occidentali dell’Iran.
Teheran sorveglia la forte presenza dell’intelligence israeliana ad Irbil. In una dichiarazione Teheran minaccia direttamente la nascita di un Kurdistan indipendente. Il Viceministro degli Esteri Hossein Amir Abdollahian ha consigliato la leadership curda che non sarebbe saggio perseguire la secessione. Un importante deputato iracheno ha criticato apertamente il capo curdo Masud Barzani e le sue dichiarazioni sull’annessione di Kirkuk. Barzani è vicino all’intelligence israeliana.  L’attività d’intelligence israeliana s’è intensificata nella regione del Kurdistan e la mossa di Netanyahu di sfruttare le differenze intra-irachene, in parte spiegherebbe la possibilità che Teheran possa considerare la ripresa dell’assistenza ad Hamas. I legami di Teheran con Hamas si sono atrofizzati negli ultimi anni, dopo la decisione catastrofica di Qalid Mishaal di lasciare Damasco e prendere la residenza a Doha, allineandosi con i Paesi della regione sostenitori del cambio di regime in Siria. Senza dubbio, Mishaal è un uomo più triste e saggio oggi come risulta dalla lettera al presidente iraniano Hassan Ruhani, a cui chiede aiuto. Inoltre, Teheran ha fatto un passo importante sul fronte diplomatico. Abdollahian s’è recato a Mosca nel fine settimana, per consultazioni con il suo omologo russo sugli sviluppi in Iraq-Siria, in particolare la necessità di vanificare la strategia degli Stati Uniti. Lo stretto coordinamento russo-iraniano è evidente nei colloqui a Mosca. Per essere sicuri, l’Iran accoglie con favore la mossa russa d’inviare aviogetti e consiglieri militari a Baghdad. L’obiettivo dei due Paesi è impedire a Washington la prerogativa di dettare condizioni al governo iracheno. È interessante notare che Mosca ha risposto alla richiesta di aiuto del Primo ministro in carica Nuri al-Maliqi, nonostante i disperati tentativi di Washington di rimuoverlo dal potere e sostituirlo con una figura flessibile a capo del governo di Baghdad. I media occidentali hanno descritto Maliqi come un caso chiuso, ma Mosca e Teheran potrebbero vederla in modo diverso.
Ancora una volta, Teheran ha concluso che la saga del SIIL in Iraq è un’operazione segreta USA-Arabia Saudita che esclude il Qatar (i legami sauditi-qatarioti sono freddi). La cabala che ha incontrato Kerry a Parigi, il 26 giugno, per discutere della road map per Iraq e Siria includeva Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania, ma il Qatar ha brillato per la sua assenza. Così, Ruhani ha preso il telefono e ha discusso sull’Iraq e la sfida del SIIL con l’emiro del Qatar. Ruhani ha proposto che Iran e Qatar uniscano le forze per combattere il terrorismo in Iraq. Allo stesso modo, Teheran ha ribadito il suo sostegno a Bashar in Siria in una telefonata del Primo Vicepresidente iraniano Eshaq Jahangiri al Primo ministro siriano Wail al-Halqi. Il risultato di queste mosse sul fronte diplomatico è che l’Iran spera d’infliggere una pesante sconfitta al SIIL. Una mobilitazione a tal fine è chiaramente in corso. L’Iran non permetterà che la vittoria in Siria sia messa in discussione dalle parti sconfitte tramite l’avanzata del SIIL in Iraq; né potrà tollerare il rovesciamento del potere sciita in Iraq attraverso la scappatoia della ‘balcanizzazione’ del Paese. Insomma, Teheran non è disposta a transigere sui propri interessi vitali e preoccupazioni principali in Siria e Iraq, semplicemente perché i colloqui sul nucleare tra P5+1 e Iran si avvicinano alla conclusione.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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