SIIL d’Israele

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 13/10/2014

wpid-israel-likeisis__articleIl flagello noto come Stato “islamico” dell’Iraq e del Levante (SIIL), noto anche come Stato Islamico dell’Iraq e Sham (SIIS) e Stato islamico (IS), è stato da tempo istruito nei think tank e uffici di pianificazione militare d’Israele. All’idea di un gruppo come il SIIL contro gli Stati nazionali arabi del Medio Oriente erano consacrato due piani politici israeliani: “La strategia d’Israele negli anni Ottanta” scritto nel 1982 dall’ex-funzionario del ministero degli Esteri israeliano Oded Yinon e “Un taglio netto: una nuova strategia per la protezione del reame”, in gran parte scritto dal falco guerrafondaio neoconservatore statunitense Richard Perle per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e pubblicato nel 1996, che includeva contributi di agenti d’influenza israeliani compari di Perle dentro e vicini a sensibili cariche governative negli Stati Uniti: Douglas Feith e David e Meyrav Wurmser. Il gruppo di neocons assunto da Netanyahu, noto come “Gruppo di studio per la nuova strategia israeliana per il 2000”, ha tracciato la politica statunitense in Medio Oriente per oltre vent’anni ed è tale gruppo responsabile delle disastrose politiche degli Stati Uniti che hanno portato all’occupazione dell’Iraq e al coinvolgimento nelle rivolte islamiste in Libia e Siria. I pentoloni politici che hanno contribuito alla fondazione del SIIL in Siria e in Iraq, attuando il piano Yinon e il Taglio netto, si trovano nella grande Washington DC, nelle organizzazioni non-profit pro-israeliane come l’Istituto Ebraico per la Sicurezza Nazionale (JINSA), l’Istituto di Washington per la Politica del Vicino Oriente (WINEP), e l’Istituto per la Strategia Avanzata e gli Studi Politici (IASPS).
La politica del Taglio netto fu studiata da tempo da Netanyahu, che per primo lanciò l’idea di un Grande Israele o “Eretz Israel” che domini i vicini arabi attraverso guerre civili intestine, alla Conferenza di Gerusalemme sul terrorismo internazionale convocata dal Jonathan Institute il 2 luglio 1979. L’Istituto Jonathan prende il nome dal fratello di Netanyahu, il commando Jonathan Netanyahu ucciso nel raid israeliano del 1976 nell’aeroporto di Entebbe in Uganda, per liberare gli ostaggi di un aereo di linea Air France dirottato. Documenti segreti inglesi in seguito rivelarono che Netanyahu è morto in un’operazione false flag progettata dal Mossad per creare simpatia per Israele in Francia e in altri Paesi. Il Piano Yinon, come il “Taglio netto”, fu ideato dal brain trust di neocon ebraico-statunitensi di Netanyahu, chiamati a demolire l’intero processo di pace palestinese ed annettere e assorbire Cisgiordania, Gerusalemme Est, alture del Golan e Gaza. Le ultime proposte israeliane per reinsediare forzatamente i palestinesi di Gaza e Cisgiordania nel deserto del Sinai in Egitto, sotto sovranità quasi-israeliana, indica che Israele continua a prevedere una striscia di Gaza spopolata con la forza dai suoi residenti palestinesi. Il piano Yinon, pubblicato sul Kivunim giornale per l’ebraismo e il sionismo, prevede la dissoluzione di Libano, Siria, Iraq, Egitto e Arabia Saudita in mini-Stati etno-settari in guerra tra essi, tra cui almeno uno Stato sunnita, uno sciita e uno curdo in Iraq. Il piano Yinon afferma: “l’Iraq, ricco di petrolio e lacerato internamente, è sicuramente un candidato degli obiettivi d’Israele. La sua dissoluzione è ancora più importante per noi di quella della Siria. L’Iraq è più forte della Siria. … Ogni confronto inter-arabo ci aiuterà nel breve periodo e accorcerà la strada all’obiettivo più importante, spezzare l’Iraq in domini come Siria e Libano. In Iraq, la divisione in province lungo linee etno-religiose, come in Siria durante il periodo ottomano, è possibile. Così esisteranno almeno tre Stati attorno alle tre principali città: Bassora, Baghdad e Mosul, e le aree sciite del sud si separeranno dal nord sunnita e curdo. … L’intera penisola arabica è un candidato naturale della dissoluzione su pressioni interne ed esterne, e la questione è inevitabile soprattutto per l’Arabia Saudita”.
zionists-promised-land-eretz-israel La comparsa sulla scena del SIIL con il supporto logistico, militare, finanziario e d’intelligence d’Israele, soddisfa i piani di Yinon e Netanyahu. Israele ora è pronta a capitalizzare il caos creato dal SIIL. Per alcuni aspetti, Netanyahu ha modificato i piani Yinon e Taglio netto. Il SIIL è intento a stabilire un unico califfato sunnita su Iraq e Siria, mentre sottopone curdi, sciiti e altre minoranze a conversioni forzate alla setta wahabita o, in caso contrario, all’esecuzione. Vi sono anche rapporti secondo cui il SIIL deporta bambini profughi da Siria e Iraq agli insediamenti in Cisgiordania per aumentarne la popolazione israeliana. L’idea che i coloni israeliani, molti dei quali sostengono apertamente il SIIL agitandone le bandiere in Cisgiordania, Gerusalemme e Tel Aviv, giudaizzino forzatamente cristiani, sciiti, sunniti, alawiti, drusi e yazidi siriani e iracheni per vivere come cittadini israeliani nella West Bank, rivaleggia con le peggiori politiche etno-demografiche del Terzo Reich nazista. Vi sono state segnalazioni dalla provincia irachena di Anbar, da cui le forze del SIIL puntano su Baghdad, che commando israeliani consegnino armi alle forze del SIIL. Inoltre, almeno un adolescente ebreo francese sarebbe andato in Siria per unirsi alle forze del SIIL che combattono contro il governo del Presidente Bashar al-Assad. Le truppe israeliane presenziano all’esfiltrazione dalla Siria del SIIL e dell’alleato Jabhat al-Nusra sulle alture del Golan per l’assistenza medica e logistica. Aerei da guerra israeliani hanno bombardato le forze governative siriane mentre erano bloccate in battaglie con le forze di SIIL e al-Nusra. Gli illegali coloni israeliani della Cisgiordania hanno promosso il SIIL nei raduni tenuti a Gerusalemme e Tel Aviv. Attivisti della destra israeliana, principale sostenitrice del governo Netanyahu, indossavano le blasfeme t-shirt nere del SIIL con il sigillo del Profeta Maometto e sventolavano la bandiera nera del SIIL con lo stesso sigillo. L’intelligence iraniana ritiene che ci sia un coordinamento nelle operazioni anti-governative in Iraq tra SIIL e il gruppo terroristico iraniano Mohajedin-e-Khalq (MEK), fortemente sostenuto da famosi neocon statunitensi come Richard Perle e Rudolph Giuliani. I rapporti su unità del SIIL che attraversano il confine con l’Iran si sommano ai rapporti sulle accresciute attività del MEK al confine iracheno-iraniano. Non c’è dubbio che Israele coordini le attività transfrontaliere di SIIL e MEK in Iran. Vi sono anche rapporti secondo cui SIIL e MEK hanno avuto colloqui informali in Francia, a conoscenza del primo ministro Manuel Valls. Si suppone che i francesi supervisionino le operazioni militari contro SIIL in Siria e in Iraq. La moglie di Valls, Anne Gravoin, è una nota sostenitrice d’Israele, essendo di origine ebraico-moldava.
Anche se il SIIL riceve gran parte dei finanziamenti da Arabia Saudita, Qatar ed Emirati del Golfo, il suo mentore ideologico rimane Israele. Nessun politico e capo militare israeliano ha suggerito che il SIIL rappresenti una minaccia per lo Stato ebraico. Gli apprendisti raramente minacciano i loro padroni. Il principe saudita Walid bin Talal, finanziatore del neocon Rupert Murdoch e della sua fanaticamente filo-israeliana News Corporation, ha indicato l’esistenza dell’alleanza tra Israele, Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Quwayt. Tale diabolica alleanza utilizza il SIIL come avanguardia per cercare di ridisegnare i confini del Medio Oriente secondo Yinon e Taglio netto. Tale vero “asse del male” minaccia Iran ed Egitto nel breve termine e, nel lungo Russia e Cina.

10441421La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli attacchi aerei fasulli di Obama aiutano il SIIL

Aanirfan 11 agosto 2014

ica-mi6-isis-iraq.siIl SIIL iniziò l’invasione dell’Iraq dal membro della NATO, la Turchia guidata da un ‘ebreo’.
Secondo il Financial Times, gli attacchi aerei degli USA in Iraq “non sono riusciti a fermare l’avanzata del SIIL e possono essere visti come una vittoria propagandistica del gruppo… Finora le forze statunitensi non sono riuscite a colpire edifici, depositi di armi o la leadership del SIIL nel deserto presso Mosul”. Ryan Crocker, ex-ambasciatore statunitense in Iraq ha detto al Financial Times: “Un paio di bombe da 500 libbre dagli F-18 e un paio di attacchi dei droni non possono fermare il SIIL. Abbiamo avuto la possibilità di colpire la loro leadership e le loro strutture di comando e controllo, ora è finita… Se diciamo che ciò serve a proteggere Irbil, che il SIIL non ha mai voluto (occupare), la missione è finita e possiamo andarcene a casa“. Abdulla Hawaz, commentatore politico curdo, ha detto al Financial Times: “il SIIL avanza e le sue capacità d’attacco non sono indebolite“. Wladimir van Wilgenburg, analista ad Erbil della Fondazione Jamestown, ha detto al Financial Times: “Ho visto sui social media che il SIIL in realtà non sembra impensierito dell’intervento USA. Sul piano della propaganda, il coinvolgimento statunitense non è poi così male per loro“. Gli USA aiutano il SIIL – Financial Times

Obama non uccide gli agenti del Mossad
Aanirfan 10 agosto 2014

LiveLeak-dot-com-50ec6ffd7b3a-mccainsyria1John McCain e il capo del SIIL Simon Elliot, alias al-Baghdadi. Il momento da urlo di John McCain: fotografato sorridente con il SIIL

10541043Simon Elliot, il capo del SIIL è un agente del Mossad ed è stato fotografato con John McCain, anch’egli agente del Mossad. Il SIIL è diretto da Simon Elliot, agente del Mossad
Il SIIL (ora chiamato SI) è stato addestrato da statunitensi ed israeliani ed è guidato da israeliani. Il capo del SIIL Abu Baqr al-Baghdadi addestrato da Israele/ Il SIIL creato e spalleggiato da Israele

1459750Al-Baghdadi (Simon Elliot) con McCain. Il momento da grido di John McCain: fotografato sorridente con il SIIL
Il ruolo del SIIL è uccidere musulmani ed indebolire tutti i nemici d’Israele. Un funzionario curdo ha detto del SIIL, “Tutto ciò che hanno è statunitense, tutto fino agli ultimi mezzi con armi pesanti, gli Humvee” (Dailymail)

June 18, 2014Obama li ha usati in Siria e Libia e ora li usa in Iraq, non piacendogli il governo iracheno e volendo compiacere Israele. Il SIIL in Iraq: un disastro made in USA/ I ‘grandi alleati’ degli Stati Uniti  finanziano il SIIL
Obama non ha intenzione di bombardare gli agenti del Mossad, non ha alcuna intenzione di salvare gli Yazidi. La crisi irachena: la valle della morte, il 70 per cento di loro sono morti

iraq-5.siL’obiettivo del Mossad è distruggere tutti i Paesi musulmani guidando le istituzioni musulmane. Tutti gli islamisti lavorano per il Mossad. Potere ebraico/ Islam Yaken – cripto-ebrei nel SIIL/ Bashir, lavorare per il Mossad

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleanza militare tra Israele e Arabia Saudita contro l’Iran

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation 24/10/2013

syriaIl ministero della difesa dell’Arabia Saudita ha piazzato negli Stati Uniti un ordine per la fornitura di avanzati missili da crociera e bombe per aereo per complessivi 6,8 miliardi di dollari. Si prevede che il contratto sarà firmato entro un mese dall’approvazione al Congresso della richiesta. Secondo il parere della Defense Security Cooperation Agency del Pentagono (DSCA), l’invio delle armi non cambierà l’equilibrio militare regionale e non porrà una minaccia agli Stati vicini. Ma è vero? Ora, quando Israele e Arabia Saudita discutono la possibilità di un’alleanza militare contro l’Iran, questo accordo sembra rafforzare l’alleanza militare arabo-israeliana, la cui probabile creazione appare sempre più realistica…
Tel Aviv e Riyad percepiscono il rifiuto degli Stati Uniti di attaccare la Siria e i primi passi del presidente Obama verso la normalizzazione delle relazioni con Teheran, come l’inizio di una nuova tappa della Casa Bianca nella trasformazione della struttura geopolitica del Medio Oriente. La famiglia reale saudita, scontenta dal corso di Obama, ha risposto a Washington asimmetricamente, sfidando le Nazioni Unite. Il Regno di Arabia Saudita (KSA) è il primo Stato a rifiutare un seggio nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, lamentando le attività del Consiglio. Riyadh è dispiaciuta che Bashar al-Asad sia ancora al potere, che non ci sia stato alcun successo nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese e inoltre, a parere dei diplomatici sauditi, l’ONU non ha fatto abbastanza sforzi per fare del Medio Oriente una zona libera dalle armi di distruzione di massa (un riferimento al programma nucleare iraniano). Il ministero degli Esteri russo ha definito l’iniziativa saudita ‘strana’. E’ abbastanza ovvio che i rimproveri contro il Consiglio di sicurezza nel contesto della crisi siriana, abbiano un orientamento anti-russo. In precedenza Russia e Cina per tre volte hanno bloccato le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza per inasprire le sanzioni contro la Siria. I membri arabi delle Nazioni Unite non nascondono la loro perplessità sul rifiuto dell’Arabia Saudita di questo onore, e sollecitano Riad a riconsiderarlo, almeno per fornire al mondo arabo una rappresentanza nel Consiglio di Sicurezza. I leader sauditi, tuttavia, sostengono che “modalità,  meccanismi d’azione e i doppi standard esistenti nel Consiglio di sicurezza gli impediscono di svolgere le proprie funzioni e di assumersi le responsabilità nel preservare la pace e la sicurezza internazionale, come richiesto”. Questa è la reazione della monarchia all’ONU che non agisce in base alle pretese dell’Arabia Saudita per un intervento nel conflitto siriano e una risoluzione del problema nucleare iraniano con la forza militare. Riad ha più di una volta dichiarato la pretesa di dominare la regione del Medio Oriente. Ora si è giunti al punto in cui, nei giorni del braccio di ferro siriano, il governo saudita ha proposto a Barack Obama di pagare gli Stati Uniti per l’azione militare contro la Siria, come se stessero parlando dei servizi di un sicario. Il rifiuto della Casa Bianca di prendere misure militari contro il governo siriano ha profondamente deluso gli sceicchi arabi. Washington è stata criticata per la sua incapacità di attuare le proprie minacce.
L’insoddisfazione per la politica di Obama è stata resa ancora più chiara dalle valutazioni saudite sui primi segnali di un disgelo nelle relazioni irano-statunitensi. Riad è giunta alla conclusione che Stati Uniti e Iran progettano segretamente un’alleanza strategica volta a indebolire l’influenza saudita. Non c’è nulla di inaspettato nel fatto che il riavvicinamento con l’Iran possa servire agli interessi regionali degli USA. Gli stessi statunitensi credono che controllare il Medio Oriente, facendo in modo che nessun Paese possa diventarne il leader militare assoluto e rivendicare il ruolo di superpotenza regionale, sia vantaggioso per gli Stati Uniti, e un classico modo per raggiungere questo obiettivo dell’equilibrio di potere, sia mantenere una costante tensione nei rapporti tra Stati rivali, in questo caso Arabia Saudita e Iran. Molti anni di orientamento unilaterale verso l’Arabia Saudita, nel mondo islamico, hanno portato gli Stati Uniti a perdere influenza tra gli sciiti, mentre l’Islam sunnita, sotto l’influenza saudita, ha preso un corso anti-statunitense. Non solo Riad finanzia l’aggressione straniera in Siria, ma l’intelligence saudita sostiene i gruppi terroristi sunniti  dall’Algeria al Pakistan, tra cui il movimento talib che combatte contro gli statunitensi in Afghanistan. L’amicizia incondizionata con Riad è diventata ulteriormente pericolosa per gli Stati Uniti, e la congettura che la politica estera di Washington cerchi al più presto di smettere di servire gli interessi dell’Arabia Saudita appare sempre più giustificata.
Naturalmente, un riavvicinamento tra Washington e Teheran non fornisce alcuna garanzia che la posizione degli Stati Uniti nel mondo sciita diventi sostanzialmente più forte, ma esiste la possibilità che il sentimento anti-statunitense in numerosi Paesi del ‘Grande Medio Oriente’, come Iraq, Libano, Siria, Bahrein e Afghanistan, si riduca. Inoltre, l”azzeramento’ dei rapporti con l’Iran permetterebbe agli Stati Uniti di evitare il rischio di essere trascinati in una guerra per proteggere l’Arabia Saudita, attraverso gli obblighi dell’alleanza. Tuttavia, Washington consente ancora la possibilità della ‘chiusura’ con la forza del dossier nucleare iraniano tramite attacchi contro i siti delle infrastrutture nucleari iraniane. Israele insiste categoricamente su questo scenario, e neanche l’Arabia Saudita nasconde il suo interesse per la distruzione dei siti nucleari dell’IRI. Tel Aviv ha dichiarato di essere pronta a condurre un’operazione indipendente contro l’IRI. Effettuare gli attacchi contro l’Iran dal territorio della KSA è una delle principali opzioni considerate dai militari israeliani. Oltre all’inimicizia verso l’Iran, Israele e Arabia Saudita condividono il comune obiettivo di rovesciare il regime in Siria, Tel Aviv e Riad sono unite nel sostegno al governo militare in Egitto e hanno anche trovato un terreno comune riguardo l’inaccettabilità dell’avanzata del ruolo geopolitico della loro comune rivale, la Turchia. Le informazioni su negoziati segreti tra Israele e Arabia Saudita non fanno più sensazione da anni. Nonostante i piani degli Stati Uniti, il mondo potrebbe testimoniare la comparsa di una apparentemente improbabile alleanza saudita-israeliana che rivendichi il ruolo di ‘superpotenza collettiva’ della regione. Questo autunno ha portato il caos generale nei ranghi degli alleati degli USA. I piani per l’azione militare degli Stati Uniti in Siria non sono stati sostenuti dal suo più fedele alleato, la Gran Bretagna, la maggior parte dei Pesi della NATO ha rifiutato di prendere parte a tale operazione, i leader di molti altri Paesi alleati si sono limitati alla solidarietà con il presidente Obama, e i vecchi partner mediorientali agiscono in modo indipendente sul tema della guerra all’Iran.
Gli esempi di azione indipendente israeliana sono numerosi. Oltre un quarto di secolo fa, nel 1981, Israele distrusse il reattore nucleare iracheno di Osiraq, poco prima della sua attivazione. L’amministrazione Reagan aveva ufficialmente condannato l’attacco, al momento, ma gli israeliani la considerano una delle loro operazioni militari di maggior successo. Nel 2007 Israele effettuò degli attacchi aerei contro il presunto reattore di al-Qibar, che i siriani stavano costruendo nella zona desertica orientale del Paese e di cui l’AIEA presumibilmente non sapeva, al fine di dimostrare la propria volontà di distruggere i siti nucleari iniziati nei Paesi vicini. A quel tempo l’amministrazione Bush era divisa nella valutazione di quell’attacco, ma molti alti politici degli Stati Uniti ritennnero che il raid fosse prematuro. Nel maggio di quest’anno, Israele aveva effettuato un attacco contro l’aeroporto di Damasco, così come contro diverse basi missilistiche in Siria. Il vero obiettivo dei raid aerei israeliani contro i siti militari siriani era verificare la possibilità di sorvolare  il Paese arabo per attaccare i siti nucleari iraniani. Tel Aviv conduce tali prove per iniziare una guerra senza badare alla reazione della comunità globale. L’ONU non ha reagito adeguatamente neanche una volta alle recenti azioni militari israeliane in Siria. L’Arabia Saudita, a differenza di Israele, per la prima volta ora appare pubblicamente quale sovvertitore dell’autorità delle Nazioni Unite, ma la famiglia reale si preparava ad iniziare questo cammino pericoloso da molti anni, legando strettamente le sue attività in politica estera al sostegno alle organizzazioni terroristiche internazionali. Nessuno parla dei principi morali della diplomazia saudita, quindi l’Arabia Saudita accetta di fornire agli israeliani un corridoio militare, che sarà considerato sostegno diretto agli attacchi contro l’Iran, anche ospitando temporaneamente aeromobili nelle basi aeree saudite. Aerei da trasporto delle forze aeree israeliane sono già stati visti in Arabia Saudita a scaricare munizioni, che nel caso di una guerra con l’Iran sarà conveniente avere proprio lì. E sarebbe ancora meglio per Israele se l’esercito saudita comprasse i missili da crociera e le bombe per questi scopi, spediti dagli stessi Stati Uniti. Questo è il motivo principale per la nuova spesa da quasi 7 miliardi di dollari del dipartimento della Difesa saudita. Il 90% dei rifornimenti sono munizioni per aerei da combattimento di costruzione statunitensi, dello stesso standard delle forze aeree di Israele e Arabia Saudita. Con l’approvazione di questo contratto, il Congresso degli Stati Uniti darà il via libera ai pericolosi piani di Tel Aviv e Riyad, e le truppe statunitensi nel Golfo Persico saranno trascinate nel pericoloso piano dei due alleati fuori controllo.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Agenti segreti infiltrati nei media

Hisham Hamza, Réseau International 17 settembre 2013

Ufficialmente, la DGSE è l’unico a contare tra le sue fila agenti sotto copertura inseriti nella vita civile, compresi dei giornalisti impiegati nei media mainstream.”
La spia del Presidente”, Didier Hassoux, Christophe Labbé e Olivia Recassens 2012

Bernard Bajolet

Bernard Bajolet, nuovo direttore della DGSE

La stampa e la radiotelevisione francesi hanno diffuso una nota declassificata dell’intelligence circa le “prove” del coinvolgimento del regime siriano nell’uso di armi chimiche contro i “ribelli” e la popolazione civile. Il presente documento (disponibile su diversi siti, tra cui quello della CRIF) è una sintesi sviluppata congiuntamente dal DGSE (Servizio d’intelligence estera) e dalla DRM (Direzione dell’intelligence militare).
In 48 ore, si sono visti dibattiti audiovisivi o leggere editoriali che mettano in discussione la veridicità del documento? Nessuno. Si deve andare su social network, blog di attivisti e siti alternativi per vedere analisi o pareri che svelino l’argomentazione fallace di questa nota ufficiale. Una doppia leggenda continua però ad avere vita facile: la stampa francese è piuttosto di “sinistra” e la sinistra è naturalmente incline all’antimilitarismo. L’apatia dei giornalisti francesi davanti alle “prove” dell’intelligence militare, per giustificare l’intervento militare in Siria, dimostra che non è così. Come spiegarlo? Al di là della mentalità da mandria degli uni e dell’indifferenza degli altri, una terza causa può illuminare un atteggiamento così rassegnato tra molti giornalisti, che si pretende costituiscano un contropotere.
Pubblicato nel gennaio 2012, l’e-book ‘La spia del Presidente‘ sull’ex-direttore del DCRI, conferma un segreto di pulcinella: i servizi segreti francesi, sia esterni (DGSE) che interni (DCRI), impiegano agenti coperti e giornalisti infiltrati nei grandi media francesi. La loro missione? Spiare i loro colleghi che indagano e, se necessario, intervenire per disinformare il pubblico su questioni relative alle questioni di sicurezza nazionale. I servizi possono anche finanziare l’addestramento di un futuro giornalista, come confermato da Jean Guisnel nel suo libro sulla storia della DGSE. Infine, alcuni giornalisti già sul posto, possono essere attivati per missioni specifiche con il pretesto del patriottismo e/o del denaro. Tranne ai loro reclutatori, non è noto il loro numero o identità. Solo con la pubblicazione di un libro pieno di rivelazioni, alcuni nomi poterono esser fatti. Come nel caso di Jean-Pierre Van Geirt, ex giornalista di TF1 che fu ‘smascherato’ dall’ex direttore dell’intelligence generale. Altri possono scegliere di confessarlo, come avvenne ad aprile con Denaud Patrick, ex-corrispondente di guerra.
Ma la questione si pone, evidentemente, in periodo di guerra, se la Francia decidesse di attaccare la Siria, l’opinione pubblica potrà essere deliberatamente presa di mira dalla propaganda e dalla disinformazione per garantirsi che sostenga qualsiasi manovra militare su larga scala. Quando il DGSE pubblica un documento rilanciato dai media, in cui sono già inseriti alcuni suoi agenti (travestiti da giornalisti), diventa necessario, in relazione alla verità e all’interesse generale,  dubitare di sostenitori e approfittatori di questa operazione di comunicazione. Ovviamente, molti giornalisti non hanno bisogno di essere pagati dai servizi segreti, se del caso, per farsi strumentalizzare fornendo specifici servizi o, più in generale, chiudendo gli occhi sulla disinformazione fomentata dai loro capi di redazione. La crescente insicurezza del lavoro contribuisce all’auto-censura e all’anestesia del pensiero critico. È per questo che i media mainstream non hanno ritenuto necessario soffermarsi sul significato e le conseguenze della nomina di Hollande Christophe Bigot, a direttore strategico del DGSE, il 1 settembre. La coincidenza è gustosa: l’ex-ambasciatore in Israele, ammiratore delle pulizie etniche di David Ben Gurion e vicino alla classe politica di Tel Aviv, inizia i suoi compiti, mentre la Francia è in procinto di entrare in guerra contro la Siria, un Paese per cui il clan Netanyahu aspetta con ansia (dal 1996) un cambiamento di regime. E la sua nomina certamente contribuirà a rafforzare la stretta collaborazione occulta, tessuta fin dagli anni ’50 e descritta dallo storico Yvonnick Denol, tra servizi segreti francesi ed israeliani. Ecco perché la DGSE e la DCRI non dovrebbero incontrare difficoltà nel tentativo di modellare l’opinione pubblica attraverso le redazioni francesi da esse infiltrate. Oltre alla docilità dei veri giornalisti, vi sono ancor più numerosi agenti segreti sotto copertura, sempre pronti a farsi prendere la mano giocando al “soldatino” dell’ombra.
A titolo di esempio, una rivista regionale ha, con ogni probabilità, reso un favore al nuovo direttore della DGSE. Ad aprile, ho scritto per Oumma un breve ritratto di Bernard Bajolet. In particolare mi ricordo un aneddoto: il grande capo dei servizi segreti giocava a backgammon con Bashar al-Assad in gioventù. Per rendere visibile l’aura del personaggio, ho inserito un video di Bernard Bajolet, ripreso da La Presse di Vesoul. Come un signore aristocratico, ha mostrato le sue belle fontane  suggerendo di esser felice di avere acquisito l’opulenta proprietà nella regione. Nulla di scandaloso, a priori. Tuttavia, di recente ho scoperto, guardando l’articolo su Oumma, che questo video, pubblicato da La Presse di Vesoul a dicembre, era stato eliminato dopo la pubblicazione del mio articolo. Qualcuno della DGSE, direttamente a Dailymotion o tramite il giornale locale, ha fatto ritirare senza spiegazione questo video. Non c’era alcun rischio per la vita e la reputazione di Bernard Bajolet. Se il personaggio è in realtà discreto, immagini del suo viso circolano su internet e il suo domicilio presso Vesoul è facilmente identificabile. Non importa: lo zelo di un alto funzionario della DGSE ha rimosso un innocuo video dalla rete.
Se si è in grado, stando ai vertici dello Stato, di censurare un video innocuo prodotto da un giornale locale, è facile immaginare quali significativi mezzi di pressione vengono usati per nascondere informazioni che potrebbero influire sulla sicurezza nazionale. O, più precisamente, sull’immagine dei nostri leader.
Addendum 08/09: il quotidiano inglese The Guardian ha oggi dedicato un articolo sui giornalisti-spia nel Regno Unito e sull’impatto di questo doppio impiego nella presentazione politico-multimediale della questione siriana.

Il terrorista Haisam abu Omar, già arrestato per l'assalto dell'ambasciata siriana a Roma del 10 febbraio 2012, è il criminale cerchiato di rosso nella fotografia, invece, la signorina, è l'inviata della RAI Tg-3 Lucia Goracci.

Il terrorista e criminale Haisam ‘abu Omar’, arrestato per l’assalto all’ambasciata siriana del 10 febbraio 2012, assieme all’inviata speciale del TG-3 della RAI Lucia Goracci, velina della NATO, propagandista islamista e supporter del terrorismo in Libia e Siria.

Lucia Goracci e Hasaim 'abu Omar'

Lucia Goracci e Haisam ‘abu Omar’

Husaim 'abu Omar' cerchiato in rosso

Haisam ‘abu Omar’, cerchiato in rosso

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’asse occidentale anti-siriano frana

Finian Cunningham PressTV  26 agosto 2013

1005696_Come in tutte le cospirazioni criminali, quando i risultati non seguono i piani, i cospiratori iniziano ad incolparsi a vicenda, ed a causa della natura infida del complotto, i complici sono finalmente inclini a sfiducia, risentimento e paranoia. Questa frammentazione e questi battibecchi compaiono nell’asse occidentale contro la Siria. Nelle ultime settimane sono apparsi i segni di rivalità, fratture e diffidenze che indicano che l’asse sta per dissolversi. Da ciò l’importanza del presunto attacco chimico di questa settimana presso Damasco, in cui più di 100 persone sono state uccise. Si sospetta che l’atrocità, in ultima analisi, sia opera di Arabia Saudita, Israele o di entrambi, nel tentativo di innescare un intervento militare occidentale diretto. Questo atto spregevole è più un segno di disperazione derivante dalla frammentazione dell’asse occidentale contro la Siria. E’ un tentativo di ricreare coesione nell’asse, che ha visto in queste settimane i suoi vari aderenti sbandarsi a causa della guerra perduta. Così, la scorsa settimana si è assistito allo straordinario spettacolo del re saudita Abdullah rimproverare gli Stati Uniti per le loro “ingerenze ignoranti” in Egitto, abbiamo visto anche un membro della NATO, la Turchia, accusare Israele di aver fomentato il colpo di Stato militare in Egitto contro il presidente dei Fratelli musulmani Muhammad Mursi, alleato di Ankara; e poi gli Stati Uniti hanno rimproverato il premier turco Recep Tayyip Erdogan per aver rivolto tali accuse contro il loro cliente di Tel Aviv. Prima che esplodessero tali lamentele, gli sceiccati arabi del Golfo Persico furono colpiti dalla chiusura inaudita delle ambasciate di Washington in tutta la regione, per una presunta minaccia terroristica. Vi sono anche le accuse paranoiche dei monarchi secondo cui gli Stati Uniti cercano di destabilizzare il loro governo autocratico. Nelle petro-monarchie del Golfo Persico, vi dev’essere naturalmente una rivalità ribollente tra la dominante Arabia Saudita e i parvenu del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti. Ciò è venuto alla ribalta il mese scorso, quando la Casa dei Saud ha scacciato il Qatar dal ruolo di fornitore di armi dell’asse occidentale contro la Siria.
Queste tensioni nell’asse occidentale emergono adesso a causa dell’imminente fallimento dell’opzione militare per il cambio di regime in Siria. Le principali potenze occidentali, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, sembrano aver abbandonato il fantasma del rovesciamento del governo di Damasco attraverso il terrorismo da loro segretamente sponsorizzato. Anche la Turchia di Recep Erdogan avrebbe deciso di fare marcia indietro sul sostegno ai militanti taqfiristi in Siria, probabilmente riflettendo sulla preoccupazione del governo che le ripercussioni del terrorismo destabilizzano l’autorità interna di Ankara. Arabia Saudita e Israele sembrano essere ancora impegnati nell’opzione militare, non solo in Siria ma anche in Libano, Iraq e altrove. La recente ondata di sconfitte militari, che annuncia la sconfitta totale dell’asse occidentale, ha creato una nuova dinamica tra i suoi protagonisti. Questo è tipico quando ci si vuole sganciare da cospirazioni criminali. Le diverse priorità dei protagonisti cominciano a divergere, in una dinamica che induce sentimenti di sfiducia, tradimento e risentimento.
Per quasi due anni e mezzo, la Siria è stata presa di mira da un’implacabile guerra segreta di aggressione volta a destabilizzarla e ad istigarne il cambiamento di regime. L’asse occidentale che ha sponsorizzato la guerra segreta, comprende principalmente gli Stati Uniti e l’ex potenze coloniali Francia e Gran Bretagna, insieme con il loro ascari regionali Arabia Saudita, Israele e Turchia. L’opzione militare per un cambio di regime in Siria si dimostra un fallimento. Il punto di svolta è stata la battaglia per Qusayr, quando l’esercito siriano ha liberato la città chiave regionale. Da allora, i mercenari filo-occidentali sono decisamente in ritirata, impegnandosi in ulteriori nauseanti atrocità. L’obiettivo sfuggente di rovesciare il Presidente Bashar al-Assad ha suscitato disfattismo tra i cospiratori occidentali. Questo spiega perché statunitensi, inglesi e francesi non hanno inviato gli armamenti promessi ai militanti stranieri in Siria, nonostante avessero dato il via libera ufficiale a questo tipo di rifornimenti più di due mesi fa. Tale ritardo ha generato risentimento tra i mercenari e i loro ufficiali pagatori sauditi nei confronti dei governi occidentali, accusati di tradimento. In particolare, anche quando il gruppo in esilio filo-saudita della Coalizione nazionale siriana, ha inviato i suoi migliori rappresentanti negli Stati Uniti, alla fine di luglio, per raccogliere armi e materiali, sono tornati delusi e a mani vuote. Alla delegazione del CNS, guidata dal pupillo saudita Ahmad al-Jarba, venne detto dal segretario di Stato statunitense John Kerry che non vi era “nessuna soluzione militare” al problema siriano, e che avrebbero dovuto sedersi per negoziare con il governo di Damasco. Tale cambiamento di tono degli Stati Uniti fu appena notato dai media, al momento, ma segnalava un supporto di Washington assai distante dall’opzione militare. Non che gli Stati Uniti scoprano in ritardo il senso etico, con più di 100.000 morti e milioni di profughi. Ma si trattava di una valutazione realista, secondo cui un’altra opzione per spodestare Assad era necessaria, magari attraverso i colloqui politici a Ginevra II, combinati con ulteriori sanzioni economiche contro il governo siriano.
Vale la pena notare che la Gran Bretagna e la Francia hanno anche evitato le loro precedenti rumorose richieste secondo cui “Assad deve andarsene”. Ancora una volta, come gli Stati Uniti, questi Stati occidentali non abbandonano i loro tanto agognati desideri di un cambio di regime in Siria. Ancora una volta, gli imperialisti occidentali si rendono conto che una più sofisticata e sfumata opzione politica deve essere esercitata, in quanto l’opzione militare bruta s’è dimostrata inutile. Non così per Arabia Saudita o Israele. Il loro desiderio di un cambiamento di regime in Siria nasce da una più netta e più virulenta necessità di quella dei loro protettori occidentali. I regimi di Riad e Tel Aviv vedono nel Blocco della Resistenza di Siria, Hezbollah libanese e Iran una minaccia esistenziale al loro dispotismo. L’Iran è la nemesi che ossessiona Arabia Saudita e Israele. Naturalmente Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia vogliono liberare la regione da ciò che vedono come ostacolo alla loro egemonia, ovvero Siria, Hezbollah e Iran. Ma l’antagonismo delle potenze occidentali non ha l’esistenziale e rabbiosa urgenza di cui Arabia Saudita e Israele sono afflitti. Le potenze occidentali sono pronte a giocare la cinica alternativa carta politica, al fine di raggiungere il loro obiettivo di un cambio di regime.
Come risultato della guerra perdente in Siria e delle divergenti priorità tattiche nell’asse occidentale, si è giunti a tensioni interne e a risentimenti. Il presunto massacro con armi chimiche di questa settimana, potrebbe essere un modo conveniente per Arabia Saudita e Israele di forzare la linea rossa dell’intervento militare occidentale, e in questo modo spingere l’asse occidentale ad solidificarne la vacillante coesione interna. Senza dubbio ci sono elementi belligeranti nelle élite dominanti occidentali, che sono fin troppo disposte a comprarsi quel pretesto.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Hezbollah impone le linee rosse!

Réseau International, al-Manar 13 luglio 2013

HezbollahUn piccolo esercizio di calcolo: sommate il numero di missili Scud con i Katjusha di Hezbollah, quindi aggiungeteli ai missili Shehab e Zelzal, e divideteli per 7 milioni e mezzo di abitanti, avrete  quanti proiettili toccherebbero ad ogni israeliano. Quanto al problema di geometria, disegnate tre cerchi intorno a Tel Aviv: il primo per la capacità di distruzione dello Shehab, il secondo per lo Scud e il terzo per le Katjusha. Assumendo che l’assalto contro Israele sarà coordinato tra Hezbollah, Iran e Siria, raccomandereste ad Hezbollah di lanciare solamente i suoi Scud e tenersi le Katjusha, e all’Iran di utilizzare il suoi Shehab. Valutate le vostre risposte in base alla posizione e alla gittata dei missili”. Questo passaggio di un articolo pubblicato sul quotidiano israeliano Haaretz e firmato dall’editorialista Zevi Bareil, illustra il livello di preoccupazione tra gli israeliani, dovuto alla minaccia esistenziale derivante dalla forza di deterrenza balistica costruita dalla resistenza libanese dal luglio 2006 ad oggi. Ma “lo Stato spaventato” è ciò con cui il governo israeliano vuole preparare l’opinione pubblica e l’esercito al prossimo conflitto con la Resistenza in Libano, “che sarà deciso in un solo mese“, secondo le parole del Capo di stato maggiore israeliano Benny Gantz. Tuttavia, Hezbollah ed Israele si trovano nell’equilibrio del terrore, il cui obiettivo è scoraggiare qualsiasi confronto. L’ex segretario alla Difesa statunitense Robert Gates l’aveva indicato quando disse che “Hezbollah ha assai più missili di molti governi.” Così, Israele ha di fronte due opzioni: o coabita con questa forza e si rassegna allo status quo, letteralmente l’opposto della sua dottrina militare basata sull’offensiva, o corre il rischio di uno scontro, di cui il comando ignora essenza e conseguenze, nonostante le affermazioni di Gantz.

Nasrallah punta sui missili della Resistenza
Hezbollah ha appreso l’arte della manipolazione da Israele. Il suo Segretario generale Sayad Hassan Nasrallah invia messaggi cifrati che il nemico sa leggere molto bene. Infatti, Israele ha decifrato il messaggio di Sayad Nasrallah. Negli ultimi anni, ha mobilitato a tutta velocità i suoi apparati d’intelligence per avere informazioni o dati sufficienti su armamento, addestramento e preparazione dei piani per il prossimo scontro. Il comando militare israeliano ha sviluppato un piano per misurare il tasso d’incremento degli armamenti di Hezbollah. Gli indicatori sono stati misurati in due fasi: la prima ha avuto inizio con la fine dell’offensiva di luglio ed è continuata fino al 2010; Hezbollah ha realizzato un salto di qualità, secondo le confessioni dello Shin Bet israeliano. Riguardo la seconda fase, è la più importante perché collegata alla crisi siriana durante cui Hezbollah ha ridotto le distanze negli armamenti acquisendo sistemi di difesa antiaerea super sofisticati e missili “Scud”.

Il punto di forza di Hezbollah dopo la guerra di luglio
Come primo passo, la testimonianza dell’ex direttore del “Servizio di ricerca” presso il Dipartimento d’intelligence, Generale di brigata Yossi Bedetz, ha indicato alla commissione per gli affari esteri e la sicurezza della Knesset, nel 2010, una realtà dolorosa per il pubblico israeliano quando ha detto francamente che Hezbollah ha un arsenale composto da migliaia di missili balistici di tutti i tipi e per tutte le distanze, tra cui missili a combustibile solido più precisi e di maggior gittata, concludendo che l’Hezbollah del 2010 era molto diverso da quello del 2006. Le stime israeliane sulla quantità di missili in possesso della Resistenza, sono aumentate come illustrato di seguito: da 12.000 razzi, secondo lo “studio Aviad”, si è arrivati a più di 20.000 secondo il ministro della Difesa d’Israele, Yehuda Barak, nell’agosto 2007. Poi un numero è stato finalmente adottato, le fonti dell’intelligence parlano di 42.000 razzi tipo “Katjusha”, “Raad”, “Zelzal”, “Khayber” e “Fateh 110“, con una gittata di 250-300 km e testate esplosive. Tale mutamento delle dimensioni è stato dimostrato nel 2010, secondo i servizi segreti israeliani, con l’acquisizione dei missili M-600, considerati più precisi dei missili precedenti e in grado di raggiungere una gittata di 250 km e di trasportare una testata di circa mezza tonnellata. Per non parlare di altri missili Scud trasferiti dalla Siria, con una gittata massima di 500 km e dotati di testate di mezza tonnellata, e dei missili tipo “Zelzal” da 400 km di gittata e dotati di un testata del peso di circa 300 kg.
Il dibattito in Israele in questi giorni  non s’incentra più sui missili “Kornet” e “Metz” che Hezbollah aveva prima della guerra, ma su un tipo più pericoloso e mortale. Dal 2008, Hezbollah detiene il successore del missile Kornet, il missile anticarro russo chiamato “Krizantema” con una gittata di sei chilometri e che può penetrare la corazza di tutti i tipi di carri armati. Il punto di svolta della deterrenza a favore della Resistenza si è verificato con l’avvio degli eventi siriani. Ciò che la leadership israeliana più temeva è diventato realtà, dal momento che Israele non è in grado di fare nulla per fermare l’acquisizione di armi da parte di Hezbollah, che sta accrescendo di giorno in giorno le proprie capacità.

Autosufficienza
_41902528_leb_missile_map416_18Hezbollah è riuscito a raggiungere diversi obiettivi mortali per la deterrenza israeliana. L’ex presidente del “Dipartimento d’intelligence militare” delle IDF, Generale Amos Yadlin, in uno studio sulla Resistenza è giunto a una conclusione sconvolgente per gli israeliani. Afferma che “tutte le armi di Siria e Iran, convenzionali o meno, sono giunte ad Hezbollah.” Stesso discorso dal suo collega, il presidente della “Direzione sicurezza e politica” del ministero della Difesa israeliano, Amos Gilad, che in un’ammissione, la prima del genere, conferma una verità incrollabile: “Hezbollah ha missili “Scud-D” da 700 km di gittata, in grado di trasportare una testata da 150kg, o testate biologiche e chimiche, in grado di colpire qualsiasi luogo d’Israele da un qualsiasi punto in Libano.” Questo “concerto horror” si è concluso con l’adesione del commentatore militare del sito web “Walla” Amir Boukhbot, che crede che “l’acquisizione da parte della Resistenza” degli Scud, “cambierà l’equilibrio politico in Medio Oriente. Basta infliggere un solo colpo per creare un forte effetto deterrente“, avvertiva.
Il nemico era appena venuto a conoscenza della presenza dei missili Scud della Resistenza, che uno studio del direttore del “Progetto sull’equilibrio militare in riserva nel Medio Oriente”, Yiftakh S. Shapir allertava a febbraio contro “gli effetti dell’acquisizione da parte della Resistenza di armamenti che potrebbero influenzare l’equilibrio strategico regionale.” Shapir parlava del male assoluto, i nuovi sistemi che potrebbero essere trasmessi al Libano e che potrebbero togliere il sonno ai responsabili della sicurezza e ai politici di Tel Aviv. I sistemi sono lo Stirlitz e il Pantsir-S1 da difesa area. Shapir ha sviluppato nel suo studio una serie di linee rosse che Israele non dovrebbe permettere di superare, altrimenti verrebbe sconvolto l’equilibrio, in favore di Hezbollah.
La prima linea è impedire l’ingresso in Libano del sistema di difesa aerea SA-17, un sofisticato sistema lanciamissili contraereo… Il secondo è il sistema missilistico antinave “Bastion”. Installato sulle coste libanesi coprirebbe il litoraneo israeliano. Inoltre, il missile supersonico antinave russo “Jakhont” renderà molto difficile il compito d’interdizione della marina israeliana.
Con l’entrata in azione del drone “Ayub” lanciato da Hezbollah lo scorso ottobre nello spazio aereo della Palestina occupata, per una profondità di 55 km, la Resistenza in Libano ha introdotto la prima equazione della deterrenza aerea nella storia del conflitto con Israele. Questo gli ha permesso di minare il sistema di protezione dello spazio aereo israeliano, ora penetrabile, soprattutto se questo velivolo e il suo successore, “Mersad”, non sono gli unici due dispositivi che possiede Hezbollah, secondo le fonti del Dipartimento d’intelligence militare.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La soglia del disastro, Israele s’impegna nella guerra imperialista contro la Siria

Fida Dakroub, Global Research, 1 giugno 2013

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Generalità
Come già annunciato e confermato nei giorni precedenti, e forse ne riceveremo notizia nei prossimi giorni, Israele si è impegnato direttamente nella guerra imperialista contro la Siria quando le sue forze aeree hanno colpito postazioni militari dell’esercito siriano nei dintorni di Damasco, smascherando così l’imperialismo occidentale, il sionismo mondiale, il dispotismo e l’oscurantismo wahhabita, riunitisi in una Santa Alleanza contro l'”Asse della resistenza” di Iran, Siria, Iraq e  Libano, con dietro la Russia e la Cina; nel frattempo, sul territorio siriano, l’esercito arabo siriano avanza su più fronti nelle province di Damasco, Homs e di Aleppo, e la crisi siriana, entrata in un vicolo cieco, ha solo due modi per essere risolta:
o la Santa Alleanza abbandona l’opzione militare e smette di addestrare, armare e infiltrare gruppi taqfiristi in Siria, così avviando il dialogo tra la cosiddetta “opposizione” e il governo siriano;
o una guerra regionale viene avviata, bruciando non solo i Paesi coinvolti, ma l’intero Medio Oriente.
Non ci nascondiamo che il conflitto sorto in Siria non è un conflitto tra un regime dispotico e una folla di monaci meditabondi, come i media monopolizzano, ma un conflitto tra l’imperialismo occidentale, il sionismo mondiale e il dispotismo e l’oscurantismo wahhabita da un lato, che per la prima volta compongono una Santa Alleanza, e l’Iran, la Siria, l’Iraq, il Libano o il cosiddetto “Asse della resistenza” sostenuto da Russia e Cina, dall’altro lato. Tutto ruota intorno a questa demarcazione, e qualsiasi discorso che potrebbe vedere nella crisi siriana la battaglia contro un regime dispotico è davvero un discorso povero o un povero discorso.

Kerry a Mosca
I lunghi colloqui con i funzionari russi, prima al Cremlino e poi al Ministero degli Esteri, in occasione della visita del segretario di Stato degli Stati Uniti John Kerry a Mosca, hanno portato alla seguente dichiarazione: gli approcci della Russia e degli Stati Uniti sulla questione siriana “non sono realmente differenti. Sulla sistemazione della Siria le parti hanno convenuto nel cooperare in modo efficace (…), Mosca e Washington lavoreranno insieme nel pieno rispetto del comunicato di Ginevra“, ha dichiarato il Ministro degli Esteri della Russia Sergej Lavrov [1]. “Kerry, atterrato all’aeroporto di Mosca-Vnukovo, ha compiuto la sua prima visita in Russia come capo della diplomazia statunitense, una delle mosse più delicate dopo il forte deterioramento dei rapporti bilaterali nello scorso anno” [2]. Secondo lui, le parti sono effettivamente in grado di “sbloccare la situazione“. “Gli Stati Uniti ritengono che condividiamo interessi molto importanti in Siria, tra cui la stabilità della regione e impedire che gli estremisti creino problemi nella regione e altrove“, ha detto Kerry. “Abbiamo convenuto che la Russia e gli Stati Uniti incoraggino il governo siriano e l’opposizione a trovare una soluzione politica“, ha detto Sergej Lavrov, dopo i colloqui a Mosca con il suo omologo statunitense John Kerry.
La Siria è uno dei pomi della discordia tra i due Paesi, la Russia è il principale difensore della Siria e del popolo siriano, mentre gli Stati Uniti “benedicono” l’invio di gruppi taqfiristi dalla Turchia e da alcuni Paesi arabi, per ‘guerreggiare’ contro il governo siriano. Bisogna attendere la conferenza internazionale sulla Siria, che si terrà a giugno e il vertice Putin – Obama per sapere quale delle due direzioni prima indicate, prenderà la crisi siriana [3]. Come promemoria, Mosca e Washington hanno concordato di tenere al più presto una conferenza internazionale sulla Siria. Inoltre, Dmitrij Peskov, portavoce del capo di Stato russo ha detto che il prossimo incontro tra i due presidenti potrebbe avvenire nel quadro del vertice del G8 in Irlanda del nord. [4] Questo è il risultato principale della visita in Russia del segretario di Stato statunitense John Kerry. [5]

Israele rinuncia alla sua “neutralità”
In contrasto con l’ottimismo creato dalla visita di John Kerry a Mosca, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, non volendo mostrare che i suoi bicipiti, ha detto che gli Stati Uniti si riservano il diritto di adottare misure diplomatiche e militari per risolvere il conflitto in Siria, ma volendo risolvere questo problema insieme alla comunità internazionale. Su un altro livello, Israele è direttamente coinvolto nella guerra imperialista contro la Siria e rinuncia alla sua “neutralità”  credendo che la caduta di Assad possa anche indebolire l’Iran. All’inizio della guerra imperialista contro la Siria, Israele era rimasto rigorosamente discreto, ma questa precauzione non era più adeguata. Un anno fa, il presidente israeliano Shimon Peres disse che desiderava la vittoria dei ribelli siriani che ammira per il loro coraggio. [6] Questa piccola frase di Peres portò, qualche mese fa, al sostegno militare e logistico dei gruppi armati che combattono l’esercito siriano nei villaggi vicini al confine tra Israele e Siria [7]. Il coinvolgimento di Israele nella guerra in Siria si svolge già su due piani, logistico e tattico.
Sul piano logistico, Israele ha aperto i suoi ospedali ai militanti armati feriti. La prova si ebbe a marzo, quando undici terroristi feriti furono curati in Israele, secondo fonti ufficiali israeliane. Otto di loro furono rimpatriati in Siria e gli ultimi due rimasero ricoverati in ospedale nel nord d’Israele, uno a Nahariya e l’altro a Safed[8]. Basta fare un parallelo con la rivelazione di Moti Kahana al quotidiano israeliano Yediot Aharonot, circa la creazione di un fondo per finanziare i ribelli siriani, per determinare la misura in cui Israele è coinvolto nella guerra in Siria. Nel suo discorso al “Think Tank” Istituto di Washington per la Politica nel Vicino Oriente, Kahana dichiarò che suo fratello Steeve era un riservista dei servizi medici militari israeliani che avevano curato i feriti che passavano dal Golan siriano. Aveva detto tra l’altro di essersi recato in Siria come se andasse a Tel Aviv: “Abbiamo raccolto centinaia o addirittura migliaia di dollari negli ultimi due anni e sono responsabile del trasferimento delle donazioni alle organizzazioni liberali in Siria“, aggiunse sottolineando che lui stesso aveva dato a questo fondo una somma di 100 dollari. [9] Meglio ancora, il sito israeliano Debkafile aveva confermato che Israele aveva già costruito un ospedale da campo vicino al confine con la Siria e la Giordania, per curare gli insorti “siriani” feriti. “Israele ha creato un grande ospedale da campo nei pressi del posto di osservazione militare sul Golan di Tel Hazakah che si affaccia sul sud della Siria e sulla Giordania settentrionale. Lì, arrivavano i feriti della guerra siriana che venivano controllati ed esaminati dai medici dell’esercito israeliano, dove venivano  curati e rinviati indietro, o giudicati feriti abbastanza seriamente da richiedere assistenza ospedaliera. I feriti gravi vengono inviati in uno dei vicini ospedali israeliani di Safed o Haifa.” [10]
A livello tattico, Israele aveva deciso di cambiare le “regole del gioco” effettuando attacchi tattici contro obiettivi militari dell’esercito siriano. Israele ha avvertito che il trasferimento di “armi strategiche” ad Hezbollah potrebbe giustificare tali attacchi preventivi. Nel primo raid nella notte del 30-31 gennaio, aerei da guerra israeliani hanno effettuato numerosi attacchi contro obiettivi nella zona di confine tra la Siria e il Libano. Gli aerei avevano preso di mira un “centro di ricerca militare” a Jamraya, nei sobborghi di Damasco. Due persone che lavoravano nel sito furono uccise e altre cinque ferite. La Siria riconobbe l’attacco avvenuto contro il proprio territorio. [11] Il giorno dopo il raid, Amos Harel scrisse su Haaretz,Israele entra nella guerra civile siriana“. [12]
La seconda incursione nella notte del 2-3 maggio, aerei israeliani lanciarono un nuovo raid aereo in Siria. Secondo dei funzionari statunitensi citati dalla CNN, gli aerei israeliani attaccarono uno o più convogli che trasportavano armi destinate a Hezbollah. Una fonte ufficiale confermò il raid israeliano all’agenzia AP. Secondo questa fonte, che aveva chiesto l’anonimato, le armi non erano chimiche. La posizione precisa del raid non è attualmente nota. Tuttavia, la Siria non ha confermato queste incursioni. [13] Il Terzo raid, nella notte del 4-5 maggio, era il secondo raid che l’aviazione israeliana aveva condotto sulla Siria in 48 ore, sostenendo di voler impedire il trasferimento di armi a Hezbollah, ma a Damasco ciò apriva la porta a tutte le opzioni rendendo la situazione nella regione più “pericolosa”. Secondo la Siria, lo Stato ebraico aveva colpito tre postazioni militari a nord-ovest di Damasco con missili sparati da aerei israeliani sul Libano. Un funzionario israeliano aveva confermato l’attacco dicendo che “si trattava di missili iraniani per Hezbollah” [14]. Insieme a questi attacchi, i funzionari israeliani continuano a minacciare la Siria, basta seguire le dichiarazioni di Tel Aviv sui missili russi S-300 che sarebbero stati consegnati a Damasco recentemente, per determinare a quale punto Israele sia coinvolto nel conflitto siriano. Ad esempio, il capo del Consiglio di sicurezza di Israele, Yaakov Amidror, ha avvertito i leader europei che Israele è determinato a distruggere i missili S-300 una volta dispiegati sul territorio siriano. [15] Da parte sua, il colonnello Zvika Haimovich ha detto che Israele aveva già determinato, in tre punti, la “linea rossa” che spingerà il suo esercito a distruggere i missili S-300:
1. I missili vengono puntati sullo spazio aereo israeliano;
2. I missili vengono trasferiti a Hezbollah;
3. I missili cadono nelle mani dei gruppi taqfiristi. [16]
Tuttavia, una questione rilevante si pone qui: quanto le minacce e i recenti attacchi aerei di Tel Aviv sono efficaci nel frenare il dispiegamento dei missili S-300 in territorio siriano e il loro trasferimento a Hezbollah? Tuttavia, dobbiamo ammettere qui che a volte, nella vita, è meglio usare la saggezza del folle che la follia del saggio. Leggiamo ciò che il mullah Nasreddin Djeha disse in una situazione simile.

Lo schiaffo di Nasreddin Hodja Djeha
Nasreddin Hodja Djeha era davanti la sua porta con in mano una brocca, ma arrivare alla fontana con quel caldo era una faticata. Fermò una bambina che passava di lì e le chiese di andare a prendere l’acqua.
– Ti prego di non rompere la brocca, raccomandò e subito dopo le diede uno schiaffo in faccia.
La bambina si mise a piangere e il suo vicino di casa, che aveva visto la scena, s’infuriò per tale brutalità:
– Che Allah vi maledica Nasreddin! Non vi è nessuno più vile di voi!
– Dimmi, tu che fai il censore, a che servono gli schiaffi quando la brocca è rotta?
Se Tel Aviv teme invece che la Siria trasferisca a Hezbollah dei sistemi d’arma sofisticati che potrebbero cambiare i rapporti di forza con i libanesi al suo confine settentrionale, allora parodiando la storia del mullah Nasreddin citata sopra, a che servono gli attacchi preventivi israeliani contro la Siria quando i missili S-300 sono stati dispiegati sul territorio siriano e trasferiti a Hezbollah? Bisognerebbe vedere, in tal senso, il riferimento su questo punto del presidente siriano Assad nel corso di un’intervista alla TV libanese al-Manar. [17] Cioè che a Tel Aviv l’audacia di certo non manca, ma attenzione, attenzione!

Fida Dakroub, Ph.D

Note
[1] La voix de la Russie. (8 maggio 2013). «John Kerry à Moscou: pas de divergences Russie-USA sur la Syrie».
[2] Libération. (7 maggio 2013). «John Kerry à Moscou pour rencontrer Vladimir Poutine».
[3] Russia Today. (7 maggio 2013). “Russia, US to push for global Syria conference to bring conflicting sides to table”.
[4] La voix de la Russie. (8 maggio 2013). «Poutine espère rencontrer bientôt Obama».
[5] La voix de la Russie. (8 maggio 2013). «John Kerry à Moscou…», loc. cit.
[6] Le Figaro. (11 giugno 2012). «Israël prend position en faveur des insurgés syriens».
[7] Henry, Marc. (29 marzo 2013). «Un hôpital israélien sur le Golan pour soigner les rebelles anti-Assad». Le Figaro.
[8] Huffington Post. (27 marzo 2013). «Un insurgé syrien blessé sur le Golan soigné en Israël est décédé».
[9] Benhorin,Yitzhak. (10 maggio 2013). «Israeli raising funds to help Syrians ‘dying near us’». Yediot Aharonot.
[10] Debka File. (8 maggio 2013). «Israeli -and Hizballah- controlled enclaves inside Syria».
[11] Le Figaro. (31 gennaio 2013). «Syrie: le raid israélien aurait visé un convoi d’armes».
[12] Harel, Amos. (31 gennaio 2013). “Israel enters the civil war in Syria”. Haaretz.
[13] Le Figaro. (4 maggio 2013). «L’aviation israélienne a lancé un nouveau raid aérien en Syrie».
[14] Libération. (5 maggio 2013). «Syrie: nouveau raid israélien, Damas garde toutes les options ouvertes».
[15] The Jerusalem Post. (30 maggio 2013). “Analysis: Israel could hit S-300 missiles in Syria”.
[16] loc. cit.
[17] SANA. (30 maggio 2013). «Le président al-Assad : Les batailles que déclenche l’armée arabe syrienne visent à préserver l’unité de la Syrie».

Ricercatrice in Studi francesi (University of Western Ontario, 2010), Fida Dakroub è scrittrice e ricercatrice sulla teoria di Bachtin. È un’attivista per la pace e i diritti civili.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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