La guerra programmata contro l’Iran e l’attentato al generale che ha detto No!

Gordon Duff - Counterpsyops 22.8.2012Oggi, il generale Dempsey, Presidente del Joint Chiefs of Staff degli USA, l’uomo che era andato a Tel Aviv e informato Netanyahu che gli USA non volevano far parte delle sue macchinazioni contro l’Iran, è stato oggetto di un attentato in Afghanistan. Questa non è stata un’azione del terrorismo o dei taliban. E’ stato un “avvertimento” contro qualcuno che non ha baciato i piedi di Netanyahu. La sua risposta ha scatenato i killer, non un atto pubblico, ma lo stesso un dato di fatto, un militare statunitense lo sa molto bene. Netanyahu ha un problema di “arroganza”. I colpevoli, i “militanti”, sono riusciti a passare inosservati nell’area più sofisticatamente difesa sulla terra, il perimetro della Bagram Air Force Base. Fortunatamente per loro, hanno attaccato durante la notte, in un momento in cui i visori notturni di 5.ta generazione, i radar di terra e altri sistemi di rilevamento degli USA sono stati misteriosamente disattivati. I sistemi di rilevamento dei razzi, i dirigibili di preallarme con georadar ad apertura sintetica e la copertura continua degli UAV, che utilizzano il rilevamento a raggi infrarossi, 2 miliardi di dollari di tecnologia in questo solo perimetro, sono costati il velivolo del comandante militare statunitense e le ferite subite da due membri dell’equipaggio.
Dempsey aveva appena lasciato Tel Aviv, dove aveva detto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: “Non posso conoscere tutte le capacità [di Israele], ma penso che sia giusto dire che potrebbe ritardare, ma non distruggere il potenziale nucleare iraniano“. Dempsey poi ha detto ai giornalisti presenti: “Confrontando l’intelligence, discutendo delle implicazioni regionali, abbiamo ammesso che i nostri orologi girano a ritmi diversi, dobbiamo capire gli israeliani, vivono con il sospetto costante, con il quale non abbiamo a che fare.” Ci sono quelli vicini al Presidente Obama che non accettano apertamente l’attentato a Dempsey, con la pubblica ammissione della complicità dei taliban. Tali dichiarazioni, che certamente costeranno caro in rappresaglie degli Stati Uniti, si trovano spesso sui siti internet privi di una connessione credibile a qualsiasi fonte islamica. Per alcuni statunitensi, l’attentato sembra essere una rappresaglia contro Dempsey, che per coincidenza, citava nella sua valutazione su Israele, il suo “costante sospetto.”
Le agenzie di stampa hanno sepolto il fallito attentato, sapendo che Dempsey è odiato da Netanyahu e rispettato dai taliban come “sincero e corretto“. Netanyahu anela i giorni in cui il generale Myers svolgeva il lavoro di Dempsey, sotto Bush (43), entrambi viziati e narcisisti, dei pupazzi prevedibili, il foraggio ideale per le macchinazioni di Netanyahu. Solo due settimane fa, pieno di speranza presidenziale, Mitt Romney, tornato da un viaggio all’estero con 60 milioni di dollari raccolti in Israele e Gran Bretagna, mentre era accompagnato dal boss dei Casinò Sheldon Adelson, le cui organizzazioni criminali di Las Vegas e della Cina, sono da tempo ritenute essere al centro della criminalità organizzata di tutto il mondo. Il gioco d’azzardo, la droga, la prostituzione, il riciclaggio di denaro e ora la guerra, stanno cercando il proprio presidente, e la guerra contro l’Iran è l’unico problema che guida la campagna statunitense. Romney, come governatore dello stato era, se non altro, alla “sinistra” del presidente Obama.
Il sostegno di Romney all’assistenza sanitaria e al controllo delle armi governativi, è totalmente opposto al nucleo centrale del Partito Repubblicano, la lobby delle armi e il racket medico. Romney si è trovato, tuttavia, anche se è illegale per un candidato statunitense, accettare denaro dall’estero; mentre era all’estero  e dall’estero, a casa di coloro che sono cittadini di altri paesi, si è sentito al di sopra della legge, nelle dolci e materne braccia media statunitensi controllati dagli israeliani. Ora, nuotando nel denaro illegale, parecchio dei banchieri di Londra, la sua pesca più interessante è stata la cena privata con i contrabbandieri di “diamanti insanguinati” di Tel Aviv, che gli hanno donato 25 milioni di dollari in una sola notte. Cruciale per i suoi successi finanziari, è la sua vita di lavoro a stretto contatto con la criminalità organizzata. La sua società di investimento, Bain, è stata finanziata inizialmente con i contanti degli squadroni della morte di El Salvador, molti anni fa. Questi investitori sono ancora al suo fianco, nonostante l’accusa di strage e corruzione. Bain Capital di Romney ricicla denaro e aiuta l’evasione fiscale aziendale con migliaia di conti bancari segreti in “zone franche” in tutto il mondo, miliardi di transazioni invisibili, profitti nascosti e “clienti” occulti.
Ora Romney ha trovato la “madre di tutte le cause“, vendendo la promessa di una guerra statunitense, combattuta dagli statunitensi, finanziata dagli statunitensi, con morti, sangue e crollo statunitensi, una guerra richiesta non dagli ebrei, ma dai gruppi delle organizzazioni criminali che operano attraverso il partito Likud d’Israele, dominato dai Fratelli Koch, dagli speculatori della benzina statunitensi, da Sheldon Adelson, la cui reputazione riempirebbe volumi, e da Rupert Murdoch, la cui organizzazione spionistica, come ormai è stato dimostrato, ha ricattato tre governi britannici, ed è probabile che abbia avuto anche più successo negli Stati Uniti, Germania, Canada, Australia e una dozzina di altre nazioni. Più imbarazzante per la Russia e gli Stati Uniti, è stata la capacità delle organizzazioni criminali di garantire le sanzioni contro l’Iran, quando entrambe le nazioni, col supporto dei rapporti ufficiali, hanno dichiarano con chiarezza totale che l’Iran non ha un programma nucleare. Ancora più imbarazzante per la Russia, che non ha posto il veto alle sanzioni all’Iran, come ha fatto con la sua alleata Siria, è il fatto che il programma nucleare pacifico dell’Iran è costruito quasi totalmente con tecnologia russa, con un reattore nucleare russo e 3000 tecnici russi.
Le dichiarazioni di Obama contraddicono direttamente la National Intelligence Estimate degli USA. La stima ha dichiarato che l’Iran non ha un programma nucleare. Putin ha allo stesso modo ignorato non solo i suoi servizi segreti, ma il fatto che la Russia sta costruendo il reattore iraniano ed ha 3000 tecnici in Iran, i quali probabilmente non sono del tutto sordi e ciechi. Obama non ha alcun diritto razionale di dirsi all’oscuro. Il suo comportamento è simile a quello nel campo di gioco, tutti gli altri bambini giocano sporco, e si sente in diritto di fare lo stesso. In questo caso, tuttavia, quando si sa che la falsità può finire con una guerra distruttiva, e si è d’accordo per paura di ritorsioni da parte di un ex venditore di mobili (Netanyahu) o del boss del gioco d’azzardo, la reale importanza della presidenza viene messa in dubbio. Un problema di cui nessuno farà menzione è il comportamento di Putin a Tel Aviv, il sostegno alle rivendicazioni di Netanyahu sulle violazioni da parte dell’Iran di accordi, basandosi su null’altro che le dichiarazioni di uno dei più noti bugiardi patologici al mondo. Cosa ha detto il venditore di mobili fallito di Philadelphia a zio Vladimir?
Nessuno dei due leader ha affrontato il semplice fatto, l’Iran ha il diritto di costruire tutto ciò che vuole, per qualsiasi motivo. Nello stesso modo, gli Stati Uniti, sotto Bush, si ritirarono dal trattato Anti-Ballistic Missile del 1972 e dalla partecipazione alla Corte Penale Internazionale a L’Aia. Quest’ultima, il ritiro dalla corte, è una vera e propria ammissione di complicità nei crimini di guerra dei principali funzionari degli Stati Uniti, che affrontano l’accusa e l’arresto in tutto il mondo. Se si dovesse essere onesti, l’intera amministrazione Bush è sotto una forma privilegiata di “arresti domiciliari“, come lo è in Gran Bretagna, Tony Blair. Tutti affrontano procedimenti penali e continuamente fanno piani per viaggiare, ma finiscono per annullarli, a volte per le proteste pubblica di giustizia o per evitare effettivamente l’arresto. Nonostante le sue dichiarazioni, anche con l’imminente elezione e la necessità di ripetere a pappagallo delle minacce infantili, per compiacere la stampa israeliana, come prerequisito, Obama ha messo in chiaro che non attaccherà l’Iran. E’ ora che il pubblico si renda conto che per essersi opposti alla guerra e concorrere contro Romney, un agente di una potenza straniera ostile e da lungo tempo affiliato alla criminalità organizzata, il presidente e le persone intorno a lui sono in grande pericolo. L’attentato accuratamente coreografato e molto pubblico alla vita del generale Dempsey è una cartolina del campo Adelson/Romney/Netanyahu.
Diverse risposte adeguate, RSVP per così dire, vengono in mente, alcune in parte fatali. Il presidente statunitense è davvero il leader del mondo libero, come spesso diciamo, se “due delinquenti” possono dettare la politica? Nonostante questa posizione, Obama controlla ben oltre il 80% del voto ebraico negli Stati Uniti dove, come sottolineato in un precedente articolo, gli studi hanno dimostrato che solo il 4% degli elettori ebrei negli USA percepisce l’Iran come una minaccia per Israele. Una parte importante per comprendere la criminalità organizzata, richiede lo studio delle sue origini, in particolare negli USA, nel corso del 19° secolo. Mentre Londra, fin dai primi giorni di quella che l’America credeva essere la libertà dal dominio britannico, in realtà gestiva l’economia americana, ed era a sua volta sottoposta al governo dei banchieri continentali. La Gran Bretagna, il colonizzatore del mondo era, a sua volta, null’altro che una cliente del gruppo Bauer/Rothschild che aveva sottoscritto la sterlina britannica. I gruppi criminali veri che guidano la politica statunitense si sono sviluppati tra le bande di immigrati che si insediarono nelle città statunitensi. C’erano bande di tedeschi, irlandesi, italiani ed ebrei. Tutto ciò che sopravvive oggi sono i resti della mafia, le bande ebraiche che gestiscono Washington e Wall Street, e le nuove minacce provenienti dal Kosovo e dall’Albania, l’ultimo giro d’immigrazione criminale in America. Con la piena collaborazione del direttore dell’FBI Hoover, avente il compito di proteggere gli USA dalle organizzazioni criminali, il governo si fece da parte, mentre ogni aspetto della vita statunitense, ogni necessità, dall’acqua all’elettricità alla medicina, senza omettere nulla, venne attaccato da gruppi criminali che ingrassavano traendo profitto da guerra, narcotici e, nel corso del proibizionismo, dalla vendita di alcol illegale.
Per decenni, i media degli USA furono incaricati di dare la colpa di tutti i mali agli italo-americani e ai sindacati corrotti, mentre gli USA divennero a poco a poco una colonia delle importanti famiglie di banchieri europei, che hanno creato guerre, soppresso tecnologie, manipolato valute, allevato e schiacciato mercati azionari ed economie nazionali e, alla fine, sono diventati come un idra, la bestia dalle tante teste della mitologia greca, che governa tutto. Che cosa ha attirato Adelson, Romney e anche Putin in Israele in questo momento critico, mentre il mondo si trova sull’orlo di una guerra nucleare per la Siria, è semplice. Ricordiamo la visita di Putin in Israele. Nessun cittadino israeliano ha parlato, nessuna preoccupazione è stata resa pubblica, no, una visita in Israele è una visita al “rifugio sicuro” della criminalità organizzata di tutto il mondo, che controlla e gestisce le grandi ricchezze del continente russo, come facilmente dirige la Gran Bretagna o fa danzare i suoi burattini di Washington, scartando leggi e tradizioni, e diventando un surrogato di bullo, non di una nazione, ma di un complotto criminale internazionale. Il linguaggio della politica deve essere sostituito dal linguaggio del crimine, mentre le soluzioni di ciò che viene interpretato come problema politico, sono e sono state a lungo una risposta alle devastazioni delle organizzazioni criminali. Non è che l’Iran sia l’unico obiettivo, semplicemente si punta al pubblico di riferimento delle Nazioni Unite, del Consiglio di sicurezza, su cui il controllo può essere esercitato, con una dimostrazione di pura potenza del male.
L’errore commesso da tanti è utilizzare i principi della geopolitica per descrivere la condizione del mondo, la continua entropia, la centralizzazione della ricchezza e il rapido deterioramento dei diritti umani, mentre imperversano guerre senza fine. Anche le classi colte sono alla ricerca di modelli e logiche per spiegare come 2000000000000000 dollari, rappresentati dal “debito derivato”, possano appesantire tutte le valute del mondo; una quantità impressionante creata da una mano invisibile attraverso un processo che non è sono ancora stati in grado di descrivere. Il debito, o come è noto negli ambienti criminali, lo “strozzinaggio”, è il business del mondo. Il controllo delle valute non è sufficiente, così i governi controllati, corrotti, minacciati, ricattati e comprati, distolgono lo sguardo, mentre la ricchezza e la speranza di un centinaio di generazioni viene rubata in una notte; poche righe di testo, alcuni dati sui computer e le future nostre generazioni vengono indicate, in quel momento, dai cittadini del mondo come “consumatori inutili“, come li ha descritti Henry Kissinger. Gli eserciti possono marciare, le forze aeree possono bombardare, i droni possono attaccare, ma niente di tutto questo è guerra o politica, né lo è stato per secoli. Questo è dove è arrivato il male.
Abbiamo scelto di giocare a scacchi, mentre i nostri avversari semplicemente mettono una pistola sul tavolo e svuotano le nostre tasche. Gli USA stanno vivendo questo, oggi, come apparirà  alle prossime elezioni. Pochissimi sfuggono alle notizie confezionate, scritte a Hollywood o a Washington o a Tel Aviv, dove la nostra vita politica è una produzione teatrale, una tragedia comica, senza l’ironia di Shakespeare. Questo è un governo con cui Sheldon Adelson, l’uomo che crede di essere il vero prossimo presidente degli USA, pensa di poter avviare la guerra, la conquista sistematica del Medio Oriente e dell’Asia centrale, facendolo per conto degli elementi criminali che alcuni chiamano Israele, un fatto che del tutto semplicemente dimostra il potere del male sul bene.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Hamas abbandona Damasco e Teheran

Marcelo Falak – Ambito

La linea di faglia settaria dimostrata dalla guerra civile siriana, sta provocando importanti cambiamenti in Medio Oriente, anche se lo spettacolo orrendo di cadaveri accumulati nei sobborghi di Damasco, Aleppo e in altre città, resta in secondo piano. Molto importante per le sue implicazioni, è il coinvolgimento del gruppo islamico Hamas, che inizia a prendere le distanze da Siria e Iran.
Il primo ministro di Hamas (acronimo in arabo per Movimento di Resistenza Islamico, che significa anche “ira”), Ismail Haniyeh, ha detto che non parteciperà al 16° vertice del Movimento dei Paesi Non Allineati, che si terrà a Teheran questa settimana. Il suo portavoce, Tahir al-Nanu, ha giustificato la decisione con la volontà di evitare la rivale dirigenza laica di Fatah in Cisgiordania, al fine di “non approfondire la divisione interna palestinese o ledere gli interessi del popolo palestinese“, secondo un dispaccio da Gaza dell’EFE.
E’ vero che il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) accettando l’invito dall’Iran, avrebbe dimostrato sicuramente, con la presenza di Haniyeh, la insormontabile rivalità intra-palestinese. Tuttavia, l’agenzia Quds aveva interpretato questo passo come una “protesta silenziosa” contro il crescente sostegno iraniano a Bashar al-Assad. Nel frattempo, l’Iran ha reagito all’annuncio dicendo che “nessun invito ufficiale della Repubblica Islamica è stato inviato al Primo Ministro di Hamas”, secondo il portavoce della riunione del NAM, Mohamed Reza Forqami.
Qualunque sia la verità, quello che è certo che Hamas, fino a poco tempo punta di lancia siriana e iraniana nella politica palestinese e nel conflitto con Israele, si allontana dai suoi vecchi mentori e finanziatori, e ciò influirà pesantemente sui prossimi passi e sulla sua forma futura.
Fino da quando Hamas è salito al potere, dopo la sua vittoria alle elezioni legislative palestinesi del 2006, il centro del potere nel movimento era nel suo ufficio a Damasco, diretto da Khaled Meshaal. Ma ottenendo il controllo del territorio di Gaza, scoppiò la guerra civile con l’espulsione dei militanti di Fatah dalla Striscia di Gaza e di Hamas in Cisgiordania, con la conseguente crescita della sua influenza anche su questo territorio, modificandone il quadro.
Come detto, la guerra civile in Siria aggiunge una componente chiave nel cambiamento della lealtà del gruppo islamico, il cui statuto prevede la distruzione di Israele.

Lotta etnica
Non sorprende che la lotta in Siria sia così prolungata e a somma zero, perché vi è una lotta tra sette etniche e religiose, una delle quali è rappresentata nel governo. In Tunisia e in Egitto il conflitto è stato più breve, più veloce la risoluzione“, ha detto ad Ámbito Financiero lo storico Bruce Maddy-Weitzman, nel corso di un recente incontro in Israele. Questo specialista del Centro Studi sul Medio Oriente e l’Africa Moshe Dayan, presso l’Università di Tel Aviv, ha detto che gli alawiti, una branca dello sciismo a cui appartiene al-Assad, con una presenza nel sud ma soprattutto sulla costa della Siria nord-occidentale, costituiscono oltre il 12% della popolazione di questo paese, contro i due terzi della maggioranza sunnita. Il resto sono drusi, cristiani e curdi. Secondo Maddy-Weitzman, l’attuale guerra civile tira fuori nel peggior modo un vecchio contenzioso: non è più sostenibile che una minoranza detenga il potere contro “la élite commerciale e intellettuale sunnita” che dovrebbe guidare il paese.
È d’accordo Meir Litvak, direttore del Centro per gli Studi iraniani di Tel Aviv. “In Siria non c’è una guerra di tutto il popolo contro il governo, ma della maggioranza sunnita contro la minoranza alawita, come i drusi e cristiani“, ha detto il giornalista. Un fatto che, a suo parere, è in linea con “la frattura principale che separa il mondo arabo: sunniti contro sciiti“, includendovi anche il ramo connesso dell’alavismo. Ciò spiega perché l’Iran, paese sciita che non fa parte del mondo arabo, ma è molto presente nella regione con il suo tradizionale sostegno ad Assad, ha serrato i ranghi e l’ha sostenuto saldamente nella sua spietata repressione. Litvak registra lo slittamento della lealtà muta ma fondamentale di Hamas, sunnita. “Finora il movimento era un alleato di Iran e Siria, ma oggi vediamo che supporta i sunniti (nella guerra civile di questi ultimi) e sta cambiando la sua posizione“, ha detto. Un’asfissia finanziaria colpirà Hamas? Per niente. Le sue altre fonti tradizionali di denaro fresco, i radicali islamici del Golfo, sono lungi dall’esaurirsi.
In questo contesto diventano suggestive le ripetute dichiarazioni del ministro degli esteri israeliano l’ultranazionalista Avigdor Lieberman. Ha detto che Abbas non ha più scuse per presentarsi come presidente dell’Autorità palestinese senza indire elezioni. Non senza ragione: il suo mandato è scaduto da tempo, e la mancanza di elezioni dovrebbe essere spiegata, in gran parte, sul presupposto che Hamas avrebbe vinto non a Gaza, ma in Cisgiordania, finora grande bastione di al-Fatah. Lieberman è andato oltre: ha detto che Abbas è il principale ostacolo a una ripresa dei colloqui di pace con i palestinesi, sarebbe bene che sia rimosso nelle nuove elezioni, essendo più pericoloso degli islamisti, una visione che ha confermato in un’intervista con il quotidiano Haaretz. Curioso: il senso comune internazionale lo vede come un moderato, accettando l’esistenza di Israele, a differenza di Hamas; quindi, qual’è il sottinteso di queste affermazioni?
Una possibile, dato il contesto ideologico del cancelliere, è che solo con la vittoria elettorale di Hamas si avrebbe una scusa perfetta per congelare a tempo indeterminato la riapertura dei negoziati, dando sfogo alle colonie israeliane in Cisgiordania. Unica possibilità? No. L’altra ha a che fare con il crescente consenso in Israele secondo cui Abbas non sia più rappresentativo e che nessun vero accordo di pace possa ignorare Hamas. Lo ritiene un altro esperto, Moti Cristal, membro per quasi un decennio delle squadre di negoziatori dell’Ufficio del Consiglio dei Ministri (da Yitzhak Rabin a Ehud Barak, a Shimon Peres e al primo mandato di Benjamin Netanyahu), oggi dedito ad attività indipendenti. “Nel 2000, in occasione degli ultimi negoziati a Camp David, Hamas non era un elemento così forte. Oggi non si può parlare con un altro gruppo che non sia esso“, ha detto ad Ámbito Financiero.

Domande
Ma come si fa a portare al tavolo dei negoziati un movimento politico e sociale con una ideologia islamista e un apparato ampiamente considerato, internazionalmente, terroristico? “Io non lo metto nel campo dei fondamentalisti. Quando vogliono negoziare con Israele sui prigionieri, per esempio, o con l’Egitto, lo fanno senza problemi. I musulmani negoziano per perseguire i propri interessi o fanno la guerra come tutti gli  altri“, ha detto cercando di cancellare dei pregiudizi radicati. “Furono i nostri nemici, erano molto, molto fondamentalisti e anti-israeliani, ma quando governano, come oggi, devono dare alla gente istruzione, fogne …  In questo contesto, il discorso religioso dura un minuto. I politici usano la religione per mobilitare il popolo, ma la religione non regna, regna solo la politica“, ha concluso, scommettendo su un inevitabile futuro di moderazione per Hamas.
Sarà che ha incontrato di nuovo la vecchia massima (spesso vera, ma esagerata, come altre verità assolute e fonti di delusioni dolorose) che la pace in Medio Oriente possono farla solo i duri; l’irritante Lieberman vuole continuare il percorso di Menahem Begin e Rabin? Impossibile dirlo.  L’unica certezza è che qualcosa di profondo sta cambiando nella regione. E si dovrebbe fare attenzione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Scenario israelo-statunitense: dividi la Siria, dividi il resto

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, Press TV – 14-08-2012

Quello che sta accadendo in Siria è un segno di ciò che accadrà nella regione. Il cambio di regime  in Siria non è l’unico obiettivo degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Dividere la Repubblica Araba di Siria è l’obiettivo finale di Washington, in Siria. L’inglese Maplecroft, specializzata nella consulenza sul rischio strategico, ha detto che stiamo assistendo alla balcanizzazione dello Stato siriano: “i curdi nel nord, i drusi nelle colline meridionali, gli alawiti nella regione costiera montagnosa nord-occidentale e la maggioranza sunnita altrove“.
Stiamo già sentendo gente come il consigliere della Casa Bianca, Vali Nasr, parlare di tutto questo. Le divisioni etniche e religiose in Siria non sono delimitate ai termini puramente geografici, e il processo di balcanizzazione potrebbe giocare come processo di libanizzazione, il che significa che la Siria sarà divisa lungo violente linee di faglia settarie e affronterà una situazione di stallo politico, come il Libano durante la guerra civile, ma senza una formale frattura. La libanizzazione, una forma morbida di balcanizzazione, ha già avuto luogo in Iraq sotto il federalismo.
Gli eventi in Medio Oriente e Nord Africa stanno vedendo l’animazione dei movimenti di massa contro i tiranni locali, come in Bahrain, Giordania, Marocco e Arabia Saudita, ma c’è anche lo scenario viziato del Piano Yinon d’Israele, e delle sue propaggini. Il Piano Yinon e schemi analoghi vogliono una artificiosa guerra sciita-sunnita tra i musulmani, come elemento centrale delle divisioni settarie, o Fitna in arabo, che includano l’animosità cristiano-musulmana, arabo-berbera, arabo-iraniana, arabo-turca e turco-iraniana.
Ciò che questo processo si propone di fare, è suscitare odio settario, divisioni etniche, razzismo e  guerre di religione. Tutti i paesi che gli Stati Uniti e i loro alleati stanno destabilizzando hanno naturali linee di demarcazione, e quando le animosità tribali, etniche, confessionali e religiose si accendono in un paese, trascinano altri paesi. I problemi in Libia si sono riversati in Niger e in Ciad ed i problemi in Siria si sono riversarsi in Turchia e Libano.
L’Egitto è il luogo delle correnti rivoluzionarie e contro-rivoluzionarie che hanno mantenuto la più grande potenza araba impegnata nel mantenere la propria attenzione sulla politica interna. Mentre l’Egitto affronta sconvolgimenti interni, gli Stati Uniti stanno tentando di contrapporre i militari del paese e la Fratellanza Musulmana, gli uni contro l’altra. Prima, gli sconvolgimenti nel Sudan,  formalmente balcanizzato da Tel Aviv e Washington attraverso la manipolazione della politica delle identità, che hanno portato alla secessione del Sud Sudan. La Libia è stata neutralizzata e divisa da vari gruppi. La libanizzazione, come accennato in precedenza, ha messo radici in Iraq con il governo regionale del Kurdistan (KRG)  supportato dall’estero – in particolare con gli aiuti di Stati Uniti, Europa Occidentale, Israele e Turchia – comincia ad agire sempre di più come se l’Iraq del Nord o Kurdistan iracheno sia un paese separato dal resto dell’Iraq.
Di Dore Gold, presidente del Jerusalem Center for Public Affairs e consigliere del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, vale la pena citare il punto di vista: “Quello che succede in Siria è che il Medio Oriente sta andando a pezzi, una nuova forma di caos sostituisce ciò che esisteva.” Questo, naturalmente, fa parte del wishful thinking dei responsabili politici israeliani che hanno interesse nel vederlo. Originariamente, la posizione di Tel Aviv è stata ignorata quando la crisi in Siria era iniziata, ma è chiaro ora che Israele ha interesse nel vedere la Siria frammentata e in uno stato di continua guerra civile. Questo è ciò che il Piano Yinon e i suoi succedanei hanno sottolineato come obiettivi strategici di Israele, in Siria e in Libano.

Nazionalismo curdo
La Siria, come l’Iraq, può essere vista come un punto di pressione chiave nel Medio Oriente. Smantellando entrambe, si avrà il tracollo regionale. Se le cose peggioreranno in Siria, l’Iraq sarà ancor più fragile, facendo ribollire la regione come un vulcano geo-politico. Per coloro che hanno dubbi sul fatto che gli Stati Uniti stanno alimentando le fiamme di un fuoco per far fondere il Medio Oriente, o che gli eventi in Siria stiano cominciando ad avere ramificazioni regionali, hanno solo bisogno di guardare la regione del Kurdistan. Combattenti nazionalisti curdi hanno iniziato a mobilitarsi in Siria e in Turchia, e le truppe turche sono state attaccate da loro. Il governo regionale del Kurdistan (KRG) ha iniziato a prendere misure più importanti, cosa che indica la sua indipendenza dall’Iraq.
In Iraq, il KRG è essenzialmente uno stato de facto con propri parlamento, bandiera, esercito, regime dei visti, forze armate, polizia e leggi. In violazione delle leggi nazionali irachene, il KRG ha anche fatto in proprio accordi illegali su armi e petrolio con i governi ed enti stranieri, senza nemmeno notificarli al governo di Baghdad. Inoltre, il KRG ha addirittura impedito alle truppe irachene di recarsi nel confine iracheno di nord-ovest con la Siria, per assicurarsi la fine del contrabbando di armi e dell’illegalità. La Turchia, che mantiene stretti legami con il KRG, incoraggia anch’essa questo comportamento e ha anche trattato il KRG come governo nazionale, avendo contatti diplomatici senza consultare il governo iracheno di Baghdad. I capi del governo regionale del Kurdistan stanno anche permettendo che il loro paese sia utilizzato come base operativa del Mossad contro la Siria e l’Iran.
Ironia della sorte, la Turchia ha avvertito che ci vorrà un’azione militare contro i separatisti curdi in Siria, mentre Ankara sostiene le tendenze separatiste del KRG e la divisione della Siria. Oltre a creare tensioni tra i governi turco e iracheno, ciò ha avuto conseguenze in Turchia. Il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) ha iniziato a rimobilitarsi. Il PKK ha affermato che controlla il Distretto Semdinli (Semzinan) nella Provincia turca di Hakkari, e scontri sono scoppiati nel sud-est della Turchia. Le perdite hanno cominciato ad aumentare tra le truppe turche e le forze di sicurezza hanno iniziato ad affrontare attacchi. La legge marziale è stata dichiarata nella provincia di Hakkari, secondo la stampa turca. La Turchia stessa ora affronta lo scontro diretto con le forze antigovernative, mentre appare incapace di governare il proprio territorio. Un deputato del Partito Repubblicano del Popolo, dell’opposizione turca, è stato rapito dal PKK. Il primo ministro turco Erdogan ha cercato di incolpare la Siria per l’esplosione delle lotte nelle zone curde della Turchia, ma omette il fatto che le violenze in Turchia sono il risultato diretto delle interferenza turche in Siria. Se già non le hanno, le armi che Erdogan sta inviando in Siria, alla fine, troveranno la via del ritorno in Turchia, dove saranno utilizzate dalle forze antigovernative.

Gli obiettivi di Tel Aviv in Libano: un secondo fronte levantino è stato aperto?
Il caso dell’attacco al bus turistico israeliano in Bulgaria è inquietante, a dir poco. Ciò che colpisce dell’incidente, è che Israele ha incolpato immediatamente Hezbollah e l’Iran, nemmeno a un’ora dall’attacco, quando le indagini erano in corso. Ciò che  è degno di nota è che i funzionari, appena poche settimane prima, a Tel Aviv, minacciavano di attaccare di nuovo il Libano, dicendo che avrebbero distrutto totalmente il Libano in una terza guerra israelo-libanese. I commenti israeliani sono stati fatti dal brigadier-generale Hertzi Halevy, comandante della 91.ma Divisione di Tel Aviv, appena una settimana prima del sesto anniversario della vittoria di Hezbollah contro Israele nella guerra del 2006 tra Israele e Libano. Halévy e altri leader israeliani hanno ripetutamente minacciato di ridurre in cenere  il Libano, lanciando un attacco a tutto campo.
Gli alleati della Siria sono tutti sotto pressione in un ambiente da guerra multi-dimensionale. Iran, Russia, Libano, Iraq e palestinesi vengono messi sempre più sotto pressione, per abbandonare i loro alleati siriani. Le minacce israeliane mirano a mettere pressione psicologica su Libano e Hezbollah, utilizzando i media per espandere l’assedio politico, psicologico, economico, diplomatico e d’intelligence contro la Siria in Libano. Le sanzioni statunitensi contro la Siria stanno già investendo l’Iran ed Hezbollah, e le banche libanesi hanno dovuto affrontare attacchi informatici e le pressioni di Washington e dei suoi alleati.

Guardando l’orizzonte del futuro: arriva l’arco dell’instabilità degli USA?
L’assedio della Siria sponsorizzato dagli USA fa parte dei loro tentativi di dividere l’Eurasia e mantenere il loro primato mondiale da superpotenza. Washington non ha pietà per i suoi amici o i suoi nemici, paesi come la Turchia e l’Arabia Saudita alla fine saranno utilizzati come carne da cannone. Gli strateghi statunitensi vogliono che l’area che va dal Nord Africa e Medio Oriente al Caucaso, all’Asia centrale e all’India sia trasformata in un buco nero in guerra, nei “Balcani eurasiatici” à la Brzezinski.
Gli arabi, l’Iran e la Turchia sono sul bordo di un grande conflitto, perché gli Stati Uniti stanno perdendo il loro status di superpotenza. Tutto ciò che rimane dello status di superpotenza di Washington è la sua potenza militare. Verso la fine della sua vita relativamente breve, l’Unione Sovietica aveva solo la forza militare. L’Unione Sovietica aveva sperimentato le tensioni sociali ed era in declino economico, prima che sprofondasse. La situazione per gli Stati Uniti non è molto diversa, se non peggiore. Washington è spezzata, socialmente divisa, sta diventando razzialmente polarizzata, e la sua influenza internazionale è in rapido declino. Le élite USA, tuttavia, sono determinate a resistere a ciò che sempre più appare come la fine dello status di arrogante superpotenza del loro paese e del loro impero.
Incendiare l’Eurasia con la sovversione, sembra essere la risposta di Washington per impedire il proprio declino. Gli Stati Uniti prevedono di accendere un grande incendio dal Marocco e dal Mediterraneo fino ai confini della Cina. Questo processo è stato sostanzialmente iniziato dagli Stati Uniti attraverso la destabilizzazione di tre diverse regioni: Asia Centrale, Medio Oriente e Nord Africa. I primi passi che gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO e arabi hanno fatto per fare ciò, non sono stati fatti in Siria. In Medio Oriente, questo processo è iniziato con l’assedio dell’Iraq, che alla fine ha portato all’invasione anglo-statunitense e all’occupazione del paese nel 2003. In Asia centrale, il processo avviato con la destabilizzazione dell’Afghanistan durante la Guerra Fredda, e il sostegno degli Stati Uniti alle lotte tra frazioni diverse, tra cui coloro che sarebbero diventati i talebani; il 9/11 ha soltanto dato agli Stati Uniti e ai loro alleati della NATO la possibilità di invaderla. In Nord Africa, infine, gli USA e Israele hanno balcanizzato il Sudan attraverso anni di pressioni e di operazioni segrete.
Nelle tre regioni di cui sopra, oggi vediamo la seconda ondata di destabilizzazione. In Asia centrale, la guerra in Afghanistan si è estesa in Pakistan, grazie alla NATO. Ciò ha dato modo al termine “AfPak” di descrivere l’Afghanistan e il Pakistan come un teatro. In Nord Africa, la Libia è stata attaccata nel 2011 dalla NATO, e la Jamahiriya è stata sostanzialmente divisa dai vari gruppi. In Medio Oriente, questa seconda ondata di operazioni di destabilizzazione mira alla Repubblica araba siriana,  in continuazione di ciò che è accaduto in Iraq. Washington sembra sognare questo scenario: le rivolte curde che si svolgono in Siria, Turchia, Iraq e Iran; le guerre civili settarie che consumano Iraq, Libano, Siria, Turchia e lo Yemen in fiamme; l’instabilità e la guerriglia in Algeria, Egitto, Libia, Pakistan e Sudan; berberi e arabi che si combattono l’un l’altro in tutto il Nord Africa, insicurezza e incertezza politica diffuse in Asia centrale, una guerra nel Caucaso meridionale che consuma Georgia, Armenia e Repubblica di Azerbaigian; rivolte innescate tra balcari, ceceni, circassi, daghestani, ingusci e altri popoli locali caucasici contro la Russia, nel Caucaso del Nord, il Golfo Persico zona di instabilità e la Russia ai ferri corti con l’Unione europea e la Turchia. Tale incendio viene costantemente alimentato da Washington. In definitiva, tutto questo è destinato a distruggere alcune delle rotte energetiche più importanti del mondo, per colpire i rifornimenti energetici delle economie della Cina, delle grandi potenze europee, dell’India, del Giappone e della Corea del Sud. Questo potrebbe costringere l’Unione europea a diventare più militarista, nella disperazione di salvare la sua economia.
Tale scenario potrebbe essere pericoloso per la Russia che fornisce energia, così come per gli stati dell’OPEC, che dovrebbero scegliere tra la UE e la Cina, se ci saranno carenze energetiche. Una guerra per le risorse – come la Prima Guerra Mondiale – potrebbe essere avviata portando alla rovina una gran parte dell’Africa e tutte le regioni industrializzate dell’Eurasia. Ciò accadrebbe mentre gli Stati Uniti resterebbero nell’emisfero occidentale, guardando da una distanza di sicurezza, proprio come hanno fatto durante la Prima Guerra Mondiale e la Seconda Guerra Mondiale, prima che passassero per raccogliere i pezzi, quali beneficiati economici di una guerra devastante.

Pluripremiato autore e analista geopolitico, Mahdi Darius Nazemroaya è autore di The Globalization of NATO (Clarity Press) e di un libro di prossima uscita The War on Libya and the Re-Colonization of Africa. Ha anche contribuito a diversi altri libri che vanno dalla critica culturale alle relazioni internazionali. È un sociologo e ricercatore associato presso il Centre for Research on Globalization (CRG), collaboratore presso la Strategic Culture Foundation (SCF) di Mosca e membro del Comitato Scientifico di Geopolitica, Italia. Ha anche affrontato le questioni del Medio Oriente e delle relazioni internazionali su diverse reti televisive, tra cui al-Jazeera, Telesur e RussiaToday. I suoi scritti sono stati tradotti in più di venti lingue. Nel 2011 è stato insignito del Primo Premio Nazionale del Circolo della Stampa messicano, per il suo lavoro nel giornalismo investigativo internazionale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Arabia Saudita: Ballando sulle note d’Israele

Kourosh Ziabari Eurasia Review 14 aprile 2012

Il fatto che il Regno dell’Arabia Saudita abbia aderito al triangolo vizioso Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna per destabilizzare la Repubblica islamica dell’Iran per fare pressione su Teheran per il suo programma nucleare, non è più un segreto. I funzionari sauditi hanno apertamente dichiarato la loro opposizione all’accesso dell’Iran all’energia nucleare civile ed hanno anche pubblicamente promesso di compensare la quantità di petrolio greggio, che gli Stati membri dell’UE perderanno dopo aver imposto l’embargo multilaterale sul petrolio dell’Iran, visto come un tentativo per costringere l’Iran a cedere i suoi diritti nucleari.
I sauditi sono ufficialmente considerati tra gli stati musulmani che non riconoscono il regime israeliano, tuttavia, non hanno esitato a pubblicizzare i loro legami con i funzionari israeliani nel corso degli ultimi anni, soprattutto quando si tratta della loro cooperazione con Tel Aviv contro l’Iran. Allearsi con il regime sionista e tradire un amico musulmano con cui avevano a lungo mantenuto legami saldi e ragionevoli, può essere considerato una manifestazione degli errori di calcolo dei sauditi e un’analisi errata della posizione dell’Iran nella comunità internazionale, una posizione che è stata rafforzata dalla partecipazione inaspettatamente massiccia degli iraniani, in occasione delle recenti elezioni parlamentari ai primi di marzo, mostrando la solidarietà e la fermezza del popolo di fronte alle dure sanzioni economiche e alle paralizzanti pressioni politiche.
Recenti rapporti di WikiLeaks suggeriscono che i funzionari sauditi abbiano lavorato a stretto contatto con il Mossad per aumentare la pressione contro l’Iran e le attività di intelligence sul programma nucleare del paese. Le e-mail di Stratfor (una di società d’intelligence globale del Texas) sono trapelate su Wikileaks e sono state riprese dal quotidiano di Beirut al-Akhbar; esse hanno rivelato che l’Arabia Saudita si è unita al Mossad, che aiuta il regno con, come riferisce al-Akhbar, la “raccolta di informazioni e di consigli contro l’Iran.” Secondo una fonte citata nelle e-mail, “Alcuni intraprendenti ufficiali del Mossad, sia in pensione che operativi, stanno vendendo ai sauditi ogni sorta di apparecchiature di sicurezza, d’intelligence e di consulenza.” Ci sono anche rapporti credibili che indicano che il capo del Mossad avrebbe recentemente visitato l’Arabia Saudita, parlato ai funzionari sauditi circa i possibili piani per attaccare gli impianti nucleari iraniani e circa il ruolo che la nazione araba potrebbe svolgere in questo pericoloso scenario anti-iraniano.
Come scritto da Haaretz,i colloqui in Arabia Saudita del capo dell’agenzia di spionaggio d’Israele, hanno affrontato l’Iran e il suo programma nucleare. Il resoconto segue una serie di recenti relazioni sul rafforzamento della cooperazione segreta tra Israele ed i sauditi, compreso il coordinamento della difesa sulle questioni relative alla possibile azione militare contro gli impianti nucleari iraniani.” Un altro rapporto dal Times di Londra ha rivelato che, nel 2010, nel corso di un’esercitazione militare saudita, le operazioni della difesa aerea furono interrotte per alcune ore, per provare uno scenario in cui aerei da combattimento israeliani avrebbero attraversato lo spazio aereo saudita, durante un attacco contro l’Iran. Altri media indipendenti riferiscono, e inoltre confermano, che aerei ed elicotteri delle forze aeree israeliane sarebbero recentemente sbarcati in Arabia Saudita allo scopo di posizionarvi attrezzature belliche da utilizzare in un possibile attacco contro l’Iran. In realtà, è uno dei piani degli ufficiali israeliani per utilizzare lo spazio aereo dell’Arabia Saudita, il vicino a sud-ovest dell’Iran, per lanciare un attacco contro le installazioni nucleari del paese a cui, apparentemente, i sauditi non sono riluttanti a dare il via libero a Tel Aviv, al riguardo.
In retrospettiva, i funzionari sauditi hanno espressamente ed esplicitamente denunciato il programma nucleare iraniano e invitato i funzionari degli Stati Uniti ed europei a stringere il cappio delle sanzioni economiche sul loro vicino  musulmano, come se non fossero a conoscenza del fatto che molti dei report del NIE e dell’AIEA abbiano confermato che l’Iran non cerca, e non cercava, armi nucleari, e che non ha mai deviato dalla strada percorsa per usare la tecnologia nucleare per scopi pacifici. Due anni fa, in una conferenza stampa congiunta con il suo omologo statunitense, il ministro degli esteri saudita, principe Saud al-Faisal, aveva detto che le sanzioni economiche non possono garantire che l’Iran si ritiri dal suo programma nucleare, e che una soluzione più efficace era necessaria per via delle “minacce poste dalle ambizioni nucleari dell’Iran“. Al-Faisal descrisse le sanzioni come una soluzione a lungo termine e disse che la minaccia proveniente dall’Iran era imminente. “Vediamo la questione nel più breve termine, perché siamo più vicini alla minaccia. Abbiamo bisogno di un’immediata risoluzione, piuttosto che di una risoluzione graduale“, disse. Il principe saudita non aveva specificato alcuna risoluzione a breve termine, ma sembrava che la sua opzione implicita, che non aveva escluso, fosse un intervento militare contro l’Iran.
I sauditi stanno anche cercando di convincere gli Stati Uniti e l’Europa che il programma nucleare iraniano rappresenta una minaccia alla loro sicurezza e che dovrebbe essere ostacolato al più presto possibile. Ecco perché molti funzionari statunitensi ed europei, nei loro incontri bilaterali con i funzionari sauditi, dicono che un “Iran nucleare” sarebbe dannoso per la sicurezza del Golfo Persico. “Io capisco che il mondo arabo non possa permettere che l’Iran continui a sviluppare armi nucleari“, aveva detto Frank-Walter Steinmeier, il leader del partito d’opposizione nel parlamento tedesco ed ex ministro degli esteri, in una riunione di febbraio con il ministro degli esteri saudita Saud al-Faisal.
L’ostilità del regno saudita verso l’Iran, tuttavia, è andato al di là della superficie. Nei mesi scorsi, quando la retorica bellica e per le sanzioni economiche contro Teheran fluttuava nell’aria, i funzionari sauditi avevano inviato il segnale di esser pronti a compensare eventuali carenze che potessero colpire il mercato del petrolio greggio, dopo che i ministri degli esteri degli Stati membri dell’UE raggiunsero un accordo per imporre l’embargo petrolifero contro l’Iran, che entrerà in vigore all’inizio di luglio. Secondo un rapporto di Associated Press, il ministro del petrolio dell’Arabia Saudita aveva detto il 14 marzo che il suo paese e altri paesi esportatori di petrolio, erano pronti a compensare eventuali carenze degli approvvigionamento a causa della volatilità dei mercati, un apparente riferimento alla prova di forza con l’Iran sul suo programma nucleare.
In ogni caso, la posizione che Riyadh ha adottato nei confronti di Teheran è assolutamente in linea con le politiche anti-iraniane del regime israeliano. Ballano sulle note di Israele ed eseguono ciò che Tel Aviv desidera di più: isolare l’Iran, aumentando le pressioni contro il popolo e creando discordia al suo interno, per spingerlo a ribellasi al proprio governo. Tuttavia, ciò che è chiaro è che tali pressioni non possono mettere in ginocchio gli iraniani e svelano soltanto il vero volto dei nemici di questa nazione. Nel corso dei tre decenni dalla vittoria della rivoluzione islamica, l’Iran è stato costantemente bersaglio delle ostilità e dell’aggressività delle superpotenze mondiali e dei loro alleati, per cui le recenti politiche antagoniste e l’ostilità dell’Arabia Saudita non sono nulla di nuovo o sorprendente.

Kourosh Ziabari è un corrispondente iraniano, giornalista freelance e intervistatore. Lui è stato premiato in Finlandia da Ovi Magazine e dal Foreign Policy Journal. E’ un membro della rete Tlaxcala dei traduttori per la diversità linguistica (Spagna). E’ anche membro World Student Community for Sustainable Development (WSC-SD). Gli articoli di Kourosh Ziabari sono apparsi in un certo numero di siti canadesi, belgi, italiani,  francesi e tedeschi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La conquista statunitense dell’Africa: Il ruolo di Francia e Israele

Introduzione di Cynthia McKinney
Mahdi Darius Nazemroaya e Julien Teil, Global Research, 6 Ottobre 2011

Introduzione: l’”Operazione Gladio” Ieri e oggi …
Comincerò con lo scandalo dell’Operazione Gladio che culminò nell’omicidio dell’ex Primo Ministro italiano, Aldo Moro, che nel giorno del suo rapimento, doveva annunciare un governo di coalizione che includeva il Partito comunista italiano.
Un leader del Partito della Democrazia Cristiana a quel tempo, Francesco Cossiga, ammette nel documentario della BBC Timewatch del 1992 sull’Operazione Gladio, che aveva scelto di “sacrificare” Moro “per il bene della Repubblica.” Non diversamente dagli omicidi mirati cui il governo degli Stati Uniti si impegna in tutto il mondo, in cui qualcuno emette decisioni extra-giudiziarie su chi vive e chi muore. Nel documentario in tre parti, Cossiga afferma che la decisione ha fatto divenire i suoi capelli bianchi.
L’Operazione Gladio è il brutto racconto reale della decisione del governo degli Stati Uniti di assumere i membri dell’apparato statale di sicurezza di vari paesi europei, e in collaborazione con gli alleati, seminare il terrore tra cittadini innocenti, facendo esplodere stazioni ferroviarie, sparare sui clienti nei negozi, e persino uccidere agenti di polizia, al fine di convincere le popolazioni dell’Europa a rinunciare ai propri diritti, in cambio di alcune misure di sicurezza e di un maggiore potere dello stato.
Sì, l’Operazione Gladio, insieme con l’Operazione Northwoods e la politica statunitense verso la Libia, ci mostra che gli Stati Uniti sono disposti a creare gruppi terroristici per giustificare la lotta contro i terroristi! Purtroppo, questo è diventato il modus operandi del nostro governo in Afghanistan e Pakistan, Europa e Africa. E il governo degli Stati Uniti, dopo il 11/9/01, è diventato il “laboratorio di Gladio” delle politiche statali che stracciano le leggi degli Stati Uniti, fanno a brandelli il diritto e mente all’opinione pubblica.
L’inizio della fine dell’Operazione Gladio si è verificata quando l’esistenza del programma degli Stati Uniti venne rivelato. Tipicamente, invece di fermarsi su tale follia, gli europei si unirono alla creazione di molteplici altre “Operazioni Gladio“. Collocato in questo contesto, la seconda parte della serie in quattro parti di Mahdi Darius Nazemroaya che rivela come la politica degli Stati Uniti in Libia, sia proprio in linea con le azioni degli Stati Uniti nel passato. A mio parere, la Libia non sarà l’ultima occasione per tali attività illegali, a meno che non fermiamo il nostro governo.
Insieme al francese documentarista Julien Teil, Nazemroaya tesse lo scenario ‘incredibile-ma-vero’ dei presunti terroristi finanziati dagli US, ricercati dall’Interpol, e che divennero i protagonisti principali del genocidio della NATO che si svolge attualmente in Libia.

Cynthia McKinney, 1 ottobre 2011.

Cynthia McKinney è un ex membro del Congresso degli Stati Uniti, che è stata eletta in due diverso distretti federali della Georgia, per la Camera dei Rappresentanti USA, nel 1993-2003 e nel 2005-2007, come membro del Partito Democratico degli Stati Uniti. E’ stata anche la candidata alla presidenza, nel 2008, del partito dei Verdi. Mentre era al Congresso degli Stati Uniti, ha operato nella Commissione Finanze e Banche degli Stati Uniti, nel Comitato per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti (in seguito ribattezzato Comitato sulle Forze Armate degli Stati Uniti), e nel comitato per gli affari esteri negli Stati Uniti (in seguito ribattezzato comitato sulle relazioni internazionali degli Stati Uniti). Ha anche operato  nella sottocommissione per le relazioni internazionali degli Stati Uniti sulle  operazioni internazionali e i diritti umani. McKinney ha  condotto due missioni in Libia e anche recentemente terminato un tour nazionale  negli Stati Uniti, sponsorizzata dalla Coalizione ANSWER, sulla campagna di bombardamenti della NATO in Libia.

Ordine dal Caos?
Una ripetizione del disordine e del pandemonio generato in Afghanistan è in cantiere per il continente africano. Gli Stati Uniti, con l’aiuto di Gran Bretagna, Pakistan e Arabia Saudita, hanno creato i brutali taliban e poi, alla fine, combattere una guerra contro i suoi alleati taliban. Allo stesso modo, in tutta l’Africa, gli Stati Uniti e i loro alleati, stanno creando una nuova serie di futuri nemici da combattere, ma dopo aver inizialmente lavorato con essi o utilizzandoli per seminare i semi del caos in Africa.
Washington ha letteralmente aiutato le insurrezioni con finanziamenti e progetti di cambiamento di regime in Africa. “Diritti umani” e “democratizzazione” sono utilizzati anche come  cortina fumogena del colonialismo e della guerra. I cosiddetti diritti umani e le organizzazioni umanitarie, sono ormai partner in questo progetto imperialista contro l’Africa.

Francia e Israele: sono le outsourcing di Washington  per le operazioni sporche in Africa?
L’Africa è solo un fronte internazionale per un sistema imperiale in espansione. I meccanismi di un vero e proprio sistema globale imperiale sono al lavoro in questo senso. Washington agisce attraverso la NATO e dei suoi alleati in Africa. Ognuno degli alleati e dei satelliti di Washington, ha un ruolo specifico da svolgere in questo sistema globale dell’impero. Tel Aviv ha svolto un ruolo molto attivo nel continente africano. Israele è stato uno dei principali sostenitori del Sud Africa durante il regime dell’apartheid. Tel Aviv ha anche aiutato a contrabbandare armi in Sudan e in Africa orientale, per balcanizzare quella grande nazione africana, contribuendo alla destabilizzazione dell’Africa orientale. Gli israeliani sono stati molto attivi in Kenya e Uganda. Israele è stato presente ovunque ci fossero conflitti, compresi quelli relativi ai diamanti insanguinati.
Israele sta ora lavorando con Washington per stabilire l’egemonia totale sul continente africano. Tel Aviv è attivamente coinvolto – attraverso i suoi legami commerciali e le operazioni di intelligence – per garantire i contatti e gli accordi richiesti da Washington per l’estensione dei suoi interessi in Africa. Uno dei principali obiettivi di Washington è interrompere lo sviluppo dell’influenza cinese in Africa. Israele e i think-tank israeliani, hanno anche svolto un ruolo importante nel plasmare il geo-stratagemma degli Stati Uniti in Africa.
La Francia, come un ex padrone coloniale e potenza in declino, invece, è sempre stata un rivale e concorrente di Washington nel continente africano. Con l’aumento dell’influenza di potenze non tradizionali in Africa, come la Repubblica popolare cinese, sia Washington che Parigi hanno previsto modalità di cooperazione. Sul più ampio palcoscenico globale, questo è anche evidente. Sia gli Stati Uniti che molte delle maggiori potenze dell’Unione europea, considerano la Cina e le altre potenze emergenti come una minaccia globale. Hanno deciso di porre fine alla loro rivalità e di lavorare insieme. Così, un accordo tra Washington e l’Unione europea è stato preso, portando ad alcune forme di integrazione politica. Questo consenso può anche essere stato prodotto dalla crescente influenza degli Stati Uniti in capitali europee. In ogni caso, è stato potenziato dall’inizio della presidenza di Nicolas Sarkozy, nel 2007.
Il presidente Sarkozy non ha perso tempo spingendo per la reintegrazione della struttura di comando militare francese in seno alla NATO. Le conseguenze di questa azione ha portato alla subordinazione dei militari francesi al Pentagono. Nel 1966, il presidente Charles de Gaulle trasse fuori dalla Nato le forze francesi e rimosse la Francia dalle strutture di comando militare della NATO, come mezzo per mantenere l’indipendenza francese. Nicolas Sarkozy ha invertito tutto ciò. Nel 2009, Sarkozy ha ordinato che la Francia si unisse alla struttura di comando militare integrato della NATO. Nel 2010, ha anche firmato un accordo per iniziare la fusione dei militari inglesi e francesi.
Nel continente africano, Parigi è un luogo speciale o di nicchia nel sistema dell’impero globale statunitense. Questo ruolo è quello di un gendarme regionale in Nord Africa, Africa occidentale, Africa centrale, e in tutti i paesi che erano ex colonie francesi. Il ruolo speciale della Francia, in altre parole, è dovuto alla sua storia e all’attuale, anche se calante, posizione della Francia in Africa, in particolare attraverso la “Françafrique.” L’Unione del Mediterraneo, che Sarkozy ha lanciato ufficialmente, è un esempio di questi interessi francesi in Nord Africa.
Il National Endowment for Democracy (NED) ha inoltre lavorato con la Federazione Internazionale dei Diritti Umani (Fédération internationale des ligues des droits de l’Homme, FIDH) della Francia La FIDH è ben consolidata in Africa. Il NED ha essenzialmente esternalizzato verso il FIDH il suo lavoro nel manipolare e controllare i governi, i movimenti, le società e gli stati africani. E’ stata la FIDH e la Lega libico per i diritti umani (LLHR) affiliata, che hanno contribuito a orchestrare i vari pretesti per la guerra della NATO contro la Libia, approvata dal Consiglio di sicurezza attraverso dichiarazioni infondate e false.

Il National Endowment for Democracy e la sua Partnersip con la Federazione Internazionale dei Diritti Umani in Africa
In seguito all’elezione di Nicolas Sarkozy nel 2007 a leader della Repubblica francese, la Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH) ha iniziato a sviluppare una vera e propria partnership con il National Endowment for Democracy. Entrambe le organizzazioni sono anche partner in seno al Movimento Mondiale per la Democrazia. Carl Gershman, presidente del NED, si recò in Francia nel dicembre 2009 per incontrare la FIDH e approfondire la collaborazione tra le due organizzazioni, e anche per discutere dell’Africa. [1] Ha anche incontrato persone che sono sono considerati come lobbisti  pro-Israele in Francia.
La partnership tra la FIDH e la NED è per lo più basata in Africa e nel mondo arabo, dove si interseca. Queste partnership operano in una zona che comprende paesi come la Costa d’Avorio (Costa d’Avorio), il Niger, e la Repubblica Democratica del Congo. Il Nord Africa, che comprende la Libia e Algeria, è stata una determinata area focalizzata dalla FIDH, dove Washington, Parigi e la NATO hanno chiaramente grandi ambizioni.
La FIDH, che è direttamente coinvolta nel lancio della guerra contro la Libia, ha ricevuto anche finanziamenti diretti, sotto forma di sovvenzioni, dal National Endowment for Democracy per i suoi programmi in Africa. Nel 2010, una sovvenzione di 140.186 dollari del NED (Stati Uniti) è stata uno degli ultimi importi indicati dalla FIDH per il suo lavoro in Africa. [2] Il NED è stato anche uno dei primi firmatari, insieme con la Lega libica per i diritti umani (LLHR) e l’osservatorio delle Nazioni Unite, a chiedere l’intervento internazionale contro la Libia. [3]

AFRICOM e la strada post-9/11 verso la conquista dell’Africa
Nel 2002, il Pentagono ha iniziato importanti operazioni volte a controllare militarmente l’Africa. Questo ebbe la forma del Pan-Sahel Initiative, che è stata lanciata dal Comando europeo degli Stati Uniti (EUCOM) e dall’US Central Command (CENTCOM). Sotto la bandiera di questo progetto, l’esercito statunitense avrebbe addestrato le truppe di Mali, Ciad, Mauritania e Niger. I piani per stabilire la Pan-Sahel Initiative, tuttavia, risalgono al 2001, quando l’iniziativa per l’Africa fu effettivamente lanciata dopo i tragici eventi dell’11 settembre 2001 (9/11). Washington chiaramente pianificava delle azioni militari in Africa, che già comprendevano almeno tre paesi (Libia, Somalia e Sudan) identificati come bersagli nemici da attaccare, da parte del Pentagono e della Casa Bianca, secondo il Generale Wesley Clark.
Jacques Chirac, il presidente della Francia, al momento, ha cercato di opporre resistenza alla spinta degli Stati Uniti in Africa, rinvigorendo il ruolo della Germania in Africa, come mezzo per sostenere la Francia. Nel 2007, per la prima volta il vertice franco-africano aprì le sue porte anche alla partecipazione tedesca. [4] Tuttavia, Angela Merkel aveva idee diverse sulla direzione e la posizione che la partnership franco-tedesca dovrebbe prendere rispetto a Washington.
Nel 2001, lo slancio verso la creazione dell’Africa Command degli Stati Uniti (AFRICOM) era iniziato. AFRICOM, tuttavia, è stato ufficialmente autorizzato nel dicembre 2006, e la decisione di crearlo è stato annunciato alcuni mesi poco dopo, nel febbraio 2007. Fu nel 2007 che AFRICOM fu creato. E’ importante notare che questo slancio ricevette anche l’incoraggiamento di Israele, a causa degli interessi di Israele in Africa. L’Istituto di Alti Studi Strategici e Politici (IASPS), per esempio, è stata una delle organizzazioni israeliane che hanno sostenuto la creazione di AFRICOM. Sulla base del Pan-Sahel Initiative, la Trans-Saharan Counterterrorism Initiative (TSCTI) fu lanciata dal Pentagono nel 2005, sotto il comando del CENTCOM. Mali, Ciad, Mauritania e Niger furono ora raggiunti da Algeria, Mauritania, Marocco, Senegal, Nigeria e Tunisia, nel giro  della cooperazione militare africana con il Pentagono. Più tardi, la Trans-Saharan Counterterrorism Initiative svenne trasferita al comando di Africom, il 1° ottobre 2008, quando AFRICOM fu attivato.

Il Sahel e il Sahara: gli Stati Uniti adottano chiaramente i vecchi progetti coloniali della Francia in Africa
Combattere il terrorismo” e eseguire “missioni umanitarie“, sono solo facciate o cortine fumogene per Washington e i suoi alleati. Mentre gli obiettivi dichiarati del Pentagono sono combattere il terrorismo in Africa, gli obiettivi reali di Washington sono ristrutturare l’Africa e stabilire un ordine neo-coloniale. A questo proposito, Washington ha effettivamente adottato i progetti coloniali
 della Francia in Africa. Ciò include anche l’iniziativa inglese, italiana, statunitense e francese per dividere la Libia, dal 1943, così come l’iniziativa unilaterale francese per ridisegnare il Nord Africa. In questo schema, gli Stati Uniti e le sue coorti hanno intenzione di creare guerre etniche e odio settario tra i berberi, gli arabi ed altri in Nord Africa.
La mappa utilizzata da Washington per combattere il terrorismo sotto la Pan-Sahel Initiative la dice lunga. Il campo o area di attività dei terroristi, entro i confini di Algeria, Libia, Niger, Ciad, Mali e Mauritania, in base alla designazione di Washington, è molto simile ai confini o limiti del soggetto coloniale territoriale che la Francia ha cercato di sostenere in Africa, nel 1957. Parigi aveva progettato di sostenere questa entità africane nel Sahara occidentale e centrale, come dipartimento francese (provincia) direttamente legato alla Francia, insieme alla coste dell’Algeria.
Questa entità coloniale francese nel Sahara è stata nominata Organizzazione Comune delle Regioni del Sahara (Organisation commune des regions sahariennes, OCR). Comprendeva i confini interni dei paesi del Sahel e del Sahara di Mali, Niger, Ciad e Algeria. L’obiettivo francese era raccogliere e vincolare tutti i territori ricchi di risorse naturali di questi paesi in questa entità centrale, l’OCR, per il controllo e l’estrazione francesi. Le risorse in questo settore comprendono petrolio, gas e uranio. Eppure, i movimenti della resistenza in Africa, e in particolare la lotta per l’indipendenza algerina, ha inferto a Parigi un duro colpo. La Francia ha dovuto rinunciare alla sua ricerca e infine dissolvere la OCR nel 1962, a causa dell’indipendenza algerina e della presa di posizione anti-coloniale in Africa. A causa della spinta verso l’indipendenza in Africa, la Francia fu finalmente tagliato fuori dall’entroterra nel Sahara che voleva controllare.
Washington aveva chiaramente in mente questa zona ricca di energia e ricco di risorse, quando ha disegnato le aree dell’Africa che hanno bisogno di essere purificate dalle presunte cellule e bande terroristiche. L’Istituto Francese di Relazioni Internazionali (Institut français des relazioni internationals, IFRI), ha anche apertamente discusso  questo legame tra terroristi e zone ricche di energia, in un report del marzo 2011. [5] E’ in questo contesto che la fusione di interessi e le aziende franco-tedeschi e anglo-statunitensi, hanno consentito alla Francia di diventare parte integrante del sistema imperiale globale statunitense, con interessi comuni.

Regime Change in Libia e il National Endowment for Democracy: un nesso tra  terrorismo e diritti umani
Dal 2001, gli Stati Uniti si sono falsamente presentati come il campione contro il terrorismo. La Trans-Saharan Counterterrorism Initiative (TSCTI), che ha aperto le porte di AFRICOM in Africa, è stata giustificata come necessaria da Washington per combattere le organizzazioni come il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) in Algeria, e il Gruppo combattente islamico libico (LIFG) in Libia. Eppure, Washington sta collaborando e utilizzando questi stessi gruppi in Libia, insieme con il Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia e i Fratelli Musulmani, come soldati di fanteria e ascari. Inoltre, molte delle persone chiave libiche sono membri del National Endowment for Democracy (NED), e sono membri di questi gruppi, e hanno anche fatto parte di conferenze e progetti di lunga data, che spingevano a un cambiamento di regime in Libia.
Uno degli incontri chiave per stabilire quello che sarebbe diventato l’attuale Consiglio di transizione in Libia, ha avuto luogo nel 1994, quando il Centro per gli Studi Strategici e Internazionali (CSIS) ha organizzato una conferenza con Ashur Shamis e Aly (Ali) Abuzakuuk. Il titolo della conferenza del 1994 era “La Libia post-Gheddafi: prospettive e  promesse“. Nel 2005 un altro convegno con Shamis Ashur si tenne nella capitale britannica, Londra, dove si sarebbe costruita l’idea del cambiamento di regime in Libia. [6] Allora, chi sono questi esponenti dell’opposizione libica? Una serie di domande deve essere posta. Hanno legami con Washington nuovi o vecchi? Con chi sono associati? Inoltre, hanno avuto un sostegno di lunga data o no?
Ashur Shamis è uno dei membri fondatori del Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia, che nel 1981 fu fondata nel Sudan. Era ricercato dall’Interpol e dalla polizia libica per anni. [7] Ahsur è anche indicato come il regista del National Endowment for Democracy nel Forum libico per lo sviluppo umano e politico. E’ anche il redattore della pagina web Akhbar, che è stato registrato come Akhbar Cultural Limited e collegato al NED. Ha inoltre partecipato a recenti conferenze chiave per il cambio di regime a Tripoli. Ciò includono la conferenza di Londra, tenuta dalla Chatham House nel 2011, che ha discusso i piani della NATO per l’invasione di Tripoli. [8]
Come Ashur, Aly Abuzaakouk è anch’egli membro del Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia ed è legato al National Endowment for Democracy. E’ stato uno dei partecipanti chiave alla tavola rotonda tenuta per il Democracy Awards 2011 della NED. [9] Come Ashur, è ricercato dall’Interpol e opera come regista in occasione del Forum libico per lo sviluppo umano e politico. [10]
Vi è anche Noman Benotman, ex leader e fondatore del Gruppo combattente islamico libico (LIFG) e terrorista ricercato. È presentato come ex terrorista. Benotman ha convenientemente lasciato il Gruppo combattente islamico libico, a seguito degli attacchi dell’11 settembre 2001. Benotman non è solo un direttore del National Endowment for Democracy (NED) al Forum libico per lo sviluppo umano e politico, è anche legato alla rete al-Jazeera.
Non solo questi tre uomini vivevano senza problemi in Gran Bretagna, mentre erano ricercati dall’Interpol a causa del loro legame con il terrorismo o, nel caso di Abuzaakouk, per crimini legati alla droga e alla contraffazione, ma hanno anche ricevuto sovvenzioni dagli Stati Uniti. Hanno ricevuto borse dagli Stati Uniti, che ha formalizzato la loro appartenenza a diverse organizzazioni sponsorizzate dal NED, che hanno sostenuto l’ordine del giorno del cambio di regime in Libia. Questo ordine del giorno del cambio di regime è stato sostenuto anche da MI6 e CIA. Inoltre, i documenti legali che sono stati registrati dalla NED, per quanto riguarda questi individui, sono stati deliberatamente e illegalmente manomessi. L’identità di individui chiave è stata nascosta nella lista degli amministratori del NED. Così, documenti legali sono stati compilati in modo fraudolento per nascondere l’identità di un individuo con lo pseudonimo di “Beata Wozniak.” Perfino la data di nascita di Wozniak non è valida, apparendo come 1 gennaio, 1 (01/01/0001). E’ una persona che è stata membro del consiglio di tutte queste organizzazioni del NED. Viene indicata come regista e segretaria di Akbar, Transparency Libya Limited e diverse altre società britanniche.

La “Lunga Guerra” entra in Africa: la porta dell’Africa è stata aperta
L’avvento del terrorismo in Africa è parte di una deliberata strategia usata dagli Stati Uniti e dai loro alleati, tra cui la NATO. La strategia consiste nell’”aprire la porta del continente africano“, espandendo la cosiddetta “guerra globale al terrorismo.” Quest’ultimo fornisce una giustificazione all’obiettivo degli Stati Uniti di ampliare la propria presenza militare nel continente africano. E’ stata anche usata come pretesto per creare l’AFRICOM del Pentagono. L’US Africa Command (AFRICOM) è destinata a “gestire Africa” per conto di Washington. Consiste nel creare una versione africana della NATO, al fine di realizzare l’occupazione dell’Africa. A questo proposito, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno già stabilito un budget per combattere le stesse organizzazioni terroristiche che hanno creato e sostenuto (anche con aiuti militari ed armi), attraverso la carta dell’Africa, dalla Somalia, Sudan, Libia, Mali a Mauritania, Niger, Algeria e Nigeria. I terroristi non solo combattono per gli USA sul terreno, ma tengono anche contatti con Washington ed agiscono come paravento attraverso le cosiddette organizzazioni per i diritti umani, che hanno il mandato di “promuovere la democrazia“. Sul terreno, questi stessi individui e organizzazioni sono utilizzati per destabilizzare i loro rispettivi paesi. Sono supportati anche a livello internazionale, da Washington, per lavorare attivamente al cambio di regime e all’intervento militare in nome dei diritti umani e della democrazia. La Libia ne è un chiaro esempio.

Mahdi Darius Nazemroaya è un  Sociologo e ricercatore associato al Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG), di Montréal. E’ specializzato su Medio Oriente e Asia Centrale. E’ stato in Libia per oltre due mesi ed è stato anche un inviato speciale per Flashpoints, che è un programma di Berkeley, in California. Nazemroaya ha pubblicato questi articoli sulla Libia assieme ai colloqui con Cynthia McKinney trasmessi su Freedom Now, uno show trasmesso da KPFK, Los Angeles, California.

Julien Teil è un operatore video e documentarista investigativo  francese. E’ anche stato recentemente in Libia per circa un mese.

NOTE
[1] National Endowment for Democracy, “NED Strengths Democracy Ties with France,” 16 marzo 2010
[2] National Endowment for Democracy, “Africa Regional,” Agosto 2011
[3] United Nations Watch et al., “Urgent Appeal to Stop Atrocities in Libya: Sent by 70 NGOs to the US, EU, and UN,” 21 Febbraio 2011
[4] Ministry of European and Foreign Affairs (France), “XXIVème sommet Afrique-France,” Febbraio 2007
[5] Etienne de Durand, “Francs-tireurs et Centurions. Les ambiguïtés de l’héritage contre-insurrectionnel français,” Institut français des relations internationals, Marzo 2011
[6] The National Conference of the Libyan Opposition, “The National Accord: The National Conference of the Libyan Opposition, London, 26 giugno 2005“, 2005.
[7] Interpol Wanted Notice for Ashour Al-Shamis
[8] Foreign and Commonwealth Office (UK), “Chatam House event: the future of Libya”, Giugno 2011
[9] National Democracy for Democracy, “2011 Democracy Award Biographies”, Giugno 2011
[10] Interpol Wanted Notice for Ali Ramadan Abu Za Kouk

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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