“Contro” lo Stato islamico, chi c’è dietro il califfato?

Prof. Michel Chossudovsky, Global Research, 12 settembre 201410660359Lo Stato islamico (IS) viene ritratto come nemico degli USA e del mondo occidentale. Con il supporto indefettibile dell’alleato inglese, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha ordinato una serie di bombardamenti sull’Iraq presumibilmente al fine di sconfiggere l’esercito ribelle dello Stato islamico (IS). “Non vacilleremo dalla nostra determinazione a contrastare lo Stato islamico… Se i terroristi pensano d’indebolirci con le minacce, non fanno che sbagliarsi al massimo“. (Barack Obama e David Cameron, Rafforzare la NATO, London Times, 4 settembre 2014) Ma chi c’è dietro lo Stato islamico? Con amara ironia, fino a poco prima i ribelli dello Stato islamico, già noto come Stato islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), vennero presentati come “combattenti per la libertà” in Siria impegnati a “ripristinare la democrazia” e a scalzare il governo laico di Bashar al-Assad. E chi c’è dietro l’insurrezione jihadista in Siria? Chi ha ordinato i bombardamenti è lo stesso che pianifica il califfato. La milizia dello Stato islamico (IS), che sarebbe obiettivo dei bombardamenti “antiterrorismo” di USA-NATO, era sostenuta e continua ad essere sostenuta segretamente da Stati Uniti e alleati. In altre parole, lo Stato islamico (IS) è una creazione dell’intelligence degli Stati Uniti, con il sostegno di MI6 inglese, Mossad israeliano, Inter-Services Intelligence (ISI) pakistano e Presidenza dell’intelligence generale (GIP o Ryasat al-Istiqbarat al-Amah), saudita. Inoltre, secondo fonti dell’intelligence israeliana (Debka) la NATO, in collegamento con l’Alto Comando turco, è coinvolta nel reclutamento di mercenari jihadisti fin dall’inizio della crisi siriana, nel marzo 2011. In relazione alla rivolta siriana, i combattenti dello Stato Islamico, insieme alle forze di al-Qaida dei jihadisti del fronte al-Nusra, sono la fanteria dell’alleanza militare occidentale, segretamente sostenuti da USA-NATO-Israele. Il loro compito è l’insurrezione terroristica contro il governo di Bashar al-Assad. Le atrocità commesse dai combattenti Stato Islamico in Iraq sono simili a quelle commesse in Siria. Il risultato della disinformazione dei media è un’opinione pubblica occidentale che non sa che i terroristi dello Stato islamico dall’inizio sono sostenuti da Stati Uniti e alleati. L’assassinio dei civili da parte dei terroristi dello Stato Islamico in Iraq è usato come pretesto e giustificazione per l’intervento militare USA. I bombardamenti ordinati da Obama, tuttavia, non hanno lo scopo di eliminare lo Stato islamico, che costituisce una “risorsa dell’intelligence” degli Stati Uniti, al contrario, gli Stati Uniti prendono di mira la popolazione civile assieme al movimento di resistenza irachena.

Il ruolo di Arabia Saudita e Qatar
L’ampiamente documentato supporto segreto di USA-NATO allo Stato islamico avviene attraverso gli alleati più fedeli: Qatar e Arabia Saudita. È riconosciuto dai media occidentali che Riyadh e Doha agiscono d’intesa e per conto di Washington svolgendo (e continuando a svolgere) un ruolo centrale nel finanziamento dello Stato islamico (IS), così come nel reclutamento, addestramento e indottrinamento dei mercenari terroristi schierati in Siria. Secondo il londinese Daily Express “Loro [i terroristi dello Stato islamico] ricevono soldi e armi da Qatar e Arabia Saudita”.

Il legame USA-saudita
La prima fonte di finanziamento del SIIL finora proviene dai Paesi del Golfo, soprattutto l’Arabia Saudita, ma anche Qatar, Quwayt ed Emirati Arabi Uniti“, (secondo il dr. Günter Meyer, direttore del Centro di ricerca sul mondo arabo presso l’Università di Mainz, Germania, Deutsche Welle). Il denaro arriva ai terroristi del SIIL che combattono contro le forze governative in Siria: “Attraverso gli alleati degli occidentali Arabia Saudita e Qatar, i gruppi dei ribelli filo-occidentali da allora sono divenuti il SIIL e le milizie di al-Qaida”. (Daily Telegraph, 12 giugno 2014) Secondo Robert Fisk, il piano del califfato dell’IS “è finanziato dall’Arabia Saudita”: “...l’ultimo contributo mostruoso dell’Arabia Saudita alla storia mondiale: il califfato islamico sunnita dell’Iraq e Levante, conquistatore di Mosul e Tiqrit, Raqqa in Siria, e forse Baghdad, umiliando l’ultimo Bush ed Obama. Da Aleppo nella Siria settentrionale al confine iracheno-iraniano, i jihadisti del SIIL e dei vari gruppuscoli comprati dai wahhabiti sauditi e dagli oligarchi del Quwayt governano migliaia di chilometri quadrati“. (Robert Fisk, The Independent, 12 giugno 2014) Nel 2013, nell’ambito del reclutamento dei terroristi, l’Arabia Saudita prese l’iniziativa di liberare i prigionieri nel braccio della morte delle carceri saudite. Un memorandum segreto rivelò che i prigionieri venivano “reclutati” per le milizie jihadiste (al-Nusrah e SIIL) che combattono contro le forze governative in Siria. I prigionieri avrebbero avuto offerto un accordo, rimanere ed essere giustiziato o combattere contro Assad in Siria. L’accordo offrvia ai ai prigionieri “perdono e stipendio mensile alle famiglie, autorizzate a rimanere nel regno sunnita”. I funzionari sauditi a quanto pare gli diedero una scelta: decapitazione o jihad? In totale, i detenuti da Yemen, Palestina, Arabia Saudita, Sudan, Siria, Giordania, Somalia, Afghanistan, Egitto, Pakistan, Iraq e Quwayt scelsero di combattere in Siria. (Global Research, 11 settembre 2013)

“Voltafaccia”: una svolta
L’11 settembre 2014, in coincidenza con la commemorazione del 9/11, il re dell’Arabia Saudita con i re del Golfo annunciavano il loro impegno inflessibile a sostenere la guerra santa di Obama contro lo Stato islamico (IS), che continua ad essere finanziato da Qatar e Arabia Saudita con un’operazione d’intelligence accuratamente pianificata. Arabia Saudita e Stati del Golfo, che hanno attivamente finanziato lo Stato islamico, per non parlare del reclutamento ed addestramento dei terroristi per conto di Washington, sono impegnati a sostenere inflessibilmente la campagna di Obama per “degradare e distruggere” lo Stato islamico. La dichiarazione di sostegno del comunicato impegna “gli Stati arabi a collaborare con gli Stati Uniti ad interrompere il flusso di combattenti stranieri e fondi allo Stato islamico“, confermando inoltre di aver discusso “una strategia per distruggere il ISIL ovunque sia, in Iraq e anche in Siria”. L’Arabia Saudita ha capito che il gruppo dello Stato islamico è una seria minaccia, come pure che non segue la tradizione sunnita. Il piano di Obama mira a minare le rivendicazioni ideologiche e religiose islamiche dei militanti dello Stato islamico. L’amministrazione spera che Riyadh usi la sua influenza tra i capi religiosi islamici. (Voice of America, 11 settembre 2014)

Reclutamento di “terroristi moderati”
Nell’ambito dell’accordo, la Casa dei Saud “ospiterà una struttura per addestrare migliaia di ribelli siriani per combattere sia lo Stato islamico che il regime del Presidente Bashar al-Assad”. Fino al 9 settembre, “ufficialmente” l’Arabia Saudita sosteneva lo Stato islamico contro il governo di Bashar al-Assad e ora deve reclutare i jihadisti per combattere lo Stato islamico. Una proposizione assurda e falsa, ma i media non uniscono i puntini per scoprire la menzogna. Si tratta di un piano diabolico: Gli architetti dello Stato islamico informano il mondo che “colpiranno” i propri terroristi, nell’operazione antiterrorismo. Anche se tali azioni sono intraprese sotto la bandiera della “guerra globale al terrorismo”, gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di colpire le proprie brigate terroristiche dell’IS integrate da forze speciali e agenti dei servizi segreti occidentali. In realtà l’unica campagna significativa ed efficace contro i terroristi dello Stato islamico è condotta dalle forze governative siriane. Inutile dire che il sostegno di Stati Uniti, NATO, Arabia Saudita e Qatar e relativo finanziamento dello Stato islamico, continueranno. L’obiettivo non è distruggere lo Stato islamico come promesso da Obama, ma un processo sponsorizzato dagli USA per destabilizzare e distruggere l’Iraq e la Siria. La campagna contro lo Stato islamico è utilizzata per giustificare i bombardamento di entrambi i Paesi, colpendo soprattutto i civili. Il fine è destabilizzare l’Iraq come Stato-nazione e scatenarne la partizione in tre entità separate. L’obiettivo strategico di USA-NATO è destabilizzare l’intera regione del Medio Oriente-Nord Africa-Asia Centrale e Meridionale, compresi Iran, Pakistan e India.

Br6tNcQCEAAG8AeL’Iran sospetta della coalizione anti-IS degli USA
Xinhua 13/09/2014

14975Gli Stati Uniti cercano di violare la sovranità dei Paesi con il pretesto della lotta al terrorismo, ha detto il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano Ali Shamkhani. Gli Stati Uniti tentando di creare una coalizione antiterrorismo in coordinamento con numerosi Paesi sospetti, avrebbe detto Shamkhani secondo l’agenzia IRNA. La nuova mossa degli Stati Uniti ha lo scopo di deviare l’opinione pubblica internazionale dal “loro ruolo centrale nel sostenere e armare i terroristi in Siria con la copertura degli aiuti per rovesciare i governanti siriani“. Shamkhani ha detto che la coalizione contro lo Stato islamico (IS) è volta ritrarre i funzionari statunitensi quali eroi che salvano gli Stati Uniti dalla propria crisi. Il portavoce del Majlis (parlamento) iraniano Ali Larijani ha detto a Press TV che la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti che combatterebbe i militanti dell’IS, non ha la capacità di risolvere i problemi del Medio Oriente. La coalizione degli Stati Uniti per contrastare i militanti dell’IS non riuscirà a sradicare il gruppo terroristico e innescherebbe l’odio nella regione, avrebbe detto Larijani. Secondo lui gli Stati Uniti non possono sradicare il gruppo terrorista dell’IS con attacchi aerei. Inoltre, il presidente iraniano Hassan Ruhani ha detto a Teheran che l’idea di sradicare il terrorismo con gli attacchi aerei è “ingenua” e non basta ad eliminarlo. Senza la partecipazione degli Stati regionali, gli assalti aerei non risolveranno il problema del terrorismo nel Medio Oriente, ha detto Ruhani al 14° vertice della Shanghai Cooperation Organization nella capitale tagika Dushanbe. “Combattere il terrorismo esige pianificazione, cooperazione bilaterale e multilaterale ed eliminazione di povertà economica e culturale“, ha detto il presidente, esortando i Paesi regionali ad utilizzare il loro potenziale per combattere il terrorismo. La risoluzione del problema del terrorismo richiede impegno internazionale, ha aggiunto. Inoltre, un alto comandante iraniano ha detto che la cooperazione tra Iran e Stati Uniti nella lotta contro l’IS è impossibile. “Tale cooperazione non è possibile perché l’Iran resiste all’IS mentre gli Stati Uniti l’hanno creato“, ha detto il Vicecapo di Stato Maggiore iraniano Masud Jazayeri, citato da Press TV. I militanti dell’IS non possono avvicinarsi ai confini dell’Iran, in quanto si troveranno di fronte la potenza delle forze armate iraniane, ha aggiunto Jazayeri.
Un mese dopo il lancio degli attacchi aerei contro l’IS in Iraq, il presidente Barack Obama ha promesso che “non esiterà a prendere provvedimenti” contro l’IS in Siria e in Iraq, aggiungendo che Washington lavorerà con i suoi amici e alleati a “degradare e in ultima analisi distruggere” le forze dell’IS, osservando che gli Stati Uniti guideranno un’ampia coalizione che userà il potere aereo laddove tali forze “esistano”, eliminando la minaccia terroristica per i cittadini di Iraq e Siria, così come quelli del Medio Oriente, tra cui personale e strutture statunitensi. Ma la portavoce del ministero degli Esteri iraniano Marzieh Afkham ha detto che “ci sono dubbi sulla serietà della coalizione nata dopo il recente vertice NATO, nella lotta contro i terroristi.” La portavoce iraniana ha criticato ciò che chiama il “doppio standard dell’occidente” verso terrorismo ed estremismo, dicendo che l’azione occidentale contro il terrorismo non comporterà “nessun risultato se non la diffusione di terrorismo ed estremismo, nonché la nascita di loro nuove filiali in diverse parti del mondo“. Afkham ha detto che alcuni membri della cosiddetta coalizione sono sostenitori finanziari e militari dei terroristi in Iraq e in Siria, ed altri non sono riusciti ad agire secondo le loro responsabilità internazionali verso l’Iraq e la Siria. L’IS ha suscitato allarme dopo lo sconfinamento in vaste aree del territorio di Iraq e Siria nel tentativo di creare un proprio Stato-nazione governato da leggi islamiche radicali. I terroristi hanno ucciso bambini, giustiziato prigionieri e schiavizzato vittime. Hanno anche scioccato il mondo con la decapitazione di due giornalisti statunitensi postando i video della loro orribile morte.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’obbligo di combattere il SIIL

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 14/09/2014

350307dIl presidente Obama e il segretario di Stato John Kerry tentano di realizzare una cosiddetta “coalizione dei volenterosi” per aiutare gli Stati Uniti a combattere lo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (ISIL) in Iraq e Siria. Obama ha solo avuto il sostegno del nuovo fragile governo iracheno, del martoriato governo regionale del Kurdistan nel nord dell’Iraq, e dell’Arabia Saudita. Quest’ultimo “socio”, l’Arabia Saudita, è il benefattore principale del SIIL. Obama ha anche stupidamente detto di voler armare l’“esercito libero siriano”, anche se molti dei suoi membri originali si sono uniti al SIIL e al suo alleato, il Fronte al-Nusra, dopo essere stati addestrati e armati da CIA e squadre militari statunitensi in Giordania e Turchia. Tra i Paesi che Obama e Kerry avevano avvicinato per la loro coalizione, Giordania e Turchia hanno detto di no a lanciare attacchi sulla Siria dal proprio territorio. Anche il Regno Unito ha detto che non avrebbe partecipato agli attacchi alle posizioni del SIIL in Siria. Ben 300 cittadini inglesi combatterebbero con il SIIL in Siria e Iraq. Per via della pressione della lobby israeliana negli Stati Uniti, gruppo che mette sempre avanti gli interessi d’Israele, assai diversi e spesso contrapposti agli interessi degli Stati Uniti, Obama ha perso l’occasione di creare una coalizione veramente efficace che potesse attuare il suo desiderio di “distruggere” il SIIL. Obama e Kerry continuano ad aggrapparsi all’idea di poter contemporaneamente distruggere il SIIL in Siria e abbattere il governo del presidente siriano Bashar al-Assad. Tali idee sono fantasiose e slegate dalla realtà. I sauditi sono all’origine degli attacchi con cloro e sarin ai civili siriani ed è l’Arabia Saudita a rifornire al-Nusra e SIIL. L’idea che alcuni disertori governativi siriani, che vivono in costosi hotel a Istanbul grazie alle carte di credito saudite, rappresentino un qualche “esercito”, è ridicola. E’ anche chiaro che Arabia Saudita e Israele coordinano i loro sforzi per sostenere il SIIL in Siria, soprattutto intorno le alture del Golan, dove il personale delle Forze di Difesa israeliane fornisce supporto ai guerriglieri del SIIL che occupano posizioni dell’esercito siriano, come pure siti delle forze di pace delle Nazioni Unite. Il direttore della CIA John O. Brennan, uno dei principali sostenitori del regno saudita, avrebbe partecipato a discussioni tra il consigliere per la sicurezza nazionale saudita, principe Bandar bin Sultan, uno dei maggiori sostenitori di al-Qaida negli Stati Uniti, prima del 9/11, come precisato nelle 28 pagine di una relazione del Comitato dell’Intelligence del Senato, il capo dell’intelligence saudita, principe Qalid bin Bandar e il capo del Mossad israeliano Tamir Pardo. Nel suo ultimo discorso televisivo Obama ha detto che voleva limitare il supporto al SIIL. Tuttavia, può farlo solo minacciando severe sanzioni e altre pene ad Arabia Saudita e Israele, i due principali amici del SIIL in Medio Oriente, manna propagandistica per gli israeliani. Yuli Edelstein della Knesset ha detto al primo ministro ceco Bohuslav Slobotka, a Praga, che l’Europa presto capirà i problemi d’Israele con Hamas perché il SIIL arriva in Europa. Edelstein usa il SIIL, creazione di Israele e Arabia Saudita per rovesciare il governo di Damasco, per minacciare l’Europa di attacchi terroristici. Edelstein ha anche avvertito il primo ministro ceco dal migliorare le relazioni con l’Iran. L’unica arma d’Israele è spaventare per intimidire non solo i Paesi più piccoli, come Repubblica ceca, Irlanda e Montenegro, ma i Paesi più grandi come Germania, Francia e Stati Uniti.
Per il presidente Obama c’è solo una coalizione utile per sradicare il SIIL. Una coalizione che necessariamente non può includere l’Arabia Saudita, addestrando volontariamente i membri dell’“Esercito libero siriano” a combattere il SIIL. È più appropriato dire che l’Arabia Saudita arruola il personale dell’esercito libero siriano per inserirlo nel SIIL, non combatterlo. Obama vuol fare credere che l’esercito e la guardia nazionale saudite wahabite prendano le armi contro i wahabiti del ISIL. In realtà, l’esercito saudita esiste per una sola ragione, proteggere la famiglia reale saudita, niente di più e niente di meno. I partner naturali della coalizione contro il SIIL sono coloro che hanno già dimostrato disponibilità ad affrontare i taqfiri wahabiti: le forze armate siriane, libanesi ed Hezbollah che combattono i radicali sunniti in Siria; le forze peshmerga del Kurdistan; l’Iran e le Guardie Rivoluzionarie iraniane che aiutano curdi e turcomanni a combattere il SIIL in Iraq; la Russia e il presidente della Cecenia Ramzan Kadyrov che minaccia di distruggere i “bastardi” del SIIL. Obama potrebbe arruolare l’Egitto se abbandona la pretesa di attaccare il SIIL in Siria e nello stesso tempo arruolare i siriani dell’opposizione “moderata” per rovesciare Assad. L’esercito egiziano, che governa l’Egitto, è un solido alleato del governo siriano di Hafiz e Bashar Assad. Ci sono altri possibili alleati per una campagna realistica per liberare il mondo dal SIIL. Gli Stati Uniti dovrebbero abbandonare i malconcepiti piani per rifederare lo Yemen nell’ambito di una stupida elaborazione dei neocon del dipartimento di Stato strettamente legati ad Israele. In questo modo porterebbero le forze indipendentiste dello Yemen del Sud e i ribelli sciiti zaidi huthi dello Yemen del nord dalla parte degli USA, spazzando via al-Qaida nella Penisola Araba (AQAP) che rifornisce di uomini ed altri elementi il SIIL.
Il senatore John McCain e la sua “ombra” Lindsey Graham, insieme alle loro lobby neocon, israeliana e di spacciatori filo-sauditi griderebbero contro qualsiasi riavvicinamento alle forze sciite islamiche di Iran, Iraq, Yemen, Libano e Siria per combattere il SIIL, dove gli interessi di Israele e Arabia Saudita sono diametralmente opposti a quelli degli Stati Uniti. Il presidente Obama, che non deve affrontare un’altra elezione, è nella posizione unica di usare il suo “pulpito” della presidenza degli Stati Uniti per mettere a posto McCain, Graham, l’American Israel Public Affairs Comittee (AIPAC), il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo entourage, i saudofili della lobby dell’American Petroleum Institute. Tali individui e gruppi vorrebbero solo che gli Stati Uniti inviassero ulteriori militari e risorse per perseguire le proprie politiche da spacciatori mediorientali volte solo a proteggere gli interessi di Israele e del regno saudita. Abbandonando la cooperazione con i ricchi petro-potentati della penisola arabica, gli USA, dopo aver sconfitto il ISIL, potrebbero dedicarsi a sradicare gli islamisti che controllano Tripoli, in Libia. Per fare ciò non dovrebbero coinvolgere gli espatriati libici tirati fuori dalle comodità finanziate dalla CIA nel nord della Virginia, Parigi e Inghilterra, divenendo il nuovo governo libico dopo la brutale caduta del leader libico Muammar Gheddafi. Piuttosto, gli USA devono riportare al potere in Libia i principali sostenitori di Gheddafi. I funzionari di Gheddafi devono essere liberati dal carcere. Una Libia stabile potrebbe quindi essere il trampolino di lancio per attaccare i wahabiti che controllano parti del nord della Nigeria e del Camerun sotto la bandiera di Boko Haram, impegnati in attentati terroristici brutali in Mali. Gli Stati Uniti devono anche fare causa comune con i tuareg del Mali che rivogliono la loro Patria Azawad. Questi sono i passi che devono essere adottati per correggere gli errori commessi dagli interventisti incompetenti di Obama che hanno sconvolto il Medio Oriente.

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La Minaccia. Sulla maglietta nera: ‘politica estera irresponsabile di Obama’.

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La NATO non è più la principale alleanza militare del mondo

I primi risultati del vertice SCO di Dushanbe
RusVesna - Histoire et Societé 13/09/2014

13930305000564_PhotoIA Dushanbe, capitale del Tagikistan, si è conclusa la parte ufficiale del vertice della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Anche se formalmente non è stato menzionato, in realtà il primo risultato dell’evento è riassunto dalle parole di un esperto: “Perfetto, ora la NATO fa un po’ di spazio“. In primo luogo, dopo la creazione della struttura unitaria della SCO per la lotta al traffico di droga, è stata annunciata a Dushanbe il quadro unificato della lotta al terrorismo. In realtà, si tratta di un’alleanza militare, forse ancora più potente della NATO, visto che si parla della possibilità di formare contingenti militari congiunti con comando unificato e condivisione di tutte le risorse necessarie contro un nemico comune. La dichiarazione dopo il vertice è stata preceduta dalle esercitazioni militari congiunte “Missione di Pace – 2014″, del 24-29 agosto in Cina, le più ambiziose nella storia della SCO. La ragione ufficiale della decisione è la prospettiva della ritirata delle truppe NATO dall’Afghanistan mentre il Paese è sempre più teatro dello scontro tra forze governative e radicali. Tuttavia, il commento del presidente del Tagikistan ha lasciato intendere che non si tratta dei taliban. Rakhmonov ha detto: “La situazione diventa preoccupante quando un gruppo di persone possiede moderne tecnologie militari, una volta esclusivamente appannaggio degli Stati. Tali cambiamenti mutano radicalmente la natura delle sfide che affrontiamo, e l’approccio alla loro soluzione“. Chiaramente si tratta del SIIL, i cui membri sono già attivi in tutti i Paesi aderenti alla SCO: Russia, Cina, Tagikistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Kazakistan, e in tutti i Paesi osservatori della SCO: Mongolia, India, Pakistan, Afghanistan e Iran. Un altro Paese interessato alla lotta contro il SIIL è la Turchia, che ha lo status di “interlocutore della SCO”. A tal proposito è importante ricordare che, sotto la presidenza della Russia, da Dushanbe si prevede di fissare nel 2015 l’adozione della strategia per sviluppare l’organizzazione per il 2025, facendo aderire alla SCO India e Pakistan come membri a pieno titolo.
Nonostante le varie complesse relazioni tra gli Stati della SCO, la loro volontà di agire come fronte unito contro la minaccia comune, indica anche la volontà di negoziare a vantaggio della prosperità comune: i progetti prioritari della SCO sono i programmi di collaborazione per lo sviluppo economico strategico. Così si parla di unione, non solo di alleanza economica, ma anche militare di quasi tutta l’Asia meridionale. Dato che la SCO ha strette relazioni con la Comunità economica eurasiatica e i Paesi CSI e BRICS, è comprensibile che molti esperti considerino il vertice di Dushanbe una chiara linea contro Stati Uniti e NATO, che hanno sostenuto la creazione della minaccia terroristica internazionale, tra cui anche il SIIL, provocando il crollo di numerosi Stati. Anche se la SCO non è destinata ad essere il contraltare di UE e NATO, con la loro disciplina di ferro, a giudizio di alti funzionari russi, la causa del rafforzamento dell’organizzazione è chiara: nonostante le contraddizioni, i principali Paesi del mondo non europeo sono pronti a difendersi dagli attacchi occidentali alla propria sovranità e la Russia è la mediatrice che ha contribuito all’unione. Particolarmente evidente è la posizione della SCO indicata a Dushanbe sulla “crisi ucraina”, che deve essere risolta pacificamente al più presto.
Rendendosi conto che il conflitto in Ucraina è una minaccia diretta alla Russia e quindi alle associazioni internazionali e soprattutto ai programmi economici e sociali cui partecipano, tutti i Paesi della SCO hanno espresso sostegno al piano di pace di Vladimir Putin. Si ricordi che questo piano attua il cessate il fuoco e avvia i negoziati. Tuttavia, il ritiro delle truppe dalle aree popolate dovrebbe essere superiore alla gittata dell’artiglieria. Il che significa che i gruppi della spedizione punitiva di Kiev devono lasciare il Donbas, dato che la densità della popolazione non gli permette di ritirarsi nella distanza specificata e di rimanere entro i suoi confini.

4Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Obama lancia la sua guerra, infine

Melkulangara Bhadrakumar Strategic Culture Foundation 12/09/2014

obama-third-world-president-de-silvaIl presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha presentato, con un importante discorso, la sua strategia per “degradare e distruggere” lo Stato Islamico in Iraq e Siria. La strategia non ha un calendario e, come al solito, gli Stati Uniti mettono musulmani contro musulmani in una truce guerra tramite lo ‘smart power’, che dovrebbe impedire vittime statunitensi. Da ogni apparenza, sarà anche una guerra autofinanziata dai petrodollari degli Stati arabi del Golfo. La strategia si basa su tre pilastri; fissare limiti ben definiti all’attuale intervento militare statunitense, risuscitare l’agenda del ‘cambio di regime’ in Siria e fare a meno di un qualsiasi mandato dalle Nazioni Unite. In sostanza, è una versione riconfezionata dell’intervento statunitense crudamente unilaterale in Medio Oriente dell’amministrazione George W. Bush. Chiaramente, Obama ha ritardato l’avvio della sua strategia fin quando l’opinione pubblica negli Stati Uniti è ‘maturata’. I sondaggi di opinione mostrano un alto gradimento negli USA sul nuovo intervento militare statunitense in Iraq e la Siria. Il macabro assassinio di due giornalisti statunitensi da parte dello Stato islamico indubbiamente ha infiammato la rabbia dell’opinione pubblica. Ma il fattore principale è la paura instillata nella mente statunitense in settimane e mesi di campagna mediatica che presentava lo Stato islamico come minaccia diretta alla ‘sicurezza nazionale’ degli Stati Uniti. Lo stratagemma ha funzionato, come i sondaggi testimoniano. I tempi di Obama sono perfetti, avendo abilmente scelto la vigilia dell’11° anniversario degli attacchi dell’11 settembre per svelare la sua strategia al pubblico statunitense. Curiosamente, però, con la riuscita ‘maturazione’ dell’opinione pubblica, Obama infligge il doloroso ridimensionamento della psicosi statunitense, chiarendo che gli Stati Uniti non hanno “rilevato piani specifici contro la nostra patria” dello Stato islamico, anche se i suoi capi “minacciano l’America e i nostri alleati”. Invece, ha interpretato lo Stato islamico come minaccia ai “popoli di Iraq e Siria e del Medio Oriente, compresi cittadini, personale e strutture statunitensi”. Chiaramente, non solo il senso delle proporzioni è stato introdotto calmando l’opinione pubblica statunitense, anche se il Paese s’imbarca virtualmente in un’altra guerra all’estero, ma Obama ha trovato una spiegazione razionale per il reclutamento di alleati mediorientali degli Stati Uniti per la prossima guerra. Il messaggio di Obama al popolo statunitense è semplice: ‘Non c’è bisogno di continuare la vostra vita con ansia, lasciate che il vostro comandante in capo ci pensi’. In cambio, Obama ha la certezza che i parametri dell’intervento militare degli Stati Uniti saranno ben definiti. Ci sarà “una sistematica campagna di attacchi aerei” proprio mentre le forze irachene attaccano; gli Stati Uniti daranno la caccia ai terroristi dell’IS aumentando il sostegno alle forze irachene e curde che lo combattono, compresi addestramento, informazioni ed attrezzature; il Pentagono implementerà ulteriori 475 militari in Iraq (portando il totale a quasi 1600). Ma “le forze statunitensi non avranno missioni di combattimento, non saranno trascinate in un’altra guerra in Iraq”.
Obama ha sottolineato che la prossima guerra sarà “diversa dalle guerre in Iraq e in Afghanistan. Non comporterà truppe statunitensi combattenti in terra straniera”. Invece, come gli Stati Uniti hanno fatto in Yemen e Somalia “per anni”, questa guerra “sarà condotta tramite un costante, incessante sforzo per colpire il SIIL ove sia, utilizzando la nostra potenza aerea e il nostro sostegno alle forze partner sul terreno”. Obama ha dichiarato che le operazioni militari statunitensi si estenderanno in territorio siriano. Ha precisato la strategia verso la Siria, volta ad ampliare l’assistenza militare all’opposizione siriana. Obama ha fatto appello al Congresso degli Stati Uniti per mettere a sua disposizione “autorità e risorse ulteriori per addestrare ed equipaggiare questi combattenti (siriani)”. In sostanza, una grande escalation dell’intervento statunitense in Siria è in vista. Obama ha respinto senza mezzi termini ogni idea degli Stati Uniti di appoggiarsi al regime siriano, chiamandolo regime illegittimo promettendo di “risolvere la crisi della Siria una volta per tutte”. In poche parole, gli Stati Uniti accelerano la spinta al cambio di regime in Siria. Ovviamente, Washington si rende conto che non può mai avere un mandato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per realizzare il ‘cambio di regime’ in Siria, in violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Obama, dunque aspetta semplicemente di presiedere una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a fine mese a New York, “per mobilitare ulteriormente la comunità internazionale” intorno alla sua strategia in Iraq-Siria.
Gli Stati Uniti sostengono di aver finora raccolto un “nucleo di coalizione” di otto Paesi della North Atlantic Treaty Organization [NATO] più l’Australia, per combattere la nuova guerra in Medio Oriente. Ma Obama ha detto che ha bisogno di una “larga coalizione di partner”. Rivelando di conseguenza che il segretario di Stato John Kerry viaggia in Medio Oriente “per arruolare partner in questa lotta, in particolare le nazioni arabe che possono mobilitare le comunità sunnite in Iraq e Siria”. Ha scelto con cura le parole, lasciando intendere che gli Stati Uniti si propongono di accordare ruoli selettivi a sciiti e sunniti nella campagna contro l’IS. La parte più sconcertante, naturalmente, è l’intenzione implicita di arruolare attivamente sul teatro siriano Paesi come Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Senza dubbio, l’arruolamento degli Stati dei petrodollari assicura che il denaro non sia un problema per gli Stati Uniti in tale guerra infinita.

Il Nuovo Medio Oriente
Tuttavia, funzionerà la strategia di Obama? Chiaramente, la strategia di Obama di una guerra conveniente e in gran parte auto-finanziata potrebbe, quindi, essere sostenibile per un certo periodo di tempo. A dire il vero, non c’é alcuna carenza di risorse finanziarie, materiali o umane per combattere tale guerra, dato il coinvolgimento degli Stati dei petrodollari che sostengono il cambio di regime in Siria. Il pubblico statunitense potrebbe non agire subito contro tale guerra. La comunità strategica statunitense, in particolare i think tank e i media, sarebbe anche in gran parte favorevole, dato che tale guerra s’incastra esplicitamente con gli interessi israeliani. In realtà, gli Stati Uniti rappattumano lo stesso vecchio asse nel Medio Oriente, da Israele alle oligarchie arabe sunnite del Golfo. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti non saranno responsabili di fronte al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. È una “coalizione dei volenterosi” che combatte tale guerra e il dissenso interno nella coalizione è altamente improbabile, assicurando a Washington il comando e il controllo della guerra. Tuttavia, l’imponderabile ci attende. In primo luogo è estremamente significativo che Obama abbia evitato qualsiasi affermazione categorica sull’unità dell’Iraq. È fumosamente vago sulle sue aspettative sul governo “inclusivo” a Baghdad. Il punto è che, anche se Washington ha pianificato la sostituzione del primo ministro Nuri al-Maliqi, la riconciliazione sunnita è tutt’altro che chiara finora. Ciò è importante perché la strategia degli Stati Uniti può funzionare solo se vi sarà una chiara mobilitazione sunnita irachena contro l’IS, oppure peggiorerebbe in un conflitto confessionale continuo lacerando l’unità dell’Iraq. D’altra parte, ciò comporta anche la questione della responsabilizzazione sciita in Iraq. Basti dire che gli USA devono inventarsi una qualche formula magica che affini il concetto dei principi democratici che permettano il governo della maggioranza in Iraq. In altre parole, questa è anche una guerra che riguarda la costituzione dell’Iraq e l’esperienza degli Stati Uniti in tali imprese è assai triste, per usare un eufemismo. E ciò è un fatto.
La parte più sconcertante di tale guerra è il capitolo siriano. Forse gli Stati Uniti credono che ora che le scorte di armi chimiche della Siria sono state distrutte, sia una scommessa sicura attaccare il Paese. Anche ammesso sia così, l’opposizione siriana resta aperta ai gruppi estremisti, come la saga dello Stato islamico dimostra. Gli Stati Uniti non hanno imparato niente e sperano ancora di utilizzare gli estremisti come strumenti delle politiche regionali. Infatti, il fallimento avrà un costo gravissimo, con l’Iraq e la Siria che potrebbero cessare di esistere alla fine. Naturalmente, la parte davvero interessante è che un tale epilogo potrebbe essere l’obiettivo geopolitico degli Stati Uniti. In una recente intervista al New York Times, Obama ha sottolineato lo scioglimento dell’accordo Sykes-Picot del 1916 come questione centrale della politica mediorientale. Allo stesso modo, con l’intenzione di Obama di assumere come alleati “le nazioni arabe che possono mobilitare le comunità sunnite”, si riconosce praticamente la dimensione settaria dei conflitti in Iraq e Siria. Ora, c’è un contesto complicato nella politica regionale, coinvolgendo queste stesse nazioni arabe sunnite da protagoniste assolute. Obama avrebbe una qualche ricetta per eliminare tali tensioni regionali? Non ha detto nulla. È interessante notare che mai Obama ha fatto riferimento all’Iran. La sua strategia ignora completamente le Nazioni Unite e, in realtà, mina la Carta delle Nazioni Unite. Non è riuscito a spiegare in modo convincente la ragion d’essere di tale particolare variante dell’intervento militare statunitense nel mondo musulmano, l’unilateralismo senza rischi e a basso costo, in quanto la sicurezza nazionale degli Stati Uniti non è in pericolo imminente e nemmeno concepibile. Quindi, l’impressione inevitabile è che gli Stati Uniti continuino ad arrogarsi la prerogativa di violare l’integrità territoriale e la sovranità degli Stati nazionali, per i propri interessi. In effetti, tale idra della guerra assume molte forme diverse, cosa praticamente garantita anche con il passare del tempo, molto dopo che Obama sarà scomparso dai libri di storia.
La presidenza Obama ha chiuso il cerchio reinventando i dogmi neoconservatori che una volta diceva di respingere. Con il pretesto di combattere l’IS, Stati Uniti ed alleati riprendono ed attuano l’enorme piano neocon per rimodellare il Medio Oriente musulmano pur di raggiungere gli obiettivi geopolitici degli Stati Uniti. Chiamatela come volete, ma è una guerra imperiale, anche se con un Nobel come comandante in capo.

ISIS-CaliphateLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line dello Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Agente della CIA candidata presidenziale in Brasile

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 12/09/2014

bvpoi0diqaajbxb1Marina Silva è la candidata presidenziale del Partito socialista. La sua personalità attirò l’attenzione della CIA a metà degli anni ’80, quando frequentava l’Università Federale di San Giovanni d’Acri. Allora aveva grande interesse per il marxismo e divenne membro del clandestino Partito Comunista Rivoluzionario. Ben presto la sua infatuazione a sinistra finì passando alla lotta per la protezione dell’ambiente della regione amazzonica. I servizi speciali degli Stati Uniti sono sempre interessati a tale parte del continente, nella speranza di controllarlo in caso d’emergenza geopolitica. La CIA l’ha contattata, e non fu un caso che nel 1985 entrò nel Partito dei Lavoratori (PT – Partido dos Trabalhadores), aprendole nuove prospettive di carriera politica. Nel 1994 Marina Silva fu eletta al Senato federale per la fama di fervente ambientalista, ed allora le notizie sui suoi legami con la CIA comparvero. Nel 1996 ebbe il Goldman Environmental Prize ed altri premi prestigiosi per la protezione dell’ambiente. I curatori della CIA fecero del loro meglio per aumentarne il prestigio. Per cinque anni fu membro del governo di Luiz Inácio Lula da Silva per poi cambiare partito. Nel 2009 Silva annunciò il suo passaggio dal Partito dei Lavoratori al Partito dei verdi, principalmente per protesta contro le politiche ambientali approvate dal PT. Silva scosse seriamente la politica brasiliana annunciando la sua candidatura, dopo quasi trent’anni. Ebbe quasi 20 milioni di voti nelle elezioni del 2010 come candidata del Partito Verde ed ha accettato la candidatura a vicepresidente di Campos quando i tentativi di creare il Partito della rete della sostenibilità fallirono. Dilma Rousseff, la candidata del PT che vuole continuare le politica indipendente del suo predecessore Lula da Silva, non piace a Washington.
10487406 Il rapporto degli Stati Uniti con il Brasile è peggiorato per lo scandalo sulle intercettazioni. L’US National Security Agency (NSA) spiava Dilma Rousseff e il suo governo. La presidentessa brasiliana sospese anche la visita ufficiale negli Stati Uniti, in segno di protesta. Non ha mai ricevuto scuse o la promessa di fermare le attività di spionaggio. Così ha cominciato ad agire. La presidentessa ha condannato le attività di NSA e CIA in America Latina e preso misure per migliorare la sicurezza delle comunicazioni e controllare i rappresentanti statunitensi nel Paese, esasperando Barack Obama. Nelle elezioni presidenziali in Brasile previste per il 5 ottobre, Washington vuole far decadere Dilma Rousseff. I servizi speciali degli Stati Uniti hanno lanciato una campagna per sbarazzarsi dell’attuale leader brasiliana. In un primo momento provocando proteste di piazza presunte spontanee per modificare e abbandonare le “vecchie politiche”. C’erano gruppi di giovani che protestavano contro propaganda e simboli dei politici politici, soprattutto del Partito dei lavoratori. Marina Silva ha formato il Partito della rete sostenibile. E’ ancora un mistero da dove abbia preso i fondi. La nuova organizzazione deve sostituire i vecchi partiti che presumibilmente sarebbero delle reliquie, ed ascendere. Le elezioni presidenziali del 2014 dovrebbero fare di Marina e del suo partito il cambio del panorama politico del Brasile, rimuovendo le forze politiche “arcaiche”. Terza con 19 milioni di voti, alle ultime elezioni, inizialmente non ebbe l’opportunità di concorrere alle presidenziali non avendo ottenuto le firme necessarie per farvi partecipare il suo Partito della rete sostenibile. Ma la tragedia che ha ucciso Campos e altre sei persone preso São Paulo, il mese scorso, ha dato a Silva l’inattesa seconda possibilità di soddisfare le proprie ambizioni presidenziali. Per divenire il primo presidente nero del Paese, dovrà sconfiggere la prima donna presidente, Rousseff del Partito dei Lavoratori (PT), così come il liberista Aécio Neves del Partito della socialdemocrazia brasiliana (PSDB), che ora è al terzo posto. La Casa Bianca era frustrata, Campos non aveva nessuna possibilità, ma era irremovibile nel concorrere, ignorando i media brasiliani che l’accusavano di corruzione. Anche Dilma Rousseff e il suo team furono pesantemente attaccati. Il 13 agosto la campagna elettorale presidenziale del Brasile finì nello sconcerto quando il jet privato del candidato del Partito socialista Eduardo Campos si schiantò in una zona residenziale nei pressi di San Paolo. Campos e gli altri sei membri dell’equipaggio e passeggeri rimasero uccisi nell’incidente, avvenuto durante il maltempo, mentre il Cessna si apprestava ad atterrare. La morte ha messo in lutto in tutto il Paese, rischiando di essere seguito da speculazioni sull’effetto sul voto presidenziale del 5 ottobre. La Presidentessa Dilma Rousseff dichiarava tre giorni di lutto ufficiale per Campos, che sostenne il governo Lula. L’aereo aveva prestato servizio tecnico regolare e senza difetti. Il registratore di cabina del Cessna era spento, sollevando interrogativi. In precedenza aveva funzionato senza intoppi, ma non registrò le conversazioni nel giorno della tragedia. L’aereo ebbe diversi proprietari (uomini d’affari brasiliani e statunitensi che rappresentavano aziende dalla dubbia reputazione). Alcuni commentatori brasiliani ritengono che si tratti di un assassinio. Prima della tragedia il velivolo fu utilizzato dall’US Drug Enforcement Administration (DEA). Persone inviate dagli ex-proprietari potrebbero aver avuto accesso all’aereo con diversi pretesti. Viene da chiedersi, gli Stati Uniti sono responsabili della tragedia? Chi esattamente? L’aereo decollò da Rio de Janeiro dove una stazione CIA opera nel consolato degli Stati Uniti. Non c’è dubbio che l’ufficio sia utilizzato dall’agenzia. Forse i servizi speciali brasiliani dovrebbero prestare attenzione a coloro che lasciarono il Paese subito dopo l’incidente aereo. La morte di Eduardo Campos ha innalzato le quote di Silva come candidata elettorale del Partito socialista. Se Campos non raccolse mai più del 9-10%, lei avrebbe il 34-35% al primo turno. Le previsioni indicano che il voto aumenterebbe al ballottaggio.
Marina Silva viene dipinta come strenua combattente contro la corruzione che potrebbe placare gli scontri interni, promettendo di lavorare con tutti i gruppi, i partiti e le coalizioni senza distinzioni. E’ difficile dire quale siano le sue reali intenzioni, è sempre difficile dire qualcosa di preciso quando si parla di personaggi sostenuti dagli Stati Uniti, troppo spesso Silva ha cambiato bandiera. Ad esempio, unendosi a Campos ha sostenuto l’idea di tenere alla larga le idee di Chavez (Hugo Chavez, defunto presidente del Venezuela noto per le sue convinzioni socialiste e la politica di sinistra) lontane dal Brasile. Oggi dice che la squadra del Presidente Lula era troppo chavista (pro-Chavez). Quindi, sulla sua proclamata disponibilità a lavorare con tutti? Non c’è dubbio che il Partito dei Lavoratori del Brasile gode di ampio sostegno, ma difficilmente può essere paragonato al partito al potere in Venezuela. Forse la CIA vuole utilizzare Silva per attuare il suo vecchio piano di creare una “cintura della sinistra alternativa” in America Latina per opporsi ai regimi autoritari, populisti e arcaici di Venezuela e Cuba. Silva è sempre più neo-liberale nella campagna elettorale dicendo che non c’è bisogno di un altro “centro di potere”, i BRICS, e di attuare la decisione del blocco d’istituire una banca di sviluppo, un fondo di riserva, ecc. Silva ha dubbi sul Consiglio di difesa sudamericano. Sottovoce chiede di prestare meno attenzione al MERCOSUR (Mercado Común del Sur, blocco sub-regionale che comprende Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela) e UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane: Unión de Naciones Suramericanas, unione intergovernativa che integra le due unioni doganali esistenti, Mercosur e Comunità delle nazioni andina, nell’ambito del processo d’integrazione sudamericano). Secondo lei, lo sviluppo delle relazioni bilaterali dovrebbe avere la priorità. Tali punti di vista sono in contrasto con il processo d’integrazione dell’America Latina. Come reagiranno i brasiliani alla svolta neoliberista del Paese nel caso vincesse? C’è la grande possibilità che si arrivi a disordini sociali, essendo abituati al progresso sociale del Paese. Le persone sono ascoltate, le riforme avviate e il Paese è stabile ed avanza. Se Silva diventasse presidentessa (George Soros, magnate, investitore e filantropo statunitense finanzia la sua campagna con notevoli fondi) ci sarà la seria possibilità di chiudere molti programmi sociali ed economici suscitando ampio malcontento. C’è l’idea che gli uffici degli Stati Uniti in Brasile siano pieni di agenti dei servizi speciali incaricati della missione di stimolare le proteste.

Marina Silva é como uma nota de 3 reaisLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Obama in Siria: salvataggio “pragmatico” dell’alleanza con al-Qaida

Vladimir Suchan 9 settembre 2014

1601112Il media propagandista per la IV Guerra Mondiale Business Insider (bel nome, vero?) ha inavvertitamente svelato la ragione della “campagna contro il SIIL” e il vero motivo del discorso politico di Obama sulla Siria. Si tratta solo di salvare l’esercito d’invasione costruito intorno ai due principali rami di al-Qaida, al-Nusra e SIIL, il cui compito è diffondere il caos, rovesciare il governo e distruggerne il Paese. Le forze del SIIL e quelle di al-Qaida, che gli Stati Uniti (e Business Insider) continuano a chiamare falsamente “laiche e moderate” (come ancora nell’articolo) sono “sull’orlo della più seria sconfitta” in Siria, stando per essere sconfitte ad Aleppo, seconda città della Siria dopo Damasco. Un rapporto dell’International Crisis Group imperialista dell’8 settembre avverte che se l’esercito mercenario d’invasione costruito dagli USA sarà scacciato dalla città, “gli Stati Uniti e i loro alleati perderanno il partner più importante sul campo di battaglia, una forza combattente credibile con anni di esperienza nei combattimenti contro SIIL e Assad“. La “lotta a SIIL e Assad” è, manco a dirlo, una menzogna spudorata. SIIL e al-Nusra sono le principali forze del cambio di regime degli USA. Tuttavia, Business Insider rivela inavvertitamente anche che l’esercito jihadista dominato da al-Nusra e SIIL (entrambi derivanti da al-Qaida) è rifornito, armato e sostenuto dalla Turchia, Stato chiave della NATO ed alleato degli Stati Uniti: “Il regime di Assad sta per recidere l’ultima via di rifornimento ai ribelli dalla Turchia“. Secondo Business Insider, “la stessa sopravvivenza” del cambio di regime degli USA tramite i fantocci di al-Qaida o “rivoluzione siriana”, dipende in larga misura dal controllo di Aleppo.
L’articolo rivela anche il fallimento dell’attacco chimico false flag dello scorso anno, che ha “effettivamente distrutto ogni possibilità di cambio degli Stati Uniti contro Assad, uno sviluppo che secondo l’ICG ha spezzato la coalizione ribelle e costretto alcune fazioni a un’alleanza pragmatica con il filo al-Qaida Jabhat al-Nusra“. Alleanza pragmatica con al-Qaida responsabile dell’11 settembre, sotto l’egida degli Stati Uniti? “Ciò che è in gioco in Aleppo non è la vittoria regime, ma la sconfitta dell’opposizione“, afferma il rapporto. In altre parole, gli Stati Uniti di Obama si agitano per salvare la forza d’invasione di al-Qaida dalla sconfitta, in nome della lotta contro uno dei suoi mostri, che la guerra contro l’Iraq aveva nutrito prima di allargarsi in Siria, nell’ambito della fusione tra Guerra al Terrore e Guerra del Terrore.

934837Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia e la “rivoluzione colorata”

Dedefensa

9_dru3Una riunione del “Consiglio antifascista e antimajdanista”, recentemente costituito in Russia, ha dato informazioni su gruppi e singoli attivisti che sviluppano agende straniere, sopratutto il partito Jabloko, che dalla fondazione è liberale filo-occidentale. Si tratta di azioni previste il 21 settembre e collegate alle elezioni del 14 settembre; le informazioni del “Consiglio antifascista e antimajdanista” riguardano aspetti logistici e organizzativi (l’aiuto dato a Jabloko dai soliti centri ed agenzie stranieri, reclutamento di “professionisti” per le manifestazioni, ecc.) Vi è certamente la paura in Russia, da parte del governo e delle varie agenzie, nonché di varie organizzazioni politiche, di un’azione generale per destabilizzare la Russia con una “rivoluzione colorata”. Le notizie del “Consiglio anti-Maidan” sono andate alle Izvestija e riprese il 9 settembre da RussiaToday.
Il leader del Consiglio antifascista e antimajdanista Evgenij Shabaev ha detto al popolare quotidiano Izvestija che il suo gruppo ha informazioni su cittadini ucraini e georgiani che hanno ruoli importanti nel preparare manifestazioni violente per rovesciare governi e sciogliere i parlamenti con le cosiddette ‘rivoluzioni colorate’. Ora, queste persone arrivano in Russia per avere colloqui con i rappresentanti del partito d’opposizione Jabloko ed altri gruppi d’opposizione, preparando e lanciando il cambio di regime in Russia, ha affermato l’attivista. Secondo Shabaev, oggi Jabloko assieme a membri del gruppo Solidarietà controlla una serie di manifestanti. Oltre 1000 persone sono state assunte per parteciparvi, ed ognuna ha firmato un contratto per 15 giorni di picchetto per 2500 dollari. Il bilancio complessivo per la manifestazione ammonta a oltre 90 milioni di rubli (circa 2,4 milioni di dollari) e si concluderà con un’adunata di massa il 21 settembre. L’attivista ha osservato che le proteste sono collegate al voto nazionale del 14 settembre. Ha detto che le proteste più intense e numerose si svolgeranno nelle principali città, Mosca e San Pietroburgo (Mosca ha le elezioni municipali e San Pietroburgo del sindaco). Shabaev ha anche detto che ovviamente l’intero scenario è sostenuto dal dipartimento di Stato degli USA, interessato a cambiare il sistema politico della Russia come già accaduto in Georgia, Ucraina, Libia e altri Paesi in cui le ‘rivoluzioni colorate’ sono riuscite. Boris Nemtsov del partito d’opposizione Parnas (Partito della Libertà Popolare) ha confermato che una grande manifestazione, chiamata marcia della pace, era prevista per il 21 settembre ed è organizzata in collaborazione con Jabloko. Il partito Jabloko nega di ricevere fondi da un qualsiasi Stato estero, nonché di organizzare una qualsiasi protesta. Tuttavia, una fonte del municipio di Mosca ha detto alle Izvestija che i picchetti nel centro della città sono organizzati da Jabloko per protestare contro le tasse“.
Il Consiglio anti-Majdan è stato costituito ad agosto da veterani delle forze militari e speciali russe, attivisti dei diritti e rappresentanti della comunità ortodossa. L’obiettivo principale del gruppo è contrastare i tentativi di cambiare con la forza il sistema politico della Russia informando i cittadini sui metodi della propaganda occidentale. Il Consiglio prevede inoltre di organizzare proprie manifestazioni per promuovere gli interessi dello Stato russo ed impedire tensioni etniche nelle regioni della nazione.

TASS_516007Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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