Volontà internazionale di contrastare il SIIL: verità o inganno?

Dr. Amin Hoteit al-Thawra, al-Wihda (Siria) 18/08/2014
Articolo tradotto dall’arabo da Mouna Alno-Nakhal per Global Research
10590515In questi ultimi giorni il campo occidentale ha preso due posizioni contro il SIIL, creatore del califfato islamico in Iraq e Siria (CIIS); il primo sono gli attacchi aerei statunitensi nel nord Iraq, vicino al confine del Kurdistan; il secondo la risoluzione del Consiglio di Sicurezza contro SIIL e Jabhat al-Nusra. Qualcuno potrebbe spiegare tali dichiarazioni con il fatto che l’occidente ha finalmente deciso di ammettere la verità e di affrontare seriamente il terrorismo di queste due organizzazioni. E’ così? Rispondiamo che un documento non può essere letto dall’ultima pagina o riga, ma dobbiamo collegare le cose dal passato per capire il presente, prevedere il futuro e ridurre il secondario ai principi fondamentali, per dedurne il vero obiettivo. Pertanto, dobbiamo iniziare da una verità nota a tutti, e che si riduce al fatto che l’apparizione di tali due organizzazioni terroristiche è inseparabile dall’occidente, dai suoi alleati e strumenti regionali, essendo stato oramai chiarito e ampiamente documentato che Turchia, Arabia Saudita e Qatar hanno patrocinato, finanziato e covato entrambe le organizzazioni sperando di distruggere lo Stato siriano, sradicandolo in quanto baluardo dell’Asse della Resistenza come preludio alla distruzione del resto dell’Asse, come vuole il piano statunitense-sionista. Così molte verità emergono, tanto che non sfuggono nemmeno alle persone comuni o a coloro che non vogliono interessarsi minimamente alle questioni politiche e strategiche. D’altro canto, sulla base di prove concrete, è chiaro che l’assalto del SIIL alla Siria, e poi da lì all’Iraq, s’è verificato:
• Nel contesto che possiamo designare come “strategia della stretta” contro l’Asse della resistenza; ricordando la transazione avviata da Bashir Gemayel durante la guerra civile, quando chiese “l’unificazione di tutti i fucili cristiani”, un’operazione che portò alla formazione delle “Forze libanesi” e alla sua elezione, in quanto loro comandante in capo, alla presidenza della Repubblica durante l’invasione israeliana del Libano, nel 1982 [1].
• Nell’ambito dell’attuazione del nuovo piano statunitense per eliminare l’Asse della Resistenza e tagliarne il legami con la resistenza palestinese a Gaza; un piano di cui il SIIL era il responsabile dell’attuazione in Iraq, Siria e Libano, e Israele a Gaza.
Pertanto, anche se qualcuno potrebbe pensare che l’occidente rigetti il comportamento criminale del SIIL e che abbia effettivamente deciso di combatterlo con gli attacchi aerei e la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, riteniamo prudente guardare oltre l’albero che nasconde la foresta e, in questo caso, diffidare delle trappole occidentali. Infatti:

Gli attacchi aerei USA sull’Iraq
Non crediamo assolutamente che gli attacchi aerei sull’Iraq siano volti alla sicurezza e sovranità dell’Iraq o, come sostengono certi politici iracheni che cercano di giustificarsi, con il cosiddetto accordo strategico del “trattato di sicurezza iracheno-statunitense”. Se così fosse, gli Stati Uniti avrebbero colpito quando le autorità irachene formalmente ne chiesero l’aiuto per contrastare l’avanzata del SIIL [2], dopo la messa in scena dell'”invasione di Mosul” [3] del SIIL o, almeno, quando i loro satelliti registrarono l’esecuzione di 1700 persone a Mosul e dintorni, o quando ebbero la conferma del genocidio e dei crimini contro l’umanità commessi dal SIIL contro Yezidi a Sinjar e cristiani o altre minoranze presso Mosul. Ma niente di tutto ciò è avvenuto. Tuttavia, Obama ha chiaramente affermato che “gli Stati Uniti hanno interesse strategico nel fermare l’avanzata del SIIL e di non essere l’aviazione degli sciiti iracheni o di qualsiasi altra fazione” [4]. È alla luce di tale affermazione che dobbiamo interpretare gli attacchi aerei in Iraq. Non diremo che gli Stati Uniti, che hanno creato e nutrito l’organizzazione terroristica al-Qaida e i suoi vari rami, si siano infine rivolti contro la loro creatura. Ma diciamo che vedendosi minacciati da “elementi indisciplinati” del SIIL, hanno lanciato il loro attacco aereo per i loro scopi:
• punendo gli errori e ricordando al SIIL la politiche e i confini terrestri già prefissati
• scaricando le accuse di molti analisti e ricercatori che l’incolpano del terrorismo del SIIL,
• garantendo l’integrità dei confini del Kurdistan iracheno, per continuare a usarlo contro la nostra regione come un pugnale, tra l’indipendenza incompiuta dall’Iraq e l’impossibile recupero di un legame organico con il governo centrale iracheno, da cui il nuovo concetto di “stato di quasi-indipendente”!
Ciò senza dimenticare la possibilità per gli Stati Uniti di creare un precedente su cui poter costruire una giustificare per l’intervento militare in Siria con il pretesto di colpire il SIIL e lasciare che la situazione evolvi nella direzione desiderata, senza incontrare alcun ostacolo ogni trimestre. Questo è, a nostro avviso, la ragione dell’adozione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza ed è ciò che intendiamo dimostrare.

La risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n° 2170 [5]
Questa risoluzione, il cui disegno è stato presentato al Consiglio di Sicurezza dall’occidente, guidato dalla Gran Bretagna, è importante in quanto si tratta di un punto di vista di principio, ma non risolve il problema. Condanna SIIL, al-Nusra e tutti coloro che li sostengono, invitano a combatterli ed invoca il divieto del loro finanziamento diretto o indiretto, l’invio di armi, ecc., ma uno studio dettagliato e approfondito ci fa pensare alla favola della montagna che ha partorito il topolino! Infatti, nonostante la sua rilevanza giuridica, questa risoluzione è priva di efficacia operativa, di tutto ciò che potrebbe indurre a chiedere conto agli Stati che sostengono e facilitano le operazioni criminali del SIIL, mentre tutti sanno, almeno, del ruolo svolto da Turchia, Arabia Saudita e Qatar, ieri e oggi. A ciò bisogna aggiungere l’irritazione evidente del presidente inglese del Consiglio di Sicurezza per gli interventi dei delegati di Siria [6] e Iraq; irritazione interpretata come rifiuto di permettere d’illuminare le carenze della risoluzione e cosa possa nascondere. Pertanto, e nonostante tutto ciò che è stato detto della risoluzione, pensiamo che l’unica cosa utile sia il riconoscimento unanime dei membri del Consiglio di Sicurezza, della veridicità dell’indicazione della Siria sulla natura terroristica delle due organizzazioni citate. Il che implica che la Siria subisce un attacco terroristico straniero e non una rivoluzione popolare, come alcuni membri del Consiglio di sicurezza continuano ad affermare!
Oltre a ciò, non vediamo nulla nella presente risoluzione che soddisfi o ispiri la seria speranza della volontà occidentale di combattere il terrorismo. A questo proposito, cogliamo l’occasione per porre alcune domande agli ideatori di tale disegno di risoluzione e ai responsabili dell’adozione, come Stati Uniti e Gran Bretagna in particolare:
1. Perché Abu Baqr al-Baghdadi e i suoi 12 più stretti collaboratori non appaiono sulla lista dei terroristi internazionali? Perché non gli hanno congelato i beni? Perché non vengono trascinati davanti alla Corte Penale Internazionale per decisione del Consiglio di Sicurezza? Quest’ultima decisione era compromettente per i funzionari degli Stati Uniti che appaiono nelle foto assieme ad al-Baghdadi e altri?
2. Chi fornisce al SIIL mappe dettagliate dei territori siriani e iracheni? Chi indica al SIIL i punti di forza della struttura difensiva da evitare per poter infiltrarsi in entrambi i Paesi? Chi pianifica le invasioni del SIIL in base a tali informazioni? Le forze che hanno satelliti puntati sulla regione e agenzie d’intelligence internazionali, come Stati Uniti e NATO?
3. La Turchia, membro della NATO, non è forse l’unico Paese attraverso cui passa il petrolio rubato in Siria e Iraq e venduto sul mercato internazionale, in particolare in Europa, consegnando al SIIL tre milioni di dollari al giorno? Perché non si prendono misure drastiche contro la Turchia per fermarla?
4. La Turchia non è ora il punto di transito principale dei terroristi del SIIL diretti in Siria e Iraq? Perché non bandirne porti ed aeroporti? Perché non viene rimproverata?
5. Non è ben chiaro che Qatar, Arabia Saudita e gli altri stati del Golfo finanziano entrambe le organizzazioni terroristiche, avendo giustamente adottato l’ideologia del wahhabismo dell’alleato degli USA? [7].
Molte domande da porre le cui risposte indicano che, se l’occidente in generale e gli USA in particolare, volessero seriamente combattere il terrorismo di SIIL e Jabhat al-Nusra, potrebbero inaridirne le risorse in pochi mesi, senza nemmeno bisogno di alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO e gli Stati regionali sottoposti, potrebbero farlo se lo volessero. Ma la decisione dovrebbe venire dagli Stati Uniti, ma non verrà perché gli Stati Uniti vedono ancora nel terrorismo e nelle bande armate il loro “esercito segreto” permettendogli di raggiungere quegli obiettivi che un’esercito convenzionale non può raggiungere! Infine, la risoluzione 2170 si spiega con il fatto che l’occidente, avendo la responsabilità fisica e morale dei crimini di SIIL e Jabhat al-Nusra, cerca di discolparsi negandone i delitti, mentre crea un precedente che giustificherebbe gli attacchi aerei degli USA nel territorio siriano con la scusa della guerra contro il SIIL… e questo è ciò che si deve evitare!

mappedNote:
[1] Operazione Pace in Galilea o invasione del Libano 1982: il 6 giugno 1982 le forze israeliane invasero il sud del Libano, apparentemente per fermare gli attacchi dell’OLP lanciati dal Libano…
[2] L’Iraq chiede agli USA d’intervenire contro i jihadisti
[3] Quali sono gli obiettivi della finta invasione dell’Iraq da parte del SIIL?
[4] Obama giura di continuare gli attacchi aerei in Iraq, ‘se necessario’
[5] Risoluzione n° 2170: Il Consiglio di Sicurezza adotta all’unanimità una risoluzione sul divieto di qualsiasi supporto a SIIL e fronte al-Nusra
[6] Video: intervento del Dr. Bashar Jafari, delegato permanente della Siria alle Nazioni Unite, dopo l’adozione della risoluzione 2170
[7] Il “fondamentalismo islamico” sponsorizzato dagli USA: Le radici dell’alleanza USA-wahhabita

Il Dottor Amin Hoteit è analista politico, esperto di strategia militare ede x-generale di brigata  libanese.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il miliziano rosso “Artjom”: “Non abbiamo scelto la guerra, è la guerra che è arrivata da noi!”

Intervista di Viktor Shapinov Histoire et Societé 19 agosto 2014

10277471Il miliziano dal pseudonimo “Artjom” è un vecchio amico di “Borotba“. Prima della guerra, organizzò la gioventù operaia del Donbas nella lotta contro fascismo e capitalismo istituendo una cellula locale dell’organizzazione. Quando la guerra è iniziata, non riuscì a starne lontano e aderì alla milizia. Oggi “Artjom” è in ospedale per un infortunio e ha potuto parlarci.

Compagno, dimmi come ti sei trovato nella milizia?
Fin dall’inizio degli eventi in Piazza Indipendenza, ho avuto la sensazione che questa volta la lotta tra le forze avrebbe raggiunto una fase pericolosa. Rispetto alla rivoluzione “arancione” nel 2004, nel 2014 vi era già molta più gioventù nazionalista organizzata e preparata dai grandi fondi. I gruppi ultras erano cresciuti e maturati, pertanto, c’era la sensazione che questa volta sarebbero andati fino in fondo e la guerra civile sarebbe scoppiata. La divisione della società già esisteva, ma era per così dire una guerra civile morale, adesso i nazionalisti avevano la reale opportunità di colpire, mutilare e uccidere i dissidenti, e di farlo con la scusa dello Stato. Quando ho visto morire dei civili inermi, soprattutto con l’approvazione dei quattro patrioti “filo-ucraini” del posto, mi sono reso conto che era tempo di scegliere, e che dipendesse solo da noi decidere come affrontare la situazione. In questa situazione, ho iniziato ad aiutare la milizia.

In quale formazione della milizia hai combattuto?
L’esercito degli Stati del sud-est.

Che tipo di compiti hai svolto?
Vari. Per il momento sono un segreto militare.

E’ stato difficile passare dalla vita pacifica di militante della sinistra al combattimento?
E’ stato difficile capire cosa accadesse e costruire un sistema che potesse spiegarmi la natura della guerra. Divenne assai facile quando a Lugansk ho incontrato i comunisti che si rifiutavano di obbedire al Partito e che coraggiosamente intrapresero la via della lotta e quando dai soldati ho sentito lo spirito del Donbas, che ha sempre avuto attrazione per la lotta ai ricchi ed aspirazioni al socialismo. A Lugansk è molto sensibile e la vita pacifica non era in realtà piuttosto tranquilla. Le minacce dei nazionalisti (tifosi “ultras”) che vagavano per le strade di Donetsk e Lugansk, suscitarono pensieri dolorosi, facendo aprire gli occhi alla gente sulla minaccia dell’introduzione del regime nazionalista. C’era già la guerra, o il suo prologo se si vuole. Avevo il tremendo desiderio di una vita decente, di prendere il nostro destino in mano creando un nuovo Paese.

Come sei stato ferito?
Durante il bombardamento dell’eroica città di Lugansk con l’artiglieria pesante. Il fatto è che la milizia non solo combatte in prima linea, ma è responsabile della protezione della popolazione civile, per quanto possibile durante i bombardamenti, anche a costo della propria vita. Le persone vi sono già ampiamente abituate, ma c’è ancora confusione, disorganizzazione. Già non pensavamo che i bombardamenti sulle zone residenziali fossero dovute al caso, ma ora non c’è alcun dubbio. Pertanto, il popolo di Lugansk è divenuto più disciplinato.

Come valuti le prospettive delle operazioni militari nel Donbas?
Se si guarda alla cronologia dei combattimenti fin dall’inizio, vediamo come s’è sviluppata e rafforzata la milizia. Tuttavia, le forze sono assai diseguali, ma abbiamo un alleato, non meno importante e pericoloso per il nemico. Un vero bolscevico ne comprende l’importanza. Questo alleato è l’agitazione tra i soldati ucraini contro la guerra, come la campagna dei bolscevichi contro la guerra imperialista, esattamente 100 anni fa. Se sempre più ucraini che si battono per gli interessi dei capitalisti ucraini e occidentali, cominciano a rifiutarsi di combattere ed organizzano comitati dei soldati contro la guerra, la questione è risolta. E questa tendenza esiste, ed è già evidente. Ci possono essere due prospettive: le truppe ucraine radono completamente il Donbas in un diluvio di sangue, o si avrà un cambio radicale, respingendo la spedizione punitiva dalle giovani repubbliche. Vedete, la pace non è più possibile nel Donbass sotto l’autorità della giunta, perché se la milizia viene sconfitta, si entrerà in un periodo di reazione, genocidio diretto e terrore contro la popolazione. E i “confidenti” locali in questo caso sarebbero molto utili. Potete immaginare la Jugoslavia come Stato unito dopo la guerra totale? E’ impossibile. Solo confrontandosi alla carneficina jugoslava, abbiamo l’odio contro una particolare nazione, come tra serbi, croati e bosniaci. Se la spedizione punitiva controllasse il Donbas, dovrà avere le unità militari  sempre pronte, dormendo con i fucili, perché non si tratta di una guerra contro gli ucraini, ma di una guerra civile dove la giunta combatte contro gli antifascisti.

L’esercito ucraino non era così debole all’inizio della guerra. Come la si vede dall'”interno”, la milizia saprà farvi fronte e le Repubbliche Popolari resisteranno?
La milizia risterà perché non solo i combattenti, ma tutto il popolo è la milizia. Inconsciamente, sono quasi tutti mobilitati. Ogni piccola cosa può essere di grande aiuto, ogni dettaglio, si tratta della lotta del popolo. Senza il sostegno popolare non sarebbe successo niente. La gente vuole vivere fino alla vecchiaia, vuole veramente pace e tranquillità, ma comincia a capire che il governo ucraino porterà terrore e povertà.

E’ possibile passare all’offensiva?
Ci sarà un contrattacco, ma non così rapidamente come tutti vorrebbero, come anche noi. La tattica difensiva è molto irritante, ma abbiamo bisogno di tempo.

Hai partecipato attivamente ad Antimajdan come aderente dell’organizzazione di sinistra “Borotba“, che in pratica è vietata dalle autorità ucraine nella città in cui hai vissuto con la tua famiglia, ora occupata dalle truppe della giunta di Kiev. Ciò mette in pericolo la tua famiglia e gli amici? Sono rimasti o se ne sono andati?
Certo, ho già fatto uscire i miei genitori.  Mio zio è rimasto e aiuta la lotta. Alcuni compagni sono andati, ma molti sono rimasti.

Nei media si afferma che il popolo del Donbas non è presente nella milizia, non lo supporti, che presumibilmente la maggior parte della milizia è formata da stranieri, russi, ceceni, osseti, ecc. Cosa ne pensi, è vero?
A tal proposito vorrei dare una risposta più dettagliata. Prima di tutto, nel popolo del Donbas c’è di tutto, è una guerra civile. La stragrande maggioranza, naturalmente, offre tutta l’assistenza possibile, anche solo passiva. Ad esempio, la risposta della popolazione alla comparsa di una colonna della RPL fu  un’ondata di applausi e parole di gratitudine, e così via. Molte nonne benedicono le milizie di passaggio. In generale, sentiamo l’unità con tutti, siamo tutti nella nostra terra. Ma c’è una piccola percentuale, coloro che attendono l’occasione per denunciare i vicini alla polizia segreta ucraina, come a Marjupol. C’è anche una piccola percentuale di coloro che se ne fregano totalmente, fin quando qualcuno non si scassina un bancomat. L’umore del popolo del Donbass s’è radicalizzato. Le persone vogliono sempre regolare i conti con i confidenti, ma la milizia ovviamente impedisce di farsi giustizia. A proposito degli “internazionalisti” nella milizia. Sì, ci sono diverse persone, osseti, ceceni, russi e ucraini. Siamo tutti internazionalisti e ne siamo orgogliosi, perché se, Dio non voglia, uno dei fratelli ha un problema a casa, anche in Russia, ucraini, serbi e osseti per esempio verrebbero ad aiutarlo. Questa è l’essenza dell’internazionalismo. La spina dorsale della milizia sono ragazzi e uomini del posto. Sempre se ne propongono, ma non tutti vengono presi, anche un nonno, un veterano della guerra, ha voluto unirsi a noi, è successo. Siamo sempre stati assai pacifici nel Donbas. Nel corso di questa guerra, molti sono diventati combattenti per difendere le proprie terra e idee. Pertanto, il Donbas non può essere sconfitto; anche se prendono le città la lotta non finirà fin quando il Donbas non avrà l’indipendenza. Sì, ci sono internazionalisti, non mercenari. Sono a casa e come mai? Chiedi tu. E’ molto semplice, il Donbas è un melting pot di popoli, vi sono molte nazionalità, i serbi qui hanno diversi insediamenti storici. Chiunque viene qui con spirito di pace troverà casa, dopo di che non potrà mai dimenticare il Donbas. Siamo tutti del Donbas. Come a volte si dice, siamo tutti diversi, siamo tutti rossi (sorride).

Cosa impedisce alle persone di unirsi in massa alla milizia del Donbas e proteggere la propria terra?
A mio parere manca una linea ideologica chiara che la gente capisca, c’è anche la paura di perdere una buona pinta di birra la sera o di morire sotto il fuoco dei “Grad”, ma se ci fosse una chiara idea, come i bolscevichi, per esempio, sarebbe diverso. E poi le persone sono abituate a vivere di elezione in elezioni, scegliendo tra gli oligarchi di oriente e occidente. Nessuno si aspettava la guerra, e non c’è comitato di organizzazione di lotta in ogni villaggio disposto ad affrontare una situazione del genere. Non viviamo nel ventesimo, ma nei primi anni del ventunesimo secolo. Pertanto, per rispondere alle sfide del tempo dobbiamo agire in modo diverso. E’ importante trovare una risposta, una buona risposta. Le recenti dichiarazioni di un “volontario comunista” affrontano pienamente molte domande e credo che riflettano l’opinione della maggioranza dei combattenti della milizia. Sì, fin dall’inizio combattiamo contro l'”ucrainismo rabbioso” e il neo-nazismo. Con il termine “ucrainismo rabbioso” intendo l’ideologia di una certa parte della popolazione manipolata da burattinai, e non i normali ucraini, nostri fratelli. Sono molti gli ucraini contrari alla giunta, ma hanno paura e non sono organizzati. Gli avvenimenti terribili di Odessa del 2 maggio, dove morirono molti miei compagni, hanno “aiutato” la giunta a sopprimere per una volta le manifestazioni al di fuori del Donbas. Concludo con le parole di un “volontario comunista”: “Se alziamo la bandiera rossa – vinceremo questa guerra”, e io aggiungerei aiuteremo i nostri fratelli ucraini a strangolare i parassiti fascisti e a ricostruire un’Ucraina senza fascismo. Comprendendo di poter lottare contro la macchina da guerra, capiamo non solo ciò contro cui combattiamo, ma anche per cosa. Questa è la chiave che aprirà le menti dei nostri connazionali che si leveranno per combattere, ne sono sicuro.

Come vedi il futuro dell’Ucraina e del Donbas in caso di vittoria?
Credo che l’Ucraina debba giungere al socialismo senza il Donbas. Possiamo essere dei forti alleati, ma gli ucraini sradicheranno il banderismo e trovereanno la via del socialismo quando smetteranno di vedere nel Donbas un “mostro sovietico” che “ha occupato il Paese”. L’isteria banderista ancora incita all’odio tra oriente e occidente. Senza il Donbas, il banderismo finirebbe rapidamente, perché non può fare nulla per la “prosperità della nazione” e non potrà incolparne nessuno, mentre l’Ucraina occidentale vedrà un movimento progressivo. Il diritto all’autodeterminazione è un diritto naturale del popolo, come il diritto di scegliere una qualunque città in cui vivere.

Molti dicono che RPD e RPL sono un progetto “bianco” dei monarchici e nazionalisti russi e simili. Da comunista e internazionalista, sostieni la Repubblica Popolare. Secondo te la sinistra ha ragione a sostenere la Novorossija? La sinistra è in buona posizione negli organi dirigenti della Repubblica popolare. C’è molta gente di sinistra tra i soldati e i comandanti della milizia?
Questo è probabilmente una questione centrale. In un primo momento difendevano le loro case e famiglie senza pensare seriamente all’ideologia. Inoltre, al momento riunire il popolo nella lotta per il potere sovietico era praticamente impossibile, anche se quasi tutte le persone, nel profondo, si sentono almeno socialiste. Voglio dire, si parla di un certo “ideale” presso la popolazione del Donbas, a livello di chiacchiera da bar. I combattenti della milizia che si considerano comunisti e internazionalisti sono molti. Rilevo anche il ruolo del “Fronte del lavoro di Lugansk” (ex-comitato regionale del partito comunista), i cui membri si sono rifiutati di obbedire alla “leadership ufficiale del partito” e hanno pienamente abbracciato la Repubblica. Da qui il cambio di nome. Vi sono gli anarco-comunisti per nulla contenti che i loro “fratelli” di Kiev concordino con i neonazisti iniziando con entusiasmo ad uccidere i nostri connazionali. Molti non aderiscono ad organizzazioni, ma semplicemente si presentano come comunisti e internazionalisti. Nella confusione nessuno chiede nulla dell’organizzazione d’appartenenza. E’ un comunista, e questo è tutto, non c’è  nazionalismo a Lugansk. I cosacchi del Don sono in pieno accordo con i comunisti; la maggior parte dei cosacchi che ho incontrato ricorda i cosacchi che combatterono per la Repubblica Sovietica del Don. Basti citare la bandiera tricolore russa con la scritta “Antifa” (sorride). Questo episodio spiega molto, chi si oppone alla minaccia del nazionalismo ucraino cerca alleati contro i gruppi armati radicali. La Russia è sempre stata una “madre” qui, comunque, quindi si solleva la bandiera della Russia, ma la scritta ‘antifascista’ simboleggia un secondo aspetto, l’essenza del popolo del Donbas contrario ad ogni forma di nazionalismo, per l’internazionalismo e l’antifascismo. A proposito di comandanti, nessuno di loro si dichiara apertamente comunista, ma tutti condividono convinzioni internazionaliste ed opinioni antifasciste. Ad esempio Aleksandr Mozgovoj, il comandante del battaglione “Prizrak“, ha più volte parlato della lotta contro gli oligarchi per gli interessi del popolo, e l’ha dimostrato con i fatti. Non ci sono piani “bianchi”, perché sarebbe assolutamente disastroso per il Donbas. Storicamente i lavoratori hanno combattuto i bianchi e sostenuto pienamente il potere sovietico, mentalmente sono tutti “rossi” e non “bianchi”. La guerra consolida il popolo risvegliandogli memoria storica e coscienza di classe. In conclusione, vorrei dire che non si tratta di bigottismo, ma di dialettica che aiuta gli internazionalisti a comprendere l’essenza della situazione, vedendo oltre le forme bizzarre il contenuto reale, facendo una scelta giusta anche se difficile. E aggiungo, miei concittadini e fratelli ricordate che i vostri antenati hanno versato il sangue su questa terra per la vittoria del proletariato, ricordate che il Donbas moderno fu costruitò dagli sforzi incredibili della classe operaia, dalla vittoria sui nazisti. Il Donbas è un vero e proprio monumento della costruzione socialista. Non dimenticate chi siete. Non diventate dei mutanti, ma restare voi stessi.
Gloria al Donbass e alla solidarietà internazionale dei lavoratori!

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24DA8E38-D85F-4ACE-A0A4-7AE45F626523_w974_n_s_sTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Novorossija, nuove sconfitte di Kiev e manovre di Mosca

Alessandro Lattanzio, 21/8/2014

10478110L’offensiva majdanista lanciata a metà agosto per circondare Donetsk e fratturare la Novorossija si risolveva in un nuovo disastro per Kiev. Dopo una prima avanzata tra le linee difensive dei federalisti, le unità ucraine sono state nuovamente accerchiate dalla milizia, prima ancora di raggiungere un qualsiasi obiettivo strategico.
Il 13 agosto, il fronte principale di Novorossia era l’enclave majdanista presso l’aeroporto di Lugansk, e l’offensiva di Kiev su Ilovajsk, Debaltsevo e Uglegorsk. L’obiettivo dell’offensiva su Ilovajsk era tagliare la strada principale dei rifornimenti per Donetsk. A Ilovajsk, la milizia distruggeva 3 carri armati e 4 blindati ucraini. A Stepanovka, il battaglione speciale majdanista Gorin veniva distrutto dai lanciarazzi MLRS Grad della milizia faderalista. A nord iniziava la nuova grande offensiva della giunta majdanista. Dopo un massiccio bombardamento su Donetsk e Jasinovataja, si ebbe l’attacco dei carri armati verso Enakievo, contemporaneamente vi fu l’attacco su Uglegorsk. Scopo dell’offensiva era tagliare Gorlovka dalle principali forze della milizia. Continuavano i combattimenti nella zona Torez-Snezhnoe-Mjusinsk, dove la giunta golpista di Kiev subiva perdite notevoli. Krasnij Luch era saldamente controllata dalle milizie, sventando la minaccia di tagliare in due Novorossija. Presso Antratsit, la milizia circondava le forze majdaniste che avevano sfondato a Krasnij Luch. Il gruppo di Mozgovoj, da Stakhanov e Alchevsk, continuava ad operare tra Pervomajsk e Debaltsevo. Nel complesso l’offensiva della giunta, anche se è effettuata con notevoli forze, risultava più debole del previsto, probabilmente ciò era dovuto al processo di esaurimento dei militari ucraini e alla significativa resilienza della milizia.
234_1408435253 A Donetsk, un commando del comandante della milizia Bezler distruggeva una postazione d’artiglieria ucraina che bombardava la città. 20 militari ucraini furono uccisi e 3 MLRS BM-27 Uragan distrutti. Altri 4 MLRS Uragan furono catturati assieme a grandi quantità di munizioni e a 2 mortai semoventi 2S4 Tulip da 240mm, “Catturando la zona fortificata sono stati distrutti 3 lanciarazzi multipli Uragan. 20 soldati ucraini sono stati eliminati e sei feriti. Sono stati catturati 4 lanciarazzi Uragan, 2 mortai semoventi, più di 500 razzi e munizioni“. Sempre presso Donetsk, un’unità di Pravij Sektor cadeva in un’imboscata, 12 i neonazisti eliminati e 13 arrestati. La sera del 13 agosto, un gruppo di 10 carri armati con BTR, BMP e diversi autocarri partiva dall’aeroporto di Lugansk in direzione di Novosvetlovka. Il gruppo meccanizzato si precipitò sulla carreggiata Krasnodon-Lugansk tagliandola nella zona di Novosvetlovka, dove si svolsero pesanti combattimenti. Il gruppo ucraino, composto dalla 1.ma brigata corazzata e dal battaglione neonazista Ajdar, veniva circondato subendo gravi perdite, principalmente per opera dell’artiglieria della milizia, perdendo almeno 4 carri armati, mentre la milizia ne perse 1. Krasnodon oltre a dover ricevere il carico umanitario da Mosca, è infatti il centro di coordinamento delle milizie. Il comando di Krasnodon fu creato dopo il viaggio di Bezler a Mosca, dove visitò lo Stato Maggiore e chiese aiuto per l’organizzazione del comando delle milizie. Lo Stato maggiore formatosi a Krasnodon, cercava di coordinare i vari gruppi della milizia. Dopo la liquidazione della sacca meridionale, forze significative della milizia furono rese disponibili per gli altri fronti.
Nei bombardamenti dei majdanisti, dall’11 al 14 agosto, furono uccisi 96 civili: 74 nel Donetsk e 22 presso Lugansk. A Gorlovka, il vicino impianto chimico veniva colpito e il personale e i residenti evacuati. Presso Savroka, la controffensiva delle forze della RPD, iniziata l’11 agosto, portava alla liberazione di Stepanovka e Marinovka, nel pomeriggio del 13 agosto, accerchiando altri tre gruppi corazzati ucraini. Diversi soldati e ufficiali ucraini furono presi prigionieri, tra cui Nikolaj Zakorpatsk, colonnello e commissario politico del battaglione speciale Grad. La reazione dei golpisti portava a pesanti combattimenti nella periferia di Stepanovka, il 13-14 agosto. Jasinovataja veniva nuovamente liberata dalle milizie della RPD, mentre presso Gorlovka i majdanisti perdevano decine di blindati. Il raggruppamento Mozgovoj che aveva avviato un’offensiva da Debaltsevo, le truppe della junta di Kiev rischiavano di finire nuovamente circondate.
La mattina del 15 agosto, il battaglione neonazista Ajdar subiva 22 morti e 36 feriti presso Khrjashevatoe. Presso Izjum i guerriglieri della milizia eliminavano 6 mercenari polacchi della Othago. Nella zona di Novosvetlovka, le unità ucraine perdevano la metà di una compagnia di carri armati. L’artiglieria della RPL martellava le posizioni occupate dai resti della compagnia carri armati e di una di fanteria motorizzata ucraine. Il comandante del battaglione neonazista Rus di Kiev, Gumenjuk, veniva eliminato a Slavjansk. A Lugansk, la milizia intercettava tre commando della naziguardia a bordo di un auto civile sulla strada tra la Russia e Lugansk, per tendere un agguato al convoglio umanitario russo piantando delle mine lungo il suo percorso. Durante l’interrogatorio, i commando dissero che l’esercito ucraino aveva inviato 7 squadre di sabotatori nelle regioni di Donetsk e Lugansk per tendere imboscate sulle strade controllate dalla milizia.
Il 16 agosto Zhdanovka, tra Donetsk e Gorlovka, veniva occupata dai majdanisti minacciando così Enakievo da sud; qui l’esercito della RPD si concentrava liberando poco dopo Zhdanovka e Nizhnaja Krinka, dove gli ucraini perdevano 32 mezzi, tra cui 6 MLRS Grad. L’esercito della RPD liberava il valico di frontiera di Uspenka. Kozhevnja veniva liberata mentre tra Mjusinsk e Krasnij Luch le unità ucraine furono isolate ed eliminate. Qui 17 soldati della 25.ma brigata ucraina disertavano nella Federazione Russa. Ad ovest e a nord di Lugansk, la milizia liberava Zimgore, Rodakovo e Sabovka, accerchiando il raggruppamento majdanista di Lutugino. A Ilovajsk, 20 km a est di Donetsk, i majdanisti subirono la perdita di 2 carri armati, 2 BMP e 30 effettivi. A Savrovka la milizia distruggeva 2 BTR ucraini. La Milizia abbatteva 3 aerei ca combattimento ucraini, 1 MiG-29 presso Lugansk e 2 Su-25 presso Krasnodon. Le milizie della Novorossija distruggevano un grande serbatoio di carburante presso Chuguev, Kharkov. Un migliaio di tonnellate di prodotti petroliferi furono bruciati.
Il 17 agosto, un primo segmento di 16 camion del convoglio umanitario russo, arrivava al posto di frontiera di Izvarino. Il 18 agosto, l’artiglieria delle milizie della Repubblica Popolare di Lugansk distrussero 6 carri armati e 1 BTR ucraini presso Krsanodon, dove 400 guardie nazionali ucraine erano accerchiate.
10330240 Il 19 agosto, ad Ilovajsk gli ucraini persero una compagnia carri armati della 71.ma brigata corazzata, mentre una compagnia mista della 93.ma brigata veniva intrappolata in città con i resti del battaglione Donbass; anche tre compagnie BTR della 51.ma brigata furono distrutte mentre risultavano dispersi la 5.ta compagnia del battaglione Dnepr-1 e il 2.do plotone del battaglione Azov. Per alleviare l’assedio, i battaglioni Dnepr, Azov e Shakhtjorsk e bande di Pravjy Sektor furono inviati ad Ilovajsk, dove tentarono di entrare in città per tre volte, ogni volta venendo respinti dalla milizia. Dopo di che i tre battaglioni naziatlantisti si ritiravano. Qui i majdanisti persero 3 carri armati, 3 BMP, 3 BTR, una decina di autoveicoli ed ebbero 150 tra morti e feriti. Presso Lugansk, i majdanisti tentarono di difendere le posizioni presso Cheljuskinets, Khrjashevatoe, Novosvetlovka e Georgievka, dove l’esercito del Sud-Est abbatteva un aereo d’attacco Su-25 e un elicottero d’attacco Mi-24 ucraini. Nella notte tra il 19 ed il 20 agosto, i majdanisti furono circondati ad Ilovajsk, mentre il loro attacco su Makeevka, dove gli ucraini subirono 30 perdite tra morti e feriti, veniva respinto. I golpisti ucraini bombardarono infrastrutture e aree residenziali di Donetsk causando numerose vittime tra i civili. Le unità della Guardia Nazionale ucraina tentarono d’entrare a Staromkihajlovka, nella periferia occidentale di Donetsk, me le forze di autodifesa le respinsero.
Quindi, nei combattimenti presso Ilovajsk, Novosvetlovka, Khrjashevatoe, Gorlovka e Jasinovataja, le truppe della giunta di Kiev subivano la perdita di 483 soldati mentre altri 700 furono feriti. Tra i morti si contavano il comandante del battaglione neonazista Donbass Semjon Semenchenko e il mercenario statunitense Mark Paslavskij. Le forze della junta di Kiev avevano perso il nucleo dei reparti militari professionali, che venivano sempre più integrati, e poi sostituiti, da unità di volontari e riservisti. Le perdite subite dalle truppe di Kiev, quindi, l’avevano costretta a richiamare in prima linea le unità di riserva. In altre parole, le unità più efficienti della junta erano state distrutte, come le brigate 72.ma, 79.ma, 51.ma e 24.ma, o erano accerchiate, come le brigate 80.ma, 95.ma, 30.ma e i resti della 24.ma. Inoltre, secondo Kiev, le milizie avevano fatto prigionieri 1007 soldati e ufficiali ucraini. L’equilibrio delle forze si spostava a favore delle forze armate di Novorossija. Il nuovo premier della RPL, Zakharchenko, infatti dichiarava che le riserve di Novorossija contavano 30 carri armati, 120 tra BTR e BMP, e pezzi d’artiglieria.
Mosca inviava un convoglio umanitario di 287 camion destinato a consegnare 400 tonnellate di cereali, 100 di zucchero, 62 di alimenti per l’infanzia, 54 di medicine e attrezzature mediche, 12000 sacchi a pelo e 69 generatori alla Novorussia. Il 13 e 14 agosto, si dimettevano dai loro incarichi Igor Strelkov e Valerij Bolotov. Igor Strelkov, dimessosi da ministro della Difesa della RPD, veniva sostituito da Viktor Kononov. Valerij Bolotov si dimetteva da premier della Repubblica popolare di Lugansk, “Ho preso la decisione di abbandonare la posizione alla testa della Repubblica Popolare di Lugansk. Le conseguenze delle ferite non mi permettono di lavorare in questa posizione a pieno beneficio dei residenti di Lugansk, in questo difficile momento militare“. “Le dimissioni di Valerij Bolotov da primo ministro della RPL si spiega con le stesse ragioni delle dimissioni di Aleksandr Borodaj da primo ministro della Repubblica Popolare di Donetsk, avvenuta pochi giorni prima. Secondo alcune fonti ciò avveniva in base a un accordo tra Rinat Akhmetov e la dirigenza di Novorossija. Inoltre, Rinat Akhmetov intendeva inviare aiuti umanitari nella regione di Donetsk e Lugansk per non meno di 10mila tonnellate, tramite l’ONG “Aiutiamo” che egli finanzia. Bolotov, ex-sergente delle VDV, veniva sostituito da Igor Plotnitskij, ex-maggiore d’artiglieria. Queste dimissioni avvenivano dopo la costituzione dello Stato Maggiore delle Forze Armate della Milizia, costituendo così l’Esercito della Novorossija, permettendo all’esercito del sud-est di cominciare a assolvere anche compiti esterni alle due repubbliche popolari, non solo militari, ma anche politici.
original456_1408435304 Oltre 1000 militari e circa un centinaio di mezzi da combattimento e attrezzature speciali delle forze armate russe, tra cui 5 elicotteri Mi-8AMTSh, partecipavano all’esercitazione sulle isole di Kunashir e Iturup, nelle Kurili, il 13 agosto. L’esercitazione comprendeva elementi della Difesa costiera dotati di velivoli senza equipaggio e un’operazione di elisbarco su una delle isole. Inoltre, il 18 agosto 400 militari russi partecipavano alle esercitazioni dell’artiglieria costiera della Flotta russa del Baltico, nella Regione di Kaliningrad, assieme ad oltre 60 sistemi d’artiglieria Gjatsint, Grad, Nona e Gvozdika. La base principale della flotta del Baltico si trova a Baltijsk, nella Regione di Kaliningrad, ed ospiterà una divisione di navi di superficie, una brigata di sottomarini, navi ausiliarie, aerei dell’aviazione navale, truppe costiere, unità speciali e di supporto. Sempre il 18 agosto, 3000 commando delle forze speciali del Collective Security Treaty Organization (CSTO), partecipavano alle esercitazioni in Kazakhstan. “Lo scopo delle esercitazioni, in tre fasi, è addestrare i contingenti e le formazioni della Forza di reazione rapida collettiva della CSTO in operazioni nella regione dell’Asia centrale“, affermava il portavoce della CSTO Vladimir Zajnetdinov. Oltre ai 3000 effettivi, alle esercitazioni parteciparono 200 mezzi militari e 30 tra jet da combattimento ed elicotteri. I 3000 effettivi comprendevano 500 paracadutisti russi, con equipaggiamento ed armamenti, una brigata aerea del Kazakhstan, una brigata per operazioni speciali bielorussa, un’unità speciale del Kirghizistan e un’unità d’assalto aereo del Tagikistan. Inoltre i Reggimenti 1.mo, 11.mo e 377.mo, dotati di sistemi S-300, della difesa aerea bielorussa, compivano esercitazioni il 19 agosto assieme alla 15.ma Brigata della difesa aerea e ai cadetti dell’Accademia Militare. Nel poligono russo di Ashuluk, dei sistemi di difesa aerea S-400 distruggevano 3 missili balistici durante le manovre militari nella regione di Astrakhan, secondo il Comandante delle truppe della Difesa Aerea ed Aerospaziale, Generale Andrej Demin. “I sistemi S-300 e S-400 lanceranno circa 20 missili il 20 agosto in risposta a un massiccio attacco aero-missilistico nemico, distruggendo ad alta e a bassa quota tali obiettivi balistici“. Circa 800 soldati e oltre 200 sistemi delle Truppe di Difesa Aerospaziale russe partecipavano alle esercitazioni.
Nel frattempo, il Pentagono annunciava l’invio di 600 soldati della 1.ma brigata della 1.ma Divisione di cavalleria dell’US Army in Polonia e Stati baltici, assieme a carri armati M-1 Abrams, veicoli da combattimento e mezzi blindati, sostituendo i 600 paracadutisti della 173.ma Aerobrigata dell’US Army.

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TTCjSFvXWtwFonti:
Alawata
Cassad
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FARS News
Histoire et Societé
Histoire et Societé
ITAR-TASS
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Novorossia
Slavyangrad
Vineyard Saker
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Zerohedge

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Ucraina, tra disastro economico e confusione al vertice

Dedefensa 20 agosto 2014
_74298143__74243059_donetsk_clashes_624Un interessante articolo pubblicato il 18 agosto 2014 su OilPrice.com e ripreso il 19 agosto 2014 da RussiaList.com, è stato scritto dall’industriale statunitense Robert Bensh della Pelicourt LLC, specializzata nell’energia ed attualmente attiva in Ucraina. Sappiamo che uno degli argomenti preferiti dell’attivismo statunitense nell’innescare la crisi ucraina è appropriarsi della maggior parte delle risorse energetiche del Paese. Bensh riferisce notizie particolarmente preoccupanti da tale punto di vista, tanto per la situazione ucraina quanto per le prospettive dell’utilizzo del gas nel  Paese.
• Dal punto di vista della situazione economica, Bensh predice l’imminente disastro economico, perché le ostilità nel Donbas comprometteranno seriamente l’economia del Paese. Si nota una prospettiva ciclica, oltre al punto di vista strutturale, assai pessimista, dovuta alle varie misure di austerità da parte di FMI e UE. “La prova di forza militare ucraina con i separatisti nella parte orientale industriale, ha costretto le miniere di carbone a seri tagli della produzione o a chiudere, causando la crisi elettrica che potrebbe solo ridurre la produzione interna e quindi aumentare le esportazioni da Europa, Crimea e Bielorussia, o peggio dalla Russia. Nei centri carboniferi di Lugansk e Donetsk, i combattimenti nella zona industriale dell’Ucraina hanno costretto a chiudere circa il 50 per cento delle miniere di carbone, mentre la produzione complessiva di carbone è scesa del 22 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Le principali fonti del settore dicono che potenzialmente il carbone scarseggerà tra meno di tre settimane. Per l’Ucraina, il secondo maggiore produttore di carbone dell’Europa, ciò avrà un impatto devastante sul settore energetico, già in stato d’emergenza, non potendo fornire carbone alle centrali termiche che producono circa il 40 per cento dell’energia elettrica del Paese. Nella quadro energetico complessivo, il blocco della produzione di carbone impone all’Ucraina il regresso di un decennio. Il piano era di affidarsi maggiormente al carbone, per ridurne la dipendenza dal gas russo. … Ora l’Ucraina dovrà aumentare le importazioni di combustibile per compensare tale perdita. Ma anche così, la distruzione delle vie di approvvigionamento rende ciò difficile. Non solo le via di approvvigionamento del carbone sono state distrutte dal conflitto, ma altre infrastrutture critiche sono state danneggiate, minacciando altre industrie. In tutto, il cuore industriale dell’Ucraina è scosso dal taglio delle linee di approvvigionamento minacciando di distruggere oltre il 5 per cento del prodotto interno lordo dell’Ucraina, nella seconda metà di quest’anno”.
• Un’altra particolare preoccupazione per gli “investitori” stranieri, e in particolare statunitensi, è il comportamento della dirigenza ucraina, in particolare sulle leggi dell’esecutivo votate alla Rada. Le nuove imposte approvate sono viste come estremamente problematiche (Bensh osserva nel suo testo: “Insomma: la mia azienda, Pelicourt LLC, è l’azionista di maggioranza del terzo maggiore produttore di gas dell’Ucraina, Cub Energia, ed ho avvisato i governi di Stati Uniti e Canada sul danno potenziale che la nuova imposta provocherà”). Ciò che è davvero notevole nella descrizione di Bensh è l’atteggiamento incoerente dei legislatori ucraini che approvano leggi in contraddizione, annullandosi a vicenda. La parola d’ordine in Ucraina, e in questo caso a Kiev, sembra essere: disordine, disordine, disordine… “Ma la nuova realtà interna chiede che l’Ucraina produca più gas naturale, dopo l’attuazione all’inizio del mese del codice fiscale modificato che colpisce i produttori di gas privati con una tassa così alta che ne ridurrà significativamente la produzione entro l’anno, e il resto è solo congettura per chiunque. … gli osservatori possono essere perdonati per la confusione sulle diverse misure che Kiev ha preso dall’intensificarsi del conflitto. Infatti, i segnali provenienti da Kiev sono confusi, nella migliore delle ipotesi. Mentre il parlamento ha approvato una legge che consente le sanzioni contro la Russia, la Naftogaz statale non ha tardato a sottolineare che probabilmente non dovremmo aspettarci sanzioni contro il gigante del gas russo Gazprom, e il nuovo disegno di legge non applicherà sanzioni di alcun tipo, legalizzando semplicemente le sanzioni a singoli russi su cui Kiev dovrebbe decidere. Un’altra tigre di carta. Il parlamento ha inoltre adottato un disegno di legge che approva le joint-venture su impianti di trasporto del gas tra l’Ucraina e imprese occidentali. Allo stesso tempo, però, Kiev ha approvato una nuova modifica al codice fiscale che raddoppia le tasse ai produttori di gas privati e promette di allontanare gli investitori occidentali dall’Ucraina per quanto possibile. Ogni mossa è volta a negare l’altra. L’economia è distrutta, ma Kiev distrugge ogni possibilità di sostenere gli investimenti occidentali. Le aziende occidentali sono invitate a investire in Ucraina, mentre allo stesso tempo l’Ucraina si fa beffe della trasparenza e assicura che il clima sugli investimenti sia improvvisamente ancor meno attraente rispetto a due settimane prima. Nuovi servizi vengono pagati per sviluppare maggiori risorse volte a costruire l’indipendenza energetica, ma la nuova tassa raddoppia i costi per i produttori privati che smetteranno di produrre e se ne andranno.”
Lo spettacolo è edificane, visto da una cosiddetta fonte sul “campo” interessata alla realtà ucraina più che alla narrazione della guerra e al trionfalismo ideologico. L’Ucraina di Kiev, ovviamente, appare discendere nel disordine della già visibilmente sconvolta e accelerata radicale liquidazione aziendale e dell’assalto alle regioni russofone, secondo un tattica evidentemente ispirata dall’americanismo qualificato nel bombardamento a tappeto, versione terrestre del bombardamento a tappeto aereo, come ci si potrebbe aspettare. Non è chiaro se la “guerra del Donbas” dia i risultati politici ed etnici attesi, ma nel frattempo causa la distruzione di infrastrutture ed attività economiche, con conseguenze per tutto il Paese. La ciliegina sulla torta è la “direzione” della politica dei capi cooptati dalla CIA, dagli iperliberali ai neonazisti interessati ai loro vantaggi, gli oligarchi dalle ambizioni politiche che inviano battaglioni nel Donbass e infine la Rada, così glorificata dopo il trionfo di Majdan, luogo in cui le scazzottate portano ad adottare leggi a cascata che si annullano e contraddicono. Se si vuole, si tratta di una nuova versione dell’avventura libica, più strutturata da innumerevoli intrighi e varie manipolazioni di gruppi da parte di agenzie americaniste e della NATO, e tale struttura produrrà ancora più disordine. L’incompetenza mostrata dalla leadership politica ucraina, la cui corruzione viene dopata dal virtualismo americanista-occidentalista, dovrebbe essere un nuovo punto di riferimento sul campo, confermando perfettamente l’analisi di Dmitrij Orlov.
Ed ecco una grande teoria confrontarsi con la realtà del disordine. La tesi prevalente che spiega l’intervento americanista in Ucraina era e rimane probabilmente il saccheggio energetico, anche attraverso le prospettive bizzarre sul gas di scisto ed altro, il tutto in un quadro iperliberale. La realtà che Bensh ci presenta, si può riassumere nel termine tigre di carta… La tigre ruggente del liberalismo, come prometteva essere l’Ucraina secondo il racconto del sistema, non sarebbe che una “tigre di carta”. Mao sorriderà dalla tomba, aveva indovinato… Per quasi un quarto di secolo, lo slogan del “disordine creativo” continua a risuonare nelle analisi e negli editoriali dei guerrieri dell’iper-liberalismo. Forse potremmo considerare la semplice variante che ha il merito della semplicità, se non dell’evidenza: il disordine distruttivo. Dimostrata da Kiev, chiudendo la questione.

10421602Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I terroristi islamici del SIIL sono supportati da Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita

Washington’s Blog Global Research, 16 agosto 201410371511Chi tira veramente le fila?
Il Times of Israel ha riferito: “Un comandante dell’esercito libero siriano, arrestato il mese scorso dalla milizia islamista del fronte al-Nusra, ha detto ai suoi rapitori di aver collaborato con Israele in cambio di sostegno medico e militare, in un video pubblicato questa settimana. Il comandante ribelle siriano dice di aver collaborato con Israele. In un video caricato su YouTube … Sharif al-Safuri, comandante del battaglione al-Haramayn dell’esercito libero siriano, ha ammesso di essersi recato cinque volte in Israele per incontrare ufficiali israeliani che poi gli hanno fornito armi anticarro e armi leggere sovietiche. Safuri è stato rapito dal fronte al-Nusra, affiliato ad al-Qaida, nella zona di Qunaytra, presso il confine israeliano, il 22 luglio. “Le fazioni (opposizione) avrebbero ricevuto sostegno e inviato i feriti (in Israele), a condizione che l’area protetta israeliana fosse assicurata. A nessuno era permesso avvicinarsi alla recinzione senza previo coordinamento con le autorità israeliane”, ha detto Safuri nel video”.
Nel video confessione in cui Safuri appare fisicamente illeso, dice che in un primo momento si era incontrato al confine con un ufficiale israeliano di nome Ashraf ed ebbe un telefono cellulare israeliano. Poi incontrò un altro ufficiale di nome Yunis e con il comandante dei due uomini, Abu Daud. Insomma, Safuri ha detto che entrò in Israele cinque volte per riunioni svoltesi a Tiberiade. Dopo le riunioni, Israele iniziò a fornire Safuri e i suoi uomini “supporto medico di base e vestiti”, così come armi, tra cui 30 fucili russi, 10 lanciarazzi RPG con 47 razzi, e 48000 proiettili da 5,56 mm. Inoltre l’Agenzia Telegrafica Ebraica, agenzia stampa ebraica vecchia di 97 anni, ha riferito: “Una dirigente del Ministero della Giustizia olandese ha detto che il gruppo jihadista SIIL è stato creato dai sionisti che cercano di dare all’Islam una cattiva reputazione. Yasmina Haifi, capo progetto presso il National Cyber-Security Center del ministero, ha fatto tale affermazione su Twitter, secondo il quotidiano De Telegraaf. “Il SIIL non ha nulla a che fare con l’Islam. E’ parte di un piano dei sionisti che deliberatamente cercano d’infangare il nome dell’Islam”, ha scritto Haifi”. A marzo, Haaretz ha riferito: “L’opposizione siriana è disposta a rinunciare a reclamare le alture del Golan in cambio di denaro e aiuto militare israeliano contro il Presidente Bashar Assad, un alto funzionario dell’opposizione ha detto al giornale al-Arab, secondo un articolo di al-Alam”.
I gruppi islamisti filo-occidentali vogliono che Israele imponga una no-fly zone sulle regioni meridionali della Siria per proteggere le basi dei ribelli dagli attacchi aerei delle forze di Assad, secondo l’articolo. WorldNet Daily afferma che gli USA hanno addestrato i jihadisti islamici che si sarebbero poi uniti al SIIL, in Giordania. Il Jerusalem Post riporta che un combattente del SIIL dice che la Turchia finanzia il gruppo terroristico. La Turchia è un membro della NATO e, almeno fino a poco prima, stretto alleato degli Stati Uniti. I ricchi donatori negli alleati degli Stati Uniti, Quwayt e Qatar, sono dietro il SIIL, e funzionari dei servizi segreti occidentali dicono che i governi ne approvano il supporto. Un ex-alto comandante di al-Qaida ha ripetutamente sostenuto che il SIIL lavora per la CIA. A giugno, il consulente per gli investimenti Jim Willie affermava: “Le truppe (del SIIL) lì attive [Siria e Iraq] sono truppe di Langley (cioè della CIA). Addestrate, finanziate e armate da Langley. Ciò l’ho sentito… dall’esercito statunitense (regolari del Pentagono), e bisogna stare attenti quando si fa riferimento ai militari degli USA. Che tipo di militari degli Stati Uniti? L’US Army del Pentagono o quelli di Langley, che hanno uniformi senza contrassegni e decine di migliaia di mercenari? S’incontrano in Iraq. I regolari militari USA del Pentagono evacuati dall’Iraq, il cui vuoto viene riempito dai mercenari di Langley, addestrati contro la Siria e che migrando a Sud annunciano il loro nuovo ordine del giorno. Se e quando i regolari del Pentagono incontreranno i mercenari di Langley in Iraq, Obama avrà una visita a domicilio, dato che militari degli Stati Uniti combatteranno militari degli Stati Uniti. Pentagono contro Langley”.
Anche se non sappiamo quale delle affermazioni di cui sopra sia vera, due cose sono certe:
• Gli Stati Uniti hanno armato i jihadisti islamici in Siria e le loro armi sono nelle mani del SIIL; e
• Gli stretti alleati degli Stati Uniti sostengono e addestrano i terroristi del SIIL
Perché mai gli Stati Uniti e i loro alleati sostengono il SIIL, se sono dei barbari terroristi islamici? Beh, ammesso che sia vero, petrolio e gas potrebbero spiegarlo. Dopo tutto, ci sono prove che gli Stati Uniti e i loro alleati vogliono frantumare Iraq e Siria da decenni. E il SIIL lo fa. In ogni caso, se sia vero o meno per il SIIL, è ben documentato che statunitensi, sauditi e israeliani sostengono da decenni i terroristi islamici più pericolosi e radicali del mondo. Si veda qui. E chi vede la battaglia contro il SIIL come una guerra di religione, viene ingannato.

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

20140803FM-ObamaAlessandro Lattanzio all’IRIB: “Dominio su pozzi petroliferi dietro fornitura armi da Usa e Ue a curdi in Iraq”

Radio Italia (IRIB) –  “Presumo che la partita che si gioca in Iraq si faccia in tre: gli Usa piu’ Israele che agiscono tramite il cosiddetto Stato Islamico, che penso sia una creazione diretta del Pentagono e del Mossad…“. Sono le parole di Alessandro Lattanzio, redattore della rivista ‘Eurasia‘ e analista delle questioni politiche internazionali, in un’intervista telefonica a Radio Italia IRIB. E’ disponibile l’audio integrale dell’intervista.

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Ucraina: il panico fa crollare la valuta

Histoire et Societé 15 agosto 2014

Ecco un articolo che spiega molto bene le violenze continue contro il popolo del Donbas… seguite dal delirio di oggi, da bugie isteriche… e dall’interdizione del Partito Comunista di Ucraina, nel processo inverosimile apertogli contro… Ovviamente il panico domina tra i benefattori europei…

10352761RTBF Economia, 12 agosto 2014

La valuta ucraina è al minimo senza che la banca centrale faccia alcunché per fermarne la caduta, citando il “panico” nell’ambiente economico dopo quattro mesi di conflitto con gli insorti filo-Moscoviti. Il direttore della Banca nazionale è stato convocato con urgenza dal Parlamento per spiegare il tasso di cambio più basso nella storia dell’Ucraina nelle operazioni interbancarie: 17,58 grivne per un euro e 13,13 grivne per un dollaro. L’istituto ha venduto sui mercati quasi 150 milioni di dollari, ma non è bastato a fermare la caduta della moneta ucraina. “Non vi è alcun fattore economico che possa giustificare” i tassi attuali, ha detto la prima vicedirettrice della banca centrale Valerija Gontareva, denunciando le “dichiarazioni provocatorie dei vari partiti politici in relazione all’alta probabilità di guerra con la Russia“. Gontareva ha anche denunciato “il panico nella popolazione e tra gli imprenditori“. Per ora la Banca nazionale “non intende discostarsi dalla politica dei tassi di cambio flessibili“, in cui però i meccanismi di mercato non funzionano, “piuttosto prenderemo rigorose misure amministrative per tutta la durata dell’operazione antiterrorismo” condotta da Kiev contro i separatisti filo-russi dell’est, ha avvertito Gontareva.
La valuta ucraina, in caduta ininterrotta dall’avvio dell’operazione quattro mesi fa, ha perso molto valore la scorsa settimana, mentre i timori di un’invasione russa erano nella mente di tutti gli ucraini. Gontareva ha detto che si sarebbero potute adottare misure più severe per sostenere la valuta ucraina, la scorsa settimana, ma che la banca centrale deve prima avere il via libera dal Fondo monetario internazionale (FMI), da cui l’Ucraina si aspetta altri 1,5 miliardi dollari il 29 agosto. Tale cambio senza precedenti nella valuta ucraina è dovuto alla nervosa risposta del mercato dei cambi alle tensioni internazionali e agli scadenti indicatori economici. “La situazione attuale è stata innescata dal flusso di cattive notizie, a cui la popolazione ha risposto acquistando valuta estera“, ha detto Alena Bilan, capo economista della società di investimento Dragon Capital.

I prezzi aumentano
L’economia ucraina ancora affronta la grave crisi economica, aggravata dal conflitto letale nel cuore industriale del Paese, il bacino del Donbas. A luglio, il FMI stimava che le “prospettive economiche si erano deteriorate considerevolmente” in Ucraina e il prodotto interno lordo (PIL) dovrebbe contrarsi del 6,5% quest’anno, per via del conflitto, e non del 5% come previsto in precedenza. Il presidente ucraino Poroshenko rivelava a fine luglio che la spesa quotidiana di Kiev era di 70 milioni di grivne (4 milioni di euro) per finanziare le operazioni militari nell’est. Dopo oltre due anni di recessione quasi continua, il Paese non s’è ripreso nel secondo trimestre, con un prodotto interno lordo in calo del 2,3% rispetto al trimestre precedente, dopo una contrazione del 2% nel primo trimestre. Tutte le speranze poggiano sul successo dell’operazione militare.
L’economia è stata salvata dall’asfissia ad aprile, quando il FMI concesse un credito da 17 miliardi di dollari nell’ambito del piano internazionale da 27 miliardi di dollari, a condizione che vengano applicate misure di ristrutturazione economica impopolari. La banca centrale ucraina aveva già deciso a luglio di aumentare i tassi d’interesse di riferimento al 12,5% per lottare contro l’inflazione, un record che può avere avuto un impatto negativo aggiuntivo sull’economia. Conseguenza del crollo della valuta ucraina, i prezzi al consumo sono volati. “Per l’Ucraina, le speranze di stabilizzare la situazione, politica o economica, o anche del mercato dei cambi, si basano sul successo dell’operazione militare“, ha detto Aleksandr Parashzhij economista della Concorde Capital.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bisogna distruggere Qatar e Arabia Saudita per evitare la terza guerra mondiale

John Wayne Tunisie Secret 14 agosto 2014

Non è un mistero che John Wayne, pseudonimo di un ex-alto funzionario degli Interni e degli  Esteri della Tunisia, ostacoli mercenari e traditori in sonno. Seguendo il nostro articolo “Con prove, un oppositore del Qatar accusa il suo Paese di finanziare il terrorismo“, ci ha inviato le cinque osservazioni seguenti.

623930-11-03-31-bashar-al-assadFui il primo al mondo ad aver predetto il ritorno della Guerra Fredda, sulla rivista elettronica tunisina Business News, meno di un anno dopo il 14 gennaio 2011, quando la Siria era immersa in  violenze inaudite e il cui regime laico e nazionalista di Bashar a-Assad, ancora una volta, mostrava al mondo il suo rapporto storico, stretto e leale con la Russia. Sì, la guerra fredda è tornata e i nazionalisti arabi sono felici, perché dopo tutto, l’ex-Guerra Fredda vide il sostegno incrollabile dell’URSS al mondo arabo abbandonato e sabotato dall’occidente a favore di Israele. Chi non ricorda il momento di gloria del Canale di Suez, quando Mosca minacciò di colpire con i missili Parigi e Londra, e quando Israele, Francia e Gran Bretagna si ritirarono davanti a un Nasser determinato e un Canale di Suez chiuso alla navigazione con le navi affondate dal Rais? Quel giorno fu l’indipendenza della Tunisia, uno dei momenti di maggiore orgoglio della mia vita.

La III guerra mondiale è iniziata
Ma questa non è una nuova guerra fredda. È l’inizio della terza guerra mondiale in cui le potenze nucleari NATO e Russia combattono tramite Paesi terzi… Per ora! Ciò che è peggio, è che la fine della guerra nel prossimo futuro è assai improbabile ed è molto probabile che si traduca anche nella morte di milioni di civili inermi, come nella Prima e Seconda Guerra Mondiale. Ma peggio ancora, questa guerra è arrivata alle porte della Russia, in Ucraina, dove l’incoscienza della NATO esegue esercitazioni militari sotto il naso di una Mosca infuriata e la cui costituzione prevede che il Paese, storicamente vicino agli arabi, si riserva il diritto di usare le armi nucleari per proteggere la propria sovranità e integrità territoriale. La III guerra mondiale è cominciata. E se si contano pogrom, abusi, atrocità e uccisioni in Siria, Libia e Iraq, tale guerra avrà presto il suo milione di morti e il genocidio di una minoranza religiosa, come nella seconda guerra mondiale. Mancano i campi di concentramento, ma esistono le prigioni in cui carcerieri libici salafiti, vicini a Bernard Henry Levi, ammucchiano neri africani accusati di lavorare per il regime di Gheddafi. E nel caso dei salafiti in avanzata nell’Iraq, hanno le camere a gas nelle tombe del deserto in cui seppelliscono vivi donne e bambini accusati del reato di essere cristiani.

Il 14 gennaio 2011 ci fu un colpo di Stato della CIA
Tale guerra non è iniziata con un incidente come l’assassinio di un arciduca o l’invasione della Polonia, ma con l’uccisione di un ex-detenuto trasformato in martire del regime per presunti abusi e le cui malefatte furono esagerate presso milioni di tunisini, uno più ignorante dell’altro. Un incidente istigato dalla CIA dopo aver incaricato un ufficiale dell’esercito tunisino, con il complesso dell’uomo bianco, compiendo uno dei colpi più intelligenti della sua storia. Anche più intelligente di quelli a Teheran, Saigon, Santiago, Cile e Guatemala. Il golpe della CIA dal 14 gennaio 2011 fu attuato così abilmente da lasciare ancora dubbi e confusione nella popolazione tunisina, che ancora crede fermamente che la piazza abbia cacciato Ben Ali dal palazzo di Cartagine, una vittoria del popolo che ha galvanizzato le rivoluzioni per la libertà e la dignità in altri Paesi arabi contro i tiranni. Le rivoluzioni di barbuti Gavroche in qamis che brandiscono teste mozze esangui e occhi vitrei. I colpi di Stato della CIA hanno generalmente la firma di tali servizi segreti distruttivi.  Questa volta non è così, in generale non ha alcuna maschera. Saigon e i suoi generali addirittura aspettarono ufficialmente il via libera dall’ambasciata degli Stati Uniti, sotto forma di una telefonata. A Santiago, in Cile, la CIA mobilitò cacciatorpediniere e sottomarini e migliaia di marines che effettuarono anche uno sbarco preventivo. A Teheran, il colpo di Stato contro Mossadeq vide Kermit Roosevelt, nipote del presidente Roosevelt supportato dai mullah di Qom, distribuire biglietti da 100 dollari negli inferi e nelle strade ai bazari iraniani, mentre l’esercito del generale Fazlollah Zahidi arrestava il presidente democraticamente eletto Mossadeq. Il golpe di Teheran fu un colpo di Stato in valuta, costando la modica somma di diecimila dollari. Diecimila dollari per rimuovere dalla carica il presidente di un Paese dal passato millenario così che la Anglo Persian Oil Company, poi chiamata British Petroleum, potesse restare inglese e rifornire le navi dell’impero di Londra che viaggiavano per l’India o il Corno d’Africa attraversando il Canale di Suez. A Tunisi, nel febbraio 2011, le banconote furono distribuite in Avenue Habib Bourguiba da ignoti alla guida di Mercedes, poco prima delle dimissioni di Muhammad Ghannuchi. Non c’è dubbio che l’uso dei dollari sia stato fin troppo evidente. A volte la CIA si rinnova nei suoi colpi, Come quando incaricò il suo servo Qatar di far crollare completamente il regime di Ben Ali e di non  lasciare al potere nessuno dei suoi geniali dirigenti. Gli spazi politici erano favorevoli ai parassiti dell’umanità, i cosiddetti islamisti alimentati nelle loro gabbie del fanatismo spirituale da CIA, MI6 e Mossad. C’è il diritto di porsi la domanda, oggi: quanto è costato il colpo di Stato del 14 gennaio 2011, a Cartagine? Spero sia costato più di diecimila dollari, una somma che sarebbe umiliante e ridicola per la Tunisia, il suo passato e cultura con tremila anni di storia.

Gli ultimi grandi politici francesi sono de Gaulle, Chirac e Le Pen
E questa guerra in cui i cristiani vengono sepolti vivi nel deserto iracheno, ha alla testa CIA, MI6 e Mossad, ma il corpo, e in particolare le banche, sono Qatar e Arabia Saudita, Paesi più ricchi da quando il prezzo del barile è rimasto elevato e stabile dopo che George W. Bush ha cancellato dalla mappa l’Iraq e immerso l’intera regione nella guerriglia permanente tra sciiti e sunniti. I regimi feudali di Golfo e Arabia Saudita hanno il massimo desiderio di perpetuare per secoli la loro sopravvivenza, che dipende dalla creazione di una zona che raccolga gli islamisti del mondo arabo. Tali Paesi non attaccheranno mai Israele, anche se compie un genocidio, in quanto servono lo Stato ebraico indirettamente, ed essendo essi stessi e Israele grandi basi militari statunitensi. Arabia Saudita, Turchia, Qatar e Tunisia come altrove, sono sotto il comando statunitense. Condannano le atrocità di Israele, ma aiutano lo Stato ebraico obbedendo a Washington e promuovendo islamismo e barbarie nel mondo. Hamas è un’astuta creazione del Mossad affinché i palestinesi non abbiano mai uno Stato. Non ci saranno mai più altri accordi di Camp David con l’ostinazione degli islamisti palestinesi, caduti nella trappola della estrema destra israeliana che sogna sempre di radere la moschea di al-Aqsa di Gerusalemme.
Nei miei anni alla Sorbona, mi appassionai della cultura russa soprattutto perché ebbi la possibilità, come a Sadiqi e altrove, di frequentare gli insegnanti di storia più intelligenti e più colti. Per me c’è la civiltà russa e il resto del mondo. I russi, anche se a volte politicamente in pubblico appaiono maldestri nelle convenzioni internazionali in cui il sionismo è dilagante e domina, sono dei notevoli esseri umani. L’URSS ha combattuto il nazismo senza mendicare aiuti agli statunitensi e senza resistere pacificamente con dei governi di Vichy. I russi preferirono perdere dieci milioni di uomini affrontando la sesta armata del Führer, piuttosto che capitolare. La Francia cedette alla Blitzkrieg, ma peggio collaborò con i nazisti per mantenere lo stile di vita aristocratico, raffinato e sofisticato dei suoi politici. Infine, alcuni francesi erano buoni solo a uccidere civili algerini inermi, uccidendoli come si uccide un cane sospettato di avere la rabbia. Certo, la Francia mi ha istruito, ma ciò che rimprovero a questo Paese è il suo colonialismo il cui mascheramento ha attraversato i decenni. La Francia promuove i diritti umani nel mondo pur essendo uno dei Paesi più colonialisti. Falsifica il suo passato genocida in Algeria condannando i genocidi, tranne quelli d’Israele. Gli ultimi grandi politici francesi sono de Gaulle, Chirac e Le Pen. Alcuni nuovi politici francesi sono dei Menachem Begin e Golda Meir in incognito, quando non degli Al Capone, come colui che ha distrutto la Libia e ora gioca al salvatore provvidenziale di una Francia economicamente malconcia. Sì, a volte ho un certo risentimento verso la Francia, anche se la sua cultura mi affascina e alcuni dei suoi grandi capi meritano rispetto. Ma non posso perdonare questo Paese per aver colonizzato il mio popolo e io celebro la sconfitta di Dien Bien Phu più spesso del mio compleanno. E nemmeno intendo soffermarmi sulla campagna militare in Libia con cui la Francia, come tutta le campagne coloniali, ha distrutto questo Paese e il suo povero popolo, aggrappato all’Islam come soluzione al sottosviluppo voluto. E neanche oso affrontare la questione del supporto logistico e delle armi fornite ai salafiti siriani da Francois Hollande, che ora decapitano i cristiani dell’Iraq e giocano a bocce con le loro teste. Sì, molti francesi e alcuni dei loro  politici, come del resto tunisini, sono dei pezzenti. Anche dopo secoli di colonizzazione e abusi impuniti, continuano ad oltraggiare il diritto del popolo arabo e glorificano Israele.

Assad è il Georges Clemenceau degli arabi
Per vincere le guerre, si devono affrontare le infrastrutture e i finanziamenti dei nemici. Alla fine della seconda guerra mondiale, gli Alleati bombardarono ogni notte gli stabilimenti della Ruhr e le raffinerie tedesche. Un Paese senza denaro o petrolio difficilmente può continuare la guerra.  Durante la prima guerra del Golfo, l’esercito statunitense avanzò con i carri armati Abrams in Quwayt seguiti da centinaia di autocisterne. In guerra, è il petrolio la linfa vitale. Questa terza guerra mondiale potrebbe durare anni, soprattutto se si tiene conto del fatto triste che Paesi come Iran e Libano potrebbero essere attaccati dai jihadisti trascinandoli in un conflitto sanguinoso. L’uomo che emerge da questo conflitto come un eroe leggendario non è il Maresciallo al-Sisi, ma il Dottor Bashar al-Assad. Il Maresciallo al-Sisi ha certamente salvato il suo Paese dalle grinfie dell’islam, ma deve spezzare gli accordi di Camp David. Se difficilmente si può battere militarmente Israele, dev’essere isolato e gli arabi vinceranno con una continua guerra fredda che riduca lo Stato ebraico a una repubblica delle banane nel deserto, affollata e avendo, come il Terzo Reich e la Gestapo, dei generali inquisiti dalle Nazioni Unite per aver commesso genocidi in serie. L’aiuto statunitense all’Egitto è una forma di colonizzazione e di pressione per mantenere delle relazioni diplomatiche con Israele prive di significato. Non deve conciliarsi con un Paese che un tempo aveva progettato di sganciare la bomba atomica su Cairo.
Come ho già detto, questo sanguinoso conflitto farà della Siria il Paese arabo militarmente più potente. La Russia ha bisogno della Siria, perché è una zona cuscinetto all’islamismo che ne minaccia la popolazione musulmana. Perché se la Siria cade, le popolazioni musulmane del Caucaso settentrionale, tra Mar Caspio e Mar Nero, cederanno alla Jihad e attaccheranno il Cremlino. Dopo tutto, un sesto della popolazione russa è musulmana. Questa guerra potrebbe essere breve se la Siria e la sua alleata Russia attaccassero le infrastrutture degli sponsor della Jihad globale, cioè Arabia Saudita e Qatar. Senza le loro infrastrutture del gas e petrolio, verrebbero neutralizzati per decenni e travolti dalla bancarotta. La Russia ha fornito alla Siria missili balistici di nuove generazioni, ma questi, anche se molto precisi, possono raggiungere solo città come Ankara e Istanbul. La Turchia di Erdogan è un Paese di pezzenti e colonia israeliana. Non vale un missile russo. Ma se la Russia dovesse inviare in Siria dei missili balistici a lungo raggio che possano colpire il complesso gasifero del Qatar e gli impianti petroliferi in Arabia Saudita, la distruzione di essi sarebbe la svolta nella guerra globale, che potrebbe costare la vita di decine di milioni di innocenti. In ogni guerra serve una strategia di reciprocità. Qatar e Arabia Saudita preparano la loro versione crudele e falso di Islam, per distruggere il mondo arabo a vantaggio dell’espansione israeliana. Questi sono i nemici del mondo arabo e dell’umanità. La distruzione di questi due Paesi farebbe giustizia delle vittime del conflitto, ma anche del profeta Muhammad stesso, la cui parola è usurpata da regimi feudali assetati di sangue e privi di alcun rispetto per lui stesso o la specie umana.
Bashar al-Assad ha iniziato la guerra di logoramento contro i jihadisti della NATO da cui non può che emergere vittorioso. Una vittoria che farà della Siria un Paese distrutto, ma rafforzato, come la Russia, dopo l’Operazione Barbarossa di Hitler. L’Armata Rossa vittoriosa avanzò con i suoi carri armati fino a Berlino. I missili di Bashar devono colpire Doha e Riyadh. Bashar al-Assad è il Georges Clemenceau degli arabi, che devono sostenerne la linea dura.

Syria's President Bashar al-Assad and Russia's President Dmitry Medvedev review the honor guards at al-Shaaeb presidential palace in DamascusF. M. alias John Wayne. Ex-studente al Sadiqi College, laureato in Storia e Scienze Politiche presso l’Università di Parigi – Sorbona. Ex funzionari dei ministeri degli Esteri e degli Interni dei governi tunisini di Habib Burguiba e Zin al-Abidin Ben Ali. Diplomatico di carriera ed esperto di sicurezza e intelligence.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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