La curiosa vendita dell’oro ucraino all’Iraq

Marco Antonio Moreno El Blog Salmon 7 aprile 2014

29334Ukraine_Gold_Feds_largeAll’alba del 7 marzo, in segreto e procedendo nel buio della notte, a Borispol, l’aeroporto di Kiev, un grosso aereo, senza distintivi e con una forte scorta armata, caricava 40 casse di lingotti d’oro della Banca Centrale ucraina. L’operazione fu annunciata dal giornale russo Iskra, inizialmente smentito dalla FED, ma l’aereo si diresse negli Stati Uniti. I media europei non ne parlano nonostante il  grande sostegno al colpo di Stato e al governo ad interim del primo ministro Arsenij Jatsenjuk. Era il prezzo della “liberazione” dell’Ucraina per mano di UE e USA? 40 pallet con lingotti d’oro sono molto più delle riserve auree dell’Ucraina. Secondo il World Gold Council, nel febbraio di quest’anno l’Ucraina aveva 42,3 tonnellate di riserve auree nelle casse della banca centrale. Ogni pallet contiene 290 lingotti d’oro da 400 once, cioè 3,6 tonnellate per pallet, e a 1300 dollari l’oncia sono 150 milioni di dollari per pallet. Dieci pallet fanno 36 tonnellate di oro che ammontano a poco più di 1,5 miliardi di dollari.

1,5 miliardi
Il 25 marzo, il Financial Times informava che l’Iraq ha acquistato 36 tonnellate di oro per un valore di circa 1,5 miliardi di dollari. La Banca centrale irachena ha riferito sul suo sito web che l’oro acquistato è volto a “rafforzare la politica monetaria e la valuta (il dinaro) iracheni”. L’Iraq ha acquistato 36 tonnellate di oro, aggiungendole alle 29,8 tonnellate della riserva, al prezzo di 1,5 milioni di dollari. Ora ha 65,8 tonnellate di oro e ciò significa la promozione che vedremo sul prossimo numero di World Gold Council. Sulla mappa delle riserve auree, l’Iraq si trova ora tra Brasile, Egitto ed Indonesia. Tuttavia, anche se nessun governo ha acquistato tanto oro in una sola volta, negli ultimi tre anni, tale acquisto non ha generato reazioni sul prezzo dell’oro. Quando l’anno scorso Cipro fu costretta a vendere parte parte delle sue 13,9 tonnellate di oro delle riserve, vi furono grandi convulsioni sui mercati. Questa volta, con una operazione quasi tre volte più grande, i mercati sono calmi. Ciò forse per la segretezza con cui l’operazione è stata condotta (Reuters e Financial Times confermano l’acquisto, ma non ne indicano l’origine), e gli speculatori della City di Londra sono in stato di shock dopo le sanzioni per la manipolazione dei Tibor e Libor; i tassi di cambio e dei prezzi delle derrate e delle materie prime.

La domanda globale di oro
La domanda globale di oro è diretta da Cina e India, principali consumatori di prodotti di gioielleria, elettronica e finanziari. Come mostra questa lista della WGC, la Cina l’anno scorso ha acquistato 1066 tonnellate di oro, e l’India 975 tonnellate, anche sul mercato nero. Questa era la domanda di oro nel 2013, secondo WGC:

650_1000_dda-oro-por-paisL’oro ucraino è stato acquistato dall’Iraq? Essendo l’Ucraina appena divenuta un satellite degli Stati Uniti, sulla giusta via della “liberazione”, e Baghdad “liberata” dagli Stati Uniti da dieci anni, è lecito sospettarlo: l’Iraq acquista oro dall’Ucraina. Ora dobbiamo vedere se l’Ucraina ha ricevuto 1,5 miliardi di dollari. Almeno, gli Stati Uniti hanno offerto una garanzia di 1 miliardo sui prestiti da concedere all’Ucraina. Secondo GoogleMaps, il viaggio in aereo da Kiev a Baghdad dura 6 ore e 55 minuti:

viaje-kiev-bagdad-ebsCome sottolineato qui, ciò che veramente dovrebbe riguardare l’Europa, e soprattutto la Germania, è la velocità con cui gli Stati Uniti spostano l’oro dall’Ucraina alla Federal Reserve o a Baghdad, e la lentezza che dimostrano nel restituire alla Germania 33 tonnellate di oro in un anno, su 1500 tonnellate custodite dalla Federal Reserve a Fort Knox. Un altro fatto non privo di significato è l’assenza d’interesse dell’Unione europea su tali informazioni e la mancanza di trasparenza nel sapere il motivo per cui, a un paio di giorni dalla presa del potere, il primo ministro ad interim Jatsenjuk s’arroga il diritto di liquidare le riserve auree del Paese. L’unica certezza è che gli ucraini sono stati espropriati delle loro riserve auree, e forse per sempre. Benvenuti nel mondo occidentale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La sopravvivenza del dollaro dietro le tensioni USA-Cina

Finian Cunningham, PRESS TV 1.12.2013

1463253L’escalation delle tensioni militari tra Washington e Pechino sul Mar Cinese Orientale è solo superficialmente dovuta alla dichiarazione unilaterale della Cina di una zona di difesa aerea. La vera ragione dell’ira di Washington è il recente annuncio dei cinesi di voler ridurre la loro riserva di dollari. Questa mossa è volta a ridurre i 3,5 trilioni di dollari USA di riserva e ad aumentare il commercio globale cinese di petrolio basato su valute nazionali, rappresenta una minaccia mortale per i petrodollari e l’intera economia statunitense. Questa minaccia al reddito degli USA, già sull’orlo del fallimento, del debito record e del crollo sociale, spiegherebbe il motivo per cui Washington ha risposto con tale belligeranza alla creazione dell’Air Defense Identification Zone (Adiz) della Cina che si estende a 400 miglia dalle coste sul Mar Cinese Orientale. Pechino ha detto che la zona è volta a fermare le azioni intrusive degli aerei spia statunitensi sul suo territorio. Gli Stati Uniti hanno condotto sorvoli militari sul territorio cinese per decenni, senza dare a Pechino la minima notifica. Nell’aprile 2001, un pilota di caccia cinese fu ucciso quando il suo aereo si scontrò con un aereo spia statunitense. L’equipaggio statunitense sopravvisse, ma l’incidente scatenò il furore diplomatico di Pechino, che illustrava la violazione illegale e sistematica di Washington della sovranità cinese.
Pochi giorni dopo l’annuncio della Cina sulla nuova ADIZ, gli Stati Uniti hanno inviato due bombardieri B-52 nello spazio aereo senza dare a Pechino la necessaria notifica della rotta. Gli alleati degli USA, Giappone e Corea del Sud, hanno anche inviato aerei militari in sfida alla Cina.  Washington ha respinto la zona dichiarata dai cinesi e ha affermato che è spazio aereo internazionale. Una seconda intrusione aerea sul suo territorio, denunciata dalla Cina, ha coinvolto due aerei da ricognizione statunitensi e 10 jet da combattimento F-15 giapponesi di fabbricazione statunitense. In tale occasione, Pechino ha reagito con forza facendo decollare caccia Su-30 e J-10 per inseguire i velivoli stranieri intrusi. Molti analisti vedono le ultime tensioni nell’ambito del contenzioso tra Cina e Giappone sulle isole conosciute rispettivamente come Diaoyu e Senkaku, nel Mar Cinese Orientale. Entrambi i Paesi ne rivendicano la proprietà. Le isole sono disabitate, ma il mare circostante è una ricca zona di pesca e il fondo marino potrebbe contenere enormi riserve di petrolio e gas. Controllando il cielo sopra le isole, la Cina sembra aggiungerebbe ai suoi diritti territoriali le isole contestate.
Con un avvertimento provocatorio a Pechino, il segretario della Difesa statunitense Chuck Hagel ha ribadito che il decennale patto militare USA-Giappone riguarda qualsiasi violazione cinese della pretesa del Giappone sulle isole Diaoyu/Senkaku. E’ difficile giustificare Washington e la posizione di Tokyo sulla questione. Le isole sono molto più vicine alla Cina continentale (250 miglia) che al Giappone (600 miglia). La Cina sostiene che le isole fecero parte del proprio territorio per secoli, fino a quando il Giappone li annesse nel 1895, durante la sua espansione imperialista, che alla fine portò alle vere e proprie invasione e guerra di aggressione alla Cina. Inoltre, come sottolinea Pechino, gli Stati Uniti e il loro alleato giapponese dal dopoguerra, hanno dichiarato proprie zone di difesa aerea. E’ davvero inconcepibile che aerei e bombardieri spia cinesi possano violare senza preavviso la West Coast degli Stati Uniti senza che il Pentagono ordini una feroce rappresaglia. Inoltre, la mappe mostrano che la zona di difesa aerea statunitense si estende dal territorio meridionale del Giappone ben oltre ogni limite ragionevole, a metà strada tra Cina e Giappone.  Questa imposizione arbitraria sostenuta dagli statunitensi sulla sovranità territoriale cinese è, quindi, vista come una convenzione arrogante, istituita e mantenuta da Washington per decenni.
Gli Stati Uniti e i loro media presentano assurdamente la recentemente dichiarata zona di difesa aerea di Pechino come “dimostrazione di muscoli e un fomentare le tensioni della Cina”. E Washington sostiene che difende nobilmente i suoi alleati giapponesi e sudcoreani dall’espansionismo cinese. Tuttavia, sullo sfondo vi è la mossa della Cina volta ad abbandonare il dollaro USA, probabilmente la vera causa del militarismo di Washington nei confronti di Pechino. L’apparente confronto sul territorio aereo e marittimo, su cui la Cina ha diritto, non è che il pretesto degli Stati Uniti per mobilitare il loro esercito e in effetti minacciare la Cina.
Negli ultimi anni, la Cina si allontana gradualmente dall’egemonia finanziaria statunitense. Questa egemonia si basa sul dollaro quale valuta di riserva mondiale e, per convenzione, normale mezzo di pagamento nel commercio internazionale e in particolare del petrolio. Tale regime è obsoleto data la bancarotta dell’economia degli Stati Uniti, ma permette agli Stati Uniti di continuare a rastrellare crediti. La Cina, seconda più grande economia del mondo e primo importatore di petrolio, ha o  cerca accordi commerciali petroliferi con i suoi principali fornitori, tra cui Russia, Arabia Saudita, Iran e Venezuela, coinvolgendo l’impiego di valute nazionali. Tale sviluppo rappresenta una grave minaccia per i petrodollari e il loro status di riserva globale. L’ultima mossa di Pechino del 20 novembre, il preavviso di voler basare le proprie riserve di valuta estera passando dai rischiosi titoli del Tesoro degli Stati Uniti a una combinazione di altre valute, è il presagio che l’economia statunitense ha i giorni contati, come Paul Craig Roberts ha osservato la settimana scorsa.
Questo è naturalmente un legittimo diritto della Cina, come lo sono le sue rivendicazioni territoriali. Ma nella mentalità imperialista e megalomane di Washington, la “minaccia” all’economia statunitense e al suo modello di vita basato sul debito viene percepita come un tacito atto di guerra.  Ecco perché Washington reagisce così furiosamente e disperatamente al recente corridoio aereo  dichiarato dalla Cina. Si tratta di un pretesto degli Stati Uniti per mostrare il pugno di ferro.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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