La disintegrazione della Libia

Polina Lavrenteva, Rete Voltaire, Mosca (Russia), 9 ottobre 2013

Nel 2011, Thierry Meyssan assicurava che non vi era alcuna primavera araba in Libia, che la popolazione non si era rivoltata contro Muammar Gheddafi, ma che gli occidentali usavano il movimento separatista della Cirenaica. Due anni dopo, il gioco è fatto: Tripoli ha perso il controllo di Cirenaica e Fezzan, come hanno osservato gli inviati speciali delle Nazioni Unite. La ricchezza del Paese è ora solo nelle mani delle bande e delle multinazionali statunitensi.

Ali Zaydan, Premier della Libia e fantoccio di Obama, assieme al segretario di Stato USA John Kerry.

Ali Zaydan, Premier della Libia e fantoccio di Obama, assieme al segretario di Stato USA John Kerry.

Non si può fermare il processo di disintegrazione della Libia iniziato dall’assassinio di Muammar Gheddafi. Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite dice: sullo sfondo della separazione della province della Libia “liberata dal dittatore”, avvengono esecuzioni affrettate, una massiccia oppressione politica e torture. Secondo la relazione congiunta della Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) [1] e dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, circa 27 persone sono morte in carcere nel Paese solo alla fine del 2011 [2]. 8000 persone sono detenute nelle carceri del Paese. Sono state definite, nel 2011, “partigiani di Gheddafi”. La maggior parte di loro non è stata nemmeno formalmente indagata e nessuno sa per quanto tempo rimarranno in carcere, perché il sistema giudiziario non funziona quasi più.
Il New York Times suggerisce che le persone siano state arrestate per motivi religiosi o etnici, o perché sospettate di non essere fedeli alla “democrazia”. I detenuti con cui gli ispettori delle Nazioni Unite hanno potuto parlare, hanno riferito di essere picchiati e torturati dal fuoco e dalla fame, nelle carceri. Nell’aprile di quest’anno, è stata approvata una legge in Libia per impedire la tortura e condannare i rapimenti. Ma non viene applicata. Questa è solo una parte del quadro della disintegrazione dello Stato libico. Le regioni si ritirano gradualmente, come ci aspettavamo due anni fa su queste pagine. E questo non accade senza spargimento di sangue. Il 27 settembre, il Fezzan ha dichiarato l’indipendenza, o almeno la sua piena autonomia, [3] i leader tribali hanno deciso così “per via dello scarso lavoro del Congresso.” A giugno, è stata la regione (ricca di petrolio) della Cirenaica [4] che s’è ripresa la sua libertà. Delle tre regioni storiche della Libia, solo la tripolitania ne fa ancora parte. Per ora, non c’è forza in grado di riunire questi tre Stati storici che formavano la Libia dal 1951.

Fonte: Odnako (Federazione Russa) settimanale d’Informazione generale. Caporedattore: Mikhail Leontev.

[1] Sito della MANUL
[2] “Tortura e morte nelle carceri della Libia“, relazione Unismil, ottobre 2013
[3] “La ‘nuova Libia': la regione del Fezzan dichiara la sua indipendenza“, Irib, 27 settembre 2013
[4] “Ливии официально больше нет.  Восток объявил “нефтяное государство” “(la Libia è ufficialmente finita, l’oriente si dichiara petro-Stato) Odnako, 7 marzo 2012

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Libia: il primo ministro di Obama preso dai filo-Gheddafi
Jean-Paul Pougala 10/10/2013

Laurent Gbagbo, Presidente della Costa d'Avorio, sequestrato all'Aia dalla Corte penale internazionale della NATO

Laurent Gbagbo, Presidente della Costa d’Avorio, sequestrato all’Aia dalla Corte penale internazionale della NATO

Se qualcuno si autodefinisce primo ministro e vive in un albergo e non nella residenza del primo ministro perché ha paura, e se inoltre viene rapito non potendo proteggere se stesso, chi dunque in tutta la Libia può sentirsi al sicuro con questo governo che Obama ha installato con Sarkozy? Si è riusciti a destabilizzare il continente africano, ma per cosa? Quali benefici nel breve e medio periodo la Francia trae dalla distruzione completa della Libia? Paracadutare a capo della Libia due primi ministri con passaporto statunitense, con il risultato catastrofico che si sa, non è la prova del dilettantismo dell’amministrazione Obama sul piano internazionale? Se la Russia non avesse mostrato i muscoli, la Siria ora sarebbe nello stesso caos. Ma nel caso della Siria, mi stupisce ancora come Obama sia in grado di finanziare i gruppi terroristici jihadisti che traumatizzano cacciando dai loro villaggi le comunità cristiane di Siria, terra che occupavano prima della nascita dell’Islam?
In Libia, dopo l’assassinio a Bengasi dell’ambasciatore degli Stati Uniti, dopo il rapimento della  figlia 24enne del ministro della Difesa, dopo il botto di questa mattina del rapimento del primo ministro in persona, ci aspettiamo che Obama tiri fuori il Joker che tiene nella manica per ripristinare l’ordine in Libia, quando ne uccise il Presidente. Il presidente statunitense ci dice che oggi vende il petrolio libico; a chi e come? Dove va il denaro della vendita? Dove sono i 30 miliardi di dollari dei libici sequestrati e i vari progetti per la federazione africana? O pensa che la priorità per noi è ricevere il suo inviato speciale Kofi Annan, che gira l’Africa per convincere i capi di Stato africani a non abbandonare in massa la Corte penale internazionale accusata di razzismo, ma che esiste solo per umiliare gli africani. Gli schiavi di corte, come Annan, come sappiamo da ben documentati libri di Storia, non saranno mai nel cuore del popolo africano, ma in posti ben lontani.
Il presidente Obama, inviando Kofi Annan ad elogiare la Corte penale internazionale, ritiene che gli africani di dimentichino del Presidente Gbagbo ancora sotto sequestro? Pensa che si siano guarite le profonde ferite dell’umiliazione che ci ha inflitto in Costa d’Avorio tramite Sarkozy? Il rapimento del capo di Stato africano dalla sua residenza, come un bandito comune, sarà per sempre radicato nella nostra memoria sotto la firma di Obama.
Quindi, è sorprendente che dopo aver completato questo quadretto, non si possa nemmeno proteggere il proprio primo ministro insediato in Libia. C’è differenza tra il rapimento di questa mattina del primo ministro di Obama della Libia e il sequestro del presidente della Costa d’Avorio, Laurent Gbagbo ad opera di Obama? Io non la vedo, tranne che il secondo è stato scelto dal suo popolo a guidare il suo Paese, mentre il primo è stato insediato al potere da Obama.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Stati Uniti e Siria: storia di un’ostilità contemporanea

Thierry Meyssan e Comaguer Global Research, 23 settembre 2013

In diretta da Damasco l’intervista telefonica a T. Meyssan di Comaguer (Comitato comprendere e agire contro la guerra, Marsiglia). Questa intervista è l’ultima parte della trasmissione sulla Siria di Comaguer dell’11 settembre 2013, su Radio Galere

syrian-regiemComaguer: Nella lunga storia della Siria, il 1991 è stato un anno di svolta. Il suo unico sostegno diplom.atico e politico, l’Unione Sovietica, scomparve. Per gli Stati Uniti, ora l’unica potenza mondiale, e il suo alleato Israele, rovesciare il regime siriano, che dava un forte sostegno alla causa palestinese ed era il solo Stato confinante con Israele a non aver firmato un accordo di pace con il  vicino, diventava un obiettivo da colpire subito. Cosa accade nel ventennio tra quell’anno e la guerra attuale? Questa è la domanda che poniamo a Thierry Meyssan, in diretta da Damasco.
T. Meyssan: George Bush padre aveva convocato la Conferenza di Madrid (30 ottobre 1991) con il suo segretario di Stato James Baker, e chiese ad Israele di partecipare a questa conferenza per la pace regionale che includesse sia la Palestina che la Siria. La conferenza iniziò abbastanza bene, ma in realtà il primo ministro israeliano Yitzhak Shamir non avrebbe negoziato e la conferenza sarebbe fallita. Dopo di che, fu Bill Clinton che a poco a poco riprese i contatti con la Siria e cercò di organizzare una pace regionale. Ciò che è interessante fu che B. Clinton, al termine del suo secondo mandato, era quasi in grado di organizzare la pace e, ancora una volta, il primo ministro israeliano Ehud Barak, all’ultimo momento, quando aveva negoziato e dato il suo consenso a un trattato di pace, si ritirò. Non ci sarà pace, Barak si ritirerà dall’accordo e, inoltre, in quel momento Hafiz al-Assad morì. Questo è molto ben raccontato nelle memorie di B. Clinton, non vi è alcun dubbio che la Siria avesse veramente cercato la pace e furono gli israeliani ad opporvisi. Poi iniziò il mandato di G. Bush figlio, e qui le cose si fecero difficili.
Immediatamente dopo gli attentati dell’11 settembre 2011, in realtà tre giorni dopo, ci fu una riunione di Bush jr. a Camp David, dove venne deciso di attaccare la Siria. In effetti, gli Stati Uniti avevano un piano: dicevano inizieremo con l’Afghanistan, continueremo con l’Iraq, poi la Libia, la Siria, il Sudan, la Somalia e termineremo con l’Iran. Quello che vediamo oggi è la realizzazione del piano, ma Bush jr. pensò di attaccare la Siria insieme al Libano e alla Libia in tempi relativamente brevi. Solo che vi fu ogni genere di granelli di sabbia nella macchina. In primo luogo, da parte libica, Gheddafi negoziò con gli Stati Uniti l’abbandono delle armi chimiche e del programma nucleare, aprendo l’economia alle grandi industrie. Ma da parte siriana la reazione fu molto diversa. La Siria doveva essere attaccata, e cominciò a prepararsi alla guerra, rafforzando le proprie alleanze. Bashar al-Assad, nuovo presidente dal 2000, decise di pagare tutti i debiti che la Siria aveva verso l’Unione Sovietica e, di conseguenza la Russia. Questo è molto importante e passò completamente inosservato al di fuori del Paese, anche se fu uno sforzo terribile per la Siria pagare quel debito, ma permettendole così di avere, oggi, buoni rapporti con la Russia. Gli Stati Uniti tesero ogni tipo di trappola, in seguito. Nelle settimane che seguirono la caduta di Baghdad (aprile 2003), il Congresso degli Stati Uniti studiò e votò il Syria Accontability Act, una legge che dava al presidente degli Stati Uniti l’autorità di dichiarare guerra contro la Siria, senza la necessità di chiederla al Congresso. Obama potrebbe effettivamente entrare in guerra senza la necessità di sottoporre la questione al Congresso. Infatti, dal 2003 il presidente degli Stati Uniti può attaccare la Siria senza limiti interni, poi vi fu tutta una serie di sanzioni per cercare di soffocare l’economia siriana. Nel 2005 vi fu l’assassinio dell’ex-primo ministro libanese Rafik Hariri, è venne immediatamente dichiarato che l’assassinio era stato organizzato dalla Siria, quando sappiamo, dal modo in cui l’omicidio fu effettuato, che può essere opera solo di un paio di grandi potenze dotate di mezzi speciali. Il risultato fu che ancora una volta la Siria veniva ostracizzata, perché sospettata di aver ucciso Hariri, e un Tribunale speciale fu creato dalle Nazioni Unite, difatti per processare Bashar al-Assad. Ma dopo due anni di indagini, ci si rese conto che l’intera questione era falsata, che la prova era completamente fabbricata e si dovettero abbandonare le accuse contro la Siria.

Comaguer: Dov’è il Tribunale speciale per il Libano oggi, è in sonno?
T.  Meyssan: La corte esiste ancora, inoltre presto riprenderà le udienze, ma ora accusa non più la Siria, ma Hezbollah, e quando avrà finito con Hezbollah, perché le prove sono false, accuserà l’Iran e ciò durerà tutto il tempo necessario. Ma la cosa più importante è che, mentre la Siria ribatteva a questa accusa, veniva lanciata una nuova operazione, ideata da Francia e Gran Bretagna: la primavera araba. Sarebbe complicato spiegare qui tutta la storia, ma furono fenomeni molto diversi  ciò che è accaduto in Egitto e Tunisia, da una parte e quello che è successo in Libia e Siria, dall’altra. Riguardo la Siria, si tenne a Cairo, in Egitto, all’inizio di febbraio 2011, una riunione in cui parteciparono il senatore John McCain (USA), nonché personalità internazionali, per la Francia c’era BHL (reazioni divertite in studio), sì, sì, in Francia non fu mai reso pubblico quello che vi dico. C’era per la Libia Mahmud Jibril, che all’epoca era il numero 2 del governo libico, che poi improvvisamente divenne il capo dell’opposizione contro Gheddafi. Jibril è un fratello musulmano. E c’erano alcuni funzionari siriani in esilio che disponevano di buoni mezzi televisivi a Londra o negli emirati. E questo incontro diede il via libera, perché tutto sembrava pronto per la rivoluzione in Libia e Siria, così furono indette le proteste a Damasco, ma nessuno si mosse, nessuno ne era interessato. Per diversi mesi, quindi, ci furono frequenti appelli a una rivoluzione in Siria, ma senza innescare la partecipazione popolare. L’unica cosa che vedemmo fu un account su Facebook chiamato Syrian Revolution 2011, creato all’inizio di febbraio e che in 2-3 giorni aveva 70.000 contatti. Ma questo è completamente impossibile poiché non ci furono dimostrazioni nel frattempo.  Era semplicemente un trucco dei computer, e gli avvenimenti reali inizieranno quando la questione libica fu “risolta”, nel momento in cui i combattenti giunsero dalla Libia in Siria. E improvvisamente i jihadisti fecero la loro comparsa e cominciarono a seminare il terrore nelle campagne, soprattutto arrivavano in un villaggio, prendevano delle persone, le facevano a pezzi e li gettavano sul posto.
Secondo la stampa occidentale, allora vi erano enormi manifestazioni in Siria, ma è falso, non ci furono mai. Quando mi trovavo in Siria nel novembre 2011, si diceva in Europa che vi erano  grandi manifestazioni, ma i giornalisti francesi, belgi, statunitensi presenti, quelli che volevano  vedere e filmare gli eventi, non ne trovarono mai, perché non c’erano; eppure inviavano articoli [1], e le immagini che vediamo su al-Jazeera e altri canali in Europa, erano state girate in studio, come si può vedere osservando in dettaglio [2]. Quindi vi fu un periodo in Siria, dove la gente era come stordita da quello che succedeva, ma in realtà non capiva. La stampa siriana era silenziosa, non affrontava le notizie, mentre al-Jazeera e altri dicevano che c’erano una rivoluzione, proteste e repressione. C’era una sorta di panico mentre gli occidentali passavano il tempo a dire “Bashar deve andarsene”, “Se n’è già andato”(!), ecc., fu un fenomeno che vediamo in tutti i Paesi quando vengono attaccati, molte persone attendono per poi dichiararsi dalla parte vincente. E poi sembrava che la NATO avrebbe attaccato la Siria come aveva attaccato la Libia, e che il governo sarebbe stato rovesciato e un governo fantoccio installato dalle potenze occidentali. Quindi ci fu un momento in cui il supporto al governo siriano era scarso. E vi furono persone che sostennero i jihadisti in arrivo. Ci sono sempre dei collaborazionisti ovunque, ma c’erano anche quelli che furono reclutati da una particolare classe che aveva sofferto in precedenza, dal 2005, quando subirono le riforme economiche fatte male e dei problemi climatici, come la siccità, causarono gravi problemi agricoli. Persone relativamente povere furono costrette a lasciare il nord della Siria, poiché è soprattutto nel Nord che ciò era successo, e queste persone giunsero nelle periferie di Damasco e Aleppo, le due principali città del Paese. Tra queste persone, in genere molto poco istruite, s’infiltrarono varie sette religiose, tra cui i taqfiristi: una setta che ha appena un secolo di esistenza, molto recente per l’Islam, che sostiene che coloro che non seguono esattamente il loro percorso, devono essere uccise. Così vi furono persone che aderirono alla setta, e cominciarono a sostenere i jihadisti. Ma si trattava di qualche migliaio di persone, non molto più, ma erano armate. E in ogni Paese, migliaia di persone armate possono fare danni enormi.

Comaguer: soprattutto quando queste armi sono facili da trovare.
T. Meyssan: Sì, e al momento fu il Qatar che trasportava le armi in Siria, preparandosi da molto tempo, e aveva già insediato dei depositi in Siria con l’aiuto di agenti corrotti dei servizi segreti. Si sa che in Siria, a causa della guerra continua con Israele, i servizi segreti avevano grandi poteri speciali, e certuni ne abusarono. Quando si dice che la Siria era una dittatura, ciò è in parte vero e in parte falso, ciò che è vero è che qualcuno dell’intelligence s’immischiava in ciò che non lo riguardava, e andava nell’amministrazione a decidere chi doveva restare e chi doveva essere escluso. Questi servizi si dimostrarono molto corrotti, estremamente incompetenti e incapaci di difendere la Siria. Oggi hanno perso i poteri straordinari che avevano. Il Paese è completamente democratizzato.

Comaguer: Quindi questo significa che tali servizi sono stati formati da personale competente?
T. Meyssan: In effetti i servizi segreti erano cresciuti in modo smisurato e oggi molti dei loro capi sono stati espulsi o sono fuggiti all’estero, improvvisamente c’erano assai meno persone in questi servizi, ed erano coloro che facevano bene il proprio lavoro. Il Qatar ha inviato grandi quantitativi di armi, ma c’era già i depositi, pianificati in anticipo, e gli israeliani erano responsabili della distribuzione delle armi. Questo è qualcosa che non si spiega in Europa, che in effetti sì… sono sempre gli israeliani a distribuire le armi sul posto, perché il Qatar aveva i soldi ma non la manodopera.

Comaguer: la divisione del lavoro!
T.  Meyssan: Questi gruppi cominciarono a circolare e ad avere un comando centralizzato, in una base in Turchia. Ma avevano al momento armi rudimentali, ma con comunicazioni criptate via satellite e sistemi centralizzati in Turchia, ricevevano istruzioni dalla NATO, in Turchia. In un primo momento si aveva l’impressione che ci fossero tumulti contemporaneamente in tutto il Paese, ma questo non è vero e se si osservano i diversi incidenti su una mappa, ci si rende conto che un giorno si trovavano in una città, il giorno dopo a 20 km di distanza. Erano itineranti. Ma ci furono  alcuni problemi molto seri in certi luoghi, che in altri. Prima nel Sud, a Daraa, che in precedenza era la roccaforte assoluta del partito Baath, il partito storico della Siria. Dei baasisti passarono dalla parte degli israeliani, dico israeliani perché il primo evento accadde a Daraa, dove si affermava che la polizia aveva arrestato e torturato dei bambini, ecc., ma questo era completamente falso. Alla prima occasione, delle persone iniziarono a manifestare, e poi improvvisamente ricevettero un ordine e uscirono dalla città per attaccare un edificio: questo edificio era la base dell’intelligence   siriana che sorvegliava il territorio del Golan occupato da Israele. Dopo che vi fu un evento molto importante tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012: la creazione di uno Stato islamico a Bab Amr, a Homs: i taqfiristi siriani raccolsero circa 3-4000 combattenti e occuparono una zona in cui si trincerano e dichiararono uno Stato islamico indipendente, comprendente un proprio tribunale, dove tutte le persone che non erano dalla loro parte venivano condannate a morte, uccise in pubblico; fu  un massacro. La popolazione del posto aveva lasciato la zona, ad eccezione di una quarantina di famiglie che sostenevano il movimento taqfirista. Infine, questo emirato cadde, e allora la gente che era dentro se ne andò, e da allora non vi è più alcun sostegno siriano a tale movimento. Ora tutti i combattenti sono stranieri.

Comaguer: questo è importante, ma noi purtroppo dobbiamo concludere. Così rifiuta il termine guerra civile?
T. Meyssan: Sì, perché una guerra civile divide le famiglie, le persone si uccidono a vicenda. Qui il Paese viene attaccato dall’estero, come il Nicaragua negli anni ’80. Ciò che sorprende è che c’è una quantità enorme di combattenti costantemente in arrivo. Lakhdar Brahimi, che non è certamente a favore di Bashar al-Assad, ha detto a giugno che vi erano 40.000 combattenti stranieri in Siria.  40.000 e questo è quello che è stato costretto ad ammettere, e lui ha parlato dei veterani vivi, perché ne muoiono in grandi quantità ogni giorno, ma ce ne sono altri che vengono.

Comaguer: Per sostituirli. Si dice che non ci sarà nessun bombardamento, infine, ma se i combattenti continuano ad arrivare…
T. Meyssan: finché dura la guerra, i combattenti arrivano, ma se il flusso di questi combattenti viene chiuso, qui ci sarà la pace in due mesi. Ciò che è importante sono gli Stati Uniti, che all’inizio del 2001, quando decisero la guerra, avevano una ragione. All’epoca si pensava al “picco del petrolio” e che ci sarebbe stata carenza di idrocarburi, di combustibili fossili negli anni successivi. Questo, quindi, significava che gli Stati Uniti avevano bisogno di mettere le mani sul gas inutilizzato della Siria. Ma ora il mercato dell’energia è cambiato completamente, da allora, grazie ad altre forme di petrolio che non il greggio, il gas di scisto, ecc. Quindi non ci sono ragioni strategiche per gli Stati Uniti di entrare in guerra. Ecco perché in realtà avrebbero dovuto uscirsene già da tempo. Per gli Stati Uniti, la questione ora è il loro status, non hanno più alcun interesse in questa guerra, ma se si ritirano a testa bassa, non saranno più la grande potenza che erano. E tutto ruota intorno a ciò, e questo è il motivo dell’appello sulle armi chimiche, un modo elegante per farli uscire quando la Siria ha detto che distruggerà le sue scorte di armi chimiche, che sono ora un ingombro, che avevano delle ragioni storiche, ma oggi sono del tutto inutili. Quando hanno detto che li distruggeranno, tutti ne erano contenti, e gli Stati Uniti ne escono a testa alta: assolutamente perfetto.

[1] Durante il suo soggiorno (novembre 2011), una giornalista belga che si spacciava free-lance di una non meglio specificata “stampa cristiana belga”, un giorno era partita da sola per Homs, e ci disse la sera che aveva attraversato per diverse ore la città, cambiando più volte taxi, “per evitare il controllo del regime”, andando alla cieca ricercando queste proteste democratiche così massicce e così frequenti di cui parlavano i suoi colleghi in Europa occidentale. Riconobbe di non aver visto nulla, e con una logica stringente, aveva concluso che “non era andata nei posti giusti”… La giornalista lavorerebbe ora per La Vie (ex-cattolica).
[2] Nel luglio 2013 ho partecipato presso la libreria Transit di Marsiglia a un incontro in cui, con il pretesto di presentare l’associazione “Collettivo Siria Sham”, i due invitati parlarono della rivoluzione democratica in Siria e della terribile repressione da parte del “sistema”. Illustrarono le loro osservazioni con video sugli eventi “democratico-rivoluzionari”. Tuttavia, le bandiere che sventolavano i manifestanti, in questi video, erano le bandiere della Repubblica araba siriana con le 2 stelle. Come feci notare che non potevano essere, pertanto, che manifestazioni lealiste a supporto del regime, mi fu risposto sfacciatamente, “è perché c’era vento in quel momento, per questo vedevamo solo due stelle“, come previsto, ne risero tutti (in realtà 5 persone oltre al libraio e ai due democratici), fino ad allora inorriditi dai numerosi dati riportati sulle atrocità commesse dal regime.  Non ho detto che tra i cinque presenti vi era un professore di diritto che aveva fatto carriera in Egitto, intervenne a sostegno dei due propagandisti dicendo che “Bashar è un dittatore“, cosa che sembrava chiudere qualsiasi discorso con me; quando gli ho chiesto su cosa si basasse per poterlo dire, rispose “si sa da tempo.” A quanto pare, nella sessione aveva l’autorità scientifica ed accademica e quella, indispensabile, di avere l’esperienza di “qualcuno presente sul campo”, per chiudere.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“La diplomazia si tradurrà in una vittoria della Siria e nella pace duratura”

Thierry Meyssan, Intervista di Djamel Zerrouk, Rete Voltaire, 20 settembre 2013

In un’intervista simultanea ad Algérie Patriotique e a Jeune Indépendant, Thierry Meyssan spiega come la Siria, un Paese che affronta da 32 mesi una guerra di aggressione tra le più letali della storia, abbia potuto invertire i rapporti di forza in suo favore. L’analisi dell’intellettuale francese suggerisce anche una chiarificazione sulla nuova configurazione geopolitica regionale che emergerà, ha detto, che con la Russia. Riguardo Gran Bretagna e Francia, analizza il politologo,  saranno le perdenti della guerra in Siria. “Non gli Stati Uniti!” Perché “si divideranno la regione con la Russia” sulle rovine del patto Sykes-Picot del 1916, con il quale il Regno Unito e la Francia controllavano la zona.
Syria_civil_war-2Come si può spiegare che un Paese come la Siria, moderatamente armato, abbia potuto contenere l’invasione più mortale della storia, specialmente se dietro questa invasione terroristica vi è la temuta macchina della NATO e il supporto logistico e ideologico continuo dei Paesi del CCG?
Thierry Meyssan: la Siria sapeva che gli Stati Uniti si preparavano ad attaccare fin dal 2001, si veda  la testimonianza del generale Wesley Clark. Ha sventato diversi complotti, come ad esempio quello volto a renderlo responsabile dell’assassinio dell’ex-primo ministro libanese Rafiq Hariri. Ma pensava di dover affrontare una guerra convenzionale, non un’ondata di terrorismo settario. In una dozzina di anni, la Siria aveva così risolto diversi problemi fondamentali, compreso il rimborso integrale del debito. L’Esercito arabo siriano è stato dotato di attrezzature essenziali, ma non sapeva come trattare i jihadisti. Dal febbraio 2011 al luglio 2012, ha evitato di fare uso delle armi quando ciò metteva in pericolo la vita dei civili. Fu un momento particolarmente difficile, durante cui perse più soldati che nelle guerre contro Israele. Fu solo con l’assassinio dei principali leader militari, il 18 luglio 2012, che l’amministrazione Assad ha ordinato di sradicare i jihadisti con tutti i mezzi. L’esercito ha poi adottato le tecniche russe sviluppate durante la guerra in Cecenia. La resistenza del Paese agli invasori riflette questi due passaggi. Durante il primo anno, l’amministrazione Assad ha cercato di convincere l’opinione pubblica che la campagna occidentale secondo cui il Paese era scosso da una rivoluzione della primavera araba e che la NATO avrebbe cambiato il regime, era falsa. Dalla crisi del luglio 2012 e dalla sua vittoria militare, ha ritenuto di aver vinto politicamente la partita all’interno, e che avrebbe potuto mobilitarsi contro l’invasore. Quindi, fu costituita la milizia di autodifesa di quartiere, alla fine del 2012, e ci fu la prima ondata di volontari nell’Esercito arabo siriano, durante la crisi di Ghuta, nell’agosto-settembre 2013. In guerra, ci sono solo due campi. Ognuno è costretto a posizionarsi o a morire. Come altrove, quando il popolo immagina che il governo sarà rovesciato da un invasore, resta in attesa, aspettando di vedere. Ma quando il popolo capisce che gli invasori indietreggiano, si sacrifica per salvare il Paese. Nel maggio 2013, un rapporto della NATO stimava il sostegno al governo di Assad al 70%, un 20% di indecisi e un 10% a sostenere i jihadisti. Non ci sono più indecisi. Il 90% dei siriani sostiene il proprio Stato, il 90% dei francesi supportava de Gaulle dopo lo sbarco alleato in Normandia.

Gli Stati Uniti non invocano più la guerra, ora sostengono l’opzione diplomatica, mentre pochi giorni fa le forze armate degli Stati Uniti avevano il dito sul grilletto, in attesa dell’ordine del presidente, comandante supremo delle forze armate, per lanciare i missili contro la Siria. E’ un miracolo o l’opera di fondo svolta da terzi?
Thierry Meyssan: l’analisi, sia in Siria che in Russia, è che gli Stati Uniti sono una potenza in declino che non ha più la possibilità di lanciare una guerra convenzionale. Proprio quest’anno, il Pentagono ha ridotto le dimensioni delle proprie truppe del 20%, e questo processo del “sequestro” è destinato a continuare negli anni a venire. D’altra parte, gli interessi degli Stati Uniti che hanno portato la Casa Bianca a pianificare la guerra nel 2001, non esistono più. All’epoca il Vicepresidente Cheney aveva creato una task force per valutare il futuro energetico. I suoi esperti erano convinti che il mondo avrebbe dovuto affrontare il “picco del petrolio”, cioè la scarsità di “petrolio greggio” (la qualità del petrolio saudita). Per sopravvivere, doveva pertanto fare man bassa e il più presto possibile, di tutte le riserve di petrolio e gas. Tuttavia, i maggiori giacimenti non sfruttati sono nel sud del Mediterraneo, soprattutto in Siria. Dodici anni dopo, questa analisi s’è dimostrata falsa. Sappiamo ora utilizzare altre forme di petrolio, oltre al “petrolio greggio”, anche se questo significa costruire raffinerie adatte. Inoltre, il gas sostituisce una parte del petrolio e gli Stati Uniti sfruttano, nel Paese ed all’estero, il gas di scisto. Nel ventunesimo secolo non ci sarà una crisi dell’approvvigionamento energetico, e quindi nessun bisogno di occupare la Siria. Pertanto, le diplomazie siriana e russa cercavano, fin dal maggio 2012, di trovare una via d’uscita agli Stati Uniti. Questo fu lo scopo della conferenza di Ginevra alla fine del giugno 2012. La Russia aveva proposto agli Stati Uniti di abbandonare il piano sul “Grande Medio Oriente” e di dividere la regione. Obama aveva accettato questo accordo, ma ha affrontato una forte opposizione interna. Non è successo nulla durante la campagna elettorale negli USA, ma Barack Obama ha ripulito casa poco dopo. Furono prima estromessi gli ultra-sionisti (a partire da Hillary Clinton) e costretto i sostenitori della guerra coperta a dimettersi (cacciata del generale David Petraeus) e, infine, i capi anti-russi (dimissioni dei capi dello scudo anti-missile e della NATO). Successivamente, Barack Obama s’è impegnato a controllare i suoi alleati. Ha forzato l’emiro del Qatar a dimettersi e il suo successore a ritirarsi dalla scena internazionale. Oggi chiede al Regno Unito e alla Francia di ritirarsi dal gioco. Non vi è alcun miracolo in ciò, ma un lavoro diplomatico paziente il cui scopo è evitare il confronto diretto con gli Stati Uniti e, al contrario, sostenerli nella loro ritirata. Questo lavoro è estremamente lungo e ogni giorno che passa è costoso in vite umane, ma in ultima analisi, dovrebbe portare alla vittoria della Siria e a una pace duratura.

Se la prima potenza mondiale decide di accettare la realtà sul terreno (una Siria fermamente determinata a resistere ferocemente a qualsiasi aggressione straniera, una Russia che non ha alcuna intenzione di abbandonare Damasco, un’opinione pubblica statunitense stanca…), come si può spiegare che Parigi, vassallo di Washington, possa opporvisi? La Francia ha interesse a dichiarare guerra ad un Paese sovrano?
Thierry Meyssan: Paralizzati dal loro declino, gli Stati Uniti avevano affidato a Regno Unito e Francia la ricolonizzazione di Libia e Siria. Entrambi gli Stati avevano stipulato il Trattato di Lancaster House, nel novembre 2010, quindi prima della primavera araba, per condividere la loro “proiezione di potenza”, vale a dire le loro forze coloniali. Dovevano attaccare insieme e dividersi  la torta in base alle loro ex-aree di influenza: la Libia agli inglesi, la Siria ai francesi. Riguardo la Libia, il Regno Unito ha organizzato la rivolta di Bengasi, non sul modello rivoluzionario, ma su quello separatista, consegnando agli insorti la vecchia bandiera di re Idris, vale a dire quella della dominazione inglese. Riguardo la Siria, la Francia ha organizzato l’Esercito libero siriano, consegnandogli la bandiera del mandato francese (1920-1946). Come in altri casi, è sufficiente vedere le bandiere per sapere che non sono un movimento rivoluzionario, ma gli ascari degli ex occupanti. Tuttavia, se il Regno Unito ha potuto occupare la Libia, è perché la NATO è intervenuta a distruggerne la resistenza, totalizzando 160000 morti, secondo i rapporti interni della Croce Rossa. Mentre in Siria, i tre veti contrari di Russia e Cina hanno scoraggiato la NATO dall’intervenire. Così la Francia s’è immersa nel sangue per niente. In tale questione strategica, si aggiungono personalità di peso, come il ministro degli Esteri Laurent Fabius e in particolare il Capo dello Stato Maggiore il Presidente della Repubblica, generale Benoit Puga. Il primo è un ultra-sionista, mentre il secondo è un lefebvriano cattolico, essi condividono la stessa ideologia colonialista. La Francia non ha alcun interesse nel cercare di conquistare la Siria, ma alcune grandi imprese hanno interesse nel far pagare la conquista al contribuente francese, a loro privato profitto. Inoltre, Regno Unito e Francia sono i grandi perdenti della guerra in Siria, non gli Stati Uniti, perché essi condivideranno la regione con la Russia sulle macerie del trattato Sykes-Picot del 1916, con il quale Regno Unito e Francia controllavano la regione.

Alcuni analisti hanno avanzato l’idea che la Siria, una volta finita la guerra d’aggressione, abbandonerà ufficialmente la Lega Araba perché si riterrà una potenza regionale come la Turchia e l’Iran, e non servirà più a nulla, per Damasco, sedersi in una lega che ha la tendenza negli ultimi anni a consegnare i propri membri al nemico imperiali-sionista e alla NATO (Libia, Yemen,…). Siete d’accordo con questa idea?
Thierry Meyssan: la Siria, membro fondatore della Lega araba non ha ancora deciso nulla. Ma è certo che il partito panarabo Baath non può più essere visto come prima. Il mondo arabo è un’entità culturale, non politica. I peggiori nemici della Siria non sono a Washington, ma a Doha e Riyadh. Inoltre, i risultati nei 68 anni della Lega araba sono pari quasi zero. Questa struttura è stata manipolata dall’occidente. Tuttavia, abbandonarla suppone che venga sostituita da un altro forum regionale organizzato su una base più solida.

Pensate che il GME (Greater Middle East), il piano statunitense, dal nome ingannevole, per atomizzare e indebolire i Paesi arabi davanti a un’entità sionista più forte che mai, stia affondando? Ciò tanto più che l’emergere della Russia di Putin e la volontà della Siria di riposizionarsi da principale protagonista della nuova mappa geopolitica che si va tracciando ora, dissiperanno il piano atlantista?
Thierry Meyssan: il progetto del “Grande Medio Oriente” era volto a dividere la regione per mezzo degli eserciti occidentali, non per garantire agli Stati Uniti il loro approvvigionamento in petrolio, ma per far dominare Israele. Se ci potemmo sbagliare su questo nel 2003, quando George W. Bush  l’evocò, ciò non è più possibile oggi, non avendo gli Stati Uniti più bisogno del petrolio della regione. D’altra parte, nell’ambito della nuova divisione della regione, la Russia non ha intenzione di entrare in guerra con Israele e gli Stati Uniti. Il piano di Mosca è costringere Tel Aviv ad abbandonare la natura coloniale del suo regime, come Pretoria fu costretta ad abbandonare l’apartheid. Questo è un punto molto importante, perché l’origine delle guerre in questa regione, come in passato in Sud Africa, non è l’esistenza di un particolare Stato, ma la natura coloniale del suo regime.

Signor Meyssan avete sostenuto il colpo di Stato contro il presidente Mursi in Egitto, spiegando che la politica auspicata dall’ex-presidente della Fratellanza musulmana faceva parte di una logica atlantista e sionista, e quindi era necessario che l’Egitto, Paese chiave, se ne sbarazzasse. Ma si scopre che il generale al-Sisi, l’uomo forte di Cairo, contratta con gli statunitensi e anche gli israeliani, i cui droni sorvolano, bombardano e uccidono liberamente in Sinai, ”nel quadro dell’antiterrorismo”. Non sarebbe più corretto indicare Mursi e Sisi dei simili, dato che il nuovo regime di Cairo non ha ritenuto opportuno sostenere la Siria?
Thierry Meyssan: In Egitto, tutte le fazioni sono state finanziate dagli Stati Uniti. Quando Washington sentiva che il Paese stava per implodere, fece affidamento su tutti i giocatori in una sola volta, per essere sicuri che il prossimo governo fosse un suo vassallo. Come avete detto, io non sostengo il generale al-Sisi in particolare, ma il colpo di Stato per consenso, che ha posto fine alla dittatura dei Fratelli musulmani. Resta che l’esercito deve dimostrare le sue doti politiche. Osservo che, per il momento, la situazione è così complicata che molti giocatori hanno ruoli invertiti. Così, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sostengono l’esercito egiziano e la lotta contro l’esercito siriano, mentre l’Iran sostiene i Fratelli musulmani egiziani e combatte contro i loro omologhi siriani. Ci vorrà un po’ di tempo per riportare le cose alla normalità e a che le posizioni interne coincidano con quelle esterne. In ogni caso, i rapporti tra l’esercito egiziano e gli Stati Uniti sono tesi. Abbiamo dimenticato che è l’esercito che ha chiuso gli uffici delle organizzazioni “non governative” aperte dalla CIA in Egitto e, al momento, il Pentagono ha sospeso gli aiuti. Furono restaurati sotto la presidenza di Mursi e sospesi dopo il colpo di Stato militare. E’ quindi sbagliato pensare all’esercito egiziano come un pedone degli Stati Uniti. Dobbiamo attendere il ritorno della pace civile per vedere come l’Egitto si evolve.

Potete analizzare la situazione in Libano, che recentemente ha subito una serie di attentati mortali.  Gli autori di questi attacchi vorrebbero punire la resistenza di Hezbollah libanese fin dal 1982? Ci sarà un legame con ciò che accade in Siria?
Thierry Meyssan: gli Stati Uniti inizialmente pianificarono l’impiego del Libano come base per attaccare e poi distruggere la Siria. Inoltre, per via della sua storia e della sua geografia, il Libano è dipendente totalmente ed esclusivamente dalla Siria. L’unica alternativa sarebbe frammentarsi e diventare un principato maronita alleato d’Israele, un piano incarnato da Samir Geagea. E’ deplorevole che il Libano non abbia altra scelta, ma è inutile nascondere questo fatto. Nel 2005, i libanesi chiesero in modo schiacciante la partenza dell’esercito siriano, che garantiva la pace civile.  Ciò avvenne senza discutere. I libanesi, che si sentivano umiliati dal dover pagare una minuscola tangente a qualche generale siriano, ebbero poi il piacere di essere saccheggiati in modo massiccio da altri libanesi. Dalla partenza dell’esercito siriano, non ci sono più servizi pubblici. Lo Stato si sfascia a favore delle comunità etnico-religiose. Attualmente, non c’è elettricità, ognuno è obbligato a comparsi un generatore, e non c’è acqua potabile, obbligando ognuno a prendere l’acqua dalla cisterna di casa. Da marzo, l’MI6 inglese ha chiuso la maggior parte delle sue strutture in Giordania per trasferirle in Libano. Abbiamo poi visto l’inizio di una serie di attentati volti non a colpire la resistenza, ma a creare il caos. Per il momento, la guerra civile non è scoppiata perché l’equilibrio delle forze è così a favore di Hezbollah, che nessuno ha interesse ad iniziarla. Quando Hezbollah si rese subito conto che il nemico l’avrebbe assaltato dalla Siria, si mobilitò per difenderla. Il piano occidentale era stato ben progettato, a condizione del bombardamento della Siria e del  rovesciamento del regime laico. Ma dopo l’inversione degli Stati Uniti sulla questione delle armi chimiche, esso fallirà. Tra un anno, si porrà la questione se il Libano rimarrà paralizzato dalle sue divisioni etnico-comunitarie, imposte da Laqdar Brahimi con l’accordo di Taif, o se raggiungerà, almeno in parte, la sfera d’influenza russa.

Thierry Meyssan, Documenti allegati (PDF – 1,9 MB)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Minacce d’intervento in Siria: Un modo per testare la Russia e l’Iran

Eugene Zagrebnov Rete Voltaire 1 settembre 2013

In un’intervista esclusiva, il 27 agosto, a Voce della Russia, Thierry Meyssan, presidente di Réseau Voltaire, spiega perché le affermazioni degli alleati occidentali sul conflitto siriano non saranno seguite da una reale campagna militare.

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Voce della Russia: se gli Stati Uniti decidono l’intervento militare in Siria, la Francia potrebbe  supportarlo? Perché?
Thierry Meyssan: La Francia è assai gregaria nei confronti degli Stati Uniti. Se gli Stati Uniti entrassero in guerra, Francia, Regno Unito e tutti i loro alleati sarebbero certamente disposti a parteciparvi. Inoltre la Francia ha partecipato assai attivamente al conflitto, all’inizio, inviando elementi armati e consiglieri militari all’opposizione. Ma poi si ritirò, rendendosi conto che non aveva una reale presa sul terreno, ed iniziò l’intervento in Mali. Ma la Francia, come la Gran Bretagna, non hanno alcun interesse di Stato nel partecipare al conflitto.

Voce della Russia: la situazione, come si vede in Siria, le lascia presumere che l’azione militare potrebbe cominciare presto?
Thierry Meyssan: Tutti i media negli Stati Uniti affermano che un attacco avrà luogo, e il Times inglese dice che è già stato deciso: l’attacco avrà luogo. Per ora è soprattutto retorica, e non credo che l’obiettivo sia davvero una guerra alla Siria. Possono prendere in considerazione il lancio di missili su caserme vuote; cose puramente simboliche per dimostrare la capacità di colpire la Siria, ma senza realmente intervenire.

Voce della Russia: Qual è il vero scopo di queste dichiarazioni da parte dei Paesi occidentali?
Thierry Meyssan: Penso che il vero obiettivo sia testare le reazioni di Russia e Iran. Per la Russia, è molto chiaro. Non lancerà una nuova guerra, ma sosterrà il regime siriano, militarmente e attraverso l’intelligence. Per quanto riguarda l’Iran, cercherà di mobilitare i suoi alleati nella regione per espandere il conflitto. Abbiamo sentito Hezbollah e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) decidere su questo argomento. Hanno detto che se ci fosse un vero e proprio attacco occidentale contro la Siria, ci sarebbe una guerra regionale, che potrebbe colpire in particolare Israele.

Voce della Russia: ciò non sarebbe molto favorevole per gli Stati Uniti?
Thierry Meyssan: Sì, sarebbe un errore molto serio del governo degli Stati Uniti estendere troppo il conflitto, rispetto a ciò che possono controllare strategicamente.

Voce della Russia: A breve termine, secondo voi quale sarà l’evoluzione della situazione in Siria?
Thierry Meyssan: Penso che agli Stati Uniti saranno necessari alcuni giorni per chiarire la loro posizione. Il tempo per gli osservatori delle Nazioni Unite di presentare il loro rapporto. Questi osservatori sembrano onesti, non s’inventano che l’esercito siriano abbia bombardato usando gas velenosi. Devono prima verificare se vi sia stato l’uso di gas velenosi. Le immagini trasmesse dall’opposizione non lo mostrano. Ma anche se scoprissero che si l’impiego di questi gas ci sia stato, gli osservatori potrebbero concludere che questi gas non sono stati utilizzati dall’esercito del governo, né dall’esercito libero siriano. Questi gas possono essere stati utilizzati da terzi: i terroristi di cui tutti si lamentano. Questa conclusione potrebbe ridurre la tensione sul problema siriano.

Voce della Russia: Quale pensate sia il modo migliore per risolvere questa crisi?
Thierry Meyssan: La crisi siriana si fermerà quando si fermeranno i combattenti stranieri che entrano nel Paese. Vi è un costante flusso di combattenti jihadisti in Siria. Si tratta di un enorme traffico molto ben organizzato, soprattutto dai Paesi musulmani, ma non solo. Solo intorno a Damasco sono quasi 25.000. Penso che i Paesi europei avranno bisogno di cambiare prospettiva, cambiando bersaglio. Eventi molto più gravi oggi accadono in Egitto.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli occidentali sono disposti a bombardare la Siria?

Thierry Meyssan Rete Voltaire Damasco (Siria) 27 agosto 2013

Fingendo di credere a un attacco chimico del governo siriano contro il proprio popolo, Washington, Londra e Parigi battono i tamburi di guerra. Dovremmo prendere sul serio queste minacce da Stati che annunciano imminente, da più di due anni, la caduta della Siria? Anche se non si dovrebbe escludere questa opzione, Thierry Meyssan pensa che sia meno probabile di un intervento organizzato dall’Arabia Saudita. Questa agitazione avrebbe piuttosto lo scopo di testare le reazioni di Russia e Iran.

Alzi la mano chi fa parte dei buoni!

Alzi la mano chi fa parte dei buoni!

Quale mosca ha punto il Nobel per la Pace Barack Obama? Il 25 agosto, la Casa Bianca ha rilasciato una dichiarazione in cui un anonimo alto funzionario ha detto che “non c’è dubbio” sull’uso di armi chimiche della Siria contro l’opposizione. La dichiarazione ha aggiunto che l’accordo della Siria per far entrare gli ispettori delle Nazioni Unite nella zona, è “troppo tardivo per essere credibile“. Se l’uso di armi chimiche nella periferia di Damasco, il 21 agosto 2013, è probabile, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non ha concluso che sia opera del governo siriano. Nella riunione d’emergenza richiesta dall’occidente, gli ambasciatori sono rimasti sorpresi nel vedere il loro collega russo presentare le foto satellitari che mostrano il lancio di due colpi alle 01:35, dalla zona ribelle di Duma alle zone ribelli colpite dal gas (Jubar e tra Arbin e Zamalqa), nell’ora coincidente con l’incidente correlato. Le immagini non ci dicono se si trattasse di proiettili  chimici, ma suggeriscono che la “Brigata dell’Islam” che occupa Duma, ha preso tre piccioni con una fava: da una parte elimina il supporto ai suoi rivali nell’opposizione, d’altra parte accusa la Siria di usare armi chimiche, e infine interrompe l’offensiva dell’esercito arabo siriano per liberare la capitale.
Se il governo siriano, come il suo nemico israeliano, non ha firmato la Convenzione contro le armi chimiche e dispone di ampie scorte, anche i jihadisti ne hanno, come confermato da Carla Del Ponte, la grande furia dell’Alto commissariato per i diritti umani. A dicembre, l’esercito libero siriano aveva diffuso un video che mostrava un laboratorio chimico e minacciava gli alawiti. Questa settimana, il governo ha scoperto parecchi depositi di armi chimiche, maschere antigas e antidoti nei sobborghi di Damasco. I prodotti provenivano da Arabia Saudita, Qatar, Stati Uniti e Paesi Bassi. E’ anche su richiesta del governo siriano, e non dell’occidente, che sono presenti in Siria gli ispettori dell’ONU per indagare per due settimane sulle accuse sul loro utilizzo. Infine, il 29 maggio 2012, la polizia turca ha arrestato una decina di membri dell’organizzazione fronte al-Nusra ed ha sequestrato armi chimiche che dovevano essere utilizzate in Siria. Tuttavia, il presidente Obama ha incontrato il Consiglio Nazionale di Sicurezza per rivedere le opzioni di un attacco contro la Siria, alla presenza dell’ambasciatrice Samantha Power, capofila dei falchi liberali. Ha deciso di rafforzare la presenza militare statunitense nel Mediterraneo, inviando un quarto cacciatorpediniere armato di missili da crociera, l’USS Ramage. Si aggiunge agli USS Gravely, USS Barry e USS Mahan, mantenuto in zona anziché rientrare in porto. Sabato ha chiamato al telefono il primo ministro britannico David Cameron. E domenica ha parlato con il presidente francese Francois Hollande. I tre uomini hanno convenuto che doveva essere fatto qualcosa senza specificare come. Sempre domenica, il segretario di Stato John Kerry ha chiamato i suoi omologhi inglese, francese, canadese e russo per dirgli che gli Stati Uniti sono convinti che la Siria aveva attraversato la “linea rossa”. Se i primi tre relatori ascoltavano religiosamente, il russo Sergej Lavrov ha espresso la propria sorpresa sul fatto che Washington si pronunciasse prima della relazione degli ispettori delle Nazioni Unite. Rispose sulle “conseguenze estremamente gravi” che rappresenta un intervento nella regione. Lunedì, il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drain era in Qatar, e doveva andare negli Emirati Arabi Uniti, per coordinarsi con loro. Mentre il consigliere per la sicurezza nazionale israeliana, il generale Yaakov Amidror, è stato ricevuto alla Casa Bianca. Nel corso di una conversazione telefonica con il primo ministro inglese David Cameron, il presidente russo Vladimir Putin ha sottolineato che non vi era alcuna prova dell’uso di armi chimiche da parte della Siria. Da parte sua, il viceministro degli Esteri cinese, Li Baodong, ha chiamato la sua omologa statunitense, Wendy R. Sherman per richiamare gli Stati Uniti ad esercitare moderazione. Consapevole del rischio di una guerra regionale in cui i cristiani ne soffrirebbero, papa Francesco ha ribadito il suo appello per la pace.
Dovremmo quindi pensare che l’occidente andrà in guerra senza un mandato del Consiglio di sicurezza, come fece la NATO in Jugoslavia? Questo è improbabile, perché all’epoca la Russia era in rovina, oggi dovrà intervenire dopo l’emissione di tre veti a protezione della Siria o rinunciare a qualsiasi azione internazionale. Tuttavia Sergej Lavrov ha saggiamente escluso la terza guerra mondiale. Ha detto che il suo Paese non è pronto ad andare in guerra contro chiunque, anche per la Siria. Potrebbe quindi trattarsi di un intervento indiretto per sostenere la Siria, come fece la Cina durante la guerra del Vietnam. L’Iran ha quindi informato attraverso il suo vicecapo di Stato Maggiore, Massud Jazayeri, che l’attacco alla Siria attraverserebbe la “linea rossa” e che se passasse all’azione, la Casa Bianca ne sopporterebbe le “gravi conseguenze”. Mentre l’Iran non ha né le risorse o le alleanze della Russia, è sicuramente una delle maggiori 10 potenze militari mondiali.  Pertanto, attaccare la Siria comporterebbe il rischio di ritorsioni contro Israele e di rivolte in gran parte del mondo arabo, anche in Arabia Saudita. Il recente intervento di Hezbollah libanese e le dichiarazioni del suo segretario generale, Hassan Nasrallah, come quelle dell’organizzazione palestinese FPLP-Comando Generale, non lasciano dubbi.
Intervistato dalla stampa russa, il presidente siriano Bashar al-Assad ha dichiarato: “Le dichiarazioni dei politici statunitensi, dei Paesi occidentali e di altri sono un insulto al buon senso ed espressione di disprezzo per l’opinione pubblica dei loro popoli. Questa è una sciocchezza: prima accusano, poi raccolgono le prove. Questo compito è svolto da un Paese potente, gli Stati Uniti (…) Questo genere di accuse è puramente politico, rispondono alla serie di vittorie registrate dalle forze governative sui terroristi”. In Russia, il presidente della Commissione Affari Esteri della Duma, il giornalista e geopolitico Aleksej Pushkov, ha commentato sul suo account Twitter: “Washington e Londra hanno detto che Assad è colpevole prima delle conclusioni degli ispettori delle Nazioni Unite. Non accetteranno che un verdetto di colpevolezza. Qualsiasi altro verdetto sarà respinto.”
L’inizio di una nuova guerra in Siria male s’inquadra con i problemi economici degli Stati Uniti e degli europei. Se la vendita di armi è un modo per guadagnare soldi, distruggere uno Stato senza speranza di un ritorno a breve o medio termine, può solo peggiorare la situazione.
Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos condotto dopo l’attacco del 21 agosto, il 60% degli inglesi si oppone all’intervento in Siria contro il 9% che lo sostiene. Se erano convinti dell’uso di armi chimiche in Siria, rimane il 46% contro la guerra e diventa il 25% a supportarla. La stessa indagine indica che gli statunitensi apprezzano ancor meno la guerra segreta: l’89% ha detto che non dovrebbero armare i ribelli, contro l’11% che vuole armarli ancora. Infine, quattro opzioni sono state offerte agli intervistati: attacchi aerei (sostenuti dal 12%), creazione di una no-fly zone (11%), finanziamento di una forza multinazionale (9%) e azione diretta degli Stati Uniti (4%). In Francia, Le Figaro, pubblicato dall’industria bellica Dassault, ha posto la domanda ai suoi lettori, alla fine il 79.60% si oppone alla guerra contro il 20,40% che la sostiene. Sarà sicuramente difficile per gli occidentali convincere l’opinione pubblica e andare in guerra.
Un’altra interpretazione degli eventi è possibile: alcuni video che mostrano le vittime degli attacchi chimici, sono stati diffusi su internet poche ore prima degli attacchi. Sarà sempre possibile per gli occidentali “scoprire” l’inganno al momento giusto e fare marcia indietro. Tuttavia il caso delle armi chimiche in Iraq ha dimostrato che gli occidentali possono mentire alla comunità internazionale e riconoscerlo senza conseguenze una volta passati ai fatti. Le accuse dei jihadisti e dei loro sponsor occidentali, arrivano mentre l’esercito arabo siriano ha lanciato la grande offensiva “Scudo di Damasco” per liberare la capitale. Il lancio dei proiettili della “Brigata dell’Islam” è avvenuto all’inizio dell’offensiva, condotta per 5 giorni e che ha provocato perdite significative tra i jihadisti (almeno 1.500 morti e feriti su circa 25.000 presenti). Tutta questa agitazione può essere solo una guerra psicologica per nascondere la sconfitta e cercare di paralizzare l’offensiva siriana. Questo è principalmente un modo per Washington di testare la risposta iraniana dopo l’elezione di sheikh Hassan Rohani alla sua presidenza. Ed è ormai chiaro che non intende opporsi alla politica del leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei.
Tuttavia, durante la guerra contro la Libia, avevo sottovalutato la capacità degli Stati Uniti di violare tutte le regole, comprese quelle della NATO. Mentre basandomi sui documenti dell’Alleanza Atlantica, insistevo sulla lunga capacità di resistere della Jamahiriya libica all’aggressione armata, ho ignorato l’organizzazione di un incontro segreto nella base NATO di Napoli, dopo il Consiglio Atlantico. A quel tempo, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Danimarca, Turchia, Israele, Qatar e Giordania avevano programmato in segreto di usare l’Alleanza per bombardare Tripoli [1]. Non fidandosi dei loro alleati, che sapevano contrari ad un attacco così costoso in vite umane, non li  avvertirono. L’Alleanza Atlantica non è più una Alleanza vera e propria, ma una coalizione ad hoc. In pochi giorni, la caduta di Tripoli causò almeno 40.000 morti, secondo i rapporti della Croce Rossa. Tale dispositivo può essere organizzato: i capi di Stato Maggiore di circa gli stessi Stati, più l’Arabia Saudita e il Canada, si sono riuniti da domenica a questa sera ad Amman, sotto la presidenza del comandante del CentCom, generale Lloyd J. Austin III. Prendono in considerazione cinque opzioni (invio di armi ai contras, bombardamenti mirati, creazione di una no-fly zone, creazione di zone cuscinetto e l’invasione).
La stampa atlantista invoca la guerra. Il Times di Londra l’annuncia. Il presidente Barack Obama potrebbe seguire il piano di guerra elaborato dal suo predecessore George W. Bush il 15 settembre 2001, che prevedeva, oltre agli attacchi contro l’Afghanistan e l’Iraq, anche a Libia e Siria, come ha rivelato l’ex comandante della NATO, generale Wesley Clark [2]. Solo che, per la prima volta, il bersaglio ha forti alleanze. Tuttavia, ciò contraddice tutti gli sforzi dell’amministrazione Obama, dopo che da un anno elimina gli ostacoli allo svolgimento della conferenza di Ginevra 2: dimissioni del generale David Petraeus e dei sostenitori della guerra segreta, non riconferma di Hillary Clinton e degli ultra-sionisti; messa in causa degli irriducibili avversari ad una alleanza con la Russia, in particolare nella NATO e sullo scudo antimissile. Contraddice anche gli sforzi di John Brennan per  suscitare scontri armati nell’opposizione siriana esigendo l’abdicazione l’emiro del Qatar e  minacciando l’Arabia Saudita.
Da parte siriana, ci si prepara per quanto possibile ad ogni evenienza, compreso il bombardamento da parte della NATO contro i centri di comando e l’attacco coordinato dei jihadisti contro i ministeri della capitale. Tuttavia, l’opzione più probabile non punta a scatenare una guerra regionale che coinvolgerebbe le potenze occidentali, ma piuttosto ad un attacco autunnale, sotto la supervisione dell’Arabia Saudita ed attuato dai combattenti che essa attualmente reclutata. Infine, questa operazione potrebbe essere sostenuta dalla Lega araba.

Thierry Meyssan

[1] Le decisioni della riunione prevedevano un lungo elenco di obiettivi e strumenti ad essi dedicati. Un paragrafo prevedeva d’inviare un commando per uccidermi all’Hotel Radisson, dove mi trovavo. Tuttavia, durante l’attacco, ero al centro stampa dell’Hotel Rixos.
[2] Questo piano prevede anche di distruggere Libano, Sudan Somalia e infine Iran.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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