La disintegrazione della Libia

Polina Lavrenteva, Rete Voltaire, Mosca (Russia), 9 ottobre 2013

Nel 2011, Thierry Meyssan assicurava che non vi era alcuna primavera araba in Libia, che la popolazione non si era rivoltata contro Muammar Gheddafi, ma che gli occidentali usavano il movimento separatista della Cirenaica. Due anni dopo, il gioco è fatto: Tripoli ha perso il controllo di Cirenaica e Fezzan, come hanno osservato gli inviati speciali delle Nazioni Unite. La ricchezza del Paese è ora solo nelle mani delle bande e delle multinazionali statunitensi.

Ali Zaydan, Premier della Libia e fantoccio di Obama, assieme al segretario di Stato USA John Kerry.

Ali Zaydan, Premier della Libia e fantoccio di Obama, assieme al segretario di Stato USA John Kerry.

Non si può fermare il processo di disintegrazione della Libia iniziato dall’assassinio di Muammar Gheddafi. Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite dice: sullo sfondo della separazione della province della Libia “liberata dal dittatore”, avvengono esecuzioni affrettate, una massiccia oppressione politica e torture. Secondo la relazione congiunta della Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) [1] e dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, circa 27 persone sono morte in carcere nel Paese solo alla fine del 2011 [2]. 8000 persone sono detenute nelle carceri del Paese. Sono state definite, nel 2011, “partigiani di Gheddafi”. La maggior parte di loro non è stata nemmeno formalmente indagata e nessuno sa per quanto tempo rimarranno in carcere, perché il sistema giudiziario non funziona quasi più.
Il New York Times suggerisce che le persone siano state arrestate per motivi religiosi o etnici, o perché sospettate di non essere fedeli alla “democrazia”. I detenuti con cui gli ispettori delle Nazioni Unite hanno potuto parlare, hanno riferito di essere picchiati e torturati dal fuoco e dalla fame, nelle carceri. Nell’aprile di quest’anno, è stata approvata una legge in Libia per impedire la tortura e condannare i rapimenti. Ma non viene applicata. Questa è solo una parte del quadro della disintegrazione dello Stato libico. Le regioni si ritirano gradualmente, come ci aspettavamo due anni fa su queste pagine. E questo non accade senza spargimento di sangue. Il 27 settembre, il Fezzan ha dichiarato l’indipendenza, o almeno la sua piena autonomia, [3] i leader tribali hanno deciso così “per via dello scarso lavoro del Congresso.” A giugno, è stata la regione (ricca di petrolio) della Cirenaica [4] che s’è ripresa la sua libertà. Delle tre regioni storiche della Libia, solo la tripolitania ne fa ancora parte. Per ora, non c’è forza in grado di riunire questi tre Stati storici che formavano la Libia dal 1951.

Fonte: Odnako (Federazione Russa) settimanale d’Informazione generale. Caporedattore: Mikhail Leontev.

[1] Sito della MANUL
[2] “Tortura e morte nelle carceri della Libia“, relazione Unismil, ottobre 2013
[3] “La ‘nuova Libia': la regione del Fezzan dichiara la sua indipendenza“, Irib, 27 settembre 2013
[4] “Ливии официально больше нет.  Восток объявил “нефтяное государство” “(la Libia è ufficialmente finita, l’oriente si dichiara petro-Stato) Odnako, 7 marzo 2012

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Libia: il primo ministro di Obama preso dai filo-Gheddafi
Jean-Paul Pougala 10/10/2013

Laurent Gbagbo, Presidente della Costa d'Avorio, sequestrato all'Aia dalla Corte penale internazionale della NATO

Laurent Gbagbo, Presidente della Costa d’Avorio, sequestrato all’Aia dalla Corte penale internazionale della NATO

Se qualcuno si autodefinisce primo ministro e vive in un albergo e non nella residenza del primo ministro perché ha paura, e se inoltre viene rapito non potendo proteggere se stesso, chi dunque in tutta la Libia può sentirsi al sicuro con questo governo che Obama ha installato con Sarkozy? Si è riusciti a destabilizzare il continente africano, ma per cosa? Quali benefici nel breve e medio periodo la Francia trae dalla distruzione completa della Libia? Paracadutare a capo della Libia due primi ministri con passaporto statunitense, con il risultato catastrofico che si sa, non è la prova del dilettantismo dell’amministrazione Obama sul piano internazionale? Se la Russia non avesse mostrato i muscoli, la Siria ora sarebbe nello stesso caos. Ma nel caso della Siria, mi stupisce ancora come Obama sia in grado di finanziare i gruppi terroristici jihadisti che traumatizzano cacciando dai loro villaggi le comunità cristiane di Siria, terra che occupavano prima della nascita dell’Islam?
In Libia, dopo l’assassinio a Bengasi dell’ambasciatore degli Stati Uniti, dopo il rapimento della  figlia 24enne del ministro della Difesa, dopo il botto di questa mattina del rapimento del primo ministro in persona, ci aspettiamo che Obama tiri fuori il Joker che tiene nella manica per ripristinare l’ordine in Libia, quando ne uccise il Presidente. Il presidente statunitense ci dice che oggi vende il petrolio libico; a chi e come? Dove va il denaro della vendita? Dove sono i 30 miliardi di dollari dei libici sequestrati e i vari progetti per la federazione africana? O pensa che la priorità per noi è ricevere il suo inviato speciale Kofi Annan, che gira l’Africa per convincere i capi di Stato africani a non abbandonare in massa la Corte penale internazionale accusata di razzismo, ma che esiste solo per umiliare gli africani. Gli schiavi di corte, come Annan, come sappiamo da ben documentati libri di Storia, non saranno mai nel cuore del popolo africano, ma in posti ben lontani.
Il presidente Obama, inviando Kofi Annan ad elogiare la Corte penale internazionale, ritiene che gli africani di dimentichino del Presidente Gbagbo ancora sotto sequestro? Pensa che si siano guarite le profonde ferite dell’umiliazione che ci ha inflitto in Costa d’Avorio tramite Sarkozy? Il rapimento del capo di Stato africano dalla sua residenza, come un bandito comune, sarà per sempre radicato nella nostra memoria sotto la firma di Obama.
Quindi, è sorprendente che dopo aver completato questo quadretto, non si possa nemmeno proteggere il proprio primo ministro insediato in Libia. C’è differenza tra il rapimento di questa mattina del primo ministro di Obama della Libia e il sequestro del presidente della Costa d’Avorio, Laurent Gbagbo ad opera di Obama? Io non la vedo, tranne che il secondo è stato scelto dal suo popolo a guidare il suo Paese, mentre il primo è stato insediato al potere da Obama.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Stati Uniti e Siria: storia di un’ostilità contemporanea

Thierry Meyssan e Comaguer Global Research, 23 settembre 2013

In diretta da Damasco l’intervista telefonica a T. Meyssan di Comaguer (Comitato comprendere e agire contro la guerra, Marsiglia). Questa intervista è l’ultima parte della trasmissione sulla Siria di Comaguer dell’11 settembre 2013, su Radio Galere

syrian-regiemComaguer: Nella lunga storia della Siria, il 1991 è stato un anno di svolta. Il suo unico sostegno diplom.atico e politico, l’Unione Sovietica, scomparve. Per gli Stati Uniti, ora l’unica potenza mondiale, e il suo alleato Israele, rovesciare il regime siriano, che dava un forte sostegno alla causa palestinese ed era il solo Stato confinante con Israele a non aver firmato un accordo di pace con il  vicino, diventava un obiettivo da colpire subito. Cosa accade nel ventennio tra quell’anno e la guerra attuale? Questa è la domanda che poniamo a Thierry Meyssan, in diretta da Damasco.
T. Meyssan: George Bush padre aveva convocato la Conferenza di Madrid (30 ottobre 1991) con il suo segretario di Stato James Baker, e chiese ad Israele di partecipare a questa conferenza per la pace regionale che includesse sia la Palestina che la Siria. La conferenza iniziò abbastanza bene, ma in realtà il primo ministro israeliano Yitzhak Shamir non avrebbe negoziato e la conferenza sarebbe fallita. Dopo di che, fu Bill Clinton che a poco a poco riprese i contatti con la Siria e cercò di organizzare una pace regionale. Ciò che è interessante fu che B. Clinton, al termine del suo secondo mandato, era quasi in grado di organizzare la pace e, ancora una volta, il primo ministro israeliano Ehud Barak, all’ultimo momento, quando aveva negoziato e dato il suo consenso a un trattato di pace, si ritirò. Non ci sarà pace, Barak si ritirerà dall’accordo e, inoltre, in quel momento Hafiz al-Assad morì. Questo è molto ben raccontato nelle memorie di B. Clinton, non vi è alcun dubbio che la Siria avesse veramente cercato la pace e furono gli israeliani ad opporvisi. Poi iniziò il mandato di G. Bush figlio, e qui le cose si fecero difficili.
Immediatamente dopo gli attentati dell’11 settembre 2011, in realtà tre giorni dopo, ci fu una riunione di Bush jr. a Camp David, dove venne deciso di attaccare la Siria. In effetti, gli Stati Uniti avevano un piano: dicevano inizieremo con l’Afghanistan, continueremo con l’Iraq, poi la Libia, la Siria, il Sudan, la Somalia e termineremo con l’Iran. Quello che vediamo oggi è la realizzazione del piano, ma Bush jr. pensò di attaccare la Siria insieme al Libano e alla Libia in tempi relativamente brevi. Solo che vi fu ogni genere di granelli di sabbia nella macchina. In primo luogo, da parte libica, Gheddafi negoziò con gli Stati Uniti l’abbandono delle armi chimiche e del programma nucleare, aprendo l’economia alle grandi industrie. Ma da parte siriana la reazione fu molto diversa. La Siria doveva essere attaccata, e cominciò a prepararsi alla guerra, rafforzando le proprie alleanze. Bashar al-Assad, nuovo presidente dal 2000, decise di pagare tutti i debiti che la Siria aveva verso l’Unione Sovietica e, di conseguenza la Russia. Questo è molto importante e passò completamente inosservato al di fuori del Paese, anche se fu uno sforzo terribile per la Siria pagare quel debito, ma permettendole così di avere, oggi, buoni rapporti con la Russia. Gli Stati Uniti tesero ogni tipo di trappola, in seguito. Nelle settimane che seguirono la caduta di Baghdad (aprile 2003), il Congresso degli Stati Uniti studiò e votò il Syria Accontability Act, una legge che dava al presidente degli Stati Uniti l’autorità di dichiarare guerra contro la Siria, senza la necessità di chiederla al Congresso. Obama potrebbe effettivamente entrare in guerra senza la necessità di sottoporre la questione al Congresso. Infatti, dal 2003 il presidente degli Stati Uniti può attaccare la Siria senza limiti interni, poi vi fu tutta una serie di sanzioni per cercare di soffocare l’economia siriana. Nel 2005 vi fu l’assassinio dell’ex-primo ministro libanese Rafik Hariri, è venne immediatamente dichiarato che l’assassinio era stato organizzato dalla Siria, quando sappiamo, dal modo in cui l’omicidio fu effettuato, che può essere opera solo di un paio di grandi potenze dotate di mezzi speciali. Il risultato fu che ancora una volta la Siria veniva ostracizzata, perché sospettata di aver ucciso Hariri, e un Tribunale speciale fu creato dalle Nazioni Unite, difatti per processare Bashar al-Assad. Ma dopo due anni di indagini, ci si rese conto che l’intera questione era falsata, che la prova era completamente fabbricata e si dovettero abbandonare le accuse contro la Siria.

Comaguer: Dov’è il Tribunale speciale per il Libano oggi, è in sonno?
T.  Meyssan: La corte esiste ancora, inoltre presto riprenderà le udienze, ma ora accusa non più la Siria, ma Hezbollah, e quando avrà finito con Hezbollah, perché le prove sono false, accuserà l’Iran e ciò durerà tutto il tempo necessario. Ma la cosa più importante è che, mentre la Siria ribatteva a questa accusa, veniva lanciata una nuova operazione, ideata da Francia e Gran Bretagna: la primavera araba. Sarebbe complicato spiegare qui tutta la storia, ma furono fenomeni molto diversi  ciò che è accaduto in Egitto e Tunisia, da una parte e quello che è successo in Libia e Siria, dall’altra. Riguardo la Siria, si tenne a Cairo, in Egitto, all’inizio di febbraio 2011, una riunione in cui parteciparono il senatore John McCain (USA), nonché personalità internazionali, per la Francia c’era BHL (reazioni divertite in studio), sì, sì, in Francia non fu mai reso pubblico quello che vi dico. C’era per la Libia Mahmud Jibril, che all’epoca era il numero 2 del governo libico, che poi improvvisamente divenne il capo dell’opposizione contro Gheddafi. Jibril è un fratello musulmano. E c’erano alcuni funzionari siriani in esilio che disponevano di buoni mezzi televisivi a Londra o negli emirati. E questo incontro diede il via libera, perché tutto sembrava pronto per la rivoluzione in Libia e Siria, così furono indette le proteste a Damasco, ma nessuno si mosse, nessuno ne era interessato. Per diversi mesi, quindi, ci furono frequenti appelli a una rivoluzione in Siria, ma senza innescare la partecipazione popolare. L’unica cosa che vedemmo fu un account su Facebook chiamato Syrian Revolution 2011, creato all’inizio di febbraio e che in 2-3 giorni aveva 70.000 contatti. Ma questo è completamente impossibile poiché non ci furono dimostrazioni nel frattempo.  Era semplicemente un trucco dei computer, e gli avvenimenti reali inizieranno quando la questione libica fu “risolta”, nel momento in cui i combattenti giunsero dalla Libia in Siria. E improvvisamente i jihadisti fecero la loro comparsa e cominciarono a seminare il terrore nelle campagne, soprattutto arrivavano in un villaggio, prendevano delle persone, le facevano a pezzi e li gettavano sul posto.
Secondo la stampa occidentale, allora vi erano enormi manifestazioni in Siria, ma è falso, non ci furono mai. Quando mi trovavo in Siria nel novembre 2011, si diceva in Europa che vi erano  grandi manifestazioni, ma i giornalisti francesi, belgi, statunitensi presenti, quelli che volevano  vedere e filmare gli eventi, non ne trovarono mai, perché non c’erano; eppure inviavano articoli [1], e le immagini che vediamo su al-Jazeera e altri canali in Europa, erano state girate in studio, come si può vedere osservando in dettaglio [2]. Quindi vi fu un periodo in Siria, dove la gente era come stordita da quello che succedeva, ma in realtà non capiva. La stampa siriana era silenziosa, non affrontava le notizie, mentre al-Jazeera e altri dicevano che c’erano una rivoluzione, proteste e repressione. C’era una sorta di panico mentre gli occidentali passavano il tempo a dire “Bashar deve andarsene”, “Se n’è già andato”(!), ecc., fu un fenomeno che vediamo in tutti i Paesi quando vengono attaccati, molte persone attendono per poi dichiararsi dalla parte vincente. E poi sembrava che la NATO avrebbe attaccato la Siria come aveva attaccato la Libia, e che il governo sarebbe stato rovesciato e un governo fantoccio installato dalle potenze occidentali. Quindi ci fu un momento in cui il supporto al governo siriano era scarso. E vi furono persone che sostennero i jihadisti in arrivo. Ci sono sempre dei collaborazionisti ovunque, ma c’erano anche quelli che furono reclutati da una particolare classe che aveva sofferto in precedenza, dal 2005, quando subirono le riforme economiche fatte male e dei problemi climatici, come la siccità, causarono gravi problemi agricoli. Persone relativamente povere furono costrette a lasciare il nord della Siria, poiché è soprattutto nel Nord che ciò era successo, e queste persone giunsero nelle periferie di Damasco e Aleppo, le due principali città del Paese. Tra queste persone, in genere molto poco istruite, s’infiltrarono varie sette religiose, tra cui i taqfiristi: una setta che ha appena un secolo di esistenza, molto recente per l’Islam, che sostiene che coloro che non seguono esattamente il loro percorso, devono essere uccise. Così vi furono persone che aderirono alla setta, e cominciarono a sostenere i jihadisti. Ma si trattava di qualche migliaio di persone, non molto più, ma erano armate. E in ogni Paese, migliaia di persone armate possono fare danni enormi.

Comaguer: soprattutto quando queste armi sono facili da trovare.
T. Meyssan: Sì, e al momento fu il Qatar che trasportava le armi in Siria, preparandosi da molto tempo, e aveva già insediato dei depositi in Siria con l’aiuto di agenti corrotti dei servizi segreti. Si sa che in Siria, a causa della guerra continua con Israele, i servizi segreti avevano grandi poteri speciali, e certuni ne abusarono. Quando si dice che la Siria era una dittatura, ciò è in parte vero e in parte falso, ciò che è vero è che qualcuno dell’intelligence s’immischiava in ciò che non lo riguardava, e andava nell’amministrazione a decidere chi doveva restare e chi doveva essere escluso. Questi servizi si dimostrarono molto corrotti, estremamente incompetenti e incapaci di difendere la Siria. Oggi hanno perso i poteri straordinari che avevano. Il Paese è completamente democratizzato.

Comaguer: Quindi questo significa che tali servizi sono stati formati da personale competente?
T. Meyssan: In effetti i servizi segreti erano cresciuti in modo smisurato e oggi molti dei loro capi sono stati espulsi o sono fuggiti all’estero, improvvisamente c’erano assai meno persone in questi servizi, ed erano coloro che facevano bene il proprio lavoro. Il Qatar ha inviato grandi quantitativi di armi, ma c’era già i depositi, pianificati in anticipo, e gli israeliani erano responsabili della distribuzione delle armi. Questo è qualcosa che non si spiega in Europa, che in effetti sì… sono sempre gli israeliani a distribuire le armi sul posto, perché il Qatar aveva i soldi ma non la manodopera.

Comaguer: la divisione del lavoro!
T.  Meyssan: Questi gruppi cominciarono a circolare e ad avere un comando centralizzato, in una base in Turchia. Ma avevano al momento armi rudimentali, ma con comunicazioni criptate via satellite e sistemi centralizzati in Turchia, ricevevano istruzioni dalla NATO, in Turchia. In un primo momento si aveva l’impressione che ci fossero tumulti contemporaneamente in tutto il Paese, ma questo non è vero e se si osservano i diversi incidenti su una mappa, ci si rende conto che un giorno si trovavano in una città, il giorno dopo a 20 km di distanza. Erano itineranti. Ma ci furono  alcuni problemi molto seri in certi luoghi, che in altri. Prima nel Sud, a Daraa, che in precedenza era la roccaforte assoluta del partito Baath, il partito storico della Siria. Dei baasisti passarono dalla parte degli israeliani, dico israeliani perché il primo evento accadde a Daraa, dove si affermava che la polizia aveva arrestato e torturato dei bambini, ecc., ma questo era completamente falso. Alla prima occasione, delle persone iniziarono a manifestare, e poi improvvisamente ricevettero un ordine e uscirono dalla città per attaccare un edificio: questo edificio era la base dell’intelligence   siriana che sorvegliava il territorio del Golan occupato da Israele. Dopo che vi fu un evento molto importante tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012: la creazione di uno Stato islamico a Bab Amr, a Homs: i taqfiristi siriani raccolsero circa 3-4000 combattenti e occuparono una zona in cui si trincerano e dichiararono uno Stato islamico indipendente, comprendente un proprio tribunale, dove tutte le persone che non erano dalla loro parte venivano condannate a morte, uccise in pubblico; fu  un massacro. La popolazione del posto aveva lasciato la zona, ad eccezione di una quarantina di famiglie che sostenevano il movimento taqfirista. Infine, questo emirato cadde, e allora la gente che era dentro se ne andò, e da allora non vi è più alcun sostegno siriano a tale movimento. Ora tutti i combattenti sono stranieri.

Comaguer: questo è importante, ma noi purtroppo dobbiamo concludere. Così rifiuta il termine guerra civile?
T. Meyssan: Sì, perché una guerra civile divide le famiglie, le persone si uccidono a vicenda. Qui il Paese viene attaccato dall’estero, come il Nicaragua negli anni ’80. Ciò che sorprende è che c’è una quantità enorme di combattenti costantemente in arrivo. Lakhdar Brahimi, che non è certamente a favore di Bashar al-Assad, ha detto a giugno che vi erano 40.000 combattenti stranieri in Siria.  40.000 e questo è quello che è stato costretto ad ammettere, e lui ha parlato dei veterani vivi, perché ne muoiono in grandi quantità ogni giorno, ma ce ne sono altri che vengono.

Comaguer: Per sostituirli. Si dice che non ci sarà nessun bombardamento, infine, ma se i combattenti continuano ad arrivare…
T. Meyssan: finché dura la guerra, i combattenti arrivano, ma se il flusso di questi combattenti viene chiuso, qui ci sarà la pace in due mesi. Ciò che è importante sono gli Stati Uniti, che all’inizio del 2001, quando decisero la guerra, avevano una ragione. All’epoca si pensava al “picco del petrolio” e che ci sarebbe stata carenza di idrocarburi, di combustibili fossili negli anni successivi. Questo, quindi, significava che gli Stati Uniti avevano bisogno di mettere le mani sul gas inutilizzato della Siria. Ma ora il mercato dell’energia è cambiato completamente, da allora, grazie ad altre forme di petrolio che non il greggio, il gas di scisto, ecc. Quindi non ci sono ragioni strategiche per gli Stati Uniti di entrare in guerra. Ecco perché in realtà avrebbero dovuto uscirsene già da tempo. Per gli Stati Uniti, la questione ora è il loro status, non hanno più alcun interesse in questa guerra, ma se si ritirano a testa bassa, non saranno più la grande potenza che erano. E tutto ruota intorno a ciò, e questo è il motivo dell’appello sulle armi chimiche, un modo elegante per farli uscire quando la Siria ha detto che distruggerà le sue scorte di armi chimiche, che sono ora un ingombro, che avevano delle ragioni storiche, ma oggi sono del tutto inutili. Quando hanno detto che li distruggeranno, tutti ne erano contenti, e gli Stati Uniti ne escono a testa alta: assolutamente perfetto.

[1] Durante il suo soggiorno (novembre 2011), una giornalista belga che si spacciava free-lance di una non meglio specificata “stampa cristiana belga”, un giorno era partita da sola per Homs, e ci disse la sera che aveva attraversato per diverse ore la città, cambiando più volte taxi, “per evitare il controllo del regime”, andando alla cieca ricercando queste proteste democratiche così massicce e così frequenti di cui parlavano i suoi colleghi in Europa occidentale. Riconobbe di non aver visto nulla, e con una logica stringente, aveva concluso che “non era andata nei posti giusti”… La giornalista lavorerebbe ora per La Vie (ex-cattolica).
[2] Nel luglio 2013 ho partecipato presso la libreria Transit di Marsiglia a un incontro in cui, con il pretesto di presentare l’associazione “Collettivo Siria Sham”, i due invitati parlarono della rivoluzione democratica in Siria e della terribile repressione da parte del “sistema”. Illustrarono le loro osservazioni con video sugli eventi “democratico-rivoluzionari”. Tuttavia, le bandiere che sventolavano i manifestanti, in questi video, erano le bandiere della Repubblica araba siriana con le 2 stelle. Come feci notare che non potevano essere, pertanto, che manifestazioni lealiste a supporto del regime, mi fu risposto sfacciatamente, “è perché c’era vento in quel momento, per questo vedevamo solo due stelle“, come previsto, ne risero tutti (in realtà 5 persone oltre al libraio e ai due democratici), fino ad allora inorriditi dai numerosi dati riportati sulle atrocità commesse dal regime.  Non ho detto che tra i cinque presenti vi era un professore di diritto che aveva fatto carriera in Egitto, intervenne a sostegno dei due propagandisti dicendo che “Bashar è un dittatore“, cosa che sembrava chiudere qualsiasi discorso con me; quando gli ho chiesto su cosa si basasse per poterlo dire, rispose “si sa da tempo.” A quanto pare, nella sessione aveva l’autorità scientifica ed accademica e quella, indispensabile, di avere l’esperienza di “qualcuno presente sul campo”, per chiudere.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“La diplomazia si tradurrà in una vittoria della Siria e nella pace duratura”

Thierry Meyssan, Intervista di Djamel Zerrouk, Rete Voltaire, 20 settembre 2013

In un’intervista simultanea ad Algérie Patriotique e a Jeune Indépendant, Thierry Meyssan spiega come la Siria, un Paese che affronta da 32 mesi una guerra di aggressione tra le più letali della storia, abbia potuto invertire i rapporti di forza in suo favore. L’analisi dell’intellettuale francese suggerisce anche una chiarificazione sulla nuova configurazione geopolitica regionale che emergerà, ha detto, che con la Russia. Riguardo Gran Bretagna e Francia, analizza il politologo,  saranno le perdenti della guerra in Siria. “Non gli Stati Uniti!” Perché “si divideranno la regione con la Russia” sulle rovine del patto Sykes-Picot del 1916, con il quale il Regno Unito e la Francia controllavano la zona.
Syria_civil_war-2Come si può spiegare che un Paese come la Siria, moderatamente armato, abbia potuto contenere l’invasione più mortale della storia, specialmente se dietro questa invasione terroristica vi è la temuta macchina della NATO e il supporto logistico e ideologico continuo dei Paesi del CCG?
Thierry Meyssan: la Siria sapeva che gli Stati Uniti si preparavano ad attaccare fin dal 2001, si veda  la testimonianza del generale Wesley Clark. Ha sventato diversi complotti, come ad esempio quello volto a renderlo responsabile dell’assassinio dell’ex-primo ministro libanese Rafiq Hariri. Ma pensava di dover affrontare una guerra convenzionale, non un’ondata di terrorismo settario. In una dozzina di anni, la Siria aveva così risolto diversi problemi fondamentali, compreso il rimborso integrale del debito. L’Esercito arabo siriano è stato dotato di attrezzature essenziali, ma non sapeva come trattare i jihadisti. Dal febbraio 2011 al luglio 2012, ha evitato di fare uso delle armi quando ciò metteva in pericolo la vita dei civili. Fu un momento particolarmente difficile, durante cui perse più soldati che nelle guerre contro Israele. Fu solo con l’assassinio dei principali leader militari, il 18 luglio 2012, che l’amministrazione Assad ha ordinato di sradicare i jihadisti con tutti i mezzi. L’esercito ha poi adottato le tecniche russe sviluppate durante la guerra in Cecenia. La resistenza del Paese agli invasori riflette questi due passaggi. Durante il primo anno, l’amministrazione Assad ha cercato di convincere l’opinione pubblica che la campagna occidentale secondo cui il Paese era scosso da una rivoluzione della primavera araba e che la NATO avrebbe cambiato il regime, era falsa. Dalla crisi del luglio 2012 e dalla sua vittoria militare, ha ritenuto di aver vinto politicamente la partita all’interno, e che avrebbe potuto mobilitarsi contro l’invasore. Quindi, fu costituita la milizia di autodifesa di quartiere, alla fine del 2012, e ci fu la prima ondata di volontari nell’Esercito arabo siriano, durante la crisi di Ghuta, nell’agosto-settembre 2013. In guerra, ci sono solo due campi. Ognuno è costretto a posizionarsi o a morire. Come altrove, quando il popolo immagina che il governo sarà rovesciato da un invasore, resta in attesa, aspettando di vedere. Ma quando il popolo capisce che gli invasori indietreggiano, si sacrifica per salvare il Paese. Nel maggio 2013, un rapporto della NATO stimava il sostegno al governo di Assad al 70%, un 20% di indecisi e un 10% a sostenere i jihadisti. Non ci sono più indecisi. Il 90% dei siriani sostiene il proprio Stato, il 90% dei francesi supportava de Gaulle dopo lo sbarco alleato in Normandia.

Gli Stati Uniti non invocano più la guerra, ora sostengono l’opzione diplomatica, mentre pochi giorni fa le forze armate degli Stati Uniti avevano il dito sul grilletto, in attesa dell’ordine del presidente, comandante supremo delle forze armate, per lanciare i missili contro la Siria. E’ un miracolo o l’opera di fondo svolta da terzi?
Thierry Meyssan: l’analisi, sia in Siria che in Russia, è che gli Stati Uniti sono una potenza in declino che non ha più la possibilità di lanciare una guerra convenzionale. Proprio quest’anno, il Pentagono ha ridotto le dimensioni delle proprie truppe del 20%, e questo processo del “sequestro” è destinato a continuare negli anni a venire. D’altra parte, gli interessi degli Stati Uniti che hanno portato la Casa Bianca a pianificare la guerra nel 2001, non esistono più. All’epoca il Vicepresidente Cheney aveva creato una task force per valutare il futuro energetico. I suoi esperti erano convinti che il mondo avrebbe dovuto affrontare il “picco del petrolio”, cioè la scarsità di “petrolio greggio” (la qualità del petrolio saudita). Per sopravvivere, doveva pertanto fare man bassa e il più presto possibile, di tutte le riserve di petrolio e gas. Tuttavia, i maggiori giacimenti non sfruttati sono nel sud del Mediterraneo, soprattutto in Siria. Dodici anni dopo, questa analisi s’è dimostrata falsa. Sappiamo ora utilizzare altre forme di petrolio, oltre al “petrolio greggio”, anche se questo significa costruire raffinerie adatte. Inoltre, il gas sostituisce una parte del petrolio e gli Stati Uniti sfruttano, nel Paese ed all’estero, il gas di scisto. Nel ventunesimo secolo non ci sarà una crisi dell’approvvigionamento energetico, e quindi nessun bisogno di occupare la Siria. Pertanto, le diplomazie siriana e russa cercavano, fin dal maggio 2012, di trovare una via d’uscita agli Stati Uniti. Questo fu lo scopo della conferenza di Ginevra alla fine del giugno 2012. La Russia aveva proposto agli Stati Uniti di abbandonare il piano sul “Grande Medio Oriente” e di dividere la regione. Obama aveva accettato questo accordo, ma ha affrontato una forte opposizione interna. Non è successo nulla durante la campagna elettorale negli USA, ma Barack Obama ha ripulito casa poco dopo. Furono prima estromessi gli ultra-sionisti (a partire da Hillary Clinton) e costretto i sostenitori della guerra coperta a dimettersi (cacciata del generale David Petraeus) e, infine, i capi anti-russi (dimissioni dei capi dello scudo anti-missile e della NATO). Successivamente, Barack Obama s’è impegnato a controllare i suoi alleati. Ha forzato l’emiro del Qatar a dimettersi e il suo successore a ritirarsi dalla scena internazionale. Oggi chiede al Regno Unito e alla Francia di ritirarsi dal gioco. Non vi è alcun miracolo in ciò, ma un lavoro diplomatico paziente il cui scopo è evitare il confronto diretto con gli Stati Uniti e, al contrario, sostenerli nella loro ritirata. Questo lavoro è estremamente lungo e ogni giorno che passa è costoso in vite umane, ma in ultima analisi, dovrebbe portare alla vittoria della Siria e a una pace duratura.

Se la prima potenza mondiale decide di accettare la realtà sul terreno (una Siria fermamente determinata a resistere ferocemente a qualsiasi aggressione straniera, una Russia che non ha alcuna intenzione di abbandonare Damasco, un’opinione pubblica statunitense stanca…), come si può spiegare che Parigi, vassallo di Washington, possa opporvisi? La Francia ha interesse a dichiarare guerra ad un Paese sovrano?
Thierry Meyssan: Paralizzati dal loro declino, gli Stati Uniti avevano affidato a Regno Unito e Francia la ricolonizzazione di Libia e Siria. Entrambi gli Stati avevano stipulato il Trattato di Lancaster House, nel novembre 2010, quindi prima della primavera araba, per condividere la loro “proiezione di potenza”, vale a dire le loro forze coloniali. Dovevano attaccare insieme e dividersi  la torta in base alle loro ex-aree di influenza: la Libia agli inglesi, la Siria ai francesi. Riguardo la Libia, il Regno Unito ha organizzato la rivolta di Bengasi, non sul modello rivoluzionario, ma su quello separatista, consegnando agli insorti la vecchia bandiera di re Idris, vale a dire quella della dominazione inglese. Riguardo la Siria, la Francia ha organizzato l’Esercito libero siriano, consegnandogli la bandiera del mandato francese (1920-1946). Come in altri casi, è sufficiente vedere le bandiere per sapere che non sono un movimento rivoluzionario, ma gli ascari degli ex occupanti. Tuttavia, se il Regno Unito ha potuto occupare la Libia, è perché la NATO è intervenuta a distruggerne la resistenza, totalizzando 160000 morti, secondo i rapporti interni della Croce Rossa. Mentre in Siria, i tre veti contrari di Russia e Cina hanno scoraggiato la NATO dall’intervenire. Così la Francia s’è immersa nel sangue per niente. In tale questione strategica, si aggiungono personalità di peso, come il ministro degli Esteri Laurent Fabius e in particolare il Capo dello Stato Maggiore il Presidente della Repubblica, generale Benoit Puga. Il primo è un ultra-sionista, mentre il secondo è un lefebvriano cattolico, essi condividono la stessa ideologia colonialista. La Francia non ha alcun interesse nel cercare di conquistare la Siria, ma alcune grandi imprese hanno interesse nel far pagare la conquista al contribuente francese, a loro privato profitto. Inoltre, Regno Unito e Francia sono i grandi perdenti della guerra in Siria, non gli Stati Uniti, perché essi condivideranno la regione con la Russia sulle macerie del trattato Sykes-Picot del 1916, con il quale Regno Unito e Francia controllavano la regione.

Alcuni analisti hanno avanzato l’idea che la Siria, una volta finita la guerra d’aggressione, abbandonerà ufficialmente la Lega Araba perché si riterrà una potenza regionale come la Turchia e l’Iran, e non servirà più a nulla, per Damasco, sedersi in una lega che ha la tendenza negli ultimi anni a consegnare i propri membri al nemico imperiali-sionista e alla NATO (Libia, Yemen,…). Siete d’accordo con questa idea?
Thierry Meyssan: la Siria, membro fondatore della Lega araba non ha ancora deciso nulla. Ma è certo che il partito panarabo Baath non può più essere visto come prima. Il mondo arabo è un’entità culturale, non politica. I peggiori nemici della Siria non sono a Washington, ma a Doha e Riyadh. Inoltre, i risultati nei 68 anni della Lega araba sono pari quasi zero. Questa struttura è stata manipolata dall’occidente. Tuttavia, abbandonarla suppone che venga sostituita da un altro forum regionale organizzato su una base più solida.

Pensate che il GME (Greater Middle East), il piano statunitense, dal nome ingannevole, per atomizzare e indebolire i Paesi arabi davanti a un’entità sionista più forte che mai, stia affondando? Ciò tanto più che l’emergere della Russia di Putin e la volontà della Siria di riposizionarsi da principale protagonista della nuova mappa geopolitica che si va tracciando ora, dissiperanno il piano atlantista?
Thierry Meyssan: il progetto del “Grande Medio Oriente” era volto a dividere la regione per mezzo degli eserciti occidentali, non per garantire agli Stati Uniti il loro approvvigionamento in petrolio, ma per far dominare Israele. Se ci potemmo sbagliare su questo nel 2003, quando George W. Bush  l’evocò, ciò non è più possibile oggi, non avendo gli Stati Uniti più bisogno del petrolio della regione. D’altra parte, nell’ambito della nuova divisione della regione, la Russia non ha intenzione di entrare in guerra con Israele e gli Stati Uniti. Il piano di Mosca è costringere Tel Aviv ad abbandonare la natura coloniale del suo regime, come Pretoria fu costretta ad abbandonare l’apartheid. Questo è un punto molto importante, perché l’origine delle guerre in questa regione, come in passato in Sud Africa, non è l’esistenza di un particolare Stato, ma la natura coloniale del suo regime.

Signor Meyssan avete sostenuto il colpo di Stato contro il presidente Mursi in Egitto, spiegando che la politica auspicata dall’ex-presidente della Fratellanza musulmana faceva parte di una logica atlantista e sionista, e quindi era necessario che l’Egitto, Paese chiave, se ne sbarazzasse. Ma si scopre che il generale al-Sisi, l’uomo forte di Cairo, contratta con gli statunitensi e anche gli israeliani, i cui droni sorvolano, bombardano e uccidono liberamente in Sinai, ”nel quadro dell’antiterrorismo”. Non sarebbe più corretto indicare Mursi e Sisi dei simili, dato che il nuovo regime di Cairo non ha ritenuto opportuno sostenere la Siria?
Thierry Meyssan: In Egitto, tutte le fazioni sono state finanziate dagli Stati Uniti. Quando Washington sentiva che il Paese stava per implodere, fece affidamento su tutti i giocatori in una sola volta, per essere sicuri che il prossimo governo fosse un suo vassallo. Come avete detto, io non sostengo il generale al-Sisi in particolare, ma il colpo di Stato per consenso, che ha posto fine alla dittatura dei Fratelli musulmani. Resta che l’esercito deve dimostrare le sue doti politiche. Osservo che, per il momento, la situazione è così complicata che molti giocatori hanno ruoli invertiti. Così, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sostengono l’esercito egiziano e la lotta contro l’esercito siriano, mentre l’Iran sostiene i Fratelli musulmani egiziani e combatte contro i loro omologhi siriani. Ci vorrà un po’ di tempo per riportare le cose alla normalità e a che le posizioni interne coincidano con quelle esterne. In ogni caso, i rapporti tra l’esercito egiziano e gli Stati Uniti sono tesi. Abbiamo dimenticato che è l’esercito che ha chiuso gli uffici delle organizzazioni “non governative” aperte dalla CIA in Egitto e, al momento, il Pentagono ha sospeso gli aiuti. Furono restaurati sotto la presidenza di Mursi e sospesi dopo il colpo di Stato militare. E’ quindi sbagliato pensare all’esercito egiziano come un pedone degli Stati Uniti. Dobbiamo attendere il ritorno della pace civile per vedere come l’Egitto si evolve.

Potete analizzare la situazione in Libano, che recentemente ha subito una serie di attentati mortali.  Gli autori di questi attacchi vorrebbero punire la resistenza di Hezbollah libanese fin dal 1982? Ci sarà un legame con ciò che accade in Siria?
Thierry Meyssan: gli Stati Uniti inizialmente pianificarono l’impiego del Libano come base per attaccare e poi distruggere la Siria. Inoltre, per via della sua storia e della sua geografia, il Libano è dipendente totalmente ed esclusivamente dalla Siria. L’unica alternativa sarebbe frammentarsi e diventare un principato maronita alleato d’Israele, un piano incarnato da Samir Geagea. E’ deplorevole che il Libano non abbia altra scelta, ma è inutile nascondere questo fatto. Nel 2005, i libanesi chiesero in modo schiacciante la partenza dell’esercito siriano, che garantiva la pace civile.  Ciò avvenne senza discutere. I libanesi, che si sentivano umiliati dal dover pagare una minuscola tangente a qualche generale siriano, ebbero poi il piacere di essere saccheggiati in modo massiccio da altri libanesi. Dalla partenza dell’esercito siriano, non ci sono più servizi pubblici. Lo Stato si sfascia a favore delle comunità etnico-religiose. Attualmente, non c’è elettricità, ognuno è obbligato a comparsi un generatore, e non c’è acqua potabile, obbligando ognuno a prendere l’acqua dalla cisterna di casa. Da marzo, l’MI6 inglese ha chiuso la maggior parte delle sue strutture in Giordania per trasferirle in Libano. Abbiamo poi visto l’inizio di una serie di attentati volti non a colpire la resistenza, ma a creare il caos. Per il momento, la guerra civile non è scoppiata perché l’equilibrio delle forze è così a favore di Hezbollah, che nessuno ha interesse ad iniziarla. Quando Hezbollah si rese subito conto che il nemico l’avrebbe assaltato dalla Siria, si mobilitò per difenderla. Il piano occidentale era stato ben progettato, a condizione del bombardamento della Siria e del  rovesciamento del regime laico. Ma dopo l’inversione degli Stati Uniti sulla questione delle armi chimiche, esso fallirà. Tra un anno, si porrà la questione se il Libano rimarrà paralizzato dalle sue divisioni etnico-comunitarie, imposte da Laqdar Brahimi con l’accordo di Taif, o se raggiungerà, almeno in parte, la sfera d’influenza russa.

Thierry Meyssan, Documenti allegati (PDF – 1,9 MB)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Minacce d’intervento in Siria: Un modo per testare la Russia e l’Iran

Eugene Zagrebnov Rete Voltaire 1 settembre 2013

In un’intervista esclusiva, il 27 agosto, a Voce della Russia, Thierry Meyssan, presidente di Réseau Voltaire, spiega perché le affermazioni degli alleati occidentali sul conflitto siriano non saranno seguite da una reale campagna militare.

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Voce della Russia: se gli Stati Uniti decidono l’intervento militare in Siria, la Francia potrebbe  supportarlo? Perché?
Thierry Meyssan: La Francia è assai gregaria nei confronti degli Stati Uniti. Se gli Stati Uniti entrassero in guerra, Francia, Regno Unito e tutti i loro alleati sarebbero certamente disposti a parteciparvi. Inoltre la Francia ha partecipato assai attivamente al conflitto, all’inizio, inviando elementi armati e consiglieri militari all’opposizione. Ma poi si ritirò, rendendosi conto che non aveva una reale presa sul terreno, ed iniziò l’intervento in Mali. Ma la Francia, come la Gran Bretagna, non hanno alcun interesse di Stato nel partecipare al conflitto.

Voce della Russia: la situazione, come si vede in Siria, le lascia presumere che l’azione militare potrebbe cominciare presto?
Thierry Meyssan: Tutti i media negli Stati Uniti affermano che un attacco avrà luogo, e il Times inglese dice che è già stato deciso: l’attacco avrà luogo. Per ora è soprattutto retorica, e non credo che l’obiettivo sia davvero una guerra alla Siria. Possono prendere in considerazione il lancio di missili su caserme vuote; cose puramente simboliche per dimostrare la capacità di colpire la Siria, ma senza realmente intervenire.

Voce della Russia: Qual è il vero scopo di queste dichiarazioni da parte dei Paesi occidentali?
Thierry Meyssan: Penso che il vero obiettivo sia testare le reazioni di Russia e Iran. Per la Russia, è molto chiaro. Non lancerà una nuova guerra, ma sosterrà il regime siriano, militarmente e attraverso l’intelligence. Per quanto riguarda l’Iran, cercherà di mobilitare i suoi alleati nella regione per espandere il conflitto. Abbiamo sentito Hezbollah e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) decidere su questo argomento. Hanno detto che se ci fosse un vero e proprio attacco occidentale contro la Siria, ci sarebbe una guerra regionale, che potrebbe colpire in particolare Israele.

Voce della Russia: ciò non sarebbe molto favorevole per gli Stati Uniti?
Thierry Meyssan: Sì, sarebbe un errore molto serio del governo degli Stati Uniti estendere troppo il conflitto, rispetto a ciò che possono controllare strategicamente.

Voce della Russia: A breve termine, secondo voi quale sarà l’evoluzione della situazione in Siria?
Thierry Meyssan: Penso che agli Stati Uniti saranno necessari alcuni giorni per chiarire la loro posizione. Il tempo per gli osservatori delle Nazioni Unite di presentare il loro rapporto. Questi osservatori sembrano onesti, non s’inventano che l’esercito siriano abbia bombardato usando gas velenosi. Devono prima verificare se vi sia stato l’uso di gas velenosi. Le immagini trasmesse dall’opposizione non lo mostrano. Ma anche se scoprissero che si l’impiego di questi gas ci sia stato, gli osservatori potrebbero concludere che questi gas non sono stati utilizzati dall’esercito del governo, né dall’esercito libero siriano. Questi gas possono essere stati utilizzati da terzi: i terroristi di cui tutti si lamentano. Questa conclusione potrebbe ridurre la tensione sul problema siriano.

Voce della Russia: Quale pensate sia il modo migliore per risolvere questa crisi?
Thierry Meyssan: La crisi siriana si fermerà quando si fermeranno i combattenti stranieri che entrano nel Paese. Vi è un costante flusso di combattenti jihadisti in Siria. Si tratta di un enorme traffico molto ben organizzato, soprattutto dai Paesi musulmani, ma non solo. Solo intorno a Damasco sono quasi 25.000. Penso che i Paesi europei avranno bisogno di cambiare prospettiva, cambiando bersaglio. Eventi molto più gravi oggi accadono in Egitto.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli occidentali sono disposti a bombardare la Siria?

Thierry Meyssan Rete Voltaire Damasco (Siria) 27 agosto 2013

Fingendo di credere a un attacco chimico del governo siriano contro il proprio popolo, Washington, Londra e Parigi battono i tamburi di guerra. Dovremmo prendere sul serio queste minacce da Stati che annunciano imminente, da più di due anni, la caduta della Siria? Anche se non si dovrebbe escludere questa opzione, Thierry Meyssan pensa che sia meno probabile di un intervento organizzato dall’Arabia Saudita. Questa agitazione avrebbe piuttosto lo scopo di testare le reazioni di Russia e Iran.

Alzi la mano chi fa parte dei buoni!

Alzi la mano chi fa parte dei buoni!

Quale mosca ha punto il Nobel per la Pace Barack Obama? Il 25 agosto, la Casa Bianca ha rilasciato una dichiarazione in cui un anonimo alto funzionario ha detto che “non c’è dubbio” sull’uso di armi chimiche della Siria contro l’opposizione. La dichiarazione ha aggiunto che l’accordo della Siria per far entrare gli ispettori delle Nazioni Unite nella zona, è “troppo tardivo per essere credibile“. Se l’uso di armi chimiche nella periferia di Damasco, il 21 agosto 2013, è probabile, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non ha concluso che sia opera del governo siriano. Nella riunione d’emergenza richiesta dall’occidente, gli ambasciatori sono rimasti sorpresi nel vedere il loro collega russo presentare le foto satellitari che mostrano il lancio di due colpi alle 01:35, dalla zona ribelle di Duma alle zone ribelli colpite dal gas (Jubar e tra Arbin e Zamalqa), nell’ora coincidente con l’incidente correlato. Le immagini non ci dicono se si trattasse di proiettili  chimici, ma suggeriscono che la “Brigata dell’Islam” che occupa Duma, ha preso tre piccioni con una fava: da una parte elimina il supporto ai suoi rivali nell’opposizione, d’altra parte accusa la Siria di usare armi chimiche, e infine interrompe l’offensiva dell’esercito arabo siriano per liberare la capitale.
Se il governo siriano, come il suo nemico israeliano, non ha firmato la Convenzione contro le armi chimiche e dispone di ampie scorte, anche i jihadisti ne hanno, come confermato da Carla Del Ponte, la grande furia dell’Alto commissariato per i diritti umani. A dicembre, l’esercito libero siriano aveva diffuso un video che mostrava un laboratorio chimico e minacciava gli alawiti. Questa settimana, il governo ha scoperto parecchi depositi di armi chimiche, maschere antigas e antidoti nei sobborghi di Damasco. I prodotti provenivano da Arabia Saudita, Qatar, Stati Uniti e Paesi Bassi. E’ anche su richiesta del governo siriano, e non dell’occidente, che sono presenti in Siria gli ispettori dell’ONU per indagare per due settimane sulle accuse sul loro utilizzo. Infine, il 29 maggio 2012, la polizia turca ha arrestato una decina di membri dell’organizzazione fronte al-Nusra ed ha sequestrato armi chimiche che dovevano essere utilizzate in Siria. Tuttavia, il presidente Obama ha incontrato il Consiglio Nazionale di Sicurezza per rivedere le opzioni di un attacco contro la Siria, alla presenza dell’ambasciatrice Samantha Power, capofila dei falchi liberali. Ha deciso di rafforzare la presenza militare statunitense nel Mediterraneo, inviando un quarto cacciatorpediniere armato di missili da crociera, l’USS Ramage. Si aggiunge agli USS Gravely, USS Barry e USS Mahan, mantenuto in zona anziché rientrare in porto. Sabato ha chiamato al telefono il primo ministro britannico David Cameron. E domenica ha parlato con il presidente francese Francois Hollande. I tre uomini hanno convenuto che doveva essere fatto qualcosa senza specificare come. Sempre domenica, il segretario di Stato John Kerry ha chiamato i suoi omologhi inglese, francese, canadese e russo per dirgli che gli Stati Uniti sono convinti che la Siria aveva attraversato la “linea rossa”. Se i primi tre relatori ascoltavano religiosamente, il russo Sergej Lavrov ha espresso la propria sorpresa sul fatto che Washington si pronunciasse prima della relazione degli ispettori delle Nazioni Unite. Rispose sulle “conseguenze estremamente gravi” che rappresenta un intervento nella regione. Lunedì, il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drain era in Qatar, e doveva andare negli Emirati Arabi Uniti, per coordinarsi con loro. Mentre il consigliere per la sicurezza nazionale israeliana, il generale Yaakov Amidror, è stato ricevuto alla Casa Bianca. Nel corso di una conversazione telefonica con il primo ministro inglese David Cameron, il presidente russo Vladimir Putin ha sottolineato che non vi era alcuna prova dell’uso di armi chimiche da parte della Siria. Da parte sua, il viceministro degli Esteri cinese, Li Baodong, ha chiamato la sua omologa statunitense, Wendy R. Sherman per richiamare gli Stati Uniti ad esercitare moderazione. Consapevole del rischio di una guerra regionale in cui i cristiani ne soffrirebbero, papa Francesco ha ribadito il suo appello per la pace.
Dovremmo quindi pensare che l’occidente andrà in guerra senza un mandato del Consiglio di sicurezza, come fece la NATO in Jugoslavia? Questo è improbabile, perché all’epoca la Russia era in rovina, oggi dovrà intervenire dopo l’emissione di tre veti a protezione della Siria o rinunciare a qualsiasi azione internazionale. Tuttavia Sergej Lavrov ha saggiamente escluso la terza guerra mondiale. Ha detto che il suo Paese non è pronto ad andare in guerra contro chiunque, anche per la Siria. Potrebbe quindi trattarsi di un intervento indiretto per sostenere la Siria, come fece la Cina durante la guerra del Vietnam. L’Iran ha quindi informato attraverso il suo vicecapo di Stato Maggiore, Massud Jazayeri, che l’attacco alla Siria attraverserebbe la “linea rossa” e che se passasse all’azione, la Casa Bianca ne sopporterebbe le “gravi conseguenze”. Mentre l’Iran non ha né le risorse o le alleanze della Russia, è sicuramente una delle maggiori 10 potenze militari mondiali.  Pertanto, attaccare la Siria comporterebbe il rischio di ritorsioni contro Israele e di rivolte in gran parte del mondo arabo, anche in Arabia Saudita. Il recente intervento di Hezbollah libanese e le dichiarazioni del suo segretario generale, Hassan Nasrallah, come quelle dell’organizzazione palestinese FPLP-Comando Generale, non lasciano dubbi.
Intervistato dalla stampa russa, il presidente siriano Bashar al-Assad ha dichiarato: “Le dichiarazioni dei politici statunitensi, dei Paesi occidentali e di altri sono un insulto al buon senso ed espressione di disprezzo per l’opinione pubblica dei loro popoli. Questa è una sciocchezza: prima accusano, poi raccolgono le prove. Questo compito è svolto da un Paese potente, gli Stati Uniti (…) Questo genere di accuse è puramente politico, rispondono alla serie di vittorie registrate dalle forze governative sui terroristi”. In Russia, il presidente della Commissione Affari Esteri della Duma, il giornalista e geopolitico Aleksej Pushkov, ha commentato sul suo account Twitter: “Washington e Londra hanno detto che Assad è colpevole prima delle conclusioni degli ispettori delle Nazioni Unite. Non accetteranno che un verdetto di colpevolezza. Qualsiasi altro verdetto sarà respinto.”
L’inizio di una nuova guerra in Siria male s’inquadra con i problemi economici degli Stati Uniti e degli europei. Se la vendita di armi è un modo per guadagnare soldi, distruggere uno Stato senza speranza di un ritorno a breve o medio termine, può solo peggiorare la situazione.
Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos condotto dopo l’attacco del 21 agosto, il 60% degli inglesi si oppone all’intervento in Siria contro il 9% che lo sostiene. Se erano convinti dell’uso di armi chimiche in Siria, rimane il 46% contro la guerra e diventa il 25% a supportarla. La stessa indagine indica che gli statunitensi apprezzano ancor meno la guerra segreta: l’89% ha detto che non dovrebbero armare i ribelli, contro l’11% che vuole armarli ancora. Infine, quattro opzioni sono state offerte agli intervistati: attacchi aerei (sostenuti dal 12%), creazione di una no-fly zone (11%), finanziamento di una forza multinazionale (9%) e azione diretta degli Stati Uniti (4%). In Francia, Le Figaro, pubblicato dall’industria bellica Dassault, ha posto la domanda ai suoi lettori, alla fine il 79.60% si oppone alla guerra contro il 20,40% che la sostiene. Sarà sicuramente difficile per gli occidentali convincere l’opinione pubblica e andare in guerra.
Un’altra interpretazione degli eventi è possibile: alcuni video che mostrano le vittime degli attacchi chimici, sono stati diffusi su internet poche ore prima degli attacchi. Sarà sempre possibile per gli occidentali “scoprire” l’inganno al momento giusto e fare marcia indietro. Tuttavia il caso delle armi chimiche in Iraq ha dimostrato che gli occidentali possono mentire alla comunità internazionale e riconoscerlo senza conseguenze una volta passati ai fatti. Le accuse dei jihadisti e dei loro sponsor occidentali, arrivano mentre l’esercito arabo siriano ha lanciato la grande offensiva “Scudo di Damasco” per liberare la capitale. Il lancio dei proiettili della “Brigata dell’Islam” è avvenuto all’inizio dell’offensiva, condotta per 5 giorni e che ha provocato perdite significative tra i jihadisti (almeno 1.500 morti e feriti su circa 25.000 presenti). Tutta questa agitazione può essere solo una guerra psicologica per nascondere la sconfitta e cercare di paralizzare l’offensiva siriana. Questo è principalmente un modo per Washington di testare la risposta iraniana dopo l’elezione di sheikh Hassan Rohani alla sua presidenza. Ed è ormai chiaro che non intende opporsi alla politica del leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei.
Tuttavia, durante la guerra contro la Libia, avevo sottovalutato la capacità degli Stati Uniti di violare tutte le regole, comprese quelle della NATO. Mentre basandomi sui documenti dell’Alleanza Atlantica, insistevo sulla lunga capacità di resistere della Jamahiriya libica all’aggressione armata, ho ignorato l’organizzazione di un incontro segreto nella base NATO di Napoli, dopo il Consiglio Atlantico. A quel tempo, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Danimarca, Turchia, Israele, Qatar e Giordania avevano programmato in segreto di usare l’Alleanza per bombardare Tripoli [1]. Non fidandosi dei loro alleati, che sapevano contrari ad un attacco così costoso in vite umane, non li  avvertirono. L’Alleanza Atlantica non è più una Alleanza vera e propria, ma una coalizione ad hoc. In pochi giorni, la caduta di Tripoli causò almeno 40.000 morti, secondo i rapporti della Croce Rossa. Tale dispositivo può essere organizzato: i capi di Stato Maggiore di circa gli stessi Stati, più l’Arabia Saudita e il Canada, si sono riuniti da domenica a questa sera ad Amman, sotto la presidenza del comandante del CentCom, generale Lloyd J. Austin III. Prendono in considerazione cinque opzioni (invio di armi ai contras, bombardamenti mirati, creazione di una no-fly zone, creazione di zone cuscinetto e l’invasione).
La stampa atlantista invoca la guerra. Il Times di Londra l’annuncia. Il presidente Barack Obama potrebbe seguire il piano di guerra elaborato dal suo predecessore George W. Bush il 15 settembre 2001, che prevedeva, oltre agli attacchi contro l’Afghanistan e l’Iraq, anche a Libia e Siria, come ha rivelato l’ex comandante della NATO, generale Wesley Clark [2]. Solo che, per la prima volta, il bersaglio ha forti alleanze. Tuttavia, ciò contraddice tutti gli sforzi dell’amministrazione Obama, dopo che da un anno elimina gli ostacoli allo svolgimento della conferenza di Ginevra 2: dimissioni del generale David Petraeus e dei sostenitori della guerra segreta, non riconferma di Hillary Clinton e degli ultra-sionisti; messa in causa degli irriducibili avversari ad una alleanza con la Russia, in particolare nella NATO e sullo scudo antimissile. Contraddice anche gli sforzi di John Brennan per  suscitare scontri armati nell’opposizione siriana esigendo l’abdicazione l’emiro del Qatar e  minacciando l’Arabia Saudita.
Da parte siriana, ci si prepara per quanto possibile ad ogni evenienza, compreso il bombardamento da parte della NATO contro i centri di comando e l’attacco coordinato dei jihadisti contro i ministeri della capitale. Tuttavia, l’opzione più probabile non punta a scatenare una guerra regionale che coinvolgerebbe le potenze occidentali, ma piuttosto ad un attacco autunnale, sotto la supervisione dell’Arabia Saudita ed attuato dai combattenti che essa attualmente reclutata. Infine, questa operazione potrebbe essere sostenuta dalla Lega araba.

Thierry Meyssan

[1] Le decisioni della riunione prevedevano un lungo elenco di obiettivi e strumenti ad essi dedicati. Un paragrafo prevedeva d’inviare un commando per uccidermi all’Hotel Radisson, dove mi trovavo. Tuttavia, durante l’attacco, ero al centro stampa dell’Hotel Rixos.
[2] Questo piano prevede anche di distruggere Libano, Sudan Somalia e infine Iran.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

11 Settembre 2001: Inside job o Mossad job?

Laurent Guyenot – Voltairenet

Il ruolo d’Israele negli eventi dell’11 settembre 2001, che hanno determinato il XXI.mo secolo, è oggetto di aspre polemiche, o piuttosto di un vero tabù, anche nel “movimento per la verità sull’11 settembre” (9/11 Truth Movement), ignorando l’autore che ne ha suscitato lo scandalo: Thierry Meyssan. La maggior parte dei gruppi militanti, mobilitatisi sotto lo slogan “l’11/9 è stato un lavoro  interno” resta scettica di fronte alle prove che accusano i servizi segreti dello Stato ebraico. Laurent Guyenot fa il punto su dati incontestabili ma sconosciuti, e analizza il meccanismo della negazione.

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Mentre il ruolo d’Israele nella destabilizzazione mondaile dopo l’11 settembre diventa sempre più evidente, l’idea che una fazione di Likudnik, aiutata dai suoi alleati infiltrati nell’apparato statale statunitense, sia responsabile dell’operazione false flag dell’11 settembre è sempre più difficile da respingere, e alcuni personaggi hanno avuto il coraggio di dichiararlo pubblicamente. Francesco Cossiga, presidente dell’Italia tra il 1985 e il 1992,  dichiarò il 30 novembre 2007 al Corriere della Sera: “Ci fanno credere che bin Ladin abbia confessato l’attacco dell’11 settembre 2001 alle due torri di New York, in realtà gli Stati Uniti e i servizi segreti europei sanno bene che questo disastroso attentato fu pianificato e realizzato dalla CIA e dal Mossad, al fine d’incolpare i Paesi arabi del terrorismo e quindi poter attaccare l’Iraq e l’Afghanistan [1].” Alan Sabrosky, ex professore dell’US Army War College e dell’US Military Academy, non ha esitato a proclamare la propria convinzione che l’11 settembre sia un'”operazione tipicamente orchestrata dal Mossad” eseguita con complicità nel governo degli Stati Uniti. Le sue idee vengono riprese con forza da alcuni siti dei veterani dell’US Army, disgustati dalle guerre ignobili che gli hanno fatto combattere in nome dell’11 settembre o in nome delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein [2].
Gli argomenti a favore dell’ipotesi Mossad non si basano solo sulla reputazione del servizio segreto più potente del mondo. Un rapporto dell’US Army School for Advanced Military Studies (citato dal Washington Times, alla vigilia dell’11 settembre), lo descrive “Sornione, spietato e scaltro. In grado di effettuare un attentato contro le forze americane e di camuffarlo da attentato commesso dai palestinesi/arabi [3].” Il coinvolgimento del Mossad, associato ad altre unità d’elite israeliane, è reso evidente da un certo numero di fatti poco noti.

Gli israeliani danzanti
Si sa, per esempio, che le sole persone arrestate quello stesso giorno, in relazione agli attentati terroristici dell’11 settembre, sono israeliane? [4]. L’informazione fu diffusa il giorno dopo dal giornalista Paulo Lima su The Record, quotidiano della contea di Bergen del New Jersey, seguendo fonti della polizia. Subito dopo il primo impatto sulla torre Nord, tre individui furono visti da diversi testimoni sul tetto di un furgone parcheggiato al Liberty State Park di Jersey City, “esultando”, “saltando di gioia” e fotografandosi con le torri gemelle sullo sfondo. In seguito si spostarono con il loro furgone in un altro parcheggio di Jersey City, dove altri testimoni li videro dedicarsi alle medesime ostentate esultazioni. La polizia emise immediatamente un’allerta BOLO (be-on-the-look-out):Veicolo possibilmente correlato all’attentato terroristico a New York. Un furgone Chevrolet 2000 bianco con targa del New Jersey e la scritta ‘Urban Moving Systems’ sul retro, è stato visto al Liberty State Park, Jersey City, NJ, al momento del primo impatto dell’aereo di linea sul WTC. Tre individui nel furgone sono stati visti esultare dopo il primo impatto e la conseguente esplosione [5]“. Il furgone venne fermato dalla polizia poche ore dopo, con a bordo cinque giovani israeliani: Sivan e Paul Kurzberg, Yaron Shmuel, Oded Ellner e Omer Marmari. Costretti con la forza ad uscire dal veicolo e stesi a terra, l’autista Sivan Kurzberg disse questa strana frase: “Siamo israeliani. Non siamo noi il vostro problema. I vostri problemi sono i nostri problemi. I palestinesi sono il problema [6].” Le fonti della polizia che informarono Paulo Lima, erano convinte del coinvolgimento degli israeliani negli attentati di quella mattina: “C’erano mappe della città nel furgone, con certi punti evidenziati. Si potrebbe dire che fossero al corrente [...] sapessero cosa sarebbe successo quando erano al Liberty State Park [7].” Gli abbiamo anche trovato passaporti di varie nazionalità, quasi 6000 dollari in contanti e biglietti aerei in bianco per l’estero. I fratelli Kurzberg furono formalmente identificati quali agenti del Mossad. I cinque israeliani lavoravano ufficialmente per una società di traslochi denominata Urban Moving Systems, i cui dipendenti erano soprattutto israeliani. “Piangevo, questi tizi ridevano e ciò mi turbava” [8], rivelò al Record uno dei pochi impiegati non israeliani. Il 14 settembre, dopo aver ricevuto la visita della polizia, l’imprenditore Dominik Otto Suter (il proprietario dell”Urban Moving System‘) lasciò il Paese per Tel Aviv.
Le informazioni divulgate dal Record, confermate dal rapporto della polizia, furono riprese da siti d’indagine come Wayne Madsen Report (14 settembre 2005) e Counterpunch (7 febbraio 2007). Inoltre furono anche riprese da alcuni grandi media, ma in modo da minimizzarne la portata: il New York Times (21 novembre 2001) omise di menzionare la nazionalità degli individui, proprio come Fox News e l’Associated Press. The Washington Post (23 novembre 2001), disse che erano israeliani, ma passò sotto silenzio la loro apparente preveggenza degli eventi di quel giorno. Tuttavia, The Forward (15 marzo 2002), la rivista della comunità ebraica di New York, rivelò, da una fonte anonima dell’intelligence statunitense, che l’Urban Moving Systems era un’emanazione coperta del Mossad (cosa che non gli impedì di ricevere un prestito federale di 498.750 dollari, come risulta dagli archivi del fisco) [9]. L’FBI effettuò un’indagine al riguardo, consegnata in un rapporto di 579 pagine parzialmente declassificato nel 2005 (sarà completamente declassificato solo nel 2035). Il giornalista indipendente Hisham Hamza ha analizzato in dettaglio il rapporto nel suo libro “Israël et le 11-Septembre: le Grand Tabou”. Ne trae diversi elementi decisivi. In primo luogo, le foto scattate da questi giovani israeliani, li mostrano effettivamente in atteggiamenti esultanti davanti alla torre Nord in fiamme: “Sorridono, si abbracciano e si stringono la mano a vicenda.” Per spiegare tale comportamento, le parti interessate hanno dichiarato di essere semplicemente felici “che gli Stati Uniti avrebbero da ora adottato misure per fermare il terrorismo nel mondo” (anche se, a quel punto, la maggioranza delle persone pensava ad un incidente piuttosto che a un atto terroristico). Peggio, un testimone li ha notati presenti almeno alle 8:00, prima che il velivolo colpisse la prima torre, mentre altri certificano che stessero già fotografando cinque minuti dopo, e tutto ciò viene confermato dalle loro foto. Un ex dipendente confermò all’FBI l’atmosfera fanaticamente pro-israeliana e anti-americana che regnava nell’azienda, attribuendo anche allo stesso direttore Dominik Otto Suter queste parole: “Dateci venti anni, e noi ci impadroniremo dei vostri media e distruggeremo il vostro Paese”. I cinque israeliani arrestati erano in contatto con un’altra azienda di traslochi chiamata Classic International Movers. Quattro dipendenti furono interrogati separatamente per i loro legami con i 19 presunti dirottatori. Uno di loro aveva telefonato a “un tizio che in Sud America aveva veri contatti con militanti islamici mediorientali.” Infine “un cane anti-esplosivi indicò la presenza di tracce di esplosivo nel veicolo [10].”
Come nota Hamza, le conclusioni del rapporto insospettiscono, l’FBI informò la polizia locale che trattiene i sospetti, che “l’FBI non ha più alcun interesse ad indagare sui detenuti e che dovrebbero essere avviate adeguate procedure sull’immigrazione [11].” Una lettera del Servizio federale immigrazione e naturalizzazione prova, infatti, che la direzione dell’FBI aveva raccomandato la chiusura dell’indagine il 24 settembre 2001. Tuttavia, i cinque israeliani trascorsero 71 giorni in carcere a Brooklyn, durante cui si rifiutarono, e poi non superarono per diverse volte, i test della macchina della verità. Quindi furono rimpatriati con la semplice accusa di violazione del permesso del visto.

ThreeOfFiveDancingIsraelisOmer Marmari, Oded Ellner e Yaron Shmuel tre dei cinque “israeliani danzanti” furono invitati in una trasmissione israeliana, quando rientrarono nel novembre 2001. Tutti negarono di essere membri del Mossad, ma uno di loro candidamente disse: “Il nostro obiettivo era registrare l’attentato“.

Dobbiamo, infine, menzionare un dettaglio essenziale di questo caso, che può fornire forse una spiegazione aggiuntiva al comportamento esuberante di quei giovani israeliani: certi testimoni precisavano, nelle loro telefonate alla polizia, che gli individui visti esultare di gioia sul tetto del loro furgone sembravano “arabi” o “palestinesi”. In particolare, poco dopo il crollo delle torri, una telefonata anonima alla polizia di Jersey City, riferita quello stesso giorno dalla NBC News, parlava di “un furgone bianco con due o tre persone dentro, che sembravano palestinesi, che girava intorno ad un edificio“; uno di loro “rovistava cose, e aveva questa tenuta da ‘sceicco’. [...] Era vestito come un arabo [12].” Tutto porta a credere che questi individui fossero proprio i cinque israeliani arrestati più tardi. Due ipotesi vengono in mente: o questi falsi traslocatori erano effettivamente impegnati in una messa in scena per sembrare arabi/palestinesi, o il testimone o i testimoni che li descrissero tali, erano dei complici. In un caso come nell’altro, è chiaro che il loro obiettivo era avviare la voce mediatica che fossero stati avvistati dei musulmani non solo gioire per gli attentati, ma che ne fossero a conoscenza già  prima. La notizia fu effettivamente trasmessa su alcune radio a mezzogiorno, e dalla NBC News nel pomeriggio. Propendo per la seconda ipotesi (informatori complici invece che un travestimento da arabi), perché il rapporto della polizia non parla di abbigliamento esotico trovato nel furgone, ma soprattutto perché l’informatore citato, che insisteva sul particolare dell’abbigliamento, sembrava aver voluto ingannare la polizia sulla posizione esatta del furgone; quest’ultimo venne fermato perché la polizia, invece che di accontentarsi della localizzazione, sbarrò tutti i ponti e le gallerie tra New Jersey e New York. Ma l’importante è questo: se gli israeliani non fossero stati fermati nel tardo pomeriggio, la storia probabilmente sarebbe finita sui giornali, con il titolo ‘Gli Arabi Danzanti’. Invece, fu totalmente ignorata e circolò confidenzialmente come gli ‘Israeliani danzanti’ o i ‘cinque danzatori’.

ehud-barak2Ehud Barak, l’ex capo dell’intelligence militare israeliana (Sayeret Matkal) fu Primo ministro dal luglio 1999 al marzo 2001. Sostituito da Ariel Sharon, si trasferì negli Stati Uniti come consulente dell’Electronic Data Systems e della SCP Partners, una società schermo del Mossad specializzata in problemi di sicurezza che, con i suoi partner Metallurg Holdings e Advanced Metallurgical, poteva produrre nano-termite. SCP Partners aveva un ufficio a dieci chilometri dall’Urban Moving Systems. Un’ora dopo la disintegrazione delle torri, Ehud Barak era negli studi della BBC World a indicare bin Ladin quale principale sospettato (Bollyn, Solving 9-11, pag. 278-280).

200 spie esperte in esplosivi
Pochi, anche tra i ricercatori della verità sull’11 Settembre, conoscono la storia degli “israeliani danzanti” (siamo ancora in attesa, per esempio, che l’associazione Reopen 9/11 ne parli sul suo sito francofono, pur essendo molto puntuale su tutti gli altri aspetti del caso). Pochi sanno, inoltre, che al momento degli attentati, le polizie federali degli Stati Uniti erano impegnate a smantellare la più grande rete spionistica israeliana mai identificata sul territorio statunitense. Nel marzo 2001, il National CounterIntelligence Center (NCIC) pubblicò questo messaggio sul suo sito web: “Durante le ultime sei settimane, i dipendenti degli uffici federali negli Stati Uniti hanno riferito attività sospette relative a individui che si spacciano per studenti stranieri che vendono o consegnano opere d’arte.” Il NCIC precisava che questi individui erano cittadini israeliani. “Si sono presentati nelle abitazioni private di funzionari federali con il pretesto di vendere oggetti artistici [13].”
Nell’estate seguente, la Drug Enforcement Agency (DEA) compilò un rapporto che venne svelato al pubblico dal Washington Post il 23 Novembre 2001, e poi da Le Monde il 14 marzo 2002, prima di essere reso completamente accessibile dalla rivista francese Intelligence Online. Questo rapporto elencava 140 israeliani arrestati dal marzo 2001. Di età compresa tra i 20 e i 30 anni e organizzati in squadre di 4-8 membri, avevano visitato almeno “36 siti sensibili del dipartimento della Difesa”. Molti di loro furono identificati come membri del Mossad e di Aman (l’intelligence militare israeliana), e sei erano in possesso di telefoni comprati da un ex-viceconsole israeliano. Sessanta furono arrestati dopo l’11 settembre, portando a 200 il numero di spie israeliane catturate. Furono tutte poi rilasciate.

DualBannerMichael Chertoff, cittadino israeliano, figlio di un rabbino ortodosso e di una pioniere del Mossad, dirigeva la divisione criminale del dipartimento della Giustizia nel 2001, e come tale fu il responsabile della conservazione e della distruzione di tutti i dati che riguardano l’11 settembre, dalle videocamere del Pentagono alle travi del World Trade Center. E’ a lui che gli “israeliani danzanti” devono il loro discreto rimpatrio. Nel 2003 fu nominato a capo del nuovo dipartimento per la Sicurezza interna, incaricato dell’antiterrorismo nel territorio statunitense, permettendogli di controllare il dissenso, pur continuando a limitare l’accesso ai dossier dell’11 settembre grazie alla legge Sensitive Security Information.

Il rapporto della DEA conclude che “la natura del comportamento di questi individui [...] ci porta a credere che gli incidenti costituissero forse un’attività di raccolta delle informazioni [14].” Ma la natura delle informazioni raccolte è ignota. Può darsi che lo spionaggio fosse una copertura secondaria, un paravento, di questi studenti d’arte israeliani, considerando l’addestramento militare ricevuto da alcuni di loro, ad esempio su demolizioni, esplosivi, preparazione di ordigni, disinnescare bombe, intercettare segnali elettronici secondo il rapporto della DEA. Uno degli agenti arrestati, Peer Segalovitz, “riconobbe di saper far esplodere edifici, ponti, automobili, tutto quello che voleva [15].” Perché questi agenti israeliani avrebbero dovuto distogliere l’attenzione dalla loro vera missione con un’operazione di spionaggio così ostentata quanto inutile, curiosamente concentrata sulla Drug Enforcement Agency? La risposta a questa domanda è suggerita dal legame inquietante, di natura geografica, tra questa rete di persone e gli attentati dell’11 settembre.
Secondo il rapporto della DEA, “la località di Hollywood in Florida sembra essere il punto focale di questi individui [16].” In realtà, più di trenta falsi studenti spia israeliani, arrestati poco prima dell’11 settembre, vivevano  vicino Hollywood in Florida, dove si erano appositamente riuniti 15 dei 19 presunti dirottatori islamici (9 a Hollywood altri 6 dei dintorni). Uno di loro, Hanan Serfaty, da cui passarono almeno un centinaio di migliaia di dollari in tre mesi, aveva preso in affitto altri due appartamenti ad Hollywood, vicino all’appartamento e alla cassetta postale di Mohamed Atta, che ci presenteranno quale capo della banda dei dirottatori. Quali furono i rapporti tra le “spie israeliane” e i “terroristi islamici”? Secondo le spiegazioni imbarazzate dei media allineati, i primi sorvegliavano i secondi. Ascoltiamo ad esempio David Pujadas presentare l’articolo di ‘Intelligence Online‘ al telegiornale del 5 marzo 2002 di France 2: “Sempre a proposito d’Israele, ma riguardante l’Afghanistan ora, questo caso di spionaggio, che suscita preoccupazioni; una rete israeliana è stata smantellata negli Stati Uniti, in particolare in Florida: una delle sue missioni sarebbe stata monitorare degli uomini di al-Qaida (questo prima dell’11 settembre). Certe fonti vanno anche oltre: indicano che il Mossad non avrebbe fornito tutte le informazioni in suo possesso.” Questa spiegazione eufemistica è un esempio di limitazione dei danni. Israele ne esce appena scalfito, poiché non si può accusare un servizio segreto di non condividere le proprie informazioni. Tuttalpiù si può accusare Israele di “aver lasciato correre”, garantendosi l’impunità. Questo spiega, a mio parere, la sotto-copertura di spie dei falsi studenti israeliani, in effetti esperti di attentati false flag. In realtà, la loro volontariamente grossolana copertura da studenti era volta ad attirare l’attenzione sulla copertura secondaria, quella di spie, che serviva da alibi per la loro vicinanza ai presunti terroristi.
La verità è probabilmente che non spiavano i terroristi, ma li manipolavano, li  finanziavano e probabilmente li hanno eliminati poco prima dell’11 settembre. Un articolo del New York Times del 18 febbraio 2009, riferisce che la Ali al-Jarrah, cugino del sospetto terrorista sul Volo 93 Ziad al-Jarrah, fu per 25 anni una spia del Mossad infiltrata nella resistenza palestinese e in Hezbollah dal 1983. E’ attualmente in carcere in Libano. Ricordiamo inoltre che il Mohamed Atta della Florida era finto. Il vero Mohamed Atta, che ha chiamò suo padre dopo gli attentati (come questi confermò alla rivista tedesca Bild am Sonntag, alla fine del 2002), era descritto dalla famiglia come devoto, riservato, puritano e spaventato dall’idea di volare. Gli avevano rubato il  passaporto nel 1999, mentre studiava architettura ad Amburgo. Il falso Mohamed Atta della Florida viveva con una spogliarellista, mangiava carne di maiale, amava le auto veloci, i casinò e la cocaina. Come riportato dal South Florida Sun-Sentinel del 16 settembre (con il titolo “Il comportamento dei sospettati non si giustifica”), seguito da molti quotidiani nazionali, questo Atta veniva descritto come un ubriacone e drogato che pagava diverse prostitute nelle settimane e nei giorni precedenti gli attentati dell’11 settembre, e altri quattro terroristi suicidi ebbero un comportamento simile, poco compatibile per degli islamisti che si preparano a morire [17].

La rete di New York
Secondo l’agente rinnegato Victor Ostrovsky (Attraverso l’inganno, 1990), il Mossad deve la sua efficienza alla rete internazionale di Sayanim (“collaboratori”), termine ebraico che descrive gli ebrei che vivono fuori da Israele e pronti ad eseguire su richiesta azioni illegali, senza necessariamente conoscerne lo scopo. Si contano a migliaia negli Stati Uniti, in particolare a New York, dove si concentra la comunità ebraica degli Stati Uniti. Larry Silverstein, l’affittuario delle Torri Gemelle nell’aprile 2001, appare come l’archetipo del sayanim dell’11 settembre. È membro di spicco della United Jewish Appeal Federation of Jewish Philanthropies of New York, il più grande collettore di fondi per Israele degli Stati Uniti (dopo il governo degli Stati Uniti, che versa ogni anno tre miliardi di aiuti a Israele). Silverstein era anche, al momento degli attentati, intimo amico di Ariel Sharon e Benjamin Netanyahu con cui intratteneva conversazioni ogni domenica, secondo il quotidiano israeliano Haaretz. Il socio di Silverstein nel contratto di locazione del WTC per un centro commerciale al piano seminterrato, Frank Lowy, era un altro “filantropo” sionista vicino ad Ehud Barak ed Ehud Olmert, e un ex-membro dell’Haganah. Il capo della New York Port Authority, che privatizzò il WTC concedendolo in affitto a Silverstein e Lowy era Lewis Eisenberg, membro dell’United Jewish Appeal Federation ed ex-vicepresidente dell’AIPAC. Silverstein, Lowy ed Eisenberg erano indubbiamente tre uomini chiave nella pianificazione degli attentati contro le Torri Gemelle.
Altri membri della rete di New York poterono essere identificati. Secondo il rapporto del NIST, il Boeing che si schiantò sulla torre Nord “fece uno squarcio ampio più della metà della larghezza del palazzo, dal 93° al 99° piano. Tutti questi piani erano occupati dalla Marsh & McLennan, una compagnia di assicurazione internazionale che occupava anche il 100° piano [18].” L’amministratore delegato di Marsh & McLennan era Jeffrey Greenberg, membro di una ricca famiglia ebraica che aveva contribuito notevolmente alla campagna di George W. Bush. I Greenberg erano anche tra gli assicuratori delle Torri Gemelle, e il 24 luglio 2001 presero la precauzione di rinegoziare i contratti presso i concorrenti che dovevano indennizzare Silverstein e Lowy. Essendo il mondo dei neocon piccolo, proprio nel novembre 2000 il Consiglio di Amministrazione di Marsh & McLennan accolse Paul Bremer, presidente della Commissione nazionale sul terrorismo al momento degli attentati, poi nominato nel 2003 a capo della Coalition Provisional Authority (CPA).
Complicità dovranno essere ricercate anche negli aeroporti e nelle compagnie aeree coinvolte negli attentati. Gli aeroporti da cui partirono i voli AA11, UA175 e UA93 (aeroporto Logan di Boston e aeroporto di Newark nei pressi di New York) avevano subappaltato le loro sicurezza alla società ‘International Consultants on Targeted Security (ICTS)’, una società con capitale israeliano guidata da Menachem Atzmon, un tesoriere del Likud. Un’approfondita indagine permetterebbe certamente di trovare altre complicità. Per esempio dovrebbe interessare la Zim Israel Navigational, un gigante del trasporto marittimo controllato per il 48% dallo Stato ebraico (noto per servire da copertura del servizio segreto israeliano), la cui antenna statunitense lasciò i suoi uffici nel WTC, con relativi 200 dipendenti, il 4 Settembre 2001, una settimana prima degli attentati; “come per atto divino [19]“, disse l’amministratore delegato Shaul Cohen-Mintz.

E’ il petrolio, stupido!
Tutti questi fatti danno un nuovo senso ai propositi del membro della Commissione sull’11 settembre Bob Graham, che citava nell’intervista alla PBS nel dicembre del 2002, “Abbiamo la prova che governi stranieri supportarono almeno le attività di certi terroristi negli Stati Uniti [20].” Graham, ovviamente, si riferiva all’Arabia Saudita. Perché la famiglia Saud avrebbe finanziato Usama bin Ladin, nonostante gli avesse revocato la cittadinanza saudita e messogli una taglia dopo gli attentati realizzati sul proprio territorio? La risposta di Graham, formulata nel luglio 2011, fu “le minacce di Usama di fomentare tumulti sociali contro la monarchia, guidati da al-Qaida [21].” I Saud avrebbero supportato bin Ladin temendo le sue minacce di fomentare rivolte. Questa ridicola teoria (Graham, a corto di argomenti, ne fece un romanzo) [22] non ha che uno scopo: distogliere i sospetti dal solo ‘governo straniero’ i cui legami con i presunti terroristi vengono dimostrati, Israele, piuttosto che la sua nemica Arabia Saudita. Vien da ridere, leggendo la presentazione del libro La Guerre d’après (2003) dell’anti-saudita Laurent Murawiec, secondo cui “Il potere regale (saudita) è riuscito negli anni ad infiltrare agenti d’influenza ai vertici del governo degli Stati Uniti organizzando un’efficace lobby intellettuale che controlla diverse delle università più prestigiose del Paese [23].” Afferma inoltre che la pista saudita è stata insabbiata per via dell’amicizia tra i Bush e i Saud. Graham e i suoi amici neocon usano George W. Bush come fusibile o parafulmine. Una strategia che paga, in quanto il movimento 9/11 Truth, nel suo complesso, s’accanisce contro di lui e vieta di pronunciare il nome d’Israele. Si riconosce l’arte di Machiavelli: fare svolgere il lavoro sporco a terzi, e poi esporli al verdetto popolare.
Il giorno in cui, sotto la pressione dell’opinione pubblica, i grandi media saranno costretti ad abbandonare la tesi ufficiale, il movimento dissidente sarà stato ampiamente infiltrato e gli slogan sull’11 settembre, come Inside Job, avranno già preparato le menti a scatenarsi contro Bush, Cheney ed altri, mentre i neocon rimarranno fuori dalla portata della giustizia. E se il giorno delle grandi rivelazioni, i media sionisti non riuscissero a tenere Israele fuori dall’attenzione, lo Stato ebraico potrà sempre giocare la carta chomskiana: America made me do it. Noam Chomsky [24], rimasto nell’estrema sinistra dopo che il trotskista Irving Kristol è passato all’estrema destra formando il movimento neocon, continua a rilanciare inesorabilmente l’argomento trito che Israele non fa altro che eseguire la volontà degli Stati Uniti, di cui non sarebbe che il 51° Stato e il gendarme in Medio Oriente. Secondo Chomsky e le figure mediatizzate della sinistra radicale statunitense come Michael Moore, la destabilizzazione del Medio Oriente sarebbe volontà di Washington piuttosto che di Tel Aviv. La guerra in Iraq? Per il petrolio: “Certo che era per le risorse energetiche dell’Iraq. La questione non si pone [25].” Segno dei tempi che cambiano, ecco che Chomsky riprende il ritornello di Alan Greenspan, direttore della Federal Reserve, che nel suo libro ‘L’età della turbolenza’ (2007) fa finta di rivelare “ciò che tutti sanno: una dei principali motivi della guerra all’Iraq, è il petrolio della regione.”
A ciò bisogna rispondere con James Petras (Zionism, Militarism and the Decline of US Power), Stephen Sniegoski (The Transparent Cabal) e Jonathan Cook (Israel and the Clash of Civilizations): “Big Oil non solo non ha incoraggiato l’invasione, ma non è riuscito nemmeno a controllare un singolo pozzo di petrolio, nonostante la presenza di 160.000 soldati statunitensi, di 127.000 mercenari pagati dal Pentagono e dal dipartimento di Stato e di un governo di fantocci corrotti [26].” No, il petrolio non spiega la guerra in Iraq, né spiega la guerra in Afghanistan, né spiega l’assalto alla Siria per mezzo dei mercenari, e neanche spiega la prevista guerra contro l’Iran. E non è certamente la lobby del petrolio che ha il potere d’imporre il “grande tabù” a tutta la sfera mediatica (da Marianne a Echoes, nel caso della Francia).

La cultura israeliana del terrorismo false flag
Un breve promemoria è necessario per collocare meglio l’11 settembre nella Storia. Gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione di produzione di falsi pretesti di guerra. Potremmo risalire al 1845 con la guerra espansionistica contro il Messico, scatenata dalle provocazioni statunitensi sulla contesa zona al confine con il Texas (il fiume Nueces per i messicani, il Rio Grande per i texani) finché gli scontri diedero al presidente James Polk (un texano), la possibilità di dichiarare che i messicani avevano “versato sangue di americani sul suolo americano‘”. Dopo la guerra, un deputato di nome Abraham Lincoln fece riconoscere al Congresso la menzogna di questo casus belli. Da allora in poi, tutte le guerre combattute dagli Stati Uniti lo furono per falsi pretesti: l’esplosione dell’USS Maine per la guerra contro la Spagna a Cuba, l’affondamento del Lusitania per l’ingresso nella Prima guerra mondiale, Pearl Harbor per la Seconda e il Golfo del Tonchino per la guerra al Vietnam del Nord. Tuttavia, solo per l’esplosione dell’USS Maine, che causò qualche morto, c’è ancora la possibilità di non parlare propriamente dello stratagemma della false flag.
Tuttavia, è un dato di fatto che Israele abbia un passato gravido ed esperienza di attentati false flag. La storia mondiale di tali stratagemmi, indubbiamente dovrebbe consacrare la metà delle sue pagine ad Israele, pur essendo la più giovane delle nazioni moderne. Tale piega fu presa anche prima della creazione d’Israele, con l’attentato al King David Hotel, il quartier generale delle autorità inglesi a Gerusalemme. La mattina del 22 luglio 1946, sei terroristi dell’Irgun (la banda terroristica comandata da Menachem Begin, futuro Primo ministro), travestiti da arabi furono visti entrare nell’edificio e depositare presso il pilastro centrale dell’edificio 225kg di tritolo nascosto in bidoni del latte, mentre altri terroristi dell’Irgun piazzavano esplosivo nelle strade di accesso all’edificio, per impedire l’arrivo dei soccorsi. Quando un ufficiale inglese s’insospettì, esplose uno scontro a fuoco nell’hotel e i membri del commando fuggirono accendendo gli esplosivi. L’esplosione uccise 91 persone, in maggioranza inglesi, ma anche 15 ebrei.
Lo schema venne ripetuto in Egitto nell’estate del 1954, con l’operazione Susannah, il cui scopo era compromettere il ritiro degli inglesi dal Canale di Suez, come richiesto dal colonnello Gamal Abdel Nasser con il supporto del presidente Eisenhower. Quest’operazione fu sventata ed è nota come “Affare Lavon”, dal nome del Primo ministro israeliano responsabile degli attentati. L’attacco sotto falsa bandiera israeliano più famoso e più catastrofico  riguardò la nave statunitense della NSA USS Liberty, l’8 giugno 1967 al largo delle coste dell’Egitto, due giorni prima della fine della guerra dei Sei giorni; già si assisteva alla profonda collaborazione tra Israele e gli Stati Uniti, quando l’amministrazione Johnson coprì e forse perfino incitò questo crimine contro i propri tecnici e soldati. Ho citato questi due casi in un precedente articolo e non ne parlerò più [27].
Nel 1986, il Mossad tentò di far credere che una serie di ordini terroristici fossero stati trasmessi dalla Libia alle varie ambasciate libiche nel mondo. Secondo l’ex agente del Mossad Victor Ostrovsky (Attraverso l’inganno, 1990), il  servizio segreto israeliano utilizzò un sistema di comunicazioni speciale chiamato “Cavallo di Troia”, installato da un commando nel territorio nemico. Il sistema fungeva da stazione di trasmissioni di falsi comunicati inviati da una nave israeliana, e immediatamente inserite sulle frequenze utilizzate dallo Stato libico. Come aveva sperato il Mossad, la NSA captò e decifrò le trasmissioni che furono interpretate come prova che i libici sostenessero il terrorismo; cosa che i rapporti del Mossad opportunamente confermarono. Israele sfruttava la promessa di Reagan di attuare ritorsioni contro qualsiasi Paese colto a sostenere il terrorismo. Gli statunitensi caddero nella trappola e si trascinarono gli inglesi e i tedeschi. Il 14 aprile 1986, centosessanta aerei statunitensi sganciarono oltre sessanta tonnellate di bombe sulla Libia, mirando principalmente ad aeroporti e basi militari. Tra le vittime libiche vi fu la figlia adottiva di Gheddafi, di quattro anni. La missione fece saltare un accordo per il rilascio degli ostaggi statunitensi trattenuti in Libano.

isserharelIsser Harel, fondatore dei servizi segreti israeliani, avrebbe predetto al cristiano sionista Michael Evans, nel 1980, che il terrorismo islamico infine avrebbe colpito gli Stati Uniti. “Nella teologia islamica, il simbolo fallico è molto importante. Il vostro simbolo fallico più grande è l’edificio più alto di New York, e sarà quel simbolo fallico che colpiranno”. Nel riferire ciò in un intervista nel 2004 Evans, autore di “The American Prophecies, Terrorism and Mid-East Conflict Reveal a Nation’s Destiny“, sperava di far passare Harel per un profeta. Le menti razionali vedranno che l’11 settembre è maturato 30 anni prima, nel seno dello Stato profondo israeliano.

La capacità di manipolazione del Mossad, oggi possono essere ulteriormente illustrate da due fatti analizzati da Thomas Gordon. Il 17 aprile 1986 una giovane irlandese di nome Ann-Marie Murphy imbarcò, a sua insaputa, 1,5 chili di Semtex su un volo da Londra a Tel Aviv. Il suo fidanzato, un pakistano di nome Nezar Hindawi, fu arrestato mentre cercava di fuggire verso l’ambasciata siriana. Entrambi erano stati effettivamente ‘gestiti’ dal Mossad, che ottenne il risultato desiderato: il governo della Thatcher ruppe le relazioni diplomatiche con la Siria. Ma l’inganno fu sventato dai vertici (come Jacques Chirac confessò al Washington Times) [28]. Nel gennaio 1987, il palestinese Ismail Sowan, una talpa del Mossad infiltrata nell’OLP a Londra, ricevette da uno sconosciuto che diceva di essere un inviato dei capi dell’OLP, due valigie piene di armi ed esplosivi. Ismail avvertì i suoi contatti del Mossad, che l’inviarono a Tel Aviv e che, al suo ritorno, denunciarono presso Scotland Yard come sospetto di un possibile attentato islamista a Londra. Ismail venne arrestato al suo ritorno a Heathrow e accusato sulla base delle armi trovate a casa sua. Risultato: il Mossad fece un favore al governo Thatcher [29].
Dopo l’attentato del 26 febbraio 1993 contro il World Trade Center, l’FBI  arrestò il palestinese Ahmed Ajaj e lo identificò quale terrorista legato ad Hamas, ma il giornale israeliano Kol Ha’ir dimostrò che Ajaj non ebbe mai a che fare con Hamas o l’OLP. Secondo il giornalista Robert Friedman, autore di un articolo su The Village Voice del 3 agosto 1993, Ajaj era in realtà un piccolo truffatore arrestato nel 1988 per falsificazione di dollari, condannato a due anni e mezzo di carcere e rilasciato dopo un anno grazie al suo accordo con il Mossad, per conto del quale infiltrò alcuni gruppi palestinesi. Dopo il suo rilascio, Ajaj venne arrestato e imprigionato di nuovo per breve tempo, questa volta per aver cercato di contrabbandare armi per Fatah in Cisgiordania. Fu quindi con l’attentato al WTC nel 1993 che vennero attuate le stesse tattiche utilizzate dagli israeliani nel 2001: compiere attentati terroristici da attribuire ai Palestinesi.

Atentado_AMIA-635x357L’attentato contro l’ambasciata israeliana a Buenos Aires nel 1992, che causò 29 morti e 242 feriti, fu immediatamente attribuito a un kamikaze di Hezbollah che avrebbe usato un camion bomba. Ma il magistrato incaricato delle indagini svelò le pressioni dei delegati statunitensi ed israeliani, così come le manipolazioni delle prove e le false testimonianze volte a orientare le indagini verso l’ipotesi del camion-bomba, mentre i fatti indicavano che l’esplosione avvenne dall’interno dell’edificio. Quando la Corte Suprema argentina confermò questa tesi, il portavoce dell’ambasciata israeliana accusò i giudici di antisemitismo.

E’ interessante ricordare ciò che scrissero Philip Zelikow e John Deutch nel dicembre 1998, in un articolo per Foreign Affairs dal titolo “terrorismo catastrofico”, immaginando a proposito di quella del 1993, che la bomba fosse stata nucleare, evocando già una nuova Pearl Harbour. “Tale atto di ‘terrorismo catastrofico’, che ucciderebbe migliaia o decine di migliaia di persone, e influenzerebbe i bisogni vitali di centinaia di migliaia, forse milioni, di persone, sarebbe il punto di non ritorno nella storia degli Stati Uniti.  Potrebbe causare perdite umane e materiali senza precedenti in tempo di pace, e avrebbe certamente pregiudicato il senso di sicurezza degli USA entro i propri confini, come accadde similmente con il test atomico sovietico nel 1949, o forse peggio. [...] Come Pearl Harbor, questo evento dividerebbe la nostra storia tra un prima e un dopo. Gli Stati Uniti, in un caso del genere, potrebbero rispondere con misure draconiane, riducendo le libertà individuali, consentendo un maggiore controllo sui cittadini, la detenzione dei sospetti e l’uso letale della forza [30].” Il 12 gennaio 2000, secondo il settimanale indiano The Week, ufficiali dell’intelligence indiana arrestarono all’aeroporto di Calcutta undici predicatori islamisti che stavano imbarcandosi su un volo diretto in Bangladesh. Erano sospettati di appartenere ad al-Qaida e di voler dirottare l’aereo. Si  spacciarono da afghani soggiornanti in Iran prima di trascorrere due mesi in India a predicare l’Islam. Ma si scoprì che avevano tutti passaporti israeliani. L’ufficiale dei servizi segreti indiani disse a The Week che Tel Aviv “esercitò forti pressioni” su Delhi per assicurarsene il rilascio.
Il 12 ottobre 2000, nelle ultime settimane del mandato di Clinton, il cacciatorpediniere USS Cole, in rotta verso il Golfo Persico, ricevette l’ordine dalla sua base di partenza a Norfolk, di fare rifornimento nel porto di Aden nello Yemen, una procedura insolita dal momento che questi cacciatorpediniere vengono generalmente riforniti da una petroliera della Marina in mare aperto. Il comandante della nave espresse sorpresa e preoccupazione: l’USS Cole era stato già rifornito all’ingresso del Canale di Suez, e lo Yemen era una zona ostile. L’USS Cole stava attraccando quando fu avvicinato da un dinghy assegnato, apparentemente, alla rimozione dei rifiuti, che esplose contro lo scafo uccidendo 17 marinai e ferendone 50. I due “kamikaze” alla guida della barca morirono in questo “attentato suicida”. L’attentato fu subito attribuito ad al-Qaida, anche se bin Ladin non lo rivendicò e i taliban negarono che il loro ospite potesse esservi coinvolto. L’accusa diede agli Stati Uniti il pretesto per costringere il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh a cooperare nella lotta contro l’islamismo anti-imperialista, chiudendo, per cominciare, tredici campi paramilitari sul suo territorio. Inoltre, qualche settimana prima delle elezioni, l’attentato fu la ‘sorpresa d’ottobre’ che portò al potere Bush. John O’Neill era a capo delle indagini nello Yemen. Agente dell’FBI da 20 anni con esperienza specialistica nell’antiterrorismo, aveva indagato sull’attentato al WTC del 1993. La sua squadra arrivò a sospettare che Israele avesse lanciato un missile da un sottomarino: il buco indicava una carica perforante, non spiegabile dalla sola esplosione del dinghy. I sospetti furono condivisi anche dal presidente Saleh che evocò in un’intervista a Newsweek la possibilità che “l’attentato fosse opera d’Israele che cercava di danneggiare le relazioni USA-Yemen [31].” O’Neill e la sua squadra subirono l’ostilità dell’ambasciatrice degli Stati Uniti Barbara Bodine. Ebbero il divieto d’immergersi per ispezionare i danni. Infine, approfittando del loro rientro a New York per il Ringraziamento, Bodine ne impedì il ritorno nello Yemen. I membri dell’equipaggio del Cole ricevettero l’ordine di non parlare dell’attacco al Naval Criminal Investigative Service (NCIS). Nel luglio 2001, O’Neill si dimise dall’FBI e si vide subito offrire l’incarico di capo della sicurezza al WTC, che doveva occupare a partire dall’11 settembre 2001. Il suo corpo fu rinvenuto tra le macerie del WTC, disperso da due giorni. Invece Barbara Bodine entrò a far parte, nel 2003, nella corrotta squadra della Coalition Provisional Authority (CPA) di Baghdad.

mossad_mottoDove si ferma la lista dei falsi attentati islamici d’ideazione sionista? Il “New York Times” e altri giornali hanno riferito che il 19 settembre 2005, due agenti delle forze speciali britanniche (SAS) vennero arrestati dopo aver forzato un posto di blocco su un’auto carica di armi, munizioni, esplosivi e detonatori, che guidavano travestiti da arabi. Si sospetta che progettassero   attentati mortali nel centro di Bassora, nel corso di un evento religioso, per fomentare il conflitto tra sciiti e sunniti. La sera stessa, unità SAS liberarono i due agenti distruggendo il carcere, con il supporto di una decina di carri armati e di elicotteri. Il capitano Masters, incaricato delle indagini su questa vicenda imbarazzante, morì a Bassora il 15 ottobre.

Note
[1] Osama-Berlusconi? “Trappola giornalistica”; Demystifying 9/11: Israel and the Tactics of Mistake — Alan Sabrosky
[2] “Wildcard. Ruthless and cunning. Has capability to target U.S. forces and make it look like a Palestinian/Arab act” (Rowan Scarborough, “U.S. troops would enforce peace Under Army study”, The Washington Times, 10 settembre 2001).
[3] Oltre al libro di Hisham Hamza e quello di Christopher Bollyn, consultare su questo tema: Justin Raimondo, The Terror Enigma: 9/11 and the Israeli Connection, iUniversal 2003, così come l’articolo di Christopher Ketcham “What Did Israel Know in Advance of the 9/11 Attacks?” Counterpunch, 2007, vol. 14, pag. 1-10.
[4] «Vehicle possibly related to New York terrorist attack. White, 2000 Chevrolet van with New Jersey registration with ’Urban Moving Systems’ sign on back seen at Liberty State Park, Jersey City, NJ, at the time of first impact of jetliner into World Trade Center. Three individuals with van were seen celebrating after initial impact and subsequent explosion» (Raimondo, The Terror Enigma, p. xi).
[5] «We are Israelis. We are not your problem. Your problems are our problems. The Palestinians are your problem » (Hicham Hamza, Le Grand Tabou, ch. 2).
[6] «There are maps of the city in the car with certain places highlighted. It looked like they’re hooked in with this. It looked like they knew what was going to happen when they were at Liberty State Park» (Raimondo, The Terror Enigma, p. xi).
[7] «I was in tears. These guys were joking and that bothered me» (Raimondo, The Terror Enigma, p. 19 ). Hamza, Le Grand Tabou, ch. 2.
[8] «They smiled, they hugged each other and they appeared to ‘high five’ one another»; «the United States will take steps to stop terrorism in the world»; «Give us twenty years and we’ll take over your media and destroy your country»; «an individual in South America with authentic ties to Islamic militants in the middle east»; «The vehicule was also searched by a trained bomb-sniffing dog which yielded a positive result for the presence of explosive traces» (Hamza, Le Grand Tabou, ch. 2).
[9] «that the FBI no longer has any investigative interests in the detainees and they should proceed with the appropriate immigration proceedings» (Hamza, Le Grand Tabou, ch. 2).
[10] “Our purpose was to document the event” (su Youtube, «Dancing Israelis Our purpose was to document the event»).
[11] «Yes, we have a white van, 2 or 3 guys in there, they look like Palestinians and going around a building. […] I see the guy by Newark Airport mixing some junk and he has those sheikh uniforms. […] He’s dressed like an Arab» (Bollyn, Solving 9-11, p. 278-80).
[12] «Yes, we have a white van, 2 or 3 guys in there, they look like Palestinians and going around a building. […] I see the guy by Newark Airport mixing some junk and he has those sheikh uniforms. […] He’s dressed like an Arab» (Bollyn, Solving 9-11, p. 278-80).
[13] “In the past six weeks, employees in federal office buildings located throughout the United States have reported suspicious activities connected with individuals representing themselves as foreign students selling or delivering artwork.” “these individuals have also gone to the private residences of senior federal officials under the guise of selling art.” Il rapporto completo della DEA
[14] “The nature of the individuals’ conducts […] leads us to believe the incidents may well be an organized intelligence gathering activity” (Raimondo, The Terror Enigma, p. x).
[15] “acknowledged he could blow up buildings, bridges, cars, and anything else that he needed to” (Bollyn, Solving 9/11, p. 159).
[16] The Hollywood, Florida, area seems to be a central point for these individuals” (Raimondo, The Terror Enigma, p. 3).
[17] David Ray Griffin, 9/11 Contradictions, Arris Books, 2008, p. 142-156, cita Daily Mail, Boston Herald, San Francisco Chronicle e Wall Street Journal.
[18] «The aircraft cut a gash that was over half the width of the building and extended from the 93rd floor to the 99th floor. All but the lowest of these floors were occupied by Marsh & McLennan, a worldwide insurance company, which also occupied the 100th floor» (p. 20). Elementi analizzati da Lalo Vespera su La Parenthèse enchantée, capitolo 10.
[19] «Like an act of God, we moved» (USA Today, 17 settembre 2001).
[20] “evidence that there were foreign governments involved in facilitating the activities of at least some of the terrorists in the United States” (Raimondo, The Terror Enigma, p. 64).
[21] «the threat of civil unrest against the monarchy, led by al Qaeda» («Saudi Arabia: Friend or Foe?», The Daily Beast, 11 juillet 2011).
[22] The Keys to the Kingdom, Vanguard Press, 2011.
[23] Presentazione su Amazon (http://www.amazon.ca/Guerre-Dapres-La-LAURENT-MURAWIEC/dp/2226137548)
[24] «Le contrôle des dégâts: Noam Chomsky et le conflit israélo-israélien» e «Contrairement aux théories de Chomsky, les États-Unis n’ont aucun intérêt à soutenir Israël», Jeffrey Blankfort, Traduzione di Marcel Charbonnier, Réseau Voltaire, 30 luglio e 21 agosto 2006
[25] “Of course it was Iraq’s energy resources. It’s not even a question” (cité dans Stephen Sniegoski, The Transparent Cabal: The Neoconservative Agenda, War in the Middle East, and the National Interest of Israel, Enigma Edition, 2008, p. 333).
[26] «‘Big Oil’ not only did not promote the invasion, but has failed to secure a single oil field, despite the presence of 160,000 US troops, 127,000 Pentagon/State Department paid mercenaries and a corrupt puppet régime» (James Petras, Zionism, Militarism and the Decline of US Power, Clarity Press, 2008, p. 18).
[27] Voltairenet
[28] Gordon Thomas, Histoire secrète du Mossad: de 1951 à nos jours, Nouveau Monde éditions, 2006, p. 384-5.
[29] Thomas, Histoire secrète du Mossad, p. 410-41.
[30] “An act of catastrophic terrorism that killed thousands or tens of thousands of people and/or disrupted the necessities of life for hundreds of thousands, or even millions, would be a watershed event in America’s history. It could involve loss of life and property unprecedented for peacetime and undermine Americans’ fundamental sense of security within their own borders in a manner akin to the 1949 Soviet atomic bomb test, or perhaps even worse. […] Like Pearl Harbor, the event would divide our past and future into a before and after. The United States might respond with draconian measures scaling back civil liberties, allowing wider surveillance of citizens, detention of suspects and use of deadly force” (Griffin, 9/11 Contradictions, p. 295-6).
[31] “Trying to spoil the U.S.-Yemeni Relationship

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I misteri della maratona di Boston

Thierry Meyssan, Rete Voltaire Damasco (Siria) 28 aprile 2013

Due settimane dopo gli attentati di Boston, le autorità statunitensi forniscono a uno a uno gli indizi che hanno scoperto. La questione ruota intorno all’origine cecena di “colpevoli” e alle conclusioni da trarre. Da parte loro, gli utenti della stampa e internet russi mostrano una storia diversa, secondo cui il “colpevole” principale è un agente della CIA.

CraftDue settimane dopo l’attentato di Boston (15 aprile, 14:49), le autorità statunitensi hanno indicato i fratelli Tamerlan e Dzhokhar Tsarnaev quali responsabili. Sostengono di aver ucciso il fratello maggiore e arrestato il suo complice. Il giovane 19enne è stato ricoverato in ospedale, ma le sue ferite gli avrebbero impedito di esprimersi se non annuendo. Indipendentemente da ciò, avrebbe ammesso i fatti. Tuttavia, non si sa nulla delle condizioni in cui Tamerlano è stato ucciso, o di quelle dell’arresto di Dzhokhar. Avrebbero ceduto alla “sindrome di Oswald” e fatti notare uccidendo senza ragione o testimoni, un agente della polizia della loro università. Poi hanno sequestrato una Mercedes di un autista anonimo, costringendolo presumibilmente a ritirare 800 dollari da un bancomat. L’uomo ha testimoniato alla polizia che avevano affermato di essere i colpevoli.
Finora, la stampa non ha incontrato il sospetto o intervistato il testimone. Si limita a riprendere le parole di amici e parenti degli indagati, tutti sorpresi di vederli coinvolti in questo caso. In ogni caso, la giudice Marianne B. Bowler ha incriminato Dzhokhar per “uso di armi di distruzione di massa“, ovvero delle pentole a pressione piene di chiodi. Questa è la prima volta che il termine “arma di distruzione di massa” viene applicato a uno strumento di uso comune.
Da parte sua, il leader democratico della commissione sull’intelligence, Dutch Ruppersberger, ha detto, dopo un incontro a porte chiuse con i funzionari di tre servizi d’intelligence, che Tsarnaev aveva usato un telecomando giocattolo per azionare le due bombe. Vedendone la conferma che i sospetti avevano imparato a produrre tale attrezzatura leggendo Inspire, la rivista online siglata da “Al-Qaida nella penisola arabica.” Tuttavia, se il numero 1 della rivista (datata “Estate 2010″) illustra in dettaglio la costruzione di una bomba con una pentola a pressione, da nessun’altra parte  mostra come utilizzare un telecomando giocattolo per azionare un esplosivo installato in un contenitore chiuso.
Tutto questo clamore ruota intorno a una sola conclusione: i fratelli Tsanaev sono ceceni, mettendo la Russia al centro della scena. Il presidente Vladimir Putin ha discretamente eliminato le domande sulla questione, durante la lunga sessione di risposte al popolo che ha avuto lo scorso giovedì. I  jihadisti ceceni in Siria hanno rapito due vescovi ortodossi. E il rischio che siano a Sochi durante le Olimpiadi. È interesse della Russia rafforzare la cooperazione antiterrorismo con gli Stati Uniti, soprattutto se effettivamente dispiegherà le truppe dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) in Siria. Nel frattempo, gli utenti di Internet sono divisi tra coloro che si allineano con l’FBI e coloro che lo sfidano. Due le principali obiezioni che circolano sul web.
La prima accusa i servizi di sicurezza di aver hanno inscenato una storia emozionante piena di figuranti. Le immagini estratte da un video mostrano due individui che cercano di manomettere il corpo di Jeff Bauman, che ha perso entrambe le gambe. Si tratterebbe in realtà di un tenente dell’esercito degli Stati Uniti che ha perso le gambe a Kandahar nel novembre 2011, Nick Vogt. Si resta stupiti dal fatto che “Jeff Bauman” abbia sempre la testa alta e non sembri soffrire dell’emorragia, mentre viene portato su una sedia a rotelle senza che le sue gambe mutilate siano state legate con lacci emostatici. La cosa è tanto più significativa perché è proprio la testimonianza di “Jeff Bauman” che ha permesso d’individuare i sospetti (conferenza stampa del 18 aprile, 05:20).
Il secondo è la presenza di un team di sicurezza, probabilmente dell’esercito privato della Craft International, che sembra avere lo stesso zaino che secondo l’FBI avrebbe contenuto una pentola a pressione. Ma la cosa più sorprendente è un’altra. Un’esercitazione con una bomba era stata condotta presso la maratona di Boston, due ore prima della tragedia, nel luogo esatto in cui le bombe sono esplose per davvero. Ma quando un giornalista ha chiesto di ciò alla conferenza stampa, l’agente speciale dell’FBI Richard Deslauriers si è rifiutato di rispondere e ha risposto a un’altra domanda.
Infine, secondo le Izvestija (24 aprile), Tamerlan Tsarnaev ha partecipato a un seminario in Georgia del Fondo per il Caucaso, un’associazione di facciata della Jamestown Foundation creata dalla CIA. Poi avrebbe seguito un corso per “aumentare l’instabilità in Russia” [1]. In una nota di protesta, il Fondo del Caucaso nega ed evoca un’omonimia [2]. E’ troppo presto per trarre delle conclusioni su ciò che è realmente accaduto a Boston. Una cosa è certa: l’FBI mente.

Thierry Meyssan al-Watan (Siria)

[1] “Тамерлана Царнаева завербовали через грузинский фонд?“, Izvestia, il 24 aprile 2013.
[2] “Нота протеста “Фонда Кавказа” по поводу публикации, касающейся Бостонского теракта, в газете “Известия” от 24 апреля 2013г?“, Fondo del Caucaso, 25 aprile 2013.

Boston: i Tsarnaev alleati dei Fuller
Rete Voltaire 28 aprile 2013

iRqoV394KcEULa figlia di Graham E. Fuller, Samantha A. Fuller, ha sposato Ruslan Tsarnaev, zio dei “sospetti” dell’attentato di Boston, Tamerlan e Dzhokhar Tsarnaev. Graham E. Fuller è l’ex capo della stazione della CIA in Afghanistan, ex “agente referente” di Fethullah Gulen negli Stati Uniti, ex analista della RAND ed ex collaboratore di Le Monde Diplomatique. Attualmente è professore a contratto presso la Simon Fraser University di Vancouver (Canada). Samantha A. Fuller ha lavorato, a metà degli anni ’90, per la Price Waterhouse, a Bishkek (Kirghizistan) nei programmi di privatizzazione. Ha sposato Ruslan Tsarnaev da cui ha divorziato nel 1999.
Ruslan Tsarnaev è il fratello di Ansor Tsarnaev, padre dei “sospetti.” Ha lavorato per l’USAID (che serve da copertura della CIA), e come quadro in diverse società del gruppo Halliburton. Ora vive a Montgomery Village, MD, e ha descritto i suoi nipoti come dei “perdenti”. Graham E. Fuller definisce “assurdo” qualsiasi tentativo di collegare l’ex di sua figlia all’atto dei nipoti.

Izvestija: Tamerlan Tsarnaev ha partecipato a un seminario della CIA nel 2012
Rete Voltaire 27 aprile 2013
ALQQ41P5likwBMHvSecondo il quotidiano russo Itzvestija, Tamerlan Tsarnaev ha partecipato nel 2012 ad un seminario dell’associazione georgiana Fondo per il Caucaso. Questa associazione è un ramo della Jamestown Foundation, un’agenzia di propaganda creata dalla CIA. Il Fondo per il Caucaso ha organizzato diversi seminari per giovani caucasici per “destabilizzare la Russia.” In una lettera di protesta pubblicata il giorno dopo, il Fondo per il Caucaso nega ciò e suggerisce un’omonimia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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