La fine dell’alleanza mediorientale degli USA

Alessandro Lattanzio, 3/9/2014

Barack Obama, King AbdullahGrandi mutamenti si sono avuti ad agosto in politica internazionale. Non solo si registrava la sconfitta della NATO in Ucraina, con la grande offensiva dell’Esercito Popolare di Novorossija, ma anche in Nord Africa/Medio Oriente, dove, dopo il sussulto causato dall’avanzata dell’esercito islamo-atlantista del SIIL (Stato Islamico in Iraq e Levante) in Iraq settentrionale e Siria orientale, le forze regionali del campo filo-USA, profondamente divise e contrapposte, avviavano la controffensiva al piano islamo-atlantista avviato nel dicembre 2010, noto come ‘Primavera araba’, radicalizzatosi immediatamente dal febbraio 2011 con le operazioni sovversive in Egitto, l’infiltrazione in Siria e il golpe-invasione in Libia. La serie di operazioni occulte e destabilizzanti attuate nel corso di questi tre anni da Washington, Tel Aviv, Parigi, Londra, Berlino, Roma e Ankara tramite le reti Stay Behind della NATO e con il supporto della Fratellanza mussulmana finanziata dal petroemirato del Qatar, hanno portato alla formazione dell’ultimo avatar di al-Qaida, ovvero il già citato SIIL. Tale organizzazione terroristica, una sorte di ‘super-clan’ delle dune, è un prodotto delle operazioni spionistiche e di guerra psicologica delle agenzie d’intelligence israeliane e statunitensi, allo scopo di scavalcare i Paesi arabi, soprattutto l’Arabia Saudita, nel controllo della legione islamista, composta da decine di migliaia di mercenari e terroristi islamisti, salafiti e taqfiriti radunati in Turchia, dove vengono addestrati, armati e finanziati. Ciò è dettato dell’inefficienza operativa dimostrata dai Paesi del Golfo e dalla Giordania nell’aggressione alla Siria, e dalla conseguente incapacità di affrontare seriamente l’Asse della Resistenza in costruzione, imperniata nell’Iraq risorgente di al-Maliqi. Tale inefficienza ha spinto Washington non solo a creare direttamente il suo esercito islamista, appunto il SIIL, ma ad iniziare ad usarlo in modo sotterraneo anche contro l’Arabia Saudita, una volta rivelatosi impossibile controllare la produzione petrolifera irachena, eliminare la Siria baathista, controllare il caos in Libia, dominare totalmente la stessa Turchia, imporre il dominio islamista in Egitto e Libano, ed allontanare l’Iran dall’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai. Dopo tutto ciò, rimane Ryadh quale ultimo bersaglio apparentemente abbordabile. L’occupazione degli enormi giacimenti petroliferi sauditi, di cui disporre a piacimento, sicuramente balena da decenni nelle menti del Pentagono e di Langley. E a Ryadh, e nelle capitali degli altri petroemirati del Golfo Persico, si sarà di certo intuito che qualcosa di torbido, a Washington, si muove dalla Siria alla penisola arabica. Da qui la probabile ragione dell’ultimo intervento del decrepito monarca saudita, re Abdullah, che il 29 agosto a Ryadh, ricevendo i nuovi ambasciatori accreditati in Arabia Saudita, tra cui quello degli Stati Uniti, si dichiarava “sorpreso dall’inazione verso il terrorismo del SIIL, da egli ritenuto ‘inaccettabile’ e verso cui reagire con forza e determinazione. “Vedete come (i jihadisti) decapitino e mostrino ai bambini teste mozzate per strada“, aveva detto condannando la crudeltà di tali atti. Piuttosto sorprendente da un re che aveva massicciamente sostenuto tali barbari criminali quando devastavano la Siria. Re Abdullah, che sembra aver ripreso coscienza, ha continuato: “Non è un segreto per voi ciò che fanno e faranno ancora. Se li ignorate, sono sicuro che arriveranno in un mese in Europa e dopo due in America“. Infatti, ciò non è un segreto per certi Paesi occidentali, complici nella nascita e metastasi di tale cancro islamo-terrorista. Sempre il 29 agosto, il principe saudita Walid bin Talil si recava a Parigi in visita privata, venendo ricevuto da François Hollande all’Eliseo. Tale incontro ebbe luogo pochi giorni prima dell’arrivo a Parigi del principe ereditario saudita Salman bin Abdul Aziz, ricevuto il 1 settembre all’Eliseo da François Hollande, nell’ambito della visita ufficiale per la cooperazione militare nella crisi in Medio Oriente. Il principe ereditario si recava in Francia per dire ciò che re Abdullah aveva detto ai diplomatici in Arabia Saudita. In altre parole, non si dovrebbe più giocare con il fuoco del fondamentalismo, perché vi è il pericolo dell’incendio. Era questo che ha spinto a reagire il re saudita, temendo per il suo regno l’indecisione e l’inazione di Barack Hussein Obama negli attacchi aerei contro i jihadisti del SIIL. Il 30 agosto 2014, il quotidiano saudita Asharq al-Awsat e la rete TV al-Arabiya riferivano tali propositi del re saudita. Abdullah aveva anche detto che “il terrorismo non conosce confini e può interessare diversi Paesi al di fuori del Medio Oriente“, dove i jihadisti del SIIL devastano barbaramente i territori conquistati in Siria e in Iraq grazie al denaro saudita e qatariota, e alle armi fornite da statunitensi, inglesi e francesi. Anche se ritardataria, la posizione di re Abdullah è un’importante svolta nella politica saudita. Rientra nella logica del sostegno saudita al Generale Abdelfatah al-Sisi contro la Fratellanza musulmana in Egitto. “Ma questa politica sarà ambigua fin quando non sarà avviato un cambiamento radicale nella crisi siriana, e non sia imposta una giusta correzione allo Stato canaglia del Qatar, principale finanziatore del terrorismo islamico nel mondo arabo, africano e occidentale.”
A ciò si aggiunga gli ultimi eventi nella Libia oramai martirizzata da tre anni d’interventismo islamo-atlantista, “A fine agosto 2014, il Paese aveva due parlamenti: uno eletto dal popolo libico, e l’altro legittimato esclusivamente dal supporto straniero. La situazione sembrava così difficile, a quel punto, che era possibile l’intervento militare da parte degli Stati regionali, capeggiati dall’Egitto, per l’obiettivo di stabilizzare il Paese eliminando i jihadisti finanziati e armati dall’estero e che utilizzano la Libia come trampolino di lancio della guerra islamista contro l’attuale governo egiziano. … Il Qatar ha creato un “esercito libero egiziano” nel deserto della Cirenaica, modellato sull'”esercito libero siriano” che Qatar, Turchia e Stati Uniti avevano costruito per sfidare il leader siriano Bashar al-Assad. … Nell’agosto 2014, i terroristi jihadisti legati ai gruppi salafiti collaboravano con i Fratelli musulmani (Iqwan) radicati in Cirenaica e sostenuti da Qatar, Turchia e Stati Uniti. … Il 18 agosto 2014, la situazione si era deteriorata al punto che aerei da combattimento degli Emirati Arabi Uniti (EAU), operando da basi egiziane, effettuarono attacchi contro le milizie jihadiste a Tripoli, senza preavvisare gli Stati Uniti. L’operazione fu coordinata con il governo dell’Arabia Saudita, che permise agli aerei dell’aeronautica degli Emirati Arabi Uniti si sorvolare il regno saudita verso l’Egitto. Gli aerei dell’aeronautica emirota utilizzarono le aviocisterne Airbus A330MRTT per rifornirsi in volo e raggiungere la base aerea di Marsa Matruh, o un’altra base aerea avanzata egiziana, da cui effettuare gli attacchi sugli obiettivi libici. I primi attacchi, il 18 agosto 2014, colpirono gruppi di terroristi; i successivi, del 23 agosto 2014, colpirono lanciarazzi e veicoli militari dei terroristi forniti dal Qatar. Gli attacchi non impedirono alle milizie della coalizione islamista di Misurata, Fajr al-Libiya (Alba della Libia), di occupare il 24 agosto Tripoli, sottraendola al controllo della milizia di Zintan. L’UAE colpì anche Ansar al-Sharia, altro gruppo islamista sostenuto da Washington”.
Il 25 agosto 2014, Stati Uniti, Francia, Germania, Italia e Regno Unito rilasciarono una dichiarazione che denunciava le “interferenze esterne” in Libia, che “aggravano le divisioni attuali e minano la transizione democratica della Libia“, nascondendo la realtà che gli Stati Uniti dal 2011 interferiscono in Libia continuando a sostenere l’invadenza del Qatar. Allo stesso tempo, sempre con l’incoraggiamento degli Stati Uniti, l’ex-parlamento islamista, senza mandato, veniva riconvocato il 25 agosto 2014 per deliberare lo scioglimento del governo ad interim votato dal Parlamento neoeletto e contrario agli islamisti. Il Parlamento non controllato dagli islamisti continua a riunirsi a Tobruq, in Cirenaica, dove il 24 agosto licenziava il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, generale Abdesalam Jadallah al-Ubaydi, sostituendolo con il colonnello Abdelrazaq Nadhuri, promosso generale per l’occasione. Nadhuri, della città di Marj, a 1100 km ad est di Tripoli, ha partecipato con il ministro degli Esteri della Libia e agli omologhi regionali, al vertice di Cairo per discutere la minaccia islamista. Nadhuri sostiene l’operazione anti-islamista Qarama (Dignità) del generale Qalifa Haftar. All’annuncio della nomina di Nadhuri, alcuni generali libici espressero la loro contrarietà dichiarando “di rifiutarsi di lavorare al comando di un ufficiale che supporta l’operazione Qarama, e di riconoscere solo il generale al-Ubaydi come Capo di stato maggiore“. Intanto, il 25 agosto il Congresso Nazionale Generale (GNC), ufficialmente sostituito dal nuovo Parlamento, nominava una figura islamista, Umar al-Hasi, per formare un “governo di salvezza” che riceveva il riconoscimento degli Stati Uniti. Quindi la Libia oggi ha due parlamenti e due governi. Il ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqri avrebbe detto, il 25 agosto, che la situazione in Libia minaccia la regione, “Gli sviluppi in Libia colpiscono la sicurezza dei Paesi vicini, per la presenza di movimenti estremisti e gruppi terroristi i cui attivisti non solo non si fermano ai territori libici ma s’infiltrano nei Paesi vicini”, affermando anche che la diffusione dell’illegalità dalla Libia potrebbe richiedere l’intervento straniero. La posizione di Egitto, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti svela la divisione tra gli ex-alleati di Washington. Sottolineando ciò, il presidente egiziano Abdelfatah al-Sisi dichiarava, sempre il 24 agosto, che Qatar, Turchia, Stati Uniti e Fratellanza musulmana finanziano nuovi piani mediatici che “volti a minare la stabilità dell’Egitto“. Tali potenze, ha detto, “non esitano a spendere decine di milioni, o addirittura centinaia di milioni di dollari per tali siti, promuovendo idee che mirano a minare la stabilità dell’Egitto”.
Gli Stati Uniti, ed Israele, si alienano i principali alleati regionali nel perseguimento di obiettivi strategici confusi e indefiniti, volti solo a generare caos e, forse, creare terreno bruciato economico-sociale intorno all’Asse eurasiatico, il cui nucleo è rappresentato dal riallineamento strategico tra Mosca, Beijing e Tehran, verso cui gravitano sempre più Turchia, Siria, Iraq ed Egitto.

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Il senatore interventista neo-con McCain e, cerchiato in rosso, al-Baghdadi, presunto califfo del SIIL

Fonti:
Il re saudita non sostiene più i terroristi islamici! 1 settembre 2014
La Libia al centro della frattura tra gli alleati regionali degli USA  31/08/2014

Libia, agosto 2014

Alessandro Lattanzio, 28/8/20141114-world-odu-libya_full_600Il 25 luglio riesplodevano gli scontri a Tripoli tra le milizie di Zintan e quelle di Misurata. Gli statunitensi evacuavano l’ambasciata mentre all’aeroporto si svolgeva una battaglia tra miliziani. L’ambasciata USA era stata bombardata da sistemi lanciarazzi Grad. Tripoli era priva da due settimane di benzina ed elettricità, mentre 36 soldati venivano uccisi e altri 50 feriti negli scontri fra i “rivoluzionari della Shura di Bengasi” e le forze speciali libiche ‘Saiqa’, e a Tripoli 23 operai egiziani venivano assassinati dalle milizie.
Il 28 luglio, gli islamisti di Ansar al-Sharia di Bengasi sequestravano il quartier generale delle Forze Speciali libiche, dopo una settimana di combattimenti che causarono oltre 60 morti. Il 13 luglio precedente gli islamisti di Misurata e Bengasi lanciarono un’offensiva contro le brigate di Zintan che occupavano l’aeroporto di Tripoli dal 2011. Il nuovo parlamento libico indiceva la sua prima sessione a Tobruq, dopo le elezioni del 25 giugno, quando i nazionalisti ottennero 160 dei 188 seggi. Dal 16 maggio continuavano gli scontri tra gli islamisti e le forze dirette dal Generale Haftar, che poteva contare su circa 40000 combattenti: 6/7000 provenienti dalle forze armate, 15000 dalle milizie di Zintan, Sawaiq e Qaqa, dirette da Jamal Habil e Ali Naluti, e gli uomini delle forze speciali al-Saiqa del comandante Wanis Buqamada, della National Force Alliance del capo del CNT golpista Mahmud Jibril e delle milizie di Iz al-Din Waqwaq, che controllava l’aeroporto Benina di Bengasi assieme al comandante delle forze aeree di Haftar, Saqr Jarushi. In effetti, Haftar avrebbe a disposizione 4 caccia MiG-21 e 4 elicotteri d’attacco Mi-24 operanti dalle basi aeree di Benina-Bengasi, Labraq, Matuba-Derna e Tobruq. Il centro comando delle forze di Haftar si trova a Barqah. Le forze di Haftar si scontravano a Bengasi con gli islamisti di Ansar al-Sharia, guidata da Muhammad Zahawi, che il 21 luglio, assieme alle milizie taqfirite Scudo Libico di Wisam bin Hamid e brigata al-Batar, assaltarono Campo 319 delle al-Saiqa e la base del 36° battaglione dell’esercito, entrambi nel quartiere Bu Atni di Bengasi. Il 16 giugno gli aerei di Haftar bombardarono la pista d’atterraggio di Tiaq, a sud di Bengasi, utilizzata dagli islamisti per ricevere le armi inviate da Qatar e Turchia. Dal 13 luglio vi furono scontri a Tripoli, per il controllo dell’aeroporto, tra gli islamisti di Misurata del partito Giustizia e Costruzione della Fratellanza musulmana, e le milizie di Zintan, distruggendo una decina di aerei di linea e causando 102 morti e 452 feriti.
Il 16 agosto, 60 persone furono uccise e circa 400 ferite nei combattimenti per l’aeroporto internazionale tra le brigate di Zintan che lo controllano e i militanti islamisti della coalizione Fajr di Misurata. Oltre 700 famiglie fuggirono a Bani Walid, roccaforte della resistenza jamahiriyana, 180 km a sud-est di Tripoli. Aerei da guerra senza contrassegni furono visti bombardare le posizioni delle milizie nella capitale. Il 25 agosto, dopo aver conquistato l’aeroporto internazionale di Tripoli, gli islamisti di Misurata occupavano Tripoli e convocavano una seduta del vecchio Congresso generale nazionale, mentre quello eletto il 25 giugno si era riunito due settimane prima a Tobruq. Il vecchio Parlamento, dove gli islamisti avevano la maggioranza, nominava un suo ‘premier’, l’islamista Umar al-Hasi, in contrapposizione al premier in carica al-Thini.
Mideast Libya Misurata, città islamista in contrasto con le milizie di Zintan, lanciava l'”operazione Alba” in risposta all'”operazione Dignità” di Haftar a Bengasi, fallita con la ritirata di Haftar a Tobruq. Inoltre, Egitto ed Emirati Arabi Uniti avrebbero attuato attacchi aerei sulla Libia senza informarne gli Stati Uniti. Gli Emirati Arabi Uniti avrebbero inviato cacciabombardieri F-16 e aerei da rifornimento nelle basi egiziane, per colpire Tripoli almeno due volte ad agosto. Nel primo caso, il 18 agosto, fu colpito un deposito di armi controllato dalle milizie islamiste a Tripoli, eliminando 6 terroristi; nel secondo, il 23 agosto, furono distrutti lanciarazzi e autoveicoli, e un magazzino fu danneggiato presso il ministero degli Interni di Tripoli, sempre controllato delle milizie di Misurata, eliminando 15 terroristi e ferendone altri 30. Inoltre, una squadra delle Forze Speciali egiziane avrebbe distrutto una base islamista nella Cirenaica. L’ex-ministro degli Esteri egiziano Amir Musa, aveva detto “staterelli, sette e fazioni estremiste in Libia minacciano direttamente la sicurezza nazionale dell’Egitto. Chiedo un ampio dibattito per sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi e costruire il supporto necessario nel caso dovessimo esercitare il nostro diritto all’autodifesa“. Il Presidente al-Sisi affermava che l’opzione per addestrare l’esercito libico, e che l’Accademia di polizia egiziana era disponibile ad addestrare la polizia libica, assicurando che la sicurezza della Libia rientra nella stabilità dell’Egitto e di tutta la regione. Il 25 agosto, l’Egitto aveva un vertice sulla situazione libica con Tunisia, Algeria e Libia. La delegazione libica a Cairo era composta dal ministro degli Esteri Muhammad Abdelaziz, dal capo del parlamento Uqayla Salah e dal capo di Stato Maggiore Abdelrazaq al-Nazury, che aveva dichiarato che il suo Paese ricostruirà un nuovo esercito in cooperazione con l’Egitto. Funzionari del governo statunitense avevano affermato che l’amministrazione Obama era stata colta di sorpresa. “Egitto ed Emirati Arabi Uniti hanno agito senza informare Washington o cercarne il consenso, emarginando l’amministrazione Obama“. In conseguenza di tali azioni, i governi di Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti rilasciavano un’ipocrita dichiarazione congiunta che condannava le “interferenze esterne in Libia, aggravando le divisioni attuali e minando la transizione alla democrazia della Libia“. Secondo l’inviato delle Nazioni Unite in Libia, Tariq Mitri, “I dati sugli sfollati indicano che oltre 100000, e forse 150000, persone hanno cercato rifugio all’estero, compresi i lavoratori migranti che hanno abbandonato il Paese“.
La Gran Bretagna ospita il capo spirituale degli islamisti libici, il Gran Muftì shayq Sadiq al-Ghariani, che aveva celebrato l’occupazione di Tripoli da parte della milizia islamista di Misurata su una TV satellitare, Tanasuh, registrata a nome di un familiare, Sohayl al-Ghariani, residente ad Exeter. Ghariani s’era congratulato con gli islamisti di Misurata, “Mi congratulo con i rivoluzionari per la loro vittoria, e benedico i martiri“, dell’occupazione di Tripoli. Il predicatore salafita aveva anche chiesto che gli islamisti attaccassero Bayda, sede del governo, e Tobruq, dove si trova il parlamento. “Invito città come Tobruq e Bayda, che svolsero un lavoro incredibile nella rivoluzione (il golpe contro la Jamahiriya. NdT)… ad unirsi ai loro fratelli rivoluzionari della Libia, in modo da unirsi. I Paesi che contribuirono alla rivoluzione del 17 febbraio… devono scommettere sulla gente, non sui governanti“. Nominato due anni prima Gran mufti, al-Ghariani sostiene le fazioni islamiste con fatwa che vietano anche l’importazione di lingerie. “Il mufti è sempre stato un elemento di disturbo“, affermava Hasan al-Amin, un politico libico fuggito in Gran Bretagna dopo esser stato minacciato dalle milizie. “Questo tizio era in Gran Bretagna ad istigare queste cose”.

999947Fonti:
IlSole24ore
IlSole24ore
ITAR-TASS
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Repubblica
RIAN
RID
RussiaToday
Wsws

L’amministrazione Obama ha pianificato la distruzione della Libia e la morte di Gheddafi

Le rivelazioni del contrammiraglio degli Stati Uniti Charles R. Kubic
Reseau International 27 aprile 2014

Reuters_VP-lybia(1)Secondo il contrammiraglio dell’US Navy Charles R. Kubic, subito dopo i bombardamenti della NATO nel marzo 2011 per punire il regime libico, Muammar Gheddafi era “pronto a dimettersi“. “Era pronto ad andare in esilio e a mettere fine alle ostilità“. Secondo Kubic, l’amministrazione Obama scelse di continuare la guerra senza consentire ai negoziati di pace di andare avanti. Kubic esige che un’inchiesta sia condotta dal Congresso.
Il 19 marzo 2011, la segretaria di Stato Hillary Clinton fece un annuncio drammatico da Parigi a nome della “comunità internazionale”, chiedendo che Gheddafi, alleato degli Stati Uniti dall’11 settembre contro il terrorismo di al-Qaida, rispettasse il cessate il fuoco della risoluzione ONU. Lo stesso giorno, le forze aeree e navali della NATO iniziarono la guerra contro Gheddafi che combatteva contro al-Qaida, per sostenere e far poi vincere i ribelli di al-Qaida contrari al regime di Gheddafi. Zio Sam aderì alla jihad in Libia.
Secondo Kubic, Gheddafi voleva discutere della propria abdicazione in modo accettabile con gli Stati Uniti. Il giorno successivo, 20 marzo 2011, Kubic inoltrò la richiesta di colloquio di Gheddafi presso il comando dell’US AFRICOM, che sarebbe stato favorevole ai negoziati. L’AFRICOM rispose rapidamente con interesse e stabilì le comunicazioni tra i militari degli Stati Uniti e della Libia. Il 22 marzo, Gheddafi iniziò a ritirare le sue truppe dalle città ribelli di Bengasi e Misurata. Il cessate-il-fuoco chiesto da Hillary Clinton sembrava essere a portata di mano, con la cessione del potere e il possibile esilio di Gheddafi. Poi, secondo Diana West, nel suo ultimo libro “American Betrayal“, Kubic ebbe l’ordine di “ritirarsi” dall’AFRICOM, un ordine dell’amministrazione Obama.
La domanda posta da Diana West è perché l’amministrazione Obama sabotò i colloqui sulla tregua che avrebbero portato ad un cambio di potere senza spargimento di sangue e probabilmente impedito la distruzione della Libia da parte delle forze NATO?
Ma la domanda in ultima analisi, al di là dell’articolo di Diane West, è fino a che punto il piano atlantista non mirava a distruggere e indebolire la Libia, indebolendo tutta la sub-regione per garantirsene il controllo militare e politico?

G8: AL VIA ULTIMA GIORNATATraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: campo di battaglia tra occidente ed Eurasia

La menzogna libica

Dean Henderson 7 aprile 2014

G8: AL VIA ULTIMA GIORNATAIl golpe del 2011 in Libia sarà ricordato in due modi. In primo luogo, ha segnato l’usurpazione e l’infiltrazione della primavera araba da parte delle agenzie d’intelligence occidentali e del Consiglio di cooperazione del Golfo. In secondo luogo, e peggio, rappresenta la distruzione della nazione più moderna e riuscita dell’Africa, nota dal 1977 al suo popolo come Jamahiriya Araba Socialista del Popolo Libico. Mentre ancora la propaganda degli illuminati si crogiola tra notizie fasulle che fanno rivivere la caricatura del “pazzo Gheddafi”, i loro giornalisti rigurgitato le psyops della CIA, i noti falsi sui “massacri e bombardamenti”. L’elemento più significativo del loro misero repertorio erano le bandiere rosse, verdi e nere tirate fuori dai “ribelli” di Bengasi, la bandiera della monarchia di re Idris. Ben presto nacque anche una banca centrale privata. La Libia era una colonia italiana dal 1911 fino al 1951, quando re Idris fu messo sul trono dagli inglesi. Firmò trattati con Gran Bretagna (1953), Stati Uniti (1954) e Italia (1956) permettendo a questi Paesi di stabilire basi militari, come la base aerea Wheelus nei pressi di Tripoli. Subito Exxon Mobil, British Petroleum e Agip ebbero enormi concessioni petrolifere. Re Idris era assai impopolare tra i libici poiché vendeva il loro Paese alle compagnie petrolifere estere. Le proteste furono represse assai brutalmente e la rivolta sotterranea crescente incluse molti delle forze armate. Nel 1969 un incruento colpo di Stato fu effettuato da poche decine di ufficiali che si facevano chiamare “ufficiali liberi”, sull’esempio di Gamal Nasser in Egitto. Nasser aveva guidato la ribellione che depose il re egiziano Faruq nel 1952. L’architetto del colpo di Stato libico del 1969 che pose fine alla monarchia di re Idris era un capitano dell’esercito di nome Muammar Gheddafi.
La nuova Repubblica della Libia adottò la bandiera verde, che simboleggia il ‘Libro Verde’ di Gheddafi, che scrisse per spiegare il modello economico unico dell’anarco-sindacalismo libico. E’ un libro molto premuroso di cui raccomando la lettura. Nel 1970 Gheddafi costrinse le forze statunitensi ed inglesi ad evacuare le loro basi militari. L’anno seguente nazionalizzò le proprietà della British Petroleum e costrinse le altre compagnie a versare allo Stato libico una quota molto più alta dei loro profitti. Inoltre nazionalizzò la banca centrale della Libia. La Libia era uno dei soli cinque Paesi al mondo la cui banca centrale non era controllata dalle otto famiglie del sindacato bancario guidato dai Rothschild. A causa della drastica uscita dall’usura coloniale, la Libia ebbe uno dei più alti standard di vita di tutta l’Africa. Il reddito medio pro-capite era di 14000 dollari all’anno. I lavoratori non solo avevano le proprietà delle fabbriche in cui lavoravano, ma decidevano cosa produrre. Le donne godevano di pari diritti. Mentre i media degli illuminati ritraggono lo Stato libico come altamente centralizzato e onnipotente, niente era più lontano dalla verità. L’idea dell’anarco-sindacalismo è che lo Stato alla fine sparisce. E fu così. Quando Gheddafi diceva che non aveva molto a che fare con la gestione quotidiana degli affari della nazione, intendeva ciò. Il popolo gestiva quegli affari e il potere era assai disperso. Gheddafi accusò la rivolta libica di essere opera di al-Qaida e delle nazioni occidentali. Si riferiva al Fronte Nazionale per la Salvezza (NFS), affiliato ad al-Qaida, che a lungo operò dalle basi in Ciad tentando di rovesciare Gheddafi. Gli estremisti del NFS erano finanziati dall’Arabia Saudita ed erano guidati dai loro gestori di CIA/MI6/Mossad. I giornalisti occidentali ricevevano notizie fresche dai capi del NFS. Il Ciad fu a lungo il Paese nordafricano più importante nel sistema di produzione petrolifero della Exxon. Nel 1990, a seguito di un contro-colpo di Stato filo-libico contro il governo del Ciad che dava rifugio al NFS, gli Stati Uniti evacuarono in Kenya 350 elementi del NFS con il finanziamento saudita. Negli anni ’80 il pazzo Reagan bombardò la casa di Gheddafi uccidendo molti suoi parenti dopo che l’intelligence occidentale falsamente gli attribuì un attentato ad una discoteca tedesca.

La menzogna di Lockerbie
lockerbieIl volo Pan Am 103 del 21 dicembre 1988 fu fatto esplodere su Lockerbie, in Scozia. Quando il presidente Bush prestò giuramento il mese dopo, accusò dell’attentato terroristico due libici, Abdal Basat Ali al-Magrahi e Lamin Qalifa Fimah. Bush impose le sanzioni alla Libia. Il presidente Bill Clinton poi chiese il boicottaggio internazionale del petrolio libico. Nel 2000 i libici furono condannati da un tribunale scozzese istituito a L’Aia. Le prove erano inconsistenti. Numerose indagini indipendenti sull’incidente dipingono un quadro molto diverso. Interfor, una società d’intelligence aziendale di New York City, assunta dalla compagnia assicurativa della Pan Am, scoprì che una cellula della CIA a Francoforte, Germania, proteggeva un’operazione di contrabbando di eroina mediorientale, che usava il deposito di Francoforte della Pan Am come punto di trasbordo del suo traffico. Interfor individuò nel siriano Manzar al-Qasar il capo dell’operazione di contrabbando. Un’indagine della rivista Time giunse alla stessa identica conclusione. Andò oltre scoprendo che al-Qasar era anche parte di una cellula super-segreta della CIA dal nome in codice COREA. Un altro gruppo di agenti della CIA che lavorava per liberare i cinque ostaggi della CIA, detenuti dagli aguzzini dell’Hezbollah di William Buckley, scoprì che al-Qasar poté continuare il contrabbando di eroina, nonostante i vertici della CIA sapessero delle sue attività. Il team sugli ostaggi a Beirut aveva scritto e chiamato il quartier generale della CIA a Langley per denunciare la rete di al-Qasar. Non ebbe alcuna risposta. Così decisero di andare negli Stati Uniti e informare di persona i loro capi della CIA. Tutti e sei gli agenti erano sul Pan Am 103 quando fu fatto esplodere. Dopo un’ora dall’attentato, agenti della CIA indossanti le uniformi della Pan Am giunsero sul luogo dello schianto. Gli agenti rimossero una valigia che apparteneva a uno degli agenti morto insieme agli altri 269. La valigia molto probabilmente conteneva prove incriminanti sul coinvolgimento di al-Qasar e dell’unità COREA della CIA nella rete del narcotraffico siriana. Forse conteneva anche una videocassetta sulle confessioni del capo stazione della CIA a Beirut, William Buckley, ai suoi torturatori di Hezbollah, che avrebbe potuto ulteriormente svelare il coinvolgimento della CIA nel narcotraffico in Medio Oriente.
L’ex-investigatore dell’US Air Force Gene Wheaton pensò che il colonnello Charles McKee e gli altri cinque agenti della CIA fossero gli obiettivi primari dell’attentato. Wheaton dichiarò: “Un paio di miei vecchi compagni del Pentagono ritengono che gli attentatori del Pan Am mirassero alla squadra di soccorso degli ostaggi di McKee“. Wheaton sospetta il coinvolgimento della CIA in un altro incidente aereo verificatosi poco dopo l’attentato della Pan Am. In quell’incidente, 248 soldati statunitensi di ritorno dal servizio in Europa rimasero uccisi quando un aereo da trasporto militare Arrow Air si schiantò nei pressi di Gander, Terranova. Wheaton ritiene che l’Arrow Air fosse una compagnia aerea della CIA e che l’incidente fosse collegato a un “accordo su operazioni segrete andate male” tra la CIA e la BCCI. Il giorno in cui Arrow Air si schiantò, due uomini in borghese arrivarono sul posto portandosi via una sacca da viaggio di 70 chili. Wheaton pensa che la borsa fosse zeppa di denaro che la BCCI aveva fornito alla CIA per un’operazione segreta. Pensa che la CIA avesse causato l’incidente per far sembrare che il denaro della BCCI fosse bruciato per poi arrivare sul posto e rubarlo, dopo averlo avvolto con materiale ignifugo. La CIA poté quindi andare dalla BCCI e riscuoterne altro. Poco dopo, le relazioni BCCI/CIA s’inasprirono. La CIA si preparò ad abbandonare la nave della BCCI che affondava e ad attaccare i poveri del Terzo Mondo con la chiusura della Bank of England dei Rothschild.
La Polizia Federale Tedesca (BKA) fece irruzione nella casa di un sospetto terrorista, due mesi prima l’attentato di Lockerbie. Trovò una bomba identica a quella utilizzata sul Volo 103. Tutti, tranne uno degli arrestati nel raid, furono misteriosamente rilasciati. Il giorno dell’attentato un agente di sorveglianza della BKA assegnato al controllo del bagaglio, notò un diverso tipo di valigia per la droga utilizzata dalla gente di al-Qasar. Informò i suoi superiori che trasmise le informazioni a un’unità della CIA di Francoforte. Al-Qasar contattò la stessa unità della CIA per farle sapere che McKee e gli altri cinque agenti stavano rientrando negli USA quel giorno. La risposta del gruppo della CIA di Francoforte al rapporto della BKA fu: “Non vi preoccupare. Non fermatelo. Lasciatelo perdere”. L’ambasciata degli Stati Uniti in Finlandia ricevette l’avvertimento di un possibile attentato aereo quel giorno. Si strinse nelle spalle, nonostante un altro avvertimento della FAA. Un’indagine di PBS Frontline scoprì la prova che la bomba era stata effettivamente piazzata sul Volo 103 quando si fermò a Heathrow, Londra. Una valigia appartenente all’agente della CIA Matthew Gannon, uno degli altri cinque della squadra del colonnello McKee, fu scambiata con una valigia a Heathrow. Frontline ritiene che la valigia di Gannon contenesse informazioni che collegavano la cellula COREA della CIA di Damasco con la narcorete di al-Qasar, così la valigia fu rubata e sostituita da una contenente la bomba. Secondo il settimanale tedesco Stern, un funzionario della sicurezza Pan Am a Francoforte fu sorpreso a retrodatare l’allerta che la FAA aveva emesso. La Pan Am fu multata per 600000 dollari dalla FAA dopo l’attentato. L’agenzia accusò il lassismo della sicurezza nelle operazioni di movimentazione dei bagagli della Pan Am. Secondo l’indagine d’Interfor queste operazioni con i bagagli furono più che inette. Furono seguite da al-Qasar. Nel giugno 2007 la polizia spagnola arrestò al-Qasar per traffico di armi. Pan Am ha vecchie relazioni con la CIA. Il suo consiglio consultivo internazionale è il “chi è” dei trafficanti di droga e armi dei Caraibi. Tra costoro Ronald Joseph Stark, il piduista collegato agli spacciatori di LSD della Brotherhood of Eternal Love; Sol Linowitz della Carl Lindner United Brands; il segretario di Stato di Carter Cyrus Vance della Gulf & Western Corporation, controllata dalla Lindner, e Walter Sterling Surrey, agente dell’OSS in Cina che contribuì a lanciare la Cartaya World Finance Corporation di Guillermo Hernandez.
Stati Uniti e Gran Bretagna si impegnarono ad insabbiare i fatti. L’editorialista Jack Anderson registrò una conversazione telefonica tra il presidente Bush Sr. e il primo ministro inglese Margaret Thatcher, dopo l’attentato entrambi decisero che l’indagine doveva essere limitata, per non danneggiare l’intelligence delle due nazioni. Paul Hudson, avvocato di Albany, NY, che dirige il gruppo “Famiglie di Pan Am 103/Lockerbie“, perse la figlia 16enne nello schianto. “Sembra che il governo sappia i fatti e li copra, o non conosce tutti i fatti e non vuole sapere“, spiega Hudson.  Nell’aprile 1990, l’omologo inglese del gruppo “familiari inglesi del Volo 103″ inviò lettere aspre a Bush e Thatcher, citando “resoconti pubblici interamente credibili…avete deciso di minimizzare deliberatamente le prove e ridurre le indagini fino a liquidare il caso come storia vecchia“. Abdel Basat Ali al-Magrahi, uno dei libici capro espiatorio dell’attentato, fece appello nel febbraio 2002. L’argomento centrale dell’avvocato era la nuova prova secondo cui il reparto bagagli di Heathrow, a Londra, era stato violato la notte prima dell’attentato. Nel 2010 i libici furono improvvisamente liberati. Alcune voci insistettero che il loro rilascio fosse parte di un accordo petrolifero della BP con la Libia. Gheddafi fece altre aperture verso l’occidente, ma fu tutto inutile. Quando hai a che fare con i dei pazzi veri, come lo sono senza dubbio i banchieri illuminati, le concessioni sono raramente efficaci. Il popolo libico ha perso la bandiera verde che simboleggiava la fuga rivoluzionaria dalla trappola dei bankster, tornando a vivere sotto colonialismo, feudalesimo e monarchia.

Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Potete seguirlo gratuitamente su Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La situazione in Libia: ambizioni militari e racket del petrolio

120912_Libya1Il 1 febbraio 2014, il quotidiano francese Le Figaro sosteneva che membri della forza d’élite statunitense Delta Force, operassero assieme a forze del CNT nel sud della Libia. Citando “una fonte diplomatica a Tunisi“, Le Figaro affermava che le forze statunitensi erano di stanza in una base segreta nel governatorato di Tatawin, nel sud della Tunisia, presso il confine libico. Ma se il governo tunisino negava ciò, altre fonti d’informazione rivelarono la presenza di agenti della CIA e militari dell’Africom in quattro basi tunisine: due nel sud del Paese a Bin Qirdan Madanin e a Djerjis, per controllare le coste tunisine nei pressi del confine libico, e due nelle montagne Shanbi, al confine con l’Algeria, dove ufficiali statunitensi disponevano di sistemi di rilevazione e sorveglianza satellitare. I militari statunitensi collaborano da mesi con i vertici dell’esercito tunisino nel creare una base militare tunisino-statunitense per sorvegliare i movimenti da e per la Tunisia. Hosin al-Qafi, ex-funzionario del ministero degli Interni tunisino, affermò che “Vi sono 12 campi di addestramento jihadisti in territorio tunisino, e i funzionari degli Interni lo sanno. Una volta addestrati, i jihadisti vengono inviati nel Sahara algerino, in Mali e Siria”. Al-Qafi aggiunse: “Se c’è un’esplosione in un luogo pubblico, hotel, centro commerciale, si deve sapere che sono le forze speciali tunisine che l’hanno pianificato, cercando di aggravare la situazione per ingannare il popolo tunisino e dargli l’impressione che il terrorismo si diffonda in Tunisia e che al-Qaida attacchi la società civile. L’obiettivo è preparare il terreno all’intervento dei marines degli Stati Uniti in Tunisia.” Intanto il presidente ciadiano Idris Deby prorogava la presenza della base militare di Parigi, permettendo ai francesi di rafforzare la loro presenza militare nel nord del Ciad, ampliando la base militare di Faya e creandone una nuova a Zuar, per sorvegliare il sud della Libia. Ed infatti, il 21 febbraio 2014, un aereo-ospedale militare Antonov An-26 diretto verso l’aeroporto di Tunisi-Cartagine si schiantava nel governatorato tunisino di Nabul. A bordo c’erano sette passeggeri e quattro membri d’equipaggio, tutti rimasti uccisi. I sette passeggeri erano membri di al-Qaida e di Ansar al-Sharia, che dovevano essere curati negli ospedali della capitale tunisina. Tra di loro vi era Muftah Dhauadi. Originario di Sabratha, Dhauadi era l’emiro e fondatore di Ansar al-Sharia e del Gruppo armato islamico combattente libico (LIFG). Muftah Dhauadi era noto nell’ambito di al-Qaida come Abu Abd al-Ghafar. Dopo l’invasione della Libia nel 2011, divenne il capo del consiglio militare di Sabratha. Inoltre, a bordo dell’aereo vi erano quattro importanti capi di al-Qaida, che il Qatar, con la complicità dei fratelli mussulmani tunisini di al-Nahda, cerca di insediare in Tunisia. I quattro islamisti erano Ali Nur al-Din al-Sid, Abdelhaqim al-Sid, Walid Salah al-Sid e Tahar Abdelmula al-Sharif. Se “lo schianto del velivolo può essere un incidente, riesce gradito in certi Stati occidentali. La scomparsa di mercenari, testimoni scomodi, è un loro obiettivo strategico”. Intanto, la presenza della Resistenza Verde si consolidava nelle seguenti città e cittadine: Sabha, al-Gilat, Ghat, Ragdalin, Tobruq, Im Sat, al-Qubah, Timimi, al-Bayda, Fatahya, al-Murj, Tulmina, Dersia, Ribyana, al-Ragurya, Persis, al-Abyar, Sluq, Jadabya, Jawat, al-Mitanya, al-Alziziyah, Guminis, al-Briga, Ras Lanuf, Soluq, Gardina, Ubari, Tarhuna, Bani Walid, Warshala, al-Asadia, Abu Salim, Gadamis, mentre scontri tra milizie e elementi “verdi” si registrarono a Tripoli, Misurata, Benghazi; Sabha e Qufra erano sotto il controllo della Resistenza.
Stati Uniti e Gran Bretagna presiedono alla ricostruzione delle forze armate della Libia. A gennaio, la Defense Security Cooperation Agency degli Stati Uniti annunciava di aver notificato al Congresso USA di aver approvato vendite militari alla Libia per diversi milioni di dollari e l’avvio dell’addestramento di 6000-8000 soldati. “L’addestramento comprende fino ad otto anni di addestramento, sostentamento e miglioramento delle infrastrutture ed attrezzature, tra cui 637 carabine M4A4 e munizioni per armi leggere, servizi di supporto logistico ed organizzativo, abbigliamento e attrezzature individuali, e altri elementi logistici legati al programma“. Nel frattempo, 340 reclute libiche erano giunte in Italia presso la base militare italiana di Cassino. L’Italia addestrerà 5200 soldati libici in due anni. Tripoli ha versato alla Gran Bretagna 2,5 milioni dollari per riaprire la vecchia base militare di Bassingbourn, nell’Inghilterra orientale, per addestrare un altro contingente. La Libia, impegnata nella ricostruzione delle forze armate (Comitato Supremo di Sicurezza), dovrebbe arruolare 40000–55000 uomini. Si parla anche dell’acquisizione di vari sistemi d’arma. Oltre a Italia, Gran Bretagna e Francia, anche la Turchia nel 2013 ha addestrato 1000 soldati libici presso la scuola di fanteria di Egirdir, e nel 2014 è previsto l’arrivo di 2000 effettivi, oltre ad 800 agenti di polizia. Come visto, 6/7000 soldati libici saranno addestrati dagli statunitensi nell’arco di 8 anni presso due basi bulgare, tra cui quella di Novo Selo. I corsi riguardano l’addestramento della fanteria e di un nucleo antiterrorismo. Infine, altre reclute si addestrano in Giordania, ma probabilmente si tratta una copertura per ospitare e armare terroristi libici da infiltrare in Siria. Il CNT ha richiesto 287 fuoristrada Humvee statunitensi, di cui 54 già consegnati, oltre a 20 autoblindo FIAT Puma regalati da Roma (e ‘requisite’ dalla milizia di Zintan) e a 49 NIMR-II ottenuti dagli EAU, usati nelle zone di confine e per sorvegliare gli edifici governativi. La Libia avrebbe anche ricevuto 10 sistemi missilistici anticarro Khrizantema-S. L’unico battaglione corazzato attivo, il 204.to, raccoglie i veicoli da combattimento ancora efficienti già impiegati dalla Jamahiriya. La marina del CNT è costituita dalla fregata al-Hani e dalle navi da sbarco Ibn Harisa e Ibn Uf, che sono in cantiere per lavori di manutenzione assieme a 2 motovedette classe Bigliani, in riparazione a Napoli. Ad esse si aggiungerebbe la motomissilistica Shafaq. Nel 2013 la Marina libica ha ricevuto i primi 30 di 50 gommoni 1200UM ordinati alla francese Sillinger, che saranno schierati nelle basi navali di Ras Agadir e Bardia. A ciò si aggiunge l’ordinativo per due battelli, Janzur e Aqrama, all’azienda francese Raidco che si occuperà anche dell’addestramento di 32 marinai libici a Lorient. Infine l’aeronautica del CNT consiste in pochissimi velivoli ereditati dalla Jamahiriya. Il Capo di Stato Maggiore del CNT, generale Gerushi, aveva avanzato un programma che prevedeva l’acquisizione di 14/16 caccia Dassault Rafale per costituire le squadriglie schierate nelle basi di Gordabaya e Watya, nel Fezzan, e 7/9 caccia EFA Typhoon da schierare a Tobruq e Bengasi-Benina. Il CNT avrebbe anche richiesto l’acquisto negli USA di due aerei cargo C-130J-30 Super Hercules e di sei elicotteri da trasporto CH-47D Chinook. Secondo la pubblicazione statunitense Defense News, il colonnello Ibrahim al-Fortya, addetto militare libico a Washington, aveva dichiarato alla Camera di Commercio Americana: “Ci piacerebbe dare priorità alle aziende statunitensi“.
Reuters_VP-lybia(1)Nel frattempo, il 14 febbraio 2014, con un discorso di 11 minuti trasmesso dalla televisione di Stato libica, il generale Qalifa Belqasim Haftar affermava di aver preso il controllo delle istituzioni e di sospendere il governo e il parlamento, “il comando nazionale dell’esercito libico si muove per impostare la nuova tabella di marcia verso la democrazia per salvare il Paese dalla sciagura. Terremo incontri con partiti e gruppi di potere per testare la condivisone di questa marcia”. Da parte sua, il primo ministro Ali Zaydan dichiarava alla TV saudita al-Arabiya di aver licenziato il generale Haftar e di mantenere l’esercizio delle sue funzioni. Il generale Haftar aveva detto di non voler imporre il potere militare, ma di agire nell’interesse nazionale per porre fine al regno delle milizie, annunciando una consultazione con le principali forze politiche allo scopo di nominare un presidente e un governo civile ad interim. La settimana precedente, sebbene il Parlamento avesse esaurito il proprio mandato, decideva unilateralmente di prolungare la propria attività fino ad agosto per poter stendere la nuova Costituzione. Probabilmente, in tale quadro, il generale Haftar interveniva su richiesta di Washington, mentre da oltre un mese le forze nazionaliste occupano diverse città nel sud del Paese. Ex-generale della Jamahiriya Araba di Libia, nel 1987 durante la guerra in Ciad Qalifa Haftar subì una pesante sconfitta e disertò. Fuggì negli Stati Uniti e fu addestrato dalla CIA. Creò l’Esercito di liberazione della Libia nell’ambito del Fronte nazionale per la salvezza della Libia, ma non riuscì a rovesciare Muammar Gheddafi. Con i suoi uomini, per lo più della sua tribù Farjani, combatté come mercenario di Washington nella Repubblica democratica del Congo. Portato a Bengasi dalla NATO, nel marzo 2011, divenne il numero due delle “forze ribelli” e loro capo dopo l’assassinio del generale Fatah al-Yunis per mano di al-Qaida. Dopo la vittoria della NATO, fu imposto quale Capo di stato maggiore dell’esercito libico. Anche Ali Zaydan è un ex-diplomatico libico che nel 1980 disertò passando agli oppositori libici rifugiatisi in occidente.
Il 18 febbraio 2014, il Consiglio generale nazionale della Libia raggiunse un accordo per indire le “elezioni anticipate”. Al Congresso Nazionale Generale (GNC), il primo partito era il Partito della Giustizia e Costruzione (PGC), ala politica dei Fratelli musulmani sostenuta da Qatar e Turchia, e il primo partito d’opposizione era l’Alleanza delle Forze Nazionali (NFA) liberale. I 200 membri del Congresso furono eletti nel luglio 2012, che dovevano entro 18 mesi guidare la transizione del Paese. Ma il 7 febbraio decisero di prorogare il loro mandato fino al dicembre 2014, suscitando una crescente opposizione popolare. Il 14 febbraio migliaia di libici protestarono contro l’estensione del mandato chiedendo nuove elezioni. Quindi il Consiglio decideva la nomina di un organo costituzionale per adottare una nuova costituzione entro quattro mesi dalla nomina, altrimenti si sarebbero indette le nuove elezioni, per formare organi legislativi transitori per altri 18 mesi.
Il 3 marzo 2014, i parlamentari della Libia si trasferivano nell’albergo Waddan, il giorno dopo che rivoltosi armati avevano assaltato il parlamento, incendiandolo, uccidendo una guardia e ferendone sei deputati. I manifestanti volevano che il Parlamento si sciogliesse immediatamente dopo la fine del mandato, scaduto a gennaio. L’assalto al parlamento avveniva mentre assassini e attacchi contro migranti cristiani e milizie filo-governative aumentavano in Cirenaica. L’ultimo assassinio fu quello di un ingegnere francese che lavorava presso un centro medico attivo a Bengasi dal 2009. A gennaio sette egiziani cristiani copti erano stati rapiti dalle loro case, ed uccisi con un colpo alla testa e al torace.
L’8 e 9 marzo i separatisti libici iniziarono caricare greggio su una petroliera saudita, ignorando le minacce del CNT di Tripoli. I separatisti controllano i terminali petroliferi della Libia orientale su richiesta delle regioni autonome orientali. L’8 marzo la nave cisterna battente bandiera panamense Morning Glory, ma di proprietà di una società saudita, ormeggiava al terminal di al-Sidra, il primo ministro Ali Zaydan aveva ordinato di non far imbarcare il greggio altrimenti la petroliera sarebbe stata bombardata, mentre il ministro del petrolio, Omar Shaqmaq, accusava i separatisti di “pirateria”. Il 9 marzo, il ministro della Cultura Amin al-Habib disse che navi della marina libica erano state dispiegate in mare per fermare la petroliera. “La petroliera non deve lasciare il porto, o sarà trasformata in un mucchio di metallo“. Il ministero della Difesa aveva impostato l’azione militare, ordinando al comandanti di marina ed aeronautica “di colpire le petroliere che entrano nelle acque libiche senza il permesso delle autorità legittime“. Zaydan però riconobbe che l’esercito non era riuscito ad adempiere agli ordini, quando inviò dei rinforzi da Aghedabia, ad ovest di Bengasi, ad al-Sidra, che rimane in mano ai separatisti della Cirenaica. A gennaio, la marina libica aveva sparato contro una petroliera battente bandiera maltese mentre cercava di caricare greggio sempre ad al-Sidra. Il portavoce della National Oil Corporation, Muhammad al-Harayri, ha detto che la Morning Glory era “ancora nel porto e il caricamento è in corso“. La nave avrebbe dovuto imbarcare 350000 barili di greggio. Fonti militari avevano detto che vi era un piano per intercettare la petroliera prima che lasciasse le acque territoriali della Libia. Zaydan aveva detto che “Tutte le parti devono rispettare la sovranità libica. Se la nave non le rispetterà, sarà bombardata“, aggiungendo che le autorità avevano intimato al comandante della nave di lasciare le acque della Libia, ma che uomini armati a bordo gli impedivano di salpare. Un portavoce del governo della Cirenaica a est, ribadiva che le esportazioni di petrolio da al-Sidra erano comunque cominciate, “Non sfidiamo il governo o il congresso, ma insistiamo sui nostri diritti“, dichiarava Rabo al-Barasi, a capo dell’ufficio esecutivo della Cirenaica, formato nell’agosto 2013.

Alessandro Lattanzio, 10/3/2014

Fonti:
Allain Jules
Al-Wihda
CTV News
ChasVoice
Nsnbc
Nsnbc
RID
Tunisie-secret
SpaceWar
Voltairenet

Libia: campo di battaglia tra occidente ed Eurasia

Cosa succede in Libia?

Eventi militari in Libia: dicembre 2013 – gennaio 2014

securedownloadA Bengasi,  dal 24 al 26 novembre 2013, le forze speciali dell’esercito del CNT si scontrarono con gli islamisti del gruppo salafita jihadista Ansar al-Sharia, dopo che avevano attaccato le forze di sicurezza locali causando almeno 14 morti e decine di feriti. Nella città di Derna, altra roccaforte islamista, aggressori non identificati facevano esplodere gli uffici utilizzati dalle organizzazioni non governative. Il 1 dicembre decine di manifestanti avevano bloccato diverse strade bruciando pneumatici e invocato lo sciopero per porre fine all’anarchia in città, e il 2 dicembre ignoti spararono contro i manifestanti ferendone almeno quattro. In precedenza un gruppo denominato brigata Abu Baqr al-Sidiqi aveva affisso dei volantini che minacciavano chiunque manifestasse contro gli islamisti. Intanto al-Qaida costituiva l’emirato di Derna guidato da Abdelqarim al-Hasadi, ex-detenuto di Guantanamo. Al-Hasadi era un aiutante del capo di al-Qaida di al-Bayda, Qairallah al-Barasi. A Bengasi, un militare veniva ucciso e una clinica collegata ad Ansar al-Sharia veniva distrutta.
Nel frattempo Veniva fondato il “Gruppo di azione politica per il bene della Libia” guidato da Ahmad Muharib Gheddafi, parente del defunto leader della Jamahiriya. Durante gli ultimi mesi della guerra del 2011, Ahmad Muharib Gheddafi si occupò degli affari personali del leader libico, contattando capi di Stato europei e membri del CNT per far cessare le ostilità. Intervistato, Ahmad Muharib Gheddafi aveva affermato: “Non siamo per un colpo di Stato. Siamo un gruppo politico, non militare. Vogliamo far uscire la Libia dallo stallo, in quanto il Paese è oggi in una situazione catastrofica. Coloro che si opposero a Muammar Gheddafi se ne rammaricano. Con l’ex leader libico, le famiglie potevano facilmente avere un alloggio e, in determinate condizioni, il governo glielo forniva addirittura gratuitamente. Il governo rimborsava le cure mediche e i farmaci. Muammar Gheddafi andava personalmente negli ospedali e si assicurava che i pazienti non spendessero nulla. L’istruzione era accessibile a tutti. Oggi la situazione è diversa. Nelle regioni periferiche del Paese, è apparso un nuovo strato marginale. Queste persone vivono di traffico di armi e violenza. Queste aree erano controllate, in passato. Guardate cosa succede al petrolio nel nostro Paese. Dove va? Subito dopo la ‘rivoluzione’ abbiamo insistito sullo sfruttamento dei giacimenti di petrolio con le nostre società. Siamo finiti in prigione per averlo detto. Risultato, le aziende straniere pompano il nostro petrolio, oggi. Penso che non sia stato un regime ad essere stato rovesciato nel 2011, ma il potere del popolo. I libici hanno capito che sono stati ingannati e protestano contro il nuovo governo. Tra i manifestanti, vi sono ex-militari, ex-funzionari ed imprenditori che si sono uniti a noi. Credo che il nostro popolo abbia compreso l’errore commesso e che voglia tornare al potere nel Paese. Citiamo l’esempio del feroce dibattito al Congresso generale nazionale sulla separazione della Cirenaica. Un numero crescente di deputati è contrario al separatismo. Riguardo i finanziamenti per la ricostruzione del Paese, potrebbero essere coperti dai fondi rimasti nelle banche estere. Ho lavorato nel settore degli investimenti esteri e so che abbiamo accumulato all’estero circa 1,2 miliardi di dollari. Tale importo è stato sottratto al popolo libico. E l’ex-ministro delle Finanze Hasan Ziglam è stato il primo a parlarne. Nel 2012 aveva detto che 50 miliardi di dollari erano stati confiscati dalle società del Qatar per coprire le spese per l’intervento militare in Libia. Ne sono la prova ricevute e bonifici dai conti esteri libici alle compagnie petrolifere del Qatar operanti nel nostro Paese. Per recuperare il denaro, Ziglam ordinò controlli finanziari creando una commissione d’indagine sul dirottamento dei fondi. Pochi giorni dopo, l’edificio del Ministero fu bombardato e tutti i documenti relativi alle operazioni del controllo finanziario furono distrutti. Anche il più ingenuo capisce il legame tra l’attentato e le indagini. Quindi sono sicuro che molto presto la nostra nazione inizierà la ricostruzione.” Nel novembre 2013 si era svolta la prima conferenza dell’opposizione libica a Cairo, dove erano presenti molti rappresentanti del vecchio regime e del regime attuale.
Ai primi di gennaio 2014, un primo contingente di 341 militari libici provenienti da Bengasi, Misurata e Tripoli, e comandati dal colonnello Muhammad Badi e da altri 34 ufficiali e sottufficiali, iniziava l’addestramento presso l’80° Reggimento addestramento dell’Esercito italiano, a Cassino, nel quadro dell’Accordo di cooperazione bilaterale nella Difesa Italia-Libia, firmato a Roma il 28 maggio 2012. L’addestramento riguarda la “formazione in Italia di più gruppi, scaglionati nel tempo, provenienti dalle regioni di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan” curata da Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri, volto a ricostruire le forze armate libiche. I nuovi soldati “supportano la Libia libera“, dichiarava il tenente-generale Claudio Graziano, Capo di stato maggiore dell’esercito italiano, durante una visita alla base di Cassino il 18 gennaio 2014. “Un forte esercito diventerà punto di riferimento per la democrazia e la sicurezza“. Graziano continuava affermando che “Nessuno di loro era nell’esercito del Colonnello Gheddafi“. Come deciso al G8 di Lough Erne del giugno 2013, Italia e Regno Unito addestreranno 4000 militari all’anno, gli Stati Uniti 6000, la Turchia 5000 e la Francia addestrerà la polizia. Inoltre, è presente in Libia la Missione Italiana in Libia (MIL) avviata il 1° ottobre 2013 in sostituzione dell’operazione “Cyrene” attuata nell’ottobre 2011. “La Missione Italiana in Libia ha lo scopo di organizzare, condurre e coordinare le attività di addestramento, assistenza e consulenza nella Difesa” con il CNT, affermava il Capo di stato maggiore italiano, l’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli. “Si articola in una componente interforze permanente, e in una componente ad hoc costituita da gruppi mobili formativi, addestrativi e di supporto, secondo le esigenze delle forze armate libiche”. L’addestramento in Libia era iniziato nel dicembre 2012, con 20 agenti di polizia libici ammessi a un corso organizzato dai carabinieri. Nel 2013 vi furono altri corsi gestiti da ufficiali e sottufficiali della 2.nda Brigata Mobile dei carabinieri della MIL, che si occuparono anche dell’addestramento degli agenti dell’ordine pubblico e della Guardia di frontiera libici. Una trentina di militari della Guardia di frontiera seguirono un corso presso il COESPU (Centre of excellence for stability police units) di Vicenza, la scuola per le forze di polizia africane e asiatiche controllata dai Carabinieri e a cui partecipano anche effettivi statunitensi dell’Africom. Altri trenta agenti della Gendarmeria libica parteciparono a un corso presso la Scuola del Genio e Comando Logistico dell’Esercito di Velletri  sulle “tecniche di bonifica degli ordigni esplosivi convenzionali” e la manutenzione dei blindati Puma, di cui una ventina era stata ceduta ai libici il 6 febbraio 2013, durante la visita a Tripoli dell’allora ministro della Difesa ammiraglio Di Paola, per siglare un accordo tra Italia e Libia sui programmi “di cooperazione, anche tecnologica, nelle attività di controllo dell’immigrazione clandestina, di supporto nazionale alla ricostruzione della componente navale, sorveglianza e controllo integrato delle frontiere”.
Nel luglio 2013, una delegazione della marina libica aveva visitato l’Accademia navale di Livorno, la base degli elicotteri della marina di Luni e il Comando delle Forze contromisure mine (Comfordrag) di La Spezia. E a fine ottobre Tripoli annunciava l’accordo con Roma e la Selex ES di Finmeccanica per installare il sistema di sorveglianza radar Land Scout sia sulle coste che lungo le frontiere terresti libiche. Infine, il 28 novembre 2013, i ministri della Difesa Mario Mauro e Abdullah al-Thini firmarono un memorandum per l’impiego degli UAV Predator del 32° Stormo dell’AMI, stanziati a Sigonella e a Trapani-Birgi, nella sorveglianza dei confini meridionali della Libia. Il ministro Mauro aveva dichiarato che “nell’ottica dello sviluppo delle capacità nella sorveglianza e nella sicurezza marittima, è emersa anche la possibilità di imbarcare ufficiali libici sulle unità navali italiane impegnate nell’Operazione ‘Mare Nostrum’, nonché di avviare corsi di addestramento sull’impiego del V-RMTC (Virtual Maritime Traffic Centre)”. In precedenza, nel marzo 2012, il generale Abdal Monaym, responsabile delle pubbliche relazioni del ministero degli Interni del CNT, annunciò che la Libia aveva ricevuto l’offerta di 68 Mirage 2000-9 dagli Emirati Arabi Uniti e di altri 12 Mirage 2000-5 dal Qatar. In seguito il tutto sfumò. Quindi nel giugno 2013, in Francia iniziarono ad addestrarsi sui Mirage 2000 alcuni piloti libici. Ma attualmente ciò che resta delle attrezzature e del personale dell’aeronautica libica non può far volare che una dozzina di aeromobili.
Sabha-mapIl 12 gennaio 2014, il viceministro dell’industria Hasan al-Druin veniva ucciso a Sirte da ignoti. Al-Druin era un membro del CNT. Quello stesso giorno, si ebbero almeno 15 morti negli scontri a Sabha. Infatti, il 18 gennaio il governo del CNT dichiarava lo stato di emergenza dopo che gruppi della resistenza jamahiriyana avevano assalito e occupato le due basi militari di Sabha e la vicina base aerea di Taminhant. Negli ultimi mesi a Sabah e nel Fezzan vi erano stati diversi scontri fra la tribu Tubu, che vive tra Libia, Ciad e Niger, e la tribù Uggeche. Tali scontri si sono trasformati in una sollevazione filo-jamahiriana contro il CNT. Le milizie filo-CNT degli Uggeche avevano avuto il sopravvento con la caduta della Jamahiria, compiendo per mesi gravi crimini, assassinando avversari e oppositori. A gennaio, dopo l’omicidio di un capo della tribù Tubu, gli scontri si tramutarono nella sollevazione antigovernativa di un neonato fronte che riunisce diverse tribù che rivendicherebbero la Jamahiria, prendendo il controllo di Sabha e del Fezzan. A quel punto sono iniziati i bombardamenti aerei sul Fezzan effettuati probabilmente dalla forza aera francese dislocata a Ndjamena, capitale del Niger, e da velivoli pilotati da mercenari qatarioti e turchi, causando 75 morti e 200 feriti tra la popolazione di Sabha. Le milizie del CNT attaccavano anche Sawani bin Adam, presso Tripoli. Nel frattempo, il portavoce del ministero della Difesa Abdul-Raziq al-Shabahi affermava che “La situazione nel sud ha aperto la porte a dei criminali, fedeli al regime di Gheddafi, per cogliere l’opportunità di attaccare la base aerea militare di Taminhant“. Il primo ministro Ali Zaydan alla TV confermava che la resistenza jamahiriyana era entrata nella base aerea di Taminhant, presso Sabha, a 770 chilometri a sud di Tripoli. Inoltre, Zaydan inviava il ministro della Difesa a Misurata con l’ordine di radunare le milizie islamiste ed inviarle contro Sabha. Nel frattempo, forze nazionaliste libiche si manifestavano anche ad Aghedabia, Marsa al-Braga, Ras Lanuf, Saluq e Tobruq.

Riferimenti:
Ahmed Kadhafi: “Les Libyens vont reprendre le contrôle de leur pays”, 5 dicembre 2013
Libyan cabinet minister shot dead in hometown, 12 gennaio 2014
La Libye se prépare à recevoir des Mirages 2000, 13 gennaio 2014
La Libia ha dichiarato lo stato di emergenza: i combattenti pro-Gheddafi prendono una base militare nel sud del Paese, Tripoli lancia attacchi aerei e invia l’esercito, 19 gennaio 2014

Alessandro Lattanzio, SitoAurora

Libia: campo di battaglia tra occidente ed Eurasia

Libia al collasso: Stati Uniti ed alleati intensificano le misure di emergenza

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 24/11/2013

libia-petrolioSono passati due anni dall’intervento in Libia della NATO per il cambio di regime. L’organizzazione violò sfacciatamente la risoluzione delle Nazioni Unite per permettere alle forze antigovernative di rovesciare il regime di Gheddafi e gettare il Paese nel caos.

I recenti avvenimenti suscitano crescente preoccupazione
Tre episodi chiaramente collegati hanno focalizzato l’attenzione sulla Libia, ultimamente. Il primo incidente è stata la palese violazione della sovranità della Libia della squadra delle forze speciali statunitensi (SOF) che aveva sequestrato Abu Anas al-Libi, presunto operativo di al-Qaida, il 5 ottobre. Presumibilmente l’azione fu intrapresa con il consenso del governo della Libia. Il secondo incidente è stato senza dubbio la risposta all’operazione delle SOF quando il primo ministro Ali Zaidan fu rapito pochi giorni dopo. Il terzo incidente fu lo stato di emergenza di 48 ore dichiarato nella capitale Tripoli, il 16 novembre, quando migliaia di manifestanti presero d’assalto il quartier generale della milizia di Misurata. Molti i morti e centinaia i feriti. Il primo ministro libico Ali Zaidan aveva detto: “L’esistenza di armi al di fuori dell’esercito e della polizia è pericolosa”, aggiungendo “Tutte le milizie armate devono lasciare Tripoli senza eccezioni”. Secondo il primo ministro libico tutte le milizie devono riunirsi alle forze governative regolari entro il 31 dicembre, altrimenti il governo sospenderà i versamenti ai loro governi regionali.

Sull’orlo del collasso
Le divisioni tra laici e islamisti si radicalizzano ulteriormente nel parlamento di Tripoli, e la stesura di una costituzione post-Gheddafi viene ritardata da mesi. L’illegalità è diventata una caratteristica quotidiana: le ambasciate straniere sono attaccate (l’ambasciata russa è stata attaccata ai primi di ottobre), le milizie rivali e i rami di al-Qaida competono per il potere e le frontiere del Paese sono porose. Il potere politico nasce ancora dalla canna del fucile che i miliziani chiaramente controllano in assenza dell’esercito e della polizia, seguendo la propria agenda. Nella Cirenaica, milizie e tribù locali hanno bloccato l’attività dei porti e campi petroliferi nell’est chiedendo una quota maggiore di potere politico e di proventi petroliferi. Questa regione, nota come Barqah, era storicamente emarginata, mentre l’80% delle riserve accertate di petrolio della Libia e diversi porti strategici e raffinerie di petrolio si trovano sul suo territorio. Il blocco costa al Paese circa 130 milioni di dollari al giorno, esacerbando ulteriormente le difficoltà economiche. La produzione nazionale di petrolio è già scesa dai circa 1,5 milioni di barili al giorno dell’era Gheddafi a soli 150000 barili al giorno, secondo le statistiche della National Oil Corporation pubblicate a settembre. La creazione di una compagnia petrolifera separatista che sarà responsabile delle esportazioni è stata avviata insieme al piano per istituire una banca centrale orientale. La potenziale secessione della Cirenaica sarebbe un disastro economico per la Tripolitania e il Fezzan, e sarebbe un precursore del conflitto armato che permetterebbe alle milizie terroristiche di allargare la loro autorità e influenza. Il ministro delle Finanze ha detto che la preparazione del bilancio 2014 sarà ritardata mentre il governo lotta per raccogliere informazioni dal maggior numero di enti dai bilanci separati. La stime dell’intelligence inglese sostengono che il governo libico controlla solo 20 dei 400 depositi di armi nel Paese, e circa 3000 missili antiaerei portatili utilizzabili per abbattere aerei civili mancano. La Russia ha recentemente evidenziato i pericoli posti dai 6400 barili di uranio yellowcake mal custoditi e scoperti nei pressi della ex roccaforte di Gheddafi di Sabha, che i gruppi di al-Qaida sorvegliano.
Non c’è dubbio che la Libia sia pervasivamente armata. Presumibilmente, ogni famiglia è in possesso di armi acquisite nelle incursioni negli arsenali di Gheddafi. Gli incidenti dimostrano che le capacità del governo di Tripoli impallidiscono rispetto a quelle delle milizie.

Gli USA rispondono alla situazione
Secondo Chris Carroll di Stars and Stripes, l’esercito degli Stati Uniti valuta una missione per addestrare personale della sicurezza libico, con l’obiettivo di creare una forza di 5000-8000 soldati convenzionali e una piccola unità specializzata nelle missioni antiterrorismo, secondo il comandante dell’United States Special Operations Command. Non è stato deciso dove si svolgerebbe l’addestramento, hanno detto gli ufficiali, ma la missione globale sarebbe organizzata dal Comando militare per l’Africa. La Bulgaria è stata indicata come possibile Paese ospite. Il portavoce del Pentagono colonnello Steven Warren ha detto che i dettagli dell’addestramento sono ancora in fase di elaborazione, tra cui quali unità dell’US Army l’avrebbero condotto e quali unità libiche l’avrebbero ricevuto. “Siamo in trattative con i libici sull’esatto numero (di truppe), ma siamo pronti a fornire l’addestramento a 5000-8000 soldati”, ha detto Warren. “Si tratta essenzialmente di addestramento basico”. L’ammiraglio William McRaven, capo del Comando Operazioni Speciali degli Stati Uniti, ha detto che il progetto coinvolgerà forze per le operazioni convenzionali e forze speciali. Secondo il New York Times, l’ammiraglio McRaven e altri ufficiali hanno notato che l’evoluzione della strategia per la sicurezza nazionale del Pentagono prevede la costruzione di  capacità antiterrorismo presso le forze delle nazioni alleate e partner, piuttosto che far effettuare missioni sul terreno alle truppe statunitensi. Anche un piccolo numero di militari degli Stati Uniti si era recato in Libia per assistere alla pianificazione. Come notano le fonti, gli ufficiali statunitensi dicono che il governo libico ha tranquillamente chiesto assistenza sulla sicurezza agli Stati Uniti, dando tacita approvazione a due operazioni dei commando statunitensi nel Paese.
Ad aprile-maggio un reparto dei marines statunitensi di stanza in Spagna fu spostato alla Naval Air Station di Sigonella in Sicilia, Italia, per essere avvicinato alla Libia per improvvise necessità a Tripoli. Tale elemento da parte della nuova forza di reazione rapida basata nella base aerea di Moron nel sud della Spagna, per avviare un rapido intervento in Africa settentrionale. Pienamente operativo, l’apparato dovrebbe decollare entro sei ore dall’arrivo degli ordini. La squadra di 500 elementi, che deve essere pronta entro 30 giorni, comprenderà 225 marines equipaggiati al combattimento assieme a specialisti d’intelligence e comunicazioni, più altri 225 effettivi per la manutenzione dei sei V-22 Osprey e dei due velivoli da rifornimento KC-130 che costituiscono il reparto aereo dell’unità, per aerotrasportarla al momento richiesto. La capacità di rifornimento permetterà agli Osprey di volare per maggiori distanze senza atterrare. I marines saranno dotati di mitragliatrici, mortai e lanciagranate. Nell’ambito degli sforzi del Corpo dei Marines per rafforzare la sicurezza delle ambasciate in particolare, vengono aggiunti altri 1000 marines alla forza di guardia dell’ambasciata, raddoppiandone le dimensioni e aumentando la forza delle singole squadre delle ambasciate nelle aree di maggiore minaccia, ed istituendo una squadra speciale di 100 marines  negli Stati Uniti che potrebbe rapidamente recarsi nell’area richiesta per sostenere le guardie di un’ambasciata in caso di pericolo.

La NATO e l’UE pronta a contribuire
Questo agosto lo Stato Maggiore libico ha annunciato l’invio all’estero di centinaia di soldati per l’addestramento nell’ambito dei piani per la ricostruzione delle forze armate libiche. “E’ stato concordato con Italia, Turchia e Gran Bretagna di addestrare unità militari per tre mesi e per ogni gruppo”, aveva detto a Lybia Herald il portavoce del Capo di Stato Maggiore, colonnello Ali Shiaqi. Il primo ministro Ali Zaidan aveva partecipato al vertice del G8 di giugno, in Irlanda del Nord, dove  Stati Uniti, Italia, Francia e Regno Unito accettarono di addestrare i soldati libici nell’ambito dei piani per ricostruire l’esercito libico. Anche la Turchia è coinvolta nel programma. Dei programmi, il Regno Unito ha accettato di ospitare 2000 militari libici nei corsi di addestramento di dieci settimane, alla fine di quest’anno, per aumentarne la professionalità. E’ stato poi riferito che i soldati sarebbero stati addestrati negli elementi basilari e nel comando della fanteria, in una base dell’esercito inglese nel Cambridgeshire, a circa 80 chilometri da Londra. Il personale che avrebbe superato gli opportuni test medici e fisici sarebbe stato inviato in Inghilterra in piccoli gruppi, una volta iniziati i corsi. Secondo gli osservatori della missione ‘civile’ dell’UE sui confini della Libia, essa infatti deve addestrare forze paramilitari, nell’ambito dell’ampio sforzo europeo e degli Stati Uniti d’impedire che la Libia diventi uno “Stato fallito”. L’obiettivo è migliorare la capacità operativa delle “Guardie di frontiera (BG)” e della “Guardia costiera (NCG)” della Libia. Le unità fanno parte del ministero della Difesa della Libia. Il BG, una gendarmeria di circa 9000 effettivi responsabili delle frontiere terrestri è, secondo il documento dell’UE, sotto il “comando diretto” del “capo di Stato Maggiore” dell’esercito libico. Della NCG, 6500 uomini che si occupano delle frontiere marittime, si afferma lo stesso. La missione europea di assistenza alle frontiere (EUBAM) si occuperà dei “battaglioni” di BG e NCG, li addestrerà in luoghi sicuri e li “rischiererà” per le missioni. L’EUBAM ha stanziato 120000 euro all’anno per acquistare immagini satellitari classificate. La delicatezza del suo lavoro è evidenziata anche dal personale dell’UE presso l’intelligence libica. L’Italia attua programmi sulla sicurezza nella difesa e negli interni. Ha anche inviato una nave della marina per fermare “il contrabbando di armi” nelle acque libiche, ripristinando sette navi militari libiche e donando 20 veicoli blindati VBL Puma. La Francia addestra circa 200 militari e poliziotti, tra cui 75 guardie del corpo per proteggere i vip libici. La Germania contribuisce garantendo la protezione del centro di ricerca di Tagiura e i depositi dei missili antiaerei spallegiabili della Libia, così come nel controllare le armi chimiche. Il Regno Unito ha introdotto una “gruppo di assistenza alla difesa” nel ministero della Difesa libico e sviluppa una “unità per operazioni congiunte”. Danimarca, Grecia, Malta, Paesi Bassi, Spagna e Romania hanno programmi più piccoli. La NATO crea anche una squadra di 10 consiglieri militari a Bruxelles per “visitare la Libia per brevi periodi” e “fornire consulenza alle autorità libiche per la realizzazione delle istituzioni per la difesa”.
I tre interventi militari stranieri occidentali di questo secolo, in Iraq, Afghanistan e Libia, erano  finalizzati al cambio di governo e, in realtà, sono tutti finiti in un disastro. I paralleli della Libia con l’Iraq e l’Afghanistan sono negativamente suggestivi. Non importa che tipo di regime sia stato rovesciato, la conseguente mancanza di legge e ordine ha comportato pericoli maggiori e instabilità che hanno interessato gli Stati confinanti. In ognuno di questi casi di “nation building” i militari furono dispersi, i governi sciolti, la magistratura smontata e le bande armate e le milizie lasciate libere di scatenarsi diffondendo anarchia. Poco o nulla fu fatto per sostituire il caos creato con un nuovo ordine. L’aumento della criminalità in Libia, l’economia distrutta e la mancanza di controllo politico sulle diverse tribù hanno aggravato la situazione in Libia in 2 anni. Ora gli Stati Uniti e i loro alleati prendono provvedimenti per cambiare atteggiamento e intervenire assistendo i militari e la sicurezza. Come si può vedere alcuni elementi in uniforme sono già presenti. Ma gli sforzi significano spese. Sono grandi le probabilità che passo dopo passo Stati Uniti e loro alleati europei siano coinvolti nel pantano di anarchia e caos nel tentativo di far restare la Libia uno Stato filo-occidentale in una regione instabile. La politica “senza stivali sul terreno” può fallire anche se “alcuni stivali” vi sono già, mentre altri operano dentro e fuori il suolo libico. È estremamente difficile prevedere qualcosa in Medio Oriente, ma il compito di migliorare le cose in Libia è arduo, una vera e propria scalata. L’occidente sconta i propri errori di cui fu avvertito quando passò ad aggredire la Libia, dopo non aver appreso le lezioni di Afghanistan e Iraq.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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