Jebel Shambi: fine dello Stato o terra di nessuno tunisina

Saif bin Qeder Tunisie-Secret 1 maggio 2013

Lo scontro tra terroristi tunisini ed esercito algerino al confine. Altri scontri tra terroristi ed esercito tunisino nel Jebel Shambi. Saif bin Qeder torna su questi gravissimi eventi che annunciano un futuro pericoloso e la fine del governo tunisino.

armé1I fatti del Jebel Shambi non possono essere trascurati, come vorrebbe Sua Eccellenza il Capo del non Governo nella sua nota informativa, avendo registrato il dodicesimo ferito in questa gravissima aggressione del terrorismo sul nostro suolo. Se si guarda da vicino, ma non troppo vicino ché ho già le vertigini, i fatti si rivelano molto più gravi di un semplice errore tecnico o mancanza di reattività o  coordinamento. Si tratta infatti di uno Stato destrutturato a diversi livelli, che probabilmente sarebbe entrato nello stadio terminale, in procinto di cedere il proprio territorio e ciò che rimane della sovranità. Dite che forse sono eccessivo, forse, ma vi invito a rivedere quello che vedo in questi eventi.

Dal lato del commando terrorista
Quello che possiamo constatare in una prima valutazione, tracciando il numero di mine piazzate e il loro aspetto, si può facilmente dedurre l’importanza logistica di cui i membri di questo gruppo hanno goduto nel poter trasportare questa quantità di mine, dato il peso e i volumi differenti delle mine antiuomo e di quelle anticarro (entrambi i tipi sono stati individuati), oltre al numero di combattenti nell’intera missione, che si stima presenti a decine.
Il tempo impiegato per farli spostare e mimetizzare sul terreno è notevole, svelando una completa assenza di capacità di monitoraggio terrestre e aereo; anche una squadra di guardie di un qualsiasi parco avrebbe fatto meglio.
Allo stesso tempo, ci si confronta con la prova inconfutabile del fatto che questa squadra abbia goduto di un’opera di ricognizione per la localizzazione del campo da costituire, ad opera di un altra cellula locale che non necessariamente avrebbe partecipato alle operazioni militari in programma per il futuro, dal momento che avrebbe dovuto garantire l’approvvigionamento di cibo e altre necessità di base dalle aree adiacenti.
Va rilevato che i tipi di mine anticarro scelti dal commando la dicono lunga sulla sua nuova strategia, ben oltre le attività di traffico di armi, diventate quasi banali e poco interessanti; inserendo la Tunisia direttamente quale obiettivo militare distruggendone ciò che resta delle sue strutture, e in preparazione di un’altra offensiva contro il suo corpo armato, che userebbe le armi pesanti. Il messaggio non potrebbe essere più chiaro: il terrorismo andrà fino in fondo e questo è il momento più opportuno.
Ora, se facciamo un incrocio con altri fatti relativi a depositi di armi leggere e semi-pesanti nel cuore di grandi aree urbane del Paese, ci rendiamo conto che ci sono altre operazioni simultanee o in successione in queste aree, per trascinare i corpi in una guerra asimmetrica, mettendo i terroristi in netto vantaggio.

La parte dei media e della società civile
Il coinvolgimento di diverse parti della società civile in un’opera di legittimazione del terrorismo, senza precedenti nella storia della Tunisia, difatti di legittimazione del terrorismo, è illustrata sia dalle deboli reazioni di condanna dell’apatia del corpo di sicurezza davanti all’avanzare dei gruppi che predicano l’ideologia della morte e le virtù degli attentati suicidi, sia nei luoghi pubblici, privati e nelle moschee, da essi controllate, secondo i dati del ministero del culto, per il 40% del totale in tutto il territorio della repubblica. D’altra parte, la mancanza di specializzazione nel campo della sicurezza nazionale nelle varie organizzazioni della società civile, a parte l’Associazione Tunisina per gli studi strategici e le politiche di sicurezza globale, ha lasciato campo libero all’indolenza del governo. Senza dimenticare anche l’immensa responsabilità dei media locali che partecipano a questa ondata di legittimazione, concedendo ai seguaci tunisini di bin Ladin lo spazio in cui versare il loro veleno con l’impunità e la complicità, volontarie o involontarie, delle reti interessate. Mi ricordo di un programma scioccante, prodotto e trasmesso da Watanya 2, dove uno dei boss della operazione terroristica di Suleiman veniva presentato quale eroica vittima del regime ZABA, valorizzando al volo anche i suoi coraggiosi tentativi di fuggire dalla prigione al-Rumi, per non parlare di altre piattaforme che invitano alcuni campioni di questi fanatici, tornati di fresco dalla Siria, che ci espongono con orgoglio e senza vergogna le loro attività criminali internazionali. Al più allucinante, ti suicidi!

Dal lato di Cartagine e della Qasba
kasserine_tunisiaTutto è iniziato nel più anarchico dei tempi moderni di un Paese sottosviluppato come il nostro. Non si è badato a spese per rastrellare i terroristi nelle nostre prigioni e cacciarli da tutte quelle istituzioni non igieniche per la loro salute morale. Ma sono stati tutti liberati! In breve, in questo caso non si può tornare indietro, ma almeno si può cercare di mettere fine a questa storia della fine della Repubblica tunisina. Rimprovero il regime attuale che consegna una curiosa e calorosa accoglienza, riservata alle guide spirituali e ai leader ideologici di questi assassini dal presidente di quella che si chiama ancora Tunisia. Un incontro, tra gli altri, che rientra nel tentativo di alzare il morale delle truppe. La questione è di quali truppe stiamo parlando? Le loro o le nostre? E se aggiungiamo l’ultima proroga dello stato d’emergenza con una decisione unilaterale e incosciente che ci costa l’abbandono di una delle ultime competenze rimaste al capo della difesa, penso che non si può non considerare ul vero declino cui siamo sottoposti.
Dal lato del governo, i segnali della complicità e di una diretta implicazione sono scoraggianti. In primo luogo la nostra ambasciata a Tripoli e il consolato di Bengasi partecipano e organizzano gite a titolo definitivo in Turchia per i “mujahidin” tunisini diretti ad Aleppo. L’intelligence generale dell’ambasciata non ha comunicato nulla su quantità e tipi di armi e quali percorsi hanno seguito prima di raggiungere i loro depositi di destinazione, sparsi su tutto il territorio. Questa stessa mancata informazione è ancora sorprendente in relazione ai movimenti dei gruppi armati ai nostri confini con l’Algeria. Ciò si lega alla mancanza di coordinamento con le autorità confinanti e soprattutto al completo fallimento strategico e tattico nell’intervento preventivo e nella controffensiva.
Ahimè, questo non è tutto. Secondo le testimonianze di quei poveri soldati, vittime delle esplosioni, si scopre che i nostri confini sono deliberatamente abbandonati dalle forze di polizia e dalla Guardia Nazionale, su ordine di non si sa di chi, cosa di cui lo stesso ministro ignora l’origine. Oltre alla terribile mancanza di attrezzature di base, al punto che qualcuno di loro sostiene di aver dovuto comprare la propria uniforme. Che dire quindi di armi specifiche, immagini satellitari, accessori sofisticati, unità mediche mobili e altri dispositivi che non posso elencare. Al dessert di questo menu hitchcockino, ho messo la componente legale. In realtà, non c’è nessuna legge che criminalizza l’ideologia o la propaganda jihadista. Questo ci ha permesso di assistere a un dibattito per le strade di Kasserine, ancora più terribile del film del Jebel Shambi sui benefici delle mine, guidato da una banda di jihadisti residenti nel quartiere Nour, che mi trattengo dal qualificare popolare per non incentivare la confusa conclusione che terrorismo e povertà vanno di pari passo.

Conclusione
Alla fine, come non accusare il regime di complicità, soprattutto quando s’inseriscono questi eventi in un quadro geopolitico regionale che cospira contro il governo algerino, basandosi proprio su questi gruppi armati nelle zone di confine, e quando un sospetto schieramento militare degli Stati Uniti si è appena verificato in una base spagnola, dedicata a un potenziale e rapido intervento su Algeri, dato lo stato del regime, descritto fragile, come lo stato di salute del suo Presidente! In ogni caso, il governo tunisino non c’è.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ed ecco l’islamo-sionismo in tutto il suo splendore

Karim Zmerli Tunisie-Secret 6 maggio 2013

396972L’ultima aggressione israeliana contro la Siria, se necessario, conferma l’alleanza tattica e strategica tra islamisti e sionisti, tra Arabia Saudita, Qatar e Turchia, da una parte e Israele, Stati Uniti d’America ed Europa dall’altra. Un’alleanza assai vecchia, nonostante le apparenze e la propaganda islamista. Coloro che ancora non capiscono la “primavera araba” e la “rivoluzione dei gelsomini” si diano una svegliata.
Contro ogni previsione e per il dispiacere degli pseudo-rivoluzionari, la Siria non è caduta come la Tunisia, la Libia, l’Egitto e, in misura minore, Yemen e Marocco. Peggio per i soldati della NATO e i mercenari dell’imperialismo che si pretendono rivoluzionari, l’esercito arabo siriano negli ultimi sei mesi ha decapitato coloro che si definiscono ELS, cioè la Fratellanza musulmana siriana, la barbarica al-Qaida e gli islamo-terroristi stranieri (ceceni, tunisini, libici, sauditi, taliban, australiani, francesi, belgi, inglesi…) che hanno risposto alla Jihad invocata da Qaradawi, Rashid Ghannouchi e John McCain! L’eliminazione della mafia islamista s’è accelerata negli ultimi due mesi, nonostante il sostegno politico, mediatico, diplomatico, finanziario e militare degli “amici” degli arabi e dei  “difensori” della democrazia.
Notando questo triste fallimento, davanti a un esercito patriottico e a una popolazione che non vuole la “primavera araba”, Israele ha abbandonato la sua “neutralità” nel disperato tentativo di salvare la sua quinta colonna in Siria. Neutralità solo relativa, poiché dall’avvio su Internet della campagna The Syrian Revolution, nel febbraio 2011, operazione in cui i cyber-collaborazionisti tunisini  hanno avuto un ruolo centrale, i servizi israeliani erano già coinvolti. In pieno coordinamento con l’emirato wahhabita del Qatar, che un filosofo tunisino ha chiamato Qatraele, e del governo islamista turco, Israele ha supportato militarmente e logisticamente i “ribelli”. Oltre alla distruzione della Siria, che gli si oppone da mezzo secolo, l’interesse di Israele è ovvio: la vendetta su Hezbollah che gli ha inflitto un’umiliante sconfitta nel 2006, e spezzare l’asse Teheran-Damasco-Beirut per isolare l’Iran fino ad attaccarlo con i suoi nuovi alleati sunniti.
Contrariamente alla disinformazione della maggioranza dei media occidentali, secondo cui aerei da guerra israeliani hanno bombardato “depositi di missili Fateh-110 trasportati dall’Iran per Hezbollah“, gli attacchi del 4 e 5 maggio erano volti a salvare gli islamo-terroristi e ad allentare la presa sui mercenari dell’imperialismo e del sionismo nella regione di Ghouta, un sobborgo di Damasco. Questa aggressione, salutata dagli “Allah Akbar” della milizia islamo-terrorista, prendeva di mira anche il centro di ricerca militare di Jamraya, a nord di Damasco, che era già stato attaccato a fine gennaio dagli aerei da guerra israeliani. Inoltre, è stata presa di mira una caserma. Secondo RussiaToday, queste incursioni avrebbero causato centinaia di morti (in realtà ‘solo’ quattro. NdT). Dei venti velivoli che hanno condotto il raid, due sono stati colpiti dalla difesa aerea e un terzo è stato abbattuto. Entrambi i piloti, Samuel Azar ed Eysson Gary, sono stati catturati.
Mentre la Lega Araba, che dalla “rivoluzione dei gelsomini” è diventata preda dello sceicco  Hamad, ha solo lanciato un vago appello al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e la presidenza egiziana vede in questa “aggressione”, “una violazione dei principi e del diritto internazionale, che (…) minacciano la sicurezza e la stabilità della regione“, come era perfettamente prevedibile, l’usurpatore del governo tunisino, proposto da John McCain e Joe Lieberman, riveduto e corretto dallo sceicco Hamad e dalla sceicca Moza, non ha per nulla risposto a questa aggressione contro la Siria. Normale per un governo venduto e vassallo, il primo a rompere le relazioni diplomatiche con la Siria, mentre la Tunisia ospitava il primo congresso dei traditori e mercenari siriani.
Il silenzio del governo dei vassalli tunisini è così insopportabile che anche il serissimo sito Kapitalis ha dovuto reagire in modo insolito: “Né Moncef Marzuqi, primo responsabile della diplomazia tunisina, né Ali Larayedh, da cui dipende il ministero degli Esteri, né ancora il ministro responsabile di questo reparto, il cosiddetto diplomatico Othman Jarandi, si sono sentiti in obbligo di pubblicare una dichiarazione, anche concisa, di condanna, accennata e pro forma, dell’attacco dell’aviazione militare israeliana contro il Centro di Ricerca Scientifica Jamraya a Damasco, nella notte tra sabato e domenica… Marzuqi e Larayedh attendono istruzioni dall’emiro del Qatar e dal suo ministro degli esteri, per sapere che posizione prendere?” Ci rassicurano i nostri colleghi di Kapitalis, secondo cui  il governo usurpatore e venduto di Tunisi, alla fine rilascerà una dichiarazione che condanna l’aggressione israeliana, come del resto l’emirato del Qatar, per anestetizzare la piazza araba.  Mentre il governo degli Stati Uniti ha già giustificato l’aggressione israeliana nella sua solita formula: “Israele ha il diritto di difendersi dagli Stati che minacciano la sua sicurezza“!
Dalla “rivoluzione dei gelsomini”, che ha annunciato la “primavera araba”, gli israeliani avevano scelto il loro campo, i “democratici” contro la “dittatura”, i “diritti umani” contro la “tirannia”. In modo che le persone non capiscano niente, la propaganda cristiano-sionista ha convinto il pubblico arabo che Ben Ali, Mubaraq e Gheddafi fossero “agenti dell’America” e del “Mossad”, attribuendo il proprio tradimento e il proprio servilismo imperialista-sionista ai loro avversari politici. Con l’aiuto dei cyber-collaborazionisti, era stato detto che Ben Ali e Mubaraq avevano sparato sui manifestanti con proiettili dell’esercito israeliano, che ufficiali dell’esercito israeliano assistevano e consigliavano l’esercito di Gheddafi contro i mercenari di Bengasi…
Dalla “rivoluzione dei gelsomini” nel gennaio 2011, tutto era chiaro, tuttavia, per coloro che hanno una minima esperienza politica e conoscenza della geopolitica. Le cose diventano ancora più chiare quando il numero tre di al-Qaida, Abdelhakim Belhadj, e il numero uno del sionismo francese, Bernard-Henri Levy, erano mano nella mano nella distruzione della Libia. La stessa coppia incestuosa ha continuato la sua macabra crociata contro la Siria, sperando di finire lo sporco lavoro il più rapidamente possibile, per poi dedicarsi all’Algeria. Ma la Siria, governanti e governati, resiste. Ed è a causa della resistenza di questa grande Nazione che subito Israele è passato dal soft power alla forza bruta… svelando l’alleanza islamico-sionista.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il gioco del Qatar in Tunisia

Kapsa* Tunisie-Secret 1 maggio 2013

1763790_3_0413_rached-ghannouchi-chef-du-parti-islamiste_aa544e25556e509700f6ff417c7555f7Il riconoscimento tardivo dell’intellighenzia tunisina, in questo articolo di Kapsa, pseudonimo di un accademico franco-tunisino, esprime una malinconia che la dice lunga sulla disillusione nella società tunisina. Siamo lontani dall’euforia rivoluzionaria che la Tunisia ha vissuto due anni fa. L’articolo qui sotto è stato pubblicato l’1 maggio 2013, su Politique-Actu.com.

Due anni dopo lo scoppio di quella che è comunemente chiamata la “primavera araba”, cominciamo a capire meglio i pro e i contro di questa cosiddetta rivoluzione araba, che ha instaurato l’oscurantismo islamico e, soprattutto, degli incompetenti come Ghannouchi in Tunisia e Morsi in Egitto, con l’approvazione degli Stati Uniti e il finanziamento saudita-qatariota. Da quei giorni tristi si assiste alla messa in discussione delle conquiste, pagate a caro prezzo dalla Tunisia, un piccolo Paese con scarsi mezzi finanziari ma grandi capacità umane, alla sistematica distruzione delle basi storiche di questo Paese che ha sempre conosciuto e praticato l’Islam ampiamente contestualizzato e quindi aperto e tollerante. Da allora, è stato sostituito un regime certamente non democratico, ma moderno e laico, con i nuovi despoti attuali, dei piccoli “barboncini” ben addomesticati pronti a servire gli interessi stranieri, a cui sono in gran parte asserviti. Qualcuno potrebbe rispondere dicendo che questo è un complotto di gente al soldo del vecchio regime. La verità è che le persone, presumibilmente liberate, rimpiangono amaramente il passato regime, alcune arrivando a chiederne il ritorno oggi, rifiutando in blocco al-Nahda e il suo dilettantismo politico, accoppiato all’incompetenza permanente.
Quali sono le ragioni occulte di questi principi del deserto, afflitti dallo scherno e dall’ignoranza delle qualità del popolo tunisino, che ha cominciato a organizzarsi contro il complotto islamo-capitalista di cui la Tunisia è ostaggio? In effetti, tutto è partito dagli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti e dalla conseguente invasione dell’Afghanistan, poi gli statunitensi hanno cambiato strategia nell’affrontare le diverse correnti islamiche, mutando la posizione assunta fin lì, che considerava gli islamisti un pericolo e dei nemici da combattere. Il rovesciamento di valori e il cambiamento fondamentale nella strategia politica degli Stati Uniti, utilizzerà gli islamisti pentiti e cosiddetti moderati come nuovi guardiani degli interessi statunitensi nel mondo arabo. Lo strumento di questa nuova alleanza USA-islamista, lungi dall’essere un’alleanza contro natura, è stata la riproposizione del solito ritornello, in questo tipo di situazione, della costruzione della democrazia e dei diritti umani in questi Paesi, dove è vero che sono da lungo negate, ma con la cauzione e il sostegno degli USA stessi e dei loro “pupazzi” dell’Europa e dei Paesi arabi del Golfo. L’installazione di queste nuove dittature oscurantiste e reazionarie, obbedisce a determinate condizioni imposte dagli Stati Uniti:
1) accettare il controllo degli Stati Uniti sulle risorse energetiche, tra cui il petrolio del mondo arabo;
2) imporre lo Stato d’Israele come unica potenza regionale a spese dei legittimi diritti storici dei martiri palestinesi;
3) fermare definitivamente tutti gli attacchi e le attività terroristiche contro gli Stati Uniti ed i suoi interessi nel mondo;
Ma tutti sanno che i diritti umani sono l’ultima preoccupazione, o meglio l’ultimo “avatar”, secondo il genetista Axel Kahn, della missione civilizzatrice delle ex potenze coloniali e neo-coloniali di oggi. Per provarlo, basta controllare un libro di riferimento su tale diabolico piano degli Stati Uniti, scritto da Robert Dreyfus e dal suggestivo titolo “Devil’s Game. How the United States Helped Unleash Fundamentalist Islam“, pubblicato nel novembre 2005. Questi Paesi liberati affrontano oggi la crescente influenza del wahhabismo, considerato una forma estrema di Islam politico, manipolato dagli Stati Uniti, come l’autore fa notare in modo eccellente. Questo piano venne semplicemente accelerato dal presidente democratico Obama, quando salì al potere negli Stati Uniti. Va ricordato che il presidente Obama aveva un padre keniota musulmano, ed è cresciuto in un ambiente musulmano con un patrigno musulmano indonesiano, conosce bene questo tipo di Islam, piuttosto chiuso e rivolto al comunitarismo e all’isolazionismo, che contrasta con l’Islam maggioritario della nazione arabo-musulmana e in particolare nel Maghreb; parlo di un Islam ampiamente contestualizzato, tollerante, aperto al suo ambiente regionale e internazionale, come nel caso della Tunisia.
Va detto che all’arrivo di Obama alla Casa Bianca, gli islamisti non potevano sperare in un alleato migliore per iniziare finalmente la loro tanto attesa conquista del potere nel mondo arabo, dopo tanti anni di emarginazione e di repressione. Gli islamisti, però, sbagliano e quasi commettono un peccato imperdonabile facendosi tentare da una potenza straniera generalmente islamofoba che cerca solo di assicurare e perpetuare i propri interessi e quelli dei suoi alleati. In breve, questa nuova generazione di dittatori al servizio degli stranieri non si è ancora resa conto di quanto gli Stati Uniti saranno nemici della democrazia e della libertà dei popoli, quando i loro interessi vitali ne saranno toccati. Credo con convinzione alla strategia degli Stati Uniti per indebolire l’Islam e i musulmani con l’unico vero veleno che hanno trovato finora, gli islamisti, e che sembra avere effetto. E’ attraverso questa strategia diabolica e machiavellica che la leadership degli Stati Uniti s’inserisce nel mondo arabo, dopo l’assai controversa “primavera araba”. In altre parole, gli Stati Uniti di Obama sono passati da una certa ostilità per le correnti e le varie organizzazioni islamiche nel mondo, gran parte delle quali incluse nella lista completa dei movimenti terroristici, a quasi alleato strategico dei Fratelli musulmani e dei loro accoliti tunisini. E’ il piccolo Stato del Qatar responsabile dell’attuazione di questa strategia pericolosa, che porta in sé i semi di gravi conseguenze destabilizzanti per i vari Paesi, già alle prese con delle gravi sfide socio-economiche.
È il caso della Tunisia di oggi, dal momento che è il primo Paese ad aver vissuto questo grande inganno chiamato “primavera tunisina”, che non è altro che una grande truffa resa possibile dalla collusione di interessi che vanno ben oltre il popolo tunisino, che fino a ieri non vedeva, ma su cui oggi apre gli occhi, cominciando a chiamare le cose con il loro nome, e cioè che affronta una cospirazione imperialista-islamista, di cui inizia a coglierne i veri pericoli. Come spiegare altrimenti il sostegno quasi spontaneo delle principali monarchie del Golfo alla presunta rivolta tunisina? O anche come spiegare il sostegno finanziario e militare fornito dal Qatar e dall’Arabia Saudita ai cosiddetti combattenti per la libertà in Siria, che mettono in pericolo la stabilità del Paese e della regione nel complesso, vincolandola agli Stati Uniti e all’Europa in nome dei diritti umani e della democrazia? Chi sarà il prossimo Paese? Certamente l’Iran, il Libano e l’Algeria per poi finire il lavoro definendo un califfato che annetta tutti i Paesi così liberati.
Il coinvolgimento di Doha nella politica interna tunisina è totale fin dalla cacciata dell’ex presidente Ben Ali, con tutto il suo peso finanziario usato per far a vincere le prime elezioni tunisine ad al-Nahda, non così trasparenti come vogliono far credere, visto che tale Paese ha firmato assegni per circa 300 milioni per il partito islamista al-Nahda, per consentirgli di raccogliere il massimo dei voti e vincere le elezioni. Questa è solo la parte visibile di un iceberg; accordi segreti sono stati firmati con gli islamisti tunisini su una sorta di cassa di guerra per governare la Tunisia da Doha, con effetti su tutti gli Stati coinvolti in questa primavera araba.

Siria, uno Stato attaccato da mercenari…
Il colmo è che la Tunisia è diventata una retroguardia della Jihad islamica, da cui decine di giovani disoccupati, indottrinati, addestrati, vanno a combattere in Siria per conto della grande jihad, con la promessa di ricevere una notevole somma di denaro. Questi giovani non tornano, perché coloro che cadono vengono cremati sul posto, non lasciando alcuna prova della presenza di mercenari jihadisti. Dopo un periodo di indottrinamento questi giovani vanno al confine con la Turchia, dove finiscono in un conflitto di cui non capiscono assolutamente nulla, se non che sono lì a lottare per il trionfo dello stendardo dell’Islam. In realtà, questo piccolo regno del deserto non vuole perdere la faccia e non si fermerà davanti a niente per far cadere il regime di Bashar al-Assad, consapevole del fatto che oramai assai coinvolto in questa cosiddetta primavera araba. Doha non ha altra scelta che adempiere a questa strategia machiavellica musulmano-americanista. L’assai rimpianto Shuqri Bel Aid non si ingannava quando parlò di complotto israelo-statunitense, anche alla vigilia della sua morte, per dominare il mondo arabo-musulmano mettendo alla sua testa governi islamici incompetenti, dei dilettanti della politica.

Appello al popolo e al governo algerini…
La Tunisia è ormai ostaggio del Qatar, quindi penso che sarà difficile sfuggire al complotto, mentre l’islamista al-Nahda rimane al potere. Al-Nahda rende conto al Qatar, dal momento che questo movimento deve la sua vittoria agli aiuti finanziari versati da Doha, permettendogli di acquistare voti. Questo è il motivo per cui esorto i nostri amici algerini, prossimo obiettivo di questa grande manipolazione, d’investire in Tunisia per far fallire questo piano, in gioco vi sono il futuro e la sicurezza dell’Algeria. Infatti, l’Algeria dispone di oltre 250 miliardi di dollari, con cui gli sarebbe possibile salvare la Tunisia e se stessa dal complotto. Investendo solo 3 miliardi di dollari per ricostruire la Tunisia, tra cui la costruzione della strada che colleghi il nord e il sud a lungo emarginato, e che continua ad esserlo oggi a due anni dalla rivolta tunisina. L’Algeria può essere il miglior baluardo contro lo strisciante wahbabismo che minaccia la stabilità del nostro caro Maghreb e del mondo arabo. La prova più evidente è la decisione del Qatar di concedere un prestito alla Tunisia di 5 miliardi all’enorme tasso d’interesse del 3,5%, il più alto dei mercati finanziari internazionali, più di quello che il FMI può offrire, mentre il Giappone ha offerto la stessa cifra per un misero 0,5%.

Qatar, Stato terrorista?
Non è più un tabù dire che questo piccolo emirato è fortemente coinvolto nel finanziamento del terrorismo islamico, oggi, in Siria e Mali. Questa verità non rischia oggi di essere scoperta sulla stampa tunisina agli ordini dei principi zelanti del Qatar; è l’articolo di un giornale algerino The New Republic, che evidenzia chiaramente il ruolo detestabile di questo Paese su tutti i fronti. E’ stato pubblicato il 28 gennaio 2013, riprendendo un articolo pubblicato in Francia dal Canard Enchaîne del giugno 2012, dal titolo: “Il nostro amico del Qatar finanzia gli islamisti in Mali.” Questo Paese, infatti, finanzia i Fratelli musulmani egiziani, tunisini e i vari jihadisti in Siria, dopo che ha finito il suo sporco lavoro fornendo sostegno finanziario ai ribelli libici sostenuti dalla NATO, riuscendo ad abbattere Muammar Gheddafi, dopo aver supportato la sua cattura ed esecuzione sommaria, in condizioni di pura barbarie, indegne dell’islam e dei musulmani.
Il ruolo del Qatar va al di là del Nord Africa, il suo obiettivo è imporsi come  attore chiave nell’Africa occidentale, per via della sua lunga presenza in Mali. Questo Paese e i suoi vicini sono davvero interessanti, sostanzialmente per la ricchezza di materie prime che richiede notevoli investimenti e infrastrutture per essere sfruttata. Sappiamo che il Qatar si è recentemente specializzato nell’applicazione di questo tipo di servizio, non mancherà di fornire la sua esperienza, e Doha nel fare ciò cercherà di consolidare la sua presa sul continente. Il successo di questo gioco demoniaco, almeno per il momento, in Tunisia e in Libia, ha dato le ali a questo insignificante emirato, con una politica di disinformazione diffusa dal suo strumento propagandistico, la rete al-Jazeera, che si accontenta di prendere ordini, dimenticando i più elementari principi di etica giornalistica.
La Tunisia è una piccola parte di un più ampio piano di controllo dei Paesi che non rientrano nella linea wahhabita di Arabia Saudita e Qatar, che cercano anche di proteggersi dal presunto pericolo dell’asse Iran, Siria, Hezbollah. La verità è che cercano di non sprofondare nella Primavera Araba ed essere i prossimi obiettivi dei popoli di questa regione, volutamente tenuti nell’ignoranza totale dalla solita politica di pace sociale comprata con i proventi del petrolio e del gas. Sono fermamente convinto che sia davvero giunto il momento di affrontare, come un sol uomo questo piano distruttivo che gioca con la stabilità del continente, trasformando la Tunisia, Libia ed Egitto negli ostaggi dell’imperialismo islamo-capitalista. Oggi è la Siria, domani l’Algeria, il Libano, l’Iran e l’elenco è tutt’altro che esaustivo. Non si dimentichi il proverbio algerino che dice “Sono le buche scavate dai topi che fanno cadere il cavallo“.
Sì! La Tunisia sta vivendo un passaggio significativo nella sua lunga storia, è a un punto di svolta nella sua storia così ricca, tuttavia, resto fiducioso sul futuro della Tunisia, sulla tolleranza, la forza della sua capacità umana e sulla leggendaria comprensione del suo popolo. Un Paese che ha dato alla luce la prima costituzione moderna in un Paese arabo-musulmano, organizzando un potere politico fondato il 26 aprile 1861 da Mohammed Bey Sadoq, dopo la proclamazione del Patto Fondamentale del 1857, un movimento di idee che ha a lungo ispirato le successive generazioni di desturiani, che chiesero costantemente la costituzione dai primi anni del XX.mo secolo fino alla Costituente dopo l’indipendenza. Un Paese che ha vissuto una drammatica immersione nella modernità sotto Ahmed Bey (1837-1855). Un Paese che si distingue per la sua originalità, che ha abolito la schiavitù il 23 gennaio 1846, due anni prima della Francia (27 aprile 1848). Un Paese, patria di grandi riformatori coraggiosi come Qair al-Din Pasha ha spiegato nel 1868, e cito, “il futuro della civiltà islamica è legato alla modernizzazione“. Un paese, quello dello sceicco Mohamed Snoussi, che nel 1897 auspicava la promozione dell’istruzione delle bambine, o di Abdelqadir Thaalbi, che propugnava la rimozione del hijab, che Bourguiba aveva definito un “miserabile straccio.” Il Paese di Mohamed Bayram, Tahar Haddad, emblemi del moderno riformismo tunisino. Un Paese che si distinse per una serie di leggi rivoluzionarie assai avanzate per il loro tempo, intendo il “Codice dello statuto personale” che diede diritti alle donne tunisine, come il consenso necessario al matrimonio, la creazione della causa di divorzio e l’abolizione della poligamia, o ancora il diritto all’aborto medico e sociale nel 1969, cinque anni prima che venisse concesso lo stesso diritto alle donne francesi…
Questo Paese non può affondare nell’irrazionalità. Voglio credere che la Tunisia saprà sempre respingere i complotti e le strategie di destabilizzazione.

(*) Il signor  Kapsa è lo pseudonimo di un accademico franco-tunisino specialista in questioni geostrategiche. Lo ringraziamo per questo contributo e questa appello coraggioso.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qatar1

Vedasi: Qatar – L’assolutismo del XXI.mo secolo

La Turchia avrebbe usato armi chimiche in Siria

544174Christof Lehmann (Nsnbc) – La rinnovata recrudescenza diplomatica sull’uso di armi chimiche in Siria, con le bellicose minacce terroristiche del governo degli Stati Uniti, ha preso una piega sorprendente, mentre emerge che gli autori del crimine, assai probabilmente sono degli ufficiali turchi in Siria. Truppe e piloti turchi durante la settimana scorsa sono stati coinvolti in battaglie campali, al fianco del corpo mercenario terrorista di al-Nusra, nel tentativo di sequestrare la base aerea Ming vicino Aleppo, suscitando i sospetti che l’alleanza anti-siriana abbia preparato dei pretesti politici e militari per un altro intervento in stile Iraq e Libia.
Secondo fonti militari e il giornale siriano al-Watan, truppe di terra e piloti turchi sono direttamente coinvolti in battaglie campali per la base aerea di Ming, a nord della città siriana di Aleppo. Le truppe turche, secondo l’esercito siriano, combattono al fianco del corpo mercenario terrorista di al-Nusrah, affiliato ad al-Qaida, così come altre organizzazione di mercenari stranieri provenienti da Paesi come Tunisia e Libia. La presenza delle truppe turche nella battaglia per l’aerodromo di Ming non è la prima prova che ne indica la presenza operativa in Siria. I giornalisti hanno più volte documentato la presenza di ufficiali turchi in Siria, che distribuivano vasti carichi di armi alle brigate terroriste e mercenarie.
Nella base aerea di al-Ming, presso Aleppo, tuttavia le truppe turche avrebbero attivamente preso parte nelle battaglie campali contro l’esercito siriano. Secondo quanto riferisce il cosiddetto “Esercito libero siriano” la battaglia per conquistare e proteggere il campo d’aviazione presso Aleppo ha la priorità più alta. Mentre le battaglie campali tra forze siriane e il corpo di mercenari e truppe turche, che cercano di occupare l’aerodromo Ming “ad ogni costo” imperversa da giorni, l’attenzione dei media mondiali è perlopiù focalizzata sulla nuova recrudescenza diplomatica sulle armi chimiche. Il presidente degli Stati Uniti Obama ha già detto che l’uso di armi chimiche da parte dell’esercito siriano sarebbe un “cambio del gioco”. Durante l’ultima riunione degli Amici della Siria a Roma, il segretario di Stato statunitense ha affermato che “ci sarebbe bisogno di un ‘cambio del gioco‘”, e dalle ultime informazioni risulta che l’alleanza anti-siriana, guidata dagli USA, sia direttamente coinvolta nella realizzazione del “cambio di gioco”, o di un pretesto per aumentare la pressione militare contro la Siria, provocando un incidente con armi chimiche.
Il ministro delle Informazioni siriano, Umran al-Zubi, che all’inizio di questa settimana si è recato in visita ufficiale a Mosca su invito della Duma di Stato russa, in conferenza stampa ha dichiarato che “Le armi chimiche usate dai terroristi a Khan al-Assal, nella provincia di Aleppo, probabilmente erano arrivate dalla Turchia”. Al-Zubi ha sottolineato che “le accuse occidentali secondo cui l’esercito siriano ha usato armi chimiche a Khan al-Assal o altri settori non sono credibili”. La dichiarazione di al-Zubi è fortemente sostenuta dalla precedente produzione di false affermazioni e di prove fasulle di USA e Regno Unito su presunte armi di distruzione di massa, allo scopo di  creare un pretesto per l’intervento militare unilaterale e illegale. La dichiarazione di al-Zubi è inoltre supportata da una relazione sul sito del canale RussiaToday che riporta al-Zubi affermare che il missile che ha colpito Khan al-Assal è stato lanciato da una zona dove erano presenti i terroristi, non lontano dal territorio turco. Al-Zubi ha sottolineato che “il governo siriano ha preso l’iniziativa di chiedere un’indagine sulla vicenda e ha ribadito il sostegno della Siria a che esperti russi  conducano le indagini sull’uso di armi chimiche a Khan al-Assal”. Rispondendo ad una domanda sulle accuse occidentali, che sostengono che le armi chimiche sono state utilizzate dall’esercito siriano in altri settori, il ministro dell’Informazione ha detto: “Le accuse anglo-statunitensi e occidentali in generale, su quel piano non hanno alcuna credibilità.” Al-Zubi ha accusato l’occidente di essere direttamente responsabile di quanto accaduto a Khan al-Assal, dicendo: “Ora vogliono nascondersi dietro queste chiacchiere ‘false e inventate’ per giustificare il loro silenzio e fallimento sulla missione d’inchiesta richiesta dalla Siria, cercando così di scagionare i terroristi”.
Mentre i principali media mondali si concentrano sul presunto utilizzo di armi chimiche da parte dell’esercito siriano, ignorano l’importanza del fatto che truppe turche, e di fatto della NATO, siano direttamente coinvolte nelle operazioni contro l’esercito siriano, e che truppe turche/NATO combattano al fianco di organizzazioni terroristiche sponsorizzate da Stati, che cercano di conquistare e occupare la base aerea, il cui valore strategico non può essere sottovalutato. La base aerea, se presa, potrebbe fungere da hub logistico per incrementare l’invio di armamenti, l’infiltrazione e l’esfiltrazione di forze speciali, e da importante base di rischieramento delle truppe in caso di aggressione militare palese e su larga scala contro la Siria. Inoltre, le implicazioni giuridiche e politiche del coinvolgimento delle truppe NATO in operazioni di combattimento, e il loro coinvolgimento nell’uso di armi chimiche, in effetti, potrebbe essere il punto di svolta che assicuri un più diretto coinvolgimento della Russia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tunisia, come è nata la ‘Primavera Araba’

Tunisia: la verità sul numero dei “martiri” e i veri colpevoli
Karim Zmerli, Tunisie Secret, 10 aprile 2013

Rachid-Ammar1Prima di aprire la questione esplosiva dei prigionieri politici, per caso per caso, Tunisie Secret si concentra prima sulla questione non meno esplosiva delle vittime degli scontri del dicembre 2010-gennaio 2011. Qual è il loro numero? Chi sono? In quali condizioni sono state uccise? Chi le ha uccise? C’era l’ordine di sparare sui manifestanti? Due anni dopo la sanguinosa crisi che ha cambiato radicalmente la Tunisia, l’opinione pubblica nazionale e internazionale deve porsi queste domande con il rischio di compromettere qualche dogma pseudo-rivoluzionario. Sui fatti che hanno gettato la pacifica Tunisia nel sangue degli innocenti, nella confusione e nell’anarchia, mettendone il destino nelle mani degli islamisti “moderati”.

Nel febbraio del 2011, un rapporto delle Nazioni Unite stimava il numero delle vittime a 300 morti e 2800 feriti. I social network, manipolati da agenzie estere e da al-Jazeera, intossicati dalla propaganda islamista e di sinistra, indicavano la cifra dei “martiri” in 5000! In questa analisi, TS non prende in considerazione che la relazione finale della Commissione d’inchiesta sugli abusi e le violazioni (CIDV), presieduta da Taoufik Bouderbala, avvocato ed ex presidente della Lega tunisina dei diritti dell’uomo; il rapporto è stato pubblicato nell’aprile 2012. Notiamo di passaggio che molti tunisini sanno che fu Ben Ali ad ordinare la creazione della Commissione d’inchiesta, nel suo discorso del 13 gennaio 2011!

Le conclusioni della CIDV
Secondo il rapporto, il bilancio delle vittime finale è di 338 morti, tra cui 86 criminali detenuti che incendiarono le loro celle per fuggire, 14 membri della polizia e cinque soldati dell’esercito nazionale. Nessuno si chiede nulla dell’identità dei criminali che hanno ucciso 14 poliziotti e cinque soldati. Quindi, il numero esatto dei “martiri” della “rivoluzione dei gelsomini” è 233, dal momento che sia i primi (gli 86 che cercarono di evadere) e gli altri (i 19 che stavano facendo il loro dovere per mantenere l’ordine) da alcuni non sono considerati dei “martiri”. Sempre secondo il rapporto di Taoufik Bouderbala, il 60% dei decessi è avvenuto nei governatorati di Kasserine, Sidi Bouzid, Gafsa e Tunisi. Il 61% è stato ucciso dopo la cacciata di Ben Ali il 14 gennaio 2011. Al contrario, il 68% degli feriti è stato registrato tra il 17 dicembre e il 14 gennaio. Su un totale di 338 morti, tra manifestanti, criminali e poliziotti, 205 sono stati uccisi dopo il 14 gennaio, 28 nella giornata del 14 gennaio e 104 tra il 17 dicembre e il 14 gennaio. Oggettivamente parlando, fu dopo la caduta del regime che vi furono più morti per arma da fuoco che non durante le manifestazioni, come si era affermato.

Di chi è la responsabilità?
Nel febbraio 2011, un grave errore venne commesso dai protagonisti di questo caso, che sono anche tutti attualmente detenuti nel carcere di Mornaguia. Questo errore è stato lanciarsi recriminazioni reciproche, scaricando le responsabilità sperando di salvare la testa. Sarebbe preferibile che ognuno si assuma le proprie responsabilità, nel quadro delle proprie funzioni, sapendo che in un tale sistema gerarchico, la responsabilità è del capo supremo dello Stato, cioè del presidente della Repubblica. Il peggio di queste accuse reciproche, è che tutti più o meno hanno evitato l’esercito, più precisamente il generale Rashid Ammar. Il motivo è semplice: il generale traditore, cui Washington aveva anche promesso impunità in cambio del tradimento (come pure ad alcuni generali egiziani), è diventato, dopo il colpo di stato militar-musulmano-statunitense del 14 gennaio 2011, il nuovo uomo forte del regime. Quindi, a causa del suo reale e segreto potere, i vari funzionari oggi in galera hanno risparmiato Rashid Ammar. Così l’ex ministro della Difesa Ridha Grira ha accusato Ali Seriati, questi ha accusato l’ex ministro degli Interni Rafiq Belhaj Kacem, che a sua volta ha  implicitamente indicato la responsabilità del suo immediato successore (12 gennaio), Ahmed Fri’a, dato che il numero delle vittime, soltanto il 12-14 gennaio, raggiunse i 43 morti. Queste accuse reciproche colpiscono tutti, beneficiando esclusivamente Rashid Ammar.

Il generale ignorato!
Come capo dell’esercito, il generale Rashid Ammar è responsabile quanto gli attuali detenuti che si rinfacciano reciprocamente le responsabilità. Col senno di poi, è anche il più responsabile di tutti. E per una buona ragione: nel dicembre 2010 i militari parteciparono attivamente alla repressione dei manifestanti assieme alle forze di polizia. È lo stesso rapporto della CIDV che l’attesta. Questo rapporto identifica specificatamente quattro ministeri co-responsabili: Interni, Difesa, Salute e Comunicazioni. Come negli eventi del gennaio 1978 (quasi 500 morti) e del gennaio 1984 (420 morti), come anche negli eventi sanguinosi di Redeyef, nel 2008, è sempre stato l’esercito a svolgere il suo “dovere nazionale” schiacciando gli insorti. Come per magia, non fu così nella rivolta del gennaio 2011! Poiché non vi era alcuna questione per definire questo evento non come crisi o moti sociali del gennaio del 2011, ma “rivoluzione dei gelsomini”, non più di presentare l’esercito non come un’istituzione al servizio dello Stato repubblicano, la cui missione è l’integrità territoriale del Paese e la sua sicurezza dai pericoli esterni ed interni, ma come l’unica istituzione schieratasi con il popolo e contro lo Stato. Vale a dire, si è schierato con l’illegalità e contro la legge. Questo mito ha avuto inizio con la menzogna del “generale salvatore”, lanciata da Bruxelles dal cyber-attivista Yassin Ayari, che ha poi ammesso di aver mentito. Questo cyber-collaborazionista, che attualmente vive in Francia dopo aver contribuito ad incendiare la Tunisia, è figlio di un vero martire, il colonnello Tahar Ayari, caduto con onore sul campo, nel maggio 2011, sotto le pallottole dei terroristi che l’effimero ministro degli Interni Farhat Rajhi volle rilasciare nel nome dei diritti umani e della “rivoluzione dei gelsomini”.
Rashid Ammar non è il salvatore del popolo, ma il suo boia principale. Non solo perché l’esercito sotto il suo comando, e non agli ordini dei civili e del tecnocrate Ridha Grira, ha partecipato alla repressione, così come la polizia, ma perché i famosi cecchini locali dipendevano dal Ministero della Difesa e non dal Ministero degli Interni, che non ha mai avuto questi cecchini, come ammette il presidente della CIDV Taoufik Bouderbala. Più grave è il caso dei misteriosi cecchini stranieri che furono i primi a uccidere dei manifestanti, avvelenando la situazione e rendendola irreversibile, secondo l’antica ricetta della CIA già testata più volte in America Latina, Africa e Iran nel 1953 e nel 2009. Ora sappiamo che tra questi famosi mercenari, che agiscono per conto della CIA e sono pagati dal Qatar, cinque furono arrestati in flagranza di reato dalla polizia nazionale e liberati da Rashid Ammar subito dopo la cacciata di Ben Ali. Tutte queste verità, Taoufik Bouderbala le ha confessate a mezza voce, senza riportarle nella relazione del CIDV, per ragioni facili da indovinare.

Legittima difesa o premeditazione?
Come Ben Ali ha detto in una intervista concessa dal suo esilio saudita, l’ex capo dello Stato non ha mai dato l’ordine di sparare proiettili veri contro i manifestanti. Non siamo obbligati a credergli, ai sensi del secondo comma della legge n° 70 del 6 agosto 1982, secondo cui è il capo dello Stato, nel caso di minacce interne o esterne, l’unico a dare ordinari ufficialmente alle forze di sicurezza, o attraverso i ministri o dirigenti direttamente responsabili dell’ordine e della sicurezza. Non siamo obbligato a crederci, ma dobbiamo farci questa domanda di buon senso: chi ha beneficiato di questi crimini? Uno Stato indebolito e in cerca di una rapida uscita dalla crisi, senza la perdita di vite che l’avrebbe subito screditato agli occhi del mondo e quadruplicato la rabbia popolare verso di esso? O interessi stranieri (Stati Uniti e Qatar) e i loro agenti locali, che cercavano di deteriorare la crisi fino al punto di non ritorno, in particolare la caduta del regime e l’inizio della “primavera araba” che, magistralmente guidata, ha devastato la Libia, l’Egitto, lo Yemen e la Siria?
Indipendentemente dalla responsabilità personale di Ben Ali, si deve rilevare quella prova che gli avvocati e politologi chiamano “violenza legittima”, monopolio legale soltanto dello Stato, che sia democratico o dittatoriale. Per illustrare questa verità, ecco un esempio sorprendente: la “Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” in vigore in Europa. Si tratta più precisamente della Convenzione emendata nel Protocollo n° 14 (STCE n° 194)  entrata in vigore il 1 giugno 2010, che all’articolo 2, intitolato Diritto alla vita, stabilisce che:
1. Il diritto alla vita di tutti deve essere protetto dalla legge. La morte non può essere inflitta a chiunque intenzionalmente, salvo in esecuzione di una sentenza di un tribunale ove il reato sia punibile con la pena di morte per legge.
2. La morte non si considera cagionata in violazione del presente articolo se è il risultato di un uso della forza assolutamente necessario: a. in difesa delle persone contro violenze illegali; b. per eseguire un arresto regolare o per impedire l’evasione di una persona regolarmente detenuta; c. per punire, in conformità con la legge, una sommossa o un’insurrezione.
Così, anche in Europa, “la morte non è considerata” una violazione dei diritti umani nel caso in cui lo Stato si ritrova minacciato da “una sommossa o un’insurrezione”! Teoricamente, in Tunisia una tale eccezione che giustifica l’uso della repressione mortale non esiste in alcun testo di legge, dall’indipendenza a oggi. Un testo simile afferma che l’uso delle armi non è consentito, salvo in caso di legittima difesa. In situazione di sommossa, il testo indica invece che il ricorso alla violenza deve essere graduale. Si tratta dell’articolo 2 della legge n° 4 del 24 gennaio 1969.

Ciò di cui Taoufik Bouderbala non deve parlare
Ciò che il rapporto della CIDV non rivela è che tra i 233 manifestanti deceduti, 21 furono uccisi con le armi in pugno. Chi erano? Da dove venivano? Tutti mantengono il silenzio su di loro, solo di recente Shadly Sahli, ex alto funzionario degli Interni coinvolto negli stessi processi (n° 71191 della Corte militare di Tunisi e n° 95646 della Corte militare di Kef) con Ben Ali, Rafiq Belhaj Kacem, Ali Seriati, Jalil Boudriga, Adel Touiri, Muhammad Lamin al-Abid, Muhammad Zituni… In tribunale l’ufficiale, soprannominato la ‘Scatola Nera’, disse che tra il 17 dicembre 2010 e il 14 gennaio 2011, “terroristi mascherati e armati s’infiltrarono in Tunisia dal confine algerino e si mescolarono con i manifestanti“. Aggiunse che i terroristi “attaccarono le stazioni di polizia, rubando armi e sparando sui dimostranti, creando un clima di disordini e caos“. A suo rischio, un ex esperto di sicurezza ha chiarito che i terroristi appartenevano al movimento islamista. Sembra inoltre che dei restanti 212 “martiri”, 73 siano stati identificati come appartenenti a cellule dormienti islamiste di al-Nahda, che furono liberati da Ben Ali nel 2004-2009, o ebbero il permesso di tornare a casa nello stesso periodo. Senza slogan religiosi e senza barba, si mescolarono con i manifestanti pacifici incitando alla violenza, ai saccheggi e alle distruzione di proprietà pubbliche e private. Infine, sembra che dei 139 “martiri” restanti, molti fossero criminali comuni evasi dalla prigione con l’aiuto dell’esercito, come evidenziato da diversi documenti, tra cui i video girati da dilettanti o giornalisti televisivi europei. Quasi un centinaio di giovani ha quindi pagato con la vita per la dignità e la libertà. Solo loro meritano di essere chiamati martiri.

I nostri risultati
Alla luce di questa indagine o analisi, è chiaro che la “giustizia di transizione”, che ancora mantiene  in prigione Sami Fehri, arbitrariamente e ingiustamente, e che persegue Burhan Buseiss, mentre i veri criminali sono liberi e alcuni addirittura ricoprono cariche strategiche nel governo o nella presidenza, non sia altro che fumo negli occhi, null’altro che la giustizia dei vincitori contro i vinti. E’ la giustizia dei traditori e dei mercenari degli USA e del Qatar, contro i ministri e gli alti funzionari dello Stato che hanno solo fatto il loro dovere patriottico, in una situazione di confusione totale, e che i tunisini stanno solo ora iniziando a capirne i pro e i contro. Questo chiarimento era necessario prima di affrontare, caso per caso, le vicende dei primi prigionieri politici della Repubblica islamica, creata da Qatar e Arabia Saudita con la benedizione degli Stati Uniti d’America.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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