L’Algeria nel mirino degli Stati Uniti

Charles Francis L’Autre Afrique 13 febbraio 2014

algeria-mapDa diversi mesi gli Stati Uniti hanno classificato l’Algeria un “Paese a rischio sicurezza per i diplomatici” e posto installazioni militari con contingenti navali nel meridione della Spagna, senza nascondere le intenzioni interventiste in Africa settentrionale. Si sa inoltre che gli Stati Uniti puntano alla zona di confine tra il sud della Tunisia e l’Algeria, “segno che gli Stati Uniti sono determinati ad agire, il Pentagono ha appena occupato, nel sud della Tunisia, una base in disuso da ristrutturare per intervenire nel teatro libico, ha detto una fonte diplomatica a Tunisi” (LeFigaro, 1 febbraio 2014). Il minimo che possiamo dire, anche se si tratta per il momento d’intervenire in Libia, è che l’orco si avvicina… Minacce punitive per non aver sufficientemente sostenuto l’intervento militare francese in Mali? Una piano di destabilizzazione dell’ultimo bastione indipendente dall’influenza degli Stati Uniti? Il fatto è che dopo il Mali e lo stato di tensione in tutta la sub-regione, gli algerini hanno il diritto ad avere gravi preoccupazioni.

L’intervento militare annunciato
500 marines w otto caccia degli Stati Uniti sono stati schierati dall’estate del 2013, una sostanziale forza d’intervento militare, nella piccola città di Moron, Spagna. Se la presenza militare degli Stati Uniti su suolo spagnolo non è uno scoop, ciò che è nuovo è lo scopo specifico di tale nuovo schieramento. La confessione del governo spagnolo in merito a ciò è davvero notevole: “consentire ai militari degli Stati Uniti d’intervenire in Africa settentrionale in caso di gravi perturbazioni“. Non si può infatti essere più chiari! Oggi, mentre gli Stati Uniti hanno appena fatto la richiesta formale al governo Rajoy di aumentare l’attuale presenza di marines, chiamata “Forza di risposta alle crisi in Africa“, apprendiamo dal quotidiano spagnolo El Pais, di grandi movimenti della marina degli Stati Uniti sulle coste spagnole: “L’11 febbraio, il cacciatorpediniere USS Donald Cook arriverà con il suo equipaggio di 338 uomini nella base navale di Cadice. Una seconda nave, l’USS Ross, arriverà a giugno e altri due, USS Porter e USS Carney, nel 2015. In totale, 1100 marines con le loro famiglie, che si sistemeranno nella base di Cadice.” Alla domanda su tutte queste manovre e schieramenti militari, Gonzalo de Benito, segretario di Stato agli Esteri spagnolo ha solo commento: “Quali operazioni compiranno questi marines super-equipaggiati? Non posso dirlo perché queste forze non sono qui per operazioni specifiche, ma per per dei possibili imprevisti…
Tra minacce e gerghismi, misuriamo come il suono degli stivali dev’essere preso molto sul serio. Che siano in Italia o in Spagna, nel nord del Mali o del Niger, francesi o statunitensi, è chiaro che le basi militari aumentano intorno al Maghreb.

Innanzitutto umanitari e poi la guerra…
Tutti gli interventi esteri che presiedono, e tendono ancora, al processo di disgregazione territoriale e politico delle nazioni, in particolare dell’Africa… sono sempre stati preceduti da campagne ultra-mediatiche sul piano “umanitario”. Si conosce lo svolgersi delle operazioni: “umanitari” e ONG segnalano, di solito dove gli viene detto, una situazione drammatica per i civili, denunciando carestie attuali o future, individuando moltitudini sottoposte a genocidio (o a rischio di), inondando il pubblico con immagini shock e opinioni, infine … le grandi potenze sono “costrette” a difenderli s’intende.. intervenendo a favore del “diritto alla vita dei popoli interessati”. Come in Libia, Costa d’Avorio, Africa Centrale, Mali… disintegrando, tagliando e infine dividendo tutto. Così, dopo averlo rodato da tempo in Biafra e in Somalia, entrambi disintegrati (1), il “buon” dottore Kouchner, ministro francese di destra e di sinistra, s’inventava nell’ex-Jugoslavia, anch’essa disintegrata, la versione finale del “diritto di intervento”! Invenzione che, dopo aver dimostrato la propria efficacia nell’implosione dei Balcani, prospera nel pianeta soggetto alla globalizzazione imperiale. Dalle “armi di distruzione di massa” irachene al “sanguinario” Gheddafi in Libia, “migliore amico della Francia”, dalla Siria al Mali, dalla Costa d’Avorio all’Africa Centrale… notando che si tratta di numerose guerre condotte in suo nome nel continente, si misurano i risultati di tale politica “umanitaria”.

Nord Africa, Algeria e Tunisia chiaramente nel mirino
Non dimentichiamo che il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha recentemente classificato l’Algeria tra i Paesi “a rischio sicurezza per i diplomatici.” Inoltre, allo stesso tempo, nel Congresso degli Stati Uniti sono state discusse nuovamente modifiche alla legge antiterrorismo, con l’obiettivo dell’intervento delle forze armate, senza previa consultazione… del Nord Africa! In questo modo… le ONG umanitarie, che hanno già espresso la volontà di “chiamare in aiuto le grandi potenze” e i loro eserciti, sono da tempo all’opera in Algeria. Secondo il sindacato centrale UGTA (Unione generale dei lavoratori algerini) queste ONG operano per dividere e contrapporre le popolazioni: Nord contro Sud, arabi contro berberi, lavoratori contro disoccupati… in cima a queste ONG “umanitarie” vi sono Freedom House, Canvas, NED… i cui legami con la CIA non sono un segreto.(2) L’UGTT ne accusa così l’infiltrazione nei movimenti sociali per “ingannarli e trascinarli in violenze, cercando di creare una crisi che possa giustificare l’intervento” e ancora “mentre i giovani manifestano legittimamente per i posti di lavoro, contro la precarietà e lo sfruttamento, i leader giovanili di Canvas li sfruttano per trascinare la questione dell’occupazione nel contesto del separatismo del sud dell’Algeria, cioè laddove si trovano le grandi ricchezze in minerali, petrolio e gas. “Casualmente, si è tentati di aggiungere o meglio… come al solito”. (3)
Insicurezza e disagio sociale suscitati al di qua delle frontiere, diffusa insicurezza suscitata aldilà. Il metodo è noto. Gli Stati Uniti, che già si affidano alla destabilizzazione regionale per giustificare il dispiegamento militare nel Mediterraneo, domani non mancheranno di cogliere il pretesto dei disordini sociali o del “pericolo per i diplomatici” per intervenire direttamente. Non sarebbe legittimo, tuttavia, chiedersi della responsabilità delle grandi potenze, soprattutto degli Stati Uniti, nella proliferazione del terrorismo in questa regione dell’Africa? Non lo è, e non è l’ultimo dei paradossi che, in nome dell’insicurezza, gli Stati Uniti tramite NATO e Francia decidessero di far saltare la Libia nel 2011? Non è per la stessa ragione che l’esercito francese entrò in guerra in Mali nel 2012. Due interventi, si ricordi, lungi dal portare la pace, aggravando la  destabilizzazione, facendo del Sahel e dell’intera sub-regione una polveriera.
Queste nuove minacce degli Stati Uniti, che rientrano nella cosiddetta strategia del “domino” tanto cara alla precedente amministrazione Bush, devono essere prese molto sul serio. Visto che tanti falsi pretesti non mancano e non mancheranno, nel prossimo futuro, a motivare l’intervento militare estero. Le grandi potenze non si fermeranno, al contrario, rischiano la disintegrazione regionale e relative conseguenze letali per i popoli. Già questa è la regione che subisce l’incredibile proliferazione di armi per via dell’esplosione dello Stato libico e del continuo flusso di armi di ogni  tipo, totalmente irresponsabile, per gli estremisti islamici in Siria. Le onde d’urto di tale situazione si sono viste in Mali dove una Francia militarmente obsoleta si mostra molto (troppo) amichevole verso dei separatisti assai ben equipaggiati che spuntano in Algeria, dove si pensava che il terrorismo islamico fosse stato sradicato, e in Tunisia, dove sciamano gruppi paramilitari che pretendono di rappresentare l’Islam e dove, allo stesso tempo, il potere lascia impuniti l’omicidio degli oppositori politici.
Appare sempre più chiaro alle popolazioni colpite che tali minacce verso gli Stati sovrani hanno per obiettivo di lasciarle in nazioni indebolite dirette da ascari impotenti e divisi, incapaci di resistere alla cupidigia delle multinazionali. Ecco perché gli Stati da cui provengono le multinazionali vanno così d’accordo, nonostante i loro interessi e quel che dicono, con i peggiori islamisti, sia oggi in Sahel e Siria che in Libia ieri. In altre parole, a ognuno il suo spazio, i suoi profitti e il suo bottino. Certo, mai come oggi le “vecchie chimere” ideate dai fondatori dell’Indipendenza come il “Panafricanismo” o “l’Africa agli africani”…, gettate nella pattumiera della storia, sembrano avere tanta attualità. Ad ogni modo e qualunque siano i discorsi urgenti imposti dalla drammatica situazione nel continente, l’attualità impone che l’Algeria non si faccia dettare le proprie azioni dall’intervento militare.cnvs1. Dopo il Biafra, Bernard Kouchner spiegò che bisognava “convincere” prima l’opinione pubblica, e poi seguono le operazioni spettacolari come “sacchetti di riso per la Somalia”, “barche per il Vietnam”… i disaccordi con MSF, la sua dipartita e la creazione di Medici del Mondo.
2. UGTA, Algeri 28 giugno 2013, sul giornale del PT algerino Fraternité
3. Sul ruolo nefasto di “umanitari”, ONG e destabilizzazione delle nazioni, vedasi “Banca Mondiale e ONG destabilizzano gli Stati

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché gli statunitensi costruiscono ospedali nel sud della Tunisia?

Nebil Ben Yahmed – Tunisie Secret 12 febbraio 2014

La scelta ufficialmente dichiarata di questa zona militare non è banale. Se le motivazioni dei nostri liberatori sono umanitarie o filantropiche, dovrebbero mettere i loro ospedali a Kasserine e Sidi Buzid, le città da dove è partita la distruzione del mondo arabo.
Base-Us-TunisieLa scelta di Ramada, Fawar e Dhahiba è militarmente strategica. TS è stato il primo sito a rivelare l’esistenza di una base militare nel sud della Tunisia. Da allora, ciò è ammessa come cosa normale (video) e nessuno si offende per tale grave violazione della sovranità nazionale… mentre creano e costruiscono ospedali, il sud è passato sotto il controllo degli Stati Uniti dal gennaio 2011. Il giornale tunisino Aqir Qabar (Ultime Notizie) ha rivelato, nella sua edizione dell’11 febbraio 2014, che l’esercito statunitense e il ministero della Salute Pubblica, allora guidato dall’islamista Abdelatif Maqi, hanno firmato un protocollo per permettere agli statunitensi di costruire un pronto soccorso presso l’ospedale di Fawar, e di estendere gli ospedali di Dhahiba e Ramada. Secondo il giornale, “Un generale dell’esercito statunitense sovrintende direttamente i lavori senza che il ministero della Salute intervenga“. L’abbiamo già visto in Iraq e in Afghanistan! Interrogato da al-Sabah News, Abdelatif Maqi ha negato, ma ha dichiarato che “non è un militare, ma dei civili statunitensi che, attraverso la loro ambasciata, forniscono aiuti regolari”! Conferma pertanto le informazioni di Aqir Qabar, cambiando l’abito degli imprenditori, che non indosserebbero uniformi militari, ma giacca e cravatta!
L’ambasciata statunitense in Tunisia, assai sensibile al punto di confondersi con un agenzia stampa, ha risposto con una dichiarazione che alcuni siti tunisini hanno ripreso senza commenti. La dichiarazione afferma che “contrariamente a quanto è stato detto in questo articolo, l’assistenza fornita dalle forze statunitensi nei lavori di ampliamento degli ospedali tunisini nel sud non è un segreto. Questa partecipazione in precedenza è stata riferita ai media, con una conferenza stampa che annunciava l’aiuto degli Stati Uniti…” Confermando quindi ciò che l’ex primo ministro islamista ha cercato di negare. E’ vero che l’ambasciata degli Stati Uniti parlò l’8 febbraio 2012 del progetto “umanitario” nel sud della Tunisia. Abbiamo poi appreso che “il governo degli Stati Uniti ha stanziato 2,25 milioni dollari, pari a 3,3 milioni di dinari, per l’assistenza umanitaria al ministero della Salute Pubblica, per l’aggiornamento delle infrastrutture sanitarie nel sud della Tunisia.” Si parlava di Dhahiba e Ramada, ma non di Fawar!
Una tregua di marketing e comunicazione: attori discreti ma importanti nella “Rivoluzione dei gelsomini”, i nostri liberatori statunitensi sono nella Tunisia meridionale proprio per installarvi una base militare al fine di “proteggere” la Tunisia e la Libia, guardando all’Algeria. Logisticamente, una base militare ha sempre bisogno di strutture mediche. Per proteggersi da cosa? Dal terrorismo naturalmente! E’ chiaro che la presenza militare statunitense in Tunisia non è temporanea, ma durevole. Quando si mettono le mani sulla ricchezza libica e sul ventennale sfruttamento del gas di scisto della Tunisia, si devono prendere precauzioni per la sicurezza militare! L’accordo è stato ratificato a Parigi, due settimane fa, e una società francese ne sarà subappaltatrice. Questo accordo è irreversibile e non rinegoziabile ai sensi dell’articolo 20 della nuova costituzione tunisina. I nostri liberatori statunitensi sono davvero preparati!

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Primavera araba: fine di una favola orientale?

Vitalij Bilan, New Oriental Outlook 20/21/2014
cronyism-the_reason_for_the_arab_springDopo l’inizio trionfale nel 2011-2012, recentemente il “fiore all’occhiello” delle rivolte arabe, il movimento islamico dei Fratelli musulmani sponsorizzato dal Qatar, ha perso terreno praticamente in tutta la regione, di fatto primo segnale della decadenza della promettente favola orientale chiamata Primavera Araba. Innanzitutto,  in Libia il blocco dei partiti islamici ha perso con l’unione delle forze politiche laiche del Paese nelle elezioni parlamentari del 2012. Dopo di che, vi fu il fallimento in Mali, dove la Francia riuscì ad impedire la formazione dello Stato islamico indipendente dell’Azawad guidato dall’odioso gruppo pro-Qatar Ansar al-Din, nella parte settentrionale del Paese. Poi con il fallimento in Siria e il colpo di Stato militare in Egitto, seguito dalla messa al bando dei Fratelli musulmani nel Paese, sembrano essere stati abbattuti i principali “capofila” del piano d’integrazione islamista regionale. Di conseguenza, lo scorso autunno, l’ex-”inconciliabile” emiro del Qatar shaiq Tamim bin Qalifa al-Thani inviava al presidente della Repubblica araba siriana Bashar al-Assad la sensazionale proposta di ripristinare le relazioni diplomatiche tra Doha e Damasco, rotte su iniziativa del Qatar dopo gli scontri scoppiati in Siria. Il regime del Qatar è sempre stato caratterizzato da un istinto politico appassionato. A quanto pare, Doha era pronto a continuare a sostenere le “rivoluzioni”, nonostante la sua lotta fallimentare  contro le eccessive ambizioni regionali della Francia nel vicinato meridionale degli europei e i i problemi politici in Qatar. Tuttavia, il cambiamento nelle priorità della politica statunitense in Medio Oriente, in primo luogo il riavvicinamento tra Washington e Teheran, è pari a una ritirata.
Naturalmente, la Casa Bianca può essere compresa. Il miglioramento delle relazioni con Teheran permetterà a Barack Obama di utilizzare l’Iran come contrappeso alla potenziale crescita d’influenza dei taliban dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan. Inoltre, consentirà all’attuale leader degli Stati Uniti di sbarazzarsi finalmente della politica dei neoconservatori che invoca la “democratizzazione del Grande Medio Oriente”, che Obama ha ereditato dalla precedente amministrazione, e concentrarsi sulla soluzione dei problemi interni. Tuttavia, mentre il più flessibile Qatar ha “capito” la situazione, un altro sponsor della Primavera araba, il lento regime “gerontocratico” saudita sembra non riuscire a cogliere le nuove tendenze geopolitiche. Pertanto, deve ora fare una scelta difficile: o continuare ad attaccarsi ostinatamente alla sua linea, esprimendo la propria insoddisfazione per la recente “politica traditrice” dell’alleato chiave d’oltre-atlantico ad ogni occasione o, come Doha, accettare il ruolo “extra” degli Stati Uniti nel nuovo scenario mediorientale. Per il momento, è evidente che la testardaggine prevale. In particolare, ciò è testimoniato dal rifiuto di Riyadh nel divenire membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Inoltre, la dichiarazione del capo dell’intelligence saudita, principe Bandar bin Sultan, durante un incontro con diplomatici occidentali, è eloquente in tal senso. Ha detto che il suo Paese avrebbe presto “cambiato significativamente politica estera”, riconsiderando le relazioni con gli Stati Uniti. Una delle persone più influenti del regno ha spiegato che tale decisione è dovuta alle differenze sugli approcci verso le principali questioni mediorientali. Prima di tutto, la questione siriana, dove la Casa Bianca ha deciso di astenersi dall’utilizzare metodi radicali, dopo aver finalmente capito che il regime siriano attuale potrebbe essere sostituito da gruppi islamisti folli. Inoltre, in particolare, i sauditi sono irritati dal processo di normalizzazione delle relazioni tra Stati Uniti e Iran, principale rivale del regno saudita nella regione. Tale processo è iniziato nella seconda metà dello scorso anno.
Naturalmente, Riyadh spera che l’amicizia tra Washington e Teheran sia temporanea, e che presto tutto torni alla normalità. Tuttavia, iniziano a capire sempre più che l’attuale leadership degli Stati Uniti ha davvero perso interesse nel piano della primavera araba, e che gli statunitensi sembrano aver deciso di andare nella direzione opposta, concentrandosi sul “grande gioco anti-cinese”. Ciò significa che il piano wahhabita, avviatosi con la “guerra lampo” tunisino-egiziana tra fine 2010 e inizio 2011, sia ora in decadenza. Il piano era volto ad integrare l’”ecumene arabo” sotto l’egida delle monarchie arabe del Golfo (principalmente Qatar e Arabia Saudita) soggiogando i moderatamente severi regimi autoritari paramilitari laici, soprattutto in Egitto, Siria, Libia e Tunisia. Dopo aver effettivamente trasformato la Lega Araba nel “potere esecutivo” del Consiglio di cooperazione degli Stati arabi del Golfo, in pieno entusiasmo “rivoluzionario”, Doha e Riyadh riuscirono a trarre il pilastro della futura integrazione “di un’UE araba” da tutto ciò.
Lo scontro di interessi geopolitici con la Francia in Nord Africa, i cambiamenti degli appetiti regionali nella politica estera statunitense, e infine il “tradimento” del Qatar seguito dal rapido raffreddamento dei rapporti tra Doha e Riyadh, hanno fatto sì che ora l’Arabia Saudita sia l’unico Paese che ancora ostinatamente promuove l’idea della primavera araba. Ovviamente, Riyadh spera ancora che l’attuale sentimento filo-iraniano presto sparisca a Washington. In caso contrario, dovrebbe sperare che la Primavera araba diventi interesse del prossimo inquilino della Casa Bianca.

saudi-states-of-america-911Vitalij Bilan, dottorato in storia, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le NATO ha intenzione d’invadere la Tunisia per ‘proteggere’ i tunisini!

Karim Zmerli, Tunisie-Secret 13 gennaio 2014

Ansar al-Sharia è un alleato oggettivo degli Stati Uniti, come la capofila al-Qaida è la figlia incestuosa di CIA, Pakistan e Arabia Saudita, prima di rompere il cordone ombelicale l’11 settembre 2001! Grazie al Qatar, e grazie alla “primavera araba”, le relazioni “diplomatiche” tra al-Qaida e la CIA sono state restaurate per realizzare il progetto sionista e neoconservatore del Grande Medio Oriente. L’arresto del criminale e mercenario Abu Iyadh annuncia un nuovo passo della strategia degli Stati Uniti: l’accelerazione e la moltiplicazione di azioni terroristiche in Tunisia, che giustificherebbero l’intervento militare della NATO, ovviamente con l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il cui “dovere” è garantire la giovane “democrazia” in Tunisia.

1450262Molti tunisini, rappresentanti di partiti al potere o all’opposizione, sindacati, media, ONG o dell’ANC che hanno perso ogni dignità, non si offendono per i militari occidentali che vengono in loro soccorso nella prova di forza che presto sarà giocata tra le loro truppe regolari e le loro truppe irregolari, o meglio gregge, cioè Ansar al-Sharia, filiale regionale di al-Qaida. Non si offendono perché tutti devono la loro esistenza a tali forze straniere che destabilizzarono la Tunisia nel gennaio 2011 con il sostegno attivo di una miriade di traditori, in primo luogo i cyber-collaborazionisti. Due nuovi fattori annunciano l’invasione e l’occupazione diretta della Tunisia da parte della NATO. In primo luogo l’arresto a Misurata di Sayfallah bin Hasin, alias Abu Iyadh. In secondo luogo, il ritiro tattico di al-Nahda dalla troika del governo. Insieme, questi due eventi suggeriscono che l’intervento della NATO è prevedibile e anche abbastanza probabile. Perché? Perché l’arresto perfettamente cronometrato di Abu Iyadh non lascia indifferenti i suoi discepoli e seguaci mercenari. Reagiranno  per riflesso condizionato con una dimostrazione di forza. Risponderanno per odio ai loro nemici e alleati oggettivi, gli statunitensi, e per vendetta contro i loro fratelli della setta islamista al-Nahda, il cui governo Larayadh li ha denunciati, nell’agosto 2013, come “gruppo terrorista” dopo l’assassinio di Shuqri Belaid e Muhammad Brahmi. Seguendo le direttive statunitensi ed evitando ad al-Nahda il destino dei Fratelli musulmani in Egitto, dopo il risveglio dei patrioti egiziani, Rashid Ghannuchi ha abbandonato coloro che in precedenza vedeva come suoi “figli”. Rinunciando, ma non completamente, poiché Abu Iyadh non fu mai preoccupato, né tanto meno arrestato. A stretto contatto con Abdelhaqkim Belhadj, l’ex-braccio destro di bin Ladin in Afghanistan, Abu Iyadh, così come il suo capo, potrebbe effettivamente rifugiarsi in Libia, tra le braccia dell’intelligence degli Stati Uniti. Ritornato dai suoi mandanti libici, a loro volta agli ordini del Qatar, che a loro volta sono schiavi degli statunitensi, Abu Iyadh ha continuato a corrispondere con i suoi luogotenenti locali Adil Saida, Muhammad Ayadi, Muhammad Aqari, Qamil al-Qadhqadi e Bubaqir Haqim, il francese che, come il terrorista Tariq Marufi tornato da Bruxelles, si stabilì in Tunisia subito dopo il colpo di Stato del 14 gennaio 2011, ancor prima del rilascio di Abu Iyadh nel marzo 2011 su pressione di Siham bin Sadrin, Radhia Nasrawi, Naziha Rjiba, Muhammad Abu, Muqtar Yahyawi e altri pezzi della Quinta Colonna. Bisogna sempre ricordare che questo criminale di Abu Iyadh scontava una pena di 68 anni di carcere per terrorismo, cospirazione contro la sicurezza dello Stato e appartenenza ad al-Qaida.
Il ritiro tattico dal governo di al-Nahda è il secondo motivo per il probabile intervento militare della  NATO in Tunisia. Essendo ora esonerati da ogni responsabilità, i locali Fratelli musulmani di fatto faranno di tutto per dimostrare ai tunisini e all’opinione internazionale che sotto il loro dominio e nonostante alcune scaramucce dei terroristi con l’esercito e la polizia, la Tunisia è più sicura e stabile. Sostenendo le azioni terroristiche future, gli permetterebbe anche di conciliarsi con i fratelli di Ansar al-Sharia e altre frazioni jihadiste che hanno eletto a domicilio la Tunisia, tra cui i terroristi di Hamas. Se il dipartimento di Stato degli Stati Uniti rileva di aver inserito Ansar al-Sharia nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere (FTO) ai sensi delle leggi statunitensi sul terrorismo, c’è uno scopo ben preciso: stabilirsi permanentemente in Tunisia, ufficialmente per combattere il terrorismo, ma effettivamente per imporre un nuovo ordine, anche in Algeria che finora ha resistito alla congiura della “primavera araba”. Dopo aver messo nella lista nera “I firmatari con il sangue” e “al-Murabitun”, gruppi terroristici diretti da Muqtar Belmuqtar, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ora indica i tre rami di Ansar al-Sharia a Bengasi, Derna (Libia) e Tunisia come “organizzazione terroristica straniera”, e i loro rispettivi leader Ahmad Abu Qatalah, Sufyan bin Qumu e Sayfallah bin Hasin comunemente noto come “Abu Iyadh.” Il dipartimento di Stato USA ha osservato che i gruppi di Ansar al-Sharia di Bengasi e Derna, creati separatamente dopo la crociata contro la Libia, furono coinvolti negli attacchi terroristici contro obiettivi civili e in molti altri omicidi e tentati omicidi di funzionari della sicurezza e di politici nella Libia orientale, così come nell’attacco dell’11 settembre 2012 contro il consolato statunitense di Bengasi in cui l’ambasciatore Chris Stevenson e tre altri funzionari statunitensi morirono. Per il dipartimento di Stato, i membri di questi due gruppi terroristici libici “continuano a rappresentare una minaccia per gli interessi degli Stati Uniti“, affermando che Ahmad Abu Qatalah e Sufyan bin Qumu sono i leader di Ansar al-Sharia, rispettivamente a Bengasi e a Derna. Su tale scia, il dipartimento di Stato promette una ricompensa di 10 milioni di dollari per informazioni che portino all’arresto o alla condanna dei responsabili di quell’attacco. Le autorità statunitensi sostengono anche che Ansar al-Sharia in Tunisia, fondata da Sayfallah bin Hasin nei primi mesi del 2011, è coinvolta nell’attacco del 14 settembre 2012 contro l’ambasciata statunitense e la Scuola Americana di Tunisi “che mise in pericolo le vite di oltre un centinaio di dipendenti dell’ambasciata degli Stati Uniti.” A tal proposito, sottolineiamo che il governo tunisino aveva dichiarato che il gruppo dell’organizzazione terroristica fu coinvolto in attacchi contro le forze di sicurezza tunisine, nell’assassinio di politici tunisini e in attentati suicidio in luoghi frequentati dai turisti. Per Washington, “Ansar al-Sharia in Tunisia, ideologicamente, economicamente e logisticamente affiliata ad al-Qaida, è la maggiore minaccia agli interessi degli Stati Uniti in Tunisia.”
Tutti i mezzi sono buoni per neutralizzarla, compreso l’intervento diretto in Tunisia, fulcro del terrorismo internazionale e delle future battaglie tra le differenti frazioni del jihadismo, dipendenti dalle intelligence straniere di Stati Uniti, Israele, Qatar, Arabia Saudita e Iran.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Hamas opera in Tunisia dall’aprile 2011

Lilia Ben Rejeb TunisieSecret 5 gennaio 2014

Diversi terroristi palestinesi sono presenti in Tunisia dal 2011. Appartengono tutti al gruppo terroristico Hamas, controllato dall’oligarchia islamo-mafiosa del Qatar. Sono discreti, ma le loro azioni non sono meno pericolose di quelle dei loro fratelli jihadisti di Ansar al-Sharia, la sezione nel Maghreb di al-Qaida. Ecco l’elenco non esaustivo dei terroristi in letargo in Tunisia, in attesa di attivarsi.

29kz1baMentre si sollazza il pubblico con la “lotta al terrorismo” contro i criminali di Abu Iyadh, mercenari di al-Qaida nel Maghreb, altri terroristi, altrettanto determinati e pericolosi, sono in sonno in questa oasi di pace che era la Tunisia. Tali palestinesi appartengono al gruppo terroristico Hamas, il movimento che gli strateghi israeliani lasciarono proliferare per distruggere l’OLP ed emarginare Yasir Arafat. Dall’aprile 2011, alcuni attivisti di Hamas si stabilirono in Tunisia, precisamente a Biserta, Tunisi e Susa. La stessa “migrazione” si ebbe in Egitto, dove gli estremisti palestinesi furono un valido supporto dei Fratelli musulmani, all’inizio della destabilizzazione del Paese nel 2011, che il ministero degli Interni egiziano accusò del coinvolgimento negli attentati a Mansura e Sharqiya (delta del Nilo). Secondo le autorità egiziane, gli attentati attribuiti ai Fratelli musulmani non potevano avvenire senza l’assistenza dei terroristi di Hamas. Non è un caso se il loro leader, il rinnegato Ismail Haniyah, abbia recentemente dichiarato, “Abbiamo 25000 soldati a Gaza e 5000 kamikaze pronti a colonizzare l’Egitto e a distruggere in poche ore esercito e polizia egiziani rimettendo Muhammad Mursi al potere“! Un giornalista egiziano ha risposto ironicamente: “Se hai tutto questo potere, perché non liberi la tua terra dal colonialismo israeliano!” Questo compare del Qatar, dal 4 al 9 gennaio 2012, avrebbe compiuto una visita “ufficiale” nella Tunisia piegata da Qatar, Stati Uniti e dalla loro quinta colonna locale. All’aeroporto di Tunisi-Cartagine, 2000 teppisti accolsero tale farabutto gridando “Uccidere gli ebrei è un dovere”. Con le Qafyah al collo e bandiere palestinesi in mano, questi cani scatenarono un odio fanatico contro gli ebrei che i tunisini non hanno; impulsi antisemiti generati dalla “rivoluzione dei gelsomini”.
Secondo le nostre informazioni, tratte dalla rete patriottica presso il ministero degli Interni, il numero di terroristi di Hamas stabilitisi in Tunisia varia tra i 100 e i 150 elementi, entrati regolarmente Tunisia con passaporti giordani, egiziani e siriani, tra aprile 2011 e settembre 2012. Secondo i nostri informatori, Rashid Ghannuchi e i servizi segreti del Qatar decisero il trasferimento di tale “tecnologia” jihadista, nel caso ci fosse stata qualche brutta sorpresa dall’esercito o dalla polizia. Il traditore generale Rashid Amar lo sapeva, così come l’attuale ministro degli Interni Ben Jedu. Anche qui, come ha riferito il sito Mosaique FM il 7 agosto 2013: “Secondo il giornale al-Sahafa, fonti palestinesi hanno assicurato che il partito Hamas ha addestrato alcuni membri di un partito politico tunisino nell’uso delle armi armi da fuoco e alle arti marziali a Gaza. Il leader del partito Fatah Jibril Rajub ha assicurato che alcuni istruttori di Hamas si recarono in Tunisia per addestrare i membri dello stesso partito, pur precisando che si tratta di un partito politico e non di un gruppo di salafiti.” Abbiamo capito che il partito politico in questione è al-Nahda e il suo braccio armato Ansar al-Sharia, che secondo alcuni, all’epoca, prima degli eventi di Shambi, era libero di praticare lo sport! Tra tali elementi di Hamas, molti si iscrissero all’università tunisina, e altri aprirono uffici di studio e d’import-export, copertura ideale per nascondere le vere ragioni della loro presenza in Tunisia. Ecco l’elenco di alcuni dei nomi che abbiamo avuto. Ai nostri colleghi condurre le indagini su di loro, cosa facilitata dal fatto che alcuni membri di Hamas hanno il permesso di soggiorno di lunga durata in perfetta regola, e altri lo sono con il pretesto di un tirocinio presso il ministero degli Interni: Yusif Mahmud Hassan, Imad Yahia Abdul Rahman, Saib Said Badr, Mahmud Aqram, Hassan al-Zin, Abdallah Nuaym Said Abid, Qalud Salah Ali Hassuna, Ahmad Muhammad al-Baltiqi, Muhammad Ashraf Muhammad Muslim (pseudonimo), Ibrahim Yahya Mujahid (pseudonimo), Ahmad Ramadan, Wail Muhammad, Ibrahim Ahmad al-Qar, Wisam Qalid Abu Zid (pseudonimo), Muhammad Ahmad, Abdaljawid Abu Taha, Suhayl Hassan al-Balta, Ahmad Muhammad Nuaym, Mustafa Abdallah Aqqad (pseudonimo), Abdul Rahman Abdalqadir (pseudonimo), Muhammad Abdalqarim Baraqit, Muhammad Qalil Sulayman Hammam, Nuh Ayash Mahmud Ismail, Hazim Adil al-Muqriz, Muqbal Anwar al-Sadiq, Jihad al-Din Majdi al-Qatib, Hassan Abu Ahmad Nida (pseudonimo), Ons Abdallah Abdalmuman, Ahmad Abu Dabala, Muhammad Ali Salahdin al-Zaytin, Salahdin Ibrahim Atabi, Imad Amjad Mahmud Abu Saqr (pseudonimo), Walid Ali Qasim Douayji, Iqbal Dafus.
Non c’è bisogno di schemi e lunghe analisi per indovinare il motivo per cui il capo dei Fratelli musulmani tunisini, Rashid Ghannuchi, faccia appello a tali jihadisti di Hamas. Questi fanatici senza scrupoli e onore, ovviamente, hanno risposto alla chiamata “patriottica” del tirapiedi del Qatar, mettendo da parte la causa palestinese. Lasciare in pace Israele per attaccare Siria, Egitto e Tunisia, è infatti uno degli obiettivi geostrategici della “primavera araba”!

Il coinvolgimento di Hamas a Yarmuq trascina la Palestina nella guerra alla Siria
Nsnbc, 5 gennaio 2014

emir-al-thani-haniyeh-1Il capo dell’Ufficio Politico del Fronte palestinese per la liberazione della Palestina – Comando Generale (PFLP-GC), Hissam Arafat, s’è rivolto ai giornalisti durante la conferenza stampa a Ramallah del 5 gennaio 2014, sottolineando che Qatar, Turchia e Arabia Saudita sono responsabili della crisi umanitaria nel campo profughi palestinese di Yarmuq, nella periferia della capitale siriana Damasco. Il ruolo di Hamas a Yarmuq e le sue recenti aperture indicano che Hamas recluta mercenari contro la Siria, trascinando la Palestina nella guerra contro la Siria.
Il campo profughi di Yarmuq è stato attaccato dalle brigate mercenarie di al-Qaida e dei Fratelli musulmani, sponsorizzate da Arabia Saudita, Qatar e Turchia fin dal 2012. Negli ultimi mesi, un assedio prolungato ha provocato una grave crisi umanitaria presso i rifugiati palestinesi di Yarmuq, comportando malnutrizione e fame. Almeno tre sono morti per malnutrizione nell’ultimo mese. Il capo del PolitBureau del PFLP-GC ha sottolineato che Qatar, Turchia e Arabia Saudita sostengono i gruppi terroristici che hanno causato la crisi ed ha chiesto la fine immediata della sponsorizzazione dei mercenari. Hissam Arafat ha sottolineato che i piani del cessate il fuoco tra gruppi palestinesi e militanti siriani nel campo profughi di Yarmuq sono falliti perché i mercenari qatarioti e sauditi, insieme ai combattenti del movimento palestinese Hamas, hanno deciso di rimanere a Yarmuq e di continuare la guerra. Hissam Arafat ha sottolineato che  già il mese scorso il PFLP-GC aveva chiesto un’azione militare immediata del governo siriano per salvare la popolazione civile intrappolata e affamata nel campo profughi: “Ora, nonostante tutti gli sforzi compiuti per calmare la situazione nel campo e per avviare un cessate il fuoco, l’unica soluzione rimasta è un’azione militare immediata e rapida“.
Sottolineando il ruolo di Qatar, Turchia e Arabia Saudita nella crisi, il PFLP-GC ha più volte indicato il coinvolgimento d’Israele nelle operazioni contro i profughi palestinesi in Siria. Riguardo il sostegno d’Israele agli attacchi contro i campi in cui il PFLP-GC è rappresentato, il partito ha più volte sottolineato il proprio ruolo nella resistenza contro l’occupazione illegale così come contro l’assedio di Gaza. Il movimento Hamas di nascosto si era allineato al Qatar e ai Fratelli musulmani cooptati dall’occidente nel 2007, quando i mutamenti geopolitici dovuti alla scoperta dei grandi giacimenti di gas nel Golfo Persico, condivisi tra Qatar e Iran, indussero Hamas e la libanese Jama al-Islamiya a riallinearsi in vista della guerra contro la Siria, poi avviata nel 2011.
L’analisi pubblicata da Nsnbc International il 4 gennaio 2014, suggerisce fortemente che Hamas abbia iniziato a creare una rete di reclutamento dei palestinesi per combattere a fianco dell’esercito dei mujahidin (AoM) sostenuto dal Qatar, l’ultima organizzazione mercenaria del Qatar coinvolta nella guerra contro la Siria. L’analisi indica che Hamas tenta di spacciare l’AoM quale “vera rivoluzione siriana” che combatte contro al-Qaida, mentre in realtà le brigate di al-Qaida, sostenute dall’Arabia Saudita, e le brigate della Fratellanza musulmana, compresa Hamas, sostenute dal Qatar, sono strumenti fondamentali delle ambizioni geopolitiche d’Israele e della NATO in Medio Oriente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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