Dopo la jihad terrorista, ora è il momento della jihad della prostituzione halal

Karim Zmerli, Tunisie-Secret 1 aprile 2013

163315Dopo aver usurpato il potere con la benedizione statunitense, al-Nahda e i suoi due complici CPR e al-Taqatol, non si limitano a demolire la Tunisia. Complottano contro l’Algeria e la Siria inviando  giovani tunisini alla jihad. Uno con una fatwa per legittimare il massacro dei fratelli siriani, l’altro con una fatwa che ordina la prostituzione halal. Precursori della “primavera araba“, i tunisini inventano la jihad della prostituzione.
Per il padre dell’indipendenza Habib Bourguiba, il jihad maggiore è quello che dobbiamo combattere contro il sottosviluppo e l’ignoranza. Per gli islamisti e il loro utile idiota Moncef Marzouki, la Jihad degli uomini è andare a uccidere i siriani, e quella delle donne è offrire i loro corpi ai mercenari della NATO, dell’Arabia Saudita e del Qatar (guarda il video). Così, tutti i mezzi sono buoni per distruggere la Siria, il Paese che resiste eroicamente da due anni alle invasioni barbariche del terrorismo islamico internazionale, attivamente sostenute dalle “democrazie” occidentali.
Il pubblico sapeva già che giovani tunisini indottrinati dai wahhabiti e dalla Fratellanza musulmana, sono stati arruolati nelle reti terroristiche, spediti nel sud della Tunisia e in Libia, e poi inviati in Siria. Il loro numero è ora stimato a 6.500 e la loro età è compresa tra i 18 e i 35 anni. Ai vertici, il governo provvisorio è coinvolto nel traffico di carne da cannone. Alla domanda sullo scandalo che ha offuscato l’immagine della Tunisia e dei tunisini nel mondo, Rafiq Bushlaqa, allora ministro degli Esteri, ha avuto l’insolenza e il cinismo di dichiarare a gennaio che “il governo non può vietare la libera circolazione delle persone“!
L’ex membro del Comitato degli osservatori arabi in Siria, Ahmed Manai, ha riproposto la questione. In una recente intervista al quotidiano La Presse, ha confermato, se fosse ancora necessario, il coinvolgimento di al-Nahda nell’indottrinamento e nell’invio di giovani disoccupati in Siria. Secondo Manai, tutto è cominciato con un incontro a Tripoli l’11 dicembre 2012, al quale hanno partecipato il muftì della NATO Yousif al-Qaradawi, l’agente dei servizi inglesi Rashid Ghannouchi, il numero due dei Fratelli musulmani in Siria, il primo ministro del Qatar e l’ex luogotenente di Usama bin Ladin, il libico Abdelhakim Belhadj. E’ stato durante questo incontro che si è concluso un accordo segreto tra Burhan Ghalyun e Abdelhakim Belhadj, per armare i mercenari tunisini, libici ed egiziani, e inviarli a combattere in Siria.
Questi mercenari o volontari manipolati non ci vanno di loro spontanea volontà. Grazie ad un fondo dedicato di Qatar e Arabia Saudita, ogni terrorista o relativa famiglia, può ricevere una somma di denaro stimata tra i 2.000 e i 5.000 dinari. Questo è un grande business per i reclutatori (i salafiti e i membri di al-Nahda) e delle associazioni locali che agiscono per conto delle agenzie di intelligence occidentali, che operano in Tunisia dal gennaio 2011 con la copertura dell’attuale governo. Il selezionatore principale, di nome Abdelaziz Nejib, è un mafioso che fuma sigari e soggiorna nei migliori hotel di lusso tunisini dal febbraio 2011. Secondo Yusif Ueslati, ex direttore del settimanale tunisino Erraya, questo mafioso e membro chiave di al-Nahda versa 4.000 dollari a ogni jihadista reclutato e inviato in Siria dalla Tunisia. Essendo il suo nome stato rivelato da alcuni media tunisini, questo criminale è stato arrestato all’aeroporto di Tunisi-Cartagine due mesi fa, ma su ordine del ministro degli Interni, gli è stato permesso d’imbarcarsi su un aereo diretto in Turchia dove è arrivato.
L’ignominia non si ferma qui. Da sette mesi, ragazze tunisine, preferibilmente vergini, vengono spedite in Siria. La loro missione è stabilita dai predicatori wahhabiti: soddisfare i desideri sessuali dei terroristi che combattono contro il popolo siriano. Ci sono anche tunisini che hanno lasciato che le loro mogli e loro figlie facessero il loro “dovere” da buone musulmane.
Due anni fa, i tunisini si vantavano di aver compiuto la rivoluzione della dignità. Dove sono l’onore e la dignità del popolo tunisino, oggi?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Femen fino ai capezzoli!

Revizor per Voix Nouvelle e Soraya Sossi per TV5 Monde, 1 aprile 2013
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Riprendersi il corpo femminile. Abbattere la dominazione maschile. Lottare contro la prostituzione.  Queste sono le lotte delle femen, queste femministe folli provenienti dall’Ucraina e insediatesi di recente a Parigi, moltiplicando le azioni in topless in tutta Europa. Il loro messaggio? Siamo in grado di colpire dove vogliamo, quando vogliamo. Queste femministe di un nuovo genere, ci hanno aperto le porte del loro centro di addestramento. Le strade sono piene di spazzatura e le fogne traboccano, facendo uscire piccoli rivoli d’acqua che finiscono sotto le bancarelle dei venditori ambulanti. Le facce sono brune e di carnagione scura, il francese è tinto da una varietà di accenti. Un parrucchiere attira la clientela con un nome piuttosto insolito: “Barack Obama Hair Fashion“. Un uomo propone telefonini o lettori MP3 ai passanti.  Improvvisamente il Lavoir Moderne. Il quartier generale delle femen è un castello rosso in un quartiere popolare.
Il Lavoir Moderne si annuncia all’ingresso con un poster sul “teatro impegnato”. Gli indignati non sono mai lontani. Una volta entrati ci troviamo faccia a faccia con alcuni giornalisti francesi e belgi. Proprio come noi, devono aspettare che Inna Shevshenko, capo delle femen, ci faccia entrare nella loro palestra. Risuonano le grida “pope no more”, “in gay we trust“, ecc. Infine, le femen ci fanno entrare. Sono tutte lì, con un cenno di sorriso, le note e le sconosciute, le ucraine e le francesi. “Io sono una musulmana tunisina“, dice Meriam. Molte di loro partecipano alla loro prima sessione di prove. Questo è in particolare il caso di Meriam. L’occhio della telecamera, nonché i microfoni, le inquietano. Presto si abitueranno.
I manifesti sui muri documentano quasi tutte le loro azioni. Uno di essi attira la nostra attenzione, c’è scritto: “La donna non è un oggetto. Fuck me in Porsche Cayenne“. È Inna Shevshenko che guida le sue truppe. “Ripetete dopo di me! Poor because of you! Poor because of you!”. Le anziane gridano fino a lacerarsi le corde vocali. Le nuove sono più timide. “Non sorridere mai! Allarga le gambe per sembrare aggressiva! È necessario spaventarli!“, Julia, una femen francese presente alla maggior parte delle azioni, rimprovera chi non segue queste istruzioni. Le urla gli slogan a pochi centimetri dalla faccia. Non siamo molto lontani da “Full Metal Jacket“.
Raggruppatevi! Seguiteci recitando le parole d’ordine“, dice in inglese la carismatica Inna Shevshenko. Julia traduce in francese per coloro che non comprendono. “Omofobo via! Omofobo via! Omofobo via! La lotta per il matrimonio per tutti è nella mente di tutti“. “La nostra azione contro gli omofobi di Civitas è quella che abbiamo preparato in anticipo da più tempo, vale a dire un mese. Non potevamo lasciare nulla al caso. Sapevamo che sarebbe stata violenta“, dice Julia. E’ proprio per affrontare le violenze che le femen compiono gli esercizi che le coprono i volti di sudore. “Giù! Fai dieci flessioni senza slogan e dieci con gli slogan!” Le ragazze compiono l’esercizio. “Not a sex toy! Not a sex toy!” Molte non riescono a tenere la schiena diritta. La tunisina Meriam sembra avere problemi di respirazione. “Okay, ragazze, vi mostreremo come affrontare la polizia“, tuona Inna, “È necessario ritardare l’arresto il più possibile, ma non diventate violente, non siamo qui per questo! Quando vi prendono, buttatevi giù, continuate a gridare il vostro slogan! Potete continuare a impegnarli. In Vaticano, una di noi ha rubato cappello di un poliziotto e l’ha gettato via. Quell’idiota mollò tutto per recuperarlo, questo è il tipo di cose che dovete fare!”
Una delle femen viene scelta da Inna. Si muove ripetendo continuamente “basta Berlusconi“. Improvvisamente, tre “sexattiviste” balzano su di lei, la lotta è feroce, le apprendiste poliziotte fanno di tutto per metterla a tacere, la tirano per i piedi, le torcono le braccia, l’imbavagliano. La femen continua a chiedere le dimissioni del playboy della politica italiana impantanatosi nel suo “bunga bunga”. Nonostante la sua determinazione, l’attivista è bloccata. Il suo gomito è graffiato e perde una lente a contatto. “E’ stato bello,” dice Inna. “Ma se tu avessi affrontato tre uomini da 85 chili, non saresti durata tre secondi.” I suoi occhi incontrano i miei, ho paura che mi faccia giocare il ruolo di un CRS. La minaccia viene sbrigativamente accantonata, “Avresti dovuto buttarti giù prima e distogliere la loro attenzione. Ditegli che l’amate, per esempio.”

Le nuove soldatesse del femminismo
I motivi che hanno portato queste giovani donne a entrare nelle fila delle femen sono diversi come le loro storie. Inna e Oksana si sono ribellate per il ruolo dato alle donne in Ucraina: o prostituzione, o donne buone solo per il matrimonio, ecc. Una francese afferma di avere aderito al movimento dopo essere stata licenziata, aveva denunciato il suo capo per molestie sessuali. Meriam per la rivolta in Tunisia. “Gli uomini non ti lasciano in pace. Chiedete aiuto a un agente di polizia e cerca di avere il vostro numero di telefono. Anche i ginecologi sono così. Vuoi vivere da sola? Tutti ti considerano una puttana! Dopo la rivoluzione, è anche peggio. Gli islamisti radicali occupano le piazze, diventando pericolosi.”
Cinque anni fa Meriam fuggì dalla Tunisia a seguito della rottura con il suo fidanzato. Da allora vive in Francia, dove cerca di ricostruirsi una vita. “Spesso ripenso a tutto quello che ho lasciato. Ma non riesco a perdonare. Quello che sono oggi non è coerente con quello che devo essere lì. A parte mio padre, nessuno sa del mio coinvolgimento con le femen. Sarebbe un disastro per la mia famiglia e per me.” Avete capito, situazioni ingiuste e violente sono spesso la causa dell’impegno nelle femen. Tuttavia, ci si può anche chiedere se non partecipano alla creazione di un nuovo estremismo, femminista e ateo. Le loro apparizioni in Vaticano o a Notre-Dame de Paris non sono passate inosservate. “Non abbiamo nulla contro la religione. Inoltre, uno dei nostri membri si guadagna da vivere dipingendo icone ortodosse. Non supportiamo il patriarcato e tutto ciò che ne consegue: l’omofobia, il rifiuto della donna, l’intolleranza“, dice Julia. “Ovviamente non vogliamo sostituire un dominio con un altro. Siamo egualitarie e pacifiche“.
Se le femen non si sono rese colpevoli di violenze, non esitano ad utilizzare un vocabolario guerriero. “Siamo terroriste pacifiche. Noi femministe ci mettiamo in prima linea per colpire duro laddove fa male“, continua Julia. “Mostriamo solo il petto, che a loro piace così tanto. Ma questa volta non gli sorridiamo, li spaventiamo. Noi non siamo violente, guardate la loro reazione! Ci possono picchiare, come hanno fatto i Civitas durante le manifestazioni per il matrimonio per tutti. Ci minacciano ogni giorno, ci possono rapire come hanno fatto in Bielorussia. Possono anche cercare di ucciderci“, continua Inna in inglese. Julia annuisce. Un’altra fuma una sigaretta con un ghigno. “Sappiamo che ci possono uccidere. E poi?  Uccidono due o tre attiviste, e altre donne più arrabbiate le sostituiranno. La paura non è una nostra componente. Non abbiamo paura”, dice Julia.

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Oksana Shashko e Inna Shevshenko

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La morte di Shuqri Belaid è l’inizio di una serie di omicidi

Tunisie-Secret 6 febbraio 2013

chokri_belaidE’ stato colpito tre volte in testa, questa mattina, fuori da casa sua. Suo fratello Abdelmajid ha accusato al-Nahda e lo stesso Rashid Ghannouchi. Con l’assassinio del leader dei patrioti democratici, è l’inizio di una nuova fase della guerra civile che sommergerà la Tunisia. Nell’articolo “Ghannouchi ha deciso di uccidere quattro personalità tunisine“, pubblicato il 24 dicembre (vedasi più sotto), avevamo scritto: “A parte tutte queste informazioni, riteniamo che, prima o poi, gli islamisti avvieranno violenze e terrorismo, e che tale ciclo inizierà proprio eliminando tutte quelle personalità in cui Rashid Ghannouchi ravviserebbe un concorrente politico serio o che possa limitare gravemente l’egemonia di al-Nahda. Tale è la logica di questo movimento teocratico che non ha mai esitato ad usare la violenza per usurpare il potere. A maggior ragione oggi, che il potere è nelle sue mani e non l’ha mai lasciato senza provocare un bagno di sangue.”
Questo si chiama uccidere per dare un esempio. E non è il primo, ma il secondo caso, Lotfi Naqd di Nidaa Tunis è stato ucciso dai “guardiani della rivoluzione” qualche mese fa. Per chi conosce molto bene la psicologia e i metodi degli islamisti, non solo in Tunisia d’altronde, tali omicidi sono nella loro logica delle cose. I loro obiettivi sono creare un clima di terrore, eliminare le sacche di resistenza degli avversari alla dittatura islamista, inviando il messaggio chiaro di scomparire completamente dalla scena, o di astenersi dal criticare al-Nahda. Tutto ciò non ha precedenti nella storia della Tunisia, sia con Bourguiba che sotto Bin Ali.
In questo articolo di TS dello scorso dicembre, abbiamo fatto quattro nomi: Beji Caid al-Sebsi, Hamma Hammami, Tahar bin Hassin e Amor Shabu. Abbiamo volontariamente pubblicato i loro nomi per avvisare la classe politica e l’opinione pubblica in Tunisia. Si capisce perché i mandanti degli omicidi hanno cambiato obiettivi. Sarebbe stato troppo lampante nei loro confronti. Invece di Hamma Hammami, quindi hanno scelto Shuqri Belaid. Alcuni non hanno preso sul serio le nostre segnalazioni e i nostri avvertimenti. Speriamo che ora prendano in considerazione le nostre informazioni.
Altri omicidi sono previsti per le prossime settimane. Gli attentati più sofisticati saranno perpetrati nella capitale e altrove: autobombe, bombe sui treni, amministrazioni nel mirino… eventi che annunciano una sempre più probabile guerra civile. Questo non è allarmismo, ma previsioni fondate sulla nostra conoscenza approfondita dell’Islam “moderato” e della situazione generale del paese.

Ghannouchi ha deciso  di uccidere quattro figure tunisine
Tunisie-Secret 24 dicembre 2012

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Rashid Ghannouchi

Un incontro segreto con Said Farjani e Ajmi Lurimi, Rashid Ghannouchi ha dato il via libera all’assassinio di Beji Caid al-Sebsi, Hamma Hammami, Tahar bin Hassin e Amor Shabu. Lo scopo della decisione è seminare paura nell’opposizione e sgombrare il campo prima delle prossime elezioni per l’islamizzazione irreversibile della Tunisia.

Abbiamo avuto queste informazioni la settimana scorsa, ma non abbiamo volute diffonderle dato il dubbio che pesava sulla loro origine. Il nostro informatore ci ha detto che, dopo un incontro segreto tra alti dirigenti di al-Nahda, si è deciso di eliminare fisicamente quattro figure politiche tunisine, ma senza comunicarci i loro nomi, né per quale scopo. Questa persona ci ha telefonato venerdì 14 dicembre sostenendo di essere a Tunisi. Verificando, è stato accertato che la chiamata proveniva da Algeri, anche se l’accento del nostro inviato misterioso era tunisino. Questa menzogna ci ha portato a considerare le sue informazioni come una beffa per ingannare Tunisie-Secret o per altri motivi ignoti.
Il caso si è dovuto fermare qui, soprattutto perché telefonate come questa o e-mail altrettanto misteriose, portavano messaggi che sembravano falsificati e manipolati; ne riceviamo ogni giorno. Ma poi, fatti preoccupanti ci hanno portano oggi a rendere pubbliche queste informazioni. Lunedì 17 dicembre abbiamo ricevuto un’altra telefonata, questa volta dalla Tunisia. Si trattava della stessa informazione. Ma questa volta il nostro interlocutore ci forniva i nomi e soprattutto ci informava di aver fatto lo stesso con altri tre noti siti d’informazione della Tunisia. Ci aveva detto che lo scorso novembre si era tenuto un incontro segreto tra Rashid Ghannouchi, Said Farjani, Ajmi Lurimi e altri due di cui il nostro interlocutore non ha voluto rivelare i nomi. Quella notte è stata decisa la pianificare dell’uccisione di quattro figure tunisine, per dare “una lezione”, secondo le parole di Rashid Ghannouchi.
Abbiamo aspettato una settimana e nessuno di questi tre siti tunisini ha ritenuto opportuno pubblicare le “informazioni” o farne la minima allusione. Così, in caso di dubbio, abbiamo deciso di pubblicarle a prescindere dalla veridicità di questa “informazione”. Facendone un obbligo morale e, forse, per evitare il peggio alle possibili vittime di questo piano diabolico, ma abbastanza plausibile conoscendo il passato di questi tre islamisti citati. In effetti, sono i nomi delle persone indicate che ci hanno incuriosito. Queste quattro personalità sono Beji Caid al-Sebsi, Hamma Hammami, Tahar bin Hassin e Amor Shabu. Perché loro in particolare? La questione deve essere posta, in particolare da quanto abbiamo appreso ciò che è successo ieri sera a Djerba, contro i militanti di Nidaa Tunis, non trattandosi di una ordinaria riunione da sabotare, ma del tentativo di eliminare fisicamente Beji Caid al-Sebsi. E’ per questo motivo che abbiamo deciso di rendere pubbliche le informazioni che abbiamo dal 14 dicembre.
Disturbare la riunione di Nidaa Tunis, causando panico e prendendo di mira la persona di Beji Caid al-Sebsi, e attribuirne la responsabilità a uno squilibrato mentale disposto a vendicare la morte di Salah bin Yussef. Attualmente circolano su Internet notizie secondo cui Abdellatif Meqqi, il ministro della Sanità, abbia visitato Djerba tre giorni prima della riunione a Nidaa Tunis per galvanizzare gli yussefisti. Correzione: colui che si era recato a Djerba non era Abdellatif Meqqi ma Ajmi Lurimi, nativo di quella città, nato a Shatt Mariam l’8 gennaio 1962, e già condannato all’ergastolo nel 1992 da un tribunale militare per complicità nella preparazione di un attentato contro Bin Ali. L’uomo quindi, ha esperienza nell’organizzazione e riflessi terroristici ben sviluppati. Anche i servizi francesi conoscono molto bene il suo dossier.
A parte tutte queste informazioni, riteniamo che, prima o poi, gli islamisti avvieranno violenze e terrorismo, e che tale ciclo inizierà proprio eliminando tutte quelle personalità in cui Rashid Ghannouchi ravviserebbe un concorrente politico serio o che possa limitare gravemente l’egemonia di al-Nahda. Tale è la logica di questo movimento teocratico che non ha mai esitato ad usare la violenza per usurpare il potere. A maggior ragione oggi, che il potere è nelle sue mani e non l’ha mai lasciato senza provocare un bagno di sangue.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Samir Amin e la sua benedizione ad Hollande

Badia Benjelloun, Dedefensa, 04/02/2013

72585La tesi di Samir Amin, commentando in modo elogiativo l’intervento militare francese in Mali, è sorprendente per un autore che ha avuto posizioni assai meno benevole verso l’economia predatrice del nord contro il Sud, e che aveva giustamente descritto come “scambio ineguale”. Sostiene che una nebulosa dalle intenzioni geostrategiche si dispiega oggi nel Sahel per disegnare una nuova mappa e costruire un vasto Stato che accumuli sotto i suoi piedi preziosi minerali frammentando Mali, Niger, Mauritania e Algeria, costituendo un vasto territorio. Questa entità sarebbe approvata da USA, Regno Unito e Germania. Sarebbe un regno governato da emiri che infine acquisiscono la pace sociale dalla scarsa popolazione dispersa con la rendita dello sfruttamento delle risorse del sottosuolo, di cui riuscirebbero ad avere il controllo. Hollande avrebbe capito il complotto e lo sta sventando con la sua alleata Algeria.
Hollande meriterebbe dunque gli onori dell’intelligenza e della capacità di una risposta efficace contro questo pericolo. Inoltre, questa cospirazione sarebbe opera degli islamisti. Solo islamisti. Non terroristi o estremisti, ma solo islamisti. Poiché tentare di sfumare l’Islam politico è solo un’illusione. Tutto ciò che riguarda l’Islam è antitetico alla democrazia e pretendere di trovare moderazione nel mondo musulmano significherebbe sacrificarsi all’ingenuità pura.
Quando si pubblicava sul web questa prosa terribile, scritta in lode dell’interferenza illegittima e ingiustificata, e anche dell’islamofobia ora di rigore nel repertorio intellettuale occidentale, mentre s’immerge in una di quelle tempeste di sabbia di cui il Sahara è prodigo nelle sue abluzioni, si diffonde la notizia delle trattative stanno cominciando tra il MNLA e il governo di Bamako. Il principale movimento separatista laico del Mali, da decenni rivendica un trattamento più equo per questa provincia del nord, sembra aver avuto il sopravvento militare sulle bande di trafficanti vanagloriosi e stravaganti. Questi ultimi sono stati costituiti all’ombra dei servizi segreti di diversi Stati interessati a mantenere un certo livello di tensione nella regione. Si tratta di ottusi strumenti al servizio di rivalità difficili da ignorare anche per l’osservatore più distratto.
Questa entità radicale islamista che Samir Amin dota di una dottrina e strategia è solo l’ombra cinese imperiale che gli USA, in perfetta continuità tra Bush e Obama, usano per giustificare le loro irresistibili spese militari. La contrazione del PIL degli USA dello 0,1% nell’ultimo trimestre, è dovuta alle spese del Pentagono diminuite del 22%. Il 40% dell’economia degli Stati Uniti è legata alla produzione di armi e al loro consumo da parte della federazione. Le più recenti scoperte delle neuroscienze sono mobilitate per l’assorbimento delle merci del capitalismo che si trova in una  situazione di metastabilità super-produttiva, come quando venne prodotto il pupazzo Usama bin Ladin e i suoi molti derivati.
L’interferenza francese in Mali ha permesso l’installazione di una base USA in Niger da cui AFRICOM e i suoi droni Predator controlleranno l’Africa occidentale. Si avrà quindi un effetto immediato esattamente opposto a quello previsto. Indeboliti dalle loro economie così poco efficienti, è improbabile che la presenza militare degli Stati Uniti e della Francia sia in grado di coprire grandi aree per molto tempo ancora. Una ritirata più o meno dissimulata e vergognosa è prevedibile. Territori saranno restituiti alla popolazione nativa, dopo aver versato sangue e sabbia. Una seconda serie di sbarramenti tra le dune è arrivata con una simultanea implacabilmente ironica, vanificando i consigli di Samir Amin ad Hollande.
Il terzo Presidente del Consiglio nazionale siriano nominato in meno di due anni dalle potenze tutelari della guerra civile siriana, ha anch’egli annunciato l’intenzione di negoziare con il governo legittimo, ignorando le condizioni da tempo imposte da Fabius e Clinton, della caduta di Assad prima di ogni dialogo. Naturalmente, la distruzione della Siria in una guerra civile in gran parte finanziata dalle monarchie, costerà meno alle forze NATO che gli attacchi in Iraq e in Afghanistan – Pakistan e la loro occupazione, aprendo la strada a nuove guerre a basso costo. Il confronto con il blocco sino-russo nel territorio siriano dovrebbe terminare, mentre l’assurda situazione ereditata da Juppé, Sarkozy e Levy si è rivelata disastrosa e inutile per l’immagine delle democrazie occidentali. Qui, la ritirata è in corso. La stampa non ha riportato l’incontro di Moiz al-Qatib con Fabius il 28 gennaio 2013.
Una facile vittoria in pochi giorni non ci sarà in Mali, e non nasconderà la vergognosa sconfitta in Siria, né i propositi arroganti della fallimentare diplomazia francese. L’attacco aereo israeliano su un sito di ricerca militare presso Damasco, è il modo con cui Netanyahu e il regime di Tel Aviv riconoscono l’imminenza della politica neo-isolazionista rappresentata da Hagel. L’Iran ha fornito diversi miliardi di dollari in petrolio alle truppe statunitensi in Afghanistan, all’insaputa dei controllori dell’embargo e del Pentagono, e ad ulteriore dimostrazione del disordine finanziario e politico di una burocrazia che collassa sotto il proprio peso, venendo messa in discussione. Ali Akbar Velayati aveva dichiarato che ogni attacco contro la Siria sarà considerato un attacco contro l’Iran.
Il colpo di grazia è giunto da Cairo, invertendo la presunta irresistibile tentazione teocratica cosiddetta moderata dell’Islam politico, incarnata attualmente in Egitto e Tunisia. Il partito salafita al-Nour ha firmato con il Fronte di Salvezza Nazionale che raggruppa molte formazioni  democratiche, un  protocollo in otto punti per porre fine al caos attuale, chiedendo un governo di unità nazionale. Il partito dei Fratelli musulmani, al potere attraverso elezioni, non controlla in alcun modo l’agitazione in corso alimentata in parte dal malcontento delle persone, la cui situazione economica non è migliorata e da una amministrazione ancora nelle mani di un apparato creato nel corso degli ultimi quarant’anni di dittatura. Morsi non ha modificato la struttura dell’economia relativa al settore turistico, controllato dall’esercito, che si basa sul flusso di redditi delle classi medie occidentali colpite dalla crisi, o dei redditi dei lavoratori egiziani all’estero. Il partito Nahda si trova ad affrontare gli stessi problemi in Tunisia. I margini di manovra dei due governi sono stretti, in questo passaggio, tra un FMI esangue e la buona volontà sui tassi di interesse decisi da un Qatar capriccioso ed esigente. In questa situazione, dove viene danneggiata una delle regole economiche e sociali fondamentali dell’Islam, come il costantemente ricordato divieto nel testo sacro del prestito ad interesse da parte dei contraenti di un mutuo, si possono ancora indicare questi regimi come islamici?
L’islam politico, va ricordato, è stato all’origine dello slancio anti-coloniale soprattutto sotto la guida degli ulema algerini e dell’Istiqlal in Marocco. Allal al-Fassi si richiamava al movimento salafita, che non significava altro che un certo ritorno alla propria cultura e alle proprie origini. Allal al-Fassi, leader dell’Istiqlal, subì degli attentati pochi anni prima della sua morte prematura e strana  verificatasi a Bucarest nel 1974, durante i famosi anni di piombo in Marocco. Constatava con amarezza la persistenza degli strumenti della colonizzazione nel suo Paese. Gli istituti di credito e il codice dell’amministrazione e della proprietà terriera ideati dal Protettorato erano stati completamente conservati. In particolare, venne negata la proprietà collettiva delle tribù dopo l’indipendenza, spogliandole di quel poco che non era stato ancora rubato dai coloni francesi. Allal al-Fassi il salafita (Salaf significa antenati e quindi tradizione) aveva stilato un programma e una visione politica che oggi sarebbe alla sinistra delle proposte del Fronte di sinistra in Francia.
Più vicino a noi, i sostenitori di Hezbollah in Libano, il movimento di resistenza d’ispirazione  musulmana, vogliono veramente stabilire una teocrazia in “antitesi alla democrazia minima”, oppure usano la forza e consolidano la loro fede per liberarsi dell’opprimente interferenza del vicino realmente teocratico ai loro confini meridionali? E’ ciò che era ed è ancora alla base delle lotte nazionali che Samir Amin condanna come arretrate e incompatibili con la democrazia?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mustapha Abdeljalil fugge in Tunisia

Qarim Zmerli, Tunisie-secret.com 9 gennaio 2013

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Abdeljalil ha incontrato, in segreto, Rashid Ghannouchi e Marzouki, chiedendo di concedergli rifugio in Tunisia, dove una parte della famiglia già si trova. Marzouki sarebbe favorevole, ma non Ghannouchi, che è in stretta collaborazione con il suo amico Abdelhakim Belhaj, l’ex braccio destro di bin Ladin, il soldato di BHL, attuale uomo forte della Libia e principale mercenario del Qatar in Siria. A meno che non paghi un riscatto per la fornitura di ulteriori fondi ad al-Nahda!

Prima di aver tradito la Libia, Mustapha Abdeljalil, ex presidente del Consiglio nazionale di transizione (CNT), ha visitato la scorsa settimana la Tunisia, dove spera di sistemarsi sentendosi minacciati nel suo paese. Potendo lasciare la Libia quando è stato colpito dal divieto di espatrio a priori, per via del caso Abdelfattah Younis, il generale fellone che fu assassinato dai terroristi di Abdelhakim Belhaj, agli ordini del Qatar e che, secondo le nostre informazioni, è stato liquidato da elementi gheddafisti. A priori, perché il tribunale militare di Bengasi l’ha accusato, il 13 dicembre, “di abuso di potere e tentata disgregazione dell’unità nazionale”, e che nel contesto del caso in specie dovrebbe comparire al tribunale militare il 20 febbraio! Dei traditori e burattini di Stati Uniti, Qatar, Israele, Turchia e Francia che parlano di unità nazionale! A dire il vero, questa causa contro Mustapha Abdeljalil dichiara guerra tra i vari protagonisti della tragedia libica, ciascuno agendo sotto la guida dei Fratelli musulmani, o dei wahabiti, o ancora di al-Qaida.
Secondo AFP, da una fonte del tribunale militare libica che ha chiesto l’anonimato, Mustapha Abdeljelil è arrivato a Tunisi ospite di Monsef Marzouki. Questo non è del tutto vero perché, secondo le nostre informazioni, quando si trovava all’aeroporto di Tripoli e Mustapha Abdeljalil ha detto alla polizia di aver ricevuto l’invito ufficiale del presidente ad interim tunisino, cosa che la presidenza tunisina ha confermato alla polizia confinaria libica. Abdeljalil ha convinto Marzouki che voleva informarsi sulla salute di sua figlia, ricoverata in una clinica in Turchia; di conseguenza, voleva solo passare da Tunisi prima di recarsi ad Ankara. Successive informazioni dell’AFP, da una fonte vicina al tribunale militare libico, hanno detto che il permesso a Mustapha Abdeljalil di recarsi in Turchia (e non in Tunisia) è falso. Fonti dello stesso tribunale militare, secondo uno dei suoi membri, Majdi al-Baraassi, avrebbe affermato il contrario, che “l’ex capo del CNT è stato rilasciato su cauzione, ma ha il divieto di espatrio fino alla sua apparizione come testimone dinanzi al tribunale militare di Bengasi, il 20 febbraio.”
Quindi, in modo illegale, l’ex capo degli assassini libici ha potuto lasciare Tripoli per Tunisi. Ciò che ha precipitato la dipartita di Mustapha Abdeljalil è la paura di essere liquidato fisicamente come molti altri, tra cui Jumaa al-Jazwi, assassinato a giugno, o di subire una pesante condanna per il suo coinvolgimento nell’assassinio del generale Abdelfattah Younis, la cui morte aveva annunciato egli stesso il 29 luglio 2011, ed il cui corpo era stato crivellato e bruciato. L’ex capo del CNT è preda del panico dal suo interrogatorio al tribunale militare di al-Marj, un centinaio di km da Bengasi, il 1 gennaio 2013. Il suo complice nell’invasione della Libia, Mahmoud Jibril, la principale pedina del Qatar, è stato anche lui convocato dal tribunale militare.
Secondo quanto riferito, Mustapha Abdeljalil non ha lasciato la Tunisia per la Turchia. Il fatto di restare in una villa a Gammarth e non in un albergo, indicherebbe che intende risiedervi permanentemente. Dopo il rovescio in Siria, Ankara avrebbe fatto sapere che Mustapha Abdeljalil sarebbe indesiderato in Turchia. Non perché la Turchia intende uscire dal pantano siriano dopo l’accelerazione della guerra di eliminazione dei terroristi e mercenari stranieri, ma per infognarsi ulteriormente! Il capo supremo dei terroristi e mercenari del Qatar e dell’Arabia Saudita è infatti Abdelhakim Belhaj, l’ex braccio destro di bin Ladin, divenuto “liberatore” di Tripoli assieme all’altra guida spirituale della “rivoluzione libica”, Bernard Henri-Lévy! Compiuta l’invasione della Libia, Abdelhakim Belhaj aveva ricevuto istruzioni per installarsi al confine turco-siriano con un migliaio di terroristi islamici, di cui 600 libici (si vedano gli articoli di The Daily Telegraph del novembre 2011).
Dopo un breve periodo a Tunisi, lo scorso mese, con la scusa di cure mediche, Abdelhakim Belhaj è immediatamente ritornato in Turchia per convincere i suoi terroristi libici, tunisini, egiziani, ceceni, inglesi, francesi e australiani, tutti islamici e islamisti, a tornare sul fronte siriano. Informazioni dai giornali statunitensi, tra cui il New York Times, indicano che diversi battaglioni dell’”Esercito Libero siriano” si sono rifugiati nelle loro basi in Turchia e Giordania. Molti di loro cercano di tornare nel paese d’origine, dove dovrebbero continuare la jihad nel nome di Allah, per l’islamizzazione dell’universo… e per la bellissima “primavera araba”! Per quanto riguarda Mustapha Abdeljalil, si dovrebbe trovare all’esilio in un altro paese. Rashid Ghannouchi è riuscito a liberare i suoi amici libici per denaro, al contrario di Baghdadi al-Mahmoudi, che sta morendo nelle carceri libiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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